1.Quanno jesce 'a strazziona, ogne ffesso è prufessore...
Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. La locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di coloro che,incapaci di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono delle penne del pavone ...volendo quasi lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un determinato comportamento.
2.'A moneca 'e Chianura:muscio nun 'o vuleva ma tuosto le faceva paura...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottintende :il pane). La locuzione viene salacemente e sarcasticamente usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...
3. Fà 'e scarpe a uno e coserle 'nu vestito.
Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta e conservate all’uopo dalla famiglia.
4. Tiene 'a casa a ddoje porte.
Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto.
5.Fà acqua 'a pippa.
Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stato di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né – come opina qualcuno - la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore; secondo questa teoria qualora la suddetta botticella versasse in luogo di liquori, dell’acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua...; secondo il mio avviso la pippa (cosí nel linguaggio gergale giovanile degli anni ’50) in epigrafe altro non è che un’icastica rappresentazione del membro maschile che allorché per problemi di senilità e/o altri malanni non possa piú emettere seme, e si limiti alla eliminazione degli scarti renali, dimostrerebbe palesemente la sopravvenuta incapacità eiaculatoria, figurazione di un grave stato di indigenza
6. Sant'Antuono, sant' Antuono tèccote 'o viecchio e damme 'o nuovo e dammillo forte forte, comme 'a varra 'e areto â porta...
Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio.
7.Facesse 'na culata e ascesse 'o sole!
Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato ed al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo (cennerale) sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)...
8.Carta vène e ghiucatore s'avanta...
La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare ironicamente l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati!
9.'A femmena è 'nu vrasiere, ca s'ausa sulo â sera.
La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un semplice dispensatore di calore da usarsi però parsimoniosamente solo a sera, nel letto
10. Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi.
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sabato 30 ottobre 2010
VARIE 857
1È MMEGLIO FÀ 'MMIDIA CA PIETÀ.
Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni.
2 'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi,i saccenti, i supponenti e gli stupidi che facendo le viste di essere sapienti e/o capaci, pretendono di farsi considerare per ciò che in realtà non sono...
3 Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO.
Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino che gli dava di che vivere, sarà sempre piú in miseria.
4 PAZZE E CRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA.
Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli,talora ci si disinteressava di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio ed alla Sua divina provvidenza.
5 SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FARRÍSSE CIENTO PÉRETE E NUN TE N'ADDUNASSE.
Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati.
6 SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE.
Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile!) Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati.
7 SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO.
Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva...
8NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA.
Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia...
9 'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA...
Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere piú facilmente alla vittoria nella lotta intrapresa.
10 ASTIPATE 'NU PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JIUORNE NIRE.
Ad litteram: conserva (almeno) un pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti giudiziosamente ; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno.
11 MALE E BBENE A FINE VÈNE.
Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno.
12 CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO.
Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è un giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerò, a giusta ragione, benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati beneficati in vario modo dagli invasori e si erano perciò schierati dalla loro parte. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica.
13 DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA E 'O PESONE.
Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata.
14 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO.
Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis.
15 CHI TÈNE Ô LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE Ô CANE SOTT' Ô MANTIELLO.
Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto...
16 SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ...
Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento...
17 MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE.
Ad litteram: ora mi ài rotto (spezzato) cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo ad una reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura.
18 COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO.
Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi.
19 TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA.
Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato; se accesa, fa molto, fastidioso fumo...improduttivo.
20 SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLÀ 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PUMMAROLE.
Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è quasi del tutto popolato da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori.
21 CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE.
Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e ne tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è cosí grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili.
22 AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la parola aparatura= addobbo è un deverbale del lat. *ad-parare=apparecchiare, preparare, mentre la voce centrelle= chiodini deriva dal greco kéntron. La locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
23 'A FEMMENA È CCOMME Â CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA.
Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna à bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti.
24 'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA.
Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere facilmente in tentazione, concedendo le proprie grazie; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito...
25 TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: un sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.
26 'E PEGGE JUORNE SO' CHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
27 DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
28 DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
29 FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
30 'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEGGE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità.
31 DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
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Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni.
2 'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi,i saccenti, i supponenti e gli stupidi che facendo le viste di essere sapienti e/o capaci, pretendono di farsi considerare per ciò che in realtà non sono...
3 Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO.
Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino che gli dava di che vivere, sarà sempre piú in miseria.
4 PAZZE E CRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA.
Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli,talora ci si disinteressava di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio ed alla Sua divina provvidenza.
5 SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FARRÍSSE CIENTO PÉRETE E NUN TE N'ADDUNASSE.
Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati.
6 SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE.
Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile!) Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati.
7 SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO.
Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva...
8NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA.
Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia...
9 'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA...
Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere piú facilmente alla vittoria nella lotta intrapresa.
10 ASTIPATE 'NU PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JIUORNE NIRE.
Ad litteram: conserva (almeno) un pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti giudiziosamente ; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno.
11 MALE E BBENE A FINE VÈNE.
Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno.
12 CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO.
Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è un giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerò, a giusta ragione, benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati beneficati in vario modo dagli invasori e si erano perciò schierati dalla loro parte. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica.
13 DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA E 'O PESONE.
Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata.
14 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO.
Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis.
15 CHI TÈNE Ô LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE Ô CANE SOTT' Ô MANTIELLO.
Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto...
16 SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ...
Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento...
17 MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE.
Ad litteram: ora mi ài rotto (spezzato) cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo ad una reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura.
18 COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO.
Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi.
19 TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA.
Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato; se accesa, fa molto, fastidioso fumo...improduttivo.
20 SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLÀ 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PUMMAROLE.
Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è quasi del tutto popolato da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori.
21 CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE.
Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e ne tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è cosí grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili.
22 AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la parola aparatura= addobbo è un deverbale del lat. *ad-parare=apparecchiare, preparare, mentre la voce centrelle= chiodini deriva dal greco kéntron. La locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
23 'A FEMMENA È CCOMME Â CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA.
Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna à bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti.
24 'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA.
Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere facilmente in tentazione, concedendo le proprie grazie; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito...
25 TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: un sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.
26 'E PEGGE JUORNE SO' CHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
27 DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
28 DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
29 FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
30 'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEGGE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità.
31 DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
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VARIE 856
1 QUANNO SIENTE 'O LLATINO DÊ FESSE, È SSIGNO 'E MAL' ANNATA.
Letteralmente: quando senti che gli sciocchi parlano latino, è segno di un cattivo periodo.Id est: l'ostentazione di cultura sia autentica che presunta da parte degli stupidi e degli ignoranti, prelude a tempi brutti, per cui son da temere gli sciocchi che si paludano da sapienti...
2 PARÉ 'O SORICE 'NFUSO 'A LL'UOGLIO.
Letteralmente: sembrare un topolino bagnato da l'olio. La locuzione viene usata sarcasticamente e per dileggio a Napoli nei confronti di taluni bellimbusti che vanno in giro tirati a lucido ed impomatati cosa che in napoletantano suona: alliffati (dal greco aleiphar=olio); tali soggetti vengon paragonati ad un topolino che per ventura sia cascato nell'orcio dell'olio e ne sia riemerso completamente unto e luccicante.
3 'A CARNE SE JETTA E 'E CANE S'ARRAGGIANO.
Letteralmente: la carne si butta ed i cani s'arrabbiano. Id est: c'è eccessiva abbondanza di carne (tale da determinarsene la dismissione di tutta o di una parte….) , ma v’è altresí mancanza di danaro per acquistarla e ciò determina profonda rabbia in chi, non avendo pecunia, non può approfittare dell'abbondanza (e del basso costo) delle merci. Per traslato, il proverbio è usato in tutte quelle situazioni in cui una qualsiasi forma di indigenza è ostativa al raggiungimento di un fine che parrebbe invece a portata di mano; ciò vale anche nei rapporti tra i due sessi: per es. allorchè una donna si offra apertamente e l'uomo non abbia il coraggio di cogliere l'occasione; un terzo - spettatore, magari concupiscente- potrebbe commentare, dolendosene, la situazione con le parole in epigrafe.
4 'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO.
Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di coloro che si atteggino a giovani ,tutti quelli cioè si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto, per combatterli, da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo, l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo.
trapanaturo= aspo, strumento girevole che serve per avvolgere in matassa un filato; la voce napoletana trapanaturo deriva dal greco trypanon, deriv. di trypân 'forare' con l’aggiunta del suffisso turo indicante attività.
5 JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATURE.
Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso ( lavatore/lavature = lavatoio/i (voci che son dal t. lat.lavatoriu(m) )un tempo erano ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche (voce che è dal greco ast(r)akon= coccio)erano ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare.
6 PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO.
Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a sarcastico commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto,incapace, incompetente, inesperto quando non pigro, negligente, fannullone, sfaticato, scansafatiche, abulico, apatico, accidioso al punto da non poter mai portare al termine nulla di ciò che intraprende.
7 'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO.
Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie(gratificandoti) con(il termine di) l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia.
8 'E DENARE SO' COMM'Ê CHIATTILLE: S'ATTACCANO Ê CUGLIUNE.
Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono cosí tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente.
chiattille sost. masch. plurale di chiattillo= piattola dimitivo (vedi suffisso illo) del lat. med. *platta per blatta
cugliune/i sost. masch. plurale metafonetico di coglione= testicolo, ed anche babbeo, stupido da un acc.vo del lat. volg. coljone(m) per il class. coleone(m).
9 HÊ 'A MURÍ RUSECATO DA 'E ZZOCCOLE E 'O PRIMMO MUORZO TE LL'À DA DÀ MÀMMETA
Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola (dal b.lat. sorcula dim. di sorex) che, a Napoli, identifica sia il ratto cioè il grosso topo di fogna che la donna di malaffare adusa – come il ratto – a frequentar nottetempo i marciapiedi.
10 MA TE FOSSE JIUTO 'O LLICCESE 'NCAPO?
Letteralmente: ma ti è forse andato(salito) il leccese in testa? Id est: fossi impazzito? Avessi perso l'uso della ragione? Icastica espressione che, a Napoli, viene usata nei confronti di chi, senza motivo, si comporti irrazionalmente. Il leccese dell'espressione non è - chiaramente – un nativo e/o un abitante di Lecce, ma un tipo di famoso tabacco da fiuto, prodotto, temporibus illis, nei pressi di quel capoluogo di provincia pugliese; l'espressione paventa il fatto che il tabacco fiutato possa (ma non si sa bene come) aver raggiunto, attraverso le coani nasali il cervello e leso cosí le facoltà raziocinanti del... fiutatore.
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Letteralmente: quando senti che gli sciocchi parlano latino, è segno di un cattivo periodo.Id est: l'ostentazione di cultura sia autentica che presunta da parte degli stupidi e degli ignoranti, prelude a tempi brutti, per cui son da temere gli sciocchi che si paludano da sapienti...
2 PARÉ 'O SORICE 'NFUSO 'A LL'UOGLIO.
Letteralmente: sembrare un topolino bagnato da l'olio. La locuzione viene usata sarcasticamente e per dileggio a Napoli nei confronti di taluni bellimbusti che vanno in giro tirati a lucido ed impomatati cosa che in napoletantano suona: alliffati (dal greco aleiphar=olio); tali soggetti vengon paragonati ad un topolino che per ventura sia cascato nell'orcio dell'olio e ne sia riemerso completamente unto e luccicante.
3 'A CARNE SE JETTA E 'E CANE S'ARRAGGIANO.
Letteralmente: la carne si butta ed i cani s'arrabbiano. Id est: c'è eccessiva abbondanza di carne (tale da determinarsene la dismissione di tutta o di una parte….) , ma v’è altresí mancanza di danaro per acquistarla e ciò determina profonda rabbia in chi, non avendo pecunia, non può approfittare dell'abbondanza (e del basso costo) delle merci. Per traslato, il proverbio è usato in tutte quelle situazioni in cui una qualsiasi forma di indigenza è ostativa al raggiungimento di un fine che parrebbe invece a portata di mano; ciò vale anche nei rapporti tra i due sessi: per es. allorchè una donna si offra apertamente e l'uomo non abbia il coraggio di cogliere l'occasione; un terzo - spettatore, magari concupiscente- potrebbe commentare, dolendosene, la situazione con le parole in epigrafe.
4 'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO.
Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di coloro che si atteggino a giovani ,tutti quelli cioè si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto, per combatterli, da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo, l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo.
trapanaturo= aspo, strumento girevole che serve per avvolgere in matassa un filato; la voce napoletana trapanaturo deriva dal greco trypanon, deriv. di trypân 'forare' con l’aggiunta del suffisso turo indicante attività.
5 JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATURE.
Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso ( lavatore/lavature = lavatoio/i (voci che son dal t. lat.lavatoriu(m) )un tempo erano ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche (voce che è dal greco ast(r)akon= coccio)erano ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare.
6 PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO.
Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a sarcastico commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto,incapace, incompetente, inesperto quando non pigro, negligente, fannullone, sfaticato, scansafatiche, abulico, apatico, accidioso al punto da non poter mai portare al termine nulla di ciò che intraprende.
7 'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO.
Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie(gratificandoti) con(il termine di) l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia.
8 'E DENARE SO' COMM'Ê CHIATTILLE: S'ATTACCANO Ê CUGLIUNE.
Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono cosí tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente.
chiattille sost. masch. plurale di chiattillo= piattola dimitivo (vedi suffisso illo) del lat. med. *platta per blatta
cugliune/i sost. masch. plurale metafonetico di coglione= testicolo, ed anche babbeo, stupido da un acc.vo del lat. volg. coljone(m) per il class. coleone(m).
9 HÊ 'A MURÍ RUSECATO DA 'E ZZOCCOLE E 'O PRIMMO MUORZO TE LL'À DA DÀ MÀMMETA
Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola (dal b.lat. sorcula dim. di sorex) che, a Napoli, identifica sia il ratto cioè il grosso topo di fogna che la donna di malaffare adusa – come il ratto – a frequentar nottetempo i marciapiedi.
10 MA TE FOSSE JIUTO 'O LLICCESE 'NCAPO?
Letteralmente: ma ti è forse andato(salito) il leccese in testa? Id est: fossi impazzito? Avessi perso l'uso della ragione? Icastica espressione che, a Napoli, viene usata nei confronti di chi, senza motivo, si comporti irrazionalmente. Il leccese dell'espressione non è - chiaramente – un nativo e/o un abitante di Lecce, ma un tipo di famoso tabacco da fiuto, prodotto, temporibus illis, nei pressi di quel capoluogo di provincia pugliese; l'espressione paventa il fatto che il tabacco fiutato possa (ma non si sa bene come) aver raggiunto, attraverso le coani nasali il cervello e leso cosí le facoltà raziocinanti del... fiutatore.
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IL VERBO FÀ E LA SUA FRASEOLOGIA
IL VERBO FÀ E LA SUA FRASEOLOGIA
Anche questa volta raccolgo una richiesta del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,abituale lettore delle mie cosucce , mi à sollecitato a parlare del verbo in epigrafe e delle sue accezioni e/o fraseologia nel napoletano.
Comincerò con il precisare che il verbo fare il cui infinito nel napoletano è fà/ffà che io contrariamente a tutti gli altri cultori dell’idioma napoletano (che usano la grafia apocopata fa’) preferisco rendere con la à accentata (fà/ffà ) per alcuni ben precisi motivi: 1)uniformità di scrittura degli infiniti che in napoletano (nelle forme troncate) siano essi monosillabi o plurisillabi son tutti accentati sull’ultima sillaba (cfr. ad es.da(re)→dà – magna(re)→magnà – cammena(re)→cammenà –cade(re)→cadé - murire→murí etc.), 2) la grafia apocopata fa’ si presta, a mio avviso,fuor del contesto ad esser confusa con la 2° p.sg. dell’imperativo: fa’= fai, come si presterebbe alla medesima confusione l’infinito apocopato da’ di dare che potrebbe essere inteso, prescindendo dal contesto, come2° p.sg. dell’imperativo: da’= dai, A proposito di infiniti rammento che durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solo l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,e può (solo!) indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori ed addirittura compilatori di dizionarî, che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti . In effetti nella parlata napoletana è un errore di ortografia accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo per indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:
l'accento, inglobando in sé la doppia funzione, è piú che sufficiente; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia tagliare un termine mantenendone però il primitivo accento tonico.
Per esempio il verbo èssere può essere apocopato in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancóra ad es. il verbo tégnere, può per particolari esigenze espressive o metriche essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde’ e non cadé!
Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé.)È pur vero che, in napoletano, alcuni infiniti di verbi che, apocopati, risultano divenuti monosillabici, potrebbero esser scritti con il segno dell’apocope (‘) piuttosto che con l’accento in quanto che nei monosillabi l’accento tonico cade su quell’unica sillaba e non può cadere su altre (che non esistono) e perciò potremmo avere ad es.: per il verbo stare l’ apocopato: sta’ in luogo di stà e per l’infinito di fare l’ apocopato: fa’ invece di fà, ma personalmente reputo piú comodo come ò détto per mantenere una sorta di analogia di scrittura con gli infiniti di altri verbi mono o plurisillabici, accentare tutti gli infiniti apocopati ed usare stà e fà in luogo dei pur corretti sta’ e fa’ che valgono stare e fare, tenendo conto altresí che almeno nel caso di fa’ esso potrebbe essere inteso, ripeto, come voce dell’imperativo (fai→fa’), piuttosto che dell’infinito fare, cosa che invece non può capitare con il verbo stare il cui imperativo nel napoletano non è sta’, ma statte. A questo punto torniamo all’assunto dell’epigrafe per rammentare che in napoletano il verbo fare (fà/ffà) che è dal lat. fa(ce)re à le medesime accezioni del corrispondente fare dell’italiano e cioè: 1 compiere un'azione; porre in essere, eseguire, operare: fà ‘nu passo, ‘o bbene, ‘nu discorzo,’nu suonno;che ffaje stasera?(fare un passo, il bene, un discorso, un sogno; che fai stasera?) | tené assaje che ffà(avere molto da fare), essere occupatissimo | sapé fa uno ‘e tutto(saper fare (di) tutto), essere versato in ogni campo | fà e sfà a ccapa soja( fare e disfare a suo piacimento), agire secondo il proprio comodo, senza render conto a nessuno | fa’ tu!(fai/fa’ tu!), decidi tu | avé a cche ffà cu quaccheduno(avere a che fare con qualcuno), trattare, avere rapporti con lui, ma anche entrare in contrasto con qualcuno | nun tené niente a cche ffà cu coccosa(non avere nulla a che fare con qualcosa), non entrarci, non avere relazione con essa | darse ‘a fa(darsi da fare), adoperarsi, brigare per ottenere qualcosa | lassà fà a quaccheduno(lasciar farequalcuno), non disturbarlo, lasciarlo libero di agire | fà ‘e tutto o ll’impussibbile(fare di tutto o l'impossibile), tentare ogni mezzo pur di raggiungere uno scopo | saperce fa(saperci fare), (fam.) essere in gamba, sapere il fatto proprio | fà ampressa, tarde(fare presto, tardi), agire con rapidità o con lentezza; anche, rientrare presto o tardi, spec. la sera | fà ‘e cunto(far di conto), (antiq.) conteggiare, computare secondo le regole dell'aritmetica | fà festa(fare festa), festeggiare, divertirsi | fà ‘a festa(o ‘a pelle) a quaccuno(fare la festa (o la pelle) a qualcuno, ucciderlo | fà fora a quaccuno(far fuori qualcuno), eliminarlo da una competizione; anche, ucciderlo; fà fora coccosa( fare fuori qualcosa), consumarla, distruggerla rapidamente | fà ‘a bbella vita(fare la bella vita), godersela, spassarsela | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta vita(fare una bella, una brutta vita), vivere in buone, in cattive condizioni materiali o morali | fa fijura (far figura), dare una buona impressione | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta fijura(fare una bella, una brutta figura), dare, lasciare una buona, una cattiva impressione | fà córpo(fare colpo), colpire, impressionare |fà caso a coccosa( fare caso a qualcosa), badarci | farse ‘e capille(farsi i capelli), tagliarli | farse’a varva( farsi la barba), raderla | fà fuoco( fare fuoco), sparare | fa furtuna( fare fortuna), crearsi una posizione | fa ‘e ccarte (fare le carte), al gioco, distribuirle; in cartomanzia, ricavarne predizioni; nell'uso fam., preparare i documenti necessari al disbrigo di una pratica, ma in questo caso s’usa l’espressione caccià ‘e ccarte | fà ‘o juoco ‘e quaccheduno (fare il gioco di qualcuno), assecondarlo, favorirlo | fà rotta o vela (far rotta o vela), dirigersi | fà scalo( fare scalo), sostare | farla a quaccheduno(farla a qualcuno), giocarlo, raggirarlo | farla sporca(farla sporca), commettere un'azione spregevole | farla grossa (farla grossa), commettere uno sproposito | farla corta, (farla corta, breve), affrettare la conclusione | farla fernuta (farla finita), tagliar corto, smettere; anche, uccidersi | farla franca (farla franca), cavarsela, sottrarsi alle conseguenze di una colpa o di un errore | farla longa (farla lunga), dilungarsi in un discorso, in una discussione |fà a ppiezze (fare a pezzi), rompere; spezzettare; sbranare; (fig.) battere clamorosamente, umiliare | fà ‘a famma (fare la fame), soffrirla; (fig.) essere in miseria | fa paura (fare paura), spaventare | fà curaggio(fare coraggio), incoraggiare | fà piacere a uno (far piacere a qualcuno), render lieto, contento | fà strata(fare strada), aprire un passaggio; precedere indicando il cammino, la direzione | farsi strada, aprirsi un passaggio; (fig.) raggiungere una buona posizione | farsela ‘ncuollo, sotto, dint’ê cazune(farsela addosso, sotto, nei calzoni), imbrattarsi di feci o di orina; (fig.) spaventarsi |farne d’ògne culor, ‘e crude o ‘e cotte( farne di tutti i colori, di crude e di cotte), commettere ogni sorta di bricconerie | fà specie (far specie), far meraviglia | fà silenzio(fare silenzio), tacere | fà tesoro ‘e coccosa(fare tesoro di qualcosa), tenerla in gran pregio; trarne esperienza | fà ‘a vocca, ‘o callo a coccosa(fare la bocca, il callo a qualcosa), abituarvisi | nun fà niente (non fare nulla), oziare | nun fa niente! (non fa nulla!), non importa | nun ffà nè ccaudo nè ffriddo (non fare né caldo né freddo), lasciare indifferenti |fà fronte ê spese (fare fronte alle spese), riuscire a pagarle | fà fronte ô nemico (far fronte al nemico), resistergli | farcela(farcela)riuscire in qualcosa: ce ll’aggiu fatta! (ce l'ò fatta!) | prov. : chi fa ‘a sé fa pe ttre (chi fa da sé fa per tre), è meglio fare da sé le proprie cose che affidarle ad altri; chi ‘a fa ca se ll’aspettasse(chi la fa l'aspetti), chi nuoce agli altri non può che aspettarsi il contraccambio; cosa fatta se ne vène a ccapo(cosa fatta se ne viene a capo), bisogna accettare il fatto compiuto;
2 unito a particelle pronominali, spec. nell'uso familiare, assume valore enfatico, esprimendo una partecipazione affettiva del soggetto all'azione: farse ‘na magnata, ‘na bbella passïata(farsi una mangiata, una bella passeggiata); facimmoce ddoje resate!(facciamoci due risate!);me ne faccio ‘nu bbaffo( me ne fo un baffo), infischiarsene;
3 con valore causativo, mettere in condizione di, permettere: fà fà ‘e primme passe ô criaturo(far fare i primi passi al bambino); fà vevere ê cavalle( far bere i cavalli);
4 creare, produrre, fabbricare: Ddio facette ‘o munno ‘a zzero(Dio fece il mondo dal nulla) 'fà figlie (fare figli), generarli | fà frutte( fare frutti), produrli | fà ‘nu libbro(fare un libro), scriverlo | fà ‘na casa( fare una casa), costruirla | fà ‘na menesta (fare una minestra), prepararla | fà ‘nu cuntratto (fare un contratto), stipularlo | fà luce( fare luce), rischiarare, illuminare; (fig.) svelare un mistero, scoprire la verità
5 dire, parlare (per lo piú introducendo il discorso diretto):me facette: «Viene cu mme!» (mi fece: «Vieni con me!»)
6 credere, pensare:te facevo a Pparigge e ‘mmece staje cca!( ti facevo a Parigi e invece sei qui! )
7 emettere, versare: fà sanco dô naso (fare sangue, sanguinare dal naso)
8 raccogliere, mettere insieme: fà legna,denaro,ccravone, acqua, benzina (fare legna,danaro, carbone, acqua, benzina), rifornirsene; chesta città fa trecientomila perzone(questa città fa trecentomila abitanti), ne conta trecentomila |fà acqua (fare acqua), detto di natante, imbarcarla da una falla; (fig.) essere in condizioni di dissesto, (volg.) mingere;
9 (fam.) comprare, regalare: ‘a mamma ll’à fatto ‘nu paro ‘e scarpe nove(la mamma gli à fatto un paio di scarpe nuove) | con la particella pronominale, comprare per sé, procurarsi: farse ‘a machina, ‘a casa(farsi l’automobile, la casa);
10 esercitare un'arte, una professione, un mestiere: fà ‘o pittore, ‘o salumiere(fare il pittore, il salumiere) | praticare: fà ‘o sporto,fà ‘e tuffe(fare sport, fare dei tuffi)
11 comportarsi da: fà ‘o spallettone, ‘o cretino(fare il superuomo, il cretino) | agire come: ll’à fatto ‘a mamma, da ‘nfermera( gli à fatto da mamma, da infermiera)
12 detto di cose, avere una determinata funzione: ‘e capille lle facevano curnice â faccia (i capelli le facevano da cornice intorno al viso); ‘na preta faceva ‘a scannetiello (una pietra faceva da sedile/sgabello)
13 rendere, mettere in una determinata condizione: fà bbella ‘a casa soja( far bella la propria casa)
14 eleggere, nominare: fuje fatto generale(fu fatto generale)
15 dare come risultato (nelle operazioni aritmetiche): tre pe ttre fa nove; ddiece meno doje fa otto(tre per tre fa nove; dieci meno due fa otto)
16 (gerg.) rubare: se so’ ffatto ‘o muturino (si sono fatto il motorino)
17 farse n’ommo, ‘na femmena (farsi un uomo, una donna,) (volg.) averci un rapporto sessuale |||
Come v. intr. [aus. avere]
1 convenire, adattarsi, essere utile: chella casa nun fa pe nnuje; ‘a fatica nun fa pe tte(quella casa non fa per noi; il lavoro non fa per te )
2 divenire, essere (con uso impers. quando è riferito alla temperatura, al clima, all'avvicendarsi del giorno e della notte):fa cavero; fa malu tiempo;( fa caldo; fa brutto tempo;) ‘e vierno fa scuro ambressa(d'inverno fa buio presto);
3 compiersi (di un determinato tempo):fa n’anno,fanno dduje anne ca ce sapimmo (fa un anno, fanno due anni da che ci conosciamo);
4 in altre locuzioni: fà a ccazzotte, a mmazzate, a curtellate(fare a pugni, a botte, a coltellate); fà a ttiempo o ‘ntiempo (fare a (o in) tempo), riuscire a fare qualcosa entro una scadenza prefissata; fà a mmeno ‘e coccosa(fare a meno di qualcosa), ||| farse v. rifl. o intr. pron.
1 trasformarsi, diventare: farse ggiudio(farsi ebreo);farse russo russo ‘nfaccia( farsi rosso in viso); ‘stu cacciuttiello s’è ffatto gruosso!(questo cucciolo s'è fatto grosso!) | farse ‘nquatto(farsi in quattro, (fig.) moltiplicare i propri sforzi, il proprio impegno a favore di qualcuno o di qualcosa || Anche in costruzioni impersonali:s’è ffatto scuro; se sta facenno tarde( s'è fatto scuro; si sta facendo tardi);
2 (gerg.) drogarsi:farse ‘e cucaina (farsi di cocaina).
Giunti a questo punto passiamo all’elencazione ed illustrazione della numerosa fraseologia costruita nel napoletano con il verbo fare nelle numerose accezioni fino qui esaminate, cominciando però con un’accezione di fare che è solo del napoletano e non trova riscontro nell’italiano: considerare, giudicare che si ritrova nell’icastica espressione:
I’ TE FACCIO SCEMO,O PAZZO (ti fo scemo,o pazzo) ti considero sciocco oppure pazzo e ciò deriva dall’osservazione del tuo comportamento o del tuo modo di proporti od agire in determinate circostanze che richiederebbero, in una persona normale, reazioni o atteggiamenti ben diversi da quelli da te tenuti che derivano con ogni probabilità ed evidenza dalla tua scempiaggine o follia, per cui ben posso giudicarti scemo o pazzo.
Continuiamo, senza ordine o sistematicità, con altre espressioni:
FÀ CARNE 'E PUORCO...
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
FÀ 'O PARO E 'O SPARO....
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ ASCÍ ‘E SSÒVERE ‘A CULO.
Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; id est: percuotere qualcuno, torchiandolo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sòvere che sono in realtà i frutti del sorbo, dal lat.: sorbere→sobere→sòvere in quanto frutti succosi e maturi, quasi da suggere)
FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO.
Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
FÀ ALIZZE E CRUCELLE.
Ad litteram: fare sbadigli e crocette. Id est: consigliare di segnare con una crocetta la bocca mentre si sbadiglia. È risaputo che per norma di galateo, se si sbadiglia occorre coprirsi la bocca con la mano, ma tale norma viene di lontano allorché - come ricordato dall’espressione in esame - in caso di sbadiglio occorreva segnare ripetutamente la bocca con segni di croci usate a mo’ di protezione acciocché gli spiriti maligni non entrassero nella bocca spalancata; la faccenda è diventata poi una norma di galateo ma la sostanza protettiva o scaramantica del gesto è rimasta anche se ammantata di buona creanza.
alizze = sbadigli; deverbale dal basso latino halare = sbadigliare
crucelle = crocette; diminutivo attraverso il suffisso femm. plurale élle di cruce = croce da un acc. latino cruce(m) da crux – crucis.
FÀ CACÀ L’UVA, LL’ACENE E ‘O STREPPONE.
Ad litteram: far defecare il grappolo d’uva, gli acini(vinacciuoli) ed il raspo relativi.Locuzione, spesso usata sotto forma di minaccia: te faccio cacà ll’uva, ll’aceno e ‘o streppone (ti faccio defecare la pigna d’uva, i singoli acini(vinacciuoli) ed il raspo) con la quale si significa l’azione violenta di chi costringa o intenda costringere un ladro o anche solo un profittatore a restituire tutto il mal tolto, e cioè pretenda di farsi restituire, sia pure sotto forma di feci, non solo la pigna d’uva che gli sia stata sottratta, ma addirittura i singoli acini e persino ad abundantiam il vuoto raspo che non viene mangiato, ma che si intende far restituire da digerito.La minaccia estensivamente poi viene usata nei confronti di chiunque (adulti e/o bambini) siano messi in condizione di dover esser severamente puniti per eventuali malefatte trascorse.
cacà= cacare, defecare voce verbale infinito derivata dal lat. cacare= andar di corpo;
uva = uva, il frutto della vite, costituito da un grappolo composto di acini: dal lat. uva(m) nell’espressione in epigrafe vale grappolo di uva che a Napoli più spesso è detto pigna d’uva per la forma a cono rovesciato vagamente simile al frutto conico delle conifere, costituito da squame legnose che nascondono i semi (pinoli);
acene pl. di aceno= acino, chicco dell’uva o di frutta similare dal latino acinu(m); in napoletano con il termine a margine non si intende però solo il vero e proprio acino/chicco d’uva, ma anche il vinacciuolo e cioè ciascuno dei semini che si trovano in un acino d'uva; il fiocine che molti, mangiando un grappolo d’uva, evitano di ingoiare e sputano via, per cui sarebbe poi difficilissimo renderlo digerito, atteso che non viene mangiato ; la medesima cosa avviene anche con lo
streppone= raspo, grappolo di uva privo dei chicchi, gambo, fusto di fiori recisi; la voce etimologicamente è un derivato metatetico del lat. stirpe(m) attraverso un accrescitivo *sterpone(m)→streppone con metatesi e raddoppiamente espressivo della p→pp.
VA’ FÀ LL’OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese.Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato.
Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello
dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa usate per preparar economici brodi, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà ô ponte; tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire fino in fondo gli strali dell’avversa fortuna.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ CARNE 'E PUORCO
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
Fà ACQUA ‘A PIPPA Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze.Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro subito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non ha nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cos í povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto pi ú prosaicamente il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o altri malanni, non fosse pi ú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cos í la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale.
FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP’ ARRUBBATO, ‘E PPORTE ‘E FIERRO.
Ad litteram: fare come in santa Chiara : dopo aver subíto il furto, apposero le porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi e si sia già sub íto un danno; cos í si regolarono i monaci dell’antica basilica di santa Chiara che sostituirono l’inconsistente uscio in legno della chiesa con pi ú corpose e resistenti porte in ferro, ma lo fecero tardi, solo dopo che i ladri avevano perpetrato un ingente furto sacrilego.
FÀ ‘A PRIMMA FESCENA PAMPANOSA
Ad litteram: riempire il primo cesto di pampini; id est: cominciar male un’attività, partir col piede sbagliato; locuzione di chiara matrice contadina; la féscena nominata in epigrafe è il cestino di vimini in cui le vendemmiatrici erano solite depositare i grappoli raccolti; poteva accadere talvolta che, nella foga del primo raccolto, le vendemmiatrici, magari meno esperte, in luogo dei grappoli d’uva, riponessero nella cesta un gran numero di pampini fino a riempirla e renderla perciò pampinosa.La locuzione è usata oggi per indicare che si è cominciato male una qualsiasi attività e se ne paventa perciò una cattiva evoluzione.
fescena s.vo f.le cestino di vimini a tronco di cono con fonfo aguzzo usato durante la vendemmia; voce dal lat. fiscina (da fiscus=cesto).
FÀ 'O PARO E 'O SPARO
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
PAVÀ O FÀ PAVÀ ‘E PERACOTTE
Letteralmente: pagare o far pagare le pere cotte.
Presa nel suo significato letterale, l’espressione a margine significa ben poco e va da sé che occorre, per intenderla, andare alla ricerca di un qualche nascosto significato.
Comincio col sottolineare che il verbo pavà = pagare dell’epigrafe – cosí come letteralmente tradotta - non può essere inteso nel comune senso di corrispondere una somma di denaro per beni acquistati, servizi ricevuti, obbligazioni contratte e sim. cosí come normalmente è inteso il verbo pavà = pagare che dal lat. pacare 'pacificare'e cioè porre in pace cioè mettere in parità prestazione e controprestazione (da notare che la consonante etimologica c, occlusiva velare sorda,come la corrispondente occlusiva velare sonora g, nel napoletano divengono spesso (sia pure non sempre) v (come in fravula che è da fragula(m) con consueta alternanza partenopea della c o della g con la v o altrove al contrario della v con la g come ad es in guappo che è dal latino vappa; cfr.anche volpe/golpe, vunnella/gunnella, vongola←concula etc. ;) quella v che è invece la consonante fricativa labiodentale sonora che nel napoletano di solito si alterna con la b consonante occlusiva bilabiale sonora) dicevo che il verbo pagare deve essere qui inteso nel senso estensivo e figurato di temere, scontare, espiare; l’espressione in effetti vale, nel suo significato recondito: temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui. Proprio in ragione di tale interpretazione, la scuola di pensiero piú comune interpreta sbrigativamente, ma – a mio avviso – poco convincentemente il termine peracotte= pere cotte nel non meglio chiarito senso di percosse , atteso che non vedo (se si eccettua un tenue ed inconferente bisticcio fonetico…) cosa possa mettere in rapporto squisitezze gastronomiche quali sono le pere in giulebbe, con l’amarezza delle percosse .A mio avviso, pur non mutandosi il significato nascosto dell’espressione in esame che sta per temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui, il termine peracotte non deve intendersi come agglutinazione di pere cotte, quanto come corruzione della voce peraconne = ippericon pianta medicinale, nota anche con il nome di erba di san Giovanni con proprietà astringenti e/o decongestionanti .
Mi sembra che accogliendo tale mia originale proposta si possa innanzi tutto restituire il significato primo al verbo pavà=pagare nel senso che l’espressione a margine sostanzierebbe piú chiaramente la situazione incresciosa o di chi si trovasse, per problemi di salute, costretto a far ricorso all’acquisto di medicinali derivati dalla pianta di ippericon (che,come chiarisco qui di sèguito dà l’etimo a peraconne) o la ancóra piú incresciosa situazione di colui cui siano stati indotti problemi di salute da parte di chi lo metta nella condizione di ricorrere all’acquisto di medicamenti, facendogli pagare ‘e peracotte= peraconne (medicine derivate dall’ippericon.); dal punto di vista etimologico rammento che in napoletano le parole derivate da voci straniere terminanti per consonante di solito comportano il raddoppiamento espressivo della consonante e la paragoge di una vocale finale semimuta;non esistono quasi eccezioni a questa regola: rammento appena le voci sanfrasòn/zanfrasòn o sanfasòn = alla carlona, voci che sono corruzione del francese sans façon (senza misura) e sono tra le pochissime, se non quasi uniche voci del napoletano che essendo accentate sull’ultima sillaba si possono permettere il lusso di terminare per consonante in luogo di una consueta vocale evanescente paragogica finale (e/a/o) e raddoppiamento della consonante etimologica: normalmente in napoletano ci si sarebbe atteso sanfrasònne/zanfrasònne o sanfasònne come altrove barre per e da bar o tramme per e da tram e come è successo qui che da ippericon si è pervenuti a (ip)peraconne.
FÀ PALLA CORTA
Ad litteram: fare la palla corta Id est: mancare il fine prefissato, non giungere al risultato per avere errato nel conferire la forza necessaria affinché si potesse raggiungere lo scopo; con altra valenza riferito ad uno che infastidisca, vale: con le tue richieste e/o parole non otterrai nulla di ciò che vuoi: non sei convincente, né induci a prestarti fede e/o aiuto! La locuzione è mutuata dal giuoco delle bocce o del bigliardo, giochi nei quali la biglia (palla) messa in giuoco può mancare di raggiungere il punto voluto e risultare corta se, per conclamata imperizia, nel lanciarla il giocatore non vi à impresso la necessaria e giusta spinta.
Palla s.vo f.le 1 corpo di forma sferica: una palla di ferro, di marmo, di vetro, di neve ' le palle degli occhi, (fam.) i globi oculari | palla di lardo, di grasso, (fig.) persona molto grassa.
2 sfera di gomma, cuoio, legno o altro materiale, con cui si gioca: palla di biliardo, da tennis; giocare a palla | battere la palla, nel tennis e in altri giochi, iniziare a giocare | palla-goal, nel calcio, palla che può essere con facilità inviata in rete ' prendere, cogliere la palla al balzo, (fig.) sfruttare al volo un'occasione propizia ' essere, sentirsi in palla, (fig.) in forma, in giornata buona
Voce dal long. *palla con medesima radice di balla
Corta agg.vo f.le1 di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale: la via più corta per arrivare; capelli (tagliati) corti; armi a canna corta; calzoni, pantaloni corti, al di sopra del ginocchio; maniche corte, sopra il gomito; mi va, mi sta corto, si dice di indumento che non raggiunge la misura giusta, soprattutto delle gambe e delle braccia | palla (tirata) corta, che non arriva a destinazione | andare per le corte, sbrigarsi, venire al dunque | venire alle corte, concludere qualcosa in fretta; alle corte!, veniamo al sodo! | l'ultimo a comparir fu gamba corta, (scherz.) si dice a chi arriva per ultimo.
2 che non dura a lungo; breve, conciso: una visita corta, una risposta corta | settimana corta, settimana lavorativa di cinque giorni, da lunedì a venerdì
3 (estens.) insufficiente, scarso, poco dotato
Voce da un lat. *curta(m) marcata sul m.le curtu(m).
FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco di cui ovviamente profittavano anche chi aveva partecipato alla cerimonia funebre.
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al richiedente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta (che in realtà è falsa) provenienza.
coglie s.vo fem.le pl. di coglia = testicolo derivato dal lat. volg. *colea(m); la voce coglia con il suo plurale coglie è attestata nel parlato popolare della città bassa come alternativo di coglione e del pl. metafonetico cugliune usati piú spesso come voci offensive
AbramoAvraham, "Padre di molti popoli";è il primo patriarca dell'Ebraismo, del Cristianesimo e dell'Islam. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa nel Corano. Secondo Gen17,5 il suo nome originale Avram, poi cambiato da Dio in Avraham; è considerato dall’Islam antenato del popolo arabo, attraverso Ismaele. L'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam (détte religioni abramitiche) proclamano tutte una loro presunta discendenza comune da Abramo.
Non esistono tuttavia altre testimonianze storiche della sua esistenza indipendenti dalla Genesi, quindi non è possibile sapere se fu una reale figura storica. Se lo fu, visse tra il ventesimo ed il XIX secolo a.C. L’episodio piú significativo riguardante la vita di Abramo si riferisce alla richiesta fattagli da Dio di sacrificargli l’unico figlio Isacco generato ad Abramo in vecchiaia da sua moglie Sara. Abramo, seppur a malincuore, accettò. Mentre legava Isacco per il sacrificio, però, apparve un angelo che gli disse di non far male a suo figlio e che Dio aveva apprezzato la sua ubbidienza, benedicendolo "con ogni benedizione".
FÀ ‘E SSETTE CHIESIELLE.
Letteralmente: visitare le sette chiesine ovvero per traslato : andarsene in giro per le case altrui senza uno specifico motivo, ma solo per il gusto di intrattenersi negli altrui domicili, nella speranza - magari - di scroccare un pranzo, o quanto meno un caffé che a Napoli non si rifiuta a chicchessia. Detto anche di chi, prima di decidersi a fare un acquisto visita innumerevoli negozi per informarsi sui prezzi dell’articolo cercato, per confrontarli e metterli a paragone.
Originariamente le sette chiese della locuzione sono sette bene identificati luoghi di culto e cioè nell’ordine: Spirito santo, san Nicola alla Carità, san Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, santa Brigida, san Ferdinando di Palazzo e san Francesco di Paola, quelle chiese cioè che tutti i napoletani andando dalla odierna piazza Dante (anticamente Largo del Mercatello) a piazza del Plebiscito (l’antico Largo di Palazzo) percorrendo la centralissima strada di Toledo, sono soliti visitare durante il cosiddetto struscio la rituale passeggiata che si compie il giovedì santo , durante la quale si “visitano” i cosiddetti sepolcri ovvero le solenni esposizioni dell’Eucarestia che si tengono in ogni chiesa di culto cattolico.Dal fatto che le chiese incontrate nel rituale tratto dello struscio fossero sette si instaurò la consetudine pseudo-religiosa che i cosiddetti sepolcri da visitare dovessero essere in numero dispari e qualche devoto poco propenso a camminare per ottemperare a tale pseudo-precetto si recava nella chiesa piú vicina alla propria abitazione e vi entrava ed usciva sette volte di fila per biascicare orazioni, ritenendo in tal modo di aver fatte le rituali dispari visite previste.
FÀ LL’AMICO E ‘MPRENÀ ‘A VAJASSA.
Ad litteram: fare l’amico ed ingravidare la serva id est: comportarsi da “doppiogiochista”, da falso amico come chi , atteggiandosi ad amico, frequenti una casa ed in luogo di ricordi amicali lasci la fantesca di casa ingravidata, profittando della libertà che si usa concedere agli amici.
amico = amico,animato da amicizia, benevolo agg.vo e s.vo m.le dallat. amicu(m), deriv. di amare
‘mprenà= ingravidare, render pregna voce verbale infinito dal lat. tardo impraegnare 'rendere gravida', comp. di in illativo e un deriv. del lat. volg. *praegnu(m), che diede il napoletano prena= ingravidata;
vajassa = serva, fantesca Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutaci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana; dalla medesima voce bajasse il toscano trasse bagascia = meretrice.
FÀ ‘A FATICA D’’E PRIEVETE.
Ad litteram: fare il lavoro dei preti. Id est: fare un’attività tranquilla e non impegnativa quale, ingiustamente, si riteneva ed ancóra si ritiene che fosse e sia quella svolta dai sacerdoti al segno che, altrove si dice che si ‘a fatica fosse bbona ‘a faccesro ‘e prievete (se il lavoro fosse una cosa buona, lo farebbero i preti).
Fatica s. f. sinonimo di lavoro, impegno quantunque di per sé il termine fatica connoti il semplice lavoro, ma uno sforzo fisico o intellettuale che genera stanchezza, quella che nasce da un'attività fisica o psichica troppo intensa o prolungata; l’etimo è dal lat. volg. *fatiga(m), deriv. di fatigare 'prostrare, stancare';
prievete s. m. plurale metafonetico di prevete: prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto, che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prevete da cui poi per sincope della sillaba implicata ve si è probabilmente formato il toscano prete è dal tardo latino presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;
la via seguíta per giungere a prevete partendo da presbyteru(m) è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta provenienza.
FÀ TRE FFICHE NOVE ROTELE
Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli.
Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere.
Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle due sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, ancora oggi è in uso a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie.
Ancora ricordiamo che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano.
FÀ FETECCHIA:
I l termine in epigrafe ha un variegato ventaglio di significati nella lingua napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresì lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e più in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine
Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare – tenendo prersente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino.
FÀ QUATTO CIAPPETTE.
Letteralmente: fare quattro ciappette. Id est: compiere un lavoro in maniera rabberciata e disimpegnata ; detto soprattutto di lavori che impegnano poco le braccia e molto la mente, lavori che però siano fatti con poca attenzione e dedizione e se ad es. si tratta di vergare uno scritto, lo si fa servendosi di concetti triti, ripetitivi e striminziti, vergati alla meno peggio, , messi in fila in maniera abborracciata, quasi automaticamente conseguenziali, non supportati da idee nuove, ma farciti di ovvietà noiose e monotone. Con altra valenza leggermente differente, ma corposamente sarcastica il concetto in epigrafe viene riferito, con una tipica espressione che è: Sape fà quatte ciappette!, a chi saccente e supponente, faccia le viste, al contrario, di essere molto colto, di conoscere tutte le evenienze del vivere vantandosi di possedere conoscenze in vasti campi dello scibile umano, laddove in realtà tutta la sua cultura e tutte le sue conoscenze si riducono a pochissime nozioni trite e ritrite, ovvie, non originali, noiose e monotone spesso non accompagnate da autentica e conclamata scienza e/o esperienza, ma fondate esclusivamente sul sentito dire. o sui manualetti di pronto impiego di talune professioni e non le specifico per non incorrere nelle ire di amici e/o parenti...
La parola ciappetta di per sé non è che il diminutivo di ciappa s f fibbia, fermaglio, borchia voce pervenuta nel napoletano attraverso lo spagnolo chapa derivato del lat. capulum attraverso un plurale metatetico, inteso poi femminile, regionale *clapa→chiapa→chapa.
Va da sé che semanticamente è quasi impossibile collegare il concetto di un piccolo fermaglio, una piccola fibbia o una borchietta con l’idea di nozioni trite e ritrite, ovvie noiose e monotone. Ma la cosa si può risolvere seguendo quella che fu l’originaria formulazione dell’espressione in epigrafe, espressione che purtroppo, nessuno mai degli addetti ai lavori si è peritato di prendere in considerazione od esame. Lo faccio qui di sèguito,pur non essendo un paludato o patentato addetto, augurandomi di fare cosa gradita a chi mi leggerà.
In origine infatti nelle isole al largo di Napoli (dove l’espressione nacque) non si usò l’espressione Sapé fà quatte ciappette ma s’usò dire Sapé fà quatte scippe sciappe con riferimento a chi avesse imparato a fare appena pochi tratti di penna (scippi) e si vantasse, chiaramente a torto, di essere molto istruito; quando poi l’espressione Sapé fà quatte scippe sciappe approdò a Napoli fu trasformata in Sapé fà quatte cippe ciappe e ciò perché probabilmente le voci scippe sciappe (di cui la seconda non corrispondeva né ad un oggetto, né ad una idea, ma era stata ricavata da scippe (plurale di scippo (deverbale del lat. ex-cippare) nel senso però di tratto di penna e non di graffio) per bisticcio ed allitterazione espressivi ) furono intese come originarie cippe e ciappe addizionate della solita esse protetica intensiva napoletana, ma poiché i concetti che gli originarii scippe sciappe dovevano rappresentare erano concetti riduttivi e negativi, si pensò – a ragione forse – che non avevano senso le esse intensive e scippe sciappe divennero cippe ciappe; allorché poi ci si rese conto che al derivato cippe non si poteva collegare alcun oggetto reale o concetto comprensibile si preferí eleminar tout court quel cippe e mantenere solo quelle residuali ciappe (in origine sciappe) divenute quasi per magia corrispondenti ad un oggetto reale (fibbie, fermagli, borchie) e dovendo esse ciappe esprimere concetti negativi e riduttivi, se ne fece il diminutivo ciappette e l’espressione diventò Sape fà quatte ciappette che vale saper fare quattro insignificanti cosucce e menarne vanto quasi si trattasse di cose pregnanti e/o importanti, che è poi l’atteggiamento tipico d’ogni saccente e supponente.
FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE.
Che vale: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ piú cruenta, ma decisamente piú plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... Sempre con protagonista le fucetole (beccafichi) è la successiva espressione:
FÀ A PASSÀ CU ‘E FUCETOLE.
che ad litteram è fare a sorpassar(si) con i beccafichi ossia entrare in un’ipotetica gara (di magrezza) con i beccafichi e sortirne vincitore; icastica espressione usata nei confronti di chi (soprattutto donne)siano tanto magre da addirittura aver ipoteticamente la meglio sulle fucetole (beccafichi) uccelletti magrissimi; fucetole è il pl. di fucetola s.vo f.le dal lat. ficédula(m) con tipico passaggio di sonora a sorda (d→t) in parola sdrucciola.
FÀ LL‘ALLICCAPETTULE.
Ad litteram: fare il leccapettole cioè il lecchino; id est: comportarsi da servile adulatore, da servo sciocco, prosternandosi davanti al potente di turno, leccandogli metaforicamente la falda posteriore della camicia nominata eufemisticamente in luogo della parte anatomica su cui detta falda insiste.
FÀ ‘O SPALLETTONE oppure al femminile ‘A CCIACCESSA
Espressione intraducibile ad litteram in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurlo, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione per poter venire a capo delle espressioni in epigrafe.
Ciò premesso, dirò che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si dura fatica a spiegare tante essendo le sfumature che esso ingloba.
In primis dirò che con esso vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione.
Piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone.
E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe.
Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento all’idioma parlato, ma esclusivamente a quello scritto nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici.
Orbene reputo che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S non distrattiva, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE.
Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine: parlettiere.
Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile;
esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C: cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare.
FÀ ‘AMMORE CU ‘E MONACHE.
Ad litteram: fare l’amore con le monache, id est: desiderare l’impossibile, richiedere o sperare l’irrealizzabile come sarebbe il godere dei favori di una suora.
FÀ LL’ARTA LEGGIA.
Ad litteram: praticare l’arte leggera; id est: esercitare il mestiere del ladruncolo, del borseggiatore; per praticare tali attività occorre aver leggerezza di mano ed accortezza di modi; eufemisticamente perciò il suddetti mestieri son definiti arte quasi che occorra essere degli artisti per poterli praticare ed in effetti non è da tutti possedere l’abilità necessaria in simili pur truffaldini mestieri: solo chi abbia lungamente fatto esercizio e si sia diligentemente applicato può poi lanciarsi nella mischia e sperare di conseguire risultati adeguati alla stregua di un vero artista.
FÀ LL’ARTE D’’O SOLE.
Ad litteram: fare l’arte del sole; id est: darsi alla bella vita, magari condita di disimpegnati amori, godendosela senza intralci o preoccupazioni, alla stregua del sole che una volta che sia sorto, può tranquillamente mirarsi il creato, senza problemi o altre faticose incombenze.
E sempre a proposito di arterammenterò l’espressione
FÀ LL’ARTE D’’O DIAVULO oppure D’ ‘O DEMMONIO.
Che letteralmente è: fare l’arte del diavolo/demonio; id est: tenere il medesimo comportamento del demonio o diavolo, cioè, calunniare qualcuno, istigare, sobillare qualcuno, aizzarlo contro altri, inducendolo al male, tentandolo subdolamente il tutto in linea con il significato etimologico della voce diavulo (teol.) Spirito del male (chiamato anche demonio), nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana, principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero, capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare, tentare.
FÀ LL’ARTE ‘E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO che letteralmente è: fare l’arte di Michelaccio: mangiare, bere ed andare in giro (bighellonando) id est: tenere un comportamento da fannullone, ( che è propriamente la persona oziosa che non vuole e vorrebbe fare nulla, etimologicamente comp. di fa ( 3° p. sing.ind. pres. del verbo fare) e nulla, col suff. accrescitivo –one); o da bighellone(che è chi perde il suo tempo, andando in giro senza addivenire a nulla, etimologicamente accrescitivo (per il tramite del suffisso one di un antico bigollo o pigollo = trottola);in napoletano questo tipo di soggetto è détto alternativamente Michelasso (come nell’espressione in esame) o Francalasso; Francalasso è propriamente il bighellone, colui che ozia andandosene in giro senza meta e/o scopo; etimologicamente formato, come il suo omologo Michelasso (fannullone,scioperato) dall’addizione di un nome proprio (qui Michele, altrove Franco) e dell’aggettivo lasso che è dal lat. lassu(m); cfr. lassare = 'stancare'da intendersi in senso ironico ed antifrastico, atteso che chi non lavora, non può stancarsi; il perché di quei due nomi e non altri è ignoto,ma forse non gli è estraneo il fatto che in napoletano franco sta per libero, senza costrizioni e dunque senza impegni, mentre michele è usato nel senso duro, ma affettuoso di sciocco, inetto, una persona tale cui non si affiderebbe un lavoro o impegno, nel timore che lo mancasse.
FÀ LL’OPERA D’’E PUPE
Letteralmente: fare la rappresentazione con i pupi; id est: fare il diavolo a quattro, agitarsi oltre misura per conseguire un quid qualsiasi anche non eccessivamente serio e concreto, sforzandosi di tener sotto controllo un gran numero di cose come i pupari costretti a destreggiarsi tra un inviluppo di fili e croci lignee atti alla manovra delle teste, braccia e gambe dei pupi di cui all’epigrafe. Da notare che l’espressione fa riferimento ai pupi, alti e grossi burattini di legno che vengon manovrati dal puparo, muovendoli dall’alto; cosa diversa sono le guarattelle o guattarelle, piccole marionette che vengono manovrate dal basso tenendole infilate sulla mano a mo’ di guanto. Talvolta, con riferimento alla agitazione che è propria dell’espressione in epigrafe, quando tra due interlocutori un discorso principiato in maniera calma si stia evolvendo pericolosamente può accadere che quello degli interlocutori dotato di maggior buona volontà possa invitare l’altro interlocutore a recedere dalla discussione con il dire: “Nun facimmo ll’opera ‘e pupe” (evitiamo di fare una rappresentazione con i pupi; calmiamoci!).
FÀ MMIRIA Ô TRE BASTONE
Ad litteram: fare invidia al tre di bastoni, destare l’invidia del tre di bastoni. Detto ironicamente di una donna che sia provvista di abbondante peluria sul labbro superiore al segno di destar l’invidia del tre di bastoni la carta da giuoco del mazzo di carte napoletano che porta sovrapposto all’incrocio di tre grossi randelli un vistoso mascherone , provvisto di suo di consistenti baffoni a manubrio.
FÀ MARENNA A SARACHIELLE
Ad litteram: far colazione con piccole aringhe affumicate; id est: accontentarsi di poco, stringer la cinghia, esser costretti a fare di necessità virtú come chi si debba contentare, per la propria colazione di piccole aringhe salate ed affumicate che oltre ad essere parva res, prospettano una successiva necessità di bere copiosamente per attutire gli effetti della congrua salatura. La locuzione è usata pure a sarcastico commento delle azioni di coloro che agiscano con parsimonia di mezzi e di applicazione al segno che i risultati che posson derivare dalle loro azioni sono miserevoli ed inconferenti. In tal caso alla locuzione in epigrafe si suole premettere un icastico: Eh, sî arrivato (che può esser tradotto a senso: “Cosa pensi d’aver fatto?) per poi far seguire la locuzione in epigrafe coniugata però con un tempo di modo finito in luogo dell’infinito qui riportato: ad es.: Eh, sî arrivato, hê fatto marenna a sarachielle!
sarachielle s.vo m.le pl. di sarachiello che è il diminutivo maschilizzato (per significare la contenutezza dell’oggetto di riferimento: in napoletano infatti un oggetto che sia femminile diventa maschile se diminuisce di dimensione (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo) tavola (piú grande) e tavulo ( piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccola)), dicevo che sarachiello è il diminutivo (vedi i suff. i+ ello maschilizzato di saràca= salacca, aringa affumicata; la voce saràca etimologicamente è da collegarsi con cambio d’accento ad un tardo greco sàrax (all’acc.vo sàraka) che trova riscontri anche nel calabrese sàrica e nel salentino zàrica.
FÀ ‘A TREZZA D’’E VIERME.
Ad litteram: fare la treccia di vermi; id est: spaventarsi grandemente, esser colto da eccessiva paura. Olim a Napoli, si riteneva che , soprattutto i bambini, ma pure gli adulti, se fossero stati còlti da grande spavento avrebbero potuto germinare nell’intestino una gran quantità di vermi organizzati nei visceri a mo’ di treccia; per liberare i colpiti da tale iattura si ricorreva a sostanziose somministrazioni di aglio da ingerire crudo; ragion per cui era auspicabile, specie per i bambini il non essere colti da spavento o paure.
FÀ SPUTAZZELLE ‘MMOCCA.
Ad litteram: fare l’acquolina in bocca La locuzione richiama, molto piú veristicamente dell’italiano, quelle situazioni in cui alla vista di cose piacevoli o appetitose aumenta a dismisura la secrezione delle ghiandole salivari fino a riempir quasi la bocca di saliva, quella che l’italiano per un malinteso senso estetico rende con la parola: acquolina. L’espressione si usa naturaliter allorché ci si trovi al cospetto di un appetitoso manicaretto la cui vista scatena la reazione di cui in epigrafe;ma è usata altresí allorché ci si trovi innanzi ad una bella donna desiderabile ed appetibile al pari di una succulenta pietanza; insomma sia il manicaretto che la bella donna posson far fare l’acquolina in bocca o – meglio ancòra – far fare sputazzèlle.
FÀ O ESSERE CARTA ‘E TRE (o meglio) ‘E TRESSETTE
Ad litteram: fare o essere una carta da tre (o meglio) di tressette; id est: essere o comportarsi da persona di vaglia, importante, capace di imporsi a tutti gli altri o per naturale carisma o per accertate capacità fisiche e/o morali; piú precisamente nel gergo malavitoso e per traslato nel linguaggio popolare la carta di tre o tressette è colui che con ogni mezzo, lecito o meno che sia riesce ad assurgere al posto di comando imponendo la propria volontà. La locuzione è mutuata dal giuco del tressette giuoco di carte nel quale alcune di esse per convenzione, pure essendo di valore facciale inferiore rispetto alle altre, nel corso del giuoco prevalgono sulle altre risultando vincitrici nelle singole prese; la scala gerarchica convenzionale del giuoco è cosí stabilita: tre, due, asso, re, cavallo, fante e poi dal sette fino al quattro secondo l’ordine decrescente;dal che si evince che la miglior carta, atta a catturare tutte le altre è il tre e a ciò si riferisce la locuzione in epigrafe.Talvolta però l’espressione viene usata a mo’ di dileggio nei confronti di chi non avendo né carisma, né capacità intellettuali, tenti di atteggiarsi ad individuo di vaglia o importante; a chi agisse in tal modo si suole raccomandar: nun fà ‘a carta ‘e tre ossia evita di assumere inutili e pretestuosi atteggiamenti da carta di tre (quella vincente al giuoco del tressette.)
E con ciò penso d’avere, anche questa volta risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico N.C. e d’avere interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.
Raffaele Bracale
Anche questa volta raccolgo una richiesta del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,abituale lettore delle mie cosucce , mi à sollecitato a parlare del verbo in epigrafe e delle sue accezioni e/o fraseologia nel napoletano.
Comincerò con il precisare che il verbo fare il cui infinito nel napoletano è fà/ffà che io contrariamente a tutti gli altri cultori dell’idioma napoletano (che usano la grafia apocopata fa’) preferisco rendere con la à accentata (fà/ffà ) per alcuni ben precisi motivi: 1)uniformità di scrittura degli infiniti che in napoletano (nelle forme troncate) siano essi monosillabi o plurisillabi son tutti accentati sull’ultima sillaba (cfr. ad es.da(re)→dà – magna(re)→magnà – cammena(re)→cammenà –cade(re)→cadé - murire→murí etc.), 2) la grafia apocopata fa’ si presta, a mio avviso,fuor del contesto ad esser confusa con la 2° p.sg. dell’imperativo: fa’= fai, come si presterebbe alla medesima confusione l’infinito apocopato da’ di dare che potrebbe essere inteso, prescindendo dal contesto, come2° p.sg. dell’imperativo: da’= dai, A proposito di infiniti rammento che durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico e non si rendono conto che solo l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,e può (solo!) indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi in altri maldestri autori ed addirittura compilatori di dizionarî, che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti . In effetti nella parlata napoletana è un errore di ortografia accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo per indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba:
l'accento, inglobando in sé la doppia funzione, è piú che sufficiente; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia tagliare un termine mantenendone però il primitivo accento tonico.
Per esempio il verbo èssere può essere apocopato in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancóra ad es. il verbo tégnere, può per particolari esigenze espressive o metriche essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde’ e non cadé!
Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé.)È pur vero che, in napoletano, alcuni infiniti di verbi che, apocopati, risultano divenuti monosillabici, potrebbero esser scritti con il segno dell’apocope (‘) piuttosto che con l’accento in quanto che nei monosillabi l’accento tonico cade su quell’unica sillaba e non può cadere su altre (che non esistono) e perciò potremmo avere ad es.: per il verbo stare l’ apocopato: sta’ in luogo di stà e per l’infinito di fare l’ apocopato: fa’ invece di fà, ma personalmente reputo piú comodo come ò détto per mantenere una sorta di analogia di scrittura con gli infiniti di altri verbi mono o plurisillabici, accentare tutti gli infiniti apocopati ed usare stà e fà in luogo dei pur corretti sta’ e fa’ che valgono stare e fare, tenendo conto altresí che almeno nel caso di fa’ esso potrebbe essere inteso, ripeto, come voce dell’imperativo (fai→fa’), piuttosto che dell’infinito fare, cosa che invece non può capitare con il verbo stare il cui imperativo nel napoletano non è sta’, ma statte. A questo punto torniamo all’assunto dell’epigrafe per rammentare che in napoletano il verbo fare (fà/ffà) che è dal lat. fa(ce)re à le medesime accezioni del corrispondente fare dell’italiano e cioè: 1 compiere un'azione; porre in essere, eseguire, operare: fà ‘nu passo, ‘o bbene, ‘nu discorzo,’nu suonno;che ffaje stasera?(fare un passo, il bene, un discorso, un sogno; che fai stasera?) | tené assaje che ffà(avere molto da fare), essere occupatissimo | sapé fa uno ‘e tutto(saper fare (di) tutto), essere versato in ogni campo | fà e sfà a ccapa soja( fare e disfare a suo piacimento), agire secondo il proprio comodo, senza render conto a nessuno | fa’ tu!(fai/fa’ tu!), decidi tu | avé a cche ffà cu quaccheduno(avere a che fare con qualcuno), trattare, avere rapporti con lui, ma anche entrare in contrasto con qualcuno | nun tené niente a cche ffà cu coccosa(non avere nulla a che fare con qualcosa), non entrarci, non avere relazione con essa | darse ‘a fa(darsi da fare), adoperarsi, brigare per ottenere qualcosa | lassà fà a quaccheduno(lasciar farequalcuno), non disturbarlo, lasciarlo libero di agire | fà ‘e tutto o ll’impussibbile(fare di tutto o l'impossibile), tentare ogni mezzo pur di raggiungere uno scopo | saperce fa(saperci fare), (fam.) essere in gamba, sapere il fatto proprio | fà ampressa, tarde(fare presto, tardi), agire con rapidità o con lentezza; anche, rientrare presto o tardi, spec. la sera | fà ‘e cunto(far di conto), (antiq.) conteggiare, computare secondo le regole dell'aritmetica | fà festa(fare festa), festeggiare, divertirsi | fà ‘a festa(o ‘a pelle) a quaccuno(fare la festa (o la pelle) a qualcuno, ucciderlo | fà fora a quaccuno(far fuori qualcuno), eliminarlo da una competizione; anche, ucciderlo; fà fora coccosa( fare fuori qualcosa), consumarla, distruggerla rapidamente | fà ‘a bbella vita(fare la bella vita), godersela, spassarsela | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta vita(fare una bella, una brutta vita), vivere in buone, in cattive condizioni materiali o morali | fa fijura (far figura), dare una buona impressione | fà ‘na bbella, ‘na bbrutta fijura(fare una bella, una brutta figura), dare, lasciare una buona, una cattiva impressione | fà córpo(fare colpo), colpire, impressionare |fà caso a coccosa( fare caso a qualcosa), badarci | farse ‘e capille(farsi i capelli), tagliarli | farse’a varva( farsi la barba), raderla | fà fuoco( fare fuoco), sparare | fa furtuna( fare fortuna), crearsi una posizione | fa ‘e ccarte (fare le carte), al gioco, distribuirle; in cartomanzia, ricavarne predizioni; nell'uso fam., preparare i documenti necessari al disbrigo di una pratica, ma in questo caso s’usa l’espressione caccià ‘e ccarte | fà ‘o juoco ‘e quaccheduno (fare il gioco di qualcuno), assecondarlo, favorirlo | fà rotta o vela (far rotta o vela), dirigersi | fà scalo( fare scalo), sostare | farla a quaccheduno(farla a qualcuno), giocarlo, raggirarlo | farla sporca(farla sporca), commettere un'azione spregevole | farla grossa (farla grossa), commettere uno sproposito | farla corta, (farla corta, breve), affrettare la conclusione | farla fernuta (farla finita), tagliar corto, smettere; anche, uccidersi | farla franca (farla franca), cavarsela, sottrarsi alle conseguenze di una colpa o di un errore | farla longa (farla lunga), dilungarsi in un discorso, in una discussione |fà a ppiezze (fare a pezzi), rompere; spezzettare; sbranare; (fig.) battere clamorosamente, umiliare | fà ‘a famma (fare la fame), soffrirla; (fig.) essere in miseria | fa paura (fare paura), spaventare | fà curaggio(fare coraggio), incoraggiare | fà piacere a uno (far piacere a qualcuno), render lieto, contento | fà strata(fare strada), aprire un passaggio; precedere indicando il cammino, la direzione | farsi strada, aprirsi un passaggio; (fig.) raggiungere una buona posizione | farsela ‘ncuollo, sotto, dint’ê cazune(farsela addosso, sotto, nei calzoni), imbrattarsi di feci o di orina; (fig.) spaventarsi |farne d’ògne culor, ‘e crude o ‘e cotte( farne di tutti i colori, di crude e di cotte), commettere ogni sorta di bricconerie | fà specie (far specie), far meraviglia | fà silenzio(fare silenzio), tacere | fà tesoro ‘e coccosa(fare tesoro di qualcosa), tenerla in gran pregio; trarne esperienza | fà ‘a vocca, ‘o callo a coccosa(fare la bocca, il callo a qualcosa), abituarvisi | nun fà niente (non fare nulla), oziare | nun fa niente! (non fa nulla!), non importa | nun ffà nè ccaudo nè ffriddo (non fare né caldo né freddo), lasciare indifferenti |fà fronte ê spese (fare fronte alle spese), riuscire a pagarle | fà fronte ô nemico (far fronte al nemico), resistergli | farcela(farcela)riuscire in qualcosa: ce ll’aggiu fatta! (ce l'ò fatta!) | prov. : chi fa ‘a sé fa pe ttre (chi fa da sé fa per tre), è meglio fare da sé le proprie cose che affidarle ad altri; chi ‘a fa ca se ll’aspettasse(chi la fa l'aspetti), chi nuoce agli altri non può che aspettarsi il contraccambio; cosa fatta se ne vène a ccapo(cosa fatta se ne viene a capo), bisogna accettare il fatto compiuto;
2 unito a particelle pronominali, spec. nell'uso familiare, assume valore enfatico, esprimendo una partecipazione affettiva del soggetto all'azione: farse ‘na magnata, ‘na bbella passïata(farsi una mangiata, una bella passeggiata); facimmoce ddoje resate!(facciamoci due risate!);me ne faccio ‘nu bbaffo( me ne fo un baffo), infischiarsene;
3 con valore causativo, mettere in condizione di, permettere: fà fà ‘e primme passe ô criaturo(far fare i primi passi al bambino); fà vevere ê cavalle( far bere i cavalli);
4 creare, produrre, fabbricare: Ddio facette ‘o munno ‘a zzero(Dio fece il mondo dal nulla) 'fà figlie (fare figli), generarli | fà frutte( fare frutti), produrli | fà ‘nu libbro(fare un libro), scriverlo | fà ‘na casa( fare una casa), costruirla | fà ‘na menesta (fare una minestra), prepararla | fà ‘nu cuntratto (fare un contratto), stipularlo | fà luce( fare luce), rischiarare, illuminare; (fig.) svelare un mistero, scoprire la verità
5 dire, parlare (per lo piú introducendo il discorso diretto):me facette: «Viene cu mme!» (mi fece: «Vieni con me!»)
6 credere, pensare:te facevo a Pparigge e ‘mmece staje cca!( ti facevo a Parigi e invece sei qui! )
7 emettere, versare: fà sanco dô naso (fare sangue, sanguinare dal naso)
8 raccogliere, mettere insieme: fà legna,denaro,ccravone, acqua, benzina (fare legna,danaro, carbone, acqua, benzina), rifornirsene; chesta città fa trecientomila perzone(questa città fa trecentomila abitanti), ne conta trecentomila |fà acqua (fare acqua), detto di natante, imbarcarla da una falla; (fig.) essere in condizioni di dissesto, (volg.) mingere;
9 (fam.) comprare, regalare: ‘a mamma ll’à fatto ‘nu paro ‘e scarpe nove(la mamma gli à fatto un paio di scarpe nuove) | con la particella pronominale, comprare per sé, procurarsi: farse ‘a machina, ‘a casa(farsi l’automobile, la casa);
10 esercitare un'arte, una professione, un mestiere: fà ‘o pittore, ‘o salumiere(fare il pittore, il salumiere) | praticare: fà ‘o sporto,fà ‘e tuffe(fare sport, fare dei tuffi)
11 comportarsi da: fà ‘o spallettone, ‘o cretino(fare il superuomo, il cretino) | agire come: ll’à fatto ‘a mamma, da ‘nfermera( gli à fatto da mamma, da infermiera)
12 detto di cose, avere una determinata funzione: ‘e capille lle facevano curnice â faccia (i capelli le facevano da cornice intorno al viso); ‘na preta faceva ‘a scannetiello (una pietra faceva da sedile/sgabello)
13 rendere, mettere in una determinata condizione: fà bbella ‘a casa soja( far bella la propria casa)
14 eleggere, nominare: fuje fatto generale(fu fatto generale)
15 dare come risultato (nelle operazioni aritmetiche): tre pe ttre fa nove; ddiece meno doje fa otto(tre per tre fa nove; dieci meno due fa otto)
16 (gerg.) rubare: se so’ ffatto ‘o muturino (si sono fatto il motorino)
17 farse n’ommo, ‘na femmena (farsi un uomo, una donna,) (volg.) averci un rapporto sessuale |||
Come v. intr. [aus. avere]
1 convenire, adattarsi, essere utile: chella casa nun fa pe nnuje; ‘a fatica nun fa pe tte(quella casa non fa per noi; il lavoro non fa per te )
2 divenire, essere (con uso impers. quando è riferito alla temperatura, al clima, all'avvicendarsi del giorno e della notte):fa cavero; fa malu tiempo;( fa caldo; fa brutto tempo;) ‘e vierno fa scuro ambressa(d'inverno fa buio presto);
3 compiersi (di un determinato tempo):fa n’anno,fanno dduje anne ca ce sapimmo (fa un anno, fanno due anni da che ci conosciamo);
4 in altre locuzioni: fà a ccazzotte, a mmazzate, a curtellate(fare a pugni, a botte, a coltellate); fà a ttiempo o ‘ntiempo (fare a (o in) tempo), riuscire a fare qualcosa entro una scadenza prefissata; fà a mmeno ‘e coccosa(fare a meno di qualcosa), ||| farse v. rifl. o intr. pron.
1 trasformarsi, diventare: farse ggiudio(farsi ebreo);farse russo russo ‘nfaccia( farsi rosso in viso); ‘stu cacciuttiello s’è ffatto gruosso!(questo cucciolo s'è fatto grosso!) | farse ‘nquatto(farsi in quattro, (fig.) moltiplicare i propri sforzi, il proprio impegno a favore di qualcuno o di qualcosa || Anche in costruzioni impersonali:s’è ffatto scuro; se sta facenno tarde( s'è fatto scuro; si sta facendo tardi);
2 (gerg.) drogarsi:farse ‘e cucaina (farsi di cocaina).
Giunti a questo punto passiamo all’elencazione ed illustrazione della numerosa fraseologia costruita nel napoletano con il verbo fare nelle numerose accezioni fino qui esaminate, cominciando però con un’accezione di fare che è solo del napoletano e non trova riscontro nell’italiano: considerare, giudicare che si ritrova nell’icastica espressione:
I’ TE FACCIO SCEMO,O PAZZO (ti fo scemo,o pazzo) ti considero sciocco oppure pazzo e ciò deriva dall’osservazione del tuo comportamento o del tuo modo di proporti od agire in determinate circostanze che richiederebbero, in una persona normale, reazioni o atteggiamenti ben diversi da quelli da te tenuti che derivano con ogni probabilità ed evidenza dalla tua scempiaggine o follia, per cui ben posso giudicarti scemo o pazzo.
Continuiamo, senza ordine o sistematicità, con altre espressioni:
FÀ CARNE 'E PUORCO...
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
FÀ 'O PARO E 'O SPARO....
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ ASCÍ ‘E SSÒVERE ‘A CULO.
Letteralmente: fare uscire le sorbe dal culo; id est: percuotere qualcuno, torchiandolo fino allo spasimo, quasi strizzandolo fino a che non dica o confessi ciò che sa o abbia fatto, costringendolo iperbolicamente ad emettere le emorroidi (eufemisticamente dette sòvere che sono in realtà i frutti del sorbo, dal lat.: sorbere→sobere→sòvere in quanto frutti succosi e maturi, quasi da suggere)
FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO.
Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
FÀ ALIZZE E CRUCELLE.
Ad litteram: fare sbadigli e crocette. Id est: consigliare di segnare con una crocetta la bocca mentre si sbadiglia. È risaputo che per norma di galateo, se si sbadiglia occorre coprirsi la bocca con la mano, ma tale norma viene di lontano allorché - come ricordato dall’espressione in esame - in caso di sbadiglio occorreva segnare ripetutamente la bocca con segni di croci usate a mo’ di protezione acciocché gli spiriti maligni non entrassero nella bocca spalancata; la faccenda è diventata poi una norma di galateo ma la sostanza protettiva o scaramantica del gesto è rimasta anche se ammantata di buona creanza.
alizze = sbadigli; deverbale dal basso latino halare = sbadigliare
crucelle = crocette; diminutivo attraverso il suffisso femm. plurale élle di cruce = croce da un acc. latino cruce(m) da crux – crucis.
FÀ CACÀ L’UVA, LL’ACENE E ‘O STREPPONE.
Ad litteram: far defecare il grappolo d’uva, gli acini(vinacciuoli) ed il raspo relativi.Locuzione, spesso usata sotto forma di minaccia: te faccio cacà ll’uva, ll’aceno e ‘o streppone (ti faccio defecare la pigna d’uva, i singoli acini(vinacciuoli) ed il raspo) con la quale si significa l’azione violenta di chi costringa o intenda costringere un ladro o anche solo un profittatore a restituire tutto il mal tolto, e cioè pretenda di farsi restituire, sia pure sotto forma di feci, non solo la pigna d’uva che gli sia stata sottratta, ma addirittura i singoli acini e persino ad abundantiam il vuoto raspo che non viene mangiato, ma che si intende far restituire da digerito.La minaccia estensivamente poi viene usata nei confronti di chiunque (adulti e/o bambini) siano messi in condizione di dover esser severamente puniti per eventuali malefatte trascorse.
cacà= cacare, defecare voce verbale infinito derivata dal lat. cacare= andar di corpo;
uva = uva, il frutto della vite, costituito da un grappolo composto di acini: dal lat. uva(m) nell’espressione in epigrafe vale grappolo di uva che a Napoli più spesso è detto pigna d’uva per la forma a cono rovesciato vagamente simile al frutto conico delle conifere, costituito da squame legnose che nascondono i semi (pinoli);
acene pl. di aceno= acino, chicco dell’uva o di frutta similare dal latino acinu(m); in napoletano con il termine a margine non si intende però solo il vero e proprio acino/chicco d’uva, ma anche il vinacciuolo e cioè ciascuno dei semini che si trovano in un acino d'uva; il fiocine che molti, mangiando un grappolo d’uva, evitano di ingoiare e sputano via, per cui sarebbe poi difficilissimo renderlo digerito, atteso che non viene mangiato ; la medesima cosa avviene anche con lo
streppone= raspo, grappolo di uva privo dei chicchi, gambo, fusto di fiori recisi; la voce etimologicamente è un derivato metatetico del lat. stirpe(m) attraverso un accrescitivo *sterpone(m)→streppone con metatesi e raddoppiamente espressivo della p→pp.
VA’ FÀ LL’OSSE Ô PONTE
Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese.Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato.
Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello
dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa usate per preparar economici brodi, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà ô ponte; tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire fino in fondo gli strali dell’avversa fortuna.
FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA.
Letteralmente: farne di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa.
FÀ CARNE 'E PUORCO
Ad litteram: far carne di porco; id est:trarre il massimo del profitto, lucrare oltre il lecito o consentito, come chi si servisse della carne di maiale del quale, è noto, non si butta via nulla...
Fà ACQUA ‘A PIPPA Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze.Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro subito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non ha nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cos í povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto pi ú prosaicamente il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o altri malanni, non fosse pi ú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cos í la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale.
FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP’ ARRUBBATO, ‘E PPORTE ‘E FIERRO.
Ad litteram: fare come in santa Chiara : dopo aver subíto il furto, apposero le porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi e si sia già sub íto un danno; cos í si regolarono i monaci dell’antica basilica di santa Chiara che sostituirono l’inconsistente uscio in legno della chiesa con pi ú corpose e resistenti porte in ferro, ma lo fecero tardi, solo dopo che i ladri avevano perpetrato un ingente furto sacrilego.
FÀ ‘A PRIMMA FESCENA PAMPANOSA
Ad litteram: riempire il primo cesto di pampini; id est: cominciar male un’attività, partir col piede sbagliato; locuzione di chiara matrice contadina; la féscena nominata in epigrafe è il cestino di vimini in cui le vendemmiatrici erano solite depositare i grappoli raccolti; poteva accadere talvolta che, nella foga del primo raccolto, le vendemmiatrici, magari meno esperte, in luogo dei grappoli d’uva, riponessero nella cesta un gran numero di pampini fino a riempirla e renderla perciò pampinosa.La locuzione è usata oggi per indicare che si è cominciato male una qualsiasi attività e se ne paventa perciò una cattiva evoluzione.
fescena s.vo f.le cestino di vimini a tronco di cono con fonfo aguzzo usato durante la vendemmia; voce dal lat. fiscina (da fiscus=cesto).
FÀ 'O PARO E 'O SPARO
Ad litteram: fare a pari e dispari; id est:tentennare, non prendere decisioni, essere eternamente indecisi ed affidar tutto, per non assumer responsabilità, all'alea della sorte.
PAVÀ O FÀ PAVÀ ‘E PERACOTTE
Letteralmente: pagare o far pagare le pere cotte.
Presa nel suo significato letterale, l’espressione a margine significa ben poco e va da sé che occorre, per intenderla, andare alla ricerca di un qualche nascosto significato.
Comincio col sottolineare che il verbo pavà = pagare dell’epigrafe – cosí come letteralmente tradotta - non può essere inteso nel comune senso di corrispondere una somma di denaro per beni acquistati, servizi ricevuti, obbligazioni contratte e sim. cosí come normalmente è inteso il verbo pavà = pagare che dal lat. pacare 'pacificare'e cioè porre in pace cioè mettere in parità prestazione e controprestazione (da notare che la consonante etimologica c, occlusiva velare sorda,come la corrispondente occlusiva velare sonora g, nel napoletano divengono spesso (sia pure non sempre) v (come in fravula che è da fragula(m) con consueta alternanza partenopea della c o della g con la v o altrove al contrario della v con la g come ad es in guappo che è dal latino vappa; cfr.anche volpe/golpe, vunnella/gunnella, vongola←concula etc. ;) quella v che è invece la consonante fricativa labiodentale sonora che nel napoletano di solito si alterna con la b consonante occlusiva bilabiale sonora) dicevo che il verbo pagare deve essere qui inteso nel senso estensivo e figurato di temere, scontare, espiare; l’espressione in effetti vale, nel suo significato recondito: temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui. Proprio in ragione di tale interpretazione, la scuola di pensiero piú comune interpreta sbrigativamente, ma – a mio avviso – poco convincentemente il termine peracotte= pere cotte nel non meglio chiarito senso di percosse , atteso che non vedo (se si eccettua un tenue ed inconferente bisticcio fonetico…) cosa possa mettere in rapporto squisitezze gastronomiche quali sono le pere in giulebbe, con l’amarezza delle percosse .A mio avviso, pur non mutandosi il significato nascosto dell’espressione in esame che sta per temere, oppure minacciare di andare incontro o somministrare severe punizioni o anche sopportare o far sopportare spiacevoli conseguenze di malefatte proprie o altrui, il termine peracotte non deve intendersi come agglutinazione di pere cotte, quanto come corruzione della voce peraconne = ippericon pianta medicinale, nota anche con il nome di erba di san Giovanni con proprietà astringenti e/o decongestionanti .
Mi sembra che accogliendo tale mia originale proposta si possa innanzi tutto restituire il significato primo al verbo pavà=pagare nel senso che l’espressione a margine sostanzierebbe piú chiaramente la situazione incresciosa o di chi si trovasse, per problemi di salute, costretto a far ricorso all’acquisto di medicinali derivati dalla pianta di ippericon (che,come chiarisco qui di sèguito dà l’etimo a peraconne) o la ancóra piú incresciosa situazione di colui cui siano stati indotti problemi di salute da parte di chi lo metta nella condizione di ricorrere all’acquisto di medicamenti, facendogli pagare ‘e peracotte= peraconne (medicine derivate dall’ippericon.); dal punto di vista etimologico rammento che in napoletano le parole derivate da voci straniere terminanti per consonante di solito comportano il raddoppiamento espressivo della consonante e la paragoge di una vocale finale semimuta;non esistono quasi eccezioni a questa regola: rammento appena le voci sanfrasòn/zanfrasòn o sanfasòn = alla carlona, voci che sono corruzione del francese sans façon (senza misura) e sono tra le pochissime, se non quasi uniche voci del napoletano che essendo accentate sull’ultima sillaba si possono permettere il lusso di terminare per consonante in luogo di una consueta vocale evanescente paragogica finale (e/a/o) e raddoppiamento della consonante etimologica: normalmente in napoletano ci si sarebbe atteso sanfrasònne/zanfrasònne o sanfasònne come altrove barre per e da bar o tramme per e da tram e come è successo qui che da ippericon si è pervenuti a (ip)peraconne.
FÀ PALLA CORTA
Ad litteram: fare la palla corta Id est: mancare il fine prefissato, non giungere al risultato per avere errato nel conferire la forza necessaria affinché si potesse raggiungere lo scopo; con altra valenza riferito ad uno che infastidisca, vale: con le tue richieste e/o parole non otterrai nulla di ciò che vuoi: non sei convincente, né induci a prestarti fede e/o aiuto! La locuzione è mutuata dal giuoco delle bocce o del bigliardo, giochi nei quali la biglia (palla) messa in giuoco può mancare di raggiungere il punto voluto e risultare corta se, per conclamata imperizia, nel lanciarla il giocatore non vi à impresso la necessaria e giusta spinta.
Palla s.vo f.le 1 corpo di forma sferica: una palla di ferro, di marmo, di vetro, di neve ' le palle degli occhi, (fam.) i globi oculari | palla di lardo, di grasso, (fig.) persona molto grassa.
2 sfera di gomma, cuoio, legno o altro materiale, con cui si gioca: palla di biliardo, da tennis; giocare a palla | battere la palla, nel tennis e in altri giochi, iniziare a giocare | palla-goal, nel calcio, palla che può essere con facilità inviata in rete ' prendere, cogliere la palla al balzo, (fig.) sfruttare al volo un'occasione propizia ' essere, sentirsi in palla, (fig.) in forma, in giornata buona
Voce dal long. *palla con medesima radice di balla
Corta agg.vo f.le1 di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale: la via più corta per arrivare; capelli (tagliati) corti; armi a canna corta; calzoni, pantaloni corti, al di sopra del ginocchio; maniche corte, sopra il gomito; mi va, mi sta corto, si dice di indumento che non raggiunge la misura giusta, soprattutto delle gambe e delle braccia | palla (tirata) corta, che non arriva a destinazione | andare per le corte, sbrigarsi, venire al dunque | venire alle corte, concludere qualcosa in fretta; alle corte!, veniamo al sodo! | l'ultimo a comparir fu gamba corta, (scherz.) si dice a chi arriva per ultimo.
2 che non dura a lungo; breve, conciso: una visita corta, una risposta corta | settimana corta, settimana lavorativa di cinque giorni, da lunedì a venerdì
3 (estens.) insufficiente, scarso, poco dotato
Voce da un lat. *curta(m) marcata sul m.le curtu(m).
FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco di cui ovviamente profittavano anche chi aveva partecipato alla cerimonia funebre.
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al richiedente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta (che in realtà è falsa) provenienza.
coglie s.vo fem.le pl. di coglia = testicolo derivato dal lat. volg. *colea(m); la voce coglia con il suo plurale coglie è attestata nel parlato popolare della città bassa come alternativo di coglione e del pl. metafonetico cugliune usati piú spesso come voci offensive
AbramoAvraham, "Padre di molti popoli";è il primo patriarca dell'Ebraismo, del Cristianesimo e dell'Islam. La sua storia è narrata nel Libro della Genesi ed è ripresa nel Corano. Secondo Gen17,5 il suo nome originale Avram, poi cambiato da Dio in Avraham; è considerato dall’Islam antenato del popolo arabo, attraverso Ismaele. L'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam (détte religioni abramitiche) proclamano tutte una loro presunta discendenza comune da Abramo.
Non esistono tuttavia altre testimonianze storiche della sua esistenza indipendenti dalla Genesi, quindi non è possibile sapere se fu una reale figura storica. Se lo fu, visse tra il ventesimo ed il XIX secolo a.C. L’episodio piú significativo riguardante la vita di Abramo si riferisce alla richiesta fattagli da Dio di sacrificargli l’unico figlio Isacco generato ad Abramo in vecchiaia da sua moglie Sara. Abramo, seppur a malincuore, accettò. Mentre legava Isacco per il sacrificio, però, apparve un angelo che gli disse di non far male a suo figlio e che Dio aveva apprezzato la sua ubbidienza, benedicendolo "con ogni benedizione".
FÀ ‘E SSETTE CHIESIELLE.
Letteralmente: visitare le sette chiesine ovvero per traslato : andarsene in giro per le case altrui senza uno specifico motivo, ma solo per il gusto di intrattenersi negli altrui domicili, nella speranza - magari - di scroccare un pranzo, o quanto meno un caffé che a Napoli non si rifiuta a chicchessia. Detto anche di chi, prima di decidersi a fare un acquisto visita innumerevoli negozi per informarsi sui prezzi dell’articolo cercato, per confrontarli e metterli a paragone.
Originariamente le sette chiese della locuzione sono sette bene identificati luoghi di culto e cioè nell’ordine: Spirito santo, san Nicola alla Carità, san Liborio alla Pignasecca, Madonna delle Grazie, santa Brigida, san Ferdinando di Palazzo e san Francesco di Paola, quelle chiese cioè che tutti i napoletani andando dalla odierna piazza Dante (anticamente Largo del Mercatello) a piazza del Plebiscito (l’antico Largo di Palazzo) percorrendo la centralissima strada di Toledo, sono soliti visitare durante il cosiddetto struscio la rituale passeggiata che si compie il giovedì santo , durante la quale si “visitano” i cosiddetti sepolcri ovvero le solenni esposizioni dell’Eucarestia che si tengono in ogni chiesa di culto cattolico.Dal fatto che le chiese incontrate nel rituale tratto dello struscio fossero sette si instaurò la consetudine pseudo-religiosa che i cosiddetti sepolcri da visitare dovessero essere in numero dispari e qualche devoto poco propenso a camminare per ottemperare a tale pseudo-precetto si recava nella chiesa piú vicina alla propria abitazione e vi entrava ed usciva sette volte di fila per biascicare orazioni, ritenendo in tal modo di aver fatte le rituali dispari visite previste.
FÀ LL’AMICO E ‘MPRENÀ ‘A VAJASSA.
Ad litteram: fare l’amico ed ingravidare la serva id est: comportarsi da “doppiogiochista”, da falso amico come chi , atteggiandosi ad amico, frequenti una casa ed in luogo di ricordi amicali lasci la fantesca di casa ingravidata, profittando della libertà che si usa concedere agli amici.
amico = amico,animato da amicizia, benevolo agg.vo e s.vo m.le dallat. amicu(m), deriv. di amare
‘mprenà= ingravidare, render pregna voce verbale infinito dal lat. tardo impraegnare 'rendere gravida', comp. di in illativo e un deriv. del lat. volg. *praegnu(m), che diede il napoletano prena= ingravidata;
vajassa = serva, fantesca Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutaci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana; dalla medesima voce bajasse il toscano trasse bagascia = meretrice.
FÀ ‘A FATICA D’’E PRIEVETE.
Ad litteram: fare il lavoro dei preti. Id est: fare un’attività tranquilla e non impegnativa quale, ingiustamente, si riteneva ed ancóra si ritiene che fosse e sia quella svolta dai sacerdoti al segno che, altrove si dice che si ‘a fatica fosse bbona ‘a faccesro ‘e prievete (se il lavoro fosse una cosa buona, lo farebbero i preti).
Fatica s. f. sinonimo di lavoro, impegno quantunque di per sé il termine fatica connoti il semplice lavoro, ma uno sforzo fisico o intellettuale che genera stanchezza, quella che nasce da un'attività fisica o psichica troppo intensa o prolungata; l’etimo è dal lat. volg. *fatiga(m), deriv. di fatigare 'prostrare, stancare';
prievete s. m. plurale metafonetico di prevete: prete,presbitero, sacerdote, uomo consacrato, addetto al culto, che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione; etimologicamente il napoletano prevete da cui poi per sincope della sillaba implicata ve si è probabilmente formato il toscano prete è dal tardo latino presbyteru(m), che è dal greco presbyteros, propriamente: piú anziano; cfr. presbitero;
la via seguíta per giungere a prevete partendo da presbyteru(m) è la seguente: presbyteru(m)→pre’bytero/e→prebeto/e→preveto/e;
FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta provenienza.
FÀ TRE FFICHE NOVE ROTELE
Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli.
Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere.
Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle due sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, ancora oggi è in uso a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie.
Ancora ricordiamo che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano.
FÀ FETECCHIA:
I l termine in epigrafe ha un variegato ventaglio di significati nella lingua napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresì lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e più in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine
Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare – tenendo prersente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino.
FÀ QUATTO CIAPPETTE.
Letteralmente: fare quattro ciappette. Id est: compiere un lavoro in maniera rabberciata e disimpegnata ; detto soprattutto di lavori che impegnano poco le braccia e molto la mente, lavori che però siano fatti con poca attenzione e dedizione e se ad es. si tratta di vergare uno scritto, lo si fa servendosi di concetti triti, ripetitivi e striminziti, vergati alla meno peggio, , messi in fila in maniera abborracciata, quasi automaticamente conseguenziali, non supportati da idee nuove, ma farciti di ovvietà noiose e monotone. Con altra valenza leggermente differente, ma corposamente sarcastica il concetto in epigrafe viene riferito, con una tipica espressione che è: Sape fà quatte ciappette!, a chi saccente e supponente, faccia le viste, al contrario, di essere molto colto, di conoscere tutte le evenienze del vivere vantandosi di possedere conoscenze in vasti campi dello scibile umano, laddove in realtà tutta la sua cultura e tutte le sue conoscenze si riducono a pochissime nozioni trite e ritrite, ovvie, non originali, noiose e monotone spesso non accompagnate da autentica e conclamata scienza e/o esperienza, ma fondate esclusivamente sul sentito dire. o sui manualetti di pronto impiego di talune professioni e non le specifico per non incorrere nelle ire di amici e/o parenti...
La parola ciappetta di per sé non è che il diminutivo di ciappa s f fibbia, fermaglio, borchia voce pervenuta nel napoletano attraverso lo spagnolo chapa derivato del lat. capulum attraverso un plurale metatetico, inteso poi femminile, regionale *clapa→chiapa→chapa.
Va da sé che semanticamente è quasi impossibile collegare il concetto di un piccolo fermaglio, una piccola fibbia o una borchietta con l’idea di nozioni trite e ritrite, ovvie noiose e monotone. Ma la cosa si può risolvere seguendo quella che fu l’originaria formulazione dell’espressione in epigrafe, espressione che purtroppo, nessuno mai degli addetti ai lavori si è peritato di prendere in considerazione od esame. Lo faccio qui di sèguito,pur non essendo un paludato o patentato addetto, augurandomi di fare cosa gradita a chi mi leggerà.
In origine infatti nelle isole al largo di Napoli (dove l’espressione nacque) non si usò l’espressione Sapé fà quatte ciappette ma s’usò dire Sapé fà quatte scippe sciappe con riferimento a chi avesse imparato a fare appena pochi tratti di penna (scippi) e si vantasse, chiaramente a torto, di essere molto istruito; quando poi l’espressione Sapé fà quatte scippe sciappe approdò a Napoli fu trasformata in Sapé fà quatte cippe ciappe e ciò perché probabilmente le voci scippe sciappe (di cui la seconda non corrispondeva né ad un oggetto, né ad una idea, ma era stata ricavata da scippe (plurale di scippo (deverbale del lat. ex-cippare) nel senso però di tratto di penna e non di graffio) per bisticcio ed allitterazione espressivi ) furono intese come originarie cippe e ciappe addizionate della solita esse protetica intensiva napoletana, ma poiché i concetti che gli originarii scippe sciappe dovevano rappresentare erano concetti riduttivi e negativi, si pensò – a ragione forse – che non avevano senso le esse intensive e scippe sciappe divennero cippe ciappe; allorché poi ci si rese conto che al derivato cippe non si poteva collegare alcun oggetto reale o concetto comprensibile si preferí eleminar tout court quel cippe e mantenere solo quelle residuali ciappe (in origine sciappe) divenute quasi per magia corrispondenti ad un oggetto reale (fibbie, fermagli, borchie) e dovendo esse ciappe esprimere concetti negativi e riduttivi, se ne fece il diminutivo ciappette e l’espressione diventò Sape fà quatte ciappette che vale saper fare quattro insignificanti cosucce e menarne vanto quasi si trattasse di cose pregnanti e/o importanti, che è poi l’atteggiamento tipico d’ogni saccente e supponente.
FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE.
Che vale: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ piú cruenta, ma decisamente piú plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... Sempre con protagonista le fucetole (beccafichi) è la successiva espressione:
FÀ A PASSÀ CU ‘E FUCETOLE.
che ad litteram è fare a sorpassar(si) con i beccafichi ossia entrare in un’ipotetica gara (di magrezza) con i beccafichi e sortirne vincitore; icastica espressione usata nei confronti di chi (soprattutto donne)siano tanto magre da addirittura aver ipoteticamente la meglio sulle fucetole (beccafichi) uccelletti magrissimi; fucetole è il pl. di fucetola s.vo f.le dal lat. ficédula(m) con tipico passaggio di sonora a sorda (d→t) in parola sdrucciola.
FÀ LL‘ALLICCAPETTULE.
Ad litteram: fare il leccapettole cioè il lecchino; id est: comportarsi da servile adulatore, da servo sciocco, prosternandosi davanti al potente di turno, leccandogli metaforicamente la falda posteriore della camicia nominata eufemisticamente in luogo della parte anatomica su cui detta falda insiste.
FÀ ‘O SPALLETTONE oppure al femminile ‘A CCIACCESSA
Espressione intraducibile ad litteram in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurlo, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione per poter venire a capo delle espressioni in epigrafe.
Ciò premesso, dirò che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si dura fatica a spiegare tante essendo le sfumature che esso ingloba.
In primis dirò che con esso vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione.
Piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone.
E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe.
Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento all’idioma parlato, ma esclusivamente a quello scritto nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici.
Orbene reputo che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S non distrattiva, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE.
Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine: parlettiere.
Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile;
esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C: cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare.
FÀ ‘AMMORE CU ‘E MONACHE.
Ad litteram: fare l’amore con le monache, id est: desiderare l’impossibile, richiedere o sperare l’irrealizzabile come sarebbe il godere dei favori di una suora.
FÀ LL’ARTA LEGGIA.
Ad litteram: praticare l’arte leggera; id est: esercitare il mestiere del ladruncolo, del borseggiatore; per praticare tali attività occorre aver leggerezza di mano ed accortezza di modi; eufemisticamente perciò il suddetti mestieri son definiti arte quasi che occorra essere degli artisti per poterli praticare ed in effetti non è da tutti possedere l’abilità necessaria in simili pur truffaldini mestieri: solo chi abbia lungamente fatto esercizio e si sia diligentemente applicato può poi lanciarsi nella mischia e sperare di conseguire risultati adeguati alla stregua di un vero artista.
FÀ LL’ARTE D’’O SOLE.
Ad litteram: fare l’arte del sole; id est: darsi alla bella vita, magari condita di disimpegnati amori, godendosela senza intralci o preoccupazioni, alla stregua del sole che una volta che sia sorto, può tranquillamente mirarsi il creato, senza problemi o altre faticose incombenze.
E sempre a proposito di arterammenterò l’espressione
FÀ LL’ARTE D’’O DIAVULO oppure D’ ‘O DEMMONIO.
Che letteralmente è: fare l’arte del diavolo/demonio; id est: tenere il medesimo comportamento del demonio o diavolo, cioè, calunniare qualcuno, istigare, sobillare qualcuno, aizzarlo contro altri, inducendolo al male, tentandolo subdolamente il tutto in linea con il significato etimologico della voce diavulo (teol.) Spirito del male (chiamato anche demonio), nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana, principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero, capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare, tentare.
FÀ LL’ARTE ‘E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO che letteralmente è: fare l’arte di Michelaccio: mangiare, bere ed andare in giro (bighellonando) id est: tenere un comportamento da fannullone, ( che è propriamente la persona oziosa che non vuole e vorrebbe fare nulla, etimologicamente comp. di fa ( 3° p. sing.ind. pres. del verbo fare) e nulla, col suff. accrescitivo –one); o da bighellone(che è chi perde il suo tempo, andando in giro senza addivenire a nulla, etimologicamente accrescitivo (per il tramite del suffisso one di un antico bigollo o pigollo = trottola);in napoletano questo tipo di soggetto è détto alternativamente Michelasso (come nell’espressione in esame) o Francalasso; Francalasso è propriamente il bighellone, colui che ozia andandosene in giro senza meta e/o scopo; etimologicamente formato, come il suo omologo Michelasso (fannullone,scioperato) dall’addizione di un nome proprio (qui Michele, altrove Franco) e dell’aggettivo lasso che è dal lat. lassu(m); cfr. lassare = 'stancare'da intendersi in senso ironico ed antifrastico, atteso che chi non lavora, non può stancarsi; il perché di quei due nomi e non altri è ignoto,ma forse non gli è estraneo il fatto che in napoletano franco sta per libero, senza costrizioni e dunque senza impegni, mentre michele è usato nel senso duro, ma affettuoso di sciocco, inetto, una persona tale cui non si affiderebbe un lavoro o impegno, nel timore che lo mancasse.
FÀ LL’OPERA D’’E PUPE
Letteralmente: fare la rappresentazione con i pupi; id est: fare il diavolo a quattro, agitarsi oltre misura per conseguire un quid qualsiasi anche non eccessivamente serio e concreto, sforzandosi di tener sotto controllo un gran numero di cose come i pupari costretti a destreggiarsi tra un inviluppo di fili e croci lignee atti alla manovra delle teste, braccia e gambe dei pupi di cui all’epigrafe. Da notare che l’espressione fa riferimento ai pupi, alti e grossi burattini di legno che vengon manovrati dal puparo, muovendoli dall’alto; cosa diversa sono le guarattelle o guattarelle, piccole marionette che vengono manovrate dal basso tenendole infilate sulla mano a mo’ di guanto. Talvolta, con riferimento alla agitazione che è propria dell’espressione in epigrafe, quando tra due interlocutori un discorso principiato in maniera calma si stia evolvendo pericolosamente può accadere che quello degli interlocutori dotato di maggior buona volontà possa invitare l’altro interlocutore a recedere dalla discussione con il dire: “Nun facimmo ll’opera ‘e pupe” (evitiamo di fare una rappresentazione con i pupi; calmiamoci!).
FÀ MMIRIA Ô TRE BASTONE
Ad litteram: fare invidia al tre di bastoni, destare l’invidia del tre di bastoni. Detto ironicamente di una donna che sia provvista di abbondante peluria sul labbro superiore al segno di destar l’invidia del tre di bastoni la carta da giuoco del mazzo di carte napoletano che porta sovrapposto all’incrocio di tre grossi randelli un vistoso mascherone , provvisto di suo di consistenti baffoni a manubrio.
FÀ MARENNA A SARACHIELLE
Ad litteram: far colazione con piccole aringhe affumicate; id est: accontentarsi di poco, stringer la cinghia, esser costretti a fare di necessità virtú come chi si debba contentare, per la propria colazione di piccole aringhe salate ed affumicate che oltre ad essere parva res, prospettano una successiva necessità di bere copiosamente per attutire gli effetti della congrua salatura. La locuzione è usata pure a sarcastico commento delle azioni di coloro che agiscano con parsimonia di mezzi e di applicazione al segno che i risultati che posson derivare dalle loro azioni sono miserevoli ed inconferenti. In tal caso alla locuzione in epigrafe si suole premettere un icastico: Eh, sî arrivato (che può esser tradotto a senso: “Cosa pensi d’aver fatto?) per poi far seguire la locuzione in epigrafe coniugata però con un tempo di modo finito in luogo dell’infinito qui riportato: ad es.: Eh, sî arrivato, hê fatto marenna a sarachielle!
sarachielle s.vo m.le pl. di sarachiello che è il diminutivo maschilizzato (per significare la contenutezza dell’oggetto di riferimento: in napoletano infatti un oggetto che sia femminile diventa maschile se diminuisce di dimensione (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo) tavola (piú grande) e tavulo ( piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccola)), dicevo che sarachiello è il diminutivo (vedi i suff. i+ ello maschilizzato di saràca= salacca, aringa affumicata; la voce saràca etimologicamente è da collegarsi con cambio d’accento ad un tardo greco sàrax (all’acc.vo sàraka) che trova riscontri anche nel calabrese sàrica e nel salentino zàrica.
FÀ ‘A TREZZA D’’E VIERME.
Ad litteram: fare la treccia di vermi; id est: spaventarsi grandemente, esser colto da eccessiva paura. Olim a Napoli, si riteneva che , soprattutto i bambini, ma pure gli adulti, se fossero stati còlti da grande spavento avrebbero potuto germinare nell’intestino una gran quantità di vermi organizzati nei visceri a mo’ di treccia; per liberare i colpiti da tale iattura si ricorreva a sostanziose somministrazioni di aglio da ingerire crudo; ragion per cui era auspicabile, specie per i bambini il non essere colti da spavento o paure.
FÀ SPUTAZZELLE ‘MMOCCA.
Ad litteram: fare l’acquolina in bocca La locuzione richiama, molto piú veristicamente dell’italiano, quelle situazioni in cui alla vista di cose piacevoli o appetitose aumenta a dismisura la secrezione delle ghiandole salivari fino a riempir quasi la bocca di saliva, quella che l’italiano per un malinteso senso estetico rende con la parola: acquolina. L’espressione si usa naturaliter allorché ci si trovi al cospetto di un appetitoso manicaretto la cui vista scatena la reazione di cui in epigrafe;ma è usata altresí allorché ci si trovi innanzi ad una bella donna desiderabile ed appetibile al pari di una succulenta pietanza; insomma sia il manicaretto che la bella donna posson far fare l’acquolina in bocca o – meglio ancòra – far fare sputazzèlle.
FÀ O ESSERE CARTA ‘E TRE (o meglio) ‘E TRESSETTE
Ad litteram: fare o essere una carta da tre (o meglio) di tressette; id est: essere o comportarsi da persona di vaglia, importante, capace di imporsi a tutti gli altri o per naturale carisma o per accertate capacità fisiche e/o morali; piú precisamente nel gergo malavitoso e per traslato nel linguaggio popolare la carta di tre o tressette è colui che con ogni mezzo, lecito o meno che sia riesce ad assurgere al posto di comando imponendo la propria volontà. La locuzione è mutuata dal giuco del tressette giuoco di carte nel quale alcune di esse per convenzione, pure essendo di valore facciale inferiore rispetto alle altre, nel corso del giuoco prevalgono sulle altre risultando vincitrici nelle singole prese; la scala gerarchica convenzionale del giuoco è cosí stabilita: tre, due, asso, re, cavallo, fante e poi dal sette fino al quattro secondo l’ordine decrescente;dal che si evince che la miglior carta, atta a catturare tutte le altre è il tre e a ciò si riferisce la locuzione in epigrafe.Talvolta però l’espressione viene usata a mo’ di dileggio nei confronti di chi non avendo né carisma, né capacità intellettuali, tenti di atteggiarsi ad individuo di vaglia o importante; a chi agisse in tal modo si suole raccomandar: nun fà ‘a carta ‘e tre ossia evita di assumere inutili e pretestuosi atteggiamenti da carta di tre (quella vincente al giuoco del tressette.)
E con ciò penso d’avere, anche questa volta risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico N.C. e d’avere interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.
Raffaele Bracale
venerdì 29 ottobre 2010
ESSERE ‘A CHIAVE ‘E LL’ACQUA
ESSERE ‘A CHIAVE ‘E LL’ACQUA
L’espressione partenopea : Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua che letteralmente si traduce: Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua, prendendo a riferimento una cosa utile (la chiave d’arresto del contatore dell’acqua) chiave che opportunamente azionata può determinare l’utilizzo o meno d’un bene preziosissimo quale è quello dell’acqua, dovrebbe avere una valenza assolutamente positiva di talché chi fosse destinatario/a dell’espressione nella forma Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, potrebbe sentirsi gratificato/a dall’espressione che parrebbe sottolineare la presenza – nella persona a cui sia rivolta - di doti assolutamente positive (bellezza, intelligenza, capacità, disponibilità etc.) e letta cosí l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua potrebbe sostanziare un corposo complimento rivolto al/alla destinatario/a.
Nella realtà le cose non stanno esattamente cosí; si notino infatti tutti i condizionali che ò usato nell’esposizione, condizionali che fanno chiaramente intendere che il significato dell’espressione lungi dall’essere un corposo complimento è, in realtà, una bruciante offesa. A Napoli, dove nacque nel linguaggio giovanile intorno agli anni ’50 del 1900, l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua ebbe sí un originario significato positivo,quantunque non fosse da intendere nel senso letterale di chiave dell’acqua, che era stata solo una curiosa storpiatura di un originaria ‘a chiave ‘e ll’arco con cui si intendeva qualcosa di estremamente positivo ed importante quale è la pietra centrale su cui aggettano le spinte laterali di un arco, pietra centrale che se viene meno determina il crollo dell’intero arco; come dicevo l’originaria espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’arco, fu poi corrotta, nel parlato della città bassa dove l’espressione era nata, in un Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua e tenne campo per lungo tempo in senso positivo, nel parlato giovanile di tutta la città, ma oggi à perduto l’originaria valenza positiva per assumerne una decisamente negativa ed ormai va letta esclusivamente in senso antifrastico significando (in luogo dell’originario: Tu sei la chiave di volta dell’arco e successivamente Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua,) Tu sei una fogna, una porcheria, una sozzura, un essere spregevole e ciò perché nell’attuale linguaggio giovanile partenopeo l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua è usata efemisticamente, giocando con un’evidente assonanza, al posto di Tu sî ‘na chiaveca ( che è appunto la fogna o una porcheria o una sozzura etc.)
La voce Chiaveca con derivazione da un acc.vo tardo lat. clàvica(m) per il class. cloaca(m) indica una fogna o una porcheria o una sozzura etc. ed è molto assonante con la parola chiave, per cui dall’originario significato positivo di Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, si è pervenuti all’attuale negativo e chi oggi fosse destinatario/a dell’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua se ne dovrebbe, anzi se ne deve adontare, non rallegrarsene!
Raffaele Bracale
L’espressione partenopea : Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua che letteralmente si traduce: Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua, prendendo a riferimento una cosa utile (la chiave d’arresto del contatore dell’acqua) chiave che opportunamente azionata può determinare l’utilizzo o meno d’un bene preziosissimo quale è quello dell’acqua, dovrebbe avere una valenza assolutamente positiva di talché chi fosse destinatario/a dell’espressione nella forma Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, potrebbe sentirsi gratificato/a dall’espressione che parrebbe sottolineare la presenza – nella persona a cui sia rivolta - di doti assolutamente positive (bellezza, intelligenza, capacità, disponibilità etc.) e letta cosí l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua potrebbe sostanziare un corposo complimento rivolto al/alla destinatario/a.
Nella realtà le cose non stanno esattamente cosí; si notino infatti tutti i condizionali che ò usato nell’esposizione, condizionali che fanno chiaramente intendere che il significato dell’espressione lungi dall’essere un corposo complimento è, in realtà, una bruciante offesa. A Napoli, dove nacque nel linguaggio giovanile intorno agli anni ’50 del 1900, l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua ebbe sí un originario significato positivo,quantunque non fosse da intendere nel senso letterale di chiave dell’acqua, che era stata solo una curiosa storpiatura di un originaria ‘a chiave ‘e ll’arco con cui si intendeva qualcosa di estremamente positivo ed importante quale è la pietra centrale su cui aggettano le spinte laterali di un arco, pietra centrale che se viene meno determina il crollo dell’intero arco; come dicevo l’originaria espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’arco, fu poi corrotta, nel parlato della città bassa dove l’espressione era nata, in un Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua e tenne campo per lungo tempo in senso positivo, nel parlato giovanile di tutta la città, ma oggi à perduto l’originaria valenza positiva per assumerne una decisamente negativa ed ormai va letta esclusivamente in senso antifrastico significando (in luogo dell’originario: Tu sei la chiave di volta dell’arco e successivamente Tu sei la chiave (d’arresto del contatore)dell’acqua,) Tu sei una fogna, una porcheria, una sozzura, un essere spregevole e ciò perché nell’attuale linguaggio giovanile partenopeo l’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua è usata efemisticamente, giocando con un’evidente assonanza, al posto di Tu sî ‘na chiaveca ( che è appunto la fogna o una porcheria o una sozzura etc.)
La voce Chiaveca con derivazione da un acc.vo tardo lat. clàvica(m) per il class. cloaca(m) indica una fogna o una porcheria o una sozzura etc. ed è molto assonante con la parola chiave, per cui dall’originario significato positivo di Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua, si è pervenuti all’attuale negativo e chi oggi fosse destinatario/a dell’espressione Tu sî ‘a chiave ‘e ll’acqua se ne dovrebbe, anzi se ne deve adontare, non rallegrarsene!
Raffaele Bracale
VARIE 855
1.S' A' DDA JÍ ADD' 'O PATUTO, NO A DD' 'O MIEDECO.
Bisogna recarsi a chiedere consiglio da chi à patito una malattia, non dal medico - Cioè:la pratica val piú della grammatica.
2.AÚRIO SENZA CANISTO, FA' VEDÉ CA NUN L'HÊ VISTO.
Augurio senza dono, mostra di non averlo ricevuto - Cioè: alle parole occorre accompagnare i fatti.
3.Ô PIRCHIO PARE CA 'O CULO LL'ARROBBA 'A PETTULA...
All'avaro sembra che il sedere gli rubi la pettola della camicia - Cioè: chi è avaro vive sempre nel timore d'esser derubato.
4. CHI FATICA'NA SARACA, CHI NUN FATICA, 'NA SARACA E MMEZA.
Chi lavora guadagna una salacca, chi non lavora, una salacca e mezza - Cioè: spesso nella vita si vive di patenti ingiustizie e spesso si premiano gli immeritevoli piú che i meritevoli o si è premiati oltre i propri meriti.
5.'A MAMMA D''E FESSE è SEMPE INCINTA.
LA MAMMA DEGLI SCIOCCHI è SEMPRE INCINTA - Cioè: il mondo brulica di stupidi.
6.DICETTE 'O PAPPICE VICINO Â NOCE: DAMME 'O TIEMPO CA TE SPERTOSO!
L'insetto punteruolo disse alla noce: Dammi tempo e ti perforerò - Cioè: chi la dura la vince!
7.A GHIENNERE E NEPUTE, CHELLO CA FAJE È TUTTO PERDUTO.
A generi e nipoti quel che fai, è tutto perso - Cioè: va perduto il bene fatto ai parenti prossimi
8.'O FIGLIO MUTO, 'A MAMMA 'O 'NTENNE.
Il figlio muto è compreso dalla madre - Lo si dice di due persone che abbiano un'intesa perfetta.
9.SAN LUCA NCE S'È SPASSATO...
San Luca ci si è divertito...- Lo si dice di una donna cosí bella che sembra dipinta dal pennello di San Luca, che la tradizione vuole pittore. Ma anche in senso antifrastico quando ci si imbatte in una donna decisamente brutta.Nel caso che l’espressione sia intesa in senso antifrastico si deve pensare che San Luca tradizionalmente vuole pittore aduso a dipingere il bello, nella fattispecie si sia preso uno spasso (cioè un divertimento, una vacanza) ed invece di ritrarre un bel soggetto, ne abbia ritratto uno bruttissimo.
10.QUANNO SIENTE 'O LLATINO DÊ FESSE, STA VENENNO 'A FINE D' 'O MUNNO...
Quando senti i fessi parlare in latino, s'approssima la fine del mondo. Cioè: quando gli sciocchi prendono il comando a parole e con i fatti, si preparono tempi grami.
11. QUANNO DDUJE SE VÒNNO, CIENTO NUN CE PÒNNO...
Quando due si vogliono, cento non possono contrastarli... Cioè: E' inutile opporsi all'amore di due persone che si amano
12.ME STAJE ABBUFFANNO 'E ZIFERE 'E VIENTO.
Mi stai riempiendo di refoli di vento. - Cioè: mi stai riempiendo la testa di fandonie
13.PASSA 'A VACCA...
Transita la vacca. - Cioè: è poverissimo. L'espressione dialettale è una derivazione dal latino medievale : transit vacuus, usata nelle dogane latine per indicare i carri transitanti senza merce, quindi non soggetti a balzelli.
14.ÒGNE CAPA È 'NU TRIBBUNALE
Ogni testa è un tribunale - Cioè:ognuno decide secondo il proprio metro valutativo.
15.'O PESCE FÈTE D''A CAPA.
Il pesce puzza dalla testa. Cioè: il cattivo esempio parte dall'alto.
Brak
Bisogna recarsi a chiedere consiglio da chi à patito una malattia, non dal medico - Cioè:la pratica val piú della grammatica.
2.AÚRIO SENZA CANISTO, FA' VEDÉ CA NUN L'HÊ VISTO.
Augurio senza dono, mostra di non averlo ricevuto - Cioè: alle parole occorre accompagnare i fatti.
3.Ô PIRCHIO PARE CA 'O CULO LL'ARROBBA 'A PETTULA...
All'avaro sembra che il sedere gli rubi la pettola della camicia - Cioè: chi è avaro vive sempre nel timore d'esser derubato.
4. CHI FATICA'NA SARACA, CHI NUN FATICA, 'NA SARACA E MMEZA.
Chi lavora guadagna una salacca, chi non lavora, una salacca e mezza - Cioè: spesso nella vita si vive di patenti ingiustizie e spesso si premiano gli immeritevoli piú che i meritevoli o si è premiati oltre i propri meriti.
5.'A MAMMA D''E FESSE è SEMPE INCINTA.
LA MAMMA DEGLI SCIOCCHI è SEMPRE INCINTA - Cioè: il mondo brulica di stupidi.
6.DICETTE 'O PAPPICE VICINO Â NOCE: DAMME 'O TIEMPO CA TE SPERTOSO!
L'insetto punteruolo disse alla noce: Dammi tempo e ti perforerò - Cioè: chi la dura la vince!
7.A GHIENNERE E NEPUTE, CHELLO CA FAJE È TUTTO PERDUTO.
A generi e nipoti quel che fai, è tutto perso - Cioè: va perduto il bene fatto ai parenti prossimi
8.'O FIGLIO MUTO, 'A MAMMA 'O 'NTENNE.
Il figlio muto è compreso dalla madre - Lo si dice di due persone che abbiano un'intesa perfetta.
9.SAN LUCA NCE S'È SPASSATO...
San Luca ci si è divertito...- Lo si dice di una donna cosí bella che sembra dipinta dal pennello di San Luca, che la tradizione vuole pittore. Ma anche in senso antifrastico quando ci si imbatte in una donna decisamente brutta.Nel caso che l’espressione sia intesa in senso antifrastico si deve pensare che San Luca tradizionalmente vuole pittore aduso a dipingere il bello, nella fattispecie si sia preso uno spasso (cioè un divertimento, una vacanza) ed invece di ritrarre un bel soggetto, ne abbia ritratto uno bruttissimo.
10.QUANNO SIENTE 'O LLATINO DÊ FESSE, STA VENENNO 'A FINE D' 'O MUNNO...
Quando senti i fessi parlare in latino, s'approssima la fine del mondo. Cioè: quando gli sciocchi prendono il comando a parole e con i fatti, si preparono tempi grami.
11. QUANNO DDUJE SE VÒNNO, CIENTO NUN CE PÒNNO...
Quando due si vogliono, cento non possono contrastarli... Cioè: E' inutile opporsi all'amore di due persone che si amano
12.ME STAJE ABBUFFANNO 'E ZIFERE 'E VIENTO.
Mi stai riempiendo di refoli di vento. - Cioè: mi stai riempiendo la testa di fandonie
13.PASSA 'A VACCA...
Transita la vacca. - Cioè: è poverissimo. L'espressione dialettale è una derivazione dal latino medievale : transit vacuus, usata nelle dogane latine per indicare i carri transitanti senza merce, quindi non soggetti a balzelli.
14.ÒGNE CAPA È 'NU TRIBBUNALE
Ogni testa è un tribunale - Cioè:ognuno decide secondo il proprio metro valutativo.
15.'O PESCE FÈTE D''A CAPA.
Il pesce puzza dalla testa. Cioè: il cattivo esempio parte dall'alto.
Brak
VARIE 854
1.ROMPERE 'O NCIARMO.
Letteralmente: spezzare l'incantesimo. A Napoli la frase è usata davanti a situazioni che per potersi mutare ànno bisogno di decisione e pronta azione in quanto dette situazioni si ritengono quasi permeate di magia che con i normali mezzi è impossibile vincere per cui bisogna agire quasi armata manu per venire a capo della faccenda.
2.'NGRIFARSE COMME A 'NU GALLERINIO.
Letteralmente:arruffar le penne come un tacchino. Il tacchino o gallo d'india (da cui gallerinio) allorché subodora un pericolo, si pone in guardia arruffando le penne segno questo - per chi si accosti ad esso - che non lo troverà impreparato.La locuzione è usata a mo' di dileggio nei confronti di chi si mostri spettinato, quasi con i capelli ritti in testa; di costui si dice che sta 'ngrifato comme a 'nu gallerinio, anche se il soggetto 'ngrifato non sia arrabbiato o leso, ma solamente spettinato.
3. FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco.
4. VIESTE CICCONE, CA PARE BARONE.
Letteralmente:vesti Ceccone e sembrerà un barone. La locuzione napoletana stravolge completamente quella toscana che afferma: l'abito non fa il monaco. Il detto partenopeo, al contrario, afferma che basta vestire accuratamente un qualsiasi Ceccone (villano) per farlo apparire un barone...
5. PIGLIARSE 'E PENZIERE D''O RUSSO.
Letteralmente: Prendersi i pensieri del Rosso. Id est: preoccuparsi di faccende senza importanza, trascurandone altre ben piú importanti.Il Rosso della locuzione fu un famoso ladro, che condannato al capestro, invece di preoccuparsi della propria sorte, si chiedeva chi sarebbe stato incaricato di portare la scala necessaria all'esecuzione.
6. JÍ FACENNO 'E SSETTE CHIESIELLE
Letteralmente: Andar visitando le sette chiesine. Id est: andar perdendo tempo occupato nella visita delle altrui abitazioni e non per una reale necessità o incombenza, ma per il gusto di bighellonare, soffermandosi nelle case di amici e conoscenti. Le sette chiese indicate nella locuzione, a Napoli sono ben note a tutti essendo quelle disseminate sulla famosa strada di Toledo partendo da piazza Dante per giungere a piazza del plebiscito o Largo di PALAZZO. Esse nell'ordine sono:Spirito santo - San Nicola alla Carità - San Liborio - Santa Maria delle Grazie - Santa Brigida - San Ferdinando - San Francesco di Paola e vengon visitate da tutti i napoletani che nel pomeriggio del giovedí santo si recano a fare il tradizionale "struscio" ossia la passeggiata rituale che comporta la visita (da farsi in numero dispari)dei cosí detti Sepolcri ossia delle solenni esposizioni del SS. Sacremento, che si tiene in tutte le chiese cattoliche per ricordare l'istituzione del sacramento dell' Eucarestia.
7. VESTIRSE 'A FESSO.
Letteralmente: indossare l'abito dello stupido. Id est: comportarsi in maniera volutamente sciocca, fare lo gnorri, tenere un comportamento da stupido nella speranza che cosí facendo si possa indurre una ipotetica controparte a non calcar la mano con pretese e richieste e raggiungere cosí il fine sperato con poca fatica e minimo impegno.E' l'atteggiamento che temporibus illis tenevano taluni chiamati alle armi per evitare la partenza per il fronte.Il fatto era compendiato nella frase: fà 'o fesso pe nun gghí a' guerra(fare lo sciocco per non andare in battaglia; spesso si raggiungeva lo scopo, giacché non erano graditi soldati stupidi.
8. FÀ 'NU SIZIA-SIZIA.
Letteralmente: fare un sitio- sitio Id est: richiedere ripetutamente e lamentosamente qualcosa con ossessiva petulanza. La locuzione nasce prendendo spunto dal Sitio! pronunciato da Cristo sulla croce. Alla richiesta del Signore i soldati risposero offrendogli dell'aceto che misto ad acqua è la bevanda piú adatta a spegnere l'arsura.
9. ESSERE 'NA PIMMICE 'E CANAPÉ.
Letteralmente: essere una cimice annidata in un divano. Id est: essere inaffidabile, subdolo e perfido come una cimice che - secondo la credenza popolare - è pronta a tradire il proprio simile o colui che abbia la sventura di tenerla nascosta nel proprio divano; il primo ad essere morsicato sarà proprio il padrone del divano.
10. MA TENISSE 'E GGHIORDE?
Letteralmente: fossi affetto da giarda? Domanda retorica che con aria insolente, viene rivolta a Napoli, a qualcuno che appaia pigro, indolente, scansafatiche, che non si muove, nè fa alcunché, quasi fosse affetto da giarda la malattia che colpisce le giunture ed in ispecie il collo del piede dei cavalli producendo eccessiva enfiagione delle zampe delle bestie, impossibilitate, per ciò a procedere speditamente.
11. JÍ CERCANNO 'MBRUOGLIO, AIUTAME!
Letteralmente: andare alla ricerca di un imbroglio che possa aiutare. Id est: quando ci si trovi in situazioni o circostanze tali che non lascino intravedere vie d’uscita, l’unico mezzo di trarsi d’impaccio è quello di rifugiarsi in un non meglio identificato ‘mbruoglio (imbroglio,astuzia, inganno, moto di destrezza) che in un modo o in un altro consenta di risolver la faccenda. La locuzione a Napoli è usata a salace commento delle azioni di chi, per abitudine, non è avvezzo ad agire con rettitudine o chiarezza e per àbitus mentale si rifugia nell’imbroglio, pescando nel torbido.
12. APPÍLA CA ESCE FECCIA!
Letteralmente: tura che esce feccia. È questo il comando imperioso dato dall'oste al garzone che stia aiutandolo a travasare il vino affinché ponga lo stoppaccio o zipolo alla botte quando, oramai vuotata, questa comincia a metter fuori la feccia o (in gergo) la mamma del vino; per traslato è il caustico ed imperioso comando che a Napoli si suole dare a chi - colloquiando - cominci a metter fuori sciocchezze o, peggio ancora, offese gratuite.
13. Â PPRIMMA ENTRATURA, GUARDATEVE 'E SSACCHE!
Letteralmente: entrando per la prima volta, in qualche sito sconosciuto, badate alle tasche; id est: state attenti alle nuove frequentazioni specie di sconosciuti che possono derubarvi o procurare altri danni.
14. MEGLIO SCUMMUNICATO, CA CUMMUNICATO 'E PRESSA.
Letteralmente: meglio scomunicato che comunicato di fretta.Id est: il danno morale è da preferirsi al danno fisico, soprattutto quando questo sia il danno ultimo:la morte; communicato 'e pressa significa: aver ricevuto il Viatico cosa prodromica della morte.
15. MARE A CHI MORE E PARAVISO NUN TROVA.
Letteralmente: Povero chi muore e non trova posto in Paradiso.La locuzione intesa in senso lato la si usa per commiserare chi si trovi a gestire situazioni dalle quali non può o non riesce a ricevere - per insipienza personale o sopravvenuta sventura - i benefici sperati. E' inesatto oltre che blasfemo intender la locuzione come negazione di uno dei 4 Novissimi.
Brak
Letteralmente: spezzare l'incantesimo. A Napoli la frase è usata davanti a situazioni che per potersi mutare ànno bisogno di decisione e pronta azione in quanto dette situazioni si ritengono quasi permeate di magia che con i normali mezzi è impossibile vincere per cui bisogna agire quasi armata manu per venire a capo della faccenda.
2.'NGRIFARSE COMME A 'NU GALLERINIO.
Letteralmente:arruffar le penne come un tacchino. Il tacchino o gallo d'india (da cui gallerinio) allorché subodora un pericolo, si pone in guardia arruffando le penne segno questo - per chi si accosti ad esso - che non lo troverà impreparato.La locuzione è usata a mo' di dileggio nei confronti di chi si mostri spettinato, quasi con i capelli ritti in testa; di costui si dice che sta 'ngrifato comme a 'nu gallerinio, anche se il soggetto 'ngrifato non sia arrabbiato o leso, ma solamente spettinato.
3. FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE.
Letteralmente: fare(partecipare a)matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco.
4. VIESTE CICCONE, CA PARE BARONE.
Letteralmente:vesti Ceccone e sembrerà un barone. La locuzione napoletana stravolge completamente quella toscana che afferma: l'abito non fa il monaco. Il detto partenopeo, al contrario, afferma che basta vestire accuratamente un qualsiasi Ceccone (villano) per farlo apparire un barone...
5. PIGLIARSE 'E PENZIERE D''O RUSSO.
Letteralmente: Prendersi i pensieri del Rosso. Id est: preoccuparsi di faccende senza importanza, trascurandone altre ben piú importanti.Il Rosso della locuzione fu un famoso ladro, che condannato al capestro, invece di preoccuparsi della propria sorte, si chiedeva chi sarebbe stato incaricato di portare la scala necessaria all'esecuzione.
6. JÍ FACENNO 'E SSETTE CHIESIELLE
Letteralmente: Andar visitando le sette chiesine. Id est: andar perdendo tempo occupato nella visita delle altrui abitazioni e non per una reale necessità o incombenza, ma per il gusto di bighellonare, soffermandosi nelle case di amici e conoscenti. Le sette chiese indicate nella locuzione, a Napoli sono ben note a tutti essendo quelle disseminate sulla famosa strada di Toledo partendo da piazza Dante per giungere a piazza del plebiscito o Largo di PALAZZO. Esse nell'ordine sono:Spirito santo - San Nicola alla Carità - San Liborio - Santa Maria delle Grazie - Santa Brigida - San Ferdinando - San Francesco di Paola e vengon visitate da tutti i napoletani che nel pomeriggio del giovedí santo si recano a fare il tradizionale "struscio" ossia la passeggiata rituale che comporta la visita (da farsi in numero dispari)dei cosí detti Sepolcri ossia delle solenni esposizioni del SS. Sacremento, che si tiene in tutte le chiese cattoliche per ricordare l'istituzione del sacramento dell' Eucarestia.
7. VESTIRSE 'A FESSO.
Letteralmente: indossare l'abito dello stupido. Id est: comportarsi in maniera volutamente sciocca, fare lo gnorri, tenere un comportamento da stupido nella speranza che cosí facendo si possa indurre una ipotetica controparte a non calcar la mano con pretese e richieste e raggiungere cosí il fine sperato con poca fatica e minimo impegno.E' l'atteggiamento che temporibus illis tenevano taluni chiamati alle armi per evitare la partenza per il fronte.Il fatto era compendiato nella frase: fà 'o fesso pe nun gghí a' guerra(fare lo sciocco per non andare in battaglia; spesso si raggiungeva lo scopo, giacché non erano graditi soldati stupidi.
8. FÀ 'NU SIZIA-SIZIA.
Letteralmente: fare un sitio- sitio Id est: richiedere ripetutamente e lamentosamente qualcosa con ossessiva petulanza. La locuzione nasce prendendo spunto dal Sitio! pronunciato da Cristo sulla croce. Alla richiesta del Signore i soldati risposero offrendogli dell'aceto che misto ad acqua è la bevanda piú adatta a spegnere l'arsura.
9. ESSERE 'NA PIMMICE 'E CANAPÉ.
Letteralmente: essere una cimice annidata in un divano. Id est: essere inaffidabile, subdolo e perfido come una cimice che - secondo la credenza popolare - è pronta a tradire il proprio simile o colui che abbia la sventura di tenerla nascosta nel proprio divano; il primo ad essere morsicato sarà proprio il padrone del divano.
10. MA TENISSE 'E GGHIORDE?
Letteralmente: fossi affetto da giarda? Domanda retorica che con aria insolente, viene rivolta a Napoli, a qualcuno che appaia pigro, indolente, scansafatiche, che non si muove, nè fa alcunché, quasi fosse affetto da giarda la malattia che colpisce le giunture ed in ispecie il collo del piede dei cavalli producendo eccessiva enfiagione delle zampe delle bestie, impossibilitate, per ciò a procedere speditamente.
11. JÍ CERCANNO 'MBRUOGLIO, AIUTAME!
Letteralmente: andare alla ricerca di un imbroglio che possa aiutare. Id est: quando ci si trovi in situazioni o circostanze tali che non lascino intravedere vie d’uscita, l’unico mezzo di trarsi d’impaccio è quello di rifugiarsi in un non meglio identificato ‘mbruoglio (imbroglio,astuzia, inganno, moto di destrezza) che in un modo o in un altro consenta di risolver la faccenda. La locuzione a Napoli è usata a salace commento delle azioni di chi, per abitudine, non è avvezzo ad agire con rettitudine o chiarezza e per àbitus mentale si rifugia nell’imbroglio, pescando nel torbido.
12. APPÍLA CA ESCE FECCIA!
Letteralmente: tura che esce feccia. È questo il comando imperioso dato dall'oste al garzone che stia aiutandolo a travasare il vino affinché ponga lo stoppaccio o zipolo alla botte quando, oramai vuotata, questa comincia a metter fuori la feccia o (in gergo) la mamma del vino; per traslato è il caustico ed imperioso comando che a Napoli si suole dare a chi - colloquiando - cominci a metter fuori sciocchezze o, peggio ancora, offese gratuite.
13. Â PPRIMMA ENTRATURA, GUARDATEVE 'E SSACCHE!
Letteralmente: entrando per la prima volta, in qualche sito sconosciuto, badate alle tasche; id est: state attenti alle nuove frequentazioni specie di sconosciuti che possono derubarvi o procurare altri danni.
14. MEGLIO SCUMMUNICATO, CA CUMMUNICATO 'E PRESSA.
Letteralmente: meglio scomunicato che comunicato di fretta.Id est: il danno morale è da preferirsi al danno fisico, soprattutto quando questo sia il danno ultimo:la morte; communicato 'e pressa significa: aver ricevuto il Viatico cosa prodromica della morte.
15. MARE A CHI MORE E PARAVISO NUN TROVA.
Letteralmente: Povero chi muore e non trova posto in Paradiso.La locuzione intesa in senso lato la si usa per commiserare chi si trovi a gestire situazioni dalle quali non può o non riesce a ricevere - per insipienza personale o sopravvenuta sventura - i benefici sperati. E' inesatto oltre che blasfemo intender la locuzione come negazione di uno dei 4 Novissimi.
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