METTERSE A PICCIONE
Antica icastica espressione partenopea che letteralmente è Mettersi come un piccione e nel suo significato interpretativo ed esplicativo sta per Farsi da parte, emarginarsi, porsi in un canto.L’espressione che parte dall’osservazione del comportamento dei piccioni, viene riferita, come consiglio a farsi da parte, a tutti coloro (soprattutto anziani che non abbiano piú le necessarie forze fisiche o morali per imporsi in un consesso sociale e/o di lavoro facendo valere la propria personalita) insomma a tutti coloro che abbiano perduto la capacità di affermarsi o farsi rispettare; a tutti costoro che in qualsiasi campo (lavoro, affetti etc.) manifestino incapacità o mancanza di personalità, veniva ed ancóra viene consigliato, con l’espressione in epigrafe di farsi da parte, emarginarsi, porsi in un canto, lasciando campo libero ai sopravvenienti. Come ò detto l’espressione parte dall’osservazione del comportamento del piccione (voce derivata dal lat. tardo pipione(m), deriv. di pipiare 'pigolare', per indicare i nati di varie specie di uccelli columbiformi columbidi, di medie dimensioni, con piumaggio spesso a riflessi iridescenti, onnivori: p. selvatico (Columba livia), comune in Italia, progenitore delle razze domestiche. In effetti tali piccioni, contrariamente ai loro generanti (colombi), sono animali estremamente timidi e timorosi e preferiscono isolarsi, farsi da parte, emarginarsi, porsi in un canto(nel timore di subire un qualche danno da un’ipotizzata aggressività dei propri simili),piuttosto che vivere in gruppo, laddove i colombi, soprattutto nella stagione degli amori preferiscono la comunanza coi loro simili per tubare e riprodursi. Se ne ricava che l’espressione in epigrafe prese a modello il comportamento dei piccioni e non altro come sostenne un improvvido sedicente cultore di cose napoletane (di cui taccio il nome, poi che si dice il peccato e non il peccatore!...) che ipotizzò che il sostantivo piccione in luogo di significare il volatile, indicasse un luogo appartato, nascosto, ma non precisò né da dove provenisse tale supposto significato, né da dove avesse mutuato l’idea...
Raffaele Bracale
domenica 6 novembre 2011
TOPO E DINTORNI
TOPO E DINTORNI
Mi è stato chiesto da una cara amica di illustrare la parola italiana in epigrafe e quelle napoletane ad essa collegate. Lo faccio qui di sèguito cominciando col dire súbito che la parola topo nome comune di varie specie di piccoli mammiferi roditori con pelo corto e folto, generalmente grigio, zampe anteriori piú corte delle posteriori, muso aguzzo e lunga coda, è con ogni probabilità pervenuta nella lingua italiana attraverso un tardo latino talpum variante di talpam che è propriamente la talpa; la voce latina sta per kalpa o skalpa dalla medesima radice del verbo scalp – ere = scavare e dunque talpam è l’animale che scava tenendo ad un dipresso il medesimo comportamento del derivato topo; tale voce con medesima derivazione latina attraverso una forma dialettale taupa la si ritrova nel francese dove il topo è taupe, nello spagnolo topo, nel catalano taup;
il topo è essenzialmente il piccolo roditore che talvota inopinatamente si può trovare nelle abitazioni cittadine e non va confuso con il ratto genere di mammiferi roditori simili ai topi, ma di dimensioni piú grandi, dannosi sia per la loro voracità sia per le malattie che possono trasmettere, che però fortunatamente vivono quasi esclusivamente in campagnana dove ci cibano di grano e di paglia; la voce ratto che nel provenzale e francese è rat, nello spagnolo e portoghese è rato viene dal basso latino ratus forgiato forse su di un antico verbo tedesco ratzen che è raschiare, grattare, per indicare appunto l’animale che rosicchia (da un basso latino rositiare frequentativo di rodere); torniamo al topo e vediamo come questa voce è resa in napoletano; il topo domestico napoletano è ‘o sorice e piú spesso, quando sia minuscolo ‘o suricillo; dalla voce sorice per sincope della I è derivata la voce italiana sorcio che identifica il piccolo roditore in tutto simile al topo, ma piú piccolo, di un grigio piú dilavato, mancante dell’unghia del dito piú grosso e che si pasce soprattutto di alimenti grassi, per cui è facile incontrarne, purtroppo, nelle botteghe di alimentari; veniamo all’etimo di sorice e del derivato sorcio; esso è dall’acc. latino sorice(m) di sorex;
a proposito di sorice e del suo diminutivo suricillo mi piace ricordare qui ed illustrare un’antica esclamazione partenopea che suonò: mannaggia ô suricillo e ppezza ‘nfosa!
Ad litteram: accidenti al topino e (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni negative sí, ma poco importanti.
Varie le interpretazioni della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione
Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e per ultima segnalo la mia.
1 - L’illustre amico e scrittore di cose napoletane(avv. Renato De Falco) reputa che il suricillo in esame altro non sia che il frustolo d’epitelio secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe allorché le si lavavano soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua. Ma il dotto amico De Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’espressione non come congiunzione, ma come aferesi di de e quindi leggere ‘e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e. Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato De Falco, non posso addivenire alla sua idea.
2 -(prof. Francesco D’Ascoli)L’anziano professore , sbriga la faccenda, ravvisando nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus (piccolo topo donde anche l’italiano: muscolo che per essere affusolato alle estremità à ad un dipresso la forma di un topolino…), dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il De Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione.
3 - (dr. Sergio Zazzera) L’ottimo dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via un non meglio identificato stoppaccio che non si comprende perché sia umido e non soltanto unto.
A questo punto reputo che potrebbe essere piú veritiera l’interpretazione che mi fu data temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa ed un suggerimento dato agli abitanti di detta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare. Volendo cioè dire: È entrato il topino? Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare: lo catturiamo, ma prima affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura e procediamo alla cattura!
Ma poiché fino a che non ci si senta soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare; e continuando nell’investigazione, mi pare di poter affermare che la nonna avesse dato una casta spiegazione a dei vocaboli (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente.
Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. A. Messina che dà del suricillo una lettura estensiva e vede in esso - per il tramite di un xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula - il membro maschile...
Peraltro il prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella passata parlata napoletana le pezze piú note erano - oltre quelle che significavano il danaro - quelle che le donne portavano nel loro corredo nuziale , e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna, quando ancora non esistevano mediatici assorbenti con le ali o senza.
Ecco dunque che, messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna, penso si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre, sia pure dolendosene, che non era il tempo adatto in quanto ‘a pezza ...era ‘nfosa.
Esaminati topi, ratti, sorci,e sorcetti, affrontiamo ora (sia pure, per fortuna, solo semanticamente) i grossi topi di fogna, quelli che in napoletano son detti
zoccole ‘e saittella che sono quegli immondi grossi roditori che ànno per loro habitat i condotti fongnarî, dai quali attraverso le c.d. saittelle e cioè le imboccature dei chiusini o le feritoie, poste lungo i marciapiedi delle città ed approntate per favorire verso le fogne il deflusso delle acque piovane, son soliti sortire, specialmente durante i caldi mesi estivi, per invadere le strade o i cortili di condominî, determinandone gli inquilini ai necessarî interventi antimurini.
Cominciamo ad illustrare la parola saittella che etimologicamente è corruzione del termine toscano saiettera o saettiera che era nelle antiche mura, lo spazio tra i merli da cui i difensori potevano tirare con l'arco, la balestra e sim., rimanendo al coperto; tale spazio e la parola che lo indicava è preso a riferimento per la forma di tronco di piramide che è sia della saiettiera (orizzontata in senso verticale) che della saittella(che invece è aperta orizzontalmente).
Rammenterò appena, per amor di completezza, che con linguaggio triviale, la parola saittella è usata anche per indicare, estensivamente, una donna di facili costumi, la stessa che come ò segnalato altrove è pure detta alternativamente: péreta o lòcena.
Mi piace rammentar qui un’icastica espressione partenopea che suona: Tant’anne dint’ê saittelle…E quanno addiviente zoccola!?
Ad litteram: Tanti anni (trascorsi ) nelle fogne… e quando diventerai un ratto?
Icastica domanda retorica che ironicamente si suole rivolgere, per bollarlo di inettitudine e/o incapacità, a chi da lunga pezza frequenti luoghi (scuola o bottega) e faccia esperienza,ma mai si decida ad apprendere e/o a mettere in pratica l’appreso, dimostrando cosí di non occupare proficuamente il tempo dell’apprendimento e di vanificare l’opera degli insegnanti.
La parola zoccola indica, come ò detto, innanzi tutto il grosso topo da fogna e solo per traslato la meretrice, la donna di malaffare quella che un tempo (…ora non piú!) soleva battere la strada nottetempo, come i grossi topi. Etimologicamente zoccola viene dal diminutivo femminilizzato sorcula di sorex/soricis e non faccia meriviglia che si sia usato un nome femminile per indicare un roditore che ovviamente può esser sia maschio che femmina; il fatto si è che molto spesso quando un quid sia grosso, in napoletano lo si intende femminile come capita ad es. con tammorra piú grossa del tammurro (tamburo) o con cucchiara (mestola) piú grande del cucchiaro (cucchiaio) e cosí via. In napoletano, ripeto, un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella
Raffaele Bracale
Mi è stato chiesto da una cara amica di illustrare la parola italiana in epigrafe e quelle napoletane ad essa collegate. Lo faccio qui di sèguito cominciando col dire súbito che la parola topo nome comune di varie specie di piccoli mammiferi roditori con pelo corto e folto, generalmente grigio, zampe anteriori piú corte delle posteriori, muso aguzzo e lunga coda, è con ogni probabilità pervenuta nella lingua italiana attraverso un tardo latino talpum variante di talpam che è propriamente la talpa; la voce latina sta per kalpa o skalpa dalla medesima radice del verbo scalp – ere = scavare e dunque talpam è l’animale che scava tenendo ad un dipresso il medesimo comportamento del derivato topo; tale voce con medesima derivazione latina attraverso una forma dialettale taupa la si ritrova nel francese dove il topo è taupe, nello spagnolo topo, nel catalano taup;
il topo è essenzialmente il piccolo roditore che talvota inopinatamente si può trovare nelle abitazioni cittadine e non va confuso con il ratto genere di mammiferi roditori simili ai topi, ma di dimensioni piú grandi, dannosi sia per la loro voracità sia per le malattie che possono trasmettere, che però fortunatamente vivono quasi esclusivamente in campagnana dove ci cibano di grano e di paglia; la voce ratto che nel provenzale e francese è rat, nello spagnolo e portoghese è rato viene dal basso latino ratus forgiato forse su di un antico verbo tedesco ratzen che è raschiare, grattare, per indicare appunto l’animale che rosicchia (da un basso latino rositiare frequentativo di rodere); torniamo al topo e vediamo come questa voce è resa in napoletano; il topo domestico napoletano è ‘o sorice e piú spesso, quando sia minuscolo ‘o suricillo; dalla voce sorice per sincope della I è derivata la voce italiana sorcio che identifica il piccolo roditore in tutto simile al topo, ma piú piccolo, di un grigio piú dilavato, mancante dell’unghia del dito piú grosso e che si pasce soprattutto di alimenti grassi, per cui è facile incontrarne, purtroppo, nelle botteghe di alimentari; veniamo all’etimo di sorice e del derivato sorcio; esso è dall’acc. latino sorice(m) di sorex;
a proposito di sorice e del suo diminutivo suricillo mi piace ricordare qui ed illustrare un’antica esclamazione partenopea che suonò: mannaggia ô suricillo e ppezza ‘nfosa!
Ad litteram: accidenti al topino e (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni negative sí, ma poco importanti.
Varie le interpretazioni della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione
Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e per ultima segnalo la mia.
1 - L’illustre amico e scrittore di cose napoletane(avv. Renato De Falco) reputa che il suricillo in esame altro non sia che il frustolo d’epitelio secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe allorché le si lavavano soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua. Ma il dotto amico De Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’espressione non come congiunzione, ma come aferesi di de e quindi leggere ‘e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e. Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato De Falco, non posso addivenire alla sua idea.
2 -(prof. Francesco D’Ascoli)L’anziano professore , sbriga la faccenda, ravvisando nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus (piccolo topo donde anche l’italiano: muscolo che per essere affusolato alle estremità à ad un dipresso la forma di un topolino…), dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il De Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione.
3 - (dr. Sergio Zazzera) L’ottimo dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via un non meglio identificato stoppaccio che non si comprende perché sia umido e non soltanto unto.
A questo punto reputo che potrebbe essere piú veritiera l’interpretazione che mi fu data temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa ed un suggerimento dato agli abitanti di detta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare. Volendo cioè dire: È entrato il topino? Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare: lo catturiamo, ma prima affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura e procediamo alla cattura!
Ma poiché fino a che non ci si senta soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare; e continuando nell’investigazione, mi pare di poter affermare che la nonna avesse dato una casta spiegazione a dei vocaboli (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente.
Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. A. Messina che dà del suricillo una lettura estensiva e vede in esso - per il tramite di un xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula - il membro maschile...
Peraltro il prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella passata parlata napoletana le pezze piú note erano - oltre quelle che significavano il danaro - quelle che le donne portavano nel loro corredo nuziale , e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna, quando ancora non esistevano mediatici assorbenti con le ali o senza.
Ecco dunque che, messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna, penso si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre, sia pure dolendosene, che non era il tempo adatto in quanto ‘a pezza ...era ‘nfosa.
Esaminati topi, ratti, sorci,e sorcetti, affrontiamo ora (sia pure, per fortuna, solo semanticamente) i grossi topi di fogna, quelli che in napoletano son detti
zoccole ‘e saittella che sono quegli immondi grossi roditori che ànno per loro habitat i condotti fongnarî, dai quali attraverso le c.d. saittelle e cioè le imboccature dei chiusini o le feritoie, poste lungo i marciapiedi delle città ed approntate per favorire verso le fogne il deflusso delle acque piovane, son soliti sortire, specialmente durante i caldi mesi estivi, per invadere le strade o i cortili di condominî, determinandone gli inquilini ai necessarî interventi antimurini.
Cominciamo ad illustrare la parola saittella che etimologicamente è corruzione del termine toscano saiettera o saettiera che era nelle antiche mura, lo spazio tra i merli da cui i difensori potevano tirare con l'arco, la balestra e sim., rimanendo al coperto; tale spazio e la parola che lo indicava è preso a riferimento per la forma di tronco di piramide che è sia della saiettiera (orizzontata in senso verticale) che della saittella(che invece è aperta orizzontalmente).
Rammenterò appena, per amor di completezza, che con linguaggio triviale, la parola saittella è usata anche per indicare, estensivamente, una donna di facili costumi, la stessa che come ò segnalato altrove è pure detta alternativamente: péreta o lòcena.
Mi piace rammentar qui un’icastica espressione partenopea che suona: Tant’anne dint’ê saittelle…E quanno addiviente zoccola!?
Ad litteram: Tanti anni (trascorsi ) nelle fogne… e quando diventerai un ratto?
Icastica domanda retorica che ironicamente si suole rivolgere, per bollarlo di inettitudine e/o incapacità, a chi da lunga pezza frequenti luoghi (scuola o bottega) e faccia esperienza,ma mai si decida ad apprendere e/o a mettere in pratica l’appreso, dimostrando cosí di non occupare proficuamente il tempo dell’apprendimento e di vanificare l’opera degli insegnanti.
La parola zoccola indica, come ò detto, innanzi tutto il grosso topo da fogna e solo per traslato la meretrice, la donna di malaffare quella che un tempo (…ora non piú!) soleva battere la strada nottetempo, come i grossi topi. Etimologicamente zoccola viene dal diminutivo femminilizzato sorcula di sorex/soricis e non faccia meriviglia che si sia usato un nome femminile per indicare un roditore che ovviamente può esser sia maschio che femmina; il fatto si è che molto spesso quando un quid sia grosso, in napoletano lo si intende femminile come capita ad es. con tammorra piú grossa del tammurro (tamburo) o con cucchiara (mestola) piú grande del cucchiaro (cucchiaio) e cosí via. In napoletano, ripeto, un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella
Raffaele Bracale
sabato 5 novembre 2011
VARIE 1468
1.ARTICOLO QUINTO:CHI TÈNE 'MMANO À VINTO!
La locuzione traduce quasi in forma di brocardo scherzoso il principio civilistico per cui il possesso vale titoloInfatti chi tène 'mmano, possiede e non è tenuto a dimostrare il fondamento del titolo di proprietà.In nessuna pandetta giuridica esiste un siffatto articolo quinto, ma il popolo à trovato nel termine quinto una perfetta rima al participio vinto.
2.CU MMUONECE, PRIEVETE E CCANE, HÊ 'A STÀ SEMPE CU 'A MAZZA 'MMANO.
Con monaci, preti e cani devi tener sempre un bastone fra le mani. Id est: ti devi sempre difendere: dai cani (randagi) per i subdoli attacchi che posson portare, soprattutto se procedono in branco; da preti e monaci per le loro continue richieste di elemosine in danaro e/o generi alimentari.
3.CHI FRAVECA E SFRAVECA, NUN PERDE MAJE TIEMPO.
Chi fa e disfa, non perde mai tempo. La locuzione da intendersi in senso sarcastico e perciò antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla.
4.'A SCIORTA D' 'O PIECORO: NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO...
Letteralmente: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e morí squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna.
5.È FFERNUTA 'A ZEZZENELLA!
Letteralmente: È terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami!
6. È MMUORTO 'ALIFANTE!
Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di spocchia, alterigia,arroganza, presunzione, boria, superbia, si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie...
7.TRÒVATE CHIUSO E PIÉRDETE CHIST' ACCUNTO...
Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione ironica che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che qualcuno stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente.
8. È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA.
Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa che quella dello sposo.
9. OGNE STRUNZO TENE 'O FUMMO SUĴO.
Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à modo di farsi notare
10. CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE.
Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o maleintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze.
11.CHIACCHIERE E TABBACCHERE 'E LIGNAMMO, Ô BBANCO NUN NE 'MPIGNAMMO.
Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno al Banco non le prendiamo in pegno! Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse.
12.FEMMENE E GGRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO.
Letteralmente: donne e carboni: spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente deleterii.
13.VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLI E FIERRE 'E CAZETTE.
Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti, o di eventuali succedanei.
14.JÍ STOCCO E TTURNÀ BACCALÀ.
Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è.
15.ESSERE LL'URDEMU LAMPIONE 'E FOREROTTA.
Letteralmente:essere l'ultimo fanale di Fuorigrotta. Id est: Non contare nulla, non servire a niente. La locuzione prese piede verso la fine dell' '800 quando l'illuminazione stradale napoletana era fornita da fanali a gas in numero di 666; l'ultimo lampione (fanale) contraddistinto appunto col numero 666 era situato nel quartiere di Fuorigrotta, zona limitrofa di Napoli, per cui il fanale veniva acceso per ultimo, quando già splendevano le prime luci dell' alba e la di lui utilità veniva ad essere molto limitata.
Brak
La locuzione traduce quasi in forma di brocardo scherzoso il principio civilistico per cui il possesso vale titoloInfatti chi tène 'mmano, possiede e non è tenuto a dimostrare il fondamento del titolo di proprietà.In nessuna pandetta giuridica esiste un siffatto articolo quinto, ma il popolo à trovato nel termine quinto una perfetta rima al participio vinto.
2.CU MMUONECE, PRIEVETE E CCANE, HÊ 'A STÀ SEMPE CU 'A MAZZA 'MMANO.
Con monaci, preti e cani devi tener sempre un bastone fra le mani. Id est: ti devi sempre difendere: dai cani (randagi) per i subdoli attacchi che posson portare, soprattutto se procedono in branco; da preti e monaci per le loro continue richieste di elemosine in danaro e/o generi alimentari.
3.CHI FRAVECA E SFRAVECA, NUN PERDE MAJE TIEMPO.
Chi fa e disfa, non perde mai tempo. La locuzione da intendersi in senso sarcastico e perciò antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla.
4.'A SCIORTA D' 'O PIECORO: NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO...
Letteralmente: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e morí squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna.
5.È FFERNUTA 'A ZEZZENELLA!
Letteralmente: È terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami!
6. È MMUORTO 'ALIFANTE!
Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di spocchia, alterigia,arroganza, presunzione, boria, superbia, si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie...
7.TRÒVATE CHIUSO E PIÉRDETE CHIST' ACCUNTO...
Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione ironica che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che qualcuno stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente.
8. È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA.
Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa che quella dello sposo.
9. OGNE STRUNZO TENE 'O FUMMO SUĴO.
Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à modo di farsi notare
10. CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE.
Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o maleintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze.
11.CHIACCHIERE E TABBACCHERE 'E LIGNAMMO, Ô BBANCO NUN NE 'MPIGNAMMO.
Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno al Banco non le prendiamo in pegno! Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse.
12.FEMMENE E GGRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO.
Letteralmente: donne e carboni: spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente deleterii.
13.VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLI E FIERRE 'E CAZETTE.
Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti, o di eventuali succedanei.
14.JÍ STOCCO E TTURNÀ BACCALÀ.
Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è.
15.ESSERE LL'URDEMU LAMPIONE 'E FOREROTTA.
Letteralmente:essere l'ultimo fanale di Fuorigrotta. Id est: Non contare nulla, non servire a niente. La locuzione prese piede verso la fine dell' '800 quando l'illuminazione stradale napoletana era fornita da fanali a gas in numero di 666; l'ultimo lampione (fanale) contraddistinto appunto col numero 666 era situato nel quartiere di Fuorigrotta, zona limitrofa di Napoli, per cui il fanale veniva acceso per ultimo, quando già splendevano le prime luci dell' alba e la di lui utilità veniva ad essere molto limitata.
Brak
VARIE 1466
.1 SE SO' 'NCUNTRATE 'O SANGO E 'A CAPA.
Letteralmente: si sono uniti il sangue e la testa. Id est: si è verificato l'incontro di due elementi ugualmente necessari al conseguimento di un quid. Anche in senso marcatamente dispregiativo per sottolineare l'incontro di due poco di buono dalla cui unione deriverà certamente danno per molti. La locuzione, in senso positivo, fa riferimento all'incontro liturgico(contatto) della teca contenente i reperti ematici del sangue di san Gennaro con il busto contenente il cranio del santo; solo dopo détto incontro infatti per solito si verifica il miracolo della liquefazione del sangue.
2 ESSERE D''O BETTONE.
Letteralmente: essere del bottone Id est: appartenere ad un medesima consorteria, ad una stessa associazione e perciò essere nella condizione di poter chiedere e ricevere aiuto ed assistenza dai propri sodali. Il bottone della locuzione è, senza dubbio, il distintivo, cioè il segno esteriore della appartenenza ad un determinato consesso, ma è inesatto ritenere il distintivo della locuzione quello fascista, perché l'espressione, a Napoli, era nota e si usava fin dall'epoca dei Borbone.
3 I' FACCIO PERTOSE E TU GAVEGLIE.
Letteralmente: Io faccio buchi e tu cavicchi. Id est: mi remi contro. La locuzione la si usa quando si voglia redarguire qualcuno che proditoriamente e senza apparenti motivi, anzi quasi per dispetto, si adopera per vanificare l'opera di chi si sta affannando in un'azione di senso contrario come nella locuzione capita a chi si sta adoperando a fare buchi e trova chi invece si dà da fare per confezionare cavicchi atti a turare detti buchi.
4 QUANNO SCIOSCIA VIENTO 'E TERRA, 'O PESCE NUN ZOMPA DINT' Â TIELLA.
Letteralmente: quando spira il maestrale il pesce non salta in padella. Id est: i giorni spazzati dal vento maestrale sono i meno adatti per la pesca. Piú in generale il proverbio sta a significare che per ottenere buoni risultati occorre attendere il momento propizio e non bisogna avventurarsi in alcuna opera quando spiri vento avverso.
5 TRE SONGO 'E PUTIENTE: 'O PAPA 'O RRE E CCHI NUN TÈNE NIENTE.
Letteralmente: Tre sono i potenti: il papa il re e chi non possiede nulla. E' facile capire il perché della locuzione. Il Papa non à concorrenti, per cui nel suo ambito è da ritenersi veramente un potente; idem valga per il re inteso come despota. E non meravigli che sia considerato un potente il nullatenente, che basa proprio sulla sua penuria di mezzi la propria forza, potendosi infischiare di tutti, non temendo assalti da parte di nessuno, giacchè a nessuno verrebbe in mente di attaccare qualcuno a cui in caso di vittoria non si avrebbe che cosa sottrarre.
6 SIGNORE 'E UNU CANNELOTTO.
Letteralmente: signore da un solo candelotto. Cosí a Napoli viene appellato chi pretende di avere nobili ascendenti, ed invece risulta essere di nessuna nobiltà. La locuzione risale al tempo in cui l'illuminazione dei palchi del teatro san Carlo, massimo teatro lirico della città partenopea,il piú antico e famoso d’Europa era assicurata da alcuni candelabri che venivano noleggiati dalla direzione del teatro agli spettatori che ne facessero richiesta. Il prezzo del noleggio variava con il numero dei candelabri richiesti e questo dalle possibilità economiche dello spettatore. Va da sè che minore era il numero di candele, minore era la possibilità economica dimostrata e conseguenzialmente minore il grado di nobiltà; per cui un signore da un candelotto era da ritenersi proprio all'infimo gradino della scala sociale.
7 CARTA VÈNE E GHIUCATORE S'AVANTA.
Letteralmente: carta (vincente) viene e giocatore (vittorioso) si vanta. La locuzione prendendo spunto dal giuoco delle carte stigmatizza il comportamento ridicolo e pretestuosamente presuntuoso - tipico peraltro di coloro che ànno scarse capacità intellettive - di chi tenti di farsi merito di successi ottenuti non per propria capacità, intelligenza e valore, ma per mera fortuna che lo abbia condotto al primato, come avviene in taluni giuochi di carte dove basta il possesso di determinate carte vincenti a procurare la vittoria e conta veramente poco il modo di giocare le predette carte pur se spessissimo il fortunato giocatore vittorioso si vanta tentando di accreditar l’idea d’aver giucato al meglio le ottime carte possedute...
8 CHELLA 'A MANA È BBONA; È 'A VALANZA CA VO’ ESSERE ACCISA!
Letteralmente: Quella la mano è buona, è la bilancia che vuole essere uccisa cioè che si comporta in modo tale da meritarsi d'essere ammazzata. La locuzione va riferita a chi proditoriamente tiri a derubare sul peso e tenti di far ricadere la colpa sul tramite ossia sulla bilancia. Per traslato la locuzione la si usa sarcasticamente nei confronti di chiunque, per un motivo o l'altro non si voglia assumere le responsabilità del proprio truffaldino comportamento.
9 CHISTO È N'ATO D''A PASTA FINA.
Letteralmente: Costui è un altro della pasta fine. Id est: anche questo fa parte di un gruppo di brutti ceffi, di cui diffidare. La locuzione nacque allorché, alla fine del '800, in Napoli alcuni comorristi erano soliti riunirsi in una bettola tenuta da un tal Pastafina. Letta tenendo presente questa annotazione, la locuzione assume una sua valenza di offesa.
10 FATTÉLLE CU CCHI È MMEGLIO 'E TE E FANCE 'E SPESE.
Letteralmente: Intrattieni duraturi rapporti con chi è migliore di te e sopporta le spese che ne derivano.Id est: le proprie amicizie bisogna sceglierle tra chi ti è moralmente superiore , e occorre poi coltivarle anche se per fare ciò bisogna por mano alla tasca anche figurativamente parlando.
11 ADDÓ SPERDETTERO A GIESÚ CRISTO.
Letteralmente: dove dispersero Gesú Cristo. Lo si dice di un luogo lontano ed impervio, difficile da raggiungere... La locuzione pur facendo certamente riferimento all'episodio dell'evangelo allorché Maria e Giuseppe persero di vista il Redentore che s'era attardato in Gerusalemme ed impiegarono alcuni giorni prima di ritrovarlo, è locuzione da non prendere alla lettera in quanto il luogo lontano ed impervio non è necessariamente Gerusalemme...
12 'A COPPA SANT' ERMO, PESCA 'O PURPO A MMARE.
Letteralmente: Di sopra sant' Elmo pesca un polpo a mare. Lo si dice, ironizzando sull'azione di chi si affanna a voler raggiungere un risultato, che certamente invece gli mancherà, stanti le errate premesse da cui parte la propria opera, come chi volesse appunto pescare un polpo nel mare del golfo partenopeo e si trovasse a farlo assiso sulla collina di sant'Elmo, che è vero che guarda il mare, ma lo fa da un'altezza di circa 250 metri...
13 VA' FÀ LL'OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese. Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato. Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello, dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa, per farne del brodo, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà a ‘o ponte; (mandare al ponte) tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara della prima giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire gli strali dell’avversa fortuna.
14 NÈ FEMMENA, NÈ TTELA A LUME DE CANNELA.
Letteralmente: Né donne, né tessuti alla luce artificiale. Id est: la luce artificiale può nascondere parecchi difetti, che - invece - alla luce del sole - vengono in risalto e ciò vale sia per la consistenza dei tessuti, sia - a maggior ragione - per la bellezza muliebre.
15- JÍ CERCANNO:’MBRUOGLIO AIUTAME!
Letteralmente: andare alla ricerca di un imbroglio che possa aiutarti. Id est: quando ci si trovi in situazioni o circostanze tali che non lascino intravedere vie d’uscita, l’unico mezzo di trarsi d’impaccio è quello di rifugiarsi in un non meglio identificato ‘mbroglio seu imbroglio,astuzia, inganno, moto di destrezza che in un modo o in un altro consenta di risolver la faccenda. La locuzione è usata a salace commento delle azioni di chi, per abitudine non è avvezzo ad agire con rettitudine o chiarezza e per àbitus mentale si rifugia nell’imbroglio, pescando nel torbido.
Raffaele Bracale
Letteralmente: si sono uniti il sangue e la testa. Id est: si è verificato l'incontro di due elementi ugualmente necessari al conseguimento di un quid. Anche in senso marcatamente dispregiativo per sottolineare l'incontro di due poco di buono dalla cui unione deriverà certamente danno per molti. La locuzione, in senso positivo, fa riferimento all'incontro liturgico(contatto) della teca contenente i reperti ematici del sangue di san Gennaro con il busto contenente il cranio del santo; solo dopo détto incontro infatti per solito si verifica il miracolo della liquefazione del sangue.
2 ESSERE D''O BETTONE.
Letteralmente: essere del bottone Id est: appartenere ad un medesima consorteria, ad una stessa associazione e perciò essere nella condizione di poter chiedere e ricevere aiuto ed assistenza dai propri sodali. Il bottone della locuzione è, senza dubbio, il distintivo, cioè il segno esteriore della appartenenza ad un determinato consesso, ma è inesatto ritenere il distintivo della locuzione quello fascista, perché l'espressione, a Napoli, era nota e si usava fin dall'epoca dei Borbone.
3 I' FACCIO PERTOSE E TU GAVEGLIE.
Letteralmente: Io faccio buchi e tu cavicchi. Id est: mi remi contro. La locuzione la si usa quando si voglia redarguire qualcuno che proditoriamente e senza apparenti motivi, anzi quasi per dispetto, si adopera per vanificare l'opera di chi si sta affannando in un'azione di senso contrario come nella locuzione capita a chi si sta adoperando a fare buchi e trova chi invece si dà da fare per confezionare cavicchi atti a turare detti buchi.
4 QUANNO SCIOSCIA VIENTO 'E TERRA, 'O PESCE NUN ZOMPA DINT' Â TIELLA.
Letteralmente: quando spira il maestrale il pesce non salta in padella. Id est: i giorni spazzati dal vento maestrale sono i meno adatti per la pesca. Piú in generale il proverbio sta a significare che per ottenere buoni risultati occorre attendere il momento propizio e non bisogna avventurarsi in alcuna opera quando spiri vento avverso.
5 TRE SONGO 'E PUTIENTE: 'O PAPA 'O RRE E CCHI NUN TÈNE NIENTE.
Letteralmente: Tre sono i potenti: il papa il re e chi non possiede nulla. E' facile capire il perché della locuzione. Il Papa non à concorrenti, per cui nel suo ambito è da ritenersi veramente un potente; idem valga per il re inteso come despota. E non meravigli che sia considerato un potente il nullatenente, che basa proprio sulla sua penuria di mezzi la propria forza, potendosi infischiare di tutti, non temendo assalti da parte di nessuno, giacchè a nessuno verrebbe in mente di attaccare qualcuno a cui in caso di vittoria non si avrebbe che cosa sottrarre.
6 SIGNORE 'E UNU CANNELOTTO.
Letteralmente: signore da un solo candelotto. Cosí a Napoli viene appellato chi pretende di avere nobili ascendenti, ed invece risulta essere di nessuna nobiltà. La locuzione risale al tempo in cui l'illuminazione dei palchi del teatro san Carlo, massimo teatro lirico della città partenopea,il piú antico e famoso d’Europa era assicurata da alcuni candelabri che venivano noleggiati dalla direzione del teatro agli spettatori che ne facessero richiesta. Il prezzo del noleggio variava con il numero dei candelabri richiesti e questo dalle possibilità economiche dello spettatore. Va da sè che minore era il numero di candele, minore era la possibilità economica dimostrata e conseguenzialmente minore il grado di nobiltà; per cui un signore da un candelotto era da ritenersi proprio all'infimo gradino della scala sociale.
7 CARTA VÈNE E GHIUCATORE S'AVANTA.
Letteralmente: carta (vincente) viene e giocatore (vittorioso) si vanta. La locuzione prendendo spunto dal giuoco delle carte stigmatizza il comportamento ridicolo e pretestuosamente presuntuoso - tipico peraltro di coloro che ànno scarse capacità intellettive - di chi tenti di farsi merito di successi ottenuti non per propria capacità, intelligenza e valore, ma per mera fortuna che lo abbia condotto al primato, come avviene in taluni giuochi di carte dove basta il possesso di determinate carte vincenti a procurare la vittoria e conta veramente poco il modo di giocare le predette carte pur se spessissimo il fortunato giocatore vittorioso si vanta tentando di accreditar l’idea d’aver giucato al meglio le ottime carte possedute...
8 CHELLA 'A MANA È BBONA; È 'A VALANZA CA VO’ ESSERE ACCISA!
Letteralmente: Quella la mano è buona, è la bilancia che vuole essere uccisa cioè che si comporta in modo tale da meritarsi d'essere ammazzata. La locuzione va riferita a chi proditoriamente tiri a derubare sul peso e tenti di far ricadere la colpa sul tramite ossia sulla bilancia. Per traslato la locuzione la si usa sarcasticamente nei confronti di chiunque, per un motivo o l'altro non si voglia assumere le responsabilità del proprio truffaldino comportamento.
9 CHISTO È N'ATO D''A PASTA FINA.
Letteralmente: Costui è un altro della pasta fine. Id est: anche questo fa parte di un gruppo di brutti ceffi, di cui diffidare. La locuzione nacque allorché, alla fine del '800, in Napoli alcuni comorristi erano soliti riunirsi in una bettola tenuta da un tal Pastafina. Letta tenendo presente questa annotazione, la locuzione assume una sua valenza di offesa.
10 FATTÉLLE CU CCHI È MMEGLIO 'E TE E FANCE 'E SPESE.
Letteralmente: Intrattieni duraturi rapporti con chi è migliore di te e sopporta le spese che ne derivano.Id est: le proprie amicizie bisogna sceglierle tra chi ti è moralmente superiore , e occorre poi coltivarle anche se per fare ciò bisogna por mano alla tasca anche figurativamente parlando.
11 ADDÓ SPERDETTERO A GIESÚ CRISTO.
Letteralmente: dove dispersero Gesú Cristo. Lo si dice di un luogo lontano ed impervio, difficile da raggiungere... La locuzione pur facendo certamente riferimento all'episodio dell'evangelo allorché Maria e Giuseppe persero di vista il Redentore che s'era attardato in Gerusalemme ed impiegarono alcuni giorni prima di ritrovarlo, è locuzione da non prendere alla lettera in quanto il luogo lontano ed impervio non è necessariamente Gerusalemme...
12 'A COPPA SANT' ERMO, PESCA 'O PURPO A MMARE.
Letteralmente: Di sopra sant' Elmo pesca un polpo a mare. Lo si dice, ironizzando sull'azione di chi si affanna a voler raggiungere un risultato, che certamente invece gli mancherà, stanti le errate premesse da cui parte la propria opera, come chi volesse appunto pescare un polpo nel mare del golfo partenopeo e si trovasse a farlo assiso sulla collina di sant'Elmo, che è vero che guarda il mare, ma lo fa da un'altezza di circa 250 metri...
13 VA' FÀ LL'OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese. Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato. Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello, dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa, per farne del brodo, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà a ‘o ponte; (mandare al ponte) tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara della prima giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire gli strali dell’avversa fortuna.
14 NÈ FEMMENA, NÈ TTELA A LUME DE CANNELA.
Letteralmente: Né donne, né tessuti alla luce artificiale. Id est: la luce artificiale può nascondere parecchi difetti, che - invece - alla luce del sole - vengono in risalto e ciò vale sia per la consistenza dei tessuti, sia - a maggior ragione - per la bellezza muliebre.
15- JÍ CERCANNO:’MBRUOGLIO AIUTAME!
Letteralmente: andare alla ricerca di un imbroglio che possa aiutarti. Id est: quando ci si trovi in situazioni o circostanze tali che non lascino intravedere vie d’uscita, l’unico mezzo di trarsi d’impaccio è quello di rifugiarsi in un non meglio identificato ‘mbroglio seu imbroglio,astuzia, inganno, moto di destrezza che in un modo o in un altro consenta di risolver la faccenda. La locuzione è usata a salace commento delle azioni di chi, per abitudine non è avvezzo ad agire con rettitudine o chiarezza e per àbitus mentale si rifugia nell’imbroglio, pescando nel torbido.
Raffaele Bracale
VARIE 1465
1.Chi fa bbene, more acciso.
Letteralmente: chi fa il bene, muore ucciso. Non vale la pena beneficare il prossimo perché quale ricompensa si riceverà il male!
2.Nce ponno cchiú ll'uocchie ca 'e scuppettate...
Letteralmente: Ànno piú potere gli occhi che le schioppettate.Id est:la potenzialità del malocchio è cosí elevata da produrre piú danno delle fucilate ed il popolo napoletano teme moltissimo il malocchio, atteso che dalle ferite di arma da fuoco si può guarire, ma è impossibile sottrarsi agli effetti disastrosi del malacchio
3.Dicette 'onna Vicenza: Addò c'è ggusto nun c'è perdenza.
Letteralmente: Disse donna Vincenza: Dove vi è gusto, non vi è perdita. Id est: ciò che si fa con piacere non genera pentimenti. La locuzione la si usa soprattutto a commento delle azioni di chi trovi gradevoli cose e/o persone ritenute da tutti gli altri repellenti.
4.'A raggione s''a pigliano 'e fesse.
Letteralmente: La ragione (che in napoletano va scritta con due g..) se la pigliano gli stupidi. In una discussione spesso uno dei contendenti, senza addivenire ad un pratico corrispettivo, si limita a dare ragione all'altro contendente che però con la frase in epigrafe afferma il suo buon diritto a non esser tacitato dalle sole parole...
5.Pe tte ce vo’ 'o caccavo 'e santa Maria 'a Nova.
Per te occorre il pentolone di santa Maria la Nuova. Con questa locuzione si apostrofa chi è insaziabile, di robustissimo appetito, colui a cui insomma non basta cibo. Si tratta naturalmente di una iperbole in quanto 'o caccavo (il pentolone) era infatti l'enorme pentola in cui i frati di santa Maria la Nova solevano preparare il pasto che quotidiamente offrivano non ad una singola persona, ma ai numerosi poveri accolti nel refettorio del convento annesso alla chiesa omonima.
6.'E meglie pariente stanno â Zecca.
Letteralmente: i migliori parenti stanno alla zecca, intesa non come zona della città, ma come luogo dove si batte moneta, in quanto la locuzione proclama il danaro, miglior congiunto.
7.Aizammo 'a gallina e avasciammo 'a cecoria...
Letteralmente: aumentiamo la gallina e diminuiamo la cicoria... Id est: diamo maggior consistenza alla minestra aumentando la carne e diminuendo i vegetali. La locuzione viene usata quando si voglia convincere qualcuno a curar maggiormente la sostanza delle faccende in cui si è impegnati e a non esagerare con il conferimento di aggiunte attinenti piú alla forma che alla sostanza.
8.Dicette Nunziatina: "A bbuonu fine, m''a faccio 'na rattata 'e suttanino!".
Letteralmente: Disse Nunziatina: "Affinché me ne venga del bene, me la faccio una grattata di sottoveste!" La cultura popolare napoletana non fa mai considerare superflui gli scongiuri ed i gesti apotropaici ritenuti apportatori di benessere. Quello della locuzione, attribuito ad una ipotetica Nunziatina (diminutivo di Annunziata), fa riferimento ad una benefica grattata di sottoveste, termine usato eufemisticamente per indicare parti del corpo che, per solito, sono nascoste dalle vesti.
9.Meglio curnute ca male sentute.
Letteralmente: meglio(esser) cornuti che mal compresi. Id est: meglio subire l'onta del tradimento uxorale che esser mal compresi e pertanto esser ritenuti titolari di giudizi o idee che - per non essere stati ben compresi -stravolgono gli autentici giudizi o pensieri di un individuo.
10.Pizzeche e vase nun fanno pertose e maniate 'e zizze nun fanno criature.
Letteralmente: pizzicotti e baci non perforano e carezze di seni non generano creature. Id est: in amore ed in ogni altra occasione, se non si vogliono avere risultati indesiderati, non bisogna superare i limiti di un contatto superficiale, accontendandosi di una toccata e fuga.
11. 'Na mugliera 'ncignata â Chiazzetta
Una moglie che à fatto le prime esperienze sessuali alla Chiazzetta. A Napoli,la Chiazzetta era una contrada del quartiere Porto, densamente abitata da gente di bassa condizione sociale e dedita a loschi affari. Tra queste persone abbondavano le donne di malaffare che svolgevano la piú antica professione del mondo in parecchie case che abbondavano in loco. Per cui quando un giovane impalmava una donna dai precedenti non proprio chiari si diceva che aveva preso 'na mugliera 'ncignata (sverginata) alla Chiazzetta.
12.Ô puorco, miettece 'a sciassa, sempe 'a coda ce pare.
Letteralmente: al porco puoi anche mettere una marsina, mostrerà sempre la coda. Id est: è inutile affannarsi a ricoprire di begli abiti un essere sporco e lercio, qualcosa appaleserà comunque la sua vera natura.
13.Te se pozza purtà, 'a lava d''e Virgene!
Letteralmente: Che possa essere trascinato via dalla lava dei Vergini. È il malevole augurio che si rivolge ai fastidiosi, ai tediosi cui si augura che un'improvviso fenomeno alluvionale li trascini con sè e li porti via. Quando non esistevano approntati percorsi fognarii, lo scolo delle acqua piovane era affidato alla naturale pendenza dei luoghi, pendenza che trasportava le acque verso il mare. La zona della Sanità era ed è posta, a Napoli, a ridosso dei contrafforti della collina di Capodimonte ed era sommersa dal copioso torrente d'cqua piovana che, precipitandosi da Capodimonte imboccava il declivio sottostante - via dei Vergini - e ingrossandosi a mano a mano prendeva forza, trascinando con sè tutto che incontrava sul suo cammino. Il popolo chiamò quel terribile torrente con il nome di lava come se si fosse trattato della lava scaturente da un vulcano.
14.Fa' comme t'è ffatto, ca nun è peccato...
Letteralmente: fa' ciò che ti è stato fatto, perché la cosa non costituisce peccato. E' una delle rare volte che la filosofia popolare partenopea si pone agli antipodi della morale cristiana, che consiglia invece di perdonare le offese ricevute e porgere l'altra guancia, la filosofia popolare qui si pone in linea con l'antico brocardo latino: vim, vi repellere licet, ovvero con il piú recente toscano: render pan per focaccia.
15. San Cristoforo cu 'o munno 'ncuollo.
Letteralmente: san Cristoforo con il mondo addosso. Nella locuzione c'è la commistione della figura di san Cristoforo, che nell'iconografia ufficiale è rappresentato nell' atto di portare sulle spalle il Redentore bambino, e quella di ATLANTE raffigurato con sulle spalle il globo terrestre. Il popolo nella sua locuzione à unito le due figure ed à riferito a CRISTOFORO l'incombenza di sorreggere il mondo. La locuzione viene riferita per bollare di inettitudine fisica e morale tutti coloro che, chiamati ad un risibile lavoro comportante un piccolissimo impegno fisico e/o morale, fanno invece le viste di sopportare grandi e gravi fatiche, lamentandosi a sproposito di ciò che si sta facendo, magari bofonchiando, sbuffando, quasi si portasse veramente il mondo sulle spalle.
brak
Letteralmente: chi fa il bene, muore ucciso. Non vale la pena beneficare il prossimo perché quale ricompensa si riceverà il male!
2.Nce ponno cchiú ll'uocchie ca 'e scuppettate...
Letteralmente: Ànno piú potere gli occhi che le schioppettate.Id est:la potenzialità del malocchio è cosí elevata da produrre piú danno delle fucilate ed il popolo napoletano teme moltissimo il malocchio, atteso che dalle ferite di arma da fuoco si può guarire, ma è impossibile sottrarsi agli effetti disastrosi del malacchio
3.Dicette 'onna Vicenza: Addò c'è ggusto nun c'è perdenza.
Letteralmente: Disse donna Vincenza: Dove vi è gusto, non vi è perdita. Id est: ciò che si fa con piacere non genera pentimenti. La locuzione la si usa soprattutto a commento delle azioni di chi trovi gradevoli cose e/o persone ritenute da tutti gli altri repellenti.
4.'A raggione s''a pigliano 'e fesse.
Letteralmente: La ragione (che in napoletano va scritta con due g..) se la pigliano gli stupidi. In una discussione spesso uno dei contendenti, senza addivenire ad un pratico corrispettivo, si limita a dare ragione all'altro contendente che però con la frase in epigrafe afferma il suo buon diritto a non esser tacitato dalle sole parole...
5.Pe tte ce vo’ 'o caccavo 'e santa Maria 'a Nova.
Per te occorre il pentolone di santa Maria la Nuova. Con questa locuzione si apostrofa chi è insaziabile, di robustissimo appetito, colui a cui insomma non basta cibo. Si tratta naturalmente di una iperbole in quanto 'o caccavo (il pentolone) era infatti l'enorme pentola in cui i frati di santa Maria la Nova solevano preparare il pasto che quotidiamente offrivano non ad una singola persona, ma ai numerosi poveri accolti nel refettorio del convento annesso alla chiesa omonima.
6.'E meglie pariente stanno â Zecca.
Letteralmente: i migliori parenti stanno alla zecca, intesa non come zona della città, ma come luogo dove si batte moneta, in quanto la locuzione proclama il danaro, miglior congiunto.
7.Aizammo 'a gallina e avasciammo 'a cecoria...
Letteralmente: aumentiamo la gallina e diminuiamo la cicoria... Id est: diamo maggior consistenza alla minestra aumentando la carne e diminuendo i vegetali. La locuzione viene usata quando si voglia convincere qualcuno a curar maggiormente la sostanza delle faccende in cui si è impegnati e a non esagerare con il conferimento di aggiunte attinenti piú alla forma che alla sostanza.
8.Dicette Nunziatina: "A bbuonu fine, m''a faccio 'na rattata 'e suttanino!".
Letteralmente: Disse Nunziatina: "Affinché me ne venga del bene, me la faccio una grattata di sottoveste!" La cultura popolare napoletana non fa mai considerare superflui gli scongiuri ed i gesti apotropaici ritenuti apportatori di benessere. Quello della locuzione, attribuito ad una ipotetica Nunziatina (diminutivo di Annunziata), fa riferimento ad una benefica grattata di sottoveste, termine usato eufemisticamente per indicare parti del corpo che, per solito, sono nascoste dalle vesti.
9.Meglio curnute ca male sentute.
Letteralmente: meglio(esser) cornuti che mal compresi. Id est: meglio subire l'onta del tradimento uxorale che esser mal compresi e pertanto esser ritenuti titolari di giudizi o idee che - per non essere stati ben compresi -stravolgono gli autentici giudizi o pensieri di un individuo.
10.Pizzeche e vase nun fanno pertose e maniate 'e zizze nun fanno criature.
Letteralmente: pizzicotti e baci non perforano e carezze di seni non generano creature. Id est: in amore ed in ogni altra occasione, se non si vogliono avere risultati indesiderati, non bisogna superare i limiti di un contatto superficiale, accontendandosi di una toccata e fuga.
11. 'Na mugliera 'ncignata â Chiazzetta
Una moglie che à fatto le prime esperienze sessuali alla Chiazzetta. A Napoli,la Chiazzetta era una contrada del quartiere Porto, densamente abitata da gente di bassa condizione sociale e dedita a loschi affari. Tra queste persone abbondavano le donne di malaffare che svolgevano la piú antica professione del mondo in parecchie case che abbondavano in loco. Per cui quando un giovane impalmava una donna dai precedenti non proprio chiari si diceva che aveva preso 'na mugliera 'ncignata (sverginata) alla Chiazzetta.
12.Ô puorco, miettece 'a sciassa, sempe 'a coda ce pare.
Letteralmente: al porco puoi anche mettere una marsina, mostrerà sempre la coda. Id est: è inutile affannarsi a ricoprire di begli abiti un essere sporco e lercio, qualcosa appaleserà comunque la sua vera natura.
13.Te se pozza purtà, 'a lava d''e Virgene!
Letteralmente: Che possa essere trascinato via dalla lava dei Vergini. È il malevole augurio che si rivolge ai fastidiosi, ai tediosi cui si augura che un'improvviso fenomeno alluvionale li trascini con sè e li porti via. Quando non esistevano approntati percorsi fognarii, lo scolo delle acqua piovane era affidato alla naturale pendenza dei luoghi, pendenza che trasportava le acque verso il mare. La zona della Sanità era ed è posta, a Napoli, a ridosso dei contrafforti della collina di Capodimonte ed era sommersa dal copioso torrente d'cqua piovana che, precipitandosi da Capodimonte imboccava il declivio sottostante - via dei Vergini - e ingrossandosi a mano a mano prendeva forza, trascinando con sè tutto che incontrava sul suo cammino. Il popolo chiamò quel terribile torrente con il nome di lava come se si fosse trattato della lava scaturente da un vulcano.
14.Fa' comme t'è ffatto, ca nun è peccato...
Letteralmente: fa' ciò che ti è stato fatto, perché la cosa non costituisce peccato. E' una delle rare volte che la filosofia popolare partenopea si pone agli antipodi della morale cristiana, che consiglia invece di perdonare le offese ricevute e porgere l'altra guancia, la filosofia popolare qui si pone in linea con l'antico brocardo latino: vim, vi repellere licet, ovvero con il piú recente toscano: render pan per focaccia.
15. San Cristoforo cu 'o munno 'ncuollo.
Letteralmente: san Cristoforo con il mondo addosso. Nella locuzione c'è la commistione della figura di san Cristoforo, che nell'iconografia ufficiale è rappresentato nell' atto di portare sulle spalle il Redentore bambino, e quella di ATLANTE raffigurato con sulle spalle il globo terrestre. Il popolo nella sua locuzione à unito le due figure ed à riferito a CRISTOFORO l'incombenza di sorreggere il mondo. La locuzione viene riferita per bollare di inettitudine fisica e morale tutti coloro che, chiamati ad un risibile lavoro comportante un piccolissimo impegno fisico e/o morale, fanno invece le viste di sopportare grandi e gravi fatiche, lamentandosi a sproposito di ciò che si sta facendo, magari bofonchiando, sbuffando, quasi si portasse veramente il mondo sulle spalle.
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SCATOLOGICA
SCATOLOGICA
L’amico R.M. ( le consuete questioni di riservatezza, mi impongono di indicare le sole iniziali di nome e cognome) mi à proditoriamente invitato ad illustrare alcune espressioni partenopee a sostrato scatologico; pensava di mettermi in difficoltà, conoscendomi per persona beneducata, compita, corretta e paventava ch’ io mi rifiutassi; si sbagliava: è vero che son un uomo perbene, civile, costumato, ma non sono un pusillanime né temo di lordarmi la bocca o le mani parlando di sterco ed affini. Perciò bando alle ciance, mi turo il naso, infilo i guanti e tento di contentare l’amico R.M. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori.
1 ESSERE N’ OMMO ‘E MMERDA
Ad litteram: essere un uomo fatto di merda. Id est: essere una persona infida, scostante, repellente,ributtante, disgustosa, nauseabonda, rivoltante e – per ampliamento semantico - inaffidabile,subdola, falsa, doppia, ambigua, ingannatrice tamquam qualcosa formata di escrementi.
2 FÀ ‘NA FIJURA ‘E MMERDA.
Ad litteram: fare una figura di sterco.Locuzione simile a quella che recita fà ‘na fijura ‘e chiuove (id est:fare una figura da chiodi cioè fare una figuraccia), ma connotata da una maggior durezza di linguaggio in quanto che la figuraccia derivante dall’errato comportamento e battezzata di chiodi è quella meritevole quasi di essere attaccata con dei chiodi, e tenuta a vista a mo’ di ammonimento o ricordo, mentre la figura battezzata di merda è quella da considerarsi tanto lercia di escrementi da non meritare d’esser considerata neppure come ammonimento o ricordo, né può pretendere d’essere tenuta in vista sorretta da chiodi, trattandosi di cosa piú che umiliante e mortificante, ma eliminata assieme ad altre deiezioni!
3JÍ CU ‘O MUSSO DINT’Â MMERDA. variante
JÍ CU ‘A FACCIA DINT’Ô PANECUOTTO.
Ad litteram: Finire con il muso nello sterco
variante finire con la faccia nel pan cotto.
La locuzione a margine e la sua variante sono usate per significare il comportamento di tutti coloro che per propria ingenuità o insipienza finiscono per fare meschine figure al pari (cfr. variante) di un bimbo che si sia imbrattato il volto mangiando pan cotto; la prima parte molto piú dura ed icastica prende a modello il comportamento del maiale che frugando nel porcile alla ricerca di cibo, spesso affonda il muso nei suoi stessi escrementi, e tale comportamento viene appaiato ai presuntuosi atteggiamenti di coloro che abituati a fare i saccenti ed i supponenti spesso vedono le loro affermazioni, se non le loro azioni vanificate queste e contraddette quelle, dalla chiara realtà e finiscono per fare figure cosí meschine da esserne quasi insozzati come un porco dal suo sterco.
4 STÀ POCA MMERDA 'A FÀ PALLOTTOLE
Ad litteram:c'è poca merda da farne palle. Id est: c'è poco da fare, non è possibile raggiungere i risultati sperati: mancano la materia prima ed i mezzi occorrenti. Locuzione nata nell'ambito dei raccoglitori (détti mmerdajuole) degli escrementi di animali,escrementi atti ad esser venduti come concime, la locuzione veniva pronunciata con profondo senso di rincrescimento, allorché nel loro quotidiano girovagare ,i raccoglitori trovavano poco da portar via. raccolto con le pale e compattato a mo’ di palle(per completezza aggiungerò qualcosa, illustrando l’espressione
4 bis ESSERE ‘A TINA ‘E MIEZO.
Ad litteram: essere il tino di mezzo. Offensiva locuzione che si usa rivolgere a chi sia materialmente o moralmente cosí sozzo, sporco, lercio da poter essere assimilato al grosso tino trasportato nel bel mezzo di un carro atto allo scopo(carro trainato da un bove), tino nel quale, originariamente in quel di Torre del Greco, e poi in ogni paese rurale, veniva posto tutto il letame che, raccolto in giro e convogliato nel tino centrale per il tramite di due altri tini piú piccoli allogati ai lati del tino centrale, veniva poi rivenduto quale concime naturale.
tina = tino, ma di piú grosse dimensioni; etimologicamente da tardo latino tinu(m), derivato da tina 'bottiglia', di orig. greca; tinum diede originariamente il maschile tino, poi volto al femminile tina in quanto di maggiori dimensioni, come spesso nell’idioma napoletano, dove un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella;
‘e miezo dal lat. mediu(m) = di mezzo: posto nella parte mediana di qualcosa; senza la preposizione ‘e (di) il solo miezo è aggettivo che vale: mezzo, metà.
Rammenterò che proprio per l’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini, la città di Torre del Greco finí per essere detta tout cour ‘A tina ‘e miezo e tale nomignolo le derivò anche per il fatto (rammentato nell’altra espressione: Napule fa ‘e peccate e ‘a Torre ‘e sconta (Napoli si macchia di peccati che vengono pagati da Torre)) che per un dannato, particolare gioco di correnti marine, le deiezioni corporali dei napoletani abbondantemente riversate in mare (cfr. alibi ‘a malora ‘e Chiaja) venivano trasportate verso Torre del Greco arenandosi sulla spiaggia della cittadina vesuviana;
peccate plurale di peccato che di per sé è la colpa, il peccato, ma ovviamente qui è inteso in senso lato e traslato di escremento;
etimologicamente dal latino peccatu(m) deverbale di peccare = macchiarsi di una colpa
sconta voce verbale (3° pers. sing.ind. pres.) dell’infinito scuntà = scontare, pagare un po’ per volta o anche ripetutamente;
etimologicamente da un tardo latino computu(m)= conto, con protesi di una s distrattiva.
Sempre con riferimento all’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini,faccio un passo indietro e reitero il riferimento alla locuzione C’è poca ‘a fà mmerda, pallottole! che viene usata a sapido commento di incresciose situazioni dalle quali non è dato ricavare (vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per difficoltà intrinseche o per conclamate incapacità operative degli addetti) effetti o risultati positivi; ripeto che in effetti gli escrementi animali, il letame venivano raccolti con le pale,compattati dandogli una forma vagamente sferica a mo’ di palla; quando mancava il materiale da raccogliere, o non ce ne fosse a bastanza gli addetti commentavano la faccenda con la frase summenzionata, usata in seguito in ogni altra situazione incresciosa per insufficienza di mezzi, difficoltà operative etc.
mmerda/merda dal lat. merda(m) = escremento, sterco e figuratamente: cosa che disgusta, persona spregevole, situazione ripugnante | nella loc. agg. ‘e mmerda= pessimo, spregevole: fà ‘na fijura ‘e mmerda: fare una figura di merda = fare una pessima figura; dal s.vo a margine deriva il s.vo mmerdajuolo = raccoglitore di sterco;
dal s.vo a margine deriva altresí l’agg.vo m.le o f,le mmerduso/mmerdosa = inetto/a, incapace, buono/a a nulla. o di ragazzo/a che si atteggino ad adulti;in tale significato sono usati piú spesso i diminutivi mmerdusillo/mmerdusella;
pallottole = plurale di pallottola = piccola palla; doppio diminutivo attraverso i suffissi otto/a ed olus/ola del latino palla mutuato dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla involto di merci apprestato per il trasporto.
5 MMERDA ‘E SPRUVIERO!
Letteralmente: Sterco di sparviero!
Icastica, offesa esclamatoria rivolta all’indirizzo d’uomo (e solo di uomo!) privo di qualsivoglia personalità sia in senso positivo che in quello negativo; un essere insomma che non sia né carne, né pesce, un uomo privo di carattere, incapace di farsi apprezzare sia nel bene, che nel male, un uomo di quelli che a Napoli son détti inadatti sia ad esser fritti, sia ad essere arrostiti; la spiegazione semantica di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che lo sterco di sparviero si ritiene non emani né lezzo, né olezzo, tanto da farsi considerare quasi inesistente.
6 PIGLIÀ ‘NU STRUNZO ‘MBUOLO
intromettersi, intervenire a sproposito in una questione che non ci riguardi; ‘mbuolo sta per in + vuolo, dove vuolo o buolo con tipica alternanza partenopea b/v è un particolare piccolo retino da pesca, usato per pescare a volo i pesci in transito; qualora in luogo di pesce si pescasse uno stronzo (dal longob. strunz 'sterco') si incorrerebbe in un’azione sciocca ed inutile tal quale quella tipica di arroganti, saccenti, supponenti che son soliti intromettersi,non richiesti,né sollecitati, intervenendo a sproposito, in casi altrui e non di loro pertinenza;
7 STRUNZO ‘MMIEZO!
Antica espressione dichiarativa del tutto desueta usata un tempo da chi si intromettesse in una questione non propria o in un litigio, ma con intenti pacificatorî; una sorta di “Alto là! Ora chetatevi, rappacificatevi, smettetela di litigare! Ascoltate me che benché sia uno sciocco e non abbia autorità alcuna, vi prego di desistere dal vostro incongruo comportamento!” Come si evince l’espressione a margine à sostrato del tutto diverso da quella precedente con la quale, da qualche sprovveduto, talora viene confusa: quella precedente è riferita infatti a gli stupidi saccenti ficcanasi impiccioni, mentre questa a margine è di competenza degli umili, seppure coraggiosi o temerarî pacieri;
8 QUANNO ‘O MARE È CCALMO, ÒGNE STRUNZO È MMARENARO
Allorché il mare è calmo, cioè non è foriero di pericoli, ogni incapace riesce a governare una barca o un piccolo naviglio facendo apparentemente le viste d’essere un autentico marinaio; allo stesso modo ogni pusillanime, se non ci sono pericoli, rischi, azzardi o insidie fa le viste d’essere audace, ardimentoso, intrepido, valoroso, prode, impavido;ugualmente ed ancóra di piú ogni sciocco, incapace, inetto, inabile, dappoco, parolaio fa le viste d’essere capace, abile, valido, esperto, sveglio, adatto, idoneo quando non ci sia da adoperarsi fattivamente per risolvere piccoli o grossi problemi.
9 FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO. Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo ; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
10 JVE/GHIVE FACENNO ‘O GUAPPO A MMARE, MO FAJE ‘O STRUNZO DINT’Â SPASELLA!
Facevi il guappo in mare, adesso fai lo stronzo nel cestino
Detto a mo’ di sfottò per commentare l’ingloriosa fine di un pesce che braveggiava in mare fino a quando non è stato pescato e messo sul banco del pescivendolo; per estensione e/o traslato il proverbio si attaglia figuratamente a tutti coloro che, profittando di transeunte situazioni favorevoli, braveggiano sui piú deboli fino a quando (essendo in realtà persone stupide, odiose, saccenti e supponenti), venute meno quelle tali situazioni favorevoli al loro braveggiare, non incappino in chi li faccia scendere dal loro piedistallo e/o cavallo bianco sottomettendoli o ridimensionandoli.
guappo s.vo ed agg.vo m.1 camorrista, bravaccio 2 (estens.) persona sfrontata, arrogante | guappo’e cartone, persona che nasconde dietro l'arroganza e la sfrontatezza una reale debolezza; come agg.vo: sfrontato, arrogante;
quanto all’etimo è dal latino vappa.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
spasella s.f. tipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdire la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta – come ò detto - essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici,à l’etimo nel lat. neutro plur. expa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere
11 ÒGNE STRUNZO TÈNE 'O FUMMO SUĴO.
Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo, emana un lezzo caratteristico. Id est:ogni sciocco à modo nel bene o piú spesso nel male di farsi notare.
fummo s.vo neutro
1.il residuo gassoso della combustione, che trascina in sospensione particelle solide (ceneri, fuliggine ecc.) assumendo forma di nuvola bianca o grigiastra: ‘o fummo ‘e n’incendio, ‘e ‘na cemmenèra, |signale ‘e fummo, (il fumo di un incendio, di una ciminiera,|segnali di fumo), quelli ottenuti soffocando parzialmente e a intermittenza un fuoco | fà fummo(far fumo), emanarlo (fig.)essere improduttivi | piglià ‘e , sapé ‘e fummo (prendere di , sapere di fumo), acquistare, avere un sapore sgradevole di fumo (détto di cibi cotti) | jí, jirsene ‘nfummo (andare, andarsene in fumo), bruciare completamente; (fig.) svanire, fallire |mannà ‘nfummo coccosa (mandare in fumo qualcosa), bruciarla completamente; (fig.) mandare a vuoto, far fallire: mannà ‘nfummo ‘nu pruggetto; mannà ‘nfummo ‘nu patrimmonio(mandare in fumo un piano; mandare in fumo un patrimonio), dilapidarlo | è cchino ‘e fummo(è pieno di fumo), (fig.) si dice di persona boriosa e di poco valore | vennere fummo(vendere fumo), (fig.) raccontare fandonie, vantarsi di un credito che non si à | assaje fummo e poco arrusto(molto fumo e poco arrosto), (fig.) si dice di persona o cosa che, nonostante l'apparenza, conclude o vale poco | vedé coccosa o quaccuno commeô fummo dinto a ll’uocchie(vedere qualcosa o qualcuno come il fumo negli occhi), (fig.) averlo in forte antipatia | ‘o fummo d’ ‘e stelle (fumo interstellare), (astron.) gas commisto a particelle solide che circola tra una stella e l'altra
2 il fumo del tabacco; anche, l'atto, l'abitudine di fumare tabacco:te dà ‘mpiccio ‘o fummo? (ti dà fastidio il fumo?); tené ‘o vizzio d’ ‘o fummo(avere il vizio del fumo); ‘o fummo fa male â saluta(il fumo fa male alla salute).
3 (estens.) vapore, esalazione, polvere di aspetto simile a quello del fumo: ‘o fummo d’ ‘o sgarrupamiento, d’ ‘e ppignate(il fumo delle macerie, delle pentole) | fiato che si condensa a contatto con aria circostante molto più fredda: ògne cavallo.../abboffa ‘e naserchie e ccaccia fuoco e ffummo(ogni cavallo... / gonfia le nari e fumo e foco spira (TASSO G. L. XX, 29)).
4 spec. pl. (fig.) annebbiamento dell'intelletto; ebbrezza prodotta dal vino: staje pigliato dê fumme d’ ‘o vino(sei in preda ai fumi del vino) | 5 (chim. fis.) sospensione di minuscole particelle solide in un gas
6 (non com.) fumacchio, fumaiolo
7 (ant.come nel caso che ci occupa) accenno, indizio || Usato come agg. invar. di colore scuro, che ricorda quello del fumo: griggio, niro fummo(grigio, nero fumo) | fummo ‘e Londra (fumo di Londra), colore grigio scurissimo.
voce dal lat. fumu(m) con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
12 AJE VOGLIA 'E METTERE RUMMA, 'NU STRUNZO NUN ADDIVENTA MAJE BABBÀ.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
13 SCERUPPÀ ‘NU STRUNZO
Premetto che nella parlata napoletana la voce sceruppo (con derivazione dal latino medievale sirupu(m), se non dall’arabo sharûb= bevanda dolce) normalmente indica le voci italiane sciroppo, sciloppo o siroppo per significare una soluzione molto concentrata di zucchero in acqua o in succhi di frutta che viene impiegata nella fabbricazione di bibite o in farmaceutica, per preparazioni medicinali, allo scopo di rendere piú gradevole il sapore del principio attivo:es.: sciroppo per la tosse etc.
Donde si evince che la voce sceruppo di suo indica una cosa gradevole al palato, un giulebbe: qualcosa di molto zuccheroso ed aromatico, insaporito con succo di frutta o infuso di fiori, ed estensivamente un cibo o piú spesso una bevanda molto dolce; allo stesso modo il verbo denominale sceruppà come significato primario indica l’azione di conservare frutta ed altro in uno liquido molto zuccheroso ed aromatico, variamente profumato ed insaporito.
Le cose cambiano, e di molto, quando dal significato primario si passa a quello ironico se non addirittura antifrastico, allorché cioè la voce sceruppo lungi dal significare bevanda zuccherosa ed aromatica vale: cosa o persona fastidiosa, nociva o anche situazione dannosa o pericolosa soprattutto nelle espressioni esclamative del tipo vi’ che sceruppo! oppure siente, sie’ che sceruppo! o anche siente, sie’ che sceruppo ‘e ceveze! che letteralmente valgono guarda che sciroppo! oppure senti che sciroppo! o anche senti che sciroppo di gelse!
È ovvio che i verbi guardare e sentire non vanno intesi nel loro senso reale, ma in quelli estensivi di porre attenzione, considerare etc. volendo dire di una persona o situazione fastidiosa quando non nociva o dannosa: “Osserva,considera quanto ciò o costui/costei è fastidioso/a, nocivo/a, dannoso/a”; e per significare tutto ciò, in napoletano basta usare l’esclamazione: “Siente che sceruppo!” esclamazione che poi si colora di maggior grevezza e/o fastidio se si aggiunge uno specificativo: siente che sceruppo ‘e ceveze!, atteso che lo sciroppo di gelse, benché odorosissimo è grandemente appiccicoso, risultando molestamente importuno, di cui sarebbe difficile liberarsi e/o nettarsi se qualcuno se ne imbrattasse mani o abiti…; si usa però l’esclamazione siente che sceruppo! nel senso ironico suddetto non necessariamente in presenza di grave danno o pericolo, ma anche soltanto per bollare il fastidioso comportamento di talune persone,uomini o donne, ma piú spesso donne che usano berciare, blaterare, litigare alzando i toni etc.
Ciò premesso rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.
Torniamo all’espressione sceruppà ‘nu strunzo che vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco e ciò sia che lo si faccia di propria sponte, sia che avvenga su sollecitazione del diretto interessato e la cosa vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso, pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate ed invece in realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa valentía in virtú della quale s’aspetta ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza, boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.
Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia impossibile da farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!
14 N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA...
Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei un cosí grosso stronzo )che non entri per intero nella pentola destinata all'uso. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere i limiti di una ipotetica pentola destinata all’uso.
14 DOPP’ Â STRAZZIONE OGNI STRUNZO È PRUFESSORE
Riportatata anche, per motivi eufemistici, come Dopp’ â strazzione ogni ffesso è prufessore Ogni sciocco fa il professore solo quando sia già avvenuta l’estrazione dei numeri del lotto Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento.
E consideriamo ora altri etimi di voci non considerate precedentemente:
strazzione s.vo f.le = estrazione (dal lat. mediev. extractione(m), deriv. di extractus, part. pass. di extrahere 'estrarre': (e)xtractione(m)→strazione→strazzione con nel napoletano normale raddoppiamento espressivo della affricata alveolare sorda z come altrove raddoppiamento espressivo della l'occlusiva velare sonora g delle voci che normalmente terminano in gione (cfr. ragione→raggione, regione→riggione etc.)
sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m) che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce;
sceruppà = sciroppare denominale del precedente;
ceveze =plurale di ceveza/ceuza = gelsa, esattamente ed in primis il frutto del gelso: albero con piccoli frutti commestibili, dolci, di colore nero o bianco (more) e foglie cuoriformi, di cui si nutrono i bachi da seta (fam. Moracee); per traslato furbesco e giocoso con la voce a margine a Napoli anticamente ma ancóra oggi nella città bassa, tra i napoletani d’antan, si intendono anche le emorroidi irritate, gonfie e che diano prurito; l’etimo delle napoletane cèveza/cèuza è dall’ acc.vo latino (arborem) celsa(m)=albero alto; da cèlsa→*celza con successivo passaggio di lz ad uz per cui si ottenne cèuza e successiva epentesi eufonica del suono v tra la è tonica e la u evanescente fino ad ottenere cèvuza o cèveza. Ricorderò che ad oggi a Napoli città la voce usata da tutti (borghesi e/o popolani) è cèveza, mentre nel contado provinciale è piú facile trovare ancòra l’antica voce cèuza ;
vi’ = vedi; forma apocopata di vide voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito vedé=vedere o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito vedé=vedere con etimo dal basso lat. *videre per il classico vidíre;
siente /sie’=senti;sie’ non è che la forma apocopata di siente=senti voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito sentí=sentire, udire o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito sentí=sentire, udire e qui porre attenzione con etimo dal basso latino sentire;
ciuccio = asino, ciuco soprattutto nel significato di ignorante; non di facile lettura l’etimologia di ciuccio; c’è chi opta per il lat. cicur= mansuefatto domestico, chi per il lat. cillus da collegare al greco kíllos asino chi per lo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi e segnatamente quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, ipotesi che per l’asperità del cammino morfologico, se non semantico non mi convincono molto;non mi convince altresí, in quanto m’appare forzata, l’idea che il napoletano ciuccio sia da collegare all’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante ed in conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice dell’arabo sciach-arà= ragliare che è il verso proprio dell’asino;rammenterò che dalla medesima radice nasce sceccu che è il nome in siciliano dell’asino.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
píreto =peto, emissione rumorosa di gas intestinale con etimo dal lat. peditu(m), deriv. di pedere 'fare peti'; da notare nella voce napoletana la consueta chiusura della sillaba tonica d’avvio donde pe passa a pi oltre la tipica alternanza osco mediterranea di d/r mentre la vocale postonica i s’apre diventando e ma di timbro evanescvente;
annasprato=coperto di naspro voce verbale part. pass. masch. sing. aggettivato dell’infinito *annasprà=coprire di naspro;
la voce naspro ed il conseguente denominale *annasprà (a quel che ò potuto indagare) sono espressioni in origine del linguaggio regionale della Lucania, poi trasferitosi in altre regioni meridionali (Campania, Calabria, Puglia) ed è difficile trovarne un esatto corrispettivo nella lingua nazionale; si può tentare di tradurre naspro con il termine glassa atteso che nel linguaggio dei dolcieri meridionali la voce naspro indicò ed ancóra indica una spessa glassa zuccherina variamente aromatizzata e talora colorata usata per ricoprire in origine dei biscotti dall’impasto abbastanza semplice o povero; in sèguito si usò il naspro colorato per ricoprire delle torte dolci e segnatamente quelle nuziali con un naspro rigorosamente bianco; a Napoli non vi fu festa nuziale che non si concludesse con un sacramentale gattò mariaggio coperto di spessa glassa zuccherina bianca: la voce gattò mariaggio nel significato di torta del matrimonio fu dal francese gâteau (de) mariage.
Per ciò che riguarda l’etimo della voce naspro, non trattandosi di voce originaria partenopea, né della lingua nazionale (dove risulta sconosciuta), ma – come ò detto – del linguaggio lucano mi limito a riferire l’ipotesi della coppia Cortelazzo/Marcato che pensarono ad un greco àspros=bianco, ipotesi che poco mi convince in quanto morfologicamente non chiarisce l’origine della n d’avvio che certamente non à origini eufoniche; penso di poter a proporre una mia ipotesi peraltro non supportata da nessun riscontro; l’ipotesi che formulo è che trattandosi di una preparazione molto dolce per naspro si potrebbe pensare ad un latino (no)nasperum→nasperum→naspro, piuttosto che ad un (n?)àspros. Spero di non essermi macchiato di lesa maestà! Del resto in tale non convincimento, sono in ottima compagnia: anche l'amico prof. Carlo Iandolo non si disse soddisfatto dell'ipotesi Cortelazzo/Marcato e trovò (ma spero non lo abbia fatto per mera amicizia...) piú perseguibile la mia idea.
‘mmiezo = in mezzo (da in + medium)
guappo s.m. voce viva e vegeta con molti derivati nei linguaggi partenopeo e/o meridionali, voce nata al sud ed ivi testimoniata fin dalla fine del XVII sec., ma trasmigrata dapprima in area lombarda e poi accolta nel lessico nazionale nei significati di prepotente, sopraffattore, prevaricatore, tirannico, aggressivo, arrogante, bullo, sfaccendato, audace, e poi anche ostentato nel vestire e nell’incedere e da ultimo (XX sec.) teppista, bravaccio, camorrista, persona sfrontata e tracotante, spavaldo.
Quanto all’etimo la maggioranza degli addetti ai lavori, a cominciare dal D.E.I., propendono per una culla iberica (guapo= bello, vistoso) la cosa però non mi convince molto attesa anche l’esistenza della voce francese guape = teppista che, a quel che pare, fu recepita nello spagnolo che ne trasse il suo guapo dal quale poi il napoletano avrebbe mutuato il suo guappo; solo un’attenta ricerca storico-linguistica ci potrebbe dire perché mai il napoletano avrebbe dovuto attingere nello spagnolo e non direttamente dal francese gergale antico; confesso di non essere attrezzato per una tale attenta ricerca storico-linguistica; mi limiterò perciò ad evitare sia la via iberica che quella francese, per tornare a percorre, in ottima compagnia: Cortelazzo- Zolli, come già feci alibi, la strada di un lat.classico vappa=, vinello inacetito;
prufessore s.vo m.le =professore 1 normalmente chi insegna in una scuola di grado superiore, ma a Napoli anchi chi insegni alle scuole elementari: professore di scuola media, di liceo, di università; professore di scienze, d'italiano, di filosofia; professore ordinario, straordinario, incaricato | saperne quanto un professore, essere molto dotto o versato in un particolare campo; fare il professore, darsi arie di professore, parlare come un professore, si dice per indicare una persona che ama ostentare dottrina, che è saccente, pedante. 2 (estens.) insegnante in genere: professore di musica, di danza
3 titolo di chi suona in un'orchestra, spec. Sinfonica
(dal lat. prōfessore(m), deriv. di profitíri, nel sign. di 'insegnare pubblicamente'; normale in napoletano della chiusura in u della ō o intesa tale);
fijura s.vo f.le = figura, aspetto esteriore di una cosa; sagoma, forma (dal lat. figura(m), da fingere 'plasmare, foggiare');
spasella s.vo f.letipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdirne la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici, voce che à l’etimo nel lat. neutro plur. (e)xpa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere;
rumma s.vo f.le = rum acquavite ottenuta per lo piú dalla distillazione della melassa di canna da zucchero fermentata.la voce inglese rum è derivata da rum- bustious 'chiassoso, violento', con allusione al comportamento degli ubriachi bevitori della suddetta acquavite; la voce napoletana rumma è coniata su quella inglese con una tipica paragoge, ma qui di una piena a finale (invece della consueta e semimuta) e raddoppiamemento espressivo della m etimologica fino a formare la seconda sillaba ma della voce rumma, come altrove tramme←tram,barre←bar etc.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica e figuratamente persona stupida, odiosa etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';
addiventa =diventa voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito addiventà = divenire, venire a essere, trasformarsi in derivato dal lat. volg. ad+ *deventare, forma rafforzata (vedi prep. ad) di quella intensiva deventare del lat. devenire = divenire; da notare la particolarità che la voce verbale a margine (indicativo presente) è resa in italiano con il futuro, tempo che – quantunque esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani – è pochissimo usato, preferendogli un presente in funzione futura o altrove costruzioni del tipo aggi’ ‘a = devo da;
maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino mag(is)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale ;
babbà = babà tipico dolce partenopeo ( tuttavia non originario in quanto pare importato a Napoli, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone, da pasticcieri francesi (chiamati a Napoli da Maria Carolina e richiesti a sua sorella Maria Antonietta)che l’avevano mutuato da dolcieri polacchi che s’ era portato dietro nel suo esilio parigino il re Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal 1704 al 1735.e che una leggenda, priva di supporti storici, vuole inventore - per puro caso - del dolce ) di pasta soffice e lievitata, intrisa di uno sciroppo al rum. La voce napoletana, con tipico raddoppiamento espressivo della seconda labiale esplosiva, è dal fr. baba→babbà, che è dal polacco baba '(donna vecchia').
tremmà/tremmare = tremare, vacillare, traballare, sussultare, vibrare, tremolare;( dal lat. tremere, con mutamento di coniugazione e raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
In coda ed a chiusura di tutto quanto fin qui scritto riporto l’indicazione di due dei numeri della smorfia napoletana d’argomento scatologico:
15 –
43, ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE = letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; citroviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata è detta, volta volta:locena che nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali quale una pereta.;
16 71,LL’OMMO ‘E MMERDA letteralmente l’uomo di merda ossia l’uomo dappoco, la persona infida, riprovevole,disonesta, o solo d’animo ignobile, cosí definito in quanto si appaleserebbe tal quale fosse, per iperbole, formato di escrementi; l’espressione a margine sostanzia una corposa offesa rivolta appunto nei confronti di chi venga considerato mancante di ogni decoro e/o dignità ed al contrario mostri cattiveria e protervia d’animo; costui a volte viene apostrofato con la voce mmerdajuolo, usata come sinonimo di quella a margine, quantunque di per sé ( con derivazione dal latino merda(m) con i suff. arius ed olo) indicherebbe, come ò già détto colui che – per lavoro – raccattava gli escrementi animali per igiene pubblica e li rivendeva per concimare i campi; Giunti a questo punto avremmo esaurito l’argomento, ma mi piace aggiungere un simpatico icastico proverbio che sebbene non tratti esattamente di escrementi tocca l’organo/mezzo deputato alla deiezione. Eccolo
17 CULO CA NUN CUNOSCE CAMMISA, QUANNO ‘A VEDE LLE SCAPPA A RRISA.
Letteralmente: Culo che non à conosciuto (mai) una camicia,quando la vede (per la prima volta) ne ride. Id est: chi non à dimestichezza con il buono e/o l’utile non è capace di apprezzarlo o prenderlo sul serio; con altra valenza piú circoscritta: il povero che non è aduso all’agiatezza non gode neppure nei rari momenti di abbondanza.
Culo s.vo m.le il culo, sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco koilos attraverso il basso latino culu(m);
cammisa s.vo f.le camicia,
indumento di tessuto generalmente leggero, abbottonato sul davanti, con colletto e maniche lunghe o corte, che ricopre la parte superiore del corpo; voce dal lat. camisia(m) e tipico raddoppiamento espressivo della labionasale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m) etc.
nun/’un/nu’/nunn avv.di negazione = non
1 serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nun parlaje pe tutt’ ‘o juorno(non venne; non parlò per tutto il giorno); nun ce sta nisciuno dubbio(non c'è alcun dubbio);nun c’è probblema (non c'è problema);nun ce sta nisciuno(non c'è nessuno), | ch’è che nunn è(che è, che non è), (fam.) tutto a un tratto, senza una ragione evidente:ch’è, che nunn è, fernette ‘e parlà e se ne jette (cosa è, cosa non è, smise di parlare e se ne andò) | in espressioni ellittiche: no ca nun ce crero, ma(non che io non ci creda, ma...), non intendo dire di non crederci, ma...;
2 (ant.) col valore di no: nun servarrà po dicere’e no, si avarraje ditto ‘e sí ‘na vota(non varrà poi dire / di non, s'avrai di sì detto una volta)
3 nelle contrapposizioni, anche col verbo sottinteso: nunn è bbello, ma ‘ntelliggente(non è bello, ma intelligente); isso fuje pe mme nun sulo ‘nu pate, ma pure n’amico(egli fu per me non solo un padre, ma un amico) | in espressioni ellittiche: vène o nun vène;prufessore o nun prufessore(venga o non venga; professore o non professore) (ma non quando non è ripetuto il primo elemento:vène o no, prufessore o no( venga o no, professore o no))
4 nelle interrogative dirette e indirette che attendono una risposta affermativa e nelle interrogative retoriche: nun avive ‘a partí stasera?(non avresti dovuto partire stasera?); nunn è overo?( non è vero?); m’addimanno si nun fosse stato meglio a lassà perdere; comme facevo a nun crerelo?(mi chiedo se non sarebbe stato meglio rinunciare; come potevo non credergli?)
5 si usa pleonasticamente in alcune locuzioni: è cchiú facile ‘e chello ca tu nun cride(è più facile di quel che tu non creda);nunn appena( non appena), appena che; | in talune frasi esclamative ed in senso antifrastico: ‘e buscie ca nun m’à ditto!(le bugie che non mi à detto!); ‘e fessarie ca nun hê fatto(le sciocchezze che non ài fatto!) | quando il verbo a cui si riferisce è retto da congiunzioni o locuzioni come fino a cche, pe ppoco, a meno che, salvo che, ‘a fora ‘e che e sim.: t’aspettofino a cche nunn arrive( ti attenderò finché non arriverai); pe ppoco nun è caduto(per poco non è caduto
6 in litote, preposto a un aggettivo, un sostantivo o un avverbio: è stata ‘na facenna nun facile (è stata un'impresa non facile), difficile; nun poche ‘a penzano comme a nnuje(non pochi la pensano come noi), parecchi; aggiu faticato nun poco…(ò lavorato non poco), molto; nun sempe(non sempre), raramente; nun senza fatica(non senza fatica), con notevole fatica;
rammento che il medesimo, originario avv. di negazione nun può esser reso secondo le occorrenze con altre morfologie:aferizzato, di solito in principio di frase, ‘un: ‘un me faccio capace(non me ne convinco) ‘un ‘o ssaccio!(non lo so),apocopato nu’ che (secondo il principio che la caduta finale di una o piú consonanti non necessita di una indicazione diacritica) si potrebbe anche rendere semplicemente nu Tuttavia è preferibile adottare la morfologia nu’ poi che nel napoletano scritto si potrebbe ingenerare confusione tra l’art. indeterminativo ‘nu/’no e la negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi perciò nu’ (facendo un’eccezione rispetto alla regoletta per la quale i termini apocopati di cononante/i e non di sillaba vocalica, non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu da cum – pe da per – mo da mox – po da post ) dicevo da rendersi però nu’ per evitarne la confusione con l’omofono articolo ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso il malvezzo di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta, laddove invece,il non segnarlo, a mio avviso, è segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiami pure Di Giacomo,F. Russo, E.De Filippo, EduardoNicolardi etc.). Del resto non è inutile ricordare che tanti (troppi!) autori napoletani, anche famosi e/o famosissimi non potettero avvalersi di adeguati supporti grammaticali e/o sintattici del napoletano, supporti che furono inesistenti del tutto, mentre i pochissimi esistenti (Galiani, Oliva, Serio) furono malamente diffusi, né potettero far testo, vergati com’erano stati da addetti ai lavori non autenticamente napoletani e pertanto, spesso, imprecisi e/o impreparati. Ancóra ricordo che moltissimi autori furono istintivi e spesso mancavano del tutto di adeguata preparazione scolastica (cfr. V.Russo, R.Viviani etc.), altri avevano studiato poco e male e quelli che invece avevano adeguata preparazione scolastica (cfr. Di Giacomo, F. Russo, E. Nicolardi etc. spessissimo la usarono maldestramente adattando le nozioni grammaticali-sintattiche dell’italiano al napoletano che invece non è mai tributaria dell’italiano essendo linguaggio affatto originale e diretto discendente del latino parlato.
Per concludere,e valga una volta per sempre, a mio avviso nel napoletano scritto gli articoli indeterminativi vanno sempre corredati del segno d’aferesi (etimologicamente esatti!)ed il non farlo è segno di sciatteria, pressappochismo e forse sicumera! Esempio di questo nun→nu’usato per solito davanti a consonante e/o in frasi esclamative: e nu’ sta bene!(non sta fatto bene!), statte zitto, nu’ pparlà sempe tu!(taci, non parlar sempre tu!); si à infine la forma nunn usata davanti a parole comincianti per o,e, hê: nunn ‘o ddicere! (non dirlo!)nunn ‘e ssiente? (non le senti?) nunn hê capito niente! (non ài compreso nulla!).
cunosce = conosce,sa, prova etc. (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito cunoscere dal lat. volg. *cōnoscere, per il class. cognoscere, comp. di cum 'con' e (g)noscere 'conoscere' con tipica chiusura della ō→u).
quanno avv. di tempo = quando, allorché nel momento che ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;
‘a = la pron. pers. f.le di terza pers. sing. [forma complementare atona di , essa] omofona ed omografa di ‘a art. determ. f.le sg. la nonché di ‘a forma aferizzata di da
1 si usa come compl. ogg. riferito a persona o cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica; in posizione proclitica si può elidere davanti a vocale purché non generi ambiguità: ‘a vedette ajere(la vidi ieri); ‘aggiu ‘ncuntrata poco fa, aspettammola(l'ò incontrata poco fa, aspettiamola); damme ‘a lettera, ‘a voglio leggerla(dammi la lettera, voglio leggerla) voce dal lat. (ill)a(m), f.le di ille 'quello'
vede = vede (voce verbale 3° p. sg. ind. pres. dell’infinito vedere/vedé dal lat. vidíre con la particolarità che la 1° p. sg. dell’ind. pres. veco trae da un *vedico→ve(d)ico→veico→veco analogo al *vadico→va(d)ico→vaico→vaco 1° p. sg. dell’ind. pres. dell’infinito jí (andare).
lle = le/gli pron. pers. f.le e m.le di terza pers. sing. forma complementare atona di essa , essa/esso; si usa come compl. di termine riferito a persona o a cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica: lle screvette io ‘e vení(le/gli scrissi io di venire); dicennole chesto se ne jette (ciò dicendole/gli se ne andò); ‘a lettera sta ‘ncopp’â tavula, si vuó lle puó ddà ‘nu sguardo(la lettera è sul tavolo, se vuoi puoi darle un'occhiata)
scappa a rrisa =(gli) viene da ridere; locuzione verbale del presente indicativo formata da
scappa a = inizia a, principia a (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito scappà che di per sé in primis vale 1 allontanarsi in fretta, fuggire; 2 correre via, andare in fretta; 3 uscire, sbucar fuori, con riferimento a cosa che non sta al suo posto; ma si dice pure (ed è il ns. caso)
4 di stimolo fisico che si faccia sentire in modo incontenibile, irresistibile: scappà a ridere, scappà a chiagnere (scappare a ridere, scappare a piangere).
rrisa s.vo f.le pl. (il sg. non è usato) = risate, il ridere, il modo di ridere; voce dal lat. neutro pl. risa di risu(m) deverbale di ridíre.
E cosí penso d’aver convenientemente e ad abundantiam risposto alla sfida dell’amico R.M. e d’aver contentato anche qualche altro dei miei ventiquattro lettori, per cui reputo di poter mettere il punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale
L’amico R.M. ( le consuete questioni di riservatezza, mi impongono di indicare le sole iniziali di nome e cognome) mi à proditoriamente invitato ad illustrare alcune espressioni partenopee a sostrato scatologico; pensava di mettermi in difficoltà, conoscendomi per persona beneducata, compita, corretta e paventava ch’ io mi rifiutassi; si sbagliava: è vero che son un uomo perbene, civile, costumato, ma non sono un pusillanime né temo di lordarmi la bocca o le mani parlando di sterco ed affini. Perciò bando alle ciance, mi turo il naso, infilo i guanti e tento di contentare l’amico R.M. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori.
1 ESSERE N’ OMMO ‘E MMERDA
Ad litteram: essere un uomo fatto di merda. Id est: essere una persona infida, scostante, repellente,ributtante, disgustosa, nauseabonda, rivoltante e – per ampliamento semantico - inaffidabile,subdola, falsa, doppia, ambigua, ingannatrice tamquam qualcosa formata di escrementi.
2 FÀ ‘NA FIJURA ‘E MMERDA.
Ad litteram: fare una figura di sterco.Locuzione simile a quella che recita fà ‘na fijura ‘e chiuove (id est:fare una figura da chiodi cioè fare una figuraccia), ma connotata da una maggior durezza di linguaggio in quanto che la figuraccia derivante dall’errato comportamento e battezzata di chiodi è quella meritevole quasi di essere attaccata con dei chiodi, e tenuta a vista a mo’ di ammonimento o ricordo, mentre la figura battezzata di merda è quella da considerarsi tanto lercia di escrementi da non meritare d’esser considerata neppure come ammonimento o ricordo, né può pretendere d’essere tenuta in vista sorretta da chiodi, trattandosi di cosa piú che umiliante e mortificante, ma eliminata assieme ad altre deiezioni!
3JÍ CU ‘O MUSSO DINT’Â MMERDA. variante
JÍ CU ‘A FACCIA DINT’Ô PANECUOTTO.
Ad litteram: Finire con il muso nello sterco
variante finire con la faccia nel pan cotto.
La locuzione a margine e la sua variante sono usate per significare il comportamento di tutti coloro che per propria ingenuità o insipienza finiscono per fare meschine figure al pari (cfr. variante) di un bimbo che si sia imbrattato il volto mangiando pan cotto; la prima parte molto piú dura ed icastica prende a modello il comportamento del maiale che frugando nel porcile alla ricerca di cibo, spesso affonda il muso nei suoi stessi escrementi, e tale comportamento viene appaiato ai presuntuosi atteggiamenti di coloro che abituati a fare i saccenti ed i supponenti spesso vedono le loro affermazioni, se non le loro azioni vanificate queste e contraddette quelle, dalla chiara realtà e finiscono per fare figure cosí meschine da esserne quasi insozzati come un porco dal suo sterco.
4 STÀ POCA MMERDA 'A FÀ PALLOTTOLE
Ad litteram:c'è poca merda da farne palle. Id est: c'è poco da fare, non è possibile raggiungere i risultati sperati: mancano la materia prima ed i mezzi occorrenti. Locuzione nata nell'ambito dei raccoglitori (détti mmerdajuole) degli escrementi di animali,escrementi atti ad esser venduti come concime, la locuzione veniva pronunciata con profondo senso di rincrescimento, allorché nel loro quotidiano girovagare ,i raccoglitori trovavano poco da portar via. raccolto con le pale e compattato a mo’ di palle(per completezza aggiungerò qualcosa, illustrando l’espressione
4 bis ESSERE ‘A TINA ‘E MIEZO.
Ad litteram: essere il tino di mezzo. Offensiva locuzione che si usa rivolgere a chi sia materialmente o moralmente cosí sozzo, sporco, lercio da poter essere assimilato al grosso tino trasportato nel bel mezzo di un carro atto allo scopo(carro trainato da un bove), tino nel quale, originariamente in quel di Torre del Greco, e poi in ogni paese rurale, veniva posto tutto il letame che, raccolto in giro e convogliato nel tino centrale per il tramite di due altri tini piú piccoli allogati ai lati del tino centrale, veniva poi rivenduto quale concime naturale.
tina = tino, ma di piú grosse dimensioni; etimologicamente da tardo latino tinu(m), derivato da tina 'bottiglia', di orig. greca; tinum diede originariamente il maschile tino, poi volto al femminile tina in quanto di maggiori dimensioni, come spesso nell’idioma napoletano, dove un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella;
‘e miezo dal lat. mediu(m) = di mezzo: posto nella parte mediana di qualcosa; senza la preposizione ‘e (di) il solo miezo è aggettivo che vale: mezzo, metà.
Rammenterò che proprio per l’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini, la città di Torre del Greco finí per essere detta tout cour ‘A tina ‘e miezo e tale nomignolo le derivò anche per il fatto (rammentato nell’altra espressione: Napule fa ‘e peccate e ‘a Torre ‘e sconta (Napoli si macchia di peccati che vengono pagati da Torre)) che per un dannato, particolare gioco di correnti marine, le deiezioni corporali dei napoletani abbondantemente riversate in mare (cfr. alibi ‘a malora ‘e Chiaja) venivano trasportate verso Torre del Greco arenandosi sulla spiaggia della cittadina vesuviana;
peccate plurale di peccato che di per sé è la colpa, il peccato, ma ovviamente qui è inteso in senso lato e traslato di escremento;
etimologicamente dal latino peccatu(m) deverbale di peccare = macchiarsi di una colpa
sconta voce verbale (3° pers. sing.ind. pres.) dell’infinito scuntà = scontare, pagare un po’ per volta o anche ripetutamente;
etimologicamente da un tardo latino computu(m)= conto, con protesi di una s distrattiva.
Sempre con riferimento all’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini,faccio un passo indietro e reitero il riferimento alla locuzione C’è poca ‘a fà mmerda, pallottole! che viene usata a sapido commento di incresciose situazioni dalle quali non è dato ricavare (vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per difficoltà intrinseche o per conclamate incapacità operative degli addetti) effetti o risultati positivi; ripeto che in effetti gli escrementi animali, il letame venivano raccolti con le pale,compattati dandogli una forma vagamente sferica a mo’ di palla; quando mancava il materiale da raccogliere, o non ce ne fosse a bastanza gli addetti commentavano la faccenda con la frase summenzionata, usata in seguito in ogni altra situazione incresciosa per insufficienza di mezzi, difficoltà operative etc.
mmerda/merda dal lat. merda(m) = escremento, sterco e figuratamente: cosa che disgusta, persona spregevole, situazione ripugnante | nella loc. agg. ‘e mmerda= pessimo, spregevole: fà ‘na fijura ‘e mmerda: fare una figura di merda = fare una pessima figura; dal s.vo a margine deriva il s.vo mmerdajuolo = raccoglitore di sterco;
dal s.vo a margine deriva altresí l’agg.vo m.le o f,le mmerduso/mmerdosa = inetto/a, incapace, buono/a a nulla. o di ragazzo/a che si atteggino ad adulti;in tale significato sono usati piú spesso i diminutivi mmerdusillo/mmerdusella;
pallottole = plurale di pallottola = piccola palla; doppio diminutivo attraverso i suffissi otto/a ed olus/ola del latino palla mutuato dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla involto di merci apprestato per il trasporto.
5 MMERDA ‘E SPRUVIERO!
Letteralmente: Sterco di sparviero!
Icastica, offesa esclamatoria rivolta all’indirizzo d’uomo (e solo di uomo!) privo di qualsivoglia personalità sia in senso positivo che in quello negativo; un essere insomma che non sia né carne, né pesce, un uomo privo di carattere, incapace di farsi apprezzare sia nel bene, che nel male, un uomo di quelli che a Napoli son détti inadatti sia ad esser fritti, sia ad essere arrostiti; la spiegazione semantica di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che lo sterco di sparviero si ritiene non emani né lezzo, né olezzo, tanto da farsi considerare quasi inesistente.
6 PIGLIÀ ‘NU STRUNZO ‘MBUOLO
intromettersi, intervenire a sproposito in una questione che non ci riguardi; ‘mbuolo sta per in + vuolo, dove vuolo o buolo con tipica alternanza partenopea b/v è un particolare piccolo retino da pesca, usato per pescare a volo i pesci in transito; qualora in luogo di pesce si pescasse uno stronzo (dal longob. strunz 'sterco') si incorrerebbe in un’azione sciocca ed inutile tal quale quella tipica di arroganti, saccenti, supponenti che son soliti intromettersi,non richiesti,né sollecitati, intervenendo a sproposito, in casi altrui e non di loro pertinenza;
7 STRUNZO ‘MMIEZO!
Antica espressione dichiarativa del tutto desueta usata un tempo da chi si intromettesse in una questione non propria o in un litigio, ma con intenti pacificatorî; una sorta di “Alto là! Ora chetatevi, rappacificatevi, smettetela di litigare! Ascoltate me che benché sia uno sciocco e non abbia autorità alcuna, vi prego di desistere dal vostro incongruo comportamento!” Come si evince l’espressione a margine à sostrato del tutto diverso da quella precedente con la quale, da qualche sprovveduto, talora viene confusa: quella precedente è riferita infatti a gli stupidi saccenti ficcanasi impiccioni, mentre questa a margine è di competenza degli umili, seppure coraggiosi o temerarî pacieri;
8 QUANNO ‘O MARE È CCALMO, ÒGNE STRUNZO È MMARENARO
Allorché il mare è calmo, cioè non è foriero di pericoli, ogni incapace riesce a governare una barca o un piccolo naviglio facendo apparentemente le viste d’essere un autentico marinaio; allo stesso modo ogni pusillanime, se non ci sono pericoli, rischi, azzardi o insidie fa le viste d’essere audace, ardimentoso, intrepido, valoroso, prode, impavido;ugualmente ed ancóra di piú ogni sciocco, incapace, inetto, inabile, dappoco, parolaio fa le viste d’essere capace, abile, valido, esperto, sveglio, adatto, idoneo quando non ci sia da adoperarsi fattivamente per risolvere piccoli o grossi problemi.
9 FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO. Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo ; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
10 JVE/GHIVE FACENNO ‘O GUAPPO A MMARE, MO FAJE ‘O STRUNZO DINT’Â SPASELLA!
Facevi il guappo in mare, adesso fai lo stronzo nel cestino
Detto a mo’ di sfottò per commentare l’ingloriosa fine di un pesce che braveggiava in mare fino a quando non è stato pescato e messo sul banco del pescivendolo; per estensione e/o traslato il proverbio si attaglia figuratamente a tutti coloro che, profittando di transeunte situazioni favorevoli, braveggiano sui piú deboli fino a quando (essendo in realtà persone stupide, odiose, saccenti e supponenti), venute meno quelle tali situazioni favorevoli al loro braveggiare, non incappino in chi li faccia scendere dal loro piedistallo e/o cavallo bianco sottomettendoli o ridimensionandoli.
guappo s.vo ed agg.vo m.1 camorrista, bravaccio 2 (estens.) persona sfrontata, arrogante | guappo’e cartone, persona che nasconde dietro l'arroganza e la sfrontatezza una reale debolezza; come agg.vo: sfrontato, arrogante;
quanto all’etimo è dal latino vappa.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
spasella s.f. tipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdire la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta – come ò detto - essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici,à l’etimo nel lat. neutro plur. expa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere
11 ÒGNE STRUNZO TÈNE 'O FUMMO SUĴO.
Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo, emana un lezzo caratteristico. Id est:ogni sciocco à modo nel bene o piú spesso nel male di farsi notare.
fummo s.vo neutro
1.il residuo gassoso della combustione, che trascina in sospensione particelle solide (ceneri, fuliggine ecc.) assumendo forma di nuvola bianca o grigiastra: ‘o fummo ‘e n’incendio, ‘e ‘na cemmenèra, |signale ‘e fummo, (il fumo di un incendio, di una ciminiera,|segnali di fumo), quelli ottenuti soffocando parzialmente e a intermittenza un fuoco | fà fummo(far fumo), emanarlo (fig.)essere improduttivi | piglià ‘e , sapé ‘e fummo (prendere di , sapere di fumo), acquistare, avere un sapore sgradevole di fumo (détto di cibi cotti) | jí, jirsene ‘nfummo (andare, andarsene in fumo), bruciare completamente; (fig.) svanire, fallire |mannà ‘nfummo coccosa (mandare in fumo qualcosa), bruciarla completamente; (fig.) mandare a vuoto, far fallire: mannà ‘nfummo ‘nu pruggetto; mannà ‘nfummo ‘nu patrimmonio(mandare in fumo un piano; mandare in fumo un patrimonio), dilapidarlo | è cchino ‘e fummo(è pieno di fumo), (fig.) si dice di persona boriosa e di poco valore | vennere fummo(vendere fumo), (fig.) raccontare fandonie, vantarsi di un credito che non si à | assaje fummo e poco arrusto(molto fumo e poco arrosto), (fig.) si dice di persona o cosa che, nonostante l'apparenza, conclude o vale poco | vedé coccosa o quaccuno commeô fummo dinto a ll’uocchie(vedere qualcosa o qualcuno come il fumo negli occhi), (fig.) averlo in forte antipatia | ‘o fummo d’ ‘e stelle (fumo interstellare), (astron.) gas commisto a particelle solide che circola tra una stella e l'altra
2 il fumo del tabacco; anche, l'atto, l'abitudine di fumare tabacco:te dà ‘mpiccio ‘o fummo? (ti dà fastidio il fumo?); tené ‘o vizzio d’ ‘o fummo(avere il vizio del fumo); ‘o fummo fa male â saluta(il fumo fa male alla salute).
3 (estens.) vapore, esalazione, polvere di aspetto simile a quello del fumo: ‘o fummo d’ ‘o sgarrupamiento, d’ ‘e ppignate(il fumo delle macerie, delle pentole) | fiato che si condensa a contatto con aria circostante molto più fredda: ògne cavallo.../abboffa ‘e naserchie e ccaccia fuoco e ffummo(ogni cavallo... / gonfia le nari e fumo e foco spira (TASSO G. L. XX, 29)).
4 spec. pl. (fig.) annebbiamento dell'intelletto; ebbrezza prodotta dal vino: staje pigliato dê fumme d’ ‘o vino(sei in preda ai fumi del vino) | 5 (chim. fis.) sospensione di minuscole particelle solide in un gas
6 (non com.) fumacchio, fumaiolo
7 (ant.come nel caso che ci occupa) accenno, indizio || Usato come agg. invar. di colore scuro, che ricorda quello del fumo: griggio, niro fummo(grigio, nero fumo) | fummo ‘e Londra (fumo di Londra), colore grigio scurissimo.
voce dal lat. fumu(m) con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
12 AJE VOGLIA 'E METTERE RUMMA, 'NU STRUNZO NUN ADDIVENTA MAJE BABBÀ.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
13 SCERUPPÀ ‘NU STRUNZO
Premetto che nella parlata napoletana la voce sceruppo (con derivazione dal latino medievale sirupu(m), se non dall’arabo sharûb= bevanda dolce) normalmente indica le voci italiane sciroppo, sciloppo o siroppo per significare una soluzione molto concentrata di zucchero in acqua o in succhi di frutta che viene impiegata nella fabbricazione di bibite o in farmaceutica, per preparazioni medicinali, allo scopo di rendere piú gradevole il sapore del principio attivo:es.: sciroppo per la tosse etc.
Donde si evince che la voce sceruppo di suo indica una cosa gradevole al palato, un giulebbe: qualcosa di molto zuccheroso ed aromatico, insaporito con succo di frutta o infuso di fiori, ed estensivamente un cibo o piú spesso una bevanda molto dolce; allo stesso modo il verbo denominale sceruppà come significato primario indica l’azione di conservare frutta ed altro in uno liquido molto zuccheroso ed aromatico, variamente profumato ed insaporito.
Le cose cambiano, e di molto, quando dal significato primario si passa a quello ironico se non addirittura antifrastico, allorché cioè la voce sceruppo lungi dal significare bevanda zuccherosa ed aromatica vale: cosa o persona fastidiosa, nociva o anche situazione dannosa o pericolosa soprattutto nelle espressioni esclamative del tipo vi’ che sceruppo! oppure siente, sie’ che sceruppo! o anche siente, sie’ che sceruppo ‘e ceveze! che letteralmente valgono guarda che sciroppo! oppure senti che sciroppo! o anche senti che sciroppo di gelse!
È ovvio che i verbi guardare e sentire non vanno intesi nel loro senso reale, ma in quelli estensivi di porre attenzione, considerare etc. volendo dire di una persona o situazione fastidiosa quando non nociva o dannosa: “Osserva,considera quanto ciò o costui/costei è fastidioso/a, nocivo/a, dannoso/a”; e per significare tutto ciò, in napoletano basta usare l’esclamazione: “Siente che sceruppo!” esclamazione che poi si colora di maggior grevezza e/o fastidio se si aggiunge uno specificativo: siente che sceruppo ‘e ceveze!, atteso che lo sciroppo di gelse, benché odorosissimo è grandemente appiccicoso, risultando molestamente importuno, di cui sarebbe difficile liberarsi e/o nettarsi se qualcuno se ne imbrattasse mani o abiti…; si usa però l’esclamazione siente che sceruppo! nel senso ironico suddetto non necessariamente in presenza di grave danno o pericolo, ma anche soltanto per bollare il fastidioso comportamento di talune persone,uomini o donne, ma piú spesso donne che usano berciare, blaterare, litigare alzando i toni etc.
Ciò premesso rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.
Torniamo all’espressione sceruppà ‘nu strunzo che vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco e ciò sia che lo si faccia di propria sponte, sia che avvenga su sollecitazione del diretto interessato e la cosa vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso, pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate ed invece in realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa valentía in virtú della quale s’aspetta ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza, boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.
Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia impossibile da farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!
14 N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA...
Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei un cosí grosso stronzo )che non entri per intero nella pentola destinata all'uso. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere i limiti di una ipotetica pentola destinata all’uso.
14 DOPP’ Â STRAZZIONE OGNI STRUNZO È PRUFESSORE
Riportatata anche, per motivi eufemistici, come Dopp’ â strazzione ogni ffesso è prufessore Ogni sciocco fa il professore solo quando sia già avvenuta l’estrazione dei numeri del lotto Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento.
E consideriamo ora altri etimi di voci non considerate precedentemente:
strazzione s.vo f.le = estrazione (dal lat. mediev. extractione(m), deriv. di extractus, part. pass. di extrahere 'estrarre': (e)xtractione(m)→strazione→strazzione con nel napoletano normale raddoppiamento espressivo della affricata alveolare sorda z come altrove raddoppiamento espressivo della l'occlusiva velare sonora g delle voci che normalmente terminano in gione (cfr. ragione→raggione, regione→riggione etc.)
sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m) che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce;
sceruppà = sciroppare denominale del precedente;
ceveze =plurale di ceveza/ceuza = gelsa, esattamente ed in primis il frutto del gelso: albero con piccoli frutti commestibili, dolci, di colore nero o bianco (more) e foglie cuoriformi, di cui si nutrono i bachi da seta (fam. Moracee); per traslato furbesco e giocoso con la voce a margine a Napoli anticamente ma ancóra oggi nella città bassa, tra i napoletani d’antan, si intendono anche le emorroidi irritate, gonfie e che diano prurito; l’etimo delle napoletane cèveza/cèuza è dall’ acc.vo latino (arborem) celsa(m)=albero alto; da cèlsa→*celza con successivo passaggio di lz ad uz per cui si ottenne cèuza e successiva epentesi eufonica del suono v tra la è tonica e la u evanescente fino ad ottenere cèvuza o cèveza. Ricorderò che ad oggi a Napoli città la voce usata da tutti (borghesi e/o popolani) è cèveza, mentre nel contado provinciale è piú facile trovare ancòra l’antica voce cèuza ;
vi’ = vedi; forma apocopata di vide voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito vedé=vedere o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito vedé=vedere con etimo dal basso lat. *videre per il classico vidíre;
siente /sie’=senti;sie’ non è che la forma apocopata di siente=senti voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito sentí=sentire, udire o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito sentí=sentire, udire e qui porre attenzione con etimo dal basso latino sentire;
ciuccio = asino, ciuco soprattutto nel significato di ignorante; non di facile lettura l’etimologia di ciuccio; c’è chi opta per il lat. cicur= mansuefatto domestico, chi per il lat. cillus da collegare al greco kíllos asino chi per lo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi e segnatamente quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, ipotesi che per l’asperità del cammino morfologico, se non semantico non mi convincono molto;non mi convince altresí, in quanto m’appare forzata, l’idea che il napoletano ciuccio sia da collegare all’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante ed in conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice dell’arabo sciach-arà= ragliare che è il verso proprio dell’asino;rammenterò che dalla medesima radice nasce sceccu che è il nome in siciliano dell’asino.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
píreto =peto, emissione rumorosa di gas intestinale con etimo dal lat. peditu(m), deriv. di pedere 'fare peti'; da notare nella voce napoletana la consueta chiusura della sillaba tonica d’avvio donde pe passa a pi oltre la tipica alternanza osco mediterranea di d/r mentre la vocale postonica i s’apre diventando e ma di timbro evanescvente;
annasprato=coperto di naspro voce verbale part. pass. masch. sing. aggettivato dell’infinito *annasprà=coprire di naspro;
la voce naspro ed il conseguente denominale *annasprà (a quel che ò potuto indagare) sono espressioni in origine del linguaggio regionale della Lucania, poi trasferitosi in altre regioni meridionali (Campania, Calabria, Puglia) ed è difficile trovarne un esatto corrispettivo nella lingua nazionale; si può tentare di tradurre naspro con il termine glassa atteso che nel linguaggio dei dolcieri meridionali la voce naspro indicò ed ancóra indica una spessa glassa zuccherina variamente aromatizzata e talora colorata usata per ricoprire in origine dei biscotti dall’impasto abbastanza semplice o povero; in sèguito si usò il naspro colorato per ricoprire delle torte dolci e segnatamente quelle nuziali con un naspro rigorosamente bianco; a Napoli non vi fu festa nuziale che non si concludesse con un sacramentale gattò mariaggio coperto di spessa glassa zuccherina bianca: la voce gattò mariaggio nel significato di torta del matrimonio fu dal francese gâteau (de) mariage.
Per ciò che riguarda l’etimo della voce naspro, non trattandosi di voce originaria partenopea, né della lingua nazionale (dove risulta sconosciuta), ma – come ò detto – del linguaggio lucano mi limito a riferire l’ipotesi della coppia Cortelazzo/Marcato che pensarono ad un greco àspros=bianco, ipotesi che poco mi convince in quanto morfologicamente non chiarisce l’origine della n d’avvio che certamente non à origini eufoniche; penso di poter a proporre una mia ipotesi peraltro non supportata da nessun riscontro; l’ipotesi che formulo è che trattandosi di una preparazione molto dolce per naspro si potrebbe pensare ad un latino (no)nasperum→nasperum→naspro, piuttosto che ad un (n?)àspros. Spero di non essermi macchiato di lesa maestà! Del resto in tale non convincimento, sono in ottima compagnia: anche l'amico prof. Carlo Iandolo non si disse soddisfatto dell'ipotesi Cortelazzo/Marcato e trovò (ma spero non lo abbia fatto per mera amicizia...) piú perseguibile la mia idea.
‘mmiezo = in mezzo (da in + medium)
guappo s.m. voce viva e vegeta con molti derivati nei linguaggi partenopeo e/o meridionali, voce nata al sud ed ivi testimoniata fin dalla fine del XVII sec., ma trasmigrata dapprima in area lombarda e poi accolta nel lessico nazionale nei significati di prepotente, sopraffattore, prevaricatore, tirannico, aggressivo, arrogante, bullo, sfaccendato, audace, e poi anche ostentato nel vestire e nell’incedere e da ultimo (XX sec.) teppista, bravaccio, camorrista, persona sfrontata e tracotante, spavaldo.
Quanto all’etimo la maggioranza degli addetti ai lavori, a cominciare dal D.E.I., propendono per una culla iberica (guapo= bello, vistoso) la cosa però non mi convince molto attesa anche l’esistenza della voce francese guape = teppista che, a quel che pare, fu recepita nello spagnolo che ne trasse il suo guapo dal quale poi il napoletano avrebbe mutuato il suo guappo; solo un’attenta ricerca storico-linguistica ci potrebbe dire perché mai il napoletano avrebbe dovuto attingere nello spagnolo e non direttamente dal francese gergale antico; confesso di non essere attrezzato per una tale attenta ricerca storico-linguistica; mi limiterò perciò ad evitare sia la via iberica che quella francese, per tornare a percorre, in ottima compagnia: Cortelazzo- Zolli, come già feci alibi, la strada di un lat.classico vappa=, vinello inacetito;
prufessore s.vo m.le =professore 1 normalmente chi insegna in una scuola di grado superiore, ma a Napoli anchi chi insegni alle scuole elementari: professore di scuola media, di liceo, di università; professore di scienze, d'italiano, di filosofia; professore ordinario, straordinario, incaricato | saperne quanto un professore, essere molto dotto o versato in un particolare campo; fare il professore, darsi arie di professore, parlare come un professore, si dice per indicare una persona che ama ostentare dottrina, che è saccente, pedante. 2 (estens.) insegnante in genere: professore di musica, di danza
3 titolo di chi suona in un'orchestra, spec. Sinfonica
(dal lat. prōfessore(m), deriv. di profitíri, nel sign. di 'insegnare pubblicamente'; normale in napoletano della chiusura in u della ō o intesa tale);
fijura s.vo f.le = figura, aspetto esteriore di una cosa; sagoma, forma (dal lat. figura(m), da fingere 'plasmare, foggiare');
spasella s.vo f.letipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdirne la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici, voce che à l’etimo nel lat. neutro plur. (e)xpa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere;
rumma s.vo f.le = rum acquavite ottenuta per lo piú dalla distillazione della melassa di canna da zucchero fermentata.la voce inglese rum è derivata da rum- bustious 'chiassoso, violento', con allusione al comportamento degli ubriachi bevitori della suddetta acquavite; la voce napoletana rumma è coniata su quella inglese con una tipica paragoge, ma qui di una piena a finale (invece della consueta e semimuta) e raddoppiamemento espressivo della m etimologica fino a formare la seconda sillaba ma della voce rumma, come altrove tramme←tram,barre←bar etc.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica e figuratamente persona stupida, odiosa etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';
addiventa =diventa voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito addiventà = divenire, venire a essere, trasformarsi in derivato dal lat. volg. ad+ *deventare, forma rafforzata (vedi prep. ad) di quella intensiva deventare del lat. devenire = divenire; da notare la particolarità che la voce verbale a margine (indicativo presente) è resa in italiano con il futuro, tempo che – quantunque esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani – è pochissimo usato, preferendogli un presente in funzione futura o altrove costruzioni del tipo aggi’ ‘a = devo da;
maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino mag(is)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale ;
babbà = babà tipico dolce partenopeo ( tuttavia non originario in quanto pare importato a Napoli, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone, da pasticcieri francesi (chiamati a Napoli da Maria Carolina e richiesti a sua sorella Maria Antonietta)che l’avevano mutuato da dolcieri polacchi che s’ era portato dietro nel suo esilio parigino il re Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal 1704 al 1735.e che una leggenda, priva di supporti storici, vuole inventore - per puro caso - del dolce ) di pasta soffice e lievitata, intrisa di uno sciroppo al rum. La voce napoletana, con tipico raddoppiamento espressivo della seconda labiale esplosiva, è dal fr. baba→babbà, che è dal polacco baba '(donna vecchia').
tremmà/tremmare = tremare, vacillare, traballare, sussultare, vibrare, tremolare;( dal lat. tremere, con mutamento di coniugazione e raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
In coda ed a chiusura di tutto quanto fin qui scritto riporto l’indicazione di due dei numeri della smorfia napoletana d’argomento scatologico:
15 –
43, ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE = letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; citroviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata è detta, volta volta:locena che nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali quale una pereta.;
16 71,LL’OMMO ‘E MMERDA letteralmente l’uomo di merda ossia l’uomo dappoco, la persona infida, riprovevole,disonesta, o solo d’animo ignobile, cosí definito in quanto si appaleserebbe tal quale fosse, per iperbole, formato di escrementi; l’espressione a margine sostanzia una corposa offesa rivolta appunto nei confronti di chi venga considerato mancante di ogni decoro e/o dignità ed al contrario mostri cattiveria e protervia d’animo; costui a volte viene apostrofato con la voce mmerdajuolo, usata come sinonimo di quella a margine, quantunque di per sé ( con derivazione dal latino merda(m) con i suff. arius ed olo) indicherebbe, come ò già détto colui che – per lavoro – raccattava gli escrementi animali per igiene pubblica e li rivendeva per concimare i campi; Giunti a questo punto avremmo esaurito l’argomento, ma mi piace aggiungere un simpatico icastico proverbio che sebbene non tratti esattamente di escrementi tocca l’organo/mezzo deputato alla deiezione. Eccolo
17 CULO CA NUN CUNOSCE CAMMISA, QUANNO ‘A VEDE LLE SCAPPA A RRISA.
Letteralmente: Culo che non à conosciuto (mai) una camicia,quando la vede (per la prima volta) ne ride. Id est: chi non à dimestichezza con il buono e/o l’utile non è capace di apprezzarlo o prenderlo sul serio; con altra valenza piú circoscritta: il povero che non è aduso all’agiatezza non gode neppure nei rari momenti di abbondanza.
Culo s.vo m.le il culo, sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco koilos attraverso il basso latino culu(m);
cammisa s.vo f.le camicia,
indumento di tessuto generalmente leggero, abbottonato sul davanti, con colletto e maniche lunghe o corte, che ricopre la parte superiore del corpo; voce dal lat. camisia(m) e tipico raddoppiamento espressivo della labionasale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m) etc.
nun/’un/nu’/nunn avv.di negazione = non
1 serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nun parlaje pe tutt’ ‘o juorno(non venne; non parlò per tutto il giorno); nun ce sta nisciuno dubbio(non c'è alcun dubbio);nun c’è probblema (non c'è problema);nun ce sta nisciuno(non c'è nessuno), | ch’è che nunn è(che è, che non è), (fam.) tutto a un tratto, senza una ragione evidente:ch’è, che nunn è, fernette ‘e parlà e se ne jette (cosa è, cosa non è, smise di parlare e se ne andò) | in espressioni ellittiche: no ca nun ce crero, ma(non che io non ci creda, ma...), non intendo dire di non crederci, ma...;
2 (ant.) col valore di no: nun servarrà po dicere’e no, si avarraje ditto ‘e sí ‘na vota(non varrà poi dire / di non, s'avrai di sì detto una volta)
3 nelle contrapposizioni, anche col verbo sottinteso: nunn è bbello, ma ‘ntelliggente(non è bello, ma intelligente); isso fuje pe mme nun sulo ‘nu pate, ma pure n’amico(egli fu per me non solo un padre, ma un amico) | in espressioni ellittiche: vène o nun vène;prufessore o nun prufessore(venga o non venga; professore o non professore) (ma non quando non è ripetuto il primo elemento:vène o no, prufessore o no( venga o no, professore o no))
4 nelle interrogative dirette e indirette che attendono una risposta affermativa e nelle interrogative retoriche: nun avive ‘a partí stasera?(non avresti dovuto partire stasera?); nunn è overo?( non è vero?); m’addimanno si nun fosse stato meglio a lassà perdere; comme facevo a nun crerelo?(mi chiedo se non sarebbe stato meglio rinunciare; come potevo non credergli?)
5 si usa pleonasticamente in alcune locuzioni: è cchiú facile ‘e chello ca tu nun cride(è più facile di quel che tu non creda);nunn appena( non appena), appena che; | in talune frasi esclamative ed in senso antifrastico: ‘e buscie ca nun m’à ditto!(le bugie che non mi à detto!); ‘e fessarie ca nun hê fatto(le sciocchezze che non ài fatto!) | quando il verbo a cui si riferisce è retto da congiunzioni o locuzioni come fino a cche, pe ppoco, a meno che, salvo che, ‘a fora ‘e che e sim.: t’aspettofino a cche nunn arrive( ti attenderò finché non arriverai); pe ppoco nun è caduto(per poco non è caduto
6 in litote, preposto a un aggettivo, un sostantivo o un avverbio: è stata ‘na facenna nun facile (è stata un'impresa non facile), difficile; nun poche ‘a penzano comme a nnuje(non pochi la pensano come noi), parecchi; aggiu faticato nun poco…(ò lavorato non poco), molto; nun sempe(non sempre), raramente; nun senza fatica(non senza fatica), con notevole fatica;
rammento che il medesimo, originario avv. di negazione nun può esser reso secondo le occorrenze con altre morfologie:aferizzato, di solito in principio di frase, ‘un: ‘un me faccio capace(non me ne convinco) ‘un ‘o ssaccio!(non lo so),apocopato nu’ che (secondo il principio che la caduta finale di una o piú consonanti non necessita di una indicazione diacritica) si potrebbe anche rendere semplicemente nu Tuttavia è preferibile adottare la morfologia nu’ poi che nel napoletano scritto si potrebbe ingenerare confusione tra l’art. indeterminativo ‘nu/’no e la negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi perciò nu’ (facendo un’eccezione rispetto alla regoletta per la quale i termini apocopati di cononante/i e non di sillaba vocalica, non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu da cum – pe da per – mo da mox – po da post ) dicevo da rendersi però nu’ per evitarne la confusione con l’omofono articolo ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso il malvezzo di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta, laddove invece,il non segnarlo, a mio avviso, è segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiami pure Di Giacomo,F. Russo, E.De Filippo, EduardoNicolardi etc.). Del resto non è inutile ricordare che tanti (troppi!) autori napoletani, anche famosi e/o famosissimi non potettero avvalersi di adeguati supporti grammaticali e/o sintattici del napoletano, supporti che furono inesistenti del tutto, mentre i pochissimi esistenti (Galiani, Oliva, Serio) furono malamente diffusi, né potettero far testo, vergati com’erano stati da addetti ai lavori non autenticamente napoletani e pertanto, spesso, imprecisi e/o impreparati. Ancóra ricordo che moltissimi autori furono istintivi e spesso mancavano del tutto di adeguata preparazione scolastica (cfr. V.Russo, R.Viviani etc.), altri avevano studiato poco e male e quelli che invece avevano adeguata preparazione scolastica (cfr. Di Giacomo, F. Russo, E. Nicolardi etc. spessissimo la usarono maldestramente adattando le nozioni grammaticali-sintattiche dell’italiano al napoletano che invece non è mai tributaria dell’italiano essendo linguaggio affatto originale e diretto discendente del latino parlato.
Per concludere,e valga una volta per sempre, a mio avviso nel napoletano scritto gli articoli indeterminativi vanno sempre corredati del segno d’aferesi (etimologicamente esatti!)ed il non farlo è segno di sciatteria, pressappochismo e forse sicumera! Esempio di questo nun→nu’usato per solito davanti a consonante e/o in frasi esclamative: e nu’ sta bene!(non sta fatto bene!), statte zitto, nu’ pparlà sempe tu!(taci, non parlar sempre tu!); si à infine la forma nunn usata davanti a parole comincianti per o,e, hê: nunn ‘o ddicere! (non dirlo!)nunn ‘e ssiente? (non le senti?) nunn hê capito niente! (non ài compreso nulla!).
cunosce = conosce,sa, prova etc. (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito cunoscere dal lat. volg. *cōnoscere, per il class. cognoscere, comp. di cum 'con' e (g)noscere 'conoscere' con tipica chiusura della ō→u).
quanno avv. di tempo = quando, allorché nel momento che ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;
‘a = la pron. pers. f.le di terza pers. sing. [forma complementare atona di , essa] omofona ed omografa di ‘a art. determ. f.le sg. la nonché di ‘a forma aferizzata di da
1 si usa come compl. ogg. riferito a persona o cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica; in posizione proclitica si può elidere davanti a vocale purché non generi ambiguità: ‘a vedette ajere(la vidi ieri); ‘aggiu ‘ncuntrata poco fa, aspettammola(l'ò incontrata poco fa, aspettiamola); damme ‘a lettera, ‘a voglio leggerla(dammi la lettera, voglio leggerla) voce dal lat. (ill)a(m), f.le di ille 'quello'
vede = vede (voce verbale 3° p. sg. ind. pres. dell’infinito vedere/vedé dal lat. vidíre con la particolarità che la 1° p. sg. dell’ind. pres. veco trae da un *vedico→ve(d)ico→veico→veco analogo al *vadico→va(d)ico→vaico→vaco 1° p. sg. dell’ind. pres. dell’infinito jí (andare).
lle = le/gli pron. pers. f.le e m.le di terza pers. sing. forma complementare atona di essa , essa/esso; si usa come compl. di termine riferito a persona o a cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica: lle screvette io ‘e vení(le/gli scrissi io di venire); dicennole chesto se ne jette (ciò dicendole/gli se ne andò); ‘a lettera sta ‘ncopp’â tavula, si vuó lle puó ddà ‘nu sguardo(la lettera è sul tavolo, se vuoi puoi darle un'occhiata)
scappa a rrisa =(gli) viene da ridere; locuzione verbale del presente indicativo formata da
scappa a = inizia a, principia a (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito scappà che di per sé in primis vale 1 allontanarsi in fretta, fuggire; 2 correre via, andare in fretta; 3 uscire, sbucar fuori, con riferimento a cosa che non sta al suo posto; ma si dice pure (ed è il ns. caso)
4 di stimolo fisico che si faccia sentire in modo incontenibile, irresistibile: scappà a ridere, scappà a chiagnere (scappare a ridere, scappare a piangere).
rrisa s.vo f.le pl. (il sg. non è usato) = risate, il ridere, il modo di ridere; voce dal lat. neutro pl. risa di risu(m) deverbale di ridíre.
E cosí penso d’aver convenientemente e ad abundantiam risposto alla sfida dell’amico R.M. e d’aver contentato anche qualche altro dei miei ventiquattro lettori, per cui reputo di poter mettere il punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale
giovedì 3 novembre 2011
POLPETTONE FARCITO, AL SUGO RUSTICO
POLPETTONE FARCITO, AL SUGO RUSTICO
Questa volta intendo proporvi una mia particolare presentazione di un piatto completo e gustoso:il polpettone di carne che di per sé sarebbe un piatto invernale, ma quando ti vien voglia di una cosa, le stagioni non contano piú e non si sbaglia mai a preparare questa squisita ricetta napoletana che richiede attenzione, ma è abbastanza veloce da realizzare.
Nota
Con il termine pummarulelle d’’o piennolo vesuviano, si intendono quei pomidorini, piccoli, pizzuti e sferici, dal tipico sapore, coltivati alle falde del Vesuvio su terreno vulcanico che ne esalta il gusto, raccolti tenendone il gambo lungo e poi sapientemente intrecciati in una particolare resta a forma conica detta piennolo = pendolo il cui etimo è dall’acc.vo lat. pĕndulu(m) con consueta dittongazione della ĕ ed assimilazione progressiva nd→nn sino a trasformare pĕndulu(m) in piennolo.
In questa ricetta sono usati i frijarielli, un particolare tipo di broccoletto.I broccoletti fanno parte della famiglia delle Crucifere, la specie a cui appartengono è la Brassica Oeracea, divisa in molte varietà. Quella che a noi interessa, di origine mediterranea, è quella appunto dei broccoletti, ma in particolare ci interessa la varietà napoletana detta frijarielle (da friggere) varietà che si distingue dalle altre per il tipico sapore leggermente amarognolo (gradevolmente amaro).
Di solito i frijarielle napoletani vengono cotti direttamente a crudo (senza preventiva lessatura) in olio, aglio e peperoncino piccante e vengono fritti usando un tegame di ferro nero provvisto di coperchio; per la preparazione di cui dico i broccoletti o i frijarielli vengono invece dapprima inteneriti lessandoli brevemente in poca acqua salata e poi son ripassati in padella come ò detto.
Il nome di broccoletto deriva dal latino Broccus che significa germoglio. Sono caratterizzati da fusto corto, foglie ondulate di colore verde intenso piuttosto scuro. Nel centro si trovano dei piccoli fiori immaturi che costituiscono le cime; qui e là, quando la verdura è ben matura si trovano dei piccoli fiori gialli che a malgrado siano edibili, è meglio eliminare.
Il nome frijariello= da soffriggere che è inutile, scorretto e maldestro tentar di rendere in italiano con un inconferente friggiarello (come pure talvolta mi è occorso d’udire in taluni programmi televisivi) è un deverbale di frijere ( dal lat. frigere di origine onomatopeica) = friggere
Le Varietà piú diffuse di broccoletti sono:
• il Bianco;
• il Precoce di Verona;
• il Grosso romanesco;
• il Violetto siciliano;
• il Bronzino di Albenga;
• il Calabrese
• il Napoletano (frijariello)
• Per la preparazione, qualora non fosse possibile fornirsi degli atentici frijarielle, si potranno scegliere il broccoletto bianco;il precoce di Verona;il grosso romanesco;il Violetto siciliano,il Bronzino di Albenga o il Calabrese, ma sarà comunque un ripiego giacché il risultato migliore si otterrà solo con il broccoletto napoletano (frijarielle).
ingredienti e dosi per 6-8 persone
per il sugo rustico
1 kg. di pummarulelle d’ ‘o piennolo vesuviano (pomidorini del pendolo vesuviano),
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente,
1 grosso ciuffo di prezzemolo o di aneto lavato asciugato e tritato finemente,
1 cucchiaio di origano secco,
1 presa di sale doppio alle erbette.
per il polpettone
2 etti di carne macinata di spalla di maiale,
2 etti di carne macinata di spalla di manzo,
3 etti di salsiccia sgranata,
2 etti di mollica di pane casareccio,
3 etti di frijarielli mondati,lavati poi lessati e soffritti,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati,
1 peperoncino piccante, lavato asciugato privato di picciolo e corona ed aperto longitudinalmente ma non separato,
1/2 bicchiere di latte,
2 uova ,
½ etto di pecorino grattugiato,
3 etti di mortadella in fettine sottili,
1etto di provola affumicata in fettine sottili,
sale doppio un pugno,
sale fino pepe nero q.s.
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
3 cucchiai di strutto.
3 cucchiai di pan grattato
procedimento
Si comincia con l’approntare il sugo rustico nel modo che segue:
Versare tutto l’olio in un’ampio tegame, aggiungere gli spicchi d’aglio mondati e tritati finemente ed i 2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente ed a fuoco vivo fare imbiondire l’aglio; súbito dopo incidere orgonalmente a croce i pomidorini lavati ed asciugati e metterli nel tegame schiacciandoli con i rebbi d’una forchetta, aggiungere una presa di sale doppio alle erbette ed un bicchiere d’acqua bollente e portare a cottura il sugo in circa 15 minuti;quasi al termine della cottura aggiungere il cucchiaio di origano secco ed a fuochi spenti il trito di prezzemolo o aneto. Mantenere il sugo in caldo ed a seguire mondare i friarjelli, lavarli, spezzettarli e lessarli brevemente in acqua bollente salata (pugno sale doppio) sgrondarli, strizzarli e saltarli per cinque minuti in padella nell’olio bollente aromatizzato con uno spicchio d’aglio ed il peperoncino; farli raffreddare.
A seguire ammorbidire la mollica di pane nel latte.Mettere in una capace terrina i due tipi di carne macinata, le salsicce sgranate, il pecorino grattugiato, le uova, il sale fino,la mollica di pane ammollata nel latte, un cucchiaio di strutto, uno spicchio d’aglio tritato finemente ed i friarjelli saltati in padella che vanno sminuzzati ulteriormente con un coltello.Impastare a fondo con mano bagnata; verniciare accuratamente con lo strutto una proporzionata pirofila da plum cake sistemarvi metà dell’impasto sistemandovi al di sopra le fettine di mortadella ripiegate e le fettine di provola, aggiungere il rimanente impasto, livellarlo premendo; cospargere di pan grattato, completare con dei fiocchetti di strutto ed infornare per trentacinque minuti a 180° in forno preriscaldato. Fare intiepidire il polpettone e porzionalo in fette spesse due centimetri. Distribuire a specchio sui singoli piatti alcune cucchiaiate di sugo rustico, adagiarvi un paio di fette di polpettone per ogni porzione e servire in tavola con un contorno di insalata verde o patate fritte e/o melanzane sott’olio.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
Questa volta intendo proporvi una mia particolare presentazione di un piatto completo e gustoso:il polpettone di carne che di per sé sarebbe un piatto invernale, ma quando ti vien voglia di una cosa, le stagioni non contano piú e non si sbaglia mai a preparare questa squisita ricetta napoletana che richiede attenzione, ma è abbastanza veloce da realizzare.
Nota
Con il termine pummarulelle d’’o piennolo vesuviano, si intendono quei pomidorini, piccoli, pizzuti e sferici, dal tipico sapore, coltivati alle falde del Vesuvio su terreno vulcanico che ne esalta il gusto, raccolti tenendone il gambo lungo e poi sapientemente intrecciati in una particolare resta a forma conica detta piennolo = pendolo il cui etimo è dall’acc.vo lat. pĕndulu(m) con consueta dittongazione della ĕ ed assimilazione progressiva nd→nn sino a trasformare pĕndulu(m) in piennolo.
In questa ricetta sono usati i frijarielli, un particolare tipo di broccoletto.I broccoletti fanno parte della famiglia delle Crucifere, la specie a cui appartengono è la Brassica Oeracea, divisa in molte varietà. Quella che a noi interessa, di origine mediterranea, è quella appunto dei broccoletti, ma in particolare ci interessa la varietà napoletana detta frijarielle (da friggere) varietà che si distingue dalle altre per il tipico sapore leggermente amarognolo (gradevolmente amaro).
Di solito i frijarielle napoletani vengono cotti direttamente a crudo (senza preventiva lessatura) in olio, aglio e peperoncino piccante e vengono fritti usando un tegame di ferro nero provvisto di coperchio; per la preparazione di cui dico i broccoletti o i frijarielli vengono invece dapprima inteneriti lessandoli brevemente in poca acqua salata e poi son ripassati in padella come ò detto.
Il nome di broccoletto deriva dal latino Broccus che significa germoglio. Sono caratterizzati da fusto corto, foglie ondulate di colore verde intenso piuttosto scuro. Nel centro si trovano dei piccoli fiori immaturi che costituiscono le cime; qui e là, quando la verdura è ben matura si trovano dei piccoli fiori gialli che a malgrado siano edibili, è meglio eliminare.
Il nome frijariello= da soffriggere che è inutile, scorretto e maldestro tentar di rendere in italiano con un inconferente friggiarello (come pure talvolta mi è occorso d’udire in taluni programmi televisivi) è un deverbale di frijere ( dal lat. frigere di origine onomatopeica) = friggere
Le Varietà piú diffuse di broccoletti sono:
• il Bianco;
• il Precoce di Verona;
• il Grosso romanesco;
• il Violetto siciliano;
• il Bronzino di Albenga;
• il Calabrese
• il Napoletano (frijariello)
• Per la preparazione, qualora non fosse possibile fornirsi degli atentici frijarielle, si potranno scegliere il broccoletto bianco;il precoce di Verona;il grosso romanesco;il Violetto siciliano,il Bronzino di Albenga o il Calabrese, ma sarà comunque un ripiego giacché il risultato migliore si otterrà solo con il broccoletto napoletano (frijarielle).
ingredienti e dosi per 6-8 persone
per il sugo rustico
1 kg. di pummarulelle d’ ‘o piennolo vesuviano (pomidorini del pendolo vesuviano),
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente,
1 grosso ciuffo di prezzemolo o di aneto lavato asciugato e tritato finemente,
1 cucchiaio di origano secco,
1 presa di sale doppio alle erbette.
per il polpettone
2 etti di carne macinata di spalla di maiale,
2 etti di carne macinata di spalla di manzo,
3 etti di salsiccia sgranata,
2 etti di mollica di pane casareccio,
3 etti di frijarielli mondati,lavati poi lessati e soffritti,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati,
1 peperoncino piccante, lavato asciugato privato di picciolo e corona ed aperto longitudinalmente ma non separato,
1/2 bicchiere di latte,
2 uova ,
½ etto di pecorino grattugiato,
3 etti di mortadella in fettine sottili,
1etto di provola affumicata in fettine sottili,
sale doppio un pugno,
sale fino pepe nero q.s.
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
3 cucchiai di strutto.
3 cucchiai di pan grattato
procedimento
Si comincia con l’approntare il sugo rustico nel modo che segue:
Versare tutto l’olio in un’ampio tegame, aggiungere gli spicchi d’aglio mondati e tritati finemente ed i 2 peperoncini piccanti lavati, asciugati scapitozzati di piccioli e corone ed aperti, ma non separati lomgitudinalmente ed a fuoco vivo fare imbiondire l’aglio; súbito dopo incidere orgonalmente a croce i pomidorini lavati ed asciugati e metterli nel tegame schiacciandoli con i rebbi d’una forchetta, aggiungere una presa di sale doppio alle erbette ed un bicchiere d’acqua bollente e portare a cottura il sugo in circa 15 minuti;quasi al termine della cottura aggiungere il cucchiaio di origano secco ed a fuochi spenti il trito di prezzemolo o aneto. Mantenere il sugo in caldo ed a seguire mondare i friarjelli, lavarli, spezzettarli e lessarli brevemente in acqua bollente salata (pugno sale doppio) sgrondarli, strizzarli e saltarli per cinque minuti in padella nell’olio bollente aromatizzato con uno spicchio d’aglio ed il peperoncino; farli raffreddare.
A seguire ammorbidire la mollica di pane nel latte.Mettere in una capace terrina i due tipi di carne macinata, le salsicce sgranate, il pecorino grattugiato, le uova, il sale fino,la mollica di pane ammollata nel latte, un cucchiaio di strutto, uno spicchio d’aglio tritato finemente ed i friarjelli saltati in padella che vanno sminuzzati ulteriormente con un coltello.Impastare a fondo con mano bagnata; verniciare accuratamente con lo strutto una proporzionata pirofila da plum cake sistemarvi metà dell’impasto sistemandovi al di sopra le fettine di mortadella ripiegate e le fettine di provola, aggiungere il rimanente impasto, livellarlo premendo; cospargere di pan grattato, completare con dei fiocchetti di strutto ed infornare per trentacinque minuti a 180° in forno preriscaldato. Fare intiepidire il polpettone e porzionalo in fette spesse due centimetri. Distribuire a specchio sui singoli piatti alcune cucchiaiate di sugo rustico, adagiarvi un paio di fette di polpettone per ogni porzione e servire in tavola con un contorno di insalata verde o patate fritte e/o melanzane sott’olio.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
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