OSTINATO & dintorni
Questa volta per contentar l’amico Umberto Z. ( peraltro dettosi molto soddisfatto di quanto, su suo invito, ò spesso scritto) per contentar, dicevo, l’amico Umberto che me ne à richiesto,autorizzandomi a fare il suo nome,ma non il cognome!, cercherò di illustrare la voce in epigrafe, i suoi sinonimi e quelle corrispondenti dell’ idioma napoletano; cominciamo dunque con ostinato per proseguire con i suoi sinonimi prima di considerare le voci corrispondenti del napoletano:
ostinato/a agg.vo m.le o f.le– 1. a. Di persona, che persiste con caparbia tenacia in un atteggiamento, in un proposito, nelle sue idee o opinioni, spesso nonostante l’evidenza contraria, sia come caratteristica abituale sia come atteggiamento legato a casi e situazioni particolari: un uomo o., una ragazza o.; chi nell’acqua sta fin alla gola, Ben è o. se mercé non grida (Ariosto); è o. come un mulo; essere o. nelle proprie idee, nel non voler riconoscere le ragioni degli altri; è o. avversario di ogni novità. Anche, tenace, costante, sia in senso positivo: un ricercatore, un lavoratore, uno studioso o.; Te o. amator de la tua Musa (Parini); sia in senso limitativo, con sign. analogo ad accanito, impenitente e sim.: peccatore, bevitore, giocatore ostinato. b. estens. di cosa in cui si persiste in modo inflessibile, irremovibile: chiudersi in un o. silenzio, in un mutismo o.; uno studio o.; un’o. difesa; opporre un’o. resistenza. 2. fig. a. Di cosa molesta che dura piú dell’ordinario, che sembra non voler cessare, o di male che resiste a ogni rimedio: una pioggia, una nebbia o.; febbriciattole o.; tosse o.; ò un o. dolore alla spalla destra. b. In musica (anche come s. m.), di figura melodica che si ripete incessantemente, invariata e alla stessa altezza, per tutta una composizione o una parte di essa; appare di solito nel basso, che prende in tal caso il nome di basso o. (v. basso2). Piú genericamente, per indicare la persistenza di un ritmo o di un effetto strumentale (per es., il pizzicato o. nella Sinfonia n. 4 di Čajkovskij);
etimologicamente dal lat. o(b)stinatu(m) part. pass. del verbo obstinare= ostinarsi.
Passiamo ai sinonimi:
Accanito/a agg.vo m.le o f.le1 furioso, violento: odio accanito
2 (fig.) ostinato, tenace: lavoratore, fumatore, giocatore accanito
etimo: p.p. di accanire = Far irritare come un cane: i consigli supplichevoli accaniscono i caparbi (Botta). 2. intr. pron. Imbestialirsi furiosamente, com’è proprio del cane verbo che è denominale di canis.
Caparbio/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc.; ostinato, testardo; quanto all’etimo poco convince una proposta derivazione(Treccani & altri) dal s.vo capo che lascerebbe inevaso mezzo lemma nella parte di arbio; né appare credibile il D.E.I. che ipotizza fantasiosamente uno sconosciuto né attestato *capardo forse accostato a testardo incrociato con superbio (per superbo?) per cui pare piú accettabile l’idea di chi (Pianigiani) vi vide un incrocio tra capra (animale cocciuto) e barbio (dal lat. barbulus= barbuto) : nome dato a piú specie di pesci d’acqua dolce del genere Barbus, famiglia ciprinidi, che presentano generalmente un paio di barbigli simili ad una barbetta di capra, dalle abitudini tenaci se non aggressive che ne rendono complicata la pesca; in Italia vivono due specie, il b. comune (Barbus barbus, con la sottospecie plebejus) e il b. meridionale (Barbus meridionalis), che costituiscono un cibo apprezzato. Il barbo/barbio è figura frequente negli scudi araldici, posto in palo, curvato e di profilo.
Cocciuto/a agg.vo e s.vo m.le o f.le testardo, ostinato, pervicace, tignoso; quanto all’etimo è un denominale di coccia= guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías)
pervicace agg.vo m.le ef.le ostinato, caparbio, accanito (per lo piú nel male); protervo: carattere pervicace; opposizione pervicace etimologicamente è dal lat. pervicace(m), deriv. di pervincere 'vincere completamente, spuntarla', comp. di per, con valore perfettivo (si dice dell'aspetto del verbo che esprime la compiutezza o il compimento di un'azione o di uno stato (p. e. fumò una sigaretta rispetto a fumava una sigaretta, che considera l'azione nel suo svolgimento); , e vincere 'vincere';
protervo/a agg.vo m.le o f.le 1 superbo e arrogante: un individuo, un atteggiamento protervo
2 (ant.) ardito, altero: regalmente ne l'atto ancor proterva (DANTE Purg. XXX, 70, descrivendo Beatrice);
quanto all’etimo è dal lat. protervu(m) composto da pro (avanti) e tero (trito, batto,calpesto);
puntiglioso/agg.vo e s.vo m.le o f.le =che agisce per ostinazione caparbia; che è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione: una persona puntigliosa; avere un carattere puntiglioso; un ragazzo puntiglioso nello studio; come s. m. [f. -a] persona puntigliosa: fare il puntiglioso
quanto all’etimo è aggettivo/sostantivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a al sostantivo puntiglio che è dallo sp. puntillo, dim. di punto (de honor) 'punto (d'onore)';
tenace agg.vo m.le e f.le1 che tiene bene, che fa presa: là dove bolle la tenace pece (DANTE Inf. XXXIII, 143)
2 detto di materiale metallico, che resiste alla deformazione | (estens.) detto di altro materiale, che non si rompe facilmente: filo tenace
3 (fig.) forte, resistente; saldo nei propositi; costante, puntiglioso,: memoria, volontà tenace; un ragazzo tenace; un affetto tenace, che dura molto a lungo
4 (lett.) parco, avaro (ma è poco usato in tale accezione)
L’etimo è dal lat. tenace(m), deriv. di teníre 'tenere'
tignoso/a agg.vo m.le o f.le
1 affetto da tigna
2 (fig. region.) avaro
3 (fig. region.) testardo, ostinato.
L’etimo è dal lat. tine-osu(m), deriv. di tinea 'tigna'.
E veniamo finalmente al napoletano dove abbiamo numerosi aggettivi che rendono quello dell’epigrafe ed i suoi sinonimi; li considero qui di sèguito:
Capaglione/a agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano tignoso/a;
L’etimo è da un lat.regionale *capalione(m) da capale (Du Cange pg. 861);
Capa tosta /capetuosto agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano testardo;
ambedue i termini sono etimologicamente formati o dall’accostamento o addirittura dell’agglutinazione di capa/cape =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) con l’aggettivo tosta/tuosto = duro, sodo (dal lat. tosta→tosta/tostu(m)→tuosto, part. pass. di torríre 'disseccare, tostare, render duro';
Capoteco/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc e cioè corrisponde ad un dipresso all’italiano caparbio; quanto all’etimo è voce formata partendo da capa→capo =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) piú il suffisso durativo òteco/a←òticu(m)/òtica(m) (cfr. (id)òticus;
cervecone/a agg.vo m.le o f.le = vale tal quale il precedente capaglione di cui è una sorta di accrescitivo (cfr. il suff. one/a); in origine però non fu aggettivo, ma un sostantivo indicante la nuca,la cervice, la collottola del capo e fu poi usato quale aggettivo indicante chi è ostinato o testardo; tale passaggio è semanticamente spiegato con il fatto che nell’inteso comune la cervice (da cui etimologicamente la voce trae) è spesso détta dura, quantunque morfologicamente la collottola o nuca, posta alla base del cranio sia piuttosto molle e non dura; la voce come détto è da un tardo lat. *cervicone(m) modellato su cervix= cervice e risolve comodamente in un unico termine il giro di parole (di dura cervice) dell’italiano;
Criccuso/a agg.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano puntiglioso e cioè: che/chi è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione con l’aggiunta peggiorativa d’essere dispettoso e/o capriccioso; quanto all’etimo è aggettivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a o al sostantivo cricchio (voce onomatopeica che vale ticchio, ghiribizzo) o piú probabilmente al sostantivo cricco (dal fr. cric martinetto, quello con cui si solleva un autoveicolo quando si deve sostituire una ruota); semanticamente, oltre che morfologicamente trovo piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio= ghiribizzo; infatti criccuso mi pare che ripeta, semanticamente, la forza puntigliosa(quasi dispettosa) esercitata con il cricco per raggiungere lo scopo del sollevamento d’un autoveicolo, laddove non mi par di poter trovare attinenze semantiche tra un’idea improvvisa e stravagante quale quella del ghiribizzo e l’applicazione costante e finalizzata del criccuso/puntiglioso; ugualmente morfologicamente trovo molto piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio(= ghiribizzo) voce che probabilmente avrebbe potuto evolversi in cricchiuso (mai però attestato) e non in criccuso;
‘mbizzuso/a agg.vo m.le o f.le di per sé in primis capriccioso/a, lunatico/a; scontroso/a e quindi per estensione testardo, ostinato, forte, resistente, costante, puntiglioso, saldo nei proprî propositi stravaganti e/o bizzarri; quanto all’etimo è aggettivo formato premettendo un in→’m rafforzativo ed aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa al sostantivo bizza (
1.breve stizza, capriccio stizzoso, ma di breve durata, senza serio motivo, anche fig.: il bimbo fa le bizze; il motore fa le bizze.
2.(per ampliamento semantico)impuntatura, ira, collera; etimologicamente molti dizionarî registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. e precisamente Carlo Battisti o Giovanni Alessio che si presero la responsabilità delle voci sotto la lettera B ipotizzarono (ma a mio avviso poco convincentemente) una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’impuntatura che son proprî della bizza; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio all’impuntatura,alla ira o anche solo ad una breve stizza!);
ncucciuso – ncucciosa agg.vo m.le o f.le ripete all’incirca le valenze del precedente cervecone/a nei significati dipersona dalla testa dura ,persistentemente caparbia, testarda, puntigliosa, testona, cocciuta; quanto a l’etimo è termine formato da una n eufonica premessa alle voci cucciuso cucciosa nate addizionando la voce cuccia per coccia ← coccia (guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías) con il suffisso lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa;
ncucciuto/a agg.vo m.le o f.le è il medesimo aggettivo precedente con una morfologia un po’ diversa; in questo a margine il suffisso non è quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, ma quello verbale uto/a del part. passato, usato spesso per la formazione di aggettivi;
ncanuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: stizzoso, sdegnoso e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie idee, da non lasciar spazio alle altrui idee o azioni, quasi come un cane da guardia. Etimologicamente è voce costruita con una n eufonica ( che non è residuo di un in→’n illativo e dunque non necessita del segno diacritico d’aferesi la cui apposizione, (come pure m’è occorso di trovare in taluni importanti (sic!) scrittori, sedicenti esperti dell’esatta grafia dell’idioma partenopeo) sarebbe inutile e pleonastica, n eufonica anteposta al sostantivo cane (lat. cane(m)) seguito dal suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa;
‘ncanato/a agg.vo m.le o f.le voce analoga alla precedente nel significato di ostinato, cocciuto, testardo, caparbio, pertinace, puntiglioso, che agisce alla maniera d’un cane da guardia; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, come la precedente sul s.vo cane (lat. cane(m), à una morfologia affatto diversa: in questa a margine infatti la ‘n d’avvio non è una consonante eufonica, ma è un residuo di un in→’n illativo e dunque necessita del segno diacritico d’aferesi; il suffisso adottato poi è quello (ato/a) delle desinenze verbali (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncanarse (comportarsi come un cane);
‘ncapunito/a agg.vo m.le o f.le intestardito, testardo, caparbio, come chi abbia una testa tanto grossa da farlo definire testone,testardo, pervicace, tignoso, persona ostinata ma poco intelligente; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, sul s.vo capone = grosso capo cui è anteposta un in→’n illativo che dunque necessita del segno diacritico, adotta come suffisso quello (ito/a) delle desinenze verbali di terza coniugazione (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncapunirse (intestardirsi, incaparbirsi, fissarsi, impuntarsi);
ncrapicciuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: estroso, bizzarro, originale, stravagante, insolito, strambo; civettuolo, e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie pretese balzane, bizzose,eccentriche, strampalate, assurde; ; etimologicamente la voce a margine è costruita sul s.vo crapiccio = voglia improvvisa e stravagante, desiderio bizzarro, ghiribizzo, sostantivo per il cui etimo si sospetta (D.E.I.- GARZANTI) una derivazione con lettura metatetica di cap(o)riccio = capo con i capelli rizzati per la paura, quindi manifestazione stravagante; trovo però migliore un’adattamento del fr. caprice sempre con lettura metatetica; al s.vo crapiccio è anteposta una n eufonica che dunquenon necessita del segno diacritico, e gli fa seguito il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa;
‘ncurnato/a agg.vo m.le o f.le ad litteram varrebbe incornato/a cioè colpito/a da una cornata, ma è inteso nei significati traslati di testardo, sfrontato, insolente, cocciuto, che fa di testa propria incurante di moniti o suggerimenti,accezioni tutte semanticamente spiegate con il fatto che esistono delle bestie (ovini – bovini) dal comportamento cocciuto ed il cui capo è spesso provvisto di corna s.vo su cui è modellato l’aggettivo a margine secondo il seguente iter: al s.vo cu(o)rn(a)←corna è anteposta un in→’n illativo che in quanto tale necessita del segno diacritico, ed al s.vo fa seguito il suffisso ato/a) delle desinenze verbali di 1° cng. (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncurnarse (comportarsi cocciutamente come una bestia provvista di corna);
di pertinenza osus/osa→uso/osa;
‘nzallannòmmene agg.vo e s.vo m.le e solo m.le: non è attestato come f.le= in primis zuccone, sciocco, stolto, scimunito; (fam.) tonto; poi per estensione semantica protervo, spocchioso, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciato, sfrontato, insolente e da ultimo testardo, ostinato, disorientatore,chi frastorna, turba, confonde, frastorna, sconcerta, scombussola con atti o parole ostinati, tenaci, perseveranti, irremovibili, instancabili; è voce deseutissima che rappresenta quasi la voce attiva rispetto alla voce passiva ‘nzallanuto/a che connota colui o colei che subiscono l’azione di disorientamento, frastornamento, turbamento, confusione, , sconcertamento, scombussolamento con atti o parole da parte dello ‘nzallannòmmene (ad litteram: frastorna-uomini).
Etimologicamente sia ‘nzallannòmmene che ‘nzallanuto/a sono deverbali di ‘nzallaní di cui ‘nzallanuto/a è il participio passato, mentre ‘nzallannòmmene è formato agglutinando la radice di ‘nzallaní con raddoppiamento espressivo della nasale: ‘nzallaní →‘nzallanní con il so.vo òmmene per uòmmene(dal lat. (h)omines con radd. espressivo della labiale) pl. di ommo = uomo (dal lat. (h)omo con radd. espressivo della labiale); occorre solo chiarire ora significato ed etimo del verbo ‘nzallaní; dirò perciò che accanto alla voce ‘nzallaní, nel napoletano è in uso anche ‘nzallanirsi e questa seconda voce rappresenta la forma riflessiva della prima, e son verbi che entrarono ed ancóra entrano nel comune parlato partenopeo soprattutto nella forma di participio passato aggettivato ‘nzallanuto/a e spessissimo in unione con i sostantivi viecchio e vecchia: viecchio ‘nzallanuto, vecchia ‘nzallanuta nei significati di confondere/ confondersi, stordire/stordirsi, intontire/intontirsi e dunque confuso/a, stordito/a, intontito/a, che spesso icasticamente riproducono l’atteggiamento ed il comportamento di persone avanti negli anni, persone che si mostrano, in quasi tutte le occasioni distratti ed addirittura talora rimbambiti. I verbi in esame in senso transitivo, come si evince, si riferiscono alle malevole azioni di coloro che con il loro fastidioso agire intralciano l’altrui vivere inducendo gli altri in confusione, in istordimento, in intontimento e/o distrazione tali da indurre in errore (cfr. Statte zitto ca me staje ‘nzallanenno!= Taci ché mi stai frastornando!), mentre usati in senso riflessivo raccontano la confusione, lo stordimento l’intontimento in cui incorrono spontaneamente soprattutto le persone anzione che usano mostrarsi anche coscientemente e per cattiva volontà, distratti, disattenti, frastornati quasi gloriandosi di questo loro status che ritengono ineludibile e di pertinenza della loro età avanzata. Ma spesso si tratta di un atteggiamento di comodo!
Ciò detto veniamo a trattare della questione etimologica dei verbi in esame.
La faccenda non è delle piú tranquille; una prima scuola di pensiero (cui peraltro aderisce accanto ad Antonio Altamura, anche l’amico prof. Carlo Iandolo) mette in relazione i verbi ‘nzallaní – ‘nzallanirse con il verbo latino insanire (impazzire – perdere i lumi) che avrebbe generato (attraverso l’inserimento di una non spiegata o chiarita sillaba lu) *insalunire donde per metatesi sillabica, aferesi iniziale, cambio ‘ns→’nz e raddoppiamento espressivo della l→ll ‘nzallanire. Ipotesi interessante ma, tutto sommato, morfologicamente molto articolata e tortuosa. Trovo forse piú perseguibile l’etimo proposto dall’altro amico l’ avv.to Renato de Falco che alla medesima stregua del fu (parce sepulto!) prof. Francesco D’ Ascoli pensano di collegare i verbi in epigrafe con il greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito , oppure al verbo zalaino di significato simile al precedente;l’amico de Falco fa anche di piú e collega al greco zalaino anche l’aggettivo sostantivato partenopeo zallo che è lo sciocco,l’inesperto, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú.
Per ciò che riguarda i verbi esaminati mi pare di potere accettare l’ipotesi di De Falco e di D’Ascoli; ma per quanto riguarda la voce zallo sono di diverso parere e cioè che il vocabolo zallo, sia o possa essere corruzione di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs; di per sé il tallo è il germoglio, la talea, la giovane foglia tenera , il virgulto che semanticamente ben potrebbe, per traslato, indicare con la sua tenera inconsistenza, la accondiscendenza credula dell’inesperto zallo;
tuttavia per la voce zallo mi sento di poter formulare anche un’altra ipotesi, ipotesi che espongo qui di sèguito.
Atteso che con il termine zallo (aggettivo sostantivato) nella parlata napoletana si intese ed ancóra si intende il babbeo, l’allocco, lo stupido credulone, occorre rammentare che le medesime accezioni le à la voce zanno che ripete in napoletano il termine italiano zanni equivalente di Giovanni famoso personaggio della commedia cinquecentesca bergamasca dove lo zanni/Giovanni era il servo sciocco e credulone; di talché non è azzardato ipotizzare una rilettura popolare di zanno diventato zallo con sostituzione (magari a dispetto di qualche norma che presiede la linguistica!) delle nasali nn con le piú comode ll.
Ultimissima ipotesi è poi che zallo (=babbeo, allocco, stupido credulone) usato spessissimo in riferimento (cfr. R. Viviani) ad un graduato tutore della legge, ad uno sbirro intesi sempre sciocchi, stupidi e creduloni (ibidem: ‘o zallo s’ammocca= lo sciocco sbirro prende per buona… una fandonia ), possa essere corruzione di comodo di un originario zaffio o zaffo che con derivazione dall’iberico zafio vale uomo violento, sbirro, ma non è da escludere un collegamento ad un lat. med. zaffo= servitore all’ordine d’un magistrato (sbirro?).
Da zaffo a zallo il passo non è lungo, come potrebbe non esserlo (con buona pace dei linguisti) quello da zanno a zallo!;
proffediosa agg.vo e s.vo f.le e solo f.le: non è attestato come m.le= in primis zuccona, sciocca, stolta, scimunita; tonta; poi per estensione semantica proterva, perfida,malvagia, spocchiosa, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciata, sfrontata, insolente e da ultimo testarda, ostinata,subdola, tenace, perseverante in atteggiamenti (tipici delle donne) malvagi e spesso crudeli; è voce purtroppo deseutissima etimologicamente formata sul s.vo perfidia (dal lat. perfidia(m), deriv. di perfidus) letto metateticamente prefidia→preffidia→proffidia con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda e cambio della e (intesa lunga) in o e aggiunta del suffisso di pertinenza osa←osus/osa
scurzone/a - scurzato/a – scurzuso/osa tre agg.vi m.li o f.li morfologicamente poco diversi (cambiano i suffissi)che valgono tutti in primis spilorcio/a, avaro/a e poi per ampiamento semantico tutti ostinato/a, fermo/a nei proprî propositi come chi sia di dura scorza (corteccia) e non si lasci intaccare da nulla; etimologicamente tutti sono costruiti sul s.vo scorza (dal lat. scortea(m) 'veste di pelle', f. sost. dell'agg. scorteus, deriv. di scortum 'pelle') 1-rivestimento del fusto e delle radici degli alberi; 2 – ( estens.) pelle di alcuni animali, spec. di pesci e serpenti 3 ed è il caso che ci occupa: pelle dell'uomo (spec. in alcune loc. dell'uso fam.): avere la scorza dura, (fig.) aspetto esteriore, apparenza; dicevo che tutti I tre aggettivi sono costruiti sul s.vo scorza; al primo è aggiunto il suffisso accrescitivo one/ona ,al terzo quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, mentre al secondoquello verbale ato/a del part. Passato dei verbi di 1° cngz, usato spesso per la formazione di aggettivi, tanto da poter far sospettare che scurzato/a sia il p.p. dell’infinito scurzà =privare della buccia o scorza da intendersi però in senso antifrastico come chi non si lascia intaccare la propria buccia;
e veniamo all’ultimo termine che rende in napoletano quello italiano dell’epigrafe:
vinciuto/a agg.vo m.le o f.le in primis prepotente, viziato,petulante, fastidioso,, arrogante, ostinato nelle pretese,diseducato,abituato ad averle tutte vinte: è ‘nu criaturo/’na criatura vinciuto/a (è un bambino/una bambina viziato/a); etimologicamente ci troviamo in presenza di una forma verbale (part. pass. aggettivato ) dell’infinito véncere (dal lat. vincere) vincere,sconfiggere, superare, sbaragliare, schiacciare, annientare; conquistare, espugnare etc.,
ma ci troviamo ad aver che fare, a mio avviso, con un uso improprio di un participio passato che solitamente viene usato per indicare un’azione non solo passata, ma pure subíta: in italiano vinto (part. passato di vincere) indica il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, mentre è il part. presente vincente ad indicare colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno; alla medesima stregua in napoletano vinciuto (part. passato di vencere) dovrebbe indicare il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, e non (come invece avviene)colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno, anzi colui che le à sempre vinte tutte!, ma è d’uso ormai sia nel parlato che nello scritto napoletano considerare vinciuto sinonimo di vincente, vittorioso e non saranno le mie parole a rimettere ordine in codesto groviglio semantico.
Satis est.
Raffaele Bracale
giovedì 29 ottobre 2009
martedì 27 ottobre 2009
CREMA DI CIPOLLE
CREMA DI CIPOLLE
Ingredienti e dosi per 6 persone
• 100 g. di strutto,
• 100 g. di speck tagliato a dadini,
• 600 g. di cipolle dorate mondate ed affettate sottilmente,
• 2 cucchiai di farina,
• ½ litro di brodo da dado vegetale,
• Sale fino q.s.,
• Pepe fino q.s.,
• 100 g. di pinoli tostati,
• Un gran ciuffo di prezzemolo lavato asciugato e tritato finemente,
• 100 g.di uva passita ammollata e strizzata,
• 1 bicchiere di panna vegetale da cucina,
• Il succo filtrato di un limone non trattato.
• procedimento
Tagliare in fette molto sottili le cipolle.Porre in una padella di ferro nero lo strutto e farlo sciogliere a fuoco dolce; unire
lo speck tagliato a dadini e le cipolle affettate bagnando il tutto con mezzo bicchiere d’acqua bollente e far cuocere per 15 minuti le cipolle, fino a che non siano diventate ben morbide, ma non scure.
Spolverare con la farina e aggiungere il brodo tenuto in caldo.
Salare, pepare e lasciare cuocere a fuoco basso per 15 minuti circa.
Infine versare la panna e il succo di limone.Infine aggiungere pinoli tostati ed uva passita ammollata e strizzata; fuori del fuoco aggiungere il trito di prezzemolo.
Mescolare bene e servire.
Accompagna carni, patate, piatti a base di pasta.
r.bracale
Ingredienti e dosi per 6 persone
• 100 g. di strutto,
• 100 g. di speck tagliato a dadini,
• 600 g. di cipolle dorate mondate ed affettate sottilmente,
• 2 cucchiai di farina,
• ½ litro di brodo da dado vegetale,
• Sale fino q.s.,
• Pepe fino q.s.,
• 100 g. di pinoli tostati,
• Un gran ciuffo di prezzemolo lavato asciugato e tritato finemente,
• 100 g.di uva passita ammollata e strizzata,
• 1 bicchiere di panna vegetale da cucina,
• Il succo filtrato di un limone non trattato.
• procedimento
Tagliare in fette molto sottili le cipolle.Porre in una padella di ferro nero lo strutto e farlo sciogliere a fuoco dolce; unire
lo speck tagliato a dadini e le cipolle affettate bagnando il tutto con mezzo bicchiere d’acqua bollente e far cuocere per 15 minuti le cipolle, fino a che non siano diventate ben morbide, ma non scure.
Spolverare con la farina e aggiungere il brodo tenuto in caldo.
Salare, pepare e lasciare cuocere a fuoco basso per 15 minuti circa.
Infine versare la panna e il succo di limone.Infine aggiungere pinoli tostati ed uva passita ammollata e strizzata; fuori del fuoco aggiungere il trito di prezzemolo.
Mescolare bene e servire.
Accompagna carni, patate, piatti a base di pasta.
r.bracale
CASTAGNACCIO SALATO O DOLCE ETC
CASTAGNACCIO SALATO O DOLCE ALLA MANIERA CAMPANA
Il castagnaccio, è una torta, salata o dolce, di farina di castagne, insaporita a seconda degli usi locali. Si può mangiare caldo o freddo; quello salato si consuma da solo oppure, a preferenza con ricotta o formaggi freschi.
Versione salata
Ingredienti e dosi per 6 – 8 porzioni:
1 kg di farina di castagna,
1 litro e mezzo di acqua,
un cucchiaino di sale fino,
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f.,
1 cucchiaio di strutto,
1 etto di pinoli,
1 etto di gherigli di noci,
una cucchiaiata di aghi di rosmarino,
pan grattato q.s.
procedimento
La seguente è la ricetta base più semplice ed antica per ottenere una teglia di castagnaccio di 30x30 cm (36 cm di diametro per una teglia tonda): prendere 1 kg di farina e aggiungere a poco a poco acqua (circa un litro e mezzo) fino ad ottenere una pastella non troppo densa che ancora riesca a colare e ad autolivellarsi. Aggiungere un cucchiaino di sale,mezzo bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f., un cucchiaio di strutto, un etto di pinoli, mescolare bene e versare nella teglia preventivamente unta con un po' d'olio e rivestita di pangrattato. Lo spessore della pastella non dovrà superare i 2 cm. Spargere sulla pastella circa due etti di noci a pezzetti (che in gran parte affonderanno), una cucchiaiata di aghi di rosmarino, un filo di olio e poi mettere al forno a circa 200 gradi per 30-60 minuti; il tempo di cottura varia con la densità della pastella e con il suo spessore.
Sarà pronto quando avrà assunto un bel colore marrone scuro e l'impasto, provato con uno stuzzicadenti, risulterà asciutto. La superficie risulterà tutta screpolata.Servire calde o fredde le fette di castagnaccio accompagnate da fette di ricotta o altro formaggio fresco
. Versione dolce
Ingredienti e dosi per 6 – 8 porzioni:
1 kg di farina di castagna,
1 litro e mezzo di acqua,
un cucchiaino di sale fino,
1 etto di zucchero
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f.,
1 cucchiaio di strutto,
1 etto di pinoli,
1 etto di gherigli di noci tritati,
2 etti di uva passita ammollata in acqua tiepida o in del vino dolce (marsala o moscato),
1 etto di cedro candito ridotto a dadini da ½ cm di spigolo,
la scorza grattugiata di un arancio sorrentino,
la scorza grattugiata di un limone amalfitano o sorrentino un cucchiaio di semi di finocchio,
pan grattato q.s.
procedimento
prendere 1 kg di farina e aggiungere a poco a poco acqua (circa un litro e mezzo) fino ad ottenere una pastella non troppo densa che ancora riesca a colare e ad autolivellarsi. Aggiungere un cucchiaino di sale,lo zucchero, mezzo bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f., un cucchiaio di strutto, un etto di pinoli,i gherigli di noce tritati, la scorza grattugiata di arancio e limone, mescolare bene e versare nella teglia preventivamente unta con un po' d'olio e rivestita di pangrattato. Lo spessore della pastella non dovrà superare i 2 cm. Spargere sulla pastella la dadolata di cedro candito ed i semi di finocchio, un filo di olio e poi mettere al forno a circa 200 gradi per 30-60 minuti; il tempo di cottura varia con la densità della pastella e con il suo spessore.
Sarà pronto quando avrà assunto un bel colore marrone scuro e l'impasto, provato con uno stuzzicadenti, risulterà asciutto. La superficie risulterà tutta screpolata.Servire calde o fredde le fette di castagnaccio accompagnate da fette di ricotta.
Sia per la versione salata che per quella dolce servire vini bianchi dolci e profumati o rossi giovani.
Mangia Napoli, facítene salute!
Raffaele Bracale
Il castagnaccio, è una torta, salata o dolce, di farina di castagne, insaporita a seconda degli usi locali. Si può mangiare caldo o freddo; quello salato si consuma da solo oppure, a preferenza con ricotta o formaggi freschi.
Versione salata
Ingredienti e dosi per 6 – 8 porzioni:
1 kg di farina di castagna,
1 litro e mezzo di acqua,
un cucchiaino di sale fino,
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f.,
1 cucchiaio di strutto,
1 etto di pinoli,
1 etto di gherigli di noci,
una cucchiaiata di aghi di rosmarino,
pan grattato q.s.
procedimento
La seguente è la ricetta base più semplice ed antica per ottenere una teglia di castagnaccio di 30x30 cm (36 cm di diametro per una teglia tonda): prendere 1 kg di farina e aggiungere a poco a poco acqua (circa un litro e mezzo) fino ad ottenere una pastella non troppo densa che ancora riesca a colare e ad autolivellarsi. Aggiungere un cucchiaino di sale,mezzo bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f., un cucchiaio di strutto, un etto di pinoli, mescolare bene e versare nella teglia preventivamente unta con un po' d'olio e rivestita di pangrattato. Lo spessore della pastella non dovrà superare i 2 cm. Spargere sulla pastella circa due etti di noci a pezzetti (che in gran parte affonderanno), una cucchiaiata di aghi di rosmarino, un filo di olio e poi mettere al forno a circa 200 gradi per 30-60 minuti; il tempo di cottura varia con la densità della pastella e con il suo spessore.
Sarà pronto quando avrà assunto un bel colore marrone scuro e l'impasto, provato con uno stuzzicadenti, risulterà asciutto. La superficie risulterà tutta screpolata.Servire calde o fredde le fette di castagnaccio accompagnate da fette di ricotta o altro formaggio fresco
. Versione dolce
Ingredienti e dosi per 6 – 8 porzioni:
1 kg di farina di castagna,
1 litro e mezzo di acqua,
un cucchiaino di sale fino,
1 etto di zucchero
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f.,
1 cucchiaio di strutto,
1 etto di pinoli,
1 etto di gherigli di noci tritati,
2 etti di uva passita ammollata in acqua tiepida o in del vino dolce (marsala o moscato),
1 etto di cedro candito ridotto a dadini da ½ cm di spigolo,
la scorza grattugiata di un arancio sorrentino,
la scorza grattugiata di un limone amalfitano o sorrentino un cucchiaio di semi di finocchio,
pan grattato q.s.
procedimento
prendere 1 kg di farina e aggiungere a poco a poco acqua (circa un litro e mezzo) fino ad ottenere una pastella non troppo densa che ancora riesca a colare e ad autolivellarsi. Aggiungere un cucchiaino di sale,lo zucchero, mezzo bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f., un cucchiaio di strutto, un etto di pinoli,i gherigli di noce tritati, la scorza grattugiata di arancio e limone, mescolare bene e versare nella teglia preventivamente unta con un po' d'olio e rivestita di pangrattato. Lo spessore della pastella non dovrà superare i 2 cm. Spargere sulla pastella la dadolata di cedro candito ed i semi di finocchio, un filo di olio e poi mettere al forno a circa 200 gradi per 30-60 minuti; il tempo di cottura varia con la densità della pastella e con il suo spessore.
Sarà pronto quando avrà assunto un bel colore marrone scuro e l'impasto, provato con uno stuzzicadenti, risulterà asciutto. La superficie risulterà tutta screpolata.Servire calde o fredde le fette di castagnaccio accompagnate da fette di ricotta.
Sia per la versione salata che per quella dolce servire vini bianchi dolci e profumati o rossi giovani.
Mangia Napoli, facítene salute!
Raffaele Bracale
TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI
Tagliatelle ai funghi porcini.
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di farina di castagne,
4 etti di farina di frumento,
6 uova (da 70 – 80 grammi cadauno),
6 grossi funghi porcini freschi o surgelati
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
3 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato in centrifuga e tritato finemente.
1 etto di formaggio pecorino grattugiato,
sale doppio e fino q.s.
pepe decorticato q. s.
procedimento
Cominciamo con il precisare che le tagliatelle di questa ricetta non si trovano prodotte industrialmente ma vengono sempre preparate artigianalmente in casa (ed è un bene!) mescolando assieme farina di castagne e farina di frumento tipo 0; a seconda della zona variano un po' le proporzioni, ma il miglior rapporto è quello che prevede per ogni chilogrammo 6 etti di farina di castagne e 4 etti di farina di frumento. Anche il numero di uova da aggiungere all'impasto varia da 0 ad 8 a seconda dell'estro del cuoco. Personalmente ritengo che la dose ottimale sia di sei uova (da 70 – 80 grammi cadauno) per ogni chilo di farine. La preparazione è semplice poiché è sufficiente impastare le due farine mescolate fra di loro con acqua tiepida salata e le eventuali uova. Si lascia riposare per una mezz’ ora e poi sulla spianatoia cosparsa di farina ben asciutta, si tira la pettola (sfoglia) non troppo sottilmente (6 mm.) con il matterello e si taglia nella forma di tagliatelle larghe un cm.
Si lessano poi piuttosto al dente (tra 5 e 10 minuti) in acqua salata (pugno di sale doppio).
Le tagliatelle generalmente si prestano ottimamente ad essere condite con varii intigoli tra cui il pesto ovviamente genovese, oppure semplicemente con olio d'oliva e.v. p. s. a f. a crudo e grana grattugiato finemente oppure e meglio con pecorino, meglio se sottilmente affettato. Qualcuno usa una crema di ricotta di pecora stemperata con un sugo di passata di pomidoro, ma trovo che un deciso apporto di sapore lo si poossa ottenere con un buon sugo ai funghi.
Sconsiglio l'uso della panna,invalso per andare incontro ai gusti dei popoli d’oltreoceano, ma è un uso quasi indegno atteso che la panna copre tutti i sapori e la lascio volentieri ai cuochi incapaci che con la panna devon coprire le loro nefandezze! Torniamo alla preparazione approntando il sugo di funghi porcini: pulite bene i funghi freschi nettandoli con uno straccetto umido e con un coltellino affilatissimo, e tagliateli in pezzi abbastanza grossi; vi raccomando di operare il taglio alla francese, sfettando i funghi in diagonale, appoggiando la lama lungo l’asse maggiore dei funghi, con un’inclinazione di 45°.Nel caso che si tratti di funghi surgelati, lasciateli scongelare lentamente a temperatura ambiente,asciugateli con carta paglia o assorbente e nettateli con il coltellino affilatissimo procedendo poi c.s. al taglio alla francese. Ponete in un’ampia padella tutto l’olio, aggiungete il trito d’aglio ed a temperatura sostenuta fatelo imbiondire,súbito dopo aggiungete i pezzi di funghi nella padella nell'olio già caldo, aromatizzato con aglio, e fateli soffriggere, aggiungendo poca acqua bollente.Regolate di sale. Frattanto avrete lessato al dente (per 5 o 10 minuti) le tagliatelle in abbondante acqua salata( un pugno di sale grosso) scolatele decisamente e versatle nella padella con il sugo; rimestate ed aggiungete il prezzemolo fresco tagliato finemente. Impiattate cospargendo di pecorino e pepe decorticato macinato a fresco. Servite calde di fornello queste gustosissime tagliatelle autunnali.
Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di farina di castagne,
4 etti di farina di frumento,
6 uova (da 70 – 80 grammi cadauno),
6 grossi funghi porcini freschi o surgelati
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
3 spicchi d’aglio mondati e tritati finemente,
1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato in centrifuga e tritato finemente.
1 etto di formaggio pecorino grattugiato,
sale doppio e fino q.s.
pepe decorticato q. s.
procedimento
Cominciamo con il precisare che le tagliatelle di questa ricetta non si trovano prodotte industrialmente ma vengono sempre preparate artigianalmente in casa (ed è un bene!) mescolando assieme farina di castagne e farina di frumento tipo 0; a seconda della zona variano un po' le proporzioni, ma il miglior rapporto è quello che prevede per ogni chilogrammo 6 etti di farina di castagne e 4 etti di farina di frumento. Anche il numero di uova da aggiungere all'impasto varia da 0 ad 8 a seconda dell'estro del cuoco. Personalmente ritengo che la dose ottimale sia di sei uova (da 70 – 80 grammi cadauno) per ogni chilo di farine. La preparazione è semplice poiché è sufficiente impastare le due farine mescolate fra di loro con acqua tiepida salata e le eventuali uova. Si lascia riposare per una mezz’ ora e poi sulla spianatoia cosparsa di farina ben asciutta, si tira la pettola (sfoglia) non troppo sottilmente (6 mm.) con il matterello e si taglia nella forma di tagliatelle larghe un cm.
Si lessano poi piuttosto al dente (tra 5 e 10 minuti) in acqua salata (pugno di sale doppio).
Le tagliatelle generalmente si prestano ottimamente ad essere condite con varii intigoli tra cui il pesto ovviamente genovese, oppure semplicemente con olio d'oliva e.v. p. s. a f. a crudo e grana grattugiato finemente oppure e meglio con pecorino, meglio se sottilmente affettato. Qualcuno usa una crema di ricotta di pecora stemperata con un sugo di passata di pomidoro, ma trovo che un deciso apporto di sapore lo si poossa ottenere con un buon sugo ai funghi.
Sconsiglio l'uso della panna,invalso per andare incontro ai gusti dei popoli d’oltreoceano, ma è un uso quasi indegno atteso che la panna copre tutti i sapori e la lascio volentieri ai cuochi incapaci che con la panna devon coprire le loro nefandezze! Torniamo alla preparazione approntando il sugo di funghi porcini: pulite bene i funghi freschi nettandoli con uno straccetto umido e con un coltellino affilatissimo, e tagliateli in pezzi abbastanza grossi; vi raccomando di operare il taglio alla francese, sfettando i funghi in diagonale, appoggiando la lama lungo l’asse maggiore dei funghi, con un’inclinazione di 45°.Nel caso che si tratti di funghi surgelati, lasciateli scongelare lentamente a temperatura ambiente,asciugateli con carta paglia o assorbente e nettateli con il coltellino affilatissimo procedendo poi c.s. al taglio alla francese. Ponete in un’ampia padella tutto l’olio, aggiungete il trito d’aglio ed a temperatura sostenuta fatelo imbiondire,súbito dopo aggiungete i pezzi di funghi nella padella nell'olio già caldo, aromatizzato con aglio, e fateli soffriggere, aggiungendo poca acqua bollente.Regolate di sale. Frattanto avrete lessato al dente (per 5 o 10 minuti) le tagliatelle in abbondante acqua salata( un pugno di sale grosso) scolatele decisamente e versatle nella padella con il sugo; rimestate ed aggiungete il prezzemolo fresco tagliato finemente. Impiattate cospargendo di pecorino e pepe decorticato macinato a fresco. Servite calde di fornello queste gustosissime tagliatelle autunnali.
Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
NACCA/NNACCA & dintorni
NACCA/NNACCA & dintorni
Sollecitato dalla richiesta d’una mia nipote, tratto questa vòlta la voce in epigrafe sicuro di far cosa gradita non solo alla mia congiunta, ma pure a qualche altro dei miei ventiquattro lettori.
Comincio con la prima espressione che mi viene in mente che la contiene:
(‘a)zi’ nnacca (d’’o Pennino),e talvolta per evidente inconscia erronea corruzione popolare (‘a)zi’ nnacchera (d’’o Pennino), ma piú correttamente (‘a)sié nnacca (d’’o Pennino); letteralmente sta per la signora anca (del pendino), ma per ampliamento semantico vale donna sgraziata, goffa, dalla provocatoria andatura dondolante per mettere in mostra le voluminose anche e/o natiche, mostra favorita dalla ridondanza delle grosse gonne indossate, spesso ad arte gonfie sui fianchi e/o fondoschiena, per sottogonne e/ o guardinfanti; tale donna sgraziata e goffa è classificata, stante la sua ineleganza e cattivo gusto come donna volgare, intesa addirittura becera, triviale, incline al pettegolezzo e alla chiassata manifestando rumorosamente la sua presenza enfatica come ad un dipresso accade per la cosiddetta pereta (cfr. alibi sub EPITETI).
Affrontiamo ora la questione etimologica dell’espressione e dico súbito che (‘a) zi’ nnacca o addirittura (‘a) zi’ nnacchera (che varrebbe correttamernte la zia anca) è espressione scorrettamente in uso sulla bocca del popolino e/o delle persone meno coscienti o consce dell’idioma partenopeo, laddove l’espressione da usarsi correttamente è (‘a) sié nnacca (d’’o Pennino) e ciò perché
spesso tra il popolino o i meno esperti si incorre nella confusione tra zi’ e si’ (al maschile) o tra zi’ e sié (al femminile) cioè si confonde tra zio/a e signore/a. Ricordo infatti che non solo in questo caso, ma anche in altre espressioni che ricorderò qui di fila, si incorre nella colpevole confusione tra i menzionati zio/a e signore/a. con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé l’apocope di (si)gnore ) con uno scorretto zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) per cui si ottenengono gli scorretti zi’(zio o zia) in luogo dei corretti si’ (signore)o sié dove il si’ - come ò detto- è l’apocope di si-(gnore) (che etimologicamente è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano mentre il sié è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur cioè da seigneuse→sie-(gneuse).
Ricordo altre espressioni improprie come:
1)dicette ‘o zi’ prevete â zi’ badessa:”Senza denare nun se cantano messe”! usata invece della corretta
dicette ‘o si’ prevete â sié badessa:”Senza denare nun se cantano messe”!
Ad litteram: Il signor prete disse alla signora abadessa: Senza denari, non si celebrano messe cantate!;l’espressione impropria sarebbe tradotta: Lo zio prete disse alla zia abadessa: “Senza denari, non si celebrano messe!”, ma ognuno vede che è una forzatura semantica ritenere zii e non signori i protagonisti dell’espressione!
2)Essere ‘o zi’ nisciuno espressione impropria al posto della corretta Essere ‘o si’ nisciuno id est: essere una nullità, un autentico signor nessuno! Rammento che in tale confusione tra zi’ nisciuno e si’ nisciuno incorse perfino un grandissimo scrittore napoletano, don Peppino Marotta (Napoli 5 aprile 1902. -† ivi 12 ottobre 1963) che in un suo volume tradusse appunto scorrettamente essere lo zio nessuno piuttosto che correttamente essere il signor nessuno ed anche in questo caso abbiamo una forzatura semantica.
Andiamo oltre e trattiamo il sostantivo nacca s.vo f.le = anca, fianco (soprattutto femminile) Premesso che l’erronea nacchera talvolta scioccamente usata da qualcuno, è solo una patente corruzione, per bisticcio ed assonanza, di questa nacca dirò che in corretto napoletano la voce nacca o il pl. nacche se vengono usate precedute da una e esigono il raddoppiamento consonantico della enne e dunque si dovrà scrivere ‘a sié nnacca e non ‘a sié nacca ed ovviamente ‘e nnacche e non ‘e nacche (che altrimenti, oltre tutto, suonerebbero maschili!). Etimologicamente la voce nacca è una lettura metatetica del tedesco (h)anka→naka→nacca con raddoppiamento espressivo dell’occlusiva velare sorda k→cc.
Completiamo l’esame dell’espressione di partenza trattando dello specificativo locativo d’’o Pennino= del Pendino
Il Pendino è un antico quartiere di Napoli, adiacente al centro storico, che attualmente è compreso nella seconda municipalità del capoluogo campano insieme ai quartieri Avvocata, Montecalvario, Mercato, San Giuseppe e Porto. Questo antico quartiere comprensivo di una zona in leggero pendio (donde il nome) verso il mare à molte strade tra cui spiccano: Corso Umberto I (noto con il nome di Rettifilo strada aperta, come la successiva, al tempo (1888 – 1889) dello sventramento e risanamento della città operata consule il sindaco Nicola Amore,Roccamonfina 18 aprile 1828 –† Napoli, 10 ottobre 1894) ), Via Duomo (che prende questo nome appunto per la presenza della Chiesa cattedrale (Duomo) della metropoli partenopea), Via Soprammuro (in dialetto 'Ncopp ê Mmure sopra le mura dove quotidianamente si tiene mercato al minuto di pesce ed ortaggi/erbaggi.), Via Forcella (nota per essere uno delle piú antiche strade napoletane, strada dal fiorente contrabbando di tabacchi ed apparecchiature audio-visive e fotografiche oltre che di elettrodomestici , Corso Garibaldi(improvvidamente dedicato al masnadiero,truffaldino ladro di cavalli, pluripregiudicato Garibaldi Giuseppe ((Nizza, 4 luglio 1807 –† Isola di Caprera, 2 giugno 1882)) córso che congiunge la zona portuale con la piazza Carlo III sede d’uno del monumentale Albergo dei Poveri (détto anche Reclusorio) opera voluta dal re Carlo di Borbone ed edificato su progetto di Ferdinando Fuga , Via Bartolomeo Capasso (illustre scrittore, poeta ed archeologo napoletano (Napoli 22/02/1815 - † ivi 3/03/1900)) ecc.; rammento inoltre che questo vasto importante quartiere napoletano à origini antiche, già in ètà romana era compreso nelle mura, come testimoniato dal Complesso termale in Vico dei Mannesi( per ciò che riguarda la voce mannesi, pl. di mannese dirò che nell’ idioma napoletano essa voce mannése non à nulla a che dividere con l’omografa ed omofona della lingua italiana; in italiano mannése è un aggettivo che viene riferito agli abitanti dell’isola di Man e connota in particolare una lingua che è appunto la lingua mannese o manx (chiamata anche Gaelg) che è una lingua gaelica o goidelica parlata sull'Isola di Man,che è un’isola conosciuta anche come Mann o Manx (Isle of Man in inglese, Ellan Vannin o Mannin in mannese) ed è situata nel Mar d'Irlanda; sul piano politico, essa non fa parte del Regno Unito né dell'Unione Europea, ma è una dipendenza della Corona britannicaLa lingua che vi si parla è risalente al V secolo ed è derivante dall'antico irlandese; infatti non di rado viene chiamata gaelico mannese.
Tutt’altra cosa è il mannése della parlata napoletana dove è un sostantivo, non aggettivo masch. e vale carpentiere,falegname ma piú ancóra carradore,fabbricante di carri e carretti, artigiano che fabbrica o ripara carri e barocci; carraio con derivazione da un acc.vo lat. manuense(m) che diede il lat. volg. *manuese donde *mann(u)ese; per il raddoppiamento della nasale cfr. alibi crebui→ crebbi, venui→venni, stetui→stetti etc.)
Il quartiere conserva altresí resti di mura greche in Piazza Calenda a Forcella che testimoniano un'ulteriore antichissima epoca,appunto quella greca. Nel medioevo questo quartiere e precisamente la piazza del Mercato,fu teatro della decapitazione di Corradino di Svevia (Corrado V di Svevia, detto Corradino (Landshut, 25 marzo 1252 –† Napoli, 29 ottobre 1268) figlio di Corrado IV re dei Romani e di Elisabetta di Wittelsbach; fu Re di Sicilia (1254-1268) e di Gerusalemme (1254-1268). Fu l'ultimo degli Hohenstaufen regnanti), ed inoltre dal XIV secolo in poi nel quartiere vennero erette numerose chiese; nel seicento fu il luogo da dove partí la rivolta di Masaniello(Tommaso Aniello d'Amalfi,(rammento che d’Amalfi era il suo cognome e non indicava la provenienza o nascita, in quanto il personaggio era di nascita napoletana) meglio conosciuto come Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 –† Napoli, 16 luglio 1647, fu il principale protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, la popolazione civile della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo); continuando nel ns excursus ricordo che nel XX secolo il quartiere fu gravemente danneggiato ma venne súbito ricostruito tranne alcuni edifici come la Chiesa del Carminiello ai Mannesi.Oltre le arterie ricordate il quartiere è composto da un fitto dedalo di numerosi vicoli che le intersecano; ricordo:
Vico Zuroli (che prende il nome da un’antichissima(1300) famiglia : gli Zurlo o Zuroli che vi fecero elevare il loro palazzo nei pressi della chiesa del Monte della Misericordia (Il Pio Monte della Misericordia è un'istituzione benefica, tra le più antiche (1602), della città di Napoli.
La sua sede attuale è nell'edificio (palazzo e chiesa) situato nel centro antico della città, lungo uno degli antichi decumani (decumano maggiore, oggi via dei Tribunali).
L'edificio ospita le Sette opere di Misericordia (1607), celebre dipinto del Caravaggio),
Via Arte della Lana (sede della pontente corporazione dei Lanaioli, fiore all’occhiello della città dove l’artigianato tessile à avuto da sempre notevole importanza, tanto che gli Arabi dissero la città: Napoli del lino; la corporazione era cosí importante e potente da godere di legislazione propria, un proprio tribunale, di chiesa e carcere privati),
Vico del Lavinaio( che deve il suo nome agli scoli d’acqua piovana che – prima dell’ampliamento aragonese (1484)delle mura di cinta della città - rendevano fangose e malsane le strade di quella zona popolare; esistono altresí molte piazze monumentali:
1 -piazza del Mercato,(quella teatro della rivolta di Masaniello, sede delle esecuzioni capitali È una delle maggiori piazze della città, ma in origine non era altro che uno spiazzo irregolare esterno al perimetro urbano, chiamato Campo del moricino (o muricino) "perché «attaccato» a mura divisorie della cinta muraria cittadina". Gli Angioini, poi, ne fecero un grande centro commerciale cittadino, ribattezzandolo Mercato di Sant'Eligio (con riferimento ad un’imponente basilica di stile gotico adiacente alla piazza dedicata appunto a sant’ Eligio) e, quindi, Piazza Mercato, snodo fondamentale dei traffici provenienti da tutto il Mediterraneo. Ivi si svolgevano le esecuzioni capitali, a partire dalla decapitazione di Corradino di Svevia, fino a quelle dei giacobini dopo la soppressione della Repubblica Partenopea del 1799. La piazza, poi, è particolarmente celebre per essere stata il luogo dove ebbe inizio la rivoluzione di Masaniello)
2 -Piazza Nicola Amore (conosciuta come 'e Quatte Palazze = quattro palazzi che son quelli che limitano la piazza ai quattro punti cardinali ),
3 - Piazza del Carmine (non quella summenzionata della rivolta di Masaniello,ma quella adiacente che un tempo fu tutt’uno con la piazza del Mercato; questa piazza in esame su uno dei quattro lati vanta la presenza, prendendo da essa il nome di piazza del Carmine, vanta la presenza della Basilica Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore (una delle piú grandi e belle basiliche di Napoli, dedicata al culto della Vergine (nera) del Carmelo. Risalente al XIII secolo,la basilica è oggi ormai l’ unico splendido esempio del Barocco napoletano; si erge in piazza Carmine a Napoli, piazza che un tempo formava un tutt'uno con la piazza del Mercato, teatro, come ò ricordato, dei piú importanti avvenimenti della storia napoletana.) con l’adiacente campanile che quantunque costruito contemporaneamente alla chiesa, di esso si parla la prima volta non prima del 1439, durante la guerra tra Angioini e Aragonesi. Piú volte danneggiato e ricostruito assume l'aspetto attuale nella prima metà del XVII secolo. I primi tre piani sono costruiti (partendo dal basso) nello stile ionico, dorico e corinzio, e si devono all'architetto Giovan Giacomo Di Conforto. Questa parte, iniziata nel 1615 con la offerta di 150 ducati, venne completata nel 1620. Nel 1622 fu innalzato il primo piano ottagonale sotto la cui cornice si legge un'iscrizione; nel 1627 fu portato a termine il secondo piano ottagonale e nel 1631, il domenicano Giuseppe Donzelli détto fra’ Nuvolo, costruí la cuspide ricoperta di maioliche dipinte, per cui il campanile è ricordato come quello di fra’ Nuvolo In cima vi troneggia la croce, su di un globo di rame del diametro di 110 centimetri. L'intera struttura è alta 75 metri e risulta essere il campanile piú alto di Napoli ed ogni anni per la ricorrenza della festività della Madonna del Carmine (16/07), il détto campanile viene incendiato cioè è teatro di un imponente spettacolo di fuochi artificiali esplosi lungo tutta la struttura del campanile;
4 - Piazza del Grande Archivio (che prende il nome dall’ Archivio di Stato, ubicato nei locali dell’antichissimo monastero dei Ss. Severino e Sossio; La chiesa e l'annesso ampio monastero vennero fondati nel IX secolo dai Benedettini, che nel 902 vi trasferirono le spoglie di San Severino, e due anni dopo anche quelle di San Sossio. Il complesso venne poi ristrutturato intorno alla metà del 1400 dagli angioini e ne restano alcune tracce nella chiesa inferiore, nuovamente rifatta nel XVI secolo. Nel 1494 venne affidata a Giovanni Donadio la ricostruzione della chiesa superiore. I lavori, interrotti per un breve periodo, furono ripresi nel 1537 da Giovan Francesco di Palma. I danni prodotti dal terremoto del 1731 resero necessaria una nuova ristrutturazione, affidata a Giovanni Del Gaizo. A Giovanni Battista Nauclerio si deve invece il rifacimento della facciata. L'interno della chiesa , a croce latina, è a navata unica con sette cappelle laterali. L' opera conserva un altare maggiore e una balaustra realizzati su disegno di Cosimo Fanzago, nonché un'ancona marmorea di Giovanni Domenico D'Auria ed una tavola di Marco Pino, (Calvario, 1577)poste nella cappella Gesualdo; nella cappella Sanseverino invece sono visibili i Monumenti funebri di Ascanio, Iacopo e Sigismondo Sanseverino, eseguiti nel 1539-40 su disegno di Giovanni da Nola.L’annesso monastero, oggi sede dell’Archivio, è famoso per i suoi tre chiostri riccamente affrescati (chiostro dei platani,chiostro del noviziato e chiostro di marmo o chiostro quadrato, destinato a giardino, con ingresso sulla via.). Il quartiere confina con altri popolari e popolosi quartieri: Porto, Vicaria, Mercato, San Lorenzo e San Giuseppe.
A margine di questa lunga, ma forse necessaria e m’auguro interessante descrizione del quartiere Pendino richiamato dall’espressione in esame: ‘a sié nnacca d’’o Pennino rammento qui di sèguito un’ altra espressione in cui è presente il quartiere Pendino:
arricurdarse ‘o cippo a furcella, ‘a lava d’’e virgene, ‘o catafarco ô pennino, ‘o mare ô cerriglio.
Ad litteram: Rammentarsi del pioppo a Forcella, della lava dei Vergini, del catafalco al Pendino e del mare al Cerriglio.
È un’ espressione pronunciata a caustico commento delle parole di qualcuno che continui a rammentare/rsi cose o luoghi o avvenimenti ormai remotissimi quali, nella fattispecie, i pioppi esistenti alla fine di via Forcella; per il vero la parola originaria dell’espressione era chiuppo ( id est: pioppo; chiuppo etimologicamente è da un lat. volg. *ploppu(m), per il class. populu(m); tipico il passaggio in napoletano PL→CHI).
La parola chiuppo fu poi corrotta in cippo e cosí mantenuta nella tradizione orale della locuzione;in essa poi sono ricordati vari altri accadimenti , quali 1)- ‘a lava d’’e Virgene(la lava nella parlata napoletana, etimologicamente dal lat. labe(m)→laba(m)→lava(m) è'caduta, rovina', deriv. di labi 'scivolare' non indica solamente la massa fluida e incandescente costituita di minerali fusi, che fuoriesce dai vulcani in eruzione: colata di lava., ma indica anche estensivamente una copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua; ed è a quest’ultima che qui si fa riferimento; (con l’espressione ‘a lava d’’e Virgene si intende infatti quel tumultuoso torrente di acqua piovana che a Napoli fino agli inizi degli anni ’60 del 1900, quando furono finalmente adeguatamente sistemate le fogne cittadine, si precipitava dalla collina di Capodimonte sulla sottostante via dei Vergini (cosí chiamata perché nella zona esisteva un monastero di Verginisti antica congregazione religiosa di predicatori) e percorrendo di gran carriera la via Foria si adagiava, placandosi, in piazza Carlo III, trasportando seco masserizie,ceste di frutta e verdura e tutto ciò che capitasse lungo il suo precipitoso percorso),2) - ‘o catafarco ô Pennino = il catafalco al Pennino (id est: il grosso altare che veniva eretto nella centrale zona del Pendino, altare eretto per le celebrazioni della festa, ormai desueta, del Corpus Domini; in primis la parola catafarco (di etimo incerto, ma con molta probabilità da un connubio greco ed arabo: greco katà =sopra+ l’arabo falah= rialzo) indica il palco, l’alta castellana ( anche cosí nel napoletano, con derivazione forse da un antico castellame (voce del XIV SEC. con cui si indicava la torretta lignea posta sulla groppa degli elefanti e nella quale si acquattavano i soldati; la voce, derivata probabilmente da castello, subí nel napoletano un adattamento corruttivo del suffisso me che divenne na per render chiaramente femminile la parola originariamente maschile, nella convinzione, che già alibi illustrai, che gli oggetti femminili fossero piú grandi o grossi o imponenti dei relativi maschili; l’adattamento corruttivo di me in na si rese necessario, atteso che per errore non si muta la desinenza nel volgere al femminile un nome terminante in me ed invece di farlo diventare terminante nell’ovvio ma, si continua a mantenere il suffisso me ; fu necessario perciò cambiar questo me in na (desinenza che, quanto al genere non produce confusione)!) dicevo che la voce catafalco che di per sé indica il tronetto ligneo su cui veniva un tempo, al centro della chiesa, sistemata la bara durante i funerali solenni, qui è usato per traslato ad indicare un altare molto imponente), infine: 3) - ‘o mare ô Cerriglio = il mare al Cerriglio (cioè al tempo di quando il mare lambiva la zona del Cerriglio, zona prossima al porto, nella quale era ubicato il Sedile di Porto, uno dei tanti comprensorî amministrativi in cui, in periodo viceregnale, era divisa la città di Napoli; nella medesima zona del Cerriglio esistette (1600 circa) una antica bettola o osteria , peraltro frequentata da ogni tipo di avventori dai nobili (che vi venivano a provare l’ebrezza dell’ incontro con il popolino), ai plebei (che per pochi soldi vi si sfamavano), agli artisti (in cerca di ispirazione) alle prostitute (in cerca di clienti); abituale frequentatore di questa bettola pare fosse, durante il suo soggiorno partenopeo, il Caravaggio(Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio Caravaggio o Milano, 1571 † Porto Ercole (Monte Argentario), 18 luglio 1610) . sulla porta di detta bettola erano riportati i seguenti popolareschi versi epicurei se non edonistici:
Magnammo, amice mieje, e ppo vevimmo
nfino ca stace ll'uoglio a la lucerna:
Chi sa’ si all'auto munno nce vedimmo!
Chi sa’ si all'auto munno nc'è taverna!
stace = ci sta; il ce dal lat. volg. *hicce, per il class. hic 'qui'in posizione enclitica corrisponde, svolgendone le medesime funzioni, all’italiano ci che è pron. pers. di prima pers. pl. [atono; in presenza delle particelle pron. atone lo, la, li, le e della particella ne, viene sostituito da ce: ce lo disse, mandatecelo; che ce ne importa?; in gruppo con altri pron. pers., si prepone a si e se: ci si ragiona bene; non ci se ne accorge (pop. la posposizione: si ci mette); si pospone a mi, ti, gli, le, vi: ti ci affidiamo (piú com.: ci affidiamo a te)]; vale pure noi ( e si usa come compl. ogg., in posizione sia proclitica sia enclitica);
lucerna = lampada portatile ad olio o petrolio e qui, per traslato vita etimologicamente derivata da un tardo latino lucerna(m), forse deriv. di lux lucis 'luce', o piú probabilmente deverbale di luceo con il suffisso di appartenenza ernus/a;
taverna = bettola, osteria di infimo ordine; etimologicamente dal latino taberna(m) che significò bottega ed osteria ed è in quest’ultimo significato che la voce fu accolta,con tipica alternanza partenopea di B/V, nella parlata napoletana che per il significato di bottega preferí ricorrere, come vedemmo alibi, al greco apoteca donde trasse puteca.
Sistemato cosí m’auguro esaurientemente il Pendino e le locuzioni che lo richiamano, chiarisco che – come si puó facilmente arguire la protagonista dell’espressione ‘a sié nnacca d’’o Pennino non è, né fu una ben identificata e/o codificata persona, ma semplicemente una tipica popolana del tardo ‘800, che vestita alla consueta vistosa maniera delle popolane con ampie gonne e sottogonne e/o guardinfanti, divenne famosa dapprima nel suo quartiere e poi in quelli limitrofi ed infine in tutta la città fino a divenire proverbiale, per un suo tipico dondolante e provocatorio incedere mettendo in vista anche e/o natiche gonfie o pingui. Esiste altresí, oltre quella or ora rammentata, un’altra simpatica, icastica espressione che è poi un intercalare di estemporaneo canto popolare su ritmo di tarantella, canto in uso tra i contadini della provincia napoletana o dell’area sorrentina, intercalare in cui è presente la voce nacca, anzi il suo plurale nacche tale intercalare/espressione nella sua interezza suona:’Nfra nacche, pacche e nievero ‘e vacca e tradotta vale: Tra anche, natiche e nerbo di vacca con riferimento al comportamento tenuto durante la danza da bellerine e ballerini: le prime che dimenano ed agitano provocatoriamente anche e natiche ed i secondi che proditoriamente strofinano o tentano di strofinare contro le medesime il loro nerbo (di vacca); va da sé che il nerbo di vacca (nievero ‘e vacca) che sta ad indicare il membro maschile è solo un gustoso adattamento furbesco per questioni di rima per assonanza, atteso che morfologicamente non è la mucca (vacca), ma il bue ( ‘o vojo) ad essere armato di nerbo (nievero).Esaminiamo le singole voci dell’intercalare:
‘Nfra = tra, fra, in mezzo preposizione
1 indica posizione intermedia entro due termini collocati a una certa distanza nello spazio (anche in usi fig.) ‘na strata ‘nfra ddoje file d’ arbere(una strada tra due filari d’alberi); ‘acasa nosta casa è ‘nfra ô parco e â chiazza (la nostra casa è tra il parco e la piazza); stà ‘nfra dduje fuoche(essere tra due fuochi), stà ‘nfra â ‘ncunia e ô martiello (stare fra l'incudine e il martello)
2 in dipendenza da verbi di movimento introduce un moto per luogo: passaje ‘nfra ‘nu sacco ‘e gente (passò fra molte persone);
3 indica il tempo che deve trascorrere prima del verificarsi di un evento: nce vedimmo ‘nfra ddoje ore(ci vedremo fra due ore); turnarrà ‘nfra ‘na semmana(tornerà fra una settimana); | indica l'arco di tempo entro cui l'evento si è verificato o dovrà verificarsi: ‘a fatica s’ à dda fa ‘nfra fevraro e abbrile (il lavoro deve essere svolto fra febbraio ed aprile; starrà cca ‘nfraê ccinche e ê ssaje ( sarà qui tra le cinque e le sei) | con il valore di durante, nel corso, nel mezzo di: parlà ‘nfra sé e ssé(parlare tra sé e sé)
4 introduce una distanza, una lunghezza:’nfra ciento metre truvammo ‘na chiazza( tra cento metri incontreremo una piazza) | con valore spazio-temporale: ‘o paese è ‘nfra mez'ora ‘e cammino (il paese è fra mezz'ora di cammino)
5 indica i soggetti, i termini entro i quali o rispetto ai quali si verifica una certa condizione (anche in usi fig.):’nfra nuje e vvuje nce sta n’abbisso (tra noi e voi c'è un abisso); ‘nfra loro s’’a ‘ntennonoi bbuono!( fra loro si intendono bene!);
6 con valore distributivo: l’eredità sarrà spartuta ‘nfra paricchie ‘e lloro(l'eredità sarà spartita fra molti);
7 in funzione partitiva: chi ‘nfra nuje va cu isso?( chi tra noi andrà con lui?). Etimologicamente è dal lat. infra→’nfra
Nacche = s.vo f.le pl. di nacca= anca, fianco; dell’etimo ò già détto;
pacche s.vo f.le pl. di pacca= natica e per traslato ognuna delle piú parti in cui si può dividere longitudinalmente una mela o una pera; etimologicamente la voce è dal lat. med. pacca marcato sul long. pakka.
nievero s.vo m.le = nervo, nerbo e per estestensione il membro maschile d’uomini o animali; etimologicamente la voce è dal lat.nervum con dittongazione della e intesa breve(e→ie),metatesi (rv→vr) ed anaptissi di una e eufonica tra v ed erre secondo il percorso morfologico nervum→niervum→nievrum→nieverum→nievero.
vacca s.vo f.le = mucca, femmina adulta dei bovini che à già figliato, figuratamente donna molto grassa, sformata | prostituta, sgualdrina, ma qui usato, solo per comodità di rima per assonanza, impropriamente in luogo di bue; l’etimo è dal lat. vacca(m) .
E qui penso proprio di poter far punto. Satis est.
Raffaele Bracale
Sollecitato dalla richiesta d’una mia nipote, tratto questa vòlta la voce in epigrafe sicuro di far cosa gradita non solo alla mia congiunta, ma pure a qualche altro dei miei ventiquattro lettori.
Comincio con la prima espressione che mi viene in mente che la contiene:
(‘a)zi’ nnacca (d’’o Pennino),e talvolta per evidente inconscia erronea corruzione popolare (‘a)zi’ nnacchera (d’’o Pennino), ma piú correttamente (‘a)sié nnacca (d’’o Pennino); letteralmente sta per la signora anca (del pendino), ma per ampliamento semantico vale donna sgraziata, goffa, dalla provocatoria andatura dondolante per mettere in mostra le voluminose anche e/o natiche, mostra favorita dalla ridondanza delle grosse gonne indossate, spesso ad arte gonfie sui fianchi e/o fondoschiena, per sottogonne e/ o guardinfanti; tale donna sgraziata e goffa è classificata, stante la sua ineleganza e cattivo gusto come donna volgare, intesa addirittura becera, triviale, incline al pettegolezzo e alla chiassata manifestando rumorosamente la sua presenza enfatica come ad un dipresso accade per la cosiddetta pereta (cfr. alibi sub EPITETI).
Affrontiamo ora la questione etimologica dell’espressione e dico súbito che (‘a) zi’ nnacca o addirittura (‘a) zi’ nnacchera (che varrebbe correttamernte la zia anca) è espressione scorrettamente in uso sulla bocca del popolino e/o delle persone meno coscienti o consce dell’idioma partenopeo, laddove l’espressione da usarsi correttamente è (‘a) sié nnacca (d’’o Pennino) e ciò perché
spesso tra il popolino o i meno esperti si incorre nella confusione tra zi’ e si’ (al maschile) o tra zi’ e sié (al femminile) cioè si confonde tra zio/a e signore/a. Ricordo infatti che non solo in questo caso, ma anche in altre espressioni che ricorderò qui di fila, si incorre nella colpevole confusione tra i menzionati zio/a e signore/a. con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé l’apocope di (si)gnore ) con uno scorretto zi’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) per cui si ottenengono gli scorretti zi’(zio o zia) in luogo dei corretti si’ (signore)o sié dove il si’ - come ò detto- è l’apocope di si-(gnore) (che etimologicamente è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano mentre il sié è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur cioè da seigneuse→sie-(gneuse).
Ricordo altre espressioni improprie come:
1)dicette ‘o zi’ prevete â zi’ badessa:”Senza denare nun se cantano messe”! usata invece della corretta
dicette ‘o si’ prevete â sié badessa:”Senza denare nun se cantano messe”!
Ad litteram: Il signor prete disse alla signora abadessa: Senza denari, non si celebrano messe cantate!;l’espressione impropria sarebbe tradotta: Lo zio prete disse alla zia abadessa: “Senza denari, non si celebrano messe!”, ma ognuno vede che è una forzatura semantica ritenere zii e non signori i protagonisti dell’espressione!
2)Essere ‘o zi’ nisciuno espressione impropria al posto della corretta Essere ‘o si’ nisciuno id est: essere una nullità, un autentico signor nessuno! Rammento che in tale confusione tra zi’ nisciuno e si’ nisciuno incorse perfino un grandissimo scrittore napoletano, don Peppino Marotta (Napoli 5 aprile 1902. -† ivi 12 ottobre 1963) che in un suo volume tradusse appunto scorrettamente essere lo zio nessuno piuttosto che correttamente essere il signor nessuno ed anche in questo caso abbiamo una forzatura semantica.
Andiamo oltre e trattiamo il sostantivo nacca s.vo f.le = anca, fianco (soprattutto femminile) Premesso che l’erronea nacchera talvolta scioccamente usata da qualcuno, è solo una patente corruzione, per bisticcio ed assonanza, di questa nacca dirò che in corretto napoletano la voce nacca o il pl. nacche se vengono usate precedute da una e esigono il raddoppiamento consonantico della enne e dunque si dovrà scrivere ‘a sié nnacca e non ‘a sié nacca ed ovviamente ‘e nnacche e non ‘e nacche (che altrimenti, oltre tutto, suonerebbero maschili!). Etimologicamente la voce nacca è una lettura metatetica del tedesco (h)anka→naka→nacca con raddoppiamento espressivo dell’occlusiva velare sorda k→cc.
Completiamo l’esame dell’espressione di partenza trattando dello specificativo locativo d’’o Pennino= del Pendino
Il Pendino è un antico quartiere di Napoli, adiacente al centro storico, che attualmente è compreso nella seconda municipalità del capoluogo campano insieme ai quartieri Avvocata, Montecalvario, Mercato, San Giuseppe e Porto. Questo antico quartiere comprensivo di una zona in leggero pendio (donde il nome) verso il mare à molte strade tra cui spiccano: Corso Umberto I (noto con il nome di Rettifilo strada aperta, come la successiva, al tempo (1888 – 1889) dello sventramento e risanamento della città operata consule il sindaco Nicola Amore,Roccamonfina 18 aprile 1828 –† Napoli, 10 ottobre 1894) ), Via Duomo (che prende questo nome appunto per la presenza della Chiesa cattedrale (Duomo) della metropoli partenopea), Via Soprammuro (in dialetto 'Ncopp ê Mmure sopra le mura dove quotidianamente si tiene mercato al minuto di pesce ed ortaggi/erbaggi.), Via Forcella (nota per essere uno delle piú antiche strade napoletane, strada dal fiorente contrabbando di tabacchi ed apparecchiature audio-visive e fotografiche oltre che di elettrodomestici , Corso Garibaldi(improvvidamente dedicato al masnadiero,truffaldino ladro di cavalli, pluripregiudicato Garibaldi Giuseppe ((Nizza, 4 luglio 1807 –† Isola di Caprera, 2 giugno 1882)) córso che congiunge la zona portuale con la piazza Carlo III sede d’uno del monumentale Albergo dei Poveri (détto anche Reclusorio) opera voluta dal re Carlo di Borbone ed edificato su progetto di Ferdinando Fuga , Via Bartolomeo Capasso (illustre scrittore, poeta ed archeologo napoletano (Napoli 22/02/1815 - † ivi 3/03/1900)) ecc.; rammento inoltre che questo vasto importante quartiere napoletano à origini antiche, già in ètà romana era compreso nelle mura, come testimoniato dal Complesso termale in Vico dei Mannesi( per ciò che riguarda la voce mannesi, pl. di mannese dirò che nell’ idioma napoletano essa voce mannése non à nulla a che dividere con l’omografa ed omofona della lingua italiana; in italiano mannése è un aggettivo che viene riferito agli abitanti dell’isola di Man e connota in particolare una lingua che è appunto la lingua mannese o manx (chiamata anche Gaelg) che è una lingua gaelica o goidelica parlata sull'Isola di Man,che è un’isola conosciuta anche come Mann o Manx (Isle of Man in inglese, Ellan Vannin o Mannin in mannese) ed è situata nel Mar d'Irlanda; sul piano politico, essa non fa parte del Regno Unito né dell'Unione Europea, ma è una dipendenza della Corona britannicaLa lingua che vi si parla è risalente al V secolo ed è derivante dall'antico irlandese; infatti non di rado viene chiamata gaelico mannese.
Tutt’altra cosa è il mannése della parlata napoletana dove è un sostantivo, non aggettivo masch. e vale carpentiere,falegname ma piú ancóra carradore,fabbricante di carri e carretti, artigiano che fabbrica o ripara carri e barocci; carraio con derivazione da un acc.vo lat. manuense(m) che diede il lat. volg. *manuese donde *mann(u)ese; per il raddoppiamento della nasale cfr. alibi crebui→ crebbi, venui→venni, stetui→stetti etc.)
Il quartiere conserva altresí resti di mura greche in Piazza Calenda a Forcella che testimoniano un'ulteriore antichissima epoca,appunto quella greca. Nel medioevo questo quartiere e precisamente la piazza del Mercato,fu teatro della decapitazione di Corradino di Svevia (Corrado V di Svevia, detto Corradino (Landshut, 25 marzo 1252 –† Napoli, 29 ottobre 1268) figlio di Corrado IV re dei Romani e di Elisabetta di Wittelsbach; fu Re di Sicilia (1254-1268) e di Gerusalemme (1254-1268). Fu l'ultimo degli Hohenstaufen regnanti), ed inoltre dal XIV secolo in poi nel quartiere vennero erette numerose chiese; nel seicento fu il luogo da dove partí la rivolta di Masaniello(Tommaso Aniello d'Amalfi,(rammento che d’Amalfi era il suo cognome e non indicava la provenienza o nascita, in quanto il personaggio era di nascita napoletana) meglio conosciuto come Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 –† Napoli, 16 luglio 1647, fu il principale protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, la popolazione civile della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo); continuando nel ns excursus ricordo che nel XX secolo il quartiere fu gravemente danneggiato ma venne súbito ricostruito tranne alcuni edifici come la Chiesa del Carminiello ai Mannesi.Oltre le arterie ricordate il quartiere è composto da un fitto dedalo di numerosi vicoli che le intersecano; ricordo:
Vico Zuroli (che prende il nome da un’antichissima(1300) famiglia : gli Zurlo o Zuroli che vi fecero elevare il loro palazzo nei pressi della chiesa del Monte della Misericordia (Il Pio Monte della Misericordia è un'istituzione benefica, tra le più antiche (1602), della città di Napoli.
La sua sede attuale è nell'edificio (palazzo e chiesa) situato nel centro antico della città, lungo uno degli antichi decumani (decumano maggiore, oggi via dei Tribunali).
L'edificio ospita le Sette opere di Misericordia (1607), celebre dipinto del Caravaggio),
Via Arte della Lana (sede della pontente corporazione dei Lanaioli, fiore all’occhiello della città dove l’artigianato tessile à avuto da sempre notevole importanza, tanto che gli Arabi dissero la città: Napoli del lino; la corporazione era cosí importante e potente da godere di legislazione propria, un proprio tribunale, di chiesa e carcere privati),
Vico del Lavinaio( che deve il suo nome agli scoli d’acqua piovana che – prima dell’ampliamento aragonese (1484)delle mura di cinta della città - rendevano fangose e malsane le strade di quella zona popolare; esistono altresí molte piazze monumentali:
1 -piazza del Mercato,(quella teatro della rivolta di Masaniello, sede delle esecuzioni capitali È una delle maggiori piazze della città, ma in origine non era altro che uno spiazzo irregolare esterno al perimetro urbano, chiamato Campo del moricino (o muricino) "perché «attaccato» a mura divisorie della cinta muraria cittadina". Gli Angioini, poi, ne fecero un grande centro commerciale cittadino, ribattezzandolo Mercato di Sant'Eligio (con riferimento ad un’imponente basilica di stile gotico adiacente alla piazza dedicata appunto a sant’ Eligio) e, quindi, Piazza Mercato, snodo fondamentale dei traffici provenienti da tutto il Mediterraneo. Ivi si svolgevano le esecuzioni capitali, a partire dalla decapitazione di Corradino di Svevia, fino a quelle dei giacobini dopo la soppressione della Repubblica Partenopea del 1799. La piazza, poi, è particolarmente celebre per essere stata il luogo dove ebbe inizio la rivoluzione di Masaniello)
2 -Piazza Nicola Amore (conosciuta come 'e Quatte Palazze = quattro palazzi che son quelli che limitano la piazza ai quattro punti cardinali ),
3 - Piazza del Carmine (non quella summenzionata della rivolta di Masaniello,ma quella adiacente che un tempo fu tutt’uno con la piazza del Mercato; questa piazza in esame su uno dei quattro lati vanta la presenza, prendendo da essa il nome di piazza del Carmine, vanta la presenza della Basilica Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore (una delle piú grandi e belle basiliche di Napoli, dedicata al culto della Vergine (nera) del Carmelo. Risalente al XIII secolo,la basilica è oggi ormai l’ unico splendido esempio del Barocco napoletano; si erge in piazza Carmine a Napoli, piazza che un tempo formava un tutt'uno con la piazza del Mercato, teatro, come ò ricordato, dei piú importanti avvenimenti della storia napoletana.) con l’adiacente campanile che quantunque costruito contemporaneamente alla chiesa, di esso si parla la prima volta non prima del 1439, durante la guerra tra Angioini e Aragonesi. Piú volte danneggiato e ricostruito assume l'aspetto attuale nella prima metà del XVII secolo. I primi tre piani sono costruiti (partendo dal basso) nello stile ionico, dorico e corinzio, e si devono all'architetto Giovan Giacomo Di Conforto. Questa parte, iniziata nel 1615 con la offerta di 150 ducati, venne completata nel 1620. Nel 1622 fu innalzato il primo piano ottagonale sotto la cui cornice si legge un'iscrizione; nel 1627 fu portato a termine il secondo piano ottagonale e nel 1631, il domenicano Giuseppe Donzelli détto fra’ Nuvolo, costruí la cuspide ricoperta di maioliche dipinte, per cui il campanile è ricordato come quello di fra’ Nuvolo In cima vi troneggia la croce, su di un globo di rame del diametro di 110 centimetri. L'intera struttura è alta 75 metri e risulta essere il campanile piú alto di Napoli ed ogni anni per la ricorrenza della festività della Madonna del Carmine (16/07), il détto campanile viene incendiato cioè è teatro di un imponente spettacolo di fuochi artificiali esplosi lungo tutta la struttura del campanile;
4 - Piazza del Grande Archivio (che prende il nome dall’ Archivio di Stato, ubicato nei locali dell’antichissimo monastero dei Ss. Severino e Sossio; La chiesa e l'annesso ampio monastero vennero fondati nel IX secolo dai Benedettini, che nel 902 vi trasferirono le spoglie di San Severino, e due anni dopo anche quelle di San Sossio. Il complesso venne poi ristrutturato intorno alla metà del 1400 dagli angioini e ne restano alcune tracce nella chiesa inferiore, nuovamente rifatta nel XVI secolo. Nel 1494 venne affidata a Giovanni Donadio la ricostruzione della chiesa superiore. I lavori, interrotti per un breve periodo, furono ripresi nel 1537 da Giovan Francesco di Palma. I danni prodotti dal terremoto del 1731 resero necessaria una nuova ristrutturazione, affidata a Giovanni Del Gaizo. A Giovanni Battista Nauclerio si deve invece il rifacimento della facciata. L'interno della chiesa , a croce latina, è a navata unica con sette cappelle laterali. L' opera conserva un altare maggiore e una balaustra realizzati su disegno di Cosimo Fanzago, nonché un'ancona marmorea di Giovanni Domenico D'Auria ed una tavola di Marco Pino, (Calvario, 1577)poste nella cappella Gesualdo; nella cappella Sanseverino invece sono visibili i Monumenti funebri di Ascanio, Iacopo e Sigismondo Sanseverino, eseguiti nel 1539-40 su disegno di Giovanni da Nola.L’annesso monastero, oggi sede dell’Archivio, è famoso per i suoi tre chiostri riccamente affrescati (chiostro dei platani,chiostro del noviziato e chiostro di marmo o chiostro quadrato, destinato a giardino, con ingresso sulla via.). Il quartiere confina con altri popolari e popolosi quartieri: Porto, Vicaria, Mercato, San Lorenzo e San Giuseppe.
A margine di questa lunga, ma forse necessaria e m’auguro interessante descrizione del quartiere Pendino richiamato dall’espressione in esame: ‘a sié nnacca d’’o Pennino rammento qui di sèguito un’ altra espressione in cui è presente il quartiere Pendino:
arricurdarse ‘o cippo a furcella, ‘a lava d’’e virgene, ‘o catafarco ô pennino, ‘o mare ô cerriglio.
Ad litteram: Rammentarsi del pioppo a Forcella, della lava dei Vergini, del catafalco al Pendino e del mare al Cerriglio.
È un’ espressione pronunciata a caustico commento delle parole di qualcuno che continui a rammentare/rsi cose o luoghi o avvenimenti ormai remotissimi quali, nella fattispecie, i pioppi esistenti alla fine di via Forcella; per il vero la parola originaria dell’espressione era chiuppo ( id est: pioppo; chiuppo etimologicamente è da un lat. volg. *ploppu(m), per il class. populu(m); tipico il passaggio in napoletano PL→CHI).
La parola chiuppo fu poi corrotta in cippo e cosí mantenuta nella tradizione orale della locuzione;in essa poi sono ricordati vari altri accadimenti , quali 1)- ‘a lava d’’e Virgene(la lava nella parlata napoletana, etimologicamente dal lat. labe(m)→laba(m)→lava(m) è'caduta, rovina', deriv. di labi 'scivolare' non indica solamente la massa fluida e incandescente costituita di minerali fusi, che fuoriesce dai vulcani in eruzione: colata di lava., ma indica anche estensivamente una copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua; ed è a quest’ultima che qui si fa riferimento; (con l’espressione ‘a lava d’’e Virgene si intende infatti quel tumultuoso torrente di acqua piovana che a Napoli fino agli inizi degli anni ’60 del 1900, quando furono finalmente adeguatamente sistemate le fogne cittadine, si precipitava dalla collina di Capodimonte sulla sottostante via dei Vergini (cosí chiamata perché nella zona esisteva un monastero di Verginisti antica congregazione religiosa di predicatori) e percorrendo di gran carriera la via Foria si adagiava, placandosi, in piazza Carlo III, trasportando seco masserizie,ceste di frutta e verdura e tutto ciò che capitasse lungo il suo precipitoso percorso),2) - ‘o catafarco ô Pennino = il catafalco al Pennino (id est: il grosso altare che veniva eretto nella centrale zona del Pendino, altare eretto per le celebrazioni della festa, ormai desueta, del Corpus Domini; in primis la parola catafarco (di etimo incerto, ma con molta probabilità da un connubio greco ed arabo: greco katà =sopra+ l’arabo falah= rialzo) indica il palco, l’alta castellana ( anche cosí nel napoletano, con derivazione forse da un antico castellame (voce del XIV SEC. con cui si indicava la torretta lignea posta sulla groppa degli elefanti e nella quale si acquattavano i soldati; la voce, derivata probabilmente da castello, subí nel napoletano un adattamento corruttivo del suffisso me che divenne na per render chiaramente femminile la parola originariamente maschile, nella convinzione, che già alibi illustrai, che gli oggetti femminili fossero piú grandi o grossi o imponenti dei relativi maschili; l’adattamento corruttivo di me in na si rese necessario, atteso che per errore non si muta la desinenza nel volgere al femminile un nome terminante in me ed invece di farlo diventare terminante nell’ovvio ma, si continua a mantenere il suffisso me ; fu necessario perciò cambiar questo me in na (desinenza che, quanto al genere non produce confusione)!) dicevo che la voce catafalco che di per sé indica il tronetto ligneo su cui veniva un tempo, al centro della chiesa, sistemata la bara durante i funerali solenni, qui è usato per traslato ad indicare un altare molto imponente), infine: 3) - ‘o mare ô Cerriglio = il mare al Cerriglio (cioè al tempo di quando il mare lambiva la zona del Cerriglio, zona prossima al porto, nella quale era ubicato il Sedile di Porto, uno dei tanti comprensorî amministrativi in cui, in periodo viceregnale, era divisa la città di Napoli; nella medesima zona del Cerriglio esistette (1600 circa) una antica bettola o osteria , peraltro frequentata da ogni tipo di avventori dai nobili (che vi venivano a provare l’ebrezza dell’ incontro con il popolino), ai plebei (che per pochi soldi vi si sfamavano), agli artisti (in cerca di ispirazione) alle prostitute (in cerca di clienti); abituale frequentatore di questa bettola pare fosse, durante il suo soggiorno partenopeo, il Caravaggio(Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio Caravaggio o Milano, 1571 † Porto Ercole (Monte Argentario), 18 luglio 1610) . sulla porta di detta bettola erano riportati i seguenti popolareschi versi epicurei se non edonistici:
Magnammo, amice mieje, e ppo vevimmo
nfino ca stace ll'uoglio a la lucerna:
Chi sa’ si all'auto munno nce vedimmo!
Chi sa’ si all'auto munno nc'è taverna!
stace = ci sta; il ce dal lat. volg. *hicce, per il class. hic 'qui'in posizione enclitica corrisponde, svolgendone le medesime funzioni, all’italiano ci che è pron. pers. di prima pers. pl. [atono; in presenza delle particelle pron. atone lo, la, li, le e della particella ne, viene sostituito da ce: ce lo disse, mandatecelo; che ce ne importa?; in gruppo con altri pron. pers., si prepone a si e se: ci si ragiona bene; non ci se ne accorge (pop. la posposizione: si ci mette); si pospone a mi, ti, gli, le, vi: ti ci affidiamo (piú com.: ci affidiamo a te)]; vale pure noi ( e si usa come compl. ogg., in posizione sia proclitica sia enclitica);
lucerna = lampada portatile ad olio o petrolio e qui, per traslato vita etimologicamente derivata da un tardo latino lucerna(m), forse deriv. di lux lucis 'luce', o piú probabilmente deverbale di luceo con il suffisso di appartenenza ernus/a;
taverna = bettola, osteria di infimo ordine; etimologicamente dal latino taberna(m) che significò bottega ed osteria ed è in quest’ultimo significato che la voce fu accolta,con tipica alternanza partenopea di B/V, nella parlata napoletana che per il significato di bottega preferí ricorrere, come vedemmo alibi, al greco apoteca donde trasse puteca.
Sistemato cosí m’auguro esaurientemente il Pendino e le locuzioni che lo richiamano, chiarisco che – come si puó facilmente arguire la protagonista dell’espressione ‘a sié nnacca d’’o Pennino non è, né fu una ben identificata e/o codificata persona, ma semplicemente una tipica popolana del tardo ‘800, che vestita alla consueta vistosa maniera delle popolane con ampie gonne e sottogonne e/o guardinfanti, divenne famosa dapprima nel suo quartiere e poi in quelli limitrofi ed infine in tutta la città fino a divenire proverbiale, per un suo tipico dondolante e provocatorio incedere mettendo in vista anche e/o natiche gonfie o pingui. Esiste altresí, oltre quella or ora rammentata, un’altra simpatica, icastica espressione che è poi un intercalare di estemporaneo canto popolare su ritmo di tarantella, canto in uso tra i contadini della provincia napoletana o dell’area sorrentina, intercalare in cui è presente la voce nacca, anzi il suo plurale nacche tale intercalare/espressione nella sua interezza suona:’Nfra nacche, pacche e nievero ‘e vacca e tradotta vale: Tra anche, natiche e nerbo di vacca con riferimento al comportamento tenuto durante la danza da bellerine e ballerini: le prime che dimenano ed agitano provocatoriamente anche e natiche ed i secondi che proditoriamente strofinano o tentano di strofinare contro le medesime il loro nerbo (di vacca); va da sé che il nerbo di vacca (nievero ‘e vacca) che sta ad indicare il membro maschile è solo un gustoso adattamento furbesco per questioni di rima per assonanza, atteso che morfologicamente non è la mucca (vacca), ma il bue ( ‘o vojo) ad essere armato di nerbo (nievero).Esaminiamo le singole voci dell’intercalare:
‘Nfra = tra, fra, in mezzo preposizione
1 indica posizione intermedia entro due termini collocati a una certa distanza nello spazio (anche in usi fig.) ‘na strata ‘nfra ddoje file d’ arbere(una strada tra due filari d’alberi); ‘acasa nosta casa è ‘nfra ô parco e â chiazza (la nostra casa è tra il parco e la piazza); stà ‘nfra dduje fuoche(essere tra due fuochi), stà ‘nfra â ‘ncunia e ô martiello (stare fra l'incudine e il martello)
2 in dipendenza da verbi di movimento introduce un moto per luogo: passaje ‘nfra ‘nu sacco ‘e gente (passò fra molte persone);
3 indica il tempo che deve trascorrere prima del verificarsi di un evento: nce vedimmo ‘nfra ddoje ore(ci vedremo fra due ore); turnarrà ‘nfra ‘na semmana(tornerà fra una settimana); | indica l'arco di tempo entro cui l'evento si è verificato o dovrà verificarsi: ‘a fatica s’ à dda fa ‘nfra fevraro e abbrile (il lavoro deve essere svolto fra febbraio ed aprile; starrà cca ‘nfraê ccinche e ê ssaje ( sarà qui tra le cinque e le sei) | con il valore di durante, nel corso, nel mezzo di: parlà ‘nfra sé e ssé(parlare tra sé e sé)
4 introduce una distanza, una lunghezza:’nfra ciento metre truvammo ‘na chiazza( tra cento metri incontreremo una piazza) | con valore spazio-temporale: ‘o paese è ‘nfra mez'ora ‘e cammino (il paese è fra mezz'ora di cammino)
5 indica i soggetti, i termini entro i quali o rispetto ai quali si verifica una certa condizione (anche in usi fig.):’nfra nuje e vvuje nce sta n’abbisso (tra noi e voi c'è un abisso); ‘nfra loro s’’a ‘ntennonoi bbuono!( fra loro si intendono bene!);
6 con valore distributivo: l’eredità sarrà spartuta ‘nfra paricchie ‘e lloro(l'eredità sarà spartita fra molti);
7 in funzione partitiva: chi ‘nfra nuje va cu isso?( chi tra noi andrà con lui?). Etimologicamente è dal lat. infra→’nfra
Nacche = s.vo f.le pl. di nacca= anca, fianco; dell’etimo ò già détto;
pacche s.vo f.le pl. di pacca= natica e per traslato ognuna delle piú parti in cui si può dividere longitudinalmente una mela o una pera; etimologicamente la voce è dal lat. med. pacca marcato sul long. pakka.
nievero s.vo m.le = nervo, nerbo e per estestensione il membro maschile d’uomini o animali; etimologicamente la voce è dal lat.nervum con dittongazione della e intesa breve(e→ie),metatesi (rv→vr) ed anaptissi di una e eufonica tra v ed erre secondo il percorso morfologico nervum→niervum→nievrum→nieverum→nievero.
vacca s.vo f.le = mucca, femmina adulta dei bovini che à già figliato, figuratamente donna molto grassa, sformata | prostituta, sgualdrina, ma qui usato, solo per comodità di rima per assonanza, impropriamente in luogo di bue; l’etimo è dal lat. vacca(m) .
E qui penso proprio di poter far punto. Satis est.
Raffaele Bracale
NNACCHENNELLO
NNACCHENNELLO
Il vocabolo in epigrafe è oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuto, mentre persiste nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo,colui che si comporta in maniera eccessivamente galante nei confronti del bel sesso; oggidí è figura quasi del tutto scomparsa atteso che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso le donne in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e portate sul volto quasi a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese (lingua usata normalmente nel ‘700 sia a corte che nei salotti della buona società) la cosa suonava: il n’a q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’a che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello.
Raffaele Bracale
Il vocabolo in epigrafe è oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuto, mentre persiste nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo,colui che si comporta in maniera eccessivamente galante nei confronti del bel sesso; oggidí è figura quasi del tutto scomparsa atteso che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso le donne in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e portate sul volto quasi a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese (lingua usata normalmente nel ‘700 sia a corte che nei salotti della buona società) la cosa suonava: il n’a q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’a che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello.
Raffaele Bracale
SCARTE FRÚSCIO E PIGLIE PRIMERA!
SCARTE FRÚSCIO E PIGLIE PRIMERA!
Icastica, sarcastica locuzione partenopea che per apparir piú chiara dovrebbe addizionarsi d’un nun(non) diventando scarte frúscio e nun piglie primera! (ma in tal guisa perderebbe tutto il suo gustoso sapore di ironia e sarcasmo e quindi meglio lasciar le cose come sono ed esclamare Scarte frúscio e piglie primera!
Che è un’ esclamazione intraducibile ad litteram che però si può rendere comunque lato sensu con di male in peggio oppure Cader dalla padella nella brace quantunque l’espressione napoletana abbia un risvolto di malevola soddisfazione (risvolto assente nell’espressione italiana) nel constatare la sgradevole situazione di chi – per sua insipienza - abbia scartato un frùscio sperando di avere una primiera e sia rimasto chiaramente a mani vuote, peggiorando cioè la propria situazione,id est cadendo dalla padella nella brace.
Ò parlato di espressione intraducibile ad litteram in quanto è assolutamente fuori luogo (come chiarisco qui di sèguito) tentar di renderla con un inconferente: Scarti flusso (fruscio) e raccogli primiera!
Infatti la parola napoletana frúscio non può esser tradotto, indicando cosa del tutto diversa, non può esser tradotto (come pure inopinatamente fece Raffaele D’Ambra nel suo dizionario napolitano, e come fanno tutti coloro (Altamura, D’Ascoli etc.) che spudoratamente vi attingono…), non può tradursi flusso, frúscio/fruscío, rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega e simili; il napoletano frúscio agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare = frusciare che in primis sta per fare in pezzi, sciupare, consumare ed à poi, nella forma riflessiva frusciarse, i significati estensivi di vantarsi a torto, gloriarsi, pavoneggiarsi senza motivo) vale cosa floscia,insignificante,di scarso valore, inconsistente, moscia, tutte cose che - come è intuitivo - nulla ànno a che spartire con flusso, frúscio (attestato talora soprattuto di vestiti,o foglie come fruscío), rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega etc.; il s.vo e solo s.vo italiano frúscio/fruscío à un’etimologia onomatopeica e connota cosa affatto diversa dal frúscio napoletano che è – come ò détto – è un agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare).
A questo punto, per parlar fuor de ’l velame de li versi strani,
converrà fare un passetto indietro e chiarire cosa siano il frúscio e la primera dell’epigrafe; chiariti i due concetti, forse si chiarirà tutta la portata dell’espressione in esame.
L’espressione attestata già anticamente, è mutuata da un gioco d’azzardo di carte, chiamato appunto primiera (voce derivata da primiero, in quanto la primiera si ottiene possedendo le carte di ogni seme che ànno il punteggio piú alto ( punteggio non facciale, ma prestabilito: i medesimi in uso nel conteggio della primiera nel gioco della scopa e cioè: 7 – 21 punti, 6 – 18 punti ,asso – 16 punti, 5 - 15 punti etc.a decrescere sino alle figure che valgono 10 punti cadauna )); la primiera è dunque un gioco d'azzardo nel quale vince il giocatore che somma il maggior numero di punti con quattro carte di quattro semi diversi; nel medesimo giuoco il fruscio è la somma del maggior numero di punti con quattro carte del medesimo seme; il fruscio è una combinazione secondiara che permette la vincita solo di una posta inferiore a quella destinata alla primiera, ma a chi possieda un fruscio dopo la prima distribuzione di carte, è dato la facoltà di scartarne alcune ( due o tre) e farsele sostituire dal cartaro sperando di riceverne di piú atte a mettere insieme una primiera che dà diritto alla vincita della posta piú alta; va da sé che era ed è rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio che comunque dà diritto ad una piccola vincita, per rincorrere la conquista di una primiera difficilissima da conseguire; era ed è rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio perché il piú delle volte non si consegue la primiera e si perde anche il fruscio scartato! Giunti a questo punto si comprende dunque la portata ironica se non sarcastica della locuzione partenopea in epigrafe che viene spesso usata con malevola, ostile, rancorosa soddisfazione per le disgrazie altrui, nei confronti di chi abbia lasciato il certo per l’incerto e prendendosi gioco di costui gli si rinfacci ironicamente (giacché in realtà non è avvenuta l’evenienza migliore…attesa, ma non conseguita) di aver scartato un fruscio e preso una primiera (piú chiaramente: di aver scartato un fruscio e(non) aver preso una primiera) d’aver cioè peggiorata la situazione, cadendo dalla padella nella brace.
In coda rammento gli etimi delle voci incontrate e non ancóra esaminate:
scarte = scarti voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito scartà = scartare (denominale di carta con protesi d’una esse distrattiva):
1 togliere un oggetto dalla carta che lo avvolge: scartà ‘nu pacco(scartare un pacco)
2 ( ed è il caso che ci occupa) nei giochi di carte, eliminare o sostituire una carta con particolari intendimenti a seconda del gioco; 3 mettere da parte, respingere come dannoso o inutile: scartare una proposta; scartare i libri superflui; scartare qualcuno alla visita di leva, dichiararlo non idoneo al servizio militare;
piglie pigli voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito piglià = prendere, pigliare ( dal lat. volg. *piliare, dal class. pilare 'rubare, saccheggiare').
Raffaele Bracale
Icastica, sarcastica locuzione partenopea che per apparir piú chiara dovrebbe addizionarsi d’un nun(non) diventando scarte frúscio e nun piglie primera! (ma in tal guisa perderebbe tutto il suo gustoso sapore di ironia e sarcasmo e quindi meglio lasciar le cose come sono ed esclamare Scarte frúscio e piglie primera!
Che è un’ esclamazione intraducibile ad litteram che però si può rendere comunque lato sensu con di male in peggio oppure Cader dalla padella nella brace quantunque l’espressione napoletana abbia un risvolto di malevola soddisfazione (risvolto assente nell’espressione italiana) nel constatare la sgradevole situazione di chi – per sua insipienza - abbia scartato un frùscio sperando di avere una primiera e sia rimasto chiaramente a mani vuote, peggiorando cioè la propria situazione,id est cadendo dalla padella nella brace.
Ò parlato di espressione intraducibile ad litteram in quanto è assolutamente fuori luogo (come chiarisco qui di sèguito) tentar di renderla con un inconferente: Scarti flusso (fruscio) e raccogli primiera!
Infatti la parola napoletana frúscio non può esser tradotto, indicando cosa del tutto diversa, non può esser tradotto (come pure inopinatamente fece Raffaele D’Ambra nel suo dizionario napolitano, e come fanno tutti coloro (Altamura, D’Ascoli etc.) che spudoratamente vi attingono…), non può tradursi flusso, frúscio/fruscío, rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega e simili; il napoletano frúscio agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare = frusciare che in primis sta per fare in pezzi, sciupare, consumare ed à poi, nella forma riflessiva frusciarse, i significati estensivi di vantarsi a torto, gloriarsi, pavoneggiarsi senza motivo) vale cosa floscia,insignificante,di scarso valore, inconsistente, moscia, tutte cose che - come è intuitivo - nulla ànno a che spartire con flusso, frúscio (attestato talora soprattuto di vestiti,o foglie come fruscío), rumore leggero, continuo, sibilante prodotto da qualcosa che striscia, sfrega etc.; il s.vo e solo s.vo italiano frúscio/fruscío à un’etimologia onomatopeica e connota cosa affatto diversa dal frúscio napoletano che è – come ò détto – è un agg.vo e s.vo neutro (deverbale del lat. *frustiare).
A questo punto, per parlar fuor de ’l velame de li versi strani,
converrà fare un passetto indietro e chiarire cosa siano il frúscio e la primera dell’epigrafe; chiariti i due concetti, forse si chiarirà tutta la portata dell’espressione in esame.
L’espressione attestata già anticamente, è mutuata da un gioco d’azzardo di carte, chiamato appunto primiera (voce derivata da primiero, in quanto la primiera si ottiene possedendo le carte di ogni seme che ànno il punteggio piú alto ( punteggio non facciale, ma prestabilito: i medesimi in uso nel conteggio della primiera nel gioco della scopa e cioè: 7 – 21 punti, 6 – 18 punti ,asso – 16 punti, 5 - 15 punti etc.a decrescere sino alle figure che valgono 10 punti cadauna )); la primiera è dunque un gioco d'azzardo nel quale vince il giocatore che somma il maggior numero di punti con quattro carte di quattro semi diversi; nel medesimo giuoco il fruscio è la somma del maggior numero di punti con quattro carte del medesimo seme; il fruscio è una combinazione secondiara che permette la vincita solo di una posta inferiore a quella destinata alla primiera, ma a chi possieda un fruscio dopo la prima distribuzione di carte, è dato la facoltà di scartarne alcune ( due o tre) e farsele sostituire dal cartaro sperando di riceverne di piú atte a mettere insieme una primiera che dà diritto alla vincita della posta piú alta; va da sé che era ed è rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio che comunque dà diritto ad una piccola vincita, per rincorrere la conquista di una primiera difficilissima da conseguire; era ed è rischioso e spesso improvvido scartare un fruscio perché il piú delle volte non si consegue la primiera e si perde anche il fruscio scartato! Giunti a questo punto si comprende dunque la portata ironica se non sarcastica della locuzione partenopea in epigrafe che viene spesso usata con malevola, ostile, rancorosa soddisfazione per le disgrazie altrui, nei confronti di chi abbia lasciato il certo per l’incerto e prendendosi gioco di costui gli si rinfacci ironicamente (giacché in realtà non è avvenuta l’evenienza migliore…attesa, ma non conseguita) di aver scartato un fruscio e preso una primiera (piú chiaramente: di aver scartato un fruscio e(non) aver preso una primiera) d’aver cioè peggiorata la situazione, cadendo dalla padella nella brace.
In coda rammento gli etimi delle voci incontrate e non ancóra esaminate:
scarte = scarti voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito scartà = scartare (denominale di carta con protesi d’una esse distrattiva):
1 togliere un oggetto dalla carta che lo avvolge: scartà ‘nu pacco(scartare un pacco)
2 ( ed è il caso che ci occupa) nei giochi di carte, eliminare o sostituire una carta con particolari intendimenti a seconda del gioco; 3 mettere da parte, respingere come dannoso o inutile: scartare una proposta; scartare i libri superflui; scartare qualcuno alla visita di leva, dichiararlo non idoneo al servizio militare;
piglie pigli voce verbale (2° prs.sg.) ind. pres. dell’infinito piglià = prendere, pigliare ( dal lat. volg. *piliare, dal class. pilare 'rubare, saccheggiare').
Raffaele Bracale
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