domenica 2 giugno 2013

VARIE 2384

1.Fà carne 'e puorco... Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla... ________________________________________ 2.Fà 'o paro e 'o sparo.... Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte. ________________________________________ 3.Lassàte 'e penziere miéje e ppigliàteve 'e vuoste! Ad litteram: Lasciate stare i miei problemi e prendetevi i vostri! Id est: Impicciatevi dei fatti vostri ed evitate di darmi consigli (non richiesti)! ________________________________________ 4. È fernuta 'a zezzenella! Ad litteram: È finita (id est:si è svuotata) la piccola mammella. Sorta di ammonimento che vuol significare: è terminata la pacchia,si appresano tempi difficili, oppure - con diversa valenza -(ragazzo!,) la mammella è ormai vuota, è tempo di crescere! Zezzenella s.f. = piccola mammella il sostantivo a margine è quale diminutivo (con doppio suffisso (ina + ella→nella)) , una forma collaterelale di zezzella e cioè di piccola zizza=mammella dal lat.: titta(m); rammento che in napoletano esiste anche la voce zezzeniello che è un s. m.le ed è una sorta di maschilizzazione della voce a margine, ma indica cosa assolutamente diversa e cioè la parte alta del collo, quella che, nei maschi, insiste sul pomo di adamo e che proprio per la sua forma blandamente pizzuta può richiamare alla mente la forma di una piccola tetta, una zezzella appunto di cui maschilizzato riprende il nome. ________________________________________ 5. Fà ascí ‘e ssòvere ‘a culo. Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; iperbolica furbesca espressione che sta per: percuotere qualcuno, torchiarlo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sovere (s.vo f.le che indica in realtà i frutti del sorbo, deverbale dal lat.: sorbere→sobere in quanto frutti succosi e maturi, quasi da suggere). ________________________________________ 6. Fà tremmà ‘o strunzo ‘nculo. Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso. Tremmà = tremare, essere scosso da una serie di rapide contrazioni muscolari causate dal freddo, dalla paura, da una malattia e sim.; la voce è dal lat. tremere con cambio di coniugazione e raddoppiamento espressivo della labiale: tremere→tremare→tremmare. Strunzo = s.vo m.le = escremento solido di forma cilindrica; voce derivata dal tedesco strunz. ‘nculo =(i)n+culo id est: nel culo; quest’ultima voce è dal lat. culu(m) probabilmente marcata sul greco kòlon= intestino. brak

VARIE 2383

1 – E TTE PAREVA!? Locuzione esclamativa/interrogativa che non va tradotta pedissequamente ad litteram: “ E ti sembrava!”,ma che va addizionata di un sottinteso che cosí non fósse per darle l’esatto significato che è quello di: “Siamo alle solite!, Me lo aspettavo!, Ci risiamo!, Non poteva mancare!” e viene usata con un senso di risentito rammarico o da chi sia inopinatamente coinvolto in faccende temute che à cercato invano di evitare; o anche da chi debba, con dispiacere, notare che il comportamento tenuto da qualcuno nei suoi riguardi sia monotonamente , reiteratamente, prevaricante e deleterio e non si discosti mai da tale pessima linea di condotta. 2 -TE SÎ FFATTO ‘E SORDE?! Scorrettamente ad litteram: Ti sei fatto i soldi?! Id est: ti sei arricchito?! Domanda retorica pronunciata ovviamente non nei confronti di un falsario,ma di chi, normalmente sodale con qualcuno, abbia fatto insospettabilmente perdere le proprie tracce e si sia fatto rivedere solo dopo lungo tempo, facendo quasi supporre di essere stato baciato dalla fortuna, ma (non volendola condividere con i vecchi amici) si sia reso irreperibile per parecchio tempo. 3 -TIÉNEME CA ME TENGO Ad litteram: Règgimi, ché mi reggerò Locuzione usata per sarcasticamente descrivere il pessimo stato di salute di qualcuno, cosí debole e male in arnese che solo se retto da un soccorritore potrà reggersi in piedi. 4 - TINCO TINCO specie nella locuzione venirsene tinco tinco Modo di dire che è impossibile tradurre ad litteram, non esistendo un vocabolo preciso in italiano che ne indichi il significato, ma che si può rendere con un: venirsene alla maniera del tincone id est in maniera sollecita, ma subdola. Rammenterò qui che il napoletano non conosce il superlativo assoluto e lo rende con l'iterazione dell'aggettivo di grado positivo; ciò premesso dirò che la locuzione è usata per descrivere il comportamento pronto e sollecito, sebbene imperturbabile di chi, senza darlo a vedere o ad intendere persegue scaltramente uno scopo che si sia prefissato . 5 -TIRÀ 'A RECCHIA Ad litteram: tirare l'orecchio ma il padiglione auricolare non c'entra nulla; la locuzione è un simpatico modo di dire per intendere: giocare a carte, con riferimento al noto tipico movimento che compiono le mani per spizzicare le carte tenute con una mano, mentre con l'altra si stropicciano l'una contro l'altra stringendone l'angolo superiore , per solito, destro e soffregandolo contro il similare di un' altra carta, tenuta sotto, per scoprire lentamente il seme ed il valore della carta nascosta; la posizione dell'angolo fa pensare quasi che si tratti di un metaforico orecchio della carta da giuoco. 6 -TIRA A CCAMPÀ! Ad litteram: continua a vivere! Invito perentorio ad andare avanti, senza mollare, procedendo per la strada intrapresa, senza lasciarsi condizionare né dalle persone, né da imprevisti accadimenti ostativi, senza dar peso a nulla e non ostante tutto, senza fermarsi. 7 -TIRARSE 'A CAUZETTA Ad litteram: tirar su la calza Id est: estraniarsi da una vicenda, star sulle proprie, disinteressandosi di ciò che avviene attorno; ma anche: lasciarsi molto pregare o attendere prima di concedere alcunché; la locuzione richiama l'abitudine che avevano le iberiche persone di medio-alto rango che negli anni del 17° secolo, erano usi indossare lunghe calze di seta, e per distinguersi da quelli di piú basso ceto, che indossavano calze corte o cadenti, usavano tirarle continuamente verso il ginocchio. Tali altolocati personaggi erano quelli che, per abitudine evitavano di interessarsi a ciò che accedeva intorno a loro sia per non lasciarsi coinvolgere sia per non esser fatti destinatari di richieste o aiuti ai quali - comunque - avrebbero provveduto solo dopo molte preghiere. 8 -TRICA E VVENE PESANTE Ad litteram: Ritarda, ma giungerà pesante; ottimistica locuzione usata per rincuorare o assicurare qualcuno impegnato in un'operazione apparentemente lunga ed inconferente, rammentandogli che, sí: l'attesa sarà lunga e sofferta, ma - quasi certamente - il risultato sarà importante e sostanzioso, per cui non bisogna perdersi d'animo ed insistere nell'operato. trica voce verbale (3ª p.sg. ind. pr. dell’infinito tricà= indugiare, tardare, perder tempo; dal lat. tèrere→tricere→tricare con l’infisso frequentativo –ic- e cambio di coniugazione). 9 -TRASÍ 'E SPICHETTO Ad litteram: entrare di straforo; id est: entrare alla chetichella, per il rotto della cuffia, obliquamente; per estensione: godere immeritatamente di un qualche beneficio; lo spichetto in realtà è un ritaglio di stoffa tagliato obliquamente in forma triangolare ed inserito nei margini di un taglio per consentire uno slargamento dell'indumento cui venga applicato;per traslato sta ad indicare lo straforo della traduzione. 10 -TRUVÀ 'A FORMA D''A SCARPA SOJA Ad litteram: trovare la forma della (propria) scarpa id est: imbattersi in qualcuno fatto come noi e perciò capace di contrastarci adeguatamente, rendendoci pan per focaccia, mettendoci un freno e magari riducendoci al silenzio atteso che costui abbia la nostra medesima conformazione, anzi iperbolicamente sia titolare di quella forma su cui è stata impiantata la nostra scarpa, ossia il nostro modo di essere. 11 -TRASÍ DINT' Â SCAZZETTA D''O PARRUCCHIANO Ad litteram:entrare nello zucchetto del prevosto; id est: ficcare il naso in faccende altrui che non dovrebbero riguardare, tentare di por bocca nelle questioni riservate degli affari non di nostra competenza, come non ci dovrebbe riguardare cosa nasconda lo zucchetto del sacerdote. 12 -TU ME CIECHE E I' TE FOCO nella locuzione facimmo tu me cieche e io te foco. Ad litteram: Tu mi accechi ed io ti strangolo nella locuzione facciamo tu mi accechi ed io ti strangolo. Espressione usata, in ispecie con la locuzione indicata, per indicare che si intende rispondere per le rime ad ogni azione ricevuta, ricambiando male con male, cattiveria con cattiveria, al segno che i rapporti derivanti saranno di lotta perenne, atteso che nessuno dei contendenti à in animo di voler recedere e di sopportare un torto subíto ; la locuzione un tempo era normalmente usata a sapido commento dei rapporti turbolenti dei ragazzi di casa in perenne contrasto tra di loro. 13 -TURNÀ A CCOPPE Ad litteram: tornare a coppe id est: ribadire continuamente ed ostinatamente i medesimi concetti, ritornare impudentemente sui medesimi argomenti, già abbondandemente trattati e sceverati e farlo quindi inutilmente se non irritantemente. Modo di dire richiamante una ipotetica fase del giuoco del tressette, allorché un cattivo giocatore, contravvenendo i desideri del compagno, ritornasse erroneamente a mettere in tavola il seme di coppe, seme di cui il compagno sia sprovvisto di buone carte e dunque seme non confacente ad un proficuo continuar del gioco.Difficile, se non impossibile stabilire perché, dei quattro possibili: denari, spade, coppe e bastoni, per il modo di dire in epigrafe si sia scelto il seme di coppe; azzardo l'ipotesi, sulla quale però non son disposto a giurare, che sia avvenuto per un inconscio richiamo al manuale del giuoco del tressette scritto in latino maccheronico e napoletano arcaico da un giocatore del 1700, tale Chitarrella, il quale ebbe a scrivere: si nun tiene che ghiucà, joca coppe(se non ài di che giocare, gioca coppe) ammantando di immeritata importanza il seme ricordato; ma è solo un'ipotesi che per quanto probabile, non è avvalorata da alcun riscontro storico. 14 -TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE: TANTA GLIUOMMERE 'A DO' T''E CCACCE? Ad litteram: Tu non cuci, non fili, né tessi, tanti gomitili da dove li tiri fuori? E' questa l'ironica e chiaramente retorica domanda che si suole rivolgere a chi, notoriamente non occupato a fare oneste attività produttive, sia improvvisamente ed inspiegabilmente pervenuto ad accumulare ingenti quantità di danaro; lo gliummero della locuzione, normalmente - con derivazione dal lat. glomere(m) - significa gomitolo , ma talvolta sta per peculio, ed in particolare per una somma pari a ca. cento ducati d'argento che poteva esser messa insieme, senza lavorare , solo truffaldinamente. 15 -TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MMARIA Ad litteram: Tutto a Gesú e niente a Maria Cosí si suole stigmatizzare l'errato comportamento di chi, per mere simpatie, non supportate - per altro - da alcuna ragione, prediliga e privilegi qualcuno, a discapito di altri ugualmenti meritevoli di stima ed attenzione. Con la frase in epigrafe un anziano prevosto ebbe a redarguire il suo sacrista che, comandato ad addobbare gli altari dedicati al Cristo ed alla Vergine, riempí di fiori e ceri quello del Salvatore e lesinò gli addobbi a quello di Maria Ss. 16 -TRÒVATE CHIUSO E PIERDETE CHIST'ACCUNTO Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione sarcastica da intendersi:Mai possa accaderti di star chiuso e non potere offrire i tuoi servigi ad un tal cliente!... Tale locuzione si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. Accunto =s.vo m.le e solo m.le =cliente (dal lat. ad-cognitu(m)→accognitu→accu(g)n(i)tu→accunto (conosciuto, noto come è ogni assiduo frequentatore di un esercizio commerciale). 17 -TUTT''O STUORTO, S''O PPORTA 'A ZAPPA Ad litteram:Tutto l'irregolare viene portato via dalla zappa ; id est: il lavoro appiana le deformità, pone rimedio all'errato; per estensione: l'impegno attento,costante e - se del caso – deciso, se non violento fa superare ogni difficoltà, come i colpi assestati con il taglio della zappa che appianano le asperità del terreno. 18 -TUTTE 'E CANE PISCIANO 'NFACCI' Ô MURO Ad litteram: Tutti i cani mingono sul muro; id est: allorché un atteggiamento, anche se errato o riprovevole , sia tenuto da tutti quanti finisce per esser considerato giusto ed accettabile; locuzione che in maniera icastica rende a suo modo l'antico brocardo latino: error communis facit jus (l'errore comune diventa legge). 19 -TOMO TOMO Locuzione avverbiale che pur partendo da un aggettivo di grado positivo, nell'evidente iterazione non intende configurare, come invece nel caso di tinco tinco, un superlativo, ma solo ribadire fortemente un concetto e coè la subdola flemma di chi con apparente noncuranza e studiata seriosità mira ad un preciso scopo, senza volerlo far capire. Spesso la locuzione in epigrafe si accompagna (allo scopo di aumentarne la portata) a quella di cacchio, cacchio. 20.A PPAVÀ E A MMURÍ, QUANNO CCHIÚ TTARDE SE PO’. A pagare e morire, quando piú tardi sia possibile! È la comoda filosofia e/o strategia del rimandare sine die due operazioni molto dolorose, nella speranza che un qualche accadimento intervenuto ce le faccia eludere. Brak

sabato 1 giugno 2013

VARIE 2382

1 CCA SSOTTO NUN CE CHIOVE Ad litteram: Qui sotto non ci piove L’espressione che viene pronunciata puntando il dito indice della mano destra ben teso contro il palmo rovesciato della mano sinistra, viene usata, a mo’ di risentito avvertimento , nei confronti di chi - dopo di aver promesso un aiuto o una liberalità - sia venuto meno clamorosamente a quanto promesso; e ciò nell’intento di fargli capire che non si è piú disposti a sopportare una simile mancanza di parola data e, per converso, si è pronti secondo un noto principio partenopeo che statuisce: fa’ comme t’è ffatto ca nun è peccato (comportati con gli altri come gli altri si sono comportati con te, ché non peccherai…) a restituire pan per focaccia; 2.CE MANCANO DICIANNOVE SORDE P’APPARÀ ‘A LIRA. Ad litteram:ci mancano (ben) diciannove soldi per raggranellare una lira. Poiché la lira de quo contava venti soldi il fatto che, come affermato in epigrafe, mancassero diciannove soldi, significava genericamente che ci si trovava in gran carenza di mezzi, in conclamata imopia e la locuzione, riferita ad una azione principiata con tal carenza voleva significare che, con ogni probabilità, non si sarebbe riusciti a portare a compimento il principiato e che, forse, sarebbe stato piú opportuno il desistere. 3. CE MANCANO ‘E QUATTE LASTE E ‘O LAMPARULO. Ad litteram: mancano i quattro vetri e il reggimoccolo Locuzione di portata simile alla precedente; in questa, in luogo della lira, il riferimento è fatto ad una ipotetica lanterna costruita in maniera raffazzonata di talché non sia adatta allo scopo per cui è stata costruita e non potrà produrre vantaggi a chi se ne dovesse servire, posto che essa lanterna manca dei quattro vetri che ne costituiscono le pareti e manca addirittura del reggimoccolo centrale: un simile oggetto non potrà mai servire ad illuminare. 4.CHESTA È ‘A RICETTA E CA DDIO T’’A MANNA BBONA! Ad litteram: Questa è la ricetta e che Dio ti assista favorevolmente. Locuzione che viene usata ogni volta che si voglia avvertire qualcuno che, nei suoi confronti, si è fatto quanto era nelle nostre possibilità o capacità. A colui a cui viene rivolta la locuzione non resta che prender per buono quanto gli sia stato prescritto o suggerito e mettersi poi nelle mani di Dio, augurandosi che l’Onnipotente voglia tutelarlo ed adeguatamente soccorrerlo. 5.CHI À AVUTO, À AVUTO E CHI À DATO, À DATO Locuzione che non à bisogno di traduzione, essendo di facile intellezione e che viene usata tutte le volte che, intendendo por fine a piccole querelle o questioncelle, ci si accontenta di fare piccole reciproche concessioni, pur di pacificarsi e di non procrastinare oltre il diverbio, accontendandosi saggiamente dell’avuto e del dato, senza stare a rifare lunghi e pretestuosi calcoli. 6.CARO TE/ME COSTA! Ad litteram:ti/mi costerà caro; id est: il prezzo o lo scotto che dovrai/dovrò sborsare, per ciò che vuoi/voglio o per quel che stai/sto facendo, sarà molto rilevante; è meglio che ti/mi assuefaccia all’idea di dovere incorrere in simili gravose spese. La locuzione, per traslato, nella morfologia Caro te costa! è usata a mo’ di avvertimento o minaccia per chiunque si imbarchi in un’impresa a cuor leggero Da notare che la locuzione in epigrafe che usa l’indicativo presente, è stata da me tradotta con il futuro, perché nella parlata napoletana che pure possiede (nella sua grammatica) il tempo futuro, esso non viene usato e l’idea della cosa di là da venire è resa spesso con l’indicativo o con costruzioni verbali particolari del tipo: ò da cioè devo fare, in luogo di farò: es.: domani taglierò i capelli viene reso con dimane me taglio ‘e capille o piú spesso con dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille. 7.CASALE SACCHIATO specialmente nell’espressione fà ‘nu casale sacchiato Ad litteram: casale saccheggiato specialmente nell’espressione fare un casale saccheggiato; letteralmente l’espressione si riferirebbe ad un villaggio messo a ferro e fuoco, ma con la locuzione in epigrafe si suole per iperbole indicare qualsiasi ambiente in cui contrariamente a quanto ci si attenda, regni il massimo disordine e la confusione piú grande e dalle mamme napoletane la locuzione viene usata nei confronti dei propri figli accusati normalmente di fare delle stanze loro assegnate luoghi cosí disordinati e pieni di confusione al punto di apparire come villaggi appena saccheggiati.Per esprimere il medesimo concetto alibi si usa una icastica espressione che suona: 7.bis 'STA CASA ME PARE RESÍNA: CIRCHE 'NA MALLARDA E TRUOVE 'NA MAPPINA... Ad litteram: Questa casa sembra Resína: cerchi un cappello e trovi uno straccio! Divertente espressione partenopea usata per descrivere icasticamente la insopportabile situazione di una casa dove - per ignavia di coloro che vi vivono - regni il piú grosso disordine e /o caos al segno da poter far paragonare detta casa al corso Resína della città di ERCOLANO dove si tiene quotidianamente mercato di abiti usati e dismessi nonché di altri capi di abbigliamento usato, mercato caotico e variopinto, dove per trovare il voluto, occorre cercare tra la piú varia mercanzia affastellata sui banchetti di vendita senza ordine o sistematicità. RESINA fu l'antico nome della cittadina sorta sull'area della città di Ercolano all'indomani dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.c. che seppellí le città di Pompei, Stabia ed Ercolano. nel 1969 la città di Resína riprese il primitivo nome di Ercolano assegnando la Corso principale il nome di Resína; è su questo corso che aprono bottega i commercianti di abiti usati. Mallarda s.vo f.le è voce dal dal franc. malart ed è in primis il nome con cui in napoletano si indica una grossa anitra; per traslato poi si indica un vasto ed ingombrante cappello da donna.Da ricordare che il poeta- giornalista napoletano Ugo Ricci (detto: Triplepatte) usava, nei suoi componimenti indicare con il nome di "mallardine " le signorine della media borghesia aduse ad indossare le c.d. mallarde. mappina s.vo f.le è voce in napoletano adattamento metaplasmatico del diminutivo del lat. mappa= cencio, straccio: è parola che anche con la primitiva desinenza del diminutivo latino la ( mappila), con identico significato si trova in altri dialetti centro-meridionali. 8.CHESTA È ‘A ZITA E SE CHIAMMA SABBELLA Ad litteram: Questa è la ragazza e si chiama Isabella. Id est: Questi sono e cosí vanno i fatti; non puoi pretenderli di mutare o aggiustarli a tuo piacimento; ti devi accontentare ed accettare il mondo per quel che è; qualsiasi cosa tu faccia non potrai o potresti né mutarlo, né migliorarlo. La locuzione riporta la risposta risentita data da una vecchia mezzana ad un giovanotto che faceva le viste di non gradire appieno la ragazza che la mezzana gli stava proponendo in isposa. Per traslato la locuzione è usata in ogni affare da colui che si vede costretto a contrattare con un eterno scontento che voglia condurre in altro modo le trattative che invece non sono suscettbili di mutamento. 9.CHE CE AZZECCA?! Ad litteram: che ci lega? Locuzione che spesso in maniera risentita viene usata in una discussione da chi voglia far capire al proprio interlocutore che le ragioni addotte, i discorsi tenuti ed i ragionamenti fatti non ànno niente a che vedere con l’assunto da cui si è partiti e che pertanto vanno cambiati in quanto, per comune logica, non legano con quanto si è detto fino a quel momento ed il mantenerli peggiorerebbe solo la discussione azzecca voce verbale (3ª p. sg. ind. pres. dell’infinito azzeccà=colpire nel segno, indovinare, legare,attaccare,appiccicare, collegare; voce dall’alto tedesco med. ad+zechen ). 10. CHIJARSELA A LIBBRETTO Ad litteram: piegarsela a mo’ di libriccino id est:accettare, sia pure obtorto collo, che le cose vadano in un certo modo ed uniformarvisi atteso che non ci sia altro da fare per migliorare la situazione. La locuzione in origine si riferisce al modo piú opportuno di consumare una pizza allorché non ci si possa accomodare ad un tavolo e servirsi di adeguate posate; in tal caso la pizza viene consumata addentandola stando all’impiedi o addirittura passeggiando e la maniera piú acconcia di tenere fra le mani la pietanza è quella di piegare la pizza in quattro parti fino a farle assumere quasi la foggia di un piccolo libro di quattro fogli, affinché, cosí piegata trattenga e non lasci cadere i condimenti di cui è coperta , che se cadessero imbratterebbero gli abiti di colui che mangia la suddetta pizza da asporto. 11. CHESTO PASSA ‘O CUNVENTO oppure ‘O GUVERNO Letteralmente: questo elargisce il convento oppure il governo id est: questo ci viene dato e di questo occorre contentarsi; bisogna far buon viso a cattivo gioco essendo inutile ribellarsi o adontarsi, tanto la situazione non potrebbe migliorare, né migliorerà! 12. CHI VA PE CCHISTI MARE, CHISTI PISCE PIGLIA ad litteram: chi va per questi mari, questo pesce pesca; id est: chi si imbarca in certe avventure, non può che conseguire questo tipo di scadenti risultati e se ne deve contentare, specie se si è imbarcato volontariamente e non spinto da necessità. 13. CHI M’À CECATO!? Ad litteram: chi mi à accecato!? Id est: chi mi à indotto a regolarmi nella maniera in cui mi sono regolato, accecandomi quasi al punto di non farmi rendere conto o del pericolo a cui andavo incontro o degli errori che mi accingevo a compiere. Va da sé che la locuzione non è una vera e propria domanda, quanto una sorta di pubblica confessione del proprio errore a causa del quale ci si trova in situazioni fastidiose; ci si chiede cioé da chi/cosa dipenda ciò che capiti o ci sia capitato, ma lo si fa quasi surrettiziamente, ben sapendo, ma tacendolo di essere i soli responsabili degli accadimenti cui ci si riferisce. 14. COMME ‘AVUOTE E CCOMME ‘O GGIRE, SEMPE SISSANTANOVE È. Ad litteram: come lo volti o come lo giri sempre sessantanove è Detto di cose o avvenimenti che non prestano il fianco ad interpretazioni non univoche essendo, per loro natura o apparire di semplice e diretta intellizione di talchè è inutile arzigogolare intorno alla loro essenza o sostanza. La locuzione nasce dall’osservazione dei piccoli cilindretti di legno su cui sono incisi i novanta numeri del giuoco della tombola; orbene, detti numeri una volta estratti dal bussolotto che li contiene sono tutti facilmente riconoscibili ed individuabili o perché scritti in maniera tale da non ingenerare confusione (come ad es. il caso del numero 1 che sia che venga guardato e letto da ds. o da sn. , dal basso in alto o viceversa rimane sempre 1 e non può esser confuso con altro numero) o perché si è ricorsi allo strataggemma di segnalare con un piccolo tratto la base del numero che se letto in maniera capovolta potrebbe risultare un numero diverso ( ad es. il numero sei è vergato 6 con una congrua sottolineatura, che se mancasse, potrebbe far leggere il sei - visto in maniera capovolta - come nove). Il numero 69 invece non à bisogno di sottolineatura, perché da qualsiasi parte lo si guardi permane 69, atteso che il numero 96 nella tombola non esiste. 15. COMME CUCOZZA ‘NTRONA, PASCA NUN VENE PE MMO. Ad litteram: Se ci atteniamo al suono della zucca, pasqua è ancóra lontana. Id est:: se ci atteniamo alle apparenze, le cose non vanno come dovrebbero andare, o come ci auguravamo che andassero. Un curato di campagna aveva predisposto una vuota zucca per raccogliere le elemosine dei fedeli e con il ricavato celebrare solennemente la pasqua; però il suo malfido sagrestano, nottetempo sottraeva parte delle elemosine, di modo che quando il curato andò a battere con le nocche sulla zucca per saggiarne il suono e da questo stabilire la congruità delle offerte raccolte, avvertí che la zucca era ancóra troppo vuota e proruppe nell’esclamazione in epigrafe, né è dato sapere se scoprí il ladruncolo. 16. COMME PAGAZIO, ACCUSSÍ PITTAZIO Ad litteram: Come sarò pagato, cosí dipingerò Id est: la controprestazione è commisurata alla prestazione; un lavoro necessita di un relativo congruo compenso: tanto maggiore sarà questo, tanto migliore sarà quello; la frase in epigrafe, pur nel suo improbabile latino fu riportata su di un’antica albarella detta di san Brunone. da F.sco Antonio Saverio Grue (Castelli (Teramo).1686 -†1746), famosissimo artista noto per i suoi vasi di maiolica (usati quali contenitori nelle antiche farmacie conventuali) artista che seppe dare nuovi colori alle decorazioni delle sue ceramiche con storie sacre e profane derivate da modelli dell'arte bolognese e della scuola napoletana contemporanea. 17. CAPURÀ È MUORTO ‘ALIFANTE! Ad litteram: caporale, è morto l’elefante! Id est: è morto l’oggetto in forza del quale eri solito vantarti e raccogliere laute mance , torna con i piedi a terra!Piú genericamente, con la frase in epigrafe a Napoli si vuol significare che non è piú né tempo, né caso di gloriarsi e la locuzione viene rivolta contro chi, pur in mancanza di acclarati e cogenti motivi, continui a darsi delle arie o si attenda onori immotivati. L’espressione fu coniata nella seconda metà del 1700, allorché il re CARLO di Borbone ricevette da un sultano turco il dono di un elefante che fu affidato alle cure di un vecchio veterano che montò in superbia per il compito ricevuto al quale annetté grande importanza, dandosi arie e riscuotendo buone mance da tutti coloro che andavano nei giardini di palazzo reale ad ammirare il pachiderma. Di lí a poco però, l’elefante morí ed ancóra poco tempo fa era possibile vederne la carcassa conservata nel museo archeologico della Università di Napoli ed il povero caporale vide venir meno con le mance anche le ragioni del suo sussiego e talvolta, quando faceva le viste di dimenticarsi che non era piú il custode dell’animale, il popolino, per rammentargli che non era piú il caso di montare in superbia era solito gridargli la frase in epigrafe che viene ancóra usata nei confronti di tutti coloro che senza motivo si mostrino boriosi e supponenti. 18.FÀ 'E BBÒTTE CU 'E PIERE L’espressione in esame da rendere con fare i bòtti, le deflagrazioni con i piedi significa Essere povero ed indigente al segno che non potendo spendere soldi per acquistare fuochi d'artificio ('e bbòtte) ci si contenta di far rumore con i piedi battendoli violentemente a terra. bbòtta s.vo f.le 1 percossa, colpo violento dato con le mani, con un bastone o altro: dà, avé ‘na bbòtta( dare, ricevere una bòtta) 2 colpo che si riceve cadendo o urtando contro qualcosa: dà, piglià ‘na bbòtta ‘nfaccia a ‘nu pizzo ‘e porta (dare, prendere una bòtta contro uno spigolo di porta) | (estens.) il segno che resta dopo una caduta o un urto:tengo ancòra ‘a bbòtta ‘ncopp’ô vraccio( ò ancóra la bòtta sul braccio |sott’â bbòtta (a botta calda), (fig.) a caldo, sotto la forte impressione di un fatto recente 3 (fig.) guaio, danno improvviso: ‘o licenziamento è stato ‘na bbella bbòtta pe isso (il licenziamento è stato una bella botta per lui) 4 (estens.come nel caso che ci occupa) rumore provocato da un corpo che cade o da un'esplosione; botto | (estens.) tiro, colpo di arma da fuoco, rumore di fuoco artificiale 5 nella scherma, colpo: tirà, parà ‘na bbòtta; bbòtta deritta (tirare, parare una botta; botta dritta), stoccata semplice e diretta, vibrata con l'affondo 6 (fig. fam.) motto pungente, espressione provocatoria e allusiva: chella bbòtta era pe tte (quella bòtta era per te); bbòtta e risposta, motto o fatto cui segue prontissima la risposta o la reazione. brak

VARIE 2381

1.TENÉ 'A SÀRACA DINT' Â SACCA Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna. 2.NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à né l'autorità, né la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla. 3.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che pur mancando degli elementi essenziali per fare alcunchè ci si erga ad ipercritico e spaccone, ottenendo quale risultato del proprio agire solo quello di infastidire e tediare il prossimo. 4.TENÉ 'E RRECCHIE PE FINIMENTO 'E CAPA. Aver le orecchie quale guarnizione del capo. Détto per dileggio di chi sia tanto sordo da non udire alcunché. 5. TENÉ STAMPATO ‘NCUORPO nell’espressione: Te tengo stampato ‘ncuorpo! Letteralmente Avere stampato nel corpo, nell’espressione: Ti porto stampato nel corpo! Détto iperbolicamente di cosa o piú spesso persona conosciuta quasi alla perfezione come se la cosa o persona di cui si parla fósse stata ricavata per calco sul/nel corpo di colui sulla cui bocca si coglie l’espressione in esame.Altrove per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto s’usa affermare sempre per iperbole: Te saccio pile pile che ad litteram è: Ti conosco pelo per pelo; id est: Di te non mi è ignoto nulla, mi sei ben noto, conosco perfino il numero dei tuoi peli e non mi potrai sorprendere mai.Ancóra alibi sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma in senso positivo s’usa dire: Te saccio comme a sette denaro appaiando alla piú importante,rilevante ed appetita carta del giuoco della scopa, un individuo che goda, nel bene, di vasta, significativa notorietà. Ed infine sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma questa volta in senso negativo s’usa dire: Sî ccarta canusciuta che ad litteram è:Sei una carta ben nota, carta conosciuta; id est: Godi di pessima fama,ma non mi sorprenderai, sei facilmente riconoscibile, ogni tua azione è sempre ravvisabile, come lo è la carta segnata da un baro. 6.TENÉ 'A CORA ‘E PAGLIA. Ad litteram: avere la coda di paglia. Lo si dice di chi, conscio di proprie manchevolezze, non avendo la coscienza pulita, si allarmi alla prima allusione sfavorevole, discolpandosi senza essere stato accusato apertamente, reagendo in maniera eccessiva a critiche o osservazioni anche larvate, nel timore che una sua ipotizzata, celata coda di paglia prenda fuoco. L’espressione nata in àmbito contadino à un’origine fiabesca. Si narra infatti che una giovane volpe era cascata disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda le rimase nella tagliola. La poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ne ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, da quel momento evitò di avvicinarsi alle stie.E come la volpe si dice si comporti chi avendo qualcosa da nascondere,eluda la compagnia del prossimo e se ne tenga fuori mostrandosi di sentirsi sempre chiamato in causa anche per rispondere di fatti o accadimenti di cui non sia accusato apertamente,sempre nel timore che venga palesato il suo celato difetto (coda di paglia).Di analoga portata e significato è l’espressione che segue: 7. TENÉ ‘O MARIUOLO ‘NCUORPO Ad litteram: Avere il ladro (la magagna) nel corpo; id est: portare celata dentro di sé una propria colpa nel timore che appalesandola si possa essere ingiustamente accusato di manchevolezze analoghe. 8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘A SCIGNA Ad litteram: Avere le bellezze di una scimmia; id est:comportarsi cosí come una scimma. Espressione ironica usata a dileggio di chi pensi di essere avvenente, ma che in realtà non lo è e tenti, con scarso successo di imitare chi in realtà lo sia, tentando di copiarne l’incedere o il proporsi comportandosi ad un dipresso come fa la scimmia (animale affatto bello) la cui avvenenza e /o simpatia consiste soltanto nel fatto ch’esso tenta di imitare le movenze dell’uomo. bellizze s.vo m.le pl. e solo pl. = cose belle, le bellezze, le qualità di ciò che è bello (ma non in senso morale); il valore estetico delle cose; voce adattamento al m.le pl. dal lat. volg.neutro pl.inteso prima f.le e poi m.le bellitia scigna s.vo f.le sg 1scimmia, nome generico di mammiferi superiori, per lo piú arboricoli, con quattro o due estremità prensili, dentatura completa, occhi frontali, arti anteriori piú lunghi dei posteriori; si distinguono in catarrine e platirrine (ord. Primati) 2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna: è ‘na vera scigna! | fà ‘a scigna a quaccuno, imitarlo in quello che fa, che dice; scimmiottarlo | 3 ubriacatura, sbornia: pigliarse ‘na scigna; voce dal lat. simia→simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum→scemo) e mj→gn (come in ca(m)mjare→cagnà) 8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘O CIUCCIO Ad litteram: Avere le bellezze di un asino ; id est:non avere altra avvenenza che quella della giovinezza. Altra icastica e spressione ironica usata a dileggio di chi pensi di essere avvenente, ma che in realtà non lo è; a costui/costei si attribuisce un’unica grazia, quella della gioventú, la medesima che s’usa attribuire all’asino che (cfr. alibi) essendo animale da lavoro esprime, in termine di fatica, il meglio di sé soltanto quando è ancóra giovane e prestante e non ancóra stremato o ridotto a mal partito dal peso degli anni e dalla fatica (cfr. alibi: ‘o ciuccio ‘e Fechella). 9. PURE ‘E CUFFIATE VANNO ‘MPARAVISO Anche i gabbati vanno in Paradiso Locuzione proverbiale usata a mo’ di conforto dei corbellati per indurli ad esser pazienti e sopportare chi gratuitamente li affanna , atteso che anche per essi derisi ci sarà un gran premio: il Paradiso. Cuffiate plurale di cuffiato =deriso, corbellato; etimol.: part.pass. di cuffià che è un denominale dell’arabo còffa=corbello. 10.PURE ‘E MMURE TENONO ‘E RRECCHIE Anche i muri ànno orecchi Fa d’uopo, quindi, se non si vuole far conoscere in giro le proprie idee o considerazioni usare, anche in casa un eloquio misurato e di basso volume evitando altresí di spettegolare o di dire cose pericolosamente compromettenti per sé o altri. 11. PURE LL’ONORE SO’ CCASTIGHE ‘E DDIO. Anche gli onori sono castighi di Dio Atteso che comportano comunque aggravio di lavoro ed aumento delle responsabilità. 12. PURE ‘NU CAUCIO ‘NCULO FA FÀ ‘NU PASSO ANNANTE Anche un calcio in culo fa compiere un passo in avanti Id est: per progredire nella vita, come nel lavoro, occorrono forti spinte, magari violente che vanno comunque accettate considerato i vantaggi che ne possono derivare. 13. PUR’IO TENGO ‘A MANO CU CINCHE DÉTE. Anche io ò la mano con cinque dita. Proverbio dalla duplice valenza; nella prima si adombra quasi un avvertimento minaccioso che significa: anche io sono dotato delle vostre medesime capacità operative,[comprese quelle di rubare] per cui fate attenzione a non misurarvi con me pensando di prevalere: potreste avere una brutta sorpresa! La seconda valenza sottindende una garbata protesta volendo significare: ò soltanto le vostre stesse capacità e/o possibilità; miracoli non ne posso fare: non chiedetemeli! 14. QUANNO ‘A CAPA PERDE ‘E SENZE SE NE STRAFOTTE PURE ‘E SUA ECCELLENZA! Quando la testa perde il raziocinio se ne impipa anche di Sua Eccellenza Id est: Quando, nella vita, si è in preda all’ira o alla follia non si à rispetto per nessuno, nemmeno per l’autorità. 15. QUANNO ‘A CUMETA ‘O VVO’, DALLE CUTTONE Quando l’aquilone lo chiede, dagli spago Al di là del suo concreto chiaro ed esatto significato, il proverbio vale:nella vita spesso è opportuno, se non necessario, assecondare le vanterie di chi si vanta ed è vanitoso, per tenerselo amico ed al fine di riceverne possibili futuri vantaggi. 16. QUANNO Â FEMMENA ‘O CULO LL’ABBALLA, SI NUN È PPUTTANA, DIAVULO FALLA! Quando una donna ancheggia, se non è una meretrice ritienila tentatrice. Le donne che sculettano o lo fanno di mestiere o provocatoriamente per trovar partito. Brak

TENÉ 'E RRECCHIE 'E PULICANO

TENÉ 'E RRECCHIE 'E PULICANO Ad litteram:tenere le orecchie di pubblicano e ciò quantunque erroneamente ( come chiarirò di qui a poco) in un fraintendimento popolare, qualcuno pretenderebbe di tradurre: tenere le orecchie di pellicano. Chiarisco súbito che quest’ultima traduzione, checché ne dica il dr. Sergio Zazzera, non è né corretta né attendibile e ciò per due chiari motivi: a) il pellicano (dal lat. tardo pelecanu(m), che è dal gr. pelekán –ânos) è un uccello nuotatore e pescatore dal becco enorme e fornito, nella parte inferiore, di un sacco per il deposito del cibo;à piume bianche, ali rosse e piedi palmati (ord. Pelecaniformi); nella tradizione iconografica e letteraria del medioevo, è simbolo di Cristo, perché si credeva nutrisse i propri piccoli con il suo stesso sangue, lacerandosi il petto con il becco; tale uccello è però comunque tanto sconosciuto alle latitudini partenopee che mai il popolo (quello che conia le espressioni idiomatiche…) avrebbe potuto prenderlo a riferimento in una espressione popolare; b) non risulta in nessuna letteratura scientifica che il suddetto pellicano sia accreditato di avere udito finissimo da prendersi a modello. c) è uccello che di solito, mi ripeto e preciso, non è presente alle nostre latitudini, ma vive negli Stati Uniti, Caraibi, Sudamerica, Isole Galapagos, Australia e basterebbe questo per escluderlo come riferimento di un’espressione popolare napoletana. Torniamo alla espressione in epigrafe; essa locuzione dalla duplice valenza è usata vuoi per indicare chi sia dotato di udito finissimo , vuoi (piú spesso) per indicare coloro che stiano sempre, con l'orecchio teso attenti ad ascoltare ciò che accade a loro intorno, o per informarsi, oppure per non lasciarsi cogliere impreparati, comportandosi alla medesima stregua appunto degli antichi esattori pubblici:i pubblicani (dal lat. publicanu(m), deriv. di publicum 'tesoro pubblico') di cui pulicano è – a mio avviso - un derivato per sincope: (pu(b)licanu(m)→pulicanu(m)→pulicano; gli antichi pubblicani erano quelli che nell'antica Roma, prendevano in appalto la riscossione delle imposte pubbliche (estens. non com.) gabelliere, doganiere | (spreg.) persona interessata, avida di guadagno; come esattori di tasse i pubblicani dovevano tener le orecchie tese, pronti ad ascoltar qualunque cosa venisse detta in giro sul conto di chiunque, per non lasciarsi sfuggire un eventuale contribuente, atteso che i pubblicani nel prendere in appalto la riscossione delle tasse versavano all’erario in anticipo tutto l’ammontare delle medesime tasse e poi dovevano affaccendarsi per recuperarle, maggiorandole del proprio utile, non lasciandosi sfuggire notizie su chi fosse tenuto a pagarle.A maggior supporto di ciò che vengo dicendo ricordo che come è del tutto improbabile che i napoletani conoscessero o abbiano conosciuto l’uccello pellicano estraneo alle latitudini partenopee, cosí è invece molto probabile che i napoletani (anche quegliantichissimi)abbiano conosciuto i pubblicani pubblici esattori romani, atteso che a far tempo dal 90 ed 89 a.C. Napoli fu municipio romano ed a Roma pagò i tributi. Successivante 1443 e ss. con l’entrata in Napoli di Alfonso d’Aragona (Napoli 1396 - † ivi 1458) ed inizio della dominazione aragonese, il posto dei pubblici esattori (pubblicani ) fu preso dagli arrendatori titolari dell’ arrendamento: nel Regno di Napoli, gabella o imposta la cui esazione era appaltata a privati; sia la voce arrendatore che ovviamente arrendamento son voci deverbali dello spagnolo arrendar 'appaltare'. Rebus sic stantibus è molto piú esatto, contrariamente a quanto gli sprovveduti (Zazzera compreso e non me ne voglia…) intendono, che l’espressione in epigrafe non vada intesa come tenere le orecchie del pellicano, ma come tenere le orecchie del pubblicano. E ciò, a mio avviso, penso di averlo ad abundantiam chiarito. raffaele bracale

AVERE – TENERE – DOVERE

AVERE – TENERE – DOVERE Questa volta, su precisa richiesta dell’amico dr. Salvatore C. (al solito, per questioni di riservatezza mi tocca evitare di indicare per esteso nome e cognome) tenterò di illustrare le voci verbali che rendono in napoletano quelle italiane in epigrafe. Al solito cominciamo col dire delle voci dell’italiano: avere 1 possedere beni materiali, o anche doti morali, attributi, qualità, titoli e sim.; usato assol., essere ricco in senso materiale: avere due case, pochi soldi, molti libri; avere una bella voce, coraggio, buon cuore; avere un'intelligenza pronta; avere fortuna; avere una laurea; una famiglia che à molto | unito a un compl. oggetto che esprime un'estensione determinata di tempo, indica età, anzianità, oppure stabilisce quanto manca a una scadenza, al verificarsi di un evento: mia figlia à sedici anni; ò ancora una settimana di vacanze; à solo pochi giorni di vita, è nato da pochi giorni, oppure gli restano pochi giorni da vivere | se il compl. oggetto è riferito a persona, indica appartenenza affettiva o anche possesso carnale: à suo figlio e non cerca altri affetti; quell'uomo à avuto molte donne; in altri casi indica la relazione che il nome stesso esprime: à moglie e figli; abbiamo degli amici a Torino; à due segretarie e l'autista | in loc. partic.: avere qualcosa (molto) di qualcuno, di qualcosa, ricordarlo, rassomigliargli un po' (molto); avere qualcuno dalla propria, goderne gli appoggi, il favore; avere dello sciocco, del matto, del maleducato, essere un po', o parecchio, sciocco, matto, maleducato ecc. 2 quando la cosa o la persona che appartiene è determinata predicativamente, piú che indicarne l'appartenenza ne indica la particolare condizione o qualità: à i capelli bianchi; ò un cugino medico; à la macchina che non riesce a partire ' sono assimilabili a quest'uso talune loc. partic.: avere caro qualcuno, qualcosa, esservi affezionato; avere per certo qualcosa, ritenerla certa, esserne sicuro | con determinazioni di luogo, indica collocazione nello spazio: avevo mio fratello accanto; avevamo un albero davanti; à un neo sulla guancia 3 tenere: avere qualcosa in mano, in tasca; à sempre il cappello in testa 4 contenere, comprendere: Roma à piú di tre milioni di abitanti; l'Italia à venti regioni 5 indossare, portare addosso: aveva un abito molto elegante 6 conseguire, ottenere; ricevere; entrare in possesso: avere un incarico, un premio; avere notizie da qualcuno; à avuto due anni di carcere; avrà una parte dell'eredità 7 acquistare, comperare; percepire, riscuotere: à avuto quel mobile per poco; à avuto dieci milioni dalla vendita del terreno 8 sentire, provare; soffrire: avere simpatia per qualcuno; avere voglia di fare qualcosa; avere fame, freddo; avere un peso sullo stomaco 9 in talune loc. il significato del verbo è precisato dal sostantivo che lo segue: avere una notte insonne, passare; avere una vita difficile, vivere; avere luogo, avvenire; avere parte, partecipare; avere timore, temere; avere sembianza, sembrare | talora il sostantivo che determina il significato è introdotto da a o in: avere a mente, ricordare; avere a cuore, essere interessato; avere in animo, essere intenzionato 10 seguito da da (antiq. a) ed un infinito, vale dovere: ò da lavorare tutto il giorno; non ci aveva ad andare; Questo matrimonio non s'à da fare, né domani né mai (MANZONI P. S. I) | il concetto di dovere è implicito in talune loc. costituite da avere e un sostantivo, che si riferiscono a un'azione che si svolgerà nel futuro: avere gli esami, dover sostenerli; avere una riunione, dovere parteciparvi 11 costruito con da e il verbo all'infinito, può anche esprimere la possibilità di compiere un'azione: avere poco da vivere; non avere da mangiare 12 seguito dall'infinito introdotto da a, à valore fraseologico: temo che abbia a essere un insuccesso, che sia, che possa essere; ebbe ad ammalarsi per il dolore, si ammalò | avere, averci (a) che fare con qualcuno, essere in rapporto con qualcuno; vedersela | avere (a) che dire con qualcuno, litigare, avere dei contrasti | non avere (a) che fare, (a) che vedere con qualcuno o qualcosa, non aver somiglianza, rapporto, relazione ||| v. intr. [aus. avere] (antiq. , lett.) con le particelle pronominali ci e vi, solo nella terza persona sing. e pl., equivale a esserci: non v'à motivo; non v'ànno persone. Quanto all’etimo il verbo avere deriva dal lat. habere. Anche il napoletano à il verbo avere/avé ( ugualmente dal lat. habere.) ma nel napoletano è usato quasi esclusivamente come verbo ausiliare; in tutte le accezioni (con eccezione della costruzione, mantenuta pure nel napoletano, con il verbo avere seguito da da ed un infinito, vale dovere:à dda magnà, deve mangiare) precedentemente elencate relativamente al verbo avere dell’italiano, in napoletano viene usato il verbo tenére/tené ( che è dal lat. Lat. teníre, corradicale di tendere 'tendere'; a sua volta il verbo tenere (oltre le accezioni suddette) mantiene in napoletano, con eccezione di quelle indicate in appresso da 6 a 10 e quelle relative alla forma riflessiva, le medesime accezioni dell’italiano e cioè: 1 avere qualcosa con sé e stringerla in modo da non lasciarla cadere o sfuggire; reggere: tenere in mano un bastone (tené ‘nu bastone ‘mmano); tenere in braccio un bimbo(tené ‘nu criaturo ‘mbraccio); teneva un sacco sulle spalle(teneva ‘nu sacco ‘ncopp’ê spalle) | tenere il sacco a qualcuno (tené ‘o sacco a quaccheduno), esserne complice | tenere l'anima con i denti, (tené ll'anema cu ‘e diente, (fig.) essere molto malato, stare per morire | 2 mantenere qualcosa o qualcuno in una posizione o in una condizione particolare: tenere le mani in tasca, il cappotto abbottonato, il cappello in testa; tenere la finestra aperta, i libri in ordine; tenere bene i vestiti; tenere il vino al fresco; tenere una vivanda in caldo | tenere stretto, stringere ' tenere qualcosa da conto, conservarla con cura ' tenere qualcosa a mente, a memoria, ricordarla | tenere una pratica sospesa, non evaderla | tenere qualcuno in sospeso, non dargli una risposta definitiva | tenere d'occhio qualcuno, qualcosa, sorvegliarlo | tenere le mani a posto, non percuotere, non toccare, non infastidire | tenere la lingua a posto, non parlar male di o a qualcuno | tenere qualcosa, qualcuno in pugno, (fig.) averlo in proprio potere | tenere a bada qualcuno, dominarlo | tenere buono qualcuno, mantenerselo amico per timore o per calcolo | tenere qualcuno informato, al corrente, informarlo | tenere qualcuno come un cane, trattarlo come un cane | tenere un piede in due staffe, (fig.) barcamenarsi tra due situazioni che dovrebbero essere incompatibili, cercando di trarre profitto da entrambe o di uscirne senza danno 3 mantenere: tenere una nota, (mus.) prolungarne il suono con la voce o con uno strumento; tenere la destra (o la sinistra), procedere lungo il lato destro (o sinistro) di una strada; tenere la rotta, navigare mantenendo la rotta; tenere il mare, di nave, o anche di persona, sopportare bene il mare mosso; l'automobile tiene bene la strada, non sbanda; tenere il posto, occuparlo e conservarlo; tenere il filo del discorso, non divagare | osservare: tenere una regola, la parola; tenere fede a un giuramento; sai tenere un segreto? | tenere le distanze, (fig.) trattare con distacco, far sentire a un inferiore la differenza di grado 4 possedere: non tengo una lira; tengo famiglia 5 conservare qualcosa in proprio possesso, nelle proprie mani, per sé; avere: questo libro non mi serve piú, tienilo; tenere una baby-sitter, averla alle proprie dipendenze | esercitare, gestire, amministrare: tenere una carica pubblica; tenere una trattoria in centro, un banco lotto; tenere il banco, nei giochi di carte, accettare le puntate degli altri giocatori; tenere banco, (fig.) primeggiare in una conversazione tra piú persone | (lett.) ottenere, raggiungere: e tiene un premio / ch'era follia sperar (MANZONI Il cinque maggio) 6 trattenere: lo abbiamo tenuto a pranzo, a dormire da noi; la malattia l'à tenuta a letto tre mesi | non lasciar sfuggire, non dare sfogo; trattenere: tenere il pianto, il riso 7 occupare: le truppe sbarcate tenevano saldamente la spiaggia; il quadro teneva tutta la parete | (poet.) dominare: Tien quelle rive altissima quiete (LEOPARDI La vita solitaria 33) 8 contenere: il fiasco tiene due litri; la platea tiene ottocento spettatori 9 stimare, giudicare: lo tenevo per un amico sincero; tenere qualcuno in molto conto, in poca considerazione; tenere per fermo, per certo qualcosa, esserne convinto | tenere qualcuno in conto, in concetto di, considerare come: Dante teneva Virgilio in conto di maestro 10 organizzare, fare: tenere una conferenza, una lezione | tenere consiglio con qualcuno, consigliarsi con lui | tenere compagnia a qualcuno, passare del tempo insieme a qualcuno per distrarlo, per non farlo annoiare ecc. ||| v. intr. [aus. avere] 1 di una chiusura, di un recipiente, non lasciar uscire il liquido: il rubinetto, il serbatoio non tiene 2 resistere, far buona presa: la corda, i ganci tengono bene; l'àncora tiene | detto di pianta, allignare: un terreno in cui l'olivo non tiene | tenere duro, resistere a oltranza 3 tenere dietro, seguire (anche fig.): le sue lezioni sono cosí difficili che gli allievi non gli tengono dietro 4 parteggiare: tenere dalla parte dei contribuenti | tenere per, a una squadra, fare il tifo per essa 5 dare importanza a qualcosa o a qualcuno (usato anche con la particella pron. intensiva): è uno che tiene alle apparenze; ci tengo molto che tu superi gli esami 6 (non com.) assomigliare a qualcosa o a qualcuno: tiene dal padre; un fenomeno che tiene del miracoloso ||| tenersi v. rifl. 1 attaccarsi, aggrapparsi (spec. con le mani): tienti stretto al manubrio 2 mantenersi in una data condizione o posizione; seguire una data direzione: tenersi in piedi; tenersi pronto, aggiornato; tenersi a destra, a galla | tenersi sulle sue, trattare gli altri con distacco; non dare confidenza a nessuno | tenersi al vento, (mar.) procedere con la nave tenuta il piú possibile sottovento; (fig.) mettersi dalla parte del piú forte | tenersi al largo, (mar.) navigare tenendosi lontano dalla costa | tenersi al largo da qualcuno, qualcosa, (fig.) evitarlo prudentemente 3 trattenersi: mi tenni a stento dal ridere 4 stimarsi, giudicarsi: si tiene un grande uomo; si teneva onorato dell'incarico | anche assol. : chi si tiene è tenuto 5 attenersi: tenersi ai patti, alle regole, alle prescrizioni del medico; tenersi ai fatti, limitarsi all'esposizione dei fatti, senza aggiungere opinioni personali ||| v. rifl. rec. tenersi l'un l'altro: si tenevano per mano. In particolare il napoletano à alcune frasi tipiche costruite con il verbo tenere: 1)tené a stecchetto= mantenere in economia forzata di cibo, di beni e quant’altro – lesinare; l’espressione prende il via dal modo parsimonioso con cui venivano cibati gli uccellini, imbeccati di piccolissime quantità di cibo mantenuti sull’estremità d’uno stecchetto di legno; stecchetto s. m. = piccola assicella di legno; etimologicamente si tratta del diminutivo maschile (vedi il suff. etto) di stecco = ramoscello sfrondato e secco; bastoncino sottile e appuntito; (fig.) si dice pure di persona molto magra; la voce stecco è dal longobardo stek= bastone; rammento che in napoletano si registra pure la voce stecchetta di uguale significato ed etimo, ma diminutivo femminile (vedi il suff. etta) di stecco riferito ad un ramoscello sfrondato e secco, ad bastoncino sottile e appuntito leggermente piú grosso di un eventuale stecchetto, secondo il noto criterio che in napoletano si considera femminile un oggetto piú grande del corrispondente maschile (es.: tammurro piú piccolo - tammorra piú grande, tino piú piccolo - tina piú grande, carretto piú piccolo – carretta piú grande, cucchiaro piú piccolo - cucchiara piú grande etc.; fanno eccezione tiano piú grande - tiana piú piccola, caccavo piú grande - caccavella piú piccola. ). 2)tené ‘mmano nell’esortazione tiene ‘mmano!= aspetta, non precipitare nell’azione quasi che l’azione che si stia per eseguire, possa esser cosa da trattenere con le mani; 3)tené mente nell’esortazione di tono dispiaciuto rivolta a qualcuno da cui si chieda o ci si attenda una compartecipazione emotiva: tiene mente!=poni mente, osserva, guarda un po’ciò che succede!; ben diversa la successiva espressione che recita 4)tené a mmente nell’esortazione tiene a mmente!=ricorda esattamente (ciò che dico/ciò che avviene), non dimenticartene: un giorno potrei chiamarti a testimone di tutto ciò che sto dicendo o che sta accadendo. Rammento infine che con il part. presente agg.le plur. di tené e cioè con teniente plur. di tenente = tenente,anzi con l’iterativo teniente,teniente ci si riferisce al modo di cottura della pasta che occorre far lessare brevemente, senza che si disfaccia e nell’iterazione quasi superlativa teniente teniente vale molto pronti, quasi duretti come cosa che abbia tenuto la cottura evitando di ammollarsi eccessivamente; letteralmente tenente e teniente sono, come ò detto, il participio presente del verbo tené (tenere) che è dal latino teníre, corradicale di tendere 'tendere'. E veniamo al verbo dovere v. tr. [pres. io dèvo o dèbbo (ant. o poet. dèggio), tu dèvi (ant. o poet. dèi), egli dève (ant. o poet. dè, dèe, dèbbe), noi dobbiamo, voi dovéte, essi dèvono o dèbbono (ant. o poet. dèono, dènno, dèggiono); fut. io dovrò ecc. ; pass. rem. io dovéi o dovètti, tu dovésti ecc. ; congiunt. pres. io dèva o dèbba (antiq. o poet. dèggia), noi dobbiamo, voi dobbiate, essi dèvano o dèbbano (antiq. o poet. dèggiano); cond. pres. io dovrèi ecc. ; manca l'imperativo o è poco usato nelle forme tu devi, egli deve,noi dobbiamo, voi dovete,loro devono; regolari le altre forme dal tema dov-. Come verbo indipendente, si coniuga con l'ausiliare avere; come verbo servile, con l'ausiliare richiesto dal verbo cui si accompagna (p. e. ò dovuto studiare, son dovuto andare), ma talvolta con eccezioni,poco giustificabili, specialmente settentrionali (ò dovuto andare)] 1 avere l'obbligo, la necessità, la convenienza: devi pagare entro domani; dovetti partire; la sentinella non deve abbandonare il suo posto; dovresti pulire la casa | doversi aspettare qualcosa, disporre degli elementi sufficienti per prevedere che una data cosa accada: te lo dovevi aspettare! | devi, dovete sapere che... , formula con cui si incomincia il racconto di un antefatto, si fa una premessa e sim. | comportarsi come si deve, bene, educatamente, in modo corretto; una persona come si deve, per bene, onesta; un lavoro fatto come si deve, secondo le buone regole del mestiere; 2 avere bisogno di fare qualcosa; ritenere opportuno o appropriato: per sentirmi bene, devo dormire molto; vieni, devo parlarti subito; dovresti mangiare di piú 3 stare per, essere in procinto di; avere deciso di fare qualcosa: devo scendere a comperare il giornale; dovevamo fare un lungo viaggio 4 essere necessario: deve piovere, altrimenti le piante seccheranno | la cosa doveva andare cosí, era inevitabile, fatale che si concludesse in questo modo 5 essere probabile, possibile: oggi dovrebbe essere una bella giornata; dev'essere successo quello che mi aspettavo | sembrare, avere l'apparenza: dev'essere una persona istruita 6 in frasi interrogative, esclamative, enfatiche o ipotetiche, può avere valore pleonastico: ma perché dovete sempre discutere?; che debba sempre essere cosí sfortunato? 7 essere tenuto a dare, per legge o per ragioni morali; avere l'obbligo di pagare, restituire; essere debitore (anche fig.): ti devo mille lire; gli dobbiamo infinita riconoscenza; mi devi una spiegazione; dobbiamo a lui se ora siamo a questo punto | dovere avere, essere creditore di qualcosa: quanto devo avere ancora da te? 8 derivare: il Monte Bianco deve il suo nome alle nevi perenni da cui è ricoperto | in forma passiva o pronominale, avere origine: il guasto è dovuto a un corto circuito; a lui si deve questa teoria, questa interpretazione, egli ne è l'autore. Nel napoletano il verbo dovere manca ed è supplito dalla costruzione con il verbo avere seguito dalla preposizione ‘a (da) e dall’infinito connotante l’azione dovuta: ad es. aggio ‘a purtà ‘sta lettera (devo portare questa lettera), hê ‘a cammenà cchiú chiano! (devi camminare piú lentamente!); la medesima costruzione è usata pure in funzione di futuro che benché sia un tempo esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani è pochissimo usato, per cui ad es. la frase dell’italiano: domani andrò dal barbiere è resa in napoletano con dimane aggi’’a jí a d’’o barbiere piuttosto che con dimane jarraggio a d’’o barbiere e talvolta altrove con il presente in funzione di futuro dimane vaco a d’’o barbiere. E con ciò penso di avere adeguatamente risposto allaprecisa richiesta dell’amico dr. Salvatore C. e forse d’avere interessato qualcunio dei miei 24 lettori. Satis est. Raffaele Bracale

IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA

IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA Intendo questa volta illustrare (a beneficio dei miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette e le trovasse, m’auguro, interessanti) un nutrito numero di espressioni costruite nell’idioma napoletano usando il verbo ascí(uscire) in genere coniugato all’infinito, ed in un caso in forma riflessiva. Prima di illustrare verbo ascí(uscire) elenco le espressioni che ò in animo di illustrare e che poi esaminerò analiticamente. Eccone l’elenco: 1)Ascí a ppariente. 2) Ascí a mmazzate. 3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’. 4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco. 5) Ascí a ‘mpazzí 6) Ascí ‘a ll’uocchie 7)Ascí cu ‘e piere annante 8) Ascí dâ cammisa 9) Ascí dê mmane 10) Ascí ‘e tuono 11) Ascí dô semmenato 12) Ascí dô spitale 13) Ascí p’ ‘a campata. 14) Ascí p’ ‘e rrecchie 15) Ascí prena. 16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca. 17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara. Terminata l’elencazione e prima di affrontare analiticamente le locuzioni soffermiamoci sul verbo ascí v. intr. [dal lat. ab-exire→*a(be)xire→assire→ascire; aus. essere] = uscire e precisamente 1 andare o venire fuori da un luogo chiuso, circoscritto o idealmente delimitato: ascí dâ casa,dâ lucanna(uscire di casa, dall'albergo); ascí ‘ncopp’â strata, ‘ncopp’â chiazza(uscire sulla strada, in piazza);ascí â via ‘e fora (uscire all'aperto)ascí a passià, cu ‘a machina (uscire a passeggio, in automobile); ascí a ffà ‘a spesa(uscire a fare la spesa);ascí ‘a ‘na lezzione (uscire da una lezione); ‘o fummo jesce dâ fenesta (il fumo esce dalla finestra);lle jesce sanco dâ ferita( gli esce sangue dalla ferita); chi trase e cchi jesce(chi entra e chi esce), si dice per indicare un continuo andirivieni | ascí ‘e moda (uscire di moda), non essere piú di moda ' 2 andare via da casa per divertirsi, fare una passeggiata, incontrare gli amici e sim.: ô sàpato jesce pe ffà spese( al (di)sabato esce per le compere); ‘a quanno s’è ‘nzurato, â sera nun ghiesce cchiú(da quando si è sposato alla(di) sera non esce piú) 3 allontanarsi, distaccarsi da un gruppo di persone: ascirsene dâ ròcchia(uscirsene dalla comitiva);’a prutagunista se nn’ascette dâ cumpagnia (l’attrice protagonista lasciò la compagnia teatrale) distaccarsi da un'organizzazione, da un'associazione; non farne più parte: ascirsene ‘a ‘na suggità, ‘a ‘nu partito( uscire da una società, da un partito); 4 (fig.) cessare di trovarsi in un determinato stato, in una data situazione o condizione: ascí dâ vernata, ‘a ll’anno viecchio(uscire dall'inverno, dall'anno vecchio); ascí sano e salvo dô scontro(uscire sano e salvo da un incidente automobilistico); 5 provenire, avere origine: è asciuto ‘a ‘na bbona scòla(à avuto buoni insegnanti); esce ‘a ‘na famiglia ‘e quatto quarte(proviene da una famiglia nobile,à antenati illustri); 6 detto di una sostanza, venir fuori dal recipiente in cui è contenuta; fuoruscire 7 derivare come conseguenza; nascere | 8(fam.)riuscire, risultare: ‘a ‘nu metro ‘e stoffa nun ne po’ ascí ‘nu vestito(da un metro di stoffa non può uscire un vestito) 9 dire all'improvviso, inaspettatamente; anche, sbottare: | ascirsene cu ‘nu/’na, (fam.) dire o fare qualcosa in modo brusco, imprevisto: se nn’ascette cu na chiejata ‘e spalle(se ne uscì con un'alzata di spalle) 10 essere estratto in un sorteggio; comparire in una classifica, in una graduatoria; nel giuoco del lotto è asciuto ‘o 31 ‘ncopp’â rota è Napule sulla ruota di Napoli è uscito il numero 31; ascette pe primmo ‘o nomme suĵo(il suo nome uscí primo) 11 essere prodotto; essere messo in commercio 12 detto di uno scritto, un'opera da dare alla stampa, essere pubblicato: 13 di fiumi o strade, sfociare, sboccare: ‘o Rettifilo jesce ‘mmiez’â Ferrovia (il c.so Umberto esce in piazza Garibaldi(FF.SS.) | 14(fig.) tendere a un fine, a una conclusione: addó vuó ascí cu ‘stu trascurzo?!(dove vuoi uscire con questo discorso?,A cosa miri, cosa intendi dire?) 15 di parola, avere una specifica terminazione: ‘o nnapulitano tène pochi pparole ca jesceno ‘nconsonante(in napoletano sono poche le parole che escono in consonante) 16 (sport) effettuare una uscita ( nel gioco del calcio, riferito al portiere, ascí’e piede, ‘e punie (uscir di piede, di pugni), effettuare un’uscita dalla porta per parare e respingere il pallone col piede o con il/i pugno/i). Ed ora passiamo ad analizzare le singole espressioni: 1)Ascí a ppariente. Ad litteram:Uscire a parenti, a congiunti id est: Riscontrare con un proprio interlocutore inattesi od imprevisti vincoli parentali appalesatisi durante un colloquio, una discussione donde emergano comuni frequentazioni tali da far sospettare l’esistenza di legami, nodi, rapporti, relazioni non passeggeri o estemporanei, ma risalenti addirittura ad antenati, avi, ascendenti, progenitori comuni; 2) Ascí a mmazzate. Ad litteram:Dar corso a legnate id est: Passare alle vie di fatto, far sfociare una discussione in alterco o in acceso litigio pervenendo addirittura alle reciproche percosse; 3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’. Ad litteram:Uscire a chi sei tu e chi sono io. id est: Litigare,altercare a parole, con sostenuta virulenza, senza giungere alle mani con pugni, schiaffi, ceffoni, sberle, calci, pedate,ma mantenendo la discussione nel àmbito civile di chi intenda imporre con le sole parole la propria personalità e tenti di convincere il contendente del proprio buon diritto che dovrebbe scaturire dal solo fatto d’ essere persona piú autorevole, qualificata, accreditata, stimata, importante o influente,dell’ antagonista. 4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco. Ad litteram: Uscire di dentro il fuoco. Id est: Cavarsela in ogni circostanza. Lo si dice di persona accreditata d’essere in possesso di tante ottime qualità fisiche e/o morali da poter ricavare, ottenere buoni frutti in qualsiasi occasione restando per iperbole indenne anche nel passar tra le fiamme. 5) Ascí a ‘mpazzí Ad litteram:, Uscire di senno, risolvere (la propria vita) nella pazzia. Id est: ammattire, impazzire, scervellarsi, arrovellarsi, rompersi il capo (per qualcosa), perdere la testa(per qualcuno) ed anche per estensione semantica infatuarsi, appassionarsi, innamorarsi. 6) Ascí ‘a ll’uocchie Ad litteram: Uscire dagli occhi. Id est:Empirsi di cibo, mangiare a sazietà, rimpinzarsi, satollarsi da esserne – per iperbole – cosí tanto pieni al punto che il cibo trovi quale via d’uscita le orbite oculari 7)Ascí cu ‘e piere annante Ad litteram: Uscire con i piedi in avanti. Id est:Decedere, morire, defungere, trapassare ed essere messo nella bara per modo che la testa sia in alto ed i piedi all’estremità ed il feretro, la cassa da morto venga portata fuori dell’abitazione tenendone l’estremità inferiore in avanti e quella superiore indietro per modo che il defunto esca con i piedi davanti. 8) Ascí dâ cammisa Ad litteram: Uscire dalla camicia. Id est:Provare stupore, meravigliarsi, stupirsi,allibire, sbigottire, rimanere di stucco, trasecolare cosí tanto da,per iperbole, saltar fuori dai proprî panni, onnicomprensivamente indicati con il termine camicia. 9) Ascí dê mmane Ad litteram:Sgusciar via di mano. Id est:Perdere di autorità. Détto con riferimento a chi sia stato, per età o meriti in grado di affrancarsi e non si senta piú sottomesso all’autorità del genitore o dei maestri che incapaci di far valere ancóra la propria autorevolezza si vedono sfuggir di mano il figlio o l’allievo stanchi costoro di sottostare ad ordini o pressanti consigli. 10) Ascí ‘e tuono Ad litteram:Andar fuor di tono. Id est:Eccedere, esagerare, strafare, passare il segno, calcare la mano. Détto di chi in una discussione, controversia, battibecco, o disputa che sia non sappia limitarsi, contenersi, moderarsi e superi, passando il segno, un corretto ed accetabile modo di esprimersi 11) Ascí dô semmenato Ad litteram:Uscire dai limiti del seminato,superare i confini del solco. Id est:Superare i confini del lecito, del consentito. Espressione analoga alla precedente, ma usata con riferimento a chi nel suo eloquio si lasci andare scivolando, soprattutto in presenza di donne o minori, in incongrue espressioni becere, quando non addirittura indecenti, impudiche,oscene, scurrili, volgari, e triviali. 12) Ascí dô spitale Ad litteram:Uscire dall’ospedale. Id est:Mostrarsi in ottima forma, d’aspetto florido e curato quasi come chi fósse venuto fuori da una degenza ospedaliera, rimesso in una forma rigogliosa, prosperosa, sana. Espressione usata però spesso furbescamente in senso antifrastico per pigliarsi giuoco di chi sia d’aspetto emaciato. 13) Ascí p’ ‘a campata. Ad litteram: Uscire al fine di provvedere al sostentamento giornaliero. Id est: Darsi da fare,adoperarsi in qualsiasi modo o con qualsivoglia attività produttiva lecita o non lecita pur di assicurare a sé ed ai proprî congiunti il pane quotidiano. 14) Ascí p’ ‘e rrecchie Ad litteram: Uscire attraverso le orecchie. Id est: Averne avuto ad iosa e lo si dice di ciò che sia stato detto o ascoltato fino alla noia al punto che per iperbole non lo si possa piú trattenere in mente e s’avverta la necessità di liberarsene attraverso le orecchie 15) Ascí prena. Ad litteram: Risultare gravida. Id est:Restare incinta; l’agg.vo f.le prena è dal lat. volg. *praegna(m)→*praena(m), deriv. di praegnans –antis con semplificazione locale del digramma gn→n. 16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca. Ad litteram: Uscire (per andare a sposare) con un fiore in bocca cioè tra i denti. La locuzione è usata per significare che la sposa è illibata, che va all’altare da inviolata. Per spiegarci l’espressione e comprenderne la semantica occorre tener presente che una illibata giovane che andasse in isposa dovesse mostrare anche esteriormente e nel proprio abbigliamento la castigatezza dei proprî costumi e poiché temporibus illis (fine ‘800, princípi ‘900) una donna che non fósse particolarmente morigerata soleva indossare abiti non esattamente sobri,modesti e verecondi con spacchi e scollature ampi e spesso usavano portare a mo’ di ornamento una rosa dal lungo gambo infilata tra i seni, di talché una giovane illibata e morigerata donna che andasse in isposa certamente non avrebbe indossato un abito meno che castigato senza spacchi o vertiginose scollature per modo che non avendo dove sistemare la rosa o fiore ornamentale, lo portava in mano e, per averle libere spesso lo teneva di tra i denti dimostrando cosí di andare sposa da illibata, da inviolata.Va da sé che la cosa non costituiva una prova provata e talora la sposa uscita con il fiore in bocca, aveva invece di che nascondere.Rammento ancóra che l’espressione fu usata talora in maniera ironica con significato antifrastico in riferimento ad alcune ragazze che dovevano far ricorso a nozze riparatrici. 17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara. Ad litteram: Venir fuori come cece su di un cucchiaio. Id est: Chiamarsi fuori,straniarsi, allontanarsi, rendersi estraneo da ciò cui prima si era legati; sfuggire alle proprie responsabilità, quasi come, iperbolicamente, un cece che facente parte in origine, in compagnia con della pasta di una minestra non intendesse piú restarvi e fattosi prelevare da solo ne venisse fuori abbandonando la compagna di minestra. Espressione usata sarcasticamente proprio nei confronti di coloro che sono adusi a tentare di sottrarsi ai proprî oneri e/o impegni allontanandosene e distogliendosene, per non esser chiamati a rispondere dell’operato. E cosí reputo di aver ottemperato a quanto m’ero ripromesso e di avere interessato i miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette, per cui mi congedo con il mio consueto satis est. R.Bracale