ACCÍDIA, PIGRÍZIA, INÈRZIA, SVOGLIATÉZZA, ABULÍA, APATÍA, FIACCA IGNÀVIA
Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico,di cui per problema di privatezza, mi limito ad indicare le sole iniziali: G.G. facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, per parlare delle voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano. Cominciamo
accídia, s.vo f.le astratto
1 avversione all'operare unita a tedio; indolenza, pigrizia, inerzia
2 (teol.) l'indolenza nell'operare il bene, che costituisce uno dei sette peccati capitali.
Etimologicamente è voce dal lat. tardo acidia(m) o acedia(m), che è dal gr. akìdía 'negligenza', comp. di a- priv. e kêdos 'cura';
pigrízia, s.vo f.le astratto
l'essere pigro; indolenza, neghittosità. L’etimo è dal lat. pigritia(m), deriv. di piger -gra -grum 'pigro' tardo
inèrzia, s.vo f.le astratto
1 l'essere inerte; inattività, inoperosità: giacere nell'inerzia; scuotersi dall'inerzia
2 (fis.) proprietà di ogni corpo di persistere nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se non intervengono forze esterne | forza d'inerzia, forza fittizia data dal prodotto della massa di un corpo in moto per la sua accelerazione cambiata di verso | per forza d' inerzia, (fig.) per abitudine, senza propria scelta o volontà
3 (med.) stasi funzionale, totale o parziale: inerzia uterina. L’etimo è dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo'; l’etimo è dal dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo';
svogliatezza, s.vo f.le astratto
L’essere svogliato, come condizione abituale o passeggera: è stato rimproverato per la sua s.; dovresti toglierti di dosso questa s.; dimostra s. anche nel mangiare; s. dal lavoro, dallo studio. Quanto all’etimo è voce costruita su svogliato che è attraverso la protesi di esse distrattiva, derivato da voglia deverbale di volere← lat. volg. *volíre, per il class. velle;
abulía, s.vo f.le astratto
1 mancanza, debolezza della volontà; irresolutezza
2 (psicol.) forma patologica di mancanza di volontà. Quanto all’etimo è voce derivata dal greco aboulía, comp. di a- priv. e boulé 'volontà';
apatía, s.vo f.le astratto 1 stato di indifferenza verso il mondo circostante, caratterizzato da mancanza di sentimenti e di volontà di azione: vivere, cadere nell'apatia
2 (filos.) nella morale stoica, l'ideale della serenità dell'anima ottenuta con la liberazione dalle passioni e mantenuta con l'esercizio della virtù.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. apathia(m), che è dal gr. apátheia 'assenza di passioni';
fiacca s.vo f.le astratto
1 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: avere la fiacca | battere la fiacca, fare le cose svogliatamente e lentamente.
2 (ant.) strepito, baccano
3 (tosc.) abbondanza.
Quanto all’etimo è voce deverbale di fiaccare a sua volta denominale del lat. flaccu(m);
ignàvia s.vo f.le astratto
(lett.) mancanza di volontà e di forza morale.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. ignavia(m), deriv. di ignavus 'ignavo'.
E passiamo alle voci del napoletano che rendono quelle or ora illustrate:
Musciaría s.vo f.le astratto
1 fiacca
2 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: tené ‘a musciaría: fare le cose svogliatamente e lentamente. Etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di muscio che è dal lat. musteu(m)=simile al mosto, molle;
‘ncrescimiento, s.vo m.le astratto
Lett. rammarico,rimpianto che inducono all’indolenza, alla neghittosità cioè alla mancanza di volontà di agire: ‘ncrescimiento ‘e fà coccosa; etimologicamente è un deverbale del lat. increscere, comp. di in- e crescere 'crescere'; propr. 'crescere sopra, crescere oltre il giusto';
putrunaría, s.vo f.le astratto
lo stato della persona pigra, di chi ama poltrire, stare in ozio; etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di putrone che è dal lat. volg. *pullitru(m)→*pu(lli)tru(m)+il suff. accrescitivo one→putrone , *pullitru(m) deriv. da pullus 'animale giovane' nel senso di animale giovane pigro, restio ad esser domato;
sfattezza, s.vo f.le astratto
snervatezza, spossatezza, sfinimento, prostrazione etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (dal lat. itia(m)), delle voci astratte itia→izza→ezza del p. p. disfactu(m) del lat. (di)sfacere;
trascuràggena s.vo f.le astratto
negligenza, sciatteria, incuria, svogliatezza, menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (che continua il lat. -agine(m)) delle voci astratte aggine→aggena del lat. tra(n)s-curare
E qui reputo di poter far punto, convinto d’aver accontentato l’amico G.G. e qualcun altro dei miei ventiquattro lettori.
Satis est.
Raffaele Bracale
domenica 3 gennaio 2010
sabato 2 gennaio 2010
DIFESA DEL NAPOLETANO
DIFESA DEL NAPOLETANO
Confesso di non sopportare certi sciocchi, paludati signori che si ostinano, in nome di una malintesa eleganza a pretendere da figlioli o altri di esprimersi in un piú o meno corretto italiano, lasciando da parte il napoletano ( che io per lunghissimo tempo definii lingua e che solo da poco , su consiglio dell’amico prof. Carlo Iandolo, insigne glottologo, ò preso a definire parlata, per non incorrere nelle ire di qualche paludato professore universitario) napoletano che essi (quei taluni sciocchi, paludati signori) considerano un volgare riduttivo dialetto malamente inteso come linguaggio minore tributario della lingua ufficiale(dimenticando che la parola dialetto deriva dal lat. tardo dialecto(n) , che è dal gr. diálektos ='lingua', deriv. di dialéghesthai 'conversare') e non invece parlata autonoma, figlia del tardo latino e di quello volgare, ricca di storia e testi ed usatissima per secoli in tutto il meridione, non diventata lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti!
1) Quello che non riesco a deglutire è che il fiorentino, sia diventato lingua nazionale (peraltro, se non ricordo male, rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali:tutti riconoscono che l'italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito per motivi a volte incomprensibili, a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla base dell’italiano si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio ed influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino.) pervenendo alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo- piemontesi, soppiantando o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona costruita nobilmente, come del resto il fiorentino,e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia, verosimilmente sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca).Non riesco a digerire questa faccenda e mi chiedo cosa abbia piú del napoletano, l’italiano se si esclude la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni ànno imposto a schiere di poveri indifesi ragazzi DIVINE COMMEDIE E PROMESSI SPOSI a colazione, pranzo e cena!
2) L’italiano (ch’io considero – nun ve mettite a rirere…la lingua straniera che parlo e scrivo correntemente accanto al francese scolastico che un mio amico parigino, dopo piú di cinquant’anni, m’à costretto a ripigliare in mano) è stato insomma in buona parte la lingua degli invasori, né bisogna dimenticare che alle ns. latitudini anche tra la cosiddetta alta borghesia, mai fu accettata del tutto… Ricordiamoci che tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini merdionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano il napoletano e non riuscendo a capire gli ordini dati in italiano finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi le penne! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti!
3)Non sono infine molto d’accordo su quanto affermato dal prof. Nicola De Blasi che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur nei molteplici secoli "capitale" del regno meridionale, non fosse riuscita mai a imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare e attuare il proprio sistema linguistico;invece ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof. Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini,tentò di rifarsi una verginità, sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).
Difendo perciò a spada tratta il napoletano e mi auguro che prima poi chi cumanna ‘a quatriglia prenda una decisione storica e si decida a farlo insegnare almeno nel merdione, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a strascinafacenne incolti e presuntuosi né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati studiosi preparati sia pure estranei ai palazzi del potere.
Hoc est in votis!
Raffaele Bracale
Confesso di non sopportare certi sciocchi, paludati signori che si ostinano, in nome di una malintesa eleganza a pretendere da figlioli o altri di esprimersi in un piú o meno corretto italiano, lasciando da parte il napoletano ( che io per lunghissimo tempo definii lingua e che solo da poco , su consiglio dell’amico prof. Carlo Iandolo, insigne glottologo, ò preso a definire parlata, per non incorrere nelle ire di qualche paludato professore universitario) napoletano che essi (quei taluni sciocchi, paludati signori) considerano un volgare riduttivo dialetto malamente inteso come linguaggio minore tributario della lingua ufficiale(dimenticando che la parola dialetto deriva dal lat. tardo dialecto(n) , che è dal gr. diálektos ='lingua', deriv. di dialéghesthai 'conversare') e non invece parlata autonoma, figlia del tardo latino e di quello volgare, ricca di storia e testi ed usatissima per secoli in tutto il meridione, non diventata lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti!
1) Quello che non riesco a deglutire è che il fiorentino, sia diventato lingua nazionale (peraltro, se non ricordo male, rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali:tutti riconoscono che l'italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito per motivi a volte incomprensibili, a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla base dell’italiano si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio ed influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino.) pervenendo alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo- piemontesi, soppiantando o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona costruita nobilmente, come del resto il fiorentino,e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia, verosimilmente sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca).Non riesco a digerire questa faccenda e mi chiedo cosa abbia piú del napoletano, l’italiano se si esclude la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni ànno imposto a schiere di poveri indifesi ragazzi DIVINE COMMEDIE E PROMESSI SPOSI a colazione, pranzo e cena!
2) L’italiano (ch’io considero – nun ve mettite a rirere…la lingua straniera che parlo e scrivo correntemente accanto al francese scolastico che un mio amico parigino, dopo piú di cinquant’anni, m’à costretto a ripigliare in mano) è stato insomma in buona parte la lingua degli invasori, né bisogna dimenticare che alle ns. latitudini anche tra la cosiddetta alta borghesia, mai fu accettata del tutto… Ricordiamoci che tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini merdionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano il napoletano e non riuscendo a capire gli ordini dati in italiano finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi le penne! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti!
3)Non sono infine molto d’accordo su quanto affermato dal prof. Nicola De Blasi che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur nei molteplici secoli "capitale" del regno meridionale, non fosse riuscita mai a imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare e attuare il proprio sistema linguistico;invece ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof. Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini,tentò di rifarsi una verginità, sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).
Difendo perciò a spada tratta il napoletano e mi auguro che prima poi chi cumanna ‘a quatriglia prenda una decisione storica e si decida a farlo insegnare almeno nel merdione, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a strascinafacenne incolti e presuntuosi né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati studiosi preparati sia pure estranei ai palazzi del potere.
Hoc est in votis!
Raffaele Bracale
GEMELLI CON SALSA DI ZUCCA E SALSICCIA
GEMELLI CON SALSA DI ZUCCA E SALSICCIA
Questa volta vi suggerisco un gustosissimo piatto di pasta nel quale sapientemente si sposano sapori morbidi e sapori forti in un connubio sapiente dal risultato esaltante.
Un tempo quando la zucca era prodotta solo in primavera o in estate, questo piatto non era possibile approntarlo, ma dacché la zucca viene prodotta nel periodo autunnale ed invernale (quello della macellazione dei suini con relativa produzione di salsicce) ecco che questo piatto può essere convenientemente approntato per la gioia delle papille gustative.
I gemelli menzionati in questa ricetta sono un tipico, gustoso formato di pasta corta risultante quasi dall’intreccio di due fusilli lunghi bucati, poi troncati all’origine in pezzi di ca 4 cm. cadauno; l’intreccio fa sí che quando tale pasta sia lessata al dente resti decisamente, ma gustosamente croccante.
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di gemelli,
6 rocchi di salsiccia con il finocchietto, ad impasto doppio ( a punta di coltello cioè) privati del budello e sbriciolati,
3 cucchiai di sugna,
1 cipolla dorata mondata della prima tunica e ben tritata,
1 bicchiere di vino bianco secco,
1 bicchiere e mezzo d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
½ kg di zucca gialla scorzata, privata dei semi,lavata,asciugata ed affettata in pezzi di cm.3 x 3 x ½,
1 spicchio d’aglio mondato e tritato finemente,
1 peperoncino piccante inciso longitudinalmente, senza separarne le parti,
un ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
1 etto di pecorino grattugiato,
sale fino e pepe nero macinato a fresco, q.s.
sale doppio un pugno ed una presa
Preparazione
Ponete al fuoco una grande padella, provvista di coperchio, con i tre cucchiai di sugna e la metà dell’olio e fatevi dorare, a fuoco sostenuto, la cipolla; aggiungete i rocchi di salsiccia privati del budello e sbriciolati, bagnate con un bicchiere d’acqua calda, incoperchiate e portate a cottura la salsiccia in circa 15 minuti a mezza fiamma; alla fine versatevi il vino, alzate i fuochi e lasciate evaporare; contemporaneamente in un’altra padella versate l’olio residuo e unite l’aglio tritato ed il peperoncino inciso,ma non separato,e mandate a temperatura; quando l’aglio sarà dorato aggiungete i pezzi di zucca e fateli soffriggere, tenendoli a mezza fiamma per altri 15 minuti; regolate con una presa di sale doppio e di pepe e mantenete in caldo. A fine cottura del sugo di salsiccia, abbassate i fuochi, unitevi i pezzetti di zucca fritti con il loro fondo di cottura eliminando il peperoncino e lasciate sobbollire lentamente per gli ultimi cinque minuti. Lessate i gemelli al dente in molta (8 litri) di acqua bollente salata con il pugno di sale doppio. Scolate la pasta e versatela nella padella. Mantecate lentamente a mezza fiamma, aggiungendo a mano a mano il pecorino grattugiato. A fuochi spenti cospargete con il trito di prezzemolo e con il pepe nero macinato a fresco. Impiattate e mandate súbito in tavola.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute!Scialàteve e dicíteme: Grazzie!
raffaele bracale
Questa volta vi suggerisco un gustosissimo piatto di pasta nel quale sapientemente si sposano sapori morbidi e sapori forti in un connubio sapiente dal risultato esaltante.
Un tempo quando la zucca era prodotta solo in primavera o in estate, questo piatto non era possibile approntarlo, ma dacché la zucca viene prodotta nel periodo autunnale ed invernale (quello della macellazione dei suini con relativa produzione di salsicce) ecco che questo piatto può essere convenientemente approntato per la gioia delle papille gustative.
I gemelli menzionati in questa ricetta sono un tipico, gustoso formato di pasta corta risultante quasi dall’intreccio di due fusilli lunghi bucati, poi troncati all’origine in pezzi di ca 4 cm. cadauno; l’intreccio fa sí che quando tale pasta sia lessata al dente resti decisamente, ma gustosamente croccante.
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di gemelli,
6 rocchi di salsiccia con il finocchietto, ad impasto doppio ( a punta di coltello cioè) privati del budello e sbriciolati,
3 cucchiai di sugna,
1 cipolla dorata mondata della prima tunica e ben tritata,
1 bicchiere di vino bianco secco,
1 bicchiere e mezzo d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
½ kg di zucca gialla scorzata, privata dei semi,lavata,asciugata ed affettata in pezzi di cm.3 x 3 x ½,
1 spicchio d’aglio mondato e tritato finemente,
1 peperoncino piccante inciso longitudinalmente, senza separarne le parti,
un ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
1 etto di pecorino grattugiato,
sale fino e pepe nero macinato a fresco, q.s.
sale doppio un pugno ed una presa
Preparazione
Ponete al fuoco una grande padella, provvista di coperchio, con i tre cucchiai di sugna e la metà dell’olio e fatevi dorare, a fuoco sostenuto, la cipolla; aggiungete i rocchi di salsiccia privati del budello e sbriciolati, bagnate con un bicchiere d’acqua calda, incoperchiate e portate a cottura la salsiccia in circa 15 minuti a mezza fiamma; alla fine versatevi il vino, alzate i fuochi e lasciate evaporare; contemporaneamente in un’altra padella versate l’olio residuo e unite l’aglio tritato ed il peperoncino inciso,ma non separato,e mandate a temperatura; quando l’aglio sarà dorato aggiungete i pezzi di zucca e fateli soffriggere, tenendoli a mezza fiamma per altri 15 minuti; regolate con una presa di sale doppio e di pepe e mantenete in caldo. A fine cottura del sugo di salsiccia, abbassate i fuochi, unitevi i pezzetti di zucca fritti con il loro fondo di cottura eliminando il peperoncino e lasciate sobbollire lentamente per gli ultimi cinque minuti. Lessate i gemelli al dente in molta (8 litri) di acqua bollente salata con il pugno di sale doppio. Scolate la pasta e versatela nella padella. Mantecate lentamente a mezza fiamma, aggiungendo a mano a mano il pecorino grattugiato. A fuochi spenti cospargete con il trito di prezzemolo e con il pepe nero macinato a fresco. Impiattate e mandate súbito in tavola.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute!Scialàteve e dicíteme: Grazzie!
raffaele bracale
PASTOTTO MANTECATO
PASTOTTO MANTECATO
Dosi per 6 persone
6 etti di tubetti piccoli rigati,
6 piccole zucchine napoletane verdi e sode,
2 agli mondati e schiacciati,
2 cipolle dorate ,
1 carota,
2 coste di sedano bianco,
12 chiodi di garofano,
2 foglie di alloro,
1 rametto di maggiorana ed uno di piperna, lavati, asciugati e sbriciolati finemente,
1 limone di Sorrento non trattato,
3 etti di mozzarella in cubetti da ½ cm. di spigolo,
1 etto di caciocavallo piccante silano grattugiato a scaglie grosse,
1 bicchiere e ½ di olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
50 gr. di sugna,
1 bicchiere di vino bianco,
sale fino e pepe nero q.s.
Procedimento
Mettete al fuoco una pentola colma di 4 - 5 lt. di acqua fredda.Mondate una cipolla, dividetela in quattro parti e mettetene tre nella pentola con l’acqua assieme alla carota grattata, lavata e tagliata verticalmente in quattro parti, le coste di sedano tagliate in grossi pezzi,i chiodi di garofano, un aglio mondato e schiacciato, la piperna tritata e l’alloro, ½ bicchiere d’olio; salate e pepate ad libitum ed a fuoco lento, in circa un’ ora approntate un buon brodo vegetale; con un colino separarte il brodo ed eleminate le verdure tenendole da parte;nel brodo decantato mandato a bollore, mettete a lessare per circa dieci minuti i tubetti, avendo cura di tenere la pentola coperta affinché la pasta alla fine non risulti asciutta;una volta lessata, prelevate i tubetti con una schiumarola e traferiteli in un ampia padella dove a mezza fiamma,li terrete in caldo e poi metteteli da parte.Nel frattempo
affettate le zucchine (lavate e spuntate) in rondelle da ½ cm. di spessore e stufatele con l’ultima cipolla avanzata ben tritata fatta dorare assieme all’ altro aglio schiacciato (poi eliminato) in ½ bicchiere d’olio.A mezza cottura grattugiatevi la scorza del limone aggiustando di sale e pepe.
Unite alle zucchine cosí stufate, i tubetti lessati al dente e versando successive piccole ramaiolate di brodo vegetale portate a cottura il pastotto a padella coperta sempre a mezza fiamma; alla fine aggiungete lo strutto e rimestate; infine versate sui tubetti la dadolata di mozzarella ed a fiamma vivace aggiungendo un filo d’olio a crudo mantecate ancóra e cospargete infine il caciocavallo grattugiato ed il pepe nero macinato a fresco e spruzzando con il trito di maggiorana; se alla fine il pastotto dovesse risultare troppo asciutto (ma non dovrebbe…) bagnate con una mezza ramaiolata del brodo che avrete tenuto da parte prima di lessare la pasta.
Impiattate e servite in tavola ben caldo di fornello.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Attenzione: le verdure usate per il brodo, non vanno buttate, ma raffreddate e condite con olio, sale, pepe ed aceto possono usarsi per contorno di portate di carni in umido o formaggi freschi da far seguire eventualmente al pastotto.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
Dosi per 6 persone
6 etti di tubetti piccoli rigati,
6 piccole zucchine napoletane verdi e sode,
2 agli mondati e schiacciati,
2 cipolle dorate ,
1 carota,
2 coste di sedano bianco,
12 chiodi di garofano,
2 foglie di alloro,
1 rametto di maggiorana ed uno di piperna, lavati, asciugati e sbriciolati finemente,
1 limone di Sorrento non trattato,
3 etti di mozzarella in cubetti da ½ cm. di spigolo,
1 etto di caciocavallo piccante silano grattugiato a scaglie grosse,
1 bicchiere e ½ di olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
50 gr. di sugna,
1 bicchiere di vino bianco,
sale fino e pepe nero q.s.
Procedimento
Mettete al fuoco una pentola colma di 4 - 5 lt. di acqua fredda.Mondate una cipolla, dividetela in quattro parti e mettetene tre nella pentola con l’acqua assieme alla carota grattata, lavata e tagliata verticalmente in quattro parti, le coste di sedano tagliate in grossi pezzi,i chiodi di garofano, un aglio mondato e schiacciato, la piperna tritata e l’alloro, ½ bicchiere d’olio; salate e pepate ad libitum ed a fuoco lento, in circa un’ ora approntate un buon brodo vegetale; con un colino separarte il brodo ed eleminate le verdure tenendole da parte;nel brodo decantato mandato a bollore, mettete a lessare per circa dieci minuti i tubetti, avendo cura di tenere la pentola coperta affinché la pasta alla fine non risulti asciutta;una volta lessata, prelevate i tubetti con una schiumarola e traferiteli in un ampia padella dove a mezza fiamma,li terrete in caldo e poi metteteli da parte.Nel frattempo
affettate le zucchine (lavate e spuntate) in rondelle da ½ cm. di spessore e stufatele con l’ultima cipolla avanzata ben tritata fatta dorare assieme all’ altro aglio schiacciato (poi eliminato) in ½ bicchiere d’olio.A mezza cottura grattugiatevi la scorza del limone aggiustando di sale e pepe.
Unite alle zucchine cosí stufate, i tubetti lessati al dente e versando successive piccole ramaiolate di brodo vegetale portate a cottura il pastotto a padella coperta sempre a mezza fiamma; alla fine aggiungete lo strutto e rimestate; infine versate sui tubetti la dadolata di mozzarella ed a fiamma vivace aggiungendo un filo d’olio a crudo mantecate ancóra e cospargete infine il caciocavallo grattugiato ed il pepe nero macinato a fresco e spruzzando con il trito di maggiorana; se alla fine il pastotto dovesse risultare troppo asciutto (ma non dovrebbe…) bagnate con una mezza ramaiolata del brodo che avrete tenuto da parte prima di lessare la pasta.
Impiattate e servite in tavola ben caldo di fornello.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Attenzione: le verdure usate per il brodo, non vanno buttate, ma raffreddate e condite con olio, sale, pepe ed aceto possono usarsi per contorno di portate di carni in umido o formaggi freschi da far seguire eventualmente al pastotto.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
VERMICELLONI CON SALSA DI PANE E GAMBERI
VERMICELLONI CON SALSA DI PANE E GAMBERI
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di vermicelloni,
16 gamberoni,
2 etti di pane casareccio in cubi di 4 cm., soffregati d’aglio e bruscati al forno ( 220°),
un litro circa di brodo vegetale da verdure fresche o da dado,
un cucchiaino di polvere di zafferano,
½ bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
½ etto di strutto,
2 spicchi d’aglio di cui uno mondato e schiacciato (per soffregare il pane, l’altro mondato e tritato finemente,
sale doppio un pugno,
sale fino q.s.
pepe decorticato macinato a fresco q.s.
un ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato.
Procedimento
Nettare, lavare e sgusciare i gamberoni eliminando testa, carapace e budellino nero; approntare con le verdure fresche o con il dado un litro di brodo vegetale e tenerlo a lento bollore; aggiungere al brodo lo zafferano e lessarvi brevemente 4 dei 16 gamberoni nettati, lavati e sgusciati; a seguire soffregare le fatte di pane d’aglio, ridurle a cubi (senza eliminare la scorza) e bruscarli al forno; indi porli a sobbollire per dieci minuti nel brodo caldo; infine porre in un mixer con lame da umido i cubi di pane intrisi di brodo, aggiungervi l’aglio tritato, i gamberoni lessati, il ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato, un mestolino di brodo, il bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.,un pizzico di sale e due di pepe decorticato macinato a fresco e frullare a bassa velocità sino ad ottenere una salsetta liscia e sufficientemente fluida. Lessare al dente i vermicelloni in abbondante acqua salata (pugno sale doppio);prelevarli, sgrondandoli, con un forchettone e trasferirli in una zuppiera calda dove andranno conditi con la salsetta di pane;mantenere in caldo e nel frattempo in una padella di ferro nero, mandare a temperatura e sciogliere lo strutto, scottandovi poi i residui gamberoni 2 minuti per faccia.Impiattare i vermicelloni conditi con la salsetta di pane, cospargere abbondantemente di pepe macinato a fresco, guarnire ogni porzione con due gamberoni scottati e mandare in tavola questi gustosissimi vermicelloni.
Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di vermicelloni,
16 gamberoni,
2 etti di pane casareccio in cubi di 4 cm., soffregati d’aglio e bruscati al forno ( 220°),
un litro circa di brodo vegetale da verdure fresche o da dado,
un cucchiaino di polvere di zafferano,
½ bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
½ etto di strutto,
2 spicchi d’aglio di cui uno mondato e schiacciato (per soffregare il pane, l’altro mondato e tritato finemente,
sale doppio un pugno,
sale fino q.s.
pepe decorticato macinato a fresco q.s.
un ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato.
Procedimento
Nettare, lavare e sgusciare i gamberoni eliminando testa, carapace e budellino nero; approntare con le verdure fresche o con il dado un litro di brodo vegetale e tenerlo a lento bollore; aggiungere al brodo lo zafferano e lessarvi brevemente 4 dei 16 gamberoni nettati, lavati e sgusciati; a seguire soffregare le fatte di pane d’aglio, ridurle a cubi (senza eliminare la scorza) e bruscarli al forno; indi porli a sobbollire per dieci minuti nel brodo caldo; infine porre in un mixer con lame da umido i cubi di pane intrisi di brodo, aggiungervi l’aglio tritato, i gamberoni lessati, il ciuffo di prezzemolo lavato ed asciugato, un mestolino di brodo, il bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f.,un pizzico di sale e due di pepe decorticato macinato a fresco e frullare a bassa velocità sino ad ottenere una salsetta liscia e sufficientemente fluida. Lessare al dente i vermicelloni in abbondante acqua salata (pugno sale doppio);prelevarli, sgrondandoli, con un forchettone e trasferirli in una zuppiera calda dove andranno conditi con la salsetta di pane;mantenere in caldo e nel frattempo in una padella di ferro nero, mandare a temperatura e sciogliere lo strutto, scottandovi poi i residui gamberoni 2 minuti per faccia.Impiattare i vermicelloni conditi con la salsetta di pane, cospargere abbondantemente di pepe macinato a fresco, guarnire ogni porzione con due gamberoni scottati e mandare in tavola questi gustosissimi vermicelloni.
Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
venerdì 1 gennaio 2010
SCIUSCELLA
SCIUSCELLA
La voce femminile in epigrafe sciuscella (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce in epigrafe.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
S.E.& O.
raffaele bracale
La voce femminile in epigrafe sciuscella (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce in epigrafe.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
S.E.& O.
raffaele bracale
PAPOSCIA E DINTORNI
PAPOSCIA E DINTORNI
Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale
Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale
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