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sabato 4 dicembre 2021

IL DIAVOLO

 

IL DIAVOLO
Questa volta su richiesta dell’amico F.P. (il consueto motivo di riservatezza m’impedisce di fare per esteso nome e cognome e mi obbliga alle iniziali...) tenterò di esaminare tutte le voci napoletane usate per rendere quella dell’epigrafe.
In primis è da ricordare che in napoletano esistono numerosissime voci per tradurre la parola diavolo (ne ò reperite, se non ò sbagliato il conto, ben diciotto!) alcune delle quali son nomi comuni e generici, altri quasi dei nomi proprî.
Ciò détto comincio con l’esaminare la voce italiana


- DIAVOLO (teol.) Spirito del male (chiamato anche demonio), nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana (cfr. oltre), principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero (cfr. oltre) , capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare'.
- Satana nome comune ripreso come proprio ed è voce che nel gr. cristiano traduce l'ebr. satan 'contraddittore';
- Lucifero altro nome comune ripreso come proprio ed è voce che deriva dal lat. lucĭfer -a -um, comp. di lux lucis "luce" e fer "-fero", calco del gr. phōsphóros].di per sé agg., lett. Che porta la luce, che dà luce: come s. m. vale con iniziale maiusc. a) Il pianeta Venere nelle sue apparizioni mattutine. b) Satana, il demonio. c) (fig.) Persona malvagia.


Passiamo al napoletano ed abbiamo:
- Diavulo/deavulo è voce molto generica e non molto usata..., ricalcata come l’italiano diavolo (di cui parrebbe addirittura un adattamento...) su di un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore'
- Demmonio altra voce molto generica, ma questa piú usata della precedente soprattutto nelle imprecazioni (mannaggia ô demmonio) o come riferimenti iperbolici o nei riguardi di bambini e/o ragazzi particolarmente vivaci (‘stu guaglione è ‘nu demmonio oppure ‘stu guaglione tene ‘e demmonie ‘ncuorpo , espressioni che valgono: non trovar pace, non stare mai fermo etc. ) o anche nei riguardi di adulto inteso persona malvagia o straordinariamente astuta o anche persona vivace, irrequieta: chella bbella guagliona: è proprio ‘nu demmonio! | nel linguaggio familiare è riferito a persona straordinariamente dotata, abile etc: a scupone è ‘nu vero demmonio! È ‘nu demmonio comme porta ‘a machina ! è voce derivata dal lat. tardo daemoniu(m), dal gr. daimónion, propr. 'che appartiene alla divinità'; faccio notare che nel greco e tardo latino la voce non ebbe connotazioni negative e le acquistò solo quando la voce demonio/demmonio fu intesa come sinonimo di diavolo.


- Avèrzerco/averzèrio letteralmente sono ambedue nomi com. masch. sing. e valgono avversario,contraddittore nella medesima valenza del termine ebraico satan. Il primo però da nome comune masch. è stato poi riferito, (soprattutto nel linguaggio popolare della città bassa) particolarmente al diavolo inteso come il piú pericoloso ed accanito degli avversarii e/o contraddittóri e come tale la voce à finito per essere intesa nome proprio e come tale da scriversi con l’iniziale maiuscola Avèrzerco mentre averzèrio è continuato ad essere nome comune sebbene riferito anche al diavolo oltre che ad ogni altro oppositore, contrario. Sia Avèrzerco che averzèrio sono un denominale del lat. adversus attraverso un percorso morfologico leggermente diverso;
- Barzabbucco questa voce si differenzia dalla precedente Avèrzerco perché la voce qui a margine è - di partenza - esattamente un nome proprio e non nome comune ripreso come proprio; in effetti Barzabbucco è l’adattamento morfologico del nome ebr. Baal-zebu'signore della casa (degli inferi)' con mutamento della liquida l→r , raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva b e paragoge della sillaba evanescente finale cco per evitare l’eventuale tronca Barza bbú che poteva risultare troppo musicale e... frivola per il nome di un diavolo! In effetti nella Bibbia Baal-zebu è indicato quale nome del principe degli spiriti maligni e sarebbe stato disdicevole e non consono renderlo con uno squillante Barza bbú; molto piú adatto il piano e serioso Barzabbucco
- Bruttone Con questa voce ritorniamo ad occuparci della trasformazione in nome proprio di una voce comune come il pregresso Avèrzerco; qui però invece di un nome comune si è trasformato in nome proprio addirittura un aggettivo (sia pure un accrescitivo...) In effetti con la voce Bruttone (accrescitivo di brutto cfr. il suff. one) si è inteso attribuire al diavolo la qualifica di essere il piú brutto pensabile e/o possibile, essere cioè cattivo, riprovevole, sconcio al massimo grado, il piú sfavorevole e negativo, che arreca danno e perdizione.Il diavolo è – nell’inteso comune il brutto per antonomasia e dunque Bruttone; la voce brutto ed il suo accrescitivo bruttone derivano con molta probabilità dal lat. brutu(m) 'bruto', con espressivo raddoppiamento consonantico, se non vogliamo credere al rev. Ludovico Antonio Muratori (Vignola, 21 ottobre 1672 – Modena, 23 gennaio 1750)noto studioso che ipotizzò invece un ant. alto tedesco bruttan= spaventare→spaventoso;


- Farfaro/a – Farfariello eccoci a che fare con un altro nome proprio (ed ò parlato di nome e non nomi perché chiaramente il secondo Farfariello non è che l’ipocoristico del primo!) Anche in questo caso si è partiti da un nome comune (l’arabo farfar= folletto) per approdare ai nomi proprî Farfaro/a e Farfariello
La voce napoletana Farfaro/a (usata solo come nome proprio del diavolo) non va confusa con l’omografa ed omofona dell’italiano farfara s. f. , pianta erbacea con fiori raccolti in capolini gialli e foglie cuoriformi; i fiori sono usati come medicinale contro la tosse (fam. Composite). Rammento che Farfariello fu usato (sia pure nella forma Farfarello) anche dall’Alighieri Dante come nome di uno dei diavoli del suo Inferno.
La voce napoletana Farfariello viene usata riferita al diavolo come nome proprio, ma come nome comune e/o aggettivo è riferito ad uomo dai movimenti vivaci ed imprevedibili, frivolo nei gusti e nei discorsi;
- mazzamauriello – scazzamuriello - scazzamurillo
In questo caso ci troviamo difronte a tre voci che – come specificherò – sono usate quali nomi comuni generici per indicare sia il demonio che un generico folletto; ed in effetti i tre nomi vengono usati oltre che per indicare il denomio (specialmente nella città bassa, sulla bocca delle persone molto avanti con gli anni) anche per riferisi al piú famoso degli spiritelli e/o folletti napoletani e cioè al cosiddetto munaciello. Però ricordiamo che delle tre la voce piú usata quale sinonimo di diavolo è la prima mazzamauriello mentre le altre due si riferiscono al piú famoso degli spiritelli e/o folletti napoletani; di per sé mazzamauriello come derivato quale adattamento dello spagnolo matamorillos a sua volta diminutivo di matamoros è un aggettivo e varrebbe smargiasso anzi ammazza-piccoli- mori e francamente non mi so spiegare perché tale aggettivo venga adoperato per indicare il diavolo, né riesco a trovare il collegamento semantico che abbia reso possibile intendere uno smargiasso/assassino come il diavolo. Forse l’etimo e la via semantica da percorrere sono altrove e probabilmente li scoveremo parlando di – scazzamuriello/ scazzamurillo.
Come ò già detto rammenterò che nel parlato napoletano il famoso folletto noto col nome di ‘o munaciello è chiamato anche scazzamuriello/scazzamurillo termine generico per indicare appunto uno spirito, un folletto; non di facilissima lettura anche l’etimo ed il percorso semantico della voce scazzamuriello; comunque ci proviamo e diciamo che ai piú appare un’agglutinazione della voce verbale scazza (3° pers. sing. ind. presente dell’infinito scazzà= smuovere, staccare da un freq. lat. excaptiare + la voce muriello per la quale si parla di un derivato diminutivo di un ant. tedesco mara= fantasma; epperò sia l’etimo che il percorso semantico (chi o cosa dovrebbe far smuovere o staccare un fantasma?...) mi convincono poco e reputo che scazzamuriello sia solo una corruzione popolare di un originario scazzamurillo→scazzamuriello con un’agglutinazione della voce verbale scazza (3° pers. sing. ind. presente dell’infinito scazzà= smuovere, staccare da un freq. lat. excaptiare + la voce murillo diminutivo di muro atteso che, tra le sue facoltà ‘o munaciello à proprio quella di passare i muri (forse smuovendoli o staccandoli ); messa in questi termini sia etimologicamente che semanticamente l’ipotesi mi appare maggiormente perseguibile e significante; e poi da scazzamurillo e scazzamuriello voci che come visto valgon spiritello, folletto per adattamento corruttivo si è potuto tranquillamente ottenere mazzamauriello mantenendo il significato di spiritello, folletto riferito però al diavolo; facendo in tal modo piazza pulita del pregresso matamorillos ed il suo inconferente smargiasso ed ammazza-piccoli-mori; mi si perdoni la presunzione, ma trovo abbastanza corretti e convincenti percorsi ed etimi da me ipotizzati.


- Parasacco voce desueta; letteralmente colui che appronta il sacco.Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio. Si tratta di un particolare diavolo il cui nome veniva pronunciato come spauracchio per i bambini irrequieti e disobbedienti cui si agitava appunto il pauroso fantasma di questo diavolo che richiamato dalle malefatte dei bambini, accorreva munito di sacco in cui stipare i monelli disobbedienti per condurli con sé. Si trattava, ça va sans dire, di una spiegazione di comodo in quanto Parasacco= colui che appronta il sacco è voce derivata dall’agglutinazione di para (3° p. sg. ind. pr.dell’infinito parare dal latino parare=approntare, disporre) + sacco (dal lat. saccu(m), che è dal gr. sákkos, di orig. fenicia) nel significato di colui che dispone il sacco per trascinar con sé i peccatori. non certo i bambini irrequieti o disobbedienti: fosse cosí, l’inferno brulicherebbe di bambini!...
- Rancecótena Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio;è nome peraltro abbondantemente desueto e che si può oramai solo trovare passim nel G.C.Cortese, nel Gabriele Fasano nel Marc’antonio Perillo oltre che nel corredatissimo dizionario del Raffele D’Ambra. A mio avviso (ma non ò purtroppo documentate prove da addurre) penso che si tratti di un nome di diavolo coniato proprio dal Gabriele Fasano (Solofra 7 luglio 1654 - † Vietri sul Mare 1698) per la sua Gierosalemme libberata de lo sio Torquato Tasso votata a llengua napoletana. Si tratta di un particolare diavolo dall’aspetto pericoloso (come quello di un granchio; pare anzi – cosí almeno nella tradizione popolaresca – che al posto delle mani armate di artigli, possedesse delle chele!... ) e coriaceo (tal quale una cotenna) il cui nome è l’agglutinazione di rance (per rancio=granchio voce etimologicamente rifatta sull’ acc.vo (c)rance(um) metatesi nel lat. volgare della voce cancerum +cótena = cotenna voce che è dall’acc.vo volg. cutina(m) per il class. cutínna(m).
- Satanasso/Sautanasso in questo caso ci troviamo difronte non ad una voce comune assurta a nome proprio, ma a due forme leggermente del medesimo nome proprio che è Satanasso mentre la seconda Sautanasso non ne è che una patente erronea alterazione d’estrazione popolare;perdutosi del tutto l’uso di Sautanasso è ancóra in auge Satanasso che è nome ancóra in uso nel parlato popolare partenopeo dove come nome proprio sta per
- 1) Satana
mentre come nome comune (fig.) vale
2)persona prepotente, violenta, furiosa: alluccà comme a ‘nu satanasso
ed anche
- 3) persona molto esuberante e dinamica: chillu guaglione è propeto ‘nu satanasso
La voce Satanasso oltre che nel napoletano ed altre parlate meridionali fu pure usato nella lingua nazionale (Alighieri Dante) sia pure soltanto con il significato sub 1); mentre successivamente anche per la lingua nazionale à assunto la valenza sub 2) e 3) e ne à aggiunto addirittura una quarta:
4) scimmia con barba lunghissima e lunga coda non prensile (ord. Primati). Quanto all’etimo della parola Satanasso non mi convince quello proposto dalla maggioranza dei filologi che propongono una pronuncia ossitona di Satanas nel lat. mediev.; ossia voce derivata dalle forme Satănas, Satanâs che nel lat. e gr. biblico compaiono come var. di Satan, Satân; gli è che come attestato dal Rohlfs il suff.dispregiativo asso accanto ad azzo con base nel lat. aceus è di marca meridionale; nel settentrione se ne trasse e si usa /usò accio (cfr. il nap. Michelasso ed il toscano Michelaccio) ; di talché a mio sommesso avviso è inutile scomodare Satănas e Satanâs del lat. e gr. biblico; ai napoletani fu sufficiente risalire a Satan(a) ed aggiungervi il dispregiativo asso per ottenere Satanasso.
Tentazione – Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio con il quale si è posto l’accento su di una particolare, precipua attività del diavolo che è quella di spingere qualcuno al male istigandolo al peccato attraverso lo stimolo o l’invito a compiere azioni attraenti ma sconsigliabili, sconvenienti o addirittura proibite; la voce comune a margine assurta poi a nome proprio è dal lat. temptatione(m), der. di temptare "tentare".
Tentillo Anche in questo caso, come per la precedente ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio, nome che risulta essere l’ipocoristico (cfr. il suff. illo) di tentatore e con la voce a margine, attestata passim in Biase Valentino, Pompeo Sarnelli, Pietro Martorana ed altri autori partenopei del tardo seicento, oltre che nel dizionario di Raffaele D’Ambra ci troviamo nel medesimo àmbito di significato della voce precedente ed anche tentatore da cui il nostro Tentillo è, ça va sans dire, un deverbale di temptare "tentare".

- Zefierno Con la voce a margine - voce peraltro abbondantemente desueta - siamo giunti alla fine della nostra elencazione ed in questo caso ci troviamo a che fare con un nome proprio (non derivato però da un nome comune) con il quale si identificò come ci assicura il D’Ambra il piú malvagio e cattivo dei diavoli quantunque – aggiungo io (che mi fido dell’etimo cui accennerò) – quantunque dicevo uno dei diavoli piú splendente di luce ingannatrice. Il nome Zefierno starebbe per luce dell’inferno in quanto incrocio Cifero←(Lu)cifero→Zifero + ‘nfierno = Zifierno→Zefierno.

A questo punto mi pare giusto rammentare una curiosità e cioé che ‘o diavulo, nella sua precipua accezione di avversario s’ebbe l’onore di assurgere a personaggio di una rappresentazione teatrale, quella famosa “Cantata dei Pastori” cosí come era nota al popolo minuto della città bassa l’opera teatrale che Andrea Perrucci(Palermo 1651-† Napoli1706)  nel 1698, aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Ruggiero Casimiro Ugone e con il titolo originale di  “Il Vero Lume tra l’Ombre, ovvero la spelonca arricchita per la nascita del Verbo Umanato.”,opera che ebbe súbito un gran successo tanto da essere rappresentata non solo nei teatri ufficiali della città, ma anche in quelli di fortuna rionali ad opera di dilettanti e furono proprio costoro che nelle loro rappresentazioni della “Cantata dei Pastori” svilupparono nell’opera di Perrucci  due personaggi comici di riempimento: Sarchiapone e Razzullo [per i quali vedi alibi sub Sarchiapone]. Orbene in detta rappresentazione il personaggio Diavolo si esibiva in alcune scene tra le quali la piú famosa fu quella de ‘a caruta d’’o demmonio durante la quale l’attore che  impersonava il maligno piombava in iscena ruzzolandovi da una quinta con un salto acrobatico e rammento che in tale interpretazione si specializzò un attore dilettante di estrazione popolare, tal Totonno ‘e Cangiane cosí bravo d’essere assoldato da ogni compagnia rionale che rappresentasse la Cantata dei Pastori.
E qui penso di poter far punto ritenendo d’aver esaurito l’argomento ed accontentato l’amico F.P. e forse anche qualche altro.
Raffaele Bracale

 

GUAGLIONE – significato ed etimo.

 

GUAGLIONE – significato ed etimo.

La parola in epigrafe, pur se accolta in tutti i lessici della lingua toscana, nasce a Napoli e poi di qui trasmigra, come tante altre parole quali camorra e suoi derivati, guappo, sfogliatella, vongola, scarola etc. e con il termine guaglione viene indicato l’adolescente, il ragazzo  poco piú che decenne che abbia eletto per proprio regno la strada nel cui

rutilante chiasso, si diverte, gioca e magari presta la sua piccola opera servizievole nell’intento di lucrare piccolo guadagno: ‘o guaglione d’’e servizie o guaglione ‘e puteca quando si tratti di ragazzo avviato ad un lavoro piú o meno stabilmente retribuito. Pertanto con il termine guaglione a Napoli non si indica il bambino, che è détto propriamente dalla nascita e  sino all’età di cinque anni : criaturo/a (dal tardo lat. creatura(m)→criaturo/a) o anche ninno/nenna o nennillo/nennella (voci marcate sul greco neanías) e – quando invece si tratti di neonato/a e perciò  piccolissimo/a è anche détto/a  anema ‘e Ddio. Quando invece si tratti di bambino/a che non abbia superato il terzo anno d’età s’usa il termine pisciuoccolo/piscioccola (voci deverbali del verbo pisciare ( che è  mingere, orinare ed è un derivato dal tardo lat. pitissare→pi(ti)ssare→pissare→pisciare→piscià;normale nel napoletano l’evoluzione in sci seguíto da vocale della consonante fricativa dentale sorda o sonora (s) sia scempia che doppia purché  seguíta da vocale.), atteso che trattasi di un/una bimbo/a non ancóra aduso/a ad espletare autonomamente le sue funzioni fisiologiche e debba servirsi ancóra di pannolini assorbenti e/o mutandine contentive).

Per ciò che riguarda l’etimologia di guaglione , la questione è di non poca cosa,avendo il vocabolo  scatenato la fantasia di addetti ai lavori o filologi della domenica e sono state avanzate le ipotesi piú disparate ed è molto difficile bordeggiandole attingere un sicuro approdo.

Ecco perché mi limiterò a dare un sommario elenco di détte ipotesi,  ed a suggerire alla fine, l’ipotesi che ritengo piú perseguibile.

A – si cominciò, temporibus illis, a scomodare il greco kallos, kallion: bellino, grazioso, nella pretesa forse che il guaglione dovesse essere per forza grazioso, ma  chiunque si può render conto che si trattava di una pretesa non supportata da alcuna documentata prova, per cui escluderei senz’altro l’ipotesi.

B –Si congetturò pure che guaglione potesse derivare sempre dal greco, ma dalla parola gala = latte, ma non si vede cosa possa mettere in rapporto il latte con il ragazzo di strada che non è certamente un poppante; l’ipotesi è pertanto – a mio avviso  - da scartare.

Come è, a mio avviso,  da scartare l’ipotesi C, sebbene caldeggiata, se non proposta originariamente  dall’Alessio nel suo dottissimo D.E.I.,  che fa derivare la parola di cui ci occupiamo  dal latino gàneone(m) che sta ad indicare il frequentatore di bettole, l’ubriacone, o peggio! il frequentatore di postriboli: personaggi che non posson certo  configurare, d’acchito, il guaglione. Non nego che, talvolta, il guaglione  possa aver alzato il gomito o frequentato bordelli, ma da ciò a ritenerle  sue precipue attività (tanto da farne derivare il nome...)mi pare ce ne corra!

D – Ugualmente non perseguibile mi pare l’opinione espressa dal pur grandissimo Ròlfs, che accosta la parola guaglione a guagnone  e cioè: colui che piange, ma anche questa mi pare una petizione di principio inconferente; perché mai il guaglione dovrebbe tanto piangere, da far trarre da ciò  l’origine della parola?

E – Ipotesi ugualmente da scartare son quelle che  che tirano in causa pretestuose voci  latine come  : qualus= cesto e qualis= quale, termini che semanticamente sono chiaramente  inconferenti rispetto la sostanza del nostro guaglione;

F – Si è cercato, da qualcuno di coinvolgere il francese con la parola garçon, che –è vero – indica il ragazzo di bottega, ma da esso lemma in napoletano è derivato guarzone, per cui scarto l’ipotesi.

G. – Neppure mi convince l’idea, espressa  marginalmente dall’ amico  prof. C. Jandolo  nel suo conciso Dizionario etimologico napoletano, che guaglione possa derivare da un ipotizzato valione(m) dal verbo valére: valido, vispo; quantunque morfologicamente non sia strano nel napoletano il passaggio della v  a g o c  e viceversa (cfr. ad es. guappo  che è dal latino vappa; cfr.anche  volpe/golpe, vunnella/gunnella,vulio/gulio, vongola←concula etc. ;) non  risulta però che semanticamente sia idea perseguibile atteso che    non  è statuito da nessuna parte  che tutti i guagliuni siano necessariamente vispi, validi e valenti…

H -Scarto altresí la pretestuosa derivazione dal francese gaillard, amologa del nostro gagliardo, giacché non è scritto da nessuna parte che ‘o guaglione debba essere forte e muscoloso.

 I - Sempre nell’ambito della lingua francese riporto quanto ebbe a dire il giornalista A. Fratta  scrivendo sul Mattino di Napoli allorché affermò di avere udito  in quel di Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine vuaiú (voyou) stranamente simile al suono del nostro guagliú; si tratta  di una tentazione, ma se si esclude il tenue legame del francese voie = strada con il guaglione partenopeo troppe sono le discrepanze semantiche che ostano a che si possa accettare simile discendenza.

Per concludere mi pare si possa proporre l’ipotesi  di far discendere dal sempre vivo  basso latino  galione(m)= giovane mozzo,servo sulle galee)la parola guaglione  soprattutto tenendo presente quel ragazzo dei servizi o guaglione ‘e puteca di cui sopra.

RaffaeleBracale

 

venerdì 26 novembre 2021

GLI AGGETTIVI ED I PRONOMI INDEFINITI NEL NAPOLETANO

 

GLI AGGETTIVI ED I PRONOMI INDEFINITI  NEL NAPOLETANO

 

Nell’idioma napoletano esistono ad un dipresso, fatta salva qualche eccezione (alcuno/a, taluno/a,ciascuno/a),   i medesimi aggettivi e/o pronomi indefiniti del lessico italiano e cioè

gli agg.vi  ogni,qualche, qualsiasi,qualunque (che non si usano mai come pronomi) nessuno/a,certi,altro/a,parecchio/a,

poco/a, quanto/a, tanto/a, troppo/a, tutto/a   e chiunche, ognuno/a, quaccuno/a, quaccosa (che son solo pronomi)    tutti nel medesimo uso e nelle medesime accezioni della lingua nazionale; si differenziano dalle voci italiane perchè  alcune di quelle napoletane ànno spesso una doppia morfologia: una d’uso letterario e/o borghese, l’altra d’uso piú popolare e del parlato della città bassa o della provincia.

Esamino analiticamente tutte le voci cosí come elencate:

ÒGNE agg.vo indef.= ogni

1. ciascuno (indica genericamente una totalità di persone o di cose, riferendosi individualmente a un singolo elemento): ‘a fatica è ‘nu deritto d’ògne ommo; ògne sturente avette ‘nu manesiglio; ògne gghiuorno nc’ è ‘na nuvità(il lavoro è un diritto d'ogni uomo; ogni scolaro ebbe un quaderno; ogni giorno c'è una novità);

2. qualsiasi, qualunque: perzone d’ògne età;a ògne modo (persone d'ogni età; in ogni modo, a qualunque costo);
3. con valore distributivo: ògne vinte chilometre ce sta ‘na pompa ‘e benzina(ogni 20 km c'è una stazione di rifornimento); la voce è derivata dal nominativo   latino ōmni-s→ògne ed esige l’accento grave (
aperto) sulla prima sillaba (ò) per evitar confusione con la voce ógne (unghie) che sulla prima sillaba à l’accento acuto (chiuso) (ó).

Quacche/còcche/cacche agg.vo indef. m.le e f.le [solo sing.]
1. alcuni, pi
ú d'uno (indica quantità, numero indefinito e non grande, e si riferisce sia a persona sia a cosa):quacche anno fa;’nfra cocche minuto; nce steva solo quacch’ata perzona; se ferma cu nnuje quacche gghiuono (qualche anno fa; fra qualche minuto; c'era solo qualche altra persona; si fermerà con noi qualche giorno;) | può indicare anche una sola persona o cosa indeterminata: à dda essere stato cocche amico d’ ‘o suĵo a ‘nfurmarlo; ll’aggiu ggià visto a cocch’ata parte; (deve essere stato qualche suo amico ad informarlo; l'ò già visto in qualche altro luogo); cacche gghiuorno ‘o vvène a sapé (qualche giorno lo verrà a sapere), un giorno o l'altro;

2. un certo (davanti ad un sostantivo astratto, per indicare una quantità indefinita): ‘na pellicula ‘e quacche ‘nteresse; azzettaje cu quacche sfunnacata(un film di qualche interesse; accettai con qualche esitazione;) | anche preceduto dall'art. indeterm.: êv’ ‘a succedere ‘nu quacche ‘mpiccio(doveva accadere un qualche fastidio!). Etimologicamente si tratta di una voce assimilazione regressiva di qual(e)che(è)qualchequacche; come ò già accennato questa voce à in  quacche una morfologia letteraria e borghese ed una morfologia del parlato popolare e/o provinciale   in còcche/cacche  con mutazione della  consonante occlusiva velare sorda (Q) nell’analoga l'occlusiva velare sorda (C)  e trasformazione del il nesso labiovelare (qua) in (cò/ca).

Quarzíase, agg. indef. m.le e f.le [pl. inv. ] qualunque, quale che sia:  pe isso facesse quarsiase cosa; chiàmmame a quarzíase mumento  (farei qualsiasi cosa per lui; telefonami in qualsiasi momento).

Etimologicamente prestito dell’italiano qual si sia→qualsiasi→quarsiase→quarzíase  con normale alternanza delle liquide (l→r) ed esito normale in  rz di rs

 

 

 

Qualunque/a agg. indef. m.le o f.le l'uno o l'altro che sia, non importa quale; ogni: qualunqua cosa succere, a mme nun me ‘mporta (qualunque cosa accada  non m’interessa!). Etimologicamente da quale addizionato del suff. unque suffisso che continua il lat. volg. *-unque, sorto dalla fusione del class. -cumque di ubicumque, quicumque ecc. con l'avv. umquam..; rammento che  si tratta però di agg.vo raramente usato e si  preferisce adoperare  il precedente quarsiase di analogo significato.

Nisciuno/a, agg. indef. [manca del pl. ];  [sia  al m.le che al f.le si elide  apostrofandosi davanti ai nomi comincianti per vocale: nisciun’ommo, nisciun’ata femmena(nessun uomo nessun'altra donna); al m.le davanti a nomi   nomi comincianti per consonante anche se  sia s impura, gn, ps, x, z è usato nella morfologia nisciunu :nisciunu scemo, nisciunu cane,nisciunu zampugnaro, nisciunu gnastillo]
1 con valore negativo, neppure uno: nisciun’ommo è cchi
ú cucciuto d’isso; nun voglio nesciuna ricumpenza; nun tiene  nisciunu  mutivo pe criticarlo; nun ce sta  nisciuna nuvità; senza nisciuna raggione;  (nessun uomo è piú ostinato di lui; non voglio nessuna ricompensa; non ài nessun motivo per criticarlo; non c'è nessuna novità; senza nessuna ragione;) | con valore puramente rafforzativo: senza nisciuna pressa; nun ce sta nisciuna nicessità  ‘e  aizà ‘a voce (senza nessuna fretta; non c'è nessun bisogno di alzare la voce) | posposto al nome con effetto intensivo: uommene  ciento, femmene  nisciuna (uomini cento, donne nessuna) | reiterato  à funzione di superlativo con  valore enfatico-rafforzativo:nun me daje nisciuunu, nisciunu ‘mpiccio (non mi dai nessunissimo disturbo);
2 con valore positivo, qualche; per lo pi
ú in proposizioni interrogative dirette;in quelle  indirette è sostituito da quacche:tiene nisciunu suggerimento ‘a darme?Dimme si te serve quacche libbro; (ài nessun suggerimento da darmi?Dimmi se ti occorre nessun libro;) ||  anche pron. indef. [ in tal caso non è consentita la morfologia nisciunu,ed è sempre nisciuno/nisciuna;]
1 con valore negativo, neppure uno, riferito sia a persona sia a cosa; quando è posposto al verbo richiede la negazione: nunn è vvenuto nisciuno; è pussibbile ca nisciuno ‘o ssape? ; nun crere maje a nnisciuno; nisciuno ‘e nuje ll'à visto; «Tiene quacche dimanna ‘a farme?» «Nisciuna!»  (non è venuto nessuno; è possibile che nessuno lo sappia?; non crede mai a nessuno; nessuno di noi l'à visto; «Ài qualche domanda da farmi?» «Nessuna!»)  | figlio ‘e nisciuno (figlio di nessuno), senza genitori, abbandonato dai genitori | rrobba, terra ‘e nisciuno(roba, terra di nessuno), senza proprietari o possessori
2 con valore positivo, qualcuno; per lo pi
ú in frasi interrogative dirette; in quelle  indirette è sostituito da quaccuno: hê visto nisciuno ‘e ll’amice nuoste?;Cóntame si è venuto quaccuno d’ ‘e lloro! (ài visto nessuno dei nostri amici?;Narrami se è venuto nessuno dei loro;)

|| s.vo m.le persona di nessun valore: tène tanta vavia, ma nunn è nnisciuno!(à tanta spocchia, ma non è nessuno). Etimologicamente è voce dal lat. n(e) ips(um) unu(m)→nissunu-m→ nisciuno ' neanche uno' con assimilazione regressiva ps→ss e  consueta,normale  risoluzione in sci seguíto da vocale della consonante fricativa dentale sorda o sonora (s) sia scempia che doppia purché  seguíta da vocale(cfr.pitissarepi(ti)ssarepisciare etc.)

 

 

cierte/ciertiagg. indef.pl. m.le e f.le  [à il sg. in certo/a ma si usa quasi sempre al plurale; usato al f.le pl.  esige la geminazione della consonante iniziale del termine cui è anteposto: es.: cierti ffemmene, cierti ccose ]
1 indica qualità o quantità indeterminata; qualche, alcuno, alquanto: cierte vvote è assaje nervuso; tengo ‘nu certo appetito; ‘na perzona ‘e ‘na certa aità(certe volte è molto nervoso; ò un certo appetito; una persona di una certa età), attempata | con funzione correlativa: cierti juorne vène, ciert’ate no(alcuni giorni viene, alcuni altri no | con valore limitativo, attenuativo:tène ‘nu certo ngégnero (possiede un certo ingegno) | con valore enfatico:tengo cierti nierve ogge! (ò certi nervi oggi!) | con valore spreg.: certa umanità nun ‘a supporto(certa umanità non la sopporto) | (fam.) seguito da una consecutiva: teneva cierti dulure ca svenette(aveva certi dolori che svenne)
2 specifico, determinato: se po’ parchiggià solo a cert’ore(si può parcheggiare solo a certe ore)
3 per indicare cosa nota a chi parla e talora anche a chi ascolta, ma che non si vuole ulteriormente precisare: so’ gghiuto addu cierti amice mi
ĵe (sono andato da certi miei amici)
4 seguito da un nome proprio, designa una persona poco o per nulla conosciuta, un tale: ‘nu certo Giuannino(un certo Giovannino)
5 indica qualcosa di indefinito, con valore neutro: chillu certo modo ‘e fà(quel certo modo di fare)

|| pron. indef. pl. alcuni, taluni: nun stanno tutte cca ‘e libbre, cierte stanno â casa ‘e papà(non sono tutti qui i libri, certi sono nella casa paterna) | con funzione correlativa:cierte appruvajeno, ciert’ ate no (certi approvarono, altri no).

Etimologicamente voce dal lat certu-m/certa-m;

 

 auto/a ed anche autro/a  o ato/a agg.vo indef. m.le o f.le anche sostantivato = altro
1 diverso, differente (con valore indeterminato): à sciveto n’auta cosa; piglià n’ata strata (à scelto  un’altra cosa; prendere un'altra strada) | ll’atu munno (l'altro mondo), l'oltretomba; cose ‘e ll’atu munno (cose dell'altro mondo), (fig.) incredibili, inconcepibili | d’auta parte(d'altra parte), del resto
2 restante, rimanente (sempre preceduto dall'art. determinativo):  che nne faje ‘e ll’autu ppane?(che ne farai dell'altro pane?); rummanette, mentre tutte ll’ate se nne jetteno(restai, mentre tutti gli altri  se ne andarono)
3 che è successivo, nuovo, in pi
ú rispetto a qualcosa di precedente:  ce stanno ati ccose ca hê ‘a sapé(ci sono altre cose che devi sapere); accattà n’atu chilo ‘e percoche(comperare un altro chilo di pesche gialle); dillo n’ata vota! (ripetilo un'altra volta!) ' novello:  è arrivato n’autru Francischiello(è giunto un altro Francesco II | secondo:p’isso è stata n’ata mamma (è stata una seconda  mamma per lui)
4 con riferimento al tempo scorso, precedente o anche immediatamente anteriore a quello precedente:ll’ato anno; l’autriere (l'altr'anno; l'altro ieri) | seguente o anche immediatamente successivo a quello seguente; prossimo, venturo:ll’atu llunner
í, chist’auto anno, ‘a ‘nu mumento a ll’autro (l'altro lunedí, quest'altr'anno; da un momento all'altro), fra breve;  da ‘nu juorno a ll’ato(da un giorno all'altro), prossimamente
5 unito ad aggettivo e pronome personale o indefinito à valore rafforzativo: chiunche ato; nuje aute, vuje aute, chist’autro, chill’autro;(chiunque altro; noi, voi altri (anche voialtri ecc.); quest'altro,quell'altro;)
6 in correlazione con uno indica cosa o persona diversa dalla precedente, ma che à relazione con essa: ll’uno e ll’atu nonno oramaje so’ mmuorte; ll’una o ll’autra vota(l'uno e l'altro nonno ormai sono morti; l'una o l'altra volta).

 pron. indef.
1 un'altra persona o cosa (al sg. è sempre preceduto dall'art. indeterminativo): n’ato nun avesse fatto accuss
í; aggiu liggiuto ‘stu libbro, me ne puó dà n’ato?(un altro non avrebbe fatto cosí; ò letto questo libro, puoi darmene un altro?); addivintà, paré n’autro(diventare, sembrare un altro), essere, sembrare diverso, cambiato | ‘na cosa comme a n’autra(una cosa come un'altra), una cosa qualsiasi, senza grande importanza
2 in espressioni con valore partitivo: ne vu
ó ato?(ne vuoi dell'altro?), ne vuoi ancora?
3 in correlazione con uno, alcuno: in un modo o nell'altro; uno legge, n’ato joca;cierte venettere, ate no(uno legge, l'altro gioca; alcuni vennero, altri no); | ll’uno ll’ato(l'un l'altro), reciprocamente: s’ajutavano ll’uno ll’ato(si aiutavano l'un l'altro)
|| s.vo m.le
1 altra cosa: che ato te manca?;  pe ttefaccio chesto e ato; nun fa ato ca chiagnere; penzava a tutt’autro(che altro ti manca?; per te farò questo e altro; non fa altro che piangere; pensava a tutt'altro), | busciardo ca nun s
î ato!(bugiardo che non sei altro!), sei solo un gran bugiardo | ce vo’ ato!(ci vuol altro!), occorre ben di piú: ce vo’ ato pe stracquarme!( ci vuol altro per stancarmi!) | nun ce mancava autro!(non ci mancava altro!), ci voleva anche questa!

Usato in varie loc. avv. : p’autro (per altro, del resto, però);senz’ato (senz'altro, certamente; senza indugio); si nun autro (se non altro), almeno; nun fósse ato(non foss'altro), senza aggiungere altro, quanto meno; ‘nfra ll’autro(tra l'altro), tra le altre cose, inoltre; tutt’autro(tutt'altro), all'opposto, niente affatto: “Sî arrivato primmo?” “Tutt’autro!” (“Sei arrivato primo?” “Tutt’altro!”)

2 pl. preceduto dall'articolo determinativo, l'altra gente, il prossimo: nun dà audienza a cchello ca penzano ll’ate; nun fà a ll’ate chello ca nun vulisse te f
ósse fatto a tte(non badare a ciò che pensano gli altri; non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te)

Talvolta l’agg.vo in esame si trova anche apocopato in   a’ (atoa(to)→a’= altro) riscontrabile quasi esclusivamente nell’espressione n’atu ppoco resa con l’apocope n’ a’ ppoco = un altro poco.

 Etimologicamente è voce dal lat. alt(e)ru-m con duplice dissimilazione sia della (L) per il tramite di *autru-m e poi anche della (R). Rammento che la morfologia auto (altro) è poco usata perché ingenera confusione con auto(alto) e si opta alternativamente per autro/a  o ato/a

 

 Paricchio/u agg. indef.m.le [ al f.le parecchia pl. m.le paricchie/paricchi; pl. f.le parecchi davanti a parole f.li principianti per consonanti:parecchi ccase; pl. f.le parecchie davanti a parole f.li principianti per vocali: parecchie amicheparecchi’amiche ] non poco; indica quantità o numero rilevante, ma leggermente inferiore rispetto ad assaje  (molto) (tuttavia i due agg. vengono spesso usati come sinonimi): doppo paricchi juorne;ce stevano parecchi perzone; tengo paricchi diebbete; paricchi scieme redevano sempe; paricchie autureparicchi’auture diceno ‘o ccuntrario; me serve ancòra paricchiu tiempo(dopo parecchi giorni; c'erano parecchie persone; ò parecchi debiti;parecchi scemi ridevano sempre; parecchi autori dicono il contraro; mi occorrerà ancora parecchio tempo);
|| pron. indef. 1 ciò che è in quantità o numero rilevante: «Tiene pacienza?» «S
í, ne tengo parecchia» («Ài pazienza?» «Sí, ne ò parecchia»)
2 pl.m.le parecchie persone: paricchie diceno ca nun è overo; èramo ‘mparicchie(parecchi dicono che non è vero; eravamo in parecchi)
3 in loc. ellittiche, con funzione di neutro: ” h
ê spiso paricchio?!(ài speso parecchio?!, parecchio denaro); è paricchio ca ll’aspiette?(è parecchio che l’ aspetti?, parecchio tempo); nc’è paricchio da cca â stanziona?(c'è parecchio da qui alla stazione?, parecchia distanza)
|| anche avv. alquanto: aggiu curruto paricchio;è stato criticato paricchio(ò corso parecchio; è stato criticato parecchio)
 Voce etimologicamente dal lat. volg.. *pariculu(m), dim. di par paris 'pari'; questo il percorso: *pariculu(m)pariclu(m)→paricchio (cfr. clausu-m→chiuso); nel f.le parecchia si evidenzia il fenomeno della metafonesi che comporta l’apertura della vocale   della seconda sillaba (ri→re).

 

  Pòco/u pòca agg.vo m.le o f.le, pron.m.le o f.le ed avv. [ dal lat. paucus] (pl. m.le poche [poche uommene]  – pl. f.le poche davanti a vocali[poche amiche - poch’aneme] e pochi davanti a consonanti [pochi ffemmene – pochi ccaccavelle]).

1. agg.vo Indica in genere quantità o numero limitato, scarso, e si contrappone direttamente ad assaje  (molto). Quindi, unito a un s.vo sg., che è in piccola quantità, in piccola misura: quanno magno bevo pocu vino; m’è rummaso pocu denaro; ‘a verdura  s’ à dd’ àrvere   ‘int’ a ppoca acqua;  so’ mmise ca ce sta poca fatica; (quando desino bevo poco vino; mi è rimasto poco denaro; la verdura si deve lessare  in poca acqua; son mesi con poco lavoro;) è ppoca cosa (è poca cosa) espressione di modestia  con riferimento non solo alla quantità, ma anche spesso al pregio, al valore, all’importanza, in genere del proprio operato. Con sostantivi plur. (o collettivi), in piccolo numero: a ttriato nce stevano pochi spettature; aggiu visto poca ggente; lle so’ rummase pochi capille; hê fatto poche sbaglie; mancano poche minute â partenza; ‘nfra poche  mise tutto è fernuto; (a teatro c’erano pochi spettatori; ò visto poca gente; gli sono rimasti pochi capelli; ài fatto pochi errori; mancano pochi minuti alla partenza; fra pochi mesi tutto sarà finito; ommo ‘e pochi pparole;(uomo di poche parole), che non parla molto, che bada piú ai fatti che alle parole; pochi chiacchiere!(poche chiacchiere!), risoluto invito a tagliar corto, a venire al dunque. Con sost. astratti: Tengo poca fiducia ‘e chillo; (Ò poca fiducia in quello); saje ca tengo poca pacienza!(sai che io ò poca pazienza); Avendo sign. generico, è spesso usato in sostituzione di aggettivi di senso piú determinato; con riferimento all’intensità, equivale a debole, tenue e sim.:tira pocu viento; è ‘na cantante cu ppoca voce (tira poco vento; è una cantante che à poca voce); abbastanza frequente, anche nell’uso ant., con il sign. di piccolo, per quantità o per grandezza: ‘na cosa ca se po’ avé cu ppoca spesa; aggio avuto ‘stu riloggio cu pochi sorde (una cosa che si può avere con poca spesa; ò avuto quest’orologio con pochi soldi;); in altri casi, à sign. analogo a breve (in senso spaziale o temporale), corto, stretto e sim.: nc’è ancòra poca strata, pocu cammino; cca ce sta pocu spazzio;c’è ancóra poca strada, poco cammino; qui c’è poco spazio;. Anche insufficiente, inadeguato, oltre che scarso: tene poca forza, poca saluta, poca mmemmoria;à sempe dimustrato poca vuluntà ( à poca forza, poca salute, poca memoria; à sempre dimostrato poca volontà).

 Talvolta equivale in pratica a nessuno, rispetto al quale à però  tono meno reciso: te so’ stato ‘e  poco ajuto; tengo overo pocu ggenio; ormaje nc’é poca speranza (ti sono stato di  poco aiuto; ò davvero poca voglia; ormai c’é poca speranza); con questo senso, anche in funzione di predicato:  chist’anno ‘a recoveta è stata poca; ‘a semmana è overo poca (quest’anno il raccolto è stato p.; il compenso settimanale è veramente  esiguo).

2. Con uso sostantivato o pronominale:

 Nel plur. masch., pochi uomini, poche persone: simmo ‘mpoche; poche facesseno ‘o stesso; poche rispunnetteno
â chiammata;i’, isso e poche autre(siamo in pochi; pochi farebbero altrettanto; pochi risposero alla chiamata; io, lui e pochi altri); con un compl. partitivo: poche ‘e nuje; poche ‘nfra ‘e spettature sbattetteno ‘e mmane(pochi di noi; pochi fra gli spettatori applaudirono); per lo piú scherzosa la frase poche ma bbuone(pochi, ma buoni/valenti). Anche al fem.le: poche ‘e vuje; fujeno poche chelle ca passajeno ll’esame;(poche di voi; furono poche quelle che superarono l’esame). Per ellissi del sostantivo, il plurale m.le poche significa spesso pochi soldi, pochi denari: penzo ca ne tene poche;à dda campà cu chilli poche d’ ‘a penzione; so’ ppoche, ma sicure  (penso che ne abbia pochi; deve campare con quei pochi della pensione; sono pochi ma sicuri);  (e, insistendo sull’urgenza:  poche, smarditte e súbbeto!(pochi, maledetti e subito!).

b. Nel sg., con valore neutro, sottintendendo un s.vo facilmente intuibile, per es. tempo, come nelle frasi:  è poco ca ll’aggiu lassato;ce mette poco a riturnà; manca poco a miezojurne; me fermo poco(è poco che l’ò lasciato; ci metterà poco a ritornare; manca poco a mezzogiorno; mi fermo poco); aggi’avuto ‘aspettà poco; ogni bel gioco dura poco (ò dovuto aspettare poco; ògne bbellu juoco dura poco); e preceduto da preposizione:è arrivato ‘a poco;da mo a ppoco; torna ‘nfra poco (è arrivato da poco;da adesso a poco; torna fra poco); comunissima la locuz. avv.poco fa (poco fa), qualche momento prima d’ora. Con altri nomi sottintesi: da cca â casa nc’è poco (di qui alla casa c’è poco (spazio, cammino, tempo)(cfr. antea);

c. Molto com. con i sign. precedenti la locuz. ‘nu poco (un poco/ un po’) , usata con riferimento al tempo:aspetto ancòra n’ a’ ppoco; penzaje ‘nu poco primma ‘e risponnere;n’ a’ ppoco e tutto fósse stato inutile (aspetterò ancóra un poco; pensò un poco prima di rispondere; un altro poco e tutto sarebbe stato inutile;)

 c.1 qualche volta equivale ad «alquanto, abbastanza a lungo»: pozzo trattenerme cca ‘nu poco?; vulesse parlà ‘nu poco cu ttico(posso trattenermi un poco qui ?; vorrei parlare un poco con te); qualche volta è in riferimento  allo spazio: se saglieva ògne gghiuorno ‘nu poco; spòstate ‘nu  poco cchiú a mancina; (si saliva un poco ogni giorno; spòstati un poco a sinistra);  qualche volta è in riferimento  alla quantità:  damménne ‘nu poco â vota (dàmmene un po’ alla volta). Seguíta da ‘e (di) partitivo e preceduta dall’art. indetrminatino ‘nu (un):’nu poco ‘e pane, ‘e burro, ‘e latte (un po’ di pane, di burro, di latte);  cu ‘nu poco ‘e bbona vuluntà ce ‘a putisse fà(con un poco di buona volontà ce la potresti fare) (non è ammesso il partitivo se il pronome non è preceduto da ‘nu(un), come, per es., nella locuz. letter. dell’italiano: in poco d’ora, in breve tempo[che non trova rispondenza nel napoletano]).

d. À pi
ú esplicito valore pronominale quando significa genericamente «poche cose» o «piccola quantità»: ogge tengo poco ‘a fà; poco me resta ‘a dicere ‘ncopp’ a ‘stu fatto!; ne saccio poco, assaje poco, ma pe cquanto ne saccio poco, sempe cchiú ‘e te ne saccio!(oggi ò poco da fare; mi resta poco da dire su questo argomento; ne so poco, molto poco, ma  per quanto poco ne sappia, ne saprò sempre piú di te); s’accuntenta ‘e poco;nun t’ ‘a piglià p’accussí ppoco;(si contenta di poco; non te la prendere per cosí poco); te pare poco?ve pare poco? (ti pare poco?, vi pare poco?) e sim., frasi usate per mettere in risalto il fatto che altri giudichino irrilevante l’importanza, il significato, il valore, che a noi sembra invece eccessivo, di qualcosa;  scusa, scusate si è ppoco(scusa, scusate se è poco), con riferimento a quello che si offre agli altri, che si mette a loro disposizione nei limiti dei proprî mezzi; piú spesso in tono ironico, per sottolineare richieste esagerate, esorbitanti:  pe cchello ca à dda fà pretennesse ‘a coppa a diece meliune, e scusate si è ppoco!(per ciò che deve fare pretenderebbe oltre dieci milioni e scusate se è poco); talvolta, piú che alla qualità, si fa allusione al valore intrinseco e sostanziale: aggiu liggiuto tutto ‘o rumanzo, ma ce aggiu truvato assaje poco (ò lètto tutto il romanzo, ma ci ò trovato molto poco).  Con valore neutro preceduto da articolo o da altra determinazione:  ‘o ppoco è mmeglio ‘e niente; ll’abbasta ‘o ppoco ca tène;à lassato ê nepute chellu ppoco ca teneva;pe chellu ppoco ca po’ serví (il poco è meglio del nulla; gli basta il poco che possiede; à lasciato ai nipoti quel poco che aveva; per quel poco che può servire.)

e. Usi e locuz. particolari come pron. neutro: nun è ppoco, è ggià avastante, ce putimmo cuntentà(non è poco, è già abbastanza, ci possiamo  accontentare) e sim.:nun è ppoco ca ll’
âmmu scanzata;nun è ppoco si po’ avé ‘o ssuĵo(non è poco che l’abbiamo scampata; non sarà poco se potrà avere il suo);etc. ce vo’ poco, (ci vuol poco) occorre poca fatica, basta un piccolo sforzo; in altri casi, indica la facilità con cui può capitare qualche cosa, soprattutto di spiacevole: ce vo’ poco o niente a gghí sotto e ‘ncoppa (ci vuol poco o nulla a cadere, a rovinarsi); come inciso: a ddicere poco,a ffà poco (a dir poco, a far poco =almeno) ce stanno, a ddicere poco, ancòra diece chilometre; a ffà poco, ne caccia vinte o trenta meliune(ci saranno, a dir poco, ancóra dieci chilometri; a far poco, ne ricaverà venti o trenta milioni);  sapé ‘e poco(sapere di poco= aver poco sapore) ed, in senso figurato, essere insignificante, non destare interesse: ‘nu rumanzo, ‘na pellicula, ‘na guagliona ca sanno ‘e poco  (un romanzo, un film, una ragazza che sanno di poco).

In unione con il verbo mancare,in posizione antecedente o successiva e seguíto da una negazione, indica che un determinato fatto era lí lí per verificarsi:  poco mancaje ca nun ‘mbrugliasse pure a nnuje;mancaje poco ca nun ghiette sott’ô tramme(poco mancò  che non imbrogliasse anche noi; mancò poco che non finisse sotto il tram); ed è tuttora in uso la locuz. pe ppoco nun (per poco non...): pe ppoco nun me cartiaje pure a mme(per poco non imbrogliò anche me); col sign. di «quasi quasi» è oggi ancóra viva la locuz. pocu poco (poco poco, per poco), nell’uso fam.: me facette tanto stezzí ca pocu poco e ‘o pigliavo a pacchere! (mi fece tanta rabbia che per poco  (e) lo prendevo a schiaffi). Nc’è poco ‘a (C’è poco da), seguíto da un infinito, espressione con cui si ordina o si invita seccamente qualcuno a non fare, o a smettere di fare, una data cosa: Nc’è poco ‘a ridere, ‘a pazzià, ‘a fà ‘o ‘nzipeto(c’è p. da ridere, da scherzare, da fare lo sciocco); in altro senso: cu mme nc’è poco ‘a discutere (con me c’è poco da discutere), non ammetto che si discutano le mie parole, i miei ordini.

Come locuz. avv., a ppoco a ppoco (a poco a poco), gradatamente; pressappoco (press’a poco o pressappoco)  all'incirca, piú o meno,approssimativamente.



f. À valore aggettivale  anche la locuz. invariabile poco ‘e bbuono(poco di buono, di dubbia moralità) pi
ú usata come sost. invar. ‘nu poco ‘e bbuono, ‘na poco ‘e bbuono(un poco di buono, una poco di buono), una persona poco raccomandabile, un cattivo soggetto.

Quanto/u - quanta agg.vo e pronome indefinito m.le o f.le

[ voce dal lat. quantu(m); il pl. m.le  è quanti : quanti uommene, quanti scieme, quello f.le quante/a: quanta femmene quante amicizzie→quant’amicizzie; il sg. m.le quanto è usato innanzi a vocali: quanto accio→quant’accio e quantu è usato innanzi a consonanti: quantu ppane, quantu cammino;  la voce in esame à la particolarità che pur mantenendo la sua natura di agg.vo o pronome indefinito è sempre presente in frasi o interrogative dirette o indirette o esclamative ]

in frasi interrogative quale misura di, che numero di, che quantità di:quanta perzone so’ venute?;quantu denaro hê spiso?;quanti libbre tiene?; nun saccio quantu tiempo nce vo’, ma vengo ô stesso!;ll’addimannaje quant’anne teneva; (quante persone sono intervenute?; quanto denaro ài speso?; quanti libri ài?; non so quanto tempo ci vorrà, ma verrò ugualmente!; gli domandai quanti anni avesse) | in espressioni ellittiche, riferito a tempo: quanto hê ‘a faticà ancòra primma ‘e jí ‘mpenziona?; quant’è ca nun ‘o vide?quanto nce corre tra te e isso? (quanto dovrai lavorare ancóra, prima di pensionarti?; quanto è che non lo vedi?; quanto ci corre fra te e lui?), quanti anni di differenza ci sono? | riferito allo spazio: quanto ce sta ‘a cca â casa toja? (quanto c'è da qui a casa tua?), quanta strada | riferito al costo,al  prezzo: a cquanto ‘e vvenne?; quanto costa?quanto n’addimanna? (a quanto li vende?; quanto costa?; quanto  ne chiede?) | in altri usi: quanti n’avimmo ogge?; (quanti ne abbiamo oggi?), che giorno è? | quante me n’à ditte!(quante me ne à dette!), quanti rimproveri;quanti me nn’ à cumbinate! (quanti me ne à combinate!), quanti guai ||| in frasi  esclamative si usa per sottolineare enfaticamente la quantità di qualcosa:quanti juorne so’ ppassate! (quanti giorni sono passati!) ' con ellissi del verbo: quantu tiempo sciupato!;quanta parole inutile! (quanto tempo sprecato!; quante parole inutili!) ' con ellissi del sostantivo: quanto nce fósse ‘a dicere ‘ncuollo a cchella! (quanto ci sarebbe da dire sul  conto di quella!)

||| in frasi relative
1 (tutto) quello che, (tutti) quelli che: t’ ‘o puó ttené quantu tiempo vuó; pígliate quanta pasta vuó!  (puoi tenertelo quanto tempo vuoi; prendi  quanta pasta vuoi!)
2 in correlazione con tanto:ce stevano tanta poste quant’erano ‘e ‘mmitate;tene tanti ‘e chilli sorde quanto nun se po’ credere;tengo tanta preoccupazzione cquante nun te ne puó ‘mmagginà (c'erano tanti posti quanti erano gli invitati; possiede tanto denaro quanto non si può credere; ò tante preoccupazioni quante non immagini) ' come rafforzativo di tutto: partetteno tutte quante; à perzo tuttu quanto chello ca teneva;s’è zuzziato tuttu quanto; (partirono tutti quanti; à perso tutto quanto ciò che aveva; si è sporcato tutto quanto)
|| come pronome indef interr. o escl.  à gli stessi usi e sign. dell'agg.vo corrispondente: quanto ne vuó?;quante n’hê pigliate?quante ànno azzettato?;(quanto ne vuoi?; quanti ne ài presi?; quanti ànno accettato?);

||| come pron. escl. à gli stessi usi e sign. dell'agg.vo corrispondente: quanto nn’hê pigliato!; che bbelli libbre e cquante!(quanto ne ài preso!; che bei libri e quanti!);

|||| come pronome indef. relativo
1 (tutti) coloro che; (tutti) quelli che: quante vonno participà, ponno ‘nvià ‘a dimanna; puó averne quante ne vuó (quanti desiderano partecipare, possono inviare la richiesta; puoi averne quante ne vuoi).
2 (tutto) quello che, (tutto) ciò che:tengo quanto avasta; ànnu fatto quanto putévano (ò quanto basta; ànno fatto quanto potevano);

seguito da un compl. partitivo:è quanto ‘e meglio se po’ ttruvà (è quanto di meglio si possa trovare);  preceduto da prep.: à fatto cchiú ‘e quanto  i’ penzasse; ll’aggiu ricavato ‘a quanto m’à ditto; (à fatto piú di quanto io pensassi; l'ò dedotto da quanto mi à detto) con valore limitativo:pe cquanto pozzo capí; pe cquanto ne saccio,nun è overo;  (da quanto posso capire, per quanto io ne sappia, non è vero);| con valore concessivo:pe cquanto è ‘nzuccarato nun è ancòra doce (per quanto sia zuccherato, non è ancóra dolce) in espressioni ellittiche: chesto è cquanto! (questo è quanto), tutto ciò che c'era da dire; rispunnenno a cquanto  me dicette;  (in risposta a quanto mi disse), a ciò che si è detto precedentemente.
3 in correlazione con tanto:ne tengo tanto quanto ne tiene tu (ne ò tanto quanto ne ài tu).

assaje avv. ed agg.vo indefinitoindeclinabile [dal lat. ad satis]  è in primis un avverbio ma in napoletano assolve anche  la funzione dell’agg.vo (bigenere e binumero) indefinito  corrispondente all’italiano  molto; di per sé vale a sufficienza, quanto basta, ma – come ò détto piú spesso equivale a molto, tanto.

Con valore di avverbio:  è ggià assaje chello ch’aggiu fatto pe vvuje (è già assai quello che ò fatto per voi); Con questo significato precede aggettivi o altri avverbî per la formazione del superlativo avverbiale:  assaje bbuono, assaje bbello, assaje primma(assai buono, assai bello, assai prima);  è piú spesso posposto:è bbello assaje; va male assaje; (è bello assai; va male assai;) e sim.

Usato antifrasticamente, ed in funzione di pron. neutro, spec. con i verbi sapere, importare, significa niente, nulla:  me ‘mporta assaje ‘e chello ca dicite!, saccio assaje ‘e chello ca va facenno quanno jesce( non m’importa nulla  di quello che dite!;  non so nulla di ciò che fa quando esce.).

b. Con valore di agg.vo: assaje genta, assaje femmene, assaje pasta(assai gente,molte donne,tanta pasta)

 Tanto/u - tantaagg. indef. m.le/neutro o f.le [tanto è usato innanzi a vocali: tanto accio→tant’accio e tantu innanzi a consonanti: tantu ppane, tantu cammino; come agg.vo  al pl. m.le  è tante/tanti: tante uommene→tant’uommene, tanti guagliune, tante ‘e nuje pl. f.le tanti/tanta : tanti ffemmene, tanta guaglione; come pronome  al pl. sia al m.le che al f.le  è  tante  1 [solo sg.] riferito a cosa, cosí grande; per estens., cosí lungo, ampio, esteso, forte, intenso, vivo ecc.: arreposate, tiene ancòra tanta strata ‘a fà!; dppo tantu tiempo nun m’ ‘o pozzo arricurdà; cu tantu viento vulisse ascí senza palittò?

( riposati, ài ancóra tanta strada da fare!; dopo tanto tempo non posso ricordarmelo; con tanto vento vorresti uscire senza cappotto);
2 molto, in gran quantità; in gran numero: n’ommo ca tène tantu denaro; tenono tanta figlie e tanti ffiglie(un uomo che possiede tanto denaro; ànno tanti figli e tante figlie);ce ll’aggiu ditto tanti vvote; tant’ossequie â signora che ce fa cca tanta gente? (gliel'ò detto tante volte; tanti ossequi alla signora; che fa qui tanta gente?); viene cca senza fà tanti storie(vieni qui senza fare tante storie) | raddoppiato, con valore intensivo: à fatto tanti, ma tanti fessarie!;tène tante, ma tanta denare(à fatto tante ma tante sciocchezze!; à tanti ma tanti soldi)
3 in espressioni ellittiche: è ttanto ca nun me scrive; (è tanto che non mi scrive), molto tempo; nun c’è tanto da cca â casa soja(non c'è tanto da qui alla sua casa), molta distanza; nun ce vuleva tanto a capirlo (non ci voleva tanto a capirlo), molta intelligenza; guadagnà, spennere tanto(guadagnare, spendere tanto), molto denaro;vevere, magnà tanto (bere, mangiare tanto), in gran quantità | col valore di tante cose: aggiu fatto tanto pe tte;tanto dicette e facette ca ‘o cunvincette! (ò fatto tanto per te;  tanto disse e tanto fece che lo convinse!) | come sinonimo di assai:è ggià tanto(è già tanto, è già gran cosa): è ggià tanto si ‘a fernimmo ‘nfra ‘nu mese(è già assai se finiremo tra un mese) || arrivà a ttanto(giungere, arrivare a tanto), a tal punto
4 in correlazione con che o da consecutivi: tène tantu denaro ‘a permetterse chello ca vo’; ce steva tanta ggente ‘a nun puté trasí (à tanto denaro da potersi permettere ciò che vuole; c'era tanta gente che non si poteva entrare).
5 in correlazione con quanto nelle proposizioni comparative (per indicare corrispondenza di numero o di quantità):tengo tantu denaro, quant’isso;nun tengo tanta libbre, quante ne tiene tu (ò tanto denaro quanto lui; non ò tanti libri quanti ne ài tu)
6 nella correlazione tanto... tanto, quanto... altrettanto: tanti pparole, tanti fessarie (tante parole, tanti errori);
7 con valore di altrettanto: se so’ cumpurtate comme a ttanta scieme(si sono comportati come tanti sciocchi)
8 indica numero o quantità generica o che non si può o non si vuol determinare:ô millesetticiento e ttante; ‘nu tanto pe cciento; ‘nu tanto ô mese; costa ‘nu tanto ô chilo (nell'anno millesettecento e tanti; un tanto per cento, (un) tanto il mese; costa un tanto il chilo); ê tante d’ ‘o mese (ai tanti del mese), ad una certa data tutti i mesi | si tanto me dà tanto(se tanto mi dà tanto), (fig.) se le cose stanno o vanno avanti cosí
9 preceduto da ogni, in locuzioni distributive:ògne tanta mise, juorne, anne; ògne ttanti semmane, ògne tanti pperzone. (ogni tanti mesi, giorni, anni; ogni tante settimane; ogni tante persone)

|| pron. indef.
1 pl. molti, riferito sia a persone sia a cose:tante diceno ca nun è overo; è una d’ ‘e ttanteca ànnu fatto ‘a dimanna; me piaceno ‘e strangulaprievete, damménne tante; (tanti dicono che non sia vero; è una delle tante che ànno fatto domanda; mi piacciono gli gnocchi, dammene tanti);

2 in correlazione con quanto, per indicare corrispondenza di numero o di quantità:pígliane tante quante te ne servono;accàttane tanto quanto avasta (prendine  tanti quanti te ne occorrono; comprane tanto quanto basta)

 ||| pron. dimostr. ciò, questo: t’aggiu ditto chello ca t’avev’ ‘a dicere e tanto avasta (ti ò detto ciò che avevo da dirti, e tanto basta) | per tanto, lo stesso che pertanto | fraditanto lo stesso che intanto, frattanto |tanto ‘e guaragnato (tanto di guadagnato), meglio cosí

||| s. m. invar.
1 indica quantità determinata: ne vulesse tanto(ne vorrei tanto) | spesso accompagnando la parola col gesto:è cchiú aveto ‘e tanto (è piú alto di tanto) | nun cchiú ‘e tanto (non piú di (o che)) tanto, non molto, poco: nun me preoccupo cchiú ‘e tanto (non mi preoccupo piú di tanto)
2 (fam.) in usi enfatici, determinato da un compl. partitivo: cu ttanto ‘e bbaffe cu ttanto ‘e recchie;(con tanto di baffi, con tanto d'orecchi).

Etimologicamente voce  dal lat. tantu-m.

 

 

  Troppo/u – troppa agg.vo indef.m.le o f.le [troppo s’usa davanti a parole m.li principianti per vocali ; troppu davanti a parole m.li principianti per consonanti; il pl. sia  f.le che m.le è troppe davanti a parole  principianti per vocali: troppe amice→tropp’amice,troppe aulive;  troppi davanti a parole principianti per consonanti: troppi scieme, troppi femmene]
1 indica quantità o numero eccessivo:nc’è troppu casino ‘e machine; faceva troppu caudo; aggiu magnato tropp’arance e  troppi sfugliatelle;  (c'è troppo traffico; faceva troppo caldo; ò mangiato troppe arance e troppe sfogliatelle)

2 col valore di molto, senza l'idea di eccesso: cca ce sta troppa ggente (qui c’è troppa gente)

|| pron. indef.
1 quantità eccessiva di qualcosa:i’ aggiu vippeto pocu vino, tu troppo (io ò bevuto poco vino e tu troppo); "Ne vuó ancòra? " "Sí, ma nun troppo! " (ne vuoi ancóra?" "Sí, ma non troppo!") | in espressioni ellittiche: vide ‘e nun spennere troppo;  nun magnà troppo;tengo ancòra troppo che ffà;(vedi di non spendere troppo, denaro; non mangiare troppo, cibo; ho ancora troppo da fare, troppo lavoro, troppe cose;)
2 pl. troppe persone: troppi credono ancòra ch’ ave raggione (troppi credono ancóra che abbia ragione);

|| s.vo neutro cosa eccessiva e superflua, che sarebbe meglio eliminare o ridurre; usato per lo piú in espressioni  proverbiali: ‘o ttroppo sturcia;ll’assaje avasta e ‘o ttroppo guasta; tanto è ‘o ttroppo, quanto ‘o ttroppo poco (il troppo stroppia; l'assai basta e il troppo guasta; tanto è il troppo quanto il troppo poco);

||| avv.
1 eccessivamente; piú del dovuto, del conveniente:à faticato troppo;hê parlato troppo;nun fà troppo tarde;chesta bbirra è troppo fredda; (à lavorato troppo; ài parlato troppo; non far troppo tardi; questa birra è troppo fredda); troppo gentile!, troppo bbuono!,  (troppo gentile!, troppo buono!), come espressioni di cortesia | rafforzato da pure/anche, piú di quanto sarebbe bene, necessario o opportuno: è ppure troppo scetato, sî ppure troppo ‘nteliggente(è anche troppo sveglio; sei anche troppo intelligente) | esprimendo il termine rispetto al quale qualcosa si ritiene eccessiva:è troppo scafato pe puterlo ‘mbriglià;costa troppo poco p’essere urigginale; (è troppo furbo perché lo si possa imbrogliare; costa troppo poco per essere autentico) | purtroppo (pur troppo), per esprimere rammarico,||

2 con valore simile a molto, assai, senza l'idea di eccesso: saje troppo bbuono chello  c’aggiu ditto(sai troppo bene ciò che ò détto;

Etimologicamente è voce  dal francone throp 'mucchio, branco, quantità'.

Tutto/a agg.vo m.le o f.le [ al sg. m.le è talora ammessa, non obbligatoriamente la morfologia tuttu ma solo davanti alle voci  quanto/quante; il pl. sia m.le che f.le è tutte e può essere eliso davanti a parole principianti per vocali : tutte ll’uommene, tutte ‘e ffemmenetutt’ ‘e ffemmene;  in funzione attributiva è seguito dall'art. o dal pron. dimostrativo, ma li rifiuta con i nomi di città e piccole isole, che comunemente non sono preceduti dall'articolo, ed in alcune altre espressioni]
1 riferito a un sostantivo sg., indica un'intera quantità o un'intera estensione (nello spazio o nel tempo), in usi propri e fig.: s’à magnato tutto ‘o ppane;h
ê cunzumato tutta ll’acqua;aggiu liggiuto tutt’ ‘o libbro;cu tutt’ ‘a bbona vuluntà nun pozzo ajutarte;fà quaccosa cu tutt’ ‘o core; tutta Capri è rummasa  pe doje ore senza currente (à mangiato tutto il pane; ài consumato tutta l'acqua; ho letto tutto il libro;con tutta la  buona volontà, non ti posso  aiutare; fare qualcosa con tutto il cuore;  tutta Capri è rimasta due ore senza elettricità;à sturiato tutto Ferdinando Russo, tutto ‘o Bbovio  (à studiato tutto Ferdinando Russo, tutto il Bovio), l'intera loro opera | in funzione predicativa: ‘o ppane ca nce sta, sta tutto ‘ncopp’â ttavula; ‘o prubblema sta tutto cca! (il pane che c'è è tutto in tavola; il problema è tutto qui!) | rafforzato da 'quanto': aggiu penato pe tutta quanta ‘a vita...;hê spiso tuttu quanto ‘o stipendio (ò sofferto per tutta quanta la vita; ài speso tutto quanto lo stipendio ) | preceduto da a assume il valore di 'compreso, incluso': pe llunnerí s’ à dda sturià nfi’ a ttutto ‘o terzo capitulo; (per lunedí si dovrà studiare fino a tutto il terzo capitolo); a ttutt’ ogge, a ttutto dimane (a tutt'oggi, a tutto domani, compresa la giornata di oggi, di domani, fino a oggi, a domani); in altre locuzioni, con valore intensivo: a ttutta velocità (a tutta velocità, alla maggiore velocità possibile); a ttutta forza (a tutta forza, spingendo al massimo della forza); a ttutta prova (a tutta prova, che resiste a qualsiasi prova).

| in usi ellittici: tutta a dritta, a manca (tutta a dritta, a manca), (mar.) per ordinare la massima inclinazione del timone verso destra o sinistra;
2 riferito ad un sostantivo pl. o ad un nome collettivo, indica la totalità delle persone o delle cose considerate: ‘nu trascurzo fatto a tuttu quante;à ‘mmitato tutte ll’amice su
ĵe â festa; tutte sanno ‘e fatte comme so’ gghiute; (un discorso rivolto a tutti quanti(i presenti); à invitato tutti i suoi amici alla festa; tutti sanno come si sono svolti i fatti);

| in funzione predicativa:’e pastarelle stanno tutte dint’â scatula; ‘e guagliune stevano tutte sturianno; (i biscotti sono tutti nella scatola; i ragazzi stavano tutti studiando)

 | rafforzato da 'quanto' :’a prutesta s’allargaje a tutte quante ‘e prisente; ‘a classe fuje promossa tutta quanta; (la protesta si allargò a tutti quanti i presenti; fu promossa la classe tutta quanta) | seguito dalla congiunzione E e da un numerale cardinale, indica che un determinato numero di persone o di cose sono considerate nel loro complesso: tutt’ e dduje ‘e frate; tutt’ e ttre ‘e ssore; (tutti e due i fratelli; tutt'e tre le sorelle); essere, fà tutt'uno (essere, fare tutt'uno), essere una sola cosa, costituire un'unica entità | in usi ellittici:’na vota pe tutte (una volta per tutte), una volta per sempre; ‘nventarle, pensarle tutte (inventarle, pensarle tutte), tutte le astuzie, le trovate possibili.
3 riferito a un sostantivo pl., può anche valere 'qualsiasi, ogni': riceve ggente a ttutte ll’ore;’o ffaccio a ttutte ‘e coste;(riceve persone a tutte le ore; lo faccio a tutti i costi); | ‘e tutto punto (di tutto punto), compiutamente, in ogni particolare; perfettamente: viéstete ‘e tutto punto(vestiti di tutto punto)
4 con valore intensivo assume significato equivalente a quello degli avv. 'interamente, completamente': era tutta felice, cummossa; s’ appresentaje tutto zuzzuso; ‘a campagna era tutta verde; (era tutta felice, commossa; si presentò tutto sporco; la campagna era tutta verde);a vvederla tremmaje tutto; (a vederla rabbrivid
í tutto), in tutta quanta la persona | essere tutto ‘na perzpna(essere tutto una persona), somigliarle moltissimo: ‘a figlia è tutta mamma soja (la figlia è tutta sua madre)| essere tutto naso, tutt’uocchie, tutto vocca (essere tutto naso, tutt'occhi, tutta bocca) e sim., averli molto grandi.

| in usi fig.: essere tutt'uocchie, tutto recchie;  (essere tutt'occhi, tutt'orecchi), guardare, ascoltare con moltissima attenzione; essere tutto ‘e ‘nu piezzo (essere tutto d'un pezzo), essere inflessibile, incorruttibile; essere tutto casa, chiesia e famiglia (essere tutto casa,chiesa e  famiglia; essere interamente dedito alla casa, alla religione ed alla famiglia;
5 in altre locuzioni, con uso analogo a quello del punto precedente: tutto
ô cuntrario(tutto  al contrario), proprio il contrario, l'esatto contrario |  tutt’ ato/auto (tutt'altro), ben diverso: songo ‘e tutt’ato parere (sono di tutt'altro parere); nelle risposte, usato assol., equivale ad una negazione decisa: "Sî stanco?" "Tutt'ato!"  ("Sei stanco?" "Tutt'altro!") | ‘ntutto, (in/del tutto), assolutamente, interamente:s’è dichiarata ‘ntutto cuntraria  (si è dichiarata del tutto contraria);

|| pron. indef.
1 ogni cosa, per lo pi
ú con valore indeterminato: p’isso tutto è bbello; penzo a tutt’i’; mammà e papà èrano tutto pe nnuje; (tutto è bello per lui; penserò a tutto io; mamma e papà  erano tutto per noi);quanno ce sta ‘a saluta ce sta tutto! (quando c'è la salute c'è tutto!), la salute è la cosa piú importante | primma ‘e tutto(prima di tutto), innanzi tutto, prima di ogni altra cosa | chesto è ttutto, (questo è tutto), non c'è altro da aggiungere | e nun è ttutto!; (e non è tutto!), c'è dell'altro | o tutto o niente (o tutto o niente),prendere o lasciare, alternativa drastica che si pone per respingere una soluzione intermedia o un compromesso | tutto sta ca, a (tutto sta che, a...), l'importante è che...; tutto dipende da...: tutto sta ca nun s’ ‘affenne;tutto sta a arrivà a ttiempo;(tutto sta che non si offenda; tutto sta ad arrivare in tempo) |  sapé fà (‘e) tutto(saper fare (di) tutto), ogni genere di lavoro, di servizio |  fà ‘e tutto pe...(fare di tutto per...), adoperare ogni mezzo, non lasciare niente di intentato: facette ‘e tutto pe salvarla(fece di tutto per salvarla);i’ faccio ‘e tutto, ma aggio paura ca nun ‘o faccio capace (io farò di tutto, ma temo che non lo convincerò | essere capace ‘e tutto(esser capace di tutto), di qualsiasi azione, soprattutto negativa | tutto summato(tutto sommato), in somma, in complesso: tutto summato nun ce putimmo lamentà (tutto sommato non ci possiamo lamentare) |  tutto cumpreso(tutto compreso), senza spese aggiuntive: costa cientumila lire ô juorno tutto cumpreso (costa centomila lire al giorno tutto compreso).
2 pl. tutte le persone: ce stanno tutte, ma nun tutte ‘a penzano comme a tte(ci sono  tutti; non tutti la pensano come te); cuntent’essa, cuntente tutte; tutte pe uno e uno pe tutte;(contenta lei, contenti tutti; tutti per uno, uno per tutti) 

|| s.vo neutro. invar. l'intero, il totale; l'insieme, il complesso:  multipricà ‘o ttutto pe mmille; te dongo ‘o ttutto ‘nfra pochi juorne; ‘a parte p’ ‘o ttutto; (moltiplicare il tutto per mille; ti darò  il tutto entro pochi giorni; la parte per il tutto); | tentà ‘o ttutto pe tutto (tentare il tutto per tutto), rischiare il massimo, ogni cosa.

Etimologicamente voce dal lat. volg. *tuctu(m), per il class. totu(m) 'intero, tutto'

E veniamo demum a quelli che sono pronomi e solo pronomi indefiniti:

Chiunche pron. indef. [solo sg. presente solamente nel parlato popolare, quale prestito con adattamento fonetico (que→che) del pron. indef. chiunque della lingua nazionale (dalla loc. lat. qui unquam, propr. 'chi talvolta')]

qualunque, qualsiasi persona; chicchessia: chiunche putesse farlo; nun è ccosa ‘a dicere a chiunche (chiunque potrebbe farlo; non è cosa da dire a chiunque)

|| pron. rel. indef. [solo sing] qualunque persona che:nun arapí chiunche arrivasse, ‘o ddico a chiunche voglio; (non aprire, chiunque arrivi; lo dirò a chiunque vorrò).

E passiamo al pronome indefinito, solo singolare   Ogneduno/a che (con derivaziane dal lat. omnis +et +(d)e + unus/una) nel napoletano è conserva le medesime accezioni del corrispondente  pronome toscano ognuno:

1 Ogni singolo (persona, animale o cosa) nell'ambito di una collettività, di un insieme: ogneduno cunsegnasse ‘o tema suĵo (ognuno  consegni il proprio tema);âmma ‘a priparà ‘nu disegno  p’ogneduna ‘e chesti pparole (dobbiamo  preparare  un disegno  per ognuna  di queste parole).

2 Qualsiasi persona, chiunque, con valore di impersonale: ogneduno tène ‘e prubbleme suoje (ognuno à i suoi  problemi).

3 Tutti: ogneduno è stato accuntento (ognuno è stato contentato).

Solo anticamente ed oggi non piú   venne  usato talora come agg.vo  (con la medesima  funzione di ògne):ogneduna perzona, ognedunu chianchiere  (ognuna persona, ognun macellaio).

Attenzione! Quando ogneduno è riferito ad un soggetto plurale anticipato (anche sottinteso), il verbo si concorda con questo, mentre l'agg.vo possessivo di norma resta al singolare:se ne jetteno ogneduno  â casa soja (se ne andarono ognuno  a casa propria).

Quaccuno/a, pron. indef.m.le o f.le  [solo sg. agglutinazione funzionale di quacc(he) + unu-m/una-m ; talora, nel medesimo significato è attestato anche come Quaccheduno/a←quacche + d(e)+unu-m/una-m;  corrisponde all’italiano qualcuno, ma mentre l’italiano si tronca davanti a consonante: qualcun di loro   e si tronca davanti  ad altro mentre si elide davanti ad altra: qualcun altro, qualcun'altra, il napoletano quaccuno/a non contempla forme tronche e si elide sempre sia al m.le che al f.le: quaccun’ato, quaccun’ata ] indica numero indeterminato ma di solito non grande; si riferisce sia a persone sia a cose: aggiu liggiuto quaccuno d’ ‘e libbre suĵe;si te serve quacche lappese ne puó truvà quaccheduno ‘ncopp’â scrivania mia;cunusce a quaccheduno ‘e ll’amice suĵe?; (ò letto qualcuno dei suoi libri; se ti occorre qualche  matita ne  puoi trovarne qualcuna sulla  mia scrivania; tavolo; conosci qualcuno dei suoi amici?);sulo quaccuno riuscette a salvarse; (solo qualcuno riuscí a salvarsi), pochi; | può indicare anche una sola persona o riferirsi ad una cosa sola: quaccuno à bussato; nc’è quaccheduna ca t’aspetta;si telefonasse quaccuno, tieneme avvisato; (qualcuno à bussato; c'è qualcuna che ti aspetta; se telefonasse qualcuno, avvertimi); nc’è quaccuno?(c'è qualcuno?), entrando in una stanza o chiamando dall'esterno; quaccuno ‘e famiglia; (qualcuno di famiglia), una persona di famiglia; | seguito da altro, altra:ne tiene ‘a darme quaccun’ato?quacchedun’ato,quacchdun’ata ‘o putesse fà!; ne ài qualcun altro da darmi?; qualcun altro, qualcun'altra potrebbe farlo!;
||s.vo m.le e f.le persona importante: essere, addivintà, crederse quaccuno/a (essere, diventare, credersi qualcuno/a)

 Quaccosa/caccòsa/coccosa pron. indef. [solo sg. fusione di quac(che) + il lat. causa-m→quaccosa; questa voce à in  quaccosa la morfologia letteraria e borghese ed una morfologia del parlato popolare e/o  provinciale  in caccòsa/coccòsa  con mutazione della  consonante occlusiva velare sorda (Q) nell’analoga l'occlusiva velare sorda (C)  e trasformazione del  nesso labiovelare (qua) in (co/ca).] indica in modo indeterminato una o alcune cose; quaccosa se po’ uttené;famme sapé quaccosa primma ‘e partí; pozzo fà caccòsa pe tte?; vuó vevere quaccosa?; spero ‘e ne caccià coccosa;meglio quaccosa ca niente;(qualcosa si può ottenere; fammi sapere qualcosa prima di partire; posso fare qualcosa per te?; vuoi bere qualcosa?; spero di ricavarne  qualcosa; meglio qualcosa che nulla) | seguito da altro o da un compl. partitivo: tiene quaccos’ato ‘a dicerme?tengo coccosa ‘e meglio ‘a pruporte; (ài qualcos'altro da dirmi?; ò qualcosa di meglio da proporti); è ‘nu masterascia o caccòsa ‘e símmele; (è un falegname o qualcosa di simile); quaccosa me dice ca nun ce vene;(qualcosa mi dice che non verrà), ò un presentimento; è ggià quaccosa ca à azzettato d’avé tuorto (è già qualcosa che abbia ammesso di aver torto), non è poco;so’ riuscito a ‘ncassà sulo ‘nu melione, ma è ggià quaccosa; (sono riuscito a incassare solo un milione, ma è già qualcosa), è meglio che niente;à pavato ‘o quartino suĵo quaccosa comme a ciento meliune; (à pagato il suo appartamento qualcosa come cento milioni), nientemeno che; anche, all'incirca |essere quaccosa ‘e bbello, divertente,schifuso eccetera;  (essere qualcosa di bello, divertente, disgustoso ecc.) , essere particolarmente tale: chillu criaturo e quaccosa ‘e straurdinario(quel bambino è qualcosa di straordinario) | quaccosa meno (‘e), quaccosa cchiú(‘e) qualcosa meno (di), qualcosa piú (di), (un po' meno (di), un po' piú (di)): è custato quaccosa meno (‘e diecemila lire) (è costato qualcosa meno (di diecimila lire);  à pavato ‘nu melione e quaccosa(à speso un milione e qualcosa), sottintendendo di piú.

|| s.vo neutro cosa vaga, di aspetto indefinibile (spesso preceduto dall'art. indeterm.): nc’è quaccosa ca nun me cunvince; nc’è ‘nu quaccosa ca nun me piace dint’â faccia ‘e chella (c'è  qualcosa che non mi convince; c'è   unqualcosa che non mi piace sul volto di quella.)

Brak