venerdì 1 gennaio 2010

PAPOSCIA E DINTORNI

PAPOSCIA E DINTORNI

Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale

CURNUTO E MAZZIATO

CURNUTO E MAZZIATO
Letteralmente: becco e percosso È il modo partenopeo molto piú icastico, di rendere l’italiano: il danno e la beffa prendendo a termine di paragone il povero ovino assurto a modello ed emblema del marito tradito, ma qui simbolo di chi, avuto un torto debba subire anche il dileggio. Altrove in maniera molto piú rappresentativa, ma cruda, piú estesamente si suole affermare ‘a sciorta d’’o piecoro: nascette curnuto e murette scannato id est: (è veramente amara) la sorte del becco che nacque cornuto e morí sgozzato; la medesima sorte cioè del marito tradito che oltre a sopportar il peso delle corna, spesso deve subire l’onta delle percosse.
curnuto/a agg.vo m.le o meno spesso f.le; talvolta è usato anche come sostantivo (volg.) persona cornuta
1 provvisto di corna: animale cornuto ' argomento cornuto, (fig.) il dilemma in quanto consiste di due proposizioni contrapposte, dette corni
2 (lett.) che à forma di corno o di corna.
3 (volg.) si dice di persona tradita dal proprio coniuge;
quanto all’etimo è dal lat. cornutu(m), deriv. di cornu 'corno'
mazziato/a agg.vo m.le o talvolta f.le : percosso, colpito, bastonato; viene maggiormente usato l’agg.vo maschile in quanto il femminile è usato come sostantivo per indicare una variata ed estesa serie di percosse; quanto all’etimo è un derivato de l lat. mattea = bastonr, randello;
sciorta s.vo f.le = sorte, destino anche, specialmente nell’esclamazioni buona fortuna o cattiva fortuna (cfr. ‘í che sciorta! = guarda che fortuna!(buona o cattiva a seconda del contesto) etimologicamente dal lat. sorte(m) con il solito passaggio della esse seguita da vocale a sci come in semum→scemo, simia→scigna, ex-aqueo→sciacquo;
piecoro s.vo m.le = becco, montone, maschio della pecora
etimologicamente da un lat. volg. *pēcoru(m)→piecoro;
nascette = nacque; voce verbale (3° pers. sg. pass. rem. dell’infinito nascere dal lat. volg. *nascere, per il lat. class. nasci;

murette = morí; voce verbale (3° pers. sg. pass. rem. dell’infinito murí dal lat. volg. *morire, per il lat. class. mori
scannato = sgozzato, ucciso mediante recisione della gola;
voce verbale: part. pass. aggettivato dell’infinito scannà denominale di canna= gola (dal greco kànna) con protesi di una esse detrattiva.
ccorna = corna, sost. femm. plur. del maschile sg. cuorno
prominenza cornea o ossea, di varia forma ma per lo piú approssimativamente cilindro-conica e incurvata, presente generalmente in numero pari sul capo di molti mammiferi ungulati; anche, ognuna delle due analoghe protuberanze sulla fronte di esseri mitologici o, nell'immaginazione popolare, del diavolo con etimo dal lat. cornu(m) con tipica dittongazione della ŏ (o intesa tale)ŏ→uo nella sillaba d’avvio della voce singolare, dittongazione che viene meno, per far ritorno alla sola vocale etimologica o, nel plurale reso femminile (‘e ccorne) laddove nel plurale maschile è mantenuta (‘e cuorne) ; rammenterò che in napoletano il plurale femm. ‘e ccorne è usato per indicare le protuberanze cornee reali della testa degli animali, o quelle figurate dell’uomo o della donna traditi rispettivamente dalla propria compagna, o dal proprio compagno, mentre con il plurale maschile ‘e cuorne si indicano alcuni tipici strumenti musicali a fiato o i piccoli o grossi amuleti di corallo rosso usati come portafortuna;ugualmente con valore di portafortuna vengono usati i corni dei bovini macellati, corni che vengon staccati dalla testa, messi a seccare, opportunamete vuotati, spesso tinti di rosso tali cuorne, non piú ccorna devono rispondere – nella tradizione partenopea - a precisi requisiti, dovendo necessariamente essere russo, tuosto, stuorto e vacante pena la sua inutilità come porte-bonheur.
russo= rosso (da non confondere con ruosso che è grosso), di colore rosso derivato del latino volgare russu(m) per il class. ruber;
tuosto= duro, sodo, tosto derivato del lat. tŏstu(m), part. pass. di torríre 'disseccare, tostare'con la tipica dittongazione partenopea della ŏ→uo;
stuorto = storto, ritorto,non dritto, scentrato derivato del lat. tŏrtu(m), part. pass. del lat. volg. *torquere, per il class. torquìre con prostesi di una s intensiva e tipica dittongazione partenopea della ŏ→uo;
vacante= cavo, vuoto ed altrove insulso, insipiente part. pres. aggettivato del lat. volg. vacare = esser vuoto, mancante, libero di; a margine rammenterò che esiste un altro tipico cuorno quello de ‘o carnacuttaro (il girovago venditore di trippe bovine che lavate, sbiancate e lessate vengon vendute al minuto opportunamente ridotte in piccoli pezzi serviti su minuscoli fogli di carta oleata, irrorate di succo di limone e cosparse di sale contenuto in un corno bovino, seccato, vuotato, forato in punta, per consentire la fuoriuscita del sale con cui viene riempito, e tappato alla base con un grosso turacciolo di sughero; tale cuorno viene portato pendulo sul davanti del corpo, legato in vita con un lungo spago, in modo che nel suo pendere insista su di una bene identificata zona anatomica; ciò è rammentato nell’espressione: Mo t’’o ppiglio ‘a faccia ô cuorno d’’a carnacotta! (Adesso te lo procuro, prendendolo dal corno della trippa) nella quale ‘o cuorno è usato eufemisticamente in luogo d’altro termine becero, facilmente intuibile se si tiene presente la zona su cui insiste il pendulo corno del sale… l’espressione è usata con una sorta di risentimento da chi venga richiesto di azioni o cose che sia impossibilitato a portare a compimento o a procurare, non essendo le une o le altre nelle sue capacità e/o possibilità.
Concludendo si può dire che l’espressione curnuto e mazziato fu adoperata per addolcire quasi la piú cruda curnuto e scannato.
Raffaele Bracale

STUPIDO e dintorni

STUPIDO e dintorni
Pochi giorni or sono due giovani miei nipoti avevano in corso una loro disputa per non ricordo bene quale banale questioncella; nel durante, il piú grande dei due gratificò l’altro d’una serie di contumelie dandogli in rapida successione dello scemo, stupido, cretino, imbecille, deficiente; sentendosi vilipeso il ragazzo mi chiese di intervenire per redarguire l’offensore, ma io non seppi dir di piú che:”Porta pazienza e consòlati pensando che ti à offeso in lingua italiana; lo avesse fatto in napoletano, avrebbe potuto sotterrarti sotto una ben piú vasta e pesante coltre di contumelie!”
E per tener dietro con degli esempi presi ad illustrare le voci partenopee che traducono le cennate voci italiane;lo faccio anche adesso qui di sèguito.
Al solito diamo prima un rapidissimo sguardo alle parole italiane, per passare poi a quelle ben piú numerose della lingua napoletana;
scemo: chi à o denota poco senno,; sciocco ed insulso etimologicamente deverbale dal latino ex-semare= privar della metà di qualcosa; comp. di ex via da e un deriv. di símis metà;
stupido: chi denota stupidità, scarsa intelligenza e piú propriamente chi è proclive, anche senza motivo, a stupirsi; etimologicamentedal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire';
cretino: etimologicamente dal franco-provenz. crétin, propr. cristiano, che, usato dapprima nel significato di povero cristiano, poveraccio, à poi assunto valore spregiativo nel senso di stupido etc.;
imbecille: che, chi à scarsa intelligenza: etimologicamente dal latino imbecille(m): debole fisicamente o mentalmente;
deficiente: che, chi è intellettualmente e psichicamente inferiore alla media; etimologicamente dal latino deficiente(m) part. presente di deficere= mancare.

E veniamo al napoletano ed alle sue numerose voci che rendono queste qui elencate:
alleccuto o alluccuto o anche locco: persona stupida, di aspetto poco intelligente; etimologicamente dal latino alucus per ulucus/ulluccus donde anche l’italiano allocco;
anchiòne: propriamente lo sciocco, il babbeo aduso a non discutere, ad accettar per buona ogni cosa, ad ubbidire, il tutto in linea con la sua etimologia che è dal latino anculus(da cui il diminutivo femm. ancilla) = servo ;
babbano: che è lo sciocco, il gonzo e – per dirla con Cicerone - l’uomo di nessun numero o conto; questo napoletano babbano à in babbaleo il corrispettivo toscano e come questo, etimologicamente una radice greca in bambaliòn dal verbo bambalein=avere l’aria attonita ed incantata;
babbio ed il suo accrescitivo, dispregiativo babbione: uomo sciocco e di poco cervello; etimologicamente dal latino bàblus sincopato di bàbulus=stolto;
babbuasso: indica lo scioccone, lo stupidone inveterato, quasi dispregiativo ed accrescitivo del menzionato babbano; etimologicamente da collegarsi (tenendo presente appunto che il suffisso asso, corrispondente al toscano accio à valore dispregiativo) ad un latino volgare babbius← babejus che diede anche il toscano: babbeo;
basciòscio donde anche i corrotti pachiochio/pachiochiero indicano tutti lo sciocco, rammollito, rimbambito; non di facile lettura l’etimologia: a bascioscio, ma piú ancora a pachiochio/pachiochiero non dovrebbe essere estraneo lo spagnolo chocho nell’accezione di molle,vuoto, ma non è peregrina l’idea che riporta il nostro bascioscio alla voce baciocco/occolo sorta di strumento sonoro di legno fatto a mo’ di scodella, dato ai fanciulli per giocarci, quale tamburello; in fondo il napoletano bascioscio connota lo sciocco vuoto di zucca;
battilocchio che denota lo stupido che inceda quasi, con tutte le inevitabili, dure conseguenze negative, ad occhi chiusi, anzi bendati; originariamente il battilocchio etimologicamente dal francese: battant l’oeil fu una cuffia da donna, ampia cuffia le cui falde ricadevano sugli occhi; in seguito con la parola battilocchio si finí per indicare piú che la cuffia, chi la indossasse anche se lasciandosi trasportar dalla desinenza maschile si appioppiò all’uomo e non alla donna (che pure indossava la cennata cuffia) il termine battilocchio;
cacchio/cacchione: è lo sciocco, lo stupido che non à speranze di migliorare; costui viene appaiato al membro maschile inteso non come organo veicolo della riproduzione (in tal caso non sarebbe figura né dello sciocco, né dello stupido), ma come semplice e perciò sciocco veicolo dei liquidi scarti renali; etimologicamente come la parola cazzo, di cui cacchio e l’accrescitivo cacchione sono addolcimenti eufemistici, vengono – come altrove ricordai da una voce gergale marinaresca greca akatiòn= albero della nave;
cannapierto: è lo stupido dall’aria melensa, che si guarda intorno con lo sguardo perso e la bocca aperta; il napoletano cannapierto stranamente, ma icasticamente piú che alla bocca fa riferimento all’organo ad essa collegato il canale della gola espressivamente reso con il termine canna, etimologicamente dal greco kànna originariamente kàna voce semita dall’ebraico qaneh;
catàmmaro: è il sempliciotto, il babbeo che necessita quasi di esser accompagnato, portato mano nella mano; infatti etimologicamente la parola è una commistione greco/latino katà + manus = mano nella mano, come alibi: pedecatapede = passo dopo passo (da pedes+ katà+ pedes );
chiafeo: antichissima voce, quasi desueta che indica lo sciocco, il grullo, il melenso etimologicamente da collegarsi al greco kophòs = babbeo, attreverso l’aggettivo kophaîos;
chionzo: voce di ampia diffussione tanto da ritrovarla nel comune lessico nazionale, sebbene in quest’ultimo con attinenza al solo aspetto fisico di una persona che sia bassa, grassa e tarchiata e dunque goffa; con la medesima accezione la voce la si ritrova nel dialetto lucchese dove è: chionso/pionso ed in quello calabrese dove è : chionzu; in napoletano la voce attiene piú che all’aspetto fisico, a quello intellettivo, connotando il rozzo babbeo, dall’aria attonita e distratta; etimologicamente la voce si fa risalire unanimemente ad un longobardo klunz= goffo, rozzo;
chiochiaro/ chiochiero: voce ancora viva nell’icastico linguaggio popolare, voce usata per indicare il melenso, sciocco babbeo di zucca vuota, accompagnata per solito da un gesto offensivo consistente nel far muovere velocemente ed alternativamente l’avambraccio a dritta e mancina, tenendo la mano destra drizzata verso l’alto con le dita unite in modo che il polpastrello del pollice , tocchi contemporaneamente tutti gli altri; etimologicamente piú che allo spagnolo chocho =molle, vuoto, pare che debba riferirsi al latino cochlea = conchiglia, considerata nel momento che sia vuotata del suo frutto;non è però da scartar l’ipotesi che la parola, giacché è usata anche per designare lo zotico villano, possa collegarsi alla voce chiochia che è variante di ciocia (termine dall’etimo sconosciuto, di ambito laziale usato per indicare un particolare tipo di calzatura indossata dai contadini) alla voce chiochia unendo il tipico suffisso di competenza aro/ero si arriva ai nostri chiochiaro/chiochiero;
ferlocco ed il suo metatico frellocco: voce in voga negli anni d’antan ed oggi quasi desueta, voce divertente che si usò per indicare lo sciocco citrullo che, a maggior disdoro fosse anche vanesio e privo di sostanza in linea con l’etimologia della parola che risulta dall’unione di un latino ferla = verga vuota con il precedente locco;
fesso: esattamente lo sciocco balordo, senza una sua consistenza fisica e/o morale, in tutto in linea con il suo etimo dal latino fissus part. pass. del verbo findere =spaccare, dividere;
fogliamolla: non ci si lasci ingannare dalla desinenza femminile: la parola è un aggettivo sostantivato invariabile e lo si riferisce, senza alcuna variazione desinenziale, sia all’uomo che alla donna: ‘nu fogliamolla o ‘na fogliamolla nel significato di persona sciocca e neghittosa nonché molle tal quale la tenera foglia da cui deriva ed a cui è rassomigliata ; etimologicamente dai tardo latini: folia + molle(m);

- gliògliaro: antica voce ormai desueta che un tempo fu usata quale corruzione (ma nel medesimo significato, e medesime modalità) del precedente chiòchiaro.
- lasagna e l’accrescitivo lasagnone nonché il composto pappalasagne (mangialasagne): antiche voci (non dimentichiamo che con il soprannome di lasagna il re Ferdinando II Borbone soleva appellare suo figlio Francesco II e non perché costui – come inesattamente riportato da certa frettolosa aneddotica pseudo-storica – fosse goloso dell’omonima pietanza, quanto perché il re riteneva suo figlio – sia pure ingiustamente – inetto e d’intelligenza poco pronta) con le quali si designavano anche con valenza bonaria, il bietolone, gracile e non molto sveglio, dal carattere cedevole ed accondiscendente, la cedevolezza che si ritrova nell’impasto di uova e farina da cui si ricava la sfoglia per trarne lasagne etimologicamente dal greco lagaròs = floscio, molle;
- mammalucco: ad un dipresso lo sciocco impenitente, dall’aria frastornata, tal quale il precedente cannapierto; etimologicamente questo mammalucco è dall’arabo mamluk = schiavo, soldato prigioniero;
- mamozio: illustrai già abbondantemente alibi la voce a margine, intesa come designante persona (adulto e/o ragazzo) inceppata nei movimenti o nell’espressione a mo’ di fantoccio o di pupazzo o anche di figurina mal scolpita o incisa e piú estensivamente individuo torpidamente imbambolato tale da apparire di duro comprendonio, e parlai della sua etimologia che risulta essere, checché ne dicano i proff. Cortelazzo e Marcato nel loro Dizionario dei dialetti italiani, la corruzione del nome Mavorzio da riferirsi ad una enorme, quantunque acefala, statua del IV sec. d. C. raffigurante il nobile puteolano FLAVIO EGNAZIO LOLLIANO QUINTO MESIO MAVORZIO, pretore urbano, proconsole della provincia dell’ Aquila e candidato questore, statua che fu appunto ritrovata a Pozzuoli nel corso (1704) degli scavi per l’erigenda chiesa di san Giuseppe; l’ inesperto scultore chiamato al restauro della statua acefala la corredò di una testa tanto piccola da risultare sproporzionata e per giunta dall’aria melensa; i puteolani impiegarono un nonnulla per trasformare il nome MAVORZIO in mamozio accreditandolo della stupidità suggerita dal volto della piccola (segno di scarso contenuto di cervello) testa indegnamente restaurata;
- mammuoccelo: che è propriamente l’uomo dall’aria melensa ed attonita denotante mancanza di intelletto, stupidità; etimologicamente da collegarsi, come corruzione diminutiva, al toscano bamboccio e dunque a bambo che in origine indicò l’infante ed in seguito lo sciocco e lo stupido;
- messere: altra voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che nel significato ironico di stupido, sciocco e credulone non si ritrova che in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto è ironica, pur se etimologicamente starebbe per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore;
- moscammocca: l’ignavo, lo scioccone, l’allocco tanto irresoluto ed immoto da starsene perennemente a bocca aperta tanto da permettere addirittura che le mosche vi passeggino dentro entrando ed uscendo ad libitum; va da sé l’etimologia che fotografa l’atteggiamento di questo ignavo aduso a portarsi la mosca in bocca che è l’esatta traduzione di moscammocca (mmocca infatti è: in+bocca );
mucchione: è propriamente non il bambino, ma l’adolescente o anche l’adulto fatto cosí sciocco, melenso, inetto tanto da non esser capace o non avvertire la necessità di ripulirsi del moccio che gli coli dal naso; etimologicamente da qualcuno si vorrebbe correlare la voce ad un generico latino murcus→murcius =stolto, ma – rammentato quanto appena detto - penso che non è o sarebbe scorretto pensare ad un deverbale del latino muccare che è da muccus= moccio, catarro; tuttavia non è da scartare neppure l’ipotesi che mucchione sia l’accrescitivo, dispregiativo di mucchio(che è da un latino cumulus→muculus→muc’lus→mucchio) nel senso di uomo grosso e grasso e dunque stolto e sciocco tenendo presente il luogo comune partenopeo per il quale: ommo gruosso bubbelis es = l’uomo grosso è sciocco , dove il maccheronico bubbelis è corruzione di bàblus sincopato di bàbulus=stolto;

- ‘ntòntero : propriamente lo stupido, il melenso ed il perennemente frastornato; voce di tutta l’area mediterranea: la si ritrova anche in Sicilia: ‘ntòntaro, in Sardegna: dòndaro oltre che in Portogallo e Spagna dove è solo tonto tal quale l’italiano tonto; per tutte le voci l’etimologia è latina: tonitus = stordito come chi è colpito dal tuono; cfr.il toscano attonito;
- ‘ntruglione : propriamente il bietolone dal viso inespressivo, incapace di discernere; non bisogna dimenticare infatti che la parola ‘ntruglione non è che l’accrescitivo di ‘ntruglio che non è il toscano intruglio= mescolanza di sostanze diverse, ma è, gastronomicamente, l’intestino d’agnello abbondantemente speziato e avvolto strettamente su sé stesso al segno di non poterlo piú dipanare, cotto su braci ardenti;
- ‘nzallanuto ed il derivato zallo (caro al commediografo Raffaele Viviani) che significano l’uno il confuso, lo stordito, l’altro lo sciocco, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú;etimologicamente ambedue le voci sono da collegarsi piú che al latino in-sanire,ad un in-salunire o piú probabilmente al greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito;
- ‘nzipeto letteralmente insipido, sciocco, privo di sale e figuratamente scialbo, banale; privo di vivacità, di spirito, di personalità e quindi anche piatto, melenso, insulso, anonimo, insignificante, grigio. si tratta etimologicamente di parola derivata dall’acc.vo lat. insipidum (insipido, privo di sale) accusativo a cui è da collegarsi anche la voce astratta ‘nzepetaría = cosa sciocca, sciapíta, sciocchezza, stoltezza, scempiaggine, stupidaggine, scemenza, insensatezza, bestialità, fesseria , atto o faccenda di persona che non dà gusto; parola, come ò accennato, costruita partendo dall’acc.vo lat. insipidum (insipido, privo di sale) con aggiunta del suffisso di pertinenza dei nomi astratti aría;normale poi il passaggio dell’originario ns al napoletano nz come consueto l’alternanza delle dentali d→t nel percorso morfologico insipidu(m)→ (i)nsipid(u)’nsipid(u)→’nzipet→’nzepet + aría→’nzepetaría.

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- papurchio: è lo stolto inveterato che, a maggior disdoro, sia anche poco prestante fisicamente; etimologicamente deriva dal latino baburculus, diminutivo di un baburcus= stolto e melenso;
- purpetta: evidente traslato dispregiativo e non perché la polpetta da cui purpetta non sia cibo gustoso e saporito,in ispecie se fritta e non cotta al forno, ma, in quanto preparato con carne trita, si presta al concorso di piú residui di tagli di carne anche non pregiati presenti sul banco del macellaio, che intrugliandoli può conferire una preparazione anche di scarto, come di scarto viene a dimostrarsi il soggetto gratificato della voce a margine;
- rapesta: altro paragone dispregiativo di cui vien gratificato l’uomo inetto e dappoco, come dappoco è la rapa (latino: rapistrum)selvatica che lo rappresenta;
- scapucchione: epiteto per solito riferito a ragazzo dalla testa grossa, ma ovviamente vuota, ed estensivamente all’adulto che si ostini a restare ragazzo, non venendo a capo mai di nulla, né quanto a comprensione, né quanto ad azioni; voce violentemente ironica ed offensiva forgiata com’è quale accrescitivo intensivo (vedi la solita prostesi della iniziale esse, ed il suffisso one) della parola capocchia (che è dal latino capuclum← capiclum per capitulum diminutivo di caput) che in lingua napoletana indica però il glande testa notoriamente poco atta al raziocinio;
- scatozza: precisamente: ignorante, babbeo, scioccone; si tratta di una antica voce, ormai però abbondantemente desueta, nata in ambito teatrale dove fu il nome proprio di un ridicolo personaggio goffo, sciocco, stupido ed ignorante; uscito dall’ambito teatrale il termine trasmigrò come aggettivo in quello letterario dei poeti partenopei secenteschi, e da esso entrò nel linguaggio comune;
- sciabbecco: precisamente il bietolone, lo sciocco, lo stupidone aduso a piegarsi ad ogni vento, come che mentalmente vuoto e privo d’ogni opinione e/o cognizione; in origine lo sciabecco (dal turco sumbeki, attraverso un arabo šumbûk) indicò un lungo e stretto naviglio, veloce, ma – per la sua esile consistenza – facilmente preda dei venti e dei marosi;
- sciaddeo/sciardeo : esattamente lo sciocco, l’incapace buono a nulla ; rammenterò qui che sciaddeo/sciardeo son la medesima parola: nella seconda si è verificato il fenomeno del parlato popolare, d’estrazione osco-mediterranea, di rotacizzare la prima d, ma la parola è la stessa; per quanto riguarda l’ etimologia di sciaddeo escludo a priori che la si debba riferire al nome dell’apostolo Giuda Taddeo - che con sciaddeo à solo una tenue assonanza, non risultando da nessuna sacra scrittura (vangeli – atti degli apostoli – lettere etc.) che il suddetto Giuda Taddeo fosse uno sprovveduto o un incapace,- e propendo per il verbo greco skedao= comportarsi da sbandato e/o sprovveduto; ancora ricorderò che dalla femminilizzazione di sciardeo,cioè da sciardea si trasse il diminutivo sciardella nel significato di donna inetta, di casalinga incapace di fare i donneschi lavori di casa con attenzione e secondo i crismi dovuti; a Napoli è 'na sciardella la casalinga che lavi le stoviglie, facendosele scappare di mano e rompendole, che lavi i pavimenti con poca acqua, che spolveri superficialmente, che riponga gli abiti in modo raffazzonato, cosí che riprendendoli uno li trovi stazzonati e gualciti al punto di non poterli indossare, una donna insomma inetta ed inaffidabile, una sbadata patentata.
Esiste anche un peggiorativo del termine sciardea -sciardella ed è sciuazza, peraltro addolcimento – attraverso l’epentesi di una efelchistica u – di un’originaria sciazza (che è dal latino ex-apta=inadatta)inteso troppo duro o volgare;
- sciamegna/sciamenchia: e cioè lo sciocco, il grullo, l’allocco; la parola, con un arzigogolo mentale, trasferisce una probabile deficienza corporale ad una ben piú grave deficienza mentale: etimologicamente infatti la parola deriva da un (mo)scia + megna o(mo)scia + menchia dove megna/menchia stanno ovviavente per minchia (che è dal latino méncla collaterale di mèntula diminutivo di menta = membro maschile) nella pretesa che un uomo impossibilitato o incapace di avere un’erezione debba esser uno sciocco, uno stupido o un allocco;
- scialabbacchione: di per sé il balbuziente che come incapace di farsi capire, è conseguentemente stupido e sciocco; etimologicamente la parola, come accrescitivo (cfr. il suff. one) è un deverbale del latino ex-alapare = balbettare;
- sciosciammocca: come altrove, anche questo sciocco, credulone, facilmente circuibile, nasce come personaggio del teatro popolare partenopeo ed agí in numerose piéces comiche fino a quando il famosissimo commediografo Eduardo Scarpetta (Napoli 1853 -1925, padre naturale dei fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino)non se ne impossessò, facendone una sua creazione, rendendolo protagonista – col nome di Felice o Feliciello Sciosciammocca - di innumerevoli pochade, molte delle quali tratte da originali francesi; dal teatro poi il nome sciosciammocca, diventato aggettivo dilagò nel parlato partenopeo; preciso qui che la parola sciosciammocca sebbene abbia ad un dipresso il medesimo significato della precedente moscammocca, non va confusa con essa in quanto la precedente fa riferimento a qualcuno che per ignavia lascia addirittura che le mosche gli passeggino in bocca, questo sciosciammocca a margine identifica colui che per ignavia ed inettitudine avrebbe bisogno di chi gli soffiasse in bocca per raffredare i bocconi troppo caldi che avesse ingurgitato;
- smocco ed il suo accrescitivo smuccone connotano il medesimo individuo sciocco, melenso, inetto di cui al precedente mucchione al quale vanno riferiti come intensivi, intensività rappresentata dalla solita prostesi della esse;
- stucchione/strucchione: propriamente il perticone, lo spilungone inteso come vuoto di mente o – per l’eccessiva altezza – perennemente con la testa nelle nuvole e quindi svagato e stupido; etimologicamente stucchione/strucchione provengono al napoletano, attraverso uno spagnolo estuche da un antico provenzale estug = canna secca e perciò vuota;
- tòtaro che sta per tòtano: originariamente un mollusco della specie dei calamari; il fatto che sia un mollusco à fatto pensare ad una sorta di mollezza caratteriale dell’uomo gratificato del termine tòtaro (etimologicamente da un greco teythís attraverso un latino tòtilus con normale cambio delle liquide l→r), quantunque di per sé il tòtano non sia sempre vuoto (come invece lo stupido cui si appaia) ed anzi venga quasi sempre preparato abbonbantemente imbottito (‘o totaro ‘mbuttunato) rammenterò a margine che con la parola tòtaro, nel comune parlato napoletano, con altra valenza, si indica pure il membro maschile eretto, al segno che nella smorfia napoletana al numero 67 è codificato: ‘o tòtaro dint’ â chitarra a significare il coito in atto;
- turzo: per significare lo sciocco, lo stupido completamente inutile, anzi da scartare tal quale il torsolo (per solito poco edibile) di ortaggi o torsolo di altro; in napoletano infatti ‘o turzo non è solo il torsolo di cavolfiore o broccolo, ma si ànno anche: ‘o turzo ‘e bbotta: il residuo di un fuoco d’artificio combusto, e ancòra ‘o turzo ‘e penniello: ciò che resta di un pennello da barba lungamente usato, perciò logoro ed inutile; tutti questi turzi sono inutilizzabili, da buttar via e – per traslato – stupidi, sciocchi etc. etimologicamente turzo è dal latino tursus = stelo, gambo;
- zimeo: siamo giunti alla fine della nostra elencazione e ci imbattiamo in una parola che serve ad indicare il finto tonto colui che in perfetta malafede, fa ‘o francese o se veste ‘a fesso facendo le viste di non capire o di non comprendere per esimersi dal compiere qualcosa cui invece (o per dovere o graziosità) sarebbe tenuto; per cui piú che con uno sciocco si à a che fare con un ignobile furbastro; etimologicamente zimeo risulta essere una popolaresca contrazione d’uno zio (zi’) (Bartolo)meo personaggio non meglio identificato, ma ricordato nel comune popolare come un avaro aduso a non addivenire mai a richieste di danaro, trincerandosi dietro la scusa di non aver capito.
A margine e completamento di tutte le voci trattate qui di sèguito esamino le voci astratte dell’italiano e del napoletano che ad esse si riferiscono; abbiamo per l’italiano:
cretinata s. f.
1 frase o azione da cretino: dire, fare una cretinata
2 cosa da nulla, di poco valore, facilissima; è voce costruita sull’a.vo/s.vo cretino che è dal franco-provenz. crétin, propr. 'cristiano', che, usato dapprima nel significato di 'povero cristiano, poveraccio', à poi assunto valore spregiativo
fessería s. f. (pop.)
1 azione, parola da fesso; stupidaggine: fare, dire fesserie
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia: non badare, è una fesseria! Etimologicamente si tratta di uno sciocco adattamento del napoletano fessaría (vedi oltre) operato attraverso una pretestuosa assimilazione vocalica progressiva che à trasformato in e la a della sillaba sa (cfr. fessaría) etimologicamente ineccepibile derivata com’è dal s.vo fessa; si tratta insomma di una incomprensibile mutazione che opera il toscano trasformando un’aperta A etimologica (da fessa → fessaria) per adottare una piú chiusa E (fessaría vien trasformata in fessería) nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell’aperta A alla elegante (?) lingua di Alighieri Dante…
scemenza s. f. (fam.)
1 l'essere scemo, insulso: questa è una prova di scemenza da parte tua
2 atto, frase da scemo: non diciamo scemenze!; la voce quanto all’etimo è un derivato di scemo ( che è un deverbale del lat. volgare lat. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'); a scemo è stato aggiunto il suffisso (delle voci collettive ed astratte) enza derivato dal lat. ens→entia→enza suffisso anticamente usato nel linguaggio poetico (cfr. Rohlfs);
scempiaggine s. f.
1 l'essere scempio, sciocco
2 atto, frase da scempio; sciocchezza. la voce, oramai non molto in uso, quanto all’etimo è un derivato di scempio = privo di senno ( scempio è dal lat. tardo simplu(m), variante del class. simplex -pli°cis 'semplice') per pervenire a scempiaggine all’a.vo/s.vo scempio si è aggiunto il suffisso aggine (delle voci collettive ed astratte) derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. ago→agine→aggine;
sciocchezzas. f.
1 l'essere sciocco: è stato di una sciocchezza imperdonabile
2 atto, frase da sciocco: fare, dire sciocchezze
3 cosa da nulla, di poco valore: regalare una sciocchezza; per lui fare questo è una sciocchezza; costa una sciocchezza, un prezzo irrisorio; quanto all’etimo è un derivato di sciocco (che è dal lat. lat. exsuccu(m) 'privo di sugo', comp. di ex-, con valore privativo, e succus 'sugo, sapore') addizionato del suffisso ezza usato per formare da gli aggettivi dei nomi astratti; tale suffisso è derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. itia;
stupidata s. f.
1 atto, discorso stupido.
2 (fam.)
cosa senza importanza, di valore irrisorio non ringraziarmi di questo omaggio, si tratta di una stupidata;quanto all’etimo è un derivato di stupido (che è dal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire'.

E veniamo alle voci astratte, relative alla voce in epigrafe, del napoletano che sono sono:
fessaría s.vo f. astr.
1 azione, parola da fesso; stupidaggine;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia; come ò chiarito precedentemente etimologicamente è voce ricavata dall’a.vo fessa femminile di fesso= sciocco balordo (p.p. del lat. fendere) addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría ; rammento che la voce a margine è pervenuta nel toscano che l’à impropriamente ed inutilmente stravolta in fessería ritenuto, ma a torto!, piú elegante di fessaría
‘nzepetaría s.vo f. astr.
1 azione, parola insulsa, priva di sapidità, stupidaggine;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia;
3 comportamento svenevole, sdolcinato, lezioso; etimologicamente la voce è costruita sull’a.vo ‘nzipeto addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría; ‘nzípeto è l’acc.vo lat. (i)nsipidu(m) con tipico passaggio di ns→nz (cfr. ‘nzalata, ‘nzieme etc.) e passaggio della sonora d alla sorda t come nelle parole sdrucciole;

‘ntrugliaría s.vo f. astr.
1 azione da sciocco,babbeo,stupido,parola insulsa o tendente all’inganno,;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza senza valore, stupidaggine, inezia; etimologicamente la voce è costruita sul s.vo ‘ntrúglio addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría; a sua volta ‘ntruglio che in primis vale pasticcio , mescolanza disgustosa di cibi o bevande, (fam.) medicina di cattivo sapore e per estensione: scritto, discorso, lavoro raffazzonato,azione ingannevole; etimologicamente è un deverbale di (i)ntrugliare che lascia supporre un tardo lat.*intrullare= mescolare con la trulla diminutivo di trua=mestola

puttanata s.vo f. astr.
1 in origine azione da puttana, poi notizia inverosimile,,stupida,sciocca, ed infine parola insulsa o tendente all’inganno,;
2 (estens.) cosa incredibile , sciocchezza senza valore, stupidaggine, inezia; etimologicamente è voce costruita sul s.vo puttana derivata dal fr. ant. putain, (cfr. pute, f. di put, che è dal lat. puti°du(m) 'puzzolente');
scemaría s. f. (fam.)
1 l'essere scemo, insulso;
2 atto, frase da scemo: nun dicimmo scemaríe!;
3 un tempo (ora non piú) la voce fu usata nel parlato comune della città bassa per indicare una casa di cura dove venivano ricoverati i folli e/o dementi: la piú conosciuta fu la cosiddetta ‘a scemaría ‘e Miano (Miano è un popoloso ed anche malfamato (camorra) quartiere della periferia nord di Napoli);
quanto all’etimo la voce è un derivato di scemo ( che è un deverbale del lat. volgare lat. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'); a scemo è stato aggiunto il suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría;
smuccaría/smucchézza s.vi f. astratti
1. (pop.) Atto, comportamento o parole da babbeo, da sciocco: nun dicere smuccaíe!
2. (fig.) Cosa trascurabile, di nessun valore; inezia 4etimologicamente sia smuccaría che smucchézza sono derivati di smocco (cfr. antea)= sciocco, babbeo; smuccaría è stato ottenuto con il suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría, mentre per smucchezza ci si è serviti del suff. tonico ézza usato per formare da gli aggettivi dei nomi astratti; tale suffisso è derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. itia;
zòrbia s.vo f.
in primis la voce a margine vale
1 scarto, feccia, fecciume; per estensione semantica vale
2 canaglia, marmaglia; ed infine per traslato sta per
3 sciocchezza,cosa inutile, stupidità; etimologicamente è l’unica delle voci napoletane non costruita con i soliti suffissi: ría o ezza. Si tratta infatti di voce derivata direttamente dall’arabo šurba/ šarba = sciroppo,e non dall’arabo-persiano sciorbah o tsciorbach (che diede il napoletano sciorba= zuppa) dove trae origine da un tema verbale sciaríba= bere in quanto trattasi di zuppa molto liquida; con il medesimo termine sciorbah o tsciorbach in Turchia si indica una lenta vivanda a base di riso.
E qui penso proprio di poter mettere un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale

MARUFFA, MARRUFFA & DINTORNI

MARUFFA, MARRUFFA & DINTORNI
Questa volta, sollecitato dalla richiesta di un caro amico che mi rende visita quasi ogni sera, mi soffermerò a parlare del vocabolo in epigrafe, icastica ed un tempo usatissima voce della parlata partenopea in uso, per tantissimo tempo dagli anni ‘30 sino a tutti gli anni ’50 e poi desueta, soprattutto nella città bassa.Difficile stabilire il perché una voce si sia mantenuta in vita ed usata per un tempo circoscritto e per un àmbito ristretto e si sia poi dileguata senza lasciar traccia di sé in nessuno dei numerosi calepini dell’idioma partenopeo i cui autori ànno un duplice torto: alcuni quello di copiarsi vicendevolmente e tutti quello di attingere esclusivamente nelle opere di autori classici e/o antichi, tenendo in non cale la parlata viva del popolo partenopeo che invece tiene in continuo divenire il proprio linguaggio assicurandogli quella vivezza di idioma che non è lingua morta!
Ciò precisato veniamo alle voci in epigrafe precisando che la prima maruffa è il s.vo e poi anche agg.vo f.le originario mentre la seconda marruffa anch’essa s.vo e poi anche agg.vo f.le, quantunque maggiormente in uso nella parlata viva del popolo partenopeo della città bassa, è voce derivata dalla prima attraverso un consueto raddoppiamento espressivo popolare della liquida r.
E veniamo al significato: in origine con il termine maruffa si indicò, secondo il noto criterio della parlata napoletana per il quale criterio un oggetto è inteso, se di genere maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente oggetto di genere femminile: abbiamo ad es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ) ‘a tina(piú grande rispetto a ‘o tino piú piccolo); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande di ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande di ‘a caccavella; dicevo dunque che in origine con il termine maruffa si indicò (per il criterio or ora illustrato) una nassa un po’ piú grossa del corrispondente m.le maruffo ( nassa,(dal lat. nassa(m)) Cesto di vimini, di forma generalmente sferoidale, con una piccola apertura alla sommità, che si cala in acqua per contenere il pesce catturato e mantenerlo in vita fino a che non sia finita la pesca).
Successivamente quando la voce maruffa passò dai pescatori che frequentavano il mercato ittico prospiciente in Napoli la Porta Capuana, allorché, dicevo, la voce passò sulla bocca degli abitanti della zona,acquistando il raddoppiamento espressivo della liquida r perdette il suo significato originario, per acquistarne sotto la morfologia di marruffa e tenendo presente l’ aspetto ormai liso, frusto, consunto e scalcinato di una nassa pesta ed acciaccata per essere stata usata e piú vòlte riusata, quello traslato (riferito peraltro alle sole donne) di persona goffa, sgraziata, maldestra, inelegante,sciatta, dozzinale, rozza; la voce marruffa venne accostata, con riferimento a vecchie o anzione donne malmesse, a scònceca, racchia e zàffia di significato pressocché simile: , goffa, maldestra, impacciata,trasandata,mediocre, scadente, rozza e persino volgare, mentre per il maschile, un soggetto che fosse goffo, sgraziato, maldestro, inelegante,sciatto, dozzinale, rozzo o anche deforme o storpio fu détto alternativamente
grisolaffío (dal greco bizantino krysoláios) voce esclusivamente maschile,
scuonceco/sconceca agg.vo m.le o f.le ( deverbale di s (distrattiva)+ conciare= sciupare, rovinare che diede dapprima scuoncio= sciupato, rovinato e poi con ampliamento di suffisso il termine a margine scuonceco= deforme, storpio ma anchesmagrito, deperito, smunto,sformato etc.) voce come la successiva usata anche al femminile,
racchio/a s.vo ed agg.vo m.le o f.le letteralmente in primis piccolo grappolo stentato che resta sulla vite dopo la vendemmia; per traslato poi che, chi è brutto/a, sgraziato/a, avvizzito. La voce è molto usata al femminile. D’ etimo incerto, ma appare probabile una derivazione da un lat. parlato *rac(u)lu(m)→raclu(m)→racchio quale diminutivo di una forma latina marcata sul greco rax=acino d’uva
zàffio ( dal greco mod. tsáfos che è dall’arabo sāiyf).
E veniamo alla parte che ritengo piú interessante, quella che riguarda l’etimologia della/e voce/i in epigrafe.
Ricordato che per la nostra indagine occorre partire dalla voce maruffa, anzi da maruffo che la voce di partenza su cui fu marcata maruffa.
Non di semplice soluzione la questione però! La maggior parte dei vocabolaristi si trincerano dietro il solito pilatesco etimo sconosciuto o incerto, cosa che – come è noto – mi procura attacchi d’orticaria. Qualcuno ( Treccani ) azzarda un non specificato, né chiarito voce di origine còrsa qualche altro (M.Cortelazzo) ipotizzò che non si potesse trattare di un continuatore di mafaro ← mamphur =cocchiume della botte; e fin qui son disposto a seguirlo, ma alla fine sulle orme di un tal Pier Enea Guarnerio (glottologo di fine ‘800) concluse, anche lui!, (parce sepulto) che trattasi di etimo sconosciuto. Sono grandemente insoddisfatto e mi son fatto una mia idea che partecipo volentieri a chi mi leggerà.
Entro súbito in medias res, ma poi chiarisco, affermando (checché ne dicano i paludati addetti ai lavori…) che a mio sommesso, ma deciso avviso la voce maruffo donde maruffa e poi marruffa è con molta probabilità degradazione semantica d’un nome proprio, anzi – per meglio dire – di un cognome quello di quel tal Matteo Maruffo (XIV sec.) di cui fallano e mi fallono estese notizie biografiche; so solo che si trattò d’un ammiraglio genovese divenuto famoso per aver sconfitto nel corso della guerra di Chioggia nel 1380 con la sua flotta di galee, nel mare al largo della città di Manfredonia, i veneziani di Vettor Pisani (Venezia, 1324 – † Manfredonia, 13 agosto 1380); ò pensato che i marinai delle galee a gli ordini del Maruffo, stanchi di cibarsi di gallette, carni secche e salate ed altri alimenti conservati, normalmente in uso tra la gente di mare cercassero di migliorare i pasti con del buon pesce fresco ed una vòlta procuratoselo avessere ideato una particolare nassa che legata ad una fune permettesse di conservarlo tenendolo, rinchiuso nella nassa, continuamente immerso in acqua fino al momento di consumarlo. Si può quindi ragionevolmente pensare, pur se mancano adeguati riferimenti storici(la voce maruffo,presente nel Cortelazzo/Marcato, nel Treccani e nel Garzanti, manca inopinatamente nel D.E.I.(che solitamente dei lemmi considerati riporta spesso l’indicazione del secolo in cui il lemma è stato usato per la prima vòltaed il nome dell’autore che l’abbia usato) ), si può ragionevolmente ipotizzare che i marinai di Matteo Maruffo, o per dileggio o per affetto abbiano assegnato il cognome del loro ammiraglio a quella particolare nassa di loro ideazione. E cosí penso d’aver chiarito o quanto meno d’aver indicato una strada da poter percorrere nella ricerca dell’etimo delle voci in epigrafe. Ma prima di apporre il mio consueto satis est, che il piú delle vòlte chiude le mie paginette di linguistica, mi piace rammentare che nel colorito, icastico idioma popolare partenopeo la voce marruffa è spesso accompagnata da altri aggettivi e l’espressione completa, usata quale offensivo dileggio rivolto ad una donna, suona: brutta, vecchia marruffa scuffata e sceriata!(brutta, vecchia, goffa donna, slombata e vanamente imbellettata!); preciso:
brutta agg.vo f.le del m.le brutto: 1)si dice di persona, animale o cosa di aspetto sgradevole, o che comunque produce un'analoga impressione; 2) cattivo, riprovevole, sconcio; 3) sfavorevole, che reca danno o molestia, che produce un effetto negativo; la voce è dal lat. brutu(m) 'bruto', con raddoppiamento consonantico espressivo.
vecchia agg.vo e s,vo f.le del m.le vecchio/viecchio: che si trova nell'ultimo periodo della vita naturale; con significato piú ampio, anziano (in contrapposizione a giovane); quanto all’etimo è voce del lat. tardo veclu(m), per il class. vetulu(m), dim. di vetus 'vecchio' seguendo il percorso vetulu(m)→vetlu(m)→veclu(m)→vĕcchio/viecchio
scuffata . agg.vo (ma in origine participio passato poi aggettivato) f.le del m.le scuffato; lo stesso che scioffato/a :pesto/a, malmenato/a,malmesso/a, storpiato/a dilombato/a con etimo da un lat. volg. exuffatu(m);
sceriata agg.vo (ma in origine participio passato poi aggettivato) f.le del m.le sceriato: sfregato strofinato, frizionato , soffregato, lucidato e per giocoso ampiamento semantico abbellito, adornato,agghindato, bardato, imbellettato; etimologicamente si tratta come ò détto del participio passato poi aggettivato dell’infinito
scerià id est: soffregare, nettare, lucidare verbo che viene da un tardo latino: flicare = soffregare. da cui felericare e poi flericare, donde scericare e infine scerià (per il consueto passaggio di fl→sc (cfr. flos→sciore – flumen→sciummo – flamma→sciamma).
Satis est.
Raffaele Bracale

giovedì 31 dicembre 2009

FASTIDIOSO – NOIOSO – ROMPISCATOLE

FASTIDIOSO – NOIOSO – ROMPISCATOLE
Questa volta, anche su sollecitazione di un caro amico che mi à chiesto di parlarne, mi occupo delle parole, nonché qua e là della fraseologia che rendono in napoletano i concetti espressi dai sostantivi in epigrafe; partiamo proprio da questi:
fastidioso : chi reca o provoca fastidio dal latino: fastidiosu(m) derivato di fastidiu(m);
noioso : chi arreca noia, fastidio dal provenzale: enojos derivato da un latino volgare: inodiosu(m) da odiu(m) odio; rompiscatole : agg. e s. m. e f. invar. (fam.) si dice di persona molesta e importuna; etimologicamente composto dal verbo rompere e dal sostantivo scatole usato eufemisticamente in luogo di altra parola becera o oscena;
Ciò rapidamente premesso passiamo alle parole d’uso napoletano:
- ammusciatore o ammusciante che è propriamente il tediante, l’annoiatore; ambedue i termini di cui il secondo è addirittura il participio presente denota nte perciò un’azione in… corso d’opera, sono forgiati sul verbo ammuscià: che propriamente, tal quale il toscano ammosciare è il render vizzo, floscio, moscio ed estensivamente appunto l’annoiare, l’infastidire; il verbo ammuscià è un denominale di muscio (moscio dal latino mucidu(m)→ muc’dus→mustius→muscius e muscio);
- abbuffatore e abbuttante che, a tutta prima, identificando chi gonfi qualcuno a mo’ di buffo o di butto (parole che, o per adattamento o per corruzione vengono ambedue dal latino bufo ed indicano ambedue il rospo, parrebbero quasi porsi agli antipodi dei precedenti, esprimono in realtà un medesimo tedio sia che esso derivi dall’essere enfiato, sia che derivi dall’essere resi mosci o flosci; ambedue le parole sono dei deverbali: la prima di abbuffà: enfiare come un buffo = rospo; la seconda participio presente del verbo abbuttà che è l’enfiare come un butto (idem che buffo=rospo); ma si può anche pensare ad un basso latino: *ad-bottare= riempire come una botte.
- Con riferimento all’abbuffà, riporto qui quanto già espressi al proposito di un’icastica locuzione partenopea becera fin che si vuole, ma indubbiamente icastica ed espressiva : abbuffà ‘a guallera nella locuzione me staje abbuffanno 'a guallera. Ad litteram: enfiare l'ernia nella locuzione mi stai gonfiando l'ernia id est: mi stai tediando, mi stai oltremodo infastidendo, procurandomi una figurata enfiagione dell'ernia; locuzione che si ritrova con gran risentimento sulla bocca di chi, già tediato di suo, veda aumentare a dismisura il proprio fastidio, per l'azione di un rompiscatole che insista nel suo disdicevole atteggiamento. Ricorderò che il termine guallera (ernia) è mutuato dall'arabo wadara di pari significato e con esso termine il napoletano indica la vera e propria affezione erniale dove che sia ubicata, ma anche per traslato, il sacco scrotale ed è a quest'ultimo che con ogni probabilità si riferisce la locuzione, prestandosi, data la sua presunta sfericità, ad essere sia pure figuratamente gonfiato. Segnalo ora, qui di sèguito altre icastiche locuzioni di medesima portata di quella in epigrafe, locuzioni che vengono usate secondo il grado del tedio che si prova; la prima, mutuata dall'àmbito culinario, proclama: me staje facenno oppure m’ hê fatto ‘a guallera â pezzaiuola (mi stai facendo oppure mi ài fatto l'ernia alla pizzaiola) quasi che l'ernia fosse possibile cucinarla con olio, pomodoro, aglio ed origano a mo' di una fettina di carne o fette formaggi freschi o pesci; altra locuzione usata è quella che mutuata dal linguaggio del lavoro d'ebanisteria, proclama: me staje scartavetranno 'a guallera ( mi stai levigando l'ernia con la carta vetrata) infine esiste una locuzione che - mutuata dall'ambito sartoriale - nella sua espressività barocca, se non rococò, afferma: me staje facenno 'a guallera a plissé (mi stai facendo l'ernia plissettata) quasi che fosse possibile trattare l'ernia come una gonna, pieghettandola longitudinalmente in modo minutissimo.
- abbesechiante o abbesechiatore ambedue le parole, come le precedenti abbuffante – abbuffatore attengono al rigonfiare nel senso di tediare; queste a margine, come le rammentate, sono un deverbale qui di abbesechià che sta per gonfiare a mo’ di vessecchia/ bessecchia = vescica da un tardo latino vesica, atteso che il paragone è fatto qui con la vescica del maiale (che gonfiata è usata per contenere e conservar la sugna in consistenza di pomata) e lí con il bufo→buffo=rospo;
- afflittivo che è propriamente colui che affligge, tormenta, importuna, deverbale di affliggere che è dal latino ad-fligere composto dalla particella ad che indica direzione e fligere che à originariamente il senso di battere, percuotere; e non si può negare che chi è importuno, tormentatore, afflittivo non percuota sia pure figuratamente e moralmente chi sia importunato, tormentato etc;
- apprettatore termine che connota il molestatore, il tormentatore continuo ed assiduo, aduso a molestare alla maniera di chi (come visto precedentemente) sia capace con la sua molesta condotta di addirittura plissettare (sia pure figuratamente) lí la sola ernia, qui un’intera persona; il termine apprettatore, infatti etimologicamente è un deverbale del latino adplictare → applictare → applittare → apprittare donde apprettare e apprettatore; l’originario adplictare(=pieghettare) è da collegarsi al sostantivo plecta =piega che ci riporta al plissé di plissettare; rammenterò che la voce apprettatore fu usata, come aggettivo riferito ad un noioso merlo canterino, dal poeta Salvatore Di Giacomo (Napoli 12/3/1860 – † ivi 5/4/1934) in una sua canzone, musicata da E.A.Mario (Napoli 5/5/1884 - †ivi 24/6/1961) dal titolo Mierolo affurtunato;
- fittivo che indica il molestatore, il fastidioso soggetto che pone nella sua azione malevola anche una buona dose di cattiveria mirante ad arrecar oltre che molestia anche danno al soggetto fatto segno delle sue noiose e pericolose molestie, in linea con il verbo latino figere cui è etimologicamente da collegarsi, verbo che diede il termine fictilia da cui il napoletano fettiglie= noie, molestie, portate quasi di lontano a mo’ di strali; alle medesime fettiglie già alibi dissi ma qui ribadisco sia da collegarsi il verbo napoletano fettiare verbo che un tempo serví ad identificare un’azione ben precisa: quella di sogguardare insistentemente una persona o anche solo un quid, in maniera però concupiscente fino a determinare fastidio nella persona guardata; in particolare i giovanotti che si fossero messi sulle piste di un’avvenente ragazza insistentemente, negli anni tra il 1950 ed il 1960, se la fettiavano fino a che la ragazza infastidita, o non cedeva alle non dichiarate, ma chiaramente sottintese avances o non chiamasse a propria difesa un fratello, un cugino, un fidato amico che convinceva con le buone o le tristi il disturbatore esortato a fettiare altrove. Il verbo veniva usato anche nei riguardi di cose desiderate, ma – per mancanza di soldi – mai conquistate; a mo’ d’es. diremo che in quegli anni se fettiavano un abito, un paio di scarpe, una cravatta, o anche l’intera vetrina di una pasticceria o trattoria;
- frusciatore il molestatore che con la sua petulante opera, può addirittura fare in pezzi la mente ed il cuore della sua vittima molestata, quasi in ottemperanza del suo etimo che è un deverbale del latino: frustiare= dissipare riducendo in pezzi;
- scucciatore che è il frastornatore, il molestatore, quello che figuratamente rompe la coccia=testa etimologicamente deverbale di scuccià che in origine sta per rompere, tirar via la coccia, il guscio delle uova e per traslato figurato rompere, tirar via la testa;
- scassacazzo eccoci a trattar di una parola, becera ma enormemente icastica con la quale si connota un molestatore, cosí fastidioso, noioso da indurre in chi è fatto segno delle sue molestie, noie e fastidi, addirittura la sbreccatura se non la rottura della piú intima e sacra parte anatomica; etimologicamente la parola viene dalla somma della voce verbale scassa (3° pers.sg. pres. ind.) del verbo scassà (dal latino ex-quassare=scuotere fino alla rottura) + il termine cazzo (voce del gergo marinaresco dal greco akàtion = albero della nave); alcune volte il termine a margine, ritenuto troppo volgare, è addolcito nel meno becero scassacacchio o nell’eufemistico scassambrello ma la sostanza, non cambia;
- sustàtore o assustatore, che sono ad un dipresso la medesima parola, risultando essere la seconda un accrescimento della prima operata attraverso un prefisso ad→as e connotano ugualmente il/i molestatore/i inveterato/i ed assiduo/i tale/i da spingere ad una reazione, anche violenta, il/i molestato/i. ambedue le parole sono un deverbale del latino suscitare= eccitare;
- zucatore id est il molestatore che assale il molestato quasi con la riprovevole foga di chi intenda suggergli l’anima o i succhi vitali; deverbale di zucà =succhiare che è dal latino sucus; il piú noioso di tali zucature fu il cosiddétto zucafistole (succhiapiaghe) personaggio, peraltro veramente esistente in antichi ospedali napoletani dove si assumeva il compito di depurare, mediante suzione/aspirazione, del pus esistente, le piaghe di taluni malati, operazione necessaria, ma pur sempre fastidiosa!Figurarsi poi quando il fastidio non porti almeno il beneficio della depurazione!
- In chiusura dirò che di tutti gli elencati molestatori a Napoli si soleva ed ancóra si suole dire che rompono o scassano ‘o curdino che ad litteram è il cordino e cioè il frustino, il nerbo; va da sé che tale curdino è usato eufemisticamente come il pregresso ‘mbrello, per significare il greco akàtion.
Raffaele Bracale

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni
L’idea della ricerca che svolgo in queste paginette prese le mosse dalla precisa richiesta fattami sere or sono dall’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), uno dei miei piú assidui ed attenti fruitori delle cose che scrivo, amico che mi chiese per l’appunto notizie delle voci in epigrafe e segnatamente della prima che è voce antichissima e del tutto desueta. Entro súbito in medias res dicendo che il termine
Guainella (s.vo f.le) in origine fu un grido di battaglia ( guainella, guainé, brié, ahó!) in uso quale voce d’incitamento tra gli scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra; in prosieguo di tempo il grido, o meglio la sola parola d’avvio: guainella (per metonimia) passò ad indicare la vera e propria tenzone.Successivamente poi, caduta in disuso, in luogo di guainella si adottò la voce petrïata (sassaiuola). Non di facile soluzione il problema etimologico di questa voce assente nella magna pars dei vocabolarii dell’idioma napoletano o dei calepini etimologici del napoletano e d’altronde quei pochi che la prendono in considerazione ( D’Ambra, Altamura,Salzano, D’Ascoli, de Falco) o sorvolano sull’etimo o non ànno identità di vedute, pur convenendo sul fatto che la voce in primis indicasse un grido di incitamento allo scontro e successivamente la vera e propria tenzone; D’Ambra, Altamura,Salzano son fra quelli che non azzardano ipotesi etimologiche D’Ascoli e de Falco ànno idee diverse: il D’Ascoli, lasciandosi probabilmente fuorviare dall’idea sposata da due noti dizionarii etimologici (il D.E.I. di Battisti ed Alessio ed il D.E.D.D.I. di Cortelazzo/Marcato) fece un erroneo riferimento all’omonimo, omografo guainella (=carruba) del dialetto abruzzese, mentre l’amico de Falco dopo avere indicato, scartandole però, sia la strada del francese gain (guadagno) che quelle di alcune greche gualos (= pietra),guios (azzoppamento) dal verbo guioo ( storpiare, ledere), fa un ragionamento semantico singolare che potrebbe indurre in tentazione ma che poco mi convince per ciò che riguarda la morfologia alla medesima stregua che penso siano da escludere sia semanticamente che morfologicamente le voci francesi e/o greche indicate dall’amico de Falco che alla fine premettendo che la voce guainella vale per metonimia: tenzone, sfida reputa di poter approdare ad un’idea etimologica che chiami in causa la voce duello. Questa volta non mi sento di aderire all’idea dell’amico de Falco per due ordini di motivi: 1) il duello è voce dal lat. duellu(m), forma ant. di bellum 'guerra',ma poi accostata a duo 'due' e quindi interpretata e ripresa nel lat. mediev. come 'battaglia, scontro di due persone' e la guainella non è uno scontro a due individui, ma una tenzone fra piú persone sia pure schierate in due fazioni;
2) m’appare altresí azzardato affermare che in napoletano sia consueto il metaplasmo della dentale d nella g occlusiva velare sonora davanti ad u; talvolta può sí capitare:sedia→seggia, suddito→suggeco ma non è cosa consueta ed è troppo arrischiato e non comprovabile ipotizzare che duellu(m) diventi dapprima (in base a quale criterio?...) vuella e poi guainella.
No caro amico Renato questa volta non m’avete convinto, come non mi può convincere l’accostamento della guainella (sassaiuola) napoletana con la guainella (carruba) presente qui e là come riportato sia nel D.E.I. ( diminutivo di guaina(lat. vagina) voce del XVIII sec.; denominazione volgare d’area it. sett. e centr. della carruba, introdotto, sembra, nella lingua italiana da Antonio Vallisnieri, medico, scienziato, naturalista e biologo italiano (Trassilico, 3 maggio 1661 –† Padova, 18 gennaio 1730)) sia nel D.E.D.D.I. sotto la voce vaíne con un supposto diminutivo *vaginella donde l’umbro cajinelle, il romanesco guainella, l’abruzzese vainelle/fainelle/guainelle ed altre voci che valgon tutte carruba con l’eccezione del romanesco dove oltre che carruba guainella, vale pure spada, daga (forse per la forma schiacciata ed appuntita del baccello della pianta di carrubo. Non ci siamo proprio! Mi chiedo cosa mai semanticamente abbia a che spartire il frutto del carrubo con la tenzone a colpi di pietra che i napoletani nomano guainella! Non ci siamo proprio, nessuna delle idee semantico-etimologiche riferite puó soddifarmi! Ò un’altra opinione che è la seguente. Occorre rammentare che in origine la lotta, la tenzone, lo scontro tra due fazioni di scugnizzi, spesso rappresentanti di rioni limitrofi e rivali, non fu operata con il lancio di pietre, ma a colpi di elastici e flessibili bastoni e/o pertiche ricavati dai rami piú alti di piante quali i salici o piante consimili come il vetrice; orbene tali bastoni e/o pertiche prendevano il nome di ainella/e (dal greco agnos letto come hagnos = casto e puro; si trattava infatti di una pianta il cui succo delle foglie si riteneva conferisse castità e purezza. Ipotizzo dunque che in origine il grido di incitamento allo scontro, lanciato dai capifazione non fosse guainella, guainé, brié, ahó! bensí ainella, ainé, brié, ahó! e valesse: “suvvia, armatevi di bastoni, alle pertiche!”
Successivamente l’originaria (‘a) ainella fu letta (‘a) uainella ed ancór piú sempre per motivi eufonici (‘a) guainella che fu dapprima un grido d’incitamento e poi identificò lo scontro una volta a colpi di bastoni e poi, dismessi quelli per mancanza di alberi da cui procurarseli, a colpi di sassi e pietre abbondanti in taluni luoghi della città bassa dove avvenivano gli scontri.
Tutto ciò senza dimenticare poi che nel parlato popolare il frutto del carrubo non fu mai (se non in qualche opera letteraria, mai nel parlato comune) guainella ma sempre sciuscella.Questa voce femminile (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere, appuntite ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce a margine.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
Facciamo ora un passo indietro e torniamo alla seconda delle voci in epigrafe riportando un’ icastica maledizione che suona: - Puozz'avé mez'ora 'e petrïata dinto a 'nu viculo astritto e ca nun sponta, farmacíe nchiuse e mierece guallaruse!
Imprecazione divertente, ma malevola, se non cattiva, rivolta contro un inveterato nemico cui, con spirito esacerbato, si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subìta in un vicolo stretto e cieco, (che non offra cioè possibilità di fuga) e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte e di imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti a prestar soccorso.
puozz’ avé = possa avere id est: possa subire; puozze= possa voce verbale (2° pers. sing. cong. pres.) dell’infinito puté =potere, avere la forza, la facoltà, la capacità, la possibilità, la libertà di fare qualcosa, mancando ostacoli di ordine materiale o non materiale che lo impediscano; nell’espressione a margine puozze vale ti auguro; l’etimo di puté/potere è dal lat. volg. *potìre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; avé= avere e molti altri significati positivi come: conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso o negativi come: subire; per l’etimo vedi sopra;
petrïata/petrata sost.vi femm diversi l’uno dall’altro: letteralmente la voce petrata è la sassata,il tiro e il colpo di una singola pietra, mentre con la voce petrïata si intende una prolungata gragnuola di colpi di pietra, quasi una lapidazione; anticamente a far tempo dalla fine del ‘500, a Napoli soprattutto in talune zone della città quali Arenaccia, Arena alla Sanità, San Carlo Arena,san Giovanni a Carbonara ricche di detriti sassosi, residuali di piogge che trasportavano a valle terriccio e sassi provenienti dalle alture di Capodimonte, Fontanelle etc. o, nelle stagioni secche, residui di fiumiciattoli (es. Sebéto) in secca si svolgevano, tra opposte bande di scugnizzi e/o bassa plebaglia, delle autentiche battaglie(petrïate o guainelle) un tempo a colpi di bastoni, poi a colpi di pietre e sassi con feriti spesso gravi; ai primi del ‘600 tali battaglie divennero cosí cruente che i viceré dell’epoca furono costretti ad emanar prammatiche, nel (peraltro) vano tentativo di limitare il fenomeno… Si ricorda una divertente espressione in uso tra i contendenti di tali petrïate: Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie! (Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!).
Etimologicamente sia petrata che petrïata sono un derivato metatetico di preta metatesi del lat. . petra(m), che è dal gr. pétra; nella voce petrïata generata dopo petrata si è avuta l’anaptissi (inserzione di una vocale in un gruppo consonantico o tra una consonante ed una vocale; epentesi vocalica) di una i durativa allo scopo di espander nel tempo il senso della parola d’origine;l’anaptissi di questa i à determinato altresí la ritrazione dell’accento tonico e si è avuto petrïata→petríata in luogo di petriàta;
dinto (a) = dentro (ad) avverbio e prep. impropria dal basso lat. de intus; da notare che in napoletano, come prep. impropria, dinto debba sempre essere accompagnata dalla prep. semplice a o dalle sue articolate â = a + ‘a (alla ) ô= a + lo ( al/allo) ê= a + i/a + le (ai/alle) per modo che si abbia ad es. dint’ ô treno (dentro al treno ) di contro il corrispondente italiano dentro il treno. La medesima cosa càpita come alibi dissi per ‘ncoppa (sopra) ,sotto (sotto), ‘mmiezo (in mezzo) fora (fuori) ed ogni altro avverbio e/o preposizione impropria;
viculo = vicolo, vico via molto stretta e di secondaria importanza, in un centro urbano ; l’etimo è dal lat. viculu(m), dim. di vicus;
astritto o astrinto agg. qual. masch. stretto, poco sviluppato nel senso della larghezza; non largo, non ampio; angusto; l’etimo è dal lat. *a(d)strictus part. pass. di un *a(d)stringere, rafforzativo di stringere;
ca nun sponta letteralmente: che non sfocia in altra strada cioè: vicolo (stretto e) cieco; sponta =sfocia voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito spuntà= sbottonare, spuntare,
comparire all’improvviso,sfociare; in primis spuntare con etimo dal latino *ex-punctare vale toglier la punta, metter fuori la punta ed il senso di spuntare, comparire all’improvviso,sfociare deriva dal fatto che chi spunta (appare), compare all’improvviso o sfocia in qualche luogo proveniente da un altro, non lo fa di colpo, ma paulatim et gradatim quasi mettendo fuori innanzi tutto la propria punta e poi il resto del corpo; ugualmente il senso di sbottonare è dato dal fatto che il bottone vien fuori dall’asola prima per la parte limitrofa(punta.) poi tutt’intero;
farmacíe sost. femm. plurale di farmacía che in napoletano, piú restrettivamente del corrispondente italiano,( dove con derivazione dal greco pharmakéia 'medicina, rimedio', da phármakon 'farmaco'si intende l'insieme degli studi e delle pratiche che ànno per oggetto le proprietà, l'uso terapeutico e la preparazione dei medicinali) si intende, derivato dal francese pharmacie esclusivamente il locale destinato alla vendita e, soprattutto nel passato, anche alla preparazione dei medicinali;
nchiuse agg. plur. femm. = chiuse, serrate, strette etimologicamente trattasi del part. pass. aggettivato femm. del verbo nchiurere= chiudere, ostruire, sbarrare, impedire un accesso; bloccare un passaggio con etimo dal basso latino cludere, per il class. claudere; faccio notare come nel verbo napoletano nchiurere si è avuta la consueta trasformazione di cl→chi come altrove ad es.: chiesia←(ec)clesia, chiuovo←clavus etc, la tipica rotacizzazione mediterranea d→r e la protesi di una n eufonica che non va marcata con alcun segno diacritico (‘n) in quanto essa n non è l’aferesi di in, ma solo una consonante eufonica come nel caso di nc’è= c’è, ragion per cui erra chi dovesse scrivere la voce a margine ‘nchiuse da un inesatto ‘nchiurere atteso che , come ò detto, nchiurere deriva da n(eufonica)+ cludere non da in(illativo)→’n+cludere;
mierece sost. masch. plurale di miedeco/miereco= medico, chi professa la medicina avendo conseguito il titolo accademico e l'abilitazione all'esercizio della professione; l’etimo è dal lat.medicu(m), deriv. di medìri 'curare, soccorrere'con dittongazione nella sillaba d’avvio intesa breve ie←e, e rotacizzazione mediterranea d/r;
guallaruse agg. masch. plur. di guallaruso= affetto da ernia probabilmente inguinale tale da limitare il movimento deambulatorio; la voce a margine (che è maschile, come dal suff. use plurale di uso, il femminile avrebbe avuto il metafonetico suff. ose pl. di osa) è un derivato del sostantivo guallera(= ernia) che è dall’arabo wadara.

E cosí penso d’avere accontentato l’amico N.C. e qualche altro dei miei 24 lettori e penso di poter porre un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale

PAPOSCIA E DINTORNI

PAPOSCIA E DINTORNI

Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale