martedì 23 gennaio 2018

VARIE 18/25



1.   LEVARSE ‘E PÀCCARE ‘A FACCIA.
Ad litteram: togliersi gli schiaffi da faccia; poiché è impossibile fare materialmente ciò che è affermato nella locuzione,è chiaro ch’essa  deve intendersi nel senso figurato   di riscattarsi da un’onta subíta, lavarsene, in una parola: vendicarsi , fieramente ricambiando il male ricevuto.
2.   LEVARSE ‘O SFIZZIO
Ad litteram: togliersi il gusto, nel senso di  raggiungere, conquistandeselo,  l’appagamento di una intensa voglia  di un desiderio a lungo covato  e finalmente raggiunto. il termine sfizzio (correttamente scritto in napoletano con due zeta) deriva con qualche  probabilità  dal latino satis -facio  e ne conserva il sostrato di soddisfazione per raggiunger  la quale occorre fare abbastanza.
Non manca però coloro (ed io mi ci accodo) che propendono  non a torto per un’etimologia greca  da un fuxis(evasione) con tipica prostesi della S intensiva partenopea, atteso che lo sfizio  è qualcosa che eccedendo  il normale si connota come un’evasione dalla quotidianeità.
3.   LEVÀ ‘O FFRACETO ‘A MIEZO.
Ad litteram: togliere il fradicio di mezzo. Id est:mondare,  far pulizia, dare un taglio netto per eliminare ciò che è corrotto  e dunque  corre il rischio di infettare il restante; per traslato la locuzione è usata quando in una situazione  che corre l’alea  di corrompersi, si prende il coraggio a due mani e si  elimina ciò che possa compromettere il buon esito della situazione e l’eliminazione, magari, è fatta a proprio danno.
4.   LEVÀ ‘A SOTTO
Ad litteram: togliere di sotto; id est: terminare  di lavorare, cessare un’attività, smettere di  operare, smobilitare, con riferimento ad ogni tipo di attività, ma soprattutto a quelle manuali; piú esattamente la locuzione in epigrafe  in origine si riferí  a ciò che facevano i carrettieri d’un tempo, i quali  al termine della giornata di lavoro, liberavano i cavalli dai finimenti e toglievano le bestie di sotto le stanghe dei carri, e le conducevano, per rigovernarle,  nelle stalle.Successivamente, per estensione, la locuzione venne riferita alla dismissione d’ ogni tipo d’attività.
5.   LINDO E PINTO
Ad litteram: pulito e dipinto; modo di dire di diretta provenienza iberica (lindo= vezzoso, pinto=dipinto)  con il quale si suole commentare il mostrarsi e ancor di piú l’incedere oltremodo elegante di chi, agghindato  e ben messo,  vada in giro pavoneggiandosi; la locuzione à però anche un non nascosto sapore di  canzonatura  del soggetto  che  incedendo lindo e pinto, si mostra  artificioso  ed affettato, quando non addirittura ridicolo.
6.   METTERE LL’ASSISE Ê CETRÓLE nell’espressione  VA METTENNO LL’ASSISE Ê CETRÓLE
Ad litteram: mettere il calmiere ai cetrioli nell’espressione  va ponendo il calmiere sui cetrioli.  Icastica espressione con la quale si stigmatizza il comportamento sciocco di chi  dedica il proprio tempo ad attività inutili, pretestuose ed inconferenti quale quella di  calmierare il prezzo dei cetrioli, ortaggio che sebbene sia di largo consumo, per solito è a buon mercato e non v’è bisogno che se ne calmieri il prezzo; per traslato, l’espressione in esame viene riferita ad ogni attività  che si riveli inutile e per ciò stesso sciocca. 
7.    MIÉTTELE NOMME PENNA!  
Letteralmente vale : Chiamala penna!; Cosí suole, a mo’ di sfottò, consigliare chi  vede qualcuno  prestare un oggetto a persona  che si ritiene non restituirà mai il prestito, volendo significare: “Ài prestato l’oggetto a quella tale persona? Ebbene, rasségnati a perderlo; non rivedrai mai piú il tuo oggetto  che, come una piuma d’uccello è volato via!”
 
La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, procurando un cattivo affare a chi à incautamente operato un prestito atteso che spesso  sparisce un oggetto prestato a taluni  che per solito non restituiscono  ciò che ànno  ottenuto in prestito.
miéttele nomme  letteralmente mettigli nome e cioè chiamalo id est: ritienilo; miéttele= metti a lui, poni+gli  voce verbale (2° pers. sing. imperativo) dell’infinito mettere=disporre, collocare, porre con etimo dal lat.  mittere 'mandare' e successivamente 'porre, mettere'; nomme = nome;  elemento linguistico che indica esseri viventi, oggetti, idee, fatti o sentimenti; denominazione, con etimo dal lat. nomen  e tipico raddoppiamento espressivo della labiale m come avviene ad es.  in ommo←hominem, ammore←amore(m), cammisa←camisia(m) etc.
Rammento che un tempo con la voce penna (dal lat. penna(m) 'ala' e pinna(m) 'penna, piuma', confluite in un'unica voce) a Napoli si indicò, oltre che la piuma d’un uccello, anche una vilissima moneta  (dal valore irrisorio di mezzo  e poi un ventesimo di  grano. corrispondente a circa 2,1825→02,18 lire italiane) , moneta che veniva spesa facilmente, senza alcuna remora o pentimento; tale moneta che valeva appena un sol carlino (nap. carrino) prese il nome di penna  dal fatto che su di una faccia di tale moneta  (davanti ) v’era  raffigurata l’intiera scena  dell’annunciazione a Maria Ss. mentre sul rovescio  v’era raffigurato il particolare  dell’arcangelo con un’ala (penna) dispiegata; ora sia che la penna  in epigrafe indichi la piuma d’uccello, sia indichi la vilissima moneta, la sostanza dell’espressione non cambia, trattandosi di due cose: piuma o monetina che con facilità posson volar via e/o perdersi.

8 MAL’ARIA A BBAJA  o piú scorrettamente, ma piú in uso   MAL’ARIA E BBA’.
Mal’aria a Baja  o piú scorrettamente  Mal’aria e vai.
Ambedue le espressioni, quantunque la seconda sia solo una frettolosa corruzione della prima, sono indicative  di situazioni  foriere di pessima evoluzione e sono usate  proprio per indicare che ci si appressa a situazioni complicate  e non gradevoli; nella fattispecie delle locuzioni in epigrafe  tra la gente di mare era noto che  se su la città di Baja il cielo fosse tempestoso, di lí a poco anche su Napoli si sarebbe scatenato il temporale; la seconda espressione in epigrafe, come ò détto  è solo una corruzione della prima, ma d’uso  piú comune nel parlato della città bassa.
9.   MAGNÀ CULO ‘E GALLINA
Ad litteram: mangiare culo  di gallina id est: essere logorroici, continuamente e fastidiosamente ciarlieri. Il culo  della gallina, mosso spasmodicamente dall’animale, è preso a modello della bocca di chi  parla eccessivamente  al punto che alla vista di una persona che parli troppo e che muova perciò in continuazione la bocca, non ci si può esimere dal chiedersi: à magnato culo ‘e gallina? (à mangiato culo  di gallina?)
10. MANNAGGIA Ô SURICILLO E PPEZZA ‘NFOSA
Ad litteram: accidenti al topino e (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione   da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni  negative sí, ma poco importanti.
Varie le interpretazioni  della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione
Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e  per ultima segnalo la mia.
1 -  L’illustre amico e scrittore di cose napoletane(avv. Renato De Falco)  reputa che il suricillo in epigrafe altro non sia che il frustolo d’epitelio  secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe  allorché le si lavavano  soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È  vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua.Ma il dotto amico De Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’epigrafe non come congiunzione, ma come aferesi di de  e leggere e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e.Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato De Falco, non posso addivenire alla sua idea.
2 -(prof. Francesco D’Ascoli) Il vecchio professore (parce sepulto!)  , sbrigò la faccenda, ravvisando  nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus, dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il de Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione.
3 - (dr. Sergio Zazzera) L’ottimo dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via un non meglio identificato stoppaccio che non si comprende perché sia umido.
A questo punto reputo che potrebbe essere  piú veritiera l’interpretazione che mi fu data  temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa  ed un suggerimento  dato agli abitanti di détta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato  per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare. Volendo dire: È entrato il topino? Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare: lo catturiamo, ma prima  affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura  e procediamo alla cattura!
Ma poiché  fino a che non ci si sente soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare, continuando nell’investigazione, mi  pare di poter affermare che la nonna  aveva dato una casta spiegazione a dei vocaboli  (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente.
Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. A. Messina che vede nel suricillo - per il tramite di un xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula - il membro maschile...
Peraltro il prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella  passata parlata napoletana le pezze piú note erano - oltre quelle che significavano il danaro - quelle che le donne portavano nel loro corredo, e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna, quando ancóra non esistevano mediatici assorbenti con le ali  o senza.
Ecco dunque che, messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna, penso si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre, sia pure dolendosene  che non era il tempo adatto in quanto ‘a pezza ...era ‘nfosa dal mestruo in atto.
11. MIETTE ‘NU SPRUOCCOLO DINTO A ‘NU PERTUSO
Ad litteram:  poni un legnetto in un buco!  Frase che si usa  pronunciare  a commento di un avvenimento  cosí poco usuale (quale - a mo’ d’esempio - una liberalità da parte di qualcuno notoriamente avaro)  da doverselo rammentare con l’introduzione  di un ipotetico stecco in un altrettanto ipotetico buco. Probabilmente la locuzione rammenta  la consuetudine in uso nel periodo della res publica romana, allorché il praetor maximus conficcava ogni anno - a fini eponimi - un chiodo nel tempio di Giove .
12. MAGNÀ ‘E GRASSO
Ad litteram: mangiare di grasso id est: possedere tante di quelle disponibilità economiche  da esser sempre fornito di adeguato cibo abbondandemente condito; la locuzione però si usa anche in senso antifrastico  ad ironico commento  di pasti  eccessivamente parchi.
13. MAGNÀ NEMMICCULE CU ‘A SPINGULA
Ad litteram: mangiare lenticchie con lo spillo. Detto di coloro che, eccessivamente parchi, forse perché avari,  si limitano ad un pasto cosí frugale  da ridursi a sole lenticchie, consumate lentamente, addirittura infilzandole una per volta con l’ausilio di uno spillo.In senso traslato l’espressione è usata per commentare sarcasticamente l’agire eccessivamente lento e misurato di chi ami perdere tempo.
14. MAGNARSE ‘E MMANE
Ad litteram: mangiarsi le mani  Cosí, per modo di dire, si comporta chi  à veduto svanire, per propria insipienza,o accidia o mancanza d’intuito   una situazione favorevole  e si sia lasciato sfuggire l’occasione proprizia; davanti all’insuccesso non gli resta che autopunirsi  mordendosi, figuratamente, le mani.
15. MAGNARSE ‘O LIMONE
Ad litteram: mangiarsi il limone; id est: accusare il colpo,  subire un non preventivato , amaro risultato  e rassegnarsi  ad accettarlo  con tutto il suo acre sapore, quasi che fosse un metaforico  aspro limone .
16. MAGNARSE ‘O TUPPO ‘E SANT’ANNA
Ad litteram: mangiarsi la crocchia di sant’Anna; id est : ridursi in miseria, privarsi di tutte le proprie sostanze[e farlo addirittura senza pentirsi  di incorrere in furti sacrileghi (come quello di sottrarre i capelli di un effige di sant’Anna...) pur di procurarsi beni o sostanze da dilapidare]  Detto innanzitutto di donne, ma anche - per estensione -  di uomini che non solo  per riprevevole liberalità, ma innanzitutto per imperizia, negligenza, sciatteria e  trascuraggine dilapidano tutte le loro sostanze  riducendosi in miseria tale da dover vendere persino la crocchia o il ciuffo dei propri capelli o (come ò anticipato) darsi persino al furto sacrilego per procurarsi sostanze da dilapidare!
Brak

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