giovedì 26 dicembre 2019

17 ICASTICHE LOCUZIONI


17 ICASTICHE LOCUZIONI
1.TENÉ 'A SÀRACA DINT' Â SACCA
Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna.
2.NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO.
Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à né l'autorità, né la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla.
3.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE
Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che pur mancando degli elementi essenziali per fare alcunchè ci si erga ad ipercritico e spaccone, ottenendo quale risultato del proprio agire solo quello di infastidire e tediare il prossimo.
4.TENÉ 'E RRECCHIE PE FINIMENTO 'E CAPA.
Aver le orecchie quale guarnizione del capo. Détto per dileggio di chi sia tanto sordo da non udire alcunché.
5. TENÉ STAMPATO ‘NCUORPO nell’espressione: Te tengo stampato ‘ncuorpo!
Letteralmente  Avere stampato nel corpo, nell’espressione: Ti porto stampato nel corpo! Détto iperbolicamente di cosa o piú spesso persona conosciuta quasi  alla perfezione come se la cosa o persona di cui si parla fósse stata ricavata per calco sul/nel corpo di colui sulla cui bocca si coglie l’espressione in esame.Altrove per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto s’usa affermare sempre per iperbole: Te saccio pile pile  che ad litteram è: Ti conosco pelo per pelo; id est: Di te non mi è ignoto nulla, mi sei ben noto, conosco perfino il numero dei tuoi peli e non mi potrai sorprendere mai.Ancóra alibi sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma in senso positivo s’usa dire: Te saccio comme a sette denaro   appaiando  alla  piú importante,rilevante  ed appetita carta del giuoco della scopa, un individuo che goda, nel bene,  di vasta, significativa notorietà. Ed infine   sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma questa volta  in senso negativo s’usa dire: Sî ccarta canusciuta che ad litteram è:Sei una carta ben nota, carta conosciuta; id est: Godi di pessima fama,ma non mi sorprenderai, sei facilmente riconoscibile, ogni tua azione è sempre ravvisabile, come lo è la carta segnata da un baro.
6.TENÉ 'A CÓRA ‘E PAGLIA.
Ad litteram: avere la coda di paglia. Lo si dice di chi, conscio di proprie manchevolezze, non avendo  la coscienza pulita,  si allarmi alla prima allusione sfavorevole, discolpandosi senza essere stato accusato apertamente, reagendo in maniera eccessiva  a critiche o osservazioni anche larvate, nel timore che una sua ipotizzata, celata coda di paglia prenda fuoco. L’espressione nata in àmbito contadino à un’origine fiabesca. Si narra infatti che una giovane volpe era cascata disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda  le rimase nella tagliola. La poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano  ne ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, da quel momento evitò di avvicinarsi alle stie.E come la volpe si dice si  comporti chi avendo qualcosa da nascondere,eluda la compagnia del prossimo e se ne tenga fuori  mostrandosi   di sentirsi sempre chiamato in causa  anche per rispondere di fatti o accadimenti di cui non sia accusato apertamente,sempre nel timore che venga palesato il suo celato difetto (coda di paglia).Di analoga portata e significato è l’espressione che segue:
7. TENÉ ‘O MARIUOLO ‘NCUORPO
Ad litteram: Avere il ladro (la magagna) nel corpo; id est: portare celata dentro di sé una propria colpa nel timore che appalesandola si possa essere ingiustamente accusato di manchevolezze analoghe.
8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘A SCIGNA
Ad litteram: Avere le bellezze di una scimmia; id est:comportarsi cosí come una scimma. Espressione ironica usata a dileggio di chi pensi   di essere avvenente, ma che in realtà non lo è e tenti, con scarso successo di imitare chi in realtà lo sia, tentando di copiarne l’incedere o  il proporsi comportandosi ad un dipresso come fa la scimmia (animale affatto bello) la cui avvenenza e /o simpatia  consiste soltanto nel fatto ch’esso tenta di imitare le movenze dell’uomo.
bellizze s.vo m.le pl. e solo pl.  =   cose belle, le bellezze,  le qualità di ciò che è bello (ma non in  senso morale); il valore estetico delle cose; voce adattamento al m.le pl.  dal lat. volg.neutro pl.inteso prima f.le e poi m.le bellitia
scigna s.vo f.le sg 1scimmia, nome generico di mammiferi superiori, per lo piú arboricoli, con quattro o due estremità prensili, dentatura completa, occhi frontali, arti anteriori piú lunghi dei posteriori; si distinguono in catarrine e platirrine (ord. Primati)
2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna: è ‘na vera scigna! | fà ‘a scigna a quaccuno, imitarlo in quello che fa, che dice; scimmiottarlo | 3  ubriacatura, sbornia: pigliarse ‘na scigna; voce  dal lat. simia→simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum→scemo) e mj→gn (come in ca(m)mjare→cagnà)
 8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘O CIUCCIO Ad litteram: Avere le bellezze di un asino ; id est:non avere altra avvenenza che quella della giovinezza. Altra icastica e spressione ironica usata a dileggio di chi pensi   di essere avvenente, ma che in realtà non lo è; a costui/costei si attribuisce un’unica grazia, quella della gioventú, la medesima che s’usa attribuire all’asino che (cfr. alibi) essendo animale da lavoro esprime, in termine di fatica,  il meglio di sé soltanto quando è ancóra giovane e prestante e non ancóra  stremato o ridotto a mal partito dal peso degli anni e dalla fatica (cfr. alibi: ‘o ciuccio ‘e Fechella).
9. PURE ‘E CUFFIATE VANNO ‘MPARAVISO
Anche i gabbati vanno in Paradiso
Locuzione proverbiale usata a mo’ di conforto dei corbellati per indurli ad esser pazienti e sopportare chi gratuitamente li affanna , atteso che anche per essi derisi  ci sarà un gran premio: il Paradiso.
Cuffiate plurale di cuffiato =deriso, corbellato; etimol.: part.pass. di cuffià che è un denominale  dell’arabo còffa=corbello.

10.PURE ‘E MMURE TENONO ‘E RRECCHIE
Anche i muri ànno orecchi
Fa d’uopo, quindi, se non si vuole  far conoscere in giro le proprie idee o considerazioni usare, anche in casa un eloquio misurato e di basso volume evitando altresí di spettegolare o di  dire  cose pericolosamente compromettenti per sé o altri.
11. PURE LL’ONORE SO’ CCASTIGHE ‘E DDIO.
Anche gli onori sono castighi di Dio
Atteso che comportano comunque aggravio di lavoro  ed aumento delle responsabilità.
12. PURE ‘NU CAUCIO ‘NCULO FA FÀ ‘NU PASSO ANNANTE
Anche un calcio in culo fa compiere un passo in avanti
Id est: per progredire nella vita, come nel lavoro,  occorrono forti spinte, magari violente  che vanno comunque  accettate considerato i  vantaggi che ne possono derivare.
13. PUR’IO TENGO ‘A MANO CU CINCHE DÉTE.
Anche io ò la mano con cinque dita.
Proverbio dalla duplice valenza; nella prima si  adombra quasi un avvertimento minaccioso che significa: anche io sono dotato delle vostre medesime capacità operative,[comprese quelle di rubare] per cui fate attenzione a non misurarvi con me pensando di prevalere: potreste avere una brutta sorpresa! La seconda valenza  sottindende una garbata protesta volendo significare: ò  soltanto le vostre  stesse capacità e/o possibilità; miracoli non ne posso fare: non chiedetemeli!
14. QUANNO ‘A CAPA PERDE ‘E SENZE  SE NE STRAFOTTE PURE ‘E SUA ECCELLENZA!
Quando la testa perde il raziocinio se ne impipa anche di Sua Eccellenza
Id est: Quando, nella vita,  si è in preda all’ira o alla follia  non si à rispetto per nessuno, nemmeno per l’autorità.
15. QUANNO ‘A CUMETA ‘O VVO’,  DALLE CUTTONE
Quando l’aquilone lo chiede, dagli spago
Al di là del suo concreto chiaro ed esatto significato, il proverbio vale:nella vita  spesso è opportuno, se non necessario, assecondare le vanterie di chi si vanta ed è vanitoso,  per tenerselo amico ed  al fine di  riceverne possibili futuri vantaggi.
16. QUANNO Â FEMMENA ‘O CULO LL’ABBALLA, SI NUN È PPUTTANA, DIAVULO FALLA!
Quando una donna ancheggia, se non è una meretrice ritienila tentatrice.
Le donne che sculettano  o lo fanno di mestiere o provocatoriamente per trovar partito.
17. CHI TENE DEBBETO, TENE CREDITO
Chi à debito, à credito
Non si tratta, come potrebbe apparire di un ossimoro o di una affermazione gratuita; si tratta invece di un’esatta considerazione dedotta dall’osservazione del comportamento umano per il quale intanto una persona può essere oberata di debiti, in quanto ritenuta solvibile  e quindi meritevole di credito.
Brak

Nessun commento: