IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE,RUBARE
Questa volta tento una piú o meno esauriente elencazione dei verbi partenopei che rendono quelli rammentati in epigrafe; prima di cominciare rammenterò la derivazione dei verbi toscani:
imbrogliare verbo transitivo che vale: ingannare, confondere, intrigare, avviluppare per modo che l’ingannato, il confuso, l’avviluppato è quasi impossibilitato a venir fuori dalla situazione fonte del suo inviluppo; etimologicamente
imbrogliare è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde. Non dissimile la strada di abbindolare: propriamente far matassa sul bindolo e metaforicamente ingannare etc. come per imbrogliare; etimologicamente il bindolo (da cui il verbo abbindolare) è un diminutivo del tedesco winde che originariamente fu una macchina che girata da un cavallo serviva per attingere acqua, e poi un molto piú piccolo arnese su cui ammatassar filati; alquanto diverso il verbo
ingannare v. tr.
1 operare con frode e malizia ai danni di qualcuno: ingannare il prossimo; ingannare il marito, la moglie, tradire | indurre, trarre in errore (anche assol.): ingannare l'avversario con una finta; l'apparenza inganna
2 deludere: ingannare le speranze, la fiducia di qualcuno | eludere: ingannare la vigilanza
3 (fig.) rendere meno gravosa una situazione o una sensazione spiacevole: chiacchierare per ingannare l'attesa; fumare per ingannare il tempo; cercava di distrarsi per ingannare la fame ||| ingannarsi v. intr. pron. cadere, essere in errore; giudicare erroneamente: ingannarsi sul conto di qualcuno; se non mi inganno, sta per scoppiare un temporale. Per l’etimo occorre riferirsi ad un lat. tardo ingannare, da gannire 'mugolare' e poi anche 'scherzare', con cambio di coniugazione; ed altresí diverso è il verbo
intrigare v. tr.
1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) turbare, imbarazzare: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA)
3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore ||| v. intr. [aus. avere] darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina ||| intrigarsi v. rifl. intromettersi in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; impelagarsi: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) impicciarsi, immischiarsi: intrigarsi dei, nei fatti degli altri. Etimologicamente intrigare è una variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- illativo e un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli') variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer.
Rubare v. tr.
1 appropriarsi in modo illecito di beni altrui; sottrarre ad altri qualcosa, spec. con l'astuzia o con la frode (anche assol.): rubare il portafoglio a qualcuno; mi ànno rubato l'automobile; essere sorpreso a rubare | detto di animale: il gatto à rubato la salsiccia; l'anello della regina fu rubato dalla gazza | rubare lo stipendio, percepirlo senza meritarselo | rubare sulla spesa, sul prezzo, sul peso, aumentarli indebitamente ' rubare a man salva, senza misura
2 (fig.) sottrarre, portar via quanto appartiene ad altri: à rubato il fidanzato all'amica; rubare l'affetto di una persona | rubare un'idea, metterla in opera spacciandola per propria | rubare il tempo a qualcuno, farglielo perdere | rubare ore al sonno, al riposo, dormire, riposare meno del necessario | rubare il mestiere a qualcuno, fare indebitamente o inopportunamente ciò che compete ad altri | rubare il posto a qualcuno, soppiantarlo in quel posto | rubare qualcosa con gli occhi, mostrare di desiderarla molto ' rubare la vista, si dice di edificio che si innalza davanti a un altro, riducendo di molto la vista che si godeva da quest'ultimo ||| rubarsi v. rifl. rec. contendersi: le amiche si rubavano la sposa.
Ciò detto veniamo ai verbi napoletani che, senza eccessive o particolari differenze, indicano tutti (con la sole eccezioni dei numerosi verbi che indicano esattamente il rubare e di cui dirò in coda) indicano tutti le azioni tese a confondere, ingannare, avviluppare etc.:
- arravuglià: in primis avvolgere e per estensione semantica raggirare, imbrogliare,sottrarre da un basso latino ad-revoljare iterativo del classico volvere; da notare la consueta assimilazione regressiva della d con la successiva r;
rammento qui quale deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensivamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus, nacque come espressione irriverentemente furbesca, in ambito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche;
- attrappulià e attrappià che nel significato di tender trappole e dunque ingannare sono dallo spagnolo atrapar forgiato su trampa poi trappa e infine trappola = lacciuolo; ambedue i verbi a margine in senso piú esteso significano rubare, involare.
- cabbulïà v. tr. tramare, raggirare, quanto all’etimo è un denominale di cabbala s.vo f.le = cabala (dall'ebr. qabbalah, propr. 'dottrina ricevuta, tradizione')
1 (relig.) l'insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell'ebraismo, la cui diffusione ebbe origine nel sec. XII nella Francia merid. e nella Spagna
2 arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto
3 (fig.come nel caso che ci occupa ) intrigo, raggiro, macchinazione.
- cuficchià che vale: imbrogliare, intrigare e con significato piú circoscritto tradire la propria consorte; il verbo è un denominale di cufecchia/cofecchia s.vo fle derivato dall’agg.vo greco kóbalos (furbo, imbroglione) per il tramite di un neutro pl. poi inteso fle sg. *kobalíc(u)la→*kofecchia con tipica alternanza b→f di fondo osco;
- fóttere: che è dal basso latino futtere per il classico futuere e che di per sé sta per: possedere carnalmente e metaforicamente imbrogliare e raggirare azioni che contengono l’idea del possesso dell’altrui mente, correlativamente al possesso del corpo altrui espresso dall’atto sessuale; analogo possesso rifacentesi al coire è contenuto nei due successivi verbi che sono:
- frecà: che è dal latino fricare = strofinare, quale quello dei corpi durante il coito;
- fruculià: ci troviamo anche qui nel medesimo ambito del verbo precedente e dell’azione che esso connota in primis; del resto etimologicamente fruculià è dal basso latino fruculjare frequentativo di fricare;
- lefrechïà/ refrechïà che è il vero e proprio raggirare, attraverso la proposizione di cavilli, sofismi, pretesti, scuse id est con intrighi, sotterfugi ed affini al fine di imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente è un verbo denominale del s.vo f.le lefreca/refreca (in primis:pezzetto, minuzia, inezia e poi: cavillo, pretesto, sofisma, scusa); lefreca/refreca è un deverbale del lat. *refricare iterativo di fricare
- ‘mbruglià: evidente adattamento dialettale del nazionale imbrogliare cui, per l’etimo, rinvio;
- ‘mballà: letteralmente corrisponde al nazionale: mettere nel sacco e dunque avviluppare, raggirare, confondere, tener costretto; etimologicamente è voce che è pervenuta nel napoletano attraverso il francese emballer alla medesima stregua del toscano imballare che però à conservato il solo significato di mettere in balle, mentre il napoletano ne à dato anche quello estensivo di inviluppare mentalmente;
- ‘mpacchià: letteralmente: insozzare, macchiare ed estensivamente poi tutti i significati rammentati di azioni tese all’inganno, all’imbroglio, alla confusione;etimologicamente il verbo ‘mpacchià è un denominale del lemma pacchio/a (cibo generico, ma segnatamente abbondante, quello che può comportare di macchiarsi, insozzare) da un latino patulum onde pat’lum → pàclum → pacchio;
- ‘mpapucchià: che è di medesima portata del precedente, sia come significato di partenza che come sviluppo semantico; etimologicamente se ne differenza in quanto il precedente ‘mpacchià fa riferimento – come visto – a pacchio/a, ‘mpapucchià è invece da collegarsi ad un in + papocchia che è la pappa molliccia, brodosa (ben atta ad insudiciare) e per traslato l’intrigo, l’imbroglio; etimologicamente papocchia è, attraverso il suffisso occhia, il dispregiativo d’un latino papa che indicò appunto la pappa per i pargoli;
- ‘mprecà: che è il vero e proprio raggirare, attraverso le piú varie strade con intrighi, sotterfugi ed affini e dunque anche il piú generico imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente non è aggiustamento del toscano imprecare che proveniente dal latino in + precari stava per invocare, rivolger preghiere(e solo in senso antifrastico, diventato poi senso principale: lanciare insulti) cose ben diverse dal raggirare; in realtà ‘mprecà è sistemazione dialettale dal catalano in +bregar da cui anche il toscano brigare: ingegnarsi d’ottenere qualcosa con raggiri, cabale e peggio, di identica portata del napoletano ‘mprecà;
- ‘mpruzà o ‘mprusà: letteralmente le due diverse grafie del medesimo verbo, starebbero per sodomizzare e solo per traslato, come per i precedenti: fottere,frecà e fruculià vale ingannare, imbrogliare, raggirare; in effetti il verbo, d’origine gergale, è forgiato da un in illativo + la parola proso che appunto, nella c.d. parlesia (gergo dei suonatori ambulanti e/o posteggiatori), è la parola che indica il culo e dunque letteralmente ‘mprusà o ‘mpruzà è l’andare in culo e per traslato l’ingannare, l’imbrogliare, il raggirare etc; sulla medesima parola proso è forgiato il termine ‘mprusatura o ‘mpruzatura e con alternanza p b anche ‘mbrusatura o ‘mbruzatura che sono esattamente il raggiro, l’imbroglio, l’inganno;
- ‘mpasturà: letteralmente: truffare in una vendita e piú in generale nei significati in epigrafe; etimologicamente il verbo napoletano è sistimazione dialettale del toscano impastoiare (metter pastoie (dal tardo latino pastoria(m) ed il napoletano, rispetto all’italiano che appunto à pastoia à conservato la erre di ‘mpasturà), intralci,impedimenti;
- ‘nfunucchià: che letteralmente è infinocchiare, imbrogliare tentando di far apparir buono o gustoso, ciò che buono o gustoso non sia: anticamente gli osti che servivano ai propri avventori un vino non troppo buono, erano soliti presentarlo, accompagnato con del finocchio fresco, finocchio che à tra le sue qualità quella di migliorare il gusto di taluni cibi e/o bevande assunti dopo d’aver mangiato il finocchio; invalse cosí l’uso di aggiungere a molte preparazioni culinarie, per migliorarne il sapore, del finocchio, specialmente selvatico, sotto forma o di barbe o di semi e nel parlato comune si disse in italiano: infinocchiare ed in napoletano: ‘nfunucchià , questa sorta di imbroglio;
- ‘ntapecà: letteralmente: macchinare, tramare e perciò ingannare, imbrogliare; il verbo è un denominale di ‘ntapeca: macchinazione, trama; detta voce, cosí come il verbo che se ne è ricavato sono da un antico italiano: antapòcha voce forense da un identico tardo latino che richiama altresí un greco antapochè usato per indicare una nuova, valida scrittura che ne revochi un’ altra per quanto di per sé valida (e dunque sorta di inganno, raggiro);
-ntrammià letteralmente: macchinare,ordire, tesser trame e perciò ingannare; il verbo è un denominale di tramma(dal lat. trama(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale (m) e protesi di una n eufonica che non necessita d’aferisi) trama/tramma : s. f.
1 il complesso dei fili che, intrecciati perpendicolarmente con l'ordito, formano il tessuto
2 (fig.come nel caso che ci occupa) macchinazione, intrigo: ordire, scoprire una trama
3 (fig.) l'insieme delle vicende che costituiscono lo svolgimento di un racconto, un romanzo, un'opera teatrale, un film ecc.: una trama avvincente, semplice, complicata
4 (sport) serie di azioni di gioco ben coordinate compiute da una squadra. macchinazione, trama
Percaccià v. trans. letteralmente: procacciare, fare in modo di avere di ottenere, di procurare qualcosa, ma ordendo o tessendo trame e perciò ingannando ;etimologicamente il verbo a margine è formato dalla preposizione lat. pro (a favore, a vantaggio) e dall’infinito cacciare (dal lat. *captiare, der. di capĕre «prendere»);
pupà v. trans. verbo antico (registrato però dal solo Andreoli;inopinatamente manca nel D’Ambra) ed abbondantemente desueto; probabilmente fu d’uso gergale tra i ladri; letteralmente: ingannare, abbindolare, raggirare, truffare, giocare, circuire,trattare da bambino/a; per estensione semantica rubare, frodare, fregare con facilità cosa estremamente agevole se operata nei confronti d’un minore; etimologicamente denominale del lat. pupa= fanciulla;
- trappulià: letteralmente porre trappole (ad un dipresso come il precedente ‘mpasturà ; il verbo trappulià nel napoletano v’è giunto attraverso lo spagnolo atrapar che è propriamente porre inganni, impedimenti per far cadere; (vedi il prec. Attrappulià);
- Trastulià che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi ed estensivamente ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano sia un adattamento del toscano trastullare; non è così, però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva trastulante passato in seguito a definire l’imbroglione tout cour, ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti;
- Zannià: verbo che si riallaccia, come origine, agli antichi giochi e trucchi dei saltimbanchi, figurazioni di ben piú dolorosi e gravi inganni e trucchi perpetrati in danno degli adulti; il verbo sta quasi per: comportarsi da zanni(o Giovanni di cui è diminutivo) che fu l’antico servo della commedia dell’arte e delle rappresentazioni popolari, aduso a compier a suo pro inganni, trucchi ed imbrogli.
Come ò accennato elenco infine ed esamino tutti quei numerosi verbi napoletani che rendono il rubare dell’italiano; abbiamo:
arrubbà v. tr. = rubare in tutti i medesimi significati del corrispondente verbo italiano, ma sarebbe fallace pensare che il verbo napoletano sia stato marcato sull’italiano rubare (che etimologicamente è dal germ. raubon) ; in realtà il verbo partenopeo à un diverso etimo di quello italiano risultando essere un denominale di robba (roba)(dal tedesco rauba =bottino,preda) attraverso un ad→ar per assimilazione regressiva + robba = adrobba→arrobba→arrobbare→arrubbare/arrubbà= darsi al bottino, alla preda;
accrastà v. tr. = agguantare,rapinare, sopraffare violentemente; etimologicamente da un lat.parlato *ad-crastare metatesi d’un classico castrare= tagliare;
affucà v. tr. = in primis soffocare, affogare, uccidere e poi per ampliamento semantico, ma usato come riflessivo di vantaggio: affucarse appropriarsi di qualcosa, sottrarre; etimologicamente da un lat. volg. *affocare per offocare 'strozzare', da ob e fauces, pl. di faux -cis 'gola',
aggraffà v. tr. = in primis abbrancicare, afferrare e poi per ampliamento semantico togliere, levare;
arrefulïà in primis assottigliare,ridurre, diminuire di poco in poco e poi per ampliamento semantico togliere,sottrarre e quindi rubare; etimologicamente da un lat. volg.*ad- refilare→arrefilare→arrefulïare, deriv. di filum 'filo';
furà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza è voce essenzialmente usata anticamente in poesia; il verbo a margine ripete dritto per dritto il basso latino furare per il classico furari da fur/furis, da cui anche l'taliano furto.
grancïà/rancïà v. tr. = sottrarre,rapinare,rubare con destrezza servendosi di arnesi da scasso; etimologicamente è un denominale di grancio = granchio (dal lat. cranciu(m) con lenizione cr→gr e semplificazione di gr→r per la forma rancïà; interessante il passaggio semantico dalle chele del granchio agli arnesi da scasso.
scraffignà v. tr. = portare via con lestezza,rapinare,rubare; etimologicamente denominale di graffa/*craffa 'uncino' deriv. dal longob. *krapfo 'uncino' con protesi di una . s(intensiva)
Degli altri verbi (attrappulià e attrappià,arravuglià etc.) che per traslato o estensione semantica valgono rubare ò già détto precedentemente, per cui penso di poter annotare il consueto satis est.
Raffaele Bracale - Napoli
sabato 5 febbraio 2011
venerdì 4 febbraio 2011
‘A MONACA D’’O BBAMMENIELLO
‘A MONACA D’’O BBAMMENIELLO
‘A monaca d’’o Bbammeniello: ògne nove mise, fasciatóre e savaniello!
Antichissima desueta espressione che tradotta letteralmente suona:La monaca del Bambin Gesú: ogni nove mesi fasce e sottofasce; espressione che fino a tutti gli anni cinquanta fu usata con sarcasmo nei confronti di spose eccessivamente prolifiche ed usata altresí, per traslato giocoso, nei confronti di chiunque che, per colpevole iperattività in qualsivoglia campo d’azione, necessitasse di aiuti continui. L’espressione nacque in àmbito popolare con malevola cattiveria, chiamando in causa le pie Suore del Bambino Gesú, dell’omonimo Istituto Suore del Bambino Gesú sito in Napoli in san Giovanni Maggiore Pignatelli a ridosso dell’Università degli Studi in pieno centro storico; l’istituto era nato (per opera di un tal Nicola Barrè dell’Ordine dei Minimi di s. Francesco di Paola, noto professore di teologia e Bibliotecario a Parigi) in Francia nel 1666,(con il fine dell’assistenza ed istruzione di bambini, ragazzi/e bisognosi) e solo nel 1906 era approdato in Italia,dapprima nel Bergamasco e poi si era esteso , rispondendo agli appelli della Chiesa Italiana, con molte comunità in Calabria , nelle periferie di Roma, nel centro storico di Napoli ed in diversi luoghi della regione campana , dove le pie suore stavano accanto ai bambini, alle famiglie in difficoltà , condividendo la vita delle persone semplici. e distinguendosi per la catechesi e l’istruzione di tutti i ragazzi/e e facendosi amare per la loro presenza fattiva nei confronti di tutti coloro che ne avevano bisogno; tra coloro che si mostravano bisognosi di aiuto vi furono i primis le ragazze traviate che, per essere assistite, venivano spesso accolte nell’istituto (dove ricevevano accanto ad una migliore istruzione anche un avviamento ai lavori donneschi) e poiché moltissime di esse vi entravano da gravide, diventando madri nell’istituto, si diffuse l’infame credenza che i bimbi generati lo fossero stati, non dalle ragazze madri accolte nell’istituto, ma dalle stesse monache del Bambino Gesù e si coniò persino, con inusuale cattiveria,(per un popolo come il napoletano sempre paziente e comprensivo difronte ai casi della vita...), si coniò persino l’espressione in epigrafe con la quale si fa riferimento al continuo sciorinio di fasce e sottofasce imbandierate alle finestre del’Istituto. Rammento che a Napoli all’incirca nel medesimo periodo vi fu alla Salita Pontecorvo un altro istituto che accoglieva le ragazze madri ed era annesso al Convento di San Francesco dette delle Cappuccenelle (Il complesso fu costruito al termine del XVI secolo allo scopo di potervi ospitare le ragazze madri. Si trattava di una struttura gestita da suore appartenenti all'ordine francescano. All'inizio del XVIII secolo la ristrutturazione del convento fu affidata a Giovan Battista Naclerio, che progettò il suo rifacimento in stile barocco.; in questo istituto venivano altresí segregati i ragazzi disobbedienti e/o riottosi che affidati alla severa educazione delle suore, si sperava mutassero indole diventando piú costumati, disciplinati,rispettosi etc. Ed in effetti la reputazione di istituto in cui si impartiva un’educazione rigida ottenuta anche con metodi severi, rigorosi, rudi, inflessibili faceva sí che tra i ragazzi si temesse molto la minaccia: Te ‘nzerro dint’ ê Ccappuccenelle! (Ti rinchiudo nell’istituto di Correzione delle Cappuccinelle), minaccia grave quasi come quella: Te ‘nzerro dint’ ô Serraglio (Ti rinchiudo nell’istituto di Correzione annesso all’ Albergo dei Poveri!). Si trattava di minacce severe che spesso sortivano l’effetto voluto di ridurre all’obbedienza i ragazzi che non lo fossero, ma che non fossero di indole veramente cattiva e/o ribelle e si contentassero delle sole minacce per rientrare nei ranghi.
Ricordo che il monumentale Albergo dei Poveri (détto anche Reclusorio oppure Serraglio )in piazza Carlo III fu opera voluta dal re Carlo di Borbone (Carlo Sebastiano di Borbone (nome completo: Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio; Madrid, 20 gennaio 1716 –† Madrid, 14 dicembre 1788) fu duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I dal 1731 al 1735, re di Napoli e Sicilia senza utilizzare numerazioni (era Carlo VII secondo l'investitura papale, ma rifiutò tale ordinale) dal 1735 al 1759, e da quest'anno fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) e cosí I napoletani lo ricordarono. Quinto figlio di Filippo V di Spagna, ma primogenito dei nati dal suo secondo matrimonio con Elisabetta Farnese) ed edificato, ma non completato mai, su progetto di Ferdinando Fuga (Architetto Firenze 1699 - † Roma 1781), nell’utopica idea originale di raccogliervi tutti i poveri del regno, ma ci si limitò ad accogliervi vecchi e vecchie poveri ed abbandonati che affidati all’assistenza pubblica continuarono ad elemosinare per le strade ed a partecipare, dietro piccolissimo compenso ai funerali di borghesi facoltosi o alle processioni rituali; nel medesimo Albergo de’ Poveri furono accolti sempre affidati alla gratuita assistenza pubblica i ragazzi e le ragazze sordomuti/e di famiglie povere, mentre quelli/e di famiglie borghesi versavano una contenutissima retta mensile; a questi sordomuti/e erano equiparati i ragazzi e/o le ragazze che indocili/e, indisciplinati/e quando non addirittura d’indole malvagia,che venivano rinchiusi nell’istituto di correzione annesso all’ Albergo; tenendo presente il comportamento aggressivo e quasi ferino di di tali ragazzi/e giudicati alla stregua di animali, l’Albergo dei Poveri fu comunemente détto Reclusorio (deriv. del lat. reclusus, part. pass. di recludere 'recludere': prigione, ricovero per i mendicanti e gli accattoni) oppure Serraglio che di per sé con derivazione dal provenz. serralh, che è dal lat. volg. *serraculu(m) 'chiusura', deriv. di *serrare 'chiudere' è un s.vo m.le
1 (ant.) riparo, sbarramento difensivo; luogo chiuso
2 il complesso degli animali appartenenti a un circo; il luogo in cui si tengono chiusi
monaca s.f. suora, appartenente a un ordine monastico femminile; voce che è dal lat. tardo monacha(m), che è dal gr. monaché;
fasciatóre s. f. plurale di fasciatóra =fascia per neonato, striscia di tessuto robusto usata un tempo per avvolgere strettamente i neonati; quanto all’etimo si tratta di un deverbale di fasciare (dal lat. tardo fasciare ) aggiungendo al part. pass. fasciato il suff. ora→ura usato per ottenere dei sostantivi verbali;
savaniello/ savanella s. m.o f. sottofascia, topponcino, pannolino in cui avvolgere il bacino del neonato prima fasciarlo; quanto all’etimo si tratta di un derivato dello spagnolo sabanilla; da notare che la voce savaniello maschilizzazione dell’originaria savanella fu coniato per indicare un pannolino alquanto piú piccolo della corrispondente voce femm.le savanella che indicò un pannolino piú ampio secondo il noto criterio che in napoletano considera femminile un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo – tammorra piú grande, tino piú piccolo – tina piú grande, carretto piú piccolo – carrettapiú grande etc. con le sole eccezioni di caccavo piú grande e caccavella piú piccola, tiano piú grande, tiana piú piccola).
raffaele bracale
‘A monaca d’’o Bbammeniello: ògne nove mise, fasciatóre e savaniello!
Antichissima desueta espressione che tradotta letteralmente suona:La monaca del Bambin Gesú: ogni nove mesi fasce e sottofasce; espressione che fino a tutti gli anni cinquanta fu usata con sarcasmo nei confronti di spose eccessivamente prolifiche ed usata altresí, per traslato giocoso, nei confronti di chiunque che, per colpevole iperattività in qualsivoglia campo d’azione, necessitasse di aiuti continui. L’espressione nacque in àmbito popolare con malevola cattiveria, chiamando in causa le pie Suore del Bambino Gesú, dell’omonimo Istituto Suore del Bambino Gesú sito in Napoli in san Giovanni Maggiore Pignatelli a ridosso dell’Università degli Studi in pieno centro storico; l’istituto era nato (per opera di un tal Nicola Barrè dell’Ordine dei Minimi di s. Francesco di Paola, noto professore di teologia e Bibliotecario a Parigi) in Francia nel 1666,(con il fine dell’assistenza ed istruzione di bambini, ragazzi/e bisognosi) e solo nel 1906 era approdato in Italia,dapprima nel Bergamasco e poi si era esteso , rispondendo agli appelli della Chiesa Italiana, con molte comunità in Calabria , nelle periferie di Roma, nel centro storico di Napoli ed in diversi luoghi della regione campana , dove le pie suore stavano accanto ai bambini, alle famiglie in difficoltà , condividendo la vita delle persone semplici. e distinguendosi per la catechesi e l’istruzione di tutti i ragazzi/e e facendosi amare per la loro presenza fattiva nei confronti di tutti coloro che ne avevano bisogno; tra coloro che si mostravano bisognosi di aiuto vi furono i primis le ragazze traviate che, per essere assistite, venivano spesso accolte nell’istituto (dove ricevevano accanto ad una migliore istruzione anche un avviamento ai lavori donneschi) e poiché moltissime di esse vi entravano da gravide, diventando madri nell’istituto, si diffuse l’infame credenza che i bimbi generati lo fossero stati, non dalle ragazze madri accolte nell’istituto, ma dalle stesse monache del Bambino Gesù e si coniò persino, con inusuale cattiveria,(per un popolo come il napoletano sempre paziente e comprensivo difronte ai casi della vita...), si coniò persino l’espressione in epigrafe con la quale si fa riferimento al continuo sciorinio di fasce e sottofasce imbandierate alle finestre del’Istituto. Rammento che a Napoli all’incirca nel medesimo periodo vi fu alla Salita Pontecorvo un altro istituto che accoglieva le ragazze madri ed era annesso al Convento di San Francesco dette delle Cappuccenelle (Il complesso fu costruito al termine del XVI secolo allo scopo di potervi ospitare le ragazze madri. Si trattava di una struttura gestita da suore appartenenti all'ordine francescano. All'inizio del XVIII secolo la ristrutturazione del convento fu affidata a Giovan Battista Naclerio, che progettò il suo rifacimento in stile barocco.; in questo istituto venivano altresí segregati i ragazzi disobbedienti e/o riottosi che affidati alla severa educazione delle suore, si sperava mutassero indole diventando piú costumati, disciplinati,rispettosi etc. Ed in effetti la reputazione di istituto in cui si impartiva un’educazione rigida ottenuta anche con metodi severi, rigorosi, rudi, inflessibili faceva sí che tra i ragazzi si temesse molto la minaccia: Te ‘nzerro dint’ ê Ccappuccenelle! (Ti rinchiudo nell’istituto di Correzione delle Cappuccinelle), minaccia grave quasi come quella: Te ‘nzerro dint’ ô Serraglio (Ti rinchiudo nell’istituto di Correzione annesso all’ Albergo dei Poveri!). Si trattava di minacce severe che spesso sortivano l’effetto voluto di ridurre all’obbedienza i ragazzi che non lo fossero, ma che non fossero di indole veramente cattiva e/o ribelle e si contentassero delle sole minacce per rientrare nei ranghi.
Ricordo che il monumentale Albergo dei Poveri (détto anche Reclusorio oppure Serraglio )in piazza Carlo III fu opera voluta dal re Carlo di Borbone (Carlo Sebastiano di Borbone (nome completo: Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio; Madrid, 20 gennaio 1716 –† Madrid, 14 dicembre 1788) fu duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I dal 1731 al 1735, re di Napoli e Sicilia senza utilizzare numerazioni (era Carlo VII secondo l'investitura papale, ma rifiutò tale ordinale) dal 1735 al 1759, e da quest'anno fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) e cosí I napoletani lo ricordarono. Quinto figlio di Filippo V di Spagna, ma primogenito dei nati dal suo secondo matrimonio con Elisabetta Farnese) ed edificato, ma non completato mai, su progetto di Ferdinando Fuga (Architetto Firenze 1699 - † Roma 1781), nell’utopica idea originale di raccogliervi tutti i poveri del regno, ma ci si limitò ad accogliervi vecchi e vecchie poveri ed abbandonati che affidati all’assistenza pubblica continuarono ad elemosinare per le strade ed a partecipare, dietro piccolissimo compenso ai funerali di borghesi facoltosi o alle processioni rituali; nel medesimo Albergo de’ Poveri furono accolti sempre affidati alla gratuita assistenza pubblica i ragazzi e le ragazze sordomuti/e di famiglie povere, mentre quelli/e di famiglie borghesi versavano una contenutissima retta mensile; a questi sordomuti/e erano equiparati i ragazzi e/o le ragazze che indocili/e, indisciplinati/e quando non addirittura d’indole malvagia,che venivano rinchiusi nell’istituto di correzione annesso all’ Albergo; tenendo presente il comportamento aggressivo e quasi ferino di di tali ragazzi/e giudicati alla stregua di animali, l’Albergo dei Poveri fu comunemente détto Reclusorio (deriv. del lat. reclusus, part. pass. di recludere 'recludere': prigione, ricovero per i mendicanti e gli accattoni) oppure Serraglio che di per sé con derivazione dal provenz. serralh, che è dal lat. volg. *serraculu(m) 'chiusura', deriv. di *serrare 'chiudere' è un s.vo m.le
1 (ant.) riparo, sbarramento difensivo; luogo chiuso
2 il complesso degli animali appartenenti a un circo; il luogo in cui si tengono chiusi
monaca s.f. suora, appartenente a un ordine monastico femminile; voce che è dal lat. tardo monacha(m), che è dal gr. monaché;
fasciatóre s. f. plurale di fasciatóra =fascia per neonato, striscia di tessuto robusto usata un tempo per avvolgere strettamente i neonati; quanto all’etimo si tratta di un deverbale di fasciare (dal lat. tardo fasciare ) aggiungendo al part. pass. fasciato il suff. ora→ura usato per ottenere dei sostantivi verbali;
savaniello/ savanella s. m.o f. sottofascia, topponcino, pannolino in cui avvolgere il bacino del neonato prima fasciarlo; quanto all’etimo si tratta di un derivato dello spagnolo sabanilla; da notare che la voce savaniello maschilizzazione dell’originaria savanella fu coniato per indicare un pannolino alquanto piú piccolo della corrispondente voce femm.le savanella che indicò un pannolino piú ampio secondo il noto criterio che in napoletano considera femminile un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo – tammorra piú grande, tino piú piccolo – tina piú grande, carretto piú piccolo – carrettapiú grande etc. con le sole eccezioni di caccavo piú grande e caccavella piú piccola, tiano piú grande, tiana piú piccola).
raffaele bracale
‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO TIRITEPPETO
‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO TIRITEPPETO
ad litteram: la cordicella corta e la trottolina scentrata e ballonzolante. Piú esattamente a Napoli s’usa dire: s’è aunita ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppeto, ovvero: si sono uniti, in un fallimentare connubio, una cordicella troppo corta per poter imprimere con forza la necessaria spinta al movimento rotatorio dello strummolo a sua volta scentrato o con la punta malamente inclinata tale da conferire un movimento non esatto per cui la trottolina s’inclina e si muove ballonzolando e producendo un suono del tipo tirití-tirité donde per onomatopea il napoletano tiriteppeto;
funicella s.vo f.le= piccola fune, spago etimologicamente diminutivo del lat. funi(s) con aggiunta del suff.ella f.le di ellosuffisso alterativo di sostantivi e aggettivi, con valore diminutivo e spesso vezzeggiativo ed epentesi del suono eufonico c;
corta agg.vo f.le= corta, breve, insufficiente, di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale (voce dal lat. curtu(m)/a(m) 'accorciato/a, troncato/a');
tiriteppe agg.vo m.le e f.le = scentrato/a, fuori asse come nella fattispecie la punta della trottolina; voce onomatopeica che riproduce il suono ballonzolante della trottolina scentrata.
strummolo s.m. trottolina lignea in forma di piccola pigna, con scanalature incise lungo tutta la superficie, disposte parallelamente dal fondo alla punta nella quale è infissa una punta metallica; per azionare la trottolina e farla prillare vorticosamente si arrotola strettamente sulla trottolina una cordicella, facendole seguire il percorso delle scanalature dalla base al vertice; si lancia verso terra la trottolina e si dà un deciso, rapido strappo alla cordicella che se è sufficientemente lunga riesce ad imprimere un duraturo moto rotatorio alla trottolina che se à la punta ben centrata e non inclinata rispetto all’asse della trottolina, regge il moto adeguatamente; nel caso invece che la punta metallica sia infissa in maniera scentrata rispetto l’asse maggiore della trottolina, quest’ultima prillerà in maniera non consona, traballando ed alla fine crollando miseramente in terra adagiandovisi e mettendo fine al movimento.
la voce strummolo à un’etimologia greca derivando dritto per dritto dal greco strómbos trasmigrato nel latino strumbus con consueta assimilazione progressiva mb→mm per cui strumbus→ strummus da cui con l’aggiunta del suffisso diminutivo olus il napoletano à ricavato strummolo con il suo esatto significato di piccola trottola.
Raffaele Bracale
ad litteram: la cordicella corta e la trottolina scentrata e ballonzolante. Piú esattamente a Napoli s’usa dire: s’è aunita ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppeto, ovvero: si sono uniti, in un fallimentare connubio, una cordicella troppo corta per poter imprimere con forza la necessaria spinta al movimento rotatorio dello strummolo a sua volta scentrato o con la punta malamente inclinata tale da conferire un movimento non esatto per cui la trottolina s’inclina e si muove ballonzolando e producendo un suono del tipo tirití-tirité donde per onomatopea il napoletano tiriteppeto;
funicella s.vo f.le= piccola fune, spago etimologicamente diminutivo del lat. funi(s) con aggiunta del suff.ella f.le di ellosuffisso alterativo di sostantivi e aggettivi, con valore diminutivo e spesso vezzeggiativo ed epentesi del suono eufonico c;
corta agg.vo f.le= corta, breve, insufficiente, di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale (voce dal lat. curtu(m)/a(m) 'accorciato/a, troncato/a');
tiriteppe agg.vo m.le e f.le = scentrato/a, fuori asse come nella fattispecie la punta della trottolina; voce onomatopeica che riproduce il suono ballonzolante della trottolina scentrata.
strummolo s.m. trottolina lignea in forma di piccola pigna, con scanalature incise lungo tutta la superficie, disposte parallelamente dal fondo alla punta nella quale è infissa una punta metallica; per azionare la trottolina e farla prillare vorticosamente si arrotola strettamente sulla trottolina una cordicella, facendole seguire il percorso delle scanalature dalla base al vertice; si lancia verso terra la trottolina e si dà un deciso, rapido strappo alla cordicella che se è sufficientemente lunga riesce ad imprimere un duraturo moto rotatorio alla trottolina che se à la punta ben centrata e non inclinata rispetto all’asse della trottolina, regge il moto adeguatamente; nel caso invece che la punta metallica sia infissa in maniera scentrata rispetto l’asse maggiore della trottolina, quest’ultima prillerà in maniera non consona, traballando ed alla fine crollando miseramente in terra adagiandovisi e mettendo fine al movimento.
la voce strummolo à un’etimologia greca derivando dritto per dritto dal greco strómbos trasmigrato nel latino strumbus con consueta assimilazione progressiva mb→mm per cui strumbus→ strummus da cui con l’aggiunta del suffisso diminutivo olus il napoletano à ricavato strummolo con il suo esatto significato di piccola trottola.
Raffaele Bracale
A CRAJE A CRAJE COMME Â CURNACCHIA.
A CRAJE A CRAJE COMME Â CURNACCHIA.
Letteralmente: a crai, a crai come una cornacchia. La locuzione, che si usa per commentare amaramente il comportamento dell'infingardo che tende a procrastinare sine die la propria opera, gioca sulla omofonia tra il verso della cornacchia e la parola latina cras che in napoletano suona craje e che significa: domani, giorno a cui suole rimandare il proprio operato chi non à seria intenzione di lavorare .
craje = domani avv. di tempo derivato dal latino cras;
altri tipici avverbi di tempo sono:
piscraje= dopodomani dal latino biscras;
pescrille/ pescrigno = tra tre giorni; pescrillo è dal latino post tres ille=dopo tre di quei(giorni);pescrigno = tra tre giorni o meglio: dopo quel domani piú lontano da un acc. lat. volg. post crineu(m)←cras+ineu(m) questo ineu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo piú lontano;
pescruozzo=tra quattro giorni da un acc. lat. volg. post croceu(m)←cras+oceu(m) questo oceu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo molto lontano;
comme= come, allo stesso modo, alla medesima maniera avv. modale e preposizione impropria dal latino quo-mo abbreviazione di quo-modo; normale, come popolare il raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale m; quanto alla prep. art. â che segue comme vedi sopra sub 9: areto;
curnacchia = cornacchia: grosso uccello simile al corvo, ma con becco più grosso e incurvato all’estremità; sost. femm. derivato dal lat. volg. *cornacula(m), per il class. cornicula(m), dim. di cornix -icis 'cornacchia'.
Raffaele Bracale
Letteralmente: a crai, a crai come una cornacchia. La locuzione, che si usa per commentare amaramente il comportamento dell'infingardo che tende a procrastinare sine die la propria opera, gioca sulla omofonia tra il verso della cornacchia e la parola latina cras che in napoletano suona craje e che significa: domani, giorno a cui suole rimandare il proprio operato chi non à seria intenzione di lavorare .
craje = domani avv. di tempo derivato dal latino cras;
altri tipici avverbi di tempo sono:
piscraje= dopodomani dal latino biscras;
pescrille/ pescrigno = tra tre giorni; pescrillo è dal latino post tres ille=dopo tre di quei(giorni);pescrigno = tra tre giorni o meglio: dopo quel domani piú lontano da un acc. lat. volg. post crineu(m)←cras+ineu(m) questo ineu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo piú lontano;
pescruozzo=tra quattro giorni da un acc. lat. volg. post croceu(m)←cras+oceu(m) questo oceu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo molto lontano;
comme= come, allo stesso modo, alla medesima maniera avv. modale e preposizione impropria dal latino quo-mo abbreviazione di quo-modo; normale, come popolare il raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale m; quanto alla prep. art. â che segue comme vedi sopra sub 9: areto;
curnacchia = cornacchia: grosso uccello simile al corvo, ma con becco più grosso e incurvato all’estremità; sost. femm. derivato dal lat. volg. *cornacula(m), per il class. cornicula(m), dim. di cornix -icis 'cornacchia'.
Raffaele Bracale
ESSERE ‘A CHIAVE ‘E LL’ACQUA
ESSERE ‘A CHIAVE ‘E LL’ACQUA
L’espressione partenopea : Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua che letteralmente si traduce: Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua, prendendo a riferimento una cosa utile (la chiave d’arresto del contatore dell’acqua) chiave che opportunamente azionata può determinare l’utilizzo o meno d’un bene preziosissimo quale è quello dell’acqua, dovrebbe avere una valenza assolutamente positiva di talché chi fosse destinatario/a dell’espressione nella forma Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, potrebbe sentirsi gratificato/a dall’espressione che parrebbe sottolineare la presenza – nella persona a cui sia rivolta - di doti assolutamente positive (bellezza, intelligenza, capacità, disponibilità etc.) e letta cosí l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua potrebbe sostanziare un corposo complimento rivolto al/alla destinatario/a.
Nella realtà le cose non stanno esattamente cosí; si notino infatti tutti i condizionali che ò usato nell’esposizione, condizionali che fanno chiaramente intendere che il significato dell’espressione lungi dall’essere un corposo complimento è, in realtà, una bruciante offesa. A Napoli, dove nacque nel linguaggio giovanile intorno agli anni ’50 del 1900, l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua ebbe sí un originario significato positivo,quantunque non fosse da intendere nel senso letterale di chiave dell’acqua, che era stata solo una curiosa storpiatura di un originaria ‘a chiave ‘e ll’arco con cui si intendeva qualcosa di estremamente positivo ed importante quale è la pietra centrale su cui aggettano le spinte laterali di un arco, pietra centrale che se viene meno determina il crollo dell’intero arco; come dicevo l’originaria espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’arco, fu poi corrotta, nel parlato della città bassa dove l’espressione era nata, in un Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua e tenne campo per lungo tempo in senso positivo, nel parlato giovanile di tutta la città, ma oggi à perduto l’originaria valenza positiva per assumerne una decisamente negativa ed ormai va letta esclusivamente in senso antifrastico significando (in luogo dell’originario: Tu sei la chiave di volta dell’arco e successivamente Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua,) Tu sei una fogna, una porcheria, una sozzura, un essere spregevole e ciò perché nell’attuale linguaggio giovanile partenopeo l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua è usata efemisticamente, giocando con un’evidente assonanza, al posto di Tu sî ‘na chiaveca ( che è appunto la fogna o una porcheria o una sozzura etc.)
La voce Chiaveca con derivazione da un acc.vo tardo lat. clàvica(m) per il class. cloaca(m) indica una fogna o una porcheria o una sozzura etc. ed è molto assonante con la parola chiave, per cui dall’originario significato positivo di Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, si è pervenuti all’attuale negativo e chi oggi fosse destinatario/a dell’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua se ne dovrebbe, anzi se ne deve adontare, non rallegrarsene!
Raffaele Bracale
L’espressione partenopea : Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua che letteralmente si traduce: Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua, prendendo a riferimento una cosa utile (la chiave d’arresto del contatore dell’acqua) chiave che opportunamente azionata può determinare l’utilizzo o meno d’un bene preziosissimo quale è quello dell’acqua, dovrebbe avere una valenza assolutamente positiva di talché chi fosse destinatario/a dell’espressione nella forma Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, potrebbe sentirsi gratificato/a dall’espressione che parrebbe sottolineare la presenza – nella persona a cui sia rivolta - di doti assolutamente positive (bellezza, intelligenza, capacità, disponibilità etc.) e letta cosí l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua potrebbe sostanziare un corposo complimento rivolto al/alla destinatario/a.
Nella realtà le cose non stanno esattamente cosí; si notino infatti tutti i condizionali che ò usato nell’esposizione, condizionali che fanno chiaramente intendere che il significato dell’espressione lungi dall’essere un corposo complimento è, in realtà, una bruciante offesa. A Napoli, dove nacque nel linguaggio giovanile intorno agli anni ’50 del 1900, l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua ebbe sí un originario significato positivo,quantunque non fosse da intendere nel senso letterale di chiave dell’acqua, che era stata solo una curiosa storpiatura di un originaria ‘a chiave ‘e ll’arco con cui si intendeva qualcosa di estremamente positivo ed importante quale è la pietra centrale su cui aggettano le spinte laterali di un arco, pietra centrale che se viene meno determina il crollo dell’intero arco; come dicevo l’originaria espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’arco, fu poi corrotta, nel parlato della città bassa dove l’espressione era nata, in un Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua e tenne campo per lungo tempo in senso positivo, nel parlato giovanile di tutta la città, ma oggi à perduto l’originaria valenza positiva per assumerne una decisamente negativa ed ormai va letta esclusivamente in senso antifrastico significando (in luogo dell’originario: Tu sei la chiave di volta dell’arco e successivamente Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua,) Tu sei una fogna, una porcheria, una sozzura, un essere spregevole e ciò perché nell’attuale linguaggio giovanile partenopeo l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua è usata efemisticamente, giocando con un’evidente assonanza, al posto di Tu sî ‘na chiaveca ( che è appunto la fogna o una porcheria o una sozzura etc.)
La voce Chiaveca con derivazione da un acc.vo tardo lat. clàvica(m) per il class. cloaca(m) indica una fogna o una porcheria o una sozzura etc. ed è molto assonante con la parola chiave, per cui dall’originario significato positivo di Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, si è pervenuti all’attuale negativo e chi oggi fosse destinatario/a dell’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua se ne dovrebbe, anzi se ne deve adontare, non rallegrarsene!
Raffaele Bracale
QUANNO CHIOVONO PASSE E FICUSECCHE
QUANNO CHIOVONO PASSE E FICUSECCHE
Ad litteram: quando pioveranno uva passita e fichi secchi Id est: mai; La locuzione è usata, per dileggio, a sarcastico commento di avvenimenti che si pensa non potranno mai verificarsi, o di situazioni che vengono ritenute non suscettibili di miglioramento alcuno, che potrebbe verificarsi solo nel caso di una fortuita ipotetica pioggia(novella manna) di uva passita e fichi secchi, evento - peraltro – ritenuto chiaramente impossibile da verificarsi.
quanno = quando, allorché ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. di tempo derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;
chiovono= letteralmente piovono voce verbale (3° pers. plur. ind. presente) dell’infinito chiovere che è dal latino pluere con tipico passaggio di pl→chi (vedi alibi: plaga→chiaia etc.) ed epentesi eufonica della v (vedi alibi:ruina→rovina, vidua→vedova etc.).Da notare che il verbo a margine, pur essendo indicativo presente è reso in italiano con il tempo futuro che acconciamente avrebbe dovuto essere: chiuvarranno che è il futuro, tempo che pur essendo previsto nella lingua napoletana è pochissimo usato, sostituito quasi sempre dall’indicativo presente o dalla costruzione verbale: devo da= aggi’’a etc. Ad es.: Domani mi taglierò i capelli si rende con: Dimane me taglio ‘e capille oppure Dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille.
passe = uva passita o passa; trattasi di un aggettivo sostantivato, plurale di passo: appassito, secco: uva passa e come tale derivato dal lat. passu(m), part. pass. di pandere 'aprire, stendere'; propr. 'steso a seccare, ad appassire';
ficusecche = fichi secchi; in napoletano plurale della voce femminile: ficusecca con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile.
A margine della voce fica da cui poi ficusecca rammento che il passaggio al femminile dal maschile fico è determinato dal fatto che con la voce fica si intende un frutto piú grosso del fico atteso che in napoletano s’usa femminilizzare un termine maschile quando si voglia indicare una cosa intesa piú grande della corrispondente maschile (cfr. cucchiara= mestola del muratore piú grande di cucchiaro= cucchiaio da minestra, tina piú grande di tino,tavula piú grande di tavulo, tammorra piú grande di tammurro, carretta piú grande di carretto etc.Fanno eccezione tiana piú piccola di tiano e caccavella piú piccola del caccavo). Rammento infine che con la voce ficusecca usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva.
RaffaeleBracale
Ad litteram: quando pioveranno uva passita e fichi secchi Id est: mai; La locuzione è usata, per dileggio, a sarcastico commento di avvenimenti che si pensa non potranno mai verificarsi, o di situazioni che vengono ritenute non suscettibili di miglioramento alcuno, che potrebbe verificarsi solo nel caso di una fortuita ipotetica pioggia(novella manna) di uva passita e fichi secchi, evento - peraltro – ritenuto chiaramente impossibile da verificarsi.
quanno = quando, allorché ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. di tempo derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;
chiovono= letteralmente piovono voce verbale (3° pers. plur. ind. presente) dell’infinito chiovere che è dal latino pluere con tipico passaggio di pl→chi (vedi alibi: plaga→chiaia etc.) ed epentesi eufonica della v (vedi alibi:ruina→rovina, vidua→vedova etc.).Da notare che il verbo a margine, pur essendo indicativo presente è reso in italiano con il tempo futuro che acconciamente avrebbe dovuto essere: chiuvarranno che è il futuro, tempo che pur essendo previsto nella lingua napoletana è pochissimo usato, sostituito quasi sempre dall’indicativo presente o dalla costruzione verbale: devo da= aggi’’a etc. Ad es.: Domani mi taglierò i capelli si rende con: Dimane me taglio ‘e capille oppure Dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille.
passe = uva passita o passa; trattasi di un aggettivo sostantivato, plurale di passo: appassito, secco: uva passa e come tale derivato dal lat. passu(m), part. pass. di pandere 'aprire, stendere'; propr. 'steso a seccare, ad appassire';
ficusecche = fichi secchi; in napoletano plurale della voce femminile: ficusecca con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile.
A margine della voce fica da cui poi ficusecca rammento che il passaggio al femminile dal maschile fico è determinato dal fatto che con la voce fica si intende un frutto piú grosso del fico atteso che in napoletano s’usa femminilizzare un termine maschile quando si voglia indicare una cosa intesa piú grande della corrispondente maschile (cfr. cucchiara= mestola del muratore piú grande di cucchiaro= cucchiaio da minestra, tina piú grande di tino,tavula piú grande di tavulo, tammorra piú grande di tammurro, carretta piú grande di carretto etc.Fanno eccezione tiana piú piccola di tiano e caccavella piú piccola del caccavo). Rammento infine che con la voce ficusecca usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva.
RaffaeleBracale
giovedì 3 febbraio 2011
IN DIFESA DELLA MAGLIA AZZURRA!
IN DIFESA DELLA MAGLIA AZZURRA!
Basta! Io grido: Basta! E con me lo gridano tutti quei tifosi del NAPOLI, che non ne possono piú di vedere indossare ai giocatori partenopei certi iettatori completini (maglie e mutande) color blu-savoia usati negli allenamenti e talvolta come seconda divisa… È insopportabile tutto ciò! Quelle maledette divise sono da buttare, come sono da buttare tutti quei giacchini, quelle felpe e quegli eskimi color blu-savoia indossati a bordo campo da allenatori in seconda ed altri collaboratori. Possibile che nessuno si renda conto che il colore blu-savoia porta veramente male? Possibile che nessuno si renda conto che il colore blu-savoia è offensivo per tutti napoletani che si ricordano di essere stati cittadini di un glorioso REAME invaso (1860) da quel tanghero, masnadiero, ladro di cavalli con l’orecchio mozzo, quel Garibaldi Giuseppe il quale con le sue bande (sovvenzionate ed aiutate da una manica di traditori) mise in ginocchio un regno felice che fu consegnato al completo di ricchezze in danaro sonante e tesori d’arte nelle mani del brigante d’alto passo Vittorio Emanuele II Savoia quel
“ gran fetente” che gli storici di regime dissero e continuano a dire Re-galantuomo e non Re-ladro e/o lestofante & assassino quale in realtà fu (rammento a tutti le nefandezze compiute dagli eserciti savoiardi comandati da Cialdini ed altri macellai suoi pari, in danno dei contadini campani e siciliani fatti passare gratuitamente per briganti e sterminati perciò con una ferocia sanguinaria!)? BASTA, BASTA, BASTA! Quella fetenzia di colore blu-savoia va elimato (in qualunque forma – fosse pure un risvoltino/revettiello - si presenti…) dall’abbigliamento del CALCIO NAPOLI. L’unico autentico colore napoletano dev’essere l’AZZURRO-CIELO! E per le seconde divise proporrei (con riferimento storico) un completo bianco con sul petto i tre gigli di francia dorati, oppure (con riferimento ai colori comunali) pantaloncini e calzettoni rossi e maglia giallo-oro.
Ò cominciato coraggiosamente da solo questa battaglia, ma spero che prestissimo possa trovare degli adepti che mi supportino… e mi diano una fattiva mano! Grazie a tutti! FORZA NAPOLI! CIUCCIO FA’ TU! E CHE IL CIELO STRAMALEDICA JUVENTUS – ATALANTA, VERONA, CHIEVO E LAZIO!
Brak
Basta! Io grido: Basta! E con me lo gridano tutti quei tifosi del NAPOLI, che non ne possono piú di vedere indossare ai giocatori partenopei certi iettatori completini (maglie e mutande) color blu-savoia usati negli allenamenti e talvolta come seconda divisa… È insopportabile tutto ciò! Quelle maledette divise sono da buttare, come sono da buttare tutti quei giacchini, quelle felpe e quegli eskimi color blu-savoia indossati a bordo campo da allenatori in seconda ed altri collaboratori. Possibile che nessuno si renda conto che il colore blu-savoia porta veramente male? Possibile che nessuno si renda conto che il colore blu-savoia è offensivo per tutti napoletani che si ricordano di essere stati cittadini di un glorioso REAME invaso (1860) da quel tanghero, masnadiero, ladro di cavalli con l’orecchio mozzo, quel Garibaldi Giuseppe il quale con le sue bande (sovvenzionate ed aiutate da una manica di traditori) mise in ginocchio un regno felice che fu consegnato al completo di ricchezze in danaro sonante e tesori d’arte nelle mani del brigante d’alto passo Vittorio Emanuele II Savoia quel
“ gran fetente” che gli storici di regime dissero e continuano a dire Re-galantuomo e non Re-ladro e/o lestofante & assassino quale in realtà fu (rammento a tutti le nefandezze compiute dagli eserciti savoiardi comandati da Cialdini ed altri macellai suoi pari, in danno dei contadini campani e siciliani fatti passare gratuitamente per briganti e sterminati perciò con una ferocia sanguinaria!)? BASTA, BASTA, BASTA! Quella fetenzia di colore blu-savoia va elimato (in qualunque forma – fosse pure un risvoltino/revettiello - si presenti…) dall’abbigliamento del CALCIO NAPOLI. L’unico autentico colore napoletano dev’essere l’AZZURRO-CIELO! E per le seconde divise proporrei (con riferimento storico) un completo bianco con sul petto i tre gigli di francia dorati, oppure (con riferimento ai colori comunali) pantaloncini e calzettoni rossi e maglia giallo-oro.
Ò cominciato coraggiosamente da solo questa battaglia, ma spero che prestissimo possa trovare degli adepti che mi supportino… e mi diano una fattiva mano! Grazie a tutti! FORZA NAPOLI! CIUCCIO FA’ TU! E CHE IL CIELO STRAMALEDICA JUVENTUS – ATALANTA, VERONA, CHIEVO E LAZIO!
Brak
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