<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963</id><updated>2012-01-29T00:27:14.261-08:00</updated><category term='LA NEGAZIONE NUN/’UN/NU’/NUNN'/><title type='text'>brak</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>6981</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5102827479330446520</id><published>2012-01-29T00:21:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T00:27:14.268-08:00</updated><title type='text'>DIFESA DEL NAPOLETANO</title><content type='html'>DIFESA DEL NAPOLETANO&lt;br /&gt;Confesso di non sopportare certi sciocchi, paludati signori che si ostinano, in nome di una malintesa eleganza,   a pretendere dai figlioli o  da altri congiunti  di esprimersi in un italiano piú o meno corretto, lasciando da parte il napoletano ( che io per lunghissimo tempo definii lingua e che solo da poco , su consiglio dell’amico prof. Carlo Iandolo, insigne glottologo, ò preso a definire parlata o idioma , per non incorrere nelle ire di qualche paludato professore universitario) quel  napoletano  che essi (quei taluni sciocchi, paludati signori) considerano  un volgare, riduttivo dialetto malamente inteso come  linguaggio minore tributario della lingua ufficiale(dimenticando che la parola dialetto deriva dal  lat. tardo dialecto(n) , che è dal gr. diálektos ='lingua', deriv. di dialéghesthai 'conversare') e non invece  parlata autonoma, spesso a ampia diffusione regionale,   figlia del tardo latino e di quello volgare, idioma   ricco di storia e di   testi  ed usatissimo per secoli in tutto il meridione, non diventato lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti e per la furbizia di taluni scrittori e/o poeti toscani!&lt;br /&gt;1) Quello che non riesco a deglutire è che il fiorentino, sia diventato lingua nazionale peraltro (se non ricordo male,e non ricordo male!)  rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali:tutti riconoscono che l'italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito, per motivi a volte incomprensibili,  a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla  base dell’italiano  si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante (1265 -†1321), Petrarca(1304 -†1374),  e Boccaccio(1313 -†1375),  ed influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine  dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-†1250) e dal modello latino.) pervenendo  alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo- piemontesi,  soppiantando  o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona  costruita nobilmente,  come del resto il fiorentino,e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia,   verosimilmente  sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca).Non riesco a digerire questa faccenda e mi chiedo cosa abbia piú del napoletano, l’italiano se si esclude la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni ànno imposto a schiere di poveri indifesi  ragazzi Divine Commedie e Promessi Sposi, Libri Cuore etc.  a colazione, pranzo e cena!&lt;br /&gt;2) L’italiano (ch’io considero – nun ve mettite a rirere…la lingua straniera che parlo e scrivo correntemente accanto al francese scolastico che un mio amico parigino, dopo piú di cinquant’anni, m’à costretto a ripigliare in mano)  è stato insomma in buona parte la lingua degli invasori, né bisogna dimenticare che alle ns. latitudini anche tra la cosiddetta  alta borghesia, mai fu accettata del tutto… Ricordiamoci che tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini meridionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano il napoletano e non riuscendo a capire gli ordini dati in italiano   finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi  le penne e tirando le cuoia per una patria sentita tale solo nella pomposità interessata  di E.A.Mario (al secolo Giovanio Ermete Gaeta(Napoli 1884 - † ivi  1961)e  della sua La leggenda del Piave! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti mandati al macello sulle petraie del Carso ed altre impervie alture estranee alle loro terre d’origine!&lt;br /&gt; 3)Non sono infine molto d’accordo su quanto affermato dal prof.  Nicola De Blasi  che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur  nei molteplici secoli  "capitale" del regno meridionale, non fosse  riuscita mai ad  imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare ed  attuare un  proprio sistema linguistico;invece ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie  si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof.  Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini,tentò di rifarsi una verginità, sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II  ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).&lt;br /&gt;Difendo perciò a spada tratta il napoletano e mi auguro che prima o poi chi  cumanna ‘a quatriglia prenda una decisione storica e si decida a fare  insegnare l’idioma partenopeo almeno nel merdione, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a strascinafacenne incolti e presuntuosi  né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati e preparati  studiosi  sia pure estranei ai palazzi del potere.&lt;br /&gt;Hoc est in votis! &lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5102827479330446520?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5102827479330446520/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5102827479330446520' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5102827479330446520'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5102827479330446520'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/difesa-del-napoletano.html' title='DIFESA DEL NAPOLETANO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-3988983702925282216</id><published>2012-01-29T00:20:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T00:21:31.790-08:00</updated><title type='text'>varie 1591</title><content type='html'>1.Chi tène mali ccerevelle, tène bboni ccosce... &lt;br /&gt;Chi à cattivo cervello, deve avere buone gambe, per sopperire con il moto alle dimenticanze o agli sbagli derivanti dal proprio cattivo intendere. &lt;br /&gt;2.Mettere 'o ppepe 'nculo â zòccola. &lt;br /&gt;Letteralmente:introdurre pepe neli’ano  di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora ci si serviva in primis,   come mezzo di trasporto, delle navi , capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci, attratti dalle granaglie,  solcassero i mari grossi topi ( in napoletano zoccole al sg zoccola  dal lat. sorcula diminutivo di sorex), che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie e  poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa,si diverte e  gode ad attizzare il fuoco della discussione fra terzi... &lt;br /&gt;3.Pure 'e pulice tenono 'a tosse... &lt;br /&gt;Anche le pulci tossiscono - Id est: anche le persone insignificanti tossiscono, ossia vogliono esprimere il proprio parere.Espressione usata a sarcastico commento delle risibili  azioni  di chi mancando di forza e/o argomenti voglia ugualmente farsi notare esprimendo (ovviamente a sproposito) pareri o giudizi in ordine ad accadimenti cui assistano o passivamente partecipino.&lt;br /&gt;4.Dice bbuono 'o ditto 'e vascio/ quanno parla della donna: “una bbona ce ne steva/ e 'a facettero Madonna...” &lt;br /&gt;Ben dice il detto terrestre allorché parla della donna: “Ce n'era una sola che era buona ma la fecero Madonna...” Id est: La donna, in quanto tale,  è un essere inaffidabile - La quartina, violentemente misogina è tratta dal poemetto 'MPARAVISO del grande poeta Ferdinando Russo &lt;br /&gt;5.Dicere 'a messa cu 'o tezzone. &lt;br /&gt;Celebrare la messa con un tizzone ardente(in mancanza di ceri...)Id est: quando c'è un dovere da compiere, bisogna farlo quale che siano le condizioni in cui ci si trovi, adattandosi alle circostanze. La locuzione è usata a sapido commento di situazioni in cui regni l’inopia… &lt;br /&gt;6.Jammo, ca mo s'aiza! &lt;br /&gt;Muoviamoci ché ora si leva(il sipario)! - Era l'avviso che il servo di scena dava agli attori per avvertirli di tenersi pronti , perché lo spettacolo stava per iniziare. Oggi lo si usa per esortare all’azione in modo generico nell'imminenza di una qualsiasi attività per la quale occorre prepararsi. &lt;br /&gt;7.Chello è bbello 'o prutusino, va 'a gatta e nce piscia ‘a coppa... &lt;br /&gt;Il prezzemolo non è rigoglioso, poi la gatta vi minge sopra - Amaro commento di chi si trova in una situazione già di per sé  precaria e non solo non riceve aiuto per migliorarla, ma si imbatte in chi la peggiora maggiormente... &lt;br /&gt;8.Quanno vide 'o ffuoco a' casa 'e ll'ate, curre cu ll'acqua a' casa toja... &lt;br /&gt;Quando noti un incendio a casa d'altri, corri a spegnere quello in casa tua - Cioè: tieni per ammonimento ed avvertimento ciò che capita agli altri per non trovarti impreparato davanti alla sventura. &lt;br /&gt;9.Giorgio se ne vò jí e 'o vescovo n' 'o vo’  mannà. &lt;br /&gt;Giorgio intende andar via e il vescovo vuole cacciarlo. L'icastica espressione fotografa un rapporto nel quale due persone intendono perseguire il medesimo fine, ma nessuno à il coraggio di prendere l'iniziativa, come nel caso del prelato e del suo domestico... &lt;br /&gt;10.Fa mmiria ô tre 'e bastone. &lt;br /&gt;Fa invidia al tre di bastoni- Ironico riferimento ad una donna che abbia il labbro superiore provvisto di eccessiva peluria, tale da destare addirittura  l'invidia del 3 di bastoni, che nel mazzo di carte napoletano è rappresentato da  un mascherone di uomo provvisto di esorbitanti baffi a manubrio, mascherone sovrastante l'incrocio di tre nodosi  randelli. &lt;br /&gt;11.Si 'a fatica fosse bbona, 'a facessero 'e prievete. &lt;br /&gt;Se il lavoro fosse una cosa buona lo farebbero i preti(che per solito non fanno niente. Nella considerazione popolare il ministero sacerdotale è ritenuto cosa che non implica lavoro. &lt;br /&gt;12. Avimmo cassato n' atu rigo 'a sott' ô sunetto. &lt;br /&gt;Letteralmente: Abbiamo cancellato un altro verso dal sonetto, che - nella sua forma classica - conta appena 14 versi. Cioè: abbiamo ulteriormernte diminuito le nostre già esigue pretese. La frase è usata con senso di disappunto tutte le volte che mutano in peggio situazioni di per sé non abbondanti... &lt;br /&gt;13.È gghiuto 'o caso 'a sotto e 'e maccarune 'a coppa. &lt;br /&gt;È finito il cacio  di sotto ed i maccheroni al di sopra. Cioè:La situazione si è voluta in maniera contraria alle attese e/o alla loicità;  si è rivoltato il mondo.Normalmente infatti il cacio grattugiato dovrebbe guarnire dal di sopra una portata di maccheroni, non farle da strame. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;14. À fatto marenna a sarachielle. &lt;br /&gt;À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa.In senso esteso: non à ottenuto dalla propria azione i risultati sperati… &lt;br /&gt;15. Fà ll'arte 'e Michelasso: magnà, vevere e gghí a spasso. &lt;br /&gt;Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente... &lt;br /&gt;16.So' ghiute 'e prievete 'ncopp'ô campo &lt;br /&gt;Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:un  tempo, quando era loro concesso  i preti erano comunque  costretti a giocare indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco... &lt;br /&gt;17.Nun vulè nè tirà, nè scurtecà... &lt;br /&gt;Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità; locuzione mutuata dall’atteggiamento di taluni  operai conciatori di pelli quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla scuoiatura. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;18. Purtà'e fierre a sant' Aloja. &lt;br /&gt;Recare i ferri a Sant'Eligio. Alla chiesa napoletana di sant'Eligio ( nei pressi di piazza Mercato) i vetturini da nolo solevano portare, per ringraziamento, i ferri dismessi dei cavalli ormai fuori servizio.Per traslato l'espressione si usa con riferimento furbesco agli uomini che per raggiunti limiti di età, non possono piú permettersi divagazioni sessuali... &lt;br /&gt;19.'O Pataterno 'nzerra 'na porta e arape 'nu purtone. &lt;br /&gt;Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo &lt;br /&gt;20. Nun tené pile 'nfaccia e gghí a  sfottere ô barbiere &lt;br /&gt;Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che pur mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si voglia ergere e ci si erge  ad ipercritico e spaccone. &lt;br /&gt;brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-3988983702925282216?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/3988983702925282216/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=3988983702925282216' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3988983702925282216'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3988983702925282216'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1591.html' title='varie 1591'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-9082489270361938128</id><published>2012-01-29T00:18:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T00:20:00.275-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1590</title><content type='html'>1.È FFERNUTA 'A ZEZZENELLA! &lt;br /&gt;Letteralmente: è terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami!&lt;br /&gt;La voce zezzenella è un s.vo f.le collaterale di zezzella s.vo f.le diminutivo di zizza= mammella (dal lat. titta(m)→zizza. &lt;br /&gt;2.È MMUORTO 'ALIFANTE! &lt;br /&gt;Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di comando e/o sussieguo , si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie... &lt;br /&gt;3.CHI SE FA PUNTONE, 'O CANE 'O PISCIA 'NCUOLLO... &lt;br /&gt;Letteralmente: chi si fa spigolo di muro, il cane gli minge addosso. E'l'icastica e piú viva trasposizione dell'italiano: "Chi si fa pecora, il lupo se la mangia" e la locuzione è usata per sottolineare i troppo arrendevoli comportamenti di coloro che o per codardia o per ingenuità, non riescono a farsi valere &lt;br /&gt;4.TRÒVATE CHIUSO E PIÉRDETE CHIST' ACCUNTO... &lt;br /&gt;Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione ironica che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. &lt;br /&gt;5.È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA. &lt;br /&gt;Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa che quella dello sposo. &lt;br /&gt;6.ÒGNE STRUNZO TENE 'O FUMMO SUJO. &lt;br /&gt;Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à modo di farsi notare &lt;br /&gt;7. CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE. &lt;br /&gt;Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o maleintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze. &lt;br /&gt;8.CHIACCHIERE E TABBACCHERE 'E LIGNAMMO, 'O BBANCO NUN NE 'MPEGNA. &lt;br /&gt;Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno non sono prese in pegno dal banco. Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse. &lt;br /&gt;9.FEMMENE E GRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO. &lt;br /&gt;Letteralmente: donne e carboni: spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente deleterii. &lt;br /&gt;10. VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLI E FIERRE 'E CAZETTE. &lt;br /&gt;Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti. &lt;br /&gt;11. JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. &lt;br /&gt;Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è. &lt;br /&gt;12.ESSERE LL'URDEMU LAMPIONE 'E FOREROTTA. &lt;br /&gt;Letteralmente:essere l'ultimo fanale di Fuorigrotta. Id est: Non contare nulla, non servire a niente. La locuzione prese piede verso la fine dell' '800 quando l'illuminazione stradale napoletana era fornita da fanali a gas in numero di 666; l'ultimo lampione (fanale) contraddistinto appunto col numero 666 era situato nel quartiere di Fuorigrotta, zona limitrofa di Napoli, per cui il fanale veniva acceso per ultimo, quando già splendevano le prime luci dell' alba e la di lui utilità veniva ad essere molto limitata. &lt;br /&gt;13.JÍ TRUVANNO A CRISTO DINTO A LA PINA. &lt;br /&gt;Letteralmente: cercare Cristo nella pigna. Id est:impegnarsi in una azione difficoltosa,lunga e faticosa destinata a non aver sempre successo. Anticamente il piccolo ciuffetto a cinque punte che si trova sui pinoli freschi era detto manina di Cristo, andarne alla ricerca comportava un lungo lavorio consistente in primis nell'arrostimento della pigna per poi cavarne gli involucri contenenti i pinoli, procedere alla loro frantumazione e giungere infine all'estrazione dei pinoli contenuti;spesso però i singoli contenitori risultavano vuoti e di conseguenza la fatica sprecata. &lt;br /&gt;14.QUANNO TE MIETTE 'NCOPP' A DDOJE SELLE, PRIMMA O DOPPO VAJE CU 'O CULO 'NTERRA. &lt;br /&gt;Quando ti metti su due selle, prima o poi finisci col sedere in terra. Id est: il doppio gioco alla fine è sempre deleterio &lt;br /&gt;15.'E FATTE D' 'A TIANA 'E SSAPE 'A CUCCHIARA. &lt;br /&gt;Letteralmente:i fatti della pentola li conosce il mestolo. La locuzione sta a significare che solo gli intimi possono essere a conoscenza dell'esatto svolgimento di una faccenda intercorsa tra due o piú persone e solo agli intimi di costoro ci si deve rivolgere se si vogliono notizie certe e circostanziate. La locuzione è anche usata da chi non voglia riferire ad altri notizie di cui sia a conoscenza. &lt;br /&gt;         Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-9082489270361938128?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/9082489270361938128/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=9082489270361938128' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/9082489270361938128'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/9082489270361938128'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1590.html' title='VARIE 1590'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-446430457232505810</id><published>2012-01-29T00:16:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T00:17:52.221-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1589</title><content type='html'>1.FA’ COMME T’ È FFATTO, CA NUN È PPECCATO.&lt;br /&gt;Ad litteram: Rendi ciò che ti è fatto, ché non è peccato Id est: render pan per focaccia non è peccato, per cui si è autorizzati anche a vendicarsi dei torti subìti, usando i medesimi sistemi; locuzione che, stranamente per la morale popolare napoletana, adusa ad attenersi, quasi sempre, ai dettami evangelici si pone agli antipodi dell’evangelico: porgi l’altra guancia, ma in linea con l’antico principio romano: vim, vi repellere licet (è giusto respingere la forza con la forza). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;2.‘E SCIABBULE STANNO APPESE E ‘E FODERE CUMBATTONO.&lt;br /&gt;Ad litteram: le sciabole stanno inoperosamente al chiodo ed i foderi combattono Id est: chi dovrebbe combattere o - fuor di metafora - operare fattivamente, nicchia e si defila, lasciando che altri prendano il suo posto; locuzione usata nei confronti di tutti coloro che per inettitudine o negligenza non compiono il proprio dovere, delegandolo pretestuosamente ad altri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;3.FOSSE ANGIULO ‘A VOCCA TOJA!&lt;br /&gt;Ad litteram: sia (di) angelo la tua bocca Locuzione che viene usata con un sostrato scaramantico ottativo, quando - fatti segno di un augurio - ci si augura altresí che quanto profferito si realizzi certamente e a breve tenendo la bocca di colui che ci à fatto l’augurio come bocca di veritiero messaggero ( ciò etimologicamente significa il termine angiolo) per cui - ritenuto proveniente da bocca di autentico messaggero - ciò che ci viene augurato si è certi che si realizzerà concretamente o - almeno - lo si spera . &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;4.FRIJERE ‘O PESCE CU LL’ACQUA.&lt;br /&gt;Ad litteram: friggere il pesce con l’acqua; locuzione usata per significare situazioni di così marcata indigenza da non potersi permettere l’uso dell’olio per friggere il pesce e doversi accontentare dell’acqua per compiere l’operazione con risultati evidentemente miseri, non essendo chiaramente l’acqua l’elemento adatto alla frittura; per traslato la locuzione è usata per significare qualsiasi situazione in cui predomini l’indigenza se non l’inopia più marcata. &lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;5.FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE*.&lt;br /&gt;Ad litteram: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ più cruenta, ma decisamente più plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... *fucetola= beccafico dal lat.ficedula(m) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;6.ESSERE ‘NU BBABBÀ A RRUMMA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere un babà irrorato di rum Locuzione dalla doppia valenza, positiva o negativa. In senso positivo la frase in epigrafe è usata per fare un sentito complimento all’avvenenza di una bella donna assimilata alla soffice appetitosa preparazione dolciaria partenopea; in senso negativo la locuzione è usata per dileggio nei confronti di ragazzi o adulti ritenuti piuttosto creduloni e bietoloni, eccessivamente cedevoli sul piano caratteriale al pari del dolce menzionato che è morbido ed elastico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;7.ESSERE ‘E TENTA CARMUSINA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere di tinta cremisi (rossiccia) id est: essere inaffidabile come il colore cremisi che anticamente, prodotto con metodi artigianali ed empirici, era di scarsa consistenza e poco sopportava le ingiurie del tempo; con altra valenza la locuzione sta ad indicare sia le persone di malaffare di cui diffidare e da cui tenersi alla larga, sia le persone ad esse equiparate e si ricollega al fatto che al tempo dei romani le prostitute erano aduse a vestirsi di rosso, a truccarsi con il carminio e ad indossare vistose parrucche fulve. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;8.ESSERE ‘NU VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUANNE.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere un bocca aperta di san Giovanni. Espressione riferita a tutti coloro che sono pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli; la località invece è da considerarsi solo perché in contrada Leucapetra adiacente la detta zona esistette un tempo una sontuosa villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza &lt;br /&gt;1490,† Portici (NA) 1548) villa  sulle cui pareti esterne erano collocati grandissimi mascheroni apotropaici rappresentanti dei volti con occhi spiritati ed  a bocca spalancata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;9.ESSERE MASTO A UNU FUOGLIO.&lt;br /&gt;Ad litteram: esser maestro ad un solo foglio. Locuzione che si usa a mo’ di dileggio nei confronti di coloro che son ritenuti o si autoritengono maestri, ma siano di limitatissime conoscenze e di competenze molto ristrette, ai quali è inutile chiedere che vadano al di là di ciò che essi stessi propongano o facciano, come si diceva di un tal violinista, bravissimo esecutore, quasi virtuoso, ma di un unico pezzo, violinista che si scherniva davanti alla richiesta di eseguire altri brani musicali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;10.ESSERE CCHIÙ FFESSO ‘E LL’ACQUA CAURA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere più sciocco dell’acqua calda. Così si dice di chi sia, per innata insipienza o acclarata stupidità, talmente sciocco e vuoto ed insignificante al punto di non aver alcun gusto e/o sapore al pari di una pentola d’caqua riscaldata cui difettino ogni aggiunta di aromi e/o condimenti e pertanto sia incolore ed insapore. &lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-446430457232505810?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/446430457232505810/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=446430457232505810' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/446430457232505810'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/446430457232505810'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1589.html' title='VARIE 1589'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1710378170949961438</id><published>2012-01-29T00:15:00.000-08:00</published><updated>2012-01-29T00:16:35.643-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1588</title><content type='html'>1.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE. &lt;br /&gt;Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo &lt;br /&gt;2.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE &lt;br /&gt; Ad litteram:Non aver peli in volto e infastidire il barbiere, ma piú esattamente: esser tanto presuntuosi al punto che mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si erge ad ipercritico e spaccone o si infastidisca il proprio prossimo. &lt;br /&gt;3.È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA. &lt;br /&gt;È finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo; infatti  il cacio deve guarnir dal di spra i maccheroni, non far loro da strame! &lt;br /&gt;4.À FATTO MARENNA A SARACHIELLE. &lt;br /&gt;À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa. &lt;br /&gt;5.FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO. &lt;br /&gt;Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente... &lt;br /&gt;6.SO' GHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO &lt;br /&gt;Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:i preti un tempo  erano costretti a giocare a calcio  indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco..., causando disordine, caos, baraonda, scompiglio.&lt;br /&gt;7.NUN VULÉ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ... &lt;br /&gt;Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità, come certi operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro  scuoiatura. &lt;br /&gt;8.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO. &lt;br /&gt;Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...). &lt;br /&gt;9.FARSE 'NU PURPETIELLO. &lt;br /&gt;Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua. &lt;br /&gt;10.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO. &lt;br /&gt;Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela. &lt;br /&gt;11.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA. &lt;br /&gt;Avere la sorte di Maria Di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla sua morte (1414) dalla di lui sorella Giovanna II succedutagli sul trono. &lt;br /&gt;12.JÍ Ô BATTESIMO, SENZA CRIATURA. &lt;br /&gt;Recarsi a battezzare un bimbo senza portarlo... - Cioè comportarsi in maniera decisamente errata, mettendosi nella situazione massimamente avversa all'opera che si vorrebbe intraprendere. &lt;br /&gt;13.PARE CA S''O ZUCANO 'E SCARRAFUNE... &lt;br /&gt;Sembra che se lo succhino gli scarafaggi.- È detto di persona cosí smunta e rinsecchita da sembrar che abbia perduto la propria linfa vitale preda degli scarafaggi, notoriamente avidi di liquidi. &lt;br /&gt;14.ABBRUSCIÀ 'O PAGLIONE... &lt;br /&gt;Incendiare il pagliericcio - Cioè darsi alla fuga, alla latitanza, lasciando dietro di sé terra bruciata, come facevano le truppe sconfitte che pur di non lasciar nulla ai vincitori  incendiavano i propri accampamenti, dandosi alla fuga.(id est:procurare un danno definitivo). &lt;br /&gt;15.ÒGNE SCARRAFONE È BBELLO A MMAMMA SOJA... &lt;br /&gt;Ogni blatta(per schifosa che sia)è bella per la sua genitrice - Ossia: per ogni autore la sua opera è bella e meritevole di considerazione. &lt;br /&gt;16.S’È AUNITO, ‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO A TIRITEPPE… &lt;br /&gt;Si sono uniti lo spago corto e la trottolina scentrata - Cioè si è verificata l'unione di elementi negativi che compromettono la riuscita di un'azione... &lt;br /&gt;17.CHI SAGLIE ‘NCOPP’Ê CCORNA ‘E CHILLO, PO’ DDÀ ‘A MANO Ô PATATERNO. &lt;br /&gt;Chi si inerpica sulle corna di quello, può stringer la mano al Signore -(tanto sono alte...)- Espressione divertente ed iperbolica  per indicare un uomo molto tradito dalla moglie. &lt;br /&gt;18.QUANNO 'O DIAVULO TUOJO JEVA Â SCOLA, 'O MIO ERA MASTO. &lt;br /&gt;Quando il tuo diavolo era scolaro, il mio era maestro - Cioè: non credere di essermi superiore in intelligenza e perspicacia. &lt;br /&gt;19.'O CANE MOZZECA Ô STRACCIATO. &lt;br /&gt;Il cane assale chi veste dimesso - Cioè: il destino si accanisce contro il diseredato. &lt;br /&gt;20.TRE SONGO 'E PUTIENTE:'O PAPA, 'O RRE E CHI NUN TÈNE NIENTE... &lt;br /&gt;Tre sono i potenti della terra:il papa, il re e chi non possiede nulla: il papa quale unico rappresentante di Cristo in terra, à sotto la sua autorità spirituale l’intera Comunità dei credenti; il Re in un regime monocratico è la massima autorità dispensatore di leggi ed ordini a tutti i governati; chi non è in possesso di alcun bene non può temere il furto o d’essere invitato a conferire  elargizioni od aiuti.&lt;br /&gt;21.Ė GGHIUTA ‘A FESSA 'MMANO Ê CCRIATURE, 'A CARTA 'E MUSICA 'MMANO Ê BBARBIERE, 'A LANTERNA 'MMANO Ê CECATE... &lt;br /&gt;La vulva è finita nelle mani dei/delle bambini/e, lo spartito musicale in mano ai barbieri, la lanterna nelle mani dei ciechi.La colorita espressione viene usata con senso di disappunto, quando qualcosa di importante finisca in mani inesperte od inadeguate che pertanto non possono apprezzarla ed usare al meglio, come accadrebbe nel caso del sesso finito nelle mani dei/delle fanciulli/e od ancóra come l'incolto barbiere alle prese con uno spartito musicale o un cieco cui fosse affidata una lanterna che di per sé dovrebbe rischiarare l'oscurità. &lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1710378170949961438?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1710378170949961438/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1710378170949961438' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1710378170949961438'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1710378170949961438'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1588.html' title='VARIE 1588'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-553985944235712166</id><published>2012-01-28T02:13:00.000-08:00</published><updated>2012-01-28T02:14:39.284-08:00</updated><title type='text'>AIZZARE,  SOBILLARE</title><content type='html'>AIZZARE,  SOBILLARE&lt;br /&gt;Questa volta, anche per  rispondere ad una precisa richiesta pervenutami dall’amico P.D.F. del quale per ragioni di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali delle generalità, vorrei  esaminare i verbi che traducono nell’idioma napoletano, quelli toscani in epigrafe.&lt;br /&gt;E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato  sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente  è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie  da soma, perché camminassero).&lt;br /&gt;Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani  che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono:&lt;br /&gt;- allessà/allissà  che è esattamente  lo stimolare, incitare, adizzare  ed etimologicamente son forgiati  sul medesimo longobardo hizza  del toscano aizzare, se non denominale  del latino rectus  che à dato arrezzà/arrizzà  da cui per dissimilazione erre→elle, allessà/allissà  (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc.&lt;br /&gt;- assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà  che significa: salassar, cavar sangue  ed è dallo spagnolo  in + sangrar)  sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e  discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare.&lt;br /&gt;- Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili.&lt;br /&gt;- ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire  e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo  di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato piú che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o  per dissimilazione elle&gt; enne da un tardo latino in + bottulare.&lt;br /&gt;- ‘mmezzià:  riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente  da riferire ad un tardo latino invitiare  deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda.&lt;br /&gt;- ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere.&lt;br /&gt;- ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o piú semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche  'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso.&lt;br /&gt;- ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il piú delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare  è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino  examen (sciame).&lt;br /&gt;- ‘nzurfà: letteralmente starebbe per  insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo  di seminar discordia che ci interessa  atteso che  etimologicamente il verbo piú che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su  come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco  del contendere per farlo vieppú  aumentare.&lt;br /&gt;- ‘nteretà /‘nterrettà  e la sua variante ‘nzerrettà  che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire .&lt;br /&gt;- Sciuscià: propriamente soffiare  e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui  exsufflare e lí insufflare.&lt;br /&gt;- Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone  e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere.&lt;br /&gt;- Stezzí: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stízein = pungere&lt;br /&gt;Però nel colorito  modo d’esprimere napoletano oltre che con i verbi or ora esaminati ci si serve di un’icastica espressione che suona: Mettere 'o ppepe 'nculo â zòccola. &lt;br /&gt;Letteralmente: porre, introdurre pepe nel deretano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora si navigava, capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci solcassero i mari grossi topi, che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie, poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa, gode ad attizzare il fuoco della discussione...  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E qui faccio punto,convito d’aver risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico P.D.F., d’avere interessato qualcun altro dei miei consueti ventiquattro lettori e  pensando di non aver dimenticato nessuno  dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia! Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-553985944235712166?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/553985944235712166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=553985944235712166' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/553985944235712166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/553985944235712166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/aizzare-sobillare.html' title='AIZZARE,  SOBILLARE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1618770464802395321</id><published>2012-01-28T02:11:00.000-08:00</published><updated>2012-01-28T02:13:42.617-08:00</updated><title type='text'>LE  PAROLE IN IMMA</title><content type='html'>LE  PAROLE IN IMMA&lt;br /&gt;Tutte le parole napoletane che qui di seguito esaminerò ànno la particolarità che accanto ad un termine di avvio portano un suffisso (immo/a) di valore collettivizzante, ma  spesso di chiaro sapore dispregiativo, suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo o imma. Abbiamo: &lt;br /&gt;Arraggimma rabbia, malattia dei cani ed altre bestie (vedi alibi sub RABBIA). &lt;br /&gt;Canimma: letteralmente: canea, canizza ed estensivamente  puzzo di cani, ma anche  muta di persone spregevoli e vocianti; derivato da cane (dal lat. cane(m)) piú  imma.&lt;br /&gt;Cazzimma: nell’espressione tené ‘a cazzimma malevola furbizia prevaricante di colui o coloro che vessa/no i meno dotati  fisicamente e/o moralmente al fine di sopravanzarli e godere dei frutti conquistati marmaldeggiando.&lt;br /&gt;Parola costruita addizionando il termine cazzo (inteso quale…strumento di proditoria  offesa, voce gergale  greco marinaresco (a)katio(n)→cazzo)  con il suff. imma .&lt;br /&gt;‘ngattimma: nell’espressione jí ‘ngattimma &lt;br /&gt;Letteralmente: andare in calore come i gatti; id est: adontarsi, eccitarsi,  comportandosi di conseguenza con foga eccessiva.&lt;br /&gt; Parola costruita addizionando il termine  gatto (colto nel periodo in cui va in calore; la voce gatto è dal &lt;br /&gt;lat. tardo cattu(m), di orig. incerta) con il solito suffisso imma.&lt;br /&gt;Sfaccimmo: parola dalla doppia  valenza; in senso negativo: farabutto, mascalzone; in senso positivo: furbo, intraprendente, determinato (in ispecie di una persona giovane);parola formata dal sost.: faccia (dal lat. volg. *facia(m), per il class. facíe(m) 'forma esteriore, aspetto, faccia', deriv. di facere 'fare'&lt;br /&gt; con l’avvio di una s detrattiva ed il suffisso dispregiativo immo.&lt;br /&gt;Sfaccimma: attenzione! Questa parola che non è il femminile  della parola precedente ed à ben altro significato ed etimologia,indica il prodotto dell’eiaculazione maschile; etimologicamente prende l’avvio da una voce di tipo onomatopeico  sfacc che indica la violenza dell’emissione, addizionato del solito suffisso imma qui però con funzione intensiva, non dispregiativa.&lt;br /&gt;Rammenterò per amor di completezza che quando si volesse usare il termine precedente: sfaccimmo riferito ad una donna, non si userà sfaccimma che come visto indica un’altra cosa, ma una sorta di diminutivo, vezzeggiativo: sfaccemmusella che indica alternativamente o la mascalzoncella o la furbetta intraprendente.&lt;br /&gt;Zuzzimma: letteralmente tutto ciò che è lercio, sporco, sozzo ed estensivamente anche ogni cattiva azione perpetrata ai danni dei deboli, degli indifesi; etimologicamente è parola derivata dall’addizione del termine sozzo (dal provenzale sotz) con il suffisso dispregiativo imma.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1618770464802395321?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1618770464802395321/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1618770464802395321' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1618770464802395321'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1618770464802395321'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/le-parole-in-imma.html' title='LE  PAROLE IN IMMA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-7509030799583310657</id><published>2012-01-28T02:10:00.001-08:00</published><updated>2012-01-28T02:10:53.696-08:00</updated><title type='text'>LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER "ENNE".</title><content type='html'>LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER ENNE.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi fu chiesto da un caro amico, di cui per le solite questioni di riservatezza indico qui le sole iniziali R.R., mi fu chiesto come comportarsi mettendo per iscritto parole napoletane principianti con la consonante nasale enne.&lt;br /&gt;Gli risposi testualmente  e qui ribadisco che si tratta d’una cosa abbastanza semplice; scrissi cosí: &lt;br /&gt;Quanto al fatto delle parole che iniziano per enne (ad es. ‘nfunno, ‘ncaso, nchiummato ‘nterra etc.)  è una cosa semplice:&lt;br /&gt;si scrivono ‘nfunno, ‘ncaso,  ‘nterra  cioè con la enne aferizzata tutte le parole che in origine erano&lt;br /&gt;in+ funno, in+ caso,in+ terra ; cioè tutte le parole che ànno in posizione protetica il residuo della preposizione  in aferizzata→’n  la caduta la i  viene indicata dal segno (‘) d’aferesi e la enne residua è diventata proclitica della parola che segue: in+ funno→’nfunno, in+ caso→’ncaso,in+ terra→’nterra; mentre invece  si scrivono senza alcuna aferesi tutte quelle parole (come nell’es. nchiummato ) in cui  la enne iniziale (come anche nel caso di nce/nc’è ) non è un residuo di in, ma è una consonante eufonica détta protesi o prostesi eufonica, e chi scrive o scrivesse ‘nchiummato o ‘nce/’nc’è è o sarebbe certamente   un asino calzato e vestito, (fosse anche un famoso o famosissimo sedicente scrittore napoletano o addirittura compilatore di calepini) e non merita o meriterebbe  d’essere preso in considerazione sia pure per bollarlo di asinaggine e d’ignoranza!&lt;br /&gt;Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-7509030799583310657?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/7509030799583310657/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=7509030799583310657' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7509030799583310657'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7509030799583310657'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/le-parole-del-napoletano-che-iniziano_28.html' title='LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER &quot;ENNE&quot;.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-4735865946185784781</id><published>2012-01-28T02:09:00.000-08:00</published><updated>2012-01-28T02:10:02.932-08:00</updated><title type='text'>ENCÍA – ENCÍARÍA – INGIARÍA (Angiaría)</title><content type='html'>ENCÍA – ENCÍARÍA – INGIARÍA (Angiaría)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I vocaboli in epigrafe fanno parte di quel gruppo di parole  desuete che è  ormai quasi impossibile cogliere  sulle labbra anche dei napoletani piú anziani ed a stento si ritrovano nei versi di qualche poeta d’antan  e bisogna far ricorso ad un qualche calepino per intenderne il significato, se non lo si riesce a cogliere dal contesto.&lt;br /&gt;Cominciamo con lo stabilire che i primi tre vocaboli in epigrafe, (il quarto, messo tra parentesi, è solo una corruzione dei primi ed è usata dal popolino o dai meno versati nell’ idioma napoletano)  come che derivanti da un’unica radice son quasi dei sinonimi nel significato di: in primis rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio; per vero tali significati si attagliano precisamente alla parola encía, mentre encíaría ed ingiaría nonché la corrotta angiaría  tutte forgiate su éncia significano piú acconciamente: ingordigia,stizza,soperchieria  e solo estensivamente vessazione derivante da odio .&lt;br /&gt;Ciò detto rammenterò che talvolta mi è occorso di udire, da vecchi napoletani – come ò detto -  angiaria patente corruzione dei termini in epigrafe e non corruzione del toscano angheria che à altro significato ed altra  etimologia.&lt;br /&gt;Sgombrato così il campo e precisato che il toscano angheria à un etimo latino (aggaría  dal greco aggaros) e significa costrizione, dirò  che la parola encía  deriva dall’antico francese haenge (odio) e sulla medesima parola addizionate del suff. di pertinenza aría  sono forgiate encíaría, ingiaría nonché la corrotta angiaría.&lt;br /&gt;Purtroppo queste parole sono scomparse a mano a mano per esser sostituite dalle significate parole toscane pronunciate naturaliter  in modo sciatto e raffazzonato, per farle apparire dialettali, determinando invece non un arricchimento dell’idioma locale, ma un suo malinconico, colpevole, stupido  depauperamento.&lt;br /&gt;          Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-4735865946185784781?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/4735865946185784781/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=4735865946185784781' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4735865946185784781'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4735865946185784781'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/encia-enciaria-ingiaria-angiaria.html' title='ENCÍA – ENCÍARÍA – INGIARÍA (Angiaría)'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-2044771746305788025</id><published>2012-01-28T02:00:00.000-08:00</published><updated>2012-01-28T02:09:10.889-08:00</updated><title type='text'>RABBIA E DINTORNI</title><content type='html'>RABBIA E DINTORNI.&lt;br /&gt;Anche questa volta faccio sèguito ad  una richiesta  fattami dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi della voce  italiana in epigrafe, di  eventuali sinonimi suoi, per dire poi  delle corrispondenti voci del napoletano che ad un dipresso li rendono.&lt;br /&gt;Cominciamo perciò con&lt;br /&gt;rabbia  s.vo f.le &lt;br /&gt;1 (in primis) grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; si manifesta con spasmi laringo-faringei a contatto con l'acqua (idrofobia), stato di agitazione, paralisi dei muscoli della respirazione e della deglutizione &lt;br /&gt;2 (per traslato, come nel caso che ci occupa) violenta irritazione, provocata da gravi contrarietà e spesso esacerbata da un senso d'impotenza; ira, collera: essere divorato dalla rabbia; parole piene di rabbia; essere in preda alla rabbia; rispondere, reagire con rabbia | prov. : chi tutto vuole, di rabbia muore. &lt;br /&gt;3 dispetto, disappunto, stizza: sono atteggiamenti che fanno rabbia; mi fa una rabbia!&lt;br /&gt;etimologicamente voce  dal lat. tardo rabia(m), per il class. rabie(m).&lt;br /&gt;Limitati i sinonimi; quelle del punto 1 sono:&lt;br /&gt;idrofobia s.vo f.le &lt;br /&gt;1. (di per sé) il sintomo della rabbia, consistente nella ripugnanza per l'acqua ed i liquidi in genere; &lt;br /&gt;2. (per estensione come nel caso che ci occupa), la rabbia stessa; &lt;br /&gt;3. In chimica, proprietà di sostanze o sistemi che presentano una spiccata repellenza per l’acqua, sinon. di idrorepellenza; &lt;br /&gt;etimologicamente voce  dal  lat. hydrophobĭa, gr. ὑδροϕοβία, comp. di ὑδρο- «idro-» e -ϕοβία «-fobia»= paura dell’acqua;&lt;br /&gt;lissa s.vo f.le &lt;br /&gt;1. In medicina, termine raro per rabbia (cfr. antea sub 1 di rabbia); &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. In patologia veterinaria, formazione bollosa semitrasparente, che poi si trasforma in una grossa pustola, situata sulla faccia inferiore della lingua del cane, dovuta a erosioni accidentali o a formazioni cistiche ghiandolari.&lt;br /&gt;Non è usato nel significato traslato  di cui sub 2 di rabbia; etimologicamente voce  dal  greco  λύσσα, con tutti e due i significati;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; gli altri sinonimi della voce italiana rabbia  son tutti riconducibili ai punti 2 e 3 e sono: &lt;br /&gt;collera s.vo f.le 1 sentimento di sdegno, spesso improvviso, che si manifesta con parole o atti violenti; ira, furore: andare, montare in collera; essere in collera con qualcuno &lt;br /&gt;2 (figurato) manifestazione violenta di elementi naturali: la collera del vento, del mare; etimologicamente voce  dal lat. cholera(m);  &lt;br /&gt;furore s.vo m.le &lt;br /&gt;1 agitazione violenta provocata per lo più dall'ira, dalla rabbia: essere in preda al furore; furore cieco | a furor di popolo, per unanime, entusiastica volontà del popolo &lt;br /&gt;2 violenza, impeto: il furore della mischia, dell'uragano; furore giovanile, ardore giovanile &lt;br /&gt;3 stato di eccitazione delle facoltà spirituali: furore profetico, mistico, bacchico | esaltazione dell'artista nel momento dell'ispirazione; estro: furore creativo, poetico &lt;br /&gt;4 desiderio intenso e smodato; brama:  cfr. “Ma ove dorme il furor d'inclite gesta” (FOSCOLO Sepolcri 137) &lt;br /&gt;5 nella loc. far furore, riscuotere enorme successo: un libro, un film che à fatto furore;  &lt;br /&gt;voce dal lat. furore(m), deriv. di furere 'infuriare';&lt;br /&gt;indignazione s.vo f.le stato dell'animo indignato, di chi è  preso da sdegno, da vivo risentimento; &lt;br /&gt;voce dal lat. indignatione(m), deriv. di indignari 'sdegnarsi'&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sdegno s.vo m.le &lt;br /&gt;1(in primis)  vivo risentimento e irritazione verso qualcosa che offende il senso morale: sentire, provare, nutrire sdegno; un atto, un gesto di sdegno; muovere a sdegno, sdegnare &lt;br /&gt;2 (per ampliamento semantico) disprezzo,disistima, disdegno, biasimo, dispregio | avere a sdegno, disprezzare: avere a sdegno gli onori. &lt;br /&gt;voce deverbale del lat. volg. *disdignare,inteso (di)sdignare dal lat. class. dedignari, comp. di dí 'de-' e dignari 'stimare degno.&lt;br /&gt;E fino a qui le voci dell’italiano;  passiamo  al napoletano dove abbiamo in primis  un generico &lt;br /&gt;arraggia s.vo f.le  che ripete, quale deverbale di arraggiarse (che è  da un lat. ad + rabia-m→arrabja-m con esito bj→ggja→ggia  come habeo→habjo→aggio) che ripete   ad un dipresso il s.vo rabbia dell’italiano nelle accezioni sub 2 e 3; accanto a queso lemma troviamo numerosi sinonimi ognuno di ben preciso, acconcio e circoscritto significato; abbiamo:&lt;br /&gt;arraggimma s.vo f.le che è precisamente  ed acconciamente la rabbia quale  grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; etimologicamente la voce è ricavata dalla precedente addizionata del suffisso imma;   tale suffisso per sostantivi (immo/a)  è di valore collettivizzante, ma  spesso di chiaro sapore dispregiativo, ed è suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo/imma.&lt;br /&gt;cardacía s.vo f.le – voce desueta&lt;br /&gt;1(in primis)  astio, rancore ed irritazione verso qualcuno o (meno spesso)  verso qualcosa che abbia procurato  tristezza, afflizione, dispiacere, dolore, mestizia nel soggetto che nutra il sentimento in esame; 2 (per ampliamento semantico)  ansia, affanno, noia, ambascia; &lt;br /&gt; voce etimologicamente da un greco kardialgía→ kard(i)a(l)gía→ kardagía→cardacía;&lt;br /&gt;currívo s.vo m.le voce antica, ma viva e vegeta che à fatto scorrere torrenti di inchiostro a gli addetti ai lavori accapigliatisi dapprima per stabilire l’esatto significato del termine ed ancóra di piú  nel tentativo vano di raggiungere un accordo sull’etimo della voce.Ne do prima l’esatto significato precisando súbito che la voce in esame (che è un s.vo) nulla à a che spartire – se non un’assonanza con l’agg.vo italiano corrivo che (quale deverbale di correre) vale 1che è portato ad agire, a parlare, a giudicare senza riflettere, con troppa faciloneria &lt;br /&gt;2 eccessivamente condiscendente, tollerante &lt;br /&gt;3 che corre o scorre; corrente. &lt;br /&gt;Tutt’altro il significato del s.vo currivo  che è 1 dispetto, il corruccio, il puntiglio &lt;br /&gt;2 quel  sentimento di fastidio  di chi prova rodimento d’animo,rabbia dovuta a  travaglio, tormento, inquietudine, logorio mentale e/o di spirito;&lt;br /&gt;3  irritazione, risentimento, disappunto per non aver ottenuto quanto giustamente e ragionevolmente ci si attendeva come proprio diritto;&lt;br /&gt;sull’etimologia di questa voce c’è grande disparità di vedute: l’amico  prof. Carlo Iandolo, pensando al rodimento – di cui antea sub 2 ipotizza un lat. conrosivu-m→cunr(us)ivu-m→currivo  con normale assimilazione regressiva nr→rr; il prof. F.scoD’Ascoli ed i suoi collaboratori si inventarono, senza chiarirne la semantica,un fantasioso lat. reg.   *cum-rivus dove rivus valeva reus;&lt;br /&gt;l’amico avv.to Renato de Falco non opera scelte pur se  indica qualche possibile  soluzione optando   tra i lat. corrivalis= emulo, concorrente oppure cum+rabies. Mi spiace per gli amici Iandolo e de Falco, ma non trovo convincente neppure le loro proposte, come non mi va di assecondare le fantasie del prof. F.scoD’Ascoli e dei suoi collaboratori. Trovo invece che ci si possa lasciar convincere  dall’idea  di chi (S. Giarrizzo ed altri) legge in currivo  un lat. corrivium = confluire delle acque nello stesso luogo; sulla medesima linea dello sviluppo semantico di rivales = abitanti delle rive e spesso rivali come fruitori delle medesime acque, la parola corrivium→currivo à finito per indicare liti e dispetti che intercorrono tra quei rivales. In mancanza di meglio, mi contento.&lt;br /&gt;mbizza/mpizza s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l’occlusiva bilabiale sonora (B) ed alibi con l’occlusiva bilabiale sorda (P) nei significati di  &lt;br /&gt;1breve, fugace  stizza, irritazione, arrabbiatura, disappunto, nervosismo passeggeri &lt;br /&gt;2 capriccio puntiglioso. &lt;br /&gt;Etimologicamente molti lessici  registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. ipotizza (ma a mio avviso poco convincentemente)una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’ira che son propri della voce in esame; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza (voce di partenza della napoletana mbizza/mpizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio alla collera, ira o anche solo ad una breve stizza! Da notare nella voce mbizza/mpizza la nasale bilabiale  (M) messa in posizione protetica quale supporto eufonico e come tale non necessita di alcun segno diacritico in quanto non è un residuo di in→(i)n→’n (che anteposto alle consonanti occlusivi bilabiali diventa ‘m), ma, come ò détto  è una consonante eufonica cioè una protesi o prostesi eufonica per la quale non occorre alcun segno diacritico, per cui sbaglia qualche impreparato addetto ai lavori che usa scrivere le voce a margine ‘mbizza/’mpizza e non mbizza/mpizza come è corretto scrivere!&lt;br /&gt;scigna s.vo f.le voce antica, ma ancóra in uso di vario significato: 1 (in primis) scimmia, &lt;br /&gt;2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna &lt;br /&gt;3 (per traslato, come nel caso che ci occupa) arrabbiatura,  irritazione,ma anche caparbietà,cocciutaggine, pervicacia;&lt;br /&gt;4 (region.) ubriacatura, sbornia; &lt;br /&gt;semanticamente il significato sub 3 si ricollega a quello sub 1 per il tramite di quello sub 4 atteso che chi si arrabbia,  si adonta, si incollera ma anche si  intestardirsce comportandosi  caparbiamente ed irrazionalmente lo fa forse  come  chi è  in preda  all' ubbriacatura e si dimena a mo’ di scimmia; etimologicamente la voce in esame è dal  latino simia &lt;br /&gt;deriv. di simus 'che à il naso camuso, schiacciato', dal gr. simós; simia nel linguaggio popolare, oltre ad indicare l’animale   indicava sia l'ubbriachezza che la collera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;stizza s.vo f.le ira improvvisa, ma  passeggera, provocata per lo piú da impazienza o contrarietà; rabbia fugace; etimologicamente voce derivata al f.le  di stizzo, forma ant. di tizzo (dal nom. lat. titio = tizzone, facile a prender fuoco).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;zíria/zzírria  s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con  l'affricata alveolare sorda (Z) e con la liquida vibrante (R)scempie ed alibi con ambedue geminate.la voce di partenza è esattamente la prima che di suo è una semplificazione di una pregressa ‘nzíria. Questi i significati della voce a margine:  1(in primis)capriccio,  bizza,  testarda impuntatura;&lt;br /&gt;2 anche  reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, il tutto  quasi esclusivamente da parte di bambini/e e talora di donne fatte, ma mai veramente cresciute; &lt;br /&gt;3 estensivamente  prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘‘nzíria  ‘e suonno… (lascialo stare,non curartene, non preoccuparti:  è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).&lt;br /&gt;Ripeto  che successivamente la forma ‘‘nzíria  fu semplificata  anche, con medesimo significato in zíria, zírria .&lt;br /&gt;Per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nzíria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un        in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira da quelle di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo, peraltro informato Alfabeto napolitano vol. 1° e cioè che la parola ‘nzíria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio, stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘‘nzíria  e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘‘nzíria , non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidia(s); a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente  l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘‘nzíria/zíria/zírria.&lt;br /&gt;Prima di mettere il punto fermo a queste paginette rammento che esistettero un tempo ed ora sono abbondantemente desuete altre voci che significarono rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio&lt;br /&gt;esse sono encía, encíaría ed ingiaría nonché una corrotta angiaría ma di esse trattai alibi e lí rimando.  &lt;br /&gt;Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-2044771746305788025?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/2044771746305788025/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=2044771746305788025' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2044771746305788025'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2044771746305788025'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/rabbia-e-dintorni.html' title='RABBIA E DINTORNI'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-4246778504302550172</id><published>2012-01-27T00:24:00.000-08:00</published><updated>2012-01-27T00:25:52.133-08:00</updated><title type='text'>DON CICCILLE ‘NCRUVATTATE SAFRUNATE</title><content type='html'>DON CICCILLE ‘NCRUVATTATE SAFRUNATE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca serve pe sseje perzone&lt;br /&gt;600 gramme ‘e don ciccille ‘ncruvattate,&lt;br /&gt;300 gramme ‘e ricotta rumana,&lt;br /&gt;150 gramme ‘e pancetta affemmecata a varriglie  (cm. 5 pe 2 pe 1),&lt;br /&gt;2 bustine ‘e safrone,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’uoglio dunciglio,&lt;br /&gt;‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina fina,&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata&lt;br /&gt;sale fino e ppepe niro mmacenato a ffrisco q.n.s.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dinto a ‘na prupurziunata tiella a sponne aute ricà ll’uoglio  e a ffuoco allero fà piglià culore ô ttrigliato ‘e cepolla; agnadirve ‘e varriglie ‘e pancetta affummecata e farle suassà pe cinche minute. Àrvere teniente teniente ‘e don ciccille ‘ncruvattate dinto a ‘na caurara cu abbunnante acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio) e, ‘na vota sculate, revacarle dint’â tiella ammiscannole a mmestiere pe farle ‘nzapurí a ffuoco miccio; e ssempe a ffuoco miccio agnadí ‘a ricotta dellajata cu ‘nu cuppeniello d’acqua ‘e cuttura d’ ‘a pasta e cu ‘e ddoje bustine ‘e safrone;ammiscà e ‘mpiattà cumpletanno ‘e piatte cu abbunnante pepe niro mmacenato a ffrisco.Serví caude ‘e fuculare. Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria  e  servute a ttiempo  (temperatura) ‘e stanza pe magnà.&lt;br /&gt;Mangia Napoli, bbona salute! &lt;br /&gt;Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale! &lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-4246778504302550172?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/4246778504302550172/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=4246778504302550172' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4246778504302550172'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4246778504302550172'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/don-ciccille-ncruvattate-safrunate_27.html' title='DON CICCILLE ‘NCRUVATTATE SAFRUNATE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-316729472053526311</id><published>2012-01-27T00:22:00.002-08:00</published><updated>2012-01-27T00:24:01.589-08:00</updated><title type='text'>MEZZANIELLE SFEZZIUSE</title><content type='html'>MEZZANIELLE SFEZZIUSE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca serve pe seje perzone&lt;br /&gt;600 gramme ‘e mezzanielle spezzate a ppiezze ‘e cinche cm., &lt;br /&gt;‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina fina,&lt;br /&gt;150 gramme ‘e prusutto cruro tagliato a varriglie (cm. 5 pe 1 pe 1),&lt;br /&gt;3 mazziette ‘e rucula pirciante lavate asciuttate e ntretate,&lt;br /&gt;100 gramme ‘e caso pecurino rattato finu fino,&lt;br /&gt;100 gramme ‘e ricotta ‘e pecura,&lt;br /&gt;dduje cucchiare ‘e ‘nzogna,&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata,&lt;br /&gt;sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco q.n.s.&lt;br /&gt;pane rattato q.n.s,&lt;br /&gt;‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato asciuttato e ntretato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mettere a arvere dinto a ‘na caurara cu paricchia acqua salata(vrancata ‘e sale duppio) ‘e mmezzanelle e cuntemporaneamente dinto a ‘na prupurziunata tiella fà sciogliere a ffuoco miccio ‘a ‘nzogna;farve suassà ‘a cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina finae appena piglia culore agnadirve ‘e mazziette ‘e rucula pirciante lavate asciuttate e ntretate,’e varriglie ‘e prusutto e ‘a ricotta dellajata cu ‘nu cuppeniello d’acqua d’ ‘a pasta, lassà ‘nzapurí pe cinche minute e agnadí all’urdemo ‘o ccaso pecurino, ‘nu suspiro ‘e sale fino e paricchiu ppepe janco mmacenato a ffrisco; lassà ‘nzapurí pe  n’ati cinche minute; a chistu punto sculà ‘e mmezzanielle vierde vierde e revacarle dint’â tiella. ammiscà, derrammarve(spargervi) ‘ncoppa ‘o ppane rattato e fà ‘nzapurí pe ‘nu paro ‘e minute .Fora d’ ‘o ffuoco derrammarve(spargervi) ‘ncoppa ‘o pprutusino ntretato, purziunà e serví caudecaude  ‘sti sfezziuse mezzanielle. Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-316729472053526311?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/316729472053526311/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=316729472053526311' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/316729472053526311'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/316729472053526311'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/mezzanielle-sfezziuse.html' title='MEZZANIELLE SFEZZIUSE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5529830210258789494</id><published>2012-01-27T00:22:00.001-08:00</published><updated>2012-01-27T00:22:48.676-08:00</updated><title type='text'>MACCARUNCIELLE ‘NGALERA</title><content type='html'>MACCARUNCIELLE ‘NGALERA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca serve pe seje perzone&lt;br /&gt;p’ ‘a pasta&lt;br /&gt;300 gramme ‘e farina janca,&lt;br /&gt;150 gramme ‘e ‘nzogna,&lt;br /&gt;ddoje ove,&lt;br /&gt;tre cucchiare ‘e marzaletta,&lt;br /&gt; cannella e ssale fino q.n.s.&lt;br /&gt;p’ ‘a ‘mbuttunatura&lt;br /&gt;600 gramme ‘e maccaruncielle,&lt;br /&gt;100 gramme ‘e casecavallo doce  tagliato a ffarinule piccerelle&lt;br /&gt;50 gramme ‘e pecurino rattato finu fino,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere ‘e latte retunno,&lt;br /&gt;150 gramme ‘e ricotta ‘e pecura passata a ssetaccio,&lt;br /&gt;150 gramme ‘e prusutto cruro tagliato a farinule piccerelle&lt;br /&gt;24 sciure ‘e cucuzzielle,&lt;br /&gt;100 gramme ‘e pesielle piccerille frische o surgelate ammunnate e scuttate pe pochi minute dinto a ll’acqua salata,&lt;br /&gt;½ bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;‘nu spiculo d’aglio ammunnato ‘e ntretato,&lt;br /&gt;tre ova,&lt;br /&gt;50 gramme ‘e ‘nzogna,&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata,&lt;br /&gt;pepe niro mmacenato a ffrisco q.n.p.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mettere ‘a farina a ffuntana  ‘ncopp’a ll’asciuarro e rromperve a ccentro ddoje ove; agnadí ‘e 150 gramme  ‘e ‘nzogna, ‘a marzaletta,’a cannella e ‘o ssale fino;cu ‘a ponta d’ ‘e ddete ‘mpastà tutto e faticà tutt’ ‘e ‘ngrediente nfi’ a uttené ‘nu ‘mpasto cumpatto. Farne ‘na palla, arravugliarla dinto a ‘nu panno  e farla arrepusà pe trenta minute a ‘nu pizzo frisco. Àrvere ‘e maccaruncielle dinto a parecchia acqua salata (vrancata ‘e sale gruosso) scularle teniente teniente e revacarle dinto a ‘na zuppiera cauda. Agnadirve ‘a ‘nzogna, ‘o  ccasocavallo,’o ppecurino, ‘e pesielle scuttate, ‘e ffarinule ‘e prusutto,’o llatte caudo, ddoje ova sbattute,’a ricotta e ‘o ppepe macenato a ffrisco; tuiglià a mmestiere pe quacche mminute;fraditanto dinto ‘a ‘na cazzarulella cu ll’uoglio e ‘o ttrigliato d’aglio fà marchittà ‘e sciure ‘e cucuzzielle; salà e ppepà. Stennere cu ‘o laganaturo  ‘o ‘mpasto ‘ncopp’a ll’asciuarro e cu ‘na mmità ‘e ‘sta pettula    fuderà ‘na  prupurziunata cummedità verniciata ‘e ‘nzogna, facenne ascí ‘nu poco‘e pettula ‘a fora d’ ‘e bbabbuorde d’ ‘a cummedità. Régnere cu ‘e maccaruncielle  cunnite e cu ‘e sciure ‘e cucuzzielle ‘a cummedità fuderata facennone ‘nu paro ‘e cusce; cummiglià ‘o timballo cu ‘o ‘mpasto rummaso stennuto cu ‘o laganaturo e spennellarlo cu n’uovo sbattuto; metterle dint’ô tiesto caudo a 220° e lassà cocere pe quaranta minute; Lassà arrepusà pe cinche minute, cacciarlo dô tiesto e servirlo tagliato a ffelle. &lt;br /&gt;Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;raffaele bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5529830210258789494?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5529830210258789494/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5529830210258789494' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5529830210258789494'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5529830210258789494'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/maccaruncielle-ngalera_27.html' title='MACCARUNCIELLE ‘NGALERA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-7604030504363831345</id><published>2012-01-27T00:20:00.002-08:00</published><updated>2012-01-27T00:21:52.890-08:00</updated><title type='text'>RICCE ‘E FURETANA â SURRENTINA</title><content type='html'>RICCE ‘E FURETANA â SURRENTINA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca serve pe sseje perzone&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;600 gramme ‘e ricce ‘e furetana,&lt;br /&gt; miezu kilò ‘e mulignane viulette napulitane,&lt;br /&gt;400 gramme ‘e passata ‘e pummarola,&lt;br /&gt;‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro  ammunnata e ntretata,&lt;br /&gt;‘nu  puparunciello  pirciante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo,&lt;br /&gt;400 gramme ‘e muzzarella tagliata a ffarinule piccerelle,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sale duppio ‘ddoje  vrancate,&lt;br /&gt;sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco q.n.s.&lt;br /&gt;100 gramme ‘e pecurino rattato finu fino, &lt;br /&gt;‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e  ntretato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Lavà e asciuttà ‘e mulignane levanno ‘e streppune e ‘e ddoje ponte; tagliarle a felle doppie  dduje centimetre e sestimarle a ccuscie (derrammate ognuno ‘e sale duppio) dinto a ‘nu scolapasta pe ‘na mez’ora.&lt;br /&gt;Scularle, sciacquarle sotto a ‘nu strèpeto d’acqua fredda, spremmerle a tagliarle a ffarinule ‘e tre centimetre pe dduje  pe ttre. Sciacquarle ancòra.&lt;br /&gt;Dinto a ‘na prupurziunata tiella ricà ll’uoglio cu ‘o ttrigliato ‘e cepolla e tenerlo a ffuoco miccio nfi’ a cche nun à  pigliato  culore; agnadí ‘e ffarinule ‘e mulignane,   aizà ‘o ffuoco e fà cocere pe ddiece minute; auní ‘a passata ‘e pummarole, ‘o puparunciello  pirciante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (incisi) p’ ‘o lluongo,e fà cocere pe n’ati ddiece   minuti, ma avascianno ‘o  ffuoco  e ammiscanno spisso;  agghiustà ‘e sale fino e mantené ‘ncaudo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Àrvere teniente teniente ‘e ricce ‘e furetane dinto a otto litre ‘e acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio), scularle e revacarle  dint’ â tiella cu ‘o zzuco caudo. Tenerle a ffuoco allero pe ‘nu paro ‘e minute e a ll’urdemo,  fora dô ffuoco, derrammàrle cu ‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e  ntretato. Ammiscà, ‘mpiattà derrammà cu ‘o ccaso e ‘o ppepe mmacenato a ffrisco  e serví caude ‘e fuculare ‘sti sabruse ricce ‘e furetane â surrentina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e aggarbbatéve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-7604030504363831345?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/7604030504363831345/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=7604030504363831345' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7604030504363831345'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7604030504363831345'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/ricce-e-furetana-surrentina.html' title='RICCE ‘E FURETANA â SURRENTINA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-3583690930791214355</id><published>2012-01-27T00:20:00.001-08:00</published><updated>2012-01-27T00:20:24.658-08:00</updated><title type='text'>RICCE ‘E FURETANE CU FRIJARIELLE E RICOTTA</title><content type='html'>RICCE ‘E FURETANE CU FRIJARIELLE E RICOTTA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca ce vo’ pe sseje perzone&lt;br /&gt;600 gramme ‘e ricce ‘e furetane&lt;br /&gt;700 gramme(piso lisso =peso netto) ‘e frijarielle  ammunnate e lavate,&lt;br /&gt;300 gramme ‘e ricotta ‘e pecura,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina fina, &lt;br /&gt;sale duppio ‘na   vrancata,&lt;br /&gt;pepe janco mmacenato a ffrisco q.n.s..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ammunnà e llavà ‘e frijarielle e metterle a arvere dinto a ‘na caurara cu otto litre d’acqua salata (vrancata ‘e sale duppio).Scularle ‘nu poco teniente e mantenerle ‘ncaudo. Dint’â stessa acqua arvere teniente teniente ‘e ricce ‘e furetane. Fraditanto ricà dinto a ‘na prupurziunata tiella ll’uoglio e a ffuoco miccio fà piglià culore â cepolla ntretata, nfunnennola cu ‘nu poco d’acqua ‘e cuttura d’ ‘a pasta. Doppo ‘na dicina ‘e  minute ‘e  cuttura, agnadí ‘a ricottaaggiungete la ricotta e farla accumplià tuïglianno dellicatamente.Regulà ‘e sale fino. A chistu punto sculà ‘a pasta e revacarla dint’â tiella ‘nzieme ê frijarielle tenute  &lt;br /&gt;‘ncaudo;   tuïglià ancòra  pe tre minute a fuoco miccio; ‘mpiattà e  derrammà ‘e purzione cu abbunnante  pepe janco mmacenato a ffrisco e serví caude ‘e fuculare chesta pasta  sabrosa! &lt;br /&gt;Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-3583690930791214355?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/3583690930791214355/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=3583690930791214355' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3583690930791214355'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3583690930791214355'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/ricce-e-furetane-cu-frijarielle-e.html' title='RICCE ‘E FURETANE CU FRIJARIELLE E RICOTTA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-2202697902640316240</id><published>2012-01-26T02:55:00.001-08:00</published><updated>2012-01-26T02:55:46.103-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1587</title><content type='html'>1.È FERNUTA 'A ZEZZENELLA! &lt;br /&gt;Letteralmente: è terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami!&lt;br /&gt;La voce zezzenella è un s.vo f.le collaterale di zezzella s.vo f.le diminutivo di zizza= mammella (dal lat. titta(m)→zizza. &lt;br /&gt;2.È MMUORTO 'ALIFANTE! &lt;br /&gt;Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di comando e/o sussieguo , si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie... &lt;br /&gt;3.CHI SE FA PUNTONE, 'O CANE 'O PISCIA 'NCUOLLO... &lt;br /&gt;Letteralmente: chi si fa spigolo di muro, il cane gli minge addosso. E'l'icastica e piú viva trasposizione dell'italiano: "Chi si fa pecora, il lupo se la mangia" e la locuzione è usata per sottolineare i troppo arrendevoli comportamenti di coloro che o per codardia o per ingenuità, non riescono a farsi valere &lt;br /&gt;4.TRÒVATE CHIUSO E PIÉRDETE CHIST' ACCUNTO... &lt;br /&gt;Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione ironica che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si sta per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. &lt;br /&gt;5.È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA. &lt;br /&gt;Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa che quella dello sposo. &lt;br /&gt;6.ÒGNE STRUNZO TENE 'O FUMMO SUJO. &lt;br /&gt;Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à modo di farsi notare &lt;br /&gt;7. CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE. &lt;br /&gt;Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o maleintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze. &lt;br /&gt;8.CHIACCHIERE E TABBACCHERE 'E LIGNAMMO, 'O BBANCO NUN NE 'MPEGNA. &lt;br /&gt;Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno non sono prese in pegno dal banco. Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse. &lt;br /&gt;9.FEMMENE E GRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO. &lt;br /&gt;Letteralmente: donne e carboni: spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente deleterii. &lt;br /&gt;10. VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLI E FIERRE 'E CAZETTE. &lt;br /&gt;Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti. &lt;br /&gt;11. JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. &lt;br /&gt;Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è. &lt;br /&gt;12.ESSERE LL'URDEMU LAMPIONE 'E FOREROTTA. &lt;br /&gt;Letteralmente:essere l'ultimo fanale di Fuorigrotta. Id est: Non contare nulla, non servire a niente. La locuzione prese piede verso la fine dell' '800 quando l'illuminazione stradale napoletana era fornita da fanali a gas in numero di 666; l'ultimo lampione (fanale) contraddistinto appunto col numero 666 era situato nel quartiere di Fuorigrotta, zona limitrofa di Napoli, per cui il fanale veniva acceso per ultimo, quando già splendevano le prime luci dell' alba e la di lui utilità veniva ad essere molto limitata. &lt;br /&gt;13.JÍ TRUVANNO A CRISTO DINTO A LA PINA. &lt;br /&gt;Letteralmente: cercare Cristo nella pigna. Id est:impegnarsi in una azione difficoltosa,lunga e faticosa destinata a non aver sempre successo. Anticamente il piccolo ciuffetto a cinque punte che si trova sui pinoli freschi era detto manina di Cristo, andarne alla ricerca comportava un lungo lavorio consistente in primis nell'arrostimento della pigna per poi cavarne gli involucri contenenti i pinoli, procedere alla loro frantumazione e giungere infine all'estrazione dei pinoli contenuti;spesso però i singoli contenitori risultavano vuoti e di conseguenza la fatica sprecata. &lt;br /&gt;14.QUANNO TE MIETTE 'NCOPP' A DDOJE SELLE, PRIMMA O DOPPO VAJE CU 'O CULO 'NTERRA. &lt;br /&gt;Quando ti metti su due selle, prima o poi finisci col sedere in terra. Id est: il doppio gioco alla fine è sempre deleterio &lt;br /&gt;15.'E FATTE D' 'A TIANA 'E SSAPE 'A CUCCHIARA. &lt;br /&gt;Letteralmente:i fatti della pentola li conosce il mestolo. La locuzione sta a significare che solo gli intimi possono essere a conoscenza dell'esatto svolgimento di una faccenda intercorsa tra due o piú persone e solo agli intimi di costoro ci si deve rivolgere se si vogliono notizie certe e circostanziate. La locuzione è anche usata da chi non voglia riferire ad altri notizie di cui sia a conoscenza. &lt;br /&gt;         Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-2202697902640316240?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/2202697902640316240/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=2202697902640316240' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2202697902640316240'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2202697902640316240'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1587.html' title='VARIE 1587'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6209127127752470249</id><published>2012-01-26T02:54:00.001-08:00</published><updated>2012-01-26T02:54:55.818-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1586</title><content type='html'>1 PARE PASCALE PASSAGUAJE. &lt;br /&gt;Letteralmente: sembrare Pasquale passaguai. Cosí sarcasticamente viene appellato chi si va reiteratamente lamentando di innumerevoli guai che gli occorrono, di sciagure che - a suo dire, ma non si sa quanto veridicamente - si abbattono su di lui rendendogli la vita un calvario di cui lamentarsi, compiangendosi, con tutti.Il Pasquale richiamato nella locuzione  fu un tal Pasquale Barilotto lamentoso personaggio di farse pulcinelleche del teatro di A. Petito.  &lt;br /&gt;2 PARÉ 'O PASTORE D''A MERAVIGLIA. &lt;br /&gt;Letteralmente: sembrare un pastore della meraviglia Id est: avere l'aria imbambolata, incerta, statica ed irresoluta quale quella di certuni pastori del presepe napoletano settecentesco raffiguratiin pose stupite ed incantate per il prodigio cui stavano assistendo; tali figurine in terracotta il popolo napoletano suole chiamarle appunto pasture d''a meraviglia, traducendo quasi alla lettera l'evangelista LUCA che scrisse: pastores mirati sunt. &lt;br /&gt;2bis  PARÉ 'O VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUVANNE &lt;br /&gt;Letteralmente: sembrare il bocca-spalancata di San Giovanni. Id est: avere l'aria attonita stupita, allibita, meravigliata,tal quale i mascheroni apotropaici (con occhi spiritati e bocca spalancata) che ornavano una villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza &lt;br /&gt;1490,† Portici (NA) 1548) in contrada  Leucopreta  adiacente il quartiere napoletano  di San Giovanni a Teduccio; l’espressione  viene altresí, sebbene impropriamente,  riferita a tutti coloro che siano pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente (come si evince da ciò che ò già detto) pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli &lt;br /&gt;3 MEGLIO A SAN FRANCISCO CA 'NCOPP'Ô  MUOLO. &lt;br /&gt;Letteralmente: meglio (stare) in san Francesco che sul molo. Id est: di due situazioni ugualmente sfavorevoli conviene scegliere quella che comporti minor danno. Temporibus illis in piazza san Francesco, a Napoli erano ubicate le carceri, mentre sul Molo grande era innalzato il patibolo che poi fu spostato in piazza Mercato; per cui la locuzione significa: meglio carcerato e vivo, che morto impiccato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4 FUTTATENNE! &lt;br /&gt;Letteralmente:Infischiatene, non dar peso, lascia correre, non porvi attenzione. E' il pressante invito a lasciar correre dato a chi si sta adontando o si sta preoccupando eccessivamente per quanto malevolmente si stia dicendo sul suo conto o si stia operando a suo danno. Tale icastico invito fu scritto dai napoletani su parecchi muri cittadini nel 1969 allorché il santo patrono della città, san Gennaro, venne privato dalla Chiesa di Roma della obbligatorietà della "memoria" il 19 settembre con messa propria. I napoletani ritennero la cosa un declassamento del loro santo e allora scrissero sui muri cittadini: SAN GENNA' FUTTATENNE! Volevano lasciare intendere che essi, i napoletani, non si sarebbero dimenticati del santo quali che fossero stati i dettami di Roma. &lt;br /&gt;5 FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA. &lt;br /&gt;Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa. &lt;br /&gt;6 FÀ TRENTA E UNA TRENTUNO. &lt;br /&gt;Quando manchi poco per raggiungere lo scopo prefisso, conviene fare quell'ultimo piccolo sforzo ed agguantare la meta: in fondo da trenta a trentuno non v'è che un piccolissimo lasso. La locuzione rammenta l'operato di papa Leone X che fatti 30 cardinali, in extremis ne creò, per mera liberalità (non essendovene reale necessità) un trentunesimo non previsto in origine. &lt;br /&gt;6 ESSERE CARTA CANUSCIUTA. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere carta nota. Id est: godere di cattiva fama, mostrarsi inaffidabile e facilmente riconoscibile alla medesima stregua di una carta da giuoco opportunamente "segnata" dal baro che se ne serve. &lt;br /&gt;7 ESSERE CCHIÚ FETENTE 'E 'NA RECCHIA 'E CUNFESSORE. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere piú sporco di un orecchio di confessore. L'icastica espressione viene riferita ad ogni persona assolutamente priva di senso morale, capace di ogni nefandezza; tale individuo è parificato ad un orecchio di confessore, non perché i preti vivano con le orecchie sporche, ma perché i confessori devono, per il loro ufficio, prestare l'orecchio ad ogni nefandezza e alla summa dei peccati che vengono quasi depositati nell'orecchio del confessore, orecchio che ne rimane metaforicamente insozzato. &lt;br /&gt;8 'O RIALO CA FACETTE BERTA Â NEPOTA: ARAPETTE 'A CASCIA E LE DETTE 'NA NOCE. &lt;br /&gt;Letteralmente : il regalo che fece Berta alla nipote: aprí la cassa e le regalò una noce. La locuzione è usata per sottolineare l'inconsistenza di un dono, specialmente quando il donatore lascerebbe intendere di essere intenzionato a fare grosse elargizioni che, all'atto pratico, risultano invece essere parva res. &lt;br /&gt;9 'E PPAZZIE D''E CANE FERNESCENO A CCAZZE 'NCULO. &lt;br /&gt;Letteralmente: i giochi dei cani finiscono con pratiche sodomitiche. Id est: i giuochi di cattivo gusto finiscono inevitabilmente per degenerare, per cui sarebbe opportuno non porvi mano per nulla. La icastica locuzione prende l'avvio dalla osservazione della realtà allorché in una torma di cani randagi si comincia per gioco a rincorrersi e a latrarsi contro l'un l'altro e si finisce per montarsi vicendevolmente; la postura delle bestie fa pensare sia pure erroneamente a pratiche sodomitiche&lt;br /&gt;10.TRE CCALLE E MMESCÀMMECE. &lt;br /&gt;Letteralmente: tre calli(cioè mezzo tornese) e mescoliamoci. Cosí, sarcasticamente, è definito a Napoli colui che, senza verun sacrificio di mezzi o di azioni,  si intromette nelle faccende altrui,volendo sempre, da saccente e supponente,  dire la sua. Il tre calle era una moneta di piccolissimo valore; su una delle due facce v'era raffigurato un cavallo da cui per contrazione prese il nome di callo. La locuzione significa: con poca spesa si interessa delle faccende altrui. &lt;br /&gt;11.CHI SE FA MASTO, CADE DINT'Ô  MASTRILLO. &lt;br /&gt;Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per fare la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare. Il mastrillo, dal lat. mustricula, è la piccola trappola per topi.&lt;br /&gt;12.TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MARIA! &lt;br /&gt;Letteralmente: Tutto a Gesú e niente a Maria! Ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú ed a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni, distribuzione  di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente.  Le parole in epigrafe ripetono quelle pronunciate da  un anziano pievano che redarguí il proprio sacrestano che, delegato ad addobbare gli altari laterali della pieve, aveva riservato gli addobbi al solo altare del Cuore di Gesú, lesinando sugli addobbi all’altare della Vergine.&lt;br /&gt;13.CHI GUVERNA 'A RROBBA 'E LL'ATE NUN SE COCCA SENZA CENA &lt;br /&gt;Letteralmente: chi amministra i beni altrui, non va a letto digiuno. Disincantata osservazione della realtà che piú che legittimare comportamenti che viceversa integrano ipotesi di reato, denuncia l'impossibilità di porvi riparo: gli amministratori di beni altrui sono incorreggibili ladri! Perché meravigliarsi se gli amministratori della cosa pubblica son usi a rimpiunguire i propri conti correnti? È un fatto ineluttabile a cui bisogna abituarsi!&lt;br /&gt;14.PARÉ LL'OMMO 'NCOPP'Â SALERA &lt;br /&gt;Letteralmente: sembrare l'uomo sulla saliera. Id est: sembrare, meglio essere un uomo piccolo e goffo, un omuncolo simile a quel Tom Pouce,pagliaccio inglese, venuto a Napoli sul finire del 1860,ad esibirsi in un circo equestre; fu uomo molto piccolo e ridicolo  e per questo fu preso a modello dagli artigiani napoletani che lo raffigurarono a tutto tondo come maniglia del coperchio delle stoviglie in terracotta di uso quotidiano. Per traslato, l'espressione viene riferita con tono di scherno verso tutti quegli omettini che si danno le arie di esseri prestanti fisicamente e moralmente, laddove sono invece l'esatto opposto. &lt;br /&gt;15.FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP' ARRUBBATO CE METTETERO 'E PPORTE 'E FIERRO. &lt;br /&gt;Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti sacrileghi a danno della antica chiesa partenopea. &lt;br /&gt;16.ESSERE 'A TINA 'E MIEZO. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere il tino di mezzo. Id est: essere la massima somma di quanto piú sporco, piú laido, piú lercio possa esistere. Offesa gravissima che si rivolge a persona ritenuta cosí massimamente sporca, laida e lercia da essere paragonata al grosso tino di legno posto al centro del carro per la raccolta dei liquami da usare come fertilizzanti, nel quale tino venivano versati i liquami raccolti con due tini piú piccoli posti ai lati del tino di mezzo dove veniva riposto il letame raccolto.&lt;br /&gt;Rammento che con il vocabolo tina (dal t. lat tina(m)←tinu(m))  si è creato il femminile di tino per indicare un oggetto piú grande del corrispondente maschile In napoletano infatti un oggetto che sia o sia inteso di volume o ampiezza piú grande e/o grosso di un corrispettivo oggetto maschile,  viene inteso femminile (cfr. cucchiaro piú piccolo e cucchiara piú grande, carretto piú piccolo e carretta piú grande, tammurro piú piccolo e tammorra piú grande,tino piú piccolo e tina piú grande etc.; uniche eccezioni caccavella piú piccola, ma femminile e caccavo  piú grande, ma maschile  e tiana piú piccola, ma femminile e tiano  piú grande, ma maschile).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;17.'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA. &lt;br /&gt;Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda di cipolla. È il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla.&lt;br /&gt; 18.NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. &lt;br /&gt;Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à né l'autorità, né la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla. &lt;br /&gt;19.TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE; TANTA GLIUOMMERE 'A DO' 'E CCACCE? &lt;br /&gt;Letteralmente: Tu non cuci, non fili e non tessi, tanti gomitoli da dove li tiri fuori? Tale domanda sarcastica la si rivolge a colui che fa mostra di una inesplicabile, improvvisa ricchezza; ed in effetti posto che colui cui viene rivolta la domanda non è impegnato in un lavoro che possa produrre ricchezza, si comprende che la domanda è del tipo retorico sottintendendo che probabilmente la ricchezza mostrata è frutto di mali affari. È da ricordare anche che il termine gliuommero (dal lat. glomeru(m)(gomitolo))indicava, temporibus illis, anche una grossa somma di danaro corrispondente a circa 100 ducati d'argento. &lt;br /&gt;20.MENARSE DINT' Ê VRACHE... &lt;br /&gt;Letteralmente: buttarsi nelle imbracature. Id est: rallentare il proprio ritmo lavorativo, lasciarsi prendere dalla pigrizia, procedere a rilento. L'icastica espressione che suole riferirsi al lento agire soprattutto dei giovani, prende l'avvio dall'osservazione del modo di procedere di cavalli che quando sono stanchi, sogliono appoggiarsi con le natiche sui finimenti posteriori detti vrache (b. lat. *braca(m)(imbracature)) proprio perché imbracano la bestia. &lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6209127127752470249?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6209127127752470249/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6209127127752470249' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6209127127752470249'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6209127127752470249'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1586.html' title='VARIE 1586'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-3466871948978412082</id><published>2012-01-26T02:53:00.000-08:00</published><updated>2012-01-26T02:54:16.985-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1585</title><content type='html'>1.FA’ COMME T’ È FFATTO, CA NUN È PECCATO.&lt;br /&gt;Ad litteram: Rendi ciò che ti è fatto, ché non è peccato Id est: render pan per focaccia non è peccato, per cui si è autorizzati anche a vendicarsi dei torti subìti, usando i medesimi sistemi; locuzione che, stranamente per la morale popolare napoletana, adusa ad attenersi, quasi sempre, ai dettami evangelici si pone agli antipodi dell’evangelico: porgi l’altra guancia, ma in linea con l’antico principio romano: vim, vi repellere licet (è giusto respingere la forza con la forza). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;2.‘E SCIABBULE STANNO APPESE E ‘E FODERE CUMBATTONO.&lt;br /&gt;Ad litteram: le sciabole stanno inoperosamente al chiodo ed i foderi combattono Id est: chi dovrebbe combattere o - fuor di metafora - operare fattivamente, nicchia e si defila, lasciando che altri prendano il suo posto; locuzione usata nei confronti di tutti coloro che per inettitudine o negligenza non compiono il proprio dovere, delegandolo pretestuosamente ad altri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;3.FOSSE ANGIULO ‘A VOCCA TOJA!&lt;br /&gt;Ad litteram: sia (di) angelo la tua bocca Locuzione che viene usata con un sostrato scaramantico ottativo, quando - fatti segno di un augurio - ci si augura altresí che quanto profferito si realizzi certamente e a breve tenendo la bocca di colui che ci à fatto l’augurio come bocca di veritiero messaggero ( ciò etimologicamente significa il termine angiolo) per cui - ritenuto proveniente da bocca di autentico messaggero - ciò che ci viene augurato si è certi che si realizzerà concretamente o - almeno - lo si spera . &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;4.FRIJERE ‘O PESCE CU LL’ACQUA.&lt;br /&gt;Ad litteram: friggere il pesce con l’acqua; locuzione usata per significare situazioni di così marcata indigenza da non potersi permettere l’uso dell’olio per friggere il pesce e doversi accontentare dell’acqua per compiere l’operazione con risultati evidentemente miseri, non essendo chiaramente l’acqua l’elemento adatto alla frittura; per traslato la locuzione è usata per significare qualsiasi situazione in cui predomini l’indigenza se non l’inopia più marcata. &lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;5.FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE*.&lt;br /&gt;Ad litteram: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ più cruenta, ma decisamente più plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... *fucetola= beccafico dal lat.ficedula(m) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;6.ESSERE ‘NU BBABBÀ A RRUMMA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere un babà irrorato di rum Locuzione dalla doppia valenza, positiva o negativa. In senso positivo la frase in epigrafe è usata per fare un sentito complimento all’avvenenza di una bella donna assimilata alla soffice appetitosa preparazione dolciaria partenopea; in senso negativo la locuzione è usata per dileggio nei confronti di ragazzi o adulti ritenuti piuttosto creduloni e bietoloni, eccessivamente cedevoli sul piano caratteriale al pari del dolce menzionato che è morbido ed elastico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;7.ESSERE ‘E TENTA CARMUSINA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere di tinta cremisi (rossiccia) id est: essere inaffidabile come il colore cremisi che anticamente, prodotto con metodi artigianali ed empirici, era di scarsa consistenza e poco sopportava le ingiurie del tempo; con altra valenza la locuzione sta ad indicare sia le persone di malaffare di cui diffidare e da cui tenersi alla larga, sia le persone ad esse equiparate e si ricollega al fatto che al tempo dei romani le prostitute erano aduse a vestirsi di rosso, a truccarsi con il carminio e ad indossare vistose parrucche fulve. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;8.ESSERE ‘NU VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUANNE.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere un bocca aperta di san Giovanni. Espressione riferita a tutti coloro che sono pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli; la località invece è da considerarsi solo perché in contrada Leucapetra adiacente la detta zona esistette un tempo una sontuosa villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza &lt;br /&gt;1490,† Portici (NA) 1548) villa  sulle cui pareti esterne erano collocati grandissimi mascheroni apotropaici rappresentanti dei volti con occhi spiritati ed  a bocca spalancata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;9.ESSERE MASTO A UNU FUOGLIO.&lt;br /&gt;Ad litteram: esser maestro ad un solo foglio. Locuzione che si usa a mo’ di dileggio nei confronti di coloro che son ritenuti o si autoritengono maestri, ma siano di limitatissime conoscenze e di competenze molto ristrette, ai quali è inutile chiedere che vadano al di là di ciò che essi stessi propongano o facciano, come si diceva di un tal violinista, bravissimo esecutore, quasi virtuoso, ma di un unico pezzo, violinista che si scherniva davanti alla richiesta di eseguire altri brani musicali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;________________________________________&lt;br /&gt;10.ESSERE CCHIÙ FFESSO ‘E LL’ACQUA CAURA.&lt;br /&gt;Ad litteram: essere più sciocco dell’acqua calda. Così si dice di chi sia, per innata insipienza o acclarata stupidità, talmente sciocco e vuoto ed insignificante al punto di non aver alcun gusto e/o sapore al pari di una pentola d’caqua riscaldata cui difettino ogni aggiunta di aromi e/o condimenti e pertanto sia incolore ed insapore. &lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-3466871948978412082?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/3466871948978412082/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=3466871948978412082' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3466871948978412082'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3466871948978412082'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1585.html' title='VARIE 1585'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8207330090757637363</id><published>2012-01-26T02:52:00.000-08:00</published><updated>2012-01-26T02:53:31.880-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1584</title><content type='html'>1.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE. &lt;br /&gt;Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo &lt;br /&gt;2.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE &lt;br /&gt; Ad litteram:Non aver peli in volto e infastidire il barbiere, ma piú esattamente: esser tanto presuntuosi al punto che mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si erge ad ipercritico e spaccone o si infastidisca il proprio prossimo. &lt;br /&gt;3.È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA. &lt;br /&gt;È finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo; infatti  il cacio deve guarnir dal di spra i maccheroni, non far loro da strame! &lt;br /&gt;4.À FATTO MARENNA A SARACHIELLE. &lt;br /&gt;À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa. &lt;br /&gt;5.FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO. &lt;br /&gt;Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente... &lt;br /&gt;6.SO' GHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO &lt;br /&gt;Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:i preti un tempo  erano costretti a giocare a calcio  indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco..., causando disordine, caos, baraonda, scompiglio.&lt;br /&gt;7.NUN VULÉ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ... &lt;br /&gt;Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità, come certi operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro  scuoiatura. &lt;br /&gt;8.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO. &lt;br /&gt;Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...). &lt;br /&gt;9.FARSE 'NU PURPETIELLO. &lt;br /&gt;Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua. &lt;br /&gt;10.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO. &lt;br /&gt;Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela. &lt;br /&gt;11.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA. &lt;br /&gt;Avere la sorte di Maria Di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla sua morte (1414) dalla di lui sorella Giovanna II succedutagli sul trono. &lt;br /&gt;12.JÍ Ô BATTESIMO, SENZA CRIATURA. &lt;br /&gt;Recarsi a battezzare un bimbo senza portarlo... - Cioè comportarsi in maniera decisamente errata, mettendosi nella situazione massimamente avversa all'opera che si vorrebbe intraprendere. &lt;br /&gt;13.PARE CA S''O ZUCANO 'E SCARRAFUNE... &lt;br /&gt;Sembra che se lo succhino gli scarafaggi.- È detto di persona cosí smunta e rinsecchita da sembrar che abbia perduto la propria linfa vitale preda degli scarafaggi, notoriamente avidi di liquidi. &lt;br /&gt;14.ABBRUSCIÀ 'O PAGLIONE... &lt;br /&gt;Incendiare il pagliericcio - Cioè darsi alla fuga, alla latitanza, lasciando dietro di sé terra bruciata, come facevano le truppe sconfitte che pur di non lasciar nulla ai vincitori  incendiavano i propri accampamenti, dandosi alla fuga.(id est:procurare un danno definitivo). &lt;br /&gt;15.ÒGNE SCARRAFONE È BBELLO A MMAMMA SOJA... &lt;br /&gt;Ogni blatta(per schifosa che sia)è bella per la sua genitrice - Ossia: per ogni autore la sua opera è bella e meritevole di considerazione. &lt;br /&gt;16.S’È AUNITO, ‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO A TIRITEPPE… &lt;br /&gt;Si sono uniti lo spago corto e la trottolina scentrata - Cioè si è verificata l'unione di elementi negativi che compromettono la riuscita di un'azione... &lt;br /&gt;17.CHI SAGLIE ‘NCOPP’Ê CCORNA ‘E CHILLO, PO’ DDÀ ‘A MANO Ô PATATERNO. &lt;br /&gt;Chi si inerpica sulle corna di quello, può stringer la mano al Signore -(tanto sono alte...)- Espressione divertente ed iperbolica  per indicare un uomo molto tradito dalla moglie. &lt;br /&gt;18.QUANNO 'O DIAVULO TUOJO JEVA Â SCOLA, 'O MIO ERA MASTO. &lt;br /&gt;Quando il tuo diavolo era scolaro, il mio era maestro - Cioè: non credere di essermi superiore in intelligenza e perspicacia. &lt;br /&gt;19.'O CANE MOZZECA Ô STRACCIATO. &lt;br /&gt;Il cane assale chi veste dimesso - Cioè: il destino si accanisce contro il diseredato. &lt;br /&gt;20.TRE SONGO 'E PUTIENTE:'O PAPA, 'O RRE E CHI NUN TÈNE NIENTE... &lt;br /&gt;Tre sono i potenti della terra:il papa, il re e chi non possiede nulla: il papa quale unico rappresentante di Cristo in terra, à sotto la sua autorità spirituale l’intera Comunità dei credenti; il Re in un regime monocratico è la massima autorità dispensatore di leggi ed ordini a tutti i governati; chi non è in possesso di alcun bene non può temere il furto o d’essere invitato a conferire  elargizioni od aiuti.&lt;br /&gt;21.Ė GGHIUTA ‘A FESSA 'MMANO Ê CCRIATURE, 'A CARTA 'E MUSICA 'MMANO Ê BBARBIERE, 'A LANTERNA 'MMANO Ê CECATE... &lt;br /&gt;La vulva è finita nelle mani dei/delle bambini/e, lo spartito musicale in mano ai barbieri, la lanterna nelle mani dei ciechi.La colorita espressione viene usata con senso di disappunto, quando qualcosa di importante finisca in mani inesperte od inadeguate che pertanto non possono apprezzarla ed usare al meglio, come accadrebbe nel caso del sesso finito nelle mani dei/delle fanciulli/e od ancóra come l'incolto barbiere alle prese con uno spartito musicale o un cieco cui fosse affidata una lanterna che di per sé dovrebbe rischiarare l'oscurità. &lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8207330090757637363?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8207330090757637363/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8207330090757637363' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8207330090757637363'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8207330090757637363'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1584.html' title='VARIE 1584'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8429348835592142800</id><published>2012-01-26T02:51:00.000-08:00</published><updated>2012-01-26T02:52:20.296-08:00</updated><title type='text'>NAPOLI – INTER (26.01.12- COPPA ITALIA) 2 A 0!</title><content type='html'>NAPOLI – INTER (26.01.12- COPPA ITALIA) 2 A 0!&lt;br /&gt;LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È gghiuta, guagliú, è gghiuta!Applavuso! Allimmeno ‘na cosa bbona dinto a ‘sta tempurata, ca p’ ‘o mumento è asciutta ‘e zuco e scarza ‘e zuccaro..., allimmeno ‘na cosa bbona c’è riuscita: âmmo aggranfato ‘a semifinale ‘e Coppa Italia, mannanno â casa cu ddoje sfugliatelle ‘ncartate dint’â guantiera e menanno fora d’ ‘a Coppa chella scuatra ‘e  chianchiere ‘e chillu sbruffone ‘e Ranieri ca ademasso (oltre) a ttené ‘o difetto d’essere rumano,  comm’ecchese juventino   è ppure  ‘nu ‘nchiaccato ‘e sossazza (lebbra) jancae nnera e s’ ‘o ppenza cchiú isso ca ‘o ggrano d’ ‘a carastia e ca ajere a nnotte â fine d’ ‘a partita jette ascianno a Ccristo ‘int’ê lupine e s’ ‘a pigliaje cu Celi ca, a ccomme diceva isso,  nun êva visto ‘nu ricore ‘ncopp’ô principe trattenuto sí p ‘ ‘a maglia  ‘a Maggio, ma quanno ‘o principe steva ‘a mez’ora nn’orzo ‘e cose (in fuorigioco) ca ll’arbitro nun êva siscato. E ‘o sbruffone rumano s’allamentaje comme a ‘nu vitiello, ‘mmece  ‘e ringrazziarlo a ll’arbitro ca nun aveva vuluto vedé n’ati dduje ricure p’ ‘o Napule. Ma forze quatto sfugliatelle fósseno state troppe! Accuntentammoce ‘e avercene rijalato ddoje, chiene ‘e zuccaro e penzammo ca mo ‘nzemifinale ce aspetta ‘o Siena ‘e Calaiò e C. e pirciò tenimmo ‘accasione ‘e levarce ‘e paccare ‘a faccia d’ ‘o pareggio ‘ncampiunato. E nun ce scurdammo ca si vattimmo ‘o Siena,(e ll’âmm’ ‘a vattere!) ‘nfinale ce aspetta ‘o ‘a juventus(sa), o ‘o Milan(no) o ‘a Lazzio e... scusate si è ppoco. Ma, si vulimmo salvà ‘a tempurata..., chi songo songo avimm’ ‘a vencere! Pure si p’ ‘o mumento ‘ncampiunato dummeneca ca vène ce aspetta, p’ ‘a primma ‘e ritorno,  ‘o Genoa ca ce tène puntate pe levarse ‘a faccia ‘e pacchere d’ ‘o seje a uno ‘e ll’annata; ma nuje âmm’ ‘a essere capace ‘e farle annuzzà ‘ncanna ‘o vulio ‘e vengarse (vendicarsi)! Turnammo a ajere a nnotte e vedimmo ‘e ppaggelle:   &lt;br /&gt;DE SANCTIS 7 Sicuro ‘int’ a  tutte ‘e circustanze fuje overo&lt;br /&gt; furmidabbile quanno  ‘ntervenette a mmestiere tre vvote ‘e fila ô finale   d’ ‘a partita, salvanno ‘o risultato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;CAMPAGNARO 6  Ancòra quacche discetta (scoria), cu quacche jerro, soprattutto ô primmo tiempo.S’êsse ‘a arrepusà ‘nu poco. Jette bbuono però ô siconno tiempo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;CANNAVARO 5 Milito fuje n’accunto (cliente) scommeto assaje e ‘o capitano cuano,  ancòra troppo mpresuttuto,   &lt;br /&gt;s’ êtte arrangià paricchio pe metterlo ‘a musarola e cquanno vedette ‘a mala parata, lassaje ‘o cuntrollo d’ ‘o principe a Totò Aronica. Me facette vení ‘o friddo ‘ncuollo pe n’indecisione aspettanno ca De Sanctis ascesse.  Possibbile ca pe Mazzarri nun se po’ ffà a mmeno d’ ‘o frato d’ ‘o guappo d’ ‘a Turretta?Possibbile ca nun ‘o ccapisce ca cu Cannavaro ‘ncampo, primma o doppo p’ ‘o Napule fernesce malamente?... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ARONICA 5,5  Bastantamente sicuro, pure si quacche  vvota stette fora pusizzione e  nun sempe riuscette a cuntènere ‘e ‘scarpadure (discese) d’Alvarez(zo). ‘O tiro ‘mporta nun è articulo suĵo comme quanno ô primmo tiempo concludette centralmente ‘mmano a Castellazzi,  sciupanno ‘na granna uccasiona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MAGGIO 4,5  Miezu voto ‘e cchiú p’ ‘a bbona vuluntà, ma aizaje póvera cu  gghiucate laste  (appannate) e senza zuco.Nun capisco ‘nu poco a ‘sta parte che ttène ‘stu guaglione!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;INLER 5  Ancòra ‘na ‘sciantigliona decivante(prova deludente) d’ ‘o turco-napulitano. Neppure ‘nu passaggio straurdinario  e tanta difficultà  p’accumpagnà ll’azziona e ttruvà  ‘e gghiucate juste.&lt;br /&gt;(Da ll’81° DZEMAILI s.v. – Poco mancaje ca nun signasse cu ‘na straccarellata ‘a luntano. Penzo proprio ca dummeca a Ggenova contro ê crifune,  parte titulare).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GARGANO 7+  ô  siconno tiempo sbagliaje ‘na rredda retissante (un gol clamoroso), ma fuje   praticamente ll'unico fullone (errore grave) ‘e ‘na ‘sciantigliona ‘a tené a mmente. S’êsse ‘a sparagnà ‘e tirà ‘e ppunizzione, tanto ‘e sbaglia! ‘Ncumpenso  luttaje comme a ‘nu lione,’ncarraje cchiú ‘e ‘nu  passaggio, currette pe ttre e facette  tantti bbelli ppúgge  (bei rilanci) Quse quase fuje ‘o meglio ‘ncampo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZUNIGA 6,5  Bravo soprattutto a cuntènere ‘e ‘scarpadure  ‘e  Maicon(no), custretto a levà mano e nun pruvarce cchiú; &lt;br /&gt;‘nfase uffenziva però, pure pruvannoce cu cuntinuità,  nun dètte chello ca uno s’aspettava. &lt;br /&gt;HAMSIK 6,5  Poco ‘ncisivo a ll’attacco ma bbravo ‘mmiez’ô campo comme  riggista d’ ‘a  scuatra.&lt;br /&gt;(Da ll’87° DOSSENA s.v.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LAVEZZI 6  Tanta corza a sservizzio d’ ‘a scuatra; s’abbuscaje tanti punizzione p’ ‘e ffalte cuntinuate d’ ‘e chianchiere ‘e Ranieri, dètte però ‘a sensazzione ca lle serve n’ a’ ppoco ‘e tiempo pe ttruvà ‘a cundizzione justa. &lt;br /&gt;(Dô 65° PANDEV6,5  Sta attraverzanno ‘nu granne periodo ‘e fromma;  forze se fósse mmeretato ‘nu poco ‘e spazzio ‘e cchiú. Fresaje (sfiorò) ‘a rredda, servette tanti pallune ‘mmitanti e riuscette a fà  risciatà ‘e cumpagne dint’ê mumente difficile d’ ‘o finale ’e partita.) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CAVANI 7,5  ‘O meglio d’ ‘o mazzo p’ ‘e ddoje sfugliatelle servute a Ranieri e ê suoje. ‘Ntelliggente assaje  ‘o ricore cu ‘na bbotta centrale mentre Castellazzi se tuffava a mmancina lassanno ‘a porta aperta.. ‘Ndifesa  po  fuje assaje utile dinto a cchiú ‘e ‘na circustanza. Ancòra cuntratto,doppo d’ ‘o ricore signato  se  sbluccaje  e apprima servette  ‘nu pallone cucquittóno (delizioso) a Pandev(vo), po signaje ‘na rredda assaje bbella  ca stennette definitivamente  ll'Inter(re), lle facette ‘o servizzio e  nn’ ‘a mannaje â casa cu ‘o bbeleno ‘mpont’ô musso e cu ‘o prozo ca ll’abbrusciava.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; MAZZARRI 5,5  Ô  primmo tiempo ‘a scuatra stette assaje bluccata cu  ll'Inter(re) ca  penzava sulo a difennerse senza cuncedere  spazzie. Ô  siconno tiempo, pure cagnanno bastantamente ‘a museca, doppo d’ ‘o ricore..., ‘a scuatra  subbette troppo dint’â fase centrale d’ ‘o juoco. Pandev(vo)  se fósse mmeretato ‘nu poco ‘e spazzio ‘e cchiú e quacche ghiucature avesse avuto ‘a tirà ‘o sciato..., ma nun cercammo ‘o pilo ‘int’a ll’uovo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;l’arbitro CELI 4 Scadente comme ‘o nuvanta pe cciento ‘e ll’arbitre taliane,êsse vuluto fà ‘o pignuolo e ‘o pricisino, ma sbagliaje tutto, scuntentanno a ttutte e risultanno ‘o peggio ‘ncampo!&lt;br /&gt;E fermammoce cca. Appuntamento, si Ddi’ vo’,  a llennerí ca vene speranno ca ‘a primma ‘e ritorno nun ce facesse ‘ntussecà! Cu ‘na bbona salute! &lt;br /&gt;R.Bracale Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8429348835592142800?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8429348835592142800/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8429348835592142800' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8429348835592142800'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8429348835592142800'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/napoli-inter-260112-coppa-italia-2-0.html' title='NAPOLI – INTER (26.01.12- COPPA ITALIA) 2 A 0!'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6130677608546107185</id><published>2012-01-25T05:01:00.000-08:00</published><updated>2012-01-25T05:03:55.014-08:00</updated><title type='text'>LE PREPOSIZIONI ARTICOLATE NEL NAPOLETANO</title><content type='html'>LE PREPOSIZIONI ARTICOLATE NEL NAPOLETANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche nell’idioma napoletano c’è l’uso, sia nel parlato che nello scritto, delle preposizioni articolate ovverossia  di quelle preposizioni formate dall’unione degli articoli determinativi sg. e pl.  con le preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) o dall’unione dei medesimi articoli  con quelle improprie (sotto, sopra, prima, dopo,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano, come  etc.). Comincio súbito con il dire che nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con avverbi o  preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Tanto premesso annoto altresí che mentre in italiano la gran parte delle preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli sg. e pl. con le preposizioni semplici, ànno una forma agglutinata, nel napoletano ciò non avviene che per una o due preposizioni semplici, tutte le altre si rendono con la forma scissa mantenendo cioè separati gli articoli dalle preposizioni.&lt;br /&gt;Passiamo ad elencare dunque le preposizioni articolate cosí come rese in italiano e poi in napoletano:&lt;br /&gt;con la preposizione a  in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a,ma esistono nel napoletano due distinte morfologie delle preposizioni articolate formate con la preposizione semplice a e gli articoli determinativi; la prima morfologia è quella che fa ricorso alla crasi /unione che produce una preposizione articolata di tipo  agglutinata resa graficamente  con particolari  forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) da usarsi davanti a parole comincianti per consonanti, mentre davanti a parole comincianti per vocali si fa ricorso ad una morfologia  rigorosamente scissa e si usano  a ll’ (= alla/allo/al/alle/a gli) ess.: â casa = alla casa, ô puorto = al porto, ê scieme, ê sceme= a gli scemi/ alle sceme, ma a ll’ommo = all’ uomo, a ll’anema = all’ anima a ll’uommene = a gli uomini, a ll’ alimentari = alle (scuole) elementari; &lt;br /&gt;con la preposizione di  in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da  in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da),  produce una preposizione articolata di forma normalmente  scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione  de (=di),  e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto e qui propongo  d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma da usarsi ovviamente davanti a parole principianti per consonanti (ess.: dâ scola = dalla scuola. dô treno = dal treno, dê scarpe = dalle scarpe), forma  che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata  per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di  evitare la deprecabile  confusione   cui accennavo precedentemente. Ovviamente non sarà possibile usare questa forma davanti a parole principianti per vocali e sarà giocoforza usare da ‘o, da ‘a, da ‘e evitando di apostrofarle per evitare possibili confusioni. Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e  es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’  né si comprenderebbe  il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê  pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);;  rammento tuttavia di non confondere &lt;br /&gt;a ddô  con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e  cong. subord.  che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.&lt;br /&gt;  Proseguiamo. &lt;br /&gt;Con la preposizione in  in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – indal lat. d(e) int(r)o→dinto); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano  tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente  aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da dinto a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê  che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,néi/negli/nelle. &lt;br /&gt;Con la preposizione con  in italiano si ànno col = con+il, collo/a= con+lo/la colle = con+ le, cogli = con+ gli, ma a mio avviso son tutte bruttissime, a parte che prestano il fianco alla confusione con taluni sostantivi e non le uso mai preferendo sempre e non da ora  la forma disagglutinata ; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione cu (=con),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata, forma che però sconsiglio: cu ‘o→c’’o, cu ‘a→c’’a, cu ‘e che non ammette apostrofo, quantunque qualcuno si ostini a scrivere un bruttissimo ch’’e . &lt;br /&gt;Con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o  ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o  tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e.&lt;br /&gt;Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti  articoli  con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano  sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí  che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora  sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) vicino al/allo (vicino a ‘o→vicino ô) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc.  e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro  non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla  accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.&lt;br /&gt;E qui penso d’avere esaurito l’argomento e poter porre un punto fermo. Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6130677608546107185?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6130677608546107185/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6130677608546107185' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6130677608546107185'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6130677608546107185'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/le-preposizioni-articolate-nel.html' title='LE PREPOSIZIONI ARTICOLATE NEL NAPOLETANO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6475403457915697607</id><published>2012-01-25T05:00:00.000-08:00</published><updated>2012-01-25T05:01:48.624-08:00</updated><title type='text'>LA ELISIONE DELLA VOCALE I DI CI</title><content type='html'>LA ELISIONE DELLA VOCALE I DI CI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dacché è apparso sulla scena politica il sedicente dottor Tonino Di Pietro ex magistrato, che spesso è  in litigio con la lingua italiana, non passa giorno che nelle sue esternazioni in piazza, parlamento o televisione non usi un suo tormentone che si sostanzia nell’espressione dialettale: “Che ci azzecca?” domanda retorica da intendersi: Non ci son punti di contatto tra i fatti di cui si parla!  Ora fin quando si tratta di ascoltarlo, nulla quaestio; il suono favorisce l’intendimento di quel ci azzecca  che perviene all’orecchio correttamente come un ciazzecca. Il problema è sorto quando i  giornalisti  o altre persone,  al pari d’essi probabilmente non molto versati nella lingua italiana, ànno voluto mutuare l’espressione e  riportarla per iscritto. Per usare l’icastico idioma napoletano, songo jute dint’ê chiavette (son finiti nel difficile) incorrendo molti di loro nello svarione  di apostrofare l’espressione ottenendo in luogo del “Che ci azzecca?” uno scorretto “Che c’azzecca? da leggersi che cazzecca ” Il guaio è che non contenti d’usare l’errore riportando l’espressione del molisano, si sono innamorati di quella locuzione  al segno di usarla continuamente in altri contesti disseminando i loro scritti di strafalcioni.&lt;br /&gt;Vorrei perciò rammentare a tutti costoro una regoletta grammaticale che - per esser buoni -  mostrano d’aver dimenticato, se non – se siamo cattivi – di non aver mai appreso. La regoletta è la seguente: è buona norma elidere la i  solo davanti ad altra i ed a mio avviso sarebbe piú elegante  addirittura evitare sempre tale elisione ;  in particolare la vocale i  di ci si può elidere solo davanti ad altra i oppure davanti alla e  e tale elisione è corretta poi  che comunque  la consonante (c) d’accompagnamento continua a mantenere il suo  suono palatale  favorito dalla vocale  (e) non genera  un suono gutturale come invece avviene per l’ impossibile elisione della i di ci  davanti  a, o,u (cfr. ci è →c’è che si legge ce (di celebre), mentre non si può elidere la i di ci abbiamo perché c’abbiamo si legge o leggerebbe cabbiamo,con il suono gutturale del ca (di casa) e non si può elidere la i di ci ostacolano  perché c’ostacolano si legge o  leggerebbe costacolano, con il suono gutturale del co (di cosa)  né perciò può essere elisa la i di ci azzecca perché c’azzecca si legge o leggerebbe cazzecca, con il suono gutturale del ca (di casa)   né si può elidere, sempre per esempio, la i di ci usano  perché c’usano  si legge o  leggerebbe cúsano o cusàno, con il suono gutturale del cu (di custodia).Ovviamente per la stessa regoletta non può essere elisa (come invece m’è spesso occorso di leggere…) la i di ci ho oppure, come preferisco,di  ci ò perché c’ho/c’ò si leggerebbero  cò con il suono gutturale del co (di cosa)  e non come è corretto leggere  ciò con il suono palatale di ciondolo.Va da sé che il problema non si pone per la i di altri digrammi (ti – di – si) per i quale l’elisione della i è sempre consentita davanti a tutte le vocali, atteso che non si generano mutamento  di timbro dei  suoni consonantici. In conclusione mi perdonerete se dico che   o i giornalisti e quanti altri mettono penna in carta si rassegnano ad imparare la grammatica o son destinati ad incorrere in sesquipedali brutte figure elidendo l’espressione dipietrina ed altre similari.&lt;br /&gt;Tanto dovevo!&lt;br /&gt;R.Bracale Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6475403457915697607?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6475403457915697607/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6475403457915697607' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6475403457915697607'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6475403457915697607'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/la-elisione-della-vocale-i-di-ci.html' title='LA ELISIONE DELLA VOCALE I DI CI'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1975299918459036536</id><published>2012-01-25T04:59:00.000-08:00</published><updated>2012-01-25T05:00:44.415-08:00</updated><title type='text'>L’ACCENTO CIRCONFLESSO NELLA SCRIZIONE DELLA PARLATA NAPOLETANA.</title><content type='html'>L’ACCENTO CIRCONFLESSO NELLA SCRIZIONE DELLA PARLATA NAPOLETANA.&lt;br /&gt;Mi è stato chiesto da un cortese amico (di cui per motivi di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali M.T.) mi è stato chiesto, dicevo, di spender qualche parola per illustrare l’uso dell’accento circonflesso nella scrizione della parlata napoletana. L’accontento súbito chiarendo in primis ed in generale che  l’accento circonflesso  (o semplicemente   il circonflesso, s.vo m.le) è un  segno grafico (rappresentato con la forma ^ e talora, nel greco antico, ˜) indicante in origine quell’aspetto del tono, proprio del greco, in cui all’ascesa della voce  ne segue la discesa, nella stessa vocale (sempre lunga) o dittongo. In francese, il circonflesso è usato per ricordare una lettera caduta in una fase storica precedente o per indicare il valore particolare di una vocale (âne, mûr, prêt). In italiano, à funzioni puramente ortografiche e  ormai di uso non assoluto; può essere adoperato per indicare la contrazione in una sola -i del plur. dei nomi o agg. in -io atono (per es. oratorî pl. di oratòrio, varî pl. di vàrio, ecc., che si scrivono però anche oratorii o oratòri o semplicemente e sciattamente oratori, varii o vari, ecc.), oppure per indicare  altre contrazioni della lingua ant. o poetica (per es. fûr = furono, tôrre = togliere, côrre = cogliere e sim.); più di rado per distinguere parole di uguale grafia (per es. côrso «della Corsica», ma piú spesso còrso, di fronte a corso/córso part. pass. di correre). Tanto precisato passiamo al napoletano e diciamo che in generale l’accento circonflesso  nella scrizione del napoletano va posto su qualsiasi vocale (â, ê, î, ô, û) o semivocale (ĵ) per contrassegnare le forme contratte, che son  tipiche del linguaggio poetico, dovute alla sincope di una sillaba per ragioni di metrica, ma che vengono usate anche in prosa per indicare le crasi in voci verbali o le crasi delle preposizioni articolate, nonché  quelle in taluni aggettivi possessivi come esemplificherò a seguire. Infine l’accento circonflesso è posto sulla vocale i→î  quale segno diacritico  di voci omofone. E proseguiamo dicendo súbito che nel corretto napoletano scritto la  â corrisponde   all’italiano alla in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘a  mentre l’ ô corrisponde   all’italiano allo/al in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘o  ed infine l’ ê corrisponde   all’italiano alle/ a gli/ai in quanto crasi (scrittura contratta/fusione)  della preposizione a + l’articolo ‘e. Il fatto è che solo pochissimi poeti e/o scrittori napoletani ànno o ebbero  dimestichezza con le crasi o si rifiutano/rifiutarono di usarle ritenendole troppo eleganti, di competenza dei solo addetti ai lavori e/o poco popolari e di difficile fruizione per il pubblico medio. A mio avviso è invece  giusto ed opportuno che chi à qualche piccola  competenza piú degli altri   faccia proseliti, tirando le orecchie (se occorre) anche a Di Giacomo, Eduardo e soci, con buona pace di taluni intellettuali iconoclasti delle regole grammaticali d’antan!&lt;br /&gt;Rammento altresí che le crasi summenzionate â,ê,ô vanno sempre usate non soltanto da sole  quali corrspondenti delle preposizioni articolate, ma nelle locuzioni articolate formate con preposizioni improprie  che ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Mi pare opportuno che a questo punto mi soffermi sulle preposizioni articolate nel napoletano e rammenti che anche nell’idioma napoletano c’è l’uso sia nel parlato che nello scritto delle preposizioni articolate ovverossia  di quelle preposizioni formate dall’unione degli articoli determinativi sg. e pl.  con le preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra fra) o dall’unione dei medesimi articoli  con quelle improprie (sotto, sopra, prima, dopo,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.). Comincio súbito con il dire che nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con avverbi o  preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Tanto premesso annoto altresí che mentre in italiano la gran parte delle preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli sg. e pl. con le preposizioni semplici, ànno una forma agglutinata, nel napoletano ciò non avviene che per una o due preposizioni semplici, tutte le altre si rendono con la forma scissa mantenendo cioè separati gli articoli dalle preposizioni.&lt;br /&gt;Passiamo ad elencare dunque le preposizioni articolate cosí come rese in italiano e poi in napoletano:&lt;br /&gt;con la preposizione a  in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a,ma esistono nel napoletano due distinte morfologie delle preposizioni articolate formate con la preposizione semplice a e gli articoli determinativi; la prima morfologia è quella che fa ricorso alla crasi /unione che produce una preposizione articolata di tipo  agglutinata resa graficamente  con particolari  forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) da usarsi davanti a parole comincianti per consonanti, mentre davanti a parole comincianti per vocali si fa ricorso ad una morfologia  rigorosamente scissa e si usano  a ll’ (= alla/allo/al/alle/a gli) ess.: â casa = alla casa, ô puorto = al porto, ê scieme, ê sceme= a gli scemi/ alle sceme, ma a ll’ommo = all’ uomo, a ll’anema = all’ anima a ll’uommene = a gli uomini, a ll’ alimentari = alle (scuole) elementari; &lt;br /&gt;con la preposizione di  in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da  in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da),  produce una preposizione articolata di forma normalmente  scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione  de (=di),  e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto e qui propongo  d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma da usarsi ovviamente davanti a parole principianti per consonanti (ess.: dâ scola = dalla scuola. dô treno = dal treno, dê scarpe = dalle scarpe), forma  che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata  per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di  evitare la deprecabile  confusione   cui accennavo precedentemente. Ovviamente non sarà possibile usare questa forma davanti a parole principianti per vocali e sarà giocoforza usare da ‘o, da ‘a, da ‘e evitando di apostrofarle per evitare possibili confusioni. Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e  es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’  né si comprenderebbe  il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê  pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);;  rammento tuttavia di non confondere &lt;br /&gt;a ddô  con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e  cong. subord.  che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette.&lt;br /&gt;  Proseguiamo. &lt;br /&gt;Con la preposizione in  in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – indal lat. d(e) int(r)o→dinto); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano  tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente  aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da dinto a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê  che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle. &lt;br /&gt;Con la preposizione con  in italiano si ànno col = con+il, collo/a= con+lo/la colle = con+ le, cogli = con+ gli, ma a mio avviso son tutte bruttissime, a parte che prestano il fianco alla confusione con taluni sostantivi e non le uso mai preferendo sempre e non da ora  la forma disagglutinata ; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione cu (=con),  produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata, forma che però sconsiglio: cu ‘o→c’’o, cu ‘a→c’’a, cu ‘e che non ammette apostrofo, quantunque qualcuno si ostini a scrivere un bruttissimo ch’’e . &lt;br /&gt;Con la preposizione su  in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare  analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola  o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate  formate da ‘ncoppa  a   e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê  che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o  ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o  tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e.&lt;br /&gt;Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti  articoli  con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano  sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí  che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora  sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) vicino al/allo (vicino a ‘o→vicino ô) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc.  e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro  non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla  accanto alle piú classiche dentro il, dentro la. &lt;br /&gt;Rammento ora che l’accento circonflesso è posto sulla vocale i→î  quale segno diacritico  di voci omofone come si evince dall’esempio che segue SI SÎ TU ‘O SI’ PREVETE CA CE À BENEDITTO QUANNO DICETTEMO ‘E SÍ, PECCHÉ MO TE LL’ANNIEJE?&lt;br /&gt; Letteramente  Se sei tu il signor prete che ci à benedetti quando dicemmo di sí (quando sposammo) perché ora lo neghi?&lt;br /&gt;Frasetta che non à alcun recondito significato traslato e/o nascosto usata solo per illustrare alcuni vocaboli partenopei tra i quali ben quattro differenti  Si  che avendo  ognuno   un ben preciso, differente  significato necessitano di quattro diverse scritture che indichino d’acchito e precisamente la diversa  funzione grammaticale dei quattro omofoni si.  Cominciamo: il primo Si  scritto senza alcun segno diacritico (accento o apostrofo) corrisponde all’italiano se  nei significati e funzioni  che seguono:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo  nun ce truvarriamo o truvassemo   a chistu  punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste  truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire  cchiú accorto , non te  truvave dinto a ‘sta situazziona  ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’?  | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che:  si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo  bisogno ‘e  te; &lt;br /&gt;2)  fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â  lotteria!; si putesse turnarmene â  casa mia!; si ll’ avesse saputo primma! &lt;br /&gt;3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto? &lt;br /&gt;4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si  anche à sbagliato, no ppe cchesto  ‘o cundanno &lt;br /&gt;5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è! &lt;br /&gt;6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse  fernuto pe ttiempo; nun saccio  che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava  si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo  pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.&lt;br /&gt;Rammento che questa congiunzione  si  napoletana non viene mai usata  come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano. Procediamo &lt;br /&gt;--si’   è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo finale;  viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.&lt;br /&gt; Ricordo che càpita  spesso che   sulla bocca  del popolino, meno conscio  o attento  del/al proprio idioma, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna  di taluni  pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata  napoletana  la voce a margine  è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto zi’ (zio) apocope appunto di zio che è dal lat. thiu(m). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;--sî corrispondente all’italiano sei  voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî    derivata  etimologicamente  dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologico per distinguere la voce verbale a margine, come abbiamo visto, da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;--sí  avverbio affermativo  derivato dal lat. sic 'cosí', forma abbr. della loc. sic est 'cosí è'&lt;br /&gt;1 si usa nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Hê capito?" "Sí"; "Venarranno pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo",  "Sí overamente!", "Ma sí!" | facette segno ‘e sí, annuire ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, credere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' si è  ssí, in caso affermativo: si è  ssí, te  telefono/' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no &lt;br /&gt;2 spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; ‘nu juorno sí e uno no, a giorni alterni ' sí e no, a malapena, quasi  ' te muove sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú sí ca no, probabilmente sí &lt;br /&gt;3 con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ch’ è bbella!; chesta sí che è ‘na nuvità! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E passo ora  ad esemplificare  le necessarie  crasi con uso del circonflesso in talune voci verbali e segnatamente  in quelle del verbo avé(avere) di cui la 2ª pers. sg. dell’ind. presente è aje= ài,ma può esser resa con hê dove la ê è sí la crasi di aje ma necessita dell’aggiunta della consonante diacritica h che permetta di evitare la confusione tra ê= ai/alle/a gli e la voce verbale hê= ài; ancóra la  1ª pers. pl. dell’ind. presente è avimmo= abbiamo,  ma può esser resa  anche con a(v)immo→aimmo oppure âmmo o îmmo che sono crasi di aimmo.&lt;br /&gt; Non mi sovvengono altri esempi per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontento l’amico M.T. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori. Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1975299918459036536?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1975299918459036536/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1975299918459036536' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1975299918459036536'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1975299918459036536'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/laccento-circonflesso-nella-scrizione_25.html' title='L’ACCENTO CIRCONFLESSO NELLA SCRIZIONE DELLA PARLATA NAPOLETANA.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-7336247323580635421</id><published>2012-01-25T04:58:00.002-08:00</published><updated>2012-01-25T04:59:30.629-08:00</updated><title type='text'>LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER ENNE.</title><content type='html'>LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER ENNE.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi fu chiesto da un caro amico, di cui per le solite questioni di riservatezza indico qui le sole iniziali R.R., mi fu chiesto come comportarsi mettendo per iscritto parole napoletane principianti con la consonante nasale enne.&lt;br /&gt;Gli risposi testualmente  e qui ribadisco che si tratta d’una cosa abbastanza semplice; scrissi cosí: &lt;br /&gt;Quanto al fatto delle parole che iniziano per enne (ad es. ‘nfunno, ‘ncaso, nchiummato ‘nterra etc.)  è una cosa semplice:&lt;br /&gt;si scrivono ‘nfunno, ‘ncaso,  ‘nterra  cioè con la enne aferizzata tutte le parole che in origine erano&lt;br /&gt;in+ funno, in+ caso,in+ terra ; cioè tutte le parole che ànno in posizione protetica il residuo della preposizione  in aferizzata→’n  la caduta la i  viene indicata dal segno (‘) d’aferesi e la enne residua è diventata proclitica della parola che segue: in+ funno→’nfunno, in+ caso→’ncaso,in+ terra→’nterra; mentre invece  si scrivono senza alcuna aferesi tutte quelle parole (come nell’es. nchiummato ) in cui  la enne iniziale (come anche nel caso di nce/nc’è ) non è un residuo di in, ma è una consonante eufonica détta protesi o prostesi eufonica, e chi scrive o scrivesse ‘nchiummato o ‘nce/’nc’è è o sarebbe certamente   un asino calzato e vestito, (fosse anche un famoso o famosissimo sedicente scrittore napoletano o addirittura compilatore di calepini) e non merita o meriterebbe  d’essere preso in considerazione sia pure per bollarlo di asinaggine e d’ignoranza!&lt;br /&gt;Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-7336247323580635421?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/7336247323580635421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=7336247323580635421' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7336247323580635421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7336247323580635421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/le-parole-del-napoletano-che-iniziano_25.html' title='LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER ENNE.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6122213373559743270</id><published>2012-01-25T04:58:00.001-08:00</published><updated>2012-01-25T04:58:49.056-08:00</updated><title type='text'>LE CRASI NEL NAPOLETANO</title><content type='html'>LE CRASI NEL NAPOLETANO &lt;br /&gt;Nel corretto napoletano scritto la  Â corrisponde   all’italiano alla in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘a  mentre l’ Ô corrisponde   all’italiano allo/al in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘o  ed infine l’ Ê corrisponde   all’italiano alle/ a gli/ai in quanto crasi (scrittura contratta/fusione)  della preposizione a + l’articolo ‘e. Il fatto è che solo pochissimi poeti e/o scrittori napoletani ànno o ebbero  dimestichezza con le crasi o si rifiutano/rifiutarono di usarle ritenendole troppo eleganti, di competenza dei solo addetti ai lavori e/o poco popolari e di difficile fruizione per il pubblico medio. A mio avviso è invece  giusto ed opportuno che chi à piú competenza faccia proseliti, tirando le orecchie (se occorre) anche a Di Giacomo, Eduardo e soci, con buona pace di taluni intellettuali iconoclasti delle regole grammaticali d’antan!&lt;br /&gt;Rammento altresí che le crasi summenzionate â,ê,ô vanno sempre usate non soltanto da sole  quali corrspondenti delle preposizioni articolate, ma nelle locuzioni articolate formate con preposizioni improprie  che ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla  preposizione impropria non  il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo  e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in  napoletano e non in italiano). Per quanto altro riguardi le preposizioni articolate rimando alibi al mio esauriente  articolo relativo alle Preposizioni articolate nel napoletano.&lt;br /&gt;R.Bracale Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6122213373559743270?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6122213373559743270/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6122213373559743270' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6122213373559743270'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6122213373559743270'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/le-crasi-nel-napoletano_25.html' title='LE CRASI NEL NAPOLETANO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8241603831138839454</id><published>2012-01-24T00:07:00.000-08:00</published><updated>2012-01-24T00:12:52.976-08:00</updated><title type='text'>‘O CAFÈ, ‘O CCAFÈ ED ALTRO</title><content type='html'>‘O CAFÈ, ‘O CCAFÈ ED ALTRO&lt;br /&gt;In napoletano esistono delle voci  che possono avere una doppia forma grafica: o con la geminazione della consonante d’avvio o con la consonante scempia; quando la grafia e quindi la lettura  di tipo forte presenta la geminazione iniziale, ci si trova difronte  ad una voce neutra  e solitamente son voci che si riferiscono a generi alimentari o inanimati ovvero che non contemplano l’intervento umano (ad. es.: ‘o ccafè, ‘o ppane, ‘o ssale, ‘o ppepe, ‘o ffierro(inteso come metallo); spesso invece una medesima voce può presentarsi con una grafia scempia  ed in tal caso cambia  di significato (ad es.: ‘o cafè =mescita o negozio dove viene servita la relativa bevanda, ‘o fierro (inteso come attrezzo da lavoro o utensile domestico) o ancora ‘o russo (uno con i capelli fulvi) e ‘o rrusso (il colore rosso e per traslato: il sangue; in base a tale argomentare risulta chiaro che la voce a margine ‘o ccafé  debba intendersi come bevanda  e non come mescita o negozio; comunque ambedue ‘o ccafè  e ‘o cafè  etimologicamente sono  dal turco kahve, e questo dall'ar. qahwa, orig.  bevanda eccitante';&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8241603831138839454?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8241603831138839454/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8241603831138839454' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8241603831138839454'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8241603831138839454'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/o-cafe-o-ccafe-ed-altro.html' title='‘O CAFÈ, ‘O CCAFÈ ED ALTRO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-3772185495235586573</id><published>2012-01-24T00:06:00.000-08:00</published><updated>2012-01-24T00:07:42.813-08:00</updated><title type='text'>MIEZO PREVETE – BIZZUOCO E PECUOZZO</title><content type='html'>MIEZO PREVETE – BIZZUOCO E PECUOZZO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa volta il caro amico E. V. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) mi chiede via e-mail le eventuali differenze tra le voci napoletane  in epigrafe. Entro súbito in argomento dicendo che le voci miezo-prevete/miezu-prevete (mezzo prete) e la voce bizzuoco  sono, nell’inteso comune, dei sinonimi e negli anni intorno al 1950 furono usati per dileggio con riferimento a tutti quegli uomini adulti che avessero frequentazioni piú o meno abituali e continue con la propria parrocchia o altre familiarità  chiesastiche, per patecipare ad attività religiose, il piú delle volte   risultando iscritti ad associazioni cattoliche come in primis, l’ A.C.I.( Azione Cattolica Italiana la più antica, ampia e diffusa tra le associazioni cattoliche laicali d'Italia, associazione le cui origini possono essere fatte risalire al 1867, quando due giovani universitari, Mario Fani, viterbese, e Giovanni Acquaderni, bolognese, fondano la Società della Gioventù Cattolica. Il motto dell’ A.C.I.:  "Preghiera, Azione, Sacrificio" sintetizza la fedeltà a quattro principi fondamentali:la devozione al Papa (sentire cum Ecclesia),un forte progetto educativo (studio della religione),la vita secondo i principi del cristianesimo,un diffuso impegno alla carità verso i piú deboli e i piú poveri) oppure ad altre associazioni di ispirazioni cattoliche: Terziari francescani, F.U.CI.(Federazione Universitaria Cattolica Italiana che nacque nel 1896, sull'onda di una nuova enfasi alla partecipazione sociale dei cattolici alla società civile ed alla politica, che culminerà con la fine del "non expedit" di lí a pochi anni),Coadiutori salesiani  ed altre, o risultando  assidui frequentari oltre che della santa messa domenicale anche di altre funzioni religiose  quali benedizioni eucaristiche, processioni, mesi mariani (sermoni e preghiere quotidiane dedicate al culto della santa Vergine Maria,durante il mese di maggio) o del Sacro Cuore(sermoni e preghiere quotidiane dedicate al culto del  sacro Cuore di Gesú,durante il mese di giugno), Ritiri di perseveranza (corsi predicati tenuti da gesuiti, corsi in genere serali e quotidiani di preghiera e meditazione tenuti nel mese antecedente la celebrazione dell festa della santa Pasqua di Resurrezione)etc. Ogni uomo adulto che avesse tali frequentazioni fu battezzato dal popolino con l’appellativo di miezo-prevete/miezuprevete =mezzo prete atteso che, per il popolo ignorante, solo un sacerdote avrebbe potuto sentire il bisogno di  avere quelle frequentazioni quotidiane o ricorrenti con la materia religiosa; posto invece che quegli adulti che le avevano non erano sacerdoti, ma semplici laici, ecco che furono    per dileggio détti mieze-prievete =mezzi preti, quasi preti. Tale appellativo fu – ovviamente – solo maschile; successivamente accanto all’appellativo or ora ricordato  ogni uomo adulto che avesse  frequentazioni chiesastiche fu battezzato anche con il termine bizzuoco che originariamente nella morfologia di bizzoca era destinato esclusivamente alle donne.Rammento altresí che alla fine degli anni ‘960   invalse l’uso d’usare, sia pure impropriamente, altresí il termine pecuozzo  per indicare ogni uomo adulto che avesse quotidiane o ricorrenti frequentazioni chiesastiche.&lt;br /&gt;Esaminiamo un po’ le singole voci incontrate:&lt;br /&gt;parrocchia s. f.  (dal lat. tardo parochia(m), dal gr. paroikía, propr. 'vicinato', deriv. di paroikêin 'abitare presso')&lt;br /&gt;1  nella chiesa cattolica e in altre chiese cristiane, la piú piccola circoscrizione territoriale in cui è divisa una diocesi | la chiesa in cui il parroco esercita il suo ministero; anche, la sede dell'ufficio parrocchiale o l'edificio in cui si svolgono alcune attività parrocchiali; la parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'ambito di una Chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore; spetta unicamente al Vescovo diocesano erigere, sopprimere o modificare le parrocchie; egli non le eriga, non le sopprima e non le modifichi in modo rilevante senza aver sentito il consiglio presbiterale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 l'insieme di tutti i parrocchiani cioè dei fedeli frequentanti la parrocchia affidati alle cure pastorali del parroco; l’ò precisato perché in napoletano esiste l’omofona ed omografa voce parrocchiano/parrucchiano  che non indica però  il fedele frequentante la parrocchia, ma indica il parroco con la medesima derivazione della voce parrocchia(dal lat. tardo parochia(m)) con l’aggiunta del suffisso di pertinenza aneus→ano); ricordo ancóra che ebbi con un tal sig. Gambardella frequentatore di un mio blog una divertente diatriba e durai non poca fatica per fargli comprendere ed accettare l’idea che le voci pacchiano e parrucchiano son solo graziosamente assonanti, ma ànno significati affatto diversi : ò détto di parrucchiano= parroco; mentre la voce  pacchiano/a   parola (sost. ed agg.vo m. o f.) oramai pressoché desueta ,  che fu molto usata negli anni tra il ’40 ed il ’50 dello scorso secolo e fu usata per indicare i contadini, i provinciali ed estensivamente gli zoticoni ed i rozzi provinciali provenienti dai paesi (nei quali per altro si rifugiarono parecchi napoletani per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale) della campagna partenopea (da non confondere dunque con i cafoni per solito provinciali di montagna).&lt;br /&gt;Ancora piú estensivamente con il termine pacchiano si identificò il villano, il rozzo provinciale fisicamente ben pasciuto, e con il corrispettivo pacchiana la contadinotta di generose forme, quella contadina, detta affettuosamente ‘a pacchianella ‘e ll’ova, che ogni giorno era solita rifornire le case dei cittadini sfollati id est:fuggiti dalla città, di generi alimentari freschi (uova, formaggi,insaccati, latte, burro nonché verdure ed altri prodotti dell’orto).&lt;br /&gt;Chiarito ad un dipresso il concetto di pacchiano/a, passiamo a parlare brevemente della sua etimologia.&lt;br /&gt;Sgombriamo súbito il campo da quella che – a mio avviso – è solo una graziosa, ma pretestuosa paretimologia e cioè che con la parola pacchiana e poi il corrispondente maschile si indicasse, contrariamente al cafone che è montanaro, la contadina, la villana e poi il contadino, il villano che giungessero in città p’’a chiana attraverso cioè la pianeggiante campagna. È altresí da escludere una pretesa derivazione onomatopeica da un ipotizzato, ma non spiegato suono pacchio.&lt;br /&gt;Cosa mai produrrebbe nel pacchiano il suddetto suono? Non è dato sapere!...&lt;br /&gt;Un’altra tentazione è che il termine pacchiano/a possa collegarsi al sostantivo italiano pacchia =gran mangiata e per estensione: vita beata e tranquilla, gioiosa ed allegra (dal latino: patulum→pat’lum→pac’lum→pacchio e pacchia = cibo,pasto),oppure che il termine pacchiano/a possa essere un deverbale di pacchiare: vivere beatamente, satollandosi di cibo e/o altro, senza quasi fatica; a me non pare però che, per quanto ben nutriti e satolli, i contadini durino una vita che sia solo una pacchia; ugualmente penso sia da scartare l’ipotesi che pacchiano/a possan derivare da un tardo latino regionale pachylus→pachilós derivato da un pachýs greco ="grassoccio".&lt;br /&gt;Non resta dunque che aderire, per l’etimologia di pacchiano, a quanto proposto dal grandissimo prof. Rohlfs che ne congettura una derivazione per metatesi dal sostantivo chiappa (forgiato su di una radice indoeuropea klapp con l’aggiunta del suffisso di pertinenza aneus→ano) nel significato però non di sasso sporgente, ma di natica, elemento sporgente del corpo umano, tenendo presente la morfologia fisica del pacchiano o piú spesso della pacchiana, dotati quasi sempre di sostanziose natiche sporgenti.&lt;br /&gt;3 (fig.) gruppo di persone legate da comuni interessi; conventicola (per lo più spreg.): appartenere alla stessa parrocchia, a parrocchie diverse.&lt;br /&gt;miezo-prevete  o anche miezuprevete s.vo ed agg.vo ma.le e solo m.le    è voce usata esclusivamente per dileggio, sta per mezzo prete, quasi prete; etimologicamente è formata dalla unione di miezo = mezzo, metà a.vo (dal lat. mĕdiu(m)→miezo) e del s.vo prevete   s.m. prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prevete  da cui poi per sincope della sillaba mediana ve si è   formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;&lt;br /&gt; la via seguíta per giungere a prevete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;&lt;br /&gt;Come qui di sèguito   per il  monaco, anche il prete è una figura emblematica, soggetto molto apprezzato nella vita interpersonale soprattutto del popolino, per essere inteso come soggetto molto preparato,   a conoscenza dei casi della vita, soggetto dotato di sapere ed acume intellettivo tali da poter dare, nelle varie occorrenze i migliori e piú adatti consigli e segnatamente al prete titolare di una parrocchia (parrucchiano) i fedeli  furono adusi rivolgersi per chiedere aiuto, consiglio e/o soluzione dei problemi personali o familiari. A tal proposito  rammento una gustusa, colorita espressione/esortazione che suona: fatte benedicere ‘a ‘nu monaco (ma oggi  ) prevete ricchione&lt;br /&gt;Letteralmente: Fatti benedire da un monaco (ma oggi)  prete pederasta attivo. Id est: Chiedi la benedizione (che risolva i tuoi problemi) a qualcuno che ti possa adiuvare: nella fattispecie chiedila ad un monaco (o prete) pederasta.&lt;br /&gt;Chiariamo la portata dell’espressione:  In primis è da rammentare che il detto/consiglio  originariamente parlava di  un monaco ricchione, il prete  è un' erronea  e fantasiosa estensione piú moderna nata probabilmente a rimbrotto ritorsivo in un qualche monastero maschile. &lt;br /&gt;Ma tentiamo di chiarire il  perché dell’espressione; atteso che nella vita  ci sono casi tanto  disperati da necessitare  di interventi adeguati per essere avviati a soluzione;   chi se non un monaco (o un  prete) ricchione, (che cioè siano tra coloro che   abbiano  tutto provato nella vita ed affrontato situazioni particolari) può/possono essere chiamato/i in causa per operare efficaci benedizioni che sortiscano i benefici effetti desiderati? &lt;br /&gt;Benedicere = benedire 1 (teol.) pronunciare una benedizione: il Signore benedisse Abramo &lt;br /&gt;2 invocare la protezione di Dio su persone o cose: il padre benedisse il figlio; il sacerdote benedice i fedeli; benedire l'olivo | andare, mandare a farsi benedire, (fig.) andare, mandare via; anche, andare, mandare in malora &lt;br /&gt;3 lodare, esaltare, ricordare con amore e gratitudine: lo benedico per il bene che mi à fatto &lt;br /&gt;4 da parte di Dio, aiutare, custodire, elargire grazie: benedetto da Dio | che Dio ti benedica, formula di benedizione; nell'uso fam., esclamazione di meraviglia ironica  o lieve rimprovero: che Dio ti benedica, ài mangiato tutto tu!. L’etimo di verbi sia italiano che  napoletano (il napoletano anzi ripete piú esattamente la forma latina) è dal lat. benedicere, comp. di bene e dicere; propr. 'dir bene'&lt;br /&gt; monaco s. m. è  ovviamente  il monaco cioè a dire  chi à abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro di un ordine monastico o religioso che à pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario' (e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; a Napoli il monaco è una figura emblematica, soggetto molto apprezzato nella vita interpersonale soprattutto del popolino, per essere inteso come soggetto a conoscenza dei casi della vita, soggetto dotato di sapere ed acume intellettivo tali da poter dare, nelle varie occorrenze i migliori e piú adatti consigli e proprio ai monaci dei numerosi conventi presenti nell’area cittadina e limitrofa il popolo napoletano fu aduso rivolgersi per chiedere aiuto, consiglio e/o soluzione di problemi. Per restare nell’àmbito della parola monaco rammento che  il medesimo etimo d’esso monaco,  sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello  vale per la voce munaciello  che nella tradizione popolare partenopea è (quantunque non si tratti di un autentico religioso) un particolare piccolo monaco; &lt;br /&gt;‘o munaciello a Napoli è un’entità dai vasti poteri magici; ò parlato di entità in quanto non è dato sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed  assume due personalità: quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora,  se à in simpatia gli abitanti della casa,che lo abbiano accolto di buon grado, onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto goloso!) egli   arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende in  odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli le suscita guai ad iosa.Molto vaste son  le testimonianze che riguardano l’apparizione di  questa simpatica entità che non vi à posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da tributare a  questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi, scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio.Non si lascia vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole(meglio però  se donne in ispecie giovani e procaci) , magari portando in mano le scarpe che à tolto per non produrre rumore di calpestio Scalzo, scheletrico, spesso  lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone,  dello spavento procurato o di inconfessabili  confidenze palpatorie che ama a volte concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:&lt;br /&gt;La prima ipotesi vuole l'inizio di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno Aragonese. La bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si innamora di un tal  Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice  garzone di bottega.&lt;br /&gt;Naturalmente l'amore tra i due è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia  finisse in tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un bambino alquanto deforme(il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le colpe dei genitori!...). Le suore del convento  adottarono motu proprio il bambino  cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo soffriva. Fu cosí che per le strade di Napoli veniva chiamato " lu munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello morí misteriosamente., lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro spirito.&lt;br /&gt;La seconda ipotesi vuole che il Munaciello altro non  sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non addirittura nel primo vano delle case, di tal che  aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo. &lt;br /&gt;Personalmente sono maggiormente  attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare piú consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura,  fu invasa attraverso le condutture. &lt;br /&gt;Proseguiamo:&lt;br /&gt;di prevete  ò già détto; &lt;br /&gt;recchione o ricchione, s. m. omosessuale maschile, pederasta,gay, vocabolo che, partito dal lessico partenopeo, è approdato per merito o colpa   di taluna letteratura minore ed altre forme artistiche quali: teatro cinema e televisione, nei piú completi ed aggiornati lessici della lingua nazionale dove viene riportata come voce volgare, nel generico  significato di omosessuale maschile.&lt;br /&gt;Molto  piú precisamente della lingua nazionale, però, il napoletano con i vocaboli a margine  non definisce il generico omosessuale maschile, ma definisce l’omosessuale maschile attivo quello cioè che nel rapporto sodomitico svolge la parte attiva; chi invece svolge la parte passiva è definito nel napoletano  : femmenella che è quasi: femminuccia, piccola femmina ed è etimologicamente dal latino fémina(m) con raddoppiamento espressivo della postonica  m tipico in parole sdrucciole piú il consueto suffisso diminutivo ella.&lt;br /&gt;Torniamo al recchione - ricchione precisando súbito  che nel napoletano  tale omosessuale maschile non va confuso (come invece accade nell’italiano)con il pederasta il quale, come dal suo etimo greco: pais-paidos=fanciullo ed erastós=amante, è  chi intrattiene rapporti omosessuali con i fanciulli;per il vero la parlata napoletana non à un termine specifico per indicare il pederasta e ciò  probabilmente perché la pedofilía o pederastía fu quasi sconosciuta alla latitudine partenopea, quantuque Napoli sia stata città di origine e cultura greca ;dicevo: ben diverso il pederasta  dal recchione – ricchione che infatti à i suoi viziosi rapporti sodomitici quasi esclusivamente con adulti di pari risma.&lt;br /&gt;Ed accostiamoci adesso al problema etimologico del termine recchione – ricchione; sgombrando súbito il campo dall’idea  che esso termine possa derivare dall’affezione parotidea nota comunemente con il termine orecchioni, affezione che attaccando le parotidi le fa gonfiare ed aumentare di volume.&lt;br /&gt;Una prima e principale scuola di pensiero, alla quale, del resto mi sento di aderire fa risalire i termini in epigrafe al periodo viceregnale(XV-XVI sec.) sulla scia del termine spagnolo orejón con il quale i marinai spagnoli solevano indicare i nobili incaici, conosciuti nei viaggi nelle Americhe, che si facevano forare ed allungare, tenendovi attaccati grossi e pesanti monili, le orecchie; con il medesimo nome erano indicati anche dei nobili peruviani privilegiati, noti altresí per i loro costumi viziosi e lascivi; taluni di costoro usavano abbigliarsi in maniera ridondante ed eccentrica talora cospargendosi di polvere d’oro i padiglioni auricolari,donde la frase napoletana: tené ‘a póvera ‘ncopp’ ê rrecchie = avere la polvere sulle orecchie, usata ironicamente appunto per indicare gli omosessuali.&lt;br /&gt;Da non dimenticare che detti usi di incaici e peruviani furono spesso mutuati da molti marinai che sbarcavano a Napoli, provenienti dalle Americhe, agghindati con grossi e pesanti orecchini(cosa che i napoletani non apprezzarono ritenendo gli orecchini monili da donna e non da uomo..) e parecchi di questi marinai furono súbito indicati con i termini in epigrafe oltre che per l’abbigliamento e le acconciature usati anche per il modo di proporsi ed incedere quasi femmineo, atteso che dai napoletani si ritenne che il loro comportamento sessuale cambiato,  fosse stato determinato dalla lunga permanenza in mare, per i viaggi transoceanici, permanenza che li costringeva a non aver rapporti con donne e doversi contentare di averne con altri uomini.&lt;br /&gt;Successivamente i termini recchione – ricchione palesi adattamenti dello orejón spagnolo passarono ad indicare non solo i marinai, ma un po’ tutti gli omosessuali attivi, conservando il termine femmenielle/femmenelle per quelli passivi.&lt;br /&gt;E mi pare che ce ne sia abbastanza, anche se – per amore di completezza – segnalo qui una nuova ipotesi etimologica proposta dall’amico prof. Carlo Jandolo che ipotizza per ricchione/recchione una culla greca: orkhi-(pédes)= chi à la strozzatura dei testicoli,impotente, con aferesi iniziale, suono di transizione i fra r – cch←kh con raddoppiamento popolare espressivo  e suffisso qualitativo accrescitivo one; tuttavia lo stesso Jandolo non esclude un influsso di recchia soprattutto tenendo presente la fraseologia riportata che fa riferimento ad un orecchio impolverato. &lt;br /&gt;A malgrado dei sentimenti amicali che nutro per Jandolo, non trovo serî motivi per abbandonare quella, a mio avviso,  convincente  via vecchia per  percorrere la impervia  nuova.&lt;br /&gt;Andiamo oltre e parliamo di:&lt;br /&gt;bizzuoco/bizzoca  s.vi ed agg.vi  che valgono bigotto/a,bacchettone/a, baciapile, collotorto, pinzochero/a,   e designano tutte all’incirca una  persona che badi alle pratiche esterne della religione piú che allo spirito di essa, ed estensivamente  quindi anche persona ipocrita attenta piú all’apparire che all’essere; in principio fu in uso la sola voce declinata al femminile atteso che furono in maggior numero le donne piuttosto che gli uomini coloro che avessero quotidiane frequentazioni chiesastiche; successivamente (attorno alla fine del 1800) con la nascita di associazioni a frequentazione anche maschili, accanto al termine di nuovo conio: miezoprevete, fu adottato, a maggior motteggio, il termine bizzuoco  che al  femminile è  bizzoca = beghina; quanto all’etimologia di bizzuoco/bizzoca  accanto ad un basso lat. *bigiòcius= dal saio bigio, ben si è supposto un *bicòtiu(m) donde un *picotiu(m) base anche  del successivo nap. picuozzo  da cui per metatesi ed alternanza p/b→ bizzuoco/bizzoca.&lt;br /&gt;L’ ultima voce appunto  usata  per dileggiare, motteggiare, irridere al massimo gli uomini adulti che avessero quotidiane frequentazioni chiesastico-parrocchiali, fu &lt;br /&gt;pecuozzo   s.vo ed agg.vo m.le e solo m.le che di per sé à un ambito piú ristretto ed  identifica in primis il frate converso, il frate laico di convento e solo estensivamente tutte le voci quali bigotto,bacchettone, baciapile, collotorto, pinzochero, e tutti coloro che – come i surriportati uomini adulti - avessero quotidiane frequentazioni chiesastico-parrocchiali; l’etimo della voce è un tardo latino  *bicòtiu(m) donde un *picotiu(m)→ picuozzo/pecuozzo.&lt;br /&gt;E qui potrei far punto, ma mi pare giusto dire anche di  - bigotto chi fa le viste di stare in perenne continuo contatto con la Deità, assorto in continue orazioni e/o pratiche religiose, la voce deriva  dal fr. bigot, originariamente  epiteto spregiativo dato ai Normanni per il loro intercalare bî God, che  nell'ant. alto ted.valse per Dio;&lt;br /&gt;- beghina s. f. &lt;br /&gt;1 (storicamente) donna appartenente a comunità ispirate a ideali evangelici e caritativi, sorte spec. in Belgio nel sec. XII &lt;br /&gt;2 (per estensione) donna bigotta, bacchettona.&lt;br /&gt;Etimologicamente la voce a margine  è dal fr. beguine, che è probabilmente un adattamento del  medio ingl. beggen 'pregare'; &lt;br /&gt;- bacchettone  che è chi si dedica a pratiche religiose con zelo esagerato e superstizioso; la voce è probabilmente un accrescitivo (cfr. suff. one) deriv. di bacchetta, con riferimento  alla pratica medievale dell'autoflagellazione;oppure con riferimento a coloro che ben volentieri ed ostentatamente si recavano nelle basiliche dai penitenzieri maggiori che usavano assestar loro delle solenni bacchettate dette Sicutennosse  parola  interessante e presente sebbene con piccole varianti, ma analogo significato,  nelle lingue regionali calabre: zicutnose, zichitinos;  sicutenosse fu il nome dato al  colpo assestato con una verga sulla testa o sulle spalle; etimologicamente la parola è una chiara, scherzosa deformazione del latino: sicut nos (come noi) che si incontra nella parte finale della preghiera pater noster; un tempo nelle cattedrali o nelle basiliche cattoliche esistevano i c.d. penitenzieri maggiori, sorta di prelati abilitati,nell’amministrare il sacramento della confessione,ad assolvere anche i piú gravi peccati, tali penitenzieri maggiori  inalberavano sul lato destro del loro confessionale, dove sedevano ad ascoltare le confessioni dei penitenti, una lunga canna con la quale solevano colpire sulla testa o le spalle i penitenti a mo’ di suggello dell’avvenuta assoluzione.Poiché il piú delle volte i penitenzieri maggiori  nel congedare i penitenti, facevan recitar loro il pater noster assestavano il previsto colpo di canna sul finire della recita della preghiera, proprio in coincidenza delle parole sicut nos e da ciò il colpo  trasse il nome di sicutennosse;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- baciapile  che è chi ostentatamente usi baciare , a mo’ di devozione ipocrita le acquasantiere presenti all’ingresso delle chiese; va da sé che l’etimo è una  composizione  di baciare( che è dal  lat. basiare, deriv. di basium 'bacio' e il pl. di pila(= grande vasca di marmo usata nelle chiese cattoliche per contenere l’cquasanta o acqua benedetta  dal lat. pila(m) 'mortaio', della stessa radice di pinsere 'pestare) per l'uso di baciare le pile dell'acquasanta;&lt;br /&gt;- collotorto  che è chi per mera ostentazione, reclini, quando prega, il capo in atto di falsa pietà; etimologicamente è composizione di collo (dal lat. collum) + l’agg.vo torto = piegato (dal part. pass. del lat. volg. *torquĕre, per il class. torquēre/torquíre;&lt;br /&gt;- pinzochero  che precisamente nel secolo XIV, fu un  appartenente ad un gruppo di terziari francescani che praticavano il voto di povertà,  ma non quello di obbedienza alla gerarchia; etimologicamente la voce a margine risulta la stessa di pizzocchero che è un ampliamento di pizzòco  a sua volta da bizzo=bigio colore del saio indossato da quei terziari di cui sopra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-3772185495235586573?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/3772185495235586573/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=3772185495235586573' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3772185495235586573'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3772185495235586573'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/miezo-prevete-bizzuoco-e-pecuozzo.html' title='MIEZO PREVETE – BIZZUOCO E PECUOZZO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5101504462700621970</id><published>2012-01-24T00:04:00.002-08:00</published><updated>2012-01-24T00:06:01.878-08:00</updated><title type='text'>PRÈVETE ED ESPRESSIONI COLLEGATE</title><content type='html'>PRÈVETE ED ESPRESSIONI COLLEGATE&lt;br /&gt;Qui di sèguito prendendo le mosse  dal s.vo  prèvete illustrerò  alcune icastiche espressioni, nonché proverbi e/o wellerismi che lo chiamano in causa.&lt;br /&gt;Cominciamo con il dire che  &lt;br /&gt;prèvete è un s.vo m.le che vale prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prèvete  da cui poi per sincope della sillaba centrale ve si è probabilmente  formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;&lt;br /&gt; la via seguíta per giungere a prèvete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e. Tanto premesso cominciamo con l’elencazione delle espressioni, proverbi o wellerismi: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.FATTE BENEDICERE ‘A ‘NU MONACO (ma oggi  ) PRÈVETE RICCHIONE&lt;br /&gt;Letteralmente: Fatti benedire da un monaco (ma oggi)  prete pederasta attivo. Id est: Chiedi la benedizione (che risolva i tuoi problemi) a qualcuno che ti possa adiuvare: nella fattispecie chiedila ad un monaco (o prete) pederasta.&lt;br /&gt;Chiariamo la portata dell’espressione:  In primis è da rammentare che il detto/consiglio  originariamente parlava di  un monaco ricchione, il prete  è un' estensione piú moderna nata probabilmente o  a rimbrotto in un qualche monastero/convento  maschile, o piú probabilmente allorché i monaci dismisero i conventi della città bassa dove era nata l’espressione. &lt;br /&gt;Ma tentiamo di chiarire il  perché dell’espressione; atteso che nella vita  ci sono casi tanto  disperati che necessitano di interventi adeguati per essere avviati a soluzione,  chi se non un monaco (o un  prete) ricchione, (che cioè sono tra coloro che   abbiano  tutto provato nella vita ed affrontato situazioni particolari) può/possono essere chiamato/i in causa per operare efficaci benedizioni che sortiscano i benefici effetti desiderati?&lt;br /&gt;Prima di soffermarci un po’ su gli elementi squisitamente linguistici, ripeto e preciso che l’espressione in origine recitava fatte benedicere ‘a ‘nu monaco ricchione  e solo successivamente al termine MONACO fu sostituito quello di PRÈVETE. La faccenda si spiega, come anticipai,  con il fatto che l’espressione nacque nella zona bassa della città dove il popolo aveva gran dimestichezza piú che con i preti secolari,   con i monaci di sant’Anna quelli che avevano il loro convento in piazza San Francesco nell’edificio che un tempo era stato appunto  il convento dei monaci di sant’Anna ed in sèguito e fino a poco tempo fa ospitò gli uffici  della Pretura di Napoli ed è piú che probabile che a tali monaci si rivolgesse il popolo per aver consiglio o chiedere soccorso imbattendosi (è ipotizzabile) in qualche monaco pederasta, ma piú capace d’altri suoi confratelli nel prestare consigli o aiuti di pratica efficacia.Quando poi i monaci abbandonarono il convento e si trasferirono altrove il popolo prese a confidarsi con il clero secolare e l’espressione fu adeguata alla nuova evenienza divenendo  fatte benedicere ‘a ‘nu prèvete  ricchione!&lt;br /&gt;Rammento infine che la benedizione ottenuta da un monaco o prete ricchione è ritenuta altresí, nell’inteso comune popolare ottima arma di difesa contro i proditori assalti di menagramo, iettatori, uocchie sicche o cestarielle che siano.   &lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;Benedicere = benedire 1 (teol.) pronunciare una benedizione: il Signore benedisse Abramo &lt;br /&gt;2 invocare la protezione di Dio su persone o cose: il padre benedisse il figlio; il sacerdote benedice i fedeli; benedire l'olivo | andare, mandare a farsi benedire, (fig.) andare, mandare via; anche, andare, mandare in malora &lt;br /&gt;3 lodare, esaltare, ricordare con amore e gratitudine: lo benedico per il bene che mi à fatto &lt;br /&gt;4 da parte di Dio, aiutare, custodire, elargire grazie: benedetto da Dio | che Dio ti benedica, formula di benedizione; nell'uso fam., esclamazione di meraviglia ironica  o lieve rimprovero: che Dio ti benedica, ài mangiato tutto tu!. L’etimo di verbi sia italiano che  napoletano (il napoletano anzi ripete piú esattamente la forma latina) è dal lat. benedicere, comp. di bene e dicere; propr. 'dir bene'&lt;br /&gt; monaco s. m. è  ovviamente  il monaco cioè a dire  chi à abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro di un ordine monastico o religioso che à pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario' (e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; a Napoli il monaco è una figura emblematica, soggetto molto apprezzato nella vita interpersonale soprattutto del popolino, per essere inteso come soggetto a conoscenza dei casi della vita, soggetto dotato di sapere ed acume intellettivo tali da poter dare, nelle varie occorrenze i migliori e piú adatti consigli e proprio ai monaci dei numerosi conventi presenti nell’area cittadina e limitrofa il popolo napoletano fu aduso rivolgersi per chiedere aiuto, consiglio e/o soluzione di problemi. Per restare nell’àmbito della parola monaco rammento che  il medesimo etimo d’esso monaco,  sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello  vale per la voce munaciello  che nella tradizione popolare partenopea è (quantunque non si tratti di un autentico religioso) un particolare piccolo monaco; &lt;br /&gt;‘o munaciello a Napoli è un’entità dai vasti poteri magici; ò parlato di entità in quanto non è dato sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed  assume due personalità: quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora,  se à in simpatia gli abitanti della casa,che lo abbiano accolto di buon grado, onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto goloso!) egli   arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende in  odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli le suscita guai ad iosa.Molto vaste son  le testimonianze che riguardano l’apparizione di  questa simpatica entità che non vi à posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da tributare a  questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi, scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio.Non si lascia vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole(meglio però  se donne in ispecie giovani e procaci) , magari portando in mano le scarpe che à tolto per non produrre rumore di calpestio Scalzo, scheletrico, spesso  lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone,  dello spavento procurato o di inconfessabili  confidenze palpatorie che ama a volte concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:&lt;br /&gt;La prima ipotesi vuole l'inizio di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno Aragonese. La bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si innamora di un tal  Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice  garzone di bottega.&lt;br /&gt;Naturalmente l'amore tra i due è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia  finisse in tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un bambino alquanto deforme(il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le colpe dei genitori!...). Le suore del convento  adottarono motu proprio il bambino  cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo soffriva. Fu cosí che per le strade di Napoli veniva chiamato " lu munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello morí misteriosamente., lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro spirito.&lt;br /&gt;La seconda ipotesi vuole che il Munaciello altro non  sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non addirittura nel primo vano delle case, di tal che  aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo. &lt;br /&gt;Personalmente sono maggiormente  attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare piú consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura,  fu invasa attraverso le condutture idriche.&lt;br /&gt;Prèvete  s.m. prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prèvete  da cui poi per sincope della sillaba mediana ve si è probabilmente  formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;&lt;br /&gt; la via seguíta per giungere a prèvete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;&lt;br /&gt;Come per il precedente monaco, anche il prete è una figura emblematica, soggetto molto apprezzato nella vita interpersonale soprattutto del popolino, per essere inteso come soggetto molto preparato,   a conoscenza dei casi della vita, soggetto dotato di sapere ed acume intellettivo tali da poter dare, nelle varie occorrenze i migliori e piú adatti consigli e segnatamente al prete titolare di una parrocchia (parrucchiano) i fedeli  furono adusi rivolgersi per chiedere aiuto, consiglio e/o soluzione di problemi.&lt;br /&gt;recchione o ricchione, s. m. omosessuale maschile, pederasta,gay, vocabolo che, partito dal lessico partenopeo, è approdato per merito o colpa   di taluna letteratura minore ed altre forme artistiche quali: teatro cinema e televisione, nei piú completi ed aggiornati vocabolarî della lingua nazionale dove viene riportata come voce volgare, nel generico  significato di omosessuale maschile.&lt;br /&gt;Molto  piú precisamente della lingua nazionale, però, il napoletano con i vocaboli a margine  non definisce il generico omosessuale maschile, ma definisce l’omosessuale maschile attivo quello cioè che nel rapporto sodomitico svolge la parte attiva; chi invece svolge la parte passiva è definito nel napoletano  : femmenella che è quasi: femminuccia, piccola femmina ed è etimologicamente dal latino fémina(m) con raddoppiamento espressivo della postonica  m tipico in parole sdrucciole piú il consueto suffisso diminutivo ella.&lt;br /&gt;Torniamo al recchione - ricchione precisando súbito  che nel napoletano  tale omosessuale maschile non va confuso (come invece accade nell’italiano)con il pederasta il quale, come dal suo etimo greco: pais-paidos=fanciullo ed erastós=amante, è  chi intrattiene rapporti omosessuali con i fanciulli;per il vero la parlata napoletana non à un termine specifico per indicare il pederasta e ciò  probabilmente perché la pedofilía o pederastía fu quasi sconosciuta alla latitudine partenopea, quantuque Napoli sia stata città di origine e cultura greca ;dicevo: ben diverso il pederasta  dal recchione – ricchione che infatti à i suoi viziosi rapporti sodomitici quasi esclusivamente con adulti di pari risma.&lt;br /&gt;Ed accostiamoci adesso al problema etimologico del termine recchione – ricchione; sgombrando súbito il campo dall’idea  che esso termine possa derivare dall’affezione parotidea nota comunemente con il termine orecchioni, affezione che attaccando le parotidi le fa gonfiare ed aumentare di volume.&lt;br /&gt;Una prima e principale scuola di pensiero, alla quale, del resto mi sento di aderire fa risalire i termini in epigrafe al periodo viceregnale(XV-XVI sec.) sulla scia del termine spagnolo orejón con il quale i marinai spagnoli solevano indicare i nobili incaici, conosciuti nei viaggi nelle Americhe, che si facevano forare ed allungare, tenendovi attaccati grossi e pesanti monili, le orecchie; con il medesimo nome erano indicati anche dei nobili peruviani privilegiati, noti altresí per i loro costumi viziosi e lascivi; taluni di costoro usavano abbigliarsi in maniera ridondante ed eccentrica talora cospargendosi di polvere d’oro i padiglioni auricolari,donde la frase napoletana: tené ‘a póvera ‘ncopp’ ê rrecchie = avere la polvere sulle orecchie, usata ironicamente appunto per indicare gli omosessuali.&lt;br /&gt;Da non dimenticare che detti usi di incaici e peruviani furono spesso mutuati da molti marinai che sbarcavano a Napoli, provenienti dalle Americhe, agghindati con grossi e pesanti orecchini(cosa che i napoletani non apprezzarono ritenendo gli orecchini monili da donna e non da uomo..) e parecchi di questi marinai furono súbito indicati con i termini in epigrafe oltre che per l’abbigliamento e le acconciature usati anche per il modo di proporsi ed incedere quasi femmineo, atteso che dai napoletani si ritenne che il loro comportamento sessualecambiato,  fosse stato determinato dalla lunga permanenza in mare, per i viaggi transoceanici, permanenza che li costringeva a non aver rapporti con donne e doversi contentare di averne con altri uomini.&lt;br /&gt;Successivamente i termini recchione – ricchione palesi adattamenti dello orejón spagnolo passarono ad indicare non solo i marinai, ma un po’ tutti gli omosessuali attivi, conservando il termine femmeniello/femmenelle per quelli passivi.&lt;br /&gt;E mi pare che ce ne sia abbastanza, anche se – per amore di completezza – segnalo qui una nuova ipotesi etimologica proposta dall’amico prof. Carlo Jandolo che ipotizza per ricchione/recchione una culla greca: orkhi-(pédes)= chi à la strozzatura dei testicoli,impotente, con aferesi iniziale, suono di transizione i fra r –cch con raddoppiamento popolare espressivo  e suffisso qualitativo accrescitivo one; tuttavia lo stesso Jandolo non esclude un influsso di recchia soprattutto tenendo presente la fraseologia riportata che fa riferimento ad un orecchio impolverato. &lt;br /&gt;A malgrado dei sentimenti amicali che nutro per Jandolo, non trovo serî motivi per abbandonare quella, a mio avviso,  convincente  via vecchia per  percorrere la impervia  nuova.&lt;br /&gt;crestariello/cestariello  s.vo m.le di doppia morfologia  1 in primis gheppio, sparviero,falco grillaio 2 per traslato, come nel caso che ci occupa menagramo, iettatore(in riferimento all’acutissima vista del rapace, capace di individuare di lontano la preda, come di lontano, con una semplice guardata, riesce a   colpire il menagramo);&lt;br /&gt;voce  derivata da un ant. francese cresserel   a sua volta da un lat. med.le cristula. (cfr. D.E.I.)&lt;br /&gt;2.SI SI TU ‘O SI’ PRÈVETE CA CE A BENEDITTO QUANNO DICETTEMO ‘E SÍ, PECCHE MO TE LL’ANNIEJE?&lt;br /&gt; Letteramente  Se sei tu il signor prete che ci à benedetti quando dicemmo di sí (quando sposammo) perché ora lo neghi?&lt;br /&gt;Questa frasetta  non à alcun recondito significato traslato e/o nascosto e la riporto  solo per illustrare alcuni vocaboli partenopei tra i quali ben quattro differenti  SI  che avendo  ognuno   un ben preciso, differente  significato necessitano di quattro diverse scritture che indichino d’acchito e precisamente la diversa  funzione grammaticale dei quattro omofoni si.  Cominciamo: &lt;br /&gt;il primo Si  scritto senza alcun segno diacritico (accento o apostrofo) corrisponde all’italiano se  nei significati e funzioni  che seguono:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo  nun ce truvarriamo o truvassemo   a chistu  punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste  truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire  cchiú accorto , non te  truvave dinto a ‘sta situazziona  ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’?  | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che:  si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al piú: simmo nuje, si maje, ca avimmo  bisogno ‘e  te; &lt;br /&gt;2)  fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â  lotteria!; si putesse turnarmene â  casa mia!; si ll’ avesse saputo primma! &lt;br /&gt;3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto? &lt;br /&gt;4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si  anche à sbagliato, no ppe cchesto  ‘o cundanno &lt;br /&gt;5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è! &lt;br /&gt;6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse  fernuto pe ttiempo; nun saccio  che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava  si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo  pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.&lt;br /&gt;Rammento che questa congiunzione  si  napoletana non viene mai usata  come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano. &lt;br /&gt;Andiamo oltre :&lt;br /&gt;si’   è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo finale;  viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prèvete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.&lt;br /&gt; Ricordo che càpita  spesso che   sulla bocca  del popolino, meno conscio  o attento  del/al proprio idioma, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna  di taluni  pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata  napoletana  la voce a margine  è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto zi’ (zio) apocope appunto di zio che è dal lat. thiu(m). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proseguiamo dicendo che &lt;br /&gt;sî corrispondente all’italiano sei  voce verbale (2ª p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî   forse derivata  etimologicamente  dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologica per distinguere la voce verbale a margine, come abbiamo visto, da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;--sí  avverbio affermativo  derivato dal lat. sic 'cosí', forma abbr. della loc. sic est 'cosí è'&lt;br /&gt;1 si usa nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Hê capito?" "Sí"; "Venarranno pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo",  "Sí overamente!", "Ma sí!" | facette segno ‘e sí, annuire ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, credere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' si è  ssí, in caso affermativo: si è  ssí, te  telefono/' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no &lt;br /&gt;2 spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; ‘nu juorno íí e uno no, a giorni alterni ' sí e no, a malapena, quasi  ' te muove sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú sí ca no, probabilmente sí &lt;br /&gt;3 con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ch’ è bbella!; chesta sí che è ‘na nuvità! &lt;br /&gt;come s.vo&lt;br /&gt;1 risposta affermativa, positiva: m’ aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu  bbelul sí; ‘e spuse ànno ggià ditto sí; stare tra ‘o sí e ‘o  no, essere incerto; &lt;br /&gt;2 pl. voti favorevoli: se so’ avuti  tre ssí e quattro no || Usato come agg. invar. (fam.) positivo, favorevole: ‘na jurnata sí. &lt;br /&gt;3.'E SÀBBATO, 'E SÚBBETO E SENZA PRÈVETE! &lt;br /&gt;Di sabato, di colpo e senza prete! È il malevolo augurio che si lancia all'indirizzo di qualcuno cui si augura di morire in un giorno prefestivo, cosa che impedisce la sepoltura il giorno successivo, di morire di colpo senza poter porvi riparo e di non poter godere nemmeno del conforto religioso. &lt;br /&gt;4.FÀ ‘A FATICA D’’E PRIEVETE.&lt;br /&gt;Ad litteram: fare il lavoro dei preti. Id est: fare un’attività tranquilla e non impegnativa  quale, ingiustamente, si riteneva ed ancóra si ritiene che fósse e   sia  quella svolta dai sacerdoti  al segno che, altrove si dice che si ‘a fatica fosse bbona ‘a faccesro ‘e prievete (se il lavoro  fosse  una cosa buona, lo farebbero  i preti).&lt;br /&gt;Fatica s. f.  sinonimo di lavoro, impegno quantunque di per sé il termine fatica connoti il semplice lavoro, ma uno  sforzo fisico o intellettuale che genera stanchezza, quella  che nasce da un'attività fisica o psichica troppo intensa o prolungata; l’etimo è dal  lat. volg. *fatiga(m), deriv. di fatigare 'prostrare, stancare';&lt;br /&gt;prievete s. m. plurale metafonetico  di prèvete: prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prèvete  da cui poi per sincope della sillaba implicata ve si è probabilmente  formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;&lt;br /&gt; la via seguíta per giungere a prèvete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e. &lt;br /&gt;5.CHI TÈNE CUMMEDITÀ E NUN SE NE SERVE, NUN TROVA 'O PRÈVETE CA LL'ASSOLVE. &lt;br /&gt;Letteralmente: Chi à comodità e non se ne serve, non trova un prete che l'assolva. Id est: chi à avuto, per sorte o meriti, delle comodità deve servirsene, in caso contrario commetterebbe non solo una sciocchezza autolesiva, ma pure un peccato cosí grave per la cui assoluzione non sarebbe bastevole un semplice prete, ma bisognerebbe far ricorso al penitenziere maggiore. &lt;br /&gt;6. SI' PRE' 'O CAPPIELLO VA STUORTO... - ACCUSSÍ À DDA JÍ! &lt;br /&gt;- Signor prete, il cappello va storto - Cosí deve andare. Simpatico duettare tra un gruppetto di monelli che - pensando di porre in ridicolo un prete - gli significavano che egli aveva indossato il suo cappello di sgimbescio, e si sentirono rispondere che quella era l'esatta maniera di portare il suddetto copricapo. La locuzione viene usata quando si voglia fare intendere che non si accettano consigli non richiesti soprattutto quando chi dovrebbe riceverli à - per sua autorità - sufficiente autonomia di giudizio.Rammento che nel parlato comune dei meno consci o attenti della/alla parlata napoletana, l’espressione viene riportata erroneamente come: Zi' pre' 'o cappiello va stuorto... - accussí à dda jí! con un’evidente colpevole confusione tra il si’  e zi’  che  comporta  la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé l’apocope di si- gnore ) con lo scorretto zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) per cui si ottiene  lo scorretto zi’ prèvete  in luogo del corretto si’ prèvete dove il si’ (ò detto) è l’apocope di si-gnore (che etimologicamente è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano mentre alibi per indicare la voce signora si usa un sié  che è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur → sie-gneuse.&lt;br /&gt;Rammenterò a margine di tutto ciò un’altra tipica espressione partenopea che è ‘o si’ nisciuno usata per dileggio nei confronti di chi sia uomo di nessuna valenza teorica e/opratica; a tale insignificante individuo s’usa dire: sî ‘o si’ nisciuno(sei il signor nessuno, non vali o conti nulla!); l’espressione ‘o si’ nisciuno, spessissimo scorrettamente suole rendersi con‘o zi’ nisciuno incorrendo maldestramente nell’equivoco di cui ò già detto; in tale equivoco incorse inopinatamente anche il famosissimo scrittore partenopeo don Peppino Marotta (Napoli, 5 aprile 1902 -† Napoli, 10 ottobre 1963),  che tradusse in un suo scritto l’espressione‘o si’ nisciuno con un inconferente lo zio Nessuno invece dell’atteso il signor Nessuno… Ma Marotta fu cosí grande scrittore e napoletano da pietra di paragone, che gli perdono e gli dobbiamo perdonare tutto!  - 7.DICETTE ‘O SI’ PRÈVETE Â SIÉ BADESSA: SENZA DENARE NUN SE CANTANO MESSE!&lt;br /&gt;Ad litteram: Il signor prete disse alla signora abadessa: Senza denari, non si celebrano messe cantate!&lt;br /&gt;Antico icastico proverbio partenopeo, il cui assunto indica che nella vita nulla viene fatto gratuitamente, ma ogni cosa – persino lo piú sacra – à un suo prezzo, dal quale non si può prescindere se si vogliono ottenere i risultati pratici agognati. Infatti se persino i sacerdoti pretedono un corrispettivo per la celebrazione di una S.Messa , sia pure cantata, quanto e piú potrà fare chiunque altro cui si chieda di prestare la propria opera!&lt;br /&gt;È inutile attendersi gratuità!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;nota :&lt;br /&gt;Comincio col dire che spesso sulla bocca  del popolino, meno conscio  o attento  della/alla propria lingua,ma – inopinatamente – pure sulle labbra di taluni sedicenti studiosi della lingua napoletana  il proverbio in epigrafe è reso con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé l’apocope di signore ) con uno scorretto zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco  tehîos ) per cui si ottenengono gli scorretti zi’ prèvete e zi’ badessa in luogo dei corretti si’ prèvete e sié  badessa dove il si’ (ò  detto) è l’apocope di si-gnore (che etimologicamente è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano  mentre  il sié è l’apocope  di signora,apocope ricavata sulla   voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→ sie-gneuse.&lt;br /&gt;E passiamo ad analizzare qualche singola parola sorvolando su prèvete di cui reiteratamente ò détto; &lt;br /&gt;- badessa  e cioè: superiora in un monastero femminile: madre badessa, ma ironicamente anche  donna autoritaria, che si dia arie di superiorità; etimologicamente il termine badessa è una forma aferetica per (a)-badessa che viene dal latino abbatissa  voce femminilizzata di abbas/abbate(m) che trae dal caldeo e siriaco âbâ o âbbâ= padre.&lt;br /&gt;- Messe propiamente il plurale di messa che è – come noto -  nella religione cattolica, il sacrificio del corpo e del sangue di Gesú Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, è offerto dal sacerdote a Dio sull'altare, per rinnovare il sacrificio della croce; etimologicamente la parola napoletana messa tal quale la identica toscana, è il participio passato femminile del verbo latino mittere e cioè missa= inviata, mandata; per comprendere appieno il perché di questo nome dato alla celebrazione liturgica bisogna risalire al 1°,2° sec. quando i primi cristiani, per celebrare il loro rito della eucaristia (etimologicamente da un  tardo latino eucharistia(m), dal gr. eucharistía, comp. di êu bene e un derivato di cháris -itos : grazia; propr. riconoscenza, gratitudine) si riunivano nelle catacombe (etimologicamente da un tardo latino catacumba(m), comp. del gr. katá:  giú, sotto e il lat. cumba :cavità); al termine della celebrazione liturgica, il presbitero che aveva consacrato l’eucaristia  ne affidava alcune particole = piccole parti ai diaconi che erano i suoi assistenti, affinché essi  le recassero a tutti i fedeli che, per varî motivi assenti, non avevano partecipato al rito;  fatto ciò, congedava gli altri fedeli annunciando loro: Ite, missa est!  id est: Andate via, l’ò mandata! Quel missa finale finí per dare il nome alla celebrazione liturgica  relativa. A margine e completamento delle locuzioni incentrate sulla figura del prèvete, parlo di alcune figure che strictu sensu non rietrano fra quelle dei consacrati,ma dal popolino spesso per ignoranza o dileggio vi vengono accomunate  &lt;br /&gt;8.MIEZU PRÈVETE – BIZZUOCO E PECUOZZO&lt;br /&gt;Entro súbito in argomento dicendo che le voci miezu-prèvete (mezzo prete) e la voce bizzuoco  sono, nell’inteso comune, dei sinonimi e negli anni intorno al 1950 furono usati per dileggio con riferimento a tutti quegli uomini adulti che avessero frequentazioni piú o meno abituali e continue con la propria parrocchia o altre familiarità  chiesastiche, per patecipare ad attività religiose, il piú delle volte   risultando iscritti ad associazioni cattoliche come in primis, l’ A.C.I.( Azione Cattolica Italiana la più antica, ampia e diffusa tra le associazioni cattoliche laicali d'Italia, associazione le cui origini possono essere fatte risalire al 1867, quando due giovani universitari, Mario Fani, viterbese, e Giovanni Acquaderni, bolognese, fondano la Società della Gioventù Cattolica. Il motto dell’ A.C.I.:  "Preghiera, Azione, Sacrificio" sintetizza la fedeltà a quattro principi fondamentali:la devozione al Papa (sentire cum Ecclesia),un forte progetto educativo (studio della religione),la vita secondo i principi del cristianesimo,un diffuso impegno alla carità verso i piú deboli e i piú poveri) oppure ad altre associazioni di ispirazioni cattoliche: Terziari francescani, F.U.CI.(Federazione Universitaria Cattolica Italiana che nacque nel 1896, sull'onda di una nuova enfasi alla partecipazione sociale dei cattolici alla società civile ed alla politica, che culminerà con la fine del "non expedit" di lí a pochi anni),Coadiutori salesiani  ed altre, o risultando  assidui frequentari oltre che della santa messa domenicale anche di altre funzioni religiose  quali benedizioni eucaristiche, processioni, mesi mariani (sermoni e preghiere quotidiane dedicate al culto della santa Vergine Maria,durante il mese di maggio) o del Sacro Cuore(sermoni e preghiere quotidiane dedicate al culto del  sacro Cuore di Gesú,durante il mese di giugno), Ritiri di perseveranza (corsi predicati tenuti da gesuiti, corsi in genere serali e quotidiani di preghiera e meditazione tenuti nel mese antecedente la celebrazione dell festa della santa Pasqua di Resurrezione)etc. Ogni uomo adulto che avesse tali frequentazioni fu battezzato dal popolino con l’appellativo di miezo-prèvete =mezzo prete atteso che, per il popolo ignorante, solo un sacerdote avrebbe potuto sentire il bisogno di  avere quelle frequentazioni quotidiane o ricorrenti con la materia religiosa; posto invece che quegli adulti che le avevano non erano sacerdoti, ma semplici laici, ecco che furono    per dileggio détti mieze-prievete =mezzi preti, quasi preti. Tale appellativo fu – ovviamente – solo maschile; successivamente accanto all’appellativo or ora ricordato  ogni uomo adulto che avesse  frequentazioni chiesastiche fu battezzato anche con il termine bizzuoco che originariamente nella morfologia di bizzoca era destinato esclusivamente alle donne.Rammento altresí che alla fine degli anni ‘960   invalse l’uso d’usare, sia pure impropriamente, altresí il termine pecuozzo  per indicare ogni uomo adulto che avesse quotidiane o ricorrenti frequentazioni chiesastiche.&lt;br /&gt;Esaminiamo un po’ le singole voci incontrate:&lt;br /&gt;parrocchia s. f.  (dal lat. tardo parochia(m), dal gr. paroikía, propr. 'vicinato', deriv. di paroikêin 'abitare presso')&lt;br /&gt;1  nella chiesa cattolica e in altre chiese cristiane, la piú piccola circoscrizione territoriale in cui è divisa una diocesi | la chiesa in cui il parroco esercita il suo ministero; anche, la sede dell'ufficio parrocchiale o l'edificio in cui si svolgono alcune attività parrocchiali; la parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'ambito di una Chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore; spetta unicamente al Vescovo diocesano erigere, sopprimere o modificare le parrocchie; egli non le eriga, non le sopprima e non le modifichi in modo rilevante senza aver sentito il consiglio presbiterale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 l'insieme di tutti i parrocchiani cioè dei fedeli frequentanti la parrocchia affidati alle cure pastorali del parroco; l’ò precisato perché in napoletano esiste l’omofona ed omografa voce parrocchiano/parrucchiano  che non indica però  il fedele frequentante la parrocchia, ma indica il parroco con la medesima derivazione della voce parrocchia(dal lat. tardo parochia(m)) con l’aggiunta del suffisso di pertinenza aneus→ano); ricordo ancóra che ebbi con un tal sig. Gambardella frequentatore di un mio blog una divertente diatriba e durai non poca fatica per fargli comprendere ed accettare l’idea che le voci pacchiano e parrucchiano son solo graziosamente assonanti, ma ànno significati affatto diversi : ò détto di parrucchiano= parroco; mentre la voce  pacchiano/a   parola (sost. ed agg.vo m. o f.) oramai pressoché desueta ,  che fu molto usata negli anni tra il ’40 ed il ’50 dello scorso secolo e fu usata per indicare i contadini, i provinciali ed estensivamente gli zoticoni ed i rozzi provinciali provenienti dai paesi (nei quali per altro si rifugiarono parecchi napoletani per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale) della campagna partenopea (da non confondere dunque con i cafoni per solito provinciali di montagna).&lt;br /&gt;Ancora piú estensivamente con il termine pacchiano si identificò il villano, il rozzo provinciale fisicamente ben pasciuto, e con il corrispettivo pacchiana la contadinotta di generose forme, quella contadina, detta affettuosamente ‘a pacchianella ‘e ll’ova, che ogni giorno era solita rifornire le case dei cittadini sfollati id est:fuggiti dalla città, di generi alimentari freschi (uova, formaggi,insaccati, latte, burro nonché verdure ed altri prodotti dell’orto).&lt;br /&gt;Chiarito ad un dipresso il concetto di pacchiano/a, passiamo a parlare brevemente della sua etimologia.&lt;br /&gt;Sgombriamo súbito il campo da quella che – a mio avviso – è solo una graziosa, ma pretestuosa paretimologia e cioè che con la parola pacchiana e poi il corrispondente maschile si indicasse, contrariamente al cafone che è montanaro, la contadina, la villana e poi il contadino, il villano che giungessero in città p’’a chiana attraverso cioè la pianeggiante campagna. È altresí da escludere una pretesa derivazione onomatopeica da un ipotizzato, ma non spiegato suono pacchio.&lt;br /&gt;Cosa mai produrrebbe nel pacchiano il suddetto suono? Non è dato sapere!...&lt;br /&gt;Un’altra tentazione è che il termine pacchiano/a possa collegarsi al sostantivo italiano pacchia =gran mangiata e per estensione: vita beata e tranquilla, gioiosa ed allegra (dal latino: patulum→pat’lum→pac’lum→pacchio e pacchia = cibo,pasto),oppure che il termine pacchiano/a possa essere un deverbale di pacchiare: vivere beatamente, satollandosi di cibo e/o altro, senza quasi fatica; a me non pare però che, per quanto ben nutriti e satolli, i contadini durino una vita che sia solo una pacchia; ugualmente penso sia da scartare l’ipotesi che pacchiano/a possan derivare da un tardo latino regionale pachylus→pachilós derivato da un pachýs greco ="grassoccio".&lt;br /&gt;Non resta dunque che aderire, per l’etimologia di pacchiano, a quanto proposto dal grandissimo prof. Rohlfs che ne congettura una derivazione per metatesi dal sostantivo chiappa (forgiato su di una radice indoeuropea klapp con l’aggiunta del suffisso di pertinenza aneus→ano) nel significato però non di sasso sporgente, ma di natica, elemento sporgente del corpo umano, tenendo presente la morfologia fisica del pacchiano o piú spesso della pacchiana, dotati quasi sempre di sostanziose natiche sporgenti.&lt;br /&gt;3 (fig.) gruppo di persone legate da comuni interessi; conventicola (per lo più spreg.): appartenere alla stessa parrocchia, a parrocchie diverse.&lt;br /&gt;miezo-prèvete  o anche miezoprèvete s.vo ed agg.vo ma.le e solo m.le    è voce usata esclusivamente per dileggio, sta per mezzo prete, quasi prete; etimologicamente è formata dalla unione di miezo = mezzo, metà a.vo (dal lat. mĕdiu(m)→miezo) e del s.vo prèvete   s.m. prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto,  che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prèvete  da cui poi per sincope della sillaba mediana ve si è probabilmente  formato il toscano prete è dal tardo latino  presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;&lt;br /&gt; la via seguíta per giungere a prèvete partendo da presbyteru(m)  è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;&lt;br /&gt;Come qui di sèguito   per il  monaco, anche il prete è una figura emblematica, soggetto molto apprezzato nella vita interpersonale soprattutto del popolino, per essere inteso come soggetto molto preparato,   a conoscenza dei casi della vita, soggetto dotato di sapere ed acume intellettivo tali da poter dare, nelle varie occorrenze i migliori e piú adatti consigli e segnatamente al prete titolare di una parrocchia (parrucchiano) i fedeli  furono adusi rivolgersi per chiedere aiuto, consiglio e/o soluzione dei problemi personali o familiari. &lt;br /&gt;Andiamo oltre e parliamo di:&lt;br /&gt;bizzuoco/bizzoca  s.vi ed agg.vi  che valgono bigotto/a,bacchettone/a, baciapile, collotorto, pinzochero/a,   e designano tutte all’incirca una  persona che badi alle pratiche esterne della religione piú che allo spirito di essa, ed estensivamente  quindi anche persona ipocrita attenta piú all’apparire che all’essere; in principio fu in uso la sola voce declinata al femminile atteso che furono in maggior numero le donne piuttosto che gli uomini coloro che avessero quotidiane frequentazioni chiesastiche; successivamente (attorno alla fine del 1800) con la nascita di associazioni a frequentazione anche maschili, accanto al termine di nuovo conio: miezoprèvete, fu adottato, a maggior motteggio, il termine bizzuoco  che al  femminile è  bizzoca = beghina; quanto all’etimologia di bizzuoco/bizzoca  accanto ad un basso lat. *bigiòcius= dal saio bigio, ben si è supposto un *bicòtiu(m) donde un *picotiu(m) base anche  del successivo nap. picuozzo  da cui per metatesi ed alternanza p/b→ bizzuoco/bizzoca. A proposito di questo bizzuoco rammento una curiosità e cioè che essa voce venne usata dalla mia nonna simpatica, ma semianalfabeta, per indicare quale aggettivo del pane,   il pan tostato che per lei era ‘o ppane bizzuoco. Ovviamente non c’entrava nulla il bizzuoco di cui ò fin qui détto, ma si trattava di una involontaria,  patente seppure impropria corruzione spagnoleggiante del termine iberico bizcocho= biscotto. Fui un ragazzo beneducato, costumato e rispettoso e mai mi sarei permesso di far notare alla nonna un suo errore. Forse da adulto mi sarei azzardato a consigliarle d’usare per indicare il pan tostato piú che quell’improprio bizzuoco la voce in uso nel salernitano mascuotto s.vo neutro formato dal part. pass. cuotto (dal lat. coctu(m) p.p. di coquere) agglutinato in posizione protetica dell’avverbio iberico mas = di piú; ma la nonna non c’è piú da tanti anni... &lt;br /&gt;L’ ultima voce   usata  per dileggiare, motteggiare, irridere al massimo gli uomini adulti che avessero quotidiane frequentazioni chiesastico-parrocchiali, fu &lt;br /&gt;pecuozzo   s.vo ed agg.vo m.le e solo m.le che di per sé à un ambito piú ristretto ed  identifica in primis il frate converso, il frate laico di convento e solo estensivamente tutte le voci quali bigotto,bacchettone, baciapile, collotorto, pinzochero, e tutti coloro che – come i surriportati uomini adulti - avessero quotidiane frequentazioni chiesastico-parrocchiali; l’etimo della voce è un tardo latino  *bicòtiu(m) donde un *picotiu(m)→ picuozzo/pecuozzo.&lt;br /&gt;E qui potrei far punto, ma mi pare giusto dire anche di  - bigotto  che è chi fa le viste di stare in perenne continuo contatto con la Deità, assorto in continue orazioni e/o pratiche religiose, la voce deriva  dal fr. bigot, originariamente  epiteto spregiativo dato ai Normanni per il loro intercalare bî God, che  nell'ant. alto ted.valse per Dio;&lt;br /&gt;- beghina s. f. &lt;br /&gt;1 (storicamente) donna appartenente a comunità ispirate a ideali evangelici e caritativi, sorte spec. in Belgio nel sec. XII &lt;br /&gt;2 (per estensione) donna bigotta, bacchettona.&lt;br /&gt;Etimologicamente la voce a margine  è dal fr. beguine, che è probabilmente un adattamento del  medio ingl. beggen 'pregare'; &lt;br /&gt;- bacchettone  che è chi si dedica a pratiche religiose con zelo esagerato e superstizioso; la voce è probabilmente un accrescitivo (cfr. suff. one) deriv. di bacchetta, con riferimento  alla pratica medievale dell'autoflagellazione;oppure con riferimento a coloro che ben volentieri ed ostentatamente si recavano nelle basiliche dai penitenzieri maggiori che usavano assestar loro delle solenni bacchettate dette Sicutennosse  parola  interessante e presente sebbene con piccole varianti, ma analogo significato,  nelle lingue regionali calabre: zicutnose, zichitinos;  sicutenosse fu il nome dato al  colpo assestato con una verga sulla testa o sulle spalle; etimologicamente la parola è una chiara, scherzosa deformazione del latino: sicut nos (come noi) che si incontra nella parte finale della preghiera pater noster; un tempo nelle cattedrali o nelle basiliche cattoliche esistevano i c.d. penitenzieri maggiori, sorta di prelati abilitati,nell’amministrare il sacramento della confessione,ad assolvere anche i piú gravi peccati, tali penitenzieri maggiori  inalberavano sul lato destro del loro confessionale, dove sedevano ad ascoltare le confessioni dei penitenti, una lunga canna con la quale solevano colpire sulla testa o le spalle i penitenti a mo’ di suggello dell’avvenuta assoluzione.Poiché il piú delle volte i penitenzieri maggiori  nel congedare i penitenti, facevan recitar loro il pater noster assestavano il previsto colpo di canna sul finire della recita della preghiera, proprio in coincidenza delle parole sicut nos e da ciò il colpo  trasse il nome di sicutennosse;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- baciapile  che è chi ostentatamente usi baciare , a mo’ di devozione ipocrita le acquasantiere presenti all’ingresso delle chiese; va da sé che l’etimo è una  composizione  di baciare( che è dal  lat. basiare, deriv. di basium 'bacio' e il pl. di pila(= grande vasca di marmo usata nelle chiese cattoliche per contenere l’cquasanta o acqua benedetta  dal lat. pila(m) 'mortaio', della stessa radice di pinsere 'pestare) per l'uso di baciare le pile dell'acquasanta;&lt;br /&gt;- collotorto  che è chi per mera ostentazione, reclini, quando prega, il capo in atto di falsa pietà; etimologicamente è composizione di collo (dal lat. collum) + l’agg.vo torto = piegato (dal part. pass. del lat. volg. *torquĕre, per il class. torquēre/torquíre;&lt;br /&gt;- pinzochero  che precisamente nel secolo XIV, fu un  appartenente ad un gruppo di terziari francescani che praticavano il voto di povertà,  ma non quello di obbedienza alla gerarchia; etimologicamente la voce a margine risulta la stessa di pizzocchero che è un ampliamento di pizzòco  a sua volta da bizzo=bigio colore del saio indossato da quei terziari di cui sopra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Satis est.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5101504462700621970?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5101504462700621970/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5101504462700621970' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5101504462700621970'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5101504462700621970'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/prevete-ed-espressioni-collegate.html' title='PRÈVETE ED ESPRESSIONI COLLEGATE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-2255803167638970127</id><published>2012-01-24T00:04:00.001-08:00</published><updated>2012-01-24T00:04:42.469-08:00</updated><title type='text'>‘A BBELLA MBRIANA E DINTORNI</title><content type='html'>‘A BBELLA MBRIANA E DINTORNI&lt;br /&gt;Nella parlata  napoletana con la voce mbriana si indica la  fata, e piú genericamente una donna bella, buona ed affascinante; la medesima voce mbriana addizionata di un non pleonastico aggettivo bella è usata per indicare una fata benefica,ed augurale, un essere soprannaturale, ma inteso donna, che protegge la casa che piú meno stabilmente frequenta e che fa il paio con il cosiddetto munaciello  altro essere soprannaturale, ma inteso uomo che pur dovrebbe proteggere la casa, ma che, a differenza della mbriana  sempre benefica ed augurale, spesso è dispettoso e malefico. La benefica bella mbriana è uno spirito sempre  positivo e benigno che apporta (nelle case vaste ed antiche in cui si trattiene)  ordine, assetto, sistemazione,  pace, tranquillità. À solo due negatività: è uno spiritello nato stanco ed esige di trovare, nelle case che frequenta, sempre una sedia libera su cui accomodarsi per riposare le stanche membra; à poi in uggia  disordine (quale che sia),  confusione, scompiglio, caos, subbuglio, baraonda ( di adulti o piú spesso di bambini), babele per cui guai a non farle trovare almeno una sedia libera o a farle trovare fuori posto abiti, biancheria, suppellettili  e/o masserizie o ancóra farle trovare bambini chiassosi o vocianti! Adirata, in tali casi la bella mbriana abbandona la casa ed è difficile che vi ritorni,  portando seco ciò che è di sua spettanza: pace, armonia, intesa, accordo, tranquillità,  serenità, quiete , benessere. Fu questo il motivo per cui,  temporibus illis, nelle vecchie case napoletane le donne di casa,le mamme di famiglia, convinte che la loro abitazione fosse frequentata stabilmente dalla bella mbriana,   cercavano di tener sempre pulita ed  in ordine la dimora(specialmente se vasta ed antica; era impossibile infatti che la bella mbriana dimorasse in una casa angusta e nuova…), attente a non lasciar nulla fuori posto, curando che le sedie fossero sempre libere,  sgombre di ogni cosa, compreso i panni in attesa di stiratura…,e zittivano continuamente i bambini che spesso erano mandati a fare i loro rumorosi giuochi in cortile, per le scale di casa o per la strada, piuttosto che in casa con il rischio di infastidire la mbriana!      &lt;br /&gt;La voce  mbriana si può trovare anche, (ma quasi esclusivamente nel linguaggio del tardo ‘500 e del ‘600, mai piú ripreso ) nelle forme di mmeriana, moreana e dritto per dritto dal lat. medievale meridiana ed in tutte queste forme valgon sempre fata,talvolta ombra  e piú genericamente  donna bella, buona,  ed affascinante.&lt;br /&gt;Rammenterò a chiosa che talvolta (specie nel parlato popolare la voce bella mbriana è usata in senso furbesco ed antifrastico per indicare una donna lasciva e  procace che si lasci facilmente conquistare e addirittura possedere.&lt;br /&gt;E  veniamo all’etimo del termine mbriana  etimo che tutti i lessicografi, sulla scia del Du Cange, fanno risalire ad un acc.vo latino meridiana(m) (horam)= ora del mezzodí  quella che produce l’innocua e non spaventosa ombra del corpo , quell’ora benefica di piena luce che come tale  non è, né può esser  foriera di pericoli che, invicem, si manifesterebbero o potrebbero manifestarsi con il buio…&lt;br /&gt;Indichiamo il percorso morfologico per giungere a mbriana partendo da meridiana; abbiano: *meridiana, donde con epentesi eufonica di una b si à mberidiana→ mb(e)ri(di)ana→mbriana e non vedo necessità di aggiungere alcun segno diacritico d’aferesi atteso che in mbriana non si è verificata alcuna caduta di sillaba o lettera iniziale da doversi indicare con il segno (‘); dunque semplicemente mbriana e non ‘mbriana !, come pure mi è occorso inopinatamente, di trovare talvolta scritto…addirittura in taluni  compilatori di lessici etimologici del napoletano.&lt;br /&gt;A completamento di tutto quanto qui scritto  ora segnalo  una divertente chicca che ò còlto spulciando il Dizionario etimologico dei dialetti d’Italia  di Cortelazzo/Marcato.&lt;br /&gt;Nei significati difata benefica,ed augurale, donna bella, buona ed affascinante, gli autori non cosiderano l’espressione bella mbriana,ma accolgono una inesatta ed inconferente bella ‘ndriana pescata su di un antico (1887) dizionario napoletano –italiano compilato da Raffaele Andreoli. Cortelazzo/Marcato tengono dietro alla  fantasiosa sicumera senza pari dell’Andreoli  che , per far passare l’espressione,  s’inventò una ipotizzata benefica fata Adriana. Mio sommesso, ma deciso avviso è che l’Andreoli (unico del resto  fra i compilatori di calepini della parlata napoletana ad accogliere tale scorretta bella ‘ndriana  e come tale responsabile di aver portato fuori strada un attento ricercatore come fu  il ch.mo prof. Manlio Cortelazzo e la sua collaboratrice dr.sa Marcato)  abbia preso un colossale abbaglio o (per dirla in pretto  napoletano) ‘nu ddio ‘e zzarro (un sesquipedale abbaglio), operando una corruzione dell’originaria bella mbriana (espressione che d’altra parte egli stesso accoglie nel consueto significato, nel suo vocabolario) e facendola diventare una scorretta, improbabile,improponibile ed inutile(esistendo già la soddisfacente bella mbriana!...)  bella ‘ndriana per la quale non mi riesce per nulla di  capire quale possa esser la strada da seguire per giungere da Adriana  a ‘ndriana  che tuttalpiú presupporrebbe un Indriana/Andriana (abitante di Andria??)  e non l’ipotizzata Adriana  . Rammentando in chiusura che talvolta anche Omero sonnecchia… figurarsi un Andreoli!, faccio punto qui.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-2255803167638970127?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/2255803167638970127/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=2255803167638970127' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2255803167638970127'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2255803167638970127'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/bbella-mbriana-e-dintorni.html' title='‘A BBELLA MBRIANA E DINTORNI'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5434460860256000539</id><published>2012-01-24T00:03:00.000-08:00</published><updated>2012-01-24T00:04:12.145-08:00</updated><title type='text'>‘O MONACO   e ‘O MUNACIELLO</title><content type='html'>‘O MONACO   e ‘O MUNACIELLO&lt;br /&gt;‘O MONACO   e piú precisamente ‘O MUNACIELLO; ‘o monaco sta ovviamente per il monaco cioè a dire  chi à abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro di un ordine monastico o religioso che à pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario' (e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; il medesimo etimo sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello  vale per la voce munaciello  che nella tradizione popolare partenopea è un particolare piccolo monaco; ‘o munaciello a Napoli è un’entità dai vasti poteri magici; ò parlato di entità in quanto non è dato sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed  assume due personalità: quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora,  se à in simpatia gli abitanti della casa,che lo abbiano accolto di buon grado, onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto goloso!) egli   arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende in  odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli le suscita guai ad iosa.Molto vaste son  le testimonianze che riguardano l’apparizione di  questa simpatica entità che non vi à posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da tributare a  questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi, scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio.Non si lascia vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole(meglio però  se donne in ispecie giovani e procaci) , magari portando in mano le scarpe che à tolto per non produrre rumore di calpestio Scalzo, scheletrico, spesso  lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone,  dello spavento procurato o di inconfessabili  confidenze palpatorie che ama a volte concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:&lt;br /&gt;La prima ipotesi vuole l'inizio di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno Aragonese. La bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si innamora di un tal  Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice  garzone di bottega.&lt;br /&gt;Naturalmente l'amore tra i due è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia  finisse in tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un bambino alquanto deforme(il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le colpe dei genitori!...). Le suore del convento  adottarono motu proprio il bambino  cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo soffriva. Fu cosí che per le strade di Napoli veniva chiamato " lu munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello morí misteriosamente., lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro spirito.&lt;br /&gt;La seconda ipotesi vuole che il Munaciello altro non  sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non addirittura nel primo vano delle case, di tal che  aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo. &lt;br /&gt;Personalmente sono maggiormente  attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare piú consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura,  fu invasa attraverso le condutture idriche.&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5434460860256000539?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5434460860256000539/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5434460860256000539' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5434460860256000539'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5434460860256000539'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/o-monaco-e-o-munaciello.html' title='‘O MONACO   e ‘O MUNACIELLO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1984860248614771580</id><published>2012-01-23T01:45:00.000-08:00</published><updated>2012-01-23T01:46:31.577-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1583</title><content type='html'>1 -TENÉ 'A PAROLA SUPERCHIA&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere la parola superflua. Detto di chi  parli piú del dovuto   o sia eccessivamente logorroico, ma anche di chi, saccente e suppunente, aggiunga sempre un' ultima inutile parola e nell'àmbito di   un colloquio  cerchi sempre di esprimere l'ultimo concetto, perdendo  -come si dice - l'occasione di tacere - atteso che le sue parole non sono né conferenti, né utili o importanti, ma solo superflue.&lt;br /&gt;2 -TENÉ 'A PÓVERA  'NCOPP' Ê RECCHIE          &lt;br /&gt;Ad litteram: tenere la polvere sulle orecchie  Icastica locuzione usata  a Napoli per indicare chi sia o - solo - sembri, per la voce e/o le movenze,   un diverso  accreditato di avere  le orecchie cosparse di una presunta polvere , richiamante quella  piú preziosa, in quanto aurea ,che usavano gli antichi effeminati  dignitarii messicani e/o peruviani  cosí apparsi ai conquistatori ispanici. La locuzione in epigrafe, a Napoli viene riferita ad ogni tipo di diverso, sia al ricchione (pederasta attivo), che  al femmeniello (pederasta passivo).&lt;br /&gt;3 - TENÉ 'A PUZZA SOTT' A 'O NASO&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere ilpuzzosotto il naso  Detto di chi, borioso, tronfio e schizzinoso  assuma un atteggiamento di ripulsa, quello di  chi avendo un  puzzo sotto il naso, non lo tollerasse.&lt;br /&gt;4 TENÉ A UNO APPISO 'NCANNA o anche PURTÀ A UNO APPISO 'NCANNA&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere uno appeso alla gola o anche portare uno appeso alla gola Locuzione dalla doppia valenza: positiva e negativa; in quella positiva si usa per significare di avere una spiccata preferenza per una persona, quasi portandola al collo a mo' di preziosa medaglia benedetta; nella valenza negativa la locuzione è usata  per indicare una  situazione completamente opposta a quella testé segnalata, quella cioé in cui  una persona generi  moti di repulsione e di fastidio  a mo' di taluni pesanti, tronfi  monili che messi al collo, finiscono per infastidire chi li porti.Chiarisco qui  che per meglio  determinare la valenza della locuzione, quella positiva  è segnalata dall'uso del verbo purtà (portare), quella negativa dall'uso del verbo tené (tenere).&lt;br /&gt;5 -TENÉ A QUACCUNO APPISO ALL'URDEMO BUTTONE D''A VRACHETTA&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere qualcuno appeso all'ultimo bottone  della apertura anteriore dei calzoni.&lt;br /&gt;Id est: Avere e mostrare aperta repulsione nei confronti di qualcuno  al segno di considerarlo  fastidioso elemento da poter - figuratamente - sospendere, per vilipendio, all'estremo bottone della brachetta anteriore dei calzoni.&lt;br /&gt;6 -TENÉ A QUACCUNO 'NCOPP' Ê PPALLE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere qualcuno sui testicoli  Id est: Cosí si esprime chi voglia fare intendere di nutrire profonda antipatia ed insofferenza nei confronti di qualcuno al segno  di ritenerlo, sia pure figuratamente, assiso fastidiosamente sui propri testicoli.&lt;br /&gt;7 -TENÉ 'A SARÀCA DINT' Â SACCA   o anche  TENÉ 'A QUAGLIA SOTTO&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere la salacca in tasca o anche avere la quaglia sotto&lt;br /&gt;Icastiche locuzioni, usate alternativamente per indicare la medesima cosa e cioè: tentare inutilmente di nasconder qualcosa ; nel primo caso  infatti è impossibile celare di avere in tasca una maleodorante salacca ; il suo puzzo l'appaleserebbe subito; nella variante  è ugualmente improbo, se non impossibile nascondere di essere affetto da una corposa, voluminosa  ernia (quaglia) inguinale .&lt;br /&gt;8 -TENÉ 'A SCIORTA 'E CAZZETTA: JETTE A PISCIÀ E SE NE CADETTE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere il destino di Cazzetta: si dispose a mingere ed il pene cadde in terra.&lt;br /&gt;Divertente locuzione usata però a bocca amara da chi voglia significare di essere estremamente sfortunato e perseguitato da una sorte malevola  al segno di non potersi iperbolicamente permettere neppure le piú normali funzioni fisiologiche, senza incorrere in gravi, irreparabili disavventure  quali  ad es. la perdita del pene.&lt;br /&gt;9 -TENÉ 'A SCIORTA  D''O PIECORO CA NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere il destino del montone che nacque becco e morí squartato.&lt;br /&gt;Locuzione che, come la precedente viene usata da chi si dolga del proprio infame destino, qui rapportato a quello del montone  che nato cornuto (per traslato: tradito) finisce i suoi giorni ucciso.&lt;br /&gt;10 -TENÉ 'A SALUTE D''A CARRAFA D''A ZECCA&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere la salute (consistenza) della caraffa della Zecca.&lt;br /&gt;Id est: essere molto cagionevoli di salute  al segno di poter essere figuratamente rapportati alla estrema fragilità della ampolla di sottilissimo  vetro, (la cui capacità era di litri 0,727=     ampolla che marcata, tarata e conservata presso  la Regia Zecca Napoletana  era la unica atta ad indicare la precisa quantità dei liquidi contenutied alla sua capacità dovevano uniformarsi le ampolle poste in commercio. &lt;br /&gt;11 -TENÉ 'A VOCCA SPORCA&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere la bocca sporca   Détto di chi, per abitudine parli facendo uso continuato ed immotivato  di volgarità  e/o parole sconce ed  oscene  al segno da restarne figuratamente con la bocca sporcata.&lt;br /&gt;12 - TENÉ 'E CHIRCHIE ALLASCATE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere i cerchi allentati  Detto di chi, vacillandogli la mente, sragioni o abbia vuoti di memoria, alla stregua di una botte  che per essersi allentati i cerchi contentivi delle doghe, vacilla  e perde il liquido contenuto.&lt;br /&gt;13 -TENÉ 'E GGHIORDE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere la giarda  Cosí ironicamente  si usa dire di chi, pigro, infingardo e scansafatiche mostri di muoversi con studiata lentezza, tardo e dolente all'opera, quasi come i cavalli che affetti dalla giarda  ne abbiano le giunture e il collo delle estremità ingrossati al punto da esserne impediti nei movimenti.&lt;br /&gt;14 -TENÉ 'E LAPPESE A QUADRIGLIÈ P''A CAPA&lt;br /&gt;Letteralmente: Avere le matite a quadretti per la  testa. Presa alla lettera la locuzione non significherebbe niente. In realtà lappese a quadrigliè è la corruzione dell'espressione latina lapis quadrellatum a sua volta corruzione parlata del classico lapis quadratum (o anche  opus reticulatum); il lapis quadratum o lapis quadrellatum (donde lappese a quadriglié)  fu un’antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre, facendo combaciare le facce laterali e tenendo la base rivolta verso l'esterno,ed il vertice verso l'interno, di piccole piramidi di tufo o altra pietra , per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse  l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente.Questa costruzione richiedeva notevole precisione, applicazione  ed attenzione con conseguente sforzo mentale tale da procurare fastidio e ... mal di testa per la tensione ed il nervosismo, quelli che figuratamente sono indicati con la locuzione a margine.Ricorderò che  erroneamente qualche scrittore di cose napoletane chiama in causa le matite o lapis propriamente detti, ed in particolare una pubblicità  d'inizio del 20° secolo che mostrava una testa su cui erano conficcate a mo' di raggiera delle matite laccate a quadrettini neri e bianchi; ma atteso che la locuzione in epigrafe è molto antecedente all'epoca  di quando furono commercializzate le matite( ca. 1790), ne discende  che l'ipotesi è da scartare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;15 - TENÉ 'E PPALLE QUADRATE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere i testicoli quadrati. Icastico ed iperbolico modo di dire usato  ad encomio di chi  appaia nel proprio agire solerte, pronto ed attento, dotato di efficaci capacità mentali e/o  operative  attribuite  all'inusuale quadratura dei suoi testicoli che risultano  sia pure figuratamente non banalmente sferici, addirittura cubici richiamanti quella quadratura indice di facolttà mentali e/o operative superiori alla media.&lt;br /&gt;16 -TENÉ 'E PECUNE&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere i pichi Espressione  che con valenza positiva viene riferita  a coloro che sebbene giovani di età, si mostrino  moralmente cresciuti, intelligenti e capaci di operare al di là del presagibile, quasi che non siano gli imberbi adolescenti  che l'anagrafe dice, ma a mo' degli uccelli prossimi a metter le piume, mostrino di avere, figuratamente, sparsi  per  il corpo  quei pichi  propedeutici negli uccelli allo spuntar delle piume&lt;br /&gt;17 -TENÉ 'E PAPPICE 'NCAPA&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere i tonchi in testa  Id est: sragionare, non connettere. Locuzione usata  nei confronti di coloro che con parole o atti adducano nei rapporti interpersonali, ragionamenti non consoni, assurdi, sciocchi e pretestuosi, quasi fossero generati da teste i cui cervelli fossero assaliti  e lesi nelle capacità raziocinanti  dai tonchi quei minuscoli insetti che talora infestano i cereali in genere e la pasta in particolare.&lt;br /&gt;18 - TENÉ 'E PPIGNE 'NCAPO&lt;br /&gt;Ad litteram:avere le pigne in testa. Locuzione di identica valenza della precedente, usata però quando si voglia intendere che la mancanza di raziocinio  è ritenuta  esser  dovuta ad una ipotetica violenza subíta, come potrebbe esser quella di sentirsi cadere in testa i duri  stròbili  del pino.&lt;br /&gt;19 -TENÉ 'E RRECCHIE 'E PULICANO&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere le orecchie di pubblicano Locuzione dalla duplice valenza usata sia per indicare sia dotato di udito finissimo , sia - piú spesso -  per indicare coloro che stiano sempre, con l'orecchio teso attenti ad ascoltare ciò che accade a loro intorno, vuoi per informarsi, vuoi per non lasciarsi cogliere impreparati, comportandosi alla medesima stregua degli antichi esattori pubblici: pubblicani di cui pulicano è corruzione, pronti ad ascoltar qualunque cosa venisse detta in giro sul conto di chiunque, per non lasciarsi sfuggire un eventuale contribuente.&lt;br /&gt;20- TENÉ 'E RRECCHIE PE FINIMENTE 'E CAPA&lt;br /&gt;Ad litteram:tenere le orecchie per guarnimento della testa. Divertente locuzione di portata esattamente contraria alla precedente, che viene usata nei confronti di chi sia cosí duro d'orecchio da fare ritenere i loro padiglioni auricolari  buoni solo per agghindare la testa.&lt;br /&gt;21 -TENÉ FATTO A QUACCUNO&lt;br /&gt;Locuzione impossibile da tradurre ad litteram, usata da chi voglia fare intendere di avere completamente in pugno qualcuno, di tenerlo nella propria disponibilità, avendolo quasi plagiato.&lt;br /&gt;22-TENÉ ARTETECA&lt;br /&gt;Ad litteram:stare in agitazione continua Detto soprattutto di ragazzi irrequieti, instabili e vivaci in perenne movimento, incapaci di star fermi in un luogo e adusi a stender le mani su tutto ciò che capiti nei loro pressi.La parola arteteca, etimologicamente viene da un tardo latino: arthritica con il significato nell'Italia meridionale di irrequietezza mentre nella restante parte dello stivale sta per artrite.&lt;br /&gt;23 - TENÉ 'MMANO&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere in mano id est: attendere, rimandare, procrastinare, quasi trattenendo nelle mani ciò che vorrebbe esser fatto súbito.&lt;br /&gt;24 -TENÉ 'MPONT' Ê DDETE&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere(qualcosa) sulla punta delle dita; id est: essere pienamente padrone d'un'arte o mestiere, conoscendone a menadito  la strada ed i tempi da seguire per ottenere degni risultati o anche essere tanto esperto di una materia , conoscerla cosí bene  da averla quasi come propria impronta digitale quella che si ricava appunto  dalle punte delle dita.&lt;br /&gt;25 -TENÉ 'NA PIONECA 'NCUOLLO&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere una miseria addosso; id est: essere o ritenersi di essere perseguitati dalla malasorte , quasi vessati dalla sfortuna  che si è quasi attaccata addosso a mo' di seconda pelle.&lt;br /&gt;26 -TENÉ N' APPIETTO 'E CORE&lt;br /&gt;Ad litteram: avvertire una compressione toracica  id est: trovarsi in uno stato di angoscia, essere ansiosi  al punto di avvertire il cuore pulsare tachicardicamente  nel petto, quasi comprimendosi contro la gabbia toracica.&lt;br /&gt;27 -TENÉ 'NU CHIUVO 'NCAPA&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere un chiodo in testa   id est:avere un'idea fissa che preoccupa ed affanna  tenuta per iperbole a mo' di chiodo confitto in testa.&lt;br /&gt;28 -TENÉ 'NFRISCO A QUACCUNO&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere in fresco qualcuno id est: fare attendere qualcuno prima di provvedere ai suoi bisogni o desideri , oppure anche solo prima di prestargli ascolto, lasciarlo in sospeso, senza curarsene, come di un cibo che d'estate, prima d'esser consumato venga messo a refrigerare.&lt;br /&gt;29 -TENÉ 'NU PÍSEMO 'NCOPP'Ô STOMMECO/VERNECALE&lt;br /&gt;Ad litteram: tenere un peso sullo stomaco id est: avere la sgradevole sensazione di portare un peso sullo stomaco, peso rappresentato - per solito - da una grave contrarietà ricevuta  e risultata metaforicamente indigesta, sí da avvertirne il relativo peso sullo stomaco.&lt;br /&gt;30 -TENÉ 'O BBALLO 'E SAN VITO&lt;br /&gt;Ad litteram: essere affetto da còrea  ed  estensivamente  essere o mostrarsi irrequieto  ed instabile .&lt;br /&gt;31 - TENÉ 'O CULO A BUTTIGLIONE, A MAPPATA, A PURTERA, A MANDULINO&lt;br /&gt;Ad litteram: avere il culo a forma di bottiglione, di pacco, di portiera, di mandolino. Cosí, in vario modo si suole alludere  alle diverse configurazioni del fondoschiena femminile; la forma piú - diciamo - pregiata è ritenuta l'ultima: quella che arieggia la struttura del mandolino; le altre tre forme si riferiscono alla medesima sgraziata forma d’un fondoschiena eccessivamente vasto tale da potersi volta a volta raffigurare come un bottiglione (grossa bottiglia di grande capacità), o come una mappata ( ampio inviluppo di panni)(ed in tale accezione si fa riferimento non solo al fondoschiena femminile di donne adulte, ma anche a quello degli infanti spesso avviluppati nei pannolini) o infine come una purtera (vasto sportello).&lt;br /&gt;32 -TENÉ 'O CULO A TTRE PPACCHE&lt;br /&gt;Ad litteram: avere il culo a tre natiche Atteso che la cosa è anatomicamente impossibile, la locuzione è usata ironicamente, a mo' di dileggio di ogni spocchioso, borioso saccente e  supponente che si ritenga titolare  di eccezionali doti e  talenti fisici o morali che in realtà non esistono, come  è inesistente  un culo con tre natiche.&lt;br /&gt;33 -TENÉ 'O CUORIO A PESONE&lt;br /&gt;Ad litteram: avere le cuoia a pigione  id est: essere costretti a vivere a rischio continuo, in modo precario, nelle mani della malasorte, in un clima di continua incertezza, come chi - non essendo proprietario di alloggio, sia costretto a prenderne uno in pigione al rischio di vedersi improvvisamente messo fuori dal proprietario.&lt;br /&gt;34 -TENÉ 'O FFRÀCETO 'NCUORPO&lt;br /&gt;Ad litteram: avere il fradicio in corpo  id est: portarsi dentro, tentando di non appalesarle, ingenti carenze intellettive o morali, o - piú spesso - pessime inclinazioni; va da sè che  ci sia poco da fidarsi di chi abbia tali carenze o inclinazioni.&lt;br /&gt;35 -TENÉ 'O PIZZO SANO E 'A SCELLA ROTTA &lt;br /&gt;Ad litteram: avere il becco integro e l'ala rotta  Détto ironicamente di chi  sia sempre pronto a prendere, ma accampi scuse per esimersi dal  dare . Al di là del significato traslato, la locuzione si riferisce di per sé a chi sia sempre pronto a mangiare e restio a lavorare.&lt;br /&gt;36 - TENÉ 'E PPEZZE&lt;br /&gt;Ad litteram: avere le pezze  id est: essere ricco, disporre di molto danaro, atteso che qui il termine pezza non sta a significare: straccio, ma - appunto - moneta; rammenterò che al tempo dei Borbone, nel Reame di Napoli  la pezza era una ben identificata, grossa  moneta d'argento detta anche piastra  del valore  di ben 15 carlini; l’essere in possesso di tante piastre o pezze  era indice di grande ricchezza.&lt;br /&gt;37 -TENÉ 'E FRUVOLE PAZZE DINT' Ô MAZZO&lt;br /&gt;Ad litteram: avere le folgori pazze nel sedere Riferito soprattutto a ragazzi irrequieti e chiassosi, recalcitranti ai freni ed in quanto tali  ritenuti titolari di folgori pazze (tipo di fuochi artificiali)allocate nel sedere,  che con il loro scoppiettío, costringono  i ragazzi a non stare fermi e ad agitarsi continuamente.&lt;br /&gt;38 -TENÉ 'E SETTE VIZZIE D''A ROSAMARINA&lt;br /&gt;Ad litteram: avere i setti vizi del rosmarino  Detto iperbolicamente di chi  non sia ritenuto titolare di alcuna virtú, anzi - al contrario -  di  troppi vizi  ; tra i quali   sono considerati anche  le eccessive  voglie, i desideri, le richieste pressanti in ispecie  quelle di taluni incontentabili ragazzi, ma anche di qualche adulto di sesso femminile.&lt;br /&gt;La pianta del rosmarino, arbusto aromatico che viene molto usato in cucina , ma anche sfruttato in erboristeria  per la produzione di profumi,  ed in farmacopea - per le sue capacità terapeutiche, è ritenuto però ricca di vizi, che se non sono sette come affermato nella locuzione in epigrafe, son comunque tanti: è pianta che brucia con difficoltà , fa molto fumo e poca fiamma e dunque non riscalda, quando brucia, contrariamente a ciò che avviene normalmente, putisce ed irrita fastidiosamente gli occhi con il suo fumo.&lt;br /&gt;39 -TENÉ 'O SFUNNOLO&lt;br /&gt;Ad litteram: avere lo stomaco sfondato Detto iperbolicamente di chi  sia &lt;br /&gt;cosí tanto vorace ed insaziabile  da mangiare continuatamente ad immettendo tantissimo cibo nello stomaco, senza mai satollarsi, quasi che lo stomaco  fosse sfondato e non fosse possibile riempirlo mai.&lt;br /&gt;40 -TENÉ 'O STOMMACO 'MPIETTO E 'O VELLICULO Ô PIZZO SUJO.&lt;br /&gt;Ad litteram: avere lo stomaco nel petto(id est: nel torace) e l'ombellico al suo (giusto) posto. Detto ironicamente di chi lamenti continui,gravi (ma - in realtà –inesistenti) malanni.&lt;br /&gt;brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1984860248614771580?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1984860248614771580/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1984860248614771580' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1984860248614771580'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1984860248614771580'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1583.html' title='VARIE 1583'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1561550504371888187</id><published>2012-01-23T01:44:00.000-08:00</published><updated>2012-01-23T01:45:34.812-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1582</title><content type='html'>1. MANNÀ A ACCATTÀ ‘O TTOZZABANCONE oppure MANNÀ A ACCATTÀ ‘O PPEPE&lt;br /&gt;Ad litteram: mandare a comprare l'urtabancone. oppure mandare a comprare il pepe.&lt;br /&gt;Anticamente, quando le famiglie erano numerose, in ogni  casa si aggiravano un gran numero di bambini, la cui presenza impediva spesso alle donne di casa di avere un incontro ravvicinato col proprio uomo. Allora, previo accordo, il bottegaio (salumiere, droghiere) della zona si assumeva il compito di intrattenere, con favolette  o distribuzione di piccole leccòrnie, i bambini che le mamme gli inviavano con la frase stabilita di “accattà 'o tozzabancone” oppure”accattà ‘o ppepe” . Altri tempi ed altre disponibilità!&lt;br /&gt;Nota:&lt;br /&gt;1)Per l’etimo del verbo accattà cfr. oltre sub 3.&lt;br /&gt;2)Il sost.vo pepe = pepe, in napoletano è di genere  neutro come altri alimenti: ‘o ppane, ‘o zzuccaro, ‘o ccafé etc. e come neutro preceduto dalle vocali o oppure u esige la geminazione della consonante iniziale; perciò ‘o ppepe e non ‘o pepe come  ‘o ppane e non ‘o pane, ‘o zzuccaro e non ‘o zuccaro, ‘o ccafé e non ‘o cafè. Rammento che c’è un solo caso in cui ‘o zzuccaro non esige la doppia zeta ed è nel caso del diminutivo ‘o zuccariello  usato però non in riferimento all’alimento, ma come aggettivazione vezzeggiativa nei confronti di un bambino piccolo accreditato d’essere quasi dolce come lo zucchero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2.ACCATTARSE ‘O CCASO.&lt;br /&gt;Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano   il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe  bisogna intenderlo nel suo primo  significato etimologico  di portar via  dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere).&lt;br /&gt;La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto  che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo  ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente  o una metaforica esca approntatagli, ma se ne  riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. FÀ ACQUA 'A PIPPA. &lt;br /&gt;Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze. Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi  sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro súbito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe  la pipa, strumento atto  a contenere il tabacco per fumarlo, non à nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso  e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare  compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cosí povero, da non poter  conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è invece  che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo  e stia ad indicare, molto piú prosaicamente il membro  maschile  che laddove, per sopravvenuti problemi legati   all’ età o ad altri malanni, non fosse piú in grado di  sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cosí la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale.&lt;br /&gt;4. TENÉ ‘E PECUNE&lt;br /&gt;Letteralmente si può rendere con: avere, mostrar di avere i piconi (sorta di punte presenti sulla pelle dei volatili; non esiste un termine corrispondente nell’italiano); ma  &lt;br /&gt;vale: essere ormai o finalmente  cresciuto/maturato mentalmente e/o caratterialmente; lo si dice di solito degli adolescenti che si mostrino piú maturi di quel che la loro età farebbe sospettare; di per sé ‘o pecone(che per etimo è un derivato in forma di   accrescitivo (cfr. il suff. one) del francese pique/piqué= punta/tessuto a rilievo) è una sorta di punta che appare sulla pelle del corpo dei volatili, punta prodromica dello spuntar delle piume/penne; l’apparire di tali punte dimostra che il volatile non è piú un giovanissimo implume, ma è cresciuto e fisicamente evoluto, pronto ad affrontar la vita; per similitudine degli adolescenti  che siano già o ormai maturi e si dimostrino scafati e cioè attenti, svegli e smaliziati, si dice che abbiano ‘e pecune (pl. di pecone), quantunque realmente sulla pella degli adolescenti non si riscontrino punte simili a quelle dei volatili.&lt;br /&gt;5. (FARSE Fà) ‘NA SPAGNOLA&lt;br /&gt;Letteralmente : Farsi fare una (sega) spagnola. La voce spagnola (che di per sé è un agg.vo qui però sostantivato &lt;br /&gt;indica  una sorta masturbazione  intermammaria): piú esattamente  occorrerebbe perciò  dire sega spagnola in quanto che spagnola è soltanto un aggettivo; la sega di per sé (con derivazione deverbale dal lat. seca(re) indica quale  s. f. &lt;br /&gt;1 utensile usato per tagliare materiali diversi, costituito da una lama di acciaio munita di denti, inserita in un telaio o in un manico: sega a mano; sega da falegname, da macellaio; sega chirurgica; sega da meccanico, seghetto per metalli | coltello a sega, con la lama dentata; serve per tagliare pane, dolci e sim. &lt;br /&gt;2 macchina che à impieghi simili alla sega a mano: sega elettrica, meccanica; sega a nastro, con la lama costituita da un nastro d'acciaio dentato, chiuso ad anello e teso fra due pulegge; sega circolare, in cui la lama è un disco d'acciaio dentato; sega alternativa, simile a un grosso seghetto per metalli azionato da un motore elettrico &lt;br /&gt;3 (mus.) strumento idiofono (s. m. (mus.) ogni strumento musicale in cui il corpo vibrante è costituito dal corpo stesso dello strumento p. e. la campana, il triangolo) del primo Novecento; consiste in una normale sega a mano che, stretta fra le ginocchia, viene posta in vibrazione sfregando il lato non dentato con un archetto di violino, violoncello o contrabbasso &lt;br /&gt;4 (region.) segatura; mietitura: la sega del grano &lt;br /&gt;5 (volg.ed è il caso che ci occupa) masturbazione maschile | non valere, non capire una sega, (fig.) niente, nulla; essere una sega, una mezza sega, (fig.) una persona che vale poco o anche persona piccola, minuta quasi frutto di un gesto onanistico però non portato a compimento per intero ; ovviamente la masturbazione maschile è semanticamente definita sega tenendo presente l’analogo  movimento che si fa usando l’attrezzo per tagliare o compiendo l’atto onanistico. &lt;br /&gt;6 fare sega, (centr.) nel gergo degli studenti, marinare la scuola &lt;br /&gt;7 pesce sega, grosso pesce marino con un lungo prolungamento della mascella simile alla lama di una sega (fam. Pristidi).&lt;br /&gt;Ad ogni buon conto preciso qui che  la   masturbazione maschile  (sega) intermammaria prende il nome di (sega) spagnola in quanto metodo di soddisfazione sessuale maschile ideato ed attuato dalle prostitute partenopee che prestavano la loro opera nei bassi e fondaci  attigui a  quelli che sarebbero  stati   gli acquartieramenti dei soldati spagnoli (XVI sec.), ma che già  nel XV sec. ospitavano (1495)i soldati francesi  di Carlo VIII  (Amboise, 30 giugno 1470 – † Amboise, 7 aprile 1498) che fu Re di Francia della dinastia dei Valois dal 1483 al 1498. Salí alla ribalta cominciando la lunga serie di guerre Franco-Italiane; Carlo VIII, campione di disordine, disorganizzazione, dissesto, eccesso, intemperanza, sfrenatezza,sperpero etc. entrò in Italia nel 1494 con lo scopo preciso di metter le mani sul regno napoletano e la sua avanzata caotica e disordinata scatenò un vero terremoto politico in tutta la penisola. Incontrò, nel viaggio di andata, timorosi regnanti, che gli  spalancarono le porte delle città pur di non aver a che fare con l'esercito francese e marciò attraverso la penisola, raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Durante questo viaggio assediò ed espugnò il castello di Monte San Giovanni, trucidando 700 abitanti, e assediò, distruggendone i due terzi e uccidendone 800 abitanti, la città di Tuscania (Viterbo).Incoronato re di Napoli, fu  oggetto di una coalizione avversa che comprendeva la Lega di Venezia, l'Austria, il Papato e il Ducato di Milano. Sconfitto nella Battaglia di Fornovo nel luglio 1495, fuggí in Francia al costo della perdita di gran parte delle sue truppe. Tentò nei pochi anni seguenti di ricostruire il suo esercito, ma venne ostacolato dai grossi debiti contratti per organizzare la spedizione precedente, senza riuscire a ottenere un sostanziale recupero. Morí due anni e mezzo dopo la sua ritirata, per un banale  incidente, sbattendo la testa contro l’architrave d’ un portone;  trasmise una ben  misera eredità e lasciò la Francia nei debiti e nel disordine  come risultato di una sconsiderata ambizione che venne definita, nella forma piú benevola, come utopica o  irrealistica; la sola nota  positiva, la sua sconsiderata, dispendiosa ed improduttiva   spedizione fu di promuvere contatti tra gli umanisti italiani e francesi, dando cosí vigore alle arti e alle lettere francesi nel tardo Rinascimento.) ; i quartieri spagnoli, o più semplicemente i quartieri, presero questo nome (che però non indicò come s.vo m.le  ciascuno dei quattro rioni in cui per lo piú si suddividevano le città ed  oggi, zona circoscritta di una città, avente particolari caratteristiche storiche, topografiche o urbanistiche: quartiere residenziale; un vecchio quartiere popolare | quartieri alti, la zona più elegante della città; quartieri bassi, la zona più popolare | quartiere satellite, agglomerato urbano contiguo a una grande città, autonomo quanto a servizi ma non amministrativamente, ma indicò il  (mil.) complesso di edifici o di attendamenti dove alloggia un reparto dell'esercito: quartiere d'inverno, d'estate | quartier generale, il complesso degli ufficiali, dei soldati e dei mezzi necessari al funzionamento del comando di una grande unità mobilitata; il luogo dove esso à sede | lotta senza quartiere, (fig.) senza esclusione di colpi, spietata | chiedere, dare quartiere, (fig.) chiedere, concedere una tregua, la resa) presero, dicevo, questo nome intorno alla metà del  XVI secolo (1532 e ss.) per la vasta presenza  delle guarnigioni militari spagnole, volute dal viceré don Pedro di Toledo, destinate alla repressione di eventuali rivolte della popolazione napoletana. All'epoca, come già precedentemente al tempo di Carlo VIII, comunque tali quartieri siti a Napoli a  monte della strada di Toledo erano  un luogo malfamato come tutti i luoghi dove siano di stanza i militari, un luogo malfamato dove prostituzione e criminalità la facevano da padrone, con malgrado  del viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo da cui il nome della strada (Pedro Álvarez de Toledo y Zuñiga (Salamanca, 1484 –† Firenze, 22 febbraio 1553)  che  marchese consorte di Villafranca e dal 1532 al 1553  viceré di Napoli per conto di Carlo V d'Asburgo , , emanò alcune apposite leggi tese a debellare il fenomeno; torniamo dunque  alla cosiddetta  sega spagnola  che fu un ingenuo  accorgimento adottato dalle meretrici allorché  si diffuse nella città un pericoloso morbo:  la  lue o sifilide  (détto comunemente: mal francese o morbo gallico) e si ritenne che tale morbo fosse stato portato e  propagato ( nel 1495 circa) nella città, attraverso il contatto con le prostitute locali, dai soldati francesi al sèguito di Carlo VIII ; da notare che – per converso – i francesi dissero la lue: mal napolitain nella pretesa che fossero state le prostitute partenopee a diffonderlo fra i soldati carlisti; fósse francese o napoletano le prostitute invece di soddisfare i clienti soldati con un normale coito, si limitarono ad un contatto superficiale con  quell’esercizio che fu detto (sega) spagnola in quanto le prostitute esercitavano in tuguri (bassi e fondaci) di quei quartieri poi détti spagnoli.&lt;br /&gt;6 ‘A FESSA ‘E MÀMMETA, DINT’Ê FASULE!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad litteram: La vulva di tua madre nei fagioli!&lt;br /&gt;Colorita, icastica  seppur becera invettiva esclamatoria rivolta da uno spazientito individuo che si senta disturbato, seccato, annoiato o piú semplicemente  importunato dall’inopportuno comportamento di qualcuno  che lo  stia infastidendo oltremodo con parole e/o azioni, le une e le altre mai  costruttive e  frutto di proterva  arroganza    miranti solo a porre il bastone tra le ruote dell’altrui operato o dell’altrui pensiero, nell’intento di cercar di affermare in modo aggressivo  le proprie vuote idee. A tale arrogante individuo che agisca con protervia,spocchiosa presunzione ed irruenza prevaricante si tenta di mettere un freno e magari zittirlo offendendolo e chiamando in causa sua mamma accreditata con malizia d’essere una donnaccia assimilata ad una scrofa o piú esattamente  ad una troia quella i cui genitali salati, seccati e variamente aromatizzati (verrinia/ventricina) veniva un tempo usata in luogo o assieme alle cotiche di maiale nell’approntare una gustosa  zuppa di fagioli o minestra di pasta e fagioli.&lt;br /&gt;Va da sé che per traslato  ed accostamento semantico  la verrinia/ventricina  della scrofa  nell’icastica,  colorita ma becera espressione partenopea à preso il piú comune nome di fessa con cui si indica l’organo genitale della donna.Per ulteriori nomi rimando alibi.  &lt;br /&gt;Il s.vo f.le verrinia = genitale o mammella  della scrofa e genericamente carne di scrofa, etimologicamente è da un lat. *uberigine(m)→(u)berigine(m)→veri(gi)ne(m)→verrinia con tipica alternanza partenopea b→v (cfr. barca→varca, bocca→vocca etc.) e raddoppiamento espressivo della consonante liquida vibrante (r)&lt;br /&gt;7. PORTA CU TTICO E MMAGNA CU MMICO&lt;br /&gt;Ad litteram: Porta (qualcosa) con te  e mangia con me &lt;br /&gt;L’espressione cela il perentorio invito a presentarsi, se invitati, per una qualsiasi ragione,  a desinare, a presentarsi non a mani vuote, ma  muniti di un dono da offrire a mo’ di ringraziamento per l’invito ricevuto. Piú ampiamente la locuzione può essere usata in qualsiasi occasione per significare che nulla può essere ottenuto gratuitamente e che invece  ogni cosa va meritata a fronte di  un corrispettivo.Preciso infine che la locuzione non à il significato, come impropriamente pensa qualche sprovveduto, e come ad una frettolosa lettura potrebbe intendersi,  non à il significato di un invito a portar seco  delle cibarie da condividere, ma – come ò détto - à il significato di un invito a portar seco uno o piú doni da offrire all’anfitrione.&lt;br /&gt;Linguisticamente faccio notare che nell’espressione in esame  è presente un doppio uso pleonastico, ma rafforzativo  del  cu (= con che è dal lat. cu(m))  già presente in posizione enclitica nei successivi ttico (= con te che ripete dritto per dritto il lat. tícu(m), comp. di tí (abl. di tu) e cum 'con') e mmico  (= con me che ripete dritto per dritto il lat. mícu(m), comp. di me e cum 'con').&lt;br /&gt;Rammento in chiusura che il cu = con va correttamente scritto senza alcun segno diacritico e ciò rispondendo alla regoletta del napoletano per la quale i termini apocopati di consonante/i e non di sillaba vocalica,  non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu= con da cum – pe=per da per – mo=ora da mox – po= poi  da post ).&lt;br /&gt;8. MARONNA MIA AVÓTTALO E SAN FRANCISCO AVÓNNALO!&lt;br /&gt;Ad litteram: Madonna mia sospingilo (via), San Francesco lascialo travolgere dalle onde!&lt;br /&gt;Malevola, ma icastica implorazione/richiesta rivolta verso due importanti componenti la famiglia celeste e cioè la santa Vergine e san Francesco di Paola,  perché ci liberino, con il loro fattivo intervento,  di un fastidioso importuno individuo, la cui presenza sia tanto  seccante, noiosa, irritante, sgradevole da suggerire addirittura pensieri omicidi. Ci si rivolge alla Madonna (che alibi per solito è invocata (‘a Maronna t’accumpagna! = la Madonna ti accompagni!) perché sia di buona  compagnia al viandante evitandogli i pericoli del percorso,) perché questa volta  in luogo  di semplicemente accompagnare, sospinga, lungo l’ipotetico percorso, il fastidioso importuno individuo e ne  acceleri l’allontanamento; ci si rivolge ugualmente invocandolo a san Francesco di Paola affinché lui notoriamente protettore dei naviganti  questa volta  in luogo  di semplicemente traghettare il fastidioso importuno individuo,trasportandolo sul suo mantello, (come secondo una leggenda occorse al santo di Paola che dovendo attraversare il braccio di mare tra le Calabrie e la Sicilia, avendo ricevuto il rifiuto di un trasbordo su di un naviglio, distese sullo specchio d’acqua il suo mantello, vi montò e raggiunse la Sicilia), in luogo  di semplicemente traghettare il fastidioso importuno individuo,    lungo un ipotetico percorso,  questa volta lo faccia travolgere dalle onde affogandolo ed   accelerandone in tal modo l’allontanamento, addirittura definitivo.&lt;br /&gt;Linguisticamente nella locuzione in esame c’è da soffermarsi sulla voce  verbale avónna-lo che vale:travolgilo con le onde  e non è da confondere con aónna-lo che à un significato positivo e sta per rendi-lo abbondante; infatti avónna-lo è la 2ª pers. sg. dell’imperativo di avunnà (dal lat. volg.  *ab-undare  rafforzativo di *undare =inondare, mentre aónna-lo è la 2ª pers. sg. dell’imperativo di aunnà (dal lat. abundare→a(b)undare→aunnare = traboccare): nel verbo avunnà si è avuta la tipica alternanza b→v del napoletano  (cfr.bocca/voccavarca/barca,vitru(m)→vritu(m)→britu(m)→brito etc.) e l’assimilazione progressiva nd→nn, mentre per aunnà  si è avuta la sincope della b e la consueta assimilazione progressiva nd→nn  ottenendo dal medesimo verbo latino  di partenza due verbi affatto diversi.&lt;br /&gt;9. QUANNO 'A GALLINA SCACATEA, È SSIGNO CA À FATTO LL'UOVO. &lt;br /&gt;Letteralmente: quando la gallina starnazza vuol dire che à fatto l'uovo. Id est: quando ci si scusa reiteratamente, significa che si è colpevoli.È  il modo napoletano di render quasi (in maniera piú icastica) il brocardo latino excusatio non petita etc.&lt;br /&gt;10. QUANNO SÎ 'NCUNIA STATTE E QUANNO SÎ MARTIELLO VATTE &lt;br /&gt;Letteralmente: quando sei incudine sta fermo, quando sei martello, percuoti. Id est: ogni cosa va fatta nel momento giusto, sopportando quando c'è da sopportare e passando al contrattacco nel momento che la sorte lo consente perché ti è favorevole. &lt;br /&gt;11. MIETTELE NOMME PENNA! détto che letteralmente vale : Chiamala penna!;  &lt;br /&gt;La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi (penna) piuma d'uccello;  La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, procurando un cattivo affare a chi à incautamente operato un prestito atteso che spesso  sparisce un oggetto prestato a taluni  che per solito non restituiscono  ciò che ànno  ottenuto in prestito.&lt;br /&gt;miéttele nomme  letteralmente mettigli nome e cioè chiamalo id est: ritienilo; miéttele= metti a lui, poni+gli  voce verbale (2° pers. sing. imperativo) dell’infinito mettere=disporre, collocare, porre con etimo dal lat.  mittere 'mandare' e successivamente 'porre, mettere'; nomme = nome;  elemento linguistico che indica esseri viventi, oggetti, idee, fatti o sentimenti; denominazione, con etimo dal lat. nomen  e tipico raddoppiamento espressivo della labiale m come avviene ad es.  in ommo←hominem, ammore←amore(m), cammisa←camisia(m) etc.&lt;br /&gt;Rammento che un tempo con la voce penna (dal lat. penna(m) 'ala' e pinna(m) 'penna, piuma', confluite in un'unica voce) a Napoli si indicò, oltre che la piuma d’un uccello, anche una vilissima moneta  dal valore irrisorio, moneta che veniva spesa facilmente, senza alcuna remora o pentimento; tale moneta che valeva appena un sol carlino (nap. carrino) prese il nome di penna  dal fatto che su di una faccia di tale moneta  (davanti ) v’era  raffigurata l’intiera scena  dell’annunciazione a Maria Ss. mentre sul rovescio  v’era raffigurato il particolare  dell’arcangelo con un’ala (penna) dispiegata; ora sia che la penna  in epigrafe indichi la piuma d’uccello, sia indichi la vilissima moneta, la sostanza dell’espressione non cambia, trattandosi di due cose: piuma o monetina che con facilità posson volar via e/o perdersi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;12. ACQUA CA NUN CAMMINA, FA PANTANO E FFÈTE. &lt;br /&gt;Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà con la sua puzza per il tuo danno! &lt;br /&gt;13.'NFILA 'NU SPRUOCCOLO DINTO A 'NU PURTUSO! &lt;br /&gt;Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia. &lt;br /&gt;14.ASTIPATE 'O MILO PE QUANNO TE VÈNE SETE. &lt;br /&gt;Letteralmente:Conserva la mela, per quando avrai sete. Id est: Non bisogna essere impazienti; non si deve reagire subito sia pure a cattive azioni ricevute;insomma la vendetta è un piatto da servire freddo, allorché se ne avvertirà maggiormente la necessità. &lt;br /&gt;15.PUOZZ'AVÉ MEZ'ORA 'E PETRIATA DINTO A 'NU VICOLO ASTRITTO E CA NUN SPONTA, FARMACIE NCHIUSE E MIEDECE GUALLARUSE! &lt;br /&gt;Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16. NU'CAGNÀ MAJ À VIA VECCHIA P'À NOVA, CA SAJE CHELLO CA LASSE E NUN SAJE CHELLO CA TRUOVE. &lt;br /&gt;Non cambiare mai la strada vecchia per la nuova perché conosci ciò che lasci, mna non quello che troverai.. Id est: Continua ad utilizzare i vecchi metodi già validi e sperimentati invece che quelli nuovi dubbi ed incerti. &lt;br /&gt;17.SI 'A MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE. &lt;br /&gt;Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altrove si dice: ‘a morte nun tène crianza... (la morte non à educazione), per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi. &lt;br /&gt;18. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. &lt;br /&gt;Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa/kuffa) &lt;br /&gt;19. 'O PURPO SE COCE CU LL'ACQUA SOJA. &lt;br /&gt;Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;20. FÀ 'E CCOSE A CCAPA 'E 'MBRELLO. &lt;br /&gt;Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona. &lt;br /&gt;21. FÀ 'O FARENELLA. &lt;br /&gt;Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentescoCarlo Broschi detto Farinelli, (Andria, 24 gennaio 1705 – † Bologna, 16 settembre 1782), considerato il piú famoso cantante lirico castrato della storia,  ma prende le mosse dall'àmbito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo,  non era piú tanto giovane ed allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre piú che alla costosa cipria, alla piú economica farina, diventando per i colleghi ‘o farenella.&lt;br /&gt;     Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1561550504371888187?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1561550504371888187/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1561550504371888187' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1561550504371888187'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1561550504371888187'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1582.html' title='VARIE 1582'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-3597344980334427490</id><published>2012-01-23T01:43:00.000-08:00</published><updated>2012-01-23T01:44:30.782-08:00</updated><title type='text'>VERMICIELLE Â PUTTANESCA</title><content type='html'>VERMICIELLE Â PUTTANESCA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chello ca serve pe 6 perzone: &lt;br /&gt;600 gramme ‘e vermicielle,&lt;br /&gt;miezi chilò ‘e pummarole mature lavate, scuttate, spellate e ttagliate a ffarinule,&lt;br /&gt;200 gramme  d’ aulive nere desciusciate, &lt;br /&gt;2 spicule d’aglio ammunnate e ntretate finu fine d'aglio, &lt;br /&gt;2 cucchiare ‘e chiapparielle levate ‘e sale sciacquate e asciuttate, &lt;br /&gt;60 gramme ‘e sulumiglie d’alicesalate sott’uoglio,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’ uoglio ‘aulive dunciglio, &lt;br /&gt;‘nu puparunciello  pirciante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo,&lt;br /&gt;‘nu cucchiaro d’arecheta secca,&lt;br /&gt;‘nu túppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fine, sale fino q.n.s.&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa:&lt;br /&gt; Dinto a ‘na prupurziunata tiella  appruntà  ‘nu zuffritto facenno callentà a ffuoco allero tutto ll’uoglio cu ‘o ttrigliato d’aglio e ‘o puparunciello  pirciante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo.Agnadirve ‘e sulumiglie d’alicesalate e farle sciogliere dinto a ll’uoglio vullente; auní ‘e ffarinule ‘e pummarole, ll’ aulive nere desciusciate e ‘e duje  cucchiare ‘e chiapparielle levate ‘e sale, sciacquate e asciuttate; accuncià ‘e sale e lassà  cocere pe ‘na mez’ora.Fraditanto àrvere teniente teniente ‘e virmicielle dinto a ‘na caurara d’acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio); scularle asciutte asciutte e revacarle dint’ â tiella cu ‘o zuco, derrammarve ll’arecheta, tuiglià e ‘mpiattà cumpletanno ‘e piatte cu ‘o prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fine. Serví ancora caude ‘e fucularo. Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-3597344980334427490?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/3597344980334427490/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=3597344980334427490' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3597344980334427490'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/3597344980334427490'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/vermicielle-puttanesca.html' title='VERMICIELLE Â PUTTANESCA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-7847871493979953337</id><published>2012-01-23T01:42:00.000-08:00</published><updated>2012-01-23T01:43:11.225-08:00</updated><title type='text'>TRASETURA Â PEZZAJUOLA</title><content type='html'>TRASETURA Â PEZZAJUOLA&lt;br /&gt;chello ca serve pe sseje perzone&lt;br /&gt;‘nu rotolo ‘e pasta sfoglia surgelata,&lt;br /&gt;300 gramme ‘e muzzarella ‘e bufala tagliata a ffelloce doppie miezu centimetro,&lt;br /&gt;500 gramme ‘e pummarole ricce ‘e Surriento tagliate a ffelloce doppie miezu centimetro,&lt;br /&gt;2 cucchiare ‘e chiapparielle levate ‘e sale sciacquate e asciuttate, &lt;br /&gt;100 gramme ‘e sulumiglie d’alicesalate sott’uoglio,&lt;br /&gt;100 gramme ‘e tonne ‘e Spagna desciusciate, &lt;br /&gt;‘nu cucchiaro d’arecheta secca&lt;br /&gt;sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco q.c.n.v.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scongelà ‘a pasta sfoglia e sistimarne stennennolo  ‘nu piezzo dinto a ‘na cummedità a bbabbuorde aute tre centimetre bbona p’ ‘o tiesto; furmà  ‘ncopp’â pasta ‘nu cuscio ‘e fellocce ‘e  muzzarella passata ddudice ore p’ ‘a jacciaja,sistimà ‘ncopp’â muzzarella ‘e pummarole ricce ‘e Surriento tagliate a ffelloce e ‘a coppa a ccheste ‘e chiapparielle levate ‘e sale sciacquate e asciuttate, ‘e tonne ‘e Spagna desciusciate, ‘e sulumiglie d’alicesalate sott’uoglio, ‘o cucchiaro d’arecheta secca; regulà ‘e  sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco e sistimà ‘a coppa n’atu piezzo ‘e pasta sfoglia.&lt;br /&gt;Mettere dint’ô tiesto ggià caudo a 190° e tenerlo vinte minute. Serví ‘sta trasetura cauda tagliata a ppiezze quadrate  ‘e otto centimetre ‘e lato.&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-7847871493979953337?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/7847871493979953337/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=7847871493979953337' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7847871493979953337'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7847871493979953337'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/trasetura-pezzajuola.html' title='TRASETURA Â PEZZAJUOLA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5407042404904196575</id><published>2012-01-23T01:41:00.001-08:00</published><updated>2012-01-23T01:41:56.869-08:00</updated><title type='text'>SIENA -NAPOLI 22/01/12 1 A 1LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ</title><content type='html'>SIENA -NAPOLI 22/01/12 1 A 1&lt;br /&gt;LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E che nne parlammo a ffà, guagliú! Oramaje ‘ncopp’a ‘nu piazzamento decente ‘ncampiunato è mmeglio ca ce mettimmo ‘nu crucione niro e lassammo perdere..., cuncentranno tutt’ ‘e fforze ‘e capa e de cosce ‘ncopp’â Coppa Italia accumincianno dâ partita ‘e miercurí ca vène ca ce prupone ll’Inter(re) ‘e Raniere ô san Paolo. Ma p’ ajere se trattaje ‘e n’ata delusione grossa assaje e menu male ca santu Pandev(vo) adderezzaje ‘na facenna ca comme s’era misa puteva jí a fferní pure pejo! Ajere s’aunette ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppo; ‘a funicella  fuje  ‘nu Napule troppo allero ‘ndifesa, cu ‘nu centrocampo senza idee, cu n’attacco stanco e debbusciato e ‘o strummolo fuje ‘o  purtiere d’ ‘o Siena ca se mettette a ffà ‘o fenomeno. Cuncrusione ? N’ati dduje punte perze. Rassignammoce!’Stu campiunato  oramaje s’è bbello ca futtuto: ’o ggirone d’annata è gghiuto comm’ è gghiuto, cioè ‘na meza chiaveca  e nun m’aspetto ‘e cchiú ‘a chillo ‘e ritorno!Cuncentrammoce ‘ncopp’â Coppa Italia ch’ è mmeglio e vedimmo ‘e nun farce fottere pure lla! Passammo ê ppaggelle:&lt;br /&gt;DE SANCTIS 5,5  Corpe nun ne tenette ‘ncopp’â rredda, ma beneditt’ ommo nun fa ‘nu miraculo manco si ll’accidono.., assistette senza fà niente ô festivallo ‘e ll’abburracciamente (alla sagra degli orrori) d’ ‘a difesa soja . Pe furtuna ca dint’a n’ata accasione Calaiò ll’aizaje ‘a mano e ‘o perdunaje.&lt;br /&gt;ARONICA 5  Partette ‘nu poco meglio  d’ ‘e  cumpagni,ma fernette pe perderse ‘mmiez’ê fullune suĵe e d’ ‘e suoje. CANNAVARO 4,5  Dagnino (disastroso)! Partita overamente bbrutta! Se facette truvà spisso fora pusizzione.&lt;br /&gt; Sbagliaje sistematicamente ll’anticipo ‘ncuollo a Calaiò ca ‘na vota ce grazziaje e ‘na vota ce futtette!&lt;br /&gt;CAMPAGNARO 5  Pronti via, ammunito.E ‘stu fatto ‘o cundizziunaje assaje facennole fà ‘na partita sempe a perzeguí (a rincorrere) spisso sbaglianno mesura; ‘a forma fisica scadente facette ‘o riesto. &lt;br /&gt;DOSSENA 4,5  Si nun fósse pe cchill’unicu cruzzo ‘ncarrato ‘ncopp’ â rredda ‘e Pandev(vo),  praticamente êva sbagliato  tutto cosa.&lt;br /&gt;INLER 5 - Nun tutte ‘e corpe songo soje,  ma cumunque ‘o filtro a centrocampo nun ce stette e ‘a riggia fuje bradosa e  previsibbile.&lt;br /&gt;GARGANO 4,5 – A ppietto cu ‘o turco-napulitano ce mettette sulo ‘nu poco ‘e vivacezza, ma senza zuco!Se ‘nfessisce a ffà cose (tirà punizzioni) ca nun è articulo suĵo. &lt;br /&gt;MAGGIO 4,5 - Cumpletamente fora partita e fora forma.     S’ êsse avuto  sustituí primma. Me dispiace, ma è ll’ombra d’ ‘o jucatore ‘e ll’anno passato!&lt;br /&gt;HAMSIK 4,5 - Ô primmo tempo sbagliaje  praticamente tutto e ô siconno aizaje póvera! &lt;br /&gt;PANDEV 8  Santo súbbeto! Peccato sulo pe chillu  tiro all'urdemu  minuto ca ‘o purtiere lle paraje.êsse signato ll’avesse miso diece: Criaje juoco , luttaje, signaje ‘na rredda ‘a vero centravante,difennette ‘a palla e ricataje (fece dribbling)a rripetizzione. Nun se ne po’ ffà a mmeno.&lt;br /&gt;CAVANI 5 – ‘O  ricore sbagliato fuje ll’epitommé  (il riassunto) ‘e ‘na partita senza zuco e senza sale.È ttroppo stanco!&lt;br /&gt;All. MAZZARRI 4,5 – ‘O  motulo è è previsibbile (prevedibile,), troppi jucature so’ fora forma, quaccuno (Cannavaro) ‘mpresuttito (ingrassato) Maggio e Inler(ro) so’ ffora dô juoco, ‘a difesa è ‘nu scolamaccarune, ‘e  schemi d’ ‘e ppunizzione fanno ridere e fa ridere Gargano ca se ‘nfessisce a tirarle senza ca ll’allenatore ‘o cazzeja. Pe nun parlà d’ ‘e cagne sempe troppo tardíe(tardivi). Oramaje, bello ‘e si’ Rafele tiene ‘nu juoco previsibbile assaje accummincianno ggià dâ palla a ccentro; te sî ‘ncapunito cu ‘o stesso motulo e  cu ‘e stessi jucature ca so’ troppo spumpate!Nun passa partita  ca Aronica, Cannavaro e Campagnaro   a tturno  nun fanno cchiú ‘e ‘na puttanata; s’êsser’ ‘a arrepusà ‘mparanza, dànno spazzio a Fernandez(zo), Grava, Britos(so) e ppure Fideleff(o) o piscanno dint’â  scuatra primmavera.E che saciccio! Ce sta pure quacche gguaglione decente, o tenimmo tutte meze cazette?!N’urdema cosa: ma nun ‘o vvide ca ‘o Napule ô  ssolito attacca cu  dduje, tre uommene ô massimo contro a  ‘na difesa a ccinche e  ppiazzata,lassanno stranamente pratère (praterie)  scunfinate a  ll’attaccante avverzarie?Datte ‘na sciacquata ‘e faccia! &lt;br /&gt;l’arbitro DAMATO 4,5  ‘e stima e pe cchello ca ce cumbinaje a settembre cu ‘o Chievo.&lt;br /&gt;E fermammoce cca. Appuntamento, si Ddi’ vo’,  a ggiovedí ca vene speranno ca ve pozzo cuntà ‘e ‘na vittoria! Cu ‘na bbona salute! &lt;br /&gt;R.Bracale Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5407042404904196575?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5407042404904196575/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5407042404904196575' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5407042404904196575'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5407042404904196575'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/siena-napoli-220112-1-1llaggiu-vista.html' title='SIENA -NAPOLI 22/01/12 1 A 1LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8143474260906208105</id><published>2012-01-22T02:57:00.000-08:00</published><updated>2012-01-22T02:58:08.022-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1581</title><content type='html'>1.CANTA CA TE FAJE CANONICO! &lt;br /&gt;Letteralmente: Canta ché diventerai canonico Id est: Urla piú forte ché avrai ragione Il proverbio intende sottolineare l'abitudine di tanti che in una discussione, non avendo serie argomentazioni da apportare alle proprie tesi, alzano il tono della voce ritenendo cosí di prevalere o convincere l'antagonista e/o gli astanti.Il proverbio rammenta il comportamento dei canonici della Cattedrale che son soliti cantare l'Ufficio divino con tonalità spesso elevate, per farsi udire (ed... ammirare) da tutti i fedeli. &lt;br /&gt;2. ARMAMMOCE E GGHIATE. &lt;br /&gt;Letteralmente: armiamoci, ma andate! Id est: Tirarsi indietro davanti al pericolo; come son soliti fari troppi comandanti, solerti nel dare ordini, ma mai disposti a muovere i passi verso il luogo della lotta; cosí soleva comportarsi il generale francese Manhès che inviato dal re Gioacchino Murat in Abruzzo a combattere i briganti inviò colà la truppa e restò a Napoli a bivaccare e non è dato sapere se raggiunse mai i suoi soldati, anzi pare che non l’abbia mai fatto delegando il comando ad un suo subalterno. &lt;br /&gt;3. A - CANE E CCANE NUN SE MOZZECANO B- CUOVERE E CUOVERE NUN SE CECANO LL'UOCCHIE. &lt;br /&gt;Letteralmente: A- CANI E CANI NON SI AZZANNANO B- CORVI E CORVI NON SI ACCECANO Ambedue i proverbi sottolineano lo spirito di corpo che esiste tra le bestie;  per traslato i proverbi li si usa riferire anche agli uomini, intendodo sottolineare che persone di cattivo stampo non son solite farsi guerra, ma - al contrario - usano far causa comune in danno dei terzi. &lt;br /&gt;4.CCA 'E PPEZZE E CCA 'O SSAPONE. &lt;br /&gt;Letteralmente: Qui gli stracci e qui il sapone. Espressione che compendia l'avviso che non si fa credito e che al contrario a prestazione segue o deve seguire immediata controprestazione.Ll’espressione fu  usata, temporibus illis, a Napoli dai rigattieri che davano in cambio di abiti smessi, cenci, stracci  o altre cianfrusaglie, del sapone per bucato (“‘o ssapone ‘e piazza”, spesso da loro stessi prodotto artigianalmente); perciò tali rigattieri a Napoli  erano detti sapunare. &lt;br /&gt;5.TENÉ 'A SÀRACA DINT' Â SACCA &lt;br /&gt;Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna. &lt;br /&gt;6.T'AGGI''A FÀ N'ASTECO ARETO Ê RINE... &lt;br /&gt;Letteralmente Ti devo fare un solaio nella schiena.Id est: Devo percuoterti violentemente dietro le spalle. Per comprendere appieno la portata di questa grave minaccia contenuta nella locuzione in epigrafe, occorre sapere che per asteco(voce dal greco óstrakon = coccio)  a Napoli si intende il solaio di copertura delle case, solaio che anticamente era formato con cocci di anfore e/o  abbondante lapillo vulcanico ammassato all'uopo e poi violentemente percosso con appositi martelli al fine di grandemente compattarlo e renderlo impermeabile alle infiltrazioni di acqua piovana. &lt;br /&gt;7.OGNE ANNO DDIO 'O CUMANNA &lt;br /&gt;Letteralmente: una volta all'anno lo comanda Iddio. La locuzione partenopea traduce quasi quella latina: “semel in anno licet insanire”, anche se i napoletani con il loro proverbio chiamano in causa Dio ritenuto corresponsabile delle pazzie umane  come se fósse la Divinità ad ordinarle.&lt;br /&gt;8. PE GULÍO 'E LARDO, METTERE 'E DDETE 'NCULO Ô PUORCO. &lt;br /&gt;Letteralmente: per desiderio di lardo, porre le mani nell'ano del porco. Id est: per appagare un desiderio esser pronto a qualsiasi cosa, anche ad azioni riprovevoli e che comunque non assicurano il raggiungimento dello scopo prefisso. La parola gulío attestato anche come vulío= voglia, desiderio pressante non deriva dall'italiano gola essendo il gulío/vulío non espressamente lo smodato desiderio di cibo o bevande; piú esattamente la parola gulío/vulío è da riallacciarsi quale deverbale  al greco boulomai=volere intensamente con consueta trasformazione della B greca nella napoletana G come avviene per es. anche con il latino dove habeo è divenuto in napoletano aggio o come rabies divenuta (a)rraggia. &lt;br /&gt;9.SCIORTA E MMOLE SPONTANO 'NA VOTA SOLA. &lt;br /&gt;Letteralmente:la fortuna ed i molari compaiono una sola volta. Id est: bisogna saper cogliere l'attimo fuggente e non lasciarsi sfuggire l'occasione propizia che - come i molari - spunta una sola volta e non si ripropone &lt;br /&gt;10.LL'ARTE 'E TATA È MMEZA 'MPARATA. &lt;br /&gt;Letteralmente: l'arte del padre è appresa per metà. Con questa locuzione a Napoli si suole rammentare che spesso i figli che seguano il mestiere del genitore son favoriti rispetto a coloro che dovessero apprenderlo ex novo. Partendo da quanto affermato in epigrafe spesso però capita che taluni si vedano la strada spianata laddove invece al redde rationem mostrano di non aver appreso un bel nulla dal loro genitore e finisce che la locuzione nei riguardi di tali pessimi allievi debba essere intesa in senso ironico ed antifrastico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11.ATTACCARSE Ê FELÍNIE. &lt;br /&gt;Letteralmente: appigliarsi alle ragnatele. Icastica locuzione usata a Napoli per identificare l'azione di chi in una discussione - non avendo solidi argomenti su cui poggiare il proprio ragionamento e perciò  le proprie pretese - si attacchi a pretesti o ragionamenti poco solidi, se non inconsistenti, simili -appunto - a delle evanescenti ragnatele. &lt;br /&gt;12. JÍ FACENNO 'O GGIORGIO CUTUGNO. &lt;br /&gt;Letteralmente: andar facendo il Giorgio Cotugno. Id est: andare in giro bighellonando, facendo il bellimbusto, assumendo un'aria tracotante e guappesca alla stessa stregua del mitico Giorgio Cotugno (borioso personaggio del teatro di A.Petito)  scolpito in  atteggiamento spocchioso su di una tomba della chiesa di san Giorgio maggiore a Napoli. Con la locuzione in epigrafe il re Ferdinando II Borbone Napoli soleva apostrofare il duca Giovanni Del Balzo che era solito incedere con aria tracotante anche davanti al proprio re. &lt;br /&gt;13. 'NCASÀ 'O CAPPIELLO DINT' Ê RRECCHIE. &lt;br /&gt;Letteralmente: calcare il cappello fin dentro alle orecchie ossia calcarlo in testa con tanta forza che il cappello con la sua tesa faccia quasi accartocciare i padiglioni auricolari. A Napoli, l'icastica espressione fotografa una situazione nella quale ci sia qualcuno che vessatoriamente, approfittando della ingenuità e/o disponibilità di un altro richieda a costui e talvolta ottenga prestazioni o pagamenti superiori al dovuto, costringendo - sia pure metaforicamente - il soccombente a portare un supposto cappello calcato in testa fin sulle orecchie. &lt;br /&gt;14. ROMPERE 'O NCIARMO. &lt;br /&gt;Letteralmente: spezzare l'incantesimo. A Napoli la frase è usata davanti a situazioni che per potersi mutare hanno bisogno di decisione e pronta azione in quanto dette situazioni si ritengono quasi permeate di magia che con i normali mezzi è impossibile vincere per cui bisogna agire quasi armata manu per venire a capo della faccenda. La parola nciarmo= magia, fascino, incantesimo   non deriva dal lat. in+ carmen  ma da un francese &lt;br /&gt;n + charme per cui la N d’avvio non essendo il residuo dell’aferesi di “in”, ma solo una prostesi eufonica, non necessita di alcun segno diacritico.&lt;br /&gt;15.'NGRIFARSE COMME A 'NU GALLERINIO. &lt;br /&gt;Letteralmente:arruffar le penne come un tacchino. Il tacchino o gallo d'india (da cui gallerinio) allorché subodora un pericolo, si pone in guardia arruffando le penne segno questo - per chi si accosti ad esso - che non lo troverà impreparato.La locuzione è usata a mo' di dileggio nei confronti di chi si mostri spettinato, quasi con i capelli ritti in testa; di costui si dice che sta 'ngrifato comme a 'nu gallerinio, anche se il soggetto 'ngrifato non sia arrabbiato o leso, ma solamente spettinato. &lt;br /&gt;brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8143474260906208105?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8143474260906208105/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8143474260906208105' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8143474260906208105'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8143474260906208105'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1581.html' title='VARIE 1581'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6430115599626199918</id><published>2012-01-22T02:49:00.000-08:00</published><updated>2012-01-22T02:57:23.656-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1580</title><content type='html'>1-'A VIPERA CA MUZZECAJE A CCHELLA MURETTE 'E TUOSSECO. &lt;br /&gt;Ad litteram: la vipera che morsicò quella donna, perí di veleno; per significare che persino la vipera che è solita avvelenare con i suoi morsi le persone, dovette cedere e soccombere davanti alla cattiveria e alla perversione di una donna molto piú pericolosa di essa vipera. &lt;br /&gt;2- E SSEMPE CARULINA, E SSEMPE CARULINA... &lt;br /&gt;Ad litteram Sempre Carolina... sempre Carolina Id est: a fare sempre la medesima faccenda o a consumare sempre la stessa pietanza, ci si stufa, come  ugualmentepuò accadere a coire sempre con la consorte. La frase in epigrafe veniva pronunciata dal re Ferdinando I Borbone Napoli quando volesse giustificarsi delle frequenti scappatelle fatte a tutto danno di sua moglie Maria Carolina d'Austria, che - però, si dice - lo ripagasse  con la medesima moneta; per traslato la locuzione è usata a mo' di giustificazione, in tutte le occasioni in cui qualcuno abbia svicolato dalla consueta strada o condotta di vita, per evidente scocciatura di far sempre le medesime cose. &lt;br /&gt;3- TRE CCOSE STANNO MALE A 'STU MUNNO: N'AUCIELLO 'MMANO A 'NU PICCERILLO, 'NU FIASCO 'MMANO A 'NU TERISCO, 'NA ZITA 'MMANO A 'NU VIECCHIO. &lt;br /&gt;Ad litteram: tre cose sono sbagliate nel mondo: un uccello nelle mani di un bambino, un fiasco in mano ad un tedesco e una giovane donna in mano ad un vecchio; in effetti l'esperienza dimostra che i bambini sono, sia pure involontariamente, crudeli e finirebbero per ammazzare l'uccellino che gli fosse stato affidato,il tedesco, notoriamente crapulone, finirebbe per ubriacarsi ed il vecchio, per definizione lussurioso, finirebbe per nuocere ad una giovane donna che egli possedesse. &lt;br /&gt;4- UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GUAGLIONA 'E VINT'ANNE. &lt;br /&gt;Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo la sua fragranza à avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce ed il meno alcoolico, ed una ragazza ancora nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancora intatte. &lt;br /&gt;5- A CCHI PIACE LU SPITO, NUN PIACE LA SPATA. &lt;br /&gt;Ad litteram: a chi piace lo spiedo, non piace la spada. Id est: chi ama le riunioni conviviali(adombrate - nel proverbio - dal termine "spito" cioè spiedo), tenute intorno ad un desco imbandito, è di spirito ed indole pacifici, per cui rifugge dalla guerra (la spata cioè spada del proverbio). &lt;br /&gt;6- ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA. &lt;br /&gt;Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre subito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare cosí grande da lasciar passare il capo, cosí un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato súbito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili. &lt;br /&gt; 7- ZITTO CHI SAPE 'O JUOCO! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad litteram: zitto chi conosce il giuoco! Id est: faccia silenzio chi è a conoscenza del trucco o dell'imbroglio. Con la frase in epigrafe olim si solevano raccomandare ai monelli spettatori dei loro giochi, i prestigitatori di strada, affinché non rivelassero il trucco compromettendo la buona riuscita del giuoco da cui dipendeva una piú o meno congrua raccolta di moneta.La locuzione fu in origine sulla bocca dei saltimbanchi che si esibivano a nelle strade adiacenti la piazza Mercato e/o Ferrovia, nel bel mezzo di una cerchia di monelli e/o adulti perdigiorno che non potendosi permettere il pur esiguo costo di un biglietto per accedere ai teatrini zonali ed assistervi a gli spettacoli, si accontentavano di quelli fatti in istrada da girovaghi saltimbanchi che si esibivano su palcoscenici di fortuna ottenuti poggiando delle assi di legno su quattro o piú botti vuote. Spesso tali spettatori abituali, per il fatto stesso di aver visto e rivisto i giochi fatti da quei saltimbanchi/ prestigitatori di strada avevano capito o carpito il trucco che sottostava ai giochi ed allora i saltimbanchi/ prestigitatori che si esibivano con la locuzione zitto chi sape 'o juoco!  invitavano ad una sorta di omertà gli astanti affinché non svelassero ciò che sapevano o avevano carpito facendo perdere l’interesse per il gioco in esecuzione, vanificando la rappresentazione e compromettendo la chétta, la raccolta di monete operata tra gli spettatori, raccolta che costituiva la magra ricompensa per lo spettacolo dato. Per traslato cosí, con la medesima espressione son soliti raccomandarsi tutti coloro che temendo che qualcuno possa svelare imprudentemente taciti accordi, quando non occultati trucchi, chiedono a tutti un generale, complice silenzio.Rammento infine a completamento dell’illustrazione della locuzione un’altra espressione che accompagnava quella in esame: ‘a fora ‘o singo! e cioè: Fuori dal segno! Che era quello che tracciato con un pezzo di gesso rappresentava il limite invalicabile che gli spettatori non dovevano oltrepassare accostandosi troppo al palcoscenico, cosa che se fosse avvenuta poteva consentire ai contravventori di osservare piú da presso le manovre dei saltimbanchi/ prestigitatori, scoprendo trucchi e manovre sottesi ai giochi, con tutte le conseguenze già détte.  &lt;br /&gt;8 - VUÓ CAMPÀ LIBBERO E BBIATO? MEGLIO SULO CA MALE ACCUMPAGNATO. &lt;br /&gt;Ad litteram: vuoi vivere libero e beato? Meglio solo che male accompagnato Il proverbio in epigrafe, in fondo traduce l'adagio latino: beata solitudo, oh sola beatitudo. &lt;br /&gt;9- QUANNO 'NA FEMMENA S'ACCONCIA 'O QUARTO 'E COPPA, VO' AFFITTÀ CHILLO 'E SOTTO. &lt;br /&gt;Ad litteram: quando una donna cura eccessivamente il suo aspetto esteriore, magari esponendo le grazie di cui è portatrice, lo fa nella speranza di trovar partito sotto forma o di marito o di un amante  che soddisfi le sue voglie sessuali. &lt;br /&gt;10 - QUANNO QUACCHE AMICO TE VENE A TTRUVÀ, QUACCHE CAZZO LE MANCARRÀ. &lt;br /&gt;Ad litteram: quando qualche amico ti viene a visitare, qualcosa gli manca (e la vuole da te)Id est: non bisogna mai attendersi gesti di liberalità o di  affetto; anche quelli che reputiamo amici, sono - in fondo - degli sfruttatori, che ti frequentano solo per carpirti qualcosa.&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6430115599626199918?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6430115599626199918/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6430115599626199918' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6430115599626199918'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6430115599626199918'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1580.html' title='VARIE 1580'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-4739788904843636384</id><published>2012-01-22T02:48:00.000-08:00</published><updated>2012-01-22T02:49:11.246-08:00</updated><title type='text'>VARIE 1579</title><content type='html'>1. 'O PURPO S'À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. &lt;br /&gt;Letteralmente: il polpo si deve cuocere con l'acqua propria.Id est: bisogna che si convinca da se medesimo, senza interventi esterni. La locuzione fa riferimento a tutte quelle persone che recedono da certe posizioni solo se si autoconvincono; con costoro è inutile ogni opera di convincimento, bisogna armarsi di pazienza ed attendere che si autoconvincano, come un polpo che per cuocersi non necessita di aggiunta d'acqua, ma sfrutta quella di cui è composto. &lt;br /&gt;2. DÀ 'NCOPP' Ê RECCHIE. &lt;br /&gt;Letteralmente: dare sulle orecchie. La locuzione consiglia il modo di comportarsi nei confronti dei boriosi, dei supponenti, dei saccenti adusi ad andare in giro tronfi e pettoruti a testa elevata quasi fossero i signori del mondo. Nei loro confronti bisogna usare una sana violenza colpendoli, sia pure metaforicamente, sulle orecchie per fargliele abbassare. &lt;br /&gt;3. N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA... &lt;br /&gt;Letteralmente: ne ò  bolliti di stronzi, ma tu (sei uno stronzo   cosí tanto grosso)che non entri per intero nella ipotetica  pentola destinata all'uso della bollitura. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri per pensiero e/o azione,  cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere  i limiti della ipotetica  pentola in cui dovrebbe  esser lessato. &lt;br /&gt;4. TANTE GALLE A CANTÀ NUN SCHIARA MAJE JUORNO. &lt;br /&gt;Letteralmente: tanti galli a cantare non spunta mai il giorno. Id est: quando si è in tanti ad esprimere un parere intorno ad un argomento, a proporre una soluzione ad un problema, non si addiviene a nulla di concreto... Perché dunque farsi meraviglia se il parlamento italiano composto da un numero esorbitante di deputati e senatori non riesce mai a legiferare rapidamente e saggiamente? Parlano in tanti... come si vuole che giungano ad una conclusione pratica&lt;br /&gt;5. SÍ, SÍ QUANNO CURRE E 'MPIZZE... &lt;br /&gt;Letteralmente: sí quando corri ed infili! La locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico, vale: Mai riuscirai a correre e ad infilare (l’anello) ed è usata a dileggio di chi   stia ponendo speranza in qualcosa che molto difficilmente si potrà avverare,per fargli intendere che quel che lui si  augura avvenga, non potrà avvenire, nè  avverrà, attesa l’incapacità ad operandum del soggetto cui la locuzione è indirizzata. La locuzione fa riferimento ad un'antica gara che si svolgeva sulle piazze dei paesi meridionali. Si infiggeva nell'acciottolato della piazza del paese un'alta pertica con un anello metallico posto in punta ad essa pertica, libero di dondolare al vento. I gareggianti dovevano, correndo a cavallo, far passare nell'anello la punta di una lancia, cosa difficilissima da farsi. &lt;br /&gt;6. MADONNA MIA, MANTIENE LL'ACQUA! &lt;br /&gt;Letteralmente: Madonna mia reggi l'acqua. Id est: fa’ che la situazione non peggiori o non degeneri. L'invocazione viene usata quando ci si trovi davanti ad una situazione di contesa il cui esito si prospetti prossimo a degenerare per evidente cattiva volontà di uno o piú dei contendenti. &lt;br /&gt;7. OMMO 'E CIAPPA. &lt;br /&gt;Letteralmente: uomo di bottone e, per traslato, uomo importante, di vaglia. La locuzione à origini antichissime addirittura seicentesche allorché a Napoli esistette una consorteria particolare, la cd repubblica dei togati che riuniva un po' tutta la classe dirigente della città. Le ciappe (dal latino=capula) erano i grossi bottoni d'argento cesellato che formavano l'abbottonatura della toga simbolo, appunto, di detta consorteria. &lt;br /&gt;8. 'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. &lt;br /&gt;Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,id est la continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche, per cui è piú opportuno tradurre se la nave va, la fava cuoce. &lt;br /&gt;9. ESSERE 'NU CASATIELLO CU LL'UVA PASSA. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere una caratteristica torta rustica pasquale ripiena d'uva passita. Id est: essere una persona greve, fastidiosa, indigesta, noiosa quasi come la torta menzionata già greve di suo per esser ripiena di formaggio, uova, salame, resa meno digeribile dalla presenza dell'uva passitae dei pinoli. &lt;br /&gt;10. NCE VONNO 'E CQUATTE LASTE E 'O LAMPARULO. &lt;br /&gt;Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si gloria di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente . &lt;br /&gt;11. JIRSENE CU 'NA MANA ANNANZE E N'ATA ARRETO. &lt;br /&gt;Letteralmente: andarsene con una mano davanti ed una di dietro (per coprirsi le vergogne). Era il modo con cui il debitore si allontanava dal luogo dove pronunciando l’espressione Cedo bona spesso corrotta in Cedo bonis dichiarava fallimento dichiarando la sua insolvibilità, eseguendo quella che adattando il Cedo bona latino  diventava  – in napoletano - : zitabona; la cerimonia prevedeva oltre la pronunzia della formula, il dover  poggiare le nude natiche su di una colonnina posta innanzi al tribunale della Vicaria  a dimostrazione di non aver piú niente. La locuzione perciò significa e si usa per indicare chi, non avendo concluso nulla di buono, ci abbia rimesso fino all'ultimo quattrino e non gli resti che l'ignominia di cambiar zona andandosene con una mano davanti ed una di dietro. &lt;br /&gt;12. A - MIETTE MANO Â TELA &lt;br /&gt;B - ARRICIÉTTE 'E FIERRE &lt;br /&gt;Le due locuzioni indicano l'incipit ed il termine di un'opera e vengono usate nelle precise circostanze da esse indicate, ma sempre con un valore di sprone; sub A: Metti mano alla tela, ossia, prepara la tela ché è giunto il momento di cominciare il lavoro. sub B: Metti a posto i ferri,  ossia è giunta l'ora di lasciare il lavoro. &lt;br /&gt;13. ESSERE 'NU/’NASECATURNESE. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere un/una  sega tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo in cui circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli guadagni: venne poi la carta-moneta e finí il divertimento. &lt;br /&gt;14. ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. &lt;br /&gt;Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stante la ridottissima capacità fisica, intellettiva e morale essendo il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero. &lt;br /&gt;15. ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. &lt;br /&gt;Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. &lt;br /&gt;16. 'E CURALLE – oppure ‘O CURALLARO - LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. &lt;br /&gt;Letteralmente: i coralli oppure il (mestiere )di corallaro son di pertinenza  torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. &lt;br /&gt;17. MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA &lt;br /&gt;Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine e/o suine che a Napoli vengono vendute già atte ad essere consumate o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad hoc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità di aderire alle richieste. &lt;br /&gt;18. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. &lt;br /&gt;Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo quffa= corbello. &lt;br /&gt;19. DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ CCHIOVERE ‘GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... &lt;br /&gt;Disse lo scarafaggio: (il cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. &lt;br /&gt;20. ABBACCA ADDÓ VENCE. &lt;br /&gt;Letteralmente: collude con chi vince. Di per sé il verbo abbaccare presupporrebbe una segretezza d'azione che però ormai nella realtà non si riscontra, in quanto l'opportunista - soggetto sottinteso della locuzione in epigrafe non si fa scrupolo di accordarsi apertis verbis con il suo stesso pregresso nemico, se costui, vincitore, gli può offrire vantaggi concreti e repentini. Lo sport di salire sul carro del vincitore e di correre in suo aiuto è stato da sempre praticato dagli italiani.&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-4739788904843636384?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/4739788904843636384/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=4739788904843636384' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4739788904843636384'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4739788904843636384'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/varie-1579.html' title='VARIE 1579'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-903020400746033406</id><published>2012-01-22T02:42:00.000-08:00</published><updated>2012-01-22T02:43:03.196-08:00</updated><title type='text'>Ê QUATTE ‘E MAGGIO</title><content type='html'>Ê QUATTE ‘E MAGGIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Questa volta per la seguente mia breve ricerca storico-linguistica, prenderò l’avvio da una simpatica canzonetta scritta e cantata da Armando Gill, nome d’arte d’un tal Michele Testa (Napoli,21/1/1878 - † ivi 31/12/1944) che avviato dai genitori a gli studî di giurispridenza, li abbandonò per seguire le vie dell’arte esibendosi nei teatri di varietà partenopei indossando elegantissimi frac, per presentare canzoni sentimentali o burlesche che egli stesso scriveva e metteva in musica, risultando cosí il primo (in ordine di tempo) cantautore italiano; Armando Gill, con indosso l’impeccabile frac, ciuffo sbarazzino,  immancabile gardenia candida all’occhiello e monocolo scintillante, si presentava in palcoscenico annunciando il titolo della nuova canzone che avrebbe presentato e specificava: parole di Armando, musica di Gill, cantata da tutti e due; le esibizioni di Gill si concludevano quasi sempre con la c.d. improvvisata durante la quale su di una musichetta sempre uguale, l’artista estemporaneamente improvvisava appunto i versi d’una storiella il cui argomento era suggerito, volta a volta dagli spettatori richiedenti. Gill scrisse canzoni sia in napoletano che in italiano; elenco qui di sèguito quelle che mi pare siano le piú note:‘O zampugnaro ‘nnammurato, Varca d’ammore, Come pioveva,Bbella ca bbella sî, Palomma, Nun so’ geluso, le esilaranti La donna al volante, Lui, lei e gli altri sei e tante altre tra le quali quella che mi fornirà la materia di ricerca e di cui trascrivo il testo: &lt;br /&gt;Ê QUATTE ‘E MAGGIO &lt;br /&gt;(1918) &lt;br /&gt;I&lt;br /&gt;E tenevo ‘na bbella putechella&lt;br /&gt;ch'avevo fatto tanto p'accurzá...&lt;br /&gt;Soglia 'e marmo, bancone, musticella:&lt;br /&gt;nce asceva chellu ppoco pe campá! &lt;br /&gt;Arriva l’esattore,&lt;br /&gt;dice: "'A mesata è ppoca!&lt;br /&gt;mettitece 'a si-loca&lt;br /&gt;e 'un ne parlammo cchiú!" &lt;br /&gt;E aggiu lassato chella putechella,&lt;br /&gt;speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella! &lt;br /&gt;Core, fatte curaggio,&lt;br /&gt;'sta vita è nu passaggio:&lt;br /&gt;Facimmoncillo chistu quatto 'e maggio...&lt;br /&gt;che ce penzammo a ffà&lt;br /&gt;si 'o munno accussí va?! &lt;br /&gt;II&lt;br /&gt;E tenevo ‘na bbella casarella&lt;br /&gt;cu stanza 'e lietto e cammera 'e mangià...&lt;br /&gt;’Na cucina, ‘nu muorzo 'e luggetella...&lt;br /&gt;nc'êvo fatto 'o grillaggio pe ll'està... &lt;br /&gt;Vene ‘o padrone ‘e casa,&lt;br /&gt;dice: "'A mesata è ppoca!&lt;br /&gt;Mettimmoce 'a si-loca&lt;br /&gt;e 'un ne parlammo cchiú..." &lt;br /&gt;E aggio lassato chella casarella&lt;br /&gt;speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella! &lt;br /&gt;Core fatte curaggio,&lt;br /&gt;'sta vita è nu passaggio&lt;br /&gt;facimmoce 'o siconno quatt''e maggio,&lt;br /&gt;che nce penzammo a ffà&lt;br /&gt;si 'o munno accussí va!? &lt;br /&gt;III&lt;br /&gt;E tenevo ‘na bbella 'nnammurata&lt;br /&gt;ch'avevo fatto tanto p''a 'mparà...&lt;br /&gt;Ma che saccio ched è, ll'ànno 'nciuciata:&lt;br /&gt;nun è cchiú chella ch'era n'anno fa: &lt;br /&gt;Primma, ‘na rosa semplice,&lt;br /&gt;m''a faceva felice..&lt;br /&gt;mo vo' 'e bbrillante e ddice&lt;br /&gt;ca manco niente so'... &lt;br /&gt;E i' lasso pur'a essa e bonasera!&lt;br /&gt;e me ne trovo a n'ata cchiú sincera. &lt;br /&gt;Core, fatte curaggio!&lt;br /&gt;'sta vita è nu passaggio...&lt;br /&gt;Facímmoce chist'atu quatt''e maggio...&lt;br /&gt;Che ce penzammo a ffà,&lt;br /&gt;si 'o munno accussí va? &lt;br /&gt;Non reputo che sia necessaria la traduzione in italiano, apparendomi abbastanza comprensibile il testo vergato in un napoletano facilmente fruibile; mi limiterò ad illustrare le parole o le espressioni piú particolari; e cominciamo con il titolo: Ê quatto ‘e maggio; a prima vista potrebbe sembrare una semplice indicazione di data: ai quattro di maggio; in realtà non è esattamente cosí; sí il quattro di maggio è una precisa data che un tempo, come qui di sèguito illustrerò, fu quella nella quale le famiglie partenopee, che conducevano in fitto le case erano use a traslocare, mutando abitazione;ma poi con l’espressione fà ‘e quatte ‘e maggio (fare i quattro di maggio), si giunse a significare: dismettere qualsiasi comportamento o applicazione, per perseguirne altri diversi o simili; con la medesima espressione si indicò pure qualsiasi azione che comportasse eccessivi confusione e/o chiasso tal quali quelli occorrenti durante i traslochi con rumoroso, caotico spostamento di mobili e masserizie; torniamo ai traslochi e cambi di abitazione; dirò che un tempo era uso fra i meridionali compiere tali operazioni ai 10 di agosto, (e pare – se non erro - che tale data sia ancora in vigore in quel di Bari); a mano a mano, però – specie per le proteste dei facchini che dovevano sobbarcarsi il gravoso compito dei traslochi, costretti a lavorare con il gran caldo agostano – la consuetudine venne meno e gli sfratti (etimologicamente deverbale di sfrattare che è da un ex+fratta= fare uscire allo scoperto e per estensione sloggiare etc.), i traslochi, a seguito di una prammatica emessa nel 1587 dal viceré Juan de Zunica conte di Morales, furono spostati al 1° di maggio festività dei santi Filippo e Giacomo; ma i napoletani, devoti dei due santi e soprattutto legati ad una tradizionale festa con processione e laute libagioni, legata alla festività dei cennati santi, non accettarono di buon grado la nuova data e presero a mutar casa ed a traslocare quando e come aggradasse loro, di talché la città risultò caoticamente invasa quasi cotidie di carretti e sciarabballe (etimologicamente dal francese: char à bancs= carro con i banchi)ingombri di mobili, masserizie e passeggeri; fino a che (ma bisognò attendere il 1611) un nuovo viceré Pedro Fernandez de Castro conte di Lemos non statuí definitivamente che traslochi e sfratti si tenessero ai quattro di maggio, giorno dal quale decorreva altresì il pagamento del canone mensile di locazione detto in napoletano mesata (forgiata sul basso latino: mensem= mese) o piú esattamente pesone che è dall’acc. latino pensone(m)dal verbo pendere= pesare, pagare; ò detto: piú esattamente in quanto ‘o pesone continiene in sé l’idea del pagamento, mentre ‘a mesata è usata oltre che per indicare la pigione dovuta, anche per significare lo stipendio, il salario che un lavoratore non versa, ma percepisce mensilmente; a mo’ di completezza rammenterò che un tempo ‘o pesone era corrisposto annualmente in ragione di quattro mensilità anticipate ( 4 gennaio,4 maggio, 4 settembre), dunque tre volte all’anno di talché le quattro pigioni finirono per esser dette tierze alla medesima stregua degli interessi derivanti dai titoli obbligazionarî, interessi che venivano riscossi tre volte all’anno contro esibizione delle relative cedole dette in napoletane cupune ed al singolare cupone (dal francese coupon = tagliando).&lt;br /&gt;Sempre con riferimento al termine tierze rammenterò l’icastica espressione napoletana: refonnerce tierze e capitale ossia: rimetterci interessi e capitale, come dire: perdere tutto, subire gravissime perdite finanziarie; il verbo refonnere è etimologicamente dal latino re (con valore iterativo) e fundere= versare; va da sé che l’espressione a margine oltre l’ovvio significato economico per il quale si fa riferimento ad eventuali perdite derivanti o da l’esiguità degli interessi pagati dai titoli obbligazionarî di riferimento o dal deprezzamento di valore di detti titoli o ancora ad eventuali perdite derivanti dal mancato pagamento delle pigioni da parte di un inquilino moroso, che – a maggior disdoro abbia fatto andare in malora il cespite condotto in fitto, mettendo cosí il povero proprietario nella pessima condizione di rimetterci capitale ed interessi, possa essere intesa in piú ampi e traslati significati con riferimento ad ogni perdita cosí grave nella quale ci si possa rifondere ad es. lavoro e salute o tempo e danaro e cosí di sèguito;&lt;br /&gt;- tenevo:  letteralmente, di per sé: avevo; l’autore à usato nelle tre strofe della sua canzonetta il verbo a margine; in napoletano il verbo tené/tènere di cui tenevo è voce dell’imperfetto, può avere varie accezioni: avere, possedere, condurre in fitto( vedi1° e 2° strofa) o anche (vedi 3° strofa)altro significato estensivo ; etimologicamente il verbo tené/tènere che è l’italiano tenére è dal basso latino teníre =trarre a sé, corradicale di tendere = tendere; &lt;br /&gt;- putechella = botteguccia, piccolo negozio, diminutivo di puteca = bottega; etimologicamente, come alibi vedemmo puteca ed il suo diminutivo putechella son voci dal basso latino: (a)pothèca(m), dal gr. apothékí = magazzino, ripostiglio; di per sé l’ apothèca latina indicava il locale che in casa serviva da dispensa;&lt;br /&gt;- accurzà = avviare, metter su,migliorare l’aspetto d’un negozio in modo da attirare nuovi clienti e dunque procacciarli;è ad un dipresso, secondo l’etimologia dal basso latino ad+cursare→accursare che è da cursus, il dar corso alla venuta dei clienti;&lt;br /&gt;- soglia ‘e marmo = la soglia di marmo, rispetto a quella di pietra, o lignea, essendo uno dei primi elementi architettonici che balza agli occhi di eventuali clienti, predispone costoro a frequentare con una certa continuità il negozio che ne sia fornito; la soglia (etimologicamente dal basso latino soleam = suola, derivata da solum = suolo) è precisamente una tavola di legno o una  lastra di pietra o quella piú elegante in marmo, che regge gli stipiti e limita inferiormente il vano della porta o delle finestre; per estensione talvolta la porta stessa; va da sé che chi voglia abbellire il proprio  negozio, al fine di renderlo piú attraente per eventuali clienti, provvederà a sostituire un’eventuale soglia in pietra o in legno con una piú elegante in marmo, come alla medesima maniera attrezzerà il negozio o bottega con un adeguato bancone id est: banco per la vendita e lo fornirà di una elegante mosta o musticella in cui esporre le merci da offrire in vendita;&lt;br /&gt;- bancone = accrescitivo di banco: mobile a forma di tavolo alto ed allungato che negli esercizi commerciali separa i venditori dai compratori; etimologicamente dallo spagnolo banco che forse è dal germanico banch;&lt;br /&gt;- musticella = diminutivo di mosta (etimologicamente deverbale del basso latino monstrare)= mostra ovvero bacheca espositiva, solitamente protetta da vetri nella quale si pongono le merci per mostrarle a gli avventori;&lt;br /&gt;- nce asceva chellu ppoco pe campà = se ne ricavava quel poco che permetteva di vivere…Probabilmente il commercio ipotizzato nella 1° strofa della canzonetta era un piccolo commercio tale da non produrre grossi guadagni; &lt;br /&gt;- asceva di per sé è l’imperfetto del verbo ascí che è dal latino ex-ire e significa in primis uscire, ma anche sboccare, provenire,risultare,avere effetto e nella fattispecie ricavare, trar fuori;&lt;br /&gt;- ll’esattore = colui che in luogo e per conto del proprietario è delegato ad esigere le pigioni pattuite per il fitto e ad emettere le relative quietanze; etimologicamente dal latino exactore(m), deriv. di exactus, part. pass. di exigere = esigere.&lt;br /&gt;- mesata = pigione o mensile (vedi antea a margine di pesone);&lt;br /&gt;- si-loca = avviso, cartello con l’indicazione SI LOCA o LOCASI (con derivazione dal latino locare) seguíto dall’indicazione dell’immobile (bottega o appartamento) che si intende cedere in fitto o locazione; le parole SI LOCA vergate, per solito, in caratteri maiuscoli e risaltanti, finirono per indicare qualsiasi avviso o cartello atto a fornire comunicazioni o indicazioni e – per giocoso traslato – con il termine si-loca si indicò anche un indumento maschile (camicia o giacca )con falda eccessivamente pronunciata; con il medesimo termine si indicarono un tempo taluni fogli di quaderno che per dileggio qualche impertinente scolaro appuntava con proditorî spilli sulle spalle o a tergo degli abiti di ignari compagni di scuola;in toscano, pur potendosi tranquillamente usare il SI LOCA o LOCASI di nobile derivazione latina, su gli avvisi summenzionati si preferisce scrivere il meno elegante APPIGIONASI e non se ne comprende il motivo…;&lt;br /&gt;- stanza ‘e lietto e cammera ‘e mangià sono esattamente la stanza da letto e quella da pranzo; c’è da notare come in napoletano, la stanza in cui si dorme, quella che in toscano è la camera sic et simpliciter si specifica con ‘a stanza ‘e lietto (la stanza da letto; stanza etimologicamente è forgiata sul latino stare che è il trattenersi, fermarsi e dove se non sul letto ci si può meglio trattenere o fermare?)mentre la toscana stanza da pranzo si rende con cammera ‘e mangià dove cammera, nel pieno rispetto del suo etimo latino càmara o càmera dal greco kamàra, indica una delle stanze piú eleganti di casa con ad es. soffitto a volta, centinato dove la famiglia si riunisce a prendere i pasti, quelli che invece una ipotetica servitú deve prendere in cucina;&lt;br /&gt;- ‘nu muorzo ‘e luggetella . letteralmente: un boccone (muorzo=boccone, morso da un latino morsum p.p. di mordere) di piccolo terrazzo, ossia un terrazzino minutissimo; per la verità, più che di terrazzo, si dovrebbe parlare di loggia e del suo diminutivo luggetella; ò usato la parola terrazzo, perché leggo che – quantunque recepito nei dizionari della lingua italiana – la parola loggia con etimo dal fr. loge, che è dal lat. tardo laubia→lobia→lobium→logea→loggia, e questo dal francone laubja =pergola,è ritenuta voce regionale,sconsigliata; ma ò errato in quanto la loggia è cosa diversa dal terrazzo che etimologicamente viene da un basso latino terraceum derivato di terra ed è un ripiano sporgente o rientrante rispetto al muro esterno di un edificio, cinto da balaustrata o ringhiera e sul quale si aprono una o piú porte-finestre;esso si differenzia essenzialmente dalla loggia perché questa non è pavimentata come il terrazzo, ma il piano calpestabile è semplicemente ricoperto da asfalto e la recinzione laterale non è fornita da una balaustrata a pilastrini, o da ringhiera come per il terrazzo, ma da un c.d. parapetto in muratura che chiude su tre lati la loggia; delle varie logge che possono completare gli appartamenti di un palazzo, la piú ampia e vasta è quella che coincide con il lastrico solare di copertura, lastrico che in lingua napoletana è reso con il termine asteco che etimologicamente è dal greco óstrakon=coccio, cocci che un tempo, assieme ai lapilli, opportunamente battuti e pressati formavano,in luogo dell’asfalto o pece la copertura del lastrico solare assicurandone saldezza, tenuta ed impermeabilità;a proposito del termine asteco, mi piace rammentare qui un’antica locuzione partenopea che recita: T' aggi''a fà n'asteco areto ê rine!&lt;br /&gt;Letteralmente va tradotta: Ti devo fare un solaio nella schiena! Id est: Devo percuoterti violentemente dietro le spalle. Per comprendere appieno la portata di questa grave minaccia contenuta nella locuzione a margine, occorre sapere che per asteco a Napoli si intende, come ò accennato, il solaio di copertura delle case, solaio che anticamente era ricoperto con cocci, per lo piú di anfore, ed abbondante lapillo vulcanico ammassato all'uopo e poi violentemente percosso con appositi martelli al fine di grandemente compattarlo e renderlo impermeabile alle infiltrazioni di acqua piovana.Per cui minacciare qualcuno di fargli un solaio sulle spalle equivale a minacciarlo di grandi percosse tal quali quelle necessarie per compattare cocci e lapilli;&lt;br /&gt;- grillagge = esattamente pergola fronzuta di piante rampicanti (es. edera americana o simili) o pendule (es. glicine) distesa su di una rete metallica sorretta da piú pali lignei verticali e/o orizzontali; tale pergola piú o meno ampia è atta a fornire durante i mesi estivi, una adeguata fresca ombra che ripari dai raggi del sole; il termine grillagge è pervenuto al napoletano, dritto per dritto dal francese: grillage= rete metallica;  &lt;br /&gt;- està: estate; ma   qui mi tocca – con mio malgrado - fare una tirata d’orecchi ad Armando Gill il quale, occorrendogli, per sistemare un verso, una rima in à, non si fece scrupolo di apocopare la parola toscana estate ottenendo una comoda, ma erronea està voce completamente ignota alla lingua napoletana che – come alibi illustrai ad abundantiam – per indicare il periodo della calura estiva non usa mai il termine estate/està, quanto il piú esatto e consono staggione anzi staggiona.&lt;br /&gt;- padrone ‘e casa = è il proprietario (padrone dal latino: patronum , casa dal latino casa(m)= abitazione rustica diversa dalla domus=abitazione di città del dominus) dell’abitazione condotta in fitto dal protagonista della canzone; questa volta, l’autore a richiedere la pigione non fa intervenire (vedi 1° strofa) un esattore delegato, ma il proprietario in persona che – esoso tal quale quello della bottega – volendo lucrare di piú dalla locazione del suo immobile auspica un allontanamento dell’inquilino (dal lat.. inquilinu(m), comp. di in e un corradicale di colere = abitare) e l’esposizione di un avviso di nuova locazione dalla quale si augura possa avere un maggior ritorno economico;&lt;br /&gt;- tenevo ‘na bbella ‘nnammurata = ero fidanzato con una bella donna; qui – come ò accennato precedentemente - il verbo tenere unito al compl. oggetto bella etc. à un significato estensivo, non diretto di possesso;&lt;br /&gt;- ‘mparà di per sé il verbo napoletano ‘mparare con derivazione dal latino volg. imparare, comp. di in illativo e parare 'procurare'; propr. procurarsi cognizioni, varrebbe il toscano imparare, ma spesso – come nel caso in esame - esso vale, ma ne ignoro i motivi o ragioni: insegnare, rendere edotto; per cui l’intera espressione: ch'avevo fatto tanto p''a 'mparà sta per avevo lavorato tanto per insegnarle (a vivere, a comportarsi nella maniera piú giusta etc.); reputo che probabilmente il verbo toscano insegnare fosse totalmente sconosciuto nel meridione e si sia preferito attribuirne il significato al già noto imparare (‘mparà) piuttosto che coniare un nuovo verbo marcandolo su insegnare; sia come sia in napoletano ‘mparà (imparare) vale sia insegnare che apprendere: ad es.: t’aggiu ‘mparato vale: ti ò insegnato e m’aggiu ‘mparato vale: ò appreso!&lt;br /&gt;- ‘nciuciata letteralmente sta per sobillata, istigata con chiacchiere e maldicenze proprio secondo il suo etimo per il quale si tratta del participio passato femminile del verbo ‘nciucià =spettegolare con maldicenza ponendo attrito tra persone; il verbo a sua volta è un denominale di ‘nciucio lemma onomatopeico che vale intrigo, pettegolezzo. - E reputo di poter far punto qui, non trovando altre parole o espressioni meritevoli di particolari attenzioni.&lt;br /&gt;Raffaele Bracale - Napoli&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-903020400746033406?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/903020400746033406/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=903020400746033406' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/903020400746033406'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/903020400746033406'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/e-quatte-e-maggio.html' title='Ê QUATTE ‘E MAGGIO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5362661078016983706</id><published>2012-01-22T02:35:00.000-08:00</published><updated>2012-01-22T02:42:20.197-08:00</updated><title type='text'>QUATTRO PROVERBI</title><content type='html'>QUATTRO PROVERBI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1)A briscola se jòca cu le denare! &lt;br /&gt;Ad litteram: la briscola si giuoca con i soldi; id est:&lt;br /&gt;nelgioco delle carte, come negli affari, occorrepagare in contanti (se si vuole che gli affari siano proficui).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 2)Abbóffate, dicette 'o puorco, ca 'o pantano è cchino! Ad litteram: Mangia a soddisfazione (fino a gongiarti) giacché il pantano è pieno (di ortaglie spontanee); id est nei momenti propizi oppure di  di caos o di disordine, chi puó&lt;br /&gt;deve  approfittare per fare i propri interessi.&lt;br /&gt;3) 'A carciòffola s’ ammònna a 'na fronna â   vòta! Ad litteram: il carciofo si monda  una brattea per volta;id est: Ogni cosa, per ottenere buoni risultati, va fatta paulatim ed gradatim e  con criterio e gradualità&lt;br /&gt;4)A ccarne 'e 'lupo, diénte/i 'e cane.&lt;br /&gt;Ad litteram:A carne di lupo (occorre opporre) denti di cane.È il modo napoletano di rendere il brocardo latino: Vim vi repellere licet. Id est:Alla violenza si risponde con energia, opponendo virulenza a virulenza.&lt;br /&gt;jòca: voce verb. intr.3ª pers. sg. ind. pres. dell’inf. jucà= giocare. (dal lat. iocāri,)&lt;br /&gt;abbòffete = abbóffa + te voce verb trans. 2ª pers. sg imperativo dell’infinito  abbuffà riempire/ qui riempirsi, gonfiare/ qui gonfiarsi di qualcosa;metaforicamente anche  gonfiarsi d’ira o di collera.&lt;br /&gt;Etimologia: deverbale dal lat. bufō –onis = rospo&lt;br /&gt;pantano s.vo m.le&lt;br /&gt;1 terreno coperto d'acque stagnanti dove, favorite dall’umidità, nascono ortaglie spontanee | &lt;br /&gt;(estens.) terreno fangoso; mota, melma, fanghiglia: &lt;br /&gt;2 (fig.) situazione equivoca, di corruzione; intrigo, imbroglio&lt;br /&gt;voce  der. del lat. *palta «fango».&lt;br /&gt;ammónna: voce verb. intr.3ª pers. sg. ind. pres. dell’inf ammunnà=mondare (dal  latino ad+mundāre→ammunnare intensivo di mundare, denominale di mundus.&lt;br /&gt;diėnte/i: s.vo m.le pl. di dente= dente, dall’accusativo latino dĕnte-m.&lt;br /&gt;denare: s.vo m.le pl. di denaro = denari, soldi. (dal&lt;br /&gt;latino acc. denāriu-m (moneta da dieci assi).&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5362661078016983706?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5362661078016983706/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5362661078016983706' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5362661078016983706'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5362661078016983706'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/quattro-proverbi.html' title='QUATTRO PROVERBI'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8224743687685662160</id><published>2012-01-21T01:15:00.000-08:00</published><updated>2012-01-21T01:17:41.128-08:00</updated><title type='text'>‘O RAMMARO</title><content type='html'>‘O RAMMARO&lt;br /&gt;Eccoci innanzi ad un’altra antica parola partenopea che fu in uso sino a circa cinquant’anni orsono e poi sparí dal lessico e dal parlato popolare insieme alla sparizione dell’attività commerciale che svolgeva ‘o rammaro. Tale voce  in origine tradusse esattamente l’italiano ramaio  e cioè  l’artigiano che fa e vende oggetti di rame il calderaio; etimologicamente la voce rammaro  è un derivato del lat. (ae)rame(n) con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale  (m) piú il suff. di pertinenza arius (in napoletano aro, in italiano aio). Da tutto ciò si evince che in origine ‘o rammaro era colui che lavorava, produceva e vendeva al minuto  sia in una propria bottega, sia molto spesso   a domicilio utensili di rame (pentole, padelle, vasellame etc.) per i bisogni quotidiani; ed era tale  medesimo artiere, quando facesse anche le funzioni dello stagnino,   che con cadenza settimanale al grido: Stagnàteve ‘a ramma! (Fate ricoprir di stagno gli utensili di rame!) si recava presso i suoi clienti per coprire le parti degli utensili di rame  che andavano a contatto con il  cibo, con un sottile strato di stagno (elemento atossico) (per rendere nuovamente  utilizzabili  le  pentole, le padelle,il vasellame etc. di rame ed impedire che il cibo potesse  diventare tossico stando a diretto contatto con il rame che – per logorio d’uso – avesse perduto lo strato protettivo di stagno; in effetti il quotidiano uso delle stoviglie di rame procurava appunto  la consunzione o logoramento  dell’originario strato di stagno ed occorreva ricostituirlo ed a ciò provvedeva o il medesimo rammaro (nella speranza che, se le stoviglie fossero troppo rovinate, ne potesse vender di nuove)   o un altro artiere detto stagnaro = stagnaio; il nome napoletano fu poi assegnato estensivamente  all’idraulico per la frequentazioni di quest’ultimo con lo stagno usato per saldare i tubi di piombo; da notare che anche in un  corretto italiano, mutuandolo dal napoletano stagnaro, la voce stagnaio è usata per indicar l’idraulico.   &lt;br /&gt;In prosieguo di tempo, quando poi l’alluminio entrò prepotentemente, soppiantando il rame, nella formazione degli utensili da cucina, ecco che ‘o rammaro  perdette quella sua esigua fonte settimanale di guadagno (le stoviglie di rame non si vendevano piú, né era necessario stagnare l’alluminio, atossico di suo) e per non perdere la clientela che aveva acquisito vendendo e stagnando rame, egli  fu costretto ad operare una sorta di riconversione commerciale; continuò a girar di casa in casa, ma invece di utensili di  rame, prese a vendere  capi di biancheria personali e/o per la casa (corredi matrimoniali etc.)  ed operò détta vendita  non pronti contanti, ma con contenute rate  settimanali o talvolta  mensili  e con l’avvenuta  riconversione commerciale mutò anche il nome; non fu piú ‘o rammaro ma divenne ‘o rammariello  anche quando, per l’età, non fosse cosí  tanto giovane da giustificare il diminutivo rammariello usato quasi ad indicare la giovane nuova attività del vecchio rammaro.&lt;br /&gt;A completamento di tutto quanto detto rammento un’espressione che un tempo settimanalmente si poteva udire con diversa intonazione: o di sollecitudine o di… cruccio nelle case partenopee, specialmente sulla bocca della padrona di casa: Ogge à dda passà ‘o rammaro!... (letteralmente: Oggi passerà il ramaio) ; spieghiamo la duplice valenza: A(nel caso che si usassero ancóra stoviglie di rame) Prepariamo le stoviglie da far stagnare ché oggi passa il ramaio.. B (nel caso che il rammaro fosse diventato rammariello)  Ohibò, oggi è giornata di esborso delle rate!&lt;br /&gt;Oggi che il rame non si usa piú soppiantato da alluminio, teflon, plastica ed altre schifezze consimili, è normale che la voce in epigrafe sia sparita, come è altresí sparito il diminutivo rammariello  atteso che nessuna padrona di casa acquista  piú biancheria personale e/o di casa a rate e men che meno il corredo da sposa per le proprie figlie che se anche optano per il matrimonio e non per la convivenza(divenuta costume abituale dei giovani), non si curano né di coperte, né di lenzuola ricamate, né d’altra biancheria di casa ed a nessuna ragazza d’oggi  interessa piú di ricevere (per tramandarla ad una futura figlia)la cassa del corredo da sposa  che dapprima  fu della bisnonna, poi  di sua nonna ed infine di sua madre e avimmo cassato n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto (abbiamo ulteriormente accorciato il sonetto!).&lt;br /&gt;                                       raffaele bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8224743687685662160?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8224743687685662160/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8224743687685662160' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8224743687685662160'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8224743687685662160'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/o-rammaro.html' title='‘O RAMMARO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-2235948804206430958</id><published>2012-01-21T01:14:00.000-08:00</published><updated>2012-01-21T01:15:05.861-08:00</updated><title type='text'>SELLA ‘E PURCIELLO MMUGLIATA</title><content type='html'>SELLA ‘E PURCIELLO MMUGLIATA&lt;br /&gt;Chello ca ce vo’ pe sseje perzone:&lt;br /&gt;‘nu kilò ‘e sella ‘e purciello,&lt;br /&gt;4 grosse cepolle ndurate ‘e Muntoro ammunnate e ntretate,&lt;br /&gt;ddoje pastenache lavate, rattate e ttagliate a rundelle,&lt;br /&gt;dduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate,&lt;br /&gt;‘na llonmma d’accio  lavata, rattata e ttagliata  a pezzulle ‘e duje centimetre,&lt;br /&gt;cinquanta gramme ‘e funge sicche,&lt;br /&gt;miezu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;ciento gramme ‘e ‘nzogna,&lt;br /&gt;miezu litro ‘e vino russo asciutto,&lt;br /&gt;‘na farinula pe bbroro veggetale,&lt;br /&gt;4 chiuvetielle ‘e caruofano,&lt;br /&gt;‘nu cucchiarino ‘e cannella,&lt;br /&gt;sale fino, pepe niro macenato a ffrisco e ffarina q.n.s.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Steccà ‘a carne cu ‘e pezzulle d’aglio l’aglio e attaccarla cu ‘nu capo ‘e spavo pe cucina; nfarenarla a mmestiere tutta quanta legatela con un filo da arrosti, infarinatela leggermente e metterla dinto a ‘na prupurziunata cazzarola pruvvista ‘e cupierchio ‘nzieme a ll’uoglio e â ‘nzogna e ffarla suassà, a ffuoco allero, bbuono e mmeglio; appena suassata ’nfonnerla cu ‘o vino, farlo svapurà e agnadí cepolle, pastenache, accio e ffunge e a ll’urdemo cannella    e chiuvetielle ‘e caruofano; squaglià ‘a farinula ‘e bbroro veggetale dinto a miezu litro d’acqua vullente e ricà ‘stu bbroro dint’â cazzarola.Accuncià ‘e sale e ppepe, cummiglià ‘a cazzarola fermanno ‘o cupierchio cu ‘nu piso ‘e duje kilò; avascià ‘o ffuoco e fa cocere chianu chiano pe quase quatt’ ore. All’urdemo levà ‘o piezzo ‘e carne e tenerlo ô ccaudo arravugliato dinto a ‘nu fuoglio ‘e carta stagnola; passà a ‘nu mmiscatore tutt’ ‘e verdure e revacà ‘a crema uttenuta dint’â cazzarola; aumentà ‘o ffuoco e ffà astregnere ‘o zuco agnadenno, si nicessario ‘nu cucchiaro ‘e farina. Taglià ‘a carne a ffelle doppie ‘nu centimetro e sistimarle dinto a ‘na sperlonga cauda ricannole cu ‘o zuco caudo; servirla súbbeto accumpagnata ‘a ‘nu puré ‘e patane o ‘e fasule. &lt;br /&gt;Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria  e  servute a ttiempo  (temperatura) ‘e stanza pe magnà.&lt;br /&gt;Mangia Napoli, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale! &lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-2235948804206430958?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/2235948804206430958/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=2235948804206430958' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2235948804206430958'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2235948804206430958'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/sella-e-purciello-mmugliata_21.html' title='SELLA ‘E PURCIELLO MMUGLIATA'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-318731706011662410</id><published>2012-01-21T01:13:00.000-08:00</published><updated>2012-01-21T01:14:16.173-08:00</updated><title type='text'>SPEZZATO ‘E PURCIELLO ô TIESTO</title><content type='html'>SPEZZATO ‘E PURCIELLO ô TIESTO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca serve pe 6 perzone&lt;br /&gt;‘nu chilò e duiciento ‘e spalla ‘e purciello tagliata a piezze ‘e cm. cinche pe tre e pe ddoje,&lt;br /&gt;miezu chilò ‘e pummarole ammature lavate, scuttate, spellate e tagliate a ffarinule,&lt;br /&gt;600 gramme ‘e patane vecchie  lavate, asciuttate e tagliate a ffarinule,&lt;br /&gt;ddoje cepolle ndurate ‘e Muntoro ammunnate e ntretate,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;‘nu cucchiaro d’arecheta secca spullecata,&lt;br /&gt;farina, sale fino e ppepe niro mmacenato a ffrisco q.n.s.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Auntà cu ‘nu paro ‘e dete d’uoglio ‘na cummedità p’ ‘o tiesto pruvvista ‘e cupierchie e sistimarve dinto ‘e piezze ‘e spalla lavate e ‘nfarenate; agnadirve tuorno tuorno ‘e ffarinule ‘e patane, chelle ‘e pummarole e ‘o ttrigliato ‘e cepolle, derrammarve ‘ncoppa ll’arecheta, ‘o ssale, e ‘o ppepe e rricà tutto cu ‘o riesto ‘e ll’uoglio e cu ‘nu bicchiere d’acqua cauda; attappà ‘a cummedità cu ‘o cupierchio e metterla dint’ ô tiesto callentato a 180° e lassà cocere pe vinte minute tuiglianno ògne ttanto cu ‘na cucchiarella ‘e lignammo. Serví súbbeto caudo ‘e tiesto ‘stu spezzato gurmante.  Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria  e  servute a ttiempo  (temperatura) ‘e stanza pe magnà.&lt;br /&gt;Mangia Napoli, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale! &lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-318731706011662410?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/318731706011662410/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=318731706011662410' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/318731706011662410'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/318731706011662410'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/spezzato-e-purciello-o-tiesto_21.html' title='SPEZZATO ‘E PURCIELLO ô TIESTO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-5903514611115021134</id><published>2012-01-21T01:12:00.002-08:00</published><updated>2012-01-21T01:13:12.202-08:00</updated><title type='text'>BUCATINE SABRUSE</title><content type='html'>BUCATINE SABRUSE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chello ca ce vo’ pe sseje perzone&lt;br /&gt;600 gramme ‘e bucatine,&lt;br /&gt;miezu kilò d’alice fresche,&lt;br /&gt;ciento gramme d’alice salate sott’uoglio,&lt;br /&gt;‘dduje cucchiare ‘e semmente ‘e fenucchio,&lt;br /&gt;‘nu cucchiaro ‘e pignuole&lt;br /&gt;‘nu cucchiaro abbunnante d’uva passa,&lt;br /&gt;ddoje bustine ‘e safrone  (zafferano),&lt;br /&gt;‘nu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio (e.v.p.s. a f.),&lt;br /&gt;dduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate finu fino,&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata,&lt;br /&gt;sale fino e ppepe janco macenato a ffrisco q.n.s.,&lt;br /&gt;pane rattato cquatto  cucchiare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;Lavà e pulezzà ll’alice  levanno  capa, coda, mmennute (interiora) e  spina e farne ‘e ognuna dduje sulumiglie (filetti), lavarle ancòra  e  asciuttarle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piglià ‘nu rutiello largo, ricarve (versarvi) ll’uoglio e ‘o ttrigliato d’aglio   farle culurí a ffuoco sustenuto e  agnadirve (aggiungervi) apprimma ll’alice salate e ddoppo ca cheste se so’ sciugliute dint’ a ll’uoglio agnadí ‘e sulumiglie d’alice fresche e ffà suassà (rosolare)  pe cinche minute; a ‘stu punto agnadí ll’uva passa ammullata e spremmuta, ‘e pignuole, ‘nu cucchiaro ‘e semmente ‘e fenucchio,  ‘e ddoje bustine ‘e safrone,  pocu ssale fino  e ppepe janco macenato a ffrisco quanto ne piace; avascià ‘o ffuoco e fà cocere pe ‘nu   quarto d'ora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fraditanto  mettere ô fuoco ‘na caurara  cu abbunnante acqua salata (sale duppio) e cumfromme jesce a vvollere agnadirvi l’atu cucchiaro ‘e semmente ‘e fenucchio,e farve àrvere (lessare) ‘e bucatine teniente teniente; quanno so’ ppronte, scularle e revacarle dint’ ‘o rutiello cu ‘a sarzulella d’alice, ammiscà, derrammarve(spargervi) ‘ncoppa ‘o ppane rattato e ppassà pe ddiece minute ‘o rutiello dint’ô tiesto (forno)caudo (200°). Tirà fora, purziunà e serví caude ‘e tiesto ‘sti sabruse(gustosi) bucatine. Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale &lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-5903514611115021134?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/5903514611115021134/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=5903514611115021134' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5903514611115021134'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/5903514611115021134'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/bucatine-sabruse.html' title='BUCATINE SABRUSE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-4092417410640407568</id><published>2012-01-21T01:12:00.001-08:00</published><updated>2012-01-21T01:12:38.579-08:00</updated><title type='text'>PASTOTTO CU ‘E SACICCE</title><content type='html'>PASTOTTO CU ‘E SACICCE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; chello ca ce vo’ pe sseje perzone&lt;br /&gt;600 gramme ‘e avemmarie (tubbettielle ricate),&lt;br /&gt;4 cape ‘e sacicce fresche,&lt;br /&gt;‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata suttile,&lt;br /&gt;50 gramme ‘e funge sicche,&lt;br /&gt;‘na farinula pe bbroro veggetale,&lt;br /&gt;‘nu bicchiere ‘e vino janco asciutto,&lt;br /&gt;50 gramme ‘e ‘nzogna,&lt;br /&gt;miezu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio,&lt;br /&gt;ddoje bustine ‘e safrone,&lt;br /&gt;sale duppio ‘na vrancata,&lt;br /&gt;pepe janco macenato a ffrisco q.n.s. &lt;br /&gt;‘nu puparunciello  percante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo, &lt;br /&gt;100 gramme ‘e pecurino rattato finu fino. &lt;br /&gt;‘nu túppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;comme se fa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mez'ora primma d’accumincià  ‘a cuttura mettere  ‘e funge sicche a bbagno dinto a ‘nu tazzone d’acqua cauda;spellà ‘e sacicce e spullecarle. Mettere a ffuco allero ‘na prupurziunata cazzarola e ffà piglià calore â ‘nzogna, â ll’uoglio e ô puparunciello  percante lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo; agnadirve  ‘a cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata suttile e appena s’è ffatta jonna auní ‘e sacicce spullecate, ‘e funge spremmute e asciuttate e ‘o bicchiere ‘e vino; avascià ‘o ffuoco e fà cocere pe ‘nu quarto d’ora. Fraditanto cu dduje litre d’acqua vullente  e ‘a farinula  appruntà ‘o bbroro, accumpliarve ‘e ddoje bustine ‘e safrone, metterlo a ffuoco allero e appena ‘o bbroro jesce a vvollere, arvere a meza cuttura ll’avemmarie e revacarle dinto â cazzarola cu ‘a cunnimma e lla a ffuoco miccio cumpletà ‘a cuttura agnadenno poco â vota tutt’ ‘o bbroro ca à dda essere assurbito tuttu quanto.A ffenetura ‘e  cuttura derrammà ‘ncopp’ô pastotto tutt’ ‘o ccaso,tuiglià ‘nu poco, stutà ‘o ffuoco, misturà pe quacche mminuto, derrammà  cu  ‘nu túppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino, ‘mpiattà cumpletanno ‘e purzione cu abbunnante pepe janco mmacenato a ffrisco. Vino:  asciutte e profumate janche  nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta.&lt;br /&gt;Magna Napule,  bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!!&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-4092417410640407568?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/4092417410640407568/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=4092417410640407568' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4092417410640407568'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4092417410640407568'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/pastotto-cu-e-sacicce.html' title='PASTOTTO CU ‘E SACICCE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-4179600802743996615</id><published>2012-01-20T00:12:00.000-08:00</published><updated>2012-01-20T00:13:05.087-08:00</updated><title type='text'>ALTRI ANTICHI MESTIERI NAPOLETANI.</title><content type='html'>ALTRI ANTICHI MESTIERI NAPOLETANI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sollecitato dalla richiesta dell’amico P.G. (del quale per i consueti problemi di riservatezza indico le sole iniziali delle generalità) che mi si disse molto soddisfatto ed interessato di ciò che alibi scrissi sull’antico mestiere del rammariello, qui di sèguito illustro alcuni altri vecchi e desueti mestieri napoletani, sperando di interessare lui e qualcun altro dei miei consueti ventiquattro lettori. Principio  perciò con il parlare del   VRENNAJUOLO o (secondo un’antica terminologia del D’Ambra SCIUSCELLARO. Questo antichissimo mestiere era molto diffuso nel tardo ottocento quando il mezzo di trasporto piú  usato non era certo l'automobile, ma il cavallo. Questo sciuscellaro o vrennajuolo era un venditore che alienava ai suoi numerosi   clienti(vatecare provvisti di carretto e cavallo per il trasporto delle merci,titolari di imprese di pompe funebri che per il trasporto dei defunti usavano mastodontiche carrozze trainate da numerosi cavalli, vetturini da nolo, borghesi facoltosi con carrozza padronale) orzo, fieno, crusca (in napoletano vrenna),e carrube(in napoletano sciuscelle), tutti elementi necessari nella gestione dei cavalli. Ò parlato di tardo ottocento,ma rammento bene  che,negli anni ’50 del 1900 quand'ero ragazzo, c'era ancóra forse l’ultimo   negozio di  vrennajuolo alla fine di Via Foria,proprio all’angolo con la chiesa di S.Antonio Abate dove oggi, se non erro,  mi pare che ci sia  in quel medesimo  locale, ci sia un venditore di ferramenta cioè di assortimento di minuterie ed oggetti metallici per uso domestico ed  artigianale;rammento che lí in quella bottega di  vrennajuolo, benché mia madre mi vietasse di farlo,   compravo (prelevate da sacchi polverosi e – devo riconoscere – poco igienici)  delle carrube o sciuscelle che mangiavo voracemente.Prima di soffermarci sulle parole incontrate ricordo  che il piú importante vrennajuolo di fine ‘800 fu il capintesta  camorrista  don Ciccio Cappuccio, successore del famosissimo Salvatore De Crescenzo (noto con il nome di Tore ‘e Criscienzo; costui era nato nel 1816, appartenente  ad una famiglia di saltimbanchi molto conosciuta ed apprezzata nella zona di Porta Capuana. Ma, la vita del circo, non gli si confaceva; ad appena 14 anni infatti  entrò a far parte della Bella Società Riformata ed a soli 33 divenne capo indiscusso della stessa, gridando: “Ò trentatré anni, l'età di Cristo. E se a trentatré anni Cristo salí al cielo, "Tore 'e Criscienzo" può ben diventare un capintesta “;fu per lungo tempo la massima autorità cittadina in fatto di camorra contrastato da un altro celebre guappo quel Totonno ‘e Porta Massa che finí i suoi giorni assassinato per ordine della Gran Mamma il 3 ottobre del 1862,ed alla sua morte Tore 'e Criscienzo, vecchio e stanco si ritirò dando campo libero a  don Ciccio Cappuccio che  soprannominato ‘o signurino per i suoi modi eleganti ed educati, aveva avuto  come scuola  l’Imbrecciata ‘e san Francisco, violenta zona nel cuore della Vicaria, dove il padre aveva una bettola. Ciccio Cappuccio conobbe presto il carcere della Vicaria ed ivi   nacque la leggenda intorno al suopersonaggio, quando, circondato (come era in uso) - dai camorristi che gli chiedevano l’ “olio per la lampada”, ovvero che lo sottoponevano ad estorsione, Ciccio si rifiutò di pagare e da solo lottò contro dodici carcerati. In seguito fu  mandato a Ventotene. Al ritorno lasciò la zona della  Vicaria per trasferirsi in Piazza S. Ferdinando, e lí come copertura della sua attività camorristica aprí, nei locali dove oggi c'è un negozio di oggetti in pelle, un negozio di crusca e carrube, mercato strategico che gli permetteva di avere il controllo della compravendita dei cavalli e dell’attività dei cocchieri, gruppo, quest’ultimo, sul quale 'o signurino aveva un ascendente fortissimo e sul quale aveva il monopolio delle tangenti. Devotissimo alla Madonna di Montevergine, Ciccio morí di malattia il 6 dicembre del 1892.&lt;br /&gt;vrennajuolo s.vo m.le = venditore di crusca,biada ed affini voce denominale di vrenna (da un lat. med. brinna,)con l’aggiunta del suffisso aiolo/aiuolo/ajuolo suffisso costituito per accumulo dei suff. -aio e -olo, accumulo presente in sostantivi indicanti chi esercita un mestiere (legnajuolo/legnaiolo, vignajuolo/vignaiolo) o chi à inclinazione per qualcosa (donnajuolo/donnaiolo, forcajolo), oppure in aggettivi che stabiliscono una relazione di tempo o di luogo (marzaiolo, prataiolo). &lt;br /&gt;sciuscellaro s.vo m.le = venditore di carrube,  crusca,biada ed affini;  voce denominale di sciuscella  (e mi dilungo a seguire)con l’aggiunta del suffisso aro variante di -aio, comune soprattutto nelle regioni centromeridionali (calamaro, zampognaro),suffisso che continua il lat. -arius→a(r)io/ar(i)o e che  compare in sostantivi, derivati dal latino o formati in italiano, che indicano mestiere; &lt;br /&gt;sciuscella= carruba La voce femminile  sciuscella  (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba  cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati  come passatempo  goloso  per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale  carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto  quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però  non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo   per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.&lt;br /&gt;Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella  conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di  poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico  alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio  di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo  con collanti chimici  s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente!  Alla medesima maniera  ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.&lt;br /&gt;Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che nell’idioma  napoletano vi fu un tempo  una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu,    il salentino sciuscille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono,  nelle rammentate parlate regionali,  l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc. &lt;br /&gt;E veniamo all’etimologia della voce in epigrafe.&lt;br /&gt;Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed  accoglie solo sciuscella  in ordine alla quale però  sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!&lt;br /&gt;Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello  rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto.  Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che  per sciuscella     si possa correttemente pensare ad  un derivato  neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi;  quel neutro plurale fu    poi inteso femminile.&lt;br /&gt;Semanticamente forse  la faccenda si spiega (a mio avviso)   con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far  forse  pensare  a dei  brodini.&lt;br /&gt;E passiamo al/alla PATERNUSTRARO/A mestiere antico ma protrattosi fino a tutto il 1950 quando ancóra lo esercitava in via Martiri d’Otranto adiacenze Benedetto Cairoli una portiera détta ‘a sié Curdella; Curdella non era il suo cognome, ma un soprannome  probabilmente in relazione ai cordini che usava per fabbricare corone del santo Rosario; in effetti il/la paternustraro/a  era colui o piú spesso colei  che,con pazienza certosina, fabbricava corone del santo Rosario, infilando, uno ad uno,con un sottile filo di spago i semi delle carrubbe (sciuscelle), bucati all’uopo con un rabberciato, artigianale trapano a mano per far passare nei forellini il filo ed i semi venivano poi  fermati in posizione con successivi minuscoli nodi. La voce paternustraro/a  deriva dall’agglutinazione  delle voci latine pater noster→paternustr addizionate del consueto suffisso aro variante di -aio, comune soprattutto nelle regioni centromeridionali (calamaro, zampognaro),suffisso che continua il lat. -arius→a(r)io/ar(i)o e che  compare in sostantivi, derivati dal latino o formati in italiano, che indicano mestiere; &lt;br /&gt;monosillabo che è usato per indicare la voce signora; si tratta di&lt;br /&gt;sié monosillabo che è usato per indicare la voce signora;per il vero non si tratta   dell’apocope di si(gnora) che se cosí fósse esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita   spesso che   sulla bocca  del popolino, meno conscio  o attento  della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna  di taluni  pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana  la voce a margine  è resa con la trasformazione del corretto sié= signora  con uno scorretto &lt;br /&gt;zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere recentemente  in una pubblicazione sui proverbi napoletani  (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come Dicette 'o zi' moneco,a’ zi’  Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." invece che correttamemente Dicette 'o si' moneco,â sié  Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." ed ovviamente il fatto scorretto non consiste soltanto  nell’avere usato a’  al posto di â  per dire alla, quanto per avere usato impropriamente  zi' moneco, e zi’  Badessa al posto di si' moneco, e sié  Badessa.&lt;br /&gt;E passo ora a dire de&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;‘O ZARELLARO (molto più spesso, 'a zarellara), mestiere antico, ma ancóra in uso quantunque ridimensionato per ciò che riguarda numero e tipo di mercanzia smerciata. Un tempo fino a tutto il 1950 ‘o/’a zarellaro/a   aveva una bottega dove si poteva  trovava di tutto, una sorta  di emporio ante litteram dove si smerciava  ago e filo per cucire, spago,nastri e trine,  bottoni, forbici e forbicine, elastici,bottoni e stecche per colletti, puntine da disegno,punte per grammofoni,  spugne marine, spugnette metalliche ,sapone per bucato in pezzi e da taglio (sapone ‘e piazza), soda solvay, secchi in legno o in metallo/ banda stagnata, scope, mazze pe lavà 'nterra(odierni spazzoloni), con relativi strazze ‘e terra,ma pure mercanzia poi divenuta di  competenza dei cartolai o dei supermarket: quaderni, blocchi di fogli per il disegno, matite e  penne comuni  con relativi  pennini,boccette d’inchiostro, gomme per cancellare,squadrette e righe per il disegno geometrico, portapenne, nettapenne, pastelli e  portapastelli; non mancavano  piccoli  giocattoli come cavallucci in legno  o di cartapesta, bilancine e bamboline  o bambolotti,nonché scopini  (scupilli) per la pulizia del gabinetto di decenza, spilli di ferro o di acciaio,spille da balia (spingule 'e nutriccia o spingule francese), stringhe per scarpe, lucido per pulirle (‘a crumatina)  e relative spazzole, siringhe ed aghi per iniezioni con pentolino, ovatta, alcool, insetticidi,ed in prossimità della Festa di piedigrotta sciosciamosche, mazzarielle, cuppulune,  cappielle ‘e carta e carta crespata, carta velina,  carta oleata e cartoncino per la fabbricazione dei vestitini di carta,  ed infine finanche "pappagalli" e "pale" per gli ammalati allettati. Qualche zarellaro, ovviamente senza averne la licenza, vendeva anche paparelle 'e zuccaro,  caramelle, bacchette ‘e divinizia, franfellicche e bomboloni.Dopo il 1950 ‘o zarellaro dismise il nome, prese quello italiano di merceria e ridimensionò la vendita limitandosi al commercio di ago e filo per cucire, spago,nastri e trine,  bottoni, spilli di ferro o di acciaio,spille da balia,  bottoni automatici e  chiusure zip e per tutto il resto fu giocoforza servirsi dei magazzini STANDA ed UPIM. &lt;br /&gt;zarellaro/a, zagrellaro/a, zagarellaro/a = merciaioa son voci derivate da zagarella/ zarella/ziarella  che etimologicamente  nella triplice morfologia (la seconda e terza voce son solo delle semplificazioni d’uso popolare della prima voce)sono adattamenti collaterali di zaganella diminutivo di zàgana s.vo f.le  che è voce region., di area umbro-laziale, dove indica una sottile treccia di lana o di seta per rifinitura di abiti femminili;quanto all’etimo di questa zàgana da cui àn preso derivazione zaganella nonché le voci in esame che – ripeto – ne son collaterali, atteso che zàgana è voce affine a sagola di cui pare addirittura un metaplasmo regionale, si può sospettare un adattamento della voce portoghese soga (fune, corda) secondo il percorso soga→sogana  →sagana→zagana sempre che la voce zàgana non sia un adattamento  dell’arabo zahara ( chiaro,splendente) poi che in origine la zàgana (nastro, fettuccia) fu   esclusivamente bianco usato per agghindare il capo delle fanciulle in abito bianco da prima comunione).&lt;br /&gt;E veniamo a parlare de  &lt;br /&gt;‘O SANZARO  s.vo m.le e solo m.le è rarissimo l’ uso di adattato al femminile ‘a sanzara  indicò in primis il mediatore, l’intermediario per la compravendita di prodotti agricoli e di bestiame; in seguito la mediazione si estese ad altre attività: sanzaro ‘e nòleto (mediatore di noleggi), chi svolgeva attività di mediazione nel mercato dei noli, intervenendo e agevolando le trattative fra noleggianti e noleggiatori; sanzaro ‘e mare  (intermediario marittimo, mediatore di noli, o di compravendita, di assicurazioni e di altri affari nel campo dei traffici marittimi. sanzaro ‘e terra  (intermediario per la compravendita o affitto di case e/o terreni). Da ultimo con significato. ancora piú ampio: sanzaro ‘e matremmonie  (procacciatore di matrimonî.) poteva essere il mediatore per fittare case o anche quello che procurava matrimoni.Costui s’ebbe il nomignolo di cauzette rosse in quanto per una sorta di identificazione alla strega dei cosidetti paglietti (cfr. ultra)che indossavano il tipico copricapo in paglia nera, per  farsi distinguere, indossava calze di color rosso come quelle dei canonici capitolari del Tesoro di san Gennaro i quali spesso si assumevano il compito di far da mediatori fra nubendi.Ancóra  oggi,nella città bassa,  quando qualcuno cerca di procurare occasioni d'incontro affiché due ragazzi si fidanzino per giungere al matrimonio s’usa accreditarlo di aver indossato cauzette rosse.&lt;br /&gt; etimologicamente la voce sanzaro  è dall'ar. simsar, che è dal persiano sapsar.&lt;br /&gt;E passiamo ora a dire del mestiere dei &lt;br /&gt;pagliette = avvocatucoli, legulei cavillosi, ma inesperti; letteralmente la voce a margine risulta esser plurale di paglietta  che di per sé è femminile ed al plurale  va scritta correttamente ‘e ppagliette (= cappelli di paglia, solitamente usati dagli uomini) e va letta con la geminazione iniziale della p; scritta però con la iniziale p scempia ‘e pagliette, la medesima voce plurale di paglietta è intesa maschile e per traslato indica appunto avvocatucoli, legulei cavillosi, ma inesperti quegli stessi che ad inizio del 1900 usavano indossare a mo’ di divisa comune la paglietta (cappello di paglia (donde il nome, partendo da un lat. palea(m)) da uomo, con cupolino alto bordato di nastro di seta,piatta, ampia  tesa  rigida il tutto rigorosamente di colore nero per distinguersi da tutti gli altri uomini che erano soliti indossare, in ispecie nella bella stagione pagliette di color chiaro; ancóra oggi il mestiere del paglietta resiste ed è esercitato da quei giovani e quindi inesperti dottori in giurisprudenza che prestano la loro servizievole opera spesso gratuitamente presso studi legali di importanti avvocati  nel tentativo di farsi le ossa ed imparare il mestiere.&lt;br /&gt;Ecco ora un altro mestiere antico e praticamente ormai desueto. Parlo de &lt;br /&gt;‘o sapunaro s.vo m.le letteralmente venditore girovago che compra e rivende roba usata di scarso valore, rigattiere,  robivecchi; tale venditore girovago aduso a comprare e rivendere, per poche lire,   roba vecchia, usata,  di scarso valore tra cui pentolame, cenci,  ed abiti dismessi era solito offrire in cambio di détte merci in luogo di (sia pure poco) danaro, del sapone voce che è dal tardo lat.    sapone(m), e che indicò in origine  una  'miscela di cenere e sego per tingere i capelli', voce di orig. germ. ( sapp)  solo successivamente la voce sapone indicò le paste usate quali detergenti. Rammenterò che i saponi conferiti dai saponari  nei loro scambi, non erano le saponette industriali  che conosciamo, ma un tipo di sapone artigianale  molto morbido e di colore ambra (da usare per detergere abiti e biancheria e  non per la pulizia personale),   che veniva ceduto avvolto in fogli di carta oleata, a mo’ di fétte,  staccandole con una lama da un parallelepipedo  compatto; tale sapone era comunemente detto sapone ‘e piazza= sapone della piazza, forse perché venduto non in una qualche specifica  bottega (come è invece per altre merci) , ma   esclusivamente per istrada /piazza dai venditori girovaghi e/o rigattieri, robivecchi  (saponari  ) che ne erano anche  i produttori artigianali secondo antiche ricette ; va da sé che la voce a margine deriva da sapone(m) + il suff. di competenza arius→aro. &lt;br /&gt;E chiudo queste paginette parlando di alcuni  mestieri, due femminili gli altri  maschili, irrimediabilmente spariti con il progresso ed il consumismo dilagante. Il primo  mestiere esercitato dalle donne e solo dalle donne di cui dico fu   quello di&lt;br /&gt;capera  cioè pettinatrice girovaga che pettinava, con particolare  attenzione e capacità ,giovani o mature popolane  che (assise su di una sedia di paglia spesso en plein air all’imboccatura del proprio terraneo, ch’era bottega e/o abitazione) si affidavano alla sua esperienza e competenza. Quello della capera era un lavoro lungo e  faticoso tenendo presente l’abbondanza  della capigliatura di tante donne che amavano avere la chioma lunga da sistemare dapprima  in trecce  e poi raccogliere servendosi di ferretti, mollette e pettinesse, in crocchie che in napoletano si dicono tuppi. Come ò détto si trattava d’una pettinatrice che girando casa per casa,basso per basso, terraneo per terraneo,non si limitava a pettinare le sue clienti ma amava riportare sussurrando ai loro  orecchi tutti i fatti soprattutto  se piccanti  appresi in altre case, per cui la capera era a tutta ragione  considerata la pettegola del quartiere, quella per antonomasia. Va da sé che le  notizie, apprese in gran segreto, circolavano súbito, diventando di dominio comune.  &lt;br /&gt;capera s.vo f.le = in primis 1 pettinatrice, parrucchiera, acconciatrice. &lt;br /&gt;2 per traslato = pettegola,  persona che à l’abitudine di fare e scambiare chiacchiere sul conto degli altri, riportando indiscretamente e con malevolenza fatti privati altrui e abbandonandosi con gusto ad allusioni e commenti maliziosi.&lt;br /&gt;voce dal lat. volg. *capa(m) addizionato del suff. f.le di pertinenza era; il m.le è iere (cfr. salumera ma salumiere, cantenera ma  canteniere etc. ).&lt;br /&gt;tuppe s.vo m.le pl. del sg tuppo = tuppè, crocchia, chignon, rotolo o treccia di capelli avvolti a ciambella e fermati sopra la nuca; voce adattamento del fr. toupet   L’altro mestiere tipicamente femminile fu quello della lavannara (lavandaia), mestiere che durò fino a tutti i primi anni ’60 del 1900 quando nelle case degli operai evoluti e della piccola borghesia  apparvero le prime lavatrici/lavabiancheria elettriche domestiche   provviste dapprima di vasca per il lavaggio e  di rulli per la strizzatura, rulli  poi sostituiti  con piú funzionale  cestello centrifuga.&lt;br /&gt;La lavannara (lavandaia) fu colei che con  cadenza settimanale o bisettimanale nel caso di famiglie numerose passava di casa in casa ritirando la biancheria da detergere e sbiancare  che poi provvedeva a lavare presso il proprio domicilio e riconsegnava alle clienti nel giro di un paio di giorni. Tale procedura era però seguita nella zona collinare della città dove domiciliavano le famiglie di professionisti o  dell’alta borghesia e spesso nelle eleganti  case di costoro non esisteva ‘o lavaturo (il lavatoio) in pietra essenziale per procedere all’operazione di lavatura dei panni; tale  lavaturo ( lavatoio) esisteva in tutte le case della città bassa e la lavandaia dava corso alla sua opera settimanalmente  o bisettimanalmente direttamente nel domicilio delle clienti. Nella nostra casa di via Foria in un passetto pensile attiguo alla cucina esistette (fino a che non fu demolito nel corso di un ammodernamento della casa) un lavatoio o lavatore (da un basso latino:lavatoriu(m) che era la vasca di pietra nella quale una grassoccia ed attempata donna,che - se non ricordo male -  rispondeva al nome di Nannina, dai muscolosi avambracci e dai grossi  polpacci segnati da gonfie vene varicose, per poche lire, lavava,servendosi di quel sapone ‘e piazza (di cui ò détto), settimanalmente la biancheria di casa, prima di sistemarla dentro la tina per procedere alla sbiancatura della colata, usando come pure ò già ricordato, la cenere del vicino focolare; terminata la colata poneva la biancheria cosí lavata in un capace cufenaturo ( voce forgiata sul greco kóphinos= conca metallica) per trasferirla ‘ncopp’ a ll’asteco (che è dal greco óstrakon→òst(r)ako(n)→àsteco = lastrico solare, loggia), dove la biancheria lavata  era posta ad asciugarsi, adeguatamente sciorinata su approntate corde, tese da una parete all’altra delle tre che limitavano il lastrico solare dove vento e sole la facevano da padroni. &lt;br /&gt;bucato s.vo m.le &lt;br /&gt;1 lavatura della biancheria fatta con acqua, sapone, liscivia o altri detersivi: fare il bucato &lt;br /&gt;| lenzuola di bucato, appena lavate, pulitissime &lt;br /&gt;2 la biancheria da lavare o già lavata: preparare, stendere il bucato. &lt;br /&gt;Deriv. del francone *bukon 'immergere'&lt;br /&gt;Culata  s. f. 1 lavatura della biancheria fatta con acqua, sapone, liscivia o altri detersivi;&lt;br /&gt;2 la biancheria  già lavata.&lt;br /&gt;Deverbale di colare  che è dal lat. colare deriv. di colum (filtro) &lt;br /&gt;Cennerale s. m. grosso telo (usato durante il bucato)  a trama larga su cui  venivano sistemati pezzi di   arbusti odorosi  ed un congruo strato di cenere (prelevata dal focolare domestico); sulla cenere ed i pezzi d’arbusto si lasciava colare  dell’acqua bollente addizzionata, magari di altre essenze profumate; la voce a margine è un denominale del  lat. cinere(m) (affine al gr. kónis 'polvere’)addizionato del suff. alis→ale un tempo usato per formare gli aggettivi, ma poi anche nomi concreti.&lt;br /&gt;E mi occupo infine di quattro mestieri esercitati, sino a tutta la prima metà del 1900 e poi irrimediabilmente spariti, come ò détto con il progresso ed il consumismo dilagante.  , da uomini e solo da uomini. Abbiamo nell’ordine &lt;br /&gt;‘o cenneraro s.vo m.le  = ceneraio  commerciante girovago che ,alla voce  “Oj ne''o cenneraro",un tempo, comprava e rivendeva alle massaie  cenere da usarsi per il bucato  sistemata su di ungrosso telo a trama larga detto cennerale  venduto a chi ne fósse sprovvisto  dal medesimo cenneraro;  sul telo, come ricordato,  venivano sistemati  arbusti odorosi  ed un congruo strato di cenere; si lasciava poi colare sul tutto dell’acqua bollente addizzionata, magari di altre essenze profumate, quando tutta l’acqua era passata  e la soda caustica contenuta nella cenere aveva compiuto la sua opera di sbiancare la biancheria, l’operazione era compiuta, la colata finita e dopo un ultimo veloce risciacquo, i panni potevano essere sciorinati al vento e al sole augurandosi che questo non mancato  e anzi, fosse uscito facendo capolino tra le nuvole. &lt;br /&gt;‘o cenneraro s.vo m.le  è etimologicamente voce denominale di cennere ( dal lat. cinere(m),con raddoppiamento espressivo della nasale dentale (n) cinere(m) è affine al gr. kónis 'polvere')addizionato del suffisso di competenza arius→aro variante di -aio, comune soprattutto nelle regioni centromeridionali. &lt;br /&gt;E veniamo al &lt;br /&gt;  conciambrielle  s.vo m.le = ombrellaio, riparatore di parasole e parapioggia; artiere girovago che armato di pochi ferri del mestiere, qualche pezzo di ricambio (stecche d’acciaio brunito, fusti e manici, fil di ferro)e tanta pazienza    riparava ombrelli illico et immediate,  seduto sul marciapiedi all’imboccatura di bassi e palazzi.Rammento en passant che fino a tutto il 1950 il possesso di  un ombrello elegante e funzionante forniva ai giovanotti  l'occasione per contattare ragazze, offrendo loro adeguato riparo in caso di pioggia.Questo artiere girovago di cui dico svolgeva spesso anche il mestiere di  conciatiane s.vo m.le = era colui che riparava  stoviglie rotte di terracotta o ceramica. Il suo lavoro di riparatore era un lavoro di pazienza e  precisione   consistendo nel recuperare dapprima tutti i pezzi d’ una stoviglia rotta, spalmarne i lembi con del mastice adesivo di propria segreta produzione, far combaciare con precisione i pezzi  e ricucirli , dopo avervi fatto (con un rabberciato artigianale trapano a mano provvisto di  punta sottile) dei minuscoli fori entro cui infilare un fil di ferro dolce da fermare per torsione; il lavoro veniva completato   spalmando ad abundantiam con mastice le connessure.&lt;br /&gt;la voce conciambrielle s.vo m.le è etimologicamente il risultato dell’agglutinazione della voce verbale acconcia→(ac)concia (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito accuncià = aggiustare, riparare (dal lat. *ad-comptiare, derivato di *comptium=preparazione per ornare; normale il passaggio della o atona ad u ) con il s.vo m.le pl. ‘mbrielle pl. metafonetico  del sg. ‘mbrello ( adattamento al m.le del lat. tardo umbrella(m)→’mbrellu(m)→’mbrello, rifacimento, secondo umbra 'ombra', del lat. class. umbella 'parasole'). &lt;br /&gt;La voce conciatiane s.vo m.le è invece etimologicamente il risultato dell’agglutinazione della voce verbale acconcia→(ac)concia (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito accuncià = aggiustare, riparare (dal lat. *ad-comptiare, derivato di *comptium=preparazione per ornare; normale il passaggio della o atona ad u ) con il s.vo f.le pl. tiane pl. m del sg. tiana s.vo f.le = pentola, tegame a bordo alto; è voce che à un collaterale nel m.le  tiano  utilità simili se non uguali che si differenziavano secondo la grandezza della pentola, per solito usata per la lessatura di taluni cibi; etimologicamente ambedue  dal greco tégano(n) collaterale di tàghenon;  rammento che in questo caso si fa eccezione  alla regola che vuole che in napoletano si consideri femminile un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo - tammorra piú grande, tino piú piccolo -  tina piú grande, carretto piú piccolo – carretta piú grande, cucchiaro piú piccolo - cucchiara piú grande etc.; fanno eccezione appunto  tiano piú grande - tiana piú piccola, caccavo piú grande - caccavella piú piccola.  )ed  il maschile tiano indica una pentola piú grande della femminile tiana; nella tiana si potevano preparare contenuti cibi lessi o da brasare, ma per preparare tronfie minestre vegetali fino alla ridondante menesta mmaretata(= minestra dal latino:minestra(m) maritata(denominale da un latino in + maritus)in quanto minestra vegetale unita, sposata, maritata con varî tipi di carni lesse) era giocoforza ricorrere al piú vasto e capace tiano maschile;&lt;br /&gt;Ed eccoci a dire di un desueto e quanto! mestiere: l’ultimo che lo esercitò fu un artiere del Borgo sant’Antonio Abate che dismise l’attività all’indomani della fine delle ostilità (1945). Sto parlando de &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ll’arganattore s.vo m.le che indicava  un tintore di panni che usava una sostanza colorante: l’alcanna volgarmente détta  détta arganetta (adattamento dell’ant. fr. arquanet diminutivo di arcanne= alcanna);  da arganetta  si trasse il nome del mestiere; l’alcanna (dal lat. mediev. alchanna(m), che è dall'ar. alhinna,  cfr. henna)&lt;br /&gt;  è un arbusto perenne con fiori profumati e foglie ovate (fam. Borraginacee), da cui si ricava una sostanza usata in tintoria e nella confezione di cosmetici e medicinali.&lt;br /&gt;E termino accennando al mestiere che non è piú errabondo   dell’arrotino di forbici, di coltelli per usi domestici,ed artigianali (macellai, sellai etc.), di rasoi da barbiere, mestiere che perdura in qualche sparuta bottega: nella città bassa non v’è che una sola caotica botteguccia confinata in un angolo di piazza san Francesco. Sto dicendo de &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;l'ammolafrobbice s.vo m.le = arrotino girovago  che sospingeva, in giro per i rioni della città soprattutto bassa, un suo caratteristico carrettino sormontato  dalla mola azionata da un pedale a tavoletta, corredata d’un supporto ligneo a cui era attaccato un barattolo di latta donde a goccia a goccia stillava dell’acqua per inumidir la mola e favorire  l’affilatura delle lame; sul finire degli anni ’50 del 1900 l’arrotino che serviva i clienti di Foria dismise il suo carrettino sostituendolo con una bicicletta con manubrio da passeggio al quale era anteposta la mola con il suo ambaradan di piano d’appoggio e barattolo dell’acqua; una volta che avesse raggiunto un luogo consono a richiamar clienti e avesse dato stabilità alla bicicletta azionando il cavalletto,l’arrotino azionava la mola con sciolte pedalate. Poi invecchiò e smise di lavorare e noi di Foria dovemmo obtorto collo reperire l’arrotino   all’angolo di piazza san Francesco.&lt;br /&gt;ammolafrobbice s.vo m.le = arrotino La voce  è etimologicamente il risultato dell’agglutinazione della voce verbale ammola (3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito ammulà = arrotare, molare, affilare  ( dal lat. *ad-molare, derivato del &lt;br /&gt;lat. mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'= mola, utensile rotante costituito da un disco di materiale abrasivo, usato in diverse macchine utensili (molatrici, affilatrici, levigatrici, rettificatrici ecc.); normale il passaggio della o atona ad u ) con il s.vo f.le pl. frobbice = forbici; la voce napoletana è una lettura metatetica del lat. volg. *forbice(m)→ *frobice(m)→ *frobbice(m)  per il class. forfice(m), nom. forfex con il tipico raddoppiamento espressivo della occlusiva bilabiale sonora  (b)&lt;br /&gt; E  cosí penso proprio d’avere contentato l’amico P.G. ed interessato anche  qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e di poter concludere con il consueto&lt;br /&gt;satis est.&lt;br /&gt;R.Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-4179600802743996615?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/4179600802743996615/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=4179600802743996615' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4179600802743996615'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/4179600802743996615'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/altri-antichi-mestieri-napoletani.html' title='ALTRI ANTICHI MESTIERI NAPOLETANI.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-1067185062197586296</id><published>2012-01-20T00:09:00.000-08:00</published><updated>2012-01-20T00:12:19.450-08:00</updated><title type='text'>PARTICOLARITÀ DELL’IDIOMA NAPOLETANO</title><content type='html'>PARTICOLARITÀ DELL’IDIOMA NAPOLETANO &lt;br /&gt;1 = in napoletano    un oggetto di genere femminile è inteso di genere maschile se diminuisce  di dimensioni e versa vice un oggetto  di genere maschile diventa femminile se aumenta di dimensioni (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo)etc. ;fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccolo)).&lt;br /&gt;2 = Le diversità fra lingua italiana ed idioma napoletano sono moltissime.Per esemplificare scelgo, fra gli innumerevoli tipi fonetici, quelli riguardanti i suoni:&lt;br /&gt;a)“ls, ns, rs” riletti e riprodotti  “lz, nz, rz” (polsino→pulzino→puzino, insalata→’nzalata, salsoso→sarzuso); a tal proposito rammento che spesso  quando nel napoletano una voce  etimologicamente  nella prima sillaba à la consonante esse, quest’ultima viene  letta zeta determinando talora  una confusione tra voci diverse ed inducendo in errore, come capita ad es. con i sostantivi  signore e signora che apocopati rispettivamente  in  si’= si(gnore) e sié  = signora (sié è infatti  l’apocope  della voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur →seigneuse→ sie-(gneuse); per errore tali si’  e sié vengon letti zi’ e zié→zi’ che sono invece l’apocope di zio e zia che sono dal lat. thiu(m)/thia(m) e dunque voci affatto diverse da signore e signora  che son voci sí di rispetto, ma generiche rispetto a zio/zia che indicano un chiaro rapporto parentale  che di norma manca nel rapporto interpersonale dei soggetti indicati come signore o signora; rammento al proposito l’espressione essere ‘o si’ nisciuno che ad litteram è : essere il signor nessuno. Espressione usata nei confronti di chi sia ritenuto un’autentica nullità, un essere di nessuna valenza e/o importanza un autentico signor nessuno.Rammento che  spesso anche tra napoletani di vecchio conio la locuzione in epigrafe suona, per la ragione ricordata  come: essere ‘o zi’ nisciuno  sostituendo la sibilante fricativa dentale sorda S con una piú dura, ma inesatta affricata alveolare sorda...  Z e persino il grandissimo don  Peppino Marotta,si lasciò confondere ed  incolse nell’errore di tradurre l’espressione in maniera errata: essere lo zio nessuno , laddove la parola esatta da usarsi nella locuzione  è, come ò détto :  si’  cosa che comporta la traduzione in signore e non in zio e dunque: essere il signor  nessuno.  In effetti usando lo scorretto zi’ nisciuno ci troveremmo ad avere a che fare con la parola zi’  come già détto, forma apocopata della voce zio(zio)  che è dal lat. thiu(m) e l’espressione in un certo senso si snaturerebbe del suo significato giacché usando zi’ nisciuno (zio nessuno) non si raggiungerebbe l’icastica espressività che è contenuta nell’esatta locuzione che prevede l’uso di si’ nisciuno (signor nessuno) dove si’  - ripeto! -  è la forma apocopata della parola si(gnore).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;b)le costanti doppie fra vocali “bb”, “gg+e,i”, “zzi” (nobile→nobbile, libro→libbro,cugino→cuggino, vizio→vizzio, estrazione→strazzioneed ogni altra voce terminante in italiano in zione preceduto da vocale (e non da consonante) , in napoletano comporta il raddoppiamento della zeta e termina cioè in zzione);ugualmente in napoletano le voci terminanti in gione comportano il raddoppiamento in ggione se l’iniziale gione è preceduto da vocale, mentre mantengono lo scempio gione se questo è preceduto da consonante.&lt;br /&gt;c)lo sviluppo locale di originari nessi consonantici quali “fl, pl, mb,nd” ecc. (sciummo←flume(n), chiano←planu(m), chiummo←plumb(e)u(m), onna←unda(m));&lt;br /&gt;d)le doppie consonanti iniziali anche in forma scritta (’e ssarte, ’o&lt;br /&gt;llardo,’o ppane, ‘o ppepe ogge e ddimane);&lt;br /&gt;e)la riduzione di nessi consonantici “str, gr” (canestro→canisto,finestra→ fenesta,&lt;br /&gt;allegria→allería, negro→niro, grosso→gruosso o ruosso );&lt;br /&gt;f)la metafonia, cioè un cambio della vocale tonica influenzata dalla qualità della vocale finale del lemma risultante (sg. ’o pere – pl.’e piere/i, ’o ggiovane – ’e ggiuvane/i; m. ’o russo – f. ’a róssa, ‘o niro –‘a  nera,&lt;br /&gt;‘o luongo –‘a  longa;&lt;br /&gt;1ª sg. i’ corro – 2ª sg. tu curre, 1ª sg.  i’ vengo –2ª sg.  tu viene) ecc.&lt;br /&gt; Esamino ora alcuni differenti aspetti sintattici fra le innumerevoli diversità fonetiche tra lingua italiana ed idioma d napoletano e mi soffermo  su cinque differenti aspetti sintattici.&lt;br /&gt;1)Innanzitutto alle coppie italiane “un altro, pur io, nessún altro qual è, tal è”(senz’apostrofo: e dunque troncamenti, non elisioni!), corrispondono nel napoletano &lt;br /&gt;n’ato, pur’io, nisciun’ato, qual’ è, tal’è  e ciò per il semplice motivo che in napoletano mancano del tutto le corrispondenti forme tronche: in napoletano non troviamo mai pur facenno (pur facendo)o altro accostamento consonantico: qual fosse,tal saciccio, ma sempre davanti a consonante la forma intera e non tronca pure facenno,quale fosse, talu saciccio  mentre davanti a vocale giustamente si elide: n’ato, pur’io, nisciun’ato, qual’ è, tal’è  &lt;br /&gt;2)cosí in italiano  è erroneo dire “piú meglio” (quest’ultimo avverbio è già un&lt;br /&gt;comparativo), laddove l’idioma napoletano  usa tranquillamente e non per errore, ma per ridondanza espressiva “cchiú mmeglio”;&lt;br /&gt;3)rimarchevole la grafia partenopea  ‘ngigniere = ingegnere ( dove è in evidenza il suffisso “-iere” di elegante  derivazione francese :ier per i nomi indicanti arti o mestieri, suffisso non lecito nel lemma italiano);&lt;br /&gt;4)circa la posizione contestuale, ecco la tipica. puntuale inversione sia nei&lt;br /&gt;superlativi perifrastici tipo “assai bello” (che in napoletano è  “bbello assaje”),&lt;br /&gt;sia con aggettivi possessivi (“la mia donna” → ’a fémmena mia),&lt;br /&gt;sia coi pronomi personali in forma enclitica al posto dei possessivi italiani fíglieme, pàtete...(dal latino volgare “filius mihi, pater tibi = figlio a me, padre a te = mio figlio, tuo padre).&lt;br /&gt;g) la zeta , e  la g palatale, come ò già ricordato,   soprattutto nelle parole che in italiano terminano in zione o gione  in napoletano vanno rese, se precedute da vocale in zzione e ggione mentre conservano la zeta o la gi scempia nel caso zione o gione siano precedute da consonante: ad es:attenzione, ma cullabburazzione etc.&lt;br /&gt;Brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-1067185062197586296?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/1067185062197586296/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=1067185062197586296' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1067185062197586296'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/1067185062197586296'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/particolarita-dellidioma-napoletano.html' title='PARTICOLARITÀ DELL’IDIOMA NAPOLETANO'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6133923492059495749</id><published>2012-01-20T00:08:00.000-08:00</published><updated>2012-01-20T00:09:48.519-08:00</updated><title type='text'>ALTERIGIA SUPERBIA, ARROGANZA, BORIA, TRACOTANZA etc.</title><content type='html'>ALTERIGIA SUPERBIA, ARROGANZA, BORIA, TRACOTANZA, PROSOPOPEA, SPOCCHIA &amp; affini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sollecitato dalla richiesta dell’amico G.V.(questioni di risevatezza m’impongono le sole iniziali) che  segue ciò che scrivo passim,  qui di sèguito prendo in esame le voci che si riferiscono al disdicevole comportamento   di tutti coloro che  nei rapporti interpersonali si mostrano scostanti, antipatici, scorbutici, scontrosi, intrattabili o si    relazionano con il prossimo da una posizione arrogante e/o boriosa, boria che poggia però sul nulla, non avendo la persona che inalberi quel tal comportamento arrogante veri motivi o  conclamate ragioni su cui poggiarlo. Tutto ciò è reso in italiano – volta a  volta con uno dei seguenti s.vi astratti o dai corrispondenti aggettivi. Abbiamo dunque&lt;br /&gt;- alterígia s. f. a.  sprezzante ostentazione di superiorità voce derivata dall’agg.vo altero che è da alto (lat. altus) ; &lt;br /&gt;- altezzosità/ alterezza s.f.a.  il comportamento di chi o che à o rivela un'alta opinione di sé; superbia  e per ampiamento,  fierezza, orgoglio; anche queste due voci sono derivate dall’agg.vo alto (lat. altus);&lt;br /&gt;- albagía s.f. a. boria, presunzione,arroganza che derivano da una considerazione troppo alta di sé; non tranquilla l’etimologia: qualcuno si trincera (procurandomi attacchi d’orticaria…) dietro un etimo incerto o sconosciuto o oscuro (inopinatamente cosí anche il D.E.I.), qualche altro postula una derivazione da alba, attraverso un fantasioso  significato  di «vento dell’alba»;c’è infine chi propone non disdicevolmente,  una derivazione da albàgio (dal lat. albasius)  sorta di panno elegante di colore bianco usato nella confezione di abiti destinati alle persone di alto rango.&lt;br /&gt;- arroganza s.f. a. atteggiamento borioso,  superbo, supponente, spocchioso, tronfio,proprio di chi è  saccente, vanaglorioso, vanitoso. Voce dal lat. arrogantia(m);&lt;br /&gt;bòria s. f. astratto = atteggiamento di superiorità, di ostentazione della propria posizione o dei propri meriti veri o piú spesso presunti, ma millantati; altezzosità; l’etimo  è forse, ma  fantasiosamente,   dal lat. borea(m) 'vento di tramontana', da cui 'aria (d'importanza)', ma un’altra scuola di pensiero pensa, probabilmente piú giustamente,  ad un forma aggettivale (vapòrea) da un iniziale vapor=vapore;benché sia difficile  decidere a quale idea aderire.., molto mi stuzzica l’idea del vapore secondo il percorso vapòrea→(va)pòrea→pòria→bòria;&lt;br /&gt;supèrbia s. f. astratto = atteggiamento di superiorità, di ostentazione della propria posizione o dei propri meriti veri o piú spesso presunti, ma millantati; eccessiva stima di sé accompagnata da ambizione smodata e da disprezzo verso gli altri; voce che è dal lat. superbia(m), deriv. di superbus 'superbo'.&lt;br /&gt;Tutte le voci dell’italiano esaminate si possono riferire indifferentemente  sia a  soggetti maschili che a soggetti femminili,poi che la lingua italiana non è attenta a sottigliezze distintive. Cosa molto diversa avviene con l’idioma napoletano che volta a volta à voci diverse per indicare   il comportamento   di uomini o donne  che nei rapporti interpersonali si mostrino scostanti, antipatici, scorbutici, scontrosi, intrattabili o si    relazionino con il prossimo da una posizione arrogantemente boriosa; trattandosi di uomini le voci che piú si confanno sono in ordine crescente&lt;br /&gt;arbascía, ària, auterézza, presumènzia,‘nfamità,sfarzètto&lt;br /&gt;vàvia; esaminiamole singolarmente: &lt;br /&gt;arbascía s.f. a. = albagía, vanità, vanagloria, atteggiamento (tipico dell’uomo) di superbia, di boria, di presunzione tenuto soprattutto nell’incedere o nel proporsi; la voce            come l’ italiana   albagia di cui appare adattamento attraverso la rotacizzazione della liquida e la palatizazione della sillaba gía→scía, quanto all’etimo risulta una derivazione da albàgio (dal lat. albasius)  sorta di panno elegante di colore bianco usato nella confezione di abiti destinati alle persone di alto rango.&lt;br /&gt;ària, s.f. a. =  aspetto, atteggiamento vanitosi (soprattutto degli uomini) ; apparenza, espressione di sussiego, contegno grave e sostenuto, da cui traspare una spudorata altezzosità; voce derivata dal  lat. aëra, accus. alla greca di aer aëris masch., gr. ἀήρ. &lt;br /&gt;auterézza, , s.f. a. =  aspetto, atteggiamento (soprattutto maschile: il corrispondente aspetto o atteggiamento riferito  al sesso  femminile è autanza)   di chi (uomo) abbia  o riveli un'alta opinione di sé; superbo, altezzoso;voce costruita su un lat. volg. *alteritia  con il consueto passaggio di al a au  come in auto che è da altus.&lt;br /&gt;presumènzia, s.f. a. =  aspetto presuntuoso, atteggiamento (soprattutto maschile: il corrispondente al femminile è ‘mpettatura)  di chi à o rivela un'alta opinione di sé;di chi inceda con andamento superbo ed  altezzoso e si esprima  presumendo troppo di sé, come chi  creda di poter fare cose superiori alle proprie capacità;voce costruita su un lat. volg. tardo *praesumentia(m), deriv. di praesumíre 'presumere';&lt;br /&gt;ufanità,/ofanità , s.vo f.le astratto dalla doppia morfologia di cui la seconda è un adattamento letterario della prima che è la voce piú usata nel parlato;&lt;br /&gt;1aspetto, atteggiamento gradasso e sussiegoso  (tipicamente maschile; non esiste  un corrispondente al femminile), &lt;br /&gt;2 boria, vanagloria, vano orgoglio di chi, per eccessiva stima di sé e per il gusto di essere lodato dagli altri, si vanta fatuamente di qualità e meriti inesistenti; voce derivata dallo spagnolo ufanía di significato analogo; &lt;br /&gt;sfarzètto, s.f. a. = iattanza,alterigia,   aspetto, atteggiamento sussiegoso, (soprattutto maschile: il corrispondente al femminile è fummo) voce derivata quale diminutivo (cfr. il suff. etto) dal s.vo sfarzo  'vanto infondato', deriv. di sfarzare 'simulare, ostentare', dallo sp. disfazar 'fingere, mascherare'  &lt;br /&gt; vàvia s. f. astratto = boria, presunzione, alterigia,  superbia, arroganza, tracotanza, prosopopea, spocchia; sufficienza, sussiego; la voce a margine (di pertinenza quasi esclusivamente maschile, ma talvolta anche femminile) è un derivato di vava (bava)= liquido viscoso che cola dalla bocca di taluni animali, spec. se idrofobi, o anche da quella di bambini, vecchi, o di  persone che si trovino in un'anormale condizione fisica o psichica come càpita in chi viva uno stato continuo di superbia tracotante; etimologicamente la voce a margine si è formata partendo   da  *baba, voce onom. del linguaggio infantile voce che in napoletano, con consueta alternanza b/v (cfr. bocca→vocca – barca →varca etc.), diventa vava ed aggiungendovi il suffisso latino atono delle voci astratte ia  si ottiene vàvia; si fosse adottato il suff. greco tonico  si sarebbe ottenuto vavía.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esaminate le voci di esclusiva (o quasi) pertinenza del maschile, passiamo a quelle usate in riferimento alle donne che si mostrino scostanti, antipatiche, scorbutiche, scontrose, intrattabili o si    relazionino con il prossimo da una posizione boriosa; per le donne si useranno volta a volta i sostantivi seguenti: autanza,fummo,’mpettatura, scemanfú. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;autanza , s.f. a. =  aspetto, atteggiamento (soprattutto di persona di sesso  femminile: il corrispondente riferito  al sesso maschile, come visto,  è autérezza)   di chi à o rivela un'alta opinione di sé; superba, vacuamente altezzosa;voce costruita marcandola  su un lat. volg. *alteritia  con il consueto passaggio di al ad au  come in auto che è da altus e con cambio di suffisso usando cioè antia→anza  dei sostantivi astratti(cfr. ignor-anza, iatt-anza, fall-anza etc.)in luogo di itia→ezza; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;fummo s.m. a. = iattanza,alterigia,   aspetto, atteggiamento sussiegoso, (soprattutto femminile con  il corrispondente al maschile in sfarzetto)   di chi à o rivela un'alta opinione di sé, opinione che in realtà poggia sul nulla; la voce a margine in primis indica il residuo gassoso della combustione, che trascina in sospensione particelle solide (ceneri, fuliggine ecc.) assumendo forma di nuvola bianca o grigiastra: il fumo di un incendio, di una ciminiera, di un camino | segnali di fumo, quelli ottenuti soffocando parzialmente e a intermittenza un fuoco | far fumo, emanarlo | prendere, sapere di fumo, acquistare, avere un sapore sgradevole di fumo (detto di cibi cotti) | andare, andarsene in fumo, bruciare completamente; (fig.) svanire, fallire | mannà ‘nfummo quaccosa, bruciarla completamente; e figuratamente mandare a vuoto, far fallire: |sempre  figuratamente (ed è il caso che ci occupa)  si dice di persona (donna) boriosa, ma  di poco valore | vennere fumo, (fig.) raccontare fandonie, vantarsi di un credito che non si à |assaje fummo e poco arrusto ( molto fumo e poco arrosto), (fig.) si dice di persona o cosa che, nonostante l'apparenza, conclude o vale poco ed in tal caso è riferito sia al maschile che al femminile | vedé quaccosa o quaccuno come ô fummo dinto a ll’ uocchie  (vedere qualcosa o qualcuno come il fumo negli occhi), (fig.) averlo in forte antipatia |  la voce a margine è dal lat. fumu(m) con raddoppiamento espressivo della labiale.&lt;br /&gt;‘mpettatura, s.f. a. =    aspetto, atteggiamento fastidioso tipico di certe donne  che non solo incedono  tenendo  il corpo ben diritto ed il petto in fuori, spec. per orgoglio o vanità, ma si relazionano con il prossimo con iattanza e/o alterigia; voce costruita marcandola sul lat. in +pectus→’mpettus  o meglio da un verbo(‘mpettí/irse?)   da esso ricavato preceduto, come ò détto da un in illativo e seguito dal suffisso latino ura che in origine serviva per la formazione di parole deverbali per cui si può pensare che la voce a margine sia scaturita da un verbo (‘mpettí/irse?)  a sua voltamarcato su pectus.&lt;br /&gt;Tutte le voci fin qui esaminate (sia di pertinenza del maschile che del femminile) sono voci antichissime già presenti e registrate negli antichi calepini napoletani (D’Ambra – Volpe e altri); l’unica voce piú recente (presente infatti solo nei dizionari piú moderni è la seguente &lt;br /&gt;scemanfú s.m. a. =    aspetto vanitoso, atteggiamento borioso e  fastidioso tenuto  da certe donne che si pongono e si comportano  verso i terzi   in maniera scostante, antipatica, scorbutica, scontrosa, intrattabile; come ò détto è voce recente peraltro molto usata ed espressiva, marcata sull’espressione francese je m’en fous (me ne frego locuzione verbale del riflessivo se foutre= fregarsene).&lt;br /&gt;E qui avrei finito, ma mi piace aggiungere a margine di tutto quanto fin qui détto una tipica espressione partenopea che sintetizza il  disdicevole comportamento   di taluni (soprattutto umini)che  nei rapporti interpersonali si mostrano scostanti, antipatici, scorbutici, scontrosi, intrattabili e si    relazionano con il prossimo da una posizione arrogantemente boriosa, boria che poggia però sul nulla, non avendo la persona che inalberi quel tal comportamento arrogante,  serii motivi o ragioni su cui poggiarlo.L’ espressione è &lt;br /&gt;PIGLIÀ VAVIA E METTERSE 'NGUARNASCIONA. &lt;br /&gt;Letteralmente: prender bava (cioè boriarsi) e porsi in guarnacca. Id est: assumere aria e contegno da arrogante; lo si dice soprattutto di coloro che, saccenti e supponenti,  essendo assurti per mera sorte o casualità a piccoli posti di preminenza, si atteggiano ad altezzosi ed onniscienti,cercando di imporre agli altri (sottoposti e/o conoscenti) il loro modo di veder le cose, se non la vita, laddove in realtà poggiano la loro albagía sul nulla.Tale vacuo atteggiamento è spesso proprio di coloro che soffrono di gravi complessi di inferiorità e che nella loro vita familiare non son tenuti in nessun cale ed in  alcuna considerazione (cosa che fa aumentare nel loro animo esacerbato un senso di astio nei confronti dell’umanità tutta, di talché – appena ne ànno il destro -  sfogano astio e malumore sui poveri sottoposti e/o conoscenti che però, ovviamente,  si guardano bene dall’accettare o addirittura dal considerare  ciò che i boriosi saccenti tentano di esporre o imporre.&lt;br /&gt;Mi limito qui ora, avendo già esaminato le voci boria, albagía e vavia,  a prendere in esame la voce &lt;br /&gt;guarnasciona s.vo f.le=guarnaccia,&lt;br /&gt; elegante  sopravveste medievale ampia e lunga,bordata di pelliccia  portata soprattutto dagli uomini di riguardo; in realtà la voce a margine è un accrescitivo (cfr. il suff. one) formato partendo da un originario ant. provenz. guarnacha (da leggere guarnascia donde l’accrescitivo guarnasciona; guarnacha fu modellata  sul lat. gaunaca(m) 'mantello di pelliccia',. &lt;br /&gt;A margine ed a completamento di quanto fin qui détto ricordo  il termine napoletano strafuttenza  che è l’atteggiamento di chi dimostra una sfacciata ed arrogante noncuranza degli altri, delle loro opinioni e dei loro diritti,è il comportamento dell’ impudente, dello sfrontato, di chi manchi di pudore, di ritegno, di chi sia sfacciato/a, spudorato/a, di chi (non tenendo in alcun conto le opinioni, le idee, le raccomandazioni e/o i moniti altrui) abbia un contegno insolente, sfacciato, impudente, impertinente, irriguardoso; tutto ciò – mi ripeto -  è détto, con icastico sostantivo,  in napoletano strafuttenza  voce approdata anche nell’italiano, ma registrata come strafottenza, sinonimo di menefreghismo,arroganza,impudenza, insolenza, impertinenza. Quanto all’ etimo il s.vo f.le strafuttenza/strafottenza  è un deverbale di strafottersene  che è forma intransitiva pronominale di strafottere v. tr. [voce centro-merid., comp. di stra- e fottere (dal lat. vol. (ex)tra+fottere)] 1. non com. propriam., fottere piú volte. 2. Come intr. pron., strafottersi, infischiarsi: l’intimo degli uomini si strafotte delle previsioni dei critici e vivaddio di ogni previsione (Boine); com. soprattutto nell’espressione strafottersene di qualcuno, di qualche cosa, non curarsene affatto, infischiarsene, fregarsene: i’ me ne strafotto ‘e chello ca penza ‘a ggente; me ne strafotto ‘e tutto  (io me ne infischio di quello che pensa la gente; me ne frego di tutto). 3. Con altro sign. nella locuz. avv., a strafottere, in gran quantità: tène denare a strafottere(à quattrini ad iosa).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed ora posso, penso, ben dire: Satis est convinto d’aver soddisfatto l’amico G.V.  ed interessato qualche altro dei miei ventiquattro lettori &lt;br /&gt;raffaele bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6133923492059495749?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6133923492059495749/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6133923492059495749' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6133923492059495749'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6133923492059495749'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/alterigia-superbia-arroganza-boria.html' title='ALTERIGIA SUPERBIA, ARROGANZA, BORIA, TRACOTANZA etc.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-2244852029495781220</id><published>2012-01-20T00:02:00.000-08:00</published><updated>2012-01-20T00:07:42.846-08:00</updated><title type='text'>ALLERTA, ALLERTA &amp; altro</title><content type='html'>ALLERTA, ALLERTA &amp; altro&lt;br /&gt;Ad litteram: all’impiedi, all’impiedi locuzione avverbiale che vale: sbrigativamente e celermente; detto di cose portate a termine  con grandissima rapidità, rinunciando ad ogni comodità - quale ad es. quella di sedere - pur di concludere l’intrapreso il piú presto possibile; va da sé che una cosa fatta allerta allerta può comportare il rischio che non venga fatta  secondo i canoni previsti e dovuti, ma - al contrario -  in modo rabberciato.La locuzione è usata spessissimo in riferimento ad un veloce, inatteso e disimpegnato rapporto sessuale,  evenienza che altrove è indicata con l'espressione: farse 'na basulella. (vedi oltre).&lt;br /&gt;.Farse ‘na basulella. &lt;br /&gt;Espressione intraducibile ad litteram con la quale si indica il portare a compimento un veloce, clandestino,  disimpegnato e forse inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi  o piú precisamente allerta allerta.&lt;br /&gt;la voce basulella nata come linguaggio gergale  è certamente derivata dal sost. base con riferimento alla clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, quella medesima clandestinità presente nell’operato del cosiddetto basista ( ecco che ritorna la voce base!) che fu il delinquente che approntava il lavoro dei ladri tracciando il piano (la base...) del furto da perpetrarsi; ma oltre al sostantivo base come fonte di basulella  si può tranquillamente ipotizzare un incrocio di base col sostantivo vasulo = basolo,  pietra di selce o basalto, pietra  squadrata in forma di parallelepipedo ed usata per lastricare le strade;  quanto all’etimo la voce napoletana ripete(sia pure con la tipica alternanza b→v quella italiana e come quella è forgiata su base  che è dal lat. base(m), dal gr. básis, deriv. di báinein 'essere istallato, fondato. Nel caso di vasulo/basolo come cofonte con base  della nostra basulella, non ci si riferirebbe alla  clandestinità dell’inatteso rapporto sessuale, bensí ci si riferisce all’ inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi  o piú precisamente allerta allerta, poggiando i piedi sui vasoli. &lt;br /&gt;Allerta  avv.modale  che vale all’impiedi oppure  in condizioni di vigilanza, di attenzione; quanto all’etimo deriva dall’agglutinazione della preposizione alla + il ag.vo erta   dell’esclamazione ed esortazione degli uomini di guardia per incitarsi vicendevolmente alla sorveglianza; erta deriva da erto agg.vo che è  dal lat. volg. *írctu(m), forma analogica di part. pass. da *ergere, per il class. eríctus, part. pass. di erigere 'ergere, erigere'                                &lt;br /&gt;brak&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-2244852029495781220?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/2244852029495781220/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=2244852029495781220' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2244852029495781220'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/2244852029495781220'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/allerta-allerta-altro.html' title='ALLERTA, ALLERTA &amp; altro'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8115845085420708941</id><published>2012-01-20T00:01:00.000-08:00</published><updated>2012-01-20T00:02:28.872-08:00</updated><title type='text'>T’ AGGI’’A FÀ CACÀ DINT’ A N’AGLIARO!</title><content type='html'>T’ AGGI’’A FÀ CACÀ DINT’ A N’AGLIARO!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad litteram: Devo farti cacare nel bricco dell’olio!&lt;br /&gt;Iperbolica icastica espressione desueta, ma che  un tempo fu  in uso nel linguaggio del popolo basso soprattutto sulla bocca di mamme, genitrici di figlioli esuberantemente capricciosi o monelli, disobbedienti,  chiassosi etc. che per ridurre alla ragione occorreva  minacciare di cosí tante e violente percosse tali da levigare ed affinare il fondoschiena al segno che il figliolo destinatario della minaccia in epigrafe non avesse piú necessità, per le sue funzioni defecatorie, di servirsi dell’alto e vasto càntaro, ma gli bastasse, iperbolicamente,  il bricco dell’olio (agliaro) contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata,  con base circolare ampia, collo stretto e  bocca appena appena svasata atta a far defluire l’olio; va da sé che nella realtà, nessuno (per quanto fisicamente minuto) potrebbe usare un   bricco dell’olio  per espletare le proprie funzioni defecatorie, ma si sa e non fa  meraviglia  che l’iperbole la fa da padrona nell’eloquio popolare partenopeo ed i ragazzi minacciati cosí come in epigrafe, prendevano per vere le parole usate e spesso recedevano dal loro comportamento irrequieto.&lt;br /&gt; cacà/cacare = defecare dritto per dritto dal lat. cacare&lt;br /&gt;càntaro = alto vaso cilindrico di comodo, pitale  derivato dal lat. cantharu(m)  che è dal greco kantharos; da non confondere con la voce &lt;br /&gt;cantàro  voce derivata dall’arabo qintar= quintale&lt;br /&gt;agliaro s.m. = contenuto vaso di rame stagnato in forma di tronco di cono, con un’unica ansa arcuata,  con base circolare o ovale ampia, collo stretto e  bocca (con coperchietto incernierato) appena appena svasata atta a far defluire l’olio; ne esiste anche un tipo con coperchio ad incastro  e cannello erogatore; tale tipo però  non è d’uso  domestico, ma viene usato per solito dai pizzaiuoli che devono stare attenti a non eccedere nel consumo d’olio ed il cannello a beccuccio si presta meglio della bocca svasata a contenere l’erogazione dell’olio; l’etimo della voce a margine è dal lat. oleariu(m)→*uogliaro→ogliaro→agliaro. &lt;br /&gt;raffaele bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8115845085420708941?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8115845085420708941/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8115845085420708941' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8115845085420708941'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8115845085420708941'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/t-aggia-fa-caca-dint-nagliaro.html' title='T’ AGGI’’A FÀ CACÀ DINT’ A N’AGLIARO!'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-8103099733281741304</id><published>2012-01-19T01:01:00.001-08:00</published><updated>2012-01-19T01:01:49.271-08:00</updated><title type='text'>‘E MMAZZATE</title><content type='html'>‘E MMAZZATE&lt;br /&gt;Con il termine in epigrafe, in napoletano, non si indicano solamente, come a prima vista potrebbe sembrare i colpi inferti con la mazza, quanto piú estensivamente tutti i colpi, le battiture,etc. resi in italiano col generico  termine di  percosse che è participio passato dal latino per-cotere= scuotere intensamente e continuatamente; queste mazzate partenopee sono però identificate volta a volta con parole ben precise, a seconda del tipo di percosse o dei mezzi usati per conferirle, al segno che esistono  in napoletano alla bisogna, numerosissimi vocaboli (taluno si è preso la briga di contarli e pare ne abbia potuto elencare addirittura sessanta!); qui di sèguito e senza alcuna pretesa di essere esauriente ,  tenterò di illustrarne qualcuno, tenendo da parte i piú desueti, per soffermarmi su quelli ancora in uso; naturalmente mi interesserò di illustrare soprattutto  i colpi inferti con le mani, accennando appena a quelli inferti da sole o in concorrenza con altre parti del corpo: gomiti, piedi  o  testa.&lt;br /&gt;E cominciamo:&lt;br /&gt;Buffo/ Buffettone= schiaffo assestato sul viso con mano aperta e distesa; etimologicamente dal suono onomatopeico buff prodotto appunto dal colpo assestato sul viso; il buffettone che è il potente schiaffo o ceffone, accrescitivo attraverso i suff.ett ed one del precedente buffo, etimologicamente, pur partendo dalla medesima radice onomatopeica buff, deriva dallo spagnolo bofetòn di medesimo significato; &lt;br /&gt;Cagliosa= colpo duro e  violento diretto verso qualsivoglia parte del corpo ed assestato indifferentemente  con le mani o con i piedi, colpo cosí violento da indurre chi lo riceve a zittire subito; nel gergo calcistico violenta pedeta che imprime alla sfera di cuoio forza e velocità tali da restare senza parole; etimologicamente dallo spagnolo callar = zittire.&lt;br /&gt;Carocchia s.vo f.le= nocchino, piccolo colpo secco, ma doloroso assestato al capo e portato con movimento veloce dall’alto verso il basso con le nocche maggiori delle dita della mano serrata a pugno. Etimologicamente non dal lat. crotalum che indica la nacchera, strumento musicale e non  tipo di percossa…,ma dal greco karà=testa attraverso un lat. regionale *caròclu(m) ed il plurale reso femm. caròcla (tipica la mutazione cl in ch come in clausu(m) che diventa chiuso).&lt;br /&gt;Cauciata s.vo f.le = non si tratta (come pure il vocabolo potrebbe far pensare) di una lunga e variata serie di calci, ma di una totalizzante bastonatura cui concorrono mani, piedi (prevalentemente) e tutte le altre parti del corpo atte a colpire; il termine però è chiaramente forgiato sulla parola caucio s.vo m.le (calcio) che è dal basso latino calcius forma aggettivale sostantivata di calx - calcis&lt;br /&gt;Cepolla = s.vo f.le  &lt;br /&gt;1 pianta erbacea coltivata per il bulbo commestibile, composto di varie tuniche carnose (fam. Liliacee) | il bulbo stesso e, per estens., il bulbo di altre piante: cipolla bianca, rossa; frittata con le cipolle; togliere il velo alle cipolle, la prima squama sottilissima che ricopre il bulbo; la cipolla del giglio, del tulipano ' mangiare pane e cipolla, (fig.) pochissimo e male; essere molto povero. DIM. cipolletta, cipollina ACCR. cipollona, cipollone (m.) PEGG. cipollaccia &lt;br /&gt;2 (estens.) qualsiasi oggetto o sua parte a forma di cipolla: la cipolla del lume a petrolio, la parte inferiore, sferica, che contiene il liquido; la cipolla dell'annaffiatoio, la parte terminale del collo, rotondeggiante e a buchi, da cui esce l'acqua;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;3 (scherz.) orologio da tasca di foggia antiquata &lt;br /&gt; 4 (scherz.come nel caso che ci occupa) colpo radente assestato con la mano aperta e diretto alla testa &lt;br /&gt;la testa è etimologicamente richiamata nella caepa d’avvio;infatti in  latino caepulla  da cui la nostra cepolla ma pure l’italiana cipolla, è il diminutivo di caepa= testa. Con la voce a margine  alibi  in senso furbesco  si intende 5(scherz.)  il glande di un membro in istato erettivo. Chianetta = veloce colpo assestato sul centro del cranio a mano aperta; è voce derivante dal latino: plane (in piano,parallelo al terreno) addizionato del suff. diminutivo etta; con il medesimo termine chianetta si indica in napoletano un piccolo cappelluccio appena sufficiente a coprire il cranio nella medesima zona dove viene assestata la chianetta; talvolta il medesimo veloce colpo è détto pure carcacoppola id est: pigia-coppola dove la coppola è il classico berretto basso con visiera dalla forma concava, etimologicamente forgiato sul latino cuppa(m);normale nel napoletano il passagio di pl a chi (cfr. plaga→chiaia,plica→chieja,plus→cchiú,plumbeum→chiummo etc.).&lt;br /&gt;Cutogna = generico violento e doloroso colpo inferto con le mani e diretto a qualsivoglia parte del corpo, colpo cosí violento da poter provocare sul corpo enfiagioni paragonabili per la forma  e gli effetti  ai grossi ed aspri   frutti del melo cotogno (dal lat. cotonium). Rammento qui, per sottolineare l’asprezza e la violenza della percossa detta cutogna,  un’espressione idiomatica che un tempo  si poteva spesso udire a mo’ di consiglio:&lt;br /&gt;Quanno siente ‘o fieto d’’e cutogne, a fují nun è vriogna!  che si può rendere: Quando avverti avvisaglie di dure percosse, non è vergognoso scappare!;&lt;br /&gt;Cunessa= breve, ma intenso colpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo; non univoca l’etimologia che qualcuno vorrebbe agganciare al greco kopto (batto), ma altri forse piú opportunamente al latino cuneus (cuneo) e dico piú opportunamente stante la genericità del battere greco, mentre il cuneo latino mi pare riproduca piú esattamente la precisione della cunessa che a mo’ di cuneo si insinua tra capo e collo.&lt;br /&gt;Crisceto = bastonatura totalizzante diretta ovunque ed operata con  varie parti del corpo: mani, piedi, gomiti, testa, bastonatura cosí violenta da procurare enfiagioni sul corpo di chi ne è fatto segno, cosí come  il panetto di pasta acida detto crisceto,che  immesso nell’impasto di acqua e farina ne determina la crescita.&lt;br /&gt;Non ò preso in considerazione il termine cazzotto  che è il  colpo violento dato col pugno chiuso, forgiato probabilmente sul termine cazzo colto nel momento dell’erezione, se non  su di una forma latina capitium variante di caput nella pretesa che il cazzotto  sia colpo da assestare al capo quasi sinonimo di scapaccione, ma è idea che poco mi convince; dicevo che non ò preso in considerazione il termine cazzotto  in quanto parola che sebbene usata non è napoletana,ma  (pur se ritenuta parola volgare)  della lingua nazionale; passo dunque ad illustrare altri tipi di percosse e termini ancora in uso;&lt;br /&gt;Mascone= violento schiaffo  diretto al volto e segnatamente alla zona mascellare, tale da procurare l’enfiagione della masca (mascella); la masca da cui mascone riproduce la voce mediterranea maska dai molteplici significati, tra cui: lato della nave, maschera, mascella ed addirittura bozzolo doppio che – a ben pensare – riproduce la forma delle gote enfiate; quando il violento schiaffo non sia solo, ma reiterato e quasi ritmato si ànno i c.d. mascune a tarantella;&lt;br /&gt;‘Ntosa = duro colpo assestato nella parte frontale della testa  con la mano chiusa a pugno; etimologicamente dal latino intusus  p.pass. del verbo intundere (colpire);&lt;br /&gt;Pàccaro o Pàcchero =schiaffo a mano aperta e tesa indirizzato al volto, colpo che quando sia cosí violento da lasciare il segno è detto paccaro a ‘ntorzafaccia; percossa violenta in tutto simile al mascone esaminato dianzi; da non confondere con la pacca della lingua toscana che è un colpo amichevole assestato solitamente sulle spalle, colpo che – contrariamente al pàccaro – non connota intenzioni proditorie e/o aggressive; va da sé che il pàccaro napoletano non possa etimologicamente derivare dalla suddetta pacca toscana attesa la gran diversità delle funzioni e scopi dei due colpi; infatti mentre la  pacca toscana à una derivazione probabilmente onomatopeica, il pàccaro  napoletano è da collegarsi al termine pacca (natica) addizionato del suffisso di pertinenza arius: la pacca di riferimento non è ovviamente quella onomatopeica toscana, bensí quella che viene da un basso latino pacca(m) forgiato su di un longobardo pakka che indica appunto la natica, ma pure la quarta parte ricavata in senso longitudinale di una mela o pera; con ogni probabilità, originariamente il pàccaro/pàcchero  fu la sberla con cui si colpivano le natiche, una sorta di sculacciata cioè e da ciò ne derivò il nome che fu mantenuto, accanto ad altri, quando il colpo, lo schiaffo mutò destinazione; una gran copia di pàccari assestati in veloce combinazione prende il nome di paccariàta che oltre a sostanziare un’offesa è da intendersi anche quale forma di dileggio; &lt;br /&gt;Palïata ed il suo accrescitivo Palïatone  sono la bastonatura o la pesante bastonatura generica, che posson comportare l’uso di un po’ tutti i colpi fin qui illustrati; i termini palïata e palïatone derivano il loro nome dal fatto che originariamente designarono la bastonatura inferta con il palo e probabilmente  ci si sarebbero attesi i termini palata (colpo di palo/a) e palatone( gran colpo di palo/a), ma poiché in napoletano già esistevano le voci palata e palatone con tutt’altro significato (vedi oltre) ecco che per distinguere le voci,  le nuove subirono una sorta di anaptissi  della vocale i(che servisse a far chiarezza e distinguere) e probabilmente per evitare di dover ricorrere anche alla epentesi di una consonante eufonica (n, v?) si preferí fornire di dieresi la i evitando cosí il fastidioso dittongo ia  e si ottennero palïata e palïatone per indicare le percosse, mantenendo palata e palatone per indicare due diverse pezzature di pane;   etimologicamente palïata e palïatone sono deverbali dell’iberico palehar= bastonare ;va da sé che la voce palïata non va confusa, come ò detto (e come purtroppo inopinatamente  fanno un po’ tutti i vocabolaristi) con palàta che è un’altra cosa e cioè un filone di pane da un kg. e qui ne parlo facendo una breve  digressione;  il pane: insostituibile alimento che è  una delle figure piú comuni e piú ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile,sacro alimento (trasformato da Cristo nel  Suo  Corpo!) dell’uomo; tale alimento ricorre nei sogni nelle piú varie forme o pezzature, corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò  ‘o paniello  o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella ):  ampia pagnotta rotondeggiante  di ca 1 kg.; avremo altresí ‘o palatone  (grosso filone  di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia  numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupa per intero la lunga  pala usata alla bisogna; la palata è invece  il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupa la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala occupano le c.d. palatelle  (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.); tornando all’àmbito propriamente linguistico rammenterò che ‘o ppane (etimologicamente dal latino pane(m) ) è un alimento e come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane  e non ‘o pane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Panesiglio = è l’intenso ceffone, la pesante percossa, il duro manrovescio diretto al volto,  che produce, d’un súbito, il rigonfiarsi (a mo’ di pagnottella) della gota su cui si abbatte; etimologicamente, messa da parte la tentazione greca cui potrebbe indurre il pan d’avvio, dirò che il termine è l’esatta riproduzione dello spagnolo panecillo (panino),ma non gli  è estraneo un basso latino: panesculus  id est: parvus panis(pagnottina); &lt;br /&gt;Papagno = pesante schiaffo inferto a mano aperta ed indirizzato al volto, tale da stordire chi lo riceve, cosí come stordisce l’oppio contenuto nel papavero che in napoletano è appunto  ‘o papagno (dal lat. papaver si va ad un derivato papaveaneus da cui papa(va)nju con successiva  sincope di (va) e passaggio di nj a gn (cfr. il basso  lat. companjo = nap. Cumpagno);&lt;br /&gt;Perepessa = colpo quasi  simile alla precedente cunessa,da cui si differenzia perché la cunessa  è uncolpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo, mentre questo a margine colpo inferto, muovendo rapidamente l’arto  dall’alto in basso  con la mano tesa  ed aperta , e diretto con precisione alla sommità e centro della testa; dubbia la derivazione: o dal sost. latino: perpessio = sofferenza o dal  part. pass.f.le perpressa→perep(r)essa= stretta, calcata dell’infinito perprimere= stringere o calcare con violenza  oppure, ma  meno probabilmente dal greco peripeteia = accidenti inopinato;ricordo a margine l’esistenza nel napoletano di una sorta di maschile della voce a margine e cioè piripisso (che è dal p.p.m.le latino) perpressus= calcato, con chiusura in i della e intesa lunga, assimilazione regressiva alla ricavata i della seconda e  ed anaptissi eufonica della seconda i; la voce piripisso  però non indica una percossa, ma un piccolo cappelluccio di panno di colore blu o nero , in uso per solito tra gli uomini, cappelluccio di forma circolare simile ad un baschetto che si porta calcato al centro della  sommità della testa; al centro di tale cappelluccio esiste una piccola appendice cilindrica che per metonimia prende pur’essa il nome di piripisso.    &lt;br /&gt;Perucculata = originariamente colpo inferto al capo o al corpo con la peroccola (bastone) ed estensivamente colpi portati con gli arti superiori induriti e tesi a mo’ di bastone; peroccola etimologicamente o dal basso lat.: parocca  e il suo diminutivo paroccola propriamente: stanga  o sempre da un basso latino: pedruncola che è ramo; propendo per paroccola;&lt;br /&gt;Scerevecchia ed il suo accrescitivo Scerevecchione che son propriamente lo scapaccione o scapezzone (forma antica del precedente), colpo tale da far temere, per eccesso, di far saltare il capo che lo subisce; l’etimo è pacificamente latino forgiato sul verbo ex-cervicare  che propriamente è capitozzare;&lt;br /&gt;Sciacquamola  violentissimo ceffone a mano aperta diretto al volto tra mento e guancia, schiaffo tanto forte da poter (per iperbole) determinare la caduta di alcuni molari  cosa che genererebbe la necessità di sciacquare la bocca con acqua fredda per arrestare un probabile  versamento di sangue conseguenza della caduta dei molari saltati via per il ceffone; etimologicamente la voce a margine è il risultato dell’unione della voce verbale sciacqua (3° persona sg. ind. pres. dell’infinito sciacquare/à=sciacquare (la bocca), fare sciacqui con acqua o con una soluzione medicamentosa;  per estens., bere una piccola quantità di qualcosa;il verbo sciacquare è dal lat. tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua')+ il s.vo f.le  mola= molare, ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; l’etimo del napoletano  mola è dal lat. mola(rem) 'grossa pietra' e '(dente) molare', deriv. di mola 'mola, macina'. A margine della voce sciacquamola rammenterò che nella parlata napoletana  l’espressione sciacquarse ‘na mola  vale: andare incontro ad ingenti spese quali son quelle necessarie per servirsi dell’opera d’un medico dentista che ponga riparo ai deleterei effetti causati da qualche violento sciacquamola.    &lt;br /&gt;Scoppola ed il suo accrescitivo Scuppulone che propriamente sono i colpi piú o meno pesanti inferti in modo da  far saltar via il cappello (la coppola vd. sopra);&lt;br /&gt;Scusuta = letteralmente scucita  che vale generica e totale bastonatura tanto grave da determinare, in chi ne è fatto segno, ampie ferite (eufemisticamente détte scuciture); etimologicamente scusuta come l’italiano scucita è p.p. del basso latino ex-cosire per il classico ex-consuere;&lt;br /&gt;secuzzone s.vo f.le sergozzone, colpo forte dato col pugno chiuso sotto il mento, pugno  diretto alla gola dal di sotto in su,montante; etimologicamente appare essere una voce ottenuta per adattamento   locale attraverso un suffisso accrescitivo one  della voce gozzo che è dall'ant. gorgozzo o gorgozza,a sua volta dal lat. volg. *gurgutiam, per il class. gurges -gitis 'gola’; da gozzo→guzzone/cuzzone donde con protesi di un se(r) per supra si giunge a secuzzone.&lt;br /&gt;Sicutennosse s.vo f.le; per il vero questa parola è abbondantemente desueta ed, a stretto rigore, dovrei disinteressarmene, ma è parola cosí interessante e presente sebbene con piccole varianti, ma analogo significato,  nelle lingue regionali calabre: zicutnose, zichitinos che mi pare opportuno di parlarne brevemente; il sicutennosse è il colpo assestato con una verga sulla testa o sulle spalle; etimologicamente la parola è una chiara, scherzosa deformazione del latino: sicut nos (come noi) che si incontra nella parte finale della preghiera  pater noster ;&lt;br /&gt;un tempo nelle cattedrali o nelle basiliche cattoliche esistevano i c.d. penitenzieri maggiori, sorta di prelati abilitati,nell’amministrare il sacramento della confessione,ad assolvere anche i piú gravi peccati, tali penitenzieri maggiori  inalberavano sul lato destro del loro confessionale, dove sedevano ad ascoltare le confessioni dei penitenti, una lunga canna con la quale solevano colpire sulla testa o le spalle i penitenti a mo’ di suggello dell’avvenuta assoluzione.Poiché il piú delle volte i penitenzieri maggiori  nel congedare i penitenti, facevan recitar loro il pater noster assestavano il previsto colpo di canna sul finire della recita della preghiera, proprio in coincidenza delle parole sicut nos e da ciò il colpo ne trasse il nome di sicutennosse.&lt;br /&gt;Struncone = altra parola desueta, ma ne parlo in quanto una delle poche che si riferisce  ed identifichi un colpo inferto con gli arti inferiori e diretto ad essi, sorta di violento calcio portato in senso circolare antiorario e diretto alle gambe di un malcapitato; il termine (da non confondere con l’omofono che indica la grossa sega, azionata da due persone contemporaneamente ed atta a recidere  robusti tronchi) è un deverbale di struncare,  dal latino: truncare con consueta protesi di una S intensiva, che è quasi mozzare, recidere, mutilare di una parte quasi che il violento calcio,  portato come détto, mirasse a mutilare il ricevente  dell’arto colpito ;&lt;br /&gt;Varrata = pesante colpo portato al corpo, con due mani che stringono la varra (grosso bastone, randello); la varra, da cui varrata etimologicamente è, con tipica alternanza B/V dal basso latino barra  che a sua volta è dal celtico bar = ramo;&lt;br /&gt;e chiudo con Vertulina = generica e totalizzante bastonatura fatta a mani nude o con l’ausilio di agevole corpo contundente: bastone, pertica o simili, percosse reiterate e rapide; difficile stabilirne l’etimo; forse estensivamente da bertula  (macchina usata per configgere in terra i pali nelle vigne), ma non si può escludere una derivazione da vertula (da un basso latino: averta) sorta di bisaccia o zaino in uso tra i pastori che la usavano, ruotandola vorticosamente, quale arma di difesa delle pecore assalite da animali predatori; l’ipotesi che però piú mi convince è che vertulina derivi dallo spagnolo verduco (bastone animato) attraverso  una *verducolina che conduce a giungere a vertulina; ma siamo nel campo delle ipotesi!&lt;br /&gt;         Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-8103099733281741304?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/8103099733281741304/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=8103099733281741304' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8103099733281741304'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/8103099733281741304'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/e-mmazzate_19.html' title='‘E MMAZZATE'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-6553775867829751641</id><published>2012-01-19T00:09:00.000-08:00</published><updated>2012-01-19T00:10:25.830-08:00</updated><title type='text'>TIMPANO DI PASTA ALLA MANIERA DEI MONZÚ</title><content type='html'>TIMPANO DI PASTA ALLA MANIERA DEI MONZÚ &lt;br /&gt;Nota &lt;br /&gt;Questo gustoso timballo di pasta è preparato alla maniera dei monzú (cuochi francesi  chiamati nel Reame di Napoli  in occasione delle proprie nozze(1768) dalla regina Maria Carolina,figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo  moglie di Ferdinando I Borbone; non è dato sapere se si tratti  di un piatto derivante dalla cucina francese, o di piatto inventato qui nel Reame, con tutti gli ingredienti usati nella  cucina napoletana, con la sola eccezione del burro (ingrediente per solito …nordico) questa volta  usato in luogo  dello strutto  tipico della cucina meridionale e con l’eccezione del pomodoro mancante del tutto in questa preparazione; chi volesse potrebbe acconciamente sostituire il burro con lo strutto ed aggiungere un sugo di passata di pomodoro, ma la ricetta originaria è ugualmente gustosa pure senza strutto e pomodoro!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ingredienti per 6 persone: &lt;br /&gt;Due mazzetti di carote mondate,grattate ed affettate a rondelle,  &lt;br /&gt;700 gr zucchine mondate,spuntate ed affettate a rondelle,  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;700 gr patate sbucciate,lavate ed affettate a fettine da ½ cm di spessore,  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 spicchi d’aglio mondato e tritato, &lt;br /&gt;2 coste di sedano verde, mondate, private dei filamenti  e tagliate in tocchetti da 4 cm. &lt;br /&gt; 2 grosse cipolle dorate, possibilmente di Montoro,  mondate della prima tunica ed affettate sottilmente,&lt;br /&gt;3 etti di macinato di  manzo,&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;un mazzetto di basilico lavato, asciugato e spezzettato a mano (senza coltello!)&lt;br /&gt;Sale doppio un pugno  ed una presa&lt;br /&gt;1 bicchiere d’ Olio d’oliva e.v. p.s. a f.,  &lt;br /&gt; 5 cucchiai di burro, &lt;br /&gt;sale fino e pepe  nero macinato a fresco q.s.&lt;br /&gt;Pane grattugiato q.s. &lt;br /&gt;600 gr di rigatoni o candele spezzate, &lt;br /&gt;500 gr fiordilatte o provola in fettoline sottili da ½ cm. di spessore,&lt;br /&gt;2 etti di salame napoli in cubetti di ½ cm di spigolo, &lt;br /&gt;300 gr pecorino grattugiato finemente &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Procedimento&lt;br /&gt;In una pentola alta unire olio, aglio, carote, patate e zucchine mondate ed affettate. Aggiungere cipolle , sedano, basilico ed una presa  di sale grosso. Lasciate stufare il tutto per circa venti minuti.Alla fine unire il macinato, bagnare con una tazza da tè d’acqua bollente e lasciar cuocere per altri quindici minuti;   aggiustare di sale e pepe rimestando benissimo. Lessare molto al dente la pasta in acqua salata (pugno di sale grosso) ed aggiungerla allo stufato di ortaglie e manzo   cosí ottenuto. Aggiungere i cubetti di salame, rimestare  e mantecare a mezza fiamma  con due cucchiai di  burro  ed il formaggio pecorino  grattugiato finemente. Verniciare ed ingranire con un po’ di burro  e con il  pane grattugiato fondo e parete di  uno stampo alto a calotta sferica, formare un primo strato di  pasta condita ed aggiungete uno strato  di  fiordilatte o di provola  a fettoline; formare un secondo strato di pasta condita,pressare un poco la pasta e spolverizzare di pane grattugiato, aggiungere alcuni fiocchetti di burro  ed   infornare in forno caldo a circa 180° per 15/20 minuti, lasciare gratinare per qualche minuto prima di servire ben caldo. &lt;br /&gt;Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e  serviti a temperatura ambiente&lt;br /&gt;Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve! &lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-6553775867829751641?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/6553775867829751641/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=6553775867829751641' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6553775867829751641'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/6553775867829751641'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/timpano-di-pasta-alla-maniera-dei-monzu.html' title='TIMPANO DI PASTA ALLA MANIERA DEI MONZÚ'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-240931269980923869</id><published>2012-01-19T00:08:00.000-08:00</published><updated>2012-01-19T00:09:20.468-08:00</updated><title type='text'>SCARTE FRÚSCIO E PPIGLIE PRIMERA!</title><content type='html'>SCARTE FRÚSCIO E PPIGLIE PRIMERA! &lt;br /&gt;Icastica, sarcastica, sardonica, beffarda, canzonatoria, pungente, graffiante, mordace, caustica locuzione esclamativa partenopea che per apparir piú chiara dovrebbe addizionarsi d’un nun(non) diventando scarte frúscio e nun  piglie primera! (ma in tal guisa perderebbe tutto il suo gustoso sapore di ironia e sarcasmo e quindi meglio lasciar le cose come sono ed esclamare Scarte frúscio e ppiglie primera! &lt;br /&gt;Che è  un’ esclamazione intraducibile ad litteram e però  si può rendere comunque, lato sensu, con Di male in peggio! oppure Cader dalla padella nella brace!  quantunque l’espressione napoletana abbia una sfumatura di malevola soddisfazione (nuance assente nell’espressione italiana) nel constatare la sgradevole situazione di chi – per sua insipienza -  abbia scartato un frúscio sperando di avere una primiera e sia rimasto chiaramente a mani vuote, peggiorando cioè la propria situazione,id est  cadendo dalla padella nella brace.&lt;br /&gt;Ò parlato di espressione intraducibile ad litteram in quanto è assolutamente fuori luogo (come chiarisco qui di sèguito) tentar di renderla con un inconferente: Scarti flusso (fruscio) e raccogli primiera!&lt;br /&gt;Infatti la parola napoletana frúscio non può esser tradotta, ,  (come pure inopinatamente fece Raffaele D’Ambra nel suo dizionario napolitano, e come fanno tutti coloro (Altamura, D’Ascoli etc.) che spudoratamente vi attingono…), non può tradursi flusso, frúscio/fruscío,  rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega e simili che indicano cosa del tutto diversa; il napoletano frúscio agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare = frusciare che in primis sta per fare in pezzi, sciupare, consumare ed à poi, nella forma riflessiva frusciarse, il significato di reputare impropriamente e quelli  estensivi di vantarsi a torto, gloriarsi, pavoneggiarsi senza motivo) vale cosa floscia,insignificante,di scarso valore, inconsistente, moscia, tutte cose che - come è intuitivo - nulla ànno a che spartire con   flusso, frúscio (attestato talora soprattuto di vestiti,o foglie  come fruscío),  rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega etc.; il s.vo e solo s.vo  italiano  frúscio/fruscío à un’etimologia onomatopeica e connota cosa affatto diversa dal frúscio napoletano che è – come ò détto – è un agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare).&lt;br /&gt;A questo punto,  per parlar fuor de ’l  velame de li versi strani,&lt;br /&gt;converrà fare un passetto indietro e chiarire cosa siano il frúscio e la primera dell’epigrafe; chiariti i due concetti, forse si chiarirà tutta la portata dell’espressione in esame. &lt;br /&gt;L’espressione attestata già anticamente,  è mutuata da un gioco d’azzardo di carte, chiamato appunto primiera (voce derivata  da primiero, in quanto la primiera si ottiene possedendo le carte di ogni seme che ànno il punteggio piú alto ( punteggio non facciale, ma prestabilito: i medesimi in uso nel conteggio della primiera nel gioco della scopa e cioè: 7 – 21 punti, 6 – 18 punti ,asso – 16 punti, 5 - 15 punti etc.a decrescere sino alle figure che valgono 10 punti cadauna )); la primiera è dunque un   gioco d'azzardo nel quale vince il giocatore che somma il maggior numero di punti con quattro carte di quattro semi diversi; nel medesimo giuoco il fruscio  è la  somma del maggior numero di punti con quattro carte del medesimo seme; il fruscio è una combinazione secondiara che permette la vincita solo di una posta inferiore a quella destinata alla primiera; ora  a chi  possieda un fruscio  dopo la prima distribuzione di carte,  è dato la facoltà di scartarne alcune ( due o tre) e farsele sostituire dal cartaro  sperando di riceverne di piú atte a mettere insieme una primiera che dà diritto alla vincita della posta piú alta; va da sé che era ed è  rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio che comunque dà diritto ad una  vincita secondiara, per rincorrere la conquista di una primiera difficilissima da conseguire; era ed è  rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio perché il piú delle volte non si consegue la primiera e si perde anche il fruscio scartato! Giunti a questo punto si comprende dunque la portata ironica se non sarcastica della  locuzione partenopea in epigrafe che viene spesso usata con  malevola, ostile, rancorosa soddisfazione per le disgrazie altrui,  nei confronti di chi abbia lasciato il certo per l’incerto e prendendosi gioco di costui gli si rinfacci ironicamente (giacché in realtà non è avvenuta l’evenienza migliore…attesa, ma non conseguita)  di aver scartato un fruscio e preso una primiera (piú chiaramente: di aver scartato un fruscio e(non) aver  preso una primiera) d’aver cioè peggiorata la situazione, cadendo dalla padella nella brace.&lt;br /&gt;In coda rammento gli etimi delle voci incontrate e non ancóra esaminate:&lt;br /&gt;scarte  = scarti  voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito scartà = scartare  (denominale di carta con protesi d’una esse distrattiva):&lt;br /&gt;1 togliere un oggetto dalla carta che lo avvolge: scartà ‘nu pacco(scartare un pacco) &lt;br /&gt;2 ( ed è il  caso che ci occupa) nei giochi di carte, eliminare o sostituire una carta con particolari intendimenti a seconda del gioco; 3 mettere da parte, respingere come dannoso o inutile: scartare una proposta; scartare i libri superflui; scartare qualcuno alla visita di leva, dichiararlo non idoneo al servizio militare;&lt;br /&gt;piglie pigli  voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito piglià = prendere, pigliare ( dal lat. volg. *piliare,  dal class. pilare 'rubare, saccheggiare').&lt;br /&gt;Raffaele Bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-240931269980923869?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/240931269980923869/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=240931269980923869' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/240931269980923869'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/240931269980923869'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/scarte-fruscio-e-ppiglie-primera.html' title='SCARTE FRÚSCIO E PPIGLIE PRIMERA!'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4486801263546741963.post-7577627063823478133</id><published>2012-01-19T00:06:00.000-08:00</published><updated>2012-01-19T00:08:20.783-08:00</updated><title type='text'>PIGLIÀ VAVIA E METTERSE 'NGUARNASCIONA.</title><content type='html'>PIGLIÀ VAVIA E METTERSE 'NGUARNASCIONA. &lt;br /&gt;Letteralmente: prender bava (cioè boriarsi) e porsi in guarnacca. Id est: assumere aria e contegno da arrogante; lo si dice soprattutto di coloro che, saccenti e supponenti,  essendo assurti per mera sorte o casualità a piccoli posti di preminenza, si atteggiano ad altezzosi ed onniscienti,cercando di imporre agli altri (sottoposti e/o conoscenti) il loro modo di veder le cose, se non la vita, laddove in realtà poggiano la loro albagía sul nulla.Tale vacuo atteggiamento è spesso proprio di coloro che soffrono di gravi complessi di inferiorità e che nella loro vita familiare non son tenuti in nessun cale ed in  alcuna considerazione (cosa che fa aumentare nel loro animo esacerbato un senso di astio nei confronti dell’umanità tutta, di talché – appena ne ànno il destro -  sfogano astio e malumore sui poveri sottoposti e/o conoscenti che però, ovviamente,  si guardano bene dall’accettare o addirittura dal considerare  ciò che i boriosi saccenti tentano di esporre o imporre.&lt;br /&gt;bòria s. f. astratto = atteggiamento di superiorità, di ostentazione della propria posizione o dei propri meriti veri o piú spesso presunti, ma millantati; altezzosità; l’etimo  è forse  dal lat. borea(m) 'vento di tramontana', da cui 'aria (d'importanza)', ma un’altra scuola di pensiero pensa, probabilmente piú giustamente,  ad un forma aggettivale (vapòrea) da un iniziale vapor=vapore;benché sia difficile  decidere a quale idea aderire.., molto mi stuzzica l’idea del vapore secondo il percorso vapòrea→(va)pòrea→pòria→bòria;&lt;br /&gt;albagía s. f. astratto = boria, presunzione, alterigia. l’etimo è molto controverso; a parte il solito pilatesco etimo incerto (che mi dà l’orticaria...) qualcuno propone una derivazione da  alba  nel senso di vento dell’alba; qualche altro (ed a mio avviso forse piú esattamente) vi vede un denominale del lat. albasius sorta di abito bianco indossato dalle persone altezzose: albàsius avrebbe dato albàsia  e poi  albasía→albagía  adottando il suffisso tonico greco ía proprio delle voci astratte e dismettendo il corrispondente  suff. latino atono ia;&lt;br /&gt;vàvia s. f. astratto = boria, presunzione, alterigia,  superbia, arroganza, tracotanza, prosopopea, spocchia; sufficienza, sussiego; la voce a margine(di pertinenza quasi esclusivamente maschile, ma talvolta anche femminile)  è un derivato di vava (bava)= liquido viscoso che cola dalla bocca di taluni animali, spec. se idrofobi, o anche da quella di bambini, vecchi, o di  persone che si trovino in un'anormale condizione fisica o psichica come càpita in chi viva uno stato continuo di superbia tracotante; etimologicamente la voce a margine si è formata partendo   da  *baba, voce onom. del linguaggio infantile voce che in napoletano, con consueta alternanza b/v (cfr. bocca→vocca – barca →varca etc.), diventa vava ed aggiungendovi il suffisso atono latino delle voci astratte ia ottenendo vàvia; si fosse adottato il suff. greco tonico  si sarebbe ottenuto vavía;&lt;br /&gt;guarnasciona s.vo f.le=guarnaccia, elegante  sopravveste medievale ampia e lunga,bordata di pelliccia  portata soprattutto dagli uomini di riguardo; in realtà la voce a margine è un accrescitivo (cfr. il suff. one) formato partendo da un originario ant. provenz. guarnacha (da leggere guarnascia donde l’accrescitivo guarnasciona; guarnacha fu modellata  sul lat. gaunaca(m) 'mantello di pelliccia',.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;raffaele bracale&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4486801263546741963-7577627063823478133?l=lellobrak.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lellobrak.blogspot.com/feeds/7577627063823478133/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=4486801263546741963&amp;postID=7577627063823478133' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7577627063823478133'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4486801263546741963/posts/default/7577627063823478133'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lellobrak.blogspot.com/2012/01/piglia-vavia-e-metterse-nguarnasciona.html' title='PIGLIÀ VAVIA E METTERSE &apos;NGUARNASCIONA.'/><author><name>Lello</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04225077443845530737</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='25' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_sSBVDTwh8VU/R7gyAyvKhkI/AAAAAAAAAAU/pmKDsThix9M/S220/brak2.jpg'/></author><thr:total>0</t
