mercoledì 22 marzo 2017

VARIE 17/316



1 -SCIÚ, Â FACCIA TOJA!
Espressione volgare   di schifo e disprezzo, intraducibile ad litteram, che viene pronunciata, accompagnata spesso  dal gesto di un finto sputo, all'indirizzo di chi è tanto spregevole da meritarsi  di esser raggiunto da uno sputo al volto: infatti  la parola sciù altro non è se non l'onomatopeica  riproduzione di uno sputo, che - come precisato nel prosieguo della locuzione – à come destinazione  proprio la faccia di colui che si intende disprezzare! Talvolta l’espressione è limitata al solo sciú mantenendo però inalterato il senso di schifo e disprezzo contenuto nell’intera espressione.
2. -SCUMMIGLIÀ 'A RAMMA
Ad litteram: scoprire il rame  Id est : togliere i coperchi alle pentole di rame  (per controllarvi  il cibo in cottura). Invito che si rivolgeva temporibus illis alle donne di casa addette alla cucina perchè controllassero attentamente  la cottura delle pietanze, evitando di distrarsi con  chiacchiere inutili.
In senso traslato: mettere a nudo i difetti di qualcuno, come nell’espressione che segue.
3. - SCUMMIGLIÀ 'E ZZELLE
Ad litteram: scoprire le tigne e per traslato scoprir le  magagne, le manchevolezze.  Id est: mettere a nudo i difetti altrui .
Locuzione della medesima portata del senso traslato della precedente. In particolare la zella (da un lat. reg.(capitem) *psilla(m))  è la tigna che veniva coperta con un cappelluccio  e veniva così tenuta celata agli occhi indiscreti, fino a che un rompiscatole non strappasse il cappelluccio dalla testa del tignoso, mettendone proditoriamente a nudo  i difetti.Per estensione si dice di chiunque si diverta a render note,  quali che siano, le manchevolezze altrui battezzate pur sempre: zelle anche se non realmente attinenti alla tigna.
4. -SCUNTÀ A FFIERRE 'E PUTECA
Ad litteram:sdebitarsi con i ferri della bottega  Cosí si dice quando - non riuscendo ad ottenere il pagamento di un debito in moneta contante - il creditore si contenta di chiedere al debitore che lo soddisfi  mediante l'opera lavorativa servendosi dei propri  ferri del mestiere, cioè conferendogli artigianalmente  un servizio  in cui il debitore sia versato.
5. –SGUMMÀ/SCUMMÀ 'E SANGO
Ad litteram: far perdere la gomma al sangue. Id est: percuotere tanto violentemente qualcuno e segnatamente colpirlo sul volto fino a fargli  copiosamente emettere dalle fosse  nasali fiotti di sangue  divenuto a seguito delle percosse  cosí fluido da scorrere liberamente quasi avesse perduto la gomma o l’ipotetico collante che ne determinano la naturale vischiosità perduta a sèguito delle percosse.
6. -S' È AVUTATO 'O CANISTO
Ad litteram: si è invertito il canestro Locuzione  che, con amaro senso di dispetto viene pronunciata da chi  vede che una situazione  che lo riguarda  da che era positiva e favorevole, cambia improvvisamente diventando sfavorevole e negativa. Originariamente la locuzione ripeteva la delusione che si ascoltava sulla bocca dei giocatori del lotto che dopo alcune estrazioni favorevoli vedevano sortire numeri che non attendevano  ed attribuivano la faccenda al fatto  che l'urna (il canestro della locuzione) contenente i bussolotti con i numeri  fosse stata - eccessivamente - ruotata.
7. -S'È AVUTATO 'O MUNNO
Ad litteram: à ruotato il mondo Amaro  ed indispettito commento pronunciato da chi - specie anziani - si trovi ad essere coinvolto o anche a fare da semplice spettatore ad accadimenti ritenuti paradossali, assurdi ed inattesi che mai si erano verificati, né mai si riteneva si potessero verificare  e che solo il capovolgimento del mondo à reso possibili.
8 -SEDOGNERE L'ASSO oppure 'A FALANCA
Ad litteram:ungere l'asse oppure la trave.  Inveterata necessità che nel corso dei secoli à assunto le piú svariate connotazioni  e modi di realizzarsi, ma restando sempre ineludibile nella sua reale  funzione di permettere un adeguato movimento  degli elementi ruotanti (asse)
o assicurare la scorrevolezza della trave(falanca) su cui far scivolar le barche, e per traslato, consentire che una pratica non si intoppi ed anzi proceda speditamente verso la sua realizzazione. Falanca s.f. = trave di supporto per lo scorrimento dei natanti; dal lat. phalanga(m)→phalanca(m)= palo.
9 -S'È 'MBRIACATA 'A ÚSCIOLA
Ad litteram:S'è ubriacata la bussola Amaro commento pronunciato da chi si trovi improvvisamente davanti a situazioni inopinatemente ingarbugliate, quando non scombussolate, al segno che non ci si raccapezzi piú, come quando per un'improvvisa tempesta magnetica la bussola (ùsciola) non indichi piú il nord, o come quando il contenitore delle offerte ( pur'esso: úsciola) ingarbugliatosi  non trattenga piú le monete, ma le lasci cadere in terra.
10 -SE NE PARLA A VVINO NUOVO
Ad litteram: se ne parla al tempo del vino nuovo Modo di dire che sebbene indichi   un preciso momento - quello della nuova vinificazione - non corrisponde ad un tempo certo, ma è usato per significare la volontà di voler rimandare sine die un impegno a cui non si à molto desiderio di applicarsi.
11. -SE PAVA NIENTE? E SEDUGNEME DÂ CAPA Ô PERE!
Ad litteram:Si paga nulla? Ed ungimi dalla testa al piede!
Con questa espressione si suole fare il verso al comportamento   degli avari, spilorci e profittatori, sempre pronti a godere gratuitamente di beni e/o occasioni al pari di un non meglio identificato avaro che, sul letto di morte, informatosi dal sacerdote che l'estrema unzione  non comportava tariffa alcuna, né che fosse commisurata all'estensione dell'unzione, pretese  che fosse unto completamente dalla testa ai piedi.
12. -SENTIRSE 'E  PRÓRERE 'E MMANE
Ad litteram:Avvertire un prurito alle mani  Cosí afferma chi sia in procinto di usare le mani  per percuotere qualcuno.E cosí solevano dire, temporibus illis, i genitori quando erano stati inutilmente esperiti tutti i tentativi di convincere i propri piccoli figliuoli a desistere dal far confusione, o dalle loro reiterate marachelle .per avvertire i ragazzi che era prossimo il momento in cui essi genitori sarebbero passati a vie di fatto  e avrebbero fatto ricorso alle percosse.
13. -SENTIRSE 'E SCENNERE QUACCOSA
Ad litteram:avvertire che qualcosa stia per accadere Id est: avere la sensazione che stia per succedere qualcosa, positiva o negativa che sia ed accada quasi calando dall'alto, in modo inatteso ed imprevedibile.
Allorché il qualcosa sia negativo la locuzione diventa:Sentirse 'e scennere quaccosa pe dereto ê rine (avvertire che qualcosa stia per accadere dietro le spalle).
14. -SENTIRSE 'E TREMMÀ 'O STRUNZO 'NCULO
Ad litteram:avvertire di esser prossimi ad evacuare  Cosí, in modo sorridente ma becero,si dice che questa  sia la situazione di chi lungamente minacciato di violenze e percosse  sia assalito da spavento cosí grande  da dover precipitarsi  a cavalcare la tazza del cesso.
15. -S'È SCUNTRATO 'O SANGO CU 'A CAPA
Ad litteram:è avvenuto lo scontro (incontro) del sangue e della testa
Id est: si è verificata la circostanza favorevole perché si potesse verificare ciò che si voleva o desiderava  o anche si è verificato l'atteso incontro tra due persone di interessi collimanti, incontro foriero di buoni, sperati accadimenti positivi per loro  ed altri.
Mi spiego. Quando ancora le sacre reliquie (cranio ed ampolle del sangue) di san Gennaro santo protettore della città di Napoli, non erano  conservate nella a Lui  dedicata cappella del Duomo napoletano, nel giorno della memoria del santo (19 settembre) partivano  due distinte processioni: una, recante le ampolle con il sangue, muoveva da Pozzuoli  alla volta di Antignano (ameno sito della collina vomerese), l'altra processione partiva dal Duomo  e puntava su Antignano recando il busto argenteo contenente il cranio del santo; quando le due processioni venivano a contatto, ossia si verificava quanto previsto nella locuzione, spesso accadeva che si compisse il miracolo della liquefazione del sangue contenuto nelle ampolle  rinserrate in un'artistica teca d'argento. Ancora oggi che la processione è una sola,  la teca con le ampolle del sangue  viene posta accanto al busto  contenente il cranio del santo, appena il canonico incaricato dà inizio alle preghiere impetrative e si attende che l'incontro abbrevi i tempi di attesa  del miracolo.
Altre volte la locuzione riportata in epigrafe è intesa pedissequamente ad litteram ed il luogo dell'incontro qui sopra descritto, fa riferimento ad un vero e proprio scontro tra due persone che non collimando in niente  non lasciano presagire nulla di buono; in tal caso la locuzione deve essere intesa  con valenza negativa in luogo della positiva prospettata dall'incontro enunciato precedentemente.
16. - SFILÀ 'A CURONA
Ad litteram: sfilare la corona  Id est: dar la stura ad una lunga sequela di ingurie e contumelie dirette a chi se le meriti, ingiurie  reiteratamente ripetitive quasi alla stregua di grani di una corona  che però per la verità,  viene usata per reiterare preghiere e non contumelie. La reiterazione delle ingiurie è tanto lunga e violenta da determinare lo sfilarsi dei grani dell’ipotetica corona usata per contare le contumelie.
17. - SFRUCULIÀ 'A MAZZARELLA 'E SAN GIUSEPPE
Ad litteram: sbreccare il bastoncino  di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo  con continuità asfissiante.
La locuzione  si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento,  sulle labbra di un servitore veneto posto a guardia  di un bastone ligneo ceduto da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al santo padre putativo di Gesù. Il settecentesco tenore  espose nel suo palazzo il bastone e vi pose a guardia un suo servitore con il compito di rammentare ai visitatori di non  sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecole)  della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià.
Normalmente, a mo' di ammonimento,  la locuzione è usata come imperativo preceduta da un corposo NON.

18. -SFRUCULIÀ 'O PASTICCIOTTO
Ad litteram: sbreccare il dolcino. Id est:annoiare, infastire, molestare qualcuno; locuzione di valenza simile alla precedente, usata anch'essa in tono imperativo preceduta da un  canonico NON. Qui, in luogo della mazzarella, l'oggetto fatto segno di figurate sbreccature  è un ipotetico pasticcino, chiaramente usato eufemisticamente al posto di un intuibilissimo sito anatomico maschile.
19. -SICCO, PELIENTO  E OSSA
Ad litteram: magro, pallido e ossuto  Cosí viene divertentemente  apostrofato  chi sia estremamente magro,pallido:  latinamente pallente(m)→ (peliento)  e cosí poco in carne da potergli contar le ossa.
20 - SONA CA PIGLIE QUAGLIE
Ad litteram: suona ché prenderai quaglie. Locuzione ironica da intendersi in senso antifrastico, usata per mettere a tacere gli importuni        saccenti ai quali si vuol dire: state perdendo il vostro tempo e state inutilmente dando fiato alla bocca: non riuscirete a nulla  di ciò che pensate, né con le vostre chiacchiere riuscirete  ad irretire qualcuno, che  (come le quaglie che non si lasciano attirare da alcun richiamo)  resisterà ad ogni vostra insistenza e/o miraggio.
21 -  'A FATICA D''E FRÀCETE SE VENNE A CCARU PREZZO  Ad litteram: Il lavoro degli sfaticati si vende a caro prezzo. Icastica locuzione usata per   significare  che chi non à voglia di lavorare, chiede per la sua opera un prezzo così alto tale da dissuadere il richiedente, che scoraggiato, si rivolge altrove.
Brak

VARIE 17/315



1.    ESSERE RICCO ‘E VOCCA.
Ad litteram: essere ricco di bocca Id est: : essere un vuoto parolaio  che parla a sproposito, a vanvera, e si  autocelebra vantando  doti fisiche e/o morali che in realtà non possiede, nè possiederà mai;  essere un millantatore  a cui fanno difetto i fatti, ma non le chiacchiere, essere insomma un miserabile la cui unica ricchezza è rappresentata dalla bocca.
2.    ESSERE N’ ACCA ‘MMIEZO Ê LLETTERE oppure N’ ÍCCHESE DINTO A LL’AFFABBETO.
Ad litteram: essere un’acca fra le lettere oppure una  ics nell’alfabeto Id est: non contare nulla, essere una nullità assoluta,  valere  quanto uno zero  e non servire che poco o nulla al pari della muta  acca   che è solo una consonante di tipo diacritico  o , peggio ancora, valere quanto la consonante ics  che non è usata né in italiano, né in napoletano  e che a stento serve  per connotare un’incognita.
3.    ESSERE ‘NU BBABBÀ A RRUMMA
Ad litteram: essere un babà irrorato di rum
Locuzione dalla doppia valenza, positiva o negativa. In senso positivo la frase in epigrafe è usata  per fare un sentito complimento all’avvenenza di una bella  donna assimilata alla soffice  appetitosa preparazione dolciaria partenopea; in senso negativo  la locuzione è usata  per dileggio nei confronti di  ragazzi ritenuti piuttosto creduloni e bietoloni,  eccessivamente cedevoli sul piano caratteriale al pari del dolce menzionato che è  morbido ed elastico.
4.    FÀ ABBATE A QUACCHEDUNO.
Ad litteram: fare abate  qualcuno; id est: gabbare, imbrogliare, ingannare chi sia sciocco e credulone.Un tempo per ricevere la nomina ad abate non occorreva si fosse in possesso di grandi doti intellettive, o di particolari meriti; spesso anzi piú si era stupidi piú si avevano probabilità d’esser nominati; la locuzione prende  a suo fondamento proprio l’evenienza qui ricordata.
5.    FÀ ‘A CHIERECA Ê SCIGNE.
Ad litteram: fare la tonsura alle scimmie; id est: applicarsi ad un’operazione inutile, assolutamente balorda e certamente improduttiva.
6.    FÀ ‘A FATICA D’’E PRIEVETE.
Ad litteram: fare il lavoro dei preti. Id est: fare un’attività tranquilla e non impegnativa  quale, ingiustamente, si riteneva fosse quella svolta dai sacerdoti  al segno che, altrove si diceva che se il lavoro  fosse stato una cosa buona, lo avrebbero fatto i preti.
7.    FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE.
Ad litteram: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id  est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ piú cruenta, ma decisamente piú plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che  quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro...
8.    FÀ ‘ALLICCAPETTULE.
Ad litteram: fare il leccapettole cioè il lecchino; id est: comportarsi da servile adulatore, da servo sciocco, prosternandosi  davanti al potente di turno, leccandogli metaforicamente la falda posteriore  della camicia  nominata eufemisticamente in luogo della parte anatomica su cui  detta falda  insiste.
9.    FÀ ‘O SPALLETTONE  oppure al femminile  ‘A CCIACCESSA
Espressione  intraducibile ad litteram in quanto in italiano  manca un vocabolo unico che possa tradurlo, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione  per poter venire a capo delle espressioni in epigrafe.
Ciò premesso, dirò  che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo  che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe  che si dura fatica a spiegare  tante essendo le sfumature che esso ingloba.
In primis dirò che con esso  vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero  colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non  aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione.
Piú chiaramente dirò,  per considerare le sfumature che  delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi  fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone  sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via  non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza  dispensando  ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé  finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo  fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone.
E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe.
Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco  e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento alla lingua parlata, ma esclusivamente  a quella scritta nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici.
Orbene reputo   che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià  (ciarlare)con la classica prostesi della S non eufonica, ma  intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso  accrescitivo ONE.
Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e  che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine:  parlettiere.
Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile;
esiste però   un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C:  cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare.
10. FÀ ‘AMMORE CU ‘E MONACHE.
Ad litteram: fare l’amore con le monache, id est: desiderare l’impossibile, richiedere o sperare l’irrealizzabile come  sarebbe il godere dei favori di una suora.
11. FÀ LL’ARTA LEGGIA.
Ad litteram: praticare l’arte leggera; id est: esercitare il mestiere del ladruncolo, del borseggiatore; per praticare tali attività  occorre aver leggerezza di mano  ed accortezza di modi; eufemisticamente perciò il suddetti mestieri son definiti arte  quasi che   occorra essere degli artisti per poterli praticare ed in effetti non è da tutti possedere l’abilità necessaria  in simili pur truffaldini mestieri: solo chi abbia lungamente fatto esercizio e si sia diligentemente applicato può poi lanciarsi nella mischia  e sperare di conseguire risultati adeguati  alla stregua di un vero artista.
12. FÀ LL’ARTE D’’O SOLE.
Ad litteram: fare l’arte del sole; id est: darsi alla bella vita, magari condita di disimpegnati amori, godendosela  senza intralci o preoccupazioni,   alla stregua del sole che una volta che sia sorto, può tranquillamente mirarsi il creato, senza problemi  o altre  faticose incombenze.
13. FÀ LL’OPERA D’’E PUPE
Letteralmente: fare la rappresentazione con i pupi; id est: fare il diavolo a quattro, agitarsi oltre misura  per conseguire un quid qualsiasi anche non eccessivamente serio e concreto, sforzandosi di tener sotto controllo un gran numero di cose come i pupari  costretti a destreggiarsi tra un inviluppo di fili e croci lignee atti alla manovra delle teste, braccia e gambe dei pupi di cui all’epigrafe. Da notare che l’espressione fa riferimento ai pupi, alti e grossi burattini di legno che vengon manovrati dal puparo, muovendoli dall’alto; cosa diversa sono le guarattelle o guattarelle, piccole marionette  che vengono manovrate dal basso tenendole infilate  sulla mano a mo’ di guanto. Talvolta, con riferimento alla agitazione che è  propria dell’espressione in epigrafe, quando tra due interlocutori un discorso principiato in maniera calma si stia evolvendo pericolosamente  può accadere che  quello degli interlocutori dotato di maggior buona volontà  possa invitare l’altro interlocutore a recedere dalla discussione  con il dire: “Nun facimmo ll’opera  ‘e pupe” (evitiamo di fare una rappresentazione con i pupi; calmiamoci!).
14. FÀ MMIRIA Ô TRE BASTONE
Ad litteram: fare invidia al tre di bastoni.  Detto ironicamente  di una donna che sia provvista di abbondante peluria sul labbro superiore  al segno di detestar l’invidia del tre di bastoni  la carta da giuoco del mazzo di carte napoletano che porta sovrapposto all’incrocio di tre grossi randelli un vistoso mascherone  , provvisto di  suo di consistenti baffoni a manubrio.
15. FÀ MARENNA A SSARACHIELLE
Ad litteram: far colazione con piccole aringhe affumicate; id est: accontentarsi di poco, stringer la cinghia,  esser costretti a fare di necessità virtú come chi si debba contentare, per la propria colazione  di piccole aringhe salate ed affumicate  che oltre ad essere  parva res, prospettano una successiva  necessità di bere  copiosamente per attutire gli effetti della  congrua salatura. La locuzione è usata pure a sarcastico commento delle azioni di coloro che  agiscano  con parsimonia di mezzi e di applicazione  al segno che i risultati  che posson derivare dalle loro azioni  sono miserevoli ed inconferenti. In tal caso alla locuzione in epigrafe si suole premettere un icastico: Eh, sî arrivato (che può esser tradotto a senso: “Cosa pensi d’aver fatto?) per poi far seguire la locuzione in epigrafe coniugata però con un tempo di modo finito in luogo dell’infinito qui riportato.
16. FÀ ‘A TREZZA D’’E VIERME.
Ad litteram: fare la treccia di vermi; id est: spaventarsi grandemente, esser colto da eccessiva paura. Olim  a Napoli, si riteneva che , soprattutto i bambini, ma pure gli adulti,   se fossero stati  presi da grande spavento avrebbero potuto germinare nell’intestino una gran quantità di vermi  organizzati nei visceri a mo’ di treccia; per liberare i colpiti da tale iattura si ricorreva  a sostanziose somministrazioni di aglio  da ingerire crudo;  ragion per cui era auspicabile, specie per i bambini il non essere colti da spavento o paure.
17. FÀ SPUTAZZELLE ‘MMOCCA.
Ad litteram: fare l’acquolina in bocca  La locuzione  richiama, molto piú veristicamente dell’italiano, quelle situazioni  in cui  alla vista di cose piacevoli o appetitose aumenta a dismisura la secrezione delle ghiandole salivari fino a riempir quasi la bocca di saliva, quella che l’italiano per un malinteso senso estetico rende con la parola: acquolina. L’espressione si usa naturaliter  allorché ci si trovi al cospetto di un appetitoso manicaretto  la cui vista scatena la reazione di cui in epigrafe;ma è usata altresí allorché ci si trovi innanzi ad una bella donna  desiderabile ed appetibile al pari di una  succulenta pietanza; insomma sia il manicaretto che la bella donna posson  far fare l’acquolina in bocca o – meglio ancòra – far  fare sputazzèlle.
18. O ESSERE CARTA ‘E TRE  (o meglio) ‘E TRESSETTE
Ad litteram: fare o essere una carta da tre (o meglio)   di tressette;  id est: essere o comportarsi  da persona  di vaglia, importante, capace di imporsi a tutti gli altri o per naturale carisma  o per accertate capacità fisiche e/o morali; piú precisamente  nel gergo malavitoso  e per traslato nel linguaggio popolare la carta di tre o tressette  è colui che con ogni mezzo, lecito o meno che sia  riesce ad assurgere al posto di comando imponendo la propria volontà. La locuzione è mutuata dal giuco del tressette  giuoco di carte nel quale alcune di esse per convenzione, pure essendo di valore facciale inferiore rispetto alle altre, nel corso del giuoco prevalgono sulle altre risultando vincitrici nelle singole prese; la scala gerarchica convenzionale del giuoco è cosí stabilita: tre, due, asso, re, cavallo, fante  e poi dal sette fino al quattro  secondo l’ordine decrescente;dal che si evince che la miglior carta, atta a catturare tutte le altre è il tre e  a ciò si riferisce la locuzione in epigrafe.Talvolta però  l’espressione viene usata a mo’ di dileggio nei confronti di chi  non avendo né carisma, né capacità intellettuali,  tenti di atteggiarsi ad individuo di vaglia o importante; a chi agisse in tal modo si suole raccomandar: nun fà ‘a carta ‘e tre  ossia evita di assumere  atteggiamenti  da carta ditre (quella vincente al giuoco del tressette.)
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VARIE 17/314




1.QUANNO SIENTE 'O LLATINO DÊ FESSE, È SSIGNO 'E    MAL' ANNATA.
Letteralmente: quando senti che gli sciocchi parlano latino, è segno di un cattivo periodo.Id est: l'ostentazione di cultura da parte degli stupidi ed ignoranti, prelude a tempi brutti, per cui son da temere gli sciocchi che si paludano da sapienti...
2.PARE 'O SORICE 'NFUSO 'A LL'UOGLIO.
Letteralmente: sembra un topolino bagnato da l'olio. La locuzione viene usata a Napoli nei confronti di taluni bellimbusti che vanno in giro tirati a lucido ed impomatati che in napoletantano suona: alliffati (dal greco aleipàr=olio); tali soggetti vengon paragonati ad un topolino che per ventura sia cascato nell'orcio dell'olio e ne sia riemerso completamente unto e luccicante.
3.'A CARNE SE JETTA E 'E CANE S'ARRAGGIANO.
Letteralmente: la carne si butta ed i cani s'arrabbiano. Id est: c'è abbondanza di carne, ma mancanza di danaro per acquistarla e ciò determina profonda rabbia in chi, non avendo pecunia, non può approfittare dell'abbondanza delle merci. Per traslato, il proverbio è usato in tutte le situazioni in cui una qualsiasi forma di indigenza è ostativa al raggiungimento di un fine che parrebbe invece a portata di mano; ciò vale anche nei rapporti tra i due sessi: per es. allorchè la donna si offra apertamente e l'uomo non abbia il coraggio di cogliere l'occasione; un terzo - spettatore, magari concupiscente, commenta la situazione con le parole in epigrafe.
4.'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO.
Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di coloro che  si atteggino  a giovani, che si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo, l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo.
5.JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATORE.
Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso (i lavatoi erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare.
6.PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO.
Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto al punto da non poter portare al termine nulla di  ciò che intraprende.
7.'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO.
Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie con l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia.
8.JÍ CASCIA E TURNÀ BBAUGLIO OPPURE JÍ STOCCO E TURNÀ BBACCALÀ.
Letteralmente: andar cassa e tornare baúle oppure andare stoccafisso e tornare baccalà. Id est: non trarre profitto alcuno o dallo studio intrapreso o dall'apprendimento di un mestiere, come chi (per parlar figuratamente) inizi l'apprendimento essendo una cassa e lo termini da baúle ossia non muti la sua intima essenza di vacuo contenitore, o - per fare altro esempio - come chi inizi uno studio essendo dello stoccafisso e lo termini diventando baccalà, diverso in forma, ma sostanzialmente restando un immutato merluzzoche diventa stoccafisso se eviscerato, essiccato ed affumicato o baccalà se eviscerato e conservato in barile sotto sale Con il proverbio in epigrafe, a Napoli, si è soliti commentare le maldestre applicazioni di chi non trae profitto da ciò che tenta di fare, perchè vi si applica maldestramente o con cattiva volontà.
9.TU MUSCIO-MUSCIO SIENTE E FRUSTA LLA, NO!
Letteralmente: Tu senti il richiamo(l'invito)e l'allontanamento no. Il proverbio si riferisce a quelle persone che dalla vita si attendono solo fatti o gesti favorevoli e fanno le viste di rifiutare quelli sfavorevoli comportandosi come gatti che accorrono al richiamo per ricevere il cibo, ma scacciati, non vogliono allontanarsi; comportamento tipicamente fanciullesco che rifiuta di accettare il fatto che la vita è una continua alternanza di dolce ed amaro e tutto deve essere accettato, il termine frusta llà discende dal greco froutà-froutà col medesimo significato di :allontanati, sparisci.
10.'E DENARE SO' COMM' Ê  CHIATTILLE: S'ATTACCANO Ê CUGLIUNE.
Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono cosí tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente.
Brak