lunedì 2 agosto 2010

BOTTEGAIO – VENDITORI & DINTORNI

BOTTEGAIO – VENDITORI & DINTORNI
Questa volta per contentar l’amico Edoardo C. ( peraltro dettosi molto soddisfatto di quanto, su suo invito, scrissi circa i Contenitori & altro) per contentar, dicevo, l’amico Edoardo C. che me ne à richiesto,autorizzandomi a fare il nome, ma non il cognome..., cercherò di illustrare le voci in epigrafe e quelle corrispondenti del napoletano, considerando però solo le voci generiche senza addentrarmi in quelle specifiche quali ad es potrebbero essere :orefice, gioielliere ( che nel napoletano ànno il corrispondente in arefice), salumiere (che nel napoletano à il corrispondente in casadduoglio), o merciaio(che à nel napoletano i corrispondenti in zarellaro/zagrellaro/zagarellaro).
Ciò detto, cominciamo col dire che, partendo dalla voce piú comune, in italiano abbiamo:
- commerciante s. m. e f. chi per professione esercita un commercio: commerciante in legnami, di tessuti etc.; la voce commercio che è alla base del verbo commerciare (= svolgere un’ attività di intermediazione nello scambio delle merci, scambiare merci con denaro o altra merce, barattare, mettere in vendita) donde deriva quale part. pres. la voce a margine, viene dal lat. commerciu(m), comp. di cum 'con' e merx-mercis 'mercanzia, merce';
- negoziante s. m. e f. chi per professione gestisce un negozio di vendita al pubblico: negoziante di vini; negoziante al minuto, all'ingrosso: chi esercita un commercio di merci vendute al dettaglio o in grandi quantità; quanto all’etimo la voce a margine è il part. pres. del verbo negoziare che deriva dal lat. negotiari, deriv. di negotium 'affare, negozio' e che nell’ordine vale:
1)trattare per la compravendita,
2)condurre le trattative per raggiungere un accordo, spec. in ambito politico,
3)acquisire i diritti di un titolo di credito anticipandone l'importo, salvo rimborso in caso di mancato pagamento da parte del debitore,
ma in senso esteso e nell’accezione che ci occupa, sta per 4) esercitare il commercio, commerciare: negoziare in olio, in granaglie etc.;
- venditore s. m. [f. -trice, pop. -tora] chi vende o à venduto qualcosa; piú specificamente, proprietario o gestore di un negozio di vendita, oppure chi, in una organizzazione di vendita, è a diretto contatto con il cliente ' venditore ambulante, chi esercita un commercio al minuto spostandosi da luogo a luogo con tutta la sua mercanzia ' venditore di fumo, (fig.) millantatore, ciarlatano; la voce etimologicamente è dal lat. venditore(m);
- bottegaio s. m. [f. -a]
1) proprietario, gestore di una bottega, spec. di generi alimentari,
2)(in senso spreg.) persona venale e gretta; trafficante, speculatore;
la voce a margine, quanto all’etimo (cfr. infra bottega) è un derivato del lat. apothēca, addizionato del suff. di appartenenza arius→aio;
- trafficante s. m.o f.
1) mercante,
2) [anche f.] chi esercita traffici, soprattutto se illeciti: un/una trafficante di droga |
3)(fig.) persona che briga per conseguire i propri interessi; quanto all’etimo la voce a margine è il part. pres. del verbo trafficare che vale: a)commerciare in qualcosa: trafficare in vini b) esercitare traffici illeciti: trafficare con merce rubata
c) darsi da fare, affaccendarsi: à trafficato tutto il giorno per casa;
usato in senso spregiativo vale
a1) commerciare, vendere: trafficare cariche
b1) maneggiare;
quanto all’etimo la voce a margine deriva dal catal. trafegar "travasare", e piú genericam. "spostare da un luogo a un altro", ricondotto a un lat. *transfaecare "liberare dalla feccia".

Le voci di pertinenza o riferimento di quelle appena esaminate sono:
bottega s. f.
1) locale al piano terreno, per lo piú aperto sulla strada, dove si espongono e si vendono merci di vario genere; negozio: la bottega del panettiere | aprire, mettere su bottega, mettersi a fare il negoziante; cominciare un commercio, un'attività | chiudere bottega, cessare la propria attività commerciale o (fig.) interrompere ciò che si sta facendo, abbandonare un'impresa | stare di bottega, avere il negozio in un dato luogo | fondi, scarto di bottega, merce residua di una vendita; (fig.) roba di nessun valore | far bottega di tutto, (fig.) far commercio di qualsiasi cosa, anche di ciò che non andrebbe trattato come merce | essere uscio e bottega, (fig.) abitare vicino alla bottega o, per estens., al posto di lavoro | avere la bottega aperta, (scherz.) i pantaloni sbottonati. DIM. botteghina, botteghino (m.) accr.: bottegone (m.) vezz.: botteguccia
2) laboratorio, officina dove lavora un artigiano: la bottega del calzolaio | andare, stare, mettersi a bottega da qualcuno, imparare presso di lui il mestiere, fare l'apprendista
3) nel medioevo e nel rinascimento, il laboratorio di un artista famoso, frequentato da aiutanti e allievi; anche, la sua scuola artistica: la bottega di Giotto | opera di bottega, opera non attribuibile a un artista, ma eseguita dalla sua scuola;
quanto all’etimo l’italiano bottega - come ò già accennato - è un derivato del lat. apothēca;
magazzino s.m.
1 locale per il deposito o la conservazione di merci o materiali; l'insieme dei locali adibiti da un'azienda a tale scopo: un negozio con retro e magazzino; il magazzino delle materie prime | magazzini generali, stabilimenti commerciali pubblici che provvedono alla conservazione della merce depositata, rilasciando a richiesta del depositante una fede di deposito e una nota di pegno, che sono titoli di credito all'ordine trasferibili mediante girata | magazzini doganali, in cui si può depositare la merce in attesa di sdoganamento | magazzino ferroviario, portuale, luogo di deposito di merci e attrezzi | magazzino frigorifero, fornito di impianto di refrigerazione, dove si depositano merci deteriorabili
2 l'insieme delle merci depositate; anche, il valore di tali merci: giacenze di magazzino; produrre per il magazzino, indipendentemente dalle immediate possibilità di vendita
3 l'ufficio preposto al deposito delle merci e la sua attività: contabilità di magazzino
4 spec. pl. locale molto ampio o complesso di locali per la vendita al dettaglio di una grande varietà di merci; emporio, supermercato: fare la spesa ai grandi magazzini
5 (fig.) grande quantità di cose | essere un magazzino di erudizione, si dice di persona molto colta o di libro ricco di citazioni, di riferimenti dotti
6 (foto.) involucro impenetrabile dalla luce, in cui si conserva la pellicola fotografica o cinematografica da impressionare
7 (tip.) la parte superiore della linotype, contenente le matrici.
Etimologicamente la voce a margine è dall'ar. mahzin, pl. di mahzan 'deposito, ufficio'; nel sign. 4, sul modello del fr. magasin
negozio, s. m.
1) affare, operazione commerciale: trattare, concludere un negozio; fare un cattivo negozio | negozio giuridico, (dir.) la dichiarazione di volontà del privato volta al raggiungimento di fini pratici protetti dall'ordinamento giuridico; può essere unilaterale (p. e. un testamento) o bilaterale (p. e. un contratto di compravendita)
2) nel senso che ci occupa,, locale direttamente accessibile dalla strada, generalmente al pian terreno, dove si vendono merci al minuto; anche, l'impresa commerciale che gestisce tale locale; bottega: un negozio ben fornito, di lusso; un negozio di articoli sportivi, di parrucchiere; aprire, rilevare un negozio | giovane di negozio, (antiq.) garzone. dim. negozietto accr. negozione spreg. negoziuccio pegg. negoziaccio
3) (lett.) attività, occupazione
4) (ant.) incarico, mansione;
quanto all’etimo negozio è un derivato del lat. negotiu(m) 'affare, occupazione, interesse', comp. di nec 'non' e otium 'riposo dagli affari, tempo libero, ozio';
- esercizio, s. m.
1) l'esercitare, l'esercitarsi: esercizio della memoria, di una professione; libero esercizio dei propri diritti; esercizio delle proprie funzioni, l'adempimento di esse | tenere, tenersi in esercizio, esercitare, esercitarsi | fare esercizio, esercitarsi; in partic., fare del moto | essere in esercizio, fuori esercizio, allenato, non allenato; riferito a impianto, essere, non essere in funzione
2) prova o insieme di prove che servono ad acquistare pratica in una materia o in un'attività: libro, quaderno degli esercizi; fare un esercizio di traduzione, di matematica; esercizi atletici, ginnici; esercizi di pianoforte | (lett.) prova severa: esercizio di pazienza ' esercizi spirituali, pratica religiosa che consiste nel ritirarsi temporaneamente dalle normali occupa,zioni per trascorrere alcuni giorni in preghiera e in meditazione
3) nel senso che ci occupa, gestione, conduzione di un'azienda, di un negozio; anche, l'azienda, il negozio stesso: licenza d'esercizio; aprire un esercizio di generi alimentari | pubblico esercizio, albergo, ristorante, bar, sala di spettacolo e sim.
4) periodo di gestione, per lo piú annuale, di un ente, di un'impresa: esercizio finanziario; l'esercizio 2007 si è chiuso in deficit; costi d'esercizio, riguardanti la normale gestione, non già l'acquisizione di beni capitali | esercizio provvisorio, autorizzazione che il parlamento dà al governo ad erogare le spese e a riscuotere le entrate corrispondenti all'ordinaria amministrazione, in attesa di una ritardata approvazione del bilancio preventivo;
quanto all’etimo la voce esercizio è un derivato del lat. exercitiu(m) deriv. di exercíre 'tenere in esercizio, esercitare'
- rivendita, s. f.
1) il rivendere,
2) nel senso che ci occupa, spaccio in cui si vendono merci al minuto: rivendita di generi alimentari, di tabacchi;
quanto all’etimo rivendita è un deverbale di rivendere che è dal lat. tardo revendere, comp. di re-, con valore iterativo, e vendere 'vendere';
- emporio s. m. 1) grande centro commerciale, luogo di raccolta e di smistamento di merci: il Pireo fu il maggiore emporio della Grecia antica | (fig. lett.) centro di diffusione di cultura:
2) nel senso che ci occupa,, grande magazzino dove si vendono merci di ogni genere; negozio che vende prodotti varî
3) (estens.) grande quantità di cose diverse, spec. se ammucchiate disordinatamente;
quanto all’etimo la voce in esame è un derivato del lat. emporiu(m), dal gr. empórion, deriv. di émporos 'viaggiatore per commercio, mercante', comp. di en 'in' e póros 'passaggio, cammino';
- laboratorio, s. m.
1) locale o complesso di locali attrezzati per ricerche scientifiche: laboratorio chimico, farmaceutico; laboratorio di analisi; esperienze di laboratorio | laboratorio linguistico, dotato di apparecchiature che rendono piú agevole l'apprendimento di una lingua straniera | laboratorio spaziale, situato in un satellite artificiale o veicolo spaziale; per estens., il satellite o il veicolo stesso
2) nel senso che ci occupa,officina annessa ad un negozio; locale dove si svolgono attività artigianali: il laboratorio di una gioielleria; laboratorio di sartoria;
quanto all’etimo laboratorio è un derivato del lat. mediev. laboratoriu(m) 'lavorabile', deriv. del class. laborare 'lavorare',
- officina s. f. 1) complesso di impianti adibiti a lavorazioni di carattere artigianale o industriale; il locale o i locali in cui sono installati tali impianti | nell'uso corrente, laboratorio meccanico per la riparazione di veicoli a motore: portare l'automobile in officina; officina mobile, montata su autofurgoni o altri mezzi di trasporto | nave officina, attrezzata per riparazioni in mare; 2) bottega, laboratorio di un artista | (fig.) ambiente in cui si producono opere artistiche, letterarie, scientifiche; centro di propulsione di attività intellettuali, spirituali; molto interessante l’etimologia di officina che è dal lat. officina(m), derivato da un piú ant. opificina, deriv. di opifex -ficis 'operaio', comp. di opus -eris 'opera' e un corradicale di facere 'fare'.
Ed ora veniamo al napoletano dove per indicare il bottegaio, abbiamo le seguenti voci generiche:
accattevvénne s.m.e f. mercante soprattutto al minuto, bottegaio, o commerciante girovago di merci varie,o anche di merci usate(soprattutto abiti) commercio effettuato però (per evitare giacenze di magazzino o deposito) senza far correr eccessivo lasso di tempo tra l’acquisizione delle merci e la loro rivendita; manca nell’italiano una precisa voce che ripeta questa napoletana a margine; l’unica che potrebbe, ma relativamente accostarvisi, sia pure soltanto per ciò che riguarda il commercio delle merci usate(soprattutto abiti), è cenciaiuolo/cenciaio= chi compra e rivende stracci e cenci: ma per l’esatta voce del napoletano che indica codesto cenciaiuolo/cenciaio vedi infra sapunaro;
quanto all’etimo la voce a margine risulta essere l’agglutinazione di due voci verbali: accatta e venne; accatta (3 per. sg. ind. pres. dell’infinito accattare/accattà= comprare, acquistare, ma in origine prendere, conquistare giusta l’etimo dal lat. ad+ captare che è un frequentativo di capere=prendere);
venne (3 per. sg. ind. pres. dell’infinito vennere= vendere, cedere ad altri la proprietà di qualcosa ricevendone un corrispettivo ; l’etimo di vennere è dal lat. vendere, da vínum dare 'dare in vendita' con la tipica assimilazione progr. nd→nn; l’agglutinazione di accatta con venne attraverso la congiunzione e à prodotto la caduta della a finale di accatta e la geminazione della v di venne; per cui si è avuto accatta e vvénne→accattevvénne;
- bazzariota s.m. voce antica e desueta che in origine indicò un rivenditore girovago, un treccone cioè un venditore al minuto di generi alimentari (spec. verdure,legumi, uova, pollame ecc.); rivendugliolo cioè chi rivende al minuto, per lo piú cibo o merci di poco conto, in baracche o con carrettini, | (spreg.) venditore disonesto; poi per ampliamento semantico indicò il perdigiorno, il briccone, il giovinastro sfaccendato (detto alibi icasticamente stracquachiazze e cioè propriamente il bighellone aduso ad un cosí lungo, continuo, ma inconferente girovagare tale da addirittura consumare, stancar le piazze; di per sé il verbo stracquà che forma la voce stracquachiazze unito con il sostantivo chiazze plurale di chiazza (=piazza dal latino platea) indicherebbe lo spiovere, il venir meno della pioggia, ma nel caso di stracquachiazze estensivamente sta per il venir meno… delle forze o della consistenza strutturale delle ipotetiche piazze calpestate, senza tregua dal perdigiorno o dal bazzariota di turno;
quanto all’etimo bazzariota deriva dall’arabo bazàr=mercato attraverso un greco mod. bazariotes o pazariotes= mercante, negoziante;

- putecaro s.m. (al f. –ara) che letteramente indica
1)il titolare di una (vedi infra) puteca, proprietario, gestore di una bottega, spec. di generi alimentari,
(in senso spreg.) 2) persona venale e gretta;
3)trafficante;
la voce putecaro etimologicamente – come ò accennato – parte dal sost. puteca ( che è dal greco apothéki→(a)pot(h)éki→puteca ) con l’aggiunta del consueto suff. di competenza arius→aro;
- sapunaro s. m. letteralmente venditore girovago, chi compra e rivende roba usata di scarso valore, rigattiere, robivecchi; tale venditore girovago aduso a comprare e rivendere, per poche lire, roba vecchia, usata, di scarso valore tra cui pentolame, cenci, ed abiti dismessi era solito offrire in cambio di détte merci in luogo di (sia pure poco) danaro, del sapone voce che è dal tardo lat. sapone(m), e che indicò in origine una 'miscela di cenere e sego per tingere i capelli', voce di orig. germ. (vedi sapp) solo successivamente indicò le paste usate quali detergenti. Rammenterò che i saponi conferiti dai saponari nei loro scambi, non erano le saponette industriali che conosciamo, ma un tipo di sapone artigianale molto morbido e di colore ambra (da usare per detergere abiti e biancheria e non per la pulizia personale), che veniva ceduto avvolto in fogli di carta oleata, a mo’ di fétte, staccandole con una lama da un parallelepipedo compatto; tale sapone era comunemente detto sapone ‘e piazza= sapone della piazza, forse perché venduto non in una qualche specifica bottega (come è invece per altre merci) , ma esclusivamente per istrada /piazza dai venditori girovaghi e/o rigattieri, robivecchi (saponari ) che ne erano anche i produttori artigianali secondo antiche ricette ; va da sé che la voce a margine deriva da sapone(m) + il suff. di competenza arius→aro;

- sciammuttajuolo s. m. antica e desueta voce con la quale si indicò quel generico commerciante, sorta di rigattiere che si dedicava a gli sciammuottoli= piccoli traffici, contenuti affarucci, scambi e baratti o all’aria aperta o in minuscole bottegucce nei mercatini rionali, contentandosi di sciammuttulïà= guadagnucchiare, fare piccolissimi guadagni, ottenuti spesso con varî generi di espedienti ( tra i quali talvolta non mancava il furtarello);
non tranqullissimo l’etimo del verbo sciammuttulïà donde derivano anche sia sciammuottolo che sciammuttajuolo; qualcuno ipotizza uno *sciambà (da un lat. *examplare= rendere ampio, ma non mi riesce di cogliere il collegamento semantico, neppure per traslato , esistente tra il rendere ampio ed il guadagnucchiare, fare piccolissimi guadagni; preferisco (quantunque non chiarissima...) l’idea del Faré che riferendosi al concetto di baratto, scambio ipotizzò un metaplasmo operato partendo da un lat. tardo cambiare→scambiare , di orig. gallica attraverso un fr. échanger, temo però comunque che occorrerà tornare su queste voci per tentare di venire a capo dell’esatto percorso semantico e morfologico dell’etimo proposto dal Faré ;
suggeco s.m. altra antica voce desueta che tuttavia compare – con qualche aggiustamento (subico – subiugo) - in Calabria e Sicilia; voce che indicò il venditore al minuto (con botteguccia o piú spesso, carrettino o banco fisso in mercatini rionali) di cibi crudi e/o cotti; l’etimo della voce a margine è dal lat. subiugus= soggetto al giogo che nella fattispecie, semanticamente è quello dell’ assisa (=tassa, imposta,sorta di calmiere, voce derivata dal fr. ant. assise, che è dal lat. mediev. accisia, deriv. di accidere 'tagliare');il suggeco si ebbe questo nome trattandosi infatti di un commerciante soggetto alle ricognizioni continue degli ufficiali deputati della grascia voce che derivata dal lat. volg. *crassia(m), che è da crassus;indicò1)nel medioevo, ogni sorta di vettovaglia da cui era costituito l'approvvigionamento di una città; anche, il dazio che si doveva pagare per introdurvela
2)la magistratura cittadina che sovrintendeva agli approvvigionamenti;
va da sé che gli ufficiali della grascia nelle loro visite, come primo provvedimento esigessero la tassa dell’assisa, o multassero chi non applicasse i prezzi stabiliti con il calmiere; non mi risulta che esista nell’italiano una voce che corrisponda al napoletano suggeco;
- trafecante s.m. commerciante, negoziante generico chiunque compra e rivende qualcosa; per estensione e figuratamente: maneggione cioè chi à per le mani molti traffici e affari, soprattutto se poco puliti;
quanto all’etimo si tratta del part. pres. del verbo trafecà dal catal. trafegar "travasare", e piú genericam. "spostare da un luogo a un altro", ricondotto a un lat. *transfaecare "liberare dalla feccia".

Come ò fatto per le voci dell’italiano, tratto ora
le voci napoletane di pertinenza di queste appena illustrate; abbiamo:

bazzarre s.m. = 1) bazar,
2) negozio in cui si vendono le merci piú svariate,
3) emporio di articoli spesso di scarso valore. ...
4) (fig.) luogo pieno di oggetti ammassati alla rinfusa.
quanto all’etimo la voce a margine deriva dall’arabo bazar (marcato sull’omonimo persiano bazar 'mercato'); la voce del napoletano ( che – come risaputo - rifuggia dalle parole terminanti per consonante: unica eccezione nun) à comportato il tipico raddoppiamento espressivo della consonante erre e la paragoge della vocale finale evanescente (cfr. alibi tramme←tram, bisse←bis, barre←bar,gasse←gas, autobbusso←autobus)
nijozio s.m. brutta vecchia voce peraltro pochissimo usata nel parlato popolare (che gli preferí sempre la voce successiva), ma in uso nel linguaggio dei letterati o di autori di canzonette, linguaggio dove accanto al significato di negozio, ebbe varî significati traslati: cosa di cui non soccorre il nome, notizia, generica cosa, membro virile quanto all’etimo siamo in presenza d’un osceno adattamento dell’italiano negozio sconcezza operata da non so bene quale improvvido letterato aduso a trattare piú con i volumi della propria bibloteca che con l’eloquio del popolo;
puteca s.f. bottega, locale al piano terreno, per lo piú aperto sulla strada, dove si espongono e si vendono merci di vario genere; negozio, ma anche ripostiglio, magazzino;
l’etimo – come ò già accennato - è dal greco apothéki→(a)pot(h)éki→potèki→puteca )
sciammuottolo s.m. antichissima voce in uso nel linguaggio popolare ed attesta per iscritto in Biaso Valentino scrittore di metà settecento di cui mi fallano precise notizie biografiche, voce usata nei significati di botteguccia, piccolo negozio oltre che (vedi antea – anche per l’etimo - sub sciammuttajuolo) in quelli di baratto, affaruccio.
E qui penso di poter far punto, convinto, se non di avere esaurito l’argomento, di averne détto a sufficenza.
raffaele bracale

ATTONITO, STUPíTO & dintorni

ATTONITO, STUPíTO & dintorni
L’idea di queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico P. G. (i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe insegnante) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico P. G. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
attonito/a agg.vo m.le o f.le moderatamentemente sbalordito, stupefatto, sbigottito, quasi stordito; etimologicamente dal lat. attonitu(m) 'stordito dal tuono'
stupito/a, agg.vo m.le o f.le preso da improvviso stupore; meravigliato, sorpreso; etimologicamente part. pass. del verbo stupíre che è dal lat stŭpēre con cambio di coniugazione;
allibito/a, agg.vo m.le o f.le sbalordito,ma non sorpreso,sbiancato in volto per la paura; etimologicamente part. pass. del verbo allibíre che è dal lat. volg. *allivíre, deriv. di livíre 'essere livido';
meravigliato/a, agg.vo m.le o f.le sconcertato, pieno di meraviglia, stupito e sorpreso; etimologicamente part. pass. del verbo meravigliare che è un denominale del lat. mirabilia, propr. 'cose meravigliose', neutro pl. sost. dell'agg. mirabilis 'meraviglioso';
sbalordito/a, agg.vo m.le o f.le intensamente stupefatto, sbigottito, quasi stordito; etimologicamente part. pass. del verbo sbalordíre che è un denominale di balordo con protesi di una s intensiva1 persona sciocca o molto sbadata. 2 (gerg.) delinquente, malavitoso (dal tardo lat. bis→ba + lurdu(s)= zoppicante): proprio la presenza in posizione protetica della s intensiva, che è tipica del napoletano, mi fa sospettare che la parola a margine sia originariamente napoletana nella forma sbalurdito adattata nello sbalordito dell’italiano ;
stupefatto/a; agg.vo m.le o f.le molto intensamente sbalordito ,energicamente sbigottito, quasi instupidito da e per gli avvenimenti cui assiste o è compartecipe; è l’aggettivo al culmine della graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione espressi dalle varie voci esaminate; etimologicamente part. pass. del poco usuale verbo stupefare che è dal lat. stupefacere→stupefa(ce)re, comp. del tema di stupíre 'intontire, stupire' e facere 'fare';

Come mi pare d’aver chiarito v’è una graduazione tra i varî termini esaminati che perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità del sentimento o sensazione provati senza fare di ogni erba un fascio.
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne sono al corrente, se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti,che d’altra parte non ànno gran voglia o bisogno di apprendere atteso che usano per comunicare non piú l’italiano, ma spesso lingue straniere, linguaggi da iniziati, gerghi, slang o argot e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione
cunfuso/a, agg.vo m.le o f.le
affuscato/a, agg.vo m.le o f.le
alleccuto/a, agg.vo m.le o f.le
maravigliato/a, agg.vo m.le o f.le
‘mpressiunato/a, agg.vo m.le o f.le moderatamente scosso, turbato, spaventato; etimologicamente part. pass. del verbo ‘mpressiunà che è un denominale di ‘mpressione dal lat. impressione(m)→’mpressione, deriv. di impressus, part. pass. di imprimere 'imprimere'*allivíre, deriv. di livíre 'essere livido';
sturduto/a, agg.vo m.le o f.le molto sbalordito, intontito, frastornato, quasi privo di sensi, tramortito; etimologicamente part. pass. del verbo sturdí=stordire, frastornare, intontire; sturdí è un deriv. di tordo, nel senso fig. di 'uomo semplice, balordo', col pref.intensivo s-;
stuóteco/stòteca, agg.vo e s. m.le o f.le letteralmente ( con derivazione etimologica da un incrocio delle voci latine stu(ltum) + (idio)ticu(m) è lo/a stolto/a,il/la rimbambito/a, lo/la stordito/a inveterati e per ampliamento semantico l’ignorante, l’idiota, il/la rozzo/a;

stunato/a, agg.vo m.le o f.le chi è messo o si trova in uno stato di grande apprensione e di turbamento al segno di apparire turbato, sconcertato, confuso; in primis la voce a margine 1 si dice di persona che stona, che è poco intonata; di strumento, che è male accordato, che non à l'intonazione giusta; di nota, che è eseguita fuori tono; (fig.) una cosa non opportuna, fuori luogo 2 (fig.) che non si armonizza col resto; e sempre figuratamente poi vale quanto ò indicato in prima battuta; etimologicamente part. pass. del verbo stunà= stonare, poi stordire, frastornare, intontire; stunà nell’accezione che ci occupa è per influsso dal fr. étonner 'stupire', dal lat. volg. *extonare : l’ ex à dato il pref.intensivo s-;

stupetiato/a, agg.vo m.le o f.le istupidito, intensamente turbato intontito, stordito etimologicamente part. pass. del verbo stupetià= istupidire, poi stordire, frastornare, intontire stupetià è un adattamento dal lat.volg.*stupitare collaterale del class.stupíre;
spantecato/a, agg.vo m.le o f.le agitato, scosso, inquieto, preoccupato, molto intensamente turbato addirittura intontito, stordito per cause le piú varie dal dolore fisico e/o morale, all’amore; etimologicamente part. pass. del verbo spantecà = spasimare, poi stordire, confondere, disorientare, stordire; spantecà è da un lat.volg.*ex-panticāre risalente al s.vo pantex -icis;

‘nfanfaruto/a, agg.vo m.le o f.le eccessivamente confuso, intontito , inebetito, stranito, smarrito, frastornato e per ampiamento semantico anche adirato, arrabbiato, irato, infuriato, alterato, stizzito, irritato; etimologicamente si tratta di voce denominale (attraverso l’adozione impropria di un suffisso di un part. pass.) del s.vo ‘nfanfaro(= sciocco, stolto, deficiente, imbecille, scimunito) che partendo da un in→’n illativo + il s.vo fanfaro = fanfarone, smargiasso, millantatore etc. che è a sua volta dallo spagnolo fanfarrón con tipica riduzione della erre come càpita ad es. nell’italiano caricare che è dal lat. *carricare (da carrus): il napoletano carrecà conserva invece la doppia di *carricare;

‘nzallanuto/a, agg.vo m.le o f.le eclatantemente confuso/a, stordito/a, intontito/a sino a non connettere piú. Per entrare nel merito della voce a margine è giocoforza ch’io mi soffermi sui verbi ‘nzallaní e ‘nzallanirse, dei quali il secondo rappresenta la forma riflessiva del primo, verbi che entrarono ed ancóra entrano nel comune parlato partenopeo soprattutto nella forma di participio passato aggettivato ‘nzallanuto/a e spessissimo in unione con i sostantivi viecchio e vecchia: viecchio ‘nzallanuto, vecchia ‘nzallanuta nei significati di confondere/ confondersi, stordire/stordirsi, intontire/intontirsi e dunque, come ò detto, eclatantemente confuso/a, stordito/a, intontito/a, che spesso icasticamente riproducono l’atteggiamento ed il comportamento di persone avanti negli anni, persone che si mostrano, in quasi tutte le occasioni distratti ed addirittura talora rimbambiti. I verbi in esame in senso transitivo, come si evince, si riferiscono alle malevole azioni di coloro che con il loro fastidioso agire intralciano l’altrui vivere inducendo gli altri in confusione, in istordimento, in intontimento e/o distrazione tali da indurre in errore (cfr. Statte zitto ca me staje ‘nzallanenno!= Taci ché mi stai frastornando!), mentre usati in senso riflessivo raccontano la confusione, lo stordimento l’intontimento in cui incorrono spontaneamente soprattutto le persone anzione che usano mostrarsi anche coscientemente e per cattiva volontà, distratti, disattenti, frastornati quasi gloriandosi di questo loro status che ritengono ineludibile e di pertinenza della loro età avanzata. Ma spesso si tratta di un atteggiamento di comodo!
Ciò detto veniamo a trattare della questione etimologica dei verbi da cui trae il part. pass. a margine.
La faccenda non è delle piú tranquille; una prima scuola di pensiero (cui peraltro aderisce accanto ad Antonio Altamura, anche l’amico prof. Carlo Iandolo) mette in relazione i verbi ‘nzallaní – ‘nzallanirse con il verbo latino insanire (impazzire – perdere i lumi) che avrebbe generato (attraverso l’inserimento di una non spiegata o chiarita sillaba lu) *insalunire donde per metatesi sillabica, aferesi iniziale, cambio ‘ns→’nz e raddoppiamento espressivo della l→ll ‘nzallanire. Ipotesi interessante ma, tutto sommato, morfologicamente molto tortuosa. Trovo forse piú perseguibile l’etimo proposto dall’altro amico l’ avv.to Renato de Falco che alla medesima stregua del fu (parce sepulto!) prof. Francesco D’ Ascoli pensano di collegare i verbi in epigrafe con il greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito , oppure al verbo zalaino di significato simile al precedente;l’amico de Falco fa anche di piú e collega al greco zalaino anche l’aggettivo sostantivato partenopeo zallo che è lo sciocco,l’inesperto, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú.
Per ciò che riguarda i verbi in esame mi pare di potere accettare l’ipotesi di De Falco e di D’Ascoli; ma per quanto riguarda la voce zallo sono di diverso parere e cioè che il vocabolo zallo, sia o possa essere corruzione di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs; di per sé il tallo è il germoglio, la talea, la giovane foglia tenera , il virgulto che semanticamente ben potrebbe, per traslato, indicare con la sua tenera inconsistenza, la accondiscendenza credula dell’inesperto zallo;morfologicamente ci saremmo in quanto è pacifico il passaggio del lat th al nap. z (cfr. thia→zia),
tuttavia mi sento di poter formulare anche un’altra ipotesi per la voce zallo ipotesi che espongo qui di sèguito.
Atteso che con il termine zallo (aggettivo sostantivato) nella parlata napoletana si intese ed ancóra si intende il babbeo, l’allocco, lo stupido credulone, occorre rammentare che le medesime accezioni le à la voce zanno che ripete in napoletano il termine italiano zanni equivalente di Giovanni famoso personaggio della commedia cinquecentesca bergamasca dove lo zanni/Giovanni era il servo sciocco e credulone; di talché non è azzardato ipotizzare una rilettura popolare di zanno diventato zallo con sostituzione (magari a dispetto di qualche norma che presiede la linguistica!) delle nasali nn con le piú comode ll.
Ultimissima ipotesi è poi che zallo (=babbeo, allocco, stupido credulone) usato spessissimo in riferimento (cfr. R. Viviani) ad un graduato tutore della legge, ad uno sbirro intesi sempre sciocchi, stupidi e creduloni (ibidem: ‘o zallo s’ammocca= lo sciocco sbirro prende per buona… una fandonia ), possa essere corruzione di comodo di un originario zaffio o zaffo che con derivazione dall’iberico zafio vale uomo violento, sbirro, ma non è da escludere un collegamento ad un lat. med. zaffo= servitore all’ordine d’un magistrato (sbirro?).
Da zaffo a zallo il passo non è lungo, come potrebbe non esserlo (con buona pace dei linguisti) quello da zanno a zallo!

catarchio s.vo m.le e solo m.le: non è attestato un s.vo f.le catarchia babbeo, sciocco, debole, stolto, rimbambito, stordito indebolito,vecchio decrepito e (come tale) stordito, inebetito, frastornato; etimologicamente lasciando da parte ogni altra ipotesi poco convincente penso si debba aderire all’idea del Rohlfs che lesse nel s.vo a margine il greco katárchaios= molto vecchio;
’ncatarchiato, agg.vo m.le e solo m.le: non è attestato, quantunque possibile un f.le’ncatarchiata e ciò forse perché il s.vo precedente da cui deriva l’aggettivo a margine, è s.vo solo maschile; l’aggettivo a margine vale sciocco, debole, stolto, rimbambito, stordito, indebolito stordito, inebetito, frastornato sbigottito, avvilito;
smarrizzato/a agg.vo m.le o f.le à i medesimi significati del precedente ‘ncatarchiato, ma piú intensivamente rappresentati ed è l’aggettivo da porre al culmine di un’ipotetica scala di graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe; etimologicamente part. pass. del verbo smarrizzà(rse)=soffrire il mar di mare, poi stordir(si), frastornar(si), intontir(si); smarrizzà(rse)=è un calco dello spagnolo marearse di uguale significato, col pref.intensivo s-: tipico il passaggio di rs→rz come tipico e il raddoppiamento espressivo della consonante liquida vibrante della seconda sillaba.
Qui giunto penso d’aver chiarito ad abundantiam il mio assunto all’amico P. G. ed a qualche altro dei miei ventiquattro lettori e penso perciò di poter porre il punto fermo a queste numerose paginette. Satis est.
Raffaele Bracale

domenica 1 agosto 2010

VARIE 764

1.FARSE ‘NTERESSE
Locuzione intraducibile ad litteram che fotografa l’amara situazione di chi per conseguire una merce o altro quid sia costretto a sborsare una somma di danaro cosí eccedente il preventivato da essere costretto ad intaccare altre somme di danaro e perderne cosí un eventuale interesse che gli fruttavano tenendole ferme in banca.
2. FARSE PASSÀ ‘A FANTASIA
Locuzione intraducibile ad litteram in quanto di duplice valenza: una positiva ed una negativa, valenze che per esser comprese necessitano di un’ ampia spiegazione, non riducibile ai tre termini della locuzione che se intesa nella sua valenza positiva sta per: concedersi un gusto spirituale o, piú spesso, materiale, raggiungere finalmente e far proprio un oggetto del desiderio lungamente agognato e bramato; in senso negativo la locuzione è usata quando ci si convice che determinati gusti a lungo covati, purtroppo non possono essere soddisfatti o non possono esser fatti propri determinati oggetti a lungo bramati e ci si impone di farsi passar di testa l’idea di raggiungere quegli oggetti o soddisfare quei gusti.
3.FÀ SCENNERE ‘O PARAVISO ‘NTERRA
Ad litteram: far scendere il paradiso in terra Becera locuzione con la quale si significa il profferire bestemmie in maniera eccezionalmente violenta e prolungata chiamando quasi sulla terra con una sineddoche tutti gli... abitanti del paradiso.
4. FARSE CHIOVERE ‘NCUOLLO
Ad litteram: lasciarsi piovere addosso; id est:: lasciarsi cogliere impreparato in situazioni nelle quali non si sono prese adeguate preacauzioni e che pertanto posson solo essere foriere di pessimi o anche deleterii risultati, come chi nell’imminenza d’un temporale, si avventuri per istrada senza nemmeno munirsi d’un semplice ombrello e vada perciò certamente incontro a quanto ricordato altrove, cioè vada incontro ad un bagno fuori programma .
5. FARSE VENÍ ‘E RISCENZIELLE
Ad litteram: farsi venire le convulsioni, i deliquii Simpatica locuzione che fotografa l’isterico e falso comportamento di chi, si lasci andare a piccole strane convulsioni, vere o metaforiche condite di sterili isterismi e stolti capricci: atteggiamento tipico tenuto dalle donne quando vogliono forzare la mano a qualcuno per ottenere ciò che, adducendo normali ragioni o pretesti, non potrebbero raggiungere o quando voglion far pesare su gli altri le responsabilità di taluni accadimenti che sono invece da addebitare unicamente alle medesime donne che ànno messo in atto quegli accadimenti di cui intendono discolparsi.
Il termine riscenziello, rotacizzazione del piú classico discenziello deriva dal latino descensus, col significato di deliquio. ed è usato nel linguaggio popolare oltre che per significare quanto qui sopra illustrato, anche per indicare quei brevi deliqui , piú esattamente eclampsie cui vanno soggetti i neonati o i bambini molto piccoli.
6. FÀ SCIACQUA ROSA E BIVE AGNESE.
Locuzione impossibile da tradurre ad litteram, ma densa di significato; con essa si indica la deleteria gara che incorre tra chi piú sperperi o dilapidi comuni sostanze; di tale fatto sono emblematiche figure la Rosa e l’Agnese dell’epigrafe; delle due la Rosa continuava a satollarsi di vino magari accontendandosi di una sciacquatura ossia di vino addizionato d’acqua, o anche di vino puro usato a mo’ di riscicquo della bocca da una precedente bevuta, e l’Agnese lo faceva ancora di piú bevendo senza ritegno come nell’antico giuoco del padrone e sotto gioco che si svolgeva nelle bettole tra due giocatori di cui uno – il padrone – poteva imporre all’altro – il sotto – innumerevoli bevute di vino con l’aggravio di dover pagare il vino bevuto.
7. FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO.
Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo ; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
8. FÀ CACÀ L’UVA, L’ACENO E ‘O STREPPONE.
Ad litteram: far defecare la pigna d’uva, gli acini ed il raspo relativi.Locuzione con la quale si significa l’azione violenta di chi costringe un ladro o anche solo un profittatore a restituire tutto il mal tolto, come chi pretenda di farsi restituire, sia pure sotto forma di feci, non solo la pigna d’uva che gli sia stata sottratta, ma addirittura i singoli acini e persino il vuoto raspo.
9. FÀ CUPÍNTE, CUPÍNTE: ‘E CAURE ‘A FORA E ‘E FRIDDE DINTO.
Inutile come che non significante la traduzione letterale; in senso ampio la locuzione è usata per indicare l’incongruente azione di chi premi qualcuno oltre i propri meriti e al contrario lesini il plauso o il premio a chi invece spetterebbero; in senso piú strettamente letterale la locuzione si attaglia a quelle occasioni allorché spinti dalla cupidigia si siano concessi i favori di una donna a coloro che (freddi) non mostravano i necessarii requisiti fisici, e si siano erroneamente negati ai piú meritevoli caldi tenuti ingiustamente fuori sebbene mostrassero di essere adeguatamente... armati.
Letteralmente, di solito, in napoletano la parola cupínto sta per Cupído, miticologico nume dell’amore; ma penso che riferirsi a lui per la locuzione in epigrafe sarebbe errato, non esistendo un nesso tra il benevolo nume suddetto e l’errato, inesatto comportamento ricordato nella seconda parte della locuzione; ò reputato piú giusto pensare, nella fattispecie della locuzione, che il termine cupinte, oltre a fornire una adeguata rima con il termine dinto, sia stato usato come corruzione del termine cúpido: bramoso, agognante, desideroso, quella brama o desiderio che può spingere all’errore.
10. FÀ ASCÍ ‘E SSÒVERE ‘A CULO
Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; id est: percuotere qualcuno, torchiandolo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sorbe).
11. FÀ ASCÍ ‘E CAZZE ‘A CANNA
Letteralmente: far emettere i péni dalla gola (introdotti per altra via) Becera e ruvida espressione di portata simile alla precedente da cui si distingue per una iperbolicità di molto superiore, attesa l’impossibilità di realizzare materialmente quanto minacciato in epigrafe.Nell’espressione in esame si minacciano pratiche sodomitiche con iperboliche fuoriuscite…
12. FA ASCÍ ‘O SERPE D’’A MANECA ‘E LL’ATE.
Ad litteram:fare uscire il serpente dalla manica altrui. Id est: riuscire con ogni mezzo a far comunicare da altri ciò che non si ha il coraggio di fare da se medesimi; intesa in senso piú cattivo la locuzione significa: far malevolmente ricadere su terzi le colpe e perciò le responsabilità di proprie azioni.
13. FÀ CCA ‘E PPEZZE E CCA ‘O SSAPONE
Ad litteram: fare qui le pezze e qui il sapone id est: adottare l’economia spicciola delle contestuali prestazioni e controprestazioni, ma anche assumere ed accettare reciprocamente patti semplici e chiari da rispettare comunque; la locuzione ripete l’antico uso esistente nei vicoli napoletani allorché in cambio di pochi stracci o abiti dismessi ceduti ad un robivecchi ambulante, détto sapunaro, se ne riceveva immediata contropartita sotto forma appunto di sapone da bucato detto sapone ‘e piazza in quanto sapone artigianale (spesso prodotto dal medesimo robivecchio) che, un tempo, non si vendeva in negozi atti alla bisogna, ma ceduto esclusivamente in piazza o per istrada dai summenzionati robivecchi.
14. FÀ AVUTÀ ‘A CAPA O ‘E PPALLE ‘E LL’UOCCHIE
Ad litteram: far girare la testa o i bulbi oculari. Iperboliche locuzione atte a significare le sgradevoli sensazioni che si provano allorché ci si trovi coinvolti in confuse situazioni tra irrequieti ragazzi o assillanti vuoti parolai logorroici capaci e gli uni e gli altri di procurare sensi di vertigini con giramenti di testa o vorticoso roteare dei bulbi oculari, dovuti al fastidio procurato o dagli irrequeti ragazzi o dai suddetti logorroici parolai. Locuzione da intendersi sia in senso reale che figurato.
15. FÀ UN’ANEMA E CURAGGIO.
Ad litteram: raccogliere insieme anima e coraggio; id est: disporsi con slancio ad unire l’animo e le forze occorrenti ad affrentare una situazione che si presenti a prima vista densa di incognite e pericolosi risvolti di talché per venirne a capo occorra quasi stringere in un unicum la mente ed il cuore non essendo bastevole usarli separatamente.
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VARIE 763

1.Fà carne 'e puorco...
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...

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2.Fà 'o paro e 'o sparo....
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.

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3.Lassàte 'e penziere miéje e pigliateve 'e vuoste!
Ad litteram: Lasciate stare i miei problemi e prendetevi i vostri! Id est: Impicciatevi dei fatti vostri ed evitate di darmi consigli (non richiesti)!

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4. È fernuta 'a zezzenella!
Ad litteram: È finita (id est:si è svuotata) la piccola mammella. Sorta di ammonimento che vuol significare: è terminata la pacchia,si appresano tempi difficili, oppure - con diversa valenza -(ragazzo!,) la mammella è ormai vuota, è tempo di crescere!

Zezzenella s.f. = piccola mammella il sostantivo a margine è quale diminutivo (con doppio suffisso (ina + ella→nella)) , una forma collaterelale di zezzella e cioè di piccola zizza=mammella dal lat.: titta(m); rammento che in napoletano esiste anche la voce zezzeniello che è un s. m.le ed è una sorta di maschilizzazione della voce a margine, ma indica cosa assolutamente diversa e cioè la parte alta del collo, quella che, nei maschi, insiste sul pomo di adamo e che proprio per la sua forma blandamente pizzuta può richiamare alla mente la forma di una piccola tetta, una zezzella appunto di cui maschilizzato riprende il nome.

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5. Fà ascí ‘e ssòvere ‘a culo.
Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; iperbolica furbesca espressione che sta per: percuotere qualcuno, torchiarlo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sovere (s.vo f.le che indica in realtà i frutti del sorbo, deverbale dal lat.: sorbere→sobere in quanto frutti succosi e maturi, quasi da suggere).

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6. Fà tremmà ‘o strunzo ‘nculo.
Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
Tremmà = tremare, essere scosso da una serie di rapide contrazioni muscolari causate dal freddo, dalla paura, da una malattia e sim.; la voce è dal lat. tremere con cambio di coniugazione e raddoppiamento espressivo della labiale: tremere→tremare→tremmare.
Strunzo = s.vo m.le = escremento solido di forma cilindrica; voce derivata dal tedesco strunz.
‘nculo =(i)n+culo id est: nel culo; quest’ultima voce è dal lat. culu(m) probabilmente marcata sul greco kòlon= intestino.
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GENNARINO NUN DICE BUSCIE; ETC.

GENNARINO NUN DICE BUSCIE; DICE ‘NU CUOFANO ‘E FESSARIE.
Ad litteram: Gennarino non dice bugie; dice un cumulo di sciocchezze.
Cosí, con la locuzione indicata si suole prender giuoco di ogni persona notoriamente bugiarda , poco credibile, millantatrice; l’espressione nacque allorché esistette in Napoli un tal Gennarino, venditore ambulante di panzarotti fritti (gustosissime frittelle di patate, di origine meridionale che, come alibi scrissi, sarebbe piú giusto, anche in italiano, continuare a chiamare panzarotti e che invece impropriamente vengon dette crocchette) che era solito magnificare la propria merce in modo esagerato sottolineando le sue parole con l’aggiunta di una sorta di giuramento: Gennarino nun dice buscie (Gennarino non mente!). Atteso che la merce, invece, non era cosí buona come magnificato dal venditore, gli scugnizzi napoletani presero a canzonarlo aggiungendo al suo giuramento una caustica chiosa: dice ‘nu cuofano ‘e fessarie. (dice un cumulo di sciocchezze) volendo significare che il sullodato Gennarino, in qualsiasi caso (si trattasse di bugie o di sciocchezze) mentiva e la sua merce era scadente!
buscía (di cui buscíe è il plurale) = bugia, menzogna ed altrove piattello ansato per ragger le candele; nel significato di bugia è parola derivante dal provenzale bauzía che è dal francone bausi = menzogna, malignità; nel senso di piattello ansato per regger candele deriva dal nome della città algerina Bugiaya dove si producevano tali piattelli e da dove, pare, s’importasse la cera per produrre le candele;
cuofano = cesto, corbello e per traslato gran quantità, abbondanza; dal latino cophinu(m)= cesta, normale il passaggio della i atona ad a atona, in parole sdrucciole;
fessaria= cosa da nulla, sciocchezza, inezia e per traslato bugia macroscopica; etimologicamente da fesso (rotto, spaccato e poi sciocco) p.pass. del verbo findere (rompere, spaccare) + il suff. di pertinenza arius/aro + la desinenza tonica ía; rammenterò che la stessa parola con i medesimi significati si ritrova pure nella lingua ufficiale sebbene in quest’ultima l’originaria ed etimologica a ovviamente aperta, la si sia sostituita con una pretestuosa e chiusa (ritenuta forse, ma scioccamente, piú consona dell’aperta a alla elegante (sic?) dialetto di Alighieri Dante, ottenendo cosí in luogo di fessaria una non migliore fesseria. Raffaele Bracale

VARIE 762

1 PARE PASCALE PASSAGUAJE.
Letteralmente: sembrare Pasquale passaguai. Cosí sarcasticamente viene appellato chi si va reiteratamente lamentando di innumerevoli guai che gli occorrono, di sciagure che - a suo dire, ma non si sa quanto veridicamente - si abbattono su di lui rendendogli la vita un calvario di cui lamentarsi, compiangendosi, con tutti.Il Pasquale richiamato nella locuzione fu un tal Pasquale Barilotto lamentoso personaggio di farse pulcinelleche del teatro di A. Petito.
2 PARÉ 'O PASTORE D''A MERAVIGLIA.
Letteralmente: sembrare un pastore della meraviglia Id est: avere l'aria imbambolata, incerta, statica ed irresoluta quale quella di certuni pastori del presepe napoletano settecentesco raffiguratiin pose stupite ed incantate per il prodigio cui stavano assistendo; tali figurine in terracotta il popolo napoletano suole chiamarle appunto pasture d''a meraviglia, traducendo quasi alla lettera l'evangelista LUCA che scrisse: pastores mirati sunt.
2bis PARÉ 'O VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUVANNE
Letteralmente: sembrare il bocca-spalancata di San Giovanni. Id est: avere l'aria attonita stupita, allibita, meravigliata,tal quale i mascheroni apotropaici (con occhi spiritati e bocca spalancata) che ornavano una villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza
1490,† Portici (NA) 1548)in contrada Leucopreta adiacente il quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio; l’espressione viene altresí, sebbene impropriamente riferita a tutti coloro che siano pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente (come si evince da ciò che ò già detto) pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli
3 MEGLIO A SAN FRANCISCO CA 'NCOPP'Ô MUOLO.
Letteralmente: meglio (stare) in san Francesco che sul molo. Id est: di due situazioni ugualmente sfavorevoli conviene scegliere quella che comporti minor danno. Temporibus illis in piazza san Francesco, a Napoli erano ubicate le carceri, mentre sul Molo grande era innalzato il patibolo che poi fu spostato in piazza Mercato; per cui la locuzione significa: meglio carcerato e vivo, che morto impiccato.

4 FUTTATENNE!
Letteralmente:Infischiatene, non dar peso, lascia correre, non porvi attenzione. E' il pressante invito a lasciar correre dato a chi si sta adontando o si sta preoccupando eccessivamente per quanto malevolmente si stia dicendo sul suo conto o si stia operando a suo danno. Tale icastico invito fu scritto dai napoletani su parecchi muri cittadini nel 1969 allorché il santo patrono della città, san Gennaro, venne privato dalla Chiesa di Roma della obbligatorietà della "memoria" il 19 settembre con messa propria. I napoletani ritennero la cosa un declassamento del loro santo e allora scrissero sui muri cittadini: SAN GENNA' FUTTATENNE! Volevano lasciare intendere che essi, i napoletani, non si sarebbero dimenticati del santo quali che fossero stati i dettami di Roma.
5 FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
6 FÀ TRENTA E UNA TRENTUNO.
Quando manchi poco per raggiungere lo scopo prefisso, conviene fare quell'ultimo piccolo sforzo ed agguantare la meta: in fondo da trenta a trentuno non v'è che un piccolissimo lasso. La locuzione rammenta l'operato di papa Leone X che fatti 30 cardinali, in extremis ne creò, per mera liberalità (non essendovene reale necessità) un trentunesimo non previsto in origine.
6 ESSERE CARTA CANUSCIUTA.
Letteralmente: essere carta nota. Id est: godere di cattiva fama, mostrarsi inaffidabile e facilmente riconoscibile alla medesima stregua di una carta da giuoco opportunamente "segnata" dal baro che se ne serve.
7 ESSERE CCHIÚ FETENTE 'E 'NA RECCHIA 'E CUNFESSORE.
Letteralmente: essere piú sporco di un orecchio di confessore. L'icastica espressione viene riferita ad ogni persona assolutamente priva di senso morale, capace di ogni nefandezza; tale individuo è parificato ad un orecchio di confessore, non perché i preti vivano con le orecchie sporche, ma perché i confessori devono, per il loro ufficio, prestare l'orecchio ad ogni nefandezza e alla summa dei peccati che vengono quasi depositati nell'orecchio del confessore, orecchio che ne rimane metaforicamente insozzato.
8 'O RIALO CA FACETTE BERTA Â NEPOTA: ARAPETTE 'A CASCIA E LE DETTE 'NA NOCE.
Letteralmente : il regalo che fece Berta alla nipote: aprí la cassa e le regalò una noce. La locuzione è usata per sottolineare l'inconsistenza di un dono, specialmente quando il donatore lascerebbe intendere di essere intenzionato a fare grosse elargizioni che, all'atto pratico, risultano invece essere parva res.
9 'E PPAZZIE D''E CANE FERNESCENO A CCAZZE 'NCULO.
Letteralmente: i giochi dei cani finiscono con pratiche sodomitiche. Id est: i giuochi di cattivo gusto finiscono inevitabilmente per degenerare, per cui sarebbe opportuno non porvi mano per nulla. La icastica locuzione prende l'avvio dalla osservazione della realtà allorché in una torma di cani randagi si comincia per gioco a rincorrersi e a latrarsi contro l'un l'altro e si finisce per montarsi vicendevolmente; la postura delle bestie fa pensare sia pure erroneamente a pratiche sodomitiche
10.TRE CCALLE E MMESCÀMMECE.
Letteralmente: tre calli(cioè mezzo tornese) e mescoliamoci. Cosí, sarcasticamente, è definito a Napoli colui che, senza verun sacrificio di mezzi o di azioni, si intromette nelle faccende altrui,volendo sempre, da saccente e supponente, dire la sua. Il tre calle era una moneta di piccolissimo valore; su una delle due facce v'era raffigurato un cavallo da cui per contrazione prese il nome di callo. La locuzione significa: con poca spesa si interessa delle faccende altrui.
11.CHI SE FA MASTO, CADE DINT'Ô MASTRILLO.
Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per fare la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare. Il mastrillo, dal lat. mustricula, è la piccola trappola per topi.
12.TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MARIA!
Letteralmente: Tutto a Gesú e niente a Maria! Ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú ed a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni, distribuzione di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente. Le parole in epigrafe ripetono quelle pronunciate da un anziano pievano che redarguí il proprio sacrestano che, delegato ad addobbare gli altari laterali della pieve, aveva riservato gli addobbi al solo altare del Cuore di Gesú, lesinando sugli addobbi all’altare della Vergine.
13.CHI GUVERNA 'A RROBBA 'E LL'ATE NUN SE COCCA SENZA CENA
Letteralmente: chi amministra i beni altrui, non va a letto digiuno. Disincantata osservazione della realtà che piú che legittimare comportamenti che viceversa integrano ipotesi di reato, denuncia l'impossibilità di porvi riparo: gli amministratori di beni altrui sono incorreggibili ladri! Perché meravigliarsi se gli amministratori della cosa pubblica son usi a rimpiunguire i propri conti correnti? È un fatto ineluttabile a cui bisogna abituarsi!
14.PARÉ LL'OMMO 'NCOPP'Â SALERA
Letteralmente: sembrare l'uomo sulla saliera. Id est: sembrare, meglio essere un uomo piccolo e goffo, un omuncolo simile a quel Tom Pouce,pagliaccio inglese, venuto a Napoli sul finire del 1860,ad esibirsi in un circo equestre; fu uomo molto piccolo e ridicolo e per questo fu preso a modello dagli artigiani napoletani che lo raffigurarono a tutto tondo come maniglia del coperchio delle stoviglie in terracotta di uso quotidiano. Per traslato, l'espressione viene riferita con tono di scherno verso tutti quegli omettini che si danno le arie di esseri prestanti fisicamente e moralmente, laddove sono invece l'esatto opposto.
15.FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP' ARRUBBATO CE METTETERO 'E PPORTE 'E FIERRO.
Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti sacrileghi a danno della antica chiesa partenopea.
16.ESSERE 'A TINA 'E MIEZO.
Letteralmente: essere il tino di mezzo. Id est: essere la massima somma di quanto piú sporco, piú laido, piú lercio possa esistere. Offesa gravissima che si rivolge a persona ritenuta cosí massimamente sporca, laida e lercia da essere paragonata al grosso tino di legno posto al centro del carro per la raccolta dei liquami da usare come fertilizzanti, nel quale tino venivano versati i liquami raccolti con due tini piú piccoli posti ai lati del tino di mezzo dove veniva riposto il letame raccolto.
Rammento che con il vocabolo tina (dal t. lat tina(m)←tinu(m)) si è creato il femminile di tino per indicare un oggetto piú grande del corrispondente maschile In napoletano infatti un oggetto che sia o sia inteso di volume o ampiezza piú grande e/o grosso di un corrispettivo oggetto maschile, viene inteso femminile (cfr. cucchiaro piú piccolo e cucchiara piú grande, carretto piú piccolo e carretta piú grande, tammurro piú piccolo e tammorra piú grande,tino piú piccolo e tina piú grande etc.; uniche eccezioni caccavella piú piccola, ma femminile e caccavo piú grande, ma maschile e tiana piú piccola, ma femminile e tiano piú grande, ma maschile).

17.'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA.
Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda di cipolla. È il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla.
18.NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO.
Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à né l'autorità, né la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla.
19.TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE; TANTA GLIUOMMERE 'A DO' 'E CCACCE?
Letteralmente: Tu non cuci, non fili e non tessi, tanti gomitoli da dove li tiri fuori? Tale domanda sarcastica la si rivolge a colui che fa mostra di una inesplicabile, improvvisa ricchezza; ed in effetti posto che colui cui viene rivolta la domanda non è impegnato in un lavoro che possa produrre ricchezza, si comprende che la domanda è del tipo retorico sottintendendo che probabilmente la ricchezza mostrata è frutto di mali affari. È da ricordare anche che il termine gliuommero (dal lat. glomeru(m)(gomitolo))indicava, temporibus illis, anche una grossa somma di danaro corrispondente a circa 100 ducati d'argento.
20.MENARSE DINT' Ê VRACHE...
Letteralmente: buttarsi nelle imbracature. Id est: rallentare il proprio ritmo lavorativo, lasciarsi prendere dalla pigrizia, procedere a rilento. L'icastica espressione che suole riferirsi al lento agire soprattutto dei giovani, prende l'avvio dall'osservazione del modo di procedere di cavalli che quando sono stanchi, sogliono appoggiarsi con le natiche sui finimenti posteriori detti vrache (b. lat. *braca(m)(imbracature)) proprio perché imbracano la bestia.
Brak

VARIE 761

1.FA’ COMME T’ È FFATTO, CA NUN È PECCATO.
Ad litteram: Rendi ciò che ti è fatto, ché non è peccato Id est: render pan per focaccia non è peccato, per cui si è autorizzati anche a vendicarsi dei torti subìti, usando i medesimi sistemi; locuzione che, stranamente per la morale popolare napoletana, adusa ad attenersi, quasi sempre, ai dettami evangelici si pone agli antipodi dell’evangelico: porgi l’altra guancia, ma in linea con l’antico principio romano: vim, vi repellere licet (è giusto respingere la forza con la forza).

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2.‘E SCIABBULE STANNO APPESE E ‘E FODERE CUMBATTONO.
Ad litteram: le sciabole stanno inoperosamente al chiodo ed i foderi combattono Id est: chi dovrebbe combattere o - fuor di metafora - operare fattivamente, nicchia e si defila, lasciando che altri prendano il suo posto; locuzione usata nei confronti di tutti coloro che per inettitudine o negligenza non compiono il proprio dovere, delegandolo pretestuosamente ad altri.

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3.FOSSE ANGIULO ‘A VOCCA TOJA!
Ad litteram: sia (di) angelo la tua bocca Locuzione che viene usata con un sostrato scaramantico ottativo, quando - fatti segno di un augurio - ci si augura altresí che quanto profferito si realizzi certamente e a breve tenendo la bocca di colui che ci à fatto l’augurio come bocca di veritiero messaggero ( ciò etimologicamente significa il termine angiolo) per cui - ritenuto proveniente da bocca di autentico messaggero - ciò che ci viene augurato si è certi che si realizzerà concretamente o - almeno - lo si spera .

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4.FRIJERE ‘O PESCE CU LL’ACQUA.
Ad litteram: friggere il pesce con l’acqua; locuzione usata per significare situazioni di così marcata indigenza da non potersi permettere l’uso dell’olio per friggere il pesce e doversi accontentare dell’acqua per compiere l’operazione con risultati evidentemente miseri, non essendo chiaramente l’acqua l’elemento adatto alla frittura; per traslato la locuzione è usata per significare qualsiasi situazione in cui predomini l’indigenza se non l’inopia più marcata.
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5.FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE*.
Ad litteram: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ più cruenta, ma decisamente più plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... *fucetola= beccafico dal lat.ficedula(m)

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6.ESSERE ‘NU BBABBÀ A RRUMMA.
Ad litteram: essere un babà irrorato di rum Locuzione dalla doppia valenza, positiva o negativa. In senso positivo la frase in epigrafe è usata per fare un sentito complimento all’avvenenza di una bella donna assimilata alla soffice appetitosa preparazione dolciaria partenopea; in senso negativo la locuzione è usata per dileggio nei confronti di ragazzi o adulti ritenuti piuttosto creduloni e bietoloni, eccessivamente cedevoli sul piano caratteriale al pari del dolce menzionato che è morbido ed elastico.

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7.ESSERE ‘E TENTA CARMUSINA.
Ad litteram: essere di tinta cremisi (rossiccia) id est: essere inaffidabile come il colore cremisi che anticamente, prodotto con metodi artigianali ed empirici, era di scarsa consistenza e poco sopportava le ingiurie del tempo; con altra valenza la locuzione sta ad indicare sia le persone di malaffare di cui diffidare e da cui tenersi alla larga, sia le persone ad esse equiparate e si ricollega al fatto che al tempo dei romani le prostitute erano aduse a vestirsi di rosso, a truccarsi con il carminio e ad indossare vistose parrucche fulve.

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8.ESSERE ‘NU VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUANNE.
Ad litteram: essere un bocca aperta di san Giovanni. Espressione riferita a tutti coloro che sono pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli; la località invece è da considerarsi solo perché in contrada Leucapetra adiacente la detta zona esistette un tempo una sontuosa villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza
1490,† Portici (NA) 1548) sulle cui pareti esterne erano collocati grandissimi mascheroni apotropaici rappresentanti dei volti con occhi spiritati ed a bocca spalancata.

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9.ESSERE MASTO A UNU FUOGLIO.
Ad litteram: esser maestro ad un solo foglio. Locuzione che si usa a mo’ di dileggio nei confronti di coloro che son ritenuti o si autoritengono maestri, ma siano di limitatissime conoscenze e di competenze molto ristrette, ai quali è inutile chiedere che vadano al di là di ciò che essi stessi propongano o facciano, come si diceva di un tal violinista, bravissimo esecutore, quasi virtuoso, ma di un unico pezzo, violinista che si scherniva davanti alla richiesta di eseguire altri brani musicali.

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10.ESSERE CCHIÙ FFESSO ‘E LL’ACQUA CAURA.
Ad litteram: essere più sciocco dell’acqua calda. Così si dice di chi sia, per innata insipienza o acclarata stupidità, talmente sciocco e vuoto ed insignificante al punto di non aver alcun gusto e/o sapore al pari di una pentola d’caqua riscaldata cui difettino ogni aggiunta di aromi e/o condimenti e pertanto sia incolore ed insapore.
Brak