sabato 29 marzo 2014

VARIE 2698

1 -TE PAREVA! Locuzione esclamativa che non va tradotta pedissequamente ad litteram: “Ti sembrava!”, non avendo cosí alcun significato, ma che deve intendersi nel senso di: “Siamo alle solite!, Me lo aspettavo!, Ci risiamo!, Non poteva mancare!” e viene usata con un senso di risentito rammarico o da chi sia inopinatamente coinvolto in faccende temute che à cercato invano di evitare; o anche da chi debba, con dispiacere, notare che il comportamento tenuto da qualcuno nei suoi riguardi sia monotonamente , reiteratamente, prevaricante e deleterio e non si discosti mai da tale pessima linea di condotta, o più in generale che la soluzione data ad un problema sia sempre favorevole al più forte o potente e sia in ogni caso risolta in danno del più debole. 2 -TE SÎ FFATTO ‘E SORDE?! Scorrettamente ad litteram: Ti sei fatto i soldi?! Id est: ti sei arricchito?! Domanda retorica pronunciata ovviamente non nei confronti di un falsario,ma di chi, normalmente sodale con qualcuno, abbia fatto insospettabilmente perdere le proprie tracce e si sia fatto rivedere solo dopo lungo tempo, facendo quasi suppre di essere stato baciato dalla fortuna, ma (non volendola condividere con i vecchi amici) si sia reso irreperibile per parecchio tempo. 3 -TIÉNEME CA ME TENGO Ad litteram: Règgimi, ché mi reggerò Locuzione usata per sarcasticamente descrivere il pessimo stato di salute di qualcuno, cosí debole e male in arnese che solo se retto da un soccorritore potrà reggersi in piedi. 4 - TINCO TINCO specie nella locuzione venirsene tinco tinco Modo di dire che è impossibile tradurre ad litteram, non esistendo un vocabolo preciso in italiano che ne indichi il significato. Rammenterò qui che il napoletano non conosce il superlativo assoluto e lo rende con l'iterazione dell'aggettivo di grado positivo; ciò premesso dirò che la locuzione è usata per descrivere il comportamento pronto e sollecito, sebbene imperturbabile di chi, senza darlo a vedere o ad intendere persegue scaltramente uno scopo che si sia prefissato . 5 -TIRÀ 'A RECCHIA Ad litteram: tirare l'orecchio ma il padiglione auricolare non c'entra nulla; la locuzione è un simpatico modo di dire per intendere: giocare a carte, con riferimento al noto tipico movimento che compiono le mani per spizzicare le carte tenute con una mano, mentre con l'altra si stropicciano l'una contro l'altra stringendone l'angolo superiore , per solito, destro e soffregandolo contro il similare di un' altra carta, tenuta sotto, per scoprire lentamente il seme ed il valore della carta nascosta; la posizione dell'angolo fa pensare quasi che si tratti di un metaforico orecchio della carta da giuoco. 6 -TIRA A CCAMPÀ! Ad litteram: continua a vivere! Invito perentorio ad andare avanti, senza mollare, procedendo per la strada intrapresa, senza lasciarsi condizionare né dalle persone, né da imprevisti accadimenti ostativi, senza dar peso a nulla e non ostante tutto, senza fermarsi. 7 -TIRARSE 'A CAZETTA Ad litteram: tirar su la calza Id est: estraniarsi da una vicenda, star sulle proprie, disinteressandosi di ciò che avviene attorno; ma anche: lasciarsi molto pregare o attendere prima di concedere alcunché; la locuzione richiama l'abitudine che avevano le iberiche persone di medio-alto rango che negli anni del 17° secolo, erano usi indossare lunghe calze di seta, e per distinguersi da quelli di piú basso ceto, che indossavano calze corte o cadenti, usavano tirarle continuamente verso il ginocchio. Tali altolocati personaggi erano quelli che, per abitudine evitavano di interessarsi a ciò che accedeva intorno a loro sia per non lasciarsi coinvolgere sia per non esser fatti destinatari di richieste o aiuti ai quali - comunque - avrebbero provveduto solo dopo molte preghiere. 8 -TRICA E VENE PESANTE Ad litteram: Ritarda, ma giungerà pesante; ottimistica locuzione usata per rincuorare o assicurare qualcuno impegnato in un'operazione apparentemente lunga ed inconferente, rammentandogli che, sí: l'attesa sarà lunga e sofferta, ma - quasi certamente - il risultato sarà importante e sostanzioso, per cui non bisogna perdersi d'animo ed insistere nell'operato. 9 -TRASÍ 'E SPICHETTO Ad litteram: entrare di straforo; id est: entrare alla chetichella, per il rotto della cuffia, obliquamente; per estensione: godere immeritatamente di un qualche beneficio; lo spichetto in realtà è un ritaglio di stoffa tagliato obliquamente in forma triangolare ed inserito nei margini di un taglio per consentire uno slargamento dell'indumento cui venga applicato;per traslato sta ad indicare lo straforo della traduzione. 10 -TRUVÀ 'A FORMA D''A SCARPA SOJA Ad litteram: trovare la forma della (propria) scarpa id est: imbattersi in qualcuno fatto come noi e perciò capace di contrastarci adeguatamente, rendendoci pan per focaccia, mettendoci un freno e magari riducendoci al silenzio atteso che costui abbia la nostra medesima conformazione, anzi iperbolicamente sia titolare di quella forma su cui è stata impiantata la nostra scarpa, ossia il nostro modo di essere. 11 -TRASÍ DINT' Â SCAZZETTA D''O PARRUCCHIANO Ad litteram:entrare nello zucchetto del prevosto; id est: ficcare il naso in faccende altrui che non dovrebbero riguardare, tentare di por bocca nelle questioni riservate degli affari non di nostra competenza, come non ci dovrebbe riguardare cosa nasconda lo zucchetto del sacerdote. 12 -TU ME CIECHE E I' TE FOCO nella locuzione facimmo tu me cieche e io te foco. Ad litteram: Tu mi accechi ed io ti strangolo nella locuzione facciamo tu mi accechi ed io ti strangolo. Espressione usata, in ispecie con la locuzione indicata, per indicare che si intende rispondere per le rime ad ogni azione ricevuta, ricambiando male con male, cattiveria con cattiveria, al segno che i rapporti derivanti saranno di lotta perenne, atteso che nessuno dei contendenti à in animo di voler recedere e di sopportare un torto subíto ; la locuzione un tempo era normalmente usata a sapido commento dei rapporti turbolenti dei ragazzi di casa in perenne contrasto tra di loro. 13 -TURNÀ A CCOPPE Ad litteram: tornare a coppe id est: ribadire continuamente ed ostinatamente i medesimi concetti, ritornare impudentemente sui medesimi argomenti, già abbondandemente trattati e sceverati e farlo quindi inutilmente se non irritantemente. Modo di dire richiamante una ipotetica fase del giuoco del tressette, allorché un cattivo giocatore, contravvenendo i desideri del compagno, ritornasse erroneamente a mettere in tavola il seme di coppe, seme di cui il compagno sia sprovvisto di buone carte e dunque seme non confacente ad un proficuo continuar del gioco.Difficile, se non impossibile stabilire perché, dei quattro possibili: denari, spade, coppe e bastoni, per il modo di dire in epigrafe si sia scelto il seme di coppe; azzardo l'ipotesi, sulla quale però non son disposto a giurare, che sia avvenuto per un inconscio richiamo al manuale del giuoco del tressette scritto in latino maccheronico e napoletano arcaico da un giocatore del 1700, tale Chitarrella, il quale ebbe a scrivere: si nun tiene che ghiucà, joca coppe(se non ài di che giocare, gioca coppe) ammantando di immeritata importanza il seme ricordato; ma è solo un'ipotesi che per quanto probabile, non è avvalorata da alcun riscontro storico. 14 -TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE: TANTA GLIUOMMERE 'A DO' T''E CCACCE? Ad litteram: Tu non cuci, non fili, né tessi, tanti gomitili da dove li tiri fuori? E' questa l'ironica e chiaramente retorica domanda che si suole rivolgere a chi, notoriamente non occupato a fare oneste attività produttive, sia improvvisamente ed inspiegabilmente pervenuto ad accumulare ingenti quantità di danaro; lo gliummero della locuzione, normalmente - con derivazione dal lat. glomere(m) - significa gomitolo , ma talvolta sta per peculio, ed in particolare per una somma pari a ca. cento ducati d'argento che poteva esser messa insieme, senza lavorare , solo truffaldinamente. 15 -TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MMARIA Ad litteram: Tutto a Gesú e niente a Maria Cosí si suole stigmatizzare l'errato comportamento di chi, per mere simpatie, non supportate - per altro - da alcuna ragione, prediliga e privilegi qualcuno, a discapito di altri ugualmenti meritevoli di stima ed attenzione. Con la frase in epigrafe un anziano prevosto ebbe a redarguire il suo sacrista che, comandato ad addobbare gli altari dedicati al Cristo ed alla Vergine, riempí di fiori e ceri quello del Salvatore e lesinò gli addobbi a quello di Maria Ss. 16 -TRÒVATE CHIUSO E PIERDETE CHIST'ACCUNTO Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione sarcastica da intendersi:Mai possa accaderti di star chiuso e non potere offrire i tuoi servigi ad un tal cliente!... locuzione che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. Accunto =s.vo m.le e solo m.le =cliente (dal lat. ad-cognitu(m)→accognitu→accu(g)n(i)tu→accunto (conosciuto, noto come è ogni assiduo frequentatore di un esercizio commerciale). 17 -TUTT''O STUORTO, S''O PPORTA 'A ZAPPA Ad litteram:Tutto l'irregolare viene portato via dalla zappa ; id est: il lavoro appiana le deformità, pone rimedio all'errato; per estensione: l'impegno attento e costante fa superare ogni difficoltà, come il taglio della zappa appiana le asperità del terreno. 18 -TUTTE 'E CANE PISCIANO 'NFACCI' Ô MURO Ad litteram: Tutti i cani mingono sul muro; id est: allorché un atteggiamento, anche se errato o riprovevole , sia tenuto da tutti quanti finisce per esser considerato giusto ed accettabile; locuzione che in maniera icastica rende a suo modo l'antico brocardo latino: error communis facit jus (l'errore comune diventa legge). 19 -TOMO TOMO Locuzione avverbiale che pur partendo da un aggettivo di grado positivo, nell'evidente iterazione non intende configurare, come invece nel caso di tinco tinco, un superlativo, ma solo ribadire fortemente un concetto e coè la subdola flemma di chi con apparente noncuranza e studiata seriosità mira ad un preciso scopo, senza volerlo far capire. Spesso la locuzione in epigrafe si accompagna allo scopo di aumentarne la portata a quella di cacchio, cacchio. brak

VARIE 2967

1 - Storta va, deritta vène Ad litteram:va storto, ma viene dritto id est: parte negativamente, ma si conclude positivamente; locuzione emblematica di una filosofia ottimistica con cui si afferma la certezza, o almeno la speranza, che le cose principiate in modo errato o che sembrano procedere distortamente, si concluderanno in maniera esatta e conferente. 2 - Stuorto o muorto Ad litteram: storto o morto Modo di dire riferito ad una azione condotta in porto alla bell'e meglio o alla meno peggio sia pure con impegno e sacrificio. 3- Strujere 'e pprete Ad litteram: consumare le pietre Riferito al comportamento di chi tenga diuturnamente a piedi sempre il medesimo percorso e ne consumi quasi le pietre; per traslato e sarcasticamente riferito a chi perda accidiosamente il suo tempo, inutilmente bighellonando per istrada. Tale comportamento viene altresí indicato con la locuzione: jí 'ncasanno 'e vasule (andar pestando le pietre di copertura della strada). 4 -Sunnarse 'o tramme elettrico Ad litteram: sognare il tram (a motore) elettrico id est: fantasticare, fare castelli in aria illudendosi di poter raggiungere un improbabile traguardo. Locuzione nata quando ancora le vetture tramviarie erano mosse dai cavalli e la sperata elettrificazione del motore era di là da venire. 5 - Sunà 'o pianefforte Ad litteram:suonare il pianoforte ma il riferimento del modo di dire non riguarda lo strumento musicale; attiene invece alla leggerezza di mano dei borseggiatori che le usano con lieve maestria simile a quella dei suonatori di piano. 6 -T''a faje cu ll'ova 'a trippa. Ad litteram: Te la fai con le uova la trippa Cosí, con ironia e sarcasmo , si usa rivolgersi a chi si sia cacciato nei guai o si sia posto in una situazione rischiosa, per salacemente commentare la sua ingrata necessità di adoperarsi per venir fuori dalla ingrata situazione in cui si sia infilato; come se si volesse consigliare chi fosse costretto a cibarsi del quinto quarto, a renderlo piú appetibile preparandolo con delle uova. 7 - T''a faje fritta cu 'a menta Ad litteram: te la fai fritta con la menta Cosí ironicamente si suole dire di tutte le cose ritenute inutili e di cui, conseguenzialmente non si sa cosa farsene.Semanticamente l’espressione si spiega col fatto che la frittura addizionata di menta è riservata a taluni ortaggi ( zucca e zucchine) di per sé senza molto sapore, quasi inutili. 8 -Taglià 'a recchia a Marco Ad litteram: tagliare l'orecchio a Marco. Si dice che sia adatto a tagliare l'orecchio a Marco quel coltello che avendo perduto il filo del taglio non è piú adatto alla bisogna; per estensione la locuzione è usata ironicamente in riferimento ad ogni oggetto che abbia perduto la sua capacità iniziale di esatta, determinata destinazione. Il Marco dell'epigrafe in realtà è corruzione del nome Malco servo del sommo sacerdote cui san Pietro, nell'orto degli ulivi, intervenendo in difesa di Cristo, recise un orecchio, che però il Signore immediatamente risanò; tradizione vuole che da quel momento il coltello usato da san Pietro non fu piú in grado di tagliare alcunché. 9 -Taglià 'e panne 'ncuollo Ad litteram: recidere i panni addosso id est: sparlare di qualcuno, e farlo protervamente e lungamente quasi metaforicamente mettendolo a nudo con il taglio degli abiti da colui indossati. 10 - Tanno pe tanno Ad litteram: allora per allora, lí per lí; locuzione temporale usata per indicare l'immediatezza di un accadimento che si verifica con estrema contemporaneità rispetto ad un altro o - nel caso di un ordine - quando venga eseguito senza por tempo in mezzo. L’avverbio tanno è dal lat. tande(m)con normale assimilazione nd→nn. 11 -Tené 'a bbotta dint' â scella Ad litteram: avere un colpo nell'ala Locuzione usata per sarcasticamente commentare il comportamento di chi tenti disperatamente di dissimulare o tener nascosta una colpa o magagna a lui attribuibili; di costui, costretto ad arrangiarsi per non far scoprire quanto tenga noscosto, si dice che tene 'a bbotta dint' â scella (à un colpo nell'ala) si comporti cioè quasi come un uccello che, ferito ad un ala, è costretto a ricorrere alle piú strane posizioni e circonvoluzioni per continuare a volare. 12 -Tené 'a capa a ppazzia Ad litteram: tenere la testa al giuoco. Detto di chi, contrariamente a quanto ipotizzabile dati la sua congrua età ed il suo status sociale, si mostri eccessivamente incline al giuoco, prendendo tutto a scherzo, non dimostrando serietà alcuna né nel lavoro, né nei rapporti interpersonali. 13 -Tené 'a capa a tre asse Ad litteram: tenere la testa a tre assi id est: essere nervoso e preoccupato; locuzione mutuata dal giuoco del tressette dove un giocatore in possesso di tre assi,che valgono ciascuno un punto intero, sebbene ipoteticamente possa conquistare i relativi tre punti, in realtà si preoccupa, non essendo certo che potrà raggiungere lo scopo atteso che gli assi possono venir facilmente catturati dall'avversario che sia in possesso del due o del tre del medesimo seme degli assi; il due ed il tre infatti, sebbene valgano un terzo di punto ciascuno, sono nella scala gerarchica delle prese superiori all'asso e possono catturarlo. 14 -Tené 'a capa a vviento Ad litteram: tenere la testa nel vento id est: essere una banderuola, un essere poco affidabile e/o raccomandabile. 15 - Tené 'a capa fresca Ad litteram: tenere la testa fresca id est: non coltivare pensieri serii, anzi - al contrario - essere occupato solo da fandonie, quisquilie, scherzi e futilità cose tutte che, lasciando la mente sgombra di preoccupazioni, tengono la testa fresca, al contrario dei pensieri serii che, altrove, si dice fanno cocere 'o fronte (fanno scottar la fronte). 16 -Tené 'a capa 'e provola Ad litteram: tenere la testa di provola Détto di chi abbia la testa bernoccoluta, con la tipica protuberanza della provola gustoso formaggio fresco, dalla caratteristica forma; al di là però del riferimento alla forma del latticino, la locuzione è usata anche per significare che colui che à la testa di provola non è particolarmente intelligente e manca perciò di sale cosí come la suddetta provola, che pur essendo piú gustosa della mozzarella da cui è ricavata, non essendo un formaggio stagionato, è piuttosto sciapito. 17 -Tené 'a capa gluriosa Ad litteram: tenere la testa gloriosa Si dice cosí di chi sia incline ad improvvisazioni assurde, astruse trovate, soluzioni ardite quando non pericolose, espedienti improvvisati. 18 - Tené 'a capa sciacqua. Ad litteram: tenere la testa annacquata. Si dice cosí, offensivamente , ma anche solo causticamente di chi si ritenga non abbia la testa a posto, e sia dotato di minime qualità intellettive quasi che nella testa abbia non il cervello, ma dell' acqua . 19 -Tené 'a capa pe spartere 'e rrecchie Ad litteram: tenere la testa per dividere le orecchie Locuzione di valenza molto simile alla precedente riservata a coloro che inveteratamente sciocchi, stupidi ed incapaci si ritenga che abbiano la testa - priva di cervello e dunque di raziocinio -solo, iperbolicamente, come elemento necessario alla separazione delle orecchie. 20 -Tené 'a capa tosta Ad litteram: tenere la testa dura id est: esser caparbio, cocciuto, ma anche: ben fermo nelle proprie opinioni; estensivamente, poi: esser duro di comprendonio, tardo all'apprendimento. 21 -Tené 'a cazzimma Neologismo studentesco intraducibile ad litteram con il quale si indica l'atteggiamento malevolo, la furbizia prevaricante di chi mira a danneggiare una controparte piú debole e perciò piú vulnerabile. Talvolta si imbarocchisce la locuzione aggiungendo lo specificativo: d''e papere australiane (delle oche australiane), specificazione però inutile e non comprensibile atteso che non è dato sapere che le oche di quel continente siano prevaricatrici o particolarmente furbe. 22 -Tené 'a cimma 'e scerocco Ad litteram: tenere la sommità dello scirocco Id est: essere nervoso, irascibile, pronto a dare in escandescenze, quasi comportandosi alla medesima maniera del metereopatico condizionato dal massimo soffio dello scirocco. 23 -Tené 'e cazze ca ce abballano pe capa Ad litteram: tenere i peni che ci danzano sulla testa Id est: essere preoccupati al massimo, aver cattivi crucci che occupano la testa. Icastica anche se becera locuzione con la quale si sostiene che ipotetici peni significanti gravi preoccupazioni ci stiano danzando in testa per rammentarci quelle inquetudini. 24 -Tené 'a magnatora vascia Ad litteram: tenere la mangiatoia bassa Id est: non avere alcuna preoccupazione economica e comportarsi conseguentemente in maniera prodiga, quando non eccessivamente dispendiosa, non badando alle spese. 25 -Tené 'a neve dint' â sacca Ad litteram: tenere la neve in tasca o meglio nel sacco. Détto di chi si mostri eccessivamente dinamico o frettoloso e sia restio a fermarsi per colloquiare, quasi dovesse raggiungere rapidamente la meta prefissasi prima che si sciolga l'ipotetico ghiaccio tenuto in tasca. Questa riportata è la spiegazione che normalmente e popolarmente si dà dell’espressione e non è una spiegazione del tutto erronea: in realtà però piú precisamente la fretta e la dinamicità sottese nell’espressione son quelle dei cosiddetti nevari cioè degli addetti al trasporto della neve che prelevata nei mesi invernali in altura (Vesuvio, Somma, Faito, Matese e monti dell’Avellinese) veniva dapprima conservata in loco in grotte sottorranee dove gelava e poi all’approssimarsi dell’estate, stipata in sacche di iuta veniva trasporta velocemente a dorso di mulo nelle città e paesi per rinfrescare l’acqua e fornire la materia prima per la confezione dei gelati. Da tanto si ricava che il termine sacca non sta ad indicare la tasca di un abito, quanto (con derivazione da un lat. parlato sacca(m) femminilizzazione del classico lat. saccu(m), che è dal gr. sákkos, di orig. fenicia),quanto un grosso recipiente di tela lungo e stretto, aperto in alto, usato per conservare o trasportare materiali incoerenti, o comunque sciolti. Il passaggio dal maschile sacco al femminile sacca si rese necessario perché – come ò piú volte annotato - in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella. brak

VARIE 2966

1 - PASSA 'A VACCA Ad litteram: passa la vacca In realtà l'espressione che di solito è usata assieme all'altra: fa acqua 'a pippa (vedi alibi) viene usata per indicare un chiaro, inequivocabile stato di indigenza, una incommensurabile inopia quando manchi tutto e non si abbiano mezzi per procurarsi alcunché.Come facilmente intuibile, i bovini non c'entrano nulla con la lucuzione che è piú semplicemente corruzione di un latino medioevale: passant vacua/passat vacua espressione usata dai doganieri medioevali per segnalare quel/quei carro/i transitante/i vuoto/i di merci e dunque non soggetto/i al pagamento di balzelli. 2 - PASSÀ CU 'A SCOPPOLA Ad litteram: passare con lo scappellotto Id est: godere di un' entrata di favore, avere un avanzamento non meritato, sopravanzare gli altri immeritatamente La locuzione si rifà a quanto accadeva anticamente all'ingresso del teatro dei Pupi allorchè in presenza di una ressa di ragazzi sprovvisti di biglietto e della moneta per procurarselo, il custode usava favorire qualcuno di quei ragazzi e lo spingeva in sala assestandogli un piccolo scappellotto. 3 - PASSARSE 'A MANA P''A CUSCIENZA Ad litteram: passarsi la mano sulla coscienza Id est: farsi un accurato esame di coscienza prima di prendere decisioni ostili o lesive degli interessi altrui, interrogandosi seriamente se il comportamento che si intende tenere sia giusto, adatto e commisurato a quel cui si vada ad opporre, ma soprattutto chiedendosi se si è moralmente scevri da quei difetti che, con la nostra azione, si vorrebbe combattere. 4 -PASSARCE PE COPPA Ad litteram: passarci sopra Id est: sorvolare, non tener conto di qualcosa, non darvi peso, superarlo quasi come un piccolo ostacolo da poter agevolmente saltare. 5 -PAVÀ A CCAMMISA SUDATA Ad litteram: pagare a camicia sudata Id est: accordare il compenso solo a lavoro ultimato quando la camicia sudata dimostrerà che ci si è impegnati nel lavoro pattuito. Per traslato la locuzione si usa quando si voglia stabilire in un contratto il conferimento della controprestazione, come è giusto che sia, solo dopo l'avvenuta prestazione. 6 -PENZ' Â SALUTE Ad litteram: pensa alla salute Id est: non crucciarti soverchiamente, non porti domande, occupati in primis et ante omnia del tuo stato di salute che non deve patire a causa delle quisquilie che ci occupano e che ti preoccupano eccessivamente ed immotivatamente. 7 -PE GGHIONTA 'E RUOTOLO Ad litteram: per aggiunta al rotolo Id est: come se non bastasse; locuzione usata con un amaro senso di rammarico quando ad un imprevisto danno si accompagni una ancor più deleteria beffa; l'espressione richiama anche se in modo antifrastico quella gratuita giunta di merce che gli onesti e liberali venditori solevano concedere ai clienti più bisognosi affiancandola al rotolo, tipica misura di peso che nel napoletano corrispondeva a circa 900 grammi. 8 -PE TRAMENTE Nel mentre che, intanto che, nel frattempo che; locuzione temporale avverbiale derivata dal latino: dum- intèrea divenuta dom-mentre poi drommente ed infine tramente, usata per indicare la contemporaneità di due azioni di cui l'una si verifichi nel mentre sia in corso l'altra. 9 - PE N'ACENO 'E SALE SE PERDE 'A MENESTA Ad litteram: per pochissimo sale va a male la minestra Locuzione usata a mo' di ammonimento quando si voglia consigliare qualcuno, intento a ad una qualsivoglia operazione, a non trascurare i più piccoli particolari, ponendovi la massima attenzione, atteso che basta un nonnulla per rovinare tutta l'opera, come è sufficiente pochissimo sale, o conferito in più o in meno, per rovinare il migliore dei manicaretti. 10 -PRUTUSINO OGNE MENESTA Ad litteram:prezzemolo in ogni minestra Cosí, con linguaggio mutuato dall'arte culinaria viene indicato l'accanito, onnipresente presenzialista aduso ad intervenire in ogni consesso, in ispecie a quelli dove non sia stato invitato, lí esprimendo, a maggior disdoro, il suo parere non richiesto e comportandosi quasi come il prezzemolo erba aromatica presente a volte anche casualmente in quasi tutte le salse e le minestre della cucina partenopea. prutusino s.vo neutro = prezzemolo, erba aromatica,pianta erbacea biennale, rustica, dicotiledone, largamente coltivata per le sue foglioline composte di colore verde lucente a margini frastagliati, usate in cucina per le proprietà aromatiche (fam. Ombrellifere) etimologicamente lettura metatetica dal gr. petrosélinon, comp. di pétra 'roccia, pietra' e sélinon 'sedano'; propr. 'sedano che cresce fra le pietre' 11 -PEZZENTE SAGLIUTO Ad litteram: povero rimpannucciato Cosí viene appellato chi, notoriamente povero ed indigente, sia improvvisamente ed inopinatamente assurto ad uno status emergente; di tali poveri che abbiano asceso di colpo la scala sociale, è bene diffidare, in quanto poco raccomandabili. pezzente s.vo ed agg.vo m.le e f.le mendicante, straccione; persona che vive in condizioni di grande miseria: jí vestuto comme a ‘nu pezzente(andare vestito come un pezzente); paré ‘nu pezzente(sembrare un pezzente) | persona meschina, eccessivamente attaccata al denaro: fà ‘o pezzente (fare il pezzente). Si tratta di unavoce di orig. merid., pervenura anche nell’italiano, ed etimologicamente è propriamente il part. pres. del napol. pezzire 'chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. pètere 'chiedere' 12 -PIGLIÀ ASSO PE FIJURA Ad litteram: prender asso per figura Id est: Detto di chi incorre in un grossolano, sciocco errore, confondendo due elementi d'aspetto e valenza completamente diversi; locuzione mutuata dal giuoco delle carte napoletane nel quale giuoco solo un giocatore molto inesperto ed incapace può incorrere nell'errore di confondere l'asso con il fante o il cavallo o il re. 13 -PIGLIÀ 'A BANCA 'E LL'ACQUA P''O CARRO 'E PIEREROTTA oppure PIGLIÀ 'A SPUTAZZA P''A LIRA 'ARGIENTO. Ad litteram: confondere il banco della mescita dell'acqua per il carro della festa di Piedigrotta oppure confondere uno sputo per una lira di argento Locuzione con cui si indicano sesquipedali errori in cui incorrono soprattutto gli stupidi ed i disattenti atteso che, per quanto coperto di elementi ornativi il piccolo banco dell'acquaiolo non può mai o meglio, non poteva mai raggiungere l'imponenza di un carro della festa di Piedigrotta, né mai un volgare sputo può esser confuso con una moneta d'argento.Per altri macroscopici errori vedi alibi. 14 -PIGLIARLA 'E LISCIO Ad litteram: prenderla di liscio, scivolare, slittare id est: prendere uno scivolone e ciò in senso reale, ma anche figuratamente riferito alla incapacità di porsi un freno dando una adeguata regolata alle azioni o al discorso. 15 - PIGLIÀ CU 'E BBONE o all'inverso PIGLIÀ CU 'E TTRISTE Ad litteram: pigliar con le buone; id est: trattar qualcuno con buone maniere, con dolcezza, nel tentativo di ottener quello che se chiesto cu'e triste ovvero le maniere forti, probabilmente non si otterrebbe. Brak

VARIE 2965

1.Canta ca te faje canonico! Letteralmente: Canta ché diventerai canonico Id est: Urla piú forte ché avrai ragione Il proverbio intende sottolineare l'abitudine di tanti che in una discussione, non avendo serie argomentazioni da apportare alle proprie tesi, alzano il tono della voce ritenendo cosí di prevalere o convincere l'antagonista.Il proverbio rammenta i canonici della Cattedrale che son soliti cantare l'Ufficio divino con tonalità spesso elevate, per farsi udire da tutti i fedeli. 2. Armammoce e gghiate. Letteralmente: armiamoci, ma andate! Id est: Tirarsi indietro davanti al pericolo; come son soliti fari troppi comandanti, solerti nel dare ordini, ma mai disposti a muovere i passi verso il luogo della lotta; cosí soleva comportarsi il generale francese Manhès che inviato dal re Gioacchino Murat in Abruzzo a combattere i briganti inviò colà la truppa e restò a Napoli a bivaccare e non è dato sapere se raggiunse mai i suoi soldati. 3. A - Cane e ccane nun se mozzecano B- Cuovere e cuovere nun se cecano ll'uocchie. Letteralmente: A- CANI E CANI NON SI AZZANNANO B- CORVI E CORVI NON SI ACCECANO Ambedue i proverbi sottolineano lo spirito di corpo che esiste tra le bestie, per traslato i proverbi li si usa riferire anche agli uomini, ma intendo sottolineare che persone di cattivo stampo non son solite farsi guerra, ma - al contrario - usano far causa comune in danno dei terzi. 4.Cca 'e ppezze e cca 'o sapone. Letteralmente: Qui gli stracci e qui il sapone. Espressione che compendia l'avviso che non si fa credito e che al contrario a prestazione segue immediata controprestazione. Era usata temporibus illis a Napoli dai rigattieri che davano in cambio di abiti smessi o altre cianfrusaglie, del sapone per bucato e che perciò erano detti sapunare. 5.Tené 'a sàraca dint' â sacca Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna. 6.T'aggi''a fà n'asteco areto a 'e rine... Letteralmente Ti devo fare un solaio nella schiena.Id est: Devo percuoterti violentemente dietro le spalle. Per comprendere appieno la portata di questa grave minaccia contenuta nella locuzione in epigrafe, occorre sapere che per asteco a Napoli si intende il solaio di copertura delle case, solaio che anticamente era formato con abbondante lapillo vulcanico ammassato all'uopo e poi violentemente percosso con appositi martelli al fine di grandemente compattarlo e renderlo impermeabile alle infiltrazioni di acqua piovana. 7.Ogne anno Ddio 'o cumanna Letteralmente: una volta all'anno lo comanda Iddio. La locuzione partenopea traduce quasi quella latina: semel in anno licet insanire, anche se i napoletani con il loro proverbio chiamano in causa Dio ritenuto corresponsabile delle pazzie umane quale ordinante delle medesime. 8. Pe gulío 'e lardo, mettere 'e ddete 'nculo ô puorco. Letteralmente: per desiderio di lardo, porre le mani nell'ano del porco. Id est: per appagare un desiderio esser pronto a qualsiasi cosa, anche ad azioni riprovevoli e che comunque non assicurano il raggiungimento dello scopo prefisso. La parola gulío attestato anche come vulío= voglia, desiderio pressante non deriva dall'italiano gola essendo il gulío/vulío non espressamente lo smodato desiderio di cibo o bevande; piú esattamente la parola gulío/vulío è da riallacciarsi al greco boulomai=volere intensamente con consueta trasformazione della B greca nella napoletana G come avviene per es. anche con il latino dove habeo è divenuto in napoletano aggio o come rabies divenuta (a)rraggia. 9.Sciorta e mole spontano 'na vota sola. Letteralmente:la fortuna ed i molari compaiono una sola volta. Id est: bisogna saper cogliere l'attimo fuggente e non lasciarsi sfuggire l'occasione propizia che - come i molari - spunta una sola volta e non si ripropone 10.Ll'arte 'e tata è mmeza 'mparata. Letteralmente: l'arte del padre è appresa per metà. Con questa locuzione a Napoli si suole rammentare che spesso i figli che seguano il mestiere del genitore son favoriti rispetto a coloro che dovessero apprenderlo ex novo. Partendo da quanto affermato in epigrafe spesso però capita che taluni si vedano la strada spianata laddove invece al redde rationem mostrano di non aver appreso un bel nulla dal loro genitore e finisce che la locuzione nei riguardi di tali pessimi allievi debba essere intesa in senso ironico ed antifrastico. 11.Attaccarse ê felínie. Letteralmente: appigliarsi alle ragnatele. Icastica locuzione usata a Napoli per identificare l'azione di chi in una discussione - non avendo solidi argomenti su cui poggiare il proprio ragionamento e perciò e le proprie pretese - si attacchi a pretesti o ragionamenti poco solidi, se non inconsistenti, simili -appunto - a delle evanescenti ragnatele. 12. Jí facenno 'o Ggiorgio Cutugno. Letteralmente: andar facendo il Giorgio Cotugno. Id est: andare in giro bighellonando, facendo il bellimbusto, assumendo un'aria tracotante e guappesca alla stessa stregua di tal mitico Cotugno scolpito in tali atteggiamenti su di una tomba della chiesa di san Giorgio maggiore a Napoli. Con la locuzione in epigrafe il re Ferdinando II Borbone Napoli soleva apostrofare il duca Giovanni Del Balzo che era solito incedere con aria tracotante anche davanti al proprio re. 13. 'Ncasà 'o cappiello dint' ê rrecchie. Letteralmente: calcare il cappello fin dentro alle orecchie ossia calcarlo in testa con tanta forza che il cappello con la sua tesa faccia quasi accartocciare i padiglioni auricolari. A Napoli, l'icastica espressione fotografa una situazione nella quale ci sia qualcuno che vessatoriamente, approfittando della ingenuità e disponibilità di un altro richieda a costui e talvolta ottenga prestazioni o pagamenti superiori al dovuto, costringendo - sia pure metaforicamente - il soccombente a portare un supposto cappello calcato in testa fin sulle orecchie. 14. Rompere 'o nciarmo. Letteralmente: spezzare l'incantesimo. A Napoli la frase è usata davanti a situazioni che per potersi mutare hanno bisogno di decisione e pronta azione in quanto dette situazioni si ritengono quasi permeate di magia che con i normali mezzi è impossibile vincere per cui bisogna agire quasi armata manu per venire a capo della faccenda. La parola nciarmo= magia, fascino, incantesimo non deriva dal lat. in+ carmen ma da un francese n + charme 15.'Ngrifarse comme a 'nu gallerinio. Letteralmente:arruffar le penne come un tacchino. Il tacchino o gallo d'india (da cui gallerinio) allorché subodora un pericolo, si pone in guardia arruffando le penne segno questo - per chi si accosti ad esso - che non lo troverà impreparato.La locuzione è usata a mo' di dileggio nei confronti di chi si mostri spettinato, quasi con i capelli ritti in testa; di costui si dice che sta 'ngrifato comme a 'nu gallerinio, anche se il soggetto 'ngrifato non sia arrabbiato o leso, ma solamente spettinato. brak

UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: NIBBA & dintorni.

UN’ANTICA PAROLA NAPOLETANA: NIBBA & dintorni. La voce riportata in epigrafe: nibba nel significato di per niente, per nulla, assolutamente no è un antichissimo avverbio di negazione che , piú che nello scritto (ne ò trovato pochissime, quasi nulle attestazioni negli scrittori come il Cortese, lo Sgruttendio, il Basile etc.) fu usato soprattutto nel parlato popolare partenopeo con diretta derivazione dalla parlata di gerganti (cfr. la cosiddetta parlèsia dei suonatori ambulanti),vagabondi e malviventi cosí come attestato nei repertori di A.Prati (1940), di L.Pulci (sec. XV) B. Puoti (1841) e nei piú vecchi dizionari della lingua napoletana (D’Ambra, Andreoli,P.P.Volpe)oltre che nei moderni calepini (Altamura, D’Ascoli, Salzano) che copiano i vecchi dizionari. Per il vero la voce nibba non fu voce esclusivamente partenopea; me lo confermano il poeta Gigi Zanazzo (1890 circa) che in un suo repertorio la riporta come voce d’uso popolare romanesco ed il glottologo Carlo Malaspina (1858) che l’elenca – sia pure come voce furbesca- in un suo vocabolario parmigiano – italiano; e tutto ciò a probabile riprova che in origine si trattò di voce di gerganti ambulanti adusi a passare di regione in regione. Ciò premesso, rammenterò che, quantunque non riportato da alcun calepino antico la voce d’origine usata quale avverbio per indicare per niente, per nulla, assolutamente no non fu nibba ma nisba voce quest’ultima, ancóra viva e presente nei moderni dizionari (romanesco,siciliano, italiano etc.) nei medesimi significati attestati per nibba ed usatissima dagli sceneggiatori dei films italiani prodotti o girati nell’Urbe a Cinecittà. Ma torniamo alla voce in epigrafe : nibba e vediamo se è possibile indicarne o trovarne l’etimologia. Manco a dirlo, non v’è alcuna identità di vedute, tra gli addetti ai lavori, circa l’etimo di questa voce che ci occupa. Non tutti la prendono in esame, e quelli che lo fanno o svicolano (etimo ignoto o incerto) oppure danno libero sfogo alla fantasia; ad es. Altamura ipotizza il lat. nihil senza spiegare il cammino morfologico seguíto per giungere a nibba partendo da nihil; idem dicasi per i compilatori del G.D.L.I. Garzanti che ipotizzano il tedesco nichts senza spiegarne il cammino morfologico per giungere a nibba; ed infine neppure mi convince il D’Ascoli che si inventa un inesistente francese ne pas che comunque non mi convincerebbe morfologicamente neppure se fosse un esistente n’ai pas o anche un n’ est(ce) pas. A mio avviso la faccenda si risolve per tutt’ altra via e cioè tenendo presente che – come ò già accennato – la voce originaria fu nisba donde con assimilazione regressiva nibba. E per quanto riguarda l’etimo bisogna dunque pigliare in considerazione nisba donde poi nibba.Orbene la parola nisba, esiste nell'onomastica araba dove indica il luogo di appartenenza o di provenienza geografica, reale o simbolica, recente o antica di una persona.In genere tale nisba è collocata alla fine della sequenza onomastica e non è raro il caso in cui una persona ne annoveri piú di una o al contrario che non ne riporti nessuna . Dal che si può ragionavolmente dedurne che, in tempi andati, arabi vagabondi che si aggregavano ad altri vagabondi o, peggio ancóra!,malviventi arabi che si univano a malviventi della città partenopea, talvolta celassero ad arte il loro luogo di appartenenza o di provenienza geografica, reale o simbolica, recente o antica, di talché la loro nisba risultasse nulla,e semanticamente la parola nisba come riguardante qualcosa che non era indicata o era inesistente potette finire per significare nulla, niente. E da nisba (come visto ancóra presente, usato ed attestato), per assimilazione regressiva il passaggio a nibba voce abbondantemente desueta e forse in uso solamente nella parlèsia dei posteggiatori partenopei che non avessero ancóra accolta la piú comune nisba oggi registrata dal F. Ravaro e dal Chiappini come voce romanesca. raffaele bracale

venerdì 28 marzo 2014

IL VERBO JÍ (andare) E LE SUE LOCUZIONI

IL VERBO JÍ (andare) E LE SUE LOCUZIONI. Il verbo italiano andare ( che etimologicamente qualcuno pensa derivi dal lat. ambulare o da un lat. volg. *ambitare, ma che molto piú esattamente sembra derivi da *aditare frequentativo di adire è verbo che à alcune forme che ànno per tema vad- derivando dal lat. vadere/vadicare 'andare') è reso,in napoletano, con derivazione dal lat. ire, con l’infinito jí/ghí e son numerose le locuzioni formate con détto infinito. Prima di esaminarne qui di sèguito qualcuna, preciso che in napoletano la grafia corretta dell’infinito è – come ò scritto – jí oppure in talune espressioni ghí/gghí (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare con la sola vocale i talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!, seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’); la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è jí oppure in talune esopressioni ghí/gghí cosí come espressamente sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954) che era solito far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di jí oppure, ove del caso, ghí li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí nella coniugazione dell’indicativo presente (1ª,2ª e 3ª pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1ª e 2ª pers. pl.usa il tema di ji –re ed à nuje jammo, vuje jate per tornare a *va(di)c-are per la 3ª pers. pl che è lloro vanno. E veniamo alle locuzioni: 1.Jirsene carreco ‘e meraviglie Ad litteram: andarsene carico di meraviglia. id est: allontanarsi stupefatto, in preda alla massima meraviglia, da un luogo dove si è assistito o dove si è partecipato - magari involontariamente -ad avvenimenti sconvolgenti o grandemente allibenti; per traslato si usa dire di chi si allontani da un luogo o da una persona dopo d’aver subíto una dura reprimenda o rampogna. Carreco/a agg.vo m.le o f.le = letteralmente carico, caricato(estens.) sovraccarico, traboccante, (fig.) oppresso; etimologicamente la voce napoletana è connessa a carrus (cfr. la doppia liquida rispetto alle scempia dell’italiano carico) addizionato del suffisso di pertinenza icus/ica. 2. Jirsene muro - muro Ad litteram: andarsene rasentando il muro; id est: allontanarsi alla chetichella, quasi sfiorando un muro allo scopo di non farsi notare, non dando nell’occhio. 3. Jirsene oppure venirsene tinco - tinco Ad litteram: allontanarsi come un tincone oppure avvicinarsi sollecitamente (come un tincone); id est: sparire da un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si è partecipato e da cui ci si allontani non ci riguardi, né chiami in causa, oppure (nel secondo caso) accostarsi ad un luogo rapidamente e con una buona dose di faccia tosta, quasi dando ad intendendere che l’avvenimento cui si intende partecipare sia di nostra competenza o ci chiami in causa, quantunque nessuno ci abbia invitati o sollecitati in quel senso; in questo secondo caso lo si usa con icastico riferimento a tuti quegli inoportuni comportamenti di saccenti e supponenti adusi ad intromettersi nelle altrui faccende per esprimere pareri o dispensare importuni consigli non sollecitati. A margine rammento altre tipiche espressioni modali che si ricollegano al verbo andare; abbiamo: venirsene oppure jrsene ruglio ruglio (id est: venir mogio mogio, piano piano,ovvero accostarsi lentamente, quasi contando i passi, come chi sia pieno, zeppo, stipato di cibo e dunque sia costretto a muoversi lentamente, mogio mogio. Vale la pena di ricordare che l’espressione ruglio ruglio, nella sua reiterazione dell’aggettivo di grado positivo ne sostanzia il superlativo che, al solito, in napoletano non à la forma del suffisso in issimo, ma si forma reiterando l’aggettivo di grado positivo come avviene p. es. con chiatto chiatto o luongo luongo o ancora curto curto che rispettivamente stanno per grassissimo,altissimo (o lunghissimo), bassissimo e dunque ruglio ruglio sta per pienissimo. Rammenterò appena che l’espressione venirsene ruglio ruglio non va confusa con quella che recita: venirsene tinco tinco or ora illustrata, di significato diametralmente opposto: venirsene sollecitamente, né va confusa con l’espressione usata dal famosissimo Totò: venirsene tomo, tomo, cacchio cacchio, espressione che come ebbi modo di chiarire altrove sta per: agire con improntitudine, faccia tosta. Un’ ultima notazione; etimologicamente la parola ruglio è un chiaro deverbale forgiato sul verbo latino: turgulare frequentativo di turgere: inturgidire; E, a mo’ di completamento rammenterò che sia in calabrese che in napoletano d’antan esiste il verbo ‘ntrugliare = ingrossare forgiato ugualmente sui verbi latini di cui sopra. Ancóra l’espressione napoletana jí cuonce cuonce è un’espressione avverbiale che vale: andare, agire piano, piano – senza fretta – accortamente – con cautela,precisione e circospezione – lentamente; l’espressione si sostanzia nell’iterazione del sostantivo cuonce (plurale di cuoncio), ma nel caso in esame l’iterazione non mira a formare un superlativo come nel napoletano avviene normalmente, ed ò già déto, alibi sia con sostantivi, ma soprattutto con aggettivi (cfr. sicco sicco (=magrissimo), chiatto chiatto (=grassissimo), luongo luongo (=altissimo o lunghissimo) tinco tinco (=rapidissimo come una tinca)etc. Nel caso in esame ci si ricollega al sostantivo cuonce (plurale di cuoncio) per richiamarne, con l’iterazione, la cautela lenta e circospetta usata nel portare a compimento un’opera muraria (quella che gli antichi romani dissero opus quadratum o opus reticulatum antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre, facendo combaciare le facce laterali di piccole piramidi di tufo o altra pietra, e tenendone la base rivolta verso l'esterno, ed il vertice verso l'interno, per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente. Chiarisco: in napoletano il sostantivo cuoncio (di cui cuonce è il plurale), con etimo quale deverbale da conciare (che è dal lat. volg. *comptiare, deriv. di comptus 'ornato, adorno', da comere 'mettere insieme'), à molti significati: concime, letame (per concimare), belletto, condimento (cfr. ‘o cuoncio acconcia= il belletto, il condimento rende migliore la persona o il cibo), ma indica pure (concio) ognuna di quelle piccole piramidi di tufo o altra pietra di cui sopra; per cui con la locuzione avverbiale cuonce cuonce si intende richiamare la lentezza, la cautela, la precisione maniacale e circospetta da usarsi (procedendo un concio per volta) nel porre in essere l’ opus quadratum o opus reticulatum; allo stesso modo con medesima studiata lentezza, cautela, e precisione deve comportarsi nel suo agire chi sia invitato ad operare cuonce cuonce. E passiamo all’espressione jrsene o venirsene cacchio cacchio che è andarsene o venirsene in maniera strana; infatti cacchio, cacchio ad litteram sta per: strano, strano (nell’espressione in esame: avvicinarsi o allontanarsi strano, strano)Espressione usata per significare l’atteggiamento di chi, facendo finta di nulla, mogio mogio, con indifferenza ed ostentata tranquillità, si prepara invece ad agire proditoriamente in danno di terzi, quasi che si accostasse al luogo dove agirà, con studiata noncuranza, o se ne allontanasse dopo d’avere agito con proditoria e dannosa indifferenza. Da rammentare che l’espressione a margine era usata da Totò, il principe del sorriso, sommandola con la pleonastica espressione - tomo tomo espressione inutile in quanto di uguale portata e/o significato, ma di minor presa; ò detto pleonastica perché, mi pare che non ci fosse stato il bisogno di chiarire o aumentare la portata del cacchio cacchio napoletano, espressione - al contrario - molto piú corposa e pregnante, per il vocabolo usato, dell’algido tomo tomo, espressione che pur napoletana è costruita con un vocabolo italiano presente altresí nella esprespessione dell’italiano essere un bel tomo nel senso di essere un tipo strano, bizzarro di grande improntitudine . L’espressione jrsene o venirsene cacchio cacchio non va confusa con quella jrsene o venirsene tinco tinco precedentemente illustrata, di significato molto diverso: venirsene sollecitamente. 4. Jammo, ca mo s’aiza Ad litteram: andiamo, ché adesso si alza; id est: muoviamoci ché il sipario sta per andar su; locuzione usata un tempo dai servi di scena per avvertire gli attori di tenersi pronti, essendo prossimo l’inizio dello spettacolo, ed usata oggi per sollecitare chiunque in vista dell’inizio di qualcosa cui debba partecipare. 5. Jirsene ‘nzogna ‘nzogna Ad litteram: andarsene sugna sugna locuzione che non attiene alla sfera culinaria, ma che è usata per commentare il lento consumarsi o deperirsi di una persona che si sciolga quasi a mo’ di sugna ‘nzogna s.vo f.le = sugna, strutto; preciso súbito che la voce napoletana a margine che rende l’italiano sugna o strutto è voce che va scritta ‘nzogna con un congruo apice (‘) d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto. Ciò detto passiamo all’etimologia e sgombriamo súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, (non ‘nzogna) possa essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo passaggio di ns→nz, dal latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cotenna di porco ancóra ricca di grasso. Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze di sorta! Messe da parte tali fantasiose proposte, penso che all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza: inus ed ius; da insuinia→’nsoinia→’nzogna. 6. Jettà ll’uosso ô cane Ad litteram: buttare l’osso al cane id est: fare o far le viste di fare gratuite concessioni; locuzione che si usa a commento delle azioni di chi sembra quasi si conceda magnanimamente, laddove invece è tenuto a quel comportamento; altrove essa è usata a caustico commento dei comportamento di chi ottenuto un chiaro tornaconto da un’azione altrui, mostra di non apprezzarla quanto dovuto . 7. Jirsene a cascetta nell’espressione te ne vaje a cascetta! Letteralmente: Andarsene a cassetta.nell’espressionete ne vai a cassetta! La cassetta in questione è quella del cocchiere di carrozza padronale o del vespillone : il posto piú alto, ma anche il piú scomodo e il piú faticoso da raggiungere, delle antiche vetture da trasporto passeggeri vivi o morti che fossero. L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la eccessiva dispendiosità o fatica cui si va incontro, impegnandosi in un'azione ritenuta gravosa per cui se ne sconsiglia il porvi mano; infatti l’espressione viene usata a salace consiglio verso chi si accinga a cominciare qualcosa gravosa e probabilmente inutile; spesso la locuzione è preceduta da un imperioso siente a mme, lassa perdere (ascoltami, lascia perdere). 8. Jí a ffranco. Letteralmente: andare esente/libero id est: comportarsi in modo da essere esente dal rimetterci o danaro o altro, agire in maniera da venir fuori indenni da talune situazioni, senza rimetterci; locuzione usata specialmente in forma di imperativo esortativo quale è: Jammo a ffranco (andiamo esenti!/liberi (da condizionamenti)) 9. Jí allicchetto oppure a llicchetto o anche a cciammiello Letteralmente: andare alla perfezione; locuzione riferita a tutte quelle cose che evolvono positivamente, quasi perfettamente con riferimento al loro stato di tenuta richiamante quello di un valido lucchetto, oppure con riferimento al riuscito stato di forma che richiama una ben costrutta ciambella.Da notare come l’espressione a licchetto si sia fusa in allicchetto trasformandosi in un avverbio modale. 10. Jí a mmare cu tutte ‘e panne Letteralmente: finire in mare completamente vestito id est: subire un tracollo economico di grandissima portata con tutti i danni relativi, come chi sia finito in mare completamente vestito e corra il rischio di esser trascinato in fondo dal peso dei vestiti imbevuti d’acqua. 11. Jí â perimma Ad litteram: marcire locuzione usata con riferimento alle merci, in ispecie alle vettovaglie, che stanno per ammuffire o che già siano diventate ammuffite o marce; per traslato la locuzione è usata anche con riferimento alle persone che invecchino male, deperendo nel fisico ed intellettualmente perdendo colpi. 12. Jí ascianno coccosa7 Ad litteram: andare alla ricerca di qualcosa, ma farlo con intensa applicazione comportandosi quasi come un cane che annusi per trovare la traccia cercata; il termine asciare della locuzione deriva infatti dal latino adflare (annusare) con il tipico mutamento partenopeo FL in SCI come per il latino flos diventato sciore in napoletano. 13. Jí cu ‘a faccia dint’ô panecuotto variante Jí cu ‘o musso dint’â mmerda. Ad litteram: Finire con la faccia nel pan cotto variante finire con il muso nello sterco La locuzione in epigrafe e la sua variante è usata per significare il comportamento di tutti coloro che per propria ingenuità o insipienza finiscono per fare meschine figure al pari di un bimbo che si sia imbrattato il volto mangiando pan cotto; la variante, molto piú dura ed icastica prende a modello il comportamento del maiale che frugando nel porcile alla ricerca di cibo, spesso affonda il muso nei suoi stessi escrementi, e viene riferita ai presuntuosi atteggiamenti di coloro che abituati a fare i saccenti ed i supponenti spesso vedono le loro affermazioni, se non le loro azioni vanificate queste, contraddette quelle dalla chiara realtà e finiscono per fare figure cosí meschine da esserne quasi insozzati come un porco dal suo sterco. 14. Jí cu ‘o sibbemolle Ad litteram: procedere con il si bemolle; id est: andare con estrema calma, lentamente, senza porre eccessiva forza nella propria azione, come un musicista che non usasse, nel comporre che semitoni e mai note piene di forza adeguata. 15. Jí cu ‘o siddivò e cu ‘o senza pressa Ad litteram: andare con il se-dio-vuole e con il senza-fretta Locuzione di portata simile alla precedente, ma con una piú marcata sottolineatura della lentezza usata nell’agire; locuzione che è usata soprattutto per indicare la neghittosità di chi si dispone ad agire, che lo fa senza quasi porvi volontà, ma fidando esclusivamente nella spinta ed aiuto del Cielo. 16. Jí cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso. Ad litteram: andare con il piombo ed il compasso id est: agire in ogni occasione con estrema attenzione, cautela e precisione alla stregua del muratore che, se vuole portare a termine a regola d’arte le proprie opere, non può esimersi dal far ricorso al filo a piombo, compasso, livelle ed altri strumenti consimili. 17. oppure jí stocco e turnà baccalà Ad litteram: Jí cascia e turnà bauglio Andar cassa e tornare baúle oppure andare stoccafisso e tornar baccalà id est: non approdare a nulla, detto soprattutto con riferimento al mancato impegno di studenti o apprendisti che non ricavano nulla dal loro lavoro o studio che sia al punto che: a) se fossero partiti essendo delle casse tornerebbero dal loro impegno quali baúli cioè sostanzialmente immutati nella loro povera condizione di semplice contenitore, b) se fossero partiti essendo degli stoccafissi ne sarebbero tornati come baccalà, pur sempre cioè misero merluzzo: non facendo grossa differenza l’essere affumicato o l’esser salato . 18. Jí ‘e pressa Ad litteram: andar di fretta; id est: aver premura, procedere con assoluta rapidità, quasi sollecitato dalla necessità di non perdere tempo. dall’iberico: de prisa di uguale significato. 19. Jí sotto e ‘ncoppa Ad litteram: andare sottosopra; id est veder ribaltato il proprio status socio-economico; locuzione riferita innanzitutto per significare il fallimento di attività commerciali, ma - per traslato - anche ogni altro rivolgimento che occorra nella vita. 20. Jí ‘e renza , gghí ‘e sguincio e gghí ‘e razzaviello Le locuzioni in epigrafe parrebbe, a prima vista, dicano la medesima cosa riferendosi ambedue ad un modo strano, non corretto di camminare. Non è cosí. C’è una differenza sostanziale tra le tree locuzioni;infatti jí ‘e renza si riferisce effettivamente ad un modo di camminare identificandolo nel procedere in modo obliquo, quasi inclinati su di un lato; diverso il gghí/jí ‘e sguincio che attiene ad un modo di camminare e propriamente a quel modo che comporta un’andatura di sghimbescio, tortuosa, e mentre la prima locuzione è usata solo in riferimento al modo di camminare, la seconda è riferita non solo ad un modo di procedere, ma anche ad un modo comportamentale che sia scorretto, subdolo, non lineare, in una parola: sleale; con la terza locuzione gghí ‘e razzaviello si ritorna nell’àmbito della deambulazione e solo in quello; la locuzione infatti (indicando precisamente il solo reale procedere a sghimbescio, in maniera ballonzolante a mo’ di trottola per di piú scentrata) non è mai usata in senso traslato come succede invece per gghí ‘e sguincio; non semplicissima l’etimologia del termine razzaviello peraltro assente nella gran parte dei calepini della parlata napoletana; il D’Ascoli che con il D’Ambra fu l’unico a trattare il termine, non lo indicó né come s.vo. né come agg.vo, né lo definí con chiarezza e fantasiosamente lo collegò all’agg.vo razzapelluso= ruvido a sua volta fatto derivare (sempre piú fantasiosamente) da raspulento= ruvido, rugoso, grinzoso; non si capisce proprio quale possa essere la strada semantica seguíta dal D’Ascoli per collegare qualcosa di ruvido, rugoso, grinzoso con qualcosa che proceda di sghimbescio o in maniera ballonzolante. No, non ci siamo! A mio avviso, restio come sono a trincerarmi dietro un pilatesco etimo incerto o sconosciuto, ipotizzo che razzaviello sia un s.vo (usato peraltro solo nella locuzione avv.le indicata) formato attraverso l’agglutinazione del sostantivo razza (variante locale di razzo=raggio di ruota) con un derivato della voce verbale *avellere collaterale di *e(x)vellere= strappare nel significato di raggio (di ruota)allentato o divelto e dunque scentrato e ballonzolante cosa che rimetterebbe a posto la questione semantica e metterebbe fine alle fantasie del D’Ascoli;proseguiamo: sguincio viene dal francese guenchir (procedere di sbieco) cui è premessa una S rafforzativa; il termine renza viene dal participio presente del verbo latino àerere= aderire; in napoletano infatti si dice pure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare.In coda rammento che delle tre espressioni solo quella che recita gghí/jí ‘e sguincio (andare di sguincio) è stata accolta nella lingua nazionale, quantunque assegnando al s.vo sguincio il significato di linea, struttura obliqua.di talché in italiano andare di sguincio vale procedere obliquamente e non (come esattamente è nel napoletano) procedere di sghimbescio, tortuosamente. Ma non è da meravigliarsi: è antico vizio di chi fa la lingua italiana, pescare nell’idioma partenopeo spesso però snaturando significato o morfologia delle voci accolte: ‘nu poco ‘e pacienza e ppeggio pe lloro! 21. Jí ‘mparaviso pe scagno Ad litteram:giungere o meglio conquistare il paradiso per ventura, per puro caso id est: assicurarsi un vantaggio per mera fortuna;, senza alcun merito conseguire rilevanti benefici o grosse utilità. 22. Jí pe sotto Ad litteram: finire di sotto; id est: essere accusato ingiustamente, esser inopinatamente chiamato in causa e magari pagare il fio di colpe non commesse. 23. Jí giurgiulianno. oppure jí ‘nzunzulianno Ad litteram: andar bighellonando; id est: andare girozolando, ma farlo alla maniera del giurgio* cioé dell’ebbro, ciondolando, magari a rischio di cadere, andar senza meta e senza scopo; l’alternativa proposta in epigrafe esprime i medesimi concetti, ma è voce piú moderna coniata partendo dal termine zonzo.*etimologicamente giurgio risulta essere non la corruzione del nomeGiorgio inteso, partendo dalla figura del Santo guerriero, come un gradasso, uno spaccone dall’andatura presuntuosa ed altalenante, tal quale l’ ubriaco, ma più esattamente una derivazione del fr. gorge= gola in riferimento all’organo deputato ad accogliere le bevute. 24. Jí ‘ncasanno ‘e vàsule Ad litteram: andar calpestando il basolato che è la pavimentazione stradale fatta con blocchi di pietra lavica; locuzione di valenza simile alla precedente con una piú marcata attenzione alla maniera di sciupare il tempo usato per percorrere improduttivamente la strada, bighellonando, ciondolando a dritta e a mancina senza meta o scopo; la locuzione è usata quando ci si voglia riferire, per redarguirli di non fare il proprio dovere o a svogliati studenti o ad accidiosi operai accusati di andar calpestando il basolato, invece di applicarsi alle loro incombenze. Rammenterò che un tempo le strade erano appena appena sterrate e battute, poi furono pavimentate alla bell’ e meglio con i breccioni di fiume dando vita alle c.d. imbrecciate di cui Napoli fu ricca, si passò poi alla pavimentazione fatta con i grossi parallelepipedi di basalto, periodicamente scalpellato, per impedire che con la consunzione i blocchi risultassero lisci e pericolosamente scivolosi ; si pervenne infine alla pavimentazione con cubetti di basalto o pietra lavica detti in italiano sampietrini ed in napoletano cazzimbocchi ; detti cubetti sono affiancati l’un l’altro su di un letto di sabbia e negli interstizi che ne risultano vien fatta colare della pece bollente che raffreddandosi e rapprendendosi oltre a tener uniti i cubetti assicura una impermeabilità alla pavimentazione stradale. 25. Jí zumpanno asteche e lavatore. Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso (i lavatoi erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare. 26. Jí p’aiuto e truvà sgarrupo. Letteralmente: andare (in cerca) d’aiuto e trovare danno; locuzione usata per sottolineare tutte quelle strane situazioni nelle quali , in luogo dell’aiuto richiesto ed atteso si trova danno che naturalmente non fa che peggiorare la situazione per quale s’era chiesto un aiuto. 27. Jí pe cculo e truvà cazzo Letteralmente: andare (in cerca) di un culo (da sodomizzare) ed imbattersi in un membro maschile (che ti sodomizzi) locuzione di significato simile alla precedente, ma di portata piú furbesca e becera usata per sottolineare una di quelle strane situazioni nelle quali , in luogo del cercato, richiesto ed atteso ci si imbatta in qualcosa dell’esatto opposto che stravolga completamente la faccenda, peggiorandola irrimediabilmente. 28. Jí pe rrazia e truvà justizzia Letteralmente: andare (in cerca) di una grazia, di un perdono o un’assoluzione(delle proprie cattive azioni) ed imbattersi invece nella giustizia (cioè in qualcosa o qualcuno che facendo giustizia,faccia pagare il malfatto o ne chieda ragione). Anche questa locuzione è di significato simile alle precedenti, ma è di portata piú seria e raffinata ed usata per sottolineare una di quelle sgradite situazioni nelle quali , in luogo dell’auspicato cercato, richiesto ed atteso perdono ci si imbatta in qualcuno che nelle vesti di giusto giudice ci commini una pena rifiutandoci la desiderata grazia. 29. Jí truvanno Cristo ‘int’ ê lupine o meglio Jí truvanno Cristo dinto a la pina ad litteram: Andar cercando Cristo fra i lupini o meglio Andar cercando Cristo nella pigna. Id est: mettersi alla ricerca di una cosa difficile da trovarsi o da conseguirsi; cosa pretestuosa e probabilmente inutile, per cui, il piú delle volte, non metterebbe conto il mettersene alla ricerca. Come ò segnalato la prima locuzione è meno esatta della seconda che risulta essere quella originaria, mentre la prima ne è solo una frettolosa corruzione; ed in effetti se si analizza la seconda locuzione, quella consigliata, si può intendere a pieno la valenza delle espressioni, valenza che è difficile cogliere accettando la prima locuzione che fa riferimento ad incoferenti e pretestuosi lupini; quanto piú corretta la seconda, quella che fa riferimento alla pigna in quanto i pinoli in essa contenuti presentano un ciuffetto di cinque peli comunemente detto: manina di Cristo e la locuzione richiama la ricerca di detta manina, operazione lunga e che non sempre si conclude positavamente: infatti occorre innanzitutto procurarsi una pigna fresca, abbrustolirla al fuoco per poi spaccarla ed estrarne i contenitori dei pinoli, da cui trar fuori i suddetti ed alla fine andare alla ricerca della manina e cioè di Cristo; spesso capita però che i contenitori siano vuoti di pinoli e dunque tutta la fatica fatta va sprecata e si rivela inutile. Qualche altro scrittore di cose napoletane nel vano tentativo di fare accogliere la prima locuzione, fa riferimento ad una non meglio annotata o rammentata leggenda che vede stranamente la Vergine Maria non esser misericordiosa con la pianta di lupini; nelle mie ricerche tale leggenda è risultata pressocché sconosciuta, mentre non v’è anziano popolano che non sia a conoscenza della manina di Cristo. 30. Jí truvanno chi ll’accide nell’espressione: va truvanno chi ll’accide Ad litteram: andare in cerca di chi l’uccide nell’espressione va in cerca di chi l’uccide espressione usata per commentare le antipatiche azioni del provocatore, di chi stuzzichi il prossimo fino a destare, anche se figuratamente, nei meno pazienti, istinti omicidi. 31. Jí truvanno guaje cu ‘a lanternella Ad litteram: andare in cerca di guai con un lanternino detto di chi per sua natura e non per sopraggiunte casualità, si va cacciando di proposito nei guai, quasi andandone alla ricerca con una lanterna per meglio trovarli. 32. Jí pe fiche e truvà cetrule Ad litteram: andare in cerca di fichi e trovare cetrioli. Locuzione di portata simile a quelle ricordate ai n.ri 26, 27 e 28 atteso che il cetriolo pure essendo un ortaggio buono ed edibile, non è certo saporito e gustoso come un fico. 33. Jí ô bbattesemo senza ‘o criaturo Ad litteram: recarsi al fonte battesimale senza (portare) il bambino (da battezzare) locuzione usata per bollare situazioni macroscopicamenti carenti degli elementi essenziali alla loro esistenza, riferita spercialmente a tutti coloro che distratti per natura, o perché colpevolmente poco attenti si accingono ad operazioni destinate a fallire perché prive del necessario sostrato dimenticato per distrazione o non conferito per colpevole disattenzione. 34. JÍ A PPUORTECE PE ‘NA RAPESTA. Ad litteram: recarsi a Portici per (acquistare) una rapa. Id est: Agire sconsideratamente impegnandosi eccessivamente, affaticandosi oltremodo per raggiungere un risultato modesto o meschino. Cosí si dice, a dileggio, di chi si comporta in maniera poco giudiziosa, assennata, attenta, accorta o riflessiva sprecando energie e – nella fattispecie - si recasse al mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Portici, piccolo comune agricolo nei pressi di Napoli, per acquistare una sola, insignificante rapa. 34 bis.JÍ A PPUORTO P’ ‘A RAPESTA. Ad litteram: recarsi al porto per la rapa. L’espressione in esame è una corruzione della precedente, ma è di significato alquanto diverso; questa in esame è una locuzione usata a dileggio di chi si comporti in maniera imprudente, scriteriata, dissennata mettendosi in situazioni pericolose, come quella di frequentare la malfamata e perigliosa zona portuale, e lo faccia non per necessità o per lavoro, ma al solo scopo di dar soddisfazione alle proprie esigenze sessuali frequentando le prostitute stanziali del porto atte ad occuparsi della ... rapesta del loro cliente. Infatti nella locuzione il s.vo rapesta [1 in primis rapa; 2per traslato furbesco membro maschile; 3per traslato offensivo uomo inetto e dappoco; la voce rapa è dal lat. rapa←rapu-m = rapa, mentre la voce napoletana rapesta è dal neutro lat. rapistru-m attraverso il pl. rapistra poi inteso f.le e lètto rapista→ rapesta con semplificazione di str→st come in fenesta da fenestra(m) ] qui rapesta è usato appunto nel senso traslato/furbesco.A margine rammento infatti che è da collegarsi alla rapa l’agg.vo arrapato che è il part. pass. usato anche come agg.vo dell’infinito arrapà (arrapare), v.bo tr.vo di origine meridionale,pervenuto anche nel lessico italiano sia pure come voce volgare. è un denominale del lat. rapa, propr. neutro pl. di rapum 'rapa', poi considerato come f.le sg.in senso maliziosamente allusivo alla durezza dell’ortaggio] = eccitare sessualmente; piú spesso usato come intr. o intr. pron. (arrapà, arraparse, fà arrapà), eccitarsi sessualmente; quantunque sia piú comunemente usata al maschile (arrapato= eccitato ) nulla vieta che la voce sia coniugata anche al f.le (arrapata= eccitata) quantunque l’eccitazione maschile meglio si presti in pratica ad esser rappresentata dalla turgidità della rapa! 35. Jí dinto a ll’ossa. Ad litteram: andare nelle ossa detto di tutto ciò che risulti ampiamente giovevole, utile e proficuo che faccia quasi assaporarne i benefici fin nelle ossa; la locuzione però non attiene esclusivamente al piano fisico , potendosi usare anche e forse soprattutto con riferimento morale. 36. Jí ‘nfreva Ad litteram: andare in febbre id est: adontarsi, lasciarsi cogliere da moti di rabbia innanzi a situazioni ritenute cosí ingiuste o prevaricanti da destare un’agitazione tale da esser foriera di febbre. 37. Jí mettenno ‘a fune ‘e notte Ad litteram: Andar mettendo la fune di notte. Locuzione che si usa pronunciare risentitamente, in forma negativa ( nun vaco mettenno ‘a fune ‘e notte) (non vado tendendo la fune di notte)oppure sotto forma di domanda retorica:ma che ghiesse mettenno fune ‘e notte?(forse che vado tendendo funi di notte?)per protestare la propria onestà, davanti ad eccessive richieste di carattere economico; a mo’ d’esempio quando un figlio chiede troppo al proprio genitore, costui nel negargli il richiesto usa a mo’ di spiegazione la locuzione in epigrafe, volendo significare: essendo una persona onesta e non un masnadiero abituato a rapinare i viandanti tendendo una fune traverso la strada, per farli inciampare e crollare al suolo, non ò i mezzi economici che occorrerebbero per aderire alle tue richieste; perciò règolati e mòderale ! 38. Jí truvanno ova ‘e lupo e piettene ‘e quinnece. Ad litteram: andare in cerca di uova di lupo e pettini da quindici (denti) id est: impegnarsi in ricerche assurde , faticose ma vane come sarebbe l’andare alla ricerca di uova di lupo che è un animale viviparo o cercare pettini di quindici denti, laddove tradizionalmente i pettini da cardatura non ne contavano mai piú di tredici. 39. Jí truvanno scescé Espressione intraducibile ad litteram con la quale si identifica chi, in ogni occasioni cerchi cavilli, pretesti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi; talvolta chi si comporta come nella locuzione in epigrafe lo fa allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé è un chiara corruzione del francese chercher (cercare) Probabilmente, durante la dominazione murattiana un milite francese si fermò a chiedere una informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: chercher” Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescè e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andava alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva truvanno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé). 40.jirsene ‘e capa. Ad litteram: andarsene di testa. Id est:esaltarsi,montarsi la testa. Espressione usata per connotare l’atteggiamento scioccamente spocchioso di chi si esalti, si insuperbisca anche per un semplice piccolo elogio ricevuto, imbaldanzendosi oltre ogni limite o il consueto. 41.jirsene ‘mpilo ‘mpilo. Ad litteram: andarsene di pelo in pelo Id est: deperire, consumarsi a poco a poco. Espressione usata in riferimento a chi per malnutrizione, inedia si indebolisca, esaurendosi, consumandosi, deperendosi al segno che, iperbolicamente, se ne possano contare i singoli peli. 42.jirsene a ccalascione. Ad litteram: andarsene a calascione Id est:sciupare irrimediabilmente cose od azioni, tenendo un comportamento non consono, inadeguato, inadatto. Espressione che viene riferita per dileggio a chi perda il suo tempo in inutili occupazioni [come quella di strimpellare uno strumento musicale, nella fattispecie un colascione] invece di attendere in maniera . idonea, opportuna, adeguata, appropriata, atta, confacente, conforme, apposita, giusta, ad hoc al da farsi per raggiungere uno scopo o dar corso ad azioni giuste e produttive. colascione/calascione s.vo m.le strumento musicale in tutto simile ad un liuto a 10 corde di uso popolare nei secc. XVI e XVII, soprattutto nell'Italia meridionale. Etimologicamente nel napoletano dallo spagnolo colachón che è dal greco: dal gr. kaláthion 'piccolo paniere'(per la forma della cassa armonica dello strumento); strumento un po’ differente dal primitivo colascione che aveva solo due o tre corde; questo a dieci corde, détto anche tiorba fu suonato con l’ausilio di una grossa penna tonda di cuoio detta taccone e s’ebbe perciò la tiorba a taccone , strumento musicale d’accompagnamento,di cui dico, quasi antesignano del basso. 43.jí a mmitto. Ad litteram: andare a minzione Id est: rovinare qualcosa o l’intrapreso per precipitazione,per disattenzione o per eccessiva foga. Espressione d’antan e desueta che corrisponde all’incirca al moderno andare in tilt cioè andare in confusione con indesiderati risultati dannosi, nocivi, rovinosi.L’espressine della lingua nazionale è mutuata dall’espressione inglese tilt = inclinare con riferimento al gioco del flipper che come è noto è un gioco di abilità a moneta di origini statunitensi, molto diffuso a partire dagli anni cinquanta, soprattutto in bar, sale da giuoco ed altri locali pubblici, détto anche biliardino elettrico o elettroautomatico. Il nome originale inglese della macchina è pinball; il termine flipper, usato in Italia, Francia ed altri paesi europei, deriva dalle piccole pinne (flippers), oggi più comunemente note come alette, che corredano il piano di gioco e che sono azionate e comandate da pulsanti esterni e con le quali il giocatore può colpire una biglia d'acciaio[che rotola abbastanza velocemente su di un piano inclinato e che – se non sospinta dalle piccole pinne – può finire in buca, mettendo fine al gioco ed al divertimento] mirando a bersagli posti su un piano inclinato coperto da un vetro trasparente. Ogni singolo bersaglio o combinazione di bersagli colpiti apporta un punteggio o agevolazioni (bonus) al gioco, che addizionati da un numeratore concorrono a stabilire una sorta di classifica fra piú giocatori che si succedessero al bigliardino. Allorché il giocatore, nell’intento di indirizzare ai bersagli voluti la biglia d’acciaio scuote o inclina oltre il consentito il biliardino elettrico la macchina si blocca, impedendo al giocatore di continuare a governar la pallina e sullo scherma appare appunto la scritta TILT per avvisare il giocatore che non può proseguire il gioco avendo inclinato oltre il lecito il flipper. Dal gioco il termine Tilt è passata a connotare con l’espressione “andare in tilt” tutte quelle situazioni della vita reale allorché si rovini qualcosa o l’intrapreso per colpevole confusione,precipitazione,per disattenzione o per eccessiva foga. Quanto piú icastica l’espressione napoletana che pone in rapporto il fallimento dell’azione intrapresa o la rovina di un non meglio idetificato quid, non con una generica confusione, ma con la volontaria precipitazione di chi avverta l’impellente necessità di mingere e si precipiti a farlo incurante di quanto aveva in corso d’opera; il napoletano mitto altro non è infatti che un participio passato sostantivato marcato sul latino minctu-m→mi(n)ttu-m→mitto participio perfetto passivo maschile dell’infinito mingere= orinare. 44. jirsene a ll’aria ‘e Cardone o piú correttamente jirsene ô llario ‘e ccardoneAd litteram: andarsene a l’aria di Cardone o piú correttamente come fu in origine andarsene al largo dei cardoni. L’espressione vale: morire, decedere. Come ò anticipato in effetti l’esatta espressione fu “Se nn’è gghiuto ô llario ‘e ccardone”[se ne è andato al largo dei cardoni] espressione che poi il popolino corruppe in“Se nn’è gghiuto a ll’aria ‘e Cardone”[ se ne è andato all’ aria di Cardone]; ovviamente la corruzione non rese giustizia all’originario significato dell’ espressione che tradotta ad litteram valeva: se ne ne è andato al largo delle cardoni e cioè è morto e sepolto; essa espressione faceva riferimento al fatto che il cimitero delle 366 fòsse, il piú antico e popolato camposanto napoletano, era sorto su di un terreno agricolo in origine coltivato a carciofi e cardi (in napoletano le onnicomprensive ‘e ccardone),donde ‘o llario ‘e ccardone; come è chiaro la voce Cardone non indicava una località dall’aria salubre...,nè il nome di un possidente terriero, ma semplicemente i gustosi carciofi e cardi. llario s.vo m.le = 1)spazio, area, superficie, distesa, estensione 2)terreno (agricolo) esteso; voce dal lat. volg. larju(m) per il class. largu(m). ccardone s.vo m.le = voce di àmbito contadino usata per indicare onnicomprensivamente i cardi ed i carciofi; voce marcata (ma addizionata del suffisso accrescitivo one) sul lat. tardo cardu(m), per il class. carduus. E qui penso che si possa far punto. Raffaele Bracale

CROSTATA AFRODISIACA

CROSTATA AFRODISIACA dosi per 6 – 8 persone Ingredienti per la pasta frolla: 500gr di farina, 200gr di zucchero, 300gr di burro o strutto, 4 tuorli d'uovo, 1 pizzico di sale fino, 1 bustina di vanillina Ingredienti per il ripieno: 500gr di marmellata di pomidoro, 100 gr di ricotta di pecora, 100 gr di zucchero, 2 prese di anice , un cucchiaio di semi di finocchi, due cucchiai di pinoli tostati al forno (240°), il succo di 1 limone, la scorza grattuggiata di 1 limone intero. zucchero a velo q.s. procedimento Preparate la pasta frolla lavorando la farina ed il burro o lo strutto , aggiungete i tuorli d'uovo nel centro, lo zucchero, la vanillina ed il sale. Impastate fino ad ottenere una pasta liscia ed omogenea che metterete a riposare in frigo per circa 40 minuti. A questo punto stendete la pasta frolla con un matterello, ad uno spessore di circa mezzo centimetro. Disponetela poi all'interno di una tortiera (verniciata di burro o strutto) del diametro di circa 20 cm. e bordi alti 3 cm., ricoprendo con la pasta i bordi della teglia; formate un cordoncino di pasta dello spessore d’un indice e sistematelo lungo il diametro della teglia. Frattanto stemperate con l’anice la ricotta, incorporandovi zucchero, semi di finocchi, scorza e succo di limone e riempite una metà della pasta frolla con il composto di ricotta livellando con una spatola; Sistemate nell’altra metà la marmellata di pomidoro e cospargela con i pinoli Coprite le due metà con un graticcio di cordoncino di pasta frolla e se avanzasse della pasta, divertitevi con qualche decorazione ad libitum. Infornate in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti o fino a quando la pasta non sarà dorata. Come sempre attenetevi alle indicazioni del vostro forno. I tempi potrebbero variare a seconda del modello: a gas, elettrico, ventilato o meno. Sfornate, lasciate intiepidire, spolverizzate con zucchero a velo e servite questa saporita crostata afrodisiaca accompagnata da cognac o altri liquori secchi. Mangia Napoli, bbona salute! raffaele bracale.