mercoledì 27 gennaio 2016

VARIE 16/109

1. A PPAVÀ E A MMURÍ, QUANNO CCHIÚ TTARDE SE PO’. A pagare e morire, quando piú tardio sia possibile! È la filosofia e strategia del rimandare sine die due operazioni molto dolorose, nella speranza che un qualche accadimento intervenuto ce le faccia eludere. 2.'NA VOTA È PRENA, 'NA VOTA ALLATTE, NUN 'A POZZO MAJE VATTE’ Letteralmente:una volta è incinta, una volta dà latte, non la posso mai picchiare...Come si intuisce la locuzione era in origine usata nei confronti della donna. Oggi la si usa per significare la situazione di chi in generale non riesce mai a sfogare il proprio rancore e o rabbia a causa di continui e forse ingiustificati scrupoli di coscienza. 3. LÈVATE 'A MIEZO, FAMME FÀ 'O SPEZZIALE. Letteralmente: togliti di torno, lasciami fare lo speziale...Id est:lasciami lavorare in pace - Lo speziale era il farmacista, l'erborista, non il venditore di spezie. Sia l'erborista che il farmacista erano soliti approntare specialità galeniche nella cui preparazione era richiesta la massima attenzione poiché la minima disattenzione o distrazione generata da chi si intrattenesse a perder tempo nel negozio o laboratorio dello speziale avrebbe potuto procurar seri danni: con le dosi in farmacopea non si scherza! Oggi la locuzione è usata estensivamente nei confronti di chiunque intralci l'altrui lavoro in ispecie la si usa nei confronti di quelli (soprattutto incompetenti) che si affannano a dare consigli non richiesti sulla miglior maniera di portare avanti un'operazione qualsivoglia! 4. ARTICOLO QUINTO:CHI TÈNE 'MMANO À VINTO! La locuzione traduce quasi in forma di brocardo scherzoso il principio civilistico per cui il possesso vale titoloInfatti chi tène 'mmano, possiede e non è tenuto a dimostrare il fondamento del titolo di proprietà.In nessuna pandetta giuridica esiste un siffatto articolo quinto, ma il popolo à trovato nel termine quinto una perfetta rima al participio vinto. 5. CU MMUONECE, PRIEVETE E CCANE, HÊ 'A STÀ SEMPE CU 'A MAZZA 'MMANO. Con monaci, preti e cani devi tener sempre un bastone fra le mani. Id est: ti devi sempre difendere. 6. CHI FRAVECA E SFRAVECA, NUN PERDE MAJE TIEMPO. Chi fa e disfa, non perde mai tempo. La locuzione da intendersi in senso antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla. 7. 'A SCIORTA D' 'O PIECORO: NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO... Letteralmente: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e morí squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna. 8. È FERNUTA 'A ZEZZENELLA! Letteralmente: è terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami! 9. È MMUORTO 'ALIFANTE! Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussieguo, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di comando e/o sussieguo , si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grande importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie... 10.CHI SE FA PUNTONE, 'O CANE 'O PISCIA 'NCUOLLO... Letteralmente: chi si fa cantonata di strada, spigolo di muro, il cane gli minge addosso. Èl'icastica e piú viva trasposizione dell'italiano: "Chi si fa pecora, il lupo se la mangia" e la locuzione è usata per sottolineare i troppo arrendevoli comportamenti di coloro che o per codardia o per ingenuità, non riescono a farsi valere 11.TRÒVATE CHIUSO E PIERDETE CHIST'ACCUNTO Letteralmente: Tròvati chiuso e perditi questo cliente... Locuzione sarcastica da intendersi:Mai possa accaderti di star chiuso e non potere offrire i tuoi servigi ad un tal cliente!... locuzione che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. Accunto =s.vo m.le e solo m.le =cliente (dal lat. ad-cognitu(m)→accognitu→accu(g)n(i)tu→accunto (conosciuto, noto come è ogni assiduo frequentatore di un esercizio commerciale). 12. È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA. Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa che quella dello sposo. 13. ÒGNE STRUNZO TÈNE 'O FUMMO SUJO. Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à modo di farsi notare 14. CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE. Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o maleintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze. 15. CHIACCHIERE E TTABBACCHERE 'E LIGNAMMO,Ô BBANCO NUN NE 'MPIGNAMMO. Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno non ne prendiamo in pegno al Banco. Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse. 16. FEMMENE E GGRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO. Letteralmente: donne e carboni: spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente perniciosi. 17. VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLIE E FIERRE 'E CAZETTE. Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti. 18. JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. Letteralmente: andare stoccafisso e ritornare baccalà. La locuzione viene usata quando si voglia commentare negativamente un'azione compiuta senza che abbia prodotto risultati apprezzabiliIn effetti sia che lo si secchi-stoccafisso-, sia che lo si sali-baccalà- il merluzzo rimane la povera cosa che è. 19. ESSERE LL'URDEMU LAMPIONE 'E FOREROTTA. Letteralmente:essere l'ultimo fanale di Fuorigrotta. Id est: Non contare nulla, non servire a niente. La locuzione prese piede verso la fine dell' '800 quando l'illuminazione stradale napoletana era fornita da fanali a gas in numero di 666; l'ultimo lampione (fanale) contraddistinto appunto col numero 666 era situato nel quartiere di Fuorigrotta, zona limitrofa di Napoli, per cui il fanale veniva acceso per ultimo, quando già splendevano le prime luci dell' alba e la di lui utilità veniva ad essere molto limitata. 20. JÍ TRUVANNO A CRISTO DINTO A LA PINA. Letteralmente: cercare Cristo nella pigna. Id est:impegnarsi in una azione difficoltosa,lunga e faticosa destinata a non aver sempre successo. Anticamente il piccolo ciuffetto a cinque punte che si trova sui pinoli freschi era detto manina di Cristo, andarne alla ricerca comportava un lungo lavorio consistente in primis nell'arrostimento della pigna per poi cavarne gli involucri contenenti i pinoli, procedere alla loro frantumazione e giungere infine all'estrazione dei pinoli contenuti;spesso però i singoli contenitori risultavano vuoti e di conseguenza la fatica sprecata. 21. QUANNO TE MIETTE 'NCOPP' A DDOJE SELLE, PRIMMA O DOPPO VAJE CU 'O CULO 'NTERRA. Quando ti metti su due selle, prima o poi finisci col sedere in terra. Id est: il doppio gioco alla fine è sempre deleterio 22. 'E FATTE D' 'A TIANA 'E SSAPE 'A CUCCHIARA. Letteralmente:i fatti della pentola li conosce il mestolo. La locuzione sta a significare che solo gli intimi possono essere a conoscenza dell'esatto svolgimento di una faccenda intercorsa tra due o piú persone e solo agli intimi di costoro ci si deve rivolgere se si vogliono notizie certe e circostanziate. La locuzione è anche usata da chi non voglia riferire ad altri notizie di cui sia a conoscenza. 23. SENZA 'E FESSE NUN CÀMPANO 'E DERITTE Senza gli sciocchi, non vivono i dritti. Id est: i furbi prosperano perché c'è chi glielo permette, non per loro forza intrinseca. 24. NUN FÀ PÍRETE A CCHI TÈNE CULO...NUN DÀ PONIE A CCHI TÈNE MANE! Non fare scorregge contro chi à sedere..., non dar pugni a chi à mani! Id est: Non metterti contro chi à mezzi adeguati e sufficienti per risponderti per le rime... 25. QUANNO 'O PIRO È AMMATURO, CADE SENZA TURCETURO. Quando la pera è matura, cade senza il bastone. IL turceturo è un bastone uncinato atto a pigare il ramo al fine di scuoterlo per far cadere il frutto maturo.Id est: Quando un'azione è compiuta fino alle sue ultime conseguenze queste non si lasciano attendere. 26. JÍRSENE A CASCETTA(nell’espressione TE NE VAJE A CASCETTA!) Letteralmente: Andarsene a cassetta.( nell’espressione te ne vai a cassetta!). La cassetta in questione è quella del cocchiere di carrozze padronali o del vespillone: il posto piú alto, ma anche il piú scomodo ed il piú faticoso da raggiungere, delle antiche vetture da trasporto passeggeri. L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la dispendiosità o la fatica cui si va incontro, impegnandosi in un'azione ritenuta gravosa per cui se ne sconsiglia il porvi mano. 27. Â CASA D' 'O FERRARO, 'O SPITO 'E LIGNAMMO... Letteralmente: In casa del ferraio, lo spiedo è di legno. La locuzione è usata a commento sapido allorché ci si imbatta in persone dalle quali, per la loro supposta, vantata professionalità ci si attenderebbero nelle loro azioni, risultati adeguati ben diversi da quelli che invece sono sotto gli occhi di tutti. 28. QUANNO 'A CUNNIMMA È PPOCA, SE NE VA P' 'A TIELLA. Quando il condimento è poco, si disperde nel tegame, invece di attaccarsi alle pietanze; id est: chi non à mezzi sufficienti, facilmente li disperde e non riesce ad usarli per portare a compimento un'opera cominciata. 29. A LLU FRIJERE SIENTE 'ADDORE, A LLU CAGNO,SIENTE 'O CHIANTO. Letteralmente: al momento di friggere sentirai l'odore, al momento del cambio, piangerai. Un disonesto pescivendolo aveva ceduto ad un povero prete un pesce tutt' altro che fresco e richiesto dall'avventore intorno alla bontà della merce si vantava di avergli dato una fregatura asserendo che l'odore del pesce fresco si sarebbe manifestato al momento di cucinarlo, ma il furbo sacerdote , che aveva capito tutto e lo aveva ripagato con danaro falso, gli replicò per rime dicendogli che al momento che avesse tentato di scambiare la moneta ricevuta, avrebbe avuto la cattiva ventura di doversene dolere in quanto si sarebbe accorto della falsità del danaro.La locuzione è usata nei confronti di chi pensa di aver furbescamente dato una fregatura a qualcuno e non intende di esser stato ripagato con medesima moneta... 30. VOCA FORA CA 'O MARE È MARETTA... Rema verso il largo ché il mare è agitato...Consiglio pressante, quasi ingiunzione ad allontanarsi, rivolto a chi chieda insistentemente qualcosa che non gli spetti.In effetti i marinai sanno che quando il mare è molto agitato è conveniente remare verso il largo piuttosto che bordeggiare a ridosso della riva contro cui ci si potrebbe infrangere 31. METTERE LL'UOGLIO 'A COPP' Ô PERETTO. Letteralmente: aggiungere olio al contenitore del vino. Id est:colmare la misura. La locuzione viene usata sia per indicare che è impossibile procedere oltre in una situazione, perché la misura è colma, sia per dolersi di chi, richiesto d'aiuto, à invece completato un'azione distruttrice o contraria al richiedente. Un tempo sulle damigiane colme di vino veniva versato un piccolo strato d'olio a mo' di suggello e poi si procedeva alla tappatura, avvolgendo una tela di sacco intorno alla imboccatura del contenitore vitreo. 32. QUANNO JESCE 'A STRAZZIONA, ÒGNE FFESSO È PRUFESSORE... Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento. 33. 'A MONECA 'E CHIANURA:MUSCIO NUN 'O VULEVA MA TUOSTO LE FACEVA PAURA... La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottointende :il pane. La locuzione viene usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi... 34. FÀ 'E SCARPE A UNO E CCOSERLE 'NU VESTITO. Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta. 35. TIENE 'A CASA A DDOJE PORTE. Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto. 36. FÀ ACQUA 'A PIPPA. Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stadio di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né (come invece pensa qualcuno) la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore,botticella che qualora invece versasse acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare vino, ma solo acqua. A mio deciso avviso invece la pipa in questione è piú prosaicamente e furbescamente l’organo sessuale maschile che allorché, per raggiunti limiti d’età o sopravvenuti problemi di salute non effondesse piú il seme, ma solo l’acqua degli scarti renali, indicherebbe lo stato miserevole dell’individuo titolare della medesima pipa. 37. ABBACCÀ CU CHI VENCE. Colludere col vincitore - Schierarsi dalla parte del vincitore. Comportamento nel quale gli Italiani sono maestri: si racconta, ad esempio, che al tempo dell'ultima guerra, all'arrivo degli americani non fu possibile trovare un fascista. Tutti quelli che per un ventennio avevano indossato la camicia nera, salirono sul carro dei vincitori e i militari anglo-americani si chiedevano, riferendosi a Mussolini: Ma come à fatto quest’ uomo a resistere tanto tempo, se non aveva nessuno con lui? 38. GRANNEZZA 'E DDIO: ERA MONACO E PURE PISCIAVA. Letteralmente: grandezza di Dio: era monaco eppure mingeva. La locuzione è usata per bollare chi fa le viste di meravigliarsi delle cose piú ovvie e naturali come qualcuno che si stupisse nel vedere un frate portare a compimento una sua funzione fisiologica. 39. 'A SOCCIA MANO STA APPESA DINT' Ê GUANTARE. Letteralmente: la medesima mano sta appesa nei guantai. La locuzione viene usata per connotare chiunque sia avaro o eccessivamente parsimonioso al punto da non elargire mai un'elemosina o ,peggio ancora, al punto da non concorrere mai fattivamente, con elargizione di danaro, ad un'opera comunitaria. La mano della locuzione ricorda quella enorme, ma immobile che, a fini di pubblicità, era esposta a Napoli nel quartiere dei Guantai dove aprivano bottega numerosi fabbricanti di guanti. 40. 'STU VENTARIELLO CA A TTE T'ARRECREA, A MME ME VA 'NCULO! Letteralmente: quel venticello che ti soddisfa, frega me. Non sempre da un'identica situazione scaturisce un medesimo effetto per chiunque. Nella fattispecie, un soffio di vento che magari è piacevole per uno, può essere deleterio per un altro, che per esempio è cagionevole di salute. 41. LL'AURIENZA CA ‘O PAPA DETTE Ê CURNUTE. Letteralmente: l'udienza che il papa (ch’ era ospitato in Gaeta da Francesco II di Borbone nel 1848) dètte ai mariti traditi. Cosí viene definita un'istanza che venga disattesa completamente da parte del suo destinatario; ciò che venne allorché una accolita di mariti traditi si rivolse al pontefice Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti (Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878), terziario francescano, 255º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, 163º ed ultimo sovrano dello Stato Pontificio (1846-1878)) affinchè autorizzasse lo scioglimento del loro matrimonio, ma il papa, opponendo la indissolubilità del vincolo matrimoniale quale sacramento della Chiesa, disattese completamente l'istanza. La locuzione è usata per sottolineare una situazione nella quale ci sia qualcuno che faccia orecchi da mercante... 42. 'O PERUCCHIO È CCADUTO DINT' Â FARINA. Letteralmente: il pidocchio è caduto nella farina. La locuzione viene usata per indicare coloro che a seguito di una calamità, o una guerra, si sono arricchiti e àn preso dimora nei luoghi piú chic della città e si danno l'aria di gran signori quasi fossero discendenti di antica, provata nobiltà, come un pidocchio che, caduto nella farina, si imbianca solo esteriormente pur restando, in sostanza, un vile insetto. 43. PARÉ 'O MARCHESE D''O MANDRACCHIO. Letteralmente: sembrare il marchese del Mandracchio. Id est: Tentare di darsi le arie di persona dabbene ed essere in realtà di tutt'altra pasta. La locuzione, che viene usata per bollare un personaggio volgare ed ignorante che si dia delle arie, millantando un migliore ascendente sociale di nascita, si incentra sul termine Mandracchio che non è il nome di una tenuta, ma indica solo la zona a ridosso del porto(dallo spagnolo mandrache: darsena)frequentata da facchini e scaricatori che non usavano di certo buone maniere ed il cui linguaggio non era certo forbito o corretto. 44. ÒGNE CCAPA È 'NU TRIBBUNALE. Letteralmente: ogni testa è un tribunale. Id est: ognuno decide secondo il proprio metro di giudizio, ognuno è pronto ad emanar sentenze. 45. NCARISCE, FIERRO, CA TENGO N'ACO 'A VENNERE! Letteralmente: oh ferro, rincara ché ò un ago da vendere. È l'augurio che si autorivolge colui che à parva materia da offrire alla vendita e si augura che possa riceverne il maggior utile possibile. La locuzione è usata nei confronti di chi si lascia desiderare pur sapendo bene di non aver grosse capacità da conferire in qualsivoglia contrattazione. 46. CHIANU CHIANO 'E CCOGLIO E SENZA PRESSA, 'E VVENGO. Letteralmente: piano piano li raccolgo e senza affrettarmi li vendo. La locuzione sottolinea l'indolenza operativa di certuni, che non si affrettano mai nè nel loro incedere né nel portare a compimento alcunché. brak

MANNÀ A ACCATTÀ ‘O TTOZZABANCONE

MANNÀ A ACCATTÀ ‘O TTOZZABANCONE Ad litteram: mandare a comprare l'urtabancone. Anticamente nei quartieri popolari di Napoli, quando le famiglie erano numerose, in ogni casa si aggirava un gran numero di bambini, la cui presenza impediva spesso alle donne di casa di avere un incontro ravvicinato col proprio uomo.Allora, previo accordo, qualche bottegaio (salumiere, droghiere) del rione si assumeva il compito di intrattenere, con favolette o distribuzione di piccole leccornie, i bambini che le mamme gli inviavano con la frase stabilita di accattà 'o tozzabancone. Altri tempi ed altre disponibilità! Raffaele Bracale

VARIE 16/108

MA ADDÓ STAMMO? Â CANTINA ‘E VASCIO PUORTO? ‘O RUTTO, ‘O PÍRETO E ‘O SANGO ‘E CHI T’È MMUORTO?! Ma dove mai ci troviamo? Nella cantina (ubicata) giú al porto? (tra) eruttazioni, peti e bestemmie? È locuzione usata per indicare sarcasticamente che ci si trovi in ambienti o tra persone decisamente plebee che, come gli avventori di quella tal bettola rammentata ,(forse quella taverna del Cerriglio, alibi ricordata) si danno a manifestazioni eccessivamente disdicevoli e scostumate quali: eruttazioni, peti e bestemmie; addó = cong. ed avverbio di luogo che usato genericamente vale dove oppure mentre, invece (con valore avversativo) usato nelle interrogative vale dove, in quale luogo? usato nelle esclamative vale proprio là dove! ; etimologicamente da un latino de ubi con successivo rafforzamento popolare attraverso un ad del de d’avvio; stammo =siamo,stiamo,troviamo: voce verbale (1° pers. plur. indicativo presente) dell’infinito stà/stare dal latino stare; cantina = bettola, taverna, mescita di vini, infima osteria; etimologicamente tardo latino canthu(m) =angolo appartato che è dal gr. kanthós 'angolo dell'occhio' con l’aggiunta del suffisso diminutivo inus/ina; Puorto = voce toponomastica indicante tutta la zona adiacente il luogo di attracco e partenza di tutti i grossi natanti; la voce comune puorto = porto, luogo sulla riva del mare, di un lago o di un fiume che, per configurazione naturale o per le opere artificiali costruite dall'uomo, può dare sicuro ricovero ai navigli; etimologicamente dal lat. portu(m), propr. 'entrata, passaggio', della stessa radice di porta 'porta'con dittongazione popolare nella sillaba d’avvio; rutto = eruttazione, aria emessa bruscamente e rumorosamente dalla bocca con etimo dal lat. ructu(m) deverbale del basso latino ructare (frequentativo di erugere 'gettare fuori'), = eruttare, emettere rumorosamente; va da sé che il sostantivo rutto qui a margine, non va confuso con participio passato aggettivato rutto = rotto, frantumato, spezzato che è dal verbo rumpere= rompere; pirete plurale di pireto= peto, rumorosa emissione di gas intestinale; etimologicamente dal latino peditu(m) con tipica rotacizzazione mediterranea della D→R; ‘o sango ‘e chi t’è mmuorto! letteralmente: il sangue di chi ti è morto; vibrante bestemmia offesa che , con piú cattiveria ed acrimonia dell’omologa: ‘e muorte ‘e chi t’è mmuorto (i morti di chi ti è morto id est: gli antenati dei tuoi morti(quelli che nel dialetto romanesco sono: li mortacci tua) chiama in causa, per maledirlo, addirittura il succo vitale (il sangue!) dei defunti di colui contro cui si lancia l’offensiva bestemmia; talvolta, per peggiorarla, l’offesa suona ‘o sango ‘nfamo ‘e chi t’è mmuorto! o anche ‘o sango sperzo ‘e chi t’è mmuorto con l’aggiunta o dell’aggettivo ‘nfamo che è: infame, che à pessima fama, che merita il pubblico disprezzo con derivazione dal latino: infame(m), comp. di in distrattivo ed un deriv. di fama 'fama, buon nome'; propr.’senza buon nome’, 'che à cattiva reputazione' oppure dell’aggettivo sperzo che è: perduto, disseminato in giro, non piú reperibile, smarrito, deverbale del latino perdere con la protesi di una s durativa o intensiva, nel senso che chi avesse disperso in giro , anche metaforicamente, il proprio sangue, facendolo quasi divenir sangue perduto, irreperibile, smarrito, meriterebbe, tal quale l’infame di cui sopra,la non considerazione, anzi il disprezzo pubblico; sango = sangue etimologicamente dal latino sangue(m) da un antico nom.sanguen collaterale del classico sanguine(m) di sanguis, attraverso un metaplasmo popolare sangu(m)→sango; muorto = voce verbale (part. pass. maschile)sostantivato o aggettivato dell’infinito murí che etimologicamente è da un lat. volg. *morire, per il class. mori; tipica, come popolare, la dittongazione uo dell’originaria o. Raffaele Bracale

martedì 26 gennaio 2016

VARIE 16/107

1.JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATORE. Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in altoed in basso ; asteche=lastrici solai,terrazzi dal greco astrakon=coccio) lavatore (s.vo f.le pl. metafonetico del s.vo m.le lavaturo) = lavatoi, stanze di abitazioni o, piú spesso, luoghi pubblico adibito al lavaggio manuale dei panni;il singolare è voce maschile ed indica la vasca in cui si lava la biancheria; i lavatoi furono – un tempo (fino a quando esistettero) posti a pianterenno (cioè in posizione opposta ai lastrici solai) nei pressi di una o piú fontane corredate di vasche e dapprima pietre scappellate e successivamente tavole di legno scannellato ad hoc su cui strofinare i panni durante il lavaggio; la voce lavaturo etimologicamente è dal lat. tardo lavatoriu(m), deriv. di lavare 'lavare'. Faccio notare che la voce a margine fu voluta femminile (sebbene fosse il plurale di una voce maschile) in quanto in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie il lavaturo, vasca in cui si lava la biancheria risulta necessariamente piú contenuto della stanza o luogo che la contengono, per cui il lavaturo è voce maschile, mentre ‘e llavatore è da intendersi femminile. 2.'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO. Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco (persino) l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di chi si atteggi a giovane, che si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo, l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo. trapanaturo = aspo, bindolo per ammatassare dal greco try/panon, deriv. di trypân=girare, forare 3. PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO. Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài né la forza, né la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto al punto da non poter mai portare al termine ciò che intraprende. 4.'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO. Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie con l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia. 5.JÍ CASCIA E TURNÀ BAUGLIO OPPURE JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. Letteralmente: andar cassa e tornare baúle oppure andare stoccafisso e tornare baccalà. Id est: non trarre profitto alcuno o dallo studio intrapreso o dall'apprendimento di un mestiere, come chi inizi l'apprendimento essendo una cassa e lo termini da baúle ossia non muti la sua intima essenza di vacuo contenitore, o - per fare altro esempio - come chi inizi uno studio essendo dello stoccafisso e lo termini diventando baccalà, diverso in forma, ma sostanzialmente restando un immutato merluzzo. Con il proverbio in epigrafe, a Napoli, si è soliti commentare le maldestre applicazioni di chi non trae profitto da ciò che tenta di fare, perchè vi si applica maldestramente o con cattiva volontà. Cascia: etimologicamente dal latino capsa (da capio) attraverso uno spagnolo caja Baúglio: etimologicamente deverbale metatetico del latino bajulare=portare s.m. = baúle, contenitore usato per portare merci o altro;altrove estensivamente gobba che insiste sul petto. Stocco: etimologicamente dallo spagnolo/portoghese estoque =bastone Baccalà: etimologicamente dallo sp. bacalao, e questo dal fiammingo kabeljauw. 6.TU MUSCIO-MUSCIO SIENTE E FRUSTA LLA, NO! Letteralmente: Tu senti il richiamo(l'invito)e l'allontanamento no. Il proverbio si riferisce a quelle persone che dalla vita si attendono solo fatti o gesti favorevoli e fanno le viste di rifiutare quelli sfavorevoli comportandosi come gatti che accorrono al richiamo per ricevere il cibo, ma scacciati, non vogliono allontanarsi; comportamento tipicamente fanciullesco che rifiuta di accettare il fatto che la vita è una continua alternanza di dolce ed amaro e tutto deve essere accettato, il termine frusta lla discende dal greco froutha-froutha col medesimo significato di :allontanati, sparisci. 7.'E DENARE SO' COMM'Ê CHIATTILLE: S'ATTACCANO Ê CUGLIUNE. Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune è pl. di cuglione(dal t. lat. coljone(m) per il class. coleone(m)) viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono cosí tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente. Chiattille s.vo. m.le pl. di chiattillo= Insetto parassita solito annidarsi tra i peli del pube, blatta, piattola (dal lat. blatta +suff. dim. illo: blattillo→chiattillo) Rammento a margine che con icastico linguaggio furbesco e quasi gergale per traslato, a Napoli son chiamati chiattili i parassiti figli di papà delle famiglie della Napoli bene, quelli che vivono e si divertono mantenuti dal danaro dei genitori. 8.HÊ 'A MURÍ RUSECATO DA 'E ZZOCCOLE E 'O PRIMMO MUORZO TE LL'À DA DÀ MAMMÈTA Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola (dal t. lat. sorcula(m) che, a Napoli, identifica sia il topo di fogna che la donna di malaffare 9.MA TE FOSSE JUTO 'O LLICCESE 'NCAPO? Letteralmente: ma ti fosse andato il leccese in testa? Id est: fossi impazzito? Avessi perso l'uso della ragione? Icastica espressione che, a Napoli, viene usata nei confronti di chi, senza motivo, si comporti irrazionalmente. Il liccese= leccese dell'espressione non è - chiaramente - un abitante di Lecce, ma un tipo di famoso tabacco da fiuto, prodotto, temporibus illis, nei pressi del capoluogo pugliese; l'espressione paventa il fatto che il tabacco fiutato possa- ma non si sa bene come! - aver raggiunto, attraverso le coani nasali il cervello e leso cosí le facoltà raziocinanti del... fiutatore. 10. FÀ 'E SCARPE A QUACCHED'UNO.OPPURE FARLE ‘NU VESTITO Letteralmente: Fare le scarpe a qualcuno.oppure confezionargli un vestito. Id est: conciar male, ridurre a cattivo partito qualcuno fino al punto di approntargli la morte. L'espressione deriva dall'usanza che si teneva a Napoli, per l'ultimo viaggio, - di fare indossare un vestito nuovo e/o di far calzare scarpe nuove ai morti in origine di un certo rango, poi a quelli appartenenti alla media borghesia ed infine a chiunque a qualunque ceto sociale appartenesse; vestito e scarpe nuovi erano conservati all'uopo dai familiari. brak

LA PARMIGIANA DI MELANZANE.

LA PARMIGIANA DI MELANZANE. Prima di indicare le ricette di questa squisita preparazione a base di melanzane affettate e fritte,preparazione che è una delle regine della cucina partenopea e siciliana, intendo affrontare alcune questioni storico- linguistiche e comincerò con il dire che tale pietanza non è – con ogni probabilità – originaria della città napoletana, ma deve esser nata (come chiarirò ) altrove e poi acquisita nelle cucine di Napoli ed isolane. Si tratta in effetti di una preparazione antica presente in un po’ tutti i ricettari della penisola d’antan dall’ Artusi al Cavalcanti, al Vialardi ed a gli altri . È pur vero che sulla parmigiana si potrebbe scrivere un trattato: a cominciare dalle sue origini, contese come sono tra ilDucato di Parma, l’Emilia Romagna, la Campania e la Sicilia, ed in secondo luogo circa il significato del nome: parmigiana Premesso che la voce mulignana (in italiano melanzana) ortaggio con cui si appronta la preparazione che ci occupa, è dall’arabo badingian incrociato con il prefisso mela→ melingian donde per metatesi meligniana→mulignana; altrove l’arabo badingian fu incrociato con i prefissi petro(primo elemento di parole composte della terminologia scientifica, formate modernamente, dal gr. pétra 'pietra') o con il prefisso peto adattamento locale del precedente e s’ebbe petronciano o petonciano. La voce italiana melanzana fu anche ritenuta (ma impropriamente) derivata da mela+ insana in quanto ritenuto ortaggio il cui consumo potesse portare alla pazzia; tanto premesso, entro súbito in medias res circa l’etimologia del termine parmigiana ed affermo contrariamente a quanto pensato e riportato anonimamente sul web ,che il nome Parmigiana, deve intersi assolutamente come "melanzane all'uso di Parma" e non "melanzane al Parmigiano Reggiano"e neppure derivato (come fantasiosamente proposto da qualcuno) da "Parmiciana", ovvero l'insieme dei listelli di legno, sovrapposti, che formano la persiana e che ricordano la sistemazione delle melanzane nella parmigiana.E quanto da me affermato trova giustificazione in due semplici osservazioni: 1)la voce parmigiana è voce dove è presente il suff. ana femm. di ano dal lat. aneus che è suffisso di pertinenza con cui si è soliti formare gli aggettivi o gli aggettivi sostantivati (nel ns. caso parmigiana= di Parma come alibi amatriciana= di Amatrice); 2) la voce parmiciana = insieme dei listelli di legno, sovrapposti, che formano la persiana è sí voce della parlata siciliana, voce mai però pervenuta nei dizionari dell’italiano con cambio di significato ed ampliamento semantico. È vero che per quanto ne sappiamo oggi, la patria della parmigiana è ritenuta, ma forse senza un documentato riscontro storico, la Sicilia dove si possono trovare le tipiche melanzane da parmigiana, ovvero le petrociane/petociane , termine che qualcuno fa derivare un po’ troppo fantasiosamente dal medesimo ar. bâdingiân donde melanzana; dalle voci petrociane/petociane deriverebbe (secondo i siciliani) il nome della pietanza; ma ognuno vede che morfologicamente troppo corre tra petrociane/petociane e parmigiana per accettare tale derivazione. Aggiungo che proprio l’ Artusi non parla di parmigiana/parmiciana, ma di petronciana (nome con il quale in Sicilia si indica la pietanza summenzionata.) e la petronciana/petociana (che morfologicamente ,per me, è piú collegabile all’ant. fr. mélongènepiuttosto che all’ ar. bâdingiân) come ò detto, è una varietà di melanzana siciliana, infatti i siciliani chiamano la parmigiana petronciana e non dicono né parmigiana, né parmiciana, anzi affermano (che fantasia sciovinista!) che "parmigiana"è una corruzione del termine petronciana. Sta di fatto, che le melanzane alla parmigiana si fanno un po' ovunque, ed ognuno ne fa una variante: grigliate in vece che fritte; qualche folle persino cotte al vapore! etc.; a Roma addirittura ci mettono la mortadella; altrove tutti gli avanzi del frigo!. A volte l'etimologia della parola suggerisce qualcosa. Io potrei anche sbagliare, ma trascurando la provenienza estera della melanzana, penso che il termine "alla parmigiana" non possa avere origini nel sud Italia, ma necessariamente dalla città del Ducato di Parma donde a far tempo già dal 1731 – stanti i buoni rapporti di parentela tra regnanti – sia emigrata verso il Regno di Napoli ed abbia presa stabile dimora nelle cucine partenopee e siciliane! Mi vengono in mente gli spaghetti "all'amatriciana", che infatti vengono dalla città di Amatrice. Detto ciò segnalo le ricette: PARMIGIANA/E DI MELANZANE Ingredienti Per 6 persone *Versione classica 10 -12 melanzane lunghe violette napoletane, gr.400 pomidoro maturi, gr.50 pecorino grattugiato, 250gr. di mozzarella di bufala tenuta in frigo 12 ore e tagliata a fettine di cm. 0,5 di spessore, un ciuffo di basilico, 1 media cipolla dorata affettata grossolanamente, 1 bicchiere d’olio e.v.p. s. a f. , abbondante olio per friggere, sale fino e pepe q.s. Lavate ed asciugate le melanzane, tagliatele, senza sbucciare a fette longitudinali di mezzo cm. di spessore e tenetele sotto sale per circa un’oretta.adagiandole in più strati in un colapasta e cospargendo di sale fino ogni strato (complessivamente occorreranno ca 3 cucchiai di sale). Quando le melanzane avranno ceduto l’amaro liquido di vegetazione, sciacquatele sotto uno scroscio di acqua fredda, strizzatele e ponetele ad asciugare distese su di un canovaccio. Indi friggetele fino a che siano dorate in abbondante e profondo olio per friggere, prelevandole volta a volta con una schiumarola e ponendole su carta paglia a perdere l’eccesso d’unto. Frattanto in una pentolina o padella bassa versate il bicchiere di olio e fatevi appassire una cipolla affettata unite i pomidoro sbollentati,pelati e spezzettati grossolanamente. Aggiungete il sale, pepe e lasciate cuocere la salsa per circa 15 minuti.Al termine, per renderla piú sottile, passatela ad un passaverdure a buchi fitti e mantenetela in caldo. Riprendete le melanzane fritte e mettetele a strati in una pirofila unta di olio e di poca salsa e cospargete su ogni strato un poco di salsa , un poco di pecorino, alcune fettine di mozzarella e foglioline di basilico spezzettate a mano. Ponete la pirofila su un fuoco basso e fate peppiare la parmigiana per circa 20’. Alcuni usano passare la pirofila in forno già caldo e lasciarvela a fuoco medio (160°) per circa 25 minuti; io lo sconsiglio: si corre il rischio che la parmigiana diventi molle! S*Versione classica irpina 10 -12 melanzane lunghe violette napoletane, 4 uova, 2 etti di farina, gr.400 pomidoro maturi, gr.70 pecorino grattugiato, 250gr. di mozzarella di bufala tenuta in frigo 12 ore e tagliata a fettine di cm. 0,5 di spessore, un ciuffo di basilico, 1 media cipolla dorata affettata grossolanamente, 1 bicchiere d’olio e.v.p. s. a f. , abbondante olio per friggere, sale fino e pepe q.s. La versione irpina della parmigiana classica è uguale a quella napoletana con una sola differenza e cioè che le melanzane non vengono fritte direttamente dopo di averle pressate e sciacquate ed asciugate, ma vanno prima infarinate, poi intinte nelle uova sbattute addizionate con tre cucchiai di pecorino grattugiato ed infine fritte; a seguire la preparazione è la medesima; id est: lavate ed asciugate le melanzane, tagliatele, senza sbucciare a fette longitudinali di mezzo cm. di spessore e tenetele sotto sale per circa un’oretta.adagiandole in più strati in un colapasta e cospargendo di sale fino ogni strato (complessivamente occorreranno ca 3 cucchiai di sale). Quando le melanzane avranno ceduto l’amaro liquido di vegetazione, sciacquatele sotto uno scroscio di acqua fredda, strizzatele ed infarinatele, indi intingetele nelle uova sbattute addizione con tre cucchiai di pecorino grattugiato ed infine friggetele fino a che siano dorate in abbondante e profondo olio per friggere, prelevandole volta a volta con una schiumarola e ponendole su carta paglia a perdere l’eccesso d’unto. Frattanto in una pentolina o padella bassa versate il bicchiere di olio e fatevi appassire una cipolla affettata unite i pomidoro sbollentati,pelati e spezzettati grossolanamente. Aggiungete il sale, pepe e lasciate cuocere la salsa per circa 15 minuti.Al termine, per renderla piú sottile, passatela ad un passaverdure a buchi fitti e mantenetela in caldo. Riprendete le melanzane dorate e fritte e mettetele a strati in una pirofila verniciata di olio e di poca salsa e cospargete su ogni strato un poco di salsa , un poco di pecorino, alcune fettine di mozzarella e foglioline di basilico spezzettate a mano. Ponete la pirofila su un fuoco basso e fate peppiare (sobbollire) la parmigiana per circa 20’. Alcuni usano passare la pirofila in forno già caldo e lasciarvela a fuoco medio (160°) per circa 25 minuti; io lo sconsiglio: si corre il rischio che la parmigiana diventi molle! Servitela tiepida come pietanza o come sontuoso contorno! *Versione rustica (piatto unico) Per 6 persone 10- 12 melanzane lunghe violette napoletane, gr.400 pomidoro maturi, gr.50 pecorino grattugiato, 250gr. di mozzarella di bufala tenuta in frigo 12 ore e tagliata a fettine di cm. 0,5 di spessore, 1 etto di salame tipo napoli tagliato in bastoncelli di cm. 5 x 3 x 0,5, 1 etto di prosciutto cotto tagliato in bastoncelli di cm. 5 x 3 x 0,5, un ciuffo di basilico, 1 media cipolla dorata affettata grossolanamente, 1 bicchiere d’olio e.v. p. s. a f., 3 uova, 6 cucchiai o q.s. di farina 00 abbondante olio per friggere, sale fino e pepe q.s. procedimento Lavate ed asciugate le melanzane, tagliatele, senza sbucciare a fette longitudinali di mezzo cm. di spessore e tenetele sotto sale per circa un’oretta.adagiandole in più strati in un colapasta e cospargendo di sale fino ogni strato (complessivamente occorreranno ca 3 cucchiai di sale). Quando le melanzane avranno ceduto l’amaro liquido di vegetazione, sciacquatele sotto uno scroscio di acqua fredda, strizzatele e ponetele ad asciugare un poco distese su di un canovaccio. Frattanto battete a spuma le uova con un po’ di sale e pecorino; passate le fette di melanzane nella farina e poi nelle uova e friggetele poche per volta fino a che siano dorate, in abbondante e profondo olio per friggere, prelevandole volta a volta con una schiumarola e ponendole su carta paglia a perdere l’eccesso d’unto. Frattanto in una pentolina o padella bassa versate il bicchiere di olio e fatevi appassire una cipolla affettata unite i pomidoro sbollentati,pelati e spezzettati grossolanamente. Aggiungete il sale, pepe e lasciate cuocere la salsa per circa 15 minuti. Al termine, per renderla piú sottile, passatela ad un passaverdure a buchi fitti e mantenetela in caldo. Riprendete le melanzane fritte e mettetele a strati in una pirofila unta di olio e di poca salsa e cospargete ogni strato con un poco di salsa , un poco di pecorino alcune fettine di mozzarella un po’ di salame e di prosciutto cotto e foglioline di basilico spezzettate a mano. Ponete la pirofila su un fuoco basso e fate peppiare la parmigiana per circa 15’. Alcuni usano passare la pirofila in forno già caldo e lasciarvela a fuoco medio (160°) per circa 25 minuti; io lo sconsiglio: si corre il rischio che la parmigiana diventi molle! Servitela tiepida come piatto unico! Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. • Versione rustica (piatto unico) bianca • Per 6 persone 10 - 12 melanzane lunghe violette napoletane, gr.100 pecorino grattugiato, 250gr. di mozzarella di bufala tenuta in frigo 12 ore e tagliata a fettine di cm. 0,5 di spessore, 2 etti di prosciutto cotto tagliato in fette sottili, un ciuffo di basilico, 1/2 bicchiere d’olio e.v.p.s. a f. , 3 uova, 6 cucchiai o q.s. di farina 00 abbondante olio per friggere, sale fino e pepe q.s. procedimento Lavate ed asciugate le melanzane, tagliatele, senza sbucciare, a fette longitudinali di mezzo cm. di spessore e tenetele sotto sale per circa un’oretta,adagiandole in più strati in uno scolapasta e cospargendo di sale fino ogni strato (complessivamente occorreranno ca 3 cucchiai di sale). Quando le melanzane avranno ceduto l’amaro liquido di vegetazione, sciacquatele sotto uno scroscio di acqua fredda, strizzatele e ponetele ad asciugare, ma non troppo, un poco distese su di un canovaccio. Frattanto battete a spuma le uova con un po’ di sale e con il pecorino residuo; passate le fette di melanzane nella farina e friggetele poche per volta fino a che siano dorate, in abbondantefumante e profondo olio per friggere, prelevandole volta a volta con una schiumarola e ponendole su carta paglia a perdere l’eccesso d’unto. Frattanto ungete con il mezzo bicchiere d’olio d’oliva e.v. una pirofila; riprendete le melanzane fritte e mettetele a piú strati in detta pirofila unta di olio; cospargete ogni strato di melanzane un poco di pecorino ed alcune fettine di mozzarella e di prosciutto cotto e foglioline di basilico spezzettate a mano; irrorate a filo con le uova sbattute lo strato superiore e ponete la pirofila scoperta su un fuoco basso e fate peppiare la parmigiana per circa 20’. In alternativa passate la pirofila in forno già caldo e lasciatevela a fuoco medio (160°) per circa 25 minuti; Servitela tiepida come piatto unico! (Questa versione che non contiene sugo di pomidoro può passarsi al forno: non diventerà molle!) Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. Mangia Napoli, bbona salute e comme ‘a facite, facite scialàteve! raffaele bracale

LA GIACCA ELEGANTE ED I TERMINI CORRISPONDENTI

LA GIACCA ELEGANTE ED I TERMINI CORRISPONDENTI Nella parlata napoletana esistono svariati termini per indicare la giacca elegante, capo di abbigliamento maschile; -iniziamo con il termine matiné derivato dal francese matinée col quale si intende la giacca elegante, ma da indossar di mattino; - abbiamo poi la sciassa derivato dal francese châsse ed è la giacca elegante dalle falde non eccessivamente lunghe, ma aperte centralmente dalla vita in giú, originariamente di colore rosso, giacca usata su pantaloni da cavallerizzo,per la caccia(in francese châsse); - la giacca stretta in vita, non abbottonata, dalle lunghe e strette falde, indossata su stretti pantaloni neri da cerimonia, con gilè e sparato nonché cravattino bianchi è detta fracchisciasse, con simpatica commistione tra le parole frac e la sciassa ricordata dianzi;detto modo di abbigliarsi divenne tra il finire del 1800 e i primi anni del 1900, la consueta divisa dei camerieri di ogni elegante caffè del centro di Napoli; - la giacca elegante con falde lunghe, tipica delle cerimonie è invece resa con il termine sciammèria che probabilmente è un denominale forgiato sul francese chambre oppure e più probabilmente è derivato direttamente dallo spagnolo chamberga sempre che non derivi direttamente dal nome del duca di Schönberg (17° sec.) che volle che le sue truppe fossero equipaggiate con una lunga palandrana che, dal nome del duca, è resa in italiano col termine giamberga ; personalmente trovo più convincente l’ipotesi ispanica che più si presta ad approdare a sciammeria attraverso la napoletanissima, solita prostesi di una s intensiva all’originario cia (ch) spagnolo, assimilazione regressiva della b, caduta del gruppo rg sostituito da una i atona; si tratta di una giacca molto ampia che inviluppa quasi chi l’indossa al segno che per traslato giocoso e furbesco con il termine sciammeria si intende anche il coito, in particolare quello in cui l’uomo assume una posizione tale che copra del tutto la donna col proprio corpo; - la giacca stretta in vita,monopetto o doppiopetto, ma sempre a due falde, che con i pantaloni a minute righe verticali forma il tight, è resa invece con un termine giocoso: cafè a ddoje porte (caffè a due porte) atteso che le ampie falde posteriori con il movimento del corpo facilmente si aprono e si sollevano lasciando scoperti i pantaloni; - esistette poi un tempo, ed ora non più in uso, un’ampissima giacca da gala, con un’unica lunghissima falda posteriore insistente sul fondoschiena che perciò fu detta parapérete (id est: blocca peti) o altrove (nel leccese) ‘nfocapérete (id est: riscalda peti). Raffaele Bracale

IPOTESI SULLA CANZONE MICHELEMMÀ.& dintorni.

IPOTESI SULLA CANZONE MICHELEMMÀ.& dintorni. Come è riportato da tutti i testi di storia della CANZONE NAPOLETANA, la composizione rammentata in epigrafe, chiaramente di autori ignoti, si fa risalire al 1600 circa prendendo a spunto la citazione contenuta nel testo che fa riferimento alle prime invasioni di turchi. Salto a pié pari la nota querelle intorno al falso operato da Salvatore Di Giacomo che tentò pedestremente di far risalire la composizione di questa notissima tarantella all’estro di Salvator Rosa e mi soffermo proprio sul titolo: MICHELEMMÀ. Cosa vorrà mai dire Michelemmà? La domanda non à una risposta univoca o ovvia avendo il detto termine suscitato varie ipotesi; la piú accreditata è che MICHELEMMÀ significhi: Michela è mia; ma recentemente alcuni autori come il compianto Max Vajro, il vulcanico Salvatore Palomba, sulla scia del ricercatore Gaetano Amalfi, ipotizzano che la parola sia un intercalare del tipo Michela e ba un intercalare modellato sullo schema di ‘o mare e ba presente in altre canzoni partenopee. Non condivido né l’una, né l’altra opinione: la prima perché un nome chiaramente maschile (Michele)lo trasforma, ma non si capisce per quale ragione o strada semantica in uno femminile (Michela) ed arbitrariamente fa divenire un MA,MIA con una capriola non spiegabile; Ugualmente non percorribile mi appare l’opinione piú nuova che oltre a continuare con l’equivoco del maschile fatto femminile fa un vero salto mortale trasformando un MA in un BA. ancora piú fantasioso,ma non comprovabile, del MIA della prima ipotesi. E allora? Allora bisogna armarsi di pazienza e seguirmi in un ragionamento. Innanzi tutto occorrerà rammentare che il termine MICHELE nel linguaggio napoletano non indica solamente un nome proprio di persona, ma è usato anche come aggettivo sostantivato di grado positivo nel significato di sciocco, tontolone e si usa dire eufemisticamente in luogo del becero far fesso (ingannare), far michele. La ragione della degradazione semantica del nome proprio Michele a quello di aggettivo nel significato di sciocco, tontolone è da ricercarsi nel fatto che nel sec. XVII i soldati di fanteria leggera dell'esercito spagnolo, ritenuti inetti, incapaci, incompetenti, inesperti, incapaci, buoni a nulla oltre che tonti, stupidi, idioti etc. furono detti micheletti quale traduzione dello sp. miquelete, perché originariamente reclutati nel distretto pirenaico di San Miguel de Cuxa; da micheletto a michele (aggettivo) il passo è breve. Nel linguaggio familiare poi tale accezione è usata dai genitori quasi a mo’ di scherno affettuoso nei confronti dei propri figliuoli, quando vogliono scherzare con loro ed in luogo di dire: ‘o fesso mio, lo scemo mio, dicono, ma affettuosamente: ‘o michele mio. Ciò premesso, dirò che ad un attento esame di tutta la canzone si può ragionevolmente pensare che si tratti di un racconto che una mamma stia facendo al proprio figliolo. Se ci poniamo in tale ottica possiamo giungere ad una conclusione che senza stravolgere il sesso della persona chiamata in causa e senza capriole semantiche, ci può condurre a dire che MICHELEMMÀ possa essere una corruzione trascrittoria o del cantato di un ipotizzabile originario michele ‘e ma’ (michele di mamma) corrottosi nel corso del tempo in michelemmà, trasformando la preposizione ‘e (di) nella congiunzione e che comportò la geminazione della successiva consonante nasale bilabiale (m). Ipotizzo cioè che ci sia stata una mamma che, stringendo tra le braccia un suo bambino cui per scherzo ed affetto dava bonariamente dello sciocco (michele), gli raccontava la favola della nascita di un’isola (ISCHIA?)ricoperta di fronzuta vegetazione (scarola) e che su tale isola sbarcassero Turchi (Saraceni) e se la disputassero chi per conquistarne il monte (la cimma), chi per impadronirsi della spiaggia (lo streppone) . Questa ipotesi poggia sul fatto accertato che una delle versioni piú accreditate del testo sia quella raccolta proprio da Gaetano Amalfi in Serrara d’Ischia , che è località situata nel cuore dell’isola verde e ben potrebbe essere quella stella Diana portata ‘mpietto proprio come riportato nel testo della canzone. Del resto nelle canzoni napoletane non è unico il caso della colpevole trasformazione (per sciatteria, impreparazione e pressappochismo) della preposizione ‘e (de) = di, nella congiunzione e; rammento infatti che come l’ipotizzato Michele ‘e ma (Michele di mamma) fu stravolto e trasformato in Michelemmà, interpretando l’ ‘e(di) come la congiunzione e, cosí in un’altra famosissima canzone: Fenesta vascia datata 1500 non c’è cantante (anche famoso o famosissimo come Sergio Bruni, Massimo Ranieri, Roberto Murolo etc.) che non legga frettolosamente male e colpevolmente stravolga la lettera ed il senso del primo verso della canzone facendo diventare Fenesta vascia e ppadrona crudele (finestra bassa e padrona crudele) quello che in origine è Fenesta vascia ‘e padrona crudele (finestra bassa di padrona crudele)…, né sciattamente nessuno di essi si rende conto che se il verso fósse Fenesta vascia e ppadrona crudele (finestra bassa e padrona crudele) non potrebbero proseguire cantando quanta suspire m’aje fatto jettare, ma dovrebbero render plurale la voce verbale e trasformare aje in ate atteso che Fenesta vascia e ppadrona crudele sostanzierebbero un soggetto plurale che esigerebbe il verbo coniugato al plurale! E transeat per i cantanti defunti, ma quelli in vita potrebbero e dovrebbero emendarsi dell’errore e tornare a cantare esattamente Fenesta vascia ‘e padrona crudele (finestra bassa di padrona crudele) evitando altresí il raddoppiamento della consonante occlusiva bilabiale sorda iniziale p di padrona raddoppiamento esatto dalla congiunzione e, ma non dalla preposizione ‘e. Hoc est in votis! Raffaele Bracale