martedì 29 aprile 2008

VARIE 8

- Dicette Pulicenella: I' nun so' fesso, ma aggi' 'a fà 'o fesso, pecché facenno 'o fesso, ve pozzo fà fesse!
Letteralmente: Disse Pulcinella: Io non sono stupido, ma devo fare lo stupido, perché facendo lo stupido, vi posso gabbare (e posso ottenere ciò che voglio, cosa che, se non mi comportassi da stupido, non potrei ottenere). La locuzione in epigrafe è uno dei cardini comportamentali della filosofia popolare napoletana che parte da un principio assiomatico che, un po’ presuntuosamente, afferma: Cca nisciuno è ffesso! Id est: Qui (fra i napoletani) non v'è alcuno stupido!E coloro che lo sembrano, lo fanno per ottenere un tornaconto…
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-'O Conte Mmerda 'a Puceriale
Letteralmente:Il conte Merda da Poggioreale. Così, per dileggio vien definito dal popolo napoletano colui che vanti falsamente illustri progenitori, o colui che si dia arie da nobiluomo incedendo con sussiego ed alterigia. Per la verità il personaggio in epigrafe esistette veramente in Napoli e tale nomignolo fu affibbiato dal popolo al patriarca di una famiglia napoletana che aveva il possesso di una villa nella zona di Poggioreale. Tale signore ebbe, sul finire del 1800, in appalto la gestione delle latrine comunali e si meritò ipso facto il sapido soprannome.

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- Dicette 'o si' nutaro: Sulo 'o muorto à fatto 'o malo guadagno.
Disse il signor notaio: Solo il morto à fatto un cattivo guadagno (avendoci rimesso la vita)... tutti gli altri, diventandone eredi, ànno lucrato qualcosa!

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- Hê 'a murì rusecato da 'e zzoccole e 'o primmo muorzo te ll'à da dà mammèta.
Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola che, a Napoli, identifica sia il topo di fogna che la donna di malaffare.
- brak________________________________________

lunedì 28 aprile 2008

VARIE 7

- Fà scennere 'na cosa da 'e ccoglie 'Abramo.
Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta provenienza.
- Fà tre fiche nove rotele
Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli.
Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere.
Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle due sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, ancora oggi è in uso a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie.
Ancora ricordiamo che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano.
- Fà fetecchia:
I l termine in epigrafe ha un variegato ventaglio di significati nella lingua napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresì lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e più in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine
Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare – tenendo prersente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino.

- FETTIARE o FITTIARE I verbi a margine(per l’esattezza, però si tratta di un solo verbo, scritto con due grafie leggermente diverse) sono caduti completamente in disuso tanto da non esser riportati da alcun dizionario, ma fino agli anni ’60 dello scorso secolo ebbero un loro uso continuato soprattutto fra i giovani napoletani.
Essi verbi servirono ad identificare un’azione ben precisa: quella di sogguardare insistentemente una persona o anche solo un quid, in maniera però concupiscente fino a determinare fastidio nella persona guardata; in particolare i giovanotti che si fossero messi sulle piste di un’avvenente ragazza insistentemente se la fettiavano
fino a che la ragazza infastidita, o non cedeva alle non dichiarate, ma chiaramente sottintese, avances o non chiamasse a propria difesa un fratello, un cugino un fidato amico che convinceva con le buone o le tristi il disturbatore esortato a fettiare altrove.Il verbo veniva usato anche nei riguardi di cose desiderate, ma – per mancanza di soldi – mai conquistate,; a mo’ d’es. diremo che in quegli anni se fittiavano un abito, un paio di scarpe, una cravatta, o anche l’intera vetrina di una pasticceria o trattoria
Finita l’epoca della ritrosia delle donne, avendo raggiunta un po’ tutti una certa disponibilità economica e diventate, le ragazze, prede di facile caccia, è venuta meno la necessità di fettiare e con l’azione son caduti in disuso e nel dimenticatoio i verbi che la rappresentavano.
E passiamo all’etimologia; tenendo presente che in napoletano conserva anche il vocabolo fettìglie con il significato di noie, molestie e consimili, penso che sia per il sostantivo che per i due verbi in epigrafe si possa risalire al latino figere (colpire di lontano).giacché, specie per i due verbi la molestia si traduce solo nell’insistente sogguardare di lontano, non seguito da altre più prossime azioni.
raffaele bracale

Fà 'o farenella.

Fà 'o farenella.
Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentesco Carlo Broschi detto Farinelli (Andria, 24 gennaio 1705 – Bologna, 16 settembre 1782), considerato il piú famoso cantante lirico castrato della storia., ma prende le mosse dall'ambito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo non era piú tanto giovane e allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre piú che alla costosa cipria, alla economica e facilmente reperibile farina.
raffaele bracale

Fà ll’amico e ‘mprenà ‘a vajassa.

Fà ll’amico e ‘mprenà ‘a vajassa.
Ad litteram: fare l’amico ed ingravidare la serva id est: comportarsi da “doppiogiochista”, da falso amico come chi , atteggiandosi ad amico, frequenti una casa ed in luogo di ricordi amicali lasci la fantesca di casa ingravidata, profittando della libertà che si usa concedere agli amici.
‘mprenà= ingravidare, render pregna voce verbale infinito dal lat. tardo impraegnare 'rendere gravida', comp. di in illativo e un deriv. del lat. volg. *praegnu(m), che diede il napoletano prena= ingravidata;
vajassa = serva, fantesca Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutaci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana; pare che dalla medesima voce bajasse il toscano abbia tratto: bagascia = meretrice.
Raffaele Bracale

FÀ FILONE.

FÀ FILONE.
Far filone: Letteralmente, accanto a salà/salare ‘a scola è il modo napoletano di rendere ciò che altrove si rende con : telare la scuola, marinare, bigiare.
Cominciamo con l’indicare etimi e significati semantici dei verbi non partenopei:
a) telare è un verbo essenzialmente toscano dove vale svignarsela, sgattaiolare, scappar via, metter vela ed etimologicamente risulta essere un denominale di tela che anticamente valse appunto vela per cui chi sgattaiolasse via dalla scuola di nascosto di genitori o insegnanti mostrò quasi di voler metter su vela per allontanarsi velocemente.
b) marinare è verbo usato quasi in tutta l’Italia centro-settentrionale nel significato figurato di scappar via dalla scuola, ma in tutta la penisola è verbo che nel suo significato primo (con derivazione da (sale) marino )vale: immergere il pesce, precedentemente fritto o arrostito, in un infuso di aceto e spezie per aromatizzarlo o piú spesso conservarlo o anche far macerare in aceto o vino aromatizzato carni crude, spec. selvaggina, per meglio frollarle o per togliere l'odore di selvatico. marinare la scuola è un modo figurato per indicare: fare vacanza senza autorizzazione, non andare a scuola; semanticamente questo modo figurato si spiega dicendo che chi marini la scuola intenda quasi conservarla per altra occasione;
al proposito rammenterò che talvolta in napoletano oltre che l’espressione fà filone, per indicare il non andare a scuola senza autorizzazione si dice salà/ salare ‘a scola; il verbo salare di per sé vale coprire di sale un cibo , ma riferito al sostantivo scola (scuola) dal lat. schola(m), che è dal gr. scholé, in orig. 'tempo libero da occupare con lo studio', poi 'luogo di studio', vale i toscani marinare, bigiare; il napoletano salare nel suo significato primo sta per cospargere di sale, conservare qualcosa (cibo) sotto sale per un’altra occasione ed è questo il senso di salare riferito alla scuola che vien quasi conservata per un’altra occasione nel medesimo senso che – come ò detto - è del toscano marinare;
c) bigiare: per il verbo a margine ,in uso in quasi tutto il settentrione ( bigià), sia per l’etimologia che per la spiegazione semantica del significato di assentarsi, saltar la presenza in qualche occasione: scuola, messa etc. purtroppo fin qui si è sempre brancolato completamente nel buio ed anche i maggiori vocabolarî (Treccani, Garzanti, DEI,Pianigiani) o evitano questo verbo o si trincerano dietro un pilatesco etimo incerto
.La cosa non mi soddisfa punto ed a mio avviso reputo invece che si possa pensare (sia pure senza il consenso del prof. Manlio Cortelazzo...), quanto all’etimo, ad un denominale della voce bigia = piccolo uccello col piumaggio grigio sfumato che nidifica fra i cespugli e che si nutre di insetti (ord. Passeriformi) e che spesso usa allontanarsi dal proprio nido per andarsene in giro a spasso o a caccia di insetti, e questa potrebbe essere la chiave di lettura semantica del verbo bigiare (comportarsi come una bigia).
E veniamo finalmente all’espressione in epigrafe: fa’(o fà) filone= fare filone che come ò già accennato vale: assentarsi, saltar la presenza in qualche occasione, segnatamente a scuola, ma pure a messa o altrove etc. Di tranquillità assoluta l’etimo della voce filone una volta chiarito che non va confuso con l’omofono ed omografo filone di pane; quest’ultimofilone è infatti accrescitivo di filo nel sign. di 'corpo sottile e allungato, mentre quello della locuzione in epigrafe è un deverbale di filare ovviamente non nel significato di ridurre in filo continuo e uniforme le fibre tessili, ma in quello di battersela, scappar via, eludere.
Raffaele Bracale

domenica 27 aprile 2008

FÀ ‘E PIRETE ANNANTE Â BBANDA

FÀ ‘E PIRETE ANNANTE Â BBANDA
Letteralmente: fare i peti innanzi la banda. Icastica divertente espressione con la quale si suole indicare l’atteggiamento spocchioso, ma inconferente, quando non fastidioso o deleterio di tutti i saccenti e/o supponenti (accreditati ‘e jí facenno ‘e pirete annante â banda= di andar facendo i peti innanzi la banda), beceri parolai, appaiati nel loro comportamento vanesio o pericolosamente irritante e sgradevole, a quei tali mazzieri che precedono, agitando (e non sempre a tempo!...) un bastone, dando le terga ai componenti la banda musicale cui, spesso, sono – come i saccenti – piú di fastidio che di aiuto in quanto, profittando della posizione, possono impunemente (coperti come sono dal suono bandistico) aggredire con una salva di peti i malcapitati componenti la banda, impossibilitati, per la loro posizione, di vendicarsi rispondendo per le rime
pirete plurale di pireto= peto sost. masch. da un acc. basso lat. peditu(m) con la tipica rotacizzazione osco- mediterranea della d→r;
annante/annanze = davanti, innanzi avv. e prep. impr. da un lat. *in + antea;
banda complesso di sonatori di strumenti a fiato e a percussione: banda militare, municipale.voce derivata dal fr. bande o dal provenz. banda, entrambi col sign. di 'insegna'in quanto in origine i componenti una banda musicale non avevano, come è oggi, una divisa comune , ma solo un nastro legato al braccio a mo’ di insegna;
mazzieri plurale di mazziere chi, munito di mazza (donde il nome) , precede un corteo o una processione o segna il tempo a una banda musicale.
RaffaeleBracale

LÈFRECHE/GHE o RÈFRECHE/GHE – PAMPUGLIE

LÈFRECHE/GHE o RÈFRECHE/GHE – PAMPUGLIE

Tratto questa volta due parole che ò preferito accostare, perché – come vedremo – nella lingua napoletana, in una particolare accezione, possono avere significati molto simili.
Vediamo, dunque:
LÈFRECA/ RÈFRECA: Di queste parole, che in realtà ne è una sola sebbene attestata con le due diverse liquide di avvio, ò trovato riscontro, non solo ovviamente nella lingua napoletana, ma anche in altri dialetti campani ( Bisaccia nell’alta Irpinia)ed in taluni dialetti calabresi, sebbene in questi ultimi abbia trovato attestato, più che le parole così come indicate, i verbi liefricare, lievricare che di esse son denominali.
Il significato iniziale e per così dire, principale di lefreca/ga o refreca/ga è il cavillo, la fisima, la capziosità, la sofisticheria (donde l’espressione partenopea: jì ascianno lefreche per indicare appunto l’azione di chi per non addivenire ad un quid o non soddisfare richieste, cerchi pretesti capziosi, cavilli pretestuosi etc.) e per tranquilla estensione: la minuzia, la sciocchezza, l’inezia, la cosa da nulla, ed è sola in questa accezione estensiva che lefreca mi pare sia accolta nel dialetto bisaccese
Come abbiamo già accennato per taluni dialetti calabresi, anche per la lingua napoletana le parole qui a margine ànno fornito verbi denominali quali lefrecà =cavillare,sofisticare, litigar per nulla ed il frequentativo lefrechïà che significa invece lesinare.
E veniamo alla etimologia; sia per lefreca/ga – refreca/ga che per i verbi derivati occorre risalire ai latini: refragari o refricare che indicarono l’azione di stropicciare, fregare ripetutamente con le mani materiali i più varî fino ad ottenerne minuzzoli. Va da sé che i verbi latini ( che per incidens ànno dato il toscano fregola che però à tutt’altro significato dei napoletani lefreca/ga – refreca/ga , con le parole che ne son derivate, possono bene indicare oltre che quelle minuzie prodotte dallo stropicciamento, anche la capziosità, il cavillo richiamati appunto dall’azione dello stropicciare continuo di chi vada e rivada, dividendo in quattro un capello, su di un argomento, lo sceveri a fondo, magari con acribía pedantesca.

E veniamo a pampuglia che nel significato primo sta per piallatura,truciolo del legname ed estensivamente (ragione per la quale ò accostato pampuglia alle altre parole in epigrafe): inezia, cosa da nulla, bagatella, frivolezza e persino, come estrema valenza, quel tipo di dolce nastriforme carnascialesco altrove detto chiacchiera, bugia, frappa etc.
Prima di passare a dire dell’etimologia di pampuglia, voglio rammentare come esso termine nel precipuo significato di truciolo, piallatura à in lingua napoletana, sempre abbastanza attenta, precisa e circostanziata, degli specificativi diversi secondo la forma o provenienza dei trucioli; abbiamo dunque: -pampuglia riccia quella a spirale da legno dolce, -pampuglia ‘e chianuzzella quella strettamente arrotolata, prodotta non dalla pialla grande, ma da una pialla più stretta e piccola detta in napoletano chianuzzella che è il diminutivo di chianozza che è dal latino: planula attrezzo per render piano, privandolo delle asperità, un asse di legno, - pampuglia ‘e ‘ntraverzatura(deverbale del verbo ‘ntraverzà= attraversare, andando contro il primitivo senso di marcia) che è il truciolo, per solito di legni più duri, ottenuti per piallatura operata controfilo che produce perciò trucioli irregolari e frammentati.
E soffermiamoci sull’etimologia di pampuglia, etimologia non tranquillissima; un tempo si congetturò un neutro plurale tardo latino fabulía = favuli, gambi delle fave, che dopo la raccolta venivano estirpati, adeguatamente seccati ed usati per alimentare, tal quali le pampuglie lignee, i forni domestici; la seconda ipotesi, che a mio avviso mi pare un po’ più percorribile si rifà ad un latino regionale: pampulia forgiata su un pampus forma sincopata di pampinus che è propriamente il pampino: tralcio di vite vestito di foglie, tralcio che se improduttivo viene resecato e destinato al fuoco.
Raffaele Bracale