mercoledì 25 febbraio 2009

SCROCCHE, SCROCCOLE, SCRUOCCHE, SCRUOCCOLE

SCROCCHE, SCROCCOLE, SCRUOCCHE, SCRUOCCOLE

Se non mi confondo, tutte le parole in epigrafe (le prime due femminili (con etimo di tipo onomatopeico), le altre due voci maschili (anche esse con etimo di tipo onomatopeico, sebbene per scruoccole si possa pensare ad una corruzione di tipo popolare della voce zuoccolo (dal lat. socculu(m), dim. di soccus sandalo, (zoccolo)) indicano appunto una sorta di zoccolo, un particolare tipo di calzatura con la suola (alta 2 o3 cm.) in legno, priva di tacco e con il tomaio in duro corame quando non in gomma ricavata da copertoni di ruote d’automobile, fissato alla lignea suola con tipici brevi chiodi a testa grossa, detti centrelle (dal greco kéntron= chiodo) il tomaio di dette scrocche o scroccole, scruocche o scruoccole era troncato in punta per modo che spesso le dita dei piedi facevano capolino dalla calzatura che non aderendo completamente ai piedi permetteva solo un’andatura insicura che produceva un suono vagamente somigliante ad un crocrò donde la voce femminile scrocche con il diminutivo scroccole (vedi suff. ole da olus/ola), o i maschili scruocche, scruoccole. Dette calzature furono usate un tempo a Napoli e provincia e furono di quasi esclusiva pertinenza di ortolani, e pescivendoli ed in genere del popolo minuto che le usava come calzature da lavoro portandole su pesanti calze di lana usate a proteggere soprattutto la parte posteriore del piede che risultava scoperta dagli scruoccoli privi di tomaio sul forte (la parte della scarpa che chiude il tomaio posteriormente) .

Raffaele Bracale

‘A ZÒZA

‘A ZÒZA

Con il vocabolo in epigrafe il napoletano indica varie cose: il sudiciume in genere,un brodo sciapito o preparato senza il rituale mazzetto di erbe aromatiche, ma pure il fango o la fanghiglia, i rimasugli o pure gli intrugli edibili che, pur presentati come autentiche leccornie,non incontrando il favore del gusto delle persone cui siano ammanniti, vengon da costoro rifiutati e definiti tout court zòza ed infine qualsiasi roba che sia ributtante, nauseante, una generica robaccia, una porcheria od anche una minestra eccessivamente brodosa e cattiva, una brodaglia insomma o ancora una pozione medicamentosa,dal disgustoso sapore tale che proprio non la si riesca a deglutire(e mi tornano in mente i maleolenti olio di ricino e olio di fegato di merluzzo della fanciullezza o talune preparazioni galeniche, dal nausebondo sapore, approntate - contro tossi e febbri - da volenterosi semplicisti : farmacisti/ erboristi cosí chiamati in quanto venditori di preparati per i quali venivano usate erbe medicinali dette appunto simplex) ed infine estensivamente ogni cosa che sia stata fatta male, in maniera raffazzonata di talché il risultato risulti essere scadente, riprovevole e non confacente; fino a giungere all’offensivo: sî ‘na zòza totalizzante offesa rivolta all’indirizzo di chi si voglia concisamente , ma duramente indicare come persona fisicamente sporca, laida, ma soprattutto moralmente disgustosa e ributtante.
Tutte le medesime cose,con l’eccezione della totalizzante offesa, in toscano sono indicate con il termine zózza che nel suo significato primo stette ad indicare una miscela di liquori scadenti e successivamente tutto il surriportato e che etimologicamente risulta essere un’alterazione popolare della parola suzzacchera (forgiata sul greco:oxy-sakcharòn=zucchero acido) con eliminazione della parte finale: cchera ritenuta, ma erroneamente, terminazione diminutiva.
Detto ciò, seguitiamo col dire, quanto all’etimologia della parola in epigrafe, che bisogna lasciar perdere innanzitutto la tentazione che zòza sia semplicemente un adeguamento dialettale (mediante l’eliminazione di una Z e cambio di accento della o tonica, chiusa nel toscano e aperta in napoletano) della zózza toscana; alla medesima stregua, a mio avviso non bisogna lasciarsi suggestionare dalla base latina suc da cui sucus= succo, unto - sucidus donde per metatesi sudicius per il tramite di una forma sostantivata neutra, poi sentita femminile sucia =cose sporche, sudice.
In realtà la parola napoletana è molto piú recente rispetto al basso latino sucia o alla voce toscana zózza, e risale alla seconda metà del ‘700, quando vi fu a Napoli una sorta d’invasione dei cuochi francesi – che súbito, i napoletani, corrompendo il termine monsieur dissero munzú - chiamati nel Reame, in occasione delle proprie nozze(1768) dalla regina Maria Carolina,figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo moglie di Ferdinando I Borbone, sorella di Maria Antonietta regina di Francia, quella che il giorno prima che fosse ghigliottinata, per lo spavento incanutì d’un colpo. L’intento di Maria Carolina fu quello di voler elevare, mediante il supporto dei raffinati cuochi francesi, la troppo semplice cucina partenopea; il risultato però non fu quello sperato: i munzú d’oltralpe e le loro raffinate preparazioni culinarie mal si sposarono (con la sola eccezione del sartú (dal francese surtout ) tronfio e saporito timballo di riso, che entrò a vele spiegate nella cucina napoletana dapprima di corte e della nobiltà, poi della borghesia ed infine del popolo minuto) mal si sposarono, dicevo con i gusti dei partenopei; essi – è noto – amano ed amavano preparazioni semplici e veloci ed i sughi a base di pomodoro, per cui non compresero, né apprezzarono le sauces francesi a base di burro, latte, farina e talvolta uova e rifiutarono le salsegalliche storpiandone il nome che da sauce (lèggi: sós(e)) divenne zòza con tutte le estensioni summenzionate.
Ciò non pertanto il titolo di monzú attecchí fino a diventare la denominazione che spettava solo ai grandi cuochi.
Divenne quasi come un titolo onorifico, tanto ambito che - cosí come riportato da Salvatore di Giacomo - un celebre cuoco lo preferí ad una lauta ricompensa che Ferdinando II di Borbone pure gli aveva offerto, per i servigi resi nelle cucine di palazzo.
Raffaele Bracale

‘NFROMME & ‘NZOCCA

‘NFROMME & ‘NZOCCA

Questa volta mi adopererò per rispondere ad un paio di quesiti relativi alle voci in epigrafe propostimi dal dr. Coppa che mi à girato analoghi quesiti messi in campo da un tal sig. Frangenti(ma forse è uno pseudonimo) non meglio identificato che pontifica ma (come si può leggere qui di séguito,in un suo scritto riportato fedelmente (giuro!) tra virgolette) dice asinerie: “Nella trascrizione dell'espressione dialettale napoletana n'fromma n'socca,l'uso dell'apostrofo(segno diacritico) dopo la lettera "N"risponde esclusivamente ad un criterio fonetico avente la funzione di indicare il suono con la maggior precisione possibile,vale a dire di leggere in maniera corretta quanto viene scritto.”
Abbandonando il sig. Frangenti nel mare magnum della sua colpevole e saccente ignoranza(non v’à ciuco che non sia anche presuntuoso…) dirò che allo stato attuale delle conoscenze e prendendo in considerazione ‘nfromme e ‘nzocca cosí come le ò correttamente vergate in epigrafe e non n’fromma e n’socca come riproposte da quel tal Frangenti (n’fromma e n’socca sono infatti voci inesistenti nel napoletano…) possiamo ordunque affermare che
1) ‘nfromme avverbio aferizzato di cunfromme= appena che, non appena. A maggior chiarimento riporto qui di sèguito un mio precedente scritto: qui di sèguito
PE TRAMENTE – ‘NTRAMENTE
Si tratta di due avverbi napoletani di tempo che rendono il toscano “mentre” anzi “nel mentre che” ed anche “nel tempo in cui, intanto che” e sono ambedue di derivazione latina: dum interim: mentre, frattanto; il dum interim produsse l’antico italiano domentre ed il partenopeo tramente rafforzato o dalla preposizione pe (per) o dall’ in reso proclitico con procope della i (‘); da taluni si ritiene che in napoletano sinonimi delle voci in epigrafe pe tramente – ‘ntramente
siano ‘nfromme e cunfromme; io non sono della medesima opinione atteso che il significato esatto dei cennati ‘nfromme e cunfromme non è “nel mentre”, quanto “appena che””non appena” e “cosí come, appunto come”; ed in effetti l’avverbio cunfromme etimologicamente deriva dal toscano conforme(simile a) con metatesi e raddoppiamento espressivo della m, mentre ‘nfromme (appena, quando) non è che il medesimo cunfromme con procope della sillaba d’avvio.
E dunque pe tramente – ‘ntramente sono avverbi affatto diversi da ‘nfromme e cunfromme di altro etimo e soprattutto di altro significato!
2) ‘nzocca (e non n’socca) è una voce verbale (3° p. sg. ind. presente) dell’infinito ‘nzuccà= urtare, cozzare troncare, interrompere, non riuscire a passare, détto soprattutto di un oggetto che manchi di necessaria scorrevolezza e procuri attrito: ‘a seggia ‘nzocca (la sedia fa attrito) per l’etimo si può sospettare un t. lat. *intuppicare→(i)ntu(ppi)care→’nzuccare.
E cosí penso d’aver risposto sia al sig. Frangenti (se per una volta si dimostrerà un po’ umile e meno supponente ), sia al gentilissimo dr. Coppa.
Raffaele Bracale

DIFESA DEL NAPOLETANO

DIFESA DEL NAPOLETANO
Confesso di non sopportare certi sciocchi, paludati signori che si ostinano, in nome di una malintesa eleganza a pretendere da figlioli o altri di esprimersi in un piú o meno corretto italiano, lasciando da parte il napoletano ( che io per lunghissimo tempo definii lingua e che solo da poco , su consiglio dell’amico prof. Carlo Iandolo, insigne glottologo, ò preso a definire parlata, per non incorrere nelle ire di qualche paludato professore universitario) che essi (quei taluni sciocchi, paludati signori) considerano un volgare riduttivo dialetto (dimenticando che la parola dialetto deriva dal lat. tardo dialecto(n) , che è dal gr. diálektos ='lingua', deriv. di dialéghesthai 'conversare') e non parlata ricca di storia e testi ed usatissima per secoli in tutto il meridione, non diventata lingua nazionale solo per la protervia di certi governanti!
1) Quello che non riesco a deglutire è che il fiorentino, sia diventato lingua nazionale (peraltro, se non ricordo male, rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali:tutti riconoscono che l'italiano moderno è infatti, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito per motivi a volte incomprensibili, a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto piú vasta di quella originaria. Alla base dell’italiano si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino.) pervenendo alle nostre latitudine anche per il tramite degli invasori lombardo- piemontesi, soppiantando o almeno tentando di soppiantare (senza riuscirvi) la ns. parlata autoctona costruita nobilmente, come del resto il fiorentino,e tutti gli altri linguaggi locali dell’Italia, verosimilmente sul latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca).Non riesco a digerire questa faccenda e mi chiedo cosa abbia piú del napoletano, l’italiano se si esclude la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni ànno imposto a schiere di poveri indifesi ragazzi DIVINE COMMEDIE E PROMESSI SPOSI a colazione, pranzo e cena ?
2) L’italiano (ch’io considero – nun ve mettite a rirere…la lingua straniera che parlo e scrivo correntemente accanto al francese scolastico che un mio amico parigino, dopo piú di cinquant’anni, m’à costretto a ripigliare in mano) è stato insomma in buona parte la lingua degli invasori, né bisogna dimenticare che alle ns. latitudini anche tra la cosiddetta alta borghesia, mai fu accettata del tutto… Ricordiamoci che tra il 1915 ed il 1918 i fantaccini merdionali, mandati a difendere i sacri ( la retorica dell’epoca imponeva la sacertà di certe zone nordiche…) confini d’Italia, parlavano il napoletano e non riuscendo a capire gli ordini dati in italiano finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci in tantissimi le penne! Ci fossero stati graduati partenopei che avessero tradotto gli ordini dall’italiano al napoletano, forse meno mamme e spose e sorelle napoletane, lucane, abruzzesi, calabresi, siciliane e pugliesi avrebbero pianto i loro congiunti!
3)Non sono infine molto d’accordo su quanto affermato dal prof. Nicola De Blasi che tempo fa insistí nel dimostrare (?) ed affermare che Napoli, pur nei molteplici secoli "capitale" del regno meridionale, non riuscí mai a imporre la sua parlata alle altre regioni del Sud, che continuarono a conservare e attuare il proprio sistema linguistico;ancóra mo, se si va ad indagare nei linguaggi di Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Puglia e Calabrie si possono trovare voci e costruzioni linguistiche mutuate chiaramente dal napoletano; il prof. Nicola De Blasi (tanto nomine!) forse con le sue affermazioni intese disconoscere le proprie origini,tentò di rifarsi una verginità, sprovincializzandosi nella speranza forse di passare un giorno dalla Federico II ad università piú prestigiose (Luiss, Bocconi etc.).
Difendo perciò a spada tratta il napoletano e mi auguro che prima poi chi ‘a cumanna ‘a quatriglia prenda una decisione storica e si decida a farlo insegnare almeno nel merdione, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado affidandone l’insegnamento non a strascinafacenne incolti e presuntuosi né ai soliti noti amici degli amici, ma ad appassionati studiosi preparati sia pure estranei ai palazzi del potere.
Raffaele Bracale

VARIE 114

1 -Quanno quacche amico te vene a truvà, quacche cazzo le mancarrà.
Ad litteram: quando qualche amico ti viene a visitare, qualcosa gli manca (e la vuole da te)Id est: non bisogna mai attendersi gesti di liberalità o affetto; anche quelli che reputiamo amici, sono - in fondo - degli sfruttatori, che ti frequentano solo per carpirti qualcosa.
2 - Ll'uocchie so' ffatte pe guardà, ma 'e mmane pe tuccà.
Ad litteram: gli occhi sono fatti per guardare, ma le mani (son fatte) per toccare. Con questo proverbio, a Napoli, sogliono difendere (quasi a mo' di giustificazione) il proprio operato, quelli che - giovani o vecchi che siano - sogliono azzardare palpeggiamenti delle rotondità femminili.
3 - Zappa 'e femmena e surco 'e vacca, mala chella terra ca l'ancappa.
Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra.
4 - 'Amice e vino ànno 'a essere viecchie!
Ad litteram: gli amici ed il vino (per essere buoni) devono essere di antica data.
5 - 'A meglia vita è cchella d''e vaccare pecché, tutta 'a jurnata, manejano zizze e denare.
Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche)e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato giocoso (ma non troppo) : la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e danaro.
6 - 'O turco fatto crestiano, vo' 'mpalà tutte chille ca ghiastemmano.
Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi.
7 - 'O Pataterno addó vede 'a culata, llà spanne 'o sole
Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, lí invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorre.
8 - 'O galantomo appezzentúto, addeventa 'nu chiaveco.
Ad litteram: il galantuomo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui.
9 -'E fravecature, cacano 'nu poco pe parte e nun pulezzano maje a nisciunu pizzo.
Ad litteram: i muratori defecano un po' per parte, ma non nettano nessun luogo (che ànno imbrattato). Il proverbio, oltre che nel suo significato letterale è usato a Napoli per condannare l'operato di chi inizia ad occuparsi di cento faccende, ma non ne porta a compimento nessuna, lasciando ovunque le tracce del proprio passaggio.
10 - 'E vruoccole so' bbuone dinto ô lietto.
Letteralmente: i broccoli sono buoni nel letto. Per intendere il significato del proverbio bisogna rammentare che a Napoli con la parola vruoccole si intendono sia la tipica verdura che per secoli i napoletani mangiarono,tanto da esser ricordati come "mangiafoglie", sia le moine, le carezze che gli innamorati son soliti scambiarsi specie nell'intimità; il proverbio sembra ripudiare ormai la verdura per apprezzare solo i vezzi degli innamorati.
11 - Statte bbuono ê sante: è zumpata 'a vacca 'ncuollo ô vojo!
Letteralmente: buonanotte!La vacca à montato il bue. Id est: Accidenti: il mondo sta andando alla rovescia e non v'è rimedio: ci troviamo davanti a situazioni cosí tanto contrarie alla norma che è impossibile raddrizzarle.
12 - Quanno 'o vino è ddoce, se fa cchiú forte ‘acito.
Letteralmente: quando il vino è dolce si muta in un aceto piú forte, piú aspro.Id est: quando una persona è d'indole buona e remissiva e paziente, nel momento che dovesse inalberarsi, diventerebbe cosí cattiva, dura ed impaziente da produrre su i terzi effetti devastanti.
13 - 'O dulore è de chi 'o sente, no 'e chi passa e tène mente.
Letteralmente: il dolore è di chi lo avverte, non di coloro che assistono alle manifestazioni del dolente.Id est:per aver esatta contezza di un quid qualsiasi - in ispecie di un dolore - occorre riferirsi a chi prova sulla propria pelle quel dolore, non riferirsi al parere, spesso gratuito e non supportato da alcuna pratica esperienza, degli astanti che - per solito - o si limitano ad una fugace commiserazione del dolente , o - peggio! - affermano che chi si duole lo fa esagerando le ragioni del proprio dolere.
14 - 'O fatto d''e quatte surde.
Letteralmente: il racconto dei quattro sordi. Il raccontino che qui di seguito si narra, adombra il dramma della incomunicabilità e la locuzione in epigrafe viene pronunciata a Napoli a sapido commento in una situazione nella quale non ci si riesca a capire alla stregua di quei quattro sordi che viaggiatori del medesimo treno, giunti ad una stazione, così dialogarono: Il primo: Scusate simmo arrivate a Napule? (Scusate, siamo giunti a Napoli?) Il secondo: Nonzignore, cca è Napule!(Nossignore, qua è Napoli!) Il terzo: I' me penzavo ca stevamo a Napule (Io credevo che stessimo a Napoli). Il quarto concluse: Maje pe cumanno, quanno stammo a Napule, m'avvisate? (Per cortesia, quando saremo a Napoli, mi terrete informato?).
15 - A 'nu cetrangolo spremmuto, chiàvece 'nu caucio 'a coppa.
Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire sullo sfruttato e non dargli quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai.
16 - Chi va pe chisti mare, chisti pisce piglia.
Letteralmente: chi corre questi mari può pescare solo questo tipo di pesce. Id est: chi si sofferma a compiere un tipo di operazione difficile e/o pericolosa, non può che sopportarne le conseguenze, né può attendersi risultati diversi o migliori.
17 -Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare; le manifestazioni di queste tre situazioni sono così eclatanti che nessuno può nasconderle; per quanto ci si ingegni in senso opposto amore, tosse e scabbia saranno sempre palesi; la locuzione è usata sempre che si voglia alludere a situazioni non celabili.
18 -'Mpàrate a parlà, no a faticà.
Letteralmente: impara a parlare, non a lavorare. Amaro, ma ammiccante proverbio napoletano dal quale è facile comprendere la disistima tenuta dai napoletani per tutti coloro che non si guadagnano da vivere con un serio e duro lavoro, ma fondono la propria esistenza sul fumo dell'eloquio, ritenuto però estremamente utile al conseguimento di mezzi di sussistenza, molto piú dell'onesto e duro lavoro (FATICA)in fondo la vita è dei furbi, cioè di quelli capaci di riempirti la testa di vuote chiacchiere e di non lavorare mai vivendo ugualmente benissimo.
19 -Chi troppo s''o sparagna, vene 'a gatta e se lu magna.
Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte.
20 - 'A sotto p''e chiancarelle.
Letteralmente: attenti ai panconcelli! Esclamazione usata a sapido commento di una narrazione di fatti paurosi o misteriosi un po' piú colorita del toscano: accidenti!Essa esclamazione richiama l'avviso rivolto dagli operai che demoliscono un fabbricato affinché i passanti stiano attenti alle accidentali cadute di panconcelli(chiancarelle)le sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano, olim, da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.Al proposito a Napoli è noto l'aneddoto relativo al nobile cavaliere settecentesco Ferdinando Sanfelice che fattosi erigere un palazzo nella zona detta della Sanità, vi appose un'epigrafe dittante: “eques Ferdinandus Sanfelicius fecit”(il cav. Ferdinando Sanfelice edificò) ed un bello spirito partenopeo per irridere il Sanfelice paventando il crollo dello stabile, aggiunse a lettere cubitali LEVÀTEVE 'A SOTTO! (toglietevi di sotto! ).
21 - A 'stu nunno sulo 'o càntaro è nicessario.
Letteralmente: la sola cosa necessaria a questo mondo è il pitale. Id est: niente e - soprattutto - nessuno sono veramente necessarii alla buona riuascita dell'esistenza la sola cosa che conta è nutrirsi bene e digerire meglio. In effetti con la parola càntaro - oggetto destinato ad accogliere gli esiti fisiologici - si vuole proprio adombrare la buona salute indicata da una buona digestione, che intanto avviene se si è avuta la possibilità di nutrirsi. Si tenga presente che la parola càntaro non à l'esatto corrispettivo in italiano essendo il pitale(con la quale parola si è reso in italiano) destinato ad accogliere gli esiti prettamente liquidi, mentre il càntaro era destinato ad accogliere quelli solidi.

22 Sparterse 'a cammisa 'e Cristo.
Letteralmente: dividersi la tunica di Cristo. Così a Napoli si dice di chi, esoso al massimo, si accanisca a fare proprie porzioni o parti di cose già di per sé esigue, come i quattro soldati che spogliato Cristo sul Golgota , divisero in quattro parti l'unica tunica di cui era ricoperto il Signore.
23 Essere aúrio 'e chiazza e tribbulo 'e casa.
Letteralmente: aver modi cordiali in piazza e lamentarsi in casa. Cosí a Napoli si suole dire - specie di uomini che in piazza si mostrano divertenti e disposti al colloquio aperto e simpatico, mentre in casa sono musoni e lamentosi dediti al piagnisteo continuo, anche immotivato.
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VARIE 113

1 - Pure ‘e cuffiate vanno ‘mparaviso
Anche i gabbati vanno in Paradiso
Locuzione proverbiale usata a mo’ di conforto dei corbellati per indurli ad esser pazienti e sopportare chi gratuitamente li affanna , atteso che anche per essi derisi ci sarà un gran premio: il Paradiso.
Cuffiate plurale di cuffiato =deriso, corbellato; etimol.: dall’arabo còffa=corbello.
2-Pure ‘e mmure tenono ‘e rrecchie
Anche i muri ànno orecchi
Fa d’uopo, quindi, se non si vuole far conoscere in giro le proprie idee o considerazioni usare, anche in casa un eloquio misurato e di basso volume evitando altresí di spettegolare o di dire cose pericolosamente compromettenti per sé o altri.
3 - Pure ll’onore so’ ccastighe ‘e Ddio.
Anche gli onori sono castighi di Dio
Atteso che comportano comunque aggravio di lavoro ed aumento delle responsabilità.
4 - Pure ‘nu caucio ‘nculo fa fà ‘nu passo annante
Anche un calcio in culo fa compiere un passo in avanti
Id est: per progredire nella vita, come nel lavoro, occorrono forti spinte, magari violente che vanno comunque accettate considerato i vantaggi che ne possono derivare.
5 -Pur’io tengo ‘a mano cu cinche déte.
Anche io ò la mano con cinque dita.
Proverbio dalla duplice valenza; nella prima si adombra quasi un avvertimento minaccioso che significa: anche io sono dotato delle vostre medesime capacità operative, per cui fate attenzione a non misurarvi con me pensando di prevalere: potreste avere una brutta sorpresa! La seconda valenza sottindende una garbata protesta volendo significare: ò le vostre stesse capacità e/o possibilità; miracoli non ne posso fare: non chiedetemeli!
6 - Quanno ‘a capa perde ‘e senze se ne strafotte pure ‘e Sua Eccellenza!
Quando la testa perde il raziocinio se ne impipa anche di Sua Eccellenza
Id est: Quando, nella vita, si è in preda all’ira o alla follia non si à rispetto per nessuno, nemmeno per l’autorità.
7 - Quanno ‘a carna è ccotta è cchiú ffacile a sceppà ll’ossa.
Quando la carne è cotta è piú facile spolparla
Id est: per ottenere il miglior risultato è necessario attendere il momento piú adatto che è il piú propizio o favorevole, armarsi di pazienza ed attenderlo.
8 - Quanno ‘a caurara volle mena subbeto ‘e maccarune
Quando la pentola bolle, cala subito i maccheroni
Id est:nella vita bisogna esser sempre solleciti e profittare del momento adatto per fare ciò che è da farsi, evitando,per non correre l’alea di un insuccesso, di rimandare o procrastinare la propria azione.Il proverbio à anche un significato furbesco ed in tale connotazione significa: quando una donna avverte i primi bollori, occorre darle súbito marito che la soddisfi e la calmi.
9 -Quanno ‘a cumeta ‘o vvo’, dalle cuttone
Quando l’aquilone lo chiede, dagli spago
Al di là del suo concreto chiaro ed esatto significato, il proverbio vale:nella vita spesso è opportuno, se non necessario, assecondare le vanterie di chi si vanta ed è vanitoso, per tenerselo amico ed al fine di riceverne possibili futuri vantaggi.
10 - Quanno â femmena ‘o culo ll’abballa, si nun è puttana, diavulo falla!
Quando una donna ancheggia, se non è una meretrice ritienila tentatrice.
Le donne che sculettano provocatoriamente o lo fanno di mestiere o per trovar partito.
11 - Quanno ‘a femmena vo’ filà ll’abbasta pure ‘nu spruoccolo.
Quando una donna vuol filare le è sufficiente un piccolo bastoncino.
Id est: Quando la donna intende raggiungere un determinato scopo usa, per farlo, ogni mezzo anche quelli apparentemente meno adeguati.
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martedì 24 febbraio 2009

VARIE 112

1 - Quanno ‘a gatta nun ce sta ‘e surece abballano
Quando il gatto non c’è i sorci ballano
Id est:quando è assente il capo o il superiore tutti i sottoposti, siano figli o studenti o impiegati o operai ne profittano, facendo il proprio comodo e contravvenendo alle previste regole comportamentali.
2 - Quanno ‘a mugliera è bbona e ‘o marito è chiachiello, spontano sempe ‘e ccorne
Quando una moglie è procace e piacente ed il marito è sciocco o bonaccione, spuntano sempre le corne
Id est:la moglie procace e sfrontata d’un marito fesso e credulone, prima o poi lo tradirà.
3 - Quanno ‘a palla fa ttattà, o sî strunzo o nun saje jucà
Quando la palla rimpalla (fa ttattà) o sei uno sciocco o non sai giocare.
Locuzione proverbiale in uso tra i giocatori di biliardo con la quale si assicura che il giocatore che con il suo colpo induca la propria palla a rimpallare ripetutamente con un’ altra o è uno stupido o – piú probabilmente – è incapace di giocare; per estensione la locuzione è usata tutte le volte che si voglia accusare di inettitudine chi non riesce a portare a buon fine un’operazione, confondendosi anche in mancanza di conclamati intralci.

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