martedì 3 agosto 2010

MERENDA & dintorni.

MERENDA & dintorni.
Con la voce merenda, in lingua italiana si intende un piccolo asciolvere, uno spuntino che si fa nel pomeriggio, fra il pranzo e la cena e che – di solito – è di pertinenza di bambini e ragazzi ; con lo stesso termine si intende poi anche, il cibo che si mangia in tale occasione; in generale tale contenuto desinare resta circoscritto a poche fette di pane, magari tostato spalmate di burro, marmellate o creme dolci o accompagnate da modesto sbrigativo companatico come affettati misti o formaggi; talvolta la merenda dei bambini è costituita da una fetta di torta dolce o di focaccia salata; al proposito mi piace di ricordare un’espressione d’uso familiare che suona: entrarci come i cavoli a merenda, riferito a cosa o argomento che non à nulla a che vedere con le cose o gli argomenti di cui si stia parlando in un determinato momento; da tale espressione si evince che un ortaggio come il cavolo (broccolo) dal sapore intenso ed alimento di laboriosa digestione mal si concilia con il contenuto desinare di una merenda che – come ò detto – di solito è costituita da fette di pane (magari tostato) ed ingredienti graditi al palato ed appetibili come burro, creme dolci, marmellate e/o affettati misti.
Il termine merenda deriva dal lat. merenda, propr. neutro pl. del gerundivo di meríre 'meritare'; propr. 'cose da meritare' quasi che quel modesto desinare fatto tra pranzo o cena non fosse dovuto, ma bisognerebbe meritarlo!...
E tutto questo riguarda la lingua italiana.
Passiamo ora al piú pregnante idioma napoletano dove la parola merenda , pur presente nella morfologia di marenna (che etimologicamente è l’adattamento partenopeo del gerundivo lat. neutro pl. merenda→marenna inteso femm. sg. con tipica assimilazione progressiva nd→nn),pur presente nell’idioma napoletano non indica il piccolo asciolvere, lo spuntino che si fa nel pomeriggio, fra il pranzo e la cena e che – di solito – è di pertinenza di bambini e ragazzi spuntino circoscritto a poche fette di pane, magari tostato spalmate di burro, marmellate o creme dolci o accompagnate da modesto companatico come affettati o formaggi misti, o talvolta costituito da una fetta di torta dolce o di focaccia salata, non indica – dicevo – tutto ciò, ma altro di cui qui di seguito dirò.In pretto napoletano infatti il contenuto, piccolo asciolvere e/o spuntino fatto da adulti o ragazzi prende il nome di ‘mpustarella soprattutto quando lo spuntino si sostanzi in due semplici fette di pane con del companatico ad esse inframmezzato; la voce ‘mpustarella è derivante da un in (illativo)+ il latino positam con un doppio suffisso femm. r +ella che sostantivizza il part. pass. positam che è da ponere= porre, mentre l’in d’avvio, che davanti all’esplosiva p si aferizza in ‘m,indica appunto che il companatico è posto dentro il pane; torniamo alla voce marenna con la quale in napoletano non si indica lo spuntino, ma - come già riportato nell’antico D’Ambra che parlò di reficiamento (inteso come ristorazione) degli opranti - identifica un sostanzioso, spesso pletorico pasto da asporto consumato dagli artieri e/o operai, pasto consistente in un pezzo di pane ( a preferenza ricavato dal palatone che è il grosso filone di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia numerosa, ed il cui nome di palatone gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupa per intero la lunga pala usata alla bisogna), pezzo di pane abbondantemente farcito spesso con companatico opportunamente ricco di sugo (salse o condimenti) per far sí che il pane si ammorbidisca e sia facilmente addentabile anche dai piú anziani senza dover far ricorso ad un coltelluccio a serramanico con il quale tagliare via via piccoli bocconi di cui cibarsi; in pratica la marenna era ed ancóra è talvolta costituita da un cono ( cioè una delle due punte di un palatone, palata (il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupa la metà della pala per infornare) o cocchia ( che sta per coppia in quanto in origine fu un tipo di pane formato da due palatelle(piccoli filoncini da 500 o 250 gr.) accostate ed unite al momento della lievitazione e poi cosí infornate; in seguito pur mantenendo la pezzatura di 1 kg. corrispondente al peso di due palatelle accoppiate, la cocchia prese una sua forma distintiva un po’ piú larga ma meno lunga della palata (etimologicamente cocchia è dall’acc.vo lat. cop(u)la(m)→copla(m)→cocchia)) dicevo che in pratica la marenna era ed ancóra è talvolta costituita da un cono scavato della mollica per ottenerne un foro in cui alloggiare carni in umido o polpette al sugo,sasicce = salsicce sost. femm. plur. di saciccia, salciccia plurale di saciccia, tipico notissimo insaccato di carne di maiale etimologicamente derivante da un tardo lat. salsicia, neutro pl.inteso poi femminile , incrocio di salsus 'salato' e insicia 'polpetta', deriv. di insecare 'tagliare e frijarielle (= particolari, tipici, squisiti broccoli (che è da sciocchi tentar di rendere in toscano con friggiarelli: ‘e frijarielle so’ frijarielle e basta; non ne è ammessa una sia pure adattata traduzione!) da friggere a crudo,etimologicamente ‘e frijarielle sono un deverbale di frijere dal lat. frígere);,baccalà in cassuola oppure peperoni imbottiti o altri ortaggi (peperoncini verdi, melanzane a spaccatella, puparuole quadrilobati o pipere conici (puparuole←peperoni: alterazione fono-morfologica del latino piper donde anche pipere nome con cui a Napoli sono indicati un tipo di peperoni lunghi e conici) o papaccelle (la papaccella è peperone basso e plurilobato: da un basso latino pipericella→piparicella→ paparicella→paparcella→ papaccella) dint’â tiella (peperoni quadrilobati o conici semplicemente fritti in padella, ma spesso ( cfr. peperoncini e melanzane) conditi o con una salsa di pomidoro o fondo di frittura che ammorbidisca ad hoc il pane;il cono di mollica estratta veniva/viene intriso di sugo e posto a mo’ di tappo del foro; talora, ma ciò avveniva/avviene quasi sempre per la marenna degli artieri piú giovani il pezzo di pane invece d’essere una delle due punte di palatone, di palata o di cocchia scavata della mollica, era/è una contenuta barchetta ricavata dalla parte centrale del filone, privata di un po’ di mollica e farcita con frittate di semplici uova o con affettati poveri: mortadella, prosciutto cotto, pancetta arrotolata spesso in coppia con provolone piú o meno piccante; il fatto che i companatici fossero o siano piú asciutti, senza sughi o condimenti eccessivi si confaceva e confà alle migliori dentature dei giovani artieri che potevano/possono piú facilmente addentare pezzi di pane crocchianti.Oggidí però che anche la produzione del pane è notevolmente peggiorata ed è difficile trovare dei fornai capaci di produrre buoni palatoni, o palate o cocchie, i pochi artieri (che ancóra ànno la sana abitudine di portarsi da casa il loro pasto da asporto quotidiano senza far ricorso ai costosi panini farciti venduti in salumeria o in attrezzati bar),si contentano per la loro marenna di infimi panini(rosette) , marsigliesi e/o ciabatte che sono tutti formati di pane molto contenuti, monoporzioni adatti ad essere consumati farciti di salumi o formaggi o, al massimo di frittate, ma non più di carni o polpette in umido, peperoni e/o altri ortaggi; alla luce di tale impoverimento del companatico rammenterò una icastica locuzione partenopea che suona:À fatto marenna a sarachielle.
Cioè: À fatto merenda con piccole salacche affumicate – riferito a quelle situazioni incresciose in cui qualcuno in luogo di avere un congruo, atteso ritorno del proprio solerte operare si è dovuto accontentare di ben poca cosa; in effetti una merenda (quale pranzo da asporto) che fosse costituita da un po’ di pane con qualche filetto di salacca affumicata anche se accompagnati da anelli di cipolla ed irrorati d’olio d’oliva e.v.p. s. a f. sarebbe veramente una povera cosa; sarachielle s.vo m.le pl. di sarachiello che è il diminutivo maschilizzato (per significare la contenutezza dell’oggetto di riferimento: in napoletano infatti un oggetto che sia femminile diventa maschile se diminuisce di dimensione (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccolo)), dicevo che sarachiello è il diminutivo (vedi i suff. i+ ello maschilizzato di sàraca= salacca, aringa affumicata; la voce sàraca etimologicamente è da collegarsi ad un tardo greco sàrax (all’acc.vo sàraka) che trova riscontri anche nel calabrese sàrica e nel salentino zàrica. Ed a questo punto penso di poter dire il fatidico satis est e mettere il punto fermo.
Raffaele Bracale

TORCERE & DINTORNI

TORCERE & DINTORNI
Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico E. C. amico di cui al solito (per questione di privatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prendo in esame la voce italiana in epigrafe ed altre omologhe, quelle eventualmente collegate e le corrispondenti del napoletano. Cominciamo:
tòrcere v. intr. [aus. essere; non com., ma comunque coniugabile nei tempi composti attraverso il p.p. tòrto]
(rar.) cambiare direzione, voltare: torcere a destra;
1 avvolgere qualcosa intorno a sé stessa; avvolgere insieme piú fili: torcere i panni bagnati; torcere la lana, sottoporla al processo di torcitura | torcere il collo a un pollo, ad una gallina e sim., per ammazzarli; riferito a persona, è minaccia iperbolica: ti torco il collo! | non torcere un capello, (fig.) non fare alcun male | dare filo da torcere, (fig.) ostacolare, procurare noie o grattacapi
2 piegare, curvare: torcere un ferro | storcere: torcere il naso, la bocca, in segno di disgusto, di disprezzo e sim.
3 (fig. lett.) allontanare, far deviare: torcere qualcuno dal retto cammino;
torcersi v. rifl.
1 contorcersi: torcersi dalle risa, dal dolore
2 (lett.) volgersi: Al suo richiamo i ciascun di noi si torse ||| v. intr. pron. storcersi, incurvarsi, deformarsi: posate che si torcono con facilità. Etimologicamente deriva dal lat. torquēre (torquíre) divenuto, nel lat. volg., ✻torquĕre, poi ✻torcĕre;
avvolgere/avvolvere v. tr. [coniugato come volgere]
1 volgere intorno, arrotolare: avvolgere un filo
2 avviluppare, ricoprire, circondare (anche fig.): avvolgere un pacco nella carta; il mistero avvolse tutta la vicenda
3 (fig. lett.) ingannare: l'ingenua frode avvolge il credulo (D'ANNUNZIO)
avvolgersi/avvolversi v. rifl.
1 girare intorno; arrotolarsi, attorcigliarsi: Come sul capo al naufrago / l'onda s'avvolve e pesa (MANZONI Il cinque maggio)
2 circondarsi, coprirsi tutto intorno, avvilupparsi: avvolgersi in un mantello. Etimologicamente deriva quale adattamento, secondo volgere, del lat. advolvere, comp. di ad e volvere 'volgere, voltolare'.
attorcigliare v. tr.
attorcere piú volte una cosa su sé stessa: attorcigliare una fune
attorcigliarsi v. rifl. e intr. pron. avvolgersi su sé stesso o attorno a un oggetto: le serpi si attorcigliano. Etimologicamente deriva da attorcere (avvolgere strettamente una cosa su sé stessa o piú cose fra loro; iterativo di torcere), per incrocio con attortigliare
curvare v. tr.e intr
piegare in forma di arco: curvare una sbarra ' curvare la schiena,
(fig.) sottomettersi: curvare la testa, la fronte, (fig.) obbedire umilmente
come intr. [aus. avere] descrivere una curva; girare, svoltare: il viottolo curva a destra
curvarsi v. rifl.
1 piegarsi, chinarsi: curvarsi per raccogliere qualcosa
2 (fig.) umiliarsi, sottomettersi
v. intr. pron. diventare curvo, piegarsi ad arco: la trave si è curvata sotto il peso.
Etimologicamente deriva dritto per dritto dal lat. curvare, deriv. di curvus 'curvo'.
flettere v. tr.
1 piegare, curvare: flettere le braccia, le gambe
2 (gramm.) declinare o coniugare: flettere un nome, un verbo.
Etimologicamente deriva dal lat.flectere
intrecciare v. tr.
1 unire in una treccia: intrecciare i capelli
2 (estens.) collegare, unire strettamente; intessere (anche fig.): intrecciare una ghirlanda di fiori; intrecciare le dita, incrociarle; intrecciare le maglie, nei lavori ai ferri, accavallare le maglie l'una sull'altra per impedire che si sciolgano nella finitura di un lavoro; intrecciare danze, detto di più persone, ballare formando con i movimenti come un intreccio di linee; intrecciare le fila di un racconto, raccontare collegando tra loro i vari elementi di una vicenda
3 (fig.) allacciare, stringere: intrecciare una relazione; intrecciare rapporti di amicizia
intrecciarsi v. rifl. recente:
1 ingarbugliarsi, aggrovigliarsi: i fili si sono tutti intrecciati
2 incrociarsi, intersecarsi (anche fig.): ordini e controordini si intrecciavano. Etimologicamente è un denominale formato da un in illativo + il s.vo treccia (che è dal lat. volg. *tríchia(m), dal gr. tardo trichía 'fune, corda', deriv. di thríx trichós 'capello'
storcere v. tr.
1 torcere con forza piegando da un lato; allontanare dalla linea diritta e naturale: gli à storto il braccio; storcere un chiodo | storcersi un piede, un polso, slogarsi, lussarsi | storcere gli occhi, stralunarli | storcere il naso, la bocca, le labbra, in segno di disgusto o disapprovazione
2 (fig. non com.) interpretare alterando il senso; distorcere: storcere le parole di qualcuno; storcere il senso di un discorso
storcersi v. rifl. o intr. pron.
1 di persona, contorcersi, piegarsi con movimenti convulsi: storcersi per il dolore; Quantunque si storcesse, non disse parola!
2 di cosa, piegarsi malamente: il chiodo si è storto. Etimologicamente deriva dal lat. extorquíre 'strappare a forza girando, slogare', con cambiamento di coniugazione;

strizzare v. tr.
stringere energicamente qualcosa per farne uscire il liquido contenuto: strizzare i panni, una spugna; strizzare un limone; strizzare l'occhio, fare l'occhiolino, ammiccare in segno d'intesa. Etimologicamente deriva dal lat. volg. *strictiare, deriv. di strictus, part. pass. di stringere 'stringere'.

Esaminati i verbi dell’italiano passiamo al napoletano dove abbiamo:
arravuglià v. tr.
avvolgere, mettere insieme, mescolare senza alcun ordine: confondere, rendere indistinto, meno chiaro; e per estensione anche imbrogliare; Etimologicamente deriva da un lat. volg. ad-revolviare→arrevoljare→arravuglià;
sos.vo collegato semanticamente al verbo arravuglià, è arravuoglio che vale: avvolgimento e poi raggiro, imbroglio, con derivazione da un lat. volg.*ad-revolviu(m); rammento qui ancóra quale diretto deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensimamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus; la voce arrevogliacuosemo nacque come espressione irriverentemente furbesca, in àmbito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche;
arrenzà/renzïà v. intr. Nel loro significato principale valgono: camminare di traverso, obliquamente donde il significato traslato di torcersi quasi deviando dal cammino retto.Ambedue i verbi a margine son da collegare al verbo latino herere=rasentare, aderire; rammento al proposito le espressioni partenopee jí ‘e renza e gghí ‘e sguincio.
che a prima vista,parrebbero dire la medesima cosa riferendosi ambedue ad un modo strano, non corretto di camminare. Non è così.
C’è una differenza sostanziale tra le due locuzioni;infatti jí ‘e renza si riferisce, come ò detto, effettivamente ad un modo di camminare identificandolo nel procedere in modo obliquo, quasi inclinati su di un lato; diverso il gghí ‘e sguincio che attiene sia ad un modo di camminare e propriamente a quel modo che comporta un’andatura di sghimbescio, tortuosa che ad altro: infatti mentre la prima locuzione jí ‘e renza è usata solo in riferimento al modo di camminare, la seconda gghí/jí ‘e sguincio è riferita non solo ad un modo di procedere, ma anche ad un modo comportamentale che sia scorretto, subdolo, non lineare, in una parola: sleale. Il termine sguincio viene dal francese guenchir(procedere di sbieco) cui è premessa una S rafforzativa, mentre il termine renza viene dal participio presente del verbo latino haerere= aderire; in napoletano infatti si dice pure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare; In coda a tutto ciò rammento che delle due espressioni solo quella che recita gghí/jí ‘e sguincio (andare di sguincio) è stata accolta nella lingua nazionale, quantunque assegnando al s.vo sguincio il significato di linea, struttura obliqua.di talché in italiano andare di sguincio vale procedere obliquamente e non (come esattamente è nel napoletano) procedere di sghimbescio, tortuosamente. Ma non è da meravigliarsi: è antico vizio di chi fa la lingua italiana, pescare nell’idioma partenopeo spesso però snaturando significato o morfologia delle voci accolte: ‘nu poco ‘e pacienza e ppeggio pe lloro!


arriccià v. tr. (etimologicamente denominale di riccio che è dal lat. ericiu(m), deriv. di ir- íris 'riccio'
1 piegare in forma di riccio; avvolgere a riccio: arriccià ‘e bbaffe, ‘e capille
2 (estens.) accartocciare, corrugare,storcere, increspare: arriccià ‘nu fuoglio; arriccià ‘ol pilo, detto di animali, rizzarlo in segno di paura o di difesa; arriccià ‘o naso, storcerlo per disgusto, disapprovazione o insoddisfazione
arricciarse v. intr. pron.
1 farsi riccio; per estens., raggrinzirsi, incresparsi: ‘e fronne s’ erano tutte arricciate
2 (non com.) farsi irto, drizzarsi, detto di capelli o pelo o altro; in quest’ultima accezione però piú che arriccià, in napoletano si usa il verbo arrezzà (dal lat. volg. *ad +rectiare, deriv. di ríctus 'diritto')= rizzare e per traslato eccitarsi sessualmente;
‘ntrezzà v. tr.
1 unire in una treccia: ‘ntrezzà ‘e capille
2 (estens.) collegare, unire strettamente; intessere (anche fig.): ntrezzà ‘na sarcenella ; ntrezzà ‘e ddeta, incrociarle; ntrezzà ‘e mmaglie, nei lavori ai ferri, accavallare le maglie l'una sull'altra per impedire che si sciolgano nella finitura di un lavoro; ntrezzà’na tarantella, detto di piú persone, ballare formando con i movimenti come un intreccio di linee; 3 (fig.) allacciare, stringere: ntrezzà ‘na relazzione; ‘e ‘na manera o ‘e n’ata, ntrezzà n’ amicizia
‘ntrezzarse v. rifl. rec.
1 ingarbugliarsi, aggrovigliarsi:’e file se so’ tutte ‘ntrezzate
2 incrociarsi, intersecarsi (anche fig.): so’ ‘ntrezzate mane e piere
‘ntrucchià v. tr. e intr.
Attorcigliare, avvolgere, torcere; per traslato: ingrassare, metter carne; semanticamente il significato traslato di ingrassare è da collegarsi alla medesima idea di avvolgere che è un aggiungere,volgendo intorno e dunque consolidando ed aumentando, almeno visivamente, la cosa avvolta; etimologicamente è dal lat. intorquere attraverso una forma frequentativa intorculare→(i)ntorcluare→’ntrucchiare (tipico il passaggio di cl+ vocale a cchi: cfr. clausu(m)→chiuso clavu(m)→chiuovo (chiodo) etc.)
strevellà v. tr
Stravolgere, torcere (ma si dice quasi soltando parlando degli occhi: strabuzzare); etimologicamente da un lat. extra + (e)vèllere= tirar fuori che semanticamente è esattamente lo strabuzzare (con un successivo cambio di declinazione), piuttosto che da un fantasioso ipotizzato (D’Ascoli) *terebellare con prostesi di una s intensiva.
E qui penso di poter mettere un punto fermo, convito se non di avere esaurito l’argomento, di averne detto veramente ad abundantiam. Satis est.
Raffaele Bracale

IL VERBO JÍ (andare) e le sue locuzioni.

IL VERBO JÍ (andare) e le sue locuzioni.
Il verbo italiano andare ( che etimologicamente qualcuno pensa derivi dal lat. ambulare o da un lat. volg. *ambitare, ma che molto piú esattamente sembra derivi da *aditare frequentativo di adire è verbo che à alcune forme che ànno per tema vad- derivando dal lat. vadere/vadicare 'andare') è reso,in napoletano, con derivazione dal lat. ire, con l’infinito jí/ghí e son numerose le locuzioni formate con détto infinito. Prima di esaminarne qui di sèguito qualcuna, preciso che in napoletano la grafia corretta dell’infinito è – come ò scritto – jí oppure in talune espressioni ghí/gghí (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare con la sola vocale i talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!, seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’); la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è jí oppure in talune esopressioni ghí/gghí cosí come espressamente sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954) che era solito far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di jí oppure, ove del caso ghí, li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí nella coniugazione dell’indicativo presente (1°,2° e 3° pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1° e 2° pers. pl.usa il tema di ji –re ed à nuje jammo, vuje jate per tornare a *va(di)c-are per la 3° ps. pl che è lloro vanno. E veniamo alle locuzioni:


1.Jirsene carreco ‘e meraviglie
Ad litteram: andarsene carico di meraviglia. id est: allontanarsi stupefatto, in preda alla massima meraviglia, da un luogo dove si è assistito o dove si è partecipato - magari involontariamente -ad avvenimenti sconvolgenti o grandemente allibenti; per traslato si usa dire di chi si allontani da un luogo o da una persona dopo d’aver subíto una dura reprimenda o rampogna.
Carreco/a agg.vo m.le o f.le = letteralmente carico, caricato(estens.) sovraccarico, traboccante, (fig.) oppresso; etimologicamente la voce napoletana è connessa a carrus (cfr. la doppia liquida rispetto alle scempia dell’italiano carico) addizionato del suffisso di pertinenza icus/ica.
2. Jirsene muro - muro
Ad litteram: andarsene rasentando il muro; id est: allontanarsi alla chetichella, quasi sfiorando un muro allo scopo di non farsi notare, non dando nell’occhio.
3. Jirsene oppure venirsene tinco - tinco
Ad litteram: allontanarsi come un tincone oppure avvicinarsi sollecitamente (come un tincone); id est: sparire da un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si è partecipato e da cui ci si allontani non ci riguardi, né chiami in causa, oppure (nel secondo caso) accostarsi ad un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si intende partecipare sia di nostra competenza o ci chiami in causa, quantunque nessuno ci abbia invitati o sollecitati in quel senso; in questo secondo caso lo si usa con icastico riferimento a tuti quegli inoportuni comportamenti di saccenti e supponenti adusi ad intromettersi nelle altrui faccende per esprimere pareri o dispensare importuni consigli non sollecitati.
A margine rammento altre tipiche espressioni modali che si ricollegano al verbo andare; abbiamo:
venirsene oppure jrsene ruglio ruglio (id est: venir mogio mogio, piano piano,ovvero accostarsi lentamente, quasi contando i passi, come chi sia pieno, zeppo, stipato di cibo e dunque sia costretto a muoversi lentamente, mogio mogio. Vale la pena di ricordare che l’espressione ruglio ruglio, nella sua reiterazione dell’aggettivo di grado positivo ne sostanzia il superlativo che, al solito, in napoletano non à la forma del suffisso in issimo, ma si forma reiterando l’aggettivo di grado positivo come avviene p. es. con chiatto chiatto o luongo luongo o ancora curto curto che rispettivamente stanno per grassissimo,altissimo (o lunghissimo), bassissimo e dunque ruglio ruglio sta per pienissimo.
Rammenterò appena che l’espressione venirsene ruglio ruglio non va confusa con quella che recita:
venirsene tinco tinco or ora illustrata, di significato diametralmente opposto: venirsene sollecitamente, né va confusa con l’espressione usata dal famosissimo Totò: venirsene tomo, tomo, cacchio cacchio, espressione che come ebbi modo di chiarire altrove sta per: agire con improntitudine, faccia tosta.
Un’ ultima notazione; etimologicamente la parola ruglio è un chiaro deverbale forgiato sul verbo latino: turgulare frequentativo di turgere: inturgidire;
E, a mo’ di completamento rammenterò che sia in calabrese che in napoletano d’antan esiste il verbo ‘ntrugliare = ingrossare forgiato ugualmente sui verbi latini di cui sopra. Ancóra l’espressione napoletana
jí cuonce cuonce è un’espressione avverbiale che vale: andare, agire piano, piano – senza fretta – accortamente – con cautela,precisione e circospezione – lentamente; l’espressione si sostanzia nell’iterazione del sostantivo cuonce (plurale di cuoncio), ma nel caso in esame l’iterazione non mira a formare un superlativo come nel napoletano avviene normalmente, ed ò già déto, alibi sia con sostantivi, ma soprattutto con aggettivi (cfr. sicco sicco (=magrissimo), chiatto chiatto (=grassissimo), luongo luongo (=altissimo o lunghissimo) tinco tinco (=rapidissimo come una tinca)etc. Nel caso in esame ci si ricollega al sostantivo cuonce (plurale di cuoncio) per richiamarne, con l’iterazione, la cautela lenta e circospetta usata nel portare a compimento un’opera muraria (quella che gli antichi romani dissero opus quadratum o opus reticulatum antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre, facendo combaciare le facce laterali di piccole piramidi di tufo o altra pietra, e tenendone la base rivolta verso l'esterno, ed il vertice verso l'interno, per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente.
Chiarisco: in napoletano il sostantivo cuoncio (di cui cuonce è il plurale), con etimo quale deverbale da conciare (che è dal lat. volg. *comptiare, deriv. di comptus 'ornato, adorno', da comere 'mettere insieme'), à molti significati: concime, letame (per concimare), belletto, condimento (cfr. ‘o cuoncio acconcia= il belletto, il condimento rende migliore la persona o il cibo), ma indica pure (concio) ognuna di quelle piccole piramidi di tufo o altra pietra di cui sopra; per cui con la locuzione avverbiale cuonce cuonce si intende richiamare la lentezza, la cautela, la precisione maniacale e circospetta da usarsi (procedendo un concio per volta) nel porre in essere l’ opus quadratum o opus reticulatum; allo stesso modo con medesima studiata lentezza, cautela, e precisione deve comportarsi nel suo agire chi sia invitato ad operare cuonce cuonce. E passiamo all’espressione jrsene o venirsene cacchio cacchio che è andarsene o venirsene in maniera strana; infatti cacchio, cacchio ad litteram sta per: strano, strano (nell’espressione in esame: avvicinarsi o allontanarsi strano, strano)Espressione usata per significare l’atteggiamento di chi, facendo finta di nulla, mogio mogio, con indifferenza ed ostentata tranquillità, si prepara invece ad agire proditoriamente in danno di terzi, quasi che si accostasse al luogo dove agirà, con studiata noncuranza, o se ne allontanasse dopo d’avere agito con proditoria e dannosa indifferenza.
Da rammentare che l’espressione a margine era usata da Totò, il principe del sorriso, sommandola con la pleonastica espressione
- tomo tomo espressione inutile in quanto di uguale portata e/o significato, ma di minor presa; ò detto pleonastica perché, mi pare che non ci fosse stato il bisogno di chiarire o aumentare la portata del cacchio cacchio napoletano, espressione - al contrario - molto piú corposa e pregnante, per il vocabolo usato, dell’algido tomo tomo, espressione che pur napoletana è costruita con un vocabolo italiano presente altresí nella esprespessione dell’italiano essere un bel tomo nel senso di essere un tipo strano, bizzarro di grande improntitudine . L’espressione jrsene o venirsene cacchio cacchio non va confusa con quella jrsene o venirsene tinco tinco precedentemente illustrata, di significato molto diverso: venirsene sollecitamente.



4. Jammo, ca mo s’aiza
Ad litteram: andiamo, ché adesso si alza; id est: muoviamoci ché il sipario sta per andar su; locuzione usata un tempo dai servi di scena per avvertire gli attori di tenersi pronti, essendo prossimo l’inizio dello spettacolo, ed usata oggi per sollecitare chiunque in vista dell’inizio di qualcosa cui debba partecipare.
5. Jirsene ‘nzogna ‘nzogna
Ad litteram: andarsene sugna sugna locuzione che non attiene alla sfera culinaria, ma che è usata per commentare il lento consumarsi o deperirsi di una persona che si sciolga quasi a mo’ di sugna
‘nzogna s.vo f.le = sugna, strutto;
preciso súbito che la voce napoletana a margine che rende l’italiano sugna o strutto è voce che va scritta ‘nzogna con un congruo apice (‘) d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto.
Ciò detto passiamo all’etimologia e sgombriamo súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, (non ‘nzogna) possa essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo passaggio di ns→nz, dal latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cotenna di porco ancóra ricca di grasso.
Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze di sorta! Messe da parte tali fantasiose proposte, penso che all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza: inus ed ius; da insuinia→’nsoinia→’nzogna.

6. Jettà ll’uosso ô cane
Ad litteram: buttare l’osso al cane id est: fare o far le viste di fare gratuite concessioni; locuzione che si usa a commento delle azioni di chi sembra quasi si conceda magnanimamente, laddove invece è tenuto a quel comportamento; altrove essa è usata a caustico commento dei comportamento di chi ottenuto un chiaro tornaconto da un’azione altrui, mostra di non apprezzarla quanto dovuto .
7. Jirsene a cascetta nell’espressione te ne vaje a cascetta!
Letteralmente: Andarsene a cassetta.nell’espressionete ne vai a cassetta! La cassetta in questione è quella del cocchiere di carrozza padronale o del vespillone : il posto piú alto, ma anche il piú scomodo e il piú faticoso da raggiungere, delle antiche vetture da trasporto passeggeri vivi o morti che fossero. L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la eccessiva dispendiosità o fatica cui si va incontro, impegnandosi in un'azione ritenuta gravosa per cui se ne sconsiglia il porvi mano; infatti l’espressione viene usata a salace consiglio verso chi si accinga a cominciare qualcosa gravosa e probabilmente inutile; spesso la locuzione è preceduta da un imperioso siente a mme, lassa perdere (ascoltami, lascia perdere).
8. Jí a ffranco.
Letteralmente: andare esente/libero id est: comportarsi in modo da essere esente dal rimetterci o danaro o altro, agire in maniera da venir fuori indenni da talune situazioni, senza rimetterci; locuzione usata specialmente in forma di imperativo esortativo quale è: Jammo a ffranco (andiamo esenti!/liberi (da condizionamenti))
9. Jí allicchetto oppure a llicchetto o anche a cciammiello
Letteralmente: andare alla perfezione; locuzione riferita a tutte quelle cose che evolvono positivamente, quasi perfettamente con riferimento al loro stato di tenuta richiamante quello di un valido lucchetto, oppure con riferimento al riuscito stato di forma che richiama una ben costrutta ciambella.Da notare come l’espressione a licchetto si sia fusa in allicchetto trasformandosi in un avverbio modale.
10. Jí a mmare cu tutte ‘e panne
Letteralmente: finire in mare completamente vestito id est: subire un tracollo economico di grandissima portata con tutti i danni relativi, come chi sia finito in mare completamente vestito e corra il rischio di esser trascinato in fondo dal peso dei vestiti imbevuti d’acqua.
11. Jí â perimma
Ad litteram: marcire locuzione usata con riferimento alle merci, in ispecie alle vettovaglie, che stanno per ammuffire o che già siano diventate ammuffite o marce; per traslato la locuzione è usata anche con riferimento alle persone che invecchino male, deperendo nel fisico ed intellettualmente perdendo colpi.
12. Jí ascianno coccosa7
Ad litteram: andare alla ricerca di qualcosa, ma farlo con intensa applicazione comportandosi quasi come un cane che annusi per trovare la traccia cercata; il termine asciare della locuzione deriva infatti dal latino adflare (annusare) con il tipico mutamento partenopeo FL in SCI come per il latino flos diventato sciore in napoletano.
13. Jí cu ‘a faccia dint’ô panecuotto variante Jí cu ‘o musso dint’â mmerda.
Ad litteram: Finire con la faccia nel pan cotto variante finire con il muso nello sterco
La locuzione in epigrafe e la sua variante è usata per significare il comportamento di tutti coloro che per propria ingenuità o insipienza finiscono per fare meschine figure al pari di un bimbo che si sia imbrattato il volto mangiando pan cotto; la variante, molto piú dura ed icastica prende a modello il comportamento del maiale che frugando nel porcile alla ricerca di cibo, spesso affonda il muso nei suoi stessi escrementi, e viene riferita ai presuntuosi atteggiamenti di coloro che abituati a fare i saccenti ed i supponenti spesso vedono le loro affermazioni, se non le loro azioni vanificate queste, contraddette quelle dalla chiara realtà e finiscono per fare figure cosí meschine da esserne quasi insozzati come un porco dal suo sterco.
14. Jí cu ‘o sibbemolle
Ad litteram: procedere con il si bemolle; id est: andare con estrema calma, lentamente, senza porre eccessiva forza nella propria azione, come un musicista che non usasse, nel comporre che semitoni e mai note piene di forza adeguata.
15. Jí cu ‘o siddivò e cu ‘o senza pressa
Ad litteram: andare con il se-dio-vuole e con il senza-fretta Locuzione di portata simile alla precedente, ma con una piú marcata sottolineatura della lentezza usata nell’agire; locuzione che è usata soprattutto per indicare la neghittosità di chi si dispone ad agire, che lo fa senza quasi porvi volontà, ma fidando esclusivamente nella spinta ed aiuto del Cielo.
16. Jí cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso.
Ad litteram: andare con il piombo ed il compasso id est: agire in ogni occasione con estrema attenzione, cautela e precisione alla stregua del muratore che, se vuole portare a termine a regola d’arte le proprie opere, non può esimersi dal far ricorso al filo a piombo, compasso, livelle ed altri strumenti consimili.
17. oppure jí stocco e turnà baccalà
Ad litteram: Jí cascia e turnà bauglio Andar cassa e tornare baúle oppure andare stoccafisso e tornar baccalà id est: non approdare a nulla, detto soprattutto con riferimento al mancato impegno di studenti o apprendisti che non ricavano nulla dal loro lavoro o studio che sia al punto che: a) se fossero partiti essendo delle casse tornerebbero dal loro impegno quali baúli cioè sostanzialmente immutati nella loro povera condizione di semplice contenitore, b) se fossero partiti essendo degli stoccafissi ne sarebbero tornati come baccalà, pur sempre cioè misero merluzzo: non facendo grossa differenza l’essere affumicato o l’esser salato .
18. Jí ‘e pressa
Ad litteram: andar di fretta; id est: aver premura, procedere con assoluta rapidità, quasi sollecitato dalla necessità di non perdere tempo. dall’iberico: de prisa di uguale significato.
19. Jí sotto e ‘ncoppa
Ad litteram: andare sottosopra; id est veder ribaltato il proprio status socio-economico; locuzione riferita innanzitutto per significare il fallimento di attività commerciali, ma - per traslato - anche ogni altro rivolgimento che occorra nella vita.
20. Jí ‘e renza , gghí ‘e sguincio e gghí ‘e razzaviello
Le locuzioni in epigrafe parrebbe, a prima vista, dicano la medesima cosa riferendosi ambedue ad un modo strano, non corretto di camminare. Non è cosí. C’è una differenza sostanziale tra le tree locuzioni;infatti jí ‘e renza si riferisce effettivamente ad un modo di camminare identificandolo nel procedere in modo obliquo, quasi inclinati su di un lato; diverso il gghí/jí ‘e sguincio che attiene ad un modo di camminare e propriamente a quel modo che comporta un’andatura di sghimbescio, tortuosa, e mentre la prima locuzione è usata solo in riferimento al modo di camminare, la seconda è riferita non solo ad un modo di procedere, ma anche ad un modo comportamentale che sia scorretto, subdolo, non lineare, in una parola: sleale; con la terza locuzione gghí ‘e razzaviello si ritorna nell’àmbito della deambulazione e solo in quello; la locuzione infatti (indicando precisamente il solo reale procedere a sghimbescio, in maniera ballonzolante a mo’ di trottola per di piú scentrata) non è mai usata in senso traslato come succede invece per gghí ‘e sguincio; non semplicissima l’etimologia del termine razzaviello peraltro assente nella gran parte dei calepini della parlata napoletana; il D’Ascoli che con il D’Ambra fu l’unico a trattare il termine, non lo indicó né come s.vo. né come agg.vo, né lo definí con chiarezza e fantasiosamente lo collegò all’agg.vo razzapelluso= ruvido a sua volta fatto derivare (sempre piú fantasiosamente) da raspulento= ruvido, rugoso, grinzoso; non si capisce proprio quale possa essere la strada semantica seguíta dal D’Ascoli per collegare qualcosa di ruvido, rugoso, grinzoso con qualcosa che proceda di sghimbescio o in maniera ballonzolante. No, non ci siamo! A mio avviso, restio come sono a trincerarmi dietro un pilatesco etimo incerto o sconosciuto, ipotizzo che razzaviello sia un s.vo (usato peraltro solo nella locuzione avv.le indicata) formato attraverso l’agglutinazione del sostantivo razza (variante locale di razzo=raggio di ruota) con un derivato della voce verbale *avellere collaterale di *e(x)vellere= strappare nel significato di raggio (di ruota)allentato o divelto e dunque scentrato e ballonzolante cosa che rimetterebbe a posto la questione semantica e metterebbe fine alle fantasie del D’Ascoli;proseguiamo: sguincio viene dal francese guenchir (procedere di sbieco) cui è premessa una S rafforzativa; il termine renza viene dal participio presente del verbo latino àerere= aderire; in napoletano infatti si dice pure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare.In coda rammento che delle tre espressioni solo quella che recita gghí/jí ‘e sguincio (andare di sguincio) è stata accolta nella lingua nazionale, quantunque assegnando al s.vo sguincio il significato di linea, struttura obliqua.di talché in italiano andare di sguincio vale procedere obliquamente e non (come esattamente è nel napoletano) procedere di sghimbescio, tortuosamente. Ma non è da meravigliarsi: è antico vizio di chi fa la lingua italiana, pescare nell’idioma partenopeo spesso però snaturando significato o morfologia delle voci accolte: ‘nu poco ‘e pacienza e ppeggio pe lloro!
21. Jí ‘mparaviso pe scagno
Ad litteram:giungere o meglio conquistare il paradiso per ventura, per puro caso id est: assicurarsi un vantaggio per mera fortuna;, senza alcun merito conseguire rilevanti benefici o grosse utilità.
22. Jí pe sotto
Ad litteram: finire di sotto; id est: essere accusato ingiustamente, esser inopinatamente chiamato in causa e magari pagare il fio di colpe non commesse.
23. Jí giurgiulianno. oppure jí ‘nzunzulianno
Ad litteram: andar bighellonando; id est: andare girozolando, ma farlo alla maniera del giurgio* cioé dell’ebbro, ciondolando, magari a rischio di cadere, andar senza meta e senza scopo; l’alternativa proposta in epigrafe esprime i medesimi concetti, ma è voce piú moderna coniata partendo dal termine zonzo.*etimologicamente giurgio risulta forse essere la corruzione del nomeGiorgio inteso, partendo dalla figura del Santo guerriero, come un gradasso, uno spaccone dall’andatura presuntuosa ed altalenante, tal quale l’ ubriaco.
24. Jí ‘ncasanno ‘e vàsule
Ad litteram: andar calpestando il basolato che è la pavimentazione stradale fatta con blocchi di pietra lavica; locuzione di valenza simile alla precedente con una piú marcata attenzione alla maniera di sciupare il tempo usato per percorrere improduttivamente la strada, bighellonando, ciondolando a dritta e a mancina senza meta o scopo; la locuzione è usata quando ci si voglia riferire, per redarguirli di non fare il proprio dovere o a svogliati studenti o ad accidiosi operai accusati di andar calpestando il basolato, invece di applicarsi alle loro incombenze.
Rammenterò che un tempo le strade erano appena appena sterrate e battute, poi furono pavimentate alla bell’ e meglio con i breccioni di fiume dando vita alle c.d. imbrecciate di cui Napoli fu ricca, si passò poi alla pavimentazione fatta con i grossi parallelepipedi di basalto, periodicamente scalpellato, per impedire che con la consunzione i blocchi risultassero lisci e pericolosamente scivolosi ; si pervenne infine alla pavimentazione con cubetti di basalto o pietra lavica detti in italiano sampietrini ed in napoletano cazzimbocchi ; detti cubetti sono affiancati l’un l’altro su di un letto di sabbia e negli interstizi che ne risultano vien fatta colare della pece bollente che raffreddandosi e rapprendendosi oltre a tener uniti i cubetti assicura una impermeabilità alla pavimentazione stradale.
25. Jí zumpanno asteche e lavatore.
Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso (i lavatoi erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare.
25. Jí p’aiuto e truvà sgarrupo.
Letteralmente: andare in cerca d’aiuto e trovare danno; locuzione usata per sottolineare tutte quelle strane situazioni nelle quali , in luogo dell’aiuto richiesto ed atteso si trova danno che naturalmente non fa che peggiorare la situazione per quale s’era chiesto un aiuto.
26. Jí truvanno Cristo ‘int’ ê lupine o meglio Jí truvanno Cristo dinto a la pina
ad litteram: Andar cercando Cristo fra i lupini o meglio Andar cercando Cristo nella pigna. Id est: mettersi alla ricerca di una cosa difficile da trovarsi o da conseguirsi; cosa pretestuosa e probabilmente inutile, per cui, il piú delle volte, non metterebbe conto il mettersene alla ricerca.
Come ò segnalato la prima locuzione è meno esatta della seconda che risulta essere quella originaria, mentre la prima ne è solo una frettolosa corruzione; ed in effetti se si analizza la seconda locuzione, quella consigliata, si può intendere a pieno la valenza delle espressioni, valenza che è difficile cogliere accettando la prima locuzione che fa riferimento ad incoferenti e pretestuosi lupini; quanto piú corretta la seconda, quella che fa riferimento alla pigna in quanto i pinoli in essa contenuti presentano un ciuffetto di cinque peli comunemente detto: manina di Cristo e la locuzione richiama la ricerca di detta manina, operazione lunga e che non sempre si conclude positavamente: infatti occorre innanzitutto procurarsi una pigna fresca, abbrustolirla al fuoco per poi spaccarla ed estrarne i contenitori dei pinoli, da cui trar fuori i suddetti ed alla fine andare alla ricerca della manina e cioè di Cristo; spesso capita però che i contenitori siano vuoti di pinoli e dunque tutta la fatica fatta va sprecata e si rivela inutile. Qualche altro scrittore di cose napoletane nel vano tentativo di fare accogliere la prima locuzione, fa riferimento ad una non meglio annotata o rammentata leggenda che vede stranamente la Vergine Maria non esser misericordiosa con la pianta di lupini; nelle mie ricerche tale leggenda è risultata pressocché sconosciuta, mentre non v’è anziano popolano che non sia a conoscenza della manina di Cristo.
27. Jí truvanno chi ll’accide nell’espressione: va truvanno chi ll’accide
Ad litteram: andare in cerca di chi l’uccide nell’espressione va in cerca di chi l’uccide
espressione usata per commentare le antipatiche azioni del provocatore, di chi stuzzichi il prossimo fino a destare, anche se figuratamente, nei meno pazienti, istinti omicidi.
28. Jí truvanno guaje cu ‘a lanternella
Ad litteram: andare in cerca di guai con un lanternino detto di chi per sua natura e non per sopraggiunte casualità, si va cacciando di proposito nei guai, quasi andandone alla ricerca con una lanterna per meglio trovarli.
29. Jí pe fiche e truvà cetrule
Ad litteram: andare in cerca di fichi e trovare cetrioli. Locuzione di portata simile a quella ricordata al n.ro 25 atteso che il cetriolo pure essendo un ortaggio buono ed edibile, non è certo saporito e gustoso come un fico.
30. Jí ô bbattesemo senza ‘o criaturo
Ad litteram: recarsi al fonte battesimale senza il bambino (da battezzare) locuzione usata per bollare situazioni macroscopicamenti carenti degli elementi essenziali alla loro esistenza, riferita spercialmente a tutti coloro che distratti per natura, o perché colpevolmente poco attenti si accingono ad operazioni destinate a fallire perché prive del necessario sostrato dimenticato per distrazione o non conferito per disattenzione.
31. Jí a ppuorto (o a Puortece) pe ‘na rapesta.
Ad litteram: recarsi al porto (oppure a Portici) per (acquistare) una rapa. Id est: impegnarsi eccessivamente, affaticarsi oltremodo per raggiungere un risultato modesto o meschino come sarebbe il recarsi al mercato del porto o addirittura a Portici, piccolo comune agricolo nei pressi di Napoli, per acquistare una sola, insignificante rapa.
32. Jí dinto a ll’ossa.
Ad litteram: andare nelle ossa detto di tutto ciò che risulti ampiamente giovevole, utile e proficuo che faccia quasi assaporarne i benefici fin nelle ossa; la locuzione però non attiene esclusivamente al piano fisico , potendosi usare anche e forse soprattutto con riferimento morale.
33. Jí ‘nfreva
Ad litteram: andare in febbre id est: adontarsi, lasciarsi cogliere da moti di rabbia innanzi a situazioni ritenute cosí ingiuste o prevaricanti da destare un’agitazione tale da esser foriera di febbre.
34. Jí mettenno ‘a fune ‘e notte
Ad litteram: Andar mettendo la fune di notte. Locuzione che si usa pronunciare risentitamente, in forma negativa ( nun vaco mettenno ‘a fune ‘e notte) (non vado tendendo la fune di notte)oppure sotto forma di domanda retorica:ma che ghiesse mettenno fune ‘e notte?(forse che vado tendendo funi di notte?)per protestare la propria onestà, davanti ad eccessive richieste di carattere economico; a mo’ d’esempio quando un figlio chiede troppo al proprio genitore, costui nel negargli il richiesto usa a mo’ di spiegazione la locuzione in epigrafe, volendo significare: essendo una persona onesta e non un masnadiero abituato a rapinare i viandanti tendendo una fune traverso la strada, per farli inciampare e crollare al suolo, non ò i mezzi economici che occorrerebbero per aderire alle tue richieste; perciò règolati e mòderale !
35. Jí truvanno ova ‘e lupo e piettene ‘e quinnece.
Ad litteram: andare in cerca di uova di lupo e pettini da quindici (denti) id est: impegnarsi in ricerche assurde , faticose ma vane come sarebbe l’andare alla ricerca di uova di lupo che è un animale viviparo o cercare pettini di quindici denti, laddove tradizionalmente i pettini da cardatura non ne contavano mai piú di tredici.
36. Jí truvanno scescé
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si identifica chi, in ogni occasioni cerchi cavilli, pretesti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi; talvolta chi si comporta come nella locuzione in epigrafe lo fa allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé è un chiara corruzione del francese chercher (cercare) Probabilmente, durante la dominazione murattiana un milite francese si fermò a chiedere una informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: chercher”
Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescè e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andava alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva truvanno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé).
E qui faccio punto.
Raffaele Bracale

FACIMMO CORNA!

FACIMMO CORNA!

‘O ssaccio ca mo quaccuno diciarrà ca i’ so’ ppazzo e nun so’ maje cuntento, ma i’ spero che dduje o tre sarranno d’accordo cu mme quanno dico ca ‘a società e quacche pennarulo cumpiacente (chi sa’ po pecché...) stanno cercanno ‘e farce credere ca ‘sta campagna acquiste e vennete d’ ‘o Napule è stata sino a mmo eccezziunale overamente!.....Cheste so’ ccose ‘e pazze! Uno acquisto (Cavani), pavato ‘o ddoppio ‘e chello ca vale, acievero, ‘ncustante, duppione ‘e Quaglia e de Lavezzi....N’ato arrivo prummiso o minacciato (Lucarelli), viecchio,gravante, cu ‘a guallera, ‘e calle e ll’enfisema polmonare...ô posto ‘e ‘nu guaglione (Denis) chino ‘e forza salute e vuluntà. Paricchie ‘e jucature cedute (Datolo, Bogliacino, Contini, Rullo) quaccuno minacciato d’essere vennuto (Cigarini) ma no chille ca s’avessero avuto ‘a vennere (Blasi, Zalayeta, Cannavaro) . Ceduti o minacciate d’essere cedute jucature ‘e qualità(Cigarini) pe rrestà a ghiucà cu Blasi. Diciteme addó po’ arrivà ‘na squatra ca tra ‘e centrocampisti tene sulo Blasi, Amodio, Dalla Bona, Gargano. Ce starrà maje quaccuno capace ‘e fà ‘nu passaggio decente ‘e vinte metri? Tiranno ‘e ssomme: stanno cedenno ‘e jucature meno scarze e se stanno tenenno ‘e zappature a centrocampo, accattano ‘e duppiune in attacco, nun rinforzano ‘a difesa......ma comme se fa a dicere o parlà ‘e champions?
Si fernesce accussí ‘a campagna acquisti e vennete, fort’é si ce salvammo! FACIMMO CORNA!
Brak

lunedì 2 agosto 2010

FILETTO DI MANZO IN SALSA ROSATA

FILETTO DI MANZO IN SALSA ROSATA
ingredienti e dosi per 4 persone
4 bistecche di filetto di manzo
per complessivi 800 grammi ca ,
1 bicchiere e mezzo d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
3 cucchiai di doppio concentrato di pomodoro,
6 cucchiai di ricotta ovina,
4 cucchiai di pepe verde in grani ,
2 bicchierini di cognac o di brandy ,
Sale fino q.s.,

farina (eventuale) q.s.

Procedimento
Versare metà dell’olio in una bistecchiera d’acciaio e portarlo a temperatura; adagiarvi le bistecche e rosolarle 2 minuti per lato, spolverizzandole con quasi un cucchiaio di pepe verde appena tritato, poi aggiungere il cognac o il brandy, farlo riscaldare e fiammeggiarlo, inclinando la bistecchiera per far entrare in contatto il liquore con la fiamma.
Spenta che sia la fiamma, togliere le bistecche, salarle e tenerle in caldo. In un altro tegame versare il rimanente olio, sciogliervi i cucchiai di concentrato e far sobbollire per 5 minuti;
aggiungere i cucchiai di ricotta , ancóra un cucchiaio di pepe tritato e mescolare aggiungendo eventualmente (se la salsina fosse troppo lenta) un po’ di farina ed ancóra un pizzico di sale.
Quando la salsina avrà la consistenza voluta, unirla al fondo di cottura delle bistecche ed adagiare nella salsa otenuta le bistecche facendole sobbollire per 5 minuti. Servire calde di fornello.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!E scialàteve!
raffaele bracale

SCOTTATE D’ANNECCHIA CON FUNGHI E PATATE

SCOTTATE D’ANNECCHIA CON FUNGHI E PATATE
Nota linguistica
Per la preparazione di questa succulenta ricetta, se si vuole ottener il miglior risultato occorre fornirsi in macelleria di fettine di carne non di manzo, ma rigorosamente di vitello/a anzi di annecchia che con derivazione dal lat. annicula→anniclja→annecchia indica il vitello o la vitella molto giovane quella bestia cioè che sia stata macellata quando non abbia superato l’anno d’età ed abbia gustose carni sode, morbide e non grasse.

ingredienti e dosi per 6 persone
1,5 kg. di polpa d’annecchia in fettine di cm. 8 x 5 x 1,5
1 etto di strutto
sale fino e pepe nero macinato a fresco q.s.
Sei bei funghi porcini freschi o surgelati,
Tre grosse patate a pasta gialla,
Un bicchiere di vino bianco secco
1 bicchiere di olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
Uno spicchio di aglio mondato e tritato,
Un cucchiaio di origano secco
Un gran ciuffo di prezzemolo lavato e tritato
finemente,
un dado da brodo vegetale,
procedimento
Cominciare sciacquando le fettine d’annecchia sotto un getto d’acqua fredda e quindi asciugarle; in una padella di ferro nero mandare a temperatura e sciogliere lo strutto e scottarvi tre minuti per faccia le fettine d’annecchia e tenerle da parte;a seguire, nettare i funghi asportando con un affilatissimo coltellino accuratamente il terriccio alla base e raschiando leggermente la superficie; i funghi non vanno lavati per cui, se molto sporch,i è possibile pulirli con uno strofinaccio inumidito.Affettare i funghi con taglio francese (lama posta a 45° gradi e mossa verso l’interno) nel senso della lunghezza a fette piuttosto sottili (0,5 cm).
Pelare le patate e tagliarle a fette sottili, circa 3 millimetri (usando eventualmente una mandolina)Preparare una emulsione con tutti gli altri ingredienti.Ungere con poco olio il fondo di una teglia da forno, disporvi uno strato di fettine di patate, poi uno strato di funghi indi cospargere con un poco della emulsione preparata; alternare gli strati, condendo ogni volta con parsimonia onde far bastare l'emulsione preparata. Cospargere con un'ultima spolverata di origano; adagiare sul letto di funghi e patate le fettine precedentemente scottate e bagnarle con una tazza da tè di acqua bollente in cui sia disciolto il dado e passare la teglia in forno preriscaldato (200°) per circa 35 minuti; prima di servire cospargere con il pepe ed il trito di prezzemolo verificando con uno stecchino la completa cottura delle patate. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni
L’idea della ricerca che svolgo in queste paginette prese le mosse dalla precisa richiesta fattami sere or sono dall’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), uno dei miei piú assidui ed attenti fruitori delle cose che scrivo, amico che mi chiese per l’appunto notizie delle voci in epigrafe e segnatamente della prima che è voce antichissima e del tutto desueta. Entro súbito in medias res dicendo che il termine
Guainella (s.vo f.le) in origine fu un grido di battaglia ( guainella, guainé, brié, ahó!) in uso quale voce d’incitamento tra gli scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra; in prosieguo di tempo il grido, o meglio la sola parola d’avvio: guainella (per metonimia) passò ad indicare la vera e propria tenzone.Successivamente poi, caduta in disuso, in luogo di guainella si adottò la voce petrïata (sassaiuola). Non di facile soluzione il problema etimologico di questa voce assente nella magna pars dei vocabolarii dell’idioma napoletano o dei calepini etimologici del napoletano e d’altronde quei pochi che la prendono in considerazione ( D’Ambra, Altamura,Salzano, D’Ascoli, de Falco) o sorvolano sull’etimo o non ànno identità di vedute, pur convenendo sul fatto che la voce in primis indicasse un grido di incitamento allo scontro e successivamente la vera e propria tenzone; D’Ambra, Altamura,Salzano son fra quelli che non azzardano ipotesi etimologiche D’Ascoli e de Falco ànno idee diverse: il D’Ascoli, lasciandosi probabilmente fuorviare dall’idea sposata da due noti dizionarii etimologici (il D.E.I. di Battisti ed Alessio ed il D.E.D.D.I. di Cortelazzo/Marcato) fece un erroneo riferimento all’omonimo, omografo guainella (=carruba) del dialetto abruzzese, mentre l’amico de Falco dopo avere indicato, scartandole però, sia la strada del francese gain (guadagno) che quelle di alcune greche gualos (= pietra),guios (azzoppamento) dal verbo guioo ( storpiare, ledere), fa un ragionamento semantico singolare che potrebbe indurre in tentazione ma che poco mi convince per ciò che riguarda la morfologia alla medesima stregua che penso siano da escludere sia semanticamente che morfologicamente le voci francesi e/o greche indicate dall’amico de Falco che alla fine premettendo che la voce guainella vale per metonimia: tenzone, sfida reputa di poter approdare ad un’idea etimologica che chiami in causa la voce duello. Questa volta non mi sento di aderire all’idea dell’amico de Falco per due ordini di motivi: 1) il duello è voce dal lat. duellu(m), forma ant. di bellum 'guerra',ma poi accostata a duo 'due' e quindi interpretata e ripresa nel lat. mediev. come 'battaglia, scontro di due persone' e la guainella non è uno scontro a due individui, ma una tenzone fra piú persone sia pure schierate in due fazioni;
2) m’appare altresí azzardato affermare che in napoletano sia consueto il metaplasmo della dentale d nella g occlusiva velare sonora davanti ad u; talvolta può sí capitare:sedia→seggia, suddito→suggeco ma non è cosa consueta ed è troppo arrischiato e non comprovabile ipotizzare che duellu(m) diventi dapprima (in base a quale criterio?...) vuella e poi guainella.
No caro amico Renato questa volta non m’avete convinto, come non mi può convincere l’accostamento della guainella (sassaiuola) napoletana con la guainella (carruba) presente qui e là come riportato sia nel D.E.I. ( diminutivo di guaina(lat. vagina) voce del XVIII sec.; denominazione volgare d’area it. sett. e centr. della carruba, introdotto, sembra, nella lingua italiana da Antonio Vallisnieri, medico, scienziato, naturalista e biologo italiano (Trassilico, 3 maggio 1661 –† Padova, 18 gennaio 1730)) sia nel D.E.D.D.I. sotto la voce vaíne con un supposto diminutivo *vaginella donde l’umbro cajinelle, il romanesco guainella, l’abruzzese vainelle/fainelle/guainelle ed altre voci che valgon tutte carruba con l’eccezione del romanesco dove oltre che carruba guainella, vale pure spada, daga (forse per la forma schiacciata ed appuntita del baccello della pianta di carrubo. Non ci siamo proprio! Mi chiedo cosa mai semanticamente abbia a che spartire il frutto del carrubo con la tenzone a colpi di pietra che i napoletani nomano guainella! Non ci siamo proprio, nessuna delle idee semantico-etimologiche riferite puó soddifarmi! Ò un’altra opinione che è la seguente. Occorre rammentare che in origine la lotta, la tenzone, lo scontro tra due fazioni di scugnizzi, spesso rappresentanti di rioni limitrofi e rivali, non fu operata con il lancio di pietre, ma a colpi di elastici e flessibili bastoni e/o pertiche ricavati dai rami piú alti di piante quali i salici o piante consimili come il vetrice; orbene tali bastoni e/o pertiche prendevano il nome di ainella/e (dal greco agnos letto come hagnos = casto e puro; si trattava infatti di una pianta il cui succo delle foglie si riteneva conferisse castità e purezza. Ipotizzo dunque che in origine il grido di incitamento allo scontro, lanciato dai capifazione non fosse guainella, guainé, brié, ahó! bensí ainella, ainé, brié, ahó! e valesse: “suvvia, armatevi di bastoni, alle pertiche!”
Successivamente l’originaria (‘a) ainella fu letta (‘a) uainella ed ancór piú sempre per motivi eufonici (‘a) guainella che fu dapprima un grido d’incitamento e poi identificò lo scontro una volta a colpi di bastoni e poi, dismessi quelli per mancanza di alberi da cui procurarseli, a colpi di sassi e pietre abbondanti in taluni luoghi della città bassa dove avvenivano gli scontri.
Tutto ciò senza dimenticare poi che nel parlato popolare il frutto del carrubo non fu mai (se non in qualche opera letteraria, mai nel parlato comune) guainella ma sempre sciuscella.Questa voce femminile (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere, appuntite ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce a margine.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
Facciamo ora un passo indietro e torniamo alla seconda delle voci in epigrafe riportando un’ icastica maledizione che suona: - Puozz'avé mez'ora 'e petrïata dinto a 'nu viculo astritto e ca nun sponta, farmacíe nchiuse e mierece guallaruse!
Imprecazione divertente, ma malevola, se non cattiva, rivolta contro un inveterato nemico cui, con spirito esacerbato, si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subìta in un vicolo stretto e cieco, (che non offra cioè possibilità di fuga) e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte e di imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti a prestar soccorso.
puozz’ avé = possa avere id est: possa subire; puozze= possa voce verbale (2° pers. sing. cong. pres.) dell’infinito puté =potere, avere la forza, la facoltà, la capacità, la possibilità, la libertà di fare qualcosa, mancando ostacoli di ordine materiale o non materiale che lo impediscano; nell’espressione a margine puozze vale ti auguro; l’etimo di puté/potere è dal lat. volg. *potìre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; avé= avere e molti altri significati positivi come: conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso o negativi come: subire; per l’etimo vedi sopra;
petrïata/petrata sost.vi femm diversi l’uno dall’altro: letteralmente la voce petrata è la sassata,il tiro e il colpo di una singola pietra, mentre con la voce petrïata si intende una prolungata gragnuola di colpi di pietra, quasi una lapidazione; anticamente a far tempo dalla fine del ‘500, a Napoli soprattutto in talune zone della città quali Arenaccia, Arena alla Sanità, San Carlo Arena,san Giovanni a Carbonara ricche di detriti sassosi, residuali di piogge che trasportavano a valle terriccio e sassi provenienti dalle alture di Capodimonte, Fontanelle etc. o, nelle stagioni secche, residui di fiumiciattoli (es. Sebéto) in secca si svolgevano, tra opposte bande di scugnizzi e/o bassa plebaglia, delle autentiche battaglie(petrïate o guainelle) un tempo a colpi di bastoni, poi a colpi di pietre e sassi con feriti spesso gravi; ai primi del ‘600 tali battaglie divennero cosí cruente che i viceré dell’epoca furono costretti ad emanar prammatiche, nel (peraltro) vano tentativo di limitare il fenomeno… Si ricorda una divertente espressione in uso tra i contendenti di tali petrïate: Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie! (Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!).
Etimologicamente sia petrata che petrïata sono un derivato metatetico di preta metatesi del lat. . petra(m), che è dal gr. pétra; nella voce petrïata generata dopo petrata si è avuta l’anaptissi (inserzione di una vocale in un gruppo consonantico o tra una consonante ed una vocale; epentesi vocalica) di una i durativa allo scopo di espander nel tempo il senso della parola d’origine;l’anaptissi di questa i à determinato altresí la ritrazione dell’accento tonico e si è avuto petrïata→petríata in luogo di petriàta;
dinto (a) = dentro (ad) avverbio e prep. impropria dal basso lat. de intus; da notare che in napoletano, come prep. impropria, dinto debba sempre essere accompagnata dalla prep. semplice a o dalle sue articolate â = a + ‘a (alla ) ô= a + lo ( al/allo) ê= a + i/a + le (ai/alle) per modo che si abbia ad es. dint’ ô treno (dentro al treno ) di contro il corrispondente italiano dentro il treno. La medesima cosa càpita come alibi dissi per ‘ncoppa (sopra) ,sotto (sotto), ‘mmiezo (in mezzo) fora (fuori) ed ogni altro avverbio e/o preposizione impropria;
viculo = vicolo, vico via molto stretta e di secondaria importanza, in un centro urbano ; l’etimo è dal lat. viculu(m), dim. di vicus;
astritto o astrinto agg. qual. masch. stretto, poco sviluppato nel senso della larghezza; non largo, non ampio; angusto; l’etimo è dal lat. *a(d)strictus part. pass. di un *a(d)stringere, rafforzativo di stringere;
ca nun sponta letteralmente: che non sfocia in altra strada cioè: vicolo (stretto e) cieco; sponta =sfocia voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito spuntà= sbottonare, spuntare,
comparire all’improvviso,sfociare; in primis spuntare con etimo dal latino *ex-punctare vale toglier la punta, metter fuori la punta ed il senso di spuntare, comparire all’improvviso,sfociare deriva dal fatto che chi spunta (appare), compare all’improvviso o sfocia in qualche luogo proveniente da un altro, non lo fa di colpo, ma paulatim et gradatim quasi mettendo fuori innanzi tutto la propria punta e poi il resto del corpo; ugualmente il senso di sbottonare è dato dal fatto che il bottone vien fuori dall’asola prima per la parte limitrofa(punta.) poi tutt’intero;
farmacíe sost. femm. plurale di farmacía che in napoletano, piú restrettivamente del corrispondente italiano,( dove con derivazione dal greco pharmakéia 'medicina, rimedio', da phármakon 'farmaco'si intende l'insieme degli studi e delle pratiche che ànno per oggetto le proprietà, l'uso terapeutico e la preparazione dei medicinali) si intende, derivato dal francese pharmacie esclusivamente il locale destinato alla vendita e, soprattutto nel passato, anche alla preparazione dei medicinali;
nchiuse agg. plur. femm. = chiuse, serrate, strette etimologicamente trattasi del part. pass. aggettivato femm. del verbo nchiurere= chiudere, ostruire, sbarrare, impedire un accesso; bloccare un passaggio con etimo dal basso latino cludere, per il class. claudere; faccio notare come nel verbo napoletano nchiurere si è avuta la consueta trasformazione di cl→chi come altrove ad es.: chiesia←(ec)clesia, chiuovo←clavus etc, la tipica rotacizzazione mediterranea d→r e la protesi di una n eufonica che non va marcata con alcun segno diacritico (‘n) in quanto essa n non è l’aferesi di in, ma solo una consonante eufonica come nel caso di nc’è= c’è, ragion per cui erra chi dovesse scrivere la voce a margine ‘nchiuse da un inesatto ‘nchiurere atteso che , come ò detto, nchiurere deriva da n(eufonica)+ cludere non da in(illativo)→’n+cludere;
mierece sost. masch. plurale di miedeco/miereco= medico, chi professa la medicina avendo conseguito il titolo accademico e l'abilitazione all'esercizio della professione; l’etimo è dal lat.medicu(m), deriv. di medìri 'curare, soccorrere'con dittongazione nella sillaba d’avvio intesa breve ie←e, e rotacizzazione mediterranea d/r;
guallaruse agg. masch. plur. di guallaruso= affetto da ernia probabilmente inguinale tale da limitare il movimento deambulatorio; la voce a margine (che è maschile, come dal suff. use plurale di uso, il femminile avrebbe avuto il metafonetico suff. ose pl. di osa) è un derivato del sostantivo guallera(= ernia) che è dall’arabo wadara.

E cosí penso d’avere accontentato l’amico N.C. e qualche altro dei miei 24 lettori e penso di poter porre un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale