sabato 27 febbraio 2021

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ -1

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ

Parte prima

Per contentare il caro amico A.B., di cui – per i soliti motivi di privatezza – mi limito ad indicare le sole iniziali di nome e cognome, per contentare, dicevo, l’amico che me ne à fatto richiesta e forse qualcun altro dei miei ventiquattro lettori tratterò qui di sèguito di alcune espressioni modali partenopee costruite con il verbo parlare/à.

Cominciamo con il darne un breve elenco per poi analiticamente trattarne:

1)   Parlà tosco

2)   Parlà cu ‘o scio-sciommo

3)   Parlà giargianese/ggiaggianese

4)   Parlà a schiovere

5)   Parlà sparo

6)   Parlà sulo

7)   Parlà cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso

8)   Parlà cu ‘o revettiello

9)   Parlà mazzecato

10)            Parlà ‘nfijura

11)            Parlà a spaccastrómmole

 

12)Parlà comme a ‘nu libbro stracciato.

 13) Parlà assestato

14) Parlà chiatto e ttunno

15) Parlà a ccocoricò

16) Parlà a scampule ‘e mele cotte

In coda ed in aggiunta  all’analisi delle locuzioni modali or ora elencate dirò poi due icastiche espressioni che pur non essendo modali chiamano in causa il verbo parlare:

17)Nun farme parlà!

18) Jí a pparlà cu ‘o pato

Prima di soffermarmi sulle singole espressioni mi pare comunque giusto se non necessario  dilungarmi alquanto sul  verbo parlare/parlà (che etimologicamente deriva dal latino volg. *parabolare→par(abo)lare→parlare, deriv. di parabola 'parabola', poi 'discorso, parola' ); parlare  è quel verbo intransitivo con ausiliare avere che, come nell’italiano, sta per:
1 pronunciare parole; esprimere con parole pensieri o sentimenti: parlare a, con qualcuno; parlare con voce chiara, forte; parlare a voce alta, bassa; parlare lentamente, sottovoce; parlare col, nel naso, con voce nasale; parlare a fior di labbra, piano; parlare tra i denti, in modo indistinto; parlare da solo, fare un soliloquio; parlare tra sé (e sé), pronunciare qualche parola a voce bassissima, rivolgendosi a sé stesso, quasi per riassumere i propri pensieri; parlare stentatamente, con fatica, per debolezza fisica, per mancanza di prontezza o per scarsa conoscenza della lingua ' parlare in punta di forchetta, (fig.) con parole affettate, ricercate ' parlare chiaro, dire le cose come stanno ' parlare a vanvera, a caso, senza riflettere ' bada a come parli, modo per invitare qualcuno a non offendere, a misurare le parole ' con rispetto parlando, formula di scusa che si premette o si fa seguire immediatamente a un'espressione o a una parola non troppo conveniente ' parlare bene, male di qualcuno, con benevolenza, con malevolenza ' parlare a cuore aperto, col cuore in mano, (fig.) sinceramente e disinteressatamente ' parlare con qualcuno a quattrocchi, da solo a solo, senza testimoni ' parlare al muro, al vento, (fig.) inutilmente, a chi non vuole ascoltare | chi parla?, con chi parlo?, formule che si usano al telefono quando non si sa chi sia l'interlocutore
2 sostenere una conversazione; ragionare, discutere, dialogare: parlare di letteratura, d'arte, di politica; parlare del più e del meno, conversare di argomenti vari e poco importanti ' far parlare di sé, suscitare l'interesse, la discussione, i commenti della gente ' tutti ne parlano, si dice di fatto o persona che è oggetto di chiacchiere, di pettegolezzi oppure di discussioni, di interesse' la gente parla, mormora, fa pettegolezzi | senti chi parla!, si dice a persona che è la meno adatta a pronunciarsi su qualcosa ' non se ne parla neanche, si dice di cosa che non si vuole assolutamente fare ' non parliamone più, si dice per troncare una discussione, una lite ' non me ne parlare!, si dice a chi tocca argomenti penosi o delicati
3 tenere una lezione, una conferenza, un discorso pubblico: parlare al popolo; parlare in un comizio; parlare alla radio, alla televisione | parlare dal pulpito, (fig.) assumere un tono saccente e professorale ' parlare a braccio, improvvisando
4 (estens.) esprimere un pensiero, trattare di un argomento per iscritto; anche, esprimere pensieri o sentimenti con mezzi diversi dalla parola: tutti i giornali parlano del processo; l'autore parla in questo libro di due personaggi storici; parlare a gesti, con gli occhi; i muti parlano a segni
5 manifestare un'intenzione; far progetti riguardo a qualcosa: parlano di andare in Spagna; di quella legge si parla da dieci anni | non se ne parla più, si dice di un progetto ormai accantonato
6 rivelare segreti; confessare: l'imputato non si decide a parlare
7 (fig.) essere particolarmente espressivo; suscitare, ispirare sentimenti: occhi che parlano; musica che parla al cuore | luoghi che parlano di qualcosa, che la ricordano, che ne portano i segni | i fatti parlano, sono la prova eloquente di qualcosa
8 (fig.) manifestarsi attraverso fatti o parole: in lui è l'invidia che parla, che lo spinge a dire o a fare determinate cose; lasciar, far parlare la coscienza, la ragione, ascoltarne la voce, i suggerimenti ||| v. tr.
1 usare, per esprimersi, una determinata lingua; conoscere una lingua in modo da potersi esprimere correntemente: parlare russo (o il russo); parlare bene, male l'inglese | parlare ostrogoto, turco, arabo, (fig. fam.) esprimersi poco chiaramente, non farsi intendere
2 esprimersi in un certo modo, usare un determinato linguaggio: parlare un linguaggio franco, chiaro, oscuro
3 (lett.usato transitivamente) dire: possa... parlare alquante parole alla donna vostra ||

parlarsi v. rifl. rec.
1 rivolgersi reciprocamente la parola: si parlavano da un lato all'altro della strada
2 (antiq. pop.) amoreggiare
3 avere rapporti amichevoli, essere in buoni rapporti: dopo quel litigio non si parlano più  

A- Parlà tosco

L’antica, desueta espressione napoletana a margine (peraltro  assente in tutti i numerosi lessici napoletani antichi e moderni,in mio possesso ma viva e vegeta fino a tutti gli anni cinquanta del 1900 sulla bocca degli abitanti della città bassa partenopea) fu usata in due diverse accezioni:

a)   per significare un parlare eccessivamente forbito e ricercato che eccedesse una normale comprensibilità, come accadeva quando in un dialogo uno degli interlocutori invece di usare la comprensibile parlata locale, s’azzardasse ad adoperare la poco comprensibile  lingua nazionale    infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili; di costui si diceva che parlasse tosco dove con l’agg.vo tosco non si voleva intendere, con derivazione dal lat. tuscu(m), toscano , ma ci si riferiva ad altro agg.vo  tosco quello che con derivazione dall'albanese toske,  indica l’astruso linguaggio di una popolazione albanese di religione musulmana, stanziata a sud del fiume Shkumbi.Chi cioè parlasse non in napoletano, ma in un italiano forbito e rifinito veniva accreditato nell’immaginario popolare comune d’usare, quasi per certo, a fini truffaldini  un linguaggio volutamente incomprensibile, simile appunto all’astruso linguaggio dialettale  tosco  di una popolazione albanese;

b)   la seconda accezione del parlar tosco  era riferita a chi, sempre a fini truffaldini fosse eccessivamente esoso nelle sue richieste di compenso per un lavoro fatto o da farsi; di costui si diceva che parlasse tosco  non perché adoperasse la poco comprensibile  lingua nazionale    infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili, ma perché, pur parlando magari in istretto napoletano,con parole chiare e comprensibili, fosse cosí esoso nelle sue richieste d’apparire disonesto o truffaldino se non addirittura ladro tale da sconsigliare di tener mercato con lui, quasi che parlasse un incomprensibile, sibillino linguaggio gergale  da consorteria e perciò tosco= astruso.

Rammento, per completezza, che anche nei linguaggi iberici: spagnolo, portoghese (dai quali talora il napoletano à attinto) esiste il termine tosco ma vale grossolano, approssimativo, poco fine, di esecuzione poco accurata; ordinario, dozzinale ed in tali accezioni non è mai usato nel napoletano per cui il termine partenopeo tosco non è stato marcato nè sullo spagnolo,  nè sul portoghese, ma sull’albanese.

 Quando poi un interlocutore non solo parlasse in italiano piú o meno forbito, ma sconfinasse nella lingua francese veniva accreditato di parlare cu ‘o scio’-sciommo;

B- parlare cu ‘o scio-sciommo

è infatti un’espressione intraducibile ad litteram che viene ancóra  usata  per canzonare il risibile modo affettato  e falsamente  raffinato dell'incolto  che pensando erroneamente di esprimersi in corretto toscano, in realtà si esprime in modo ridicolo e  falso con un idioma  che scimmiotta solamente la lingua di Dante, risultando spesso piú simile ad una lingua francese malamente appresa però, della quale vengono colti essenzialmente molti fonemi intesi come sci (←ch); da tale suono è stato tratto l’onomatopeico sciommo che reiterato nella prima parte (sciò) à dato lo scio-sciommo inteso sostantivo neutro.

C-parlà giargianese/ggiaggianese

L’espressione in esame si avvale  di una vecchia parola (fine 19° sec) che quasi sparita nel corso del tempo, ricomparve  d’improvviso, negli anni ’40 del 1900, sia pure leggermente modificata  quanto alla morfologia , ma non nel significato; la parola in esame è giaggianese (che piú opportunamente in corretto napoletano andrebbe scritta con la geminazione iniziale: ggiaggianese), voce che poi divenne giargianese parola che nel significato estensivo di imbroglione ed in quello primo di straniero dal linguaggio incomprensibile  si ritrovò e talvolta si ritrova ancóra nel salentino: giaggianese, nel pugliese: giargianaise  e qui e lí in molti altri linguaggi centro-meridionali dove è: gjargianese, gjorgenese.

12)            L’originaria voce ggiaggianése fu coniata sul finire del 19° sec., modellata per corruzione sul termine viggianese  e fu usata per indicare alternativamente o taluni caratteristici suonatori ambulanti, o déi piccoli commercianti lucani che arrivavano alle latitudini centro-meridionali per acquistare uve e/o mosto semilavorato;  di tali   piccoli commercianti e/o suonatori  solo una piccola parte provenivano effettivamente da Viggiano centro in prov. di Potenza, ma poiché tutti i commercianti che non fossero campani, e soprattutto quelli provenienti dal nord,  parlavano un idioma non molto comprensibile si finí per considerarli tutti  viggianesi  e dunque ggiaggianise/i plur. metafonetico di ggiaggianese; fu cosí che con il termine ggiaggianese si indicarono tutti gli stranieri che non parlassero un linguaggio noto o comprensibile; va da sé  che poiché,  nell’inteso partenopeo, chi non parla in modo chiaro e comprensibile lo fa per voler imbrogliare,  ecco che ggiaggianese estensivamente indicò l’imbroglione pericoloso  ed in tali accezioni ( suonatore ambulante, commerciante, straniero incomprensibile, imbroglione) la voce fu usata a lungo nel parlato comune; a mano a mano poi quasi per naturale consunzione essa sparí dall’uso e non se ne ritrova memoria neppure nei calepini piú o meno noti od usati ( che ànno il torto d’essere compilati basandosi esclusivamente sugli scritti dei classici che mai presero in considerazione la voce di cui tratto). Come d’incanto la voce riapparve nell’uso del parlato comune  intorno agli anni ’40 del 1900, quando in Campania, Puglia, Abruzzo etc. sciamarono le truppe alleate  che parlavano un linguaggio incomprensibile, ad un dipresso un linguaggio tale (per non essere intellegibile facilmente) da potersi appaiare a quello tipico dei ggiaggianesi; fu in questo periodo che la voce ggiaggianese  subí una sorta di ammodernamento, allorché (come nel 1961, con felice intuizione chiarí il grandissimo prof. Rohlfs  ) accostando a ggiaggianese il nome proprio George usatissimo fra gli alleati si ottenne giargianese, nelle medesime accezioni surriportate.

(segue)

r.b.

 

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