martedì 29 dicembre 2009

FÀ ZITE E MMURTICIELLE E BATTISEME BUNARIELLE

FÀ ZITE E MMURTICIELLE E BATTISEME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.cioè:profittare di ogni occasione, anche le meno opportune per tentare di lucrar provvidenze quali che siano;in particolare l’espressione in epigrafe si sostanzia nel
non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, ed in primis il parroco o prete del rione non mancavano mai di rendersi presenti a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del defunto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto ed a coloro che avessero partecipato, a qualsiasi titolo, alla cerimonia funebre un pantagruelico pasto consolatorio ( detto cunzuòlo(cibo di conforto deverbale di cunzulà= consolare da un lat. volg. consolare per il class. consolari, comp. di cum 'con' e solari 'confortare' con il consueto ns→nz) spesso comportante, in luogo della vietatissima carne (inteso cibo grasso adatto alle festività e non ai giorni di lutto) gustose portate di pesce fresco ritenuto - in quanto cibo di magro - piú consono ai momenti di dolore; il pranzo elargito si disse cunzuòlo, mentre le portate di pesce fresco che venivano ammannite si dissero cuónzolo derivato della voce a margine con dittongazione nella sillaba d’avvio e cambio d’accento;ne derivò che in prosieguo di tempo una congrua portata di pesce fresco venne detta cuónzolo ‘e pesce anche quando tale pesce fresco non servisse alla bisogna di confortare i perenti di un defunto;
zite di suo è il plurale del sostantivo femm. zita forma colleterale di un antico cita= ragazza da marito; la voce a margine è passata poi ad indicare i matrimoni e segnatamente i pranzi nozze dal nome dei cosí detti maccarune ‘e zite o semplicemente zite (sost. neutro) un formato di pasta lunga e doppia usata un tempo, sontuosamente condita, nei pranzi di nozze; da notare il doppio genere della voce a margine che al plurale (se inteso femminile) va scritto con la geminazione iniziale (‘e zzite= le ragazze), se inteso maschile (‘e zite=sponsali) o neutro (‘e zite= i maccheroni) va scritto in maniera scempia;
murticielle = morticini e dunque estensivamente, per una sorta di sineddoche, i funerali; la voce a margine è, attraverso un suffisso ciello/cielle un diminutivo plurale di muorto che è un part. pass. dell’infinito murí che è da un lat. volg. *morire, per il class. mori; nella voce a margine è caduto il dittongo mobile uo che à lasciato la sola u come càpita sempre nelle parole derivate (vedi ad es.: piede→pedone; suono→sonare e non suonare come invece erroneamente è invalso nell’uso generale scritto ed orale etc. );
battiseme battesimi plurale del sost. masch. battisemo derivante da un lat. eccl. baptismu(m), dal gr. baptismós, propr. 'immersione';
bunarielle abbastanza buoni; aggettivo diminutivo ( vedi il suff. riello/rielle) plurale maschile di buono (che è dal lat. bonu(m)) con la caduta il dittongo mobile uo che à lasciato la sola u come càpita sempre nelle parole derivate(vedi ad es.: piede→pedone –suono→sonare etc.con la differenza che nel napoletano a cadere è la seconda vocale del dittongo, mentre in italiano, cade la prima ).
RaffaeleBracale

TIMORE PAURA SPAVENTO

TIMORE PAURA SPAVENTO
L’idea di queste paginette nacque all’indomani d’un mio incontro con l’amico N.C.(i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) al quale contestai il fatto che nella lingua italiana le voci in epigrafe sono spessissimo usate quali sinonimi, essendo ormai invalso l’uso (anche per colpevole neghittosità (per evitar di parlare di ignoranza…) della classe insegnante) di non far distinzioni e di non insegnare ai discenti che esistono sottili differenze tra i significati termini suddetti, differenze che invece esistono e sono sostanziali attesa la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che accompagna or l’uno or l’altro termine; uguale se non maggiori la graduazione e/o intensità del sentimento o sensazione che connotano le voci napoletane che ripetono quelle dell’epigrafe. Cercherò con le pagine che seguono di convincere del mio assunto l’amico N. C. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Cominciamo con le voci dell’italiano:
Timore= s. m.
1 contenuto sentimento di ansia, di apprensione, di preoccupazione, di trepidazione o di incertezza che si prova davanti a un pericolo o a un danno vero o supposto; preoccupazione, trepidazione: il timore degli esami, delle malattie; aveva timore di non essere promosso; era in gran timore per il suo ritardo; vivere tra continui timori; avere l'animo diviso tra la speranza e il timore; provare, incutere timore; timor panico, panico.
2 sentimento di rispetto e soggezione: i ragazzi ànno timore dei professori | timore reverenziale, sentimento che si prova nei riguardi di persone alle quali si sia legati da particolare e profonda deferenza
3 timore di Dio, (teol.) sottomissione e reverenza fiduciosa dell'uomo verso Dio, che costituisce uno dei sette doni dello Spirito Santo ' essere senza timor di Dio, (fig.) essere spregiudicato, senza scrupoli.
4(estens.) paura, turbamento; dubbio, incertezza, perplessità.
Quanto all’etimo è voce dal lat. timore(m), deriv. di timíre 'temere'.
paura= s. f.
1 sensazione inquietante che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato: aver paura; prendersi una bella paura; diventare pallido, bianco per la paura; tremare di paura; avere paura della morte, di morire | essere morto, mezzo morto di paura, essere spaventatissimo | mettere, far paura a qualcuno, spaventarlo | avere una paura del diavolo, grandissima; brutto da far paura, bruttissimo | niente paura!, non aver paura!, esclamazioni con cui s'incoraggia qualcuno | aver paura della propria ombra, (fig.) spaventarsi per niente, aver timore di tutto.
2 (estens.) timore, preoccupazione; presentimento: ò paura che perderemo il treno.
Quanto all’etimo è voce dal lat. pavore(m) 'timore', con cambiamento di suffisso.

spavento s. m.
1 paura violenta e improvvisa, causata dalla sensazione o dalla vista di un pericolo o di un danno: fare, mettere, incutere spavento; provare spavento; essere preso da (o dallo) spavento; tremare, morire di spavento ' (iperb.) preoccupazione, apprensione o anche impressione negativa, spiacevole: l'idea di viaggiare con questo tempo mi mette spavento; una persona brutta, magra da far spavento
2 (estens.ed è il caso che ci occupa ) grandissimo timore, eccezionale preoccupazione;
3(fam.) persona o cosa molto brutta: quel vestito è uno spavento
4(vet.) malattia dei cavalli per cui il moto delle zampe posteriori non è coordinato con quello delle anteriori.
Etimologicamente è un deverbale di spaventare che è dal lat. volg. *expaventare, intensivo del class. expavíre 'impaurirsi'.

Come mi pare d’aver dimostrato v’è una graduazione tra i tre termini esaminati che perciò andrebbero usati scegliendo opportunamente secondo l’intensità del sentimento o sensazione provati ,partendo dal timore, passando per la paura e giungendo infine allo spavento senza fare di ogni erba un fascio.
Ma queste sono pedanterie o sottigliezze che erano insegnate dai docenti di mezzo secolo fa; quelli di oggi o non le sanno (per non averle colpevolmente apprese) o se ne impipano ed evitano trasmetterle ai discenti, e forse il mio dire risulta essere un inutile parlare al vento. Ma completerò l’argomentare!
Andiamo oltre e passiamo alle voci del napoletano che ordinerò in ordine di graduazione partendo dalle voci che ripetono l’italiano timore, passando per quelle che ripropongono la paura e giungendo infine a quelle che riproducono lo spavento;
per rendere il timore abbiamo:

cacarella, s.vo f.le letteralmente vale:diarrea ma per metonimia di causa ed effetto vale timore,turbamento, incertezza quanto all’etimo è un deverbale di cacare/cacà (dal lat. cacare=defecare) con il suffisso f.le ella;
cacavessa, s.vo f.le letteralmente vale, come la voce precedente:diarrea,ma per metonimia di causa ed effetto vale timore,turbamento, trepidazione, ansia; quanto all’etimo è un deverbale di cacare/cacà (dal lat. cacare=defecare) addizionato del sostantivo vessa (peto non rumoroso) voce deverbale del lat. tardo vissire 'fare peti';
felatorio/felatiello s.vi m.li che letteralmente valgono: intrigo, minaccia raggiro, ma per metonimia di causa ed effetto valgono trepidazione, intimorimento, apprensione, agitazione, inquietudine; quanto all’etimo, ambedue i termini son deverbali di filare/filà= tessere, tramare (raggiri);
per rendere la paura abbiamo:
pavura, s. f. voce che ripete tutti i significati della corrispondente voce dell’italiano paura
1 sensazione inquietante che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato: tené pavura; pigliarse ‘na bbella pavura; deventà janco p’ ‘a pavura; tremmà ‘e pavura; 2 (estens.) timore serio, preoccupazione allarmante; presentimento scoraggiante: aggio pavura ca perdimmo ‘o treno!
Quanto all’etimo è voce derivata come quella dell’italiano dal lat. pavore(m) 'timore', con cambiamento di suffisso; la voce napoletana però conserva al contrario dell’italiano l’etimologicaconsonante fricativa labiodentale sonora v;
tremmarella, , s.vo f.le
stato di profonda agitazione, dovuta a paura,a serio timore o ad allarmante presentimento, talvolta accompagnato da un vero e proprio tremito; quanto all’etimo è voce deverbale di tremmà (= tremare) dal lat. tremere, con mutamento di coniugazione e raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale m
tremmuliccio,s.vo m.le
di per sé tremito lieve, ma continuato spesso dovuto a malattie (cfr. Morbo di Parkinson), ma piú spesso e nel nostro caso indice di grande agitazione scaturente da paura o da turbamento; dubbio, incertezza, perplessità; quanto all’etimo è voce deverbale dal tema di di tremmà (= tremare) dal lat. tremere, con mutamento di coniugazione e raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale m, addizionato del doppio suffisso ul -iccio ; vattecore, s.vo m.le
letteralmente: 1 battito frequente del cuore (per emozione, sforzo ecc.); palpitazione
figuratamente come nel caso che ci occupa
2 grande trepidazione, ansia grave e notevole : stare cu ‘o vattecore, aspettà ‘na nutizzia cu ‘o vattecore.
etimologicamente è voce formata dall’agglutinazione di una voce verbale (vatte = batte, pulsa (3 p. sg. ind. pres. dell’infinito vattere (dal lat. tardo battere, per il class. battuere con alternanza partenopea b/v)) + il s.vo core= cuore (dal nom. lat. cor – cordis); ed infine per rendere lo spavento abbiamo:
jajo, s.vo m.le che letteralmente vale:freddo pungente, gelo intenso ma per traslato vale: grossa paura, notevole agitazione, penosapreoccupazione, trepidazione tormentosa, angoscia; etimologicamente è voce dal lat. volgare parlato*gliaciu(m)→*jaciu(m)→*jagiu con successiva caduta della g intervocalica e suono di transizione *ja(g)iu→jajo (cfr. curreja←curri(g)ia(m));
schianto, s.vo m.le che letteralmente vale: 1 lo svellere, lo schiantare, lo schiantarsi, l'essere schiantato ' ‘e schianto, all'improvviso, di colpo
2 il rumore secco di cosa che si schianti o scoppi: ‘o schianto della bomba

3 (fig. fam.) persona, cosa molto bella, che riempie di ammirazione, di stupore: ‘nu schianto ‘e guagliona ; chillu filmo è ‘nu schianto.
4(fig. ) dolore acuto, pena lancinante: pruvà ‘nu schianto ô core
5 (fig. come nel caso che ci occupa) spavento improvviso, orrore, terrore, panico;
etimologicamente è un deverbale di schiantare che è dal lat. explantare= spiantare, svellere;

sfunnulo, s.vo m.le che letteralmente vale cosa priva di fondo e nell’espressione tené ‘o sfunnolo vale essere insaziabile come chi abbia lo stomaco privo di fondo;in senso traslato vale grandissima paura, spavento senza fine;
etimologicamente è voce deverbale di sfunnà= sfondare (privare del fondo)
surrejemíento, s.vo m.le che letteralmente varrebbe:sorreggimento, ma per metonimia di causa ed effetto vale orrore, spavento, panico, sgomento quelli che costringono o costringerebbero a sorreggersi per sopportarne il peso; etimologicamente è voce deverbale di surrejere= sorreggere,sostenere, mantenere(Lat. subrigere, comp. di sub 'sotto' e regere 'reggere'): subrigere→surri(g)ere→surrejere;

vermenara. s.vo f.le che letteralmente vale: parassitosi, elmintosi (che,con derivazione da eliminto [ che è dal gr. ἕλμινς –ινϑος (elmins – elmintos) «verme»], nel linguaggio medico,indica la presenza di vermi parassiti nell’intestino, nell'apparato gastrointestinale, ma possono trovarsi anche nel fegato o in altri organi dell’uomo e degli animali, ma per traslato di causa ed effetto la voce a margine indica uno spavento ragguardevole, il massimo del panico tali da procurare, come un tempo si credette, nel pacco intestinale soprattutto dei ragazzi, la nascita di lunghi e sottili vermi;ovviamente la scienza medica stabilí che ben altre son le cause delle infestazioni da elminiti, cause sulle quali non mi esprimo o dilungo (mancandomene una competenza), ma anche quando la medicina si fu espressa, non venne la radicata credenza cui accennavo ed il termine vermenara contnuò ed ancôra continua, tra il popolo della città bassa, ad essere usato per traslato di causa ed effetto indicando uno spavento ragguardevole, il massimo del panico. Qui giunto penso d’aver chiarito il mio assunto all’amico N. C. ed a qualche altro dei miei ventiquattro lettori e penso perciò di poter porre il punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale

SCONTROSO & DINTORNI

SCONTROSO & DINTORNI
L’idea della ricerca che svolgo in queste paginette prese le mosse da un incontro che ebbi sere or sono con l’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), incontro durante il quale usai in riferimento alla sposa M. dell’amico signora che (benché mi conoscesse da lunga data) aveva disertato l’incontro, adducendo non so quale improvviso mal di testa, signora cui – a commento del fatto – riferii l’aggettivo spruceta ; l’amico N.C. non ne conosceva il significato e me ne chiese spiegazione, dandomi il destro per queste pagine.
Comincio súbito a dire, per prendere il toro per le corna che con la voce spruceto/a l’idioma napoletano traduce gli aggettivi dell’italiano : aspro/a, arcigno/a, scontroso/a che è il tipico atteggiamento repulsivo usato nei rapporti interpersonali, soprattutto dalle donne, ma talvolta anche da gli uomini, che senza un ben determinato motivo, preferiscono mostrarsi ritrosi/e ed intrattabili, piuttosto che comunicativi/e e partecipativi/e.
Non di facilissima lettura l’etimologia; si può pensare ad un latino volgare *(a)sprucidu(m)→*sprucetu(m) per il classico asperu(m)→aspru(m)= aspro, ma si può anche far risalire (sia pure con un piú articolato cammino morfologico) la voce in epigrafe ad un basso latino *asprugo per asperugo= sorta di cicoria selvatica dalle foglie ruvide, aspre e piccanti; personalmente propendo per la prima ipotesi.Ciò premesso allarghiamo gli orizzonti prendendo dapprima in esame i sinonimi nell’italiano della voce in epigrafe ed a seguire le voci del napoletano (tra le quali spruceto/a che li traducono. L’aggettivo scontroso/a à nell’italiano i seguenti sinonimi:
asociale, agg.vo o s.vo m.le e f.le:
1 che rifiuta di conformarsi alle regole di vita della società organizzata; che è privo di coscienza sociale
2 (estens.) che à carattere chiuso, introverso
come s. m. e f. individuo asociale
quanto all’etimo è dal lat. sociale(m), deriv. di socius 'socio' con prostesi di una a (con il valore dell’alfa privativa greca)
aspro/a, agg.vo m.le o f.le:
1 di sapore agro, acidulo: il limone è aspro. DIM. aspretto, asprino
2 si dice di suono o voce stridente, sgradevole: l'aspro frinire delle cicale |
3(ling.) di suono che è pronunciato con aspirazione relativamente marcata | spirito aspro, nel greco antico, segno che indica aspirazione di vocale o del suono r all'inizio di parola | s, z aspra, (antiq.) s, z sorda, contrapposta a s, z dolce, cioè sonora
4 di odore pungente, penetrante: l'aspro odor de i vini CARDUCCI) (
5 in relazione al tatto, ruvido, scabro | (estens.) impervio, scosceso; anche, brullo, selvaggio: l'aspro paesaggio del deserto
6 (fig.) rigido, duro, inclemente, scontroso, scostante: un clima aspro; un carattere aspro, scontroso, scostante; parole aspre, severe
7 (fig.) violento, accanito: un'aspra contesa | difficile, tormentoso: l'aspro cammino della virtù
arcigno/a agg.vo m.le o f.le
severo, duro, scostante: volto arcigno quanto all’etimo si reputa generalmente voce marcata sul fr. ant. rechignier (mod. rechigner) 'torcere la bocca, fare un viso severo', ma vi sono alcuni (ed io con loro) che leggono arcigno come metatesi di acrigno =asprigno, quasi aspro, derivato di acre (dal lat. acre(m)) con il suff. aggettivale ineus/ignus secondo il percorso morfologico acre(m)+ ignus→acrignus→arcignus
burbero/a, agg.vo o svo m.le o f.le che à modi scontrosi e bruschi, ma può nascondere gentilezza di sentimenti: uomo, atteggiamento burbero
Usato anche come s. m. o f.le : fare il burbero/la burbera
Etimologicamente ai piú pare coniato ad imitazione del s.vo burbanza = boria, alterigia vanitosa; tale voce burbanza a sua volta è dal provenz. ant. bobansa, bombansa, incrociato con burban, dello stesso sign., ma a mio avviso questa parentela mi pare improbabile atteso che semanticamente altro è essere scontrosi altro boriosi o altezzosi: meglio perciò pensare al basso lat. *(re)burberu(m)= ispido di capelli, ispidezza che semanticamente è vicina alla asprezza, durezza, ruvidezza, scontrosità, severità, rigidezza, che connotano il burbero a margine;
brusco/a, agg.vo m.le o f.le
1 che à sapore asprigno ma non sgradevole: sapore brusco vino brusco
2 (fig.) ed è il nostro caso: burbero, severo, sgarbato: modi bruschi; essere brusco con qualcuno; trattare qualcuno con le (maniere) brusche, con durezza e severità
3 (fig.) improvviso, rapido, inatteso: una brusca frenata
4 (fig. non com.) rannuvolato, tempestoso (detto di tempo): cielo brusco | fresco, pungente (detto di vento): spirava un'arietta brusca
5 (fig. non com.) difficile, pericoloso (detto di momento, situazione, epoca e sim): tempi bruschi
voce etimologicamente dal lat. tardo bruscu(m), propr. 'pungitopo' o nodo del legno; rammento in coda che nell’italiano brusco è anche s.vo m.le e solo maschile nel significato di bruscolo, fuscello, festuca sempre dal lat. tardo bruscu(m), propr. nodo del legno ed esiste altresí un altro s.vo brusco usato solo nella loc. agg. o avv. tra il lusco e il brusco, quando la luce è incerta e ci si vede poco; (fig.) si dice di una situazione incerta o di un'espressione del volto tra il mite e il severo; in tal accezione la voce si fa derivare dal lat. *bisluscu(m) 'guercio (luscus, da cui lusco) da tutt'e due (bis) gli occhi', per sovrapposizione di brusco;
chiuso/a, agg.vo e talora s.vo m.le o come agg.vo anche f.le
1 nei sign. del verbo chiudere di cui è p.pass. | abito chiuso, accollato | mare chiuso, non in comunicazione con un oceano | avere il naso chiuso, per il raffreddore | mercato chiuso, che non à scambi commerciali con l'esterno | casa chiusa, casa di tolleranza | capitolo chiuso, (fig.) situazione del passato, non piú attuale | vocale chiusa, (ling.) quella nella cui articolazione il grado di apertura è inferiore che in altre considerate aperte o piú aperte (p. e. in it. u è vocale chiusa; la e di séno è chiusa rispetto alla e di tèsta) | sillaba chiusa, (ling.) quella in cui la vocale è seguita da consonante che appartiene alla stessa sillaba (p. e. can di canto) | pezzo chiuso, (mus.) ciascuna delle parti, in sé autonoma e conclusa, in cui si articolava il melodramma fino agli inizi dell'Ottocento
2 ed è il nostro caso: riservato, poco espansivo; introverso: persona chiusa; carattere chiuso
3 (lett.) oscuro, incomprensibile, riferito a un discorso o a uno scritto: Io non intendo il tuo parlar qui chiuso (PULCI)
il m.le chiuso usato da solo è anche s.vo:
1 luogo chiuso | terreno cintato per custodire il bestiame: Come le pecorelle escon del chiuso (DANTE Purg. III, 79)
2 aria stagnante, viziata: odore di chiuso;
all’etimo ò già accennato: part. pass. del verbo chiudere (che è dal lat.tardo cludere per il class. claudere e da cludere→chiudere
intrattabile, agg.vo m.le e f.le agg.
1 non trattabile, difficilmente trattabile: argomento intrattabile; metallo intrattabile
2 si dice di persona scontrosa, irascibile, con cui non è facile trattare o ragionare
etimologicamente dal lat. intractabile(m), comp. di in- 'in- ' (con il valore dell’ alfa privativa greca) e tractabilis, deriv. di tractare 'trattare'

ombroso/a, agg.vo m.le o f.le
1 che è in ombra, che à molta ombra: luogo ombroso
2 (lett.) che fa ombra: pino ombroso
3 (fig.) che si spaventa facilmente, che si adombra (detto di animale, spec. di cavallo) | (estens.come nel caso che ci occupa ) permaloso, diffidente, suscettibile (detto di persona o di carattere).
4 che prospera nell'ombra (detto di pianta)
5 (ant.) che ama l'ombra, le tenebre; per estens., malinconico;
etimologicamente dal lat. umbrosu(m), deriv. di umbra 'ombra'
permaloso/a, agg.vo e talora s.vo m.le o f.le
1che, chi si offende facilmente, anche per cose da nulla.
2 di persona facile a offendersi, che, per eccessivo amor proprio, si risente e s’indispettisce di atti e parole che altri non considererebbero offensivi (e che per lo piú non sono tali nelle intenzioni);
etimologicamente piú che dall’espressione aversela per male (che piú spesso è aversela a male = adontarsi, reputarsi offeso, sdegnarsi) direttamente dal lat. permale= assai malamente;
pudico/a, agg.vo m.le o f.le agg. [pl. m. -chi]
1 che à o mostra pudicizia: uomo, sguardo pudico
2 (lett.) riservato,vergognoso, umile: vid'io muovere a venir la testa / di quella mandra fortunata allotta, / pudica in faccia e ne l'andare onesta (DANTE Purg. III, 85-87)
3 (per amp.) ritroso, scontroso, schivo, riluttante;
etimologicamente dal lat. pudicu(m), deriv. di pudíre 'sentire vergogna'
riluttante agg.vo m.le e f.le
1che non vuole, che esita a fare qualcosa o la fa malvolentieri;
2 restio, ritroso: essere, mostrarsi riluttante
etimologicamente è il part. pres. di riluttare= esitare, non volere dal lat. reluctari 'opporsi', comp. di re- 'contro' e luctari 'lottare';
ritroso/a, agg.vo m.le o f.le
1 poco socievole per timidezza o per modestia
2 che è restio a dire o a fare qualcosa: essere ritroso a parlare in pubblico etimologicamente dal lat. retrorsu(m) 'girato indietro', comp. di retro 'indietro' e vorsus (variante di versus), part. pass. di vertere 'voltare, girare';
riservato/a, agg.vo m.le o f.le
1 come nel nostro caso che à riserbo; schivo, discreto: carattere riservato | prognosi riservata, (med.) sospensione del giudizio, da parte del medico, circa la possibilità di guarigione di un malato grave
2 che è destinato a una determinata persona, che non è cedibile ad altri; privato: posto riservato; lettera riservata, che deve essere aperta solo dal destinatario; notizia riservata, da non divulgare | patto di riservato dominio, (dir.) clausola per cui il venditore di un bene non interamente pagato ne rimane proprietario fino all'estinzione del credito, benché il compratore ne sia entrato in possesso
3 destinato a uno specifico uso o funzione: canale riservato | parola riservata, (inform.) parola che può essere impiegata solo in determinati programmi (in partic., nei sistemi operativi)
4 prenotato
etimologicamente part. pass. di riservare che è dal lat. reservare, comp. di re-, con valore intens., e servare 'conservare';
suscettibile, agg.vo m.le e f.le
1 si dice di cosa capace di subire influenze esterne (che tendono a modificare la sua condizione): una situazione suscettibile di miglioramento; il pensiero umano è suscettibile di sviluppo
2 come nel nostro caso riferito a persona, che si offende con eccessiva facilità; permaloso.
etimologicamente dal lat. tardo susceptibile(m), deriv. di susceptus, part. pass. di suscipere, comp. di sub→sus 'sub-' e capere 'prendere', propr. 'prender sopra di sé'; nel sign. 2, dal fr. susceptible;
schivo/a, agg.vo m.le o f.le
1 che cerca di evitare qualcosa, che rifugge dal fare qualcosa; schivo di onori, di complimenti; essere schivo di mostrarsi in pubblico
2 come nel nostro caso: ritroso, timido: una ragazza schiva etimologicamente deverbale di schivare (dal francone skiuhjan 'aver riguardo, scansare') =evitare, scansare, eludere;
scontroso/a agg.vo o s.vo m.le o f.le
1 che si imbroncia, si impermalisce facilmente;
2 come nel nostro caso: poco socievole, privo di cordialità: un uomo chiuso e scontroso; avere un carattere scontroso; un modo di fare scontroso.
come s.vo m.le o f.le [f. -a] persona scontrosa: non fare lo/a scontroso/a! etimologicamente deverbale di scontrare (che è da in-contrare(dal lat. tardo incontrare, deriv. di incontra) con cambio di prefisso) =urtare/urtarsi, cozzare l'uno contro l'altro
scorbutico/a, agg.vo m.le o f.le
1 (med.) che, chi è affetto da scorbuto
2 (fig.) come nel nostro caso: che, chi ha un carattere scontroso, aspro e scostante; un tipo scorbutico; non fare lo scorbutico!
etimologicamente denominale di scorbuto s. m. (med.) malattia dovuta a carenza di vitamina C, che si manifesta con dimagramento, ulcerazioni ed emorragie delle gengive e degli organi interni. etimologicamente scorbuto è dal lat. scient. mediev. scorbutus, che è dall'ant. scandinavo skyr-bjugr, nome di una malattia (bjugr) causata dal latte cagliato (skyr);
scostante, agg.vo m.le e f.le che suscita antipatia; poco socievole: un individuo scostante; gesti, modi scostanti. etimologicamente deverbale di scostare = allontanare una cosa o una persona, evitare,sfuggire; etimologicamente scostare è da ac-costare (= avvicinare) con cambio di prefisso; accostare, a sua volta è denominale di costa (lat. costa(m)). Le successive tre voci che pprendo in esame di per sé non sarebbero esattamente dei sinonimi precisi della voce in epigrafe; vengon considerati tali solo per estensione e con un’accezione piú marcatamente riduttiva o negativa:

maleducato/a, agg.vo m.le e f.le
1Che à ricevuto una cattiva educazione e si comporta abitualmente in maniera giudicata scorretta;
2 screanzato;
3 (per estens.) scontroso, intrattabile:
etimologicamente deverbale di educare (part. pass.) con protesi dell’avv. Male; educare è dal lat. educare, intensivo di educere 'trarre fuori, allevare', comp. di ex- 'fuori' e ducere 'trarre';
sgarbato/a agg.vo m.le e f.le
1 che non à garbo, sgraziato: una risata sgarbata
2 che si comporta in modo poco garbato, poco cortese: un impiegato molto sgarbato | che denota scortesia: risposta sgarbata; contegno sgarbato | persona sgarbata. Per ciò che attiene all’etimo, è voce formata da una s distrattiva + l’agg.vo garbato (derivato di garbo = a) che à compitezza nel comportarsi e nel trattare con gli altri; amabilità, cortesia; b) chi à modo aggraziato di eseguire una cosa: scrivere, dipingere con garbo | a garbo, come si deve, per bene, a modo: un lavoro fatto a garbo
c) che à esattezza, finitezza di forme; linea armoniosa che si conferisce a un oggetto mediante un accurato lavoro di modellatura e rifinitura; quanto all’etimo l’aggettivo garbato è un denominale di garbo che è forse (quest’ ipotesi è infatti morfologicamente poco convincente…) garbo e conseguentemente garbato è dall’ a. a. tedesco garwî= ornamento, forma ma piú probabilmente dall’arabo qalib= modello, sagoma passato nel francese med. come galbe donde il ns. garbo;

3 ( per estens.) : scontroso, scorbutico, scostante, ombroso, permaloso, suscettibile, burbero, brusco;
come s. m.le o f.le [f. -a] persona sgarbata;
villano/a, agg.vo o s.vo m.le e f.le
1 rozzo, scortese, maleducato: un atto, un modo villano; un ragazzo villano; E cortesia fu lui esser villano (DANTE Inf. XXXIII, 150)
2 ( per estens.) : scontroso, indocile, irritabile
etimologicamente dal lat. tardo villanu(m), deriv. di villa;
come s.vo m.le o f.le
1 (ant. , lett.) abitante della campagna: però giri Fortuna la sua rota / come le piace, e 'l villan la sua marra (DANTE Inf. XV, 95-96) | prov. : carta canta, villan dorme, quando si à in mano qualcosa di scritto, si può stare più tranquilli che i patti vengano rispettati
2 (spreg.) persona rozza, priva di garbo e cortesia: comportarsi da villano; non fare il villano! | villano rifatto, rivestito, ripulito, si dice di chi è diventato ricco o è salito socialmente, ma ha conservato animo e modi rozzi | prov. : scherzi di mano, scherzi da villano. Esamitate le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano:

acetuso/tosa, agg.vo m.le o f.le letteralmente acido/a e per traslato chiuso, arcigno; brusco, rude, sgarbato, scortese etimologicamente denominale di acito (che è dal lat. acitu(m));
‘ntruppecuso/osa, agg.vo m.le o f.le difficoltoso/a, scabroso/a, permaloso/a di carattere complicato e difficile etimologicamente deverbale di ‘ntruppecà= inciampare attravewrso uno sp. trompicar; ‘ntruppecà è un denominale del lat. tardo troppa→t(r)oppa→toppo = cespo, cespuglio, troncone dell'albero tagliato che rimane nel terreno, ceppo tale da far da intoppo;
scamuso/osa, agg.vo m.le o f.le aggettivo riferito con piccole differenze sia a soggetti animati che inanimati;
riferito a soggetti animati e piú precisamente a persone significa in italiano: rozzo, grossolano, rustico,grezzo, scostante e per ampiamento semantico si disse di persona magra ed allampanata;
riferito a cose inanimate(stoffe e/o oggetti ) vale nell’italiano: ruvido,squamoso,irto;
riferito infine a negozio o bottega indica un locale rustico,malmesso,trasandato;
per ciò che riguarda l’ etimologia escludiamo súbito la facile ma fallace tentazione di un collegamento alla voce scamunéa/éja/era s.f. che con derivazione dal lat. *scammonia/scammonea che furono dal greco skammonía indicò in primis un’erba dal cui estratto si ricavava un purgante ed indicò poi (forse per un traslato espressivo) gente vile, bordaglia, unione di monelli e, piú genericamente, plebaglia, ma ognuno vede che semanticamente è difficile trovare il collegamento tra un’erba purgativa ed un vocabolo che vale malandato, messo male mal ridotto, malsano; ugualmente non mi sento di poter accettare l’idea di chi propone per scamuso un collegamento etimologico con squamoso (cfr. antea); è vero che il significato di squamoso nell’accezione di ruvido, irto può – all’incirca – valere il napoletano scamuso come è pure vero che il nesso latino qua dà spesso il napoletano ca (cfr. ad es. exquassare→scassare) pur tuttavia non mi sento di accogliere la proposta che presupporrebbe un transito di accostamento ad un vocabolo della lingua italiana, accostamenti che ò sempre bandito e non per un colpevole provincialismo, ma in nome di un’originaria derivazione di tutte le voci partenopee dagli antichi idiomi (latino, greco ed altro); d’altro canto nemmeno mi convice l’etimologia proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che lègge in scamuso una s intensiva che precede l’avverbio greco kamái = a terra ottenendo da skamái→scamuso; questa proposta, semanticamente mi appare troppo debole e morfomogicamente, sforzata con quell’unione di greco skamái con un suff. latino osus→oso→uso.
A questo punto non rimane che prender per buona l’antica idea che vede in scamuso una derivazione metaplasmatica dello spagnolo (e)scamocho che accanto al significato di avanzo e resto à pure quelli di persona magra, allampanata; d’altro canto nello spagnolo è anche vivo il verbo escamochar (guastare, sciupare) che à fornito altresí il verbo napoletano scamuscià/are nei significati di afflosciare, diventar floscio e/o senza forze.
scarduso/osa, agg.vo m.le o f.le letteralmente pignolo, litighino, puntiglioso, perfezionista; meticoloso, minuzioso, scrupoloso e per ampiamento semantico burbero, scostante, antipatico, scorbutico, scontroso, intrattabile etimologicamente deverbale di scardà= scheggiare, levar le scaglie, litigare,cavillare; scardà è denominale di scarda(sal tedesco skarda)= scheggia,scaglia;
scignuso/osa, agg.vo m.le o f.le letteralmente è agg.vo che vale: irascibile, iracondo/a,collerico/a e solo estensivamente sta per antipatico, scorbutico, scontroso, intrattabile come chi si incollerisce per un nonnulla; etimologicamente denominale di scigna(dal lat. simja←simia)= scimmia; normale nel napoletano il passaggio di s + vocale (cfr. scemo←semu(m) etc.) a sci e di mj a gn (cfr. vennegna←vindemjare←vindemiare);
scurbuteco/a, agg.vo m.le o f.le cfr. il precedente scorbutico;
spruceto/a, agg.vo m.le o f.le di questo agg.vo ò già detto in principio di queste paginette;
temmeruso/osa agg.vo m.le o f.le letteralmente timoroso/a, timido/a e solo estensivamente sta per antipatico, insopportabile, inviso; fastidioso, sgradevole,che semanticamente si spiegano con il fatto che chi è timido o timoroso assume atteggiamenti di difesa che rendono insostenibile, intollerabile, sgradevole la persona che si difenda ad oltranza; etimologicamente denominale di temmore=timore sentimento di ansia, di apprensione, di incertezza che si prova davanti a un pericolo o a un danno vero o supposto; preoccupazione, trepidazione; temmore è dal lat. timore(m), deriv. di timíre 'temere' con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale emme.
Satis est.
Raffaele Bracale

STRELLAZZÈRA

STRELLAZZÈRA

Numerose son le aggettivazioni che la lingua toscana usa per indicare il tipo di donna che susciti ripugnanza o anche solo fastidio per i suoi atteggiamenti o comportamenti non consoni,ed volta a volta tale donna è détta: becera, ciana,triviale, cafona, laida, zotica, urlona etc.
Esamino qui di seguito le singole espressioni:
Becera: persona, ma soprattutto donna dai modi volgari e/o triviali, chiassosa, maleducata ed insolente brutta e sciatta; voce probabilmente alterata di pècoro (dal lat. pecus), ma forse piú esattamente forgiata, quale deverbale, sul lat. vocilare atteso il comportamento chiassoso della becera.
Ciana: donna del popolo pettegola e sguaiata, donna vile e malcreata dell’infima plebe fiorentina; alcuni ritengon la voce forma alterata di cionna( che in italiano un tempo valse appunto donna vile e plebea; rammento, per incidens, che il napoletano à un’omogrofa ed omofona cionna/scionna che però con derivazione dal t. lat. flunda vale fionda ); la cionna dell’italiano, a sua volta è corruzione di cionca p.p. del verbo cioncare nel senso di bere smodatamente ubriacandosi con conseguenti atteggiamenti non consoni; altri riallacciano la voce ciana, ma non so con quanta esattezza, allo spagnolo chanela (pianella); reputo che molto piú verosimilmente la voce sia solo l’abbreviazione del nome Luciana da legare al nome della protagonista, plebea pettegola e ciarliera, del melodramma Madama Ciana
( appunto abbreviazione di Luciana) di un tal A. Valle (1738);
salto il termine cafona che già illustrai altrove e passo a
Laida: donna atta a suscitar ribrezzo e fastidio e piú estensivamente: oscena, sporca, turpe e ripugnante; voce etimologicamente derivante
dal provenz. ant. laid 'sgradevole', di orig. Francona;
Zotica: donna rozza e villana dai modi esuberantemente arruffoni; voce forse dal greco zo- tikòs: pieno di vita, ma piú probabilmente dal lat.:ex-oticus: forestiero e quindi ignaro dei giusti usi e costumi di un luogo.
Tutte queste voci, in napoletano vengon rese con un unico termine(un aggettivo, usato però quasi sempre in maniera sostantivata) che racchiude in sé tutte quante le varie accezioni esaminate; esso termine è Strellazzèra che è appunto la donna becera, ciana, zotica e villana quando non laida che fa dell’urlare e del proporsi chiassosamente la sua costante divisa; pacifica la sua etimologia in quanto deverbale forgiato sul b. latino:stridulare (dal classico stridulus) con aggiunta d’un suffisso peggiorativo: era.
Talvolta la voce strellazzèra, in luogo d’essere usata quale aggettivo sostantivato, riprende la sua originaria funzione d’aggettivo in accompagnamento – per designare un po’ tutte le evenienze summenzionate – con il sostantivo vajassa che sta in origine ad indicare la fantesca, la serva ed estensivamente la donna di bassa condizione sociale e quindi vile e plebea, se non rozza, villana, dai modi ineducati; ed a maggior ragione quando la vajassa sia anche strellazzèra.
Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutoci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana.
Per incidens rammenterò che dalle medesime voci arabo-francesi, il toscano à tratto il termine bagascia nel significato di meretrice, significato presente anche nel napoletano nell’espressione: essere ‘na vajassa d’’o rre ‘e Francia e cioè: esser fantesca del re di Francia, id est: meretrice contaminata dalla sifilide o tabe, rammentando che tale affezione venerea fu detta dai napoletani mal francese (ritenendosi malattia trasmessa ai napoletani, attraverso le meretrici locali, dai soldati francesi di Carlo VIII (1470 - 1498), mentre per converso, in Francia fu malattia detta mal di Napoli). Raffaele Bracale

VULISSE METTERE ‘O CÀNTERO CU ‘ARCIULO?

VULISSE METTERE ‘O CÀNTERO CU ‘ARCIULO?

Letteralmente: Vorresti porre (a confronto) il pitale con l’orcio? Id est: Avresti forse intenzione, con il tuo errato comportamento,e/o argomentare di entrare in una tale confusione da non essere in grado piú di cogliere le differenze intercorrenti tra un volgare contenitore di deiezioni (il càntaro) ed un signorile, magari pregiato grande vaso panciuto di terracotta usato per conservare olio o derrate alimentari (l’orcio)?
L’espressione in epigrafe ripete, ma in maniera quanto piú colorita ed icastica, il concetto dell’italiano confondere la lana con la seta espressione quest’ultima che, oltre ad essere meno colorita della napoletana, à in sé un che di anòdino, ambiguo, dubbio, enigmatico, oscuro atteso che non è semplicissimo intendere quale tra la lana e la seta sia il filato da tenere in maggior considerazione; al contrario nell’espressione napoletana che non ingenera dubbi, facilmente si coglie quale tra i due sia il contenitore piú nobile; l’espressione napoletana è usata come sarcastico, salace commento al vacuo, vuoto, inconsistente, futile, fatuo ragiomento di uno sciocco sprovveduto che pone a paragone due soggetti o concetti diametralmente opposti e tra i quali non vi dovrebbe essere confusione e/o competizione; l’espressione è usata altresí come salace commento all’ inconsistente, futile, fatuo atteggiamento che tenga uno spocchioso supponente che, privo di ogni acclarata dote fisica (forza,energia, vigore etc. ) e/o morale (cultura,preparazione, istruzione, coraggio etc.) pretenderebbe di entrare in competizione con chi invece di quelle doti sia indubbiamente e patentemente fornito; va da sé che in tale ipotetico confronto il supponente rappresenterebbe il càntaro e l’antagonista l’arciulo.
vulisse letteralmente volessi, ma qui vorresti voce verbale (2 °prs. sg. dell’imperfetto congiuntivo) dell’infinito vulere/é= volere che è dal lat. volg. *volíre→*vulire→vulére, per il class. velle, ricostruito sul tema del pres. volo e del perfetto volui; la voce a margine come détto è la 2°prs. sg. dell’imperfetto congiuntivo e correttamente andrebbe reso con il congiuntivo volessi , ma spesso il napoletano usa il congiuntivo come condizionale (modo che pure esiste in grammatica napoletana, ma che è raramente usato preferendoglisi il congiuntivo imperfetto ed è presente quasi soltanto negli scritti di poeti canzonieri o giornalisti letterati fattisi condizionare per un motivo od un altro dalla lingua ufficiale: cfr. ad es.: Vincenzo Russo I’ te vurria vasà e Armando Pugliese Vurria;bizzarrie di chi si lascia influenzare se non addirittura mettere le pastoie dall’italiano o di chi vi si abbandona temendo di incorrere in qualche strafalcione grammaticale; un popolano nel suo istintivo eloquio veracemente napoletano non potrebbe mai dire: I’ te vurria vasà” direbbe sempre “I’ te vulesse vasà”, né direbbe “Vurria”, ma sempre “vulesse” con buona pace di V. Russo, A.Pugliese e qualche altro!; per tale motivo l’attesto congiuntivo volessi è stato reso qui con il condizionale vorresti;
càntaro s.m. alto vaso cilindrico di terracotta rivestito all’interno ed all’esterno di uno smalto o patina idrorepellente che, dopo l’uso favorisse la pulizia di tale vaso di comodo,contenitore provvisto, per lo spostamento, di due anse laterali e di un’ampia bocca con cordolo doppio su cui potersi comodamente sedere; tale vaso fu usato un tempo per raccogliere le deiezioni solide; per quelle liquide ci si serviva di un piú piccolo e maneggevole contenitore di ceramica patinata o, piú spesso, di ferro smaltato che ebbe come nome alternativamente o ruagno o piú comunemente rinale(voce però piú moderna, evidentemente ricavata per deglutinazione da (o)rinale ;) ruagno fu invece voce piú antica usata ancóra negli anni ’50 sia pure soltanto sulla bocca delle persone piú vecchie: nonni, nonne e/o zii molto anziani,voce usata anche come bruciante offesa(cfr. l’espressione: Sî ‘na scarda ‘e ruagno!(Sei un coccio di orinale!); quanto all’etimo di ruagno dirò che essendo solitamente questo piccolo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellente necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare la voce ruagno dal greco ruas che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era destinato ad accogliere improvvisi scorrimenti derivanti o da cattiva ritenzione idrica, oppure da attacchi diarroici viscerali; tornando alla voce càntaro, etimologicamente esso è un derivato del lat. cantharu(m) che è dal greco kantharos;rammento che il termine càntaro non va assolutamente confuso con la voce cantàro che è voce indicante una misura: quintale ed è derivata dall’arabo qintar (cfr. l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! Meglio un quintale in testa che un'oncia nel sedere! Id est: meglio patire un danno fisico, che sopportare il vilipendio di uno morale. In pratica gli effetti del danno fisico, prima o poi svaniscono o si leniscono, quelli di un danno morale perdurano sine die. A margine di tale espressione rammento che talvolta sulla bocca di napoletani meno consci della propria lingua l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! è resa con una scorretta È mmeglio ‘nu càntaro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo cioè Meglio portare un càntaro in testa che un’oncia in culo espressione che comunque non à una ragione logica in quanto è incongruo mettere in relazione un pitale (càntaro) con un peso (oncia) piuttosto che rapportare due misure: quintale (cantàro) ed oncia (onza)).
arciulo s.m. orcio; come ò già détto: grande vaso panciuto di terracotta, che soprattutto un tempo era usato per conservare liquidi, in partic. l'olio e /o altre derrate alimentari come olive in salamoia, oppure ortaggi bolliti in aceto e conservati sott’olio(melanzane, peperoni, sedano ed altro) oggi si impiega per lo piú come vaso da piante; l’etimo di arciulo è dal lat. *urceolu(m) diminutivo di urce(um).
raffaele bracale

lunedì 28 dicembre 2009

MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA

MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA

Elenco qui di seguito un congruo numero di monosillabi in uso nella parlata napoletana, indicandone volta a volta oltre significato ed (ove possibile) etimo anche quella che mi appare la maniera piú corretta di scriverli.
Cominciamo con i piú semplici monosillabi e cioè con gli articoli; abbiamo gli articoli determinativi
--‘a = la art. determ. f. sing. si premette ai vocaboli femminili singolari; deriva dal lat. (ill)a(m), f. di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);
--‘o/’u = lo art. determ. m. sing. si premette ai vocaboli maschili o neutri singolari; la forma ‘u è forma antica di ‘o ora ancora in uso in talune parlate provinciali e/o dell’entroterra; la derivazione sia di ‘o che di ‘u è dal lat. (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello'; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘); la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo inteso neutro, ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘o pate voce maschile, ma ‘o ppane voce neutra etc.)
o’ non è come a prima vista potrebbe apparire un’errata scrittura del precedente articolo ‘o (lo/il), errata scrittura (tutti possiamo sbagliare!) che talvolta mi è capitato di ritrovare inopinatamente in talune pagine di giornali, vergata da indegni pennaruli che per mancanza di tempo o ignavia non usano piú rileggere e/o correggere ciò che scrivono (....mi rifiuto infatti di credere che un giornalista non sappia che in napoletano gli artt. lo/il vanno resi con ‘o e non con o’) a meno che quei tali pennaruli nel loro scrivere non errino lasciandosi condizionare dalla dimestichezza con lo O’ (apocope dello of inglese che vale l’italiano de/De).
L’ o’ napoletano a margine è anch’esso un’apocope, quella del vocativo oj→o’=oh e viene usata nei vocativi esclamativi del tipo o’ fra’!= fratello! oppure o’ no’!= nonno! La forma intera oj è usata in genere nei vocativi come oj ne’! – oj ni!’= ragazza! – ragazzo!. Rammento che il corretto vocativo oj viene – quasi sempre e nella maggioranza degli anche famosi e famosissimi scrittori e/o poeti partenopei – riportato in una scorrettissima forma oje con l’aggiunta di una pletorica inesatta semimuta e, aggiunta che costringe il vocativo oj a trasformarsi nel sostantivo oje = oggi con derivazione dal lat. (h)o(di)e→oje; ah, se tutti i sedicenti scrittori e/o poeti partenopei prima di mettere nero sul bianco facessero un atto di umiltà e consultassero una buona grammatica del napoletano, o quanto meno compulsassero un qualche dizionario, quante inesattezze o strafalcioni si eviterebbero! Purtroppo tra i piú o meno famosi o famosissi scrittori e/o poeti partenopei che reputano d’esser titolari di scienza infusa, l’umiltà non trova terreno fertile! Il Cielo perdoni la loro supponenza spocchiosa...

--‘e = gli, le art. determ. m.e femm. plurale. si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat. (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; l’aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘e pate voce maschile, ma ‘e mmamme voce femminile, ‘e figlie= i figli voce maschile, ma ‘e ffiglie= le figlie voce femminile etc.); e passiamo a gli articoli indeterminativi: abbiamo
--‘no/’nu = corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso) nella lingua napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il malvezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le
--‘na = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una; l’etimo di ‘na è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’aferesi della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori, anche preparati, seguano il malvezzo di scrivere l’articolo na come pure il corrispondente del maschile e neutro no/nuprivi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile. E passiamo alle preposizioni cioè quella parte invariabile del discorso che, preposta a sostantivi, aggettivi, pronomi, infiniti di verbi, indica la relazione che passa tra quelli e altri nomi e verbi, serve cioè a formare dei complementi; ricordato che, cosí come nella lingua italiana, anche in quella napoletana si ànno preposizioni proprie che sono ‘e= de =di, a, ‘a =da, cu = con, pe= per, fra | preposizioni improprie, che sono: annante/ze= davanti, arreto= dietro, doppo=dopo, vicino l ecc. nonché ' preposizioni articolate, che sono quelle che risultano dalla fusione di una preposizione propria (in napoletano di solito la a con un articolo determinativo.
Posto che come indicato in epigrafe qui ci interessano i monosillabi, tenendo da parte le preposizioni improprie dirò di quelle proprie:
--‘e = de corrisponde all’italiano di e 1) serve a stabilire una relazione di specificazione, in cui determina il concetto piú ampio espresso dal nome da cui dipende, continuando la funzione che era stata del genitivo latino: ‘o calore d’’o (=de ‘o) sole; ‘o profumo d’’e(=de ‘e) rrose; ‘e rummure d’’a(=de ‘a) strata; 2) rientrano nell'ambito della specificazione talune relazioni particolari; di possesso o appartenenza: ‘a casa ‘efràtemo; ‘e guagliune d’’o salumiere etc. | rispetto ad un'opera, l'appartenenza può essere riferita al suo autore, inventore ecc.: ‘nu libbro’e Marotta; ‘a «Pietà» ‘e Michelangelo etc. | di parentela: ‘a mugliera d’’o duttore; ‘a sora ‘e Salvatore etc. 3) in dipendenza da nomi che indicano quantità, insieme, numero, oppure da aggettivi sostantivati o pronomi che indicano una quantità indefinita, introduce ciò a cui quella quantità o quell'insieme si riferisce: ‘nu chilò ‘e pane; ‘na duzzina d’ ova; ‘na ‘nzerta ‘e rafanielle; ‘nu sacco ‘e patane etc.; 4) davanti a un nome proprio (spec. di città, località, persona) in funzione denominativa, stabilisce una relazione di tipo appositivo: ‘a città ‘e Roma;’a repubblica ‘e matu Rrafele; ‘o nomme ‘e Salvatore è assaje ausato a Napule; 5) limita l'ambito, l'aspetto per cui è valida una qualità, una condizione: sano ‘e cuorpo; buono ‘e core; tardo ‘e refresse; cunoscere quaccheduno sulo ‘e nome | la qualità o la condizione può implicare un concetto di abbondanza o di povertà, privazione: n’ommo chino ‘e ‘ngegno; ; mancà ‘e ‘sperienza; ‘nu paese privo ‘e mezzi | di colpa o di pena: accusato ‘e ‘nu ‘micidio; accusà ‘e trarimento; multà ‘e cientumila lire etc; 6) introduce l'argomento di un discorso, di uno scritto, di un'opera: discutere ‘e pallone; parlà bbuono ‘e quaccheduno ; ‘nu trattato ‘e pasticciaria ;’na pellicula ‘e spionaggio; 7) nelle comparazioni può introdurre il secondo termine di paragone: Mario è cchiú aveto ‘e Giuanne; Bologna è cchiú a nord ‘e Firenze
8) esprime una modalità: essere ‘e buon umore; jí ‘e corza; ; ridere ‘e core; vevere ‘e unu surzo. etimologicamente la prep. ‘e= de deriva lal lat. dí;
--‘a /da corrisponde alla preposizione da dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) introduce un moto da luogo: vengo ‘a casa 2) esprime allontanamento, separazione, distacco: me ne vaco ‘a cca! 3) in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: peserrà ‘a quaranta a cinquanta chile; 4) con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficientePumpeie fuje distrutta da ‘o Vesuvio; ‘a porta fuje sbattuta da ‘o vento; 5) con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui ha avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: venimmo a villeggià cca ‘a paricchi anne; è ‘a Natale ca nun aggio cchiú nutizie soje; 6) unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo più con il valore di 'presso': fermarse a durmí da quaccheduno; ‘ncuntrarse da ‘o nutaro ; restà a cenà da n’amico
7) seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco da ‘o farmacista; arrivo da mio figlio appena pozzo;
8) con valore variamente modale: aggí ‘a signore; vivere ‘a marchese; | apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa: faccio ‘a ppe mme; pigliatello ‘a ppe tte; chi fa ‘a sé fa pe ttre | con sfumatura di limitazione: cecato ‘a n’ occhio; zuoppo ‘a ‘nu pere.
9) introduce la destinazione, il fine, lo scopo a cui qualcosa o anche un animale è adibito: rezza ‘a pesca ma piú spesso rezza pe piscà; cavallo ‘a corza ma piú spesso cavallo ’e corza; ; lente ‘a sole ma piú spesso lente p’’o sole; | in talune locuzioni, apparentemente di questo stesso tipo, prevale la funzione attributiva: carta ‘a bollo; festa ‘a bballo; messa ‘a requiem ma piú spesso carta ‘e mbollo, festa ‘e bballo, messa ‘e requiem. l’etimo della preposizione da/’a è dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.
--cu corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni :
1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu ll’ amice; campa (‘nzieme) cu ‘a sora;
2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme;
3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu tutto ‘o cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino;
4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o treno ;
5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!;
6) può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma è proprio ‘mpussibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum dà cu e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori, accreditati da qualcuno (ma evidentemente a torto) d’essere esperti della lingua napoletana, autori che invece ànno spesso marcato o marcano il loro napoletano sulla sintassi e la grammatica dell’italiano Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè
--pe che (con etimo dal lat. per) corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni :
1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato pe Caserta; ‘o curteoà sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené delure pe tutt’’a vita | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a sagliuta
2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ;
3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra;
4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a essere pronto pe Nnatale
5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà pe bbocca ‘e n’ato;
6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ ammore sujo; condannà pe ‘mmicidio;
7) introduce il fine o lo scopo: libbro pe gguagliune; pripararse pe ‘nu viaggio; attrezzarse p’’a montagna; | in dipendenza da verbi che indicano preghiera, giuramento, promessa, esortazione e sim., indica l'ente, la persona, il principio ideale per cui o in nome di cui si prega, si giura, si promette ecc.: facítelo pe Ddio; pe ccarità, facite ca nun se venesse a sapé in giro; giurà pe ll’uocchie suoje; ll’à prummiso pe qquanto tène ‘e cchiú ccaro |, Pe ttutte ‘e diavule!, p’’a miseria! e sim., formule di esclamazione o di imprecazione
8) introduce la persona o la cosa a vantaggio o a svantaggio della quale un'azione si compie o una circostanza si verifica: faciarria qualsiasi cosa pe tte; accussí nun va bbuono pe nnuje; piezzo e ppejo pe cchi nun vo’ capí; n’aria ca nun è bbona p’’a salute; murí p’’ammore d’’e figlie; pregàe p’’e muorte; avutà pe n’amico ; ‘a partita è fernuta tre a ddoje p’’a squadra ‘e casa ;
9) determina il limite, l'ambito entro cui un'azione, un modo di essere, uno stato ànno validità: pe ll’intelliggenza è ‘o meglio d’’a classe; p’’e tiempe ‘e mo, è pure assaje; pe chesta vota sarraje perdunato; pe lloro è comme a ‘nu figlio; pe mme, state sbaglianno; pe quanto te riguarda, ce penzo io personalmente ;
10) introduce il modo, la maniera in cui un'azione si compie: ; parlà pe ttelefono; chiammà pe nnomme ; pavà pe ccuntante; tené pe mmano; assumere pe ccuncorzo;
11) indica un prezzo, una stima: aggio accattato pe ppochissimi sorde ‘nu bbellu mobbile antico; vennere ‘na casa pe cciento meliune; nun ‘o faciarria pe ttutto ll'oro d’’o munno;
12) in funzione distributiva: marcià pe dduje;metterse pe ffile; uno pe vvota; duje pacche pe pperzona; juorno pe gghiuorno | per estensione, indica la percentuale (pe cciento, nell'uso scritto %): ‘nu ‘nteresse d’’o diece pe cciento (o 10%) | nelle operazioni matematiche, dice quante volte un numero si moltiplica o divide (nel secondo caso può essere omesso): multiplicà cinche pe ddoje 5 ; diciotto diviso (pe) ttre dà seje; da qui l'uso assol. di pe a indicare un prodotto (nell'uso scritto rappresentato dal segno X)
13) introduce una misura o un'estensione: ‘a strata è ‘nzagliuta pe pparicchie chilometri; l'esercito avanzaje pe ccinche miglia e cchiú;
14) introduce una funzione predicativa, equivalendo a come: averlo p’ amico; pigliarla pe mmugliera; tené pe ccerto; pavà ‘nu tot pe ccaparra;
15) indica scambio, sostituzione, equivalendo alle locuzioni in vece, in cambio, in luogo di e sim.: l’aggiu pigliato p’’o frato; t’’o ddice isso pe mme; capí ‘na cosa pe n’ata;
16) indica origine, provenienza familiare nella loc. pe pparte ‘e: parente pe pparte ‘e mamma;
17) il pe seguito dal verbo all'infinito introduce una prop. finale: l’hê scritto p’’o ringrazzià?; ce ne vo’ pe tte cunvincere!; | causale: fuje malamente cazziato p’ avé risposto scustumatamente; era assaje stanco pe nun avé durmuto tutt’’a notte| consecutiva: è troppo bbello p’ essere overo; sî abbastanza crisciuto pe ccapirlo
18) nelle loc. perifrastiche , stare/stà pe, essere sul punto, in procinto di: stongo pe ppartí; steva quase pe sse cummuovere;
19) concorre alla formazione di numerose loc. avverbiali: p’’o mumento; pe qquanno è ‘o caso; pe ttiempo; pe lluongo; pe llargo; pe ccerto; pe ll'appunto; pe ccaso; pe ccumbinazzione; pe ppoco | congiuntive: p’’o fatto ca; pe vvia ca | pe ppoco (assaje, bello, brutto, caro e sim.) ca è o ca fosse , con valore concessivo: pe ppoco ca è, meglio ‘e niente.
Rammento, come ò già detto, che derivando il napoletano pe dal lat. pe(r) non necessità di alcun segno diacritico (accento o apostrofo) e pertanto va sempre scritta semplicemente pe e non nel modo scorretto pe’ che purtroppo ò spesso trovato anche fra i soliti grandi autori partenopei accreditati, ingiustamente!, di essere esperti della lingua napoletana; ovviamente il pe usato davanti a vocale va eliso in p’,(ed è chiaro che l’apostrofo non indica la caduta del gruppo originario er ma della sola vocale e di pe); usato invece davanti a consonante il pe esige la geminazione della consonante per cui avremo pe pparlà e non pe parlà e cosí via.
Esaurito il discorso sulle preposizioni semplici, passo alle articolate che comunque si risolvono in un monosillabo.
Preciso súbito che nel napoletano non si ritrovano preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con le preposizioni semplici di, da,con, per ma solo preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a. In napoletano infatti non si avranno mai preposizioni del tipo dello, della,dallo,dagli etc. preferendosi per esse la forma disagglutinata ‘e ‘o – ‘e ‘a ed anche de ‘o – de ‘a – da ‘o – da ‘a/ra ‘a etc.
Abbiamo invece sempre le seguenti forme di preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a; analiticamente abbiamo:
1) --ô che è la scrittura contratta di a + ‘o= a +il,lo e tale preposizione articolata ( derivata dal lat. ad+ (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello' va sempre usata, in corretto e pretto napoletano, da sola per significare al, allo o unita alle cosiddette preposizioni improprie e/o avverbi: annante/ze= davanti, arreto= dietro,’ncoppa= sopra, sotto, doppo=dopo, vicino, comme etc.perché il napoletano mentalmente non elabora ad es. davanti il,dietro il o vicino il, come il etc. come accade per l’italiano, ma elabora davanti al,dietro al o vicino al, come al etc. elaborazioni che correttamente messe per iscritto vanno rese annante ô, arreto ô o vicino ô, comme ô etc. e non annante ‘o, arreto ‘o o vicino ‘o, comme ‘o come invece spesso (per non dire quasi sempre) mi è occorso di trovare negli autori napoletani (anche famosi e famosissimi), ma con molta probabilità a digiuno delle esatte regole grammaticali e sintattiche della lingua napoletana che è diversa dalla lingua nazionale, alla quale, con ogni probabilità, ma errando, quegli autori intesero uniformarsi pur nello scrivere in napoletano che – mi ripeto – è cosa affatto diversa dalla lingua nazionale, quantunque generata dal medesimo padre: il latino volgare e parlato!
2)--â (derivata dal lat. ad+ (ill)a(m)) che è la scrittura contratta di a + ‘a e sta per alla preposizione articolata femminile,per la quale valgono i medesimi campi applicativi della precedente ô = al, allo;
3) --ê che è la scrittura contratta di a + ‘e e sta o per alle o per a gli. preposizione art. plurale valida per il maschile ed il femminile; preposizione per la quale valgono i medesimi campi applicativi visti per ô ed â nonché per gli art. plurali ‘e essa preposizione si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat.ad + (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; quando è posta innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.:êpate= ai padri, voce maschile, ma ê mmamme= alle mamme, voce femminile.
Esaurita cosí la trattazione relativa alle preposizioni semplici ed articolate, passiamo ad altri monosillabi in uso nel napoletano; e prima di parlare delle voci verbali monosillabiche e poi di, pronomi, sostantivi, congiunzioni ed infine avverbi, mi soffermo su tre aggettivi dimostrativi:
-- ‘stu,’sto, ‘sta ‘sti;
‘stu, ‘sto è la forma aferizzata dell’ aggettivo maschile chisto/chistu e/o di quello neutro chesto/chestucorrispondente all’taliano questo;
‘sta è la forma aferizzata dell’ aggettivo femm. chesta corrispondente all’taliano questa; sia per quanto riguarda gli aggettivi maschile e neutro che per quello femm.le
‘sti è la forma aferizzata dei plurali degli aggettivi masch., neutro o femm. chisti - cheste corrispondenti all’taliano questi – queste;ovviamente le forme aferizzate ‘stu,’sto,’sta.’sti possono essere usate sia davanti a parola cominciante per consonante, che per vocale, con l’accortezza che usati davanti a voci cominciant per vocale, occorre procedere all’elisione che comporta il segno dell’apostrofo in fine di aggettivo e l’eliminazione del segno iniziale d’aferesi per non caricare una voce di troppi segni diacritici; avremo perciò ad es.st’ommo,st’uorgio,st’anema.st’idioti e non ‘st’ommo,’st’uorgio,’st’anema.’st’idioti
possiamo dire per tutti che si tratta di agg. dimostr. cheprecedono sempre il sostantivo
1) indicano persona o cosa vicina, nel tempo o nello spazio, a chi parla: chistu ‘mbrello è ‘o mio;’stu ‘mbrello è ‘o mio ; ‘sta lettera è appena arrivata; ‘sti lamentele toje so’ propeto inutile ; ‘stu ggiurnale è mmeglio ‘e chillo; ‘sta sera,’sta matina = stasera, stamatina; ‘stu mese, il mese in corso; ‘sta vita, ‘stu munno, contrapposti all'altra vita | possono essere determinati da un avv., da un agg. o da una prop. relativa: ‘stu libbro cca; ‘stu manesiglio russo; ‘stu lappese ca tengo ‘mmano | può essere rafforzato da stesso, meresimo: me dicette ‘sti stesse, meresime parole | con valore enfatico, equivale all'agg. poss. di prima persona sing.: l'aggiu visto cu st’ uocchie, con i miei occhi | uniti a giorni, mesi, anni e sim., possono indicare quelli in corso o quelli immediatamente a venire: ‘e facenne ‘e st’ anne; uno ‘e ‘sti juorne ne turnammo a pparlà;
2) indicano persona o cosa di cui si sta parlando: ‘sta truvata ‘o rummanette ‘e stucco ; st’ avvocato è abbastanza cunusciuto dint’ ô quartiere nuosto | in espressioni ellittiche, dove non si aferizzano mai:chesta è bbella!, per esprimere meraviglia e sdegno o per sottolineare qualcosa di strano e di inaspettato; chesta nun me ll'aspettavo!; pigliate cheste! botte;
3) simile, siffatto, di questo genere: nun ascí cu ‘stu friddo!; ‘o ssaje ca ‘sti trascurze me fanno jí ‘o sango ‘ncapa;
talvolta sono usati come pron. dimostr. (ma mai aferizzati)
a) indicano persona o cosa vicina a chi parla, o persona o cosa della quale si sta parlando: chisto è ‘o sicritario nuovo ; chisto è ‘o ‘mbrellomio; ne vulesse cinche di cheste; pígliate chesta vicino a mme | spesso contrapposto o in correlazione con quello: vuó chisto o chillo?; me magnasse primma chesto, e ppo chello; di due persone o cose già menzionate, possono indicare quella menzionata per seconda: Luigge e Giuvanne tenono ‘a stessa aità, ma chillo è nnato a giugno, chisto a nuvembre; con valore piú generico: ‘o va dicenno a chisto e a chillo, all'uno e all'altro, a chiunque
b) ciò, la cosa di cui si parla:chestu cca me preoccupa; a chest’ato ce penzammo doppo ; pe chesto nun t’aggiu scritto; cu cchesto aggiu fernuto | cu (tutto) chesto,à continuato a sbraità nonostante ciò, a malgrado | e cu chesto? , e allora?: à sbagliato sissignore, e cu cchesto?
L’etimo per chisto, chesto e chesta da cui i monosillabi a margine sono dal lat. volg. *(ec)c(um) istu(m), propr. 'ecco questo' ed *(ec)c(um) ista(m), propr. 'ecco questa' con infissione dell’acca diacritica per render gutturale il suono velare di cistu→chisto/chestu e cista→chista→chesta.
--so’ forma apocopata di songo corrispondente all’italiano sono voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma songo/so’ marcata etimologicamente sul lat. su(m)→so presenta un suffisso –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.
--sî corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî forse derivata etimologicamente dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologica per distinguere la voce verbale a margine da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;
--sta corrispondente all’italiano sta voce verbale (3° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare; la forma a margine, come la corrispondente dell’italiano, è marcata etimologicamente sul lat. sta(t) e non esige quindi segni diacritici atteso che a cadere è una semplice consonante e non una sillaba (ovviamente vocalica);
--sto’ forma apocopata di stongo corrispondente all’italiano sto voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare la forma stongo/sto’ è marcata etimologicamente sul lat. sto ma presenta un suffisso (forse del parlato) –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.; l’apocope della sillaba ngo comporta il segno dell’apostrofe per cui si avrà sto’ per stongo;
--dà = dà voce verbale (3° p.s. indicativo pres.) o anche infinito del verbo dare/dà derivato del lat. dare; è pur vero che in napoletano non esiste la preposizione da che in napoletano è sempre (cfr. antea) ‘a per cui non essendovi possibilità di confusione fra voci omofone la voce verbale 3° p.s. indicativo pres. potrebbe anche scriversi tranquillamente da evitando un pleonastico accento sulla a (dà), ma per non essere accusato da qualche sprovveduto (ignaro che i raffronti occorre farli nell’ambito della medesima lingua) dicevo per non essere accusato da qualche sprovveduto di non sapere che la3° p.s. indicativo pres.del verbo dare esige l’accento (dà) preferisco nun mettere carne a cocere (evitare polemiche) e pro bono pacis faccio una forzatura alle mie conoscenze e convinzioni linguistiche ed adeguo (sia pure a malincuore) il dà napoletano al dà dell’italiano. Diverso è il discorso per il dà (forma tronca dell’infinito dare). Premesso che, normalmente occorre accentare sull’ultima sillaba tutte le voci verbali degli infiniti (per lo meno bisillabi) tronchi o apocopati (ess.: magnà, purtà, pusà, cadé, rummané etc.) per modo che si possa facilmente individuare la sillaba su cui poggiare il tono della parola, cosa che non avverrebbe se in luogo di accentare il verbo si procedesse ad apostrofarlo per indicarne l’apocope dell’ultima sillaba; in tal caso infatti non spostandosi l’accento tonico si altererebbe completamente la lettura del verbo; facciamo un esempio: il verbo spàrtere (dividere) che apocopato dell’ultima sillaba diventa spartí se in luogo dell’accento fosse scritto con il segno dell’apocope sparti’ dovrebbe leggersi col primitivo accento spàrti e non indicherebbe piú l’infinito, ma – forse - la 2° pers. sing. dell’ind. pres. Premesso tutto ciò, a mio sommesso, ma deciso avviso è opportuno – per una sorta di omogeneità accentare sull’ultima sillaba tutti i verbi al modo infinito anche quelli monosillabici (ovviamente quando si tratti di autentici verbi presenti nel napoletano e non presi in prestito dall’italiano!, come impropriamente fa qualcuno che annovera tra gli infiniti del napoletano un inesistente dí contrabbandato per infinito apocopato del verbo dícere laddove è risaputo che il napoletano pretto e corretto usa sempre la forma dícere e mai l’apocopato dí e chi lo facesse o avesse fatto, sbaglierebbe o si sarebbe sbagliato quand’anche si chiamasse Di Giacomo! ) ottenendosi perciò:dà = dare( apocope del lat. dare) , fà = fare ( apocope del lat. facere) evitando di scrivere – come invece propone qualcuno – da’ o fa’ che potrebbero esser confusi con gli imperativi da’= dai o fa’= fai.
--jí= andare; infinito del verbo jí usato anche nella forma ghí/gghí(cfr. a gghí a gghí) verbo derivato dal lat. ire.Rammento che è scorretto usare il detto infinito nella forma í atteso che la j= gh fa parte integrante del tema del verbo e non può essere impunemente eliminata!
Continuando con le voci verbali monosillabiche avremo:
--va’ da non confondersi con va la voce va’ è dell’ imperativo 2° p. sg. e corrisponde a vai di cui è apocope, mentre va = va dell’italiano è la 3° p. sg. dell’indicativo presente ambedue dell’infinito jí= andare etimologicamente il verbo jí è dal lat. ire, ma per le forme del presente ind. vaco, vaje, va e per l’imperativo va’ cioè per tutte le forme che ànno per tema vac- occorre risalire al lat. vacare 'andare';
--vi’ corrisponde a vi(de) imperativo 2° p. sg. dell’infinito vedé con etimo dal lat. vidíre;talvolta anche vvi’ in talune interrogative dopo le vocali o – e (cfr. ‘o vvi’? – ‘e vvi’?)
--‘í altra forma del precedente vi’ qui con aferesi della v iniziale sostituita dall’apostrofo e con sostituzione della i apostrofata (i’) con una í per evitare l’appesantimento di due apostrofi uno iniziale ed uno finale nella medesima voce; anche questa ‘í sta per vi(de ) soprattutto nelle espressioni quali ‘a ‘í lloco= vedila lí= eccola lí, ‘o ‘í ccanno= vedilo qui= eccolo qui);
--hê = scrittura contratta di aje (2° per. sg. ind. pres. del verbo avé) corrispondente all’italiano hai che personalmente preferisco ed uso scrivere ài evitando l’inelegante consonante diacritica h sostituita da un elegante accento, cosí come mi insegnò negli anni ’50 la mia insegnante delle scuole elementari , sostituzione che si ripete altrove quando à sostituisce ha, ài sostituisce hai ed ànno sostituisce hanno ; i medesimi motivi di eleganza stilistica mi spingono a consigliare, anche per il napoletano d’usare à, ài, ànno piuttosto che ha, hai, hanno; nella voce a margine è stato giocoforza usare un’ acca diacritica che segnalasse la differenza tra ê= ai, a gli, alle e la (h)ê voceverbale del verbo avé; ricordo che il verbo avé, in tutti i suoi tempi, seguito dalla preposizione ‘a (da) e da un infinito vale il verbo dovere e tavolta è usato per indicare un’azione futura: ess.: m’hê ‘a stà a ssèntere = ài da starmi ad ascoltare =mi devi ascoltare; dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille = domani ò da tagliarmi i capelli= domani mi taglierò i capelli o anche:dimane aggi’’’a jí a d’’o barbiere = domani andrò dal barbiere azione che, rammento, può essere espressa però acconciamente anche con un verbo al presente: dimane vaco a d’’o barbiere= domani vado (andrò) dal barbiere ;
--me’ voce verbale apocopata di mena = spingi, butta e nell’iterativo mena, me’= tira via, lascia correre! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito menà che è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'
--tra’ voce verbale apocopata di trase = entra,vieni dentro, e nell’iterativo trase, tra’= suvvia, non perder tempo, entra ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito trasí/tràsere che è dal lat. transire→*trasire;
--cu’ voce verbale apocopata di curre = corri,fa’ presto, affrettati, soprattutto nell’iterativo curre, cu’= suvvia, non perder tempo,sbrigati ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito correre che è dal lat. currere;la voce a margine non va confusa con l’omofona cu = con di cui parlerò in appresso; del resto questo cu = con, come chiarirò, va scritto senza alcun segno diacritico;
--po’ corrisponde all’italiano puó (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito puté con etimo dal lat. volg. *potíre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; la grafia usata per la voce a margine è l’ apocope di pote che è da po(test) per cui la preferisco a pô dove nella ô si riconoscerebbe la contrazione del dittongo uo di puó; ma chi proponesse questa via non mi convincerebbe atteso che sotto sotto vorrebbe forse far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano non è tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato;
--po corrisponde all’italiano poi avverbio di tempo
1 in seguito, dopo, appresso: po vengo â casa vosta; po sarrà troppo tarde; po, po, mo tengo che ffà! | unito pleonasticamente a un altro avv. di tempo: po doppo se vede | usato per indicare successione: primma trasette ‘o pate, po ‘a mamma; pe mmo facimmo accussí,, po studiammo meglio ‘a fecenna | primma o po, un giorno o l'altro |
2 inoltre, in secondo luogo: non sarria onesto, e ppo nun ne veco ‘a nicessità
3 usato in posposizione, serve a riprendere il discorso o a introdurre un altro argomento: quanno po vedettero ca nun ce steva ‘a fà niente... ; quanno po a cchello ca stevemo dicenno… ' con valore conclusivo: che à ditto po ‘e male?; partarraje dimani, po? | con valore avversativo (anche unito a ma): isso po che colpa ne tene?; chist’ è ‘o cunziglio mio, tu po fa’ comme te pare; ma po nun saccio si è overo o no | in espressioni enfatiche: chesta po!; chesto po no!; e ppo tiene ‘o curaggio ‘e fa ‘a prereca a mme!; no e ppo no!
Quanto al modo di scrivere questo avverbio napoletano, l’unico modo corretto è la forma po priva di qualsiasi segno diacritico in quanto il po napoletano non è l’apocope del poi italiano, ma è etimologicamente direttamente derivante dal po(st) latino ed abbiamo piú volte visto che la caduta di consonanti non necessitano di indicazioni diacritiche; e dunque po e non po’ che – come abbiamo visto – è l’apocope di po(te) (puó);
--vo’ corrisponde all’italiano vuole (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito vulé con etimo dal lat. volg. *vōlere (accanto al lat. class. velle); normale il passaggio della vocale lunga o ad u; la grafia usata per la voce a margine è stata scelta in quanto vo’ è l’ apocope di vole) per cui la preferisco a vô (proposta da qualche pur valente linguista) dove però nella ô si riconosce la contrazione del dittongo uo di vuole; ma accettando tale tesi si corre il grosso rischio forse di far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano non è tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato.
--puó – vuó / bbuó rispettivamente puoi e vuoi (2° pers. sg. ind. pres.) degli infiniti puté e vulé/bulé degli etimi ò detto precedentemente sub po’ e vo’; qui mi preme sottolineare la mia scelta di accentare i tre monosillabi in luogo di apocoparli puo’ – vuo’ / bbuo’ come suggerisce e fa qualcuno, operando una scelta che non mi convince poi che . come ò detto alibi – l’apostrofe dell’apocope non può indicare su quale delle vocali del dittongo deve cadere l’accento per una corretta pronuncia! Non tutti son tenuti a sapere che uò è un dittongo ascendente con la vocale accentata che segue la semivocale....
Esaurite, o almeno considerate molte voci verbali monosillabiche (le prime che mi son venute in mente...) passiamo oltre e trattiamo i pronomi: cominciamo con
--i’ apocope di io ( quasi sempre proclitico), pron. pers. m. e f. di prima pers. sing. indica la persona che parla; si impiega solo in funzione di soggetto o come predicativo quando il soggetto è ugualmente di prima persona singolare (nelle altre funzioni è sostituito dalla forma tonica me o dalla forma atona me); come soggetto può essere sottinteso, ma è sempre espresso quando possono sorgere dubbi sulla persona del verbo, quando si stabilisce una contrapposizione, quando è coordinato con un altro soggetto, quando lo si vuole sottolineare enfaticamente: (i’) nun crero a cchello ca se dice; quanno parlo (io) nun voglio essere interrotto; si (i’) nun facessi accussí, nun fosse o sarria cchiú io; forze è mmeglio ca i’ me ne vaco ; fallo tu, i’ nun ce riesco; i’ e isso continuammo a faticà ‘nzieme; ‘o faccio io!; io,a dicere ‘na cosa ‘e chesta? | si rafforza se è seguito da stesso o preceduto da anche, neanche, nemmeno, proprio, appunto ecc. : vengo i’ stesso; neanch'io so’ stato ‘nfurmato; sono stato proprio io a dicerlo ; l’etimo è dal lat. volg. eo per il class. ego.
--‘o promome maschile o neutro proclitico che vale lo è usato come compl. ogg. e comporta, nel caso sia riferito al neutro, la geminazione della consonte d’avvio del verbo; riferito al maschile non lo esige; ess.: Chellu ppane? ‘O ffacette Nunziatina - Chillu ‘mpiccio ‘o facette isso!
--‘a promome femminile proclitico che vale la ed è usato come compl. ogg. per solito innanzi a consonanti; innanzi a vocali si usa nella forma lla apostrofato →ll’ ess.: ‘a purtaje isso fino â casa.- ‘a sentettemo ‘a vascio ê scale! ll’âmmo (avimmo) sagliuta fino a ‘ncoppa! – ll’îmmo (avimmo)’ntisa ‘a vascio ê scale;
--ce/nce corrisponde all’italiano ce o ci ed è pron. pers. di prima persona pl. atono; usato come compl. di termine in presenza delle forme pronominali atone‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] a noi: nce ‘o dicette; nce ‘a dette sana e salva; ce ‘o rialaje ; nce ‘o dette ; ce ne vulettero assaje; mannatecello; datencille; parlacene
tale ce/nce è usato anche come part. avverbiale [ in presenza delle forme pronominali atone ‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] qui, in questo luogo; lí, in quel luogo; nel luogo di cui si parla: nun ce ‘o truvaje; mettímmoncelo; ce n’êsseno (avesseno) essercene ancòra; nce ne stanno parecchie; l’etimo è dal lat. volg. *(hic)ce, forse per il class. hic 'qui’ e va da sé che la forma nce non necessita di nessun segno diacritico anteposto alla n in quanto quest’ultima non deriva dall’aferesi di un in che produrrebbe un’esatta ‘n, ma è una semplice consonante eufonica di comodo anteposta al ce;
--sé particella pronominale tonica corrispondente a quella dell’italiano sé= se stesso/a/i/e particella di cui forse non metterebbe conto di parlare, perché poco usata nel napoletano se non in particolari costrutti; ad ogni buon conto dirò che si tratta d’un pron. pers. rifl. m. e f. di terza pers. sing. e pl. si usa solo quando si riferisce al soggetto della proposizione, altrimenti è sostituito da isso, essa, lloro; è sempre sostituito da lloro quando vi sia reciprocità d'azione (parlavano tra lloro e non tra sé); si usa talvolta nei complementi retti da preposizione, spesso rafforzato da stesso o medesimo quantunque nel’uso gli si preferiscano i pronomi isso, essa, lloro;: se preoccupano solo ‘e lloro stessi; è suddisfatto d’isso; à fatto molto parlare ‘d’essa ; attirare a ssé; | come compl. oggetto, in luogo della forma atona se, acquista particolare risalto, soprattutto nelle contrapposizioni (e per lo piú seguito da stesso o medesimo): invece di se cunsidera cchiú ‘e ll’ate si può avere cunsidera sé stessocchiú ‘e ll’ate; aggenno accussí danneggia sé stesso e nun giova all’ate; ma meglio: aggenno accussí se danneggia e nun giova all’ate | | penzà sultanto a ssé, comportarsi egoisticamente | dinto di sé, fra sé e sé, nel proprio intimo: pensare qualcosa dentro d’isso, tra sé e ssé | ‘nzé =in sé, ‘nzé stesso = in sé stesso, ‘nzé e nzé e ppe ssé, si dice di cosa che viene considerata soltanto nella sua essenza, nella sua singolarità: ‘a cosa nzé tene poco valore; è ‘na risposta nzé e ppe ssé abbastanza nzipeta | a ssé, a parte, separatamente: è ‘nu caso a ssé; va cunsiderato a ssé | ‘a sé =da solo, senza l'aiuto di altri, senza che altri intervengano: vo’ fà tutto ‘a sé; ma meglio: vo’ fà tutto ‘a ppe isso;l’etimo di questo sé è il lat. sí.
E passiamo ora altre varie particolari voci monosillabiche prima di affrontare avverbi, congiunzioni ed altro;
--oj/o’ - fonema esclamativo che si premette ad un vocativo ad es.: oj ne’ (ragazza!) oj ni’ (ragazzo); esprime, secondo il tono con cui è pronunciataed a seconda del soggetto cui è diretto, dolore, piacere, meraviglia, sdegno, dubbio, sospetto, compassione, paura o altro. Trattandosi di un fonema esclamativo à un’origine quasi certamente espressiva e non è possibile azzardarne una qualche etimologia; rammento che ò trovato (anche in grandi scrittori (o intesi tali) partenopei la voce a margine oj riportata come oje e tutti costoro ànno inteso con tale oje, formulare un richiamo esclamativo, ma tutti sono incorsi nel medesimo errore poi che in pretto e corretto napoletano la voce oje non è un’esclamazione, ma un sostantivo che con derivazione dal lat. volg. hodie→(h)oje significa oggi: la forma apocopata o’ è usata in espressioni esclamative del tipo o’ fra’ (fratello!)te ll’aggiu ditto – o’ no’ (nonno!)lassàteme fà!
--qua’ forma apocopata dell’agg.vo interrogativo o esclamativo qua(le) ‘a qua’ parte sî venuto? – qua’ giacchetta t’ hê miso! l’etimo è dal lat. quale(m). rammento che contrariamente a ciò che avviene nella lingua nazionale, in napoletano quale oltre che apocopato può essere tranquillamente eliso davanti a vocoli non esistendo in napoletano la forma tronca qual;
--ne particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano e come per l’italiano è pron. m. e f. , sing. e pl. [forma atona che si usa in posizione sia enclitica sia proclitica; è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni e si può elidere davanti a vocale]
1) riferito a persona o a persone già nominate in precedenza, di lui, di lei, di loro (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione e d'argomento): mancavano ‘e ggiuvane: a chella festa nun ce ne steva nisciuno; appena ‘o cunuscette,addivintajene amice; ne parlano comme ‘e ‘na perzona capace | in usi pleonastici:n’aggi’ntiso pure troppe!
2) riferito a cosa nominata precedentemente, di questo, di questa, di questi, di queste o di quello, di quella, di quelli, di quelle (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione, d'argomento, di causa e, nell'uso ant. o lett., anche di mezzo): damme ‘na caramella, io nun ne tengo cchiú ; aggio avuto ‘nu libbro libro e ggià n’asggiu liggiuto parecchie paggine; è ‘na cosa troppo/a delicata, preferisco nun parlarne; | in usi pleonastici: ne avimmo mangiate troppo/e assaje ‘e sfugliatelle!; nun ne tenesse, pe fatte mieje ‘e guaje! | in espressioni ellittiche: farne ‘e tutt’’e culure; sapernecchiú ‘e ll’ate; ce ne à ditto ‘nu sacco e ‘na sporta;
3) con valore neutro, riferito a un'intera frase o a un concetto già espressi in precedenza, equivale a 'di ciò': è proprio accussí, ma tu nun ne sî cunvinto; chesta è ‘a verità: è ‘na perzona scustumata, è impossibile nun tenerne cunto | in usi rafforzativi: nun avertene a mmale!; nun ne vale ‘a pena!
4) da ciò, da questo, da quello (indica derivazione, provenienza; in senso fig., conseguenza logica): s’ avvicinaje all'albero e ne spezzaje parecchi ffronne;nun putarria tirarne ata cuncrusione; pígliate ‘e responsabbilità tojele cu tutto chello ca ne dipende | riferito a persona, da lui, da parte sua, da loro, da parte loro: è stata sempe gentile cu tte , ma nun ne à avuto ca malazzione!;avimmo presentato a lloro ‘a richiesta nosta cchiú ‘e ‘na vota , ma non ne avimmo maje ricavato niente!:
Questo ne è usato anche come avverbio ed à i medesimi usi sintattici del pron.: di lí, di là, di qui, di qua (indica allontanamento da un luogo, in senso proprio o fig.): «Sî stato a Napule?» «Sí, mo ne sto’ turnanno »; ‘na vota trasuto dint’ â ‘rotta, nun fuje cchiú capace ‘e ascirne; era ‘na situazzione difficile, ma ne venette fora cu ‘a bbona sciorta | in usi pleonastici: me ne vaco subbeto; se ne fujette ‘e corza | in taluni usi verbali ( jirsene, venirsene, starsene ecc.) è una semplice componente fraseologica: se ne veneva tinco tinco; se ne steva là sulo sulo.
L’etimo della voce a margine è dal lat. inde.
Procediamo oltre:
--ne’ è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo nenna
cfr. antea oj ne’ l’etimo di nenna = fanciulla, ragazza è forse dal greco neanías ma qualcuno prospetta (forse a ragione) lo spagnolo niña o il catalano nina→ninna→nenna;
--ni’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo ninno cfr. antea oj ni’ l’etimo di ninno è il medesimo di nenna di cui è maschilizzazione;
--me/ mme pron. pers. m. e f. di prima persona sing.
1) forma complementare tonica del pron. pers. io; si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; ll’ànno cunzignato a mme; a mme nun me ne ‘mporta; è vvenuto addu me ajere; l'à fatto pe mme; nun pigliartela cu mme ; tra me e tte non c'è stato nisciuna putecarella; raramente è anche rafforzato da stesso o medesimo: me metto scuorno ‘e me stesso | da me, da solo, senza l'aiuto altrui: ll’aggiu fatto ‘a ppe mme | per me, per quel che mi riguarda: pe mme, puó ffà chello ca vuó | secondo me, a mio parere: , pe mme è tutto sbagliato | quanto a me, per quanto mi riguarda: quanto a mme puó stà dint’ ê tranquille | tra me (o tra me e me), dentro di me, nel mio intimo: parlavo tra me e mme; | nun sapé né ‘e me né ‘e te,
2) si usa quasi sempre preceduto dalla preposizione a come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; niru me !; nun sî comme a mme; ne sapevano quanto a mme | non è quasi mai usato come predicato nominale dopo i verbi essere, parere, sembrare,
3) si usa come compl. di termine in luogo del pron. pers. mi in presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: m’’o dicette; me ll’à date n’ata vota; me neà fatte tante e tante; mannàtemelo; pàrlamene. L’etimo della voce a margine è dal lat. me.
-- ma’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo mamma cfr.ad es.: oj ma’ l’etimo della voce mamma è dal lat. mamma(m) 'mammella, poppa' e nel linguaggio infantile 'mamma, mammà’

E andiamo oltre; abbiamo i pronomi
--che pron. rel. invar. corrispondente all’italiano che, ma in napoletano è spesso usato nella forma ca
1) il quale, la quale, i quali, le quali (si riferisce sia a persona sia a cosa, e si usa normalmente nei casi diretti): chillu signore ch’ è trasuto mo è ‘o direttore; ‘e perzone ca tu hê visto, so’ perzone meje tu hai visto; ‘o ggiurnale che staje liggenno è chillo d’ajere
2) talvolta è usato come compl. indiretto, con o senza prep.) soprattutto nel linguaggio pop., spec. col valore di in cui (temporale e locale):’a staggiona ca ce simmo ‘ncuntrate; paese ca vaje ausanze ca truove; piú fortemente popolare o dialettale in funzione di altri compl.: è cchesta ‘a carne ca ('con cui') se fa ‘o broro | in altre espressioni dell'uso comune: (nun) tene ‘e che se lamentà, (non) ne ha motivo; (nun) tene ‘e che vivere, (non) à risorse economiche; | nun c'è che dicere, espressione di consenso
3) la quale cosa (con valore neutro, preceduto dall'art. o da una prep.): te sî miso a sturià, il che te fa onore; nun s’ è ffatto cchiú vedé, dal che aggiu capito ca nun le passa manco p’’a capa chill’affare; | come pron. interr. [solo sing.] quale cosa è usato in prop. interr. dirette e indirette): che ne sarrà ‘e lloro?; che staje dicenno?; a che pienze?; ma ‘e che te miette paura?; nun saccio che fà; nun capisco ‘e che ti lamiente; è spesso rafforzato/seguíto o, nel linguaggio familiare, sostituito da cosa: (che) cosa vuó?; nun saccio (che) cosa penza ‘e fà | che cc’ è, che nun cc’ è, (fam.) tutt'a un tratto, improvvisamente | a cche?, a quale scopo?, a qual pro? | ‘e che?/ e cche?, ‘o che?, ma che?, rafforzativi di interrogazione che esprimono stupore polemico: e che? einisse che dicere? |talora come pron. escl. [solo sing.] quale cosa: che dice!; che m’aveva capità!; ma che m’ at- tocca ‘e sèntere! | come inter., nell'uso familiare, esprime meraviglia, stupore: «Ce vaje?» «Che! (ma piú spesso Addó?) Ma neanche a dicerlo!»; «Che! Staje pazzianno?» | ma che!, lo stesso che macché ||| come pron. indef. indica qualcosa di indeterminato (solo in partic. locuzioni): ‘nu che, nun saccio che, ‘nu certo che, ‘nu certo nun saccio che, | (‘nu) gran che, (una) gran cosa: oje nun aggiu cunchiuso (‘nu) gran che; ne parlano tutti buono, ma pe mme nun è (‘nu) gran che | un, ogni minimo che, un, ogni nonnulla: ‘ncazzarse p’ ògne minimu che
come agg. interr. invar. quale, quali: che tipo è?; a che ora venarrà?; che llibre liegge ‘e solito?; nun saccio ch’ idee tene p’’a capa ||| come agg. escl. invar. quale, quali: ma che idee!; che bbella jurnata!; che perzone antipatiche! | (fam.) molto diffuso l'uso dell'agg. escl. in unione a un semplice agg., senza altra specificazione, in frasi del tipo: che bello!, che bellezza, com'è bello; che strano!, che stranezza, com'è strano | diffusa anche l'anteposizione dell'agg. qualificativo: scemo ca sî!, sei proprio stupido!
rarissimamente è s. m. anzi è usato solo nell'espressione il che e il come e sue varianti, nel senso di 'ogni cosa, tutto': voglio sapé bbuono ‘o cche e ‘o ccomme; t’addimannarrà ‘o cche, ‘o ccome e ’o quanno. L’etimo del che è dal lat. quid mentre la forma ca è forse un prestito di comodo della congiunzione di cui qui di seguito, congiunzione per la quale qualcuno ipotizza, ma poco convincentemente un’aferesi di (poc)ca=poiche mentre mi appare piú corretto l’etimo dal lat. quia→q(ui)a→qa→ca; oltretutto se il ca congiunzione fosse derivata da un’aferesi (poc)ca sarebbe buona norma scrivere il ca congiunzione con un segno d’aferesi ‘ca che distinguesse anche visivamente il ‘ca congiunzione dal ca pronome!Ma i fatti, fortunatamente, non stanno cosí! Proseguiamo
--ca congiunzione che corrisponde all’italiano che
1) introduce prop. dichiarative (soggettive e oggettive) con il v. all’ind. o talvolta al congiunt..: se dice ca è partuto; fosse ora ca te decidisse; nun penzo ca chillo vene; te dico ca nun è overo; è inutile ca tu liegge chillu cartello, manco ‘o capisce... | può essere omesso quando il v. è al congiunt.: spero fosse accussí | con valore enfatico: nun è ca sta malato, pe ccerto è assaje stanco; è ca ‘e juorne nun passano maje!; forze ca nun ‘o sapive?
2) introduce prop. consecutive, con il v. all'indic. o al congiunt. (spesso in correlazione con accussí, tanto, talmente, tale ecc.): cammina ca pare ‘nu ‘mbriaco; parla pe mmodo ca te putesse capí; era talmente emozzionato ca nun riusciva a pparlà; stevo accussí stanco ca m’addurmette súbbeto; | entra nella formazione di locuzioni, come ô punto ca, pe mmodo ca etc : continuaje a bevere pe mmodo ca se ‘mbriacaje;
3) introduce prop. causali con il v. all'indic. o al congiunt.: cummògliate ca fa friddo; nun è ca m’’a vulesse scapputtà
4) introduce prop. finali con il v. all’indicativo o al congiunt.: fa' ca tutto prucede bbuono! ; se stevano accorte ca nun se facesse male;
5) introduce prop. temporali con il v. all'indic., nelle quali à valore di quando, da quando: te ‘ncuntraje ca era ggià miezojuorno; aspetto ca isso parte; sarranno dduje mesi ca nun ‘o veco | entra nella formazione di numerose loc. cong., come ‘na volta ca, doppo ca, primma ca, ògne vvota ca, d’’o juorno ca,: ll’hê ‘a farlo, primma ca è troppo tarde; ògne vvota ca ‘a ‘ncontro me saluta sempe;
6) introduce prop. comparative: tutto è fernuto primma ca nun sperasse
7) introduce prop. condizionali con il v. al congiunt., in loc. come posto ca,datosi ca, ‘ncaso ca, a ppatto ca, nell'ipotesi ca ecc.: posto ca avesse tutte ‘e ragioni, nun s’aveva ‘acumportarse comme à fatto!; t’’o ffaccio, ‘ncaso ca t’’o mierete;datosi ca hê ‘a partí, te ‘mpresto ‘sta balicia;
8) introduce prop. eccettuative (in espressioni negative, correlata con ato, ati, ‘e n’ata manera, per lo piú sottintesi): non fa (ato) ca dicere fessaríe ; nun aggio potuto (altro) ca dicere ‘e sí!; nun putarria cumpurtarme (‘e n’ata manera) ca accussí | entra a far parte delle loc. cong. tranne ca, salvo ca, a meno ca, senza ca: tutto faciarria o facesse, tranne ca darle raggione; vengo a truvarte, a meno ca tu nun staje ggià ‘nampagna; è partuto senza ca nesciuno ne fosse ‘nfurmato;
9) introduce prop. imperative e ottative con il v. al congiunt.: ca nisciuno trasesse!; ca ‘o Cielo t’aonna! Dio ; ca ‘stu sparpetuo fernesse ampressa;
10) introduce prop. limitative con il v. al congiunt., con il valore di 'per quanto': ca i’ sapesse non à telefonato nisciuno;
11) con valore coordinativo in espressioni correlative sia ca... sia ca; o ca... o ca: sia ca te piace sia ca nun te piace,stasera avimm’’a ascí ;i’ parto oca chiove o ca nun chiove...;
12) introduce il secondo termine di paragone nei comparativi di maggioranza e di minoranza, in alternativa a di (‘e) (ma è obbligatorio quando il paragone si fa tra due agg., tra due part., tra due inf., tra due s. o pron. preceduti da prep.): Firenze è meno antica ca (o ‘e) Roma; sto’ cchiú arrepusato oje ca (o ‘e) ajere;tu sî cchiú sturiuso ca ‘nteliggente;; è cchiú difficile fà ca dicere; à scritto meglio dinto a ‘sta lettera ca dinto a cchella d’’o mese passato | (fam.) in correlazione con tanto, in luogo di quanto, nei comparativi di eguaglianza: la cosa riguarda tanto a mme ca a vvuje | in espressioni che ànno valore di superl.: songo cchiú ca certo; songo cchiú ccerto ca maje;
13) entra nella formazione di numerose cong. composte e loc. congiuntive: affinché, benché, cosicché, perché, poiché; sempe ca, in quanto ca, nonostante ca, pe mmodo ca e sim.
Dell’etimo di questa congiunzione ò già detto sub che come sempre sub che ò parlato del pronome ca = che.
Procediamo oltre. Un’ altra congiunzione molto usata nel napoletano è la congiunzione
--si corrispondente all’italiano se

1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste i truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te;
2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma!
3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto?
4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno
5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è!
6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.
Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano. Quanto all’etimo il si a margine è dal lat. tardo sí(d), dall'incrocio del class. si'se' col pron. (qui)d 'che cosa'.

Lasciando da parte ora altre congiunzioni monosillabiche che non sono tipiche del napoletano in quanto corrispondenti in tutto e per tutto a quelle della lingua nazionale ( e, ma, o= oppure etc.) mi lascio portar per mano dalla congiunzione si per illustrare l’omofono, ma non omografo
--si’ che è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo. viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.
Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della lingua napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto
--zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) ed usato quasi esclusivamente nei vocativi (o’ zi’!) per cui si ottenengono gli scorretti zi’prevete o zi’ Giuanne.
Per restare nel tema suggerito dal si’= signore parlo di un altro monosillabo che è usato per indicare la voce signora; si tratta di
--sié che è l’apocope di si(gnora) e pertanto esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della lingua napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto sié= signora con uno scorretto
zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere in una pubblicazione sui proverbi napoletani (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come Dicette 'o zi' moneco,a’ zi’ Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." infece che correttamemente Dicette 'o si' moneco,â sié Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." ed ovviamente il fatto scorretto non consiste nell’avere usato a’ al posto di â per dire alla, quanto per avere usato impropriamente zi' moneco, e zi’ Badessa al posto di si' moneco, e sié Badessa.
Ciò detto passiamo agli avverbi monosillabici, cominciando con il
--sí avverbio olofrastico affermativo corrispondente all’italiano sí
1) si usa dunque nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Ệ capito?" "Sí"; "Venono pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Comme!Sí!", "Sí overamente ", "Ma sí!" | ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, crerere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' | e ssí ca = e dire che ' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no
2) spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; un giorno sí e n’ato no, a giorni alterni ' sí e nno, a malapena ' ti muove, sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú ssí ca no, probabilmente sì ;
3) con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ca è bbella!; chesta sí ch’è ‘na nuvità!
talvolta è usato come s. m. invar.
a) risposta affermativa, positiva: m’aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu un bellu sí; ‘e spuse ànno ggià ditto ‘o sí; stare tra ‘o sí e o no, essere incerto; decidersi p’’o ssí, decidere di fare qualcosa '
b) pl. voti favorevoli: si songo avute tre ssí e quatto no.
L’etimo di questo sí è dal lat. sic 'cosí', forma abbreviata della loc. sic est 'cosí è'; poi che la voce in esame deriva da un si(c) con la caduta di una consonante e non di una sillaba non sarebbe previsto alcun segno diacrito sulla parola derivata, ma è stato giocoforza accentare la i di questo sí per con confonderlo anche graficamente dal si congiunzione o dal si’ apocope di signore.
Talvolta questo avverbio affermativo in espressioni esclamative ironiche e/o sarcatiche assume la forma di
-- seh,seh! e à valenza negativa significando non è cosí, non avverrà mai ciò che dici o prospetti! (es.: “se spusarranno ampressa!” “ Seh, seh!... Dimane!”
Di... segno opposto l’avverbio olofrastico negativo
--no scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no Avverbio olofrastico negativo corrispondente al no dell’italiano
1) negazione equivalente a una frase negativa, usata spec. nelle risposte (si contrappone a sí): «Ll'hê visto?» «No»; «Parte oje?» «No, dimane» | accompagnato da rafforzativi: proprio no;; certamente no; ma no! | no e pò no!, proprio no | pare ‘e no, sperammo ‘e no, che non sia cosí | dicere ‘e no, negare, rifiutare: à ditto ‘e no; ‘na perzona ca nun dice maje ‘e no, che è spesso incline ad acconsentire, disponibile | nun dicere ‘e no, acconsentire, ammettere, o almeno non escludere: «È ‘na cosa straurdinaria» «Nun dico ‘e no, ma nun se po’ ffà!» | risponnere ‘e no, dare una risposta negativa | fà ‘e no cu ‘a capa, dare una risposta negativa senza parlare | si no, (fam.) altrimenti: aggi’ ‘a jí â casa ampressa , si no sarranno guaje | meglio ‘e no!, meglio ca no per esprimere un parere negativo: «T’’a siente ‘e ascí?» «Meglio ca no!» | comme no!, altro che, eccome: «Te piaceno ‘e sfugliatelle ?» «Comme no!» | E pecché no, come risposta affermativa a una proposta: «Ce jammo ô cinema stasera?» «E pecché no!» | anze ca no, alquanto, piuttosto: ‘na pellicula scucciante anze ca no | sí e nno, neanche, appena: ce sarranno state sí e nno vinte perzone | cchiú ssí ca no, probabilmente sí; cchiú nno ca sí , probabilmente no | forze sí forze no , può darsi | ‘nu juorno sí e ‘nu juorno no, a giorni alterni
2) nelle proposizioni disgiuntive stabilisce una contrapposizione: dimme si t’è piaciuto o no; chi sturia, e chi no; bella jurnata o no , ce vaco ‘o stesso | sí o no?, per esprimere impazienza: viene sí o no?
3) con valore rafforzativo o enfatico: no, nun ce vengo!; nun ce pozzo credere, no!; aggiu ditto ca nun ce vaco, no!; ma no, nun è ppe cchesto! | ma no!, per esprimere sorpresa, incredulità o una forte emozione: «’A quistione è ggià risolta» «Ma no!»; «Aggio avuto ‘na brutta brunchita» «Ma no!»
4) posposto al termine da negare sta per un non anteposto: «È proprio friddo ‘o ccafè tujo?» «Friddo no, ma appena appena scarfato»; «’O vide spisso?» «Spisso no, quacche vota»; «Mi faje ‘o probblema ?» «Fartelo no, ma pozzo aiutà» |
5) con il valore di non è vero?: ti piacesse si fosse accussí, no?; v’aggiu ggià ditto, no,’e ve stà zitte! L’etimo dell’avv. no è dal lat. non.

-- nun/ nu avv. negativo corrispondente al non dell’italiano serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nu pparlaje pe tutt’’a jurnata ; nun c'è verzo d’’o fà capace! ; nun c'è prubblema; nu nce sta nisciuno; nun esiste ‘o riesto ‘e niente. Come per il precedente l’etimo è dal lat. non.; per quanto riguarda la forma apocopata nu riportata a margine, trattandosi di un’apocope non sillabica (con la sola caduta di una consonante (n) non è necessaria l’apposizione di alcun segno diacritico cosí come è avvenuto per il precedente pe←per e come avverrà quando si parlerà dell’avverbio mo e ciò a malgrado di qualcuno che consiglia la grafia nu’ forse nel timore che il nu potesse confondersi con l’articolo indeterminativo nu che taluno invece di vergar ‘nu à il gusto (o meglio: il malvezzo) di scrivere privo del necessario segno distintivo d’aferesi...
Ricordo a questo punto che nell’eloquio familiare soprattutto nelle parlate provinciali dei paesi rivieraschi e/o dell’entroterra (dove il napoletano viene usato con un colpevole imbarbarimento locale) gli avverbi olofrastici monosillabici sí e no,diventano bisillabi per la paragoge di un ne con valore rafforzativo, paragoge che trasforma il sí in sine ed il no (nò) in nóne. La medesima cosa càpita con l’avverbio successivo cca che talora è reso ccane.
Difficile, se non impossibile risalire all’origine di tale ne che à tutta l’aria di una sillaba aggiuntiva di tipo espressivo quantunque se ne potrebbe riscontrare un antenato nel ne paragogico presente nel latino ais-ne – ais-n antiche voci verbali delverbo difettivo āio = dico di sí, affermo etc. verbo che all’indicativo fuconiugato āio, ais (nelle interrogative aisne o anche (cosí attestato!) ain etc.Ma anche di questo ne del latino l’origine risulta ignota.
Procediamo oltre e troviamo
--cca avv = qui, in. questo luogo; vale l’italiano qua; etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; da notare che in lingua napoletana (cosí come avviene in italiano per il qua corrispettivo) l’avverbio a margine va scritto sempre senza alcun segno diacritico trattandosi di monosillabo che non ingenera confusione con altri; in lingua napoletana, come abbiamo visto , esistono , per vero, una cong. ed un pronome ca = (che), congiunzione e pronome che però si rendono ambedue con la c iniziale scempia, laddove l’avverbio a margine è scritto sempre con la c iniziale geminata ( cca) e basta ciò ad evitar confusione tra i due monosillabi e non necessita accentare l’avverbio, cosa che – invece – purtroppo capita di vedere negli scritti di taluni sedicenti, , ma pure affermati scrittori partenopei, dei quali qualcuno addirittura usa scrivere l’avverbio a margine cca’con un pleonastico segno (‘) d’apocope atteso che non v’è alcuna sillaba finale che sia caduta e che vada segnata con il segno diacritico ! Come per il sí ed il no anche questo avverbio a margine nell’eloquio familiare soprattutto delle parlate provinciali dei paesi rivieraschi e/o dell’entroterra (dove – mi ripeto! - il napoletano viene usato con un colpevole imbarbarimento locale) diventa bisillabo per la paragoge di un ne con valore rafforzativo, paragoge che trasforma il cca in uno strano ccane ed addirittura nel napoletano d’uso corrente in ambito cittadino talvolta il monosillabo cca si trasforma in un rafforzato bissillabo ccanno nelle tipiche espressioni ‘a ‘í ccanno= vedila qua, proprio qua -, ‘o ‘í ccanno= vedilo qua, proprio qua - ‘e vví ccanno= vedili qua, proprio qua;
-- lla/(llà) avverbio di luogo corrispondente all’italiano là
1) in quel luogo (indica un luogo genericamente lontano da chi parla e da chi ascolta): puosalo lla; sta senz'altro lla ; venimmo nuje lla ; nun sta cchiú lla, va’ lla | talvolta si unisce a gli agg.vi o pron. chillo/u – chellu - chella o ad un sostantivo preceduto dai medesimi aggettivi , per determinare meglio la posizione di una persona o di una cosa: chillu guaglione lla; chillu libro lla; damme chellu ppane lla; piglia chella cosa lla;
2) con valore rafforzativo o enfatico: siente lla che casino! | chi è lla?, chi va lla?, fermo lla, usati da chi è di guardia o in ispezione ' arri lla (in questo caso però piú spesso il lla si semplifica in a per cui si à arri,a! !, per incitare bestie da soma o da tiro;
3) unito a un avverbio o a una determinazione di luogo: lla dinto; lla fora; lla attuorno; lla ssotto; lla’ncoppa; lla ‘ncopp’ a chella seggia; lla dint’ â casa; lla addó m’hê ditto | ‘a lla, da quel luogo: è partuto‘a lla ajeressera; curre‘a lla a cca ; pe gghí ‘a lla nfino â cimma nc'è vo’ n'ora bbona ‘e scarpinetto; | essere ‘a lla essere cchiú ‘a lla ca a cca, essere vicino a morire; ‘o spitale è assaje cchiú a lla; essere
4) in correlazione con qua e qui, per indicare luogo indeterminato: andare ‘nu pco cca, ‘nu poco lla'; correre ‘a cca e’a lla;qui e là cca e lla; guardà cca e lla.
L’ etimo di questo avverbio di luogo, cosí come per il là dell’italiano è dal lat. (i)lla(c); in italiano si è stati costretti ad accentare l’avverbio per evitarne la confusione con il la art. determ. femm. sg; in napoletano .in napoletano non vi è altro monosillabo la con cui l’avverbio a margine ingeneri confusione, per cui in napoletano non v’à ragione per accentare questo la avverbio come invece purtroppo fanno tutti gli autori partenopei buoni o meno buoni che siano che si lasciano frastornare dal là accentato della lingua italiana e dimenticano che i segni diacritici vanno usati per marcare differenze di voci omofone, ma appartenenti alla medesima lingua! Per cui l’avverbio di luogo la in napoletano va reso senza alcun accento, ma con la geminazione della consonante (che ripete la doppia l etimologica e soddisfa l’attento udito partenopeo che avverte l’avverbio a margine con il suono forte d’avvio; e dunque lla e non llà con un inutile, pletorico accento che fa corona sulla a e tantomeno lla’ come qualche sedicente autore partenopeo à avuto il pessimo gusto di fare), non esistendo alcuna sillaba apocopata nell’ illac di partenza ed al solito la caduta di una consonante non può comportare segno diacritico!
--pò ma preferibilmente po avv. corrispondente all’italiano poi
1) in seguito, dopo, appresso: po vengo â casa vosta; po sarrà troppo tarde; po, po,mo tengo che ffà! | unito pleonasticamente a un altro avv. di tempo: po, doppo se vedarrà | usato per indicare successione: primma trasette ‘o pate po ‘a mamma; pe mmo facimmo accussí, po sturiammo meglio ‘a cosa | primma o po, un giorno o l'altro primma o po tutto s’acconcia
2) inoltre, in secondo luogo: non sarria onesto, e ppoi nun ne veco ‘a nicissità
3) usato in posposizione, serve a riprendere il discorso o a introdurre un altro argomento: quanno po vedettero ca nun ce steva niente ‘a fà... ; quanto po a cchello ca stevemo dicenno... ' con valore conclusivo: c’ à ditto po ‘e male?; parte dimane, po? | con valore avversativo (anche unito a ma): isso po che colpa ne tene?; chisto è ‘o cunziglio mio, tu po fa’ comme vuó; ma po nun saccio si è overo o no| in espressioni enfatiche: chesta po!; chesto po no!; e ppo tene ‘o curaggio ‘e fà ‘a prereca a mme!; no e ppo no!
L’etimo è dal lat. po(st) Anche in questo caso trattandosi di un’apocope consonantica (st) non è necessario alcun segno diacritico; qualcuno (ma per vero non ne condivido l’idea) consiglia la forma pò con cui si riconoscerebbe súbito la pronuncia aperta della o.
--cchiú corrispondente all’italiano piú: avverbio modale
1) maggiormente, in maggior quantità, grado o maniera (si premette ad aggettivi, avverbi e verbi): sarrà ‘na fatica cchiú llonga; me piace ‘a brasciola cchiú ccotta; aggisce cchiú gentilmente; cchiú se sturia cchiú se ‘mpara; cchiú ‘o cunosco e meno me piace ' anche preceduto da ‘e(di):hê ‘a durmí ‘e cchiú; m’ interessa ‘e cchiú; ‘nu poco ‘e cchiú
2) premesso ad aggettivi o avverbi forma il comparativo di maggioranza: è cchiú ‘nteliggente ‘e te; corre cchiú assaje ‘e quanto pensasse ' quando il confronto è fra aggettivi, sostantivi e verbi, equivale a piuttosto: cchiú ca bbuono ‘e core, è ttre vvote bbuono!;
3) preceduto dall'art. determ. forma il superlativo relativo di maggioranza: è ‘o cchiú simpatico ‘e tutte quante; cerca ‘e turnà ‘o cchiú ampressa pussibbile; è ‘o libbro cchiú bbello c’ aggiu maje liggiuto | cchiú ca, raramente premesso ad agg. o avv. equivale a un superlativo assoluto: me sarrà cchiú ca utile;
4) dà luogo a varie locuzioni particolari: né cchiú né mmeno, proprio, appunto ' poco cchiú poco meno, cchiú o meno, all'incirca: cchiú o meno, ‘e ccose stanno accussí; sarranno cchiú o meno ‘e ttre; venarrà a custà quarantamila lire lire, lira ‘e cchiú, lira ‘e meno | chi cchiú, chi meno, tutti, sebbene alcuni maggiormente, altri di meno: chi cchiú, chi meno, tutte l’ànno criticato – chi cchiú, chi meno scarze, tutte tenono ‘o prurito ‘e mazzo! | tanto e cchiú , assaje e cchiú , ancora ‘e cchiú , a maggior ragione: si t’ è piaciuto ‘o primmo libbro d’’o sujo ancora’e cchiú te piaciarrà chisto | tanto cchiú che, a maggior ragione dal momento che: accetterà, tanto cchiú ch’ è disoccupato | niente (‘e) cchiú, solamente questo: è nu passacarte qualunque, niente ‘e cchiú
5 in matematica, indica l'operazione di addizione: nove cchiú ttre è uguale a durice ' (estens.) indica aggiunta, sovrappiú: so’ quatto chile cchiú duiciento gramme; | nelle indicazioni delle temperature, esprime valori sopra lo zero: ‘o termometro signava cchiú diciotto (+18) ' differenza in piú, fra una data quantità o un dato numero e una quantità o un numero minore cui ci si riferiva: ‘a valanza segna ‘nu piso ‘e miezu chilo ‘e cchiú | ‘e cchiú, in eccesso: ce stanno vinte lire ‘e cchiú, ; simmo‘e cchiú, | uno ‘e cchiú, uno ‘e meno, mese cchiú mese meno, juorno‘ cchiú,juorno meno, chilo cchiú, chilo meno e sim., per significare che un numero, una quantità, un periodo di tempo non corrispondono con esattezza a quanto indicato ma vi si avvicinano molto: resto fora pe ‘nu mese, juorno cchiú, juorno meno
6) in frasi negative indica che un fatto o un'azione è cessata o cesserà: nun parlaje cchiú; ‘a allora nun ll’aggiu cchiú ‘ncuntrato; vide ‘e nun farlo cchiú; nun’o voglio cchiú vedé ' anche rafforzato con maje: nun voglio vederlo maje cchiú | nun ne puterne cchiú , essere al limite della sopportazione;
7)talvolta è usato come agg. compar. invar.
a) maggiore, in maggior numero, in quantità maggiore: serve cchiú denaro ‘e quanto me penzavo; oje sento cchiú cavero d’ ajere; tene cchiú preoccupazione ‘e me; dummeneca nce starrà ancòra cchiú ggente ci sarà ancora più gente
b) con valore neutro: cchiú ‘e accussí nun putevo; vulesse ricavà ‘o cchiú ch’è pussibbile ‘a chist’affare, piú denaro possibile
c) con il sign. piú generico di cchiú ‘e uno, paricchi: me fermo pe cchiú gghiuorne ; te l'aggiu ditto detto cchiú vvote (anche rafforzato: cchiú e cchiú vote)
talvolta come prep. vale oltre a, con l'aggiunta di: ce stévamo tutte quante nuje cchiú ‘o nonno; pavaje duicientemila lire cchiú ‘e spese
raramente è anche s. neutro. invar.
a) la cosa maggiore, principale; ciò che è piú importante: ‘o cchiú è ffatto; | parlà d’’o cchiú e d’’o mmeno , di cose di poca importanza, trascorrendo da un argomento all'altro ' | (tutt') ô cchiú, al massimo
b) (mat.) il simbolo dell'addizione o di un valore positivo (si esprime con il segno +)
c) molto raramente al plur. masc. la maggioranza; il maggior numero: ; sentí ‘o parere d’’e cchiú
rammento che la voce a margine va sempre scritta con la geminazione iniziale cchiú e comporta nella stragrande maggioranza dei casi la geminazione della consonante d’avvio della voce cui sia anteposto ( ad es. cchiú fforte – cchiú ppoco e non chiú forte – chiú poco )
L’etimo è dal lat. plus con tipico passaggio di pl a chi come in platea→chiazza - plumbeum→ chiummo etc.
Anche in questo caso l’apocope della consonante s non esigerebbe alcun segno diacritico; l’accento sulla u non à dunque ragioni etimologiche, ma si è reso necessario per indicare su quale delle vocali del dittongo iu occorra poggiare la voce nel pronunziare la parola per modo che non si dica erroneamente cchíu come potrebbe ritenere un qualche sprovveduto non avvezzo al napoletano.
E giungiamo finalmente all’usatissimo avverbio di tempo

--Mo (Mo’, mò).

Nel napoletano vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo a margine usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta connota il cittadino e se è pronunciato con la o chiusa connota il provinciale. Ordunque
--mo (è possibile trovarlo anche come mo' o ancóra mò) avv. - Ora, adesso; poco fa Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, sebbene non si sia quasi mai (al contrario del napoletano dove è usatissimo sia per iscritto che nel parlato) affermato nell'uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all'uso parlato di gran parte d'Italia, in particolare di quella centro-merid.
nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito, immediatamente, senza por tempo in mezzo
Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola in epigrafe?
Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione;
vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘).
Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, subito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico.
È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola lettera (consonante)in fin di parola (cfr. antea cu da cum, pe da per etc.) e non per elisione allorché – come noto – a cadere è una vocale, non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba;
ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, come dissi, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum e per pe (per) dove cadendo una semplice consonante (r) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato!
Nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione (cfr. antea) nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso il malvezzo di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta, laddove invece,il non segnarlo, a mio avviso, è segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiami pure Di Giacomo, Eduardo,Nicolardi etc.)Del resto non è inutile ricordare che tanti (troppi!) autori napoletani, anche famosi e/o famosissimi non poterono avvalersi di adeguati supporti grammaticali e/o sintattici del napoleta no, supporti che erano inesistenti del tutto ed i pochissimi esistenti (Galiani, Oliva) erano malamente diffusi, né potevano far testo, vergati com’erano da addetti ai lavori non autenticamente napoletani e pertanto, spesso imprecisi e impreparati. Ancóra ricordiamo che moltissimi autori furono istintivi e spesso mancavano del tutto di adeguata preparazione scolastica (cfr. V.Russo), altri avevano studiato poco e male e quelli che invece avevano adeguata preparazione scolastica (cfr. Di Giacomo, F. Russo, e. Nicolardi etc. spessissimo usarono maldestramente adattare le nozioni grammaticali-sintattiche dell’italiano al napoletano che invece non è mai tributaria dell’italiano essendo linguaggio affatto originale e diretto discendente del latino parlato.
Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo.
Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce dell’italiano re (monarca)derivata dritto per dritto dal latino re(x),) anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso mo andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di una medesima lingua, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione.
Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo e la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) alla voce mo (ora/adesso).Sempre che non mi stia cialtronescamente sbagliando!
Ed a questo punto penso di poter finalmente mettere il punto fermo, sperando di non aver detto troppe castronerie e di non aver dimenticato qualche importante monosillabo.
Raffaele Bracale