1. Jí truvanno Cristo ‘int’ ê lupine o meglio Jí truvanno Cristo dinto a la pina
ad litteram: Andar cercando Cristo fra i lupini o meglio Andar cercando Cristo nella pigna. Id est: mettersi alla ricerca di una cosa difficile da trovarsi o da conseguirsi; cosa pretestuosa e probabilmente inutile, per cui, il piú delle volte, non metterebbe conto il mettersene alla ricerca.
Come ò segnalato la prima locuzione è meno esatta della seconda che risulta essere quella originaria, mentre la prima ne è solo una frettolosa corruzione; ed in effetti se si analizza la seconda locuzione, quella consigliata, si può intendere a pieno la valenza delle espressioni, valenza che è difficile cogliere accettando la prima locuzione che fa riferimento ad incoferenti e pretestuosi lupini; quanto piú corretta la seconda, quella che fa riferimento alla pigna in quanto i pinoli in essa contenuti presentano un ciuffetto di cinque peli comunemente detto: manina di Cristo e la locuzione richiama la ricerca di detta manina, operazione lunga e che non sempre si conclude positavamente: infatti occorre innanzitutto procurarsi una pigna fresca, abbrustolirla al fuoco per poi spaccarla ed estrarne i contenitori dei pinoli, da cui trar fuori i suddetti ed alla fine andare alla ricerca della manina e cioè di Cristo; spesso capita però che i contenitori siano vuoti di pinoli e dunque tutta la fatica fatta va sprecata e si rivela inutile. Qualche altro scrittore di cose napoletane nel vano tentativo di fare accogliere la prima locuzione, fa riferimento ad una non meglio annotata o rammentata leggenda che vede stranamente la Vergine Maria non esser misericordiosa con la pianta di lupini; nelle mie ricerche tale leggenda è risultata pressocché sconosciuta, mentre non v’è anziano popolano che non sia a conoscenza della manina di Cristo.
2. Jí truvanno chi ll’accide nell’espressione: va truvanno chi ll’accide
Ad litteram: andare in cerca di chi l’uccide nell’espressione va in cerca di chi l’uccide
espressione usata per commentare le antipatiche azioni del provocatore, di chi stuzzichi il prossimo fino a destare, anche se figuratamente, nei meno pazienti, istinti omicidi.
3. Jí truvanno guaje cu ‘a lanternella
Ad litteram: andare in cerca di guai con un lanternino detto di chi per sua natura e non per sopraggiunte casualità, si va cacciando di proposito nei guai, quasi andandone alla ricerca con una lanterna per meglio trovarli.
4. Jí pe fiche e truvà cetróle
Ad litteram: andare in cerca di fichi e trovare cetrioli. Locuzione di portata simile a quella ricordata al num. 361 atteso che il cetriolo pure essendo un ortaggio buono ed edibile, non è certo saporito e gustoso come un fico.
5. Jí ô bbattesemo senza ‘o criaturo
Ad litteram: recarsi al fonte battesimale senza il bambino (da battezzare) locuzione usata per bollare situazioni macroscopicamenti carenti degli elementi essenziali alla loro esistenza, riferita spercialmente a tutti coloro che distratti per natura, o perché colpevolmente poco attenti si accingono ad operazioni destinate a fallire perché prive del necessario sostrato dimenticato per distrazione o non conferito per disattenzione.
6. Jí a ppuorto (o a Puortece) pe ‘na rapesta.
Ad litteram: recarsi al porto (oppure a Portici) per (acquistare) una rapa. Id est: impegnarsi eccessivamente, affaticarsi oltremodo per raggiungere un risultato modesto o meschino come sarebbe il recarsi al mercato ortofrutticolo all’ingrosso un tempo ubicato nei pressi del porto oppure recarsi addirittura a Portici, piccolo comune agricolo nei pressi di Napoli, per acquistare una sola, insignificante rapa.
7. Jí dint’ a ll’ossa.
Ad litteram: andare nelle ossa detto di tutto ciò che risulti ampiamente giovevole, utile e proficuo che faccia quasi assaporarne i benefici fin nelle ossa; la locuzione però non attiene esclusivamente al piano fisico , potendosi usare anche o spesso con riferimenti morali.
8. Jí ‘nfreva
Ad litteram: andare in febbre id est: adontarsi, lasciarsi cogliere da moti di rabbia innanzi a situazioni ritenute cosí ingiuste o prevaricanti da destare agitazione, foriera di febbre.
9. Jí mettenno ‘a fune ‘e notte
Ad litteram: Andar mettendo la fune di notte. Locuzione che si usa pronunciare risentitamente, in forma negativa ( nun vaco mettenno ‘a fune ‘e notte) (non vado tendendo la fune di notte)oppure sotto forma di domanda retorica:ma che ghiesse mettenno fune ‘e notte?(forse che vado tendendo funi di notte?)per protestare la propria onestà, davanti ad eccessive richieste di carattere economico; a mo’ d’esempio quando un figlio chiede troppo al proprio genitore, costui nel negargli il richiesto usa a mo’ di spiegazione la locuzione in epigrafe, volendo significare: essendo una persona onesta e non un masnadiero abituato a rapinare i viandanti tendendo una fune traverso la strada, per farli inciampare e crollare al suolo, non ho i mezzi economici che occorrerebbero per aderire alle tue richieste; perciò règolati e mòderale !
10. Jí truvanno ova ‘e lupo e piettene ‘e quinnece.
Ad litteram: andare in cerca di uova di lupo e pettini da quindici (denti) id est: impegnarsi in ricerche assurde , faticose ma vane come sarebbe l’andare alla ricerca di uova di lupo che è un animale viviparo o cercare pettini di quindici denti, laddove tradizionalmente i pettini da cardatura non ne contavano mai piú di tredici.
11. Jí truvanno scescé
Espressione intraducibile ad litteram con la quale si identifica chi, in ogni occasioni cerchi cavilli, pretesti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi; talvolta chi si comporta come nella locuzione in epigrafe lo fa allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé è un chiara corruzione del francese chercher (cercare) Probabilmente, durante la dominazione murattiana, se non in quella angioina, un milite francese si fermò a chiedere una informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: chercher”
Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescè e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andava alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva truvanno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé).
12. Ll’urdemu lampione ‘e Forerotta.
ad litteram:l’ ultimo lampione di Fuorigrotta id est: essere l’ultimo, inutile, insignificante individuo di un cossesso quale esso sia. La locuzione si riferisce al fatto che un tempo a Napoli i lampioni dell’illuminazione stradale erano numerati ed accesi a sera progressivamente secondo la loro numerazione cardinale. l’ultimo di essi lampioni contrassegnato con il num. 6666 era ubicato nella periferica zona occidentale della città nel quartiere detto di Fuorigrotta ed era l’ultimo ad essere acceso , quando già le prime luci del giorno ne sminuivano l’utilità;alla luce di quanto detto si comprende che è solo un divertente, ma incoferente esercizio mentale considerare che con la quadruplice sequenza del num. 6 che nella smorfia indica tra l’altro lo sciocco, il lampione contrassegnato 6666 possa indicare un gran babbeo.
13. Ll’ommo ‘ncopp’â salèra
Ad litteram: l’uomo sulla saliera. Cosí con l’espressione in epigrafe a Napoli si è soliti prendersi giuoco di uomini che siano piccoli e non fisicamente prestanti, assimilati a quella statuina posta come impugnatura alla sommità dei coperchi delle saliere di terracotta, statuina che riproduceva le sembianze di un tal Tom Pouce nanetto inglese che intorno al 1860 si esibí a Napoli in uno spettacolo di circo equestre.
14. Lloco te voglio, zuoppo, a ‘sta sagliuta
Ad litteram: Lí ti voglio (vedere), zoppo, innanzi a questa salita (vediamo cosa saprai fare...). Locuzione che ricorda quasi il dantesco: Qui si parrà la tua nobilitate e che viene usata nei confronti di tutti i saccenti, supponenti millantatori che certamente crolleranno innanzi alle prime autentiche difficoltà, quando non saranno sufficienti per raggiungere un risultato le parole di cui i millantatori sono ricchi e vacui dispensatori, ma occorreranno invece i fatti che i soliti millantatori sono incapaci di produrre.
15. Levammo ‘accasione
Ad litteram: Togliamo l’occasione id est: facciamo in modo da non lasciare ad altri il destro di inopportuni interventi, rinunciamo magari a qualche piccolo vantaggio pur di non favorire la maldestra commistione di terzi, in faccende che non dovrebbero riguardarli.
16. Levammo ‘a taverna ‘a nannte a Carnevale.
Ad litteram: Togliamo la taverna di davanti a Carnevale. Icastica locuzione di valenza simile alla precedente, ma con un piú marcato riferimento ad eventuali ipotetici eccessi alimentari che si potrebbero produrre se non si procedesse ad eliminare eventuali occasioni scatenanti detti eccessi. Un tempo la locuzione in epigrafe era usata in tutte le case dove, preparata una buona torta, si correva il rischio che i bambini ne mangiassero continuatamente fino, forse ad incorrere in fastidiose indigestioni; in tali occasioni un adulto, provvedendo a metter la torta fuori della portata dei ragazzi , si esprimeva con la locuzione in epigrafe.
17. Levàte ‘o bbrito.
Ad litteram: Togliete il vetro id est: Raccogliete, mettete via, lavate e riponete i bicchieri usati in quanto la giornata è finita e la mescita chiude.Secco comando che gli osti solevano dare ai garzoni nell’approssimarsi dell’ora di chiusura dell’osteria, affinché raccogliessero e lavassero i bicchieri usati dagli avventori, che - a quel comando dato dall’oste ai garzoni - capivano che dovevano abbandonare il locale; per traslato oggi la locuzione è usata ogni qualvolta si voglia fare intendere che si approssima la fine d’una qualunque operazione intrapresa e quindi occorre affrettarsi.
18. Levà ‘a frasca ‘a miezo
Ad litteram: togliere la frasca di mezzo; id est: cessare definitivamente un’ attività, togliersi di mezzo, sbaraccare; la locuzione richiama ciò che facevano gli antichi osti - con mescita specialmente in strade di campagna - i quali al momento della cessazione anche solo stagionale della propria attività solevano staccare dall’architrave della porta dell’osteria il telaio ligneo ricoperto di frasche che vi avevano apposto all’inizio della stagione per segnalare che in quella osteria era giunto il vino nuovo. A Napoli vi fu una strada un tempo periferica che proprio per la presenza di numerose osterie che inalberavano le frasche fu detta ‘a ‘Nfrascata; attualmente la strada è intitolata al poeta pittore Salvator Rosa ((Napoli, 21 o 22 luglio 1615 – † Roma, 15 dicembre 1673)
19. Lillo, Lélla ô pere ‘e sant’ Anna.
Ad litteram: Lillo, Lélla al piede di sant’Anna.id est: prostrati ai piedi di Sant’Anna. Cosí con l’espressione in epigrafe vengono indicate tutte le coppie di coniugi anziani in ispecie quelli che si recano insieme a quotidiane funzioni religiose o anche quelle coppie di anziani che non ricevono mai visite di parenti od amici e si devono contentare della reciproca compagnia; la locuzione rammenta una coppia di attempati coniugi realmente esistiti e dimoranti in quella strada detta ‘a ‘nfrascata, coniugi che non si volevano rassegnare alla mancanza di figli e solevano recarsi in una cappella privata della zona a prostarsi davanti all’effige di sant’Anna per impetrare la grazia di un erede,che ovviamente (data la tarda età) non ebbero e restarono ugualmente soli.
L’espressione in epigrafe nacque in origine come Lillo, Lélla e ‘o pere ‘e sant’ Anna con riferimento ad un’abitudine invalsa nel popolino di recarsi a venerare una presunta reliquia di Sant’ANNA (un piede!) conservato nella cappella della propria abitazione napoletana dal conte Giovan Battista di Tocco di Montemiletto abitazione ubicata appunto alla confluenza piú alta della strada detta ‘a ‘nfrascata, , discendente del capostipite Guglielmo di Tocco che s’ebbe il titolo di conte di Montemiletto (Av) al tempo degli Angioini sotto Carlo III Durazzo. L’incredibile reliquia (oggetto della venerazione di creduli fedeli) era esposta dal conte in occasione della ricorrenza di sant’Anna (26 luglio) sull’altarino della propria cappella, conservata in una preziosa teca di cristallo tempestata di gemme preziose, ma a mio avviso – probabilmente si trattava – come è lecito supporre! - solo di un reperto artistico ligneo e/o di cartapesta che in quell’ epoca (fine ‘500 principio ‘600) di smaccata credulità popolare era stata accreditata come autentica reliquia ; questo piede di sant’Anna faceva il paio con altra presunta reliquia (il bastone di san Giuseppe) protagonista d’un’altra espressione che suona Sfruculià 'a mazzarella 'e san Giuseppe
Ad litteram: sbreccare il bastoncino di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo con continuità asfissiante.
La locuzione si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento, sulle labbra di un servitore veneto posto a guardia di un bastone ligneo ceduto da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al santo padre putativo di Gesú. Il settecentesco tenore espose nel suo palazzo il bastone e vi pose a guardia un suo servitore con il compito di rammentare ai visitatori di non sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecole) della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià.
Normalmente, a mo' di ammonimento, la locuzione è usata come imperativo preceduta da un corposo NON.
Torniamo alla locuzione di partenza per la quale si può ipotizzare che correttamente l’originario Lillo, Lélla e ‘o pere ‘e sant’ Anna (Lillo, Lélla e il piede di sant’ Anna) sia stato trasformato in e debba leggersi come Lillo, Lélla ô pere ‘e sant’ Anna. (Lillo, Lélla al piede di sant’ Anna id est: Lillo, Lélla(prostrati) ai piedi di sant’Anna) quando ci si rese conto che il piede oggetto di venerazione non era una reliquia del corpo di sant’Anna, ma solo un pregevole (?) manufatto.
20. Levarse ‘a miez’ê bbotte
Ad litteram: togliersi di mezzo ai botti. Defilarsi, sottrarsi da rischi e pericoli e farlo vilmente magari a danno altrui. Da notare che con la voce bbotte a margine non si intendono le percosse, ma i fuochi artificiali.
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domenica 6 febbraio 2011
VARIE 1016
1 -ROMPERE 'O CHITARRINO
Ad litteram: rompere la piccola chitarra id est: infastidire, tediare, annoiare e molestare al punto di procurare sia pure figuratamente la rottura del sedere che, nella locuzione è detto, con riferimento alla sua piú o meno involontaria sonorità, chitarrino usando uno degli oltri venti sinonimi con cui nel napoletano, si indica il culo.
2 -ROMPERE 'O NCIARMO
Ad litteram: rompere l'incantesimo Locuzione dalla doppia valenza. in primis, tenuto presente che la parola nciarmo non deriva dal lat. in→’n+ carmen ma da un francese n(eufonica) + charme nel significato di malía, incanto, la si usa per significare: scongiurare un malocchio, scoprire un inganno.
In una differente valenza la locuzione la si usa per indicare che ci si è decisi finalmente a principiare con decisione alcunché, abbandonando una incantata posizione di stallo e quiete accidiosa.
3 -ROMPERE LL'OVA DINT’Ô PANARO
Ad litteram: rompere le uova nel paniere id est: infastidire qualcuno oltremodo mettendogli dispettosamente e per mera cattiveria i bastoni tra le ruote fino al punto di pregiudicargli e far fallire quanto da lui intrapreso, come chi si divertisse, senza un reale tornaconto o beneficio, ma solo per nuocere l’altra, a frantumare le uova che una contadina avesse pazientemente raccolte in un cestino.
4-ROMPERSE 'E GAMME
Ad litteram: rompersi le gambe Locuzione usata soprattutta in forma di imperativo: rúmpete 'e gamme o rumpíteve 'e gamme (rómpiti le gambe o rompétevi le gambe) Id est: sii o siate solleciti nel fare quanto vi è stato detto di fare; precipitatevi all'azione con tanta rapida foga al punto che, iperbolicamente, ve ne derivi la rottura delle gambe.
5-RUTTO PE RUTTO
Ad litteram: rotto per rotto id est:Locuzione usata per significare: giacché si è giunti alla rottura di un rapporto, di un'amicizia o di quant'altro si voglia, è inutile stare a recriminare o a baloccarsi con i relativi cocci, tanto vale dare un definitivo taglio netto e pervenire alla totale eliminazione di ogni tipo di frequentazioni.ovvero: giacché siamo a questo punto, perveniamo pure alle estreme conseguenze! Rammento – per i piú pignoli – che il rutto (=rotto) dell’espressione è il part. pass. del verbo rompere che è dal lat. rumpere e non è il s.vo rutto (eruttazione) che è dal lat. ructu(m).
6 - SAPÉ 'A LECCA E 'A MECCA
Ad litteram:sapere la lecca e la mecca Id est: essere a conoscenza di un po' tutto quel che c'è da sapere e anche addirittura di quel che è inopportuno conoscere.
Locuzione usata a stupíto commento delle meraviglie narrate da coloro che avendo girato il mondo usano riferirle ad attoniti ascoltatori ; con altra valenza è usata per indicare che ci si fa meraviglie di quante cose siano a conoscenza di taluni giovani che, data la loro tenera età, non si presupporrebbe potessero conoscere tante cose.
Intorno alla locuzione in epigrafe ed alla sua genesi svariate sono le ipotesi. Io stesso nei lontani anni '70 del 1900 proposi sulle colonne del quotidiano napoletano ROMA, nella rubrica Mosconi tenuta dalla prof.ssa Settimia Cicinnati un'opinione che poi - pare - abbia trovato parecchi proseliti tra i cultori di cose napoletane. Orbene posto che la locuzione nasce storicamente in Sicilia e lí recita: firriari lecca e Mecca ovvero: girare tra Lecca e Mecca, reputo che la Mecca della locuzione non possa esser altro che la città sacra dei mussulmani e atteso che i siciliani dell'anno 1000, di quei loro invasori che vedevano firriari a dritta e mancina sulla terra siciliana a stento conoscevano il nome de La Mecca a loro si vollero riferire coniando la locuzione dove è chiaro che il termine Lecca non corrisponde a niente di concreto e reale, ma sia stato coniato per bisticcio ed allitterazione con il seguente Mecca
Successivamente la locuzione trasmigrò dalla Sicilia alla Campania, mantenendo la duplice valenza cui accennavo , anzi aggiungo che i napoletani piú anziani e dunque i piú facili a scandalizzarsi davanti ad irriverenti conoscenze dei giovani solevano completare la locuzione in epigrafe aggiungendovi un: e 'a via smaldetta (e la via maledetta)dicendo di un giovane che si mostrasse troppo addentrato nelle segrete cose che egli sapeva 'a lecca, 'a Mecca e 'a via smaldetta id est: conosce la lecca la Mecca e la via maledetta ossiaquella della perdizione.
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Ad litteram: rompere la piccola chitarra id est: infastidire, tediare, annoiare e molestare al punto di procurare sia pure figuratamente la rottura del sedere che, nella locuzione è detto, con riferimento alla sua piú o meno involontaria sonorità, chitarrino usando uno degli oltri venti sinonimi con cui nel napoletano, si indica il culo.
2 -ROMPERE 'O NCIARMO
Ad litteram: rompere l'incantesimo Locuzione dalla doppia valenza. in primis, tenuto presente che la parola nciarmo non deriva dal lat. in→’n+ carmen ma da un francese n(eufonica) + charme nel significato di malía, incanto, la si usa per significare: scongiurare un malocchio, scoprire un inganno.
In una differente valenza la locuzione la si usa per indicare che ci si è decisi finalmente a principiare con decisione alcunché, abbandonando una incantata posizione di stallo e quiete accidiosa.
3 -ROMPERE LL'OVA DINT’Ô PANARO
Ad litteram: rompere le uova nel paniere id est: infastidire qualcuno oltremodo mettendogli dispettosamente e per mera cattiveria i bastoni tra le ruote fino al punto di pregiudicargli e far fallire quanto da lui intrapreso, come chi si divertisse, senza un reale tornaconto o beneficio, ma solo per nuocere l’altra, a frantumare le uova che una contadina avesse pazientemente raccolte in un cestino.
4-ROMPERSE 'E GAMME
Ad litteram: rompersi le gambe Locuzione usata soprattutta in forma di imperativo: rúmpete 'e gamme o rumpíteve 'e gamme (rómpiti le gambe o rompétevi le gambe) Id est: sii o siate solleciti nel fare quanto vi è stato detto di fare; precipitatevi all'azione con tanta rapida foga al punto che, iperbolicamente, ve ne derivi la rottura delle gambe.
5-RUTTO PE RUTTO
Ad litteram: rotto per rotto id est:Locuzione usata per significare: giacché si è giunti alla rottura di un rapporto, di un'amicizia o di quant'altro si voglia, è inutile stare a recriminare o a baloccarsi con i relativi cocci, tanto vale dare un definitivo taglio netto e pervenire alla totale eliminazione di ogni tipo di frequentazioni.ovvero: giacché siamo a questo punto, perveniamo pure alle estreme conseguenze! Rammento – per i piú pignoli – che il rutto (=rotto) dell’espressione è il part. pass. del verbo rompere che è dal lat. rumpere e non è il s.vo rutto (eruttazione) che è dal lat. ructu(m).
6 - SAPÉ 'A LECCA E 'A MECCA
Ad litteram:sapere la lecca e la mecca Id est: essere a conoscenza di un po' tutto quel che c'è da sapere e anche addirittura di quel che è inopportuno conoscere.
Locuzione usata a stupíto commento delle meraviglie narrate da coloro che avendo girato il mondo usano riferirle ad attoniti ascoltatori ; con altra valenza è usata per indicare che ci si fa meraviglie di quante cose siano a conoscenza di taluni giovani che, data la loro tenera età, non si presupporrebbe potessero conoscere tante cose.
Intorno alla locuzione in epigrafe ed alla sua genesi svariate sono le ipotesi. Io stesso nei lontani anni '70 del 1900 proposi sulle colonne del quotidiano napoletano ROMA, nella rubrica Mosconi tenuta dalla prof.ssa Settimia Cicinnati un'opinione che poi - pare - abbia trovato parecchi proseliti tra i cultori di cose napoletane. Orbene posto che la locuzione nasce storicamente in Sicilia e lí recita: firriari lecca e Mecca ovvero: girare tra Lecca e Mecca, reputo che la Mecca della locuzione non possa esser altro che la città sacra dei mussulmani e atteso che i siciliani dell'anno 1000, di quei loro invasori che vedevano firriari a dritta e mancina sulla terra siciliana a stento conoscevano il nome de La Mecca a loro si vollero riferire coniando la locuzione dove è chiaro che il termine Lecca non corrisponde a niente di concreto e reale, ma sia stato coniato per bisticcio ed allitterazione con il seguente Mecca
Successivamente la locuzione trasmigrò dalla Sicilia alla Campania, mantenendo la duplice valenza cui accennavo , anzi aggiungo che i napoletani piú anziani e dunque i piú facili a scandalizzarsi davanti ad irriverenti conoscenze dei giovani solevano completare la locuzione in epigrafe aggiungendovi un: e 'a via smaldetta (e la via maledetta)dicendo di un giovane che si mostrasse troppo addentrato nelle segrete cose che egli sapeva 'a lecca, 'a Mecca e 'a via smaldetta id est: conosce la lecca la Mecca e la via maledetta ossiaquella della perdizione.
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LOCENA AL FORNO SU SUGO RUSTICO DI PUMMAROLELLE D’ ‘O PIENNOLO
LOCENA AL FORNO SU SUGO RUSTICO DI PUMMAROLELLE D’ ‘O PIENNOLO
Dosi per sei persone:
per le fette di carne
1 kg. e 200 g. di lòcena di maiale (altrove detta: rosciale, guida, collo, sapura, gioara etc. ) tagliata a fette spesse 1 cm.
1 etto e ½ di pan grattato addizionato di un trito finissimo di erbette aromatiche secche: timo, salvia,rosmarino etc. (in commercio si trovano già pronti dei piccoli contenitori con misti di tali erbette , ma è preferibile comporre il trito con le proprie mani, variando ad libitum il numero delle erbette, quantunque non esista uno strumento che possa aiutare a produrre artigianalmente erbette secche e quindi è giocoforza contentarsi dei triti prodotti industrialmente;),
sale fino e pepe nero q.s.
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.;
per il sugo rustico
1 kg. di pummarulelle d’ ‘o piennolo (pomidorini del pendolo),
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente,
1 grosso ciuffo di prezzemolo o di aneto lavato asciugato e tritato finemente,
1 cucchiaio di origano secco,
1 presa di sale doppio alle erbette,
18 anelli di cipolla dorata;
Procedimento
Si comincia ad approntare il sugo rustico nel modo che segue:
Versare tutto l’olio (un bicchiere) in un’ampio tegame, aggiungere gli spicchi d’aglio mondati e tritati finemente ed i 2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente ed a fuoco vivo fare imbiondire l’aglio; súbito dopo incidere orgonalmente a croce i pomidorini lavati ed asciugati e metterli nel tegame schiacciandoli con i rebbi d’una forchetta, aggiungere una presa di sale doppio alle erbette ed un bicchiere d’acqua bollente e portare a cottura il sugo in circa 15 minuti;quasi al termine della cottura aggiungere il cucchiaio di origano secco ed a fuochi spenti il trito di prezzemolo o aneto. Tenere in caldo. A seguire sciacquare velocemente le fette di carne sotto uno scroscio d’acqua fredda corrente, per eliminare eventualmente residui ematici; senza asciugarle, passare le fette di carne nel pangrattato addizionato del trito finissimo di erbette secche aromatiche; ungere la placca del forno e sistemarvi le fette di carne una accanto all’altra dopo che le medesime siano state ben pressate con la lama di un coltello ampio, per modo che il pangrattato penetri nelle fibre della carne; salare e pepare; adagiare su ogni fetta tre gli anelli di cipolla ed irrorare il tutto con l’olio residuo versato a filo.
Passare in forno già caldo (200°) per circa 35 minuti.
Distribuire a specchio sui singoli piatti alcune cucchiaiate di sugo rustico, adagiarvi le fette di carne e servire caldissime con un contorno di insalata verde o melanzane sott’olio.
NOTA
LOCENA
la locena, pur essendo un taglio di carne gustosissimo, è un taglio che, (ricavato dal quarto anteriore che è il meno pregiato o costoso della bestia bovina o suina) , è da ritenersi di mediocre qualità, quasi di scarto, e di tutti i vari nomi surriferiti con cui è connotato in Italia, quello che più si attaglia a simili minime qualità, è proprio il napoletano lòcena. Etimologicamente infatti la parola lòcena nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che stette ed in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena.
PUMMARULELLE D’ ‘O PIENNOLO D’ ‘O VESUVIO, ovvero i pomidorini del pendolo del Vesuvio son quei pomidorini piccoli rossi e maturi coltivati nell’area vesuviana, donde il nome, uniti in una sorta di resta formata intrecciando i flessuosi lunghi piccioli dei pomidorini che sono sferici, pizzuti e piccoli, rossi ben maturi, dolcissimi e sugosi. Questa resta viene preparata nei mesi estivi e conservata per essere usata anche nei mesi invernali, tenendola legata ai muri laterali di finestre o balconi delle cucine napoletane; i pomidorini vengono prelevati volta a volta tirandoli via per strappo dalla resta.
p.s. qualora fosse impossibile procurarsi pomidorini del piennulo, è possibile sostituirli con pomidorini pachino, ma non è la stessa cosa!
P.S.
Con il medesimo procedimento si possono preparare le costolette d’agnello o di capretto (c.d. bandierine), ma la lòcena di maiale è molto più gustosa!
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
Dosi per sei persone:
per le fette di carne
1 kg. e 200 g. di lòcena di maiale (altrove detta: rosciale, guida, collo, sapura, gioara etc. ) tagliata a fette spesse 1 cm.
1 etto e ½ di pan grattato addizionato di un trito finissimo di erbette aromatiche secche: timo, salvia,rosmarino etc. (in commercio si trovano già pronti dei piccoli contenitori con misti di tali erbette , ma è preferibile comporre il trito con le proprie mani, variando ad libitum il numero delle erbette, quantunque non esista uno strumento che possa aiutare a produrre artigianalmente erbette secche e quindi è giocoforza contentarsi dei triti prodotti industrialmente;),
sale fino e pepe nero q.s.
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.;
per il sugo rustico
1 kg. di pummarulelle d’ ‘o piennolo (pomidorini del pendolo),
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente,
1 grosso ciuffo di prezzemolo o di aneto lavato asciugato e tritato finemente,
1 cucchiaio di origano secco,
1 presa di sale doppio alle erbette,
18 anelli di cipolla dorata;
Procedimento
Si comincia ad approntare il sugo rustico nel modo che segue:
Versare tutto l’olio (un bicchiere) in un’ampio tegame, aggiungere gli spicchi d’aglio mondati e tritati finemente ed i 2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente ed a fuoco vivo fare imbiondire l’aglio; súbito dopo incidere orgonalmente a croce i pomidorini lavati ed asciugati e metterli nel tegame schiacciandoli con i rebbi d’una forchetta, aggiungere una presa di sale doppio alle erbette ed un bicchiere d’acqua bollente e portare a cottura il sugo in circa 15 minuti;quasi al termine della cottura aggiungere il cucchiaio di origano secco ed a fuochi spenti il trito di prezzemolo o aneto. Tenere in caldo. A seguire sciacquare velocemente le fette di carne sotto uno scroscio d’acqua fredda corrente, per eliminare eventualmente residui ematici; senza asciugarle, passare le fette di carne nel pangrattato addizionato del trito finissimo di erbette secche aromatiche; ungere la placca del forno e sistemarvi le fette di carne una accanto all’altra dopo che le medesime siano state ben pressate con la lama di un coltello ampio, per modo che il pangrattato penetri nelle fibre della carne; salare e pepare; adagiare su ogni fetta tre gli anelli di cipolla ed irrorare il tutto con l’olio residuo versato a filo.
Passare in forno già caldo (200°) per circa 35 minuti.
Distribuire a specchio sui singoli piatti alcune cucchiaiate di sugo rustico, adagiarvi le fette di carne e servire caldissime con un contorno di insalata verde o melanzane sott’olio.
NOTA
LOCENA
la locena, pur essendo un taglio di carne gustosissimo, è un taglio che, (ricavato dal quarto anteriore che è il meno pregiato o costoso della bestia bovina o suina) , è da ritenersi di mediocre qualità, quasi di scarto, e di tutti i vari nomi surriferiti con cui è connotato in Italia, quello che più si attaglia a simili minime qualità, è proprio il napoletano lòcena. Etimologicamente infatti la parola lòcena nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che stette ed in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena.
PUMMARULELLE D’ ‘O PIENNOLO D’ ‘O VESUVIO, ovvero i pomidorini del pendolo del Vesuvio son quei pomidorini piccoli rossi e maturi coltivati nell’area vesuviana, donde il nome, uniti in una sorta di resta formata intrecciando i flessuosi lunghi piccioli dei pomidorini che sono sferici, pizzuti e piccoli, rossi ben maturi, dolcissimi e sugosi. Questa resta viene preparata nei mesi estivi e conservata per essere usata anche nei mesi invernali, tenendola legata ai muri laterali di finestre o balconi delle cucine napoletane; i pomidorini vengono prelevati volta a volta tirandoli via per strappo dalla resta.
p.s. qualora fosse impossibile procurarsi pomidorini del piennulo, è possibile sostituirli con pomidorini pachino, ma non è la stessa cosa!
P.S.
Con il medesimo procedimento si possono preparare le costolette d’agnello o di capretto (c.d. bandierine), ma la lòcena di maiale è molto più gustosa!
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
sabato 5 febbraio 2011
SCIÒTTA & dintorni
SCIÒTTA & dintorni
Questa volta, su sollecitazione d’un caro amico mi soffermo a parlare della desueta voce in epigrafe, voce che – per il vero – non è mai stata d’àmbito partenopeo, ma che si ritrovò, (fino a che ne resse l’uso, venuto meno con il – chiamamolo cosí – progresso merceologico) variamente adattata sia morfologicamente che come significato in molti paesi dell’entroterra campano (Irpinia: jòtta o anche Alta Irpinia: sciòtta), ma pure in moltissimi paesi di tutto il meridione d’Italia (Calabria: jótta e con altro significato gghiòtta - Salento: sciòtta – Puglia: sciòtt – Lucania: sciòttula); come si vede stranamente solo nei capoluoghi di provincia campani la voce in epigrafe non attecchí e non la si usò.
Ciò precisato comincerò col dire che il significato primo delle voci jòtta - jótta – sciòtta – sciòtt - sciòttula fu quello di acqua calda salata e lattiginosa derivante dalla lessatura dei maccheroni; tale acqua quando non esistevano ancóra detersivi liquidi o in polvere veniva usata dalle massaie irpine,salentine, lucane, calabresi, pugliesi etc. per rigovernare (aiutandosi con della soda caustica o talora con della cenere) le stoviglie: piatti, pentole, tegami, posate, bicchieri etc. usate per cucinare e mangiare. Anche nei capoluoghi di provincia campani, ovviamente, si usava l’acqua di lessatura dei maccheroni per rigovarnare le stoviglie, ma non le si diede un nome esatto (fu solamente: ll’acqua d’’a pasta= l’acqua della pasta), nome che invece esisteva per la medesima acqua una volta che fosse stata già usata per lavare piatti, pentole, tegami, posate, bicchieri etc.; in tal caso quell’ acqua era détta sciacquatura (derivato di sciacquà ← exaquare per il tramite del part. pass. ed il suff. collettivizzante ura.)
Ma ritorniamo alla sciòtta per dire che leggermente adattata in ghiòtta nel linguaggio corso indica la sciacquatura napoletana che non viene buttata, ma data ai maiali; mentre a Polistena (Calabria) la medesima ghiòtta indica una salsa brodosa con aglio e cipolle usata per prepare il pesce in umido. Ed un po’ ovunque anche nel nord dell’Italia (Veneto e Friuli dove però la voce è adattata come jòta – jòte) la voce in epigrafe estensivamente è intesa come broda – brodaglia e simili.
Rammenterò altresí che in molti linguaggi regionali la voce in epigrafe talvolta à significati figurati: nel veneto –giuliano: cibo, pasto ma pure goduria, sollazzo mentre nel calabrese (Polistena) vale amarezza, dispiacere e nel pugliese sta per cosa senza valore, spregevole, da buttar via ; semanticamente essendo la sciòtta un’acqua salata in cui si son lessati i maccheroni, trovo piú confacenti e spiegabili i significati negativi di amarezza, dispiacere, cosa senza valore, spregevole, da buttar via piuttosto che i positivi significati di goduria, sollazzo .
E veniamo infine all’etimo della voce in epigrafe e di tutti gli adattamenti morfologici indicati. Atteso che jòtta – sciòtta – sciott - sciottula ma pure ghiòtta - jòta – jòte son tutte morfologicamente riconducibili ad un’unica fonte, segnalo per onestà di informazione, l’ipotesi etimologica avanzata da Carla Marcato che parla di tardo latino jutta= brodo, minestra acquosa; è vero jutta è voce che ò trovata attestata nel Du Cange ma non nei significati riportati, bensí in quello di brodo raffreddato e semanticamente non mi riesce di cogliere il legame tra un brodo raffreddato ed un’acqua calda usata per rigovernare; a mio avviso invece ci si può riferire per l’originaria sciòtta (acqua calda e salata) all’arabo shott= acqua salmastra, con il che si avvalorerebbe la tesi che la voce sciòtta sia originaria dell’italia meridionale e poi emigrata verso il settentrione con varî adattamenti morfologici e di significato.
raffaele bracale
Questa volta, su sollecitazione d’un caro amico mi soffermo a parlare della desueta voce in epigrafe, voce che – per il vero – non è mai stata d’àmbito partenopeo, ma che si ritrovò, (fino a che ne resse l’uso, venuto meno con il – chiamamolo cosí – progresso merceologico) variamente adattata sia morfologicamente che come significato in molti paesi dell’entroterra campano (Irpinia: jòtta o anche Alta Irpinia: sciòtta), ma pure in moltissimi paesi di tutto il meridione d’Italia (Calabria: jótta e con altro significato gghiòtta - Salento: sciòtta – Puglia: sciòtt – Lucania: sciòttula); come si vede stranamente solo nei capoluoghi di provincia campani la voce in epigrafe non attecchí e non la si usò.
Ciò precisato comincerò col dire che il significato primo delle voci jòtta - jótta – sciòtta – sciòtt - sciòttula fu quello di acqua calda salata e lattiginosa derivante dalla lessatura dei maccheroni; tale acqua quando non esistevano ancóra detersivi liquidi o in polvere veniva usata dalle massaie irpine,salentine, lucane, calabresi, pugliesi etc. per rigovernare (aiutandosi con della soda caustica o talora con della cenere) le stoviglie: piatti, pentole, tegami, posate, bicchieri etc. usate per cucinare e mangiare. Anche nei capoluoghi di provincia campani, ovviamente, si usava l’acqua di lessatura dei maccheroni per rigovarnare le stoviglie, ma non le si diede un nome esatto (fu solamente: ll’acqua d’’a pasta= l’acqua della pasta), nome che invece esisteva per la medesima acqua una volta che fosse stata già usata per lavare piatti, pentole, tegami, posate, bicchieri etc.; in tal caso quell’ acqua era détta sciacquatura (derivato di sciacquà ← exaquare per il tramite del part. pass. ed il suff. collettivizzante ura.)
Ma ritorniamo alla sciòtta per dire che leggermente adattata in ghiòtta nel linguaggio corso indica la sciacquatura napoletana che non viene buttata, ma data ai maiali; mentre a Polistena (Calabria) la medesima ghiòtta indica una salsa brodosa con aglio e cipolle usata per prepare il pesce in umido. Ed un po’ ovunque anche nel nord dell’Italia (Veneto e Friuli dove però la voce è adattata come jòta – jòte) la voce in epigrafe estensivamente è intesa come broda – brodaglia e simili.
Rammenterò altresí che in molti linguaggi regionali la voce in epigrafe talvolta à significati figurati: nel veneto –giuliano: cibo, pasto ma pure goduria, sollazzo mentre nel calabrese (Polistena) vale amarezza, dispiacere e nel pugliese sta per cosa senza valore, spregevole, da buttar via ; semanticamente essendo la sciòtta un’acqua salata in cui si son lessati i maccheroni, trovo piú confacenti e spiegabili i significati negativi di amarezza, dispiacere, cosa senza valore, spregevole, da buttar via piuttosto che i positivi significati di goduria, sollazzo .
E veniamo infine all’etimo della voce in epigrafe e di tutti gli adattamenti morfologici indicati. Atteso che jòtta – sciòtta – sciott - sciottula ma pure ghiòtta - jòta – jòte son tutte morfologicamente riconducibili ad un’unica fonte, segnalo per onestà di informazione, l’ipotesi etimologica avanzata da Carla Marcato che parla di tardo latino jutta= brodo, minestra acquosa; è vero jutta è voce che ò trovata attestata nel Du Cange ma non nei significati riportati, bensí in quello di brodo raffreddato e semanticamente non mi riesce di cogliere il legame tra un brodo raffreddato ed un’acqua calda usata per rigovernare; a mio avviso invece ci si può riferire per l’originaria sciòtta (acqua calda e salata) all’arabo shott= acqua salmastra, con il che si avvalorerebbe la tesi che la voce sciòtta sia originaria dell’italia meridionale e poi emigrata verso il settentrione con varî adattamenti morfologici e di significato.
raffaele bracale
SCIORBA – SCIORBACCA
SCIORBA – SCIORBACCA
Nei primi anni ’60 del 1900 quando ancóra a Porta Capuana, una delle piú note zone popolari della città bassa, veniva celebrata la festività dell’Assunta, con festa, luminarie e processione della statua della Vergine dormiente e poi di quella della Vergine destata con ai piedi delle pianelle consunte, per averle usate durante la notte della sua dormitio, per recarsi a far visita ai derelitti figli d’’a Maronna accolti e cresciuti nella vicinissima Casa Santa dell’ Annunziata istituzione benefica nata nel XIV secolo, insieme all'annessa Chiesa, come istituzione assistenziale per la cura dell'infanzia abbandonata.Détta Casa fu ricostruita una prima volta nel XVI secolo in forme rinascimentali e poi nel XVIII secolo dopo un incendio, da Luigi e Carlo Vanvitelli. Dal monumentale cortile della Casa si accedeva alla "Ruota" lignea che era quella che accoglieva i bambini abbandonati che venivano introdotti in una sorta di tamburo di legno, di ovvia forma cilindrica e raccolti all'interno da monache e bàlie, avvertite dal suono della campanella annessa alla ruota, monache e bàlie pronte ad intervenire ad ogni chiamata. All'esterno, al di sopra della ruota, vi era un puttino di marmo con un cartiglio dittante: "O padre e madre che qui ne gettate, alle vostre Limosine siamo raccomandati". All’interno proprio accanto alla bocca della ruota v’è una fontanella dove gli abbandonati ricevevano per mano delle medesime monache e bàlie, illico et immediate, appena raccolti, il santo Battesimo ed una sommaria prima abluzione.
Gli ospiti dell'istituzione venivano chiamati "Figli della Madonna", "Figli d'Annunziata", o "Esposti" e godevano di particolari privilegi. Alcuni venivano trovati con al collo un foglio di carta con il nome dei genitori, o portavano con sé qualche pezzo d'oro o d'argento. Tutto quello che indossavano e qualsiasi segno particolare, veniva annotato in un libro, in modo da rendere piú facile in futuro un eventuale riconoscimento da parte dei genitori pentiti dell’abbandono . La "Ruota" con il suo triste fascino, era una delle piú note d'Italia e non venne piú utilizzata dal 22 giugno 1875. La basilica attuale fa parte di un vasto complesso monumentale costituito in origine, oltre che dalla chiesa, da un ospedale, un convento, un ospizio per i trovatelli ed un "conservatorio" per le esposte (le ragazze povere e/o prive di famiglia, che venivano internate per conservarne la virtù, ma anche fornite di una piccola dote per essere maritate).L'istituzione, dedicata alla cura dell'infanzia abbandonata, era patrocinata dalla Congregazione della Santissima Annunziata, fondata nel 1318. Nel 1343 la regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, provvide a dotare la congregazione, che crebbe, da allora, all'ombra dei re di Napoli, assumendo la veste giuridica di Real Casa dell’Annunziata di Napoli.
La congregazione, sostenuta dalle famiglie nobili di Napoli, fu ricca ed ebbe vita assai lunga, giungendo fino a metà del Novecento.
Nei secoli gli edifici che costituivano il complesso furono variamente rimaneggiati: l'edificio che ancora oggi ospita l'ospedale ginecologico e pediatrico fu restaurato ancóra a metà del XVIII sec. dai Borbone, come recitano le iscrizioni del cortile interno.
Ma questo è un altro discorso.
Torniamo alla festa dell’Assunta a Porta Capuana. Lí in una delle ultime (1964 o 1965, non ricordo) processioni con il simulacro della Vergine dormiente, nel transitare accanto ad una bettola dove si servivano in ciotole di coccio, su di un lettuccio di spezzettate freselle, polpo bollito con il suo brodo e zuppe di cozze udii le parole in epigrafe, parole non piú udite alibi o ritrovate negli scritti sia pure di autori figli del popolo (Petito, Altavilla, Scarpetta). Quando le udii la prima volta non ne compresi súbito il significato, ma esso mi fu chiarito da un avventore della bettola che per festeggiare l’Assunta e lenire i morsi della fame, consumava del polpo bollito ed una zuppa di cozze lesse con un suo sughetto forte di pomidoro e peperoni piccanti; l’avventore indicandomi la scodella con la zuppetta di cozze disse:È chesta, è chesta ‘a sciorba!( È questa, è questa la sciorba!) Io che all’epoca conoscevo solo l’assonante sciorda (sciolta, diarrea) ne presi perciò a ridere, ma una volta che superai la confusione, seppi alfine che la parola sciorba valeva zuppa ed ovviamente la voce sciorbacca, con quel suo suffisso dispregiativo (acca) valeva zuppa pessima.
Riascoltai un paio di anni piú tardi e sempre nella medesima zona le voci in epigrafe, ma questa volta sulla bocca di alcuni giovinastri e non riferite a polpi o cozze bolliti o in zuppa, bensí per evidente traslato semantico, nei confronti di una donna non avvenente ed a maggior disdoro lamentosa, fastidiosa e lutulenta tal quale una sciorba(zuppa). Oggi a Napoli di una tale donna (seppure inelegantemente si direbbe: “Leta, le’ ca sî ‘na zuppa!” (Lèvati, lèvati,togliti via,sparisci giacché sei una zuppa!) Temporibus illis a Porta Capuana si disse analogamente Leta, le’ ca sî ‘na sciòrbacca!
Sono trascorsi ormai piú di quarantanni e non so se a Porta Capuana c’è ancóra qualcuno che usi le voci in epigrafe. Forse no, ma me ne dispiace; ò sempre ritenuto la voce sciorba ed il dispregiativo sciorbacca due parole interessanti degne di entrare nell’olimpo della parlata napoletana e non condannate a restare nel limbo delle voci familiari e/o rionali. Per quanto riguarda l’etimo ritengo che la voce sciorba debba derivare , nel significato di zuppa,, dall’arabo-persiano sciorbah o tsciorbach che à fornito chiaramente sciorbacca; le voci sciorbah o tsciorbach traggono origine da un tema verbale sciaríba= bere in quanto in origine si trattava di zuppa molto liquida; con il medesimo termine sciorbah o tsciorbach in Turchia si indica una lenta vivanda a base di riso.
Purtroppo tutto passa, dilegua e sparisce.E pazienza se la parlata napoletana che fu majateca, ricca di parole e di sonorità espressive si impoverisce ogni giorno di piú, come si sono impoverite le tante feste religiose e popolari della città di Napoli e nessuno piú ci ridarà la processione della Vergine dormiente e della Vergine con le pianelle sporche. Pazienza: c’est la vie!
Raffaele Bracale
Nei primi anni ’60 del 1900 quando ancóra a Porta Capuana, una delle piú note zone popolari della città bassa, veniva celebrata la festività dell’Assunta, con festa, luminarie e processione della statua della Vergine dormiente e poi di quella della Vergine destata con ai piedi delle pianelle consunte, per averle usate durante la notte della sua dormitio, per recarsi a far visita ai derelitti figli d’’a Maronna accolti e cresciuti nella vicinissima Casa Santa dell’ Annunziata istituzione benefica nata nel XIV secolo, insieme all'annessa Chiesa, come istituzione assistenziale per la cura dell'infanzia abbandonata.Détta Casa fu ricostruita una prima volta nel XVI secolo in forme rinascimentali e poi nel XVIII secolo dopo un incendio, da Luigi e Carlo Vanvitelli. Dal monumentale cortile della Casa si accedeva alla "Ruota" lignea che era quella che accoglieva i bambini abbandonati che venivano introdotti in una sorta di tamburo di legno, di ovvia forma cilindrica e raccolti all'interno da monache e bàlie, avvertite dal suono della campanella annessa alla ruota, monache e bàlie pronte ad intervenire ad ogni chiamata. All'esterno, al di sopra della ruota, vi era un puttino di marmo con un cartiglio dittante: "O padre e madre che qui ne gettate, alle vostre Limosine siamo raccomandati". All’interno proprio accanto alla bocca della ruota v’è una fontanella dove gli abbandonati ricevevano per mano delle medesime monache e bàlie, illico et immediate, appena raccolti, il santo Battesimo ed una sommaria prima abluzione.
Gli ospiti dell'istituzione venivano chiamati "Figli della Madonna", "Figli d'Annunziata", o "Esposti" e godevano di particolari privilegi. Alcuni venivano trovati con al collo un foglio di carta con il nome dei genitori, o portavano con sé qualche pezzo d'oro o d'argento. Tutto quello che indossavano e qualsiasi segno particolare, veniva annotato in un libro, in modo da rendere piú facile in futuro un eventuale riconoscimento da parte dei genitori pentiti dell’abbandono . La "Ruota" con il suo triste fascino, era una delle piú note d'Italia e non venne piú utilizzata dal 22 giugno 1875. La basilica attuale fa parte di un vasto complesso monumentale costituito in origine, oltre che dalla chiesa, da un ospedale, un convento, un ospizio per i trovatelli ed un "conservatorio" per le esposte (le ragazze povere e/o prive di famiglia, che venivano internate per conservarne la virtù, ma anche fornite di una piccola dote per essere maritate).L'istituzione, dedicata alla cura dell'infanzia abbandonata, era patrocinata dalla Congregazione della Santissima Annunziata, fondata nel 1318. Nel 1343 la regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, provvide a dotare la congregazione, che crebbe, da allora, all'ombra dei re di Napoli, assumendo la veste giuridica di Real Casa dell’Annunziata di Napoli.
La congregazione, sostenuta dalle famiglie nobili di Napoli, fu ricca ed ebbe vita assai lunga, giungendo fino a metà del Novecento.
Nei secoli gli edifici che costituivano il complesso furono variamente rimaneggiati: l'edificio che ancora oggi ospita l'ospedale ginecologico e pediatrico fu restaurato ancóra a metà del XVIII sec. dai Borbone, come recitano le iscrizioni del cortile interno.
Ma questo è un altro discorso.
Torniamo alla festa dell’Assunta a Porta Capuana. Lí in una delle ultime (1964 o 1965, non ricordo) processioni con il simulacro della Vergine dormiente, nel transitare accanto ad una bettola dove si servivano in ciotole di coccio, su di un lettuccio di spezzettate freselle, polpo bollito con il suo brodo e zuppe di cozze udii le parole in epigrafe, parole non piú udite alibi o ritrovate negli scritti sia pure di autori figli del popolo (Petito, Altavilla, Scarpetta). Quando le udii la prima volta non ne compresi súbito il significato, ma esso mi fu chiarito da un avventore della bettola che per festeggiare l’Assunta e lenire i morsi della fame, consumava del polpo bollito ed una zuppa di cozze lesse con un suo sughetto forte di pomidoro e peperoni piccanti; l’avventore indicandomi la scodella con la zuppetta di cozze disse:È chesta, è chesta ‘a sciorba!( È questa, è questa la sciorba!) Io che all’epoca conoscevo solo l’assonante sciorda (sciolta, diarrea) ne presi perciò a ridere, ma una volta che superai la confusione, seppi alfine che la parola sciorba valeva zuppa ed ovviamente la voce sciorbacca, con quel suo suffisso dispregiativo (acca) valeva zuppa pessima.
Riascoltai un paio di anni piú tardi e sempre nella medesima zona le voci in epigrafe, ma questa volta sulla bocca di alcuni giovinastri e non riferite a polpi o cozze bolliti o in zuppa, bensí per evidente traslato semantico, nei confronti di una donna non avvenente ed a maggior disdoro lamentosa, fastidiosa e lutulenta tal quale una sciorba(zuppa). Oggi a Napoli di una tale donna (seppure inelegantemente si direbbe: “Leta, le’ ca sî ‘na zuppa!” (Lèvati, lèvati,togliti via,sparisci giacché sei una zuppa!) Temporibus illis a Porta Capuana si disse analogamente Leta, le’ ca sî ‘na sciòrbacca!
Sono trascorsi ormai piú di quarantanni e non so se a Porta Capuana c’è ancóra qualcuno che usi le voci in epigrafe. Forse no, ma me ne dispiace; ò sempre ritenuto la voce sciorba ed il dispregiativo sciorbacca due parole interessanti degne di entrare nell’olimpo della parlata napoletana e non condannate a restare nel limbo delle voci familiari e/o rionali. Per quanto riguarda l’etimo ritengo che la voce sciorba debba derivare , nel significato di zuppa,, dall’arabo-persiano sciorbah o tsciorbach che à fornito chiaramente sciorbacca; le voci sciorbah o tsciorbach traggono origine da un tema verbale sciaríba= bere in quanto in origine si trattava di zuppa molto liquida; con il medesimo termine sciorbah o tsciorbach in Turchia si indica una lenta vivanda a base di riso.
Purtroppo tutto passa, dilegua e sparisce.E pazienza se la parlata napoletana che fu majateca, ricca di parole e di sonorità espressive si impoverisce ogni giorno di piú, come si sono impoverite le tante feste religiose e popolari della città di Napoli e nessuno piú ci ridarà la processione della Vergine dormiente e della Vergine con le pianelle sporche. Pazienza: c’est la vie!
Raffaele Bracale
SCIÒSCIOLE, SCIÒCELE, SCIÒCCELE & DINTORNI
SCIÒSCIOLE, SCIÒCELE, SCIÒCCELE & DINTORNI
Occorre forse spiegare cosa siano le sciòsciole o sciòcele o ancóra scioccele richiamate in epigrafe?
Penso proprio di no: non v’à napoletano che al solo udire queste parole non corra súbito con la mente alle festività natalizie, ai presepi d’antan o ai piú moderni abeti agghindati ed illuminati, e non immagini di trovarsi all’apparecchiato desco della vigilia o a quello del Natale o di Santo Stefano, tra vermicelli a vongole, spigole od orate all’acqua pazza, baccalà fritto con contorno di cime di broccoli baresi all’agro, capitone ed insalata di rinforzo; ed ecco che a chiusura del cenone di magro della vigilia, o in chiusura di quello di carni del Natale o della prima festa, accanto alla frutta fresca (odorosissimi mandarini, melone di pane etc.) arriva tantissima frutta secca: noci, mandorle, nocciole, arachidi,e per estensione fichi secchi, uva passita, datteri, pinoli etc.: ‘e sciòsciole o sciòcele, o sciòccele quel saporitissimo seccume che una volta che sia consumato, lascia sulla tovaglia un’ecatombe di bucce, meglio di scorze frantumate per raggiungere i semi, la parte edibile di quelle noci, mandorle etc.
Ed è proprio risalendo ad un termine latino flacces (bucce) che a mio avviso si è formato il termine sciòsciole che in napoletano indica tutta la frutta secca, quella che cioè lascia appunto un congruo residuo di bucce.
Ricorderò appena il noto variare del gruppo latino fl che in napoletano diviene sempe sci come flos (fiore) che in napoletano approda a sciore, flumen (fiume) che diventa sciummo etc.
Come si vede il termine sciòsciole o sciòcele o anche sciòccele non va risolto, come pure fa qualcuno che si picca (ma a torto) di conoscere la lingua napoletana, con una pilatesca onomatopea richiamante il rumore che potrebbe ricavare chi rimestasse con le mani nel cesto dove, per solito, viene riposta tutta la frutta secca. Esso termine à una sua pacifica derivazione latina.
Un’ ultima notazione: molti, se non tutti usano scrivere sciòsciole, mantenendo il suono sci anche per la seconda c della parola; io per tener fede alla derivazione latina penso sia piú opportuno eliminare il secondo suono palatale sci, che del resto pare non abbia una giustificazione etimologica,… scrivendo e leggendo sciòcele,anzi addirittura sciòccele (che conserva integra la doppia c di flacces), piuttosto che sciòsciole posto che il gustosissimo sapore resta invariato!
Raffaele Bracale
Occorre forse spiegare cosa siano le sciòsciole o sciòcele o ancóra scioccele richiamate in epigrafe?
Penso proprio di no: non v’à napoletano che al solo udire queste parole non corra súbito con la mente alle festività natalizie, ai presepi d’antan o ai piú moderni abeti agghindati ed illuminati, e non immagini di trovarsi all’apparecchiato desco della vigilia o a quello del Natale o di Santo Stefano, tra vermicelli a vongole, spigole od orate all’acqua pazza, baccalà fritto con contorno di cime di broccoli baresi all’agro, capitone ed insalata di rinforzo; ed ecco che a chiusura del cenone di magro della vigilia, o in chiusura di quello di carni del Natale o della prima festa, accanto alla frutta fresca (odorosissimi mandarini, melone di pane etc.) arriva tantissima frutta secca: noci, mandorle, nocciole, arachidi,e per estensione fichi secchi, uva passita, datteri, pinoli etc.: ‘e sciòsciole o sciòcele, o sciòccele quel saporitissimo seccume che una volta che sia consumato, lascia sulla tovaglia un’ecatombe di bucce, meglio di scorze frantumate per raggiungere i semi, la parte edibile di quelle noci, mandorle etc.
Ed è proprio risalendo ad un termine latino flacces (bucce) che a mio avviso si è formato il termine sciòsciole che in napoletano indica tutta la frutta secca, quella che cioè lascia appunto un congruo residuo di bucce.
Ricorderò appena il noto variare del gruppo latino fl che in napoletano diviene sempe sci come flos (fiore) che in napoletano approda a sciore, flumen (fiume) che diventa sciummo etc.
Come si vede il termine sciòsciole o sciòcele o anche sciòccele non va risolto, come pure fa qualcuno che si picca (ma a torto) di conoscere la lingua napoletana, con una pilatesca onomatopea richiamante il rumore che potrebbe ricavare chi rimestasse con le mani nel cesto dove, per solito, viene riposta tutta la frutta secca. Esso termine à una sua pacifica derivazione latina.
Un’ ultima notazione: molti, se non tutti usano scrivere sciòsciole, mantenendo il suono sci anche per la seconda c della parola; io per tener fede alla derivazione latina penso sia piú opportuno eliminare il secondo suono palatale sci, che del resto pare non abbia una giustificazione etimologica,… scrivendo e leggendo sciòcele,anzi addirittura sciòccele (che conserva integra la doppia c di flacces), piuttosto che sciòsciole posto che il gustosissimo sapore resta invariato!
Raffaele Bracale
BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni
BAGATTELLA, CIANFRUSAGLIA, CHINCAGLIERIA, MINUTAGLIA, CARABATTOLA, CIARPAME, PACCOTTIGLIA & dintorni
L’idea di vergare queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe docente) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati dei termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità della sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine o il differente campo d’applicazione in cui i termini andrebbero usati; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico P. G. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
bagattella, s.vo f.le1 in primis (ant.) gioco di bussolotti | gioco simile al biliardo.2 poi per traslato cosa da nulla, inezia, bazzecola
3 (mus.) componimento musicale da camera di struttura semplice e di breve durata: le bagattelle di Beethoven
etimologicamente dal lat. mediev. bagadellus 'di Bagdad'dove pare fosse stato ideato il giuoco;
bazzecola, s.vo f.le 1 cosa da nulla, di poco conto; inezia: costa una bazzecola!. 2 poi per traslato, ma impreciso ciarpame, paccottiglia,etc. etimologicamente da raccostarsi al persiano bazzem = cose futili e di nessun pregio;
cianfrusaglia, s.vo f.le coll. Cosa minuta e senza valore; nel plur., e anche nel sing. collettivo, insieme disparato di oggetti minuti e di nessun valore: un armadio, un cassetto, un negozio pieno di cianfrusaglie. etimologicamente dall’agglutinazione di cian(cia)voce onomatopeica e frusaglia per fruscolo voce dal lat. tardo frustulu(m) 'pezzetto'
chincaglieria, s.vo f.le
1 spec. pl. piccolo oggetto ornamentale; ninnolo grazioso, ma non prezioso;
voce usata impropriamente quale sinonimo di cianfrusaglia
2 negozio in cui si vendono tali oggetti ornamentali.
etimologicamente dal fr. quincaillerie;
carabattola, s.vo f.le
1 spec. pl. oggetto, masserizia di poco pregio; scarabattola: le povere carabattole avevano enfiato le valigie (GADDA)
2 (fig.,ma impropriamente) bagattella, bazzecola, cianfrusaglia.
etimologicamente dal lat. grabatu(m) 'lettuccio', termine contenuto nel racconto evangelico della guarigione del paralitico (tolle grabatum tuum et ambula 'prendi il tuo lettuccio e cammina', MARCO II, 9)
ciarpame, s.vo m.lecoll.vo
1insieme di roba inservibile o di poco pregio | 2 (fig.ma impropriamente) Cosa minuta e senza valore;
3 (fig. lett.) parole, sentimenti frusti, bolsi, di cattivo gusto: il ciarpame floscio della viltà (D'ANNUNZIO).
etimologicamente, per epitesi espressiva (me) dal fr. echarpe→(e)charpe+me→ciarpame;
minutaglia, s.vo f.le coll.
1 insieme di cose minute
2 cose di scarso valore (pretestuosamente anche fig.): un baule pieno di minutaglie; sprecar tempo in minutaglie
3 assortimento di piccoli pesci per frittura.
etimologicamente dal dal Lat. tardo minutalia, neutro pl. sost. dell'agg. minutalis 'piccolo, meschino', deriv. di minutus 'minuto1';
paccottiglia s.vo f.le vedi ultra sub paccuttiglia.
Come mi pare d’aver chiarito v’è una graduazione tra i varî termini esaminati e diverso il loro campo d’applicazione e perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità delle sensazioni provatesenza fare di ogni erba un fascio o per dirla piú icasticamente senza mischiare lana con seta o carne con pesce...
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne sono al corrente, se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti,che d’altra parte non ànno gran voglia o bisogno di apprendere atteso che usano per comunicare non piú l’italiano, ma spesso lingue straniere, linguaggi da iniziati, gerghi, slang o argot e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma, vada come vada, completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione:
cerenfruscolo s.vo m.le quisquilia, cosuccia, cosa da nulla; voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza e per estensione ed ampliamento semantico, in quello di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio e cicerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose nonché alle minuzie e/o sciocchezze;
frascaría s.vo f.le in primis frottola, menzogna, panzana, balla, palla; per traslato (semanticamente spiegato con il fatto che ad una frottola, menzogna, panzana, balla, palla non si deve prestar fede) bagattella, minuzia, sciocchezza,, nonnulla, quisquilia cui non dar alcun peso; etimologicamente la voce è da collegarsi al significato traslato di frasca che quale fronda, foglia agitata dal vento nel verbo derivato frascheggiare prende il significato sia di rumoreggiare, che di raccontar frottole, sciocchezze.A sua volta la voce frasca è da un basso lat. frasca
‘gnòtula/’gnotularía, s.vo f.le bagattella, minuzia, nonnulla, quisquilia. cosa di poco conto ed ancóra estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione non chiara ed inutile etc. voce dalla doppia morfologia, ma dall’identico significato; etimologicamente nella prima forma ‘gnòtula è dal lat. ignotus→(i)gnot(us)→’gnotula con influenza del lat. inutilis addizionato del suffisso diminutivo neutro plurale, poi inteso femminile ula; nella seconda forma all’iniziale ‘gnòtula è stato aggiunto il suffisso tonico aría suffisso tonico corrispondente al lat. –aríus/aría, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione;
bavattella s.vo f.le 1 cosa da nulla, di nessuna importanza; sciocchezza, bazzecola; 2cosa di poco conto, inezia ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante; etimologicamente è voce dal fr. bagatelle; normale nel napoletano il metaplasmo g→v cfr. gallo→vallo, gallina→vallina, volpe→golpe, gonnella→vunnella etc.
míngule s.vo m.le pl. di míngulo 1 in primis fronzolo, sciocchezzuola da donne ; per traslato sciocchezza, bazzecola, moina da innamorati etimologicamente voce dal lat. mica con suffisso diminutivo ulo/ule che continua il lat. olu(m) edepentesi eufonica della consonante nasale dentale (n);
‘ntingúle s.vo m.lepl. di ‘ntingúlo di per sé sugo, salsa, condimento, ma per traslatosinonimo della voce precedente cui semanticamente si accosta per il fatto che fronzoli, bazzecole,moine da donne e/o innamorati sono untuosi, grassi melliflui; etimologicamente è voce deverbale di intingere ( Dal lat. intingere, comp. di in- e tingere 'tingere, bagnare'), ma la morfologia del vocabolo è stata marcata per bisticcio ed allitterazione sulla voce precedente in unione della quale è quasi affatto usato (míngule e ‘ntingule = moine, bazzecole); gnaste/’nchiaste = s.vi m.li pl. di gnasto/’nchiasto = in primis empiastro; poi anche sciocchezza nonnulla, ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante, ed anche persona petulante; per il vero si tratta d’un unico sostantivo rappresentato in doppia morfologia di cui la seconda ‘nchiasto fu quella originaria e di partenza, mentre l’altra gnasto ne fu e ne è solo un adattamento del parlato con
1)metatesi accompagnato dal passaggio metaplasmatico dalla affricata palatale sorda (c) alla corrispondente sonora (g) (‘nc→’ng→gn),
2)sincope della consonante diacritica (h) resa inutile dalla metatesi,
3)semplificazione del dittongo (ia→a);
etimologicamente la voce ‘nchiasto (poi gnasto) è una derivazione dal lat. emplastru(m) (marcato sul greco émplastrom)con il seguente percorso morfologico:emplastrum→(e)mplast(r)u(m)→mplastu(m)→’nchiasto (con consueto passaggio del gruppo pl a chi + vocale (cfr. cfr. platea→chiazza – plus→cchiú – plangere/planctum→chiagnere/chianto – plenam→chiena etc.) e valse in primis empiastro,fastidio ed a seguire per traslato piccola enfiagione,minuscola lividura ed ancóra sempre per traslato soprattutto come diminutivo ‘nchiastillo/gnastillo riferito ad oggetto valse cosa da nulla, sciocchezzuola, mentre riferito a persona di genere maschile bassa di statura valse omuncolo,omino, nanerottolo; declinato al femminile ‘nchiastella/gnastella valse donna petulante e fastidiosa; infine sempre nella forma m.le ‘nchiastillo/gnastillo identificò i nei posticci che le donne e/o i bellimbusti del ‘700 si dipingevano o applicavano sul viso.
‘nchiastaría s.vo f.le sinonimo della voce precedente, ma letteralmente l’essenza della sciocchezzuola dell’ inezia, l’essere fastidioso, noioso, petulante etimologicamente dalla radice ‘nchiast(o) dal lat. emplastru(m) addizionata del suffisso tonico di pertinenza dei nomi astratti aría;
‘mbròglie s.vo f.le solo pl. 1 insieme di tutto ciò che crei confusione, disordine;
2 merci scadenti e di alcun valore;
etimologicamente deverbale di imbrogliare che è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde.
perecoglie s.vo f.le solo pl. minuzie, minuterie,cianfrusaglie etimologicamente adattamento dello spagnolo perifollos = monili, fronzoli.
paccuttiglia s.vo f.le
1 un tempo, piccola quantità di merce che ogni membro dell'equipaggio di una nave era autorizzato a trasportare ed eventualmente a commerciare in proprio: diritto, contratto di paccottiglia
2 (estens.) insieme di cose di poco valore e di cattivo gusto; merce scadente, fondo di magazzino.
etimologicamente dal fr. pacotille, che è dallo sp. pacotilla, a sua volta dall'ol. pak; trattasi in ogni caso di voce d’origine napoletana trasmigrata poi nell’italiano come paccottiglia nei medesimi significati.
vrennaría s.vo f.le sciocchezza, bagatella, cosa insignificante, quasi residuale di fatti piú serî tal quale la crusca (vrenna) che residua dopo d’aver abburattato la farina. etimologicamente è voce costruita sul s.vo vrenna (crusca) con il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione ; vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska.
scartapella s.vo f.le in primis carabattola, masserizia di nussun conto, vecchia, sciupata e mal messa tale da poter esser tranquillamente messa da parte; per estensione piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa inutile di cui liberarsi
etimologicamente dallo spagnolo cartapel = carta, scritto inutile
• zavanella s.vo f.le in primis nastrino, fiocco, legaccio logoro, frusto, sdrucito, vecchio tale da non poter esser piú utilizzato; per estensione inezia, piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa di poco o nessun pregio, inutile di cui non curarsi. etimologicamente voce collaterale nel parlato di zagarella/zaganella dall’arabo zahar con tipico adattamento morfologico g→v.
E con questo penso proprio d’avere esaurito l’argomento e d’avere convinto e forse contentato l’amico P.G., ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale
L’idea di vergare queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe docente) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati dei termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità della sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine o il differente campo d’applicazione in cui i termini andrebbero usati; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico P. G. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
bagattella, s.vo f.le1 in primis (ant.) gioco di bussolotti | gioco simile al biliardo.2 poi per traslato cosa da nulla, inezia, bazzecola
3 (mus.) componimento musicale da camera di struttura semplice e di breve durata: le bagattelle di Beethoven
etimologicamente dal lat. mediev. bagadellus 'di Bagdad'dove pare fosse stato ideato il giuoco;
bazzecola, s.vo f.le 1 cosa da nulla, di poco conto; inezia: costa una bazzecola!. 2 poi per traslato, ma impreciso ciarpame, paccottiglia,etc. etimologicamente da raccostarsi al persiano bazzem = cose futili e di nessun pregio;
cianfrusaglia, s.vo f.le coll. Cosa minuta e senza valore; nel plur., e anche nel sing. collettivo, insieme disparato di oggetti minuti e di nessun valore: un armadio, un cassetto, un negozio pieno di cianfrusaglie. etimologicamente dall’agglutinazione di cian(cia)voce onomatopeica e frusaglia per fruscolo voce dal lat. tardo frustulu(m) 'pezzetto'
chincaglieria, s.vo f.le
1 spec. pl. piccolo oggetto ornamentale; ninnolo grazioso, ma non prezioso;
voce usata impropriamente quale sinonimo di cianfrusaglia
2 negozio in cui si vendono tali oggetti ornamentali.
etimologicamente dal fr. quincaillerie;
carabattola, s.vo f.le
1 spec. pl. oggetto, masserizia di poco pregio; scarabattola: le povere carabattole avevano enfiato le valigie (GADDA)
2 (fig.,ma impropriamente) bagattella, bazzecola, cianfrusaglia.
etimologicamente dal lat. grabatu(m) 'lettuccio', termine contenuto nel racconto evangelico della guarigione del paralitico (tolle grabatum tuum et ambula 'prendi il tuo lettuccio e cammina', MARCO II, 9)
ciarpame, s.vo m.lecoll.vo
1insieme di roba inservibile o di poco pregio | 2 (fig.ma impropriamente) Cosa minuta e senza valore;
3 (fig. lett.) parole, sentimenti frusti, bolsi, di cattivo gusto: il ciarpame floscio della viltà (D'ANNUNZIO).
etimologicamente, per epitesi espressiva (me) dal fr. echarpe→(e)charpe+me→ciarpame;
minutaglia, s.vo f.le coll.
1 insieme di cose minute
2 cose di scarso valore (pretestuosamente anche fig.): un baule pieno di minutaglie; sprecar tempo in minutaglie
3 assortimento di piccoli pesci per frittura.
etimologicamente dal dal Lat. tardo minutalia, neutro pl. sost. dell'agg. minutalis 'piccolo, meschino', deriv. di minutus 'minuto1';
paccottiglia s.vo f.le vedi ultra sub paccuttiglia.
Come mi pare d’aver chiarito v’è una graduazione tra i varî termini esaminati e diverso il loro campo d’applicazione e perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità delle sensazioni provatesenza fare di ogni erba un fascio o per dirla piú icasticamente senza mischiare lana con seta o carne con pesce...
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne sono al corrente, se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti,che d’altra parte non ànno gran voglia o bisogno di apprendere atteso che usano per comunicare non piú l’italiano, ma spesso lingue straniere, linguaggi da iniziati, gerghi, slang o argot e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma, vada come vada, completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione:
cerenfruscolo s.vo m.le quisquilia, cosuccia, cosa da nulla; voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza e per estensione ed ampliamento semantico, in quello di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio e cicerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose nonché alle minuzie e/o sciocchezze;
frascaría s.vo f.le in primis frottola, menzogna, panzana, balla, palla; per traslato (semanticamente spiegato con il fatto che ad una frottola, menzogna, panzana, balla, palla non si deve prestar fede) bagattella, minuzia, sciocchezza,, nonnulla, quisquilia cui non dar alcun peso; etimologicamente la voce è da collegarsi al significato traslato di frasca che quale fronda, foglia agitata dal vento nel verbo derivato frascheggiare prende il significato sia di rumoreggiare, che di raccontar frottole, sciocchezze.A sua volta la voce frasca è da un basso lat. frasca
‘gnòtula/’gnotularía, s.vo f.le bagattella, minuzia, nonnulla, quisquilia. cosa di poco conto ed ancóra estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione non chiara ed inutile etc. voce dalla doppia morfologia, ma dall’identico significato; etimologicamente nella prima forma ‘gnòtula è dal lat. ignotus→(i)gnot(us)→’gnotula con influenza del lat. inutilis addizionato del suffisso diminutivo neutro plurale, poi inteso femminile ula; nella seconda forma all’iniziale ‘gnòtula è stato aggiunto il suffisso tonico aría suffisso tonico corrispondente al lat. –aríus/aría, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione;
bavattella s.vo f.le 1 cosa da nulla, di nessuna importanza; sciocchezza, bazzecola; 2cosa di poco conto, inezia ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante; etimologicamente è voce dal fr. bagatelle; normale nel napoletano il metaplasmo g→v cfr. gallo→vallo, gallina→vallina, volpe→golpe, gonnella→vunnella etc.
míngule s.vo m.le pl. di míngulo 1 in primis fronzolo, sciocchezzuola da donne ; per traslato sciocchezza, bazzecola, moina da innamorati etimologicamente voce dal lat. mica con suffisso diminutivo ulo/ule che continua il lat. olu(m) edepentesi eufonica della consonante nasale dentale (n);
‘ntingúle s.vo m.lepl. di ‘ntingúlo di per sé sugo, salsa, condimento, ma per traslatosinonimo della voce precedente cui semanticamente si accosta per il fatto che fronzoli, bazzecole,moine da donne e/o innamorati sono untuosi, grassi melliflui; etimologicamente è voce deverbale di intingere ( Dal lat. intingere, comp. di in- e tingere 'tingere, bagnare'), ma la morfologia del vocabolo è stata marcata per bisticcio ed allitterazione sulla voce precedente in unione della quale è quasi affatto usato (míngule e ‘ntingule = moine, bazzecole); gnaste/’nchiaste = s.vi m.li pl. di gnasto/’nchiasto = in primis empiastro; poi anche sciocchezza nonnulla, ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante, ed anche persona petulante; per il vero si tratta d’un unico sostantivo rappresentato in doppia morfologia di cui la seconda ‘nchiasto fu quella originaria e di partenza, mentre l’altra gnasto ne fu e ne è solo un adattamento del parlato con
1)metatesi accompagnato dal passaggio metaplasmatico dalla affricata palatale sorda (c) alla corrispondente sonora (g) (‘nc→’ng→gn),
2)sincope della consonante diacritica (h) resa inutile dalla metatesi,
3)semplificazione del dittongo (ia→a);
etimologicamente la voce ‘nchiasto (poi gnasto) è una derivazione dal lat. emplastru(m) (marcato sul greco émplastrom)con il seguente percorso morfologico:emplastrum→(e)mplast(r)u(m)→mplastu(m)→’nchiasto (con consueto passaggio del gruppo pl a chi + vocale (cfr. cfr. platea→chiazza – plus→cchiú – plangere/planctum→chiagnere/chianto – plenam→chiena etc.) e valse in primis empiastro,fastidio ed a seguire per traslato piccola enfiagione,minuscola lividura ed ancóra sempre per traslato soprattutto come diminutivo ‘nchiastillo/gnastillo riferito ad oggetto valse cosa da nulla, sciocchezzuola, mentre riferito a persona di genere maschile bassa di statura valse omuncolo,omino, nanerottolo; declinato al femminile ‘nchiastella/gnastella valse donna petulante e fastidiosa; infine sempre nella forma m.le ‘nchiastillo/gnastillo identificò i nei posticci che le donne e/o i bellimbusti del ‘700 si dipingevano o applicavano sul viso.
‘nchiastaría s.vo f.le sinonimo della voce precedente, ma letteralmente l’essenza della sciocchezzuola dell’ inezia, l’essere fastidioso, noioso, petulante etimologicamente dalla radice ‘nchiast(o) dal lat. emplastru(m) addizionata del suffisso tonico di pertinenza dei nomi astratti aría;
‘mbròglie s.vo f.le solo pl. 1 insieme di tutto ciò che crei confusione, disordine;
2 merci scadenti e di alcun valore;
etimologicamente deverbale di imbrogliare che è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde.
perecoglie s.vo f.le solo pl. minuzie, minuterie,cianfrusaglie etimologicamente adattamento dello spagnolo perifollos = monili, fronzoli.
paccuttiglia s.vo f.le
1 un tempo, piccola quantità di merce che ogni membro dell'equipaggio di una nave era autorizzato a trasportare ed eventualmente a commerciare in proprio: diritto, contratto di paccottiglia
2 (estens.) insieme di cose di poco valore e di cattivo gusto; merce scadente, fondo di magazzino.
etimologicamente dal fr. pacotille, che è dallo sp. pacotilla, a sua volta dall'ol. pak; trattasi in ogni caso di voce d’origine napoletana trasmigrata poi nell’italiano come paccottiglia nei medesimi significati.
vrennaría s.vo f.le sciocchezza, bagatella, cosa insignificante, quasi residuale di fatti piú serî tal quale la crusca (vrenna) che residua dopo d’aver abburattato la farina. etimologicamente è voce costruita sul s.vo vrenna (crusca) con il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione ; vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska.
scartapella s.vo f.le in primis carabattola, masserizia di nussun conto, vecchia, sciupata e mal messa tale da poter esser tranquillamente messa da parte; per estensione piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa inutile di cui liberarsi
etimologicamente dallo spagnolo cartapel = carta, scritto inutile
• zavanella s.vo f.le in primis nastrino, fiocco, legaccio logoro, frusto, sdrucito, vecchio tale da non poter esser piú utilizzato; per estensione inezia, piccolezza, bazzecola, bagattella,cosa di poco o nessun pregio, inutile di cui non curarsi. etimologicamente voce collaterale nel parlato di zagarella/zaganella dall’arabo zahar con tipico adattamento morfologico g→v.
E con questo penso proprio d’avere esaurito l’argomento e d’avere convinto e forse contentato l’amico P.G., ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale
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