sabato 30 maggio 2009

TORCERE & DINTORNI

TORCERE & DINTORNI
Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico E. C. amico di cui al solito (per questione di privatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prendo in esame la voce italiana in epigrafe ed altre omologhe, quelle eventualmente collegate e le corrispondenti del napoletano. Cominciamo:
tòrcere v. intr. [aus. essere; non com., ma comunque coniugabile nei tempi composti attraverso il p.p. tòrto]
(rar.) cambiare direzione, voltare: torcere a destra;
1 avvolgere qualcosa intorno a sé stessa; avvolgere insieme piú fili: torcere i panni bagnati; torcere la lana, sottoporla al processo di torcitura | torcere il collo a un pollo, ad una gallina e sim., per ammazzarli; riferito a persona, è minaccia iperbolica: ti torco il collo! | non torcere un capello, (fig.) non fare alcun male | dare filo da torcere, (fig.) ostacolare, procurare noie o grattacapi
2 piegare, curvare: torcere un ferro | storcere: torcere il naso, la bocca, in segno di disgusto, di disprezzo e sim.
3 (fig. lett.) allontanare, far deviare: torcere qualcuno dal retto cammino;
torcersi v. rifl.
1 contorcersi: torcersi dalle risa, dal dolore
2 (lett.) volgersi: Al suo richiamo i ciascun di noi si torse ||| v. intr. pron. storcersi, incurvarsi, deformarsi: posate che si torcono con facilità. Etimologicamente deriva dal lat. torquēre (torquíre) divenuto, nel lat. volg., ✻torquĕre, poi ✻torcĕre;
avvolgere/avvolvere v. tr. [coniugato come volgere]
1 volgere intorno, arrotolare: avvolgere un filo
2 avviluppare, ricoprire, circondare (anche fig.): avvolgere un pacco nella carta; il mistero avvolse tutta la vicenda
3 (fig. lett.) ingannare: l'ingenua frode avvolge il credulo (D'ANNUNZIO)
avvolgersi/avvolversi v. rifl.
1 girare intorno; arrotolarsi, attorcigliarsi: Come sul capo al naufrago / l'onda s'avvolve e pesa (MANZONI Il cinque maggio)
2 circondarsi, coprirsi tutto intorno, avvilupparsi: avvolgersi in un mantello. Etimologicamente deriva quale adattamento, secondo volgere, del lat. advolvere, comp. di ad e volvere 'volgere, voltolare'.
attorcigliare v. tr.
attorcere piú volte una cosa su sé stessa: attorcigliare una fune
attorcigliarsi v. rifl. e intr. pron. avvolgersi su sé stesso o attorno a un oggetto: le serpi si attorcigliano. Etimologicamente deriva da attorcere (avvolgere strettamente una cosa su sé stessa o piú cose fra loro; iterativo di torcere), per incrocio con attortigliare
curvare v. tr.e intr
piegare in forma di arco: curvare una sbarra ' curvare la schiena,
(fig.) sottomettersi: curvare la testa, la fronte, (fig.) obbedire umilmente
come intr. [aus. avere] descrivere una curva; girare, svoltare: il viottolo curva a destra
curvarsi v. rifl.
1 piegarsi, chinarsi: curvarsi per raccogliere qualcosa
2 (fig.) umiliarsi, sottomettersi
v. intr. pron. diventare curvo, piegarsi ad arco: la trave si è curvata sotto il peso.
Etimologicamente deriva dritto per dritto dal lat. curvare, deriv. di curvus 'curvo'.
flettere v. tr.
1 piegare, curvare: flettere le braccia, le gambe
2 (gramm.) declinare o coniugare: flettere un nome, un verbo.
Etimologicamente deriva dal lat.flectere
intrecciare v. tr.
1 unire in una treccia: intrecciare i capelli
2 (estens.) collegare, unire strettamente; intessere (anche fig.): intrecciare una ghirlanda di fiori; intrecciare le dita, incrociarle; intrecciare le maglie, nei lavori ai ferri, accavallare le maglie l'una sull'altra per impedire che si sciolgano nella finitura di un lavoro; intrecciare danze, detto di più persone, ballare formando con i movimenti come un intreccio di linee; intrecciare le fila di un racconto, raccontare collegando tra loro i vari elementi di una vicenda
3 (fig.) allacciare, stringere: intrecciare una relazione; intrecciare rapporti di amicizia
intrecciarsi v. rifl. recente:
1 ingarbugliarsi, aggrovigliarsi: i fili si sono tutti intrecciati
2 incrociarsi, intersecarsi (anche fig.): ordini e controordini si intrecciavano. Etimologicamente è un denominale formato da un in illativo + il s.vo treccia (che è dal lat. volg. *tríchia(m), dal gr. tardo trichía 'fune, corda', deriv. di thríx trichós 'capello'
storcere v. tr.
1 torcere con forza piegando da un lato; allontanare dalla linea diritta e naturale: gli à storto il braccio; storcere un chiodo | storcersi un piede, un polso, slogarsi, lussarsi | storcere gli occhi, stralunarli | storcere il naso, la bocca, le labbra, in segno di disgusto o disapprovazione
2 (fig. non com.) interpretare alterando il senso; distorcere: storcere le parole di qualcuno; storcere il senso di un discorso
storcersi v. rifl. o intr. pron.
1 di persona, contorcersi, piegarsi con movimenti convulsi: storcersi per il dolore; Quantunque si storcesse, non disse parola!
2 di cosa, piegarsi malamente: il chiodo si è storto. Etimologicamente deriva dal lat. extorquíre 'strappare a forza girando, slogare', con cambiamento di coniugazione;

strizzare v. tr.
stringere energicamente qualcosa per farne uscire il liquido contenuto: strizzare i panni, una spugna; strizzare un limone; strizzare l'occhio, fare l'occhiolino, ammiccare in segno d'intesa. Etimologicamente deriva dal lat. volg. *strictiare, deriv. di strictus, part. pass. di stringere 'stringere'.

Esaminati i verbi dell’italiano passiamo al napoletano dove abbiamo:
arravuglià v. tr.
avvolgere, mettere insieme, mescolare senza alcun ordine: confondere, rendere indistinto, meno chiaro; e per estensione anche imbrogliare; Etimologicamente deriva da un lat. volg. ad-revolviare→arrevoljare→arravuglià;
sos.vo collegato semanticamente al verbo arravuglià, è arravuoglio che vale: avvolgimento e poi raggiro, imbroglio, con derivazione da un lat. volg.*ad-revolviu(m); rammento qui ancóra quale diretto deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensimamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus; la voce arrevogliacuosemo nacque come espressione irriverentemente furbesca, in àmbito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche;
arrenzà/renzïà v. intr. Nel loro significato principale valgono: camminare di traverso, obliquamente donde il significato traslato di torcersi quasi deviando dal cammino retto.Ambedue i verbi a margine son da collegare al verbo latino herere=rasentare, aderire; rammento al proposito le espressioni partenopee jí ‘e renza e gghí ‘e sguincio.
che a prima vista,parrebbero dire la medesima cosa riferendosi ambedue ad un modo strano, non corretto di camminare. Non è così.
C’è una differenza sostanziale tra le due locuzioni;infatti jí ‘e renza si riferisce, come ò detto, effettivamente ad un modo di camminare identificandolo nel procedere in modo obliquo, quasi inclinati su di un lato; diverso il gghí ‘e sguincio che attiene sia ad un modo di camminare e propriamente a quel modo che comporta un’andatura di sghimbescio, tortuosa che ad altro: infatti mentre la prima locuzione jí ‘e renza è usata solo in riferimento al modo di camminare, la seconda gghí ‘e sguincio è riferita non solo ad un modo di procedere, ma anche ad un modo comportamentale che sia scorretto, subdolo, non lineare, in una parola: sleale. Il termine sguincio viene dal francese guenchir(procedere di sbieco) cui è premessa una S rafforzativa, mentre il termine renza viene dal participio presente del verbo latino haerere= aderire; in napoletano infatti si dice pure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare;

arriccià v. tr. (etimologicamente denominale di riccio che è dal lat. ericiu(m), deriv. di ir- íris 'riccio'
1 piegare in forma di riccio; avvolgere a riccio: arriccià ‘e bbaffe, ‘e capille
2 (estens.) accartocciare, corrugare,storcere, increspare: arriccià ‘nu fuoglio; arriccià ‘ol pilo, detto di animali, rizzarlo in segno di paura o di difesa; arriccià ‘o naso, storcerlo per disgusto, disapprovazione o insoddisfazione
arricciarse v. intr. pron.
1 farsi riccio; per estens., raggrinzirsi, incresparsi: ‘e fronne s’ erano tutte arricciate
2 (non com.) farsi irto, drizzarsi, detto di capelli o pelo o altro; in quest’ultima accezione però piú che arriccià, in napoletano si usa il verbo arrezzà (dal lat. volg. *ad +rectiare, deriv. di ríctus 'diritto')= rizzare e per traslato eccitarsi sessualmente;
‘ntrezzàv. tr.
1 unire in una treccia: ‘ntrezzà ‘e capille
2 (estens.) collegare, unire strettamente; intessere (anche fig.): ntrezzà ‘na sarcenella ; ntrezzà ‘e ddeta, incrociarle; ntrezzà ‘e mmaglie, nei lavori ai ferri, accavallare le maglie l'una sull'altra per impedire che si sciolgano nella finitura di un lavoro; ntrezzà’na tarantella, detto di piú persone, ballare formando con i movimenti come un intreccio di linee; 3 (fig.) allacciare, stringere: ntrezzà ‘na relazzione; ‘e ‘na manera o ‘e n’ata, ntrezzà n’ amicizia
‘ntrezzarse v. rifl. rec.
1 ingarbugliarsi, aggrovigliarsi:’e file se so’ tutte ‘ntrezzate
2 incrociarsi, intersecarsi (anche fig.): so’ ‘ntrezzate mane e piere
‘ntrucchià v. tr. e intr.
Attorcigliare, avvolgere, torcere; per traslato: ingrassare, metter carne; semanticamente il significato traslato di ingrassare è da collegarsi alla medesima idea di avvolgere che è un aggiungere,volgendo intorno e dunque consolidando ed aumentando, almeno visivamente, la cosa avvolta; etimologicamente è dal lat. intorquere attraverso una forma frequentativa intorculare→(i)ntorcluare→’ntrucchiare (tipico il passaggio di cl+ vocale a cchi: cfr. clausu(m)→chiuso clavu(m)→chiuovo (chiodo) etc.)
strevellà v. tr
Stravolgere, torcere (ma si dice quasi soltando parlando degli occhi: strabuzzare); etimologicamente da un lat. extra + (e)vèllere= tirar fuori che semanticamente è esattamente lo strabuzzare (con un successivo cambio di declinazione), piuttosto che da un fantasioso ipotizzato (D’Ascoli) *terebellare con prostesi di una s intensiva.
E qui penso di poter mettere un punto fermo, convito se non di avere esaurito l’argomento, di averne detto veramente ad abundantiam. Satis est.
Raffaele Bracale

“T''A FAJE CU LL'OVA 'A TRIPPA!” & ALTRO

“T''A FAJE CU LL'OVA 'A TRIPPA!” & ALTRO
L’espressione: T’’a faje cu ll’ove ‘a trippa! è ad litteram: Te la fai(te la prepari) con le uova la trippa! Cosí, con un’intonazione tra il commiserevole ed il sarcastico , ci si usa rivolgere a chi si sia cacciato nei guai o si sia posto in una situazione rischiosa, per commentarne salacemente la dura necessità di doversi egli adoperare nel modo migliore per venir fuori dalla ingrata situazione in cui si sia infilato, situazione che spesso però non si è in grado di risolvere…; come se si volesse consigliare a chi, (per sopravvenuti problemi economici che non gli consentissero di nutrirsi acconciamente) fosse costretto a cibarsi del quinto quarto, di migliorarlo, renderlo cioè piú appetibile preparandolo con delle uova; ed in effetti la trippa (sebbene a taluni dai gusti plebei sia molto gradito) non è cibo da ritenersi tra i piú fini e/o gustosi e solo un’aggiunta di uova, erbe aromatiche, pomidoro e formaggio può migliorarne la preparazione, rendendolo maggiormente appetibile e – figuratamente – meno gravoso il doversene cibare!
trippa = trippa, stomaco di bovino macellato, che, ridotto in strisce sottili e preparato in vari modi, costituisce una vivanda tradizionale della cucina italiana; l’etimo della voce a margine è dall’arabo tarb. A chiusura di quanto qui detto a proposito dell’espressione in cui è protagonista la trippa, riporto qui di sèguito ciò che dissi alibi circa uno dei modi piú caratteristici di preparare a Napoli in alternativa a quella con le uova, la vivanda trippa; parlerò cioè della c.d. mariscialla.
A Napoli una volta esistevano ed in qualche vicolo della vecchia città se ne può incontrare ancora qualcuno, i ventraiuoli cioè dei venditori ambulanti che su attrezzati carrettini trainati a mano servivano le trippe cioè il quinto quarto della bestia macellata e tali trippe opportunamente lavate, lessate e sbiancate erano servite ben affettate e ridotte in piccoli pezzi, disposti su fogli di carta oleata ed erano da portare alla bocca con le dita senza l’ausilio di alcuna posata o attrezzo cosparsi di parecchio sale ed irrorati con il succo di limone; spesso affettavano la trippa lessata (specialmente la parte detta cientopelle) in strisce larghe e lunghe come i galloni dei marescialli dell’epoca murattiana quando si indossavano divise fantasmagoriche , per cui i ventraiuoli battezzarono mariscialla la zuppa ricavata da frattaglie di vitello bollite con aggiunta solo di poche erbe aromatiche; la zuppa era versata su biscotti di granturco detti freselle (dal latino frendere cioè spezzettare, rompere) salata e ben pepata ed era servita in piccole ciotole di terracotta. Era una zuppa scarsa di condimento, ma per il suo basso costo, nei rigidi mesi invernali era consumata dalle classi meno abbienti, in sostituzione di un corroborante brodo di manzo o di gallina che quasi nessuno si poteva permettere.
Esaurito cosí l’argomento trippa passiamo ad un’altra tipica espressione partenopea:
te ce vo’ ‘na piccula cu ‘o limone espressione che tradotta ad litteram è: ti ci vuole (cioè ti abbisogna) una piccola con il limone… L’espressione che – come chiarirò – in origine pretese, quantunque non sempre in maniera veritiera, di suggerire un rimedio igienico-sanitario, passò poi nel parlato comune per commentare sarcasticamente l’ingrata situazione di chi, trovandosi in una situazione incresciosa e fastidiosa, dovesse adoperarsi a trovarne una soluzione od un rimedio pur che fosse che gli permettesse di superare l’impasse. In origine ‘a piccula cu ‘o limone indicò una contenuta, ristretta, concentrata premuta di un solo limone senza aggiunta d’altro liquido, bibita che veniva servita a richiesta presso le c.d. banche ‘e ll’acqua (mescite di acqua) in alternativa alle pletoriche limunate che erano grandi bibite preparate con premute di piú limoni, allungate con parecchia acqua alternativamente o zuffregna (vedi oltre) oppure acqua ‘e mmummera:quest’ultima fu l’acqua ferrata prelevata da un’antichissima fonte esistente a Napoli al Chiatamone (dal greco platamon= grotte platamonie, grotte di roccia marina presenti sotto i contrafforti del monte Echia; la fonte però oggi è purtroppo definitivamente inglobata in talune costruzioni e sottratta al gratuito uso del popolo) e portata alle banche ‘e ll’acqua per la vendita al minuto in tipici panciuti orci di creta a doppia ansa detti mummare ed al sg. mummara (il cui etimo è dal greco bombylia con cambio di suffisso bombyra ed assimilazione mb→mm donde *bommyra→bommara→mmommara); la mmommara se piccola (monoporzione) diventa mmummarella/e ; ordunque mentre la c.d. piccula cu ‘o limone (semplice premuta d’un unico limone, senza aggiunta di acqua) veniva richiesta e poi sorbita da chi fosse affetto da problemi digestivi (per aver magari mangiato grevemente od avidamente della trippa o altro cibo) nella speranza che il succo del limone avesse effetti benefici che tuttavia non sempre aveva in quanto talvolta si aggiungeva, con il limone, acidità ad acidità; la limunata era invece una gran bibita risultante dalla spremuta di piú limoni, addizionata di acqua, bibita rinfrescante sorbita il piú delle volte durante i mesi estivi, per combattere la calura, e tale bibita talora veniva fatta artificialmente spumeggiare addizionandola rapidamente di pochissimo bicarbonato. Partendo dalla pretesa idea che ‘a piccula cu ‘o limone fosse un rimedio si estese l’espressione a significare ed a sarcasticamente commentare, come ò detto, tutte quelle situazioni fastidiose a cui occorrese porre un rimedio pur che fosse.
In chiusura faccio notare che la voce piccula usata nell’espressione non è esattamente napoletana, ché in lingua napoletana s’usa piccerella/piccerillo= piccina/piccino,ma poiché le voci piccerella/piccerillo a Napoli vengono usate con riferimento ad esseri animati (uomini o bestie) ecco che si adottò l’adattamento della voce italiana piccola→piccula per significare una cosa contenuta e cioè la bibita de qua.
raffaele bracale

TROCOLA – CUOZZO etc.

TROCOLA – CUOZZO etc.

Esistono talvolta, nell’ idioma napoletano, delle parole che ànno al maschile e al femminile una forma quasi simile, ma significati ed etimi completamente diversi ( per tutti ad es.: cuozzo e cozza ). È il caso dei due sostantivi in epigrafe che parrebbero, nell’ordine, il femminile ed il maschile di una medesima voce e che in realtà sono oggetti completamente diversi di significato ed etimo distinti.Cerco di illustrarli; cominciamo con
tròcola sost. femm. che si rende in italiano con la voci crepitacolo,
tabella o battòla che indicano la tavoletta di legno di forma rettangolare (circa cm. 50 x 25) munita di impugnatura e fornita di un imprecisato numero di maniglie mobili di ferro, tavoletta che, per il rumore che produce, è usata nelle funzioni religiose della settimana santa quando, nelle liturgie della chiesa cattolica, è proibito l'uso delle campane e campanelli; la voce italiana crepitacolo è un derivato del lat. crepitaculu(m), deverbale di crepitare 'scoppiettare, stridere'; la voce tabella è un derivato del lat. tabella(m) 'tavoletta', dim. di tabula 'tavola' mentre la voce battòla è un deverbale di battere; la voce napoletana risulta etimologicamente forgiata per successive metatesi sul greco krótalon→tròkalon→tròcola.
Niente a che spartire con la tròcola il successivo
truócolo sostantivo maschile che (con derivazione dal longobardo trog + un suff. diminutivo olo (lat. olus) ) indica 1) un recipiente ( in italiano: trogolo o truogolo), per lo piú in muratura, basso e largo, destinato a vari usi: trogolo per il bucato, da muratore, dell'arrotino. DIM. trogoletto, trogolino ACCR. trogolone
2) mangiatoia per suini.
La medesima diversità occorre, come ò detto, tra i sostantivi: cuozzo e cozza, apparentemente simili per la forma, ma diversissimi per significato ed etimo:
cuozzo sost. masch. che rende l’italiano cantuccio di pane e che etimologicamente deriva forse da un lat. cutio= reseco (il cantuccio è la parte terminale di un filoncino di pane e per esser gustato va opportunamente resecato ed aperto per essere acconciamente farcito;
cosa ben diversa la
cozza (o cozzeca) sost. femm. mitilo, etimologicamente è una variante merid. di coccia 'guscio di molluschi'; con la variante cozzeca a Napoli si suole indicare o una ragazza molto scura di pelle (la cozza à il guscio nero o verde scuro) oppure una giovane donna decisamente brutta.

Rammenterò che in altri dialetti regionali campani, con la voce cózzeca si intende anche la
crosta dura e rosso cupo, tendente a mano a mano a virare al nero generata dal sangue e dal siero solidificatisi su una ferita. "Nun te scuzzecà ! si dice a chi deliberatamente voglia togliere la crosticina da una piccola ferita per accelerarne forse la guarigione, ma ottenendo spesso il risultato di far sanguinare ancóra la ferita.
Evidentemente, l’origine è la
medesima della cozza/cozzeca= mitile partenopea considerata la durezza della crosta ed il suo colore che, a mano a
mano che la ferita si rimargina, tende a divenire piú scuro;
a Napoli tale crosticina è semplicemente scurzetella (diminutivo di scorza (vedi suff. tella/tello)).
Nei medesimi dialetti la voce cuozzo, à diversi significati: come sostantivo vale: parte non tagliente di una lama,grosso dell’ascia e come aggettivo, (riferito a donna poco piacente o in generale a persona sgraziata negli atteggiamenti e nel fisico), vale informe e sgraziata/to;di tale persona s’usa dire: è ffatta cu ‘o cuozzo r’accetta” (è fatta con il grosso dell’ascia, id est: è sgrossata alla meno peggio); ancóra come sostantivo ‘o cuozzo è la costola di un libro;rammento che la parte terminale di un filoncino di pane nei medesimi dialetti, in luogo dei partenopei cuozzo – cuzzetiello, si dice invece Scurzino”,cioè piccola scorza, forse per la durezza della superficie del pane stesso che alla punta del filone risulta sempre piú duro e croccante.
scuzzecà voce verbale =decorticare, scorticare denominale di còzzeca (nel significato di crosta)con prostesi di una s qui distrattiva.
scorza ed il diminutivo scurzetella sost. femm. = crosta – crosticina deriva dal lat. scortea(m) 'veste di pelle', dall'agg. scorteus, deriv. di scortum 'pelle'.La medesima etimologia vale per scurzino diminutivo (vedi suff. ino/ina) reso maschile di scorza.
Raffaele Bracale

TRUPẾA, TRUBBẾA, TRUBBẾJA ETC.

TRUPẾA, TRUBBẾA, TRUBBẾJA ETC.

Questa volta, prendendo spunto dalle condizioni atmosferiche di questa sera, allorché a conclusione di un’afosa giornata di sole e calore, si è scatenato improvviso e ventoso un acquazzone, scuotendo e scompigliando violentemente le chiome degli alberi e facendo sbatacchiare i vetri di finestre e balconi; intendo perciò parlare della voci in epigrafe, anzi della voce e cioè di trupéa giacché come si può facilmente intendere la voce successiva trubbéa non è che un adattamento quasi gergale della prima voce mentre trubbeja non è che una diversa forma della medesima trubbéa, forma diversa di probabile origine popolare con epentesi di un suono di transizione (j) per evitare lo iato dell’incontro di vocali (èa) incontro inteso cacofonico; il cammino morfologico fu il seguente: l’originaria trupéa si adattò in trubbéa che a sua volta si trasformò in trubbéja mantenendo tuttavia inalterato significato e campo di apllicazione.
Cominciamo súbito col vederli e diciamo che con le voci in epigrafe si indica un improvviso,inatteso, ventoso e violento acquazzone, oppure una gran pioggia inaspettata accompagnata da vorticosi venti tali da determinare in città lo sbatacchiamento dei vetri di finestre e/o balconi ed in aperta campagna lo scompigliamento delle chiome degli alberi che, se da frutti, li vedono cascare in terra anche quando non siano perfettamente maturi;proprio tenendo presente questa evenienza a Napoli e nel napoletano è in uso il dire
- ‘a trupéa o anche ovviamente ‘a trubbéa o ‘a trubbéja d’’e cerase con riferimento a gli improvvisi, inattesi violenti acquazzoni che si manifestano intorno alla metà del mese di maggio e che determinano una raccolta precoce delle ciliegie che vengono messe in commercio al minuto al grido: So’ cchelle d’’a trubbeja per indicare che si tratta di autentiche primizie la cui raccolta si è avuta a sèguito d’improvviso,inatteso, ventoso e violento acquazzone,o di una gran pioggia inaspettata;
- la medesima cosa avviene per la cosiddetta trupéa o anche ovviamente trubbéa o trubbéja d’’e cresòmmole con riferimento a gli improvvisi, inattesi violenti acquazzoni che si manifestano intorno alla fine del mese di giugno e che determinano una raccolta precoce delle albicocche che vengono messe ugualmente in commercio al minuto al grido: So’ cchelle d’’a trubbeja per indicare che si tratta di autentiche primizie la cui raccolta si è avuta a sèguito d’improvviso,inatteso, ventoso e violento acquazzone, di una gran pioggia inaspettata di fine mese di giugno o principî di luglio;
per non parlare poi della cosiddetta trupéa o anche ovviamente trubbéa o trubbéja d’’e ddoje Maronne con riferimento a gli improvvisi, inattesi violenti acquazzoni che si manifestano intorno alla metà del mese di luglio in occasione della ricorrenza della festa della Madonna del Carmine (16 luglio) o a quelli che si manifestano intorno alla metà del mese di agosto in occasione della ricorrenza della festa della Madonna Assunta (15 agosto).
Poiché in occasione della trupéa – trubbéa – trubbéja delle due Madonne non si verifica nessuna particolare raccolta di primizie, ma ci si accorge – volenti o nolenti – dell’approssimarsi della fine della buona stagione (luglio – agosto) va da sé che delle varie trupée – trubbée – trubbéje dal popolo siano ben accolte ‘a trupéa – trubbéa – trubbéja d’’e cerase e quella d’’e cresòmmole che comunque comportano la raccolta di saporiti frutti ed invece quel medesimo popolo sopporti solo come sgradita, ma ineluttabile evenienza ‘a trupéa – trubbéa – trubbéja d’’e ddoje Maronne che – come ò detto – precorrono soltanto la fine della buona stagione (luglio ed agosto).
E passiamo ad illustrare le parole piú significative incontrate in questo excursus.
Cominciamo ovviamente con
- trupéa o con morfologia diversa trubbéa o trubbéja sost. femm. sing. vale improvviso, inatteso violento acquazzone, gran pioggia accompagnata da impetuoso vento; per ampliamento semantico sta pure talvolta per zuffa, rissa improvvise ed impetuose.
l’etimologia è tranquillamente greca dal sost. tropaía=tempesta; la voce a margine trupéa à conservato del greco la sorda p mentre nelle forme popolari (se non addirittura gergali con riferimento all’ampliamento semantico di cui antea) trubbéa e trubbéja si è avuto il passaggio della sorda p alla sonora b esplosiva labiale rafforzata con la geminazione; del suono transitorio j di trubbéja ò già detto precedentemente;
- cerase sost. femm.plur. al sing. cerasa = ciliegia, il gustoso, appetibile frutto del ciliegio, costituito da una piccola drupa polposa e dolce, di forma rotondeggiante e di colore rosso
Quanto all’etimologia mentre la voce italiana ciliegia (che anticamente fu ciriegia (e pare che i toscani operassero poi – per una questione di eufonia (?) - la mutazione della r in l) è dal lat. volg. *ceresea(m), deriv. di cerasus 'ciliegio', la voce napoletana cerasa risulta invece essere un neutro plurale del lat. *cerasju(m) derivato dal greco keràsion neutro plurale poi inteso femminile come altrove cfr. cenisa= cenere dall’agg.vo neutro plurale.
A margine della voce dell’italiano ciliegia, mi corre l’obbligo di rammentare che in un corretto italiano il plurale di ciliegia deve essere ciliegie e non ciliege cosí come improvvidamente riportato da talune moderni dizionarî e/o grammatiche post-sessantottine, dizionarî e grammatiche curati da imberbi iconoclasti sedicenti studiosi che ànno fatto piazza pulita d’ogni regola d’antan per abbracciare la pilatesca corrente di pensiero basata sul : Fate come vi pare; è permesso tutto!Non si sbaglia mai! In base a tale assurdo pensiero onnipermissivo il plurale di ciliegia è ciliegie o ciliege ad libitum, come meglio aggrada!... Una volta non fu cosí! Quando esistevano le regole e chi le faceva rispettare (parlo degli anni tra il 1950 ed il 1960 e la scuola fu degna di questo nome) il plurale di ciliegia fu incontrovertibilmente ciliegie secondo quanto riportato sui dizionarî compilati da saggi esperti e/o professori della lingua italiana e tra di essi il compianto Fernando Palazzi che nella sua insuperata grammatica IL GOVERNO DELLE PAROLE rammentava che le parole che al singolare terminano in cia e gia atone fanno al plurale in cie e gie quando le desinenze atone cia e gia son precedute da una vocale (ed è il caso di ciliegia) mentre fanno al plurale in ce e ge quando le desinenze atone cia e gia son precedute da una consonante (come nel caso di provincia che fa province, né v’è ragione che faccia provincie come invece talvolta maldestramente si trova nell’uso di incolti commentatori dei media televisivi o di alcuni pennaruli della carta stampata.
- cresòmmole sost. femm. plur. di cresòmmola= albicocca, frutto dell'albicocco albero con frutti dolci e saporosi di color giallo aranciato; per traslato giocoso in napoletano la voce cresòmmola indica anche o una sesquipedale fandonia, sciocchezza o anche una violenta percossa portata a mano serrata e diretta essenzialmente al volto; il passaggio semantico del traslato quale violenta percossa è da ricercarsi nel fatto che dettà percossa può lasciare sul viso una tumefazione rapportabile per grandezza al polputo frutto dell’albicocco; meno intuibile il passaggio semantico del traslato quale sesquipedale fandonia, sciocchezza grande a meno che anche in questo caso non si mettano in rapporto la grandezza del frutto con la vastità della sciocchezza, ma lo reputo un arrampicarsi sugli specchi del ragionamento.
Passiamo alle etimologie:
- albicocca Dall'ar. al-barquq, che è dal lat. (persica) praecocia '(pesche) precoci' (rammenterò che dalla voce persica praecocia piú acconciamente il napoletano non vi trasse albicocca, ma trasse perzeca= pesca rossa, mentre la pesca gialla da praecocia fu detta per metatesi percoca mentre come voce per indicare l’albicocca in napoletano si à
- cresòmmola che è derivazione del greco khrysós =aureo + melon= frutto; cresòmmola vale dunque frutto dorato e non significa invece frutto del re Creso cosí come à improvvidamente sdottorato (tirandolo fuori non so da dove) un tal Sergio Grasso sedicente antropologo alimentare, gastrosofo di RAI 1, durante una nota trasmissione del mattino pagata ovviamente con i danari dei contribuenti e da quello degli abbonati!
Satis est.
Raffaele Bracale 01/07/08
A margine e completamento di quanto ò detto sulla voce cresòmmola, su specifica richiesta dell’amica sig.ra Rosalia d’Ambrosio da Eboli, mi soffermo ad illustrare brevissimamente le voci libbèrgio e la derivata libbèrgina
che son voci attestate pure come libèrgio e libèrgina (con forma scempia della labiale esplosiva b, quantunque le forme con la b geminata appaiono di piú esatto e forse corretto originario uso popolare, mentre le forme con la b scempia son d’uso marcatamente letterario e libresco e quindi a mio avviso, da non seguirsi.
Con dette voci libbèrgio (con cui si indica l’abero fruttifero delle albicocche) e libbèrgina(il frutto dell’albero albicocco) son voci (come ò detto attestate pure come libèrgio e libèrgina ) con cui nella zone del salernitano e dell’ebolitano si indicano, dicevo, rispettivamente l’albero ed i frutti di quelle albicocche che nel napoletano sono cresòmmole (ed il relativo albero è il cressuómmolo).
Potrà sembrare strano che Salerno, Eboli e loro circondarî, luoghi che son cosí prossimi al capoluogo campano (che vanta una lingua che à influenzato in lungo e largo le parlate centro- meridionali),potrà sembrare strano, dicevo, che adottino, nel loro parlato popolare voci tanto diverse da quelle napoletane per indicare il medesimo frutto (l’albicocca) ed il relativo albero che lo produce. Ma l’apparire strano della faccenda cade solo se si pensa che Salerno, Eboli e loro circondarî son sí vicini a Napoli, ma ugualmente son prossimi alla Calabria e spesso voci in uso nelle città calabresi (soprattutto quelle rivierasche) ànno passato il confine e son giunte in talune città campane.
In effetti le voci libbèrgio e la derivata libbèrgina
attestate pure come libèrgio e libèrgina son voci d’uso calabrese dove con etimo per adattamento morfologico dal mozarabico nonché spagnuolo alberchiga indicano il nocepersico ed il relativo frutto nocepersica.
Non è chiaro tuttavia il percorso semantico seguíto nel salernitano ed ebolitano per assegnare all’albicocca il nome usato in Calabria per indicare la nocepersica (quel frutto a pasta soda e succosa e a buccia gialla che a Napoli è detto percoca voce derivata da un acc.vo del lat. volgare *percoca(m)= frutto del tutto maturo alterazione di praecoqua(m)= frutto precoce, mentre quel frutto a pasta bianca e succosa, buccia rossa e vellutata che in italiano è pèsca in napoletano è perzeca con etimo dall’ acc.vo lat. persica(m) (la medesima voce da cui con evidenti capriole morfologiche l’italiano ricavò pèsca) con normale passaggio per il napoletano di rs→rz. Dicevo che non è chiaro tuttavia il percorso semantico seguíto nel salernitano ed ebolitano per assegnare all’albicocca il nome usato in Calabria per indicare la nocepersica e probabilmente non vi è stato un codificato percorso semantico; probabilmente si è trattato di una semplice erronea confusione e/o cattivo riferimento protrattisi – come talvolta càpita – nel tempo!
Rammento infine che le voci libbèrgio e libbèrgina oppure libèrgio e libèrgina sono attestate con diversa morfologia variamente adattata, ma uguale significato ( nocepersica ed albicocca) in altre zone centro- meridionali: nel siciliano infatti abbiamo sbèrgia,sbergiu, sbèggia, svèrgia, smèrgia nel calabrese meridionale troviamo aspèrgia, nell’avellinese arbèrcia
E questa volta veramente satis est.
raffaele bracale

VERRIZZO

VERRIZZO
Con l’antica voce(peraltro nota ormai quasi solamente ai napoletani piú anziani, essendosi irrimediabilmente depauperato il lessico d’antan) verrizzo, che al plurale fa verrizze, nella parlata napoletana vengono indicati le bizze, i capricci stizzosi,le stravaganze, le voglie irrazionali ed estensivamente anche quelle lussuriose, libidinose; chi ne va soggetto è detto verruto/a, ma pure verrezzuso/osa.
Annoto innanzi tutto che ‘e verrizze son quasi sempre riferiti nel loro significato primo di bizze, capricci,stranezze, voglie irrazionali o ai bambini o alle donne, nella presunzione che un uomo fatto, difficilmente possa lasciarsi prendere da bizze o capricci, di talché i termini verruto o verrezzuso, riferiti ad un uomo fatto, starebbero ad indacare un soggetto proclive alla lussuria o libidine, cosí come dal significato estensivo di verrizzo.
Quanto all’etimologia del termine in epigrafe, la questione non è di poco conto; la maggior parte dei compilatori di dizionarî, che accolgono il termine se la sbrigano con un’annotazione pilatesca: etimo incerto.
Qualche altro, lasciandosi però chiaramente trasportare dal significato estensivo della parola, propone una timida paretimologia, legando la parola verrizzo, al termine verro che è il porco non castrato atto alla riproduzione, nella pretesa idea che il verro sia portato, almeno nell’immaginario comune, a pratiche libidinose, ma la proposta paretimologia poco mi convince.
A mio sommesso parere, penso che la parola in epigrafe possa tranquillamente derivare dall’unione del verbo latino velle rotacizzato in verre con il sostantivo izza agganciandosi semanticamente ad un comportamento originariamente iracondo, stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano; la voce izza è piú nota nella forma varia ed intensiva bizza (ma sia izza che bizza provengono dall’antico sassone hittja = ardore).
Partendo da vell(e)+izza si può pervenire a vellizzo e di qui a verrizzo con tipica alternanza della liquida L→R, successivo affievolimento della piena e tonica mutatasi nella evanescente e e maschilizzazione del termine passato da verrizza a verrizzo adattamento resosi necessario atteso che – pur trattandosi di un difetto (che comunque comportava una manifestazione d’ardore,non ipotizzabile di pertinenza del sesso femminile) era piú consono (in epoca di maschilismo) ritenerlo di genere maschile (suff. in o) piuttosto che femminile (suff. in a).
Infine, a margine di tutto ciò che ò detto su verrizzo,voglio rammentare che esiste un altro antico vocabolo partenopeo, fortunatamente ancóra usato con cui si indica il capriccio, la bizza, le testarde impuntature, il reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, quasi esclusivamente da parte dei bambini; il vocabolo è ‘nziria che estensivamente indica anche il prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare, è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Rommento ancòra che un tempo accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra ;per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira e di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato De Falco nel suo Alfabeto napolitano e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidiǽ a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che semanticamente ben mi pare possa rappresentare l’impuntatura che è tipica di chi si abbandona alla ‘nziria.

Raffaele Bracale

venerdì 29 maggio 2009

STRELLAZZÈRA

STRELLAZZÈRA

Numerose son le aggettivazioni che la lingua toscana usa per indicare il tipo di donna che susciti ripugnanza o anche solo fastidio per i suoi atteggiamenti o comportamenti non consoni,ed volta a volta tale donna è détta: becera, ciana,triviale, cafona, laida, zotica, urlona etc.
Esamino qui di seguito le singole espressioni:
Becera: persona, ma soprattutto donna dai modi volgari e/o triviali, chiassosa, maleducata ed insolente brutta e sciatta; voce probabilmente alterata di pècoro (dal lat. pecus), ma forse piú esattamente forgiata, quale deverbale, sul lat. vocilare atteso il comportamento chiassoso della becera.
Ciana: donna del popolo pettegola e sguaiata, donna vile e malcreata dell’infima plebe fiorentina; alcuni ritengon la voce forma alterata di cionna( che in italiano un tempo valse appunto donna vile e plebea; rammento, per incidens, che il napoletano à un’omogrofa ed omofona cionna/scionna che però con derivazione dal t. lat. flunda vale fionda ); la cionna dell’italiano, a sua volta è corruzione di cionca p.p. del verbo cioncare nel senso di bere smodatamente ubriacandosi con conseguenti atteggiamenti non consoni; altri riallacciano la voce ciana, ma non so con quanta esattezza, allo spagnolo chanela (pianella); reputo che molto piú verosimilmente la voce sia solo l’abbreviazione del nome Luciana da legare al nome della protagonista, plebea pettegola e ciarliera, del melodramma Madama Ciana
( appunto abbreviazione di Luciana) di un tal A. Valle (1738);
salto il termine cafona che già illustrai altrove e passo a
Laida: donna atta a suscitar ribrezzo e fastidio e piú estensivamente: oscena, sporca, turpe e ripugnante; voce etimologicamente derivante
dal provenz. ant. laid 'sgradevole', di orig. Francona;
Zotica: donna rozza e villana dai modi esuberantemente arruffoni; voce forse dal greco zo- tikòs: pieno di vita, ma piú probabilmente dal lat.:ex-oticus: forestiero e quindi ignaro dei giusti usi e costumi di un luogo.
Tutte queste voci, in napoletano vengon rese con un unico termine(un aggettivo, usato però quasi sempre in maniera sostantivata) che racchiude in sé tutte quante le varie accezioni esaminate; esso termine è Strellazzèra che è appunto la donna becera, ciana, zotica e villana quando non laida che fa dell’urlare e del proporsi chiassosamente la sua costante divisa; pacifica la sua etimologia in quanto deverbale forgiato sul b. latino:stridulare (dal classico stridulus) con aggiunta d’un suffisso peggiorativo: era.
Talvolta la voce strellazzèra, in luogo d’essere usata quale aggettivo sostantivato, riprende la sua originaria funzione d’aggettivo in accompagnamento – per designare un po’ tutte le evenienze summenzionate – con il sostantivo vajassa che sta in origine ad indicare la fantesca, la serva ed estensivamente la donna di bassa condizione sociale e quindi vile e plebea, se non rozza, villana, dai modi ineducati; ed a maggior ragione quando la vajassa sia anche strellazzèra.
Etimologicamente il termine vajassa è dalla voce araba baassa pervenutoci attraverso il francese bajasse: fantesca, donna rozza e un po’ sporca, ed estensivamente donna del popolo villana e gridanciana.
Per incidens rammenterò che dalle medesime voci arabo-francesi, il toscano à tratto il termine bagascia nel significato di meretrice, significato presente anche nel napoletano nell’espressione: essere ‘na vajassa d’’o rre ‘e Francia e cioè: esser fantesca del re di Francia, id est: meretrice contaminata dalla sifilide o tabe, rammentando che tale affezione venerea fu detta dai napoletani mal francese (ritenendosi malattia trasmessa ai napoletani, attraverso le meretrici locali, dai soldati francesi di Carlo VIII (1470 - 1498), mentre per converso, in Francia fu malattia detta mal di Napoli). Raffaele Bracale

STUPIDO e dintorni

STUPIDO e dintorni

Pochi giorni or sono due giovani miei nipoti avevano in corso una loro disputa per non ricordo bene quale banale questioncella; nel durante, il piú grande dei due gratificò l’altro d’una serie di contumelie dandogli in rapida successione dello scemo, stupido, cretino, imbecille, deficiente; sentendosi vilipeso il ragazzo mi chiese di intervenire per redarguire l’offensore, ma io non seppi dir di piú che:”Porta pazienza e consòlati pensando che ti à offeso in lingua italiana; lo avesse fatto in napoletano, avrebbe potuto sotterrarti sotto una ben piú vasta e pesante coltre di contumelie!”
E per tener dietro con degli esempi presi ad illustrare le voci partenopee che traducono le cennate voci italiane;lo faccio anche adesso qui di sèguito.
Al solito diamo prima un rapidissimo sguardo alle parole italiane, per passare poi a quelle ben piú numerose della lingua napoletana;
scemo: chi à o denota poco senno,; sciocco ed insulso etimologicamente deverbale dal latino ex-semare= privar della metà di qualcosa; comp. di ex via da e un deriv. di símis metà;
stupido: chi denota stupidità, scarsa intelligenza e piú propriamente chi è proclive, anche senza motivo, a stupirsi; etimologicamentedal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire';
cretino: etimologicamente dal franco-provenz. crétin, propr. cristiano, che, usato dapprima nel significato di povero cristiano, poveraccio, à poi assunto valore spregiativo nel senso di stupido etc.;
imbecille: che, chi à scarsa intelligenza: etimologicamente dal latino imbecille(m): debole fisicamente o mentalmente;
deficiente: che, chi è intellettualmente e psichicamente inferiore alla media; etimologicamente dal latino deficiente(m) part. presente di deficere= mancare.

E veniamo al napoletano ed alle sue numerose voci che rendono queste qui elencate:
alleccuto o alluccuto o anche locco: persona stupida, di aspetto poco intelligente; etimologicamente dal latino alucus per ulucus/ulluccus donde anche l’italiano allocco;
anchiòne: propriamente lo sciocco, il babbeo aduso a non discutere, ad accettar per buona ogni cosa, ad ubbidire, il tutto in linea con la sua etimologia che è dal latino anculus(da cui il diminutivo femm. ancilla) = servo ;
babbano: che è lo sciocco, il gonzo e – per dirla con Cicerone - l’uomo di nessun numero o conto; questo napoletano babbano à in babbaleo il corrispettivo toscano e come questo, etimologicamente una radice greca in bambaliòn dal verbo bambalein=avere l’aria attonita ed incantata;
babbio ed il suo accrescitivo, dispregiativo babbione: uomo sciocco e di poco cervello; etimologicamente dal latino bàblus sincopato di bàbulus=stolto;
babbuasso: indica lo scioccone, lo stupidone inveterato, quasi dispregiativo ed accrescitivo del menzionato babbano; etimologicamente da collegarsi (tenendo presente appunto che il suffisso asso, corrispondente al toscano accio à valore dispregiativo) ad un latino volgare babbius← babejus che diede anche il toscano: babbeo;
basciòscio donde anche i corrotti pachiochio/pachiochiero indicano tutti lo sciocco, rammollito, rimbambito; non di facile lettura l’etimologia: a bascioscio, ma piú ancora a pachiochio/pachiochiero non dovrebbe essere estraneo lo spagnolo chocho nell’accezione di molle,vuoto, ma non è peregrina l’idea che riporta il nostro bascioscio alla voce baciocco/occolo sorta di strumento sonoro di legno fatto a mo’ di scodella, dato ai fanciulli per giocarci, quale tamburello; in fondo il napoletano bascioscio connota lo sciocco vuoto di zucca;
battilocchio che denota lo stupido che inceda quasi, con tutte le inevitabili, dure conseguenze negative, ad occhi chiusi, anzi bendati; originariamente il battilocchio etimologicamente dal francese: battant l’oeil fu una cuffia da donna, ampia cuffia le cui falde ricadevano sugli occhi; in seguito con la parola battilocchio si finí per indicare piú che la cuffia, chi la indossasse anche se lasciandosi trasportar dalla desinenza maschile si appioppiò all’uomo e non alla donna (che pure indossava la cennata cuffia) il termine battilocchio;
cacchio/cacchione: è lo sciocco, lo stupido che non à speranze di migliorare; costui viene appaiato al membro maschile inteso non come organo veicolo della riproduzione (in tal caso non sarebbe figura né dello sciocco, né dello stupido), ma come semplice e perciò sciocco veicolo dei liquidi scarti renali; etimologicamente come la parola cazzo, di cui cacchio e l’accrescitivo cacchione sono addolcimenti eufemistici, vengono – come altrove ricordai da una voce gergale marinaresca greca akatiòn= albero della nave;
cannapierto: è lo stupido dall’aria melensa, che si guarda intorno con lo sguardo perso e la bocca aperta; il napoletano cannapierto stranamente, ma icasticamente piú che alla bocca fa riferimento all’organo ad essa collegato il canale della gola espressivamente reso con il termine canna, etimologicamente dal greco kànna originariamente kàna voce semita dall’ebraico qaneh;
catàmmaro: è il sempliciotto, il babbeo che necessita quasi di esser accompagnato, portato mano nella mano; infatti etimologicamente la parola è una commistione greco/latino katà + manus = mano nella mano, come alibi: pedecatapede = passo dopo passo (da pedes+ katà+ pedes );
chiafeo: antichissima voce, quasi desueta che indica lo sciocco, il grullo, il melenso etimologicamente da collegarsi al greco kophòs = babbeo, attreverso l’aggettivo kophaîos;
chionzo: voce di ampia diffussione tanto da ritrovarla nel comune lessico nazionale, sebbene in quest’ultimo con attinenza al solo aspetto fisico di una persona che sia bassa, grassa e tarchiata e dunque goffa; con la medesima accezione la voce la si ritrova nel dialetto lucchese dove è: chionso/pionso ed in quello calabrese dove è : chionzu; in napoletano la voce attiene piú che all’aspetto fisico, a quello intellettivo, connotando il rozzo babbeo, dall’aria attonita e distratta; etimologicamente la voce si fa risalire unanimemente ad un longobardo klunz= goffo, rozzo;
chiochiaro/ chiochiero: voce ancora viva nell’icastico linguaggio popolare, voce usata per indicare il melenso, sciocco babbeo di zucca vuota, accompagnata per solito da un gesto offensivo consistente nel far muovere velocemente ed alternativamente l’avambraccio a dritta e mancina, tenendo la mano destra drizzata verso l’alto con le dita unite in modo che il polpastrello del pollice , tocchi contemporaneamente tutti gli altri; etimologicamente piú che allo spagnolo chocho =molle, vuoto, pare che debba riferirsi al latino cochlea = conchiglia, considerata nel momento che sia vuotata del suo frutto;non è però da scartar l’ipotesi che la parola, giacché è usata anche per designare lo zotico villano, possa collegarsi alla voce chiochia che è variante di ciocia (termine dall’etimo sconosciuto, di ambito laziale usato per indicare un particolare tipo di calzatura indossata dai contadini) alla voce chiochia unendo il tipico suffisso di competenza aro/ero si arriva ai nostri chiochiaro/chiochiero;
ferlocco ed il suo metatico frellocco: voce in voga negli anni d’antan ed oggi quasi desueta, voce divertente che si usò per indicare lo sciocco citrullo che, a maggior disdoro fosse anche vanesio e privo di sostanza in linea con l’etimologia della parola che risulta dall’unione di un latino ferla = verga vuota con il precedente locco;
fesso: esattamente lo sciocco balordo, senza una sua consistenza fisica e/o morale, in tutto in linea con il suo etimo dal latino fissus part. pass. del verbo findere =spaccare, dividere;
fogliamolla: non ci si lasci ingannare dalla desinenza femminile: la parola è un aggettivo sostantivato invariabile e lo si riferisce, senza alcuna variazione desinenziale, sia all’uomo che alla donna: ‘nu fogliamolla o ‘na fogliamolla nel significato di persona sciocca e neghittosa nonché molle tal quale la tenera foglia da cui deriva ed a cui è rassomigliata ; etimologicamente dai tardo latini: folia + molle(m);

- gliògliaro: antica voce ormai desueta che un tempo fu usata quale corruzione (ma nel medesimo significato, e medesime modalità) del precedente chiòchiaro.
- lasagna e l’accrescitivo lasagnone nonché il composto pappalasagne (mangialasagne): antiche voci (non dimentichiamo che con il soprannome di lasagna il re Ferdinando II Borbone soleva appellare suo figlio Francesco II e non perché costui – come inesattamente riportato da certa frettolosa aneddotica pseudo-storica – fosse goloso dell’omonima pietanza, quanto perché il re riteneva suo figlio – sia pure ingiustamente – inetto e d’intelligenza poco pronta) con le quali si designavano anche con valenza bonaria, il bietolone, gracile e non molto sveglio, dal carattere cedevole ed accondiscendente, la cedevolezza che si ritrova nell’impasto di uova e farina da cui si ricava la sfoglia per trarne lasagne etimologicamente dal greco lagaròs = floscio, molle;
- mammalucco: ad un dipresso lo sciocco impenitente, dall’aria frastornata, tal quale il precedente cannapierto; etimologicamente questo mammalucco è dall’arabo mamluk = schiavo, soldato prigioniero;
- mamozio: illustrai già abbondantemente alibi la voce a margine, intesa come designante persona (adulto e/o ragazzo) inceppata nei movimenti o nell’espressione a mo’ di fantoccio o di pupazzo o anche di figurina mal scolpita o incisa e piú estensivamente individuo torpidamente imbambolato tale da apparire di duro comprendonio, e parlai della sua etimologia che risulta essere, checché ne dicano i proff. Cortelazzo e Marcato nel loro Dizionario dei dialetti italiani, la corruzione del nome Mavorzio da riferirsi ad una enorme, quantunque acefala, statua del IV sec. d. C. raffigurante il nobile puteolano FLAVIO EGNAZIO LOLLIANO QUINTO MESIO MAVORZIO, pretore urbano, proconsole della provincia dell’ Aquila e candidato questore, statua che fu appunto ritrovata a Pozzuoli nel corso (1704) degli scavi per l’erigenda chiesa di san Giuseppe; l’ inesperto scultore chiamato al restauro della statua acefala la corredò di una testa tanto piccola da risultare sproporzionata e per giunta dall’aria melensa; i puteolani impiegarono un nonnulla per trasformare il nome MAVORZIO in mamozio accreditandolo della stupidità suggerita dal volto della piccola (segno di scarso contenuto di cervello) testa indegnamente restaurata;
- mammuoccelo: che è propriamente l’uomo dall’aria melensa ed attonita denotante mancanza di intelletto, stupidità; etimologicamente da collegarsi, come corruzione diminutiva, al toscano bamboccio e dunque a bambo che in origine indicò l’infante ed in seguito lo sciocco e lo stupido;
- messere: altra voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che nel significato ironico di stupido, sciocco e credulone non si ritrova che in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto è ironica, pur se etimologicamente starebbe per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore;
- moscammocca: l’ignavo, lo scioccone, l’allocco tanto irresoluto ed immoto da starsene perennemente a bocca aperta tanto da permettere addirittura che le mosche vi passeggino dentro entrando ed uscendo ad libitum; va da sé l’etimologia che fotografa l’atteggiamento di questo ignavo aduso a portarsi la mosca in bocca che è l’esatta traduzione di moscammocca (mmocca infatti è: in+bocca );
mucchione: è propriamente non il bambino, ma l’adolescente o anche l’adulto fatto cosí sciocco, melenso, inetto tanto da non esser capace o non avvertire la necessità di ripulirsi del moccio che gli coli dal naso; etimologicamente da qualcuno si vorrebbe correlare la voce ad un generico latino murcus→murcius =stolto, ma – rammentato quanto appena detto - penso che non è o sarebbe scorretto pensare ad un deverbale del latino muccare che è da muccus= moccio, catarro; tuttavia non è da scartare neppure l’ipotesi che mucchione sia l’accrescitivo, dispregiativo di mucchio(che è da un latino cumulus→muculus→muc’lus→mucchio) nel senso di uomo grosso e grasso e dunque stolto e sciocco tenendo presente il luogo comune partenopeo per il quale: ommo gruosso bubbelis es = l’uomo grosso è sciocco , dove il maccheronico bubbelis è corruzione di bàblus sincopato di bàbulus=stolto;

- ‘ntòntero : propriamente lo stupido, il melenso ed il perennemente frastornato; voce di tutta l’area mediterranea: la si ritrova anche in Sicilia: ‘ntòntaro, in Sardegna: dòndaro oltre che in Portogallo e Spagna dove è solo tonto tal quale l’italiano tonto; per tutte le voci l’etimologia è latina: tonitus = stordito come chi è colpito dal tuono; cfr.il toscano attonito;
- ‘ntruglione : propriamente il bietolone dal viso inespressivo, incapace di discernere; non bisogna dimenticare infatti che la parola ‘ntruglione non è che l’accrescitivo di ‘ntruglio che non è il toscano intruglio= mescolanza di sostanze diverse, ma è, gastronomicamente, l’intestino d’agnello abbondantemente speziato e avvolto strettamente su sé stesso al segno di non poterlo piú dipanare, cotto su braci ardenti;
- ‘nzallanuto ed il derivato zallo (caro al commediografo Raffaele Viviani) che significano l’uno il confuso, lo stordito, l’altro lo sciocco, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú;etimologicamente ambedue le voci sono da collegarsi piú che al latino in-sanire,ad un in-salunire o piú probabilmente al greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito;
- papurchio: è lo stolto inveterato che, a maggior disdoro, sia anche poco prestante fisicamente; etimologicamente deriva dal latino baburculus, diminutivo di un baburcus= stolto e melenso;
- purpetta: evidente traslato dispregiativo e non perché la polpetta da cui purpetta non sia cibo gustoso e saporito,in ispecie se fritta e non cotta al forno, ma, in quanto preparato con carne trita, si presta al concorso di piú residui di tagli di carne anche non pregiati presenti sul banco del macellaio, che intrugliandoli può conferire una preparazione anche di scarto, come di scarto viene a dimostrarsi il soggetto gratificato della voce a margine;
- rapesta: altro paragone dispregiativo di cui vien gratificato l’uomo inetto e dappoco, come dappoco è la rapa (latino: rapistrum)selvatica che lo rappresenta;
- scapucchione: epiteto per solito riferito a ragazzo dalla testa grossa, ma ovviamente vuota, ed estensivamente all’adulto che si ostini a restare ragazzo, non venendo a capo mai di nulla, né quanto a comprensione, né quanto ad azioni; voce violentemente ironica ed offensiva forgiata com’è quale accrescitivo intensivo (vedi la solita prostesi della iniziale esse, ed il suffisso one) della parola capocchia (che è dal latino capuclum← capiclum per capitulum diminutivo di caput) che in lingua napoletana indica però il glande testa notoriamente poco atta al raziocinio;
- scatozza: precisamente: ignorante, babbeo, scioccone; si tratta di una antica voce, ormai però abbondantemente desueta, nata in ambito teatrale dove fu il nome proprio di un ridicolo personaggio goffo, sciocco, stupido ed ignorante; uscito dall’ambito teatrale il termine trasmigrò come aggettivo in quello letterario dei poeti partenopei secenteschi, e da esso entrò nel linguaggio comune;
- sciabbecco: precisamente il bietolone, lo sciocco, lo stupidone aduso a piegarsi ad ogni vento, come che mentalmente vuoto e privo d’ogni opinione e/o cognizione; in origine lo sciabecco (dal turco sumbeki, attraverso un arabo šumbûk) indicò un lungo e stretto naviglio, veloce, ma – per la sua esile consistenza – facilmente preda dei venti e dei marosi;
- sciaddeo/sciardeo : esattamente lo sciocco, l’incapace buono a nulla ; rammenterò qui che sciaddeo/sciardeo son la medesima parola: nella seconda si è verificato il fenomeno del parlato popolare, d’estrazione osco-mediterranea, di rotacizzare la prima d, ma la parola è la stessa; per quanto riguarda l’ etimologia di sciaddeo escludo a priori che la si debba riferire al nome dell’apostolo Giuda Taddeo - che con sciaddeo à solo una tenue assonanza, non risultando da nessuna sacra scrittura (vangeli – atti degli apostoli – lettere etc.) che il suddetto Giuda Taddeo fosse uno sprovveduto o un incapace,- e propendo per il verbo greco skedao= comportarsi da sbandato e/o sprovveduto; ancora ricorderò che dalla femminilizzazione di sciardeo,cioè da sciardea si trasse il diminutivo sciardella nel significato di donna inetta, di casalinga incapace di fare i donneschi lavori di casa con attenzione e secondo i crismi dovuti; a Napoli è 'na sciardella la casalinga che lavi le stoviglie, facendosele scappare di mano e rompendole, che lavi i pavimenti con poca acqua, che spolveri superficialmente, che riponga gli abiti in modo raffazzonato, cosí che riprendendoli uno li trovi stazzonati e gualciti al punto di non poterli indossare, una donna insomma inetta ed inaffidabile, una sbadata patentata.
Esiste anche un peggiorativo del termine sciardea -sciardella ed è sciuazza, peraltro addolcimento – attraverso l’epentesi di una efelchistica u – di un’originaria sciazza (che è dal latino ex-apta=inadatta)inteso troppo duro o volgare;
- sciamegna/sciamenchia: e cioè lo sciocco, il grullo, l’allocco; la parola, con un arzigogolo mentale, trasferisce una probabile deficienza corporale ad una ben piú grave deficienza mentale: etimologicamente infatti la parola deriva da un (mo)scia + megna o(mo)scia + menchia dove megna/menchia stanno ovviavente per minchia (che è dal latino méncla collaterale di mèntula diminutivo di menta = membro maschile) nella pretesa che un uomo impossibilitato o incapace di avere un’erezione debba esser uno sciocco, uno stupido o un allocco;
- scialabbacchione: di per sé il balbuziente che come incapace di farsi capire, è conseguentemente stupido e sciocco; etimologicamente la parola, come accrescitivo (cfr. il suff. one) è un deverbale del latino ex-alapare = balbettare;
- sciosciammocca: come altrove, anche questo sciocco, credulone, facilmente circuibile, nasce come personaggio del teatro popolare partenopeo ed agí in numerose piéces comiche fino a quando il famosissimo commediografo Eduardo Scarpetta (Napoli 1853 -1925, padre naturale dei fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino)non se ne impossessò, facendone una sua creazione, rendendolo protagonista – col nome di Felice o Feliciello Sciosciammocca - di innumerevoli pochade, molte delle quali tratte da originali francesi; dal teatro poi il nome sciosciammocca, diventato aggettivo dilagò nel parlato partenopeo; preciso qui che la parola sciosciammocca sebbene abbia ad un dipresso il medesimo significato della precedente moscammocca, non va confusa con essa in quanto la precedente fa riferimento a qualcuno che per ignavia lascia addirittura che le mosche gli passeggino in bocca, questo sciosciammocca a margine identifica colui che per ignavia ed inettitudine avrebbe bisogno di chi gli soffiasse in bocca per raffredare i bocconi troppo caldi che avesse ingurgitato;
- smocco ed il suo accrescitivo smuccone connotano il medesimo individuo sciocco, melenso, inetto di cui al precedente mucchione al quale vanno riferiti come intensivi, intensività rappresentata dalla solita prostesi della esse;
- stucchione/strucchione: propriamente il perticone, lo spilungone inteso come vuoto di mente o – per l’eccessiva altezza – perennemente con la testa nelle nuvole e quindi svagato e stupido; etimologicamente stucchione/strucchione provengono al napoletano, attraverso uno spagnolo estuche da un antico provenzale estug = canna secca e perciò vuota;
- tòtaro che sta per tòtano: originariamente un mollusco della specie dei calamari; il fatto che sia un mollusco à fatto pensare ad una sorta di mollezza caratteriale dell’uomo gratificato del termine tòtaro (etimologicamente da un greco teythís attraverso un latino tòtilus con normale cambio delle liquide l→r), quantunque di per sé il tòtano non sia sempre vuoto (come invece lo stupido cui si appaia) ed anzi venga quasi sempre preparato abbonbantemente imbottito (‘o totaro ‘mbuttunato) rammenterò a margine che con la parola tòtaro, nel comune parlato napoletano, con altra valenza, si indica pure il membro maschile eretto, al segno che nella smorfia napoletana al numero 67 è codificato: ‘o tòtaro dint’ â chitarra a significare il coito in atto;
- turzo: per significare lo sciocco, lo stupido completamente inutile, anzi da scartare tal quale il torsolo (per solito poco edibile) di ortaggi o torsolo di altro; in napoletano infatti ‘o turzo non è solo il torsolo di cavolfiore o broccolo, ma si ànno anche: ‘o turzo ‘e bbotta: il residuo di un fuoco d’artificio combusto, e ancòra ‘o turzo ‘e penniello: ciò che resta di un pennello da barba lungamente usato, perciò logoro ed inutile; tutti questi turzi sono inutilizzabili, da buttar via e – per traslato – stupidi, sciocchi etc. etimologicamente turzo è dal latino tursus = stelo, gambo;
- zimeo: siamo giunti alla fine della nostra elencazione e ci imbattiamo in una parola che serve ad indicare il finto tonto colui che in perfetta malafede, fa ‘o francese o se veste ‘a fesso facendo le viste di non capire o di non comprendere per esimersi dal compiere qualcosa cui invece (o per dovere o graziosità) sarebbe tenuto; per cui piú che con uno sciocco si à a che fare con un ignobile furbastro; etimologicamente zimeo risulta essere una popolaresca contrazione d’uno zio (zi’) (Bartolo)meo personaggio non meglio identificato, ma ricordato nel comune popolare come un avaro aduso a non addivenire mai a richieste di danaro, trincerandosi dietro la scusa di non aver capito.
A margine e completamento di tutte le voci trattate qui di sèguito esamino le voci astratte dell’italiano e del napoletano che ad esse si riferiscono; abbiamo per l’italiano:
cretinata s. f.
1 frase o azione da cretino: dire, fare una cretinata
2 cosa da nulla, di poco valore, facilissima; è voce costruita sull’a.vo/s.vo cretino che è dal franco-provenz. crétin, propr. 'cristiano', che, usato dapprima nel significato di 'povero cristiano, poveraccio', à poi assunto valore spregiativo
fessería s. f. (pop.)
1 azione, parola da fesso; stupidaggine: fare, dire fesserie
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia: non badare, è una fesseria! Etimologicamente si tratta di uno sciocco adattamento del napoletano fessaría (vedi oltre) operato attraverso una pretestuosa assimilazione vocalica progressiva che à trasformato in e la a della sillaba sa (cfr. fessaría) etimologicamente ineccepibile derivata com’è dal s.vo fessa; si tratta insomma di una incomprensibile mutazione che opera il toscano trasformando un’aperta A etimologica (da fessa → fessaria) per adottare una piú chiusa E (fessaría vien trasformata in fessería) nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell’aperta A alla elegante (?) lingua di Alighieri Dante…
scemenza s. f. (fam.)
1 l'essere scemo, insulso: questa è una prova di scemenza da parte tua
2 atto, frase da scemo: non diciamo scemenze!; la voce quanto all’etimo è un derivato di scemo ( che è un deverbale del lat. volgare lat. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'); a scemo è stato aggiunto il suffisso (delle voci collettive ed astratte) enza derivato dal lat. ens→entia→enza suffisso anticamente usato nel linguaggio poetico (cfr. Rohlfs);
scempiaggine s. f.
1 l'essere scempio, sciocco
2 atto, frase da scempio; sciocchezza. la voce, oramai non molto in uso, quanto all’etimo è un derivato di scempio = privo di senno ( scempio è dal lat. tardo simplu(m), variante del class. simplex -pli°cis 'semplice') per pervenire a scempiaggine all’a.vo/s.vo scempio si è aggiunto il suffisso aggine (delle voci collettive ed astratte) derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. ago→agine→aggine;
sciocchezzas. f.
1 l'essere sciocco: è stato di una sciocchezza imperdonabile
2 atto, frase da sciocco: fare, dire sciocchezze
3 cosa da nulla, di poco valore: regalare una sciocchezza; per lui fare questo è una sciocchezza; costa una sciocchezza, un prezzo irrisorio; quanto all’etimo è un derivato di sciocco (che è dal lat. lat. exsuccu(m) 'privo di sugo', comp. di ex-, con valore privativo, e succus 'sugo, sapore') addizionato del suffisso ezza usato per formare da gli aggettivi dei nomi astratti; tale suffisso è derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. itia;
stupidata s. f.
1 atto, discorso stupido.
2 (fam.)
cosa senza importanza, di valore irrisorio non ringraziarmi di questo omaggio, si tratta di una stupidata;quanto all’etimo è un derivato di stupido (che è dal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire'.

E veniamo alle voci astratte, relative alla voce in epigrafe, del napoletano che sono sono:
fessaría s.vo f. astr.
1 azione, parola da fesso; stupidaggine;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia; come ò chiarito precedentemente etimologicamente è voce ricavata dall’a.vo fessa femminile di fesso= sciocco balordo (p.p. del lat. fendere) addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría ; rammento che la voce a margine è pervenuta nel toscano che l’à impropriamente ed inutilmente stravolta in fessería ritenuto, ma a torto!, piú elegante di fessaría
‘nzepetaría s.vo f. astr.
1 azione, parola insulsa, priva di sapidità, stupidaggine;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza, inezia;
3 comportamento svenevole, sdolcinato, lezioso; etimologicamente la voce è costruita sull’a.vo ‘nzipeto addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría; ‘nzípeto è l’acc.vo lat. (i)nsipidu(m) con tipico passaggio di ns→nz (cfr. ‘nzalata, ‘nzieme etc.) e passaggio della sonora d alla sorda t come nelle parole sdrucciole;

‘ntrugliaría s.vo f. astr.
1 azione da sciocco,babbeo,stupido,parola insulsa o tendente all’inganno,;
2 (estens.) cosa da nulla, sciocchezza senza valore, stupidaggine, inezia; etimologicamente la voce è costruita sul s.vo ‘ntrúglio addizionato del suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría; a sua volta ‘ntruglio che in primis vale pasticcio , mescolanza disgustosa di cibi o bevande, (fam.) medicina di cattivo sapore e per estensione: scritto, discorso, lavoro raffazzonato,azione ingannevole; etimologicamente è un deverbale di (i)ntrugliare che lascia supporre un tardo lat.*intrullare= mescolare con la trulla diminutivo di trua=mestola

puttanata s.vo f. astr.
1 in origine azione da puttana, poi notizia inverosimile,,stupida,sciocca, ed infine parola insulsa o tendente all’inganno,;
2 (estens.) cosa incredibile , sciocchezza senza valore, stupidaggine, inezia; etimologicamente è voce costruita sul s.vo puttana derivata dal fr. ant. putain, (cfr. pute, f. di put, che è dal lat. puti°du(m) 'puzzolente');
scemaría s. f. (fam.)
1 l'essere scemo, insulso;
2 atto, frase da scemo: nun dicimmo scemaríe!;
3 un tempo (ora non piú) la voce fu usata nel parlato comune della città bassa per indicare una casa di cura dove venivano ricoverati i folli e/o dementi: la piú conosciuta fu la cosiddetta ‘a scemaría ‘e Miano (Miano è un popoloso ed anche malfamato (camorra) quartiere della periferia nord di Napoli);
quanto all’etimo la voce è un derivato di scemo ( che è un deverbale del lat. volgare lat. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'); a scemo è stato aggiunto il suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría;
smuccaría/smucchézza s.vi f. astratti
1. (pop.) Atto, comportamento o parole da babbeo, da sciocco: nun dicere smuccaíe!
2. (fig.) Cosa trascurabile, di nessun valore; inezia 4etimologicamente sia smuccaría che smucchézza sono derivati di smocco (cfr. antea)= sciocco, babbeo; smuccaría è stato ottenuto con il suffisso tonico greco ía delle voci astratte, cui è stata aggiunta (epentesi) una r eufonica donde ía→ría, mentre per smucchezza ci si è serviti del suff. tonico ézza usato per formare da gli aggettivi dei nomi astratti; tale suffisso è derivato (cfr. Rohlfs) dal lat. itia;
zòrbia s.vo f.
in primis la voce a margine vale
1 scarto, feccia, fecciume; per estensione semantica vale
2 canaglia, marmaglia; ed infine per traslato sta per
3 sciocchezza,cosa inutile, stupidità; etimologicamente è l’unica delle voci napoletane non costruita con i soliti suffissi: ría o ezza. Si tratta infatti di voce derivata direttamente dall’arabo šurba/ šarba = sciroppo,e non dall’arabo-persiano sciorbah o tsciorbach (che diede il napoletano sciorba= zuppa) dove trae origine da un tema verbale sciaríba= bere in quanto trattasi di zuppa molto liquida; con il medesimo termine sciorbah o tsciorbach in Turchia si indica una lenta vivanda a base di riso.
E qui penso proprio di poter mettere un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale