domenica 28 settembre 2008

INSALATA CAPRESE

INSALATA CAPRESE
Si è allontanata l’estate,ma comunque è sempre tempo di cibi freschi ed appetitosi, con preparazioni rapide; vi consiglio questa squisita caprese.

DOSI PER 4 PERSONE
½ kg. Di mozzarella di bufala (possibilmente aversana)
½ kg. Di pomidoro cuore di bue sodi e non eccessivamente maturi
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.
4 o 5 filetti di acciuga sott’olio
½ etto di capperi dissalati
1 cipolla dorata affettata sottilmente
1 cucchiaio di origano
alcuni ciuffetti di basilico fresco,
Sale doppio e pepe decorticato q.s.

PROCEDIMENTO
Lavate accuratamente i pomidoro, privateli del peduncolo verde ed affettateli , inferendo un taglio verticale lungo l’asse nord-sud in modo da ottenere delle sode fette spesse circa 1 cm.
Ugualmente affettate la mozzarella ottenendone fette di 1 cm di spessore; sistemate in un piatto di portata le fette di pomidoro, alternandole con quelle di mozzarella, salate pepate aggiungendo la cipolla affettata sottilmente, i capperi lavati e dissalati, i filetti d’acciuga; spolverizzate sul tutto il cucchiaio di origano ed irrorate a filo con tutto l’olio; guarnite con i ciuffi di basilico e trasferite il piatto in frigo per circa 1 ora.
Servite con crostini di pane bruscati al forno, accompagnando con profumati vini bianchi, possibilmente campani (Ischia – Capri) freddi di frigo.
Per completare il pasto, è sufficiente una coppa di buon gelato alla crema.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

FRUCULEATENNE! & FUTTATENNE!

FRUCULEATENNE! & FUTTATENNE!
Questi in epigrafe sono due delle piú concise, ma icasticamente significative espressioni del parlar napoletano, espressioni che si sostanziano in due imperativi (2 pers. sg.) addizionati in posizione enclitica da un ne che è una particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano; come pron. m. e f. , sing. e pl. è forma atona che in genere si usa in posizione piú spesso enclitica, ma talora anche proclitica (ad es. nun me ne parlà); mentre è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni (come nei casi in epigrafe); esso nelle espressioni in epigrafe vale di ciò; altrove (cfr. ad es. vattenne= vattene) à altra valenza (locativa), ma comporta sempre in tutti i casi il raddoppiamento espressivo della nasale per cui ne→nne.
Ma torniamo alle due espressioni in epigrafe e dandone il significato che ovviamente necessiterà d’un giro di parole; il napoletano infatti spessissimo è piú stringato ed gli occorrono meno parole dell’italiano per esprimere incisivamente un concetto. Nella fattispecie sia con l’espressione fruculeatenne che con l’espressione futtatenne si intende pressantemente consigliare (ed ecco perché è usato l’ imperativo piuttosto che un piú morbido congiuntivo ottativo...) si intende consigliare, dicevo, colui cui venga rivolta una o ambedue le espressioni ad impiparsi di un qualcosa, a tenere in non cale un’accadimento, una faccenda, a non curarsi, ad infischiarsi di qualcuno o piú spesso di qualcosa.
Piú esattamente l’espressione fruculeatenne è potremmo dire un modo piú dolce e meno duro, quando non addirittura piú frivolo, per significare il medesimo concetto dell’espressione futtatenne che risulta essere piú dura, salutarmente sanguigna pur se addirittura becera; ambedue gli imperativi in epigrafe risultano, comunque incisivamente piú significativi del corrispondente algido impípatene della lingua italiana!
Ora consideriamo piú da presso le due espressioni e cominciamo con
- fruculeatenne come ò già detto si tratta di un imperativo (2° pers. sg.) del verbo riflessivo fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; e vale morfologicamente esattamente impipa-te-di ciò; l’etimo del verbo fruculeà/fruculià affonda nel lat. fricare= strofinare, stropicciare ed estensivamente frantumare in piccoli pezzi ed a questa estensione che occorre pensare per percorrere la via semantica seguíta per comprendere il passaggio tra il verbo latino inteso come frantumare in piccoli pezzi ed il napoletano fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; in effetti di qualcosa che venga frantumato in minutissimi pezzi, non vale mettere conto, interessarsene per modo che se ne può impipare tranquillamente.
E passiamo a
- Futtatenne! Anche per la voce a margine, come ò già detto, ci troviamo a che fare con una voce verbale e cioè con l’imperativo (2° pers. sg.) del verbo riflessivo fotterse-ne= impiparse-ne, infischiarse- ne nella medesima valenza del pregresso fruculeatenne quantunque la voce a margine abbia rispetto alla prima voce in esame un’espressività piú dura, sanguigna, impetuosa, anzi addirittura becera atteso che col verbo di cui è imperativo non richiama la frantumazione di qualcosa in piccoli pezzi di cui disinteressarsi, ma molto piú sanguignamente – direi – chiama in causa una... pratica sessuale (il coito) quasi che la faccenda di cui disinteressarsi sia di nessun conto o non abbia nerbo per cui se ne possa con ogni tranquillità abusare quasi congiungendovisi in un ... rapporto sessuale. In effetti l’etimo del verbo fottere donde il riflessivo fotterse-ne e l’imperativo a margine affonda nel lat. futúere→fúttere (con tipico raddoppiamento della consonante antecedente la ú seguíta da vocale e ritrazione dell’accento) verbo che sta per coire, avere rapporti sessuali oltre che raggirare, imbrogliare. Semanticamente anche in questo caso, come per la precedente voce fruculeatenne occorre pensare che di qualcosa che venga impunemente posseduto carnalmente ad libitum, non vale mettere conto, interessarsene per modo che uno se ne può impipare tranquillamente
Preciso ancóra, ad abundantiam, che letteralmente la voce a margine vale Infischiatene, Non dar peso, Lascia correre, Non porvi attenzione. È il pressante invito a tenere i comportamenti indicati rivolto a chi si stia adontando o si stia preoccupando eccessivamente per quanto malevolmente si stia dicendo sul suo conto o si stia operando a suo danno. Rammento che tale icastico, sanguigno invito fu scritto dai napoletani su parecchi muri cittadini nel 1969 allorché il santo patrono della città, san Gennaro, venne privato dalla Chiesa di Roma della obbligatorietà della "memoria" il 19 settembre con messa propria. I napoletani ritennero la cosa un declassamento del loro santo e allora scrissero a caratteri cubitali sui muri cittadini: SAN GENNÀ FUTTATENNE! Volevano lasciare intendere che essi, i napoletani, non si sarebbero dimenticati del santo quali che fossero stati i dettami di Roma e Gli avrebbero in ogni caso tributato tutta la dulía che sin dal 305 anno del martirio del santo vescovo, gli era stata devotamente riconosciuta.
raffaele bracale

venerdì 26 settembre 2008

VERMICELLONI CU ‘E FRIARIELLI

VERMICELLONI CU ‘E FRIARIELLI


I friarielli, tipica verdura napoletana, sono molto simili alle cime di rape,anche se di sapore piú gradevolmente amaro; sono insomma dei broccoletti con infiorescenze appena sviluppate. Si cucinano normalmente soffriggendoli ben mondati e lavati, a crudo! in aglio, olio e peperoncino, e rappresentano uno dei piatti piú caratteristici della cucina napoletana; devono il loro nome, peraltro intraducibile appunto al fatto che devono esser fritti. Difficilmente si trovano lontano da Napoli. Si può tentare di sostituirli con le cime di rape, ma non è la stessa cosa!

Dosi per sei persone:
6 etti di vermicelloni, 5 fasci di friarielli, 3 spicchi d’aglio, 1 peperoncino piccante, 1 bicchiere d’olio d’oliva extra vergine,1/2 etto di pecorino grattugiato
sale fino q.s. pepe bianco q.s.
sale doppio – un pugno
procedimento

Mondate i friarielli spezzettando a mano le foglie piú grosse ed i gambi piú teneri, lavateli in acqua fredda e sistemateli in un’ampia padella di ferro dove avrete fatto soffriggere nell’olio l’aglio mondato e schiacciato facendolo prender colore insieme al peperoncino piccante spezzettato; incoperchiate e rimestate di tanto in tanto fino a che la verdura diventi morbida; portate a cottura e solo alla fine salate e pepate e mantenete in caldo; nella stessa padella dove avete soffritto i friarielli, versate il restante olio ed altro aglio mondato e tritato; fate colorire l’aglio e versate nell’intingolo i vermicelloni che frattanto avrete lessato al dente in abbondante (8 litri) acqua salata (sale doppio); rimestate ed aggiungete i friarielli soffritti che avrete tagluzzato con un coltello; rimestate ancora, impiattate cospargendo i piatti di pecorino grattugiato.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

GATTÒ DI PATATE

GATTÒ DI PATATE



Nota introduttiva
Il gattò di patate napoletano è una torta rustica, salata o meglio uno sformato di patate tipico della cucina partenopea dove fu introdotto dai cuochi francesi chiamati nel Reame di Napoli in occasione delle proprie nozze(1768) dalla regina Maria Carolina,figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo moglie di Ferdinando I Borbone; il gattò, però non è piatto derivante dalla cucina francese, ma fu inventato qui nel Reame, con tutti gli ingredienti usati nella cucina napoletana, con la sola eccezione del burro (ingrediente per solito …nordico) questa volta usato in luogo dell’olio d’oliva e.v. tipico della cucina meridionale (ma possono essere ambedue sostituiti proficuamente con dello strutto...) e con l’eccezione del pomodoro mancante del tutto in questa preparazione il cui nome è gattò, evidente corruzione del lemma francese gateau (torta); al proposito ricorderò che la parola gattò entrò anche, dopo la discesa dei cuochi francesi detti dai napoletani monzú,corrompendo il francese monsieur, nelle pasticceria napoletana dove con il nome di gattò mariaggio con evidente corruzione di gateau du mariage si indicò la dolce torta nuziale. Torniamo al gattò di patate.
DOSI per 6 persone
1,5 kg di patate vecchie a pasta gialla,
2 bicchieri di latte intero,
2 etti di burro ammorbidito (oppure e meglio 1 etto e ½ di strutto),
3 etti di salame tipo napoli tagliato a listarelle di cm.3 x ½ x 1,
4 etti di provola affumicata tagliata a dadini di 1,5 cm. di spigolo,
6 uova di cui 2 rassodate(facendole cioè cuocere con il guscio in acqua bollente per la durata di 7’a partire dal primo bollore),sgusciate, sciacquate e tagliate a fettine,
100 grammi di pecorino laticauda grattugiato,
2 cucchiai di pangrattato,
Sale fino, noce moscata e pepe nero macinato q. s.

Procedimento.
Lessare le patate con la buccia (o cuocerle in microonde).
Ancora calde, pelarle e passarle allo schiaccia-patate. Metterle in una grossa ciotola.
Aggiungere metà del burro o dello strutto e mescolare a mani nude finché sia completamente amalgamato, quindi unire 4 uova intere, il latte, una manciata di pecorino, un po’ di noce moscata, il salame e le fettine di uova sode. Regolar di sale, aggiungere il pepe macinato.

Ungere molto con il burro o lo strutto residui una teglia di circa 30 cm. di diametro e cospargerla di pan grattato.
Fare un unico strato con il composto di patate avendo cura di farlo ben aderire al fondo e alle pareti della teglia.
Cospargere di pan grattato e fiocchetti di burro o strutto.

Cuocere in forno già caldo a circa 190 gradi per 30-35 minuti o fino a che la superficie non sia ben dorata.
In alternativa (ed a me piace di piú…) il gattò può essere anche fritto già monoporzionato, in successive volte, sulla fiamma in una teglia appena unta d’olio fino a che non risulti ben dorato.
Rammentarsi che l’impasto e la sistemazione nella teglia va fatto rigorosamente a mani nude senza l’ausilio di posate!
Togliere dal forno o dal fuoco ed attendere che si raffreddi (occorrerà circa una mezz'ora) prima di servire il gattò tagliato in ampie fette, se non già monoporzionato.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

FUNGE E FASULE

FUNGE E FASULE



Nota linguistica:
funge = funghi; la voce italiana fungo (pl. funghi) deriva dal lat. fungus, mentre il napoletano funge (sing. fungio) pur con derivazione per il singolare dal medesimo fungu(m) à subíto la palatizzazione della g che da gu→gi donde fungum à dato fungio detta palatizzazione è ovviamente mantenuta nel plurale funge.
fasule = fagioli (sing. fagiolo/fagiuolo dal lat. phaseolu(m), dim. di phasílus, dal gr. phásílos); anche il napoletano fasulo (pl. fasule) à il medesimo etimo dal lat. phaseolu(m),ma attraverso un lat. volg. *fasjólu(m) con normale passaggio di sj→s ; da notare che mentre l’italiano à trasformato la sibilante etimologica s nel gruppo gruppo palatale gi, il napoletano molto piú correttamente à mantenuto la sibilante, approdando a fasulo piuttosto che a fagiolo/fagiuolo , ragion per cui auspicherei che anche in italiano si accogliesse fasulo/e dismettendo i leziosi fagiolo/i fagiuolo/i.

E passiamo alla ricetta

ingredienti e dosi per 6 persone:
500gr. di fagioli cannellini secchi,
in alternativa 2 confezioni vitree da 250 gr. cadauna di fagioli cannellini già lessati,
1 cipolla dorata,
1 costa di sedano ed una carota lavate,grattate e divise in grossi pezzi,
1 foglia d’alloro,
5 chiodi di garofano,
una presa di sale doppio

3 grossi funghi porcini freschi (o anche surgelati se di ottima qualità),
3 spicchi d’aglio mondati e tritati,
250 gr. di pancetta tesa tagliata a cubetti da ½ cm. di spigolo,
peperoncino piccante q.s.,
1 bicchiere e mezzo d’olio extravergine d’oliva,
sale doppio e pepe nero q.s..
1 ciuffo di prezzemolo tritato finemente assieme ad un aglio mondato.
procedimento
Lavare i fagioli e metteteli a mollo in acqua fredda (con un cucchiaio di bicarbonato) la sera prima di cucinarli. Il giorno successivo ponete a lessare a fuoco lentissimo i fagioli possibilmente in una pignatta di terracotta con l’acqua dell’ammollo, la cipolla, sedano e carota, la foglia d’alloro, i chiodi di garofano ed una presa di sale doppio . In un capace tegame soffriggete per 10 minuti con la metà dell’olio, l’aglio a fettine, la pancetta a cubetti ed il peperoncino tagliuzzato, poi aggiungete i funghi porcini, mondati con uno straccio umido ed un affilatissimo coltellino e sfettati alla francese in fettine da ½ cm. di spessore, bagnateli con una tazza d’acqua bollente e fate rosolare a fuoco lento regolando di sale. Frattanto in un altro tegame soffriggete nell’ olio residuo il secondo spicchio d’aglio tritato. Quando l’aglio è imbiondito scolate e aggiungete i fagioli lessati o il contenuto delle due confezioni di cannellini lessati; fate sobbollire per cinque minuti, indi unite i funghi con il loro fondo di cottura , mescolate, regolate di sale e pepe, cospargete con il trito d’aglio e prezzemolo e lasciate riposare alquanto.Impiattate aggiungendo su ogni porzione un filo di ol’olio d’oliva ed a piacere peperoncino a pezzetti e servite come gustoso primo piatto o come contorno di portate di carni in umido o formaggi stagionati.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

Fritto misto alla napoletana

Fritto misto alla napoletana


Ingredienti per sei persone
Carciofi 4
Cavolfiore napoletano 1
melanzane violette napoletane 4
zucchine grandi verdi e sode 500 gr.
Ricotta di pecora 500 gr
Patate medie 6
Uova sode 5
pan grattato 6 cucchiai
un pugno di sale doppio
Olio di semi per friggere q.s.
Pastella q.s.
Per la pastella
Uova 4
Farina 2 tazze
Acqua minerale 2 tazze
Sale fino q.s.
Olio extra vergine due cucchiai.

.

Preparazione
Liberate il cavolo delle foglie esterne e dividetelo in piccole cimette che laverete velocemente in acqua fredda corrente.
Fate cuocere per 3-4 minuti le cime del cavolo in acqua bollente salata. Sgrondatele e fatele raffreddare.

Prima di pulire i carciofi preparate una ciotola con acqua e limone per evitare che anneriscano.

Pulite i carciofi tagliando il gambo, le foglie esterne e la punta,divideteli longitudinalmente in due parti; eliminate il fieno e tagliateli sempre longitudinalmente in spicchi dello spessore di ½ centimetro.

Sbucciate le patate e tagliatele a rondelle alte ½ centimetro altrimenti non cuociono.

Tagliate la ricotta a fette allo spessore di un cm.
Spuntate, lavate ed affettate longitudinalmente sia melanzane che zucchine in fette di ½ cm. di spessore

Sgusciate le uova sode e sciacquatele velocemente, tagliando ognuna in 4 spicchi.

Preparate la pastella

Ponete una padella piuttosto capiente sul fuoco, aggiungete l’olio per friggere, nel frattempo immergete tutti (escluso le uova sode i cui spicchi vanno rollati nel pangrattato)gli ingredienti nella pastella e friggete.

Lasciate dorare ed adagiate il fritto su carta assorbente. Salate bene e servite il fritto ben caldo.
NOTA
Il fritto può ulteriormente essere arricchito con
piccoli panzarotti di patate
paste cresciute
minuscole arancine di riso
brak

IL DIAVOLO

IL DIAVOLO
Questa volta su richiesta dell’amico F.P. (il consueto motivo di riservatezza m’impedisce di fare per esteso nome e cognome e mi obbliga alle iniziali...) tenterò di esaminare tutte le voci napoletane usate per rendere quella dell’epigrafe.
In primis è da ricordare che in napoletano esistono numerosissime voci per tradurre la parola diavolo (ne ò reperite, se non ò sbagliato il conto, ben diciotto!) alcune delle quali son nomi comuni e generici, altri quasi dei nomi proprî.
Ciò détto comincio con l’esaminare la voce italiana
- diavolo (teol.) Spirito del male (chiamato anche demonio), nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana (cfr. oltre), principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero (cfr. oltre) , capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare'.
- Satana nome comune ripreso come proprio ed è voce che nel gr. cristiano traduce l'ebr. satan 'contraddittore';
- Lucifero altro nome comune ripreso come proprio ed è voce che deriva dal lat. lucĭfer -a -um, comp. di lux lucis "luce" e fer "-fero", calco del gr. phōsphóros].di per sé agg., lett. Che porta la luce, che dà luce: come s. m. vale con iniziale maiusc. a) Il pianeta Venere nelle sue apparizioni mattutine. b) Satana, il demonio. c) (fig.) Persona malvagia.
Passiamo al napoletano ed abbiamo:
- Deavolo è voce molto generica e non molto usata..., ricalcata come l’italiano diavolo (di cui parrebbe addirittura un adattamento...) su di un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore'
- Demmonio altra voce molto generica, ma questa piú usata della precedente soprattutto nelle imprecazioni (mannaggia ô demmonio) o come riferimenti iperbolici o nei riguardi di bambini e/o ragazzi particolarmente vivaci (‘stu guaglione è ‘nu demmonio oppure ‘stu guaglione tene ‘e demmonie ‘ncuollo , espressioni che valgono: non trovar pace, non stare mai fermo etc. ) o anche nei riguardi di adulto inteso persona malvagia o straordinariamente astuta o anche persona vivace, irrequieta: chella bbella guagliona: è proprio ‘nu demmonio! | nel linguaggio familiare è riferito a persona straordinariamente dotata, abile etc: a scupone è ‘nu vero demmonio! È ‘nu demmonio comme porta ‘a machina ! è voce derivata dal lat. tardo daemoniu(m), dal gr. daimónion, propr. 'che appartiene alla divinità'; faccio notare che nel greco e tardo latino la voce non ebbe connotazioni negative e le acquistò solo quando la voce demonio/demmonio fu intesa come sinonimo di diavolo.
- Avèrzerco - averzèrio letteralmente sono ambedue nomi com. masch. sing. e valgono avversario,contraddittore nella medesima valenza del termine ebraico satan. Il primo però da nome comune masch. è stato poi riferito, (soprattutto nel linguaggio popolare della città bassa) particolarmente al diavolo inteso come il piú pericoloso ed accanito degli avversarii e/o contraddittóri e come tale la voce à finito per essere intesa nome proprio e come tale da scriversi con l’iniziale maiuscola Avèrzerco mentre averzèrio è continuato ad essere nome comune sebbene riferito anche al diavolo oltre che ad ogni altro oppositore, contrario. Sia Avèrzerco che averzèrio sono un denominale del lat. adversus attraverso un percorso morfologico leggermente diverso;
- Barzabbucco questa voce si differenzia dalla precedente Avèrzerco perché la voce qui a margine è - di partenza - esattamente un nome proprio e non nome comune ripreso come proprio; in effetti Barzabbucco è l’adattamento morfologico del nome ebr. Baal-zebu'signore della casa (degli inferi)' con mutamento della liquida l→r , raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva b e paragoge della sillaba evanescente finale cco per evitare l’eventuale tronca Barza bbú che poteva risultare troppo musicale e... frivola per il nome di un diavolo! In effetti nella Bibbia Baal-zebu è indicato quale nome del principe degli spiriti maligni e sarebbe stato disdicevole e non consono renderlo con uno squillante Barza bbú; molto piú adatto il piano e serioso Barzabbucco
- Bruttone Con questa voce ritorniamo ad occuparci della trasformazione in nome proprio di una voce comune come il pregresso Avèrzerco; qui però invece di un nome comune si è trasformato in nome proprio addirittura un aggettivo (sia pure un accrescitivo...) In effetti con la voce Bruttone (accrescitivo di brutto cfr. il suff. one) si è inteso attribuire al diavolo la qualifica di essere il piú brutto pensabile e/o possibile, essere cioè cattivo, riprovevole, sconcio al massimo grado, il piú sfavorevole e negativo, che arreca danno e perdizione.Il diavolo è – nell’inteso comune il brutto per antonomasia e dunque Bruttone; la voce brutto ed il suo accrescitivo bruttone derivano con molta probabilità dal lat. brutu(m) 'bruto', con espressivo raddoppiamento consonantico, se non vogliamo credere al rev. Ludovico Antonio Muratori (Vignola, 21 ottobre 1672 – Modena, 23 gennaio 1750)noto studioso che ipotizzò invece un ant. alto tedesco bruttan= spaventare→spaventoso;
- Farfaro/a – Farfariello eccoci a che fare con un altro nome proprio (ed ò parlato di nome e non nomi perché chiaramente il secondo Farfariello non è che l’ipocoristico del primo!) Anche in questo caso si è partiti da un nome comune (l’arabo farfar= folletto) per approdare ai nomi proprî Farfaro/a e Farfariello
La voce napoletana Farfaro/a (usata solo come nome proprio del diavolo) non va confusa con l’omografa ed omofona dell’italiano farfara s. f. , pianta erbacea con fiori raccolti in capolini gialli e foglie cuoriformi; i fiori sono usati come medicinale contro la tosse (fam. Composite). Rammento che Farfariello fu usato (sia pure nella forma Farfarello) anche dall’Alighieri Dante come nome di uno dei diavoli del suo Inferno.
La voce napoletana Farfariello viene usata riferita al diavolo come nome proprio, ma come nome comune e/o aggettivo è riferito ad uomo dai movimenti vivaci ed imprevedibili, frivolo nei gusti e nei discorsi;
- mazzamauriello – scazzamuriello - scazzamurillo
In questo caso ci troviamo difronte a tre voci che – come specificherò – sono usate quali nomi comuni generici per indicare sia il demonio che un generico folletto; ed in effetti i tre nomi vengono usati oltre che per indicare il denomio (specialmente nella città bassa, sulla bocca delle persone molto avanti con gli anni) anche per riferisi al piú famoso degli spiritelli e/o folletti napoletani e cioè al cosiddetto munaciello. Però ricordiamo che delle tre la voce piú usata quale sinonimo di diavolo è la prima mazzamauriello mentre le altre due si riferiscono al piú famoso degli spiritelli e/o foletti napoletani; di per sé mazzamauriello come derivato quale adattamento dello spagnolo matamorillos a sua volta diminutivo di matamoros è un aggettivo e varrebbe smargiasso anzi ammazza-piccoli- mori e francamente non mi so spiegare perché tale aggettivo venga adoperato per indicare il diavolo, né riesco a trovare il collegamento semantico che abbia reso possibile intendere uno smargiasso/assassino come il diavolo. Forse l’etimo e la via semantica da percorrere sono altrove e probabilmente li scoveremo parlando di – scazzamuriello/ scazzamurillo.
Come ò già detto rammenterò che nel parlato napoletano il famoso folletto noto col nome di ‘o munaciello è chiamato anche scazzamuriello/scazzamurillo termine generico per indicare appunto uno spirito, un folletto; non di facilissima lettura anche l’etimo ed il percorso semantico della voce scazzamuriello; comunque ci proviamo e diciamo che ai piú appare un’agglutinazione della voce verbale scazza (3° pers. sing. ind. presente dell’infinito scazzà= smuovere, staccare da un freq. lat. excaptiare + la voce muriello per la quale si parla di un derivato diminutivo di un ant. tedesco mara= fantasma; epperò sia l’etimo che il percorso semantico (chi o cosa dovrebbe far smuovere o staccare un fantasma?...) mi convincono poco e reputo che scazzamuriello sia solo una corruzione popolare di un originario scazzamurillo→scazzamuriello con un’agglutinazione della voce verbale scazza (3° pers. sing. ind. presente dell’infinito scazzà= smuovere, staccare da un freq. lat. excaptiare + la voce murillo diminutivo di muro atteso che, tra le sue facoltà ‘o munaciello à proprio quella di passare i muri (forse smuovendoli o staccandoli ); messa in questi termini sia etimologicamente che semanticamente l’ipotesi mi appare maggiormente perseguibile e significante; e poi da scazzamurillo e scazzamuriello voci che come visto valgon spiritello, folletto per adattamento corruttivo si è potuto tranquillamente ottenere mazzamauriello mantenendo il significato di spiritello, folletto riferito però al diavolo; facendo in tal modo piazza pulita del pregresso matamorillos ed il suo inconferente smargiasso ed ammazza-piccoli-mori; mi si perdoni la presunzione, ma trovo abbastanza corretti e convincenti percorsi ed etimi da me ipotizzati.
- Parasacco voce desueta; letteralmente colui che appronta il sacco.Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio. Si tratta di un particolare diavolo il cui nome veniva pronunciato come spauracchio per i bambini irrequieti e disobbedienti cui si agitava appunto il pauroso fantasma di questo diavolo che richiamato dalle malefatte dei bambini, accorreva munito di sacco in cui stipare i monelli disobbedienti per condurli con sé. Si trattava, ça va sans dire, di una spiegazione di comodo in quanto Parasacco= colui che appronta il sacco è voce derivata dall’agglutinazione di para (3° p. sg. ind. pr.dell’infinito parare dal latino parare=approntare, disporre) + sacco (dal lat. saccu(m), che è dal gr. sákkos, di orig. fenicia) nel significato di colui che dispone il sacco per trascinar con sé i peccatori. non certo i bambini irrequieti o disobbedienti: fosse cosí, l’inferno brulicherebbe di bambini!...
- Rancecótena Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio;è nome peraltro abbondantemente desueto e che si può oramai solo trovare passim nel G.C.Cortese, nel Gabriele Fasano nel Marc’antonio Perillo oltre che nel corredatissimo dizionario del Raffele D’Ambra. A mio avviso (ma non ò purtroppo documentate prove da addurre) penso che si tratti di un nome di diavolo coniato proprio dal Gabriele Fasano (Solofra 7 luglio 1654 - † Vietri sul Mare 1698) per la sua Gierosalemme libberata de lo sio Torquato Tasso votata a llengua napoletana. Si tratta di un particolare diavolo dall’aspetto pericoloso (come quello di un granchio; pare anzi – cosí almeno nella tradizione popolaresca – che al posto delle mani armate di artigli, possedesse delle chele!... ) e coriaceo (tal quale una cotenna) il cui nome è l’agglutinazione di rance (per rancio=granchio voce etimologicamente rifatta sull’ acc.vo (c)rance(um) metatesi nel lat. volgare della voce cancerum +cótena = cotenna voce che è dall’acc.vo volg. cutina(m) per il class. cutínna(m).
- Satanasso/Sautanasso in questo caso ci troviamo difronte non ad una voce comune assurta a nome proprio, ma a due forme leggermente del medesimo nome proprio che è Satanasso mentre la seconda Sautanasso non ne è che una patente erronea alterazione d’estrazione popolare;perdutosi del tutto l’uso di Sautanasso è ancóra in auge Satanasso che è nome ancóra in uso nel parlato popolare partenopeo dove come nome proprio sta per
- 1) Satana
mentre come nome comune (fig.) vale
2)persona prepotente, violenta, furiosa: alluccà comme a ‘nu satanasso
ed anche
- 3) persona molto esuberante e dinamica: chillu guaglione è propeto ‘nu satanasso
La voce Satanasso oltre che nel napoletano ed altre parlate meridionali fu pure usato nella lingua nazionale (Alighieri Dante) sia pure soltanto con il significato sub 1); mentre successivamente anche per la lingua nazionale à assunto la valenza sub 2) e 3) e ne à aggiunto addirittura una quarta:
4) scimmia con barba lunghissima e lunga coda non prensile (ord. Primati). Quanto all’etimo della parola Satanasso non mi convince quello proposto dalla maggioranza dei filologi che propongono una pronuncia ossitona di Satanas nel lat. mediev.; ossia voce derivata dalle forme Satănas, Satanâs che nel lat. e gr. biblico compaiono come var. di Satan, Satân; gli è che come attestato dal Rohlfs il suff.dispregiativo asso accanto ad azzo con base nel lat. aceus è di marca meridionale; nel settentrione se ne trasse e si usa /usò accio (cfr. il nap. Michelasso ed il toscano Michelaccio) ; di talché a mio sommesso avviso è inutile scomodare Satănas e Satanâs del lat. e gr. biblico; ai napoletani fu sufficiente risalire a Satan(a) ed aggiungervi il dispregiativo asso per ottenere Satanasso.
Tentazione – Anche in questo caso ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio con il quale si è posto l’accento su di una particolare, precipua attività del diavolo che è quella di spingere qualcuno al male istigandolo al peccato attraverso lo stimolo o l’invito a compiere azioni attraenti ma sconsigliabili, sconvenienti o addirittura proibite; la voce comune a margine assurta poi a nome proprio è dal lat. temptatione(m), der. di temptare "tentare".
Tentillo Anche in questo caso, come per la precedente ci troviamo difronte ad una voce comune assurta a nome proprio, nome che risulta essere l’ipocoristico (cfr. il suff. illo) di tentatore e con la voce a margine, attestata passim in Biase Valentino, Pompeo Sarnelli, Pietro Martorana ed altri autori partenopei del tardo seicento, oltre che nel dizionario di Raffaele D’Ambra ci troviamo nel medesimo àmbito di significato della voce precedente ed anche tentatore da cui il nostro Tentillo è, ça va sans dire, un deverbale di temptare "tentare".

- Zefierno Con la voce a margine - voce peraltro abbondantemente desueta - siamo giunti alla fine della nostra elencazione ed in questo caso ci troviamo a che fare con un nome proprio (non derivato però da un nome comune) con il quale si identificò come ci assicura il D’Ambra il piú malvagio e cattivo dei diavoli quantunque – aggiungo io (che mi fido dell’etimo cui accennerò) – quantunque dicevo uno dei diavoli piú splendente di luce ingannatrice. Il nome Zefierno starebbe per luce dell’inferno in quanto incrocio Cifero←(Lu)cifero→Zifero + ‘nfierno = Zifierno→Zefierno.
E qui penso di poter far punto ritenendo d’aver esaurito l’argomento ed accontentato l’amico F.P. e forse anche qualche altro.
Raffaele Bracale