sabato 29 gennaio 2011

ME FA SPECIE CA – ME FA SPIECE ‘E

ME FA SPECIE CA – ME FA SPIECE ‘E
Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico S. C. amico di cui al solito (per questione di riservatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prendo in esame l’espressione napoletana in epigrafe che sospettavo fosse d’uso solo napoletano e/o genericamente meridionale ed ò invece scoperto essere entrata a far parte, senza alterazione o cambio di significato, anche dell’idioma italiano E la cosa mi à fatto un gran piacere atteso che ò sempre sostenuto e dimostrato (cfr. alibi sub Meridionalismi) che è l’idioma napoletano ad aver prestato o ceduto parole e/o espressioni all’ idioma italiano e non il contrario e tanto è avvenuto con l’espressione in epigrafe che partita dal linguaggio napoletano e siciliano si è attestata anche in quello italiano per merito di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – †Roma, 10 dicembre 1936) che ve la fece pervenire usandola spesso nelle sue opere; tuttavia precedentemente l’espressione mi fa specie era stata usata saltuariamente anche dal Goldoni e dal Manzoni.
Ordunque le espressioni in epigrafe che in italiano son da rendere con mi fa specie che/ mi fa specie ché oppure mi fa specie di valgono rispettavamente: mi sorprende che/mi sorprende perché oppure mi meraviglio di
e vengono usate le prime in relazione ad un avvenimento, la seconda ad un individuo il cui comportamento lasci sorpresi, interdetti atteso che mai ne à tenuto di simile.
Per comprendere appieno le locuzioni nella loro morfologia bisogna rendersi conto che il s.vo f.le specie (con etimo dal lat. specie(m), propr. 'aspetto esteriore', deriv. di specere 'guardare, osservare') indica nell’ordine
1 insieme di individui con caratteri simili che li distinguono dagli altri individui dello stesso genere; in biologia, raggruppamento di organismi simili che, incrociandosi fra loro, generano una discendenza feconda: una specie di animali, di piante | l'umana specie, gli uomini nel loro insieme;
2 (estens.come nel caso che ci occupa) sorta, qualità, tipo: gente di ogni specie, di tutte le specie; che specie di libro vuoi?
3 forma esteriore, apparenza: l'eucaristia contiene il corpo e la divinità di Cristo sotto le specie del pane e del vino | sotto specie di, sotto forma, in aspetto di; con il pretesto di ' una specie di, si dice di cosa che nell'aspetto ne ricorda vagamente un'altra analoga: indossava una specie di cappa; m’aggiu magnato ‘na specie ‘e brioscia veramente ‘na fetenzia (ò mangiato una specie di dolce veramente cattivo).
Se ne deduce, tenendo presente l’accezione sub 2, che le locuzioni in esame debbano intendersi
a) l’avvenimento (cui si assiste) esula cosí tanto dalla normalità, da costituire per il sottoscritto una nuova sorta, una diversa qualità, o nuovo tipo;
b) il comportamento che sta tenendo quella tale persona di cui si parla esula cosí tanto dal suo normale modo di comportarsi , da costituire per chi ne parla una nuova sorta, qualità, o nuovo tipo. In coda rammento a mo’ d’esempio l’uso che ne fece Pirandello nel suo Il fu Mattia Pascal: “Mi fa specie - diceva - perché di solito questo poveretto non si cura di nulla. Ma si vede che queste nostre sedute misteriose gli han destato una certa ...”
R.Bracale

SCARDA & DINTORNI

SCARDA & DINTORNI
Sollecitato dall’amico L.P. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) mi occuperò della voce in epigrafe, per segnalarne la doppia valenza (positiva o negativa) determinata da un eventuale specificativo che accompagnasse il sostantivo scarda; di per sé la voce scarda, che è pari pari anche nel siciliano, nel pugliese ed in altri linguaggi meridionali, considerata da sola e senza aggiunte specificative vale: pezzo, scheggia frammento, scaglia (di legno, di vetro o di altro); per ciò che attiene l’etimo, il D.E.I. si trincera dietro un pilatesco etimo incerto una scuola di pensiero (C. Iandolo) propone una culla tedesca sarda= spaccatura, qualche altro (Marcato) opta per una non spiegabile, a mio avviso, derivazione da cardo che dal lat. cardu(m) indica quale s. m.
1 pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili (fam. Composite) | cardo mariano, pianta erbacea con foglie grandi e infiorescenze globose a capolino (fam. Composite) | cardo dei lanaioli, pianta erbacea con foglie fortemente incise e infiorescenze a capolino, di colore azzurro, con brattee uncinate, usate per cardare la lana e pettinare le stoffe (fam. Dipsacacee)
2 il riccio della castagna
ed ognuno vede che non v’à alcun collegamento semantico possibile tra questa pianta ed un pezzo, scheggia frammento, scaglia (di un qualcosa).
A mio modo di vedere è molto piú opportuno chiedere soccorso etimologico al francese écharde: scheggia.
Sistemata cosí la questione etimologica, affrontiamo quella semantica ricordando che in napoletano con l’accrescitivo femminile scardona la voce in epigrafe assume un significato del tutto positivo valendo gran bel pezzo di ragazza,di donna; con la voce scardona viene infatti indicata una donna giovane, bella, alta, formosa fino ad esser procace; al contrario una valenza affatto negativa la voce in epigrafe l’assume nell’espressione sî‘na scarda ‘e ruagno che ad litteram è: sei un coccio di vaso da notte Cosí con gran disprezzo si usa definire chi sia sozzo, spregevole ed abietto al punto da poter essere paragonato ad un lercio coccio di un vaso da notte infranto, vaso che è piú piccolo e basso di quello detto càntaro o càntero.
Per ciò che attiene alla etimologia della parola ruagno, dirò che essendo solitamente questo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellente necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare il ruagno da altro termine greco, quel ruas che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era ed in alcune vecchie case dell’entroterra campano ancóra è destinato ad accogliere improvvisi scorrimenti viscerali o derivanti da cattiva ritenzione idrica.
Rammento a mo’ di completamento le voci
càntaro o càntero alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, vaso deputato a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntaro o càntero è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea
cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!
E qui mi fermo convinto d’avere esaurito l’argomento.
Raffaele Bracale

CÈRA, CÉRA & DINTORNI

CÈRA, CÉRA & DINTORNI
L’amica T.M. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche), rimasta colpita dall’espressione “M’à fatto ‘na cèra!”pronunciata con aria dispiaciuta e/o compunta mi à chiesto di spiegarla soffermandomi sui tempi e usi dell’espressione, nonché su significato ed etimo del s.vo f.le cèra. L’accontento súbito dicendole che l’espressione napoletana in esame potrebbe esser resa nella corrispondente dell’italiano “Mi à fatto una céra” id est, con valenza negativa: Mi à lanciato un occhiataccia,mi à guardato come per ammonirmi, per richiamarmi, riprendere, rimproverare; o anche, ma con valenza positiva: Mi à lanciato un occhiata compiaciuta ,mi à guardato come per farmi un complimento,compiacersi della mia avvenenza per elogiare, encomiare, lodare . Ò usato il condizionale perché in realtà nell’italiano il s.vo céra (stupido, inutile,erroneo, scorretto adattamento del napoletano cèra e ne vedremo il perché... ) non è usato da solo in senso compiuto in valenza negativa o positiva – come invece càpita con il napoletano – ma esige sempre d’ essere accompagnato da un aggettivo che ne specifichi il senso positivo o negativo: fare una buona/cattiva céra. Il napoletano pur ammettendo costruzioni del tipo fà ‘na bbona/mala cèra (fare una buona/cattiva céra), non si sente vincolato dagli aggettivi e secondo il contesto o il modo con cui vien pronunciata l’espressione esclamatoria “Mi à fatto una céra!” ellittica di aggettivi fa sí che essa assuma da sola significato positivo o negativo, sebbene il piú delle volte, nel parlato comune, sia usata in senso negativo. Da quanto détto se ne ricava che sulla bocca di chi la pronuncia, indirizzata ad adulti o adolescenti,l’espressione può assumere carattere di encomio o di biasimo secondoché venga riportata con toni e modi garbati o dispiaciuti.In italiano la cosa non è possibile ed occorre sempre accompagnare il s.vo céra da un aggettivo che dia all’espressione il significato voluto: positivo o negativo.Per esemplificare dirò che un adolescente che con aria dispiaciuta dicesse: Mammema m’à fatto ‘na cèra!(Mia madre mi à fatto una céra!) vorrebbe certamente dire che la mamma gli à lanciato un’occhiataccia di rimprovero e/o di ammonimento;in italiano per significar la medesima cosa non sarebbe sufficiente esclamare: Mia madre mi à fatto una céra!, ma occorrerebbe dir: Mia madre mi à fatto una cattiva céra!; al contrario una avvenente signorina che con aria soddisfatta comunicasse a’ terzi: Chillu giuvinotto m’à fatto ‘na cèra! (Quel giovanotto mi à fatto una céra) vorrebbe senza dubbio dire che il giovanotto l’à sogguardata con interesse lodandone silenziosamente grazie ed avvenenza. La cosa in italiano esigerebbe l’espressione Quel giovanotto mi à fatto una bella o buona céra! che chiarisse la portata della guardata.
Giunti qui possiamo ricordare che il s.vo f.le napoletano cèra fa parte di quei tanti altri termini nati napoletani (ammuina/o,camorra, guaglione, scugnizzo,sfogliatella, vongola etc. e loro derivati) e poi pervenuti ed accolti nella lingua nazionale, sebbene nella fattispecie il s.vo originario cèra è stato accolto nell’olimpo dell’italiano con – mi ripeto uno stupido, inutile,erroneo, scorretto cambiamento della vocale tonica che da è è divenuta é producendo un risibile céra di cui non si avvertiva la necessità in quanto questo céra di significato analogo al napoletano cèra ( aspetto, espressione del viso: avere una buona, una cattiva céra, apparire in buona, in cattiva salute; far buona, cattiva céra, fare buona, cattiva accoglienza) risulta essere omofono ed omografo di altro s.vo céra (nome generico di sostanze plastiche, fusibili a basse temperature, di origine animale o vegetale, costituite da esteri di acidi grassi con alcoli; in partic., la secrezione giallo-bruna delle ghiandole addominali delle api, con cui esse costruiscono i favi e che è usata per fabbricare candele, come impermeabilizzante, in farmacia, in cosmetica ecc.)a che pro cambiar l’accento tonico della parola cèra che evita di per sé confusione con il s.vo céra or ora illustrato che etimologicamente è dal lat. círa(m), avvicinabile al gr. kírós.
Diversa è l’etimologia della napoletana cèra che è dal gr. kára 'testa, faccia' che à anche generato il fr. ant. chiere.
In chiusura rammento che sarò grato a chi riuscisse convincentemente a spiegarmi il senso di taluni adattamenti operati dall’italiano che si arroga il diritto di mutare aperte vocali etimologiche per sostituirle con le corrispondenti chiuse nel provinciale convincimento che una vocale chiusa (é) sia piú consona alla elegante (?) lingua di Alighieri Dante
della corrispondente aperta (è) come càpita ad es. anche con il s.vo nap. fessaria= sciocchezza, stupidata, donde la toscana fesséria di significato analogo, dove il toscano trasforma senza motivo una a etimologica ( fessaria è un derivato di fessa) per adottare una piú chiusa e ( e l’originaria fessaria vien trasformata in fesseria.
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amica T.M., interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori ed incuriosito chi dovesse leggere queste paginette.
Satis est.
Raffaele Bracale

BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni

BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni

L’idea di vergare queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe docente) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati dei termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità della sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine o il differente campo d’applicazione in cui i termini andrebbero usati; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico P. G. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
bagattella, s.vo f.le1 in primis (ant.) gioco di bussolotti | gioco simile al biliardo.2 poi per traslato cosa da nulla, inezia, bazzecola
3 (mus.) componimento musicale da camera di struttura semplice e di breve durata: le bagattelle di Beethoven
etimologicamente dal lat. mediev. bagadellus 'di Bagdad'dove pare fosse stato ideato il giuoco;
bazzecola, s.vo f.le 1 cosa da nulla, di poco conto; inezia: costa una bazzecola!. 2 poi per traslato, ma impreciso ciarpame, paccottiglia,etc. etimologicamente da raccostarsi al persiano bazzem = cose futili e nessun pregio;
cianfrusaglia, s.vo f.le coll. Cosa minuta e senza valore; nel plur., e anche nel sing. collettivo, insieme disparato di oggetti minuti e di nessun valore: un armadio, un cassetto, un negozio pieno di cianfrusaglie. etimologicamente dall’agglutinazione di cian(cia)voce onomatopeica e frusaglia per fruscolo voce dal lat. tardo frustulu(m) 'pezzetto'
chincaglieria, s.vo f.le
1 spec. pl. piccolo oggetto ornamentale; ninnolo grazioso, ma non prezioso;
voce usata impropriamente quale sinonimo di cianfrusaglia
2 negozio in cui si vendono tali oggetti ornamentali.
etimologicamente dal fr. quincaillerie;

carabattola, s.vo f.le
1 spec. pl. oggetto, masserizia di poco pregio; scarabattola: le povere carabattole avevano enfiato le valigie (GADDA)
2 (fig.,ma impropriamente) bagattella, bazzecola, cianfrusaglia.
etimologicamente dal lat. grabatu(m) 'lettuccio', termine contenuto nel racconto evangelico della guarigione del paralitico (tolle grabatum tuum et ambula 'prendi il tuo lettuccio e cammina', MARCO II, 9)

ciarpame, s.vo m.lecoll.vo
1insieme di roba inservibile o di poco pregio | 2 (fig.ma impropriamente) Cosa minuta e senza valore;
3 (fig. lett.) parole, sentimenti frusti, bolsi, di cattivo gusto: il ciarpame floscio della viltà (D'ANNUNZIO).
etimologicamente, per epitesi espressiva (me) dal fr. echarpe→(e)charpe+me→ciarpame;
minutaglia, s.vo f.le coll.
1 insieme di cose minute
2 cose di scarso valore (pretestuosamente anche fig.): un baule pieno di minutaglie; sprecar tempo in minutaglie
3 assortimento di piccoli pesci per frittura.
etimologicamente dal dal Lat. tardo minutalia, neutro pl. sost. dell'agg. minutalis 'piccolo, meschino', deriv. di minutus 'minuto1';

paccottiglia s.vo f.le vedi ultra sub paccuttiglia.



Come mi pare d’aver chiarito v’è una graduazione tra i varî termini esaminati e diverso il loro campo d’applicazione e perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità delle sensazioni provatesenza fare di ogni erba un fascio o per dirla piú icasticamente senza mischiare lana con seta o carne con pesce...
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne sono al corrente, se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti,che d’altra parte non ànno gran voglia o bisogno di apprendere atteso che usano per comunicare non piú l’italiano, ma spesso lingue straniere, linguaggi da iniziati, gerghi, slang o argot e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma, vada come vada, completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione:
cerenfruscolo s.vo m.le quisquilia, cosuccia, cosa da nulla; voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza e per estensione ed ampliamento semantico, in quello di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio e cicerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose nonché alle minuzie e/o sciocchezze;

frascaría s.vo f.le in primis frottola, menzogna, panzana, balla, palla per traslato (semanticamente spiegato con il fatto che ad una frottola, menzogna, panzana, balla, palla non si deve prestar fede) bagattella, minuzia, sciocchezza,, nonnulla, quisquilia cui non dar alcun peso; etimologicamente la voce è da collegarsi al significato traslato di frasca che quale fronda, foglie agitate dal vento nel verbo derivato frascheggiare prende il significato sia di rumoreggiare, che di raccontar frottole, sciocchezze.A sua volta la voce frasca è da un basso lat. frasca
‘gnotula/’gnotularía, s.vo f.le bagattella, minuzia, nonnulla, quisquilia. cosa di poco conto ed ancóra estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione non chiara ed inutile etc. voce dalla doppia morfologia, ma dall’identico significato; etimologicamente nella prima forma ‘gnotula è dal lat. ignotus→(i)gnot(us)→’gnotula con influenza del lat. inutilis addizionato del suffisso diminutivo neutro plurale, poi inteso femminile ula; nella seconda forma all’iniziale ‘gnotula è stato aggiunto il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione;
bavattella s.vo f.le 1 cosa da nulla, di nessuna importanza; sciocchezza, bazzecola; 2cosa di poco conto, inezia ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante; etimologicamente è voce dal fr. bagatelle; normale nel napoletano il metaplasmo g→v cfr. gallo→vallo, gallina→vallina, volpe→golpe, gonnella→vunnella etc.
míngule s.vo m.le pl. di míngulo 1 in primis fronzolo, sciocchezzuola da donne ; per traslato sciocchezza, bazzecola, moina da innamorati etimologicamente voce dal lat. mica con suffisso diminutivo ulo/ule che continua il lat. olu(m) edepentesi eufonica della consonante nasale dentale (n);
‘ntingúle s.vo m.lepl. di ‘ntingúlo di per sé sugo, salsa, condimento, ma per traslatosinonimo della voce precedente cui semanticamente si accosta per il fatto che fronzoli, bazzecole,moine da donne e/o innamorati sono untuosi, grassi melliflui; etimologicamente è voce deverbale di intingere ( Dal lat. intingere, comp. di in- e tingere 'tingere, bagnare'), ma la morfologia del vocabolo è stata marcata per bisticcio ed allitterazione sulla voce precedente in unione della quale è quasi affatto usato (míngule e ‘ntingule = moine, bazzecole); gnaste/’nchiaste = s.vi m.li pl. di gnasto/’nchiasto = in primis empiastro; poi anche sciocchezza nonnulla, ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante, ed anche persona petulante; per il vero si tratta d’un unico sostantivo rappresentato in doppia morfologia di cui la seconda ‘nchiasto fu quella originaria e di partenza, mentre l’altra gnasto ne fu e ne è solo un adattamento del parlato con
1)metatesi accompagnato dal passaggio dalla affricata palatale sorda (c) alla corrispondente sonora (g) (‘nc→’ng→gn),
2)sincope della consonante diacritica (h) resa inutile dalla metatesi,
3)semplificazione del dittongo (ia→a);
etimologicamente la voce ‘nchiasto (poi gnasto) è una derivazione dal lat. emplastru(m) (marcato sul greco émplastrom)con il seguente percorso morfologico:emplastrum→(e)mplast(r)u(m)→mplastu(m)→’nchiasto (con consueto passaggio del gruppo pl a chi + vocale (cfr. cfr. platea→chiazza – plus→cchiú – plangere/planctum→chiagnere/chianto – plenam→chiena etc.) e valse in primis empiastro,fastidio ed a seguire per traslato piccola enfiagione,minuscola lividura ed ancóra sempre per traslato soprattutto come diminutivo ‘nchiastillo/gnastillo riferito ad oggetto valse cosa da nulla, sciocchezzuola, mentre riferito a persona di genere maschile bassa di statura valse omuncolo,omino, nanerottolo; declinato al femminile ‘nchiastella/gnastella valse donna petulante e fastidiosa; infine sempre nella forma m.le ‘nchiastillo/gnastillo identificò i nei posticci che le donne e/o i bellimbusti del ‘700 si dipingevano o applicavano sul viso.
‘nchiastaría s.vo f.le sinonimo della voce precedente, ma letteralmente l’essenza della sciocchezzuola dell’ inezia, l’essere fastidioso, noioso, petulante etimologicamente dalla radice ‘nchiast(o) dal lat. emplastru(m) addizionata del suffisso tonico di pertinenza dei nomi astratti aría;
mbroglie s.vo f.le etimologicamente dal
perecoglie s.vo f.le etimologicamente dal
paccuttiglia s.vo f.le
1 un tempo, piccola quantità di merce che ogni membro dell'equipaggio di una nave era autorizzato a trasportare ed eventualmente a commerciare in proprio: diritto, contratto di paccottiglia
2 (estens.) insieme di cose di poco valore e di cattivo gusto; merce scadente, fondo di magazzino.
etimologicamente dal fr. pacotille, che è dallo sp. pacotilla, a sua volta dall'ol. pak; trattasi in ogni caso di voce d’origine napoletana trasmigrata poi nell’italiano come paccottiglia nei medesimi significati.

vrennaría s.vo f.le sciocchezza, bagatella, cosa insignificante, quasi residuale di fatti piú serî tal quale la crusca (vrenna) che residua dopo d’aver abburattato la farina. etimologicamente è voce costruita sul s.vo vrenna (crusca) con il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione ; vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska.
scartapella s.vo f.le in primis carabattola, masserizia di nussun conto, vecchia, sciupata e mal messa tale da poter esser tranquillamente messa da parte; per estensione piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa inutile di cui liberarsi
etimologicamente dallo spagnolo cartapel = carta, scritto inutile
• zavanella s.vo f.le in primis nastrino, fiocco, legaccio logoro, frusto, sdrucito, vecchio tale da non poter esser piú utilizzato; per estensione inezia, piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa di poco o nessun pregio, inutile di cui non curarsi. etimologicamente voce collaterale nel parlato di zagarella/zaganella dall’arabo zahar con tipico adattamento morfologico g→v.
E con questo penso proprio d’avere esaurito l’argomento e d’avere convinto e forse contentato l’amico P.G., ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale

CAPUZZIELLO

CAPUZZIELLO

Anche questa volta raccolgo una richiesta del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che mi à sollecitato a parlare della voce in epigrafe udita dalla bocca di alcuni ragazzi ed indirizzata ad uno di essi che teneva un atteggiamento prepotente, arrogante,sgarbato, tracotante protervo, insolente, impudente, sfrontato; l’amico m’à chiesto di analizzarla compiutamente chiarendone significato e portata, atteso che l’amico mi à riferito d’ averla invano cercata su alcuni calepini del napoletano che ànno il torto d’esser compilati attingendo soltanto negli scritti dei classici e non anche nel vivo parlato.
Comincio súbito con il confermare che questa significativa voce napoletana è difficilmente riscontrabile sui
dizionari in uso, poi che questi in genere sono colpevolmente compilati attingendo non anche al parlar popolare, ma soltanto a gli scritti soprattutto classici e, nella fattispecie nussun classico à mai usato il termine capuzziello in alcuna delle sue accezioni; mi arrogo perciò (contendando l’amico N.C. ed interessando, spero!, qualcuno dei miei ventiquattro lettori) il merito di parlarne io per il primo dicendo che la voce a margine significa quale s.vo m.le 1piccola gugliata es: 'nu capuzziello 'e cuttone, ‘nu capuzziello ‘e spavo(una piccola gugliata di filo, di spago); in tale accezione etimologicamente è voce formata addizionando al termine capo/a il doppio suffisso diminutivo uzzo ed iello: uzzo è un collaterale di uccio suffisso che continua il lat. -uceu(m) e serve a formare diminutivi di sostantivi e aggettivi, con valore sia dispregiativo sia vezzeggiativo; mentre iello←ĕllo è un suffisso alterativo di sostantivi e aggettivi, con valore diminutivo e spesso vezzeggiativo (mariunciello, sciummetiello) il termine capo/a è usato in napoletano sia per indicare la parte del corpo umano unita al torace dal collo e in cui ànno sede gli organi che governano le facoltà intellettive e la vita sensitiva ed in senso piú ristretto, la zona del cranio rivestita di capelli, sia per indicare chi esercita un comando o dirige imprese, attività sia ancóra (estens.) chi à un ruolo preminente o esercita una funzione direttiva, godendo di particolare prestigio e autorevolezza, ma è pue usato per indicare una gugliata di cotone,di spago, di filo, di refe o anche un rocchio di salsiccia (‘nu capo ‘e cuttone, ‘nu capo ‘e saciccia o ‘na capa ‘e saciccia) e viene usato in tale accezione perché allorché una gugliata di cotone,di spago, di filo venga staccata dal suo gomitolo o rocchetto di pertinenza, ecco che la successiva gugliata si troverà all’inizio, al capo del gomitolo o rocchetto; ugual cosa capita con la salsiccia che è un trito di carne di suina aromatizzato ed insaccato in un budello lungo tra i 40 ed i 50 cm.; tale lunga salsiccia viene poi divisa in porzioni (rocchi) mediante successive legature; poiché quando dalla salsiccia cosí suddivisa ne viene staccato un pezzo (rocchio) il successivo si troverà comunque sempre in testa, in capo alla salsiccia residua, ecco che in napoletano il rocchio italiano si dice capo o capa ‘e saciccia;
la voce in esame significa altresí come nel caso che ci occupa quale agg.vo o sost.vo persona arrogante e prepotente dall'aria e modi
guappeschi ma in tale accezione è voce derivata dal s.vo capoccio/a (s.vo m.le 1 capo di una famiglia di contadini;
2 sorvegliante di una squadra di lavoranti, di pastori o di vaccari;3 ( furbescamente) chi fa da capo, da guida anche in azioni delittuose o criminase;4 (scherzosamente) il capo di casa; voce derivata da capo); la morfologia seguíta per giungere a capuzziello, partendo da capoccio è stata: capoccio→capozzo→capuzzo addizionato del solito suffisso diminutivo masch.: iello.
E cosí penso d’avere esaurito l’argomento, contentato l’amico N.C. ed interessato qualcuno dei miei soliti ventiquattro lettori. Faccio perciò punto fermo; satis est.
Raffaele Bracale

venerdì 28 gennaio 2011

CIUCCIO - ASINO

CIUCCIO - ASINO
Per la voce napoletana a margine: ciuccio = asino s. m. quadrupede domestico da tiro, da sella e da soma, con testa grande, orecchie lunghe e diritte, mantello grigio e un fiocco di peli all'estremità della coda, ritenuto paziente e cocciuto nonché (ma non se ne intende il perché) ignorante;ancóra piú strano e non comprensibile il collegamento semantico che se fa a stupido, sciocco e credulone; varie sono le proposte circa l’origine della parola :chi dal lat. cicur= mansuefatto domestico; chi dal lat. *cillus da collegare al greco kíllos= asino; chi dallo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi che non mi convincono molto; e segnatamente non mi convince quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, a malgrado che sia ipotesi che appaia semanticamente perseguibile. Non mi convincono altresí, in quanto m’appaiono forzate, l’idee che il napoletano ciuccio sia da collegare o all’italiano ciuco o all’italiano ciocco. Vediamo: il ciuco della lingua italiana è sí l’asino ma nessuno spiega la eventuale strada morfologica seguita per giungere a ciuccio partendo da ciuco; d’altro canto non amo qui come altrove quelle etimologie spiegate sbrigativamente con il dire: voce onomatopeica oppure origine espressiva; ed in effetti la voce italiana ciuco etimologicamente non viene spiegata se non con un inconferente origine espressiva; allo stato delle cose mi pare piú perseguibile l’idea che sia l’italiano ciuco a derivare dal napoletano ciuc(ci)o anziché il contrario. Men che meno poi mi solletica l’idea che ciuccio possa derivare dall’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante e dunque asino. No, no la strada semantica seguita è bizantina ed arzigogolata: la escludo!
In conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che la voce ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare che è il verso proprio dell’asino, secondo il seguente percorso morfologico: (s)ciach→ciuch→ciuccio; rammento che in siciliano l’asino è detto sceccu con evidente derivazione dalla medesima radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare.
E mi fermo qui, augurandomi di non aver detto eccessive asinerie!
Raffaele Bracale

SCERUPPO, SCERUPPÀ E DINTORNI

SCERUPPO, SCERUPPÀ E DINTORNI
Cominciamo col dire súbito che nella parlata napoletana la voce sceruppo (con derivazione dal latino medievale sirupu(m), se non dall’arabo sharûb= bevanda dolce) normalmente indica le voci italiane sciroppo, sciloppo o siroppo per significare una soluzione molto concentrata di zucchero in acqua o in succhi di frutta che viene impiegata nella fabbricazione di bibite o in farmaceutica, per preparazioni medicinali, allo scopo di rendere piú gradevole il sapore del principio attivo:es.: sciroppo per la tosse etc.
Donde si evince che la voce sceruppo di suo indica una cosa gradevole al palato, un giulebbe: qualcosa di molto zuccheroso ed aromatico, insaporito con succo di frutta o infuso di fiori, ed estensivamente un cibo o piú spesso una bevanda molto dolce; allo stesso modo il verbo denominale sceruppà come significato primario indica l’azione di conservare frutta ed altro in uno liquido molto zuccheroso ed aromatico, variamente profumato ed insaporito.
Le cose cambiano, e di molto, quando dal significato primario si passa a quello ironico se non addirittura antifrastico, allorché cioè la voce sceruppo lungi dal significare bevanda zuccherosa ed aromatica vale: cosa o persona fastidiosa, nociva o anche situazione dannosa o pericolosa soprattutto nelle espressioni esclamative del tipo vi’ che sceruppo! oppure siente, sie’ che sceruppo! o anche siente, sie’ che sceruppo ‘e ceveze! che letteralmente valgono guarda che sciroppo! oppure senti che sciroppo! o anche senti che sciroppo di gelse!
È ovvio che i verbi guardare e sentire non vanno intesi nel loro senso reale, ma in quelli estensivi di porre attenzione, considerare etc. volendo dire di una persona o situazione fastidiosa quando non nociva o dannosa: osserva, oppure considera quanto ciò o costui/costei è fastidioso/a, nocivo/a, dannoso/a; e per significare tutto ciò, in napoletano basta usare l’esclamazione: siente che sceruppo! esclamazione che poi si colora di maggior grevezza e/o fastidio se si aggiunge uno specificativo: siente che sceruppo ‘e ceveze!, atteso che lo sciroppo di gelse, benché odorosissimo è grandemente appiccicoso, risultando molestamente importuno, di cui sarebbe difficile liberarsi e/o nettarsi se qualcuno se ne imbrattasse mani o abiti…; si usa però l’esclamazione siente che sceruppo! nel senso ironico suddetto non necessariamente in presenza di grave danno o pericolo, ma anche soltanto per bollare il fastidioso comportamento di talune persone,uomini o donne, ma piú spesso donne che usano berciare, blaterare, litigare alzando i toni etc.
Ciò premesso rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.
Ed ora, quasi al termine mi piace illustrare un’ icastica frase in uso a Napoli forgiata col verbo sceruppà; essa recita sceruppà ‘nu strunzo e vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco e ciò sia che lo si faccia di propria sponte, sia che avvenga su sollecitazione del diretto interessato e la cosa vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso, pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate ed invece in realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa valentía in virtú della quale s’aspetta ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza, boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.
Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia impossibile da farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!
In chiusura riepiloghiamo l’etimo di varie voci incontrate:
sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m) che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce;
sceruppà = sciroppare denominale del precedente;
ceveze =plurale di ceveza/ceuza = gelsa, il frutto del gelso: albero con piccoli frutti commestibili, dolci, di colore nero o bianco (more) e foglie cuoriformi, di cui si nutrono i bachi da seta (fam. Moracee); l’etimo delle napoletane cèveza/cèuza è dall’ acc.vo latino (arborem) celsa(m)=albero alto; da cèlsa→*celza con successivo passaggio di lz ad uz per cui si ottenne cèuza e successiva epentesi eufonica del suono v tra la è tonica e la u evanescente fino ad ottenere cèvuza o cèveza. Ricorderò che ad oggi a Napoli città la voce usata da tutti (borghesi e/o popolani) è cèveza, mentre nel contado provinciale è piú facile trovare ancòra l’antica voce cèuza ;
vi’ = vedi; forma apocopata di vide voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito vedé=vedere o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito vedé=vedere con etimo dal basso lat. *videre per il classico vidíre;
siente /sie’=senti;sie’ non è che la forma apocopata di siente=senti voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito sentí=sentire, udire o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito sentí=sentire, udire e qui porre attenzione con etimo dal basso latino sentire;
ciuccio = asino, ciuco soprattutto nel significato di ignorante; non di facile lettura l’etimologia di ciuccio; c’è chi opta per il lat. cicur= mansuefatto domestico, chi per il lat. cillus da collegare al greco kíllos asino chi per lo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi e segnatamente quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, ipotesi che per l’asperità del cammino morfologico, se non semantico non mi convincono molto;non mi convince altresí, in quanto m’appare forzata, l’idea che il napoletano ciuccio sia da collegare all’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante ed in conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice dell’arabo sciach-arà= ragliare che è il verso proprio dell’asino;rammenterò che dalla medesima radice nasce sceccu che è il nome in siciliano dell’asino.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
píreto =peto, emissione rumorosa di gas intestinale con etimo dal lat. peditu(m), deriv. di pedere 'fare peti'; da notare nella voce napoletana la consueta chiusura della sillaba tonica d’avvio donde pe passa a pi oltre la tipica alternanza osco mediterranea di d/r mentre la vocale postonica i s’apre diventando e ma di timbro evanescvente;
annasprato=coperto di naspro voce verbale part. pass. masch. sing. aggettivato dell’infinito *annasprà=coprire di naspro;
la voce naspro ed il conseguente denominale *annasprà (a quel che ò potuto indagare) sono espressioni in origine del linguaggio regionale della Lucania, poi trasferitosi in altre regioni meridionali (Campania, Calabria, Puglia) ed è difficile trovarne un esatto corrispettivo nella lingua nazionale; si può tentare di tradurre naspro con il termine glassa atteso che nel linguaggio dei dolcieri meridionali la voce naspro indicò ed ancóra indica una spessa glassa zuccherina variamente aromatizzata e talora colorata usata per ricoprire in origine dei biscotti dall’impasto abbastanza semplice o povero; in sèguito si usò il naspro colorato per ricoprire delle torte dolci e segnatamente quelle nuziali con un naspro rigorosamente bianco; a Napoli non vi fu festa nuziale che non si concludesse con un sacramentale gattò mariaggio coperto di spessa glassa zuccherina bianca: la voce gattò mariaggio nel significato di torta del matrimonio fu dal francese gâteau (de) mariage.
Per ciò che riguarda l’etimo della voce naspro, non trattandosi di voce originaria partenopea, né della lingua nazionale (dove risulta sconosciuta), ma – come ò detto – del linguaggio lucano mi limito a riferire l’ipotesi della coppia Cortelazzo/Marcato che pensarono ad un greco àspros=bianco, ipotesi che poco mi convince in quanto morfologicamente non chiarisce l’origine della n d’avvio che certamente non à origini eufoniche; penso di poter a proporre una mia ipotesi peraltro non supportata da nessun riscontro; l’ipotesi che formulo è che trattandosi di una preparazione molto dolce per naspro si potrebbe pensare ad un latino (no)nasperum→nasperum→naspro, piuttosto che ad un (n?)àspros. Spero di non essermi macchiato di lesa maestà! Del resto in tale non convincimento, sono in ottima compagnia: anche l'amico prof. Carlo Iandolo non si disse soddisfatto dell'ipotesi Cortelazzo/Marcato e trovò (ma spero non lo abbia fatto per mera amicizia...) piú perseguibile la mia idea.
E qui faccio punto.
Raffaele Bracale