sabato 29 febbraio 2020

FUGGIRE – SCAPPARE e dintorni.


FUGGIRE – SCAPPARE e dintorni.

Anche questa volta faccio sèguito ad  un  quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi delle voci italiane in epigrafe, di altri eventuali sinonimi,  voci collegate e delle corrispondenti voci del napoletano.
Cerco di contentare l’amico illustrando quanto segue:
fuggire [ dal lat. Fugĕre] è un verbo sia intransitivo che transitivo; quale intrasitivo si avvale dell’ausiliario essere nei significati di: 1)  Allontanarsi velocemente da un luogo, soprattutto per evitare un danno o pericolo. 2) Uscire da un luogo dove si era rinchiusi, eludendo la vigilanza o sopraffacendo le persone addette alla custodia. 3)  usato per  iperberbole, andare via in fretta e furia. 4) Correre velocemente.
Quale  verbo trasitivo[] è usato  nei significati di: 1) Evitare, scansare. 2) non comune Allontanarsi velocemente da.
Quali sinonimi sono usati: scappare [Denominale del lat. cappa con protesi di una S distrattiva] Darsi alla fuga (in origine liberandosi del mantello [cappa] per paura o per viltà, per evitare un pericolo, una punizione, un danno. 
ed i familiari battersela, darsela a gambe, filarsela tutte voci sulle quali è inutile soffermarsi trattandosi di termini espressivi ben noti di  di origine popolare.
Ben piú numerosi sono i verbi napoletani che rendono quelli dell’epigrafe; ricordo:
Fují [ dal lat. Fugĕre] verbo intransitivo che vale darsi alla fuga per evitare un pericolo, una punizione, un danno e sim.
Alliccià/allaccià );   il verbo alliccià [ denominale di
liccio= s.vo m.le  elemento del telaio che serve ad alzare ed abbassare alternatamente i fili dell'ordito seguendo le   maglie del liccio che sono  fili sottili, generalmente di acciaio, con un occhiello al centro attraverso il quale passano i fili dell'ordito, tesi tra i due liccioli. ( liccio   è dal lat. licium)]  vale in primis a) far passare velocemente i fili dell'ordito attraverso i licci;  b)  con altra valenza:  piegare leggermente in fuori i denti di una sega, alternatamente uno a destra e uno a sinistra, per facilitare il taglio; a noi però, come nel caso che ci occupa  interessa il significato sub a) perché  appunto partendo  dal significato di  movimento veloce, di azione rapida etc. che esso verbo è pervenuto in talune lingue regionali meridionali (come il calabrese, il lucano  ed il siciliano e sembra anche il pugliese) dove nella forma di  adazzare/ri, addazzare/ri, ajazzari  vale: correr via, partire in fretta, camminare velocemente azioni che semanticamente continuano l’originaria azione di far passare velocemente i fili propria  della valenza tecnica del verbo allicciare..
Anche nella parlata napoletana il verbo alliccià, corrotto, nella città bassa, ed attestato nel parlato  poi anche quale allaccià,   è pervenuto nel significato di correr via, partire in fretta, camminare velocemente, solo che per quanto riguarda la morfologia piuttosto che accogliere adazzà/are  o ajazzà/are  si è preferito (dico: poltronescamente)  riferire il  significato di correr via, partire in fretta, camminare velocemente, ad un preesistente verbo assonante sia con  alliccià/are   che con adazzà/are  o ajazzà/are  e cioè con il verbo allaccià  che va da sé non è l’italiano allacciare/à = stringere con lacci; legare insieme(denominale di laccio),verbo che in napoletano si rende con allazzà( denominale di lazzo= laccio), ma è verbo affatto diverso. Nel suo significato primo il verbo napoletano  allaccià/are vale triturare finemente carni(lardo e/o prosciutto o pancetta ) ed è  derivato da un tardo latino parlato *ad+aciare (formato su di un *acia  per il  class. acies= tagli affilati e per metonimia coltelli,orbene: adaciare→ addacciare→allacciare= inferir tagli; ed è solo per   un adattamento popolare di comodo dovuto a somiglianza morfologica ed al rifiuto di adottar voci nuove  che l’allaccià (triturare) napoletano à finito per indicare anche il correr via, il partire in fretta,il  camminare velocemente, quantunque semanticamente  nulla leghi l’azione del triturare con quelle del correr via, partire o camminare rapidamente, ad eccezione di un tenuissimo legame che si potrebbe, con molta buona volontà,  intravedere tra la rapidità del cammino e quella dei colpi inferti sulla carne (lardo, prosciutto etc. ) con un affilato coltello per triturarla.
Un’ ultima notazione: nel napoletano accanto al verbo allazzà/are= allacciare  = stringere con lacci, legare insieme ve ne è un altro omografo ed omofono, ma affatto diverso e di etimo ugualmente diverso; questo secondo allazzà/are significa lanciare (es.: allazzà ‘nu pernacchio (lanciare uno sberleffo)) ed è un  denominale di  lancea→*adlancjare→allazzà  con assimilazione di ncj→ccj→zz; mentre il primo allazzà,  come ò detto, vale stringer con lacci, legare insieme  ed è un denominale di lazzo (che è dal lat. volg. *laceu-m  per il class. laqueus)
Allippà [da un ant. francese lipar] = svignarsela rapidamente, a mo’ di un bastoncino (lippa) colpito con veemenza.
Appalurcià [denominale di paluorcio← greco parolkion]dileguarsi d’improvviso e velocemente, tenendo presente che il palorcio (donde il verbo) è I’ impianto di trasporto costituito da un grosso filo metallico teso tra due punti a diverso livello e assicurato a robusti cavalletti infissi nel terreno, lungo il quale si fanno discendere rapidamente per gravità, appesi a un gancio, legnami, fasci di fieno, ecc..
Sbignà [denominale del lat. Vinea-m con protesi di una S distrattiva] allontanarsi fulmineamente (in origine dalla vigna per sottrarsi al lavoro)
Sfelà  [dal tard. lat. filare con protesi di una S intensiva] a) in primis uscir fuori dai ranghi b)  con altra valenza come nel caso che ci occupa  scappar via velocemente.
sferrà[denominale del lat. . fĕrru-m con protesi di una S distrattiva]  a) in primis togliere i ferri dagli zoccoli di cavalli, muli, asini, ecc. b)  con altra valenza come nel caso che ci occupa  perdere la pazienza , uscir dai gangheri come chi si fósse liberato dei freni/ferri inibitori.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale

FUFFA


FUFFA
L’amico A.M. (che i consueti problemi di riservatezza mi impongono di identificare con le sole iniziali) mi à chiesto di illustrargli la parola in epigrafe.
Gli ò cosí risposto: ll termine fuffa,presente in numerosi idiomi centro meridionali,  etimologicamente  è da collegarsi all’iberico fofo ed   indica  1)in primis un imbroglio irregolare nell’ordito di un tessuto 2) per traslato  ogni cosa da scartare in quanto riuscita male, roba che non vale niente e perciò   inutile; 3) per analogia  argomentazione inconsistente, senza capo né coda.
E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico A.M. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente  chi dovesse imbattersi in questa paginetta.Satis est.
 Raffaele Bracale

venerdì 28 febbraio 2020

GUAGLIONE – significato ed etimologia.


GUAGLIONE – significato ed etimologia.
La parola in epigrafe, pur se accolta in tutti i dizionarii della lingua toscana, nasce a Napoli e poi di qui trasmigra, come tante altre parole quali camorra e suoi derivati, guappo e consimili e con il termine guaglione viene indicato l’adolescente, il ragazzo  poco piú che decenne che abbia eletto per proprio regno la strada nel cui  
rutilante chiasso, si diverte, gioca e magari presta la sua piccola opera servizievole nell’intento di lucrare piccolo guadagno: ‘o guaglione d’’e servizie o guaglione ‘e puteca quando si tratti di ragazzo avviato ad un lavoro piú o meno stabilmente retribuito Pertanto con il termine guaglione a Napoli non si indica il bambino, che è detto propriamente: criaturo o anche ninno o nennillo e – quando si tratti di piccolissimo anche anema ‘e Ddio.
Per ciò che riguarda l’etimologia, la questione è di non poca cosa,
avendo il vocabolo  scatenato la fantasia di addetti ai lavori o filologi della domenica e sono state avanzate le ipotesi piú disparate ed è molto difficile bordeggiandole attingere un sicuro approdo.
Ecco perché mi limiterò a dare un sommario elenco di dette ipotesi,  e a suggerire alla fine, l’ipotesi che ritengo piú perseguibile.
A – si cominciò, temporibus illis, a scomodare il greco kallos, kallion: bellino, grazioso, nella pretesa forse che il guaglione dovesse essere per forza grazioso, ma  chiunque si può render conto che si trattava di una pretesa non supportata da alcuna documentata prova, per cui escluderei senz’altro l’ipotesi.
B –Si congetturò pure che guaglione potesse derivare sempre dal greco, ma dalla parola gala = latte, ma non si vede cosa possa mettere in rapporto il latte con il ragazzo di strada che non è certamente un poppante; l’ipotesi è pertanto – a mio avviso  - da scartare.
Come è, a mio avviso,  da scartare l’ipotesi C, sebbene caldeggiata dall’Alessio nel suo dottissimo D.E.I.,  che fa derivare la parola di cui ci occupiamo  dal greco gàneone(m) che sta ad indicare il frequentatore di bettole, l’ubriacone, o peggio! il frequentatore di postriboli: personaggi che non posson certo  configurare, d’acchito, il guaglione. Non nego che, talvolta, il guaglione  possa aver alzato il gomito o frequentato bordelli, ma da ciò a ritenerle  sue precipue attività (tanto da farne derivare il nome...)mi pare ce ne corra!
D – Ugualmente non perseguibile mi pare l’opinione espressa dal pur grandissimo Rholfs, che accosta la parola guaglione a guagnone  e cioè: colui che piange, ma anche questa mi pare una petizione di principio inconferente; perché mai il guaglione dovrebbe tanto piangere, da far trarre da ciò  l’origine della parola?
E – Ipotesi ugualmente da scartare son quelle che  che tirano dentro le parole latine : qualus= cesto e qualis= quale, termini che chiaramente sono inconferenti rispetto la sostanza del nostro guaglione
F – Si è cercato, da qualcuno di coinvolgere il francese con la parola garçon, che –è vero – indica il ragazzo di bottega, ma da esso lemma in napoletano è derivato guarzone, per cui scarto l’ipotesi.
G. – Neppure mi convince l’idea, espressa  marginalmente dall’ amico  prof. C. Jandolo  nel suo conciso Dizionario etimologico napoletano, che guaglione possa derivare da un ipotizzato *valione(m) dal verbo valére: valido, vispo; non mi risulta infatti che tutti i guagliuni siano necessariamente vispi, validi e valenti…
H -Scarto altresí la pretestuosa derivazione dal francese gaillard, amologa del nostro gagliardo, giacché non è scritto da nessuna parte che ‘o guaglione debba essere forte e muscoloso.
 I - Sempre nell’ambito della lingua francese riporto quanto ebbe a dire il giornalista A. Fratta  scrivendo sul Mattino di Napoli allorché affermò di avere udito  in quel di Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine vuaiú (voyou) stranamente simile al suono del nostro guagliú (vocativo di guagliune plurale di guaglione; si tratta  di una tentazione, ma se si esclude il tenue legame del francese voie = strada con il guaglione partenopeo,  troppe sono le discrepanze morfologiche e  semantiche che ostano a che si possa accettare simile discendenza. Non dimentichiamo che in francese il termine voyou è un sostantivo che indica . un mascalzone, una canaglia, un delinquentello  ed ancóra un giovinastro, un ragazzaccio; tutte queste connotazioni negative, mi pare siano estranee al  guaglione (ragazzo) in quanto tale.

Per concludere mi pare si possa proporre l’ipotesi  di far discendere dal sempre vivo  basso latino  galione(m)= giovane mozzo,servo sulle galee)la parola guaglione  soprattutto tenendo presente quel ragazzo dei servizi o guaglione ‘e puteca di cui sopra. Ricorderò d’aver ritrovato attestato la voce galionem (donde morfologicamente si può tranquillamente  pervenire a guaglione) a pag. 640 del Du Cange – GLOSSARIUM AD SCRIPTORES MEDIAE ET INFIMAE LATINITATIS.
RaffaeleBracale