martedì 2 novembre 2010

CAZZIBOCCHIO/CAZZIMBOCCHIO/CAZZIBÒ

CAZZIBOCCHIO/CAZZIMBOCCHIO/CAZZIBÒ

Mi scrive da Bologna il gentilissimo dr. Salvatore C. (al solito, per questioni di riservatezza mi tocca evitare di indicare per esteso nome e cognome) per chiedermi cosa ne pensi della sua idea che la voce napoletana cazzibò/cazzibocchio/cazzimbocchio possa avere una derivazione dal tedesco KATZENKOPF"(cioè a dire: ciottoli lavorati a testa di gatto). Gli ò risposto che, sulle prime, quella sua idea per un attimo à fatto traballare le mie precedenti certezze semantiche-etimologiche; ma il dubbio è durato poco e si è dileguato allorché ò preso in considerazione le due cose che qui di sèguito indico:
1) la forma del cazzibocchio/cazzimbocchio/cazzibò;
2) la morfologia della parola.
Vediamo:
1) il napoletano cazzibocchio/cazzimbocchio/cazzibò, quanto alla forma, non è un ciottolo semisferico come il katzenkopf, né – d’altra parte – à forma di cubo (chiamandolo perciò erroneamente cubetto o quadruccio) come sbrigativamente si afferma di quel tal elemento lapideo di leucitite, che non è cubico, ma a tronco di piramide a base quadrata, usato a Roma ed in molte altre città per la pavimentazione di varie strade urbane e, fra l’altro, della piazza S. Pietro (donde il nome sampietrino). , manufatto di porfido o basalto usato per pavimentare le strade, chiamandolo cubetto o quadruccio ; in realtà il cazzibocchio/cazzimbocchio/cazzibò, come ò détto, à forma di tronco di piramide con base e vertice quadrati, forma che consente ai lastricatori di acconciamente infiggere tali manufatti su di uno spesso letto di sabbia e terriccio, seguendo esattamente l’andamento curvato a schiena d’asino o a botte del piano stradale, facendo accostare i lati delle basi nei cui interstizî vien fatta colare poi della pece liquida per assicurare tenuta ed una sorta di impermeabilità alla strada cosí lastricata. Come si vede nulla che, per forma, possa appaiare il tronco di piramide del cazzibocchio/cazzimbocchio/cazzibò napoletano con il ciottolo semisferico del katzenkopf tedesco.
2) altro importante ragione che mi spinge a non lasciare la via vecchia per la nuova è quella che investe la morfologia della parola in esame; in realtà morfologicamente, se si esclude una tenue assonanza tra cazzibò e katzenkopf non esistono chiari e documentabili passaggi linguistici per pervenire a cazzibò partendo da katzenkopf; ricorderò che la originaria voce espressiva, nata nell’àmbito dei lastricatori fu cazzibocchio (nata da cazzi + occhio con epitesi, per evitare lo iato, di una consonante eufonica (b) ottenendosi cazziocchio→cazzibocchio) poi a mano a mano trasformatasi per evidente aggiustamento fonetico in cazzimbocchio ed infine semplificata in cazzibò, ma in tutte e tre le forme (cazzibocchio – cazzimbocchio – cazzibò) è riconoscibile il richiamo osceno d’attacco (cazzo→cazzi) con riferimento vuoi alla forma (il tronco di piramide richiama – sia pure con molta buona volontà - l’organo maschile in erezione) del manufatto di pietra lavica, vuoi al fatto che allorché d’un oggetto non si conosca o non sovvenga con precisione il nome,nel parlato popolare, si adotta quello generico di cazzo (cfr. damme ‘stu cazzo lloco = dammi codesto oggetto di cui mi sfugge il nome!): ed è probabile che ciò sia avvenuto anche nel gergo dei lastricatori; è altresí riconoscibile nelle forme cazzibocchio – cazzimbocchio il suffisso diminutivo latino uculus→occhio suffisso che non è in alcun modo leggibile nel tedesco katzenkopf.
Mi auguro d’essere stato esauriente e d’aver convinto, sia l’amico S.C. che chiunque altro dovesse leggermi ad abbadonare, per ciò che riguarda i termini in epigrafe, pericolose strade... etimologiche!
raffaele bracale

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni

GUAINELLA, PETRÏATA & dintorni
L’idea della ricerca che svolgo in queste paginette prese le mosse dalla precisa richiesta fattami sere or sono dall’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), uno dei miei piú assidui ed attenti fruitori delle cose che scrivo, amico che mi chiese per l’appunto notizie delle voci in epigrafe e segnatamente della prima che è voce antichissima e del tutto desueta. Entro súbito in medias res dicendo che il termine
Guainella (s.vo f.le) in origine fu un grido di battaglia ( guainella, guainé, brié, ahó!) in uso quale voce d’incitamento tra gli scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra; in prosieguo di tempo il grido, o meglio la sola parola d’avvio: guainella (per metonimia) passò ad indicare la vera e propria tenzone.Successivamente poi, caduta in disuso, in luogo di guainella si adottò la voce petrïata (sassaiuola). Non di facile soluzione il problema etimologico di questa voce assente nella magna pars dei vocabolarii dell’idioma napoletano o dei calepini etimologici del napoletano e d’altronde quei pochi che la prendono in considerazione ( D’Ambra, Altamura,Salzano, D’Ascoli, de Falco) o sorvolano sull’etimo o non ànno identità di vedute, pur convenendo sul fatto che la voce in primis indicasse un grido di incitamento allo scontro e successivamente la vera e propria tenzone; D’Ambra, Altamura,Salzano son fra quelli che non azzardano ipotesi etimologiche D’Ascoli e de Falco ànno idee diverse: il D’Ascoli, lasciandosi probabilmente fuorviare dall’idea sposata da due noti dizionarii etimologici (il D.E.I. di Battisti ed Alessio ed il D.E.D.D.I. di Cortelazzo/Marcato) fece un erroneo riferimento all’omonimo, omografo guainella (=carruba) del dialetto abruzzese, mentre l’amico de Falco dopo avere indicato, scartandole però, sia la strada del francese gain (guadagno) che quelle di alcune greche gualos (= pietra),guios (azzoppamento) dal verbo guioo ( storpiare, ledere), fa un ragionamento semantico singolare che potrebbe indurre in tentazione ma che poco mi convince per ciò che riguarda la morfologia alla medesima stregua che penso siano da escludere sia semanticamente che morfologicamente le voci francesi e/o greche indicate dall’amico de Falco che alla fine premettendo che la voce guainella vale per metonimia: tenzone, sfida reputa di poter approdare ad un’idea etimologica che chiami in causa la voce duello. Questa volta non mi sento di aderire all’idea dell’amico de Falco per due ordini di motivi: 1) il duello è voce dal lat. duellu(m), forma ant. di bellum 'guerra',ma poi accostata a duo 'due' e quindi interpretata e ripresa nel lat. mediev. come 'battaglia, scontro di due persone' e la guainella non è uno scontro a due individui, ma una tenzone fra piú persone sia pure schierate in due fazioni;
2) m’appare altresí azzardato affermare che in napoletano sia consueto il metaplasmo della dentale d nella g occlusiva velare sonora davanti ad u; talvolta può sí capitare:sedia→seggia, suddito→suggeco ma non è cosa consueta ed è troppo arrischiato e non comprovabile ipotizzare che duellu(m) diventi dapprima (in base a quale criterio?...) vuella e poi guainella.
No caro amico Renato questa volta non m’avete convinto, come non mi può convincere l’accostamento della guainella (sassaiuola) napoletana con la guainella (carruba) presente qui e là come riportato sia nel D.E.I. ( diminutivo di guaina(lat. vagina) voce del XVIII sec.; denominazione volgare d’area it. sett. e centr. della carruba, introdotto, sembra, nella lingua italiana da Antonio Vallisnieri, medico, scienziato, naturalista e biologo italiano (Trassilico, 3 maggio 1661 –† Padova, 18 gennaio 1730)) sia nel D.E.D.D.I. sotto la voce vaíne con un supposto diminutivo *vaginella donde l’umbro cajinelle, il romanesco guainella, l’abruzzese vainelle/fainelle/guainelle ed altre voci che valgon tutte carruba con l’eccezione del romanesco dove oltre che carruba guainella, vale pure spada, daga (forse per la forma schiacciata ed appuntita del baccello della pianta di carrubo. Non ci siamo proprio! Mi chiedo cosa mai semanticamente abbia a che spartire il frutto del carrubo con la tenzone a colpi di pietra che i napoletani nomano guainella! Non ci siamo proprio, nessuna delle idee semantico-etimologiche riferite puó soddifarmi! Ò un’altra opinione che è la seguente. Occorre rammentare che in origine la lotta, la tenzone, lo scontro tra due fazioni di scugnizzi, spesso rappresentanti di rioni limitrofi e rivali, non fu operata con il lancio di pietre, ma a colpi di elastici e flessibili bastoni e/o pertiche ricavati dai rami piú alti di piante quali i salici o piante consimili come il vetrice; orbene tali bastoni e/o pertiche prendevano il nome di ainella/e (dal greco agnos letto come hagnos = casto e puro; si trattava infatti di una pianta il cui succo delle foglie si riteneva conferisse castità e purezza. Ipotizzo dunque che in origine il grido di incitamento allo scontro, lanciato dai capifazione non fosse guainella, guainé, brié, ahó! bensí ainella, ainé, brié, ahó! e valesse: “suvvia, armatevi di bastoni, alle pertiche!”
Successivamente l’originaria (‘a) ainella fu letta (‘a) uainella ed ancór piú sempre per motivi eufonici (‘a) guainella che fu dapprima un grido d’incitamento e poi identificò lo scontro una volta a colpi di bastoni e poi, dismessi quelli per mancanza di alberi da cui procurarseli, a colpi di sassi e pietre abbondanti in taluni luoghi della città bassa dove avvenivano gli scontri.
Tutto ciò senza dimenticare poi che nel parlato popolare il frutto del carrubo non fu mai (se non in qualche opera letteraria, mai nel parlato comune) guainella ma sempre sciuscella.Questa voce femminile (plur. sciuscelle) traduce in napoletano ciò che in italiano è (con derivazione dall’arabo harruba ) carruba cioè il frutto del carrubo (albero sempreverde con fiori rossi in grappoli e foglie paripennate; i frutti, grosse silique bruno-nere, appuntite ricche di sostanze zuccherine, si usano come foraggio per cavalli e buoi (fam. Leguminose) ed un tempo vennero usati come passatempo goloso per bambini ; mentre come termine gergale la voce carruba vale carabiniere (per il colore nero della divisa, che richiama appunto quello bruno-nero della carruba). Il frutto del carrubo viene usato però non solo come foraggio per cavalli e buoi, o – un tempo - come passatempo dolcissimo per bambini, ma è usato altresí (per l’alto contenuto di sostanze zuccherine) nella preparazione di confetture e per l’estrazione di liquidi da usarsi in distelleria (rosolî) o quali bevande medicinali.
Nell’idioma napoletano la voce femminile sciuscella conserva tutti i significati dell’italiano carruba, ma è usata anche per indicare qualsiasi oggetto che sia di poca consistenza e/o resistenza con riferimento semantico alla cedevolezza del frutto del carrubo, frutto che è privo di dura scorza, risultando morbido e facilmente masticabile da parte dei bambini sprovvisti di dentature aggressive; infatti ad esempio di un mobile che non sia di stagionato legno pregiato (noce, palissandro etc.), ma di cedevoli fogli di compensato assemblati a caldo con collanti chimici s’usa dire: È ‘na sciuscella! che vale: È inconsistente! Alla medesima maniera ci si esprime nei riguardi di ogni altro oggetto privo di consistenza e/o resistenza.
Rammento, prima di affrontare la questione etimologica, che in lingua napoletana vi fu un tempo una voce maschile (o neutra) ora del tutto desueta che suonò sciusciello voce che ripeteva all’incirca il siculo ed il calabrese sciuscieddu, il salentino sciusciille ed addirittura il genovese giuscello, tutte voci che rendono, nelle rammentate lingue regionali, l’italiano brodetto, uova cotte in fricassea brodosa etc.
E veniamo all’etimologia della voce a margine.
Dico súbito che questa volta non posso addivenire,circa la voce sciuscella , a ciò che nel suo conciso, pur se curato, Dizionario Etimologico Napoletano dice l’amico prof. Carlo Jandolo che elimina del tutto la voce sciusciello ed accoglie solo sciuscella in ordine alla quale però sceglie pilatescamente di trincerarsi dietro un etimo sconosciuto.né – stranamente per il suo temperamento – azzarda ipotesi propositive!
Mi pare invece che sia correttamente perseguibile l’idea sposata da Cortelazzo, D’Ascoli ed altri i quali per la voce sciusciello rimandano ad un lat. iuscellum = brodetto Partendo da tale iuscellum→sciusciello congetturo che per sciuscella si possa correttemente pensare ad un derivato neutro plur. iuscella→sciuscella=cose molli, cedevoli, lente come brodi, neutro poi inteso femminile.
Semanticamente forse la faccenda si spiega (a mio avviso) con il fatto (come ò già accennato) che dalla carruba (sciuscella) si traggono liquidi e bevande medicinali che posson far forse pensare a dei brodini.
Facciamo ora un passo indietro e torniamo alla seconda delle voci in epigrafe riportando un’ icastica maledizione che suona: - Puozz'avé mez'ora 'e petrïata dinto a 'nu viculo astritto e ca nun sponta, farmacíe nchiuse e mierece guallaruse!
Imprecazione divertente, ma malevola, se non cattiva, rivolta contro un inveterato nemico cui, con spirito esacerbato, si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subìta in un vicolo stretto e cieco, (che non offra cioè possibilità di fuga) e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte e di imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti a prestar soccorso.
puozz’ avé = possa avere id est: possa subire; puozze= possa voce verbale (2° pers. sing. cong. pres.) dell’infinito puté =potere, avere la forza, la facoltà, la capacità, la possibilità, la libertà di fare qualcosa, mancando ostacoli di ordine materiale o non materiale che lo impediscano; nell’espressione a margine puozze vale ti auguro; l’etimo di puté/potere è dal lat. volg. *potìre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; avé= avere e molti altri significati positivi come: conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso o negativi come: subire; per l’etimo vedi sopra;
petrïata/petrata sost.vi femm diversi l’uno dall’altro: letteralmente la voce petrata è la sassata,il tiro e il colpo di una singola pietra, mentre con la voce petrïata si intende una prolungata gragnuola di colpi di pietra, quasi una lapidazione; anticamente a far tempo dalla fine del ‘500, a Napoli soprattutto in talune zone della città quali Arenaccia, Arena alla Sanità, San Carlo Arena,san Giovanni a Carbonara ricche di detriti sassosi, residuali di piogge che trasportavano a valle terriccio e sassi provenienti dalle alture di Capodimonte, Fontanelle etc. o, nelle stagioni secche, residui di fiumiciattoli (es. Sebéto) in secca si svolgevano, tra opposte bande di scugnizzi e/o bassa plebaglia, delle autentiche battaglie(petrïate o guainelle) un tempo a colpi di bastoni, poi a colpi di pietre e sassi con feriti spesso gravi; ai primi del ‘600 tali battaglie divennero cosí cruente che i viceré dell’epoca furono costretti ad emanar prammatiche, nel (peraltro) vano tentativo di limitare il fenomeno… Si ricorda una divertente espressione in uso tra i contendenti di tali petrïate: Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie! (Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!).
Etimologicamente sia petrata che petrïata sono un derivato metatetico di preta metatesi del lat. . petra(m), che è dal gr. pétra; nella voce petrïata generata dopo petrata si è avuta l’anaptissi (inserzione di una vocale in un gruppo consonantico o tra una consonante ed una vocale; epentesi vocalica) di una i durativa allo scopo di espander nel tempo il senso della parola d’origine;l’anaptissi di questa i à determinato altresí la ritrazione dell’accento tonico e si è avuto petrïata→petríata in luogo di petriàta;
dinto (a) = dentro (ad) avverbio e prep. impropria dal basso lat. de intus; da notare che in napoletano, come prep. impropria, dinto debba sempre essere accompagnata dalla prep. semplice a o dalle sue articolate â = a + ‘a (alla ) ô= a + lo ( al/allo) ê= a + i/a + le (ai/alle) per modo che si abbia ad es. dint’ ô treno (dentro al treno ) di contro il corrispondente italiano dentro il treno. La medesima cosa càpita come alibi dissi per ‘ncoppa (sopra) ,sotto (sotto), ‘mmiezo (in mezzo) fora (fuori) ed ogni altro avverbio e/o preposizione impropria;
viculo = vicolo, vico via molto stretta e di secondaria importanza, in un centro urbano ; l’etimo è dal lat. viculu(m), dim. di vicus;
astritto o astrinto agg. qual. masch. stretto, poco sviluppato nel senso della larghezza; non largo, non ampio; angusto; l’etimo è dal lat. *a(d)strictus part. pass. di un *a(d)stringere, rafforzativo di stringere;
ca nun sponta letteralmente: che non sfocia in altra strada cioè: vicolo (stretto e) cieco; sponta =sfocia voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito spuntà= sbottonare, spuntare,
comparire all’improvviso,sfociare; in primis spuntare con etimo dal latino *ex-punctare vale toglier la punta, metter fuori la punta ed il senso di spuntare, comparire all’improvviso,sfociare deriva dal fatto che chi spunta (appare), compare all’improvviso o sfocia in qualche luogo proveniente da un altro, non lo fa di colpo, ma paulatim et gradatim quasi mettendo fuori innanzi tutto la propria punta e poi il resto del corpo; ugualmente il senso di sbottonare è dato dal fatto che il bottone vien fuori dall’asola prima per la parte limitrofa(punta.) poi tutt’intero;
farmacíe sost. femm. plurale di farmacía che in napoletano, piú restrettivamente del corrispondente italiano,( dove con derivazione dal greco pharmakéia 'medicina, rimedio', da phármakon 'farmaco'si intende l'insieme degli studi e delle pratiche che ànno per oggetto le proprietà, l'uso terapeutico e la preparazione dei medicinali) si intende, derivato dal francese pharmacie esclusivamente il locale destinato alla vendita e, soprattutto nel passato, anche alla preparazione dei medicinali;
nchiuse agg. plur. femm. = chiuse, serrate, strette etimologicamente trattasi del part. pass. aggettivato femm. del verbo nchiurere= chiudere, ostruire, sbarrare, impedire un accesso; bloccare un passaggio con etimo dal basso latino cludere, per il class. claudere; faccio notare come nel verbo napoletano nchiurere si è avuta la consueta trasformazione di cl→chi come altrove ad es.: chiesia←(ec)clesia, chiuovo←clavus etc, la tipica rotacizzazione mediterranea d→r e la protesi di una n eufonica che non va marcata con alcun segno diacritico (‘n) in quanto essa n non è l’aferesi di in, ma solo una consonante eufonica come nel caso di nc’è= c’è, ragion per cui erra chi dovesse scrivere la voce a margine ‘nchiuse da un inesatto ‘nchiurere atteso che , come ò detto, nchiurere deriva da n(eufonica)+ cludere non da in(illativo)→’n+cludere;
mierece sost. masch. plurale di miedeco/miereco= medico, chi professa la medicina avendo conseguito il titolo accademico e l'abilitazione all'esercizio della professione; l’etimo è dal lat.medicu(m), deriv. di medìri 'curare, soccorrere'con dittongazione nella sillaba d’avvio intesa breve ie←e, e rotacizzazione mediterranea d/r;
guallaruse agg. masch. plur. di guallaruso= affetto da ernia probabilmente inguinale tale da limitare il movimento deambulatorio; la voce a margine (che è maschile, come dal suff. use plurale di uso, il femminile avrebbe avuto il metafonetico suff. ose pl. di osa) è un derivato del sostantivo guallera(= ernia) che è dall’arabo wadara.

E cosí penso d’avere accontentato l’amico N.C. e qualche altro dei miei 24 lettori e penso di poter porre un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale

lunedì 1 novembre 2010

VARIE 861

1. FÀ A UNO ‘NZOGNA E PUMMAROLA.
Ad litteram: fare (cucinare) uno con sugna e pomodoro Icastica espressione usata per indicare che si intende maltrattare qualcuno, violentemente percuoterlo, ridurlo a cattivo stato fino ad iperbolicamente cucinarlo in forno dopo averlo schiacciato a dovere come si farebbe con una pizza condita, a maggior disdoro, non con il tenue olio d’oliva, ma con la greve sugna e la classica salsa di pomodoro.
‘a pizza ‘nzogna e pummarola fu anticamente uno dei piú classici modi di approntare la pizza che veniva appunto condita con sugna, pomidoro ed abbondante pecorino prima d’esser cotta in forno; successivamente il condimento per questa pizza napoletana mutò e venne usato olio d’oliva, pomidoro aglio ed origano e la pizza cosí condita non ebbe piú il nome di napoletana, ma divenne â marenara.
2. FÀ ‘O MANTESENIELLO
Letteralmente: fare il grembiulino. Id est: comportarsi come chi indossi il grembiulino; locuzione usata a dileggio di certi uomini che, dimenticando la loro (supposta) mascolinità, si comportino da donnetta mostrandosi pettegoli e linguacciuti, ciarlieri al punto di propalare notizie apprese: fatto di per sé disdicevole, ma che lo è ancora di piú quando le notizie che ci si diverte a portare in giro sono state apprese in “camera caritatis” per le pubbliche funzioni che svolge il manteseniello della locuzione.
manteseniello= grembiulino s.vo m.le diminutivo (cfr. il suff. iello) di mantesino= grembiule, zinale; la voce mantesino è dal tardo lat. mantu(m)+ ante+ sinu(m)→mantesinu(m).
3. FÀ ‘O MASTO ‘E FESTA.
Ad litteram: fare il maestro della festa Locuzione da intendersi sia in senso strettamente letterale che in senso figurato; intesa in senso letterale si fa riferimento a chi, sia pure dispoticamente, si impegna ad organizzare feste pubbliche o private conferendo spesso il proprio danaro oltre che il proprio tempo ed impegno;in senso traslato la locuzione si usa con dispetto nei confronti di chi, senza esserne né invitato, né delegato a farlo pretende di organizzare l’altrui esistenza; costui con incredibile faccia tosta si presenta non richiesto in casa altrui e disponendosi ad agire tamquam un fac-totum dispensa sgraditi consigli sul modo migliore di comportarsi ed agisce quasi alla medesima stregua del tipo detto spallettone o mastrisso(cfr. ultra).
4. FÀ ‘O GALLO ‘NCOPP’Â MMUNNEZZA
Ad litteram: fare il gallo sull’immondizia Id est: assumere gratuitamente arie di superiorità, montare saccentemente in cattedra cercando di imporsi su tutti gli altri che però a ragion veduta non sono altro che un cumulo di rifiuti di talché, solamente messo al loro confronto, il gallo può primeggiare; altrove non conterebbe nulla, potendosi quasi definirlo: monoculo in terra coecorum.
5. FÀ ‘O NNACCHENNELLO
Ad litteram: fare il cicisbeo
Il vocabolo in epigrafe è oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuto, mentre persiste nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo; è chiaro che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso il gentil sesso in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e portate sul volto a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese la cosa suonava: il n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello.
6. FÀ ‘O PRUTUSENIELLO
Ad litteram: fare il prezzemolino; id est: fare il ficcanaso, voler partecipare ad ogni conversazione esprimendo la propria opinione, specialmente se non sollecitata o richiesta; comportarsi cioè come fa il prezzemolo erba aromatica largamente presente nelle minestre della cucina partenopea; è chiaro che la locuzione in epigrafe si riferisce agli uomini ed è usata a mo’ di dileggio, ritenendosi che normalmente un uomo non debba tenere simili comportamenti, piú consoni alle donne.
Prutuseniello = prezzemolino s.vo neutro diminutivo (cfr. il suff. iello) di prutusino = prezzemolo, come détto famosissima erba aromatica largamente presente nelle minestre della cucina partenopea; la voce prutusino è dal tardo lat *petrosinu(m) che è dal gr. petrosélinon, comp. di pétra 'roccia, pietra' e sélinon 'sedano'; propr. 'sedano che cresce fra le pietre'.
7. FÀ ‘O PORTAPULLASTE.
Ad litteram: fare il porta pollastri Id est: agire da mezzano, da ruffiano che rechi messaggi alternativamente all’ amoroso o all’amorosa; per traslato fare il propalatore di notizie, per il solo gusto di portarle in giro senza neppure riceverne alcun sia pure piccolo vantaggio quale ad es. una mancia che si è soliti dare ad un garzone di macellaio che rechi effettivamente dei polli acquistati e non bigliettini amorosi. Interessantissima l’etimologia del sostantivo ricavato con traduzione pedissequa dell’espressione francese porte-poulet (portapolletto) ma che in realtà non si riferiva a qualcuno che realmente portasse dei polli, bensí a chi favorisse,recandoli, lo scambio di bigliettini amorosi tra gli innamorati; la particolare piegatura dei foglietti li faceva assomigliare a dei piccoli polli con le alucce donde il nome di poulet (polletto) ed ovviamente chi recava quei bigliettini fu détto porte-poulet (portapolletto); originariamente tale scambio di bigliettini amorosi avveniva tra innamorati della medio-alta borghesia partenopea adusa alla lingua francese usata anche nella corte per cui il mediatore fra innamorati, piú che esser détto semplicemente portabigliettini, fu détto alla francese porte-poulet; quando poi la medesima abitudine passò tra gli innamorati del popolo che non avevano dimestichezza con la lingua d’oltralpe, ma solo con l’idioma partenopeo ecco che porte-poulet (portapolletto)diventò portapullaste restando acquisito come sostantivo per indicare il mezzano, il ruffiano etc.

8. FÀ ‘O PÍRETO CCHIÚ GGRUOSSO D’’O CULO.
Ad litteram: fare il peto piú grande del culo. Versione piú prosaica, ma quanto piú icasticamente viva dell’algido italiano: fare il passo piú lungo della gamba; in effetti il massimo danno che potrebbe derivare dall’operare secondo la locuzione italiana sarebbe quello di dover sopportare il dolore di uno strappo muscolare; nel caso della locuzione napoletana i danni sarebbero ben piú gravi ed ignominosi.
9. FÀ ‘O VIAGGIO D’’O MISCHINO
Ad litteram: fare il viaggio del Meschino Id est: impegnarsi in una faticosissima attività, un’improba impresa, ma totalmente inutile vuoi per le ragioni che la promuovono, vuoi per i risibili risultati che si raggiungono; la locuzione in epigrafe richiama le avventure di uno degli eroi del ciclo carolingio : Guerino detto il Meschino protagonista di numerose dure ma inutili avventure narrate dallo scrittore italiano Andrea da Barberino e riprese oltr’ alpi da narratori francesi.
10. FARNE CCHIÚ ‘E CATUCCIO.
Ad litteram: farne piú di Catuccio Id est: comportarsi, per iperbole, in maniera piú truffaldina e delittuosa di quel tal Luigi Filippo Bourguignon celebre bandito parigino (La Courtille, Belleville, 1693 -† Parigi 1721); tale noto masnadiero francese fu soprannominato Cartouche corrotto nel napoletano Catuccio, e sin da giovanissimo operò in Francia e prima di finire i suoi giorni sulla forca ne combinò di tutti i colori, compiendo scelleratezze e nefandezze efferate.
11. FÀ PALLA CORTA
Ad litteram: fare la palla corta Id est: mancare il fine prefissato, non giungere al risultato per avere errato nel conferire la forza necessaria affinché si potesse raggiungere lo scopo; locuzione mutuata dal giuoco delle bocce o del bigliardo nel quale la biglia (palla) messa in giuoco può mancare di raggiungere il punto voluto e risultare corta se nel lanciarla il giocatore non vi à impresso la necessaria e giusta spinta.
12. FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare (partecipare a) matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco. dette cuònsolo (consolazione).
13. FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta (ma in realtà falsa) provenienza.
coglie s.vo f.le pl. di coglia= testicolo ( voce dal lat. coleu(m).
14. FÀ TRE FICHE NOVE ROTELE
Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli.
Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere.
Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle Due Sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, ad 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, è in uso ancora oggi a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie.
Ricordo altresí che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano.
15. FÀ FETECCHIA.
Ad litteram: emettere una vescia, ma per traslato mancare completamente il risultato di un’azione.
I l termine in epigrafe à un variegato ventaglio di significati nella parlata napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresí lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e piú in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine
Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare - tenendo presente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino.
16. FÀ ‘O RRE CUMMANNASCOPPOLa
Locuzione intraducibile ad litteram con la quale si suole a Napoli porre alla berlina l’atteggiamento supponente di chi non avendo né il carisma, nè l’autorità fisica e/o morale pretende di impancarsi a re e duce delle umane vicende, ma è destinato miseramente a fallire atteso che le sue qualità al massimo lo potrebbero far considerare un re dei bambini ai quali però, per farsi ubbidire dovrebbe assestare qualche scappellotto; atteggiamento tipico tenuto da uomini affetti da complessi d'inferiorità, o - peggio ancora - grandemente frustrati che non valendo una cicca e non essendo, nell'ambito della loro famiglia, tenuti in alcun conto, sfogano la loro repressione e frustrazione vessando in qualche modo, o tentando di vessare le persone con le quali, per il loro ufficio vengono a contatto, ben sapendo però che non riusciranno nè a farsi ubbidire, nè addirittura ad esser presi in considerazione e saranno reputati alla stregua del re riportato in epigrafe.
17. FÀ ‘O SPALLETTONE oppure al femminile FÀ ‘A CCIACCESSA
Espressioni intraducibili ad litteram in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurle, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione per poter venire a capo delle espressioni in esame.
Ciò premesso, dirò che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si dura fatica a spiegare tante essendo le sfumature che esso ingloba.
In primis dirò che con esso vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione.
Piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone.
E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe.
Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento alla lingua parlata, ma esclusivamente a quella scritta nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici.
Orbene reputo che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S non eufonica, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE.
Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine: parlettiere.
Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile;
esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C: cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare.
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AVERE – TENERE – DOVERE

AVERE – TENERE – DOVERE
Questa volta, su precisa richiesta dell’amico dr. Salvatore C. (al solito, per questioni di riservatezza mi tocca evitare di indicare per esteso nome e cognome) tenterò di illustrare le voci verbali che rendono in napoletano quelle italiane in epigrafe. Al solito cominciamo col dire delle voci dell’italiano:
avere 1 possedere beni materiali, o anche doti morali, attributi, qualità, titoli e sim.; usato assol., essere ricco in senso materiale: avere due case, pochi soldi, molti libri; avere una bella voce, coraggio, buon cuore; avere un'intelligenza pronta; avere fortuna; avere una laurea; una famiglia che à molto | unito a un compl. oggetto che esprime un'estensione determinata di tempo, indica età, anzianità, oppure stabilisce quanto manca a una scadenza, al verificarsi di un evento: mia figlia à sedici anni; ò ancora una settimana di vacanze; à solo pochi giorni di vita, è nato da pochi giorni, oppure gli restano pochi giorni da vivere | se il compl. oggetto è riferito a persona, indica appartenenza affettiva o anche possesso carnale: à suo figlio e non cerca altri affetti; quell'uomo à avuto molte donne; in altri casi indica la relazione che il nome stesso esprime: à moglie e figli; abbiamo degli amici a Torino; à due segretarie e l'autista | in loc. partic.: avere qualcosa (molto) di qualcuno, di qualcosa, ricordarlo, rassomigliargli un po' (molto); avere qualcuno dalla propria, goderne gli appoggi, il favore; avere dello sciocco, del matto, del maleducato, essere un po', o parecchio, sciocco, matto, maleducato ecc.
2 quando la cosa o la persona che appartiene è determinata predicativamente, piú che indicarne l'appartenenza ne indica la particolare condizione o qualità: à i capelli bianchi; ò un cugino medico; à la macchina che non riesce a partire ' sono assimilabili a quest'uso talune loc. partic.: avere caro qualcuno, qualcosa, esservi affezionato; avere per certo qualcosa, ritenerla certa, esserne sicuro | con determinazioni di luogo, indica collocazione nello spazio: avevo mio fratello accanto; avevamo un albero davanti; à un neo sulla guancia
3 tenere: avere qualcosa in mano, in tasca; à sempre il cappello in testa
4 contenere, comprendere: Roma à piú di tre milioni di abitanti; l'Italia à venti regioni
5 indossare, portare addosso: aveva un abito molto elegante
6 conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso: avere un incarico, un premio; avere notizie da qualcuno; à avuto due anni di carcere; avrà una parte dell'eredità
7 acquistare, comperare; percepire, riscuotere: à avuto quel mobile per poco; à avuto dieci milioni dalla vendita del terreno
8 sentire, provare; soffrire: avere simpatia per qualcuno; avere voglia di fare qualcosa; avere fame, freddo; avere un peso sullo stomaco
9 in talune loc. il significato del verbo è precisato dal sostantivo che lo segue: avere una notte insonne, passare; avere una vita difficile, vivere; avere luogo, avvenire; avere parte, partecipare; avere timore, temere; avere sembianza, sembrare | talora il sostantivo che determina il significato è introdotto da a o in: avere a mente, ricordare; avere a cuore, essere interessato; avere in animo, essere intenzionato
10 seguito da da (antiq. a) ed un infinito, vale dovere: ò da lavorare tutto il giorno; non ci aveva ad andare; Questo matrimonio non s'à da fare, né domani né mai (MANZONI P. S. I) | il concetto di dovere è implicito in talune loc. costituite da avere e un sostantivo, che si riferiscono a un'azione che si svolgerà nel futuro: avere gli esami, dover sostenerli; avere una riunione, dovere parteciparvi
11 costruito con da e il verbo all'infinito, può anche esprimere la possibilità di compiere un'azione: avere poco da vivere; non avere da mangiare
12 seguito dall'infinito introdotto da a, à valore fraseologico: temo che abbia a essere un insuccesso, che sia, che possa essere; ebbe ad ammalarsi per il dolore, si ammalò | avere, averci (a) che fare con qualcuno, essere in rapporto con qualcuno; vedersela | avere (a) che dire con qualcuno, litigare, avere dei contrasti | non avere (a) che fare, (a) che vedere con qualcuno o qualcosa, non aver somiglianza, rapporto, relazione ||| v. intr. [aus. avere] (antiq. , lett.) con le particelle pronominali ci e vi, solo nella terza persona sing. e pl., equivale a esserci: non v'à motivo; non v'ànno persone.
Quanto all’etimo il verbo avere deriva dal lat. habere.
Anche il napoletano à il verbo avere/avé ( ugualmente dal lat. habere.) ma nel napoletano è usato quasi esclusivamente come verbo ausiliare; in tutte le accezioni (con eccezione della costruzione, mantenuta pure nel napoletano, con il verbo avere seguito da da ed un infinito, vale dovere:à dda magnà, deve mangiare) precedentemente elencate relativamente al verbo avere dell’italiano, in napoletano viene usato il verbo tenére/tené ( che è dal lat. Lat. teníre, corradicale di tendere 'tendere'; a sua volta il verbo tenere (oltre le accezioni suddette) mantiene in napoletano, con eccezione di quelle indicate in appresso da 6 a 10 e quelle relative alla forma riflessiva, le medesime accezioni dell’italiano e cioè: 1 avere qualcosa con sé e stringerla in modo da non lasciarla cadere o sfuggire; reggere: tenere in mano un bastone (tené ‘nu bastone ‘mmano); tenere in braccio un bimbo(tené ‘nu criaturo ‘mbraccio); teneva un sacco sulle spalle(teneva ‘nu sacco ‘ncopp’ê spalle) | tenere il sacco a qualcuno (tené ‘o sacco a quaccheduno), esserne complice | tenere l'anima con i denti, (tené ll'anema cu ‘e diente, (fig.) essere molto malato, stare per morire |
2 mantenere qualcosa o qualcuno in una posizione o in una condizione particolare: tenere le mani in tasca, il cappotto abbottonato, il cappello in testa; tenere la finestra aperta, i libri in ordine; tenere bene i vestiti; tenere il vino al fresco; tenere una vivanda in caldo | tenere stretto, stringere ' tenere qualcosa da conto, conservarla con cura ' tenere qualcosa a mente, a memoria, ricordarla | tenere una pratica sospesa, non evaderla | tenere qualcuno in sospeso, non dargli una risposta definitiva | tenere d'occhio qualcuno, qualcosa, sorvegliarlo | tenere le mani a posto, non percuotere, non toccare, non infastidire | tenere la lingua a posto, non parlar male di o a qualcuno | tenere qualcosa, qualcuno in pugno, (fig.) averlo in proprio potere | tenere a bada qualcuno, dominarlo | tenere buono qualcuno, mantenerselo amico per timore o per calcolo | tenere qualcuno informato, al corrente, informarlo | tenere qualcuno come un cane, trattarlo come un cane | tenere un piede in due staffe, (fig.) barcamenarsi tra due situazioni che dovrebbero essere incompatibili, cercando di trarre profitto da entrambe o di uscirne senza danno
3 mantenere: tenere una nota, (mus.) prolungarne il suono con la voce o con uno strumento; tenere la destra (o la sinistra), procedere lungo il lato destro (o sinistro) di una strada; tenere la rotta, navigare mantenendo la rotta; tenere il mare, di nave, o anche di persona, sopportare bene il mare mosso; l'automobile tiene bene la strada, non sbanda; tenere il posto, occuparlo e conservarlo; tenere il filo del discorso, non divagare | osservare: tenere una regola, la parola; tenere fede a un giuramento; sai tenere un segreto? | tenere le distanze, (fig.) trattare con distacco, far sentire a un inferiore la differenza di grado
4 possedere: non tengo una lira; tengo famiglia
5 conservare qualcosa in proprio possesso, nelle proprie mani, per sé; avere: questo libro non mi serve piú, tienilo; tenere una baby-sitter, averla alle proprie dipendenze | esercitare, gestire, amministrare: tenere una carica pubblica; tenere una trattoria in centro, un banco lotto; tenere il banco, nei giochi di carte, accettare le puntate degli altri giocatori; tenere banco, (fig.) primeggiare in una conversazione tra piú persone | (lett.) ottenere, raggiungere: e tiene un premio / ch'era follia sperar (MANZONI Il cinque maggio)
6 trattenere: lo abbiamo tenuto a pranzo, a dormire da noi; la malattia l'à tenuta a letto tre mesi | non lasciar sfuggire, non dare sfogo; trattenere: tenere il pianto, il riso
7 occupare: le truppe sbarcate tenevano saldamente la spiaggia; il quadro teneva tutta la parete | (poet.) dominare: Tien quelle rive altissima quiete (LEOPARDI La vita solitaria 33)
8 contenere: il fiasco tiene due litri; la platea tiene ottocento spettatori
9 stimare, giudicare: lo tenevo per un amico sincero; tenere qualcuno in molto conto, in poca considerazione; tenere per fermo, per certo qualcosa, esserne convinto | tenere qualcuno in conto, in concetto di, considerare come: Dante teneva Virgilio in conto di maestro
10 organizzare, fare: tenere una conferenza, una lezione | tenere consiglio con qualcuno, consigliarsi con lui | tenere compagnia a qualcuno, passare del tempo insieme a qualcuno per distrarlo, per non farlo annoiare ecc. ||| v. intr. [aus. avere]
1 di una chiusura, di un recipiente, non lasciar uscire il liquido: il rubinetto, il serbatoio non tiene
2 resistere, far buona presa: la corda, i ganci tengono bene; l'àncora tiene | detto di pianta, allignare: un terreno in cui l'olivo non tiene | tenere duro, resistere a oltranza
3 tenere dietro, seguire (anche fig.): le sue lezioni sono cosí difficili che gli allievi non gli tengono dietro
4 parteggiare: tenere dalla parte dei contribuenti | tenere per, a una squadra, fare il tifo per essa
5 dare importanza a qualcosa o a qualcuno (usato anche con la particella pron. intensiva): è uno che tiene alle apparenze; ci tengo molto che tu superi gli esami
6 (non com.) assomigliare a qualcosa o a qualcuno: tiene dal padre; un fenomeno che tiene del miracoloso ||| tenersi v. rifl.
1 attaccarsi, aggrapparsi (spec. con le mani): tienti stretto al manubrio
2 mantenersi in una data condizione o posizione; seguire una data direzione: tenersi in piedi; tenersi pronto, aggiornato; tenersi a destra, a galla | tenersi sulle sue, trattare gli altri con distacco; non dare confidenza a nessuno | tenersi al vento, (mar.) procedere con la nave tenuta il piú possibile sottovento; (fig.) mettersi dalla parte del piú forte | tenersi al largo, (mar.) navigare tenendosi lontano dalla costa | tenersi al largo da qualcuno, qualcosa, (fig.) evitarlo prudentemente
3 trattenersi: mi tenni a stento dal ridere
4 stimarsi, giudicarsi: si tiene un grande uomo; si teneva onorato dell'incarico | anche assol. : chi si tiene è tenuto
5 attenersi: tenersi ai patti, alle regole, alle prescrizioni del medico; tenersi ai fatti, limitarsi all'esposizione dei fatti, senza aggiungere opinioni personali ||| v. rifl. rec. tenersi l'un l'altro: si tenevano per mano.
In particolare il napoletano à alcune frasi tipiche costruite con il verbo tenere:
1)tené a stecchetto= mantenere in economia forzata di cibo, di beni e quant’altro – lesinare; l’espressione prende il via dal modo parsimonioso con cui venivano cibati gli uccellini, imbeccati di piccolissime quantità di cibo mantenuti sull’estremità d’uno stecchetto di legno;
stecchetto s. m. = piccola assicella di legno; etimologicamente si tratta del diminutivo maschile (vedi il suff. etto) di stecco = ramoscello sfrondato e secco; bastoncino sottile e appuntito; (fig.) si dice pure di persona molto magra; la voce stecco è dal longobardo stek= bastone; rammento che in napoletano si registra pure la voce stecchetta di uguale significato ed etimo, ma diminutivo femminile (vedi il suff. etta) di stecco riferito ad un ramoscello sfrondato e secco, ad bastoncino sottile e appuntito leggermente piú grosso di un eventuale stecchetto, secondo il noto criterio che in napoletano si considera femminile un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo - tammorra piú grande, tino piú piccolo - tina piú grande, carretto piú piccolo – carretta piú grande, cucchiaro piú piccolo - cucchiara piú grande etc.; fanno eccezione tiano piú grande - tiana piú piccola, caccavo piú grande - caccavella piú piccola. ).

2)tené ‘mmano nell’esortazione tiene ‘mmano!= aspetta, non precipitare nell’azione quasi che l’azione che si stia per eseguire, possa esser cosa da trattenere con le mani;
3)tené mente nell’esortazione di tono dispiaciuto rivolta a qualcuno da cui si chieda o ci si attenda una compartecipazione emotiva: tiene mente!=poni mente, osserva, guarda un po’ciò che succede!; ben diversa la successiva espressione che recita
4)tené a mmente nell’esortazione tiene a mmente!=ricorda esattamente (ciò che dico/ciò che avviene), non dimenticartene: un giorno potrei chiamarti a testimone di tutto ciò che sto dicendo o che sta accadendo.
Rammento infine che con il part. presente agg.le plur. di tené e cioè con teniente plur. di tenente = tenente,anzi con l’iterativo teniente,teniente ci si riferisce al modo di cottura della pasta che occorre far lessare brevemente, senza che si disfaccia e nell’iterazione quasi superlativa teniente teniente vale molto pronti, quasi duretti come cosa che abbia tenuto la cottura evitando di ammollarsi eccessivamente; letteralmente tenente e teniente sono, come ò detto, il participio presente del verbo tené (tenere) che è dal latino teníre, corradicale di tendere 'tendere'.

E veniamo al verbo dovere v. tr. [pres. io dèvo o dèbbo (ant. o poet. dèggio), tu dèvi (ant. o poet. dèi), egli dève (ant. o poet. dè, dèe, dèbbe), noi dobbiamo, voi dovéte, essi dèvono o dèbbono (ant. o poet. dèono, dènno, dèggiono); fut. io dovrò ecc. ; pass. rem. io dovéi o dovètti, tu dovésti ecc. ; congiunt. pres. io dèva o dèbba (antiq. o poet. dèggia), noi dobbiamo, voi dobbiate, essi dèvano o dèbbano (antiq. o poet. dèggiano); cond. pres. io dovrèi ecc. ; manca l'imperativo o è poco usato nelle forme tu devi, egli deve,noi dobbiamo, voi dovete,loro devono; regolari le altre forme dal tema dov-. Come verbo indipendente, si coniuga con l'ausiliare avere; come verbo servile, con l'ausiliare richiesto dal verbo cui si accompagna (p. e. ò dovuto studiare, son dovuto andare), ma talvolta con eccezioni,poco giustificabili, specialmente settentrionali (ò dovuto andare)]
1 avere l'obbligo, la necessità, la convenienza: devi pagare entro domani; dovetti partire; la sentinella non deve abbandonare il suo posto; dovresti pulire la casa | doversi aspettare qualcosa, disporre degli elementi sufficienti per prevedere che una data cosa accada: te lo dovevi aspettare! | devi, dovete sapere che... , formula con cui si incomincia il racconto di un antefatto, si fa una premessa e sim. | comportarsi come si deve, bene, educatamente, in modo corretto; una persona come si deve, per bene, onesta; un lavoro fatto come si deve, secondo le buone regole del mestiere;
2 avere bisogno di fare qualcosa; ritenere opportuno o appropriato: per sentirmi bene, devo dormire molto; vieni, devo parlarti subito; dovresti mangiare di piú
3 stare per, essere in procinto di; avere deciso di fare qualcosa: devo scendere a comperare il giornale; dovevamo fare un lungo viaggio
4 essere necessario: deve piovere, altrimenti le piante seccheranno | la cosa doveva andare cosí, era inevitabile, fatale che si concludesse in questo modo
5 essere probabile, possibile: oggi dovrebbe essere una bella giornata; dev'essere successo quello che mi aspettavo | sembrare, avere l'apparenza: dev'essere una persona istruita
6 in frasi interrogative, esclamative, enfatiche o ipotetiche, può avere valore pleonastico: ma perché dovete sempre discutere?; che debba sempre essere cosí sfortunato?
7 essere tenuto a dare, per legge o per ragioni morali; avere l'obbligo di pagare, restituire; essere debitore (anche fig.): ti devo mille lire; gli dobbiamo infinita riconoscenza; mi devi una spiegazione; dobbiamo a lui se ora siamo a questo punto | dovere avere, essere creditore di qualcosa: quanto devo avere ancora da te?
8 derivare: il Monte Bianco deve il suo nome alle nevi perenni da cui è ricoperto | in forma passiva o pronominale, avere origine: il guasto è dovuto a un corto circuito; a lui si deve questa teoria, questa interpretazione, egli ne è l'autore.
Nel napoletano il verbo dovere manca ed è supplito dalla costruzione con il verbo avere seguito dalla preposizione ‘a (da) e dall’infinito connotante l’azione dovuta: ad es. aggio ‘a purtà ‘sta lettera (devo portare questa lettera), hê ‘a cammenà cchiú chiano! (devi camminare piú lentamente!); la medesima costruzione è usata pure in funzione di futuro che benché sia un tempo esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani è pochissimo usato, per cui ad es. la frase dell’italiano: domani andrò dal barbiere è resa in napoletano con dimane aggi’’a jí a d’’o barbiere piuttosto che con dimane jarraggio a d’’o barbiere e talvolta altrove con il presente in funzione di futuro dimane vaco a d’’o barbiere.
E con ciò penso di avere adeguatamente risposto allaprecisa richiesta dell’amico dr. Salvatore C. e forse d’avere interessato qualcunio dei miei 24 lettori.
Satis est.
Raffaele Bracale

‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO TIRITEPPETO

‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO TIRITEPPETO
ad litteram: la cordicella corta e la trottolina scentrata e ballonzolante. Piú esattamente a Napoli s’usa dire: s’è aunita ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppeto, ovvero: si sono uniti, in un fallimentare connubio, una cordicella troppo corta per poter imprimere con forza la necessaria spinta al movimento rotatorio dello strummolo a sua volta scentrato o con la punta malamente inclinata tale da conferire un movimento non esatto per cui la trottolina s’inclina e si muove ballonzolando e producendo un suono del tipo tirití-tirité donde per onomatopea il napoletano tiriteppeto;
strummolo s.m. trottolina lignea in forma di piccola pigna, con scanalature incise lungo tutta la superficie, disposte parallelamente dal fondo alla punta nella quale è infissa una punta metallica; per azionare la trottolina e farla prillare vorticosamente si arrotola strettamente una cordicella facendole seguire il percorso delle scanalature dalla base al vertice; si lancia verso terra la trottolina e si dà un deciso strappo alla cordicella che se è sufficientemente lunga riesce ad imprimere un duraturo moto rotatorio alla trottolina che se à la punta ben centrata e non inclinita rispetto all’asse della trottolina, regge il moto adeguatamente.
la voce strummolo à un’etimologia greca derivando dritto per dritto dal greco strómbos trasmigrato nel latino strumbus con consueta assimilazione progressiva strummus da cui con il suffisso diminutivo olus, strummolo con il suo esatto significato di trottolina.
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‘A FORCA è FFATTA P’’O PUVERIELLO

‘A FORCA è FFATTA P’’O PUVERIELLO
Il motto in epigrafe da tradursi ad litteram: Il capestro s’addice al povero è un icastico proverbio da intendersi in piú modi a seconda del significato che si dà alla parola puveriello; interpretata nel senso piú comune la voce puveriello vale poveretto, indigente, bisognoso, nullatenente e cioè misero, meschino, ed il motto,in tal caso à quasi una valenza storica stando a significare che un tempo chi fosse povero, indigente, bisognoso, nullatenente, misero, meschino e commettesse qualche grave reato comportante la pena di morte doveva attendersi soltanto un’esecuzione infamante, vergognosa, disonorevole, ignominiosa quale quella del capestro, della forca e non poteva aspirare alla fucilazione o decapitazione esecuzione decorosa quando non addirittura onorevole che era riservata ai nobili, ricchi, facoltosi, abbienti; intesa in senso esteso la voce puveriello vale manigoldo, furfante, canaglia, farabutto, malfattore, traditore, ed allora il motto si attaglia a chiunque compresi nobili, ricchi, facoltosi, abbienti che nel delinquere si fossero comportati in maniera infamante, vergognosa, disonorevole, ignominiosa come accadeva nel caso del tradimento,o della lesa maestà da parte d’un militare (cfr. il caso dell’ammiraglio borbonico F.sco Caracciolo (Napoli, 18 gennaio 1752 –† Napoli, 28 giugno 1799) macchiatosi d’ambedue le colpe) che - condannato a morte – era afforcato e non fucilato o decapitato come per solito accadeva con i militari condannati a morte per altri gravi reati come ad es. codardia o disobbedienza in battaglia.
Forca s.vo f.le forca, capestro,
1 attrezzo agricolo per rimuovere fastelli di paglia, fieno ecc., ricavato da un lungo ramo biforcuto in modo da costituire un manico terminante in due denti appuntiti (rebbi) | fatto a forca, biforcato
2 (estens.) qualsiasi oggetto in forma di forca
3 (ed è il ns. caso) patibolo per eseguire impiccagioni, formato generalmente da uno o due pali verticali infissi nel terreno e sormontati da un palo orizzontale al quale è appeso il capestro: murí ‘ncopp’â forca (morire sulla forca) | la pena stessa: cundannà â forca (condannare alla forca') jí ncopp’â forca (andare sulla forca), nel linguaggio corrente, solo come imprecazione, di sign. uguale ad 'andare all'inferno, al diavolo, in malora':jate tutte ‘ncopp’â forca (andate tutti sulla forca! ).
4 valico fra due monti.
Voce dal lat. furca(m)
puveriello s.vo ed agg.vo m.le diminutivo (cfr. i suff. i+ello)di poveru (dal lat. pauperu(m), comp. del tema pau- di paucus 'poco' e un deriv. di parere 'produrre'; propr. 'che produce poco') voce che però nel napoletano non viene usata che come agg.vo (cfr. ‘nu poveru cristo) mentre come s.vo non viene quasi mai usata preferendoglisi il diminutivo a margine.Da notare nella voce in esame la chiusura in u della o di poveru intesa lunga: ō con il passaggio da un possibile poveriello all’attestato puveriello.
r.bracale

BRESCIA – NAPOLI 31.10.10 – LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ

BRESCIA – NAPOLI 31.10.10 –0 A 1 LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ

Alleluja, alleluja! S’è ffatto chello ca s’êva ‘a fà: ‘a juventússa è stata ancappata ô quarto posto. Ajere sott’ ô delluvio d’acqua, viento, tronnele e saette spuntaje Lavezzi a recalà tre punte ô Napule, ca s’ è cunfermato squatra ‘e fora casa... capace ‘e fà precipità ‘o Bbrescia dint’ ô fuosso d’ ‘a quinta scutuliata (sconfitta) cunzecutiva; mo pejo pe Iachini ca corre ‘azzardo (il rischio) d’esserne cacciato a cauce ‘nculo! Succedette tutto a ll’ulrdemo quarto d’ora, proprio mentre ‘e padrune ‘e casa stevano passanno ‘o mumento cchiú mmeglio e ‘e napulitane pareva ca stessero affannanno e suffrenno doppo ‘na partita tenuta sí sempe ‘mmano, ma senza ‘a cuncretezza nicissaria pe bbia ca ‘o trebbeto avanzato napulitano era troppo liggiero e vrucculuso (lezioso).’Ncuncrusione però ‘a vittoria napulitana è stata meritata e nun fa ‘na chieja, pure si ‘o Brescia, ca dê primmi minute jucaje ‘nchiuso a rriccio, era riuscito a criarse quacche palla-gollo,cuglienno pure ‘nu palo. Ma ‘a partita ‘a vence chi mena ‘a palla dinto. E Napule ‘o facette! E ppassammo a ddà ‘e ppaggelle ê prutaguniste:

DE SANCTIS 6.5 : Ajere fuje ‘nu muro! Sempe sicuro e attiento.Evidentemente ll’acqua e ‘o viento lle fanno bbene Salvaje ‘o risultato cu n’asciuta (ca nun è fforte sujo...) miraculosa.Attraverza ‘nu bbuonu mumento ‘e forma; s’ammeretasse ‘a nazzionale, ma m’accuntento ca joca bbuono ggioverí a Liverpullo!
GRAVA 6,5 : Dê pparte soje se vedette Eder e ‘o surdatiello nuosto ‘o contrullaje tranquillamente.
CANNAVARO P. 6 : Culo’echiummo turnaje a ffà ‘o centrale e ringrazzianno a dDio puttanate grosse nun ne facette; dê pparte soje jucaje Caracciolo, accunto (cliente)’ntruppecuso (scabroso) e ‘ntrucchiato(corpulento), ma culo’echiummo lle permettette sulo ‘na capata ca facette ‘a varva â traverza.
CAMPAGNARO 6.5 :Turnaje a essere ‘o jucatore ‘e classe ca mme piace a mme: quantità e qualità. Difennette e se cuncedette paricchie scavallate offenzive..
ZUNIGA 5.5: Croce e delizzia d’ ‘o Napule d’ajere... Alternaje quacche bbona ripartenza cu fessarie ‘a nuvellino. Aggio paura ca ‘o prubblema d’ ‘o Napule ‘e mo è proprio l’esterno ‘e dritta...
YEBDA 7 : l’algerino sta ‘ncrescita e se vedette. Cchiú sicuro ‘e se , facette sèntere ‘e muscole.Cumplessivamente ‘o meglio d’ ‘e napulitane e forze ‘o meglio ‘ncampo!
GARGANO 6: Meglio ‘e ll’urdimi vvote: forze ‘o turreno pesante ll’ajutaje,ma comunque ajere riuscette a affrancarse (riscattarsi) dâ brutta prova fatta contro ô Milanno.
DOSSENA 4,5 :’Nu strazzio! Cumpletamente miso sotto ‘a Berardi... Avesse azzeccato ‘nu crosso!
HAMSIK 6.5 : Êsse pututo fà ‘e cchiú, ma forze se vulette sparagnà pe ggioverí... Cumunque riuscette a ffà n’assisto capolavoro e risultaje mascese (utile) ‘mmiez’ô casino ‘e ll’affullato centrocampo.Risultaje ‘ncrescita rispetto â partita contro ô Milanno.
SOSA 6.5: ‘A stoffa ‘a tène e ajere dimustraje granne tecnica e granne voglia ‘e metterse ‘ncopp’ô tusiello (in mostra). Forze Mazzarri avesse farlo jucà ‘e cchiú, magari comm’esterno ‘e dritta o ‘e mancina, pe darle cchiú ppussibbilità ‘e fà vedé quanto vale...
(all’11 st. CAVANI) 6: non riuscette a a ffà cose ‘e pazze, ma servette a ddà piso a n’attacco troppo liggiero...Sperammo ca ggioverí riesce a essere assenziale (fondamentale)!
LAVEZZI 7,5 : ‘O Pocho pure ajere dimustraje ‘e attraverzà ‘nu mumento ‘e forma eccezziunale. A ‘stu mumento putesse fà pure ‘o terzino! Ah, si riuscesse a centrà ‘o specchio d’ ‘a porta quanno tira ‘a fora!... Fuje bravissimo e dicisivo a ccogliere l’assisto ‘e Marekiaro.
(al 43′ st. BLASI) s.v
MAZZARRI 5,5 Finalmente pare ca ll’à capito ca nun po’ fà jucà sempe ê stesse e se decidette a ffà ‘nu poco ‘e turnoverro, aspettanno ggioverí ‘e jí a Liverpullo, cu Cavani chiammato ‘ncausa sulo ô siconno tempo; ma pe mme nun ll’à ‘ncarrato tutto ‘o turnoverro: d’accordo pe Yebdà e Sosa, ma Zuniga proprio no: pe mme avesse ‘a avuto fà jucà Santacroce (o Cribari) cu Grava e culo’echiummo e spustà Campagnaro a ffà l’esterno ‘e dritta o ‘e mancina. Ma siccomme chi vence ave raggione, me sto’ zzzitto e nun ‘o critico cchiú.
ARB. VALERI 6 ‘Stu romano libbero professionista (nun se sape ‘e che...)’e trentaduje anne nun m’è mmaje piaciuto: troppo capuzziello e ffatto a rrecummannascoppole, ma ajere forze pecché faceva ‘o patapato ‘e ll’acqua, nun ce danniggiaje! E ppo, pure nun tenenno nè ‘o scartiello, nè ‘o bbauglio, ce porta bbuono...

 prossima.
Brak