martedì 18 maggio 2021

CUMPAGNE, FUOCO ‘E MUNTAGNA!

 CUMPAGNE, FUOCO ‘E MUNTAGNA!

Questa volta è stato il  caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a  chiedermi via e-mail di chiarirgli  significato e portata dell’ espressione partenopea   in epigrafe.

Pur trattandosi di un’espressione che, nella sua icasticità,non  mi pare necessiti di applicazione soverchia per venirne a capo stante la chiarezza dell’enunciato, ò provveuto alla bisogna nel modo che segue:

Caro amico l’espressione di cui mi chiedi non necessita di traduzione  in italiano in quanto, nella lingua nazionale  non muta  affatto nel suo significato di  “Compagni, fuoco di montagna” ripete causticamente ciò che l’esperienza insegna  e cioè che i compagni, (id est: gli amici, i colleghi,e/o piú in generale gli  alleati, i confidenti, i conoscenti)sono fuoco di montagna! Ora, atteso che con l’espressione “fuoco di montagna” si intende la lava vulcanica se ne deduce che come la lava, icompagni, gli amici, i colleghi,e/o piú in generale gli  alleati, i confidenti, i conoscenti sono parimenti pericolosissimi e perciò  da evitare, tenendosene lontano.Insomma, caro amico l’espressione esaminata mette in guardia dall’amicizia, dall’ affiatamento,  dall’affinità, dalla confidenza, dalla dimestichezza ed addirittura dalla fratellanza e dalla simpatia ritenute tutte potenzialmente pericolose al pari del magma cioè del materiale fluido che fuoriesce ad altissima temperatura alla superficie della crosta terrestre.  Rammento infine  che il termine COMPAGNO, nei significati ricordati, etimologicamente  è dal nominativo del lat. mediev. companio -onis, composto  di cum «insieme con» e panis «pane», propriamente «colui che mangia il pane con un altro», mentre il sostantivo LAVA ( che indica sia il prodotto di un’eruzione vulcanica[ quello cui si fa riferimento nell’espressione], sia anche una copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua, [quella cui ci si riferisce con l’espressione ‘A LAVA D’’E VIRGENE (cfr. alibi) che indicò  quel tumultuoso torrente di acqua piovana che a Napoli fino agli inizi degli anni ’60 del 1900, quando furono finalmente adeguatamente sistemate le fogne cittadine, si precipitava dalla collina di Capodimonte sulla sottostante via dei Vergini (cosí chiamata perché nella zona esisteva un monastero di Verginisti antica congregazione religiosa di predicatori) e percorrendo di gran carriera la via Foria si adagiava, placandosi, in piazza Carlo III, trasportando seco masserizie,ceste di frutta e verdura e tutto ciò che capitasse lungo il suo precipitoso percorso.] etimologicamente è  dal lat. labe(m) 'caduta, rovina', deriv. di labi 'scivolare' ]. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

CRIATURO/A

 

CRIATURO/A

Mi è stato chiesto dalla cara amica D. C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)  via e-mail di spendere qualche parola per illustrare significato,  etimo e chiarire quale sia il plurale dei termini partenopei   in epigrafe.

Rispondo  dicendo súbito che con le voci criaturo e criatura [ ambedue dal tardo latino creatura-m] si intendono rispettivante un bambino, un pargolo, un piccino e correlativamente al femminile una bambina, pargola, piccina, d’età compresa tra i due e gli otto anni e fin qui nulla quaestio; ora, premesso che  da gli otto anni in su si parla non piú di bambino/a, ma di adolescente  che in napoletano vanno resi con bardascio/a [dal persiano bardal  attraverso l’ arabo: bardağ] oppure guaglione/guagliona [dal lat .galio/onis→galione-m.],  mi soffermo sul problema del plurale delle voci in esame e dico che con il plurale (maschile) ‘e criature ci si riferisce a piú bambini (di sesso maschile),  mentre con il plurale (femminile) ‘e ccriature [da notare la geminazione iniziale della C, dovuto all’articolo femminile ‘e = le ] ci si riferisce, tenendo presente il contesto, o a piú bambine, oppure a piú   bambini e  bambine onnicomprensivamente cosa che rappresenta una patente differenza con la lingua italiana la cui grammatica classicamente dà preminenza al plurale maschile quando nella medesima espressione occora riferirsi a termini di genere diverso.

E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amica D.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est.

 Raffaele Bracale

 

CHI CIUCCIO SE COCCA, CIUCCIO SE SOSE.

CHI CIUCCIO SE COCCA, CIUCCIO SE SOSE.

Chi si corica asino, asino si desta.La notte non migliora l’uomo. Occorre impegnare il giorno per lavorare e/o studiare al fine di evitare inutili sprechi di tempo.

Brak