lunedì 25 agosto 2008

‘O NFINFERO

‘O NFINFERO
La parola in epigrafe costituí il titolo di una simpatica divertente canzone partenopea degli anni intorno al 1950, frutto della collaborazione di Giuseppe Cioffi (musica) e del figlio Luigi (parole) ed indicò, fino a quando durò nel parlato popolare, una sorta di millantatore ridicolo e vanesio, un bellimbusto un po’ guappo ed un po’ vigliacco, quanto non picaro nell’accezione di mendicante d’amore; poi la parola sparí e l’ultima volta che l’udii fu negli ultimi anni del ‘960; fortuna che rimase la briosa canzonetta che ci offre materia di ricerca per numerose particolari parole in essa presenti e che non si ritrovano quasi piú sulla bocca dei napoletani, se non su quella di quei partenopei che ànno valicato la soglia dei sessanta anni. Esamino quelle di cui mi sovvengo, cominciando proprio da quella in epigrafe:
- nfinfero; segnalo súbito che la parola non va scritta, come pure erroneamente capitò di fare a Luigi Cioffi autore delle parole della suddetta canzonetta, con alcun segno d’aferesi iniziale e cioè: ‘nfinfero, ma semplicemente : nfinfero; infatti la enne d’avvio non sta per in, ma è semplicemente la prostesi di una consonante eufonica (n) alla parola finfero; del significato ò già detto; per l’etimologia ci troviamo nel campo delle ipotesi; infatti nessuno dei vocabolaristi partenopei a me noti e che ò potuto compulsare, si è voluto sbilanciare, rifugiandosi nel limbo pilatesco di un etimo incerto; la mia ipotesi è invece che la parola, alla medesima stregua dell’altrove esaminate fanfaro/fanfero, possa collegarsi all’antico sostantivo spagnolo fanfa= iattanza sia pure con il cambio della vocale a in i che con la u è la vocale piú chiusa e dunque intesa piú elegante in linea con il vanesio portamento del finfero/nfinfero rispetto a quello piú gradasso ed aperto del fanfaro/fanfero, parole in cui dura la apertissima vocale etimologica a di fanfa.
Continuo prendendo in esame il ritornello della canzonetta predetta, ritornello che suonando ad un dipresso cosí:
Venitelo a vedé,
mo passa ‘o nfinfero
cu ‘o cuollo ‘mpusumato
e ‘a capa a gliommero.
E se dà ll’aria ‘e ll’ommo ammartenato…,
ma nun è overo i’ ll’aggiu canusciuto:
è ‘nu bbuono guaglione,
veramente ch’è bbuono,
forze è ttre vvote bbuono,
troppo bbuono, troppo bbuono
pe chella llà!
offre il destro per illustrare alcune interessanti parole; e sono:
- ‘mpusumato: praticamente: indurito in quanto sottoposto ad una bagnatura e successiva stiratura in una soluzione di acqua ed amido che in napoletano è ‘o bagno ‘e posema; la parola posema (che è esattamente l’amido e che diede lo ‘mposemato/’mpusumato = inamidato e dunque indurito da riferirsi in primis agli indumenti o a parte di indumenti come colletti e polsi di camicia da uomo stirati in modo da renderli rigidi, ma da riferirsi anche estensivamente a chi abbia ed inceda con atteggiamento impettito o anche sia agghindato in maniera eccessivamente ricercata) è da riferirsi etimologicamente al greco apòzema che indica, tal quale il derivato posema un quid bollito, filtrato, colato; l’amido, sostanza di riserva di molti vegetali, chimicamente analoga agli zuccheri che si presenta come una polvere o scaglie biancastre, in effetti è ottenuto per colatura e sedimentazione da particolari piante;
- gliommero o gliuommero : è esattamente – come dalla sua etimologia latina glomere(m) con evidente metaplasmo nel passaggio al maschile dall’orignario neutro glomus/meris - il gomitolo, ma nella fattispecie della canzonetta, significa una particolare pettinatura maschile nella quale il ciuffo principale della capigliatura, quello prospiciente la fronte, sia pettinato a mo’ di gomitolo con l’ausilio di olî o brillantine, di tal che l’uomo che fosse cosí pettinato ed impomatato si possa dire in lingua napoletana alliffato che è etimologicamente dal greco aléipàr = unguento, pomata e per estensione belletto; rammenterò che la parola gliuommero fu usata anticamente anche per indicare un rotolo di monete di circa 100 pezzi di argento, oltreché (secoli 14° e 15°) delle composizioni poetiche di contenuto ameno (ne scrisse anche il Sannazaro(Napoli 1456-1530), poeta ed umanista italiano, che compose opere in lingua latina ed in volgare.) a mo’ di filastrocche semplici e scorrevoli i cui versi si dipanavano velocemente come il filo di un gomitolo;
- ammartenato : che è precisamente colui che incede con aria di gradasso, di spavaldo, di prepotente , come chi sia – in linea con la etimologia – provvisto di martina voce furbesca – gergale con cui si indica, con riferimento al soldato san Martino, alternativamente la spada, lo stocco, il coltello, l’arma bianca che offra sicurezza, quando non sicumera a chi ne sia provvisto;
- tre vvote bbuono: letteralmente: tre volte buono e cioè: cosí eccessivamente buono da risultare essere sciocco, stupido e credulone e non soltanto il mite,il mansueto, il bonario che, secondo l’etimologia latina bonu(m) dovrebbe connotare il buono.

Soffermiamoci ora sulle due strofe della predetta canzonetta, per vedere se ci offrono il destro di illustrar qualche altra interessante parola;
1° strofa
Chillo putesse stà
dinto â meglia vetrina,
chillo se pô chiammà
cuollo tuosto e puzine…
e allora comme va ca Mariannina,
ca ‘e dinto a ‘stu quartiere era ‘a riggina,
cu ttanti ggiuvinotte,
tanti uommene deritte,
s’è misa proprio cu ‘stu guajo ‘e notte?
Venitelo a vedé etc.
2° strofa
Chillo se vo’ spassà
e va bbuó s’è capito,
e tu falle ‘o spassà,
quanno po’ s’è spassato
i’ afferro ‘o pupo e ‘o faccio ‘na ‘mmasciata:
lle dico: “ Giuvinò, cagnate strata
Volete fare il gallo
cu cchella pullanchella?
Va llà, vatté, ca sî ‘nu pappavallo!
Venitelo a vedé… etc.
Le espressioni e parole piú significative che penso di poter segnalare sono:
- cuollo tuosto e puzine letteralmente: colletto duro e polsini (inamidati) anticipando all’incirca ciò che sarà reiterato sotto la voce ‘mpusumato del ritornello; tuosto che già esaminai altrove di per se sarebbe tostato in quanto part. passato del verbo tostare, frequentativo di torrere = disseccare, tostare e dunque indurire;
- uommene deritte letteralmente: uomini diritti(dal lat.:dirictu(m)p.p. di dirigere) nel significato estensivo di uomini accorti, scaltri, furbi e dunque capaci di assicurarsi le grazie femminili;
- guajo ‘e notte letteralmente: guaio (occorso) di notte; guajo etimologicamente da un antico tedesco wàwa =disgrazia, sventura ed in senso piú limitato: calamità, fastidio, impiccio; riferito al bellimbusto vanesio della canzonetta è da intendersi nell’icastico primario senso di disgrazia o sventura; un guaio è sempre una cosa disdicevole, ma il napoletano lo à reso insopportabile addizionandolo con lo specificativo temporale di notte, periodo del giorno certamente il meno adatto per porre riparo ad un ipotetetico guaio cui, se occorso di giorno, si potrebbe, forse, trovare un rimedio, ma accadendo di notte se ne vede accrescere (e di tanto!) il suo fastidioso impiccio, non offrendosi – stante il tardo orario – possibilità di antidoto;
- spassà: letteralmente: divertirsi, prendere un godimento tal quale quello derivante da un’intesa fisica o anche solo spirituale con una donna; nella cennata canzonetta lo spassà (etimologicamente da un latino expassare iterativo di expàndere= distendere l’animo; dal medesimo expassare son derivati spasso=divertimento,godimento, nonché spassuso che è non chi si diverte, ma chi fa divertire, chi rallegra gli altri) indica solo un piú limitato svagarsi importunando o infastidendo la donna di riferimento, se non l’amoreggiare senza la necessaria serietà di intenzioni, serietà di intenti che non è mai ipotizzabile nello nfinfero;
- pupo letteralmente indicherebbe( etimologicamente da un latino pupu(m) che à la medesima radice di puer, pusus e putus) il fanciullo,ma nella lingua napoletana con la parola pupo si è soliti indicare un pupazzo, un fantoccio e segnatamente il manichino usato nelle vetrine dei negozi di abbigliamento per esporre gli abiti in vendita: famosissimo a Napoli ‘o pupo ‘e Martone : il fantoccio di Martone (antico negozio di abbigliamento per bambini/e) usato per indicare chi si mostri o inceda agghindato di tutto punto, ma manchi della necessaria scioltezza, risultando troppo rigido ed impacciato; qui la parola pupo è usata un po’ per sostenere quanto affermato nella prima strofa circa la cennata vetrina, un po’ per sottolineare la rigidezza impacciata del bellimbusto protagonista della canzonetta;
- mmasciata: letteralmente: ambasciata, ma qui raccomandazione pressante etimologicamente attraverso un antico provenzale embaissada da un originario latino:ambaxus per ambactus = servo mandato in giro, in quanto messaggio portato da un servo;
- pullanchella: letteralmente: pollastrella, gallina molto tenera e giovane e, per traslato, anche giovane ragazza,innamorata di primo pelo ed addirittura,(ma non qui in questa canzonetta), anche giovane prostituta; etimologicamente pullanchella è un diminutivo vezzeggiativo di pullanca dal latino pullus =pollo, ma per il tramite dello spagnolo pullancón/a = pollastrona;
- pappavallo: letteralmente: pappagallo, ma qui – come anche nel toscano – nell’accezione che connota chi è solito infastire le donne per istrada; nella conzonetta in esame lo nfifero viene indicato come chi non abbia la necessaria valenza che gli permetta di fare il gallo e si debba contentare d’essere solo un fastidioso pappagallo; interessante l’etimologia di pappavallo che è pervenuto al napoletano non per adattamento fonetico del pappagallo toscano, ma dal turco papagâi attraverso lo spagnolo papagayo>papavayo con tipica mutazione della g in v come ad es. in gulio/vulio= voglia(etimologicamente la voce gulio nel suo significato di voglia, desiderio smodato pare derivi appunto da un incrocio di voglia con gola) o al contrario della v in g come ad es in guappo che è dal latino vappa.
E mi fermo qui, sperando di aver divertito ed interessato, almeno qualcuno!
Raffaele Bracale

NNACCHENNELLO

NNACCHENNELLO

Il vocabolo in epigrafe è oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuto, mentre persiste nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo; è chiaro che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso il gentil sesso in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e portate sul volto quasi a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese la cosa suonava: il n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello.
Raffaele Bracale

- ‘Ncignà e ‘ngignà.

- ‘Ncignà e ‘ngignà.
Ò dovuto registrare con mio sommo rammarico che i due vocaboli in epigrafe dalla maggior parte dei lessicografi partenopei sono registrati come sinonimi e più precisamente siano riportati ambedue con il significato di inaugurare, principiare et consimilia.Orbene tale significato – a mio avviso – si attaglia perfettamente al termine ‘ncignà disceso dal tardo latino encaeniare modellato su di un greco koinòs (nuovo) es. :s’è ‘ncignato ‘nu vestito nuovo: à indossato per la prima volta un vestito nuovo ; ma il significato di ‘ngignà (es: s’è ‘ngignato a truvà ‘a soluzzione d’’o problema: si è dato da fare per trovare una soluzione al problema) è invece molto diverso e sta appunto per: darsi da fare, arrabattarsi pur di raggiungere uno scopo, cosa molto diversa dal principiare che è propria dello ‘ncignà; è vero che spesso in napoletano capita che una C di partenza si evolva in G magari perdendo l’originario suono palatale per assumerne uno gutturale, ma non penso che questo sia il caso dei due vocaboli in epigrafe, troppo diversi di significato per poter discendere dallo stesso verbo tardo latino.
In conclusione mentre reputo lo ‘ncignà parola atta a significare il principiare, nego ciò per lo ‘ngignà che presumo discenda invece da un tardo latino ingeniare(cfr Du Cange) denominale del classico ingenium e significhi: impegnarsi a raggiungere uno scopo per cui non posso ritenere i due verbi sinonimi e mi auguro che, prima o poi, qualche nuovo lessicografo partenopeo accolga e faccia sua questa mia considerazione che – mi pare – abbia un buon fondamento.
RaffaeleBracale

NGUACCHIO o pure ‘NQUACCHIO

‘NGUACCHIO o pure ‘NQUACCHIO
La parola in epigrafe,(si tratta infatti di un sol termine, reso con due diverse grafie), nel suo significato primo di bruttura, lordura, sudiciume risulta essere – quanto al suo etimo – un deverbale di ‘nguacchià/’nquacchià voci tutte di origini onomatopeiche su di un nguacc/nquacc d’avvio; i verbi ànno il loro significato primo di: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare;proprio in tali accezioni la parola in epigrafe fu usata per indicare quegli inopinati sgorbi e macchie d’inchiostro che – complici la distrazione, l’inchiostro ed il pennino della penna comune – lordarono quaderni e libri al tempo (1950) delle scuole elementari; quando poi (1955) con l’avvento della penna biro che mandò in soffitta inchiostro, calamaio, pennini e penne comuni,divenne desueta anche la parola ‘nguacchio/’nquacchio essa venne sostituita da spirinquacchio usata per indicare non lo sgorbio o la macchia casuale, quando quel ghirigoro voluto e cercato prodotto per saggiare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna biro fosse ancora sufficiente o sufficientemente fluido per permettere di scrivere; poiché per saggiare la scorrevolezza e fluidità del detto inchiestro, si muoveva in maniera piú o meno circolare la penna tenuta rigidamente perpendicolare al piano di scrittura, la traccia che se ne ricavava era di forma spirale, di talché il disegno ottenuto era pur sempre ‘nu ‘nguacchio, ma in quanto di forma spiraleggiante, finí per esser definito spirinquacchio/spiringuacchio; la parola napoletana ‘nguacchio o ‘nquacchio oltre ai cennati significati, à poi un suo significato estensivo che è quello di: situazione intrigata, pasticcio di difficile soluzione ed ancora infine la deflorazione con conseguente fecondazione di una giovane che consenzientemente, da nubile, si sia fatta possedere da un innamorato; nelle cennate due accezioni pasticcio di difficile soluzione, situazione intrigata la parola è trasmigrata pure se in non tutti, in molti dei piú usati e corposi vocabolarî della lingua italiana dove è diventata: inguacchio; ugualmente un significato estensivo ànno i verbi nguacchià/’nquacchià che in lingua napoletana vengono usati per indicare oltre che i cennati: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare, anche l’ungere o il condire esageratamente in ispecie con sugo di pomodoro; molta meraviglia à destato in me il fatto che mentre abbia incontrato in molti dizionarî della lingua italiana il termine inguacchio, in nessuno vi ò ritrovato il verbo da cui dovrebbe essere scaturito: inguacchiare… Misteri della lingua italiana!
Raffaele Bracale

VESTIRSE ‘A FESSO

VESTIRSE ‘A FESSO
Ad litteram: vestirsi da fesso. Icastica espressione che si riferisce al comportamento di chi in talune occasioni fa lo gnorri, si defila, si chiama fuori, tenendo un atteggiamento irresoluto ed inetto per sviare da sé l’attenzione e non esser chiamato in causa in accadimenti che comporterebbero, in caso contrario, una sua fattiva e responsabile partecipazione, che – invece – egli vuole escludere e non vuole conferire trincerandosi dietro una falsa, pretestuosa incapacità di pensiero e/o azione, quasi indossando, a mo’ di mascheratura, un abito da fesso, abito che per solito non è suo.Per es. si veste da fesso chi, mentendo, mostra, per non eseguirlo, di non intendere un comando; ancora: si veste da fesso, fingendosi tale (e cioè sciocco, inetto etc.) chi vuole indagare e venire a conoscenza di qualcosa che – normalmente – non lo riguarderebbe e che non apprenderebbe comportandosi in maniera ovvia e normale.
fesso = come significato primo la parola varrebbe spaccato tagliato, incrinato con derivazione dal lat. fissu(m), part. pass. di findere 'fendere', ma in napoletano (mantenendo il medesimo etimo) per furbesco traslato essa vale sciocco, balordo, inetto etc.
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VESTIRSE ‘A FESSO

VESTIRSE ‘A FESSO
Ad litteram: vestirsi da fesso. Icastica espressione che si riferisce al comportamento di chi in talune occasioni fa lo gnorri, si defila, si chiama fuori, tenendo un atteggiamento irresoluto ed inetto per sviare da sé l’attenzione e non esser chiamato in causa in accadimenti che comporterebbero, in caso contrario, una sua fattiva e responsabile partecipazione, che – invece – egli vuole escludere e non vuole conferire trincerandosi dietro una falsa, pretestuosa incapacità di pensiero e/o azione, quasi indossando, a mo’ di mascheratura, un abito da fesso, abito che per solito non è suo.Per es. si veste da fesso chi, mentendo, mostra, per non eseguirlo, di non intendere un comando; ancora: si veste da fesso, fingendosi tale (e cioè sciocco, inetto etc.) chi vuole indagare e venire a conoscenza di qualcosa che – normalmente – non lo riguarderebbe e che non apprenderebbe comportandosi in maniera ovvia e normale.
fesso = come significato primo la parola varrebbe spaccato tagliato, incrinato con derivazione dal lat. fissu(m), part. pass. di findere 'fendere', ma in napoletano (mantenendo il medesimo etimo) per furbesco traslato essa vale sciocco, balordo, inetto etc.
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CAIOTELA & ZANDRAGLIA

CAIOTELA & ZANDRAGLIA


zandraglia = donna volgare, sporca incline alle chiassate, ai litigi ed al pettegolezzo;la voce zandraglia (etimologicamente dal francese les entrailles,)indicò dapprima le donne povere volgari e vocianti che si litigavano, alle porte delle cucine reali o del macello situato a Napoli presso il ponte Licciardo, le interiora e le ossa delle bestie macellate,(donde l’espressione partenopea: va’ fa ll’osse ô ponte= vai a raccattar le ossa al ponte, invito perentorio e malevolo rivolto a chi ci importunasse con richieste fastidiose, affinché ci liberi della sua sgradevole presenza, spostandosi altrove!) interiora ed ossa distribuite gratuitamente; poi, in altra epoca, con la medesima voce si indicarono le donne designate a ripulire dai resti umani i campi di battaglia e/o i luoghi di esecuzioni capitali (ed in tali occasioni queste donne malvissute si contendevano l’un l’altra le vesti e qualche effetto personale dei soldati o dei condannati); sia che si litigassero cibo, sia gli effetti personali, le zandraglie furono di donne di infimo ordine e col tempo la voce zandraglia fu usata come ingiuriosa offesa rivolta appunto ad ogni donna d’estrazione plebea o intesa tale e dunque donna volgare, sporca, incline alle chiassate, ai litigi ed al pettegolezzo.
caiotela/caiotula = donnicciuola pettegola adusa a andarsene in giro a raccogliere e propalare notizie,ma pure donna plebea, becera, sporca che emani cattivo odore e per ampliamento: donna lercia di facili costumi; semanticamente la seconda accezione si spiega con un supposto etimo da caiorda (che è ipotizzato dall’ebraico hajordah) = puzzola; ma piú che caiorda pare che la voce di partenza debba essere una sia pure non attestata chiaiorda con riferimento a donna abitante la Riviera di Chiaia un tempo strada molto sporca, covo di gente malfamata; tuttavia mi pare molto difficile, morfologicamente parlando, pervenire a caiotela/caiotula sia che si parta da caiorda che da chiaiorda. Ecco perché penso che sia preferibile l’ipotesi etimologica che collega le voci caiotela/caiotula al basso latino catula= cagna. In questo caso sarebbero salve sia la morfologia (da catula con consueta doppia epentesi vocalica (epentesi tipica delle lingue meridionali) io facilmente si giunge a caiotula) che la semantica ( è nell’indole della cagna priva di padrone, vagabondare latrando (cfr. spettegolando) e concedendosi ai randagi (cfr. donna di facili costumi).
raffaele bracale