domenica 29 novembre 2009

Il verbo napoletano PIGLIÀ (PIGLIARE) etc.

Il verbo napoletano PIGLIÀ (PIGLIARE) ed i suoi significati estensivi

Cominciamo col dire súbito che il verbo napoletano piglià (pigliare) sebbene abbia il medesimo etimo (lat. volg. piliare, dal class. pilare rubare, saccheggiare, sottrarre ) del corrispondente pigliare della lingua italiana, si differenzia da quest’ultimo per un molto piú ampio ventaglio di significati; infatti l’italiano pigliare quanto ai significati non va oltre il prendere, specialmente in modo energico e rapido;afferrare; mentre il napoletano piglià sta per: prendere, comprare, comprendere, attecchire, arrestare, catturare, confondere oltre altri numerosi significati giusta il complemento cui sia legato; numerosa è infatti la fraseologia che in napoletano si può costruire con il verbo piglià; al proposito rammenterò:
- piglià ‘o tifo, piglià ‘o catarro (ammalarsi di tifo, ammalarsi di raffreddore etc; piú genericamente: piglià ‘na malatia (ammalarsi);
- -tifo = tifo etimologicamente da un lat. scientifico tyfus che è dal greco tŷfos= fumo, poi febbre con torpore;
- catarro = raffreddore copioso etimologicamente da un lat. tardo catarrhu(m), che è dal gr. katárrous, deriv. di katarrêin 'scorrere giú;
malatia = malattia etimologicamente forgiato su malato Dal lat. male habitu(m), che ricalca il gr. kakôs échon che sta male;
- piglià a mmazzate = percuotere originariamente con una mazza (lat. mateam) (donde mazzate = colpi di mazza), poi con ogni altro corpo contundente ed anche a mani nude;
- piglià aria = uscire all’aperto per godere dell’aria piena e libera;

- aria (Lat. aera, nom. aer, dal gr. aér);
- piglià ‘e fummo di cibo che, per imperizia di chi cucina, prenda sapore di fumo se non di bruciato o arsicciato;
- fummo (dal lat. fumum con radd. popolare della consonante implicata); rammenterò che anticamente anche l’italiano ebbe, come il napoletano fummo piuttosto che fumo; poi la voce fu dismessa forse per evitare l’omofonia con la voce verbale (1° p.pl. pass. remoto verbo essere) ;

- piglià fuoco = incendiarsi e metaforicamente infiammarsi, adirarsi etc.
- fuoco ( dal lat. focum con dittongazione della sillaba d’avvio intesa breve);
- piglià ‘e pparte ‘e uno = parteggiare, in una contesa, per qualcuno, schierarsi con qualcuno e spesso senza motivo, per il solo gusto di partecipare ad una contesa;
- parte = partito, schieramento, fazione (dal latino partem);
- piglià ‘na strata o ‘na via = avviarsi per una strada o via, metaforicamente giusta l’aggettivo (bbona/ mala) che accompagna il sostantivo strata/via: scegliere di comportarsi bene o male;
- piglià ‘e spunta = inacidire: detto di vino nuovo, mal conservato, che inacidisca o tenda ad inacidire;
- spunta = forte, acidulo ( probabilmente da punta con protesi di una s intensiva per significare il sapore forte proprio del vino che inacidisce; anche in italiano di tale vino si dice che è spunto.
- piglià ‘nu smallazzo/ ‘nu sciuliamazzo= stramazzare, cadere in terra di colpo/ scivolare finendo seduti in terra ;
- smallazzo=di per sé lo stramazzare, il cadere di colpo e pesantemente, etimo non tranquillissimo trattandosi di voce a carattere gergal-popolare, nella cui formazione comunque, a mio avviso, è abbastanza facile cogliere l’unione del verbo smallare(privare della buccia, del mallo) con il sostantivo mazzo (culo, deretano, sedere da un acc. latino matiam (reso maschile)= intestino), unione semanticamente spiegata col fatto che un stramazzare violento può comportare quasi certamente un’abrasione, che si può configurare come il privare di una ipotetica buccia il sedere; il medesimo mazzo lo si ritrova nella voce sciuliamazzo= scivolone con conseguente caduta battendo il sedere; etimo: dal verbo sciulià + il sost. mazzo; sciulià= scivolare da un lat. volgare exevoliare frequentativo di exevolare;
- pigliarse a capille = litigare (soprattutto di donne) accapigliandosi;
- pigliarse ‘e mano = venire alle mani, litigare furiosamente (detto di uomini)percuotendosi vicendevolmente;
- pigliarse collera = arrabbiarsi, dispiacersi;collera = collera, ira,dispiacere (dal lat. chòleram);
- pigliarsela cu uno = accusare qualcuno, ritenendolo (spesso senza motivo) responsabile di un accadimento, addossare a qualcuno una colpa forse non sua;
- pigliarla ‘e liscio = scivolare, ma estensivamente eccedere nel parlare o nell’azione;
- liscio = liscio, levigato tale da indurre a scivolare (Lat. volg. lisiu(m), prob. voce di orig. espressiva);
elenco ora tutta una serie di espressioni usate per significare l’incorrere in un errore piú o meno grande; abbiamo:

- piglià ‘a sputazza p’’a lira ‘argiento = confondere un volgare sputo con una moneta d’argento sputazza = dispregiativo di sputo da un lat. volg. sputaceam;
- piglià ‘o stipo pe don Rafele (confondere un armadio con un tal don Raffaele;locuzione mutuata da una farsa pulcinellesca, nella quale il tale don Raffaele era cosí corpulento da esser confuso con uno stipo(etimologicamente deverbale del verbo stipare=accumulare; lo stipo è l’armadio atto all’accumulazione);
- piglià ‘o cuoppo ‘aulive p’’o campanaro ‘o Carmene (confondere il cartoccio conico contenente le olive con il campanile del Carmine Maggiore) confusione iperbolica ed impensabile non potendosi mai paragonare un piccolo cartocetto, sia pure conico con lo svettante e massiccio campanile del Carmine Maggiore campanile adiacente l’omonima basilica napoletana fatta erigere a partire dal 1301 con le elargizioni di Elisabetta di Baviera, madre di Corradino di Svevia e con le sovvenzioni di Margherita di Borgogna, seconda moglie di Carlo I d’Angiò; il campanile tirato su dall’architetto Giovan Giacomo di Conforto e dal frate domenicano fra’ Nuvolo che lo coronò con la cella ottagonale e la cuspide a pera carmosina, è uno dei monumenti piú famosi e riconoscibili della città partenopea; í
- piglià ‘o cazzo d’’o ciuccio p’’a lanterna 'o Muolo(iperbolicissima confusione tra il membro dell’asino ed il faro del Molo);

-Piglià 'a banca 'e ll'acqua p''o carro 'e piererotta
Ad litteram: confondere il banco della mescita dell'acqua per il carro della festa di Piedigrotta Locuzione con cui si indicano sesquipedali errori in cui incorrono soprattutto gli stupidi ed i disattenti atteso che, per quanto coperto di elementi ornativi il piccolo banco dell'acquaiolo non può mai o meglio, non poteva mai raggiungere l'imponenza di un carro della festa di Piedigrotta, -
- piglià ‘nu zzarro o alibi piglià ‘nu rancefellone (incorrere in un inciampo che determini all’errore o prendere un granchio) infatti la parola zzarro dall’arabo zahr è il dado ma anche il sasso sporgente dal suolo, quel sasso in cui si può inciampare; ‘o rancefellone di per sé è il grosso granchio aduso a mordere, per traslato (come per l’italiano granchio) è lo svarione, il grosso errore; la parola è composta da rance dal latino cancer (granchio) nella forma metatica crance(r)+ il francese felon =fellone, traditore;

- piglià ‘nu strunzo ‘mbuolo = intromettersi, intervenire a sproposito in una questione che non ci riguardi; ‘mbuolo sta per in + vuolo, dove vuolo o buolo con tipica alternanza partenopea b/v è un particolare piccolo retino da pesca, usato per pescare a volo i pesci in transito; qualora in luogo di pesce si pescasse uno stronzo (dal longob. strunz 'sterco') si incorrerebbe in un’azione sciocca ed inutile tal quale quella di chi si intromette, intervenendo a sproposito in casi non suoi.;
- ‘o piglia letteralmente lo prende (e cosa sia il lo è facilmente intuibile…) espressione usata sarcasticamente nei riguardi di donna ritenuta di facili costumi;
- pigliarse ‘o pusilleco letteralmente prendersi il posillipo: espressione che alibi già illustrai ad abundantiam; qui mi limiterò ad indicarne rapidamente il significato di: divertirsi, darsi il buon tempo in compagnia di una donna; in senso furbesco ed antifrastico: buscarsi la lue.
- Piglià cu 'e bbone o all'inverso piglià cu 'e triste
Ad litteram: pigliar con le buone; o all'inverso prender con le cattive, violentemente id est: trattar qualcuno con buone maniere, con dolcezza, nel tentativo di ottener quello che se chiesto cu'e triste ovvero le maniere forti, probabilmente non si otterrebbe.
- Piglià ll'acqua a passà
Ad litteram: prendere l'acqua che passa id est: atteggiarsi a statico e svogliato; detto di chi si adagia mollemente in una situazione di comodo, rilassatamente ed infingardamente, non attivandosi a nulla, ma godendo dei rilassanti benefici derivanti dallo starsene in panciolle, tal quale chi, praticando l'idroterapia non deve fare altro che godere dei benefici dell'acqua che, muovendosi, passa.
-Pigliarse 'a scigna
Ad litteram: prendersi una scimmia; id est: arrabbiarsi, adontarsi,ubbriacarsi, incollerirsi, ma anche intestardirsi comportandosi caparbiamente ed irrazionalmente tal quale chi è preda dell'ubbriacatura in napoletano resa con la parola scigna non dissimilmente dal latino simia che nel linguaggio popolare indicava sia l'ubbriachezza che la collera.
- Piglià 'nu bbagno
Ad litteram: prendere un bagno id est: subire un grosso tracollo economico,, ma anche pagare un bene in maniera esorbitante rispetto al preventivato.
-Piglià 'nu terno
Ad litteram: prendere un terno id est: godere di una improvvisa, non preventivata nè cercata fortuna e ciò sia in senso materiale quando si venga fortunatamente, in possesso di una somma di danaro, sia in senso morale quando si verifichino avvenimenti tali da lasciarci soddisfatti e premiati oltre lo sperato.
- Piglià p''o culo
Ad litteram: prendere per il culo id est: ingannare, gabbare qualcuno; locuzione molto piú icastica e corposa della corrispondente italiana : prendere per i fondelli, atteso che quella napoletana, piú acconciamente, evitando una inutile sinoddoche, chiama in causa il contenuto non il contenente.
-Píglialo 'nculo
Ad litteram: prendilo nel culo(ed il cosa è facilmente intuibile) Rabbiosa esclamazione indirizzata verso chi si voglia invitare a lasciarsi figuratamente sodomizzare, per significargli che deve accettare ciò che viene, senza opporre resistenza, soprattutto se ciò che arriva è un tiro mancino proditorio ed inatteso, tiro scoccato da qualcuno con cui non si può competere; spesso la locuzione in epigrafe è accompagnata da un perentorio e statte zitto (e taci).
- Pigliarla a ppazziella
Ad litteram: prenderla a giuoco Id est: prendere alla leggera un avvenimento senza porvi la necessaria attenzione, non dandovi importanza, tenendolo in non cale e trattandolo alla medesima stregua di un giuoco; detto pure con riferimento all'atteggiamento scioccamente superficiale tenuto da qualcuno in presenza ed in risposta di conclamati fatti seri che meriterebbero adeguata attenzione e che invece vengono affrontati con ironia e senza impegno, come se si trattasse di un giuoco.
- Piglià 'na quinta 'mbacante
Ad litteram:pigliare una "quinta" a vuoto Id est: per imperizia o negligenza commettere un grosso errore. Locuzione mutuata dal linguaggio musicale; la "quinta" è un accordo musicale usato spessissimo nelle partiture di musica napoletana; prendere a vuoto la quinta significa o sbagliarne il momento dell'esecuzione o errarne la composizione come unione di note necessarie ed atte a formare l'accordo ; per traslato, dal linguaggio musicale si è approdati al linguaggio dell'uso comune.
In chiusura rammenterò un paio di significativi vocaboli partenopei forgiati con il concorso del verbo piglià: piglianculo = giovane uomo intraprendente, disinvolto, checontrariamente a ciò che potrebbe apparire non si lascia prendere per il naso e difficilissimamente cede agli inganni (evidenti le tre parti: piglia + in + culo con cui è formato il vocabolo), pigliepporta = il pettegolo malevolo che ascolta (piglia) e riferisce ad altri (porta).
Raffaele Bracale

IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE

IMBROGLIARE,INGANNARE,ABBINDOLARE, INTRIGARE


Questa volta tento una piú o meno esauriente elencazione dei verbi partenopei che rendono quelli rammentati in epigrafe; prima di cominciare rammenterò la derivazione dei verbi toscani:
imbrogliare verbo transitivo che vale: ingannare, confondere, intrigare, avviluppare per modo che l’ingannato, il confuso, l’avviluppato è quasi impossibilitato a venir fuori dalla situazione fonte del suo inviluppo; etimologicamente
imbrogliare è con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica) che, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde. Non dissimile la strada di abbindolare: propriamente far matassa sul bindolo e metaforicamente ingannare etc. come per imbrogliare; etimologicamente il bindolo (da cui il verbo abbindolare) è un diminutivo del tedesco winde che originariamente fu una macchina che girata da un cavallo serviva per attingere acqua, e poi un molto piú piccolo arnese su cui ammatassar filati; alquanto diverso il verbo
ingannare v. tr.
1 operare con frode e malizia ai danni di qualcuno: ingannare il prossimo; ingannare il marito, la moglie, tradire | indurre, trarre in errore (anche assol.): ingannare l'avversario con una finta; l'apparenza inganna
2 deludere: ingannare le speranze, la fiducia di qualcuno | eludere: ingannare la vigilanza
3 (fig.) rendere meno gravosa una situazione o una sensazione spiacevole: chiacchierare per ingannare l'attesa; fumare per ingannare il tempo; cercava di distrarsi per ingannare la fame ||| ingannarsi v. intr. pron. cadere, essere in errore; giudicare erroneamente: ingannarsi sul conto di qualcuno; se non mi inganno, sta per scoppiare un temporale. Per l’etimo occorre riferirsi ad un lat. tardo ingannare, da gannire 'mugolare' e poi anche 'scherzare', con cambio di coniugazione; ed altresí diverso è il verbo
intrigare v. tr.
1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) turbare, imbarazzare: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA)
3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore ||| v. intr. [aus. avere] darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina ||| intrigarsi v. rifl. intromettersi in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; impelagarsi: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) impicciarsi, immischiarsi: intrigarsi dei, nei fatti degli altri. Etimologicamente intrigare è una variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- illativo e un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli') variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer.
Ciò detto veniamo ai verbi napoletani che, senza eccessive o particolari differenze, indicano tutti le azioni tese a confondere, ingannare, avviluppare etc.:
- arravuglià: da un basso latino ad-revoljare iterativo del classico volvere; da notare la consueta assimilazione regressiva della d con la successiva r;
rammento qui quale deverbale di arravuglià il sostantivo partenopeo arravuogliacuosemo che è il raggiro, l’imbroglio ed estensimamente il saccheggio, il furto esteso fino al totale repulisti; la parola, costruita partendo, come detto dal verbo arravuglià è addizionata del termine cuosemo che non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il nome proprio Cosimo quanto – piuttosto – la corruzione del latino quaesumus, nacque come espressione irriverentemente furbesca, in ambito chiesastico, dall’osservazione di taluni gesti sacerdotali durante le celebrazioni liturgiche;
- attrappulià e attrappià che nel significato di tender trappole e dunque ingannare sono dallo spagnolo atrapar forgiato su trampa poi trappa e infine trappola = lacciuolo;
- cabbulïà v. tr. tramare, raggirare, quanto all’etimo è un denominale di cabbala s.vo f.le = cabala (dall'ebr. qabbalah, propr. 'dottrina ricevuta, tradizione')
1 (relig.) l'insieme delle dottrine esoteriche e mistiche dell'ebraismo, la cui diffusione ebbe origine nel sec. XII nella Francia merid. e nella Spagna
2 arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto
3 (fig.come nel caso che ci occupa ) intrigo, raggiro, macchinazione.
- cuficchià che vale: imbrogliare, intrigare e con significato piú circoscritto tradire la propria consorte; il verbo è un denominale di cufecchia/cofecchia s.vo fle derivato dall’agg.vo greco kóbalos (furbo, imbroglione) per il tramite di un neutro pl. poi inteso fle sg. *kobalíc(u)la→*kofecchia con tipica alternanza b→f di fondo osco;
- fóttere: che è dal basso latino futtere per il classico futuere e che di per sé sta per: possedere carnalmente e metaforicamente imbrogliare e raggirare azioni che contengono l’idea del possesso dell’altrui mente, correlativamente al possesso del corpo altrui espresso dall’atto sessuale; analogo possesso rifacentesi al coire è contenuto nei due successivi verbi che sono:
- frecà: che è dal latino fricare = strofinare, quale quello dei corpi durante il coito;
- fruculià: ci troviamo anche qui nel medesimo ambito del verbo precedente e dell’azione che esso connota in primis; del resto etimologicamente fruculià è dal basso latino fruculjare frequentativo di fricare;
- lefrechïà/ refrechïà che è il vero e proprio raggirare, attraverso la proposizione di cavilli, sofismi, pretesti, scuse id est con intrighi, sotterfugi ed affini al fine di imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente è un verbo denominale del s.vo f.le lefreca/refreca (in primis:pezzetto, minuzia, inezia e poi: cavillo, pretesto, sofisma, scusa); lefreca/refreca è un deverbale del lat. *refricare iterativo di fricare

- ‘mbruglià: evidente adattamento dialettale del nazionale imbrogliare cui, per l’etimo, rinvio;
- ‘mballà: letteralmente corrisponde al nazionale: mettere nel sacco e dunque avviluppare, raggirare, confondere, tener costretto; etimologicamente è voce che è pervenuta nel napoletano attraverso il francese emballer alla medesima stregua del toscano imballare che però à conservato il solo significato di mettere in balle, mentre il napoletano ne à dato anche quello estensivo di inviluppare mentalmente;
- ‘mpacchià: letteralmente: insozzare, macchiare ed estensivamente poi tutti i significati rammentati di azioni tese all’inganno, all’imbroglio, alla confusione;etimologicamente il verbo ‘mpacchià è un denominale del lemma pacchio/a (cibo generico, ma segnatamente abbondante, quello che può comportare di macchiarsi, insozzare) da un latino patulum onde pat’lum → pàclum → pacchio;
- ‘mpapucchià: che è di medesima portata del precedente, sia come significato di partenza che come sviluppo semantico; etimologicamente se ne differenza in quanto il precedente ‘mpacchià fa riferimento – come visto – a pacchio/a, ‘mpapucchià è invece da collegarsi ad un in + papocchia che è la pappa molliccia, brodosa (ben atta ad insudiciare) e per traslato l’intrigo, l’imbroglio; etimologicamente papocchia è, attraverso il suffisso occhia, il dispregiativo d’un latino papa che indicò appunto la pappa per i pargoli;
- ‘mprecà: che è il vero e proprio raggirare, attraverso le piú varie strade con intrighi, sotterfugi ed affini e dunque anche il piú generico imbrogliare,ingannare etc.; etimologicamente non è aggiustamento del toscano imprecare che proveniente dal latino in + precari stava per invocare, rivolger preghiere(e solo in senso antifrastico, diventato poi senso principale: lanciare insulti) cose ben diverse dal raggirare; in realtà ‘mprecà è sistemazione dialettale dal catalano in +bregar da cui anche il toscano brigare: ingegnarsi d’ottenere qualcosa con raggiri, cabale e peggio, di identica portata del napoletano ‘mprecà;
- ‘mpruzà o ‘mprusà: letteralmente le due diverse grafie del medesimo verbo, starebbero per sodomizzare e solo per traslato, come per i precedenti: fottere,frecà e fruculià vale ingannare, imbrogliare, raggirare; in effetti il verbo, d’origine gergale, è forgiato da un in illativo + la parola proso che appunto, nella c.d. parlesia (gergo dei suonatori ambulanti e/o posteggiatori), è la parola che indica il culo e dunque letteralmente ‘mprusà o ‘mpruzà è l’andare in culo e per traslato l’ingannare, l’imbrogliare, il raggirare etc; sulla medesima parola proso è forgiato il termine ‘mprusatura o ‘mpruzatura e con alternanza p b anche ‘mbrusatura o ‘mbruzatura che sono esattamente il raggiro, l’imbroglio, l’inganno;
- ‘mpasturà: letteralmente: truffare in una vendita e piú in generale nei significati in epigrafe; etimologicamente il verbo napoletano è sistimazione dialettale del toscano impastoiare (metter pastoie (dal tardo latino pastoria(m) ed il napoletano, rispetto all’italiano che appunto à pastoia à conservato la erre di ‘mpasturà), intralci,impedimenti;
- ‘nfunucchià: che letteralmente è infinocchiare, imbrogliare tentando di far apparir buono o gustoso, ciò che buono o gustoso non sia: anticamente gli osti che servivano ai propri avventori un vino non troppo buono, erano soliti presentarlo, accompagnato con del finocchio fresco, finocchio che à tra le sue qualità quella di migliorare il gusto di taluni cibi e/o bevande assunti dopo d’aver mangiato il finocchio; invalse cosí l’uso di aggiungere a molte preparazioni culinarie, per migliorarne il sapore, del finocchio, specialmente selvatico, sotto forma o di barbe o di semi e nel parlato comune si disse in italiano: infinocchiare ed in napoletano: ‘nfunucchià , questa sorta di imbroglio;
- ‘ntapecà: letteralmente: macchinare, tramare e perciò ingannare, imbrogliare; il verbo è un denominale di ‘ntapeca: macchinazione, trama; detta voce, cosí come il verbo che se ne è ricavato sono da un antico italiano: antapòcha voce forense da un identico tardo latino che richiama altresí un greco antapochè usato per indicare una nuova, valida scrittura che ne revochi un’ altra per quanto di per sé valida (e dunque sorta di inganno, raggiro);
-‘ntrammià letteralmente: macchinare,ordire, tesser trame e perciò ingannare; il verbo è un denominale di tramma(dal lat. trama(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale (m) e protesi di un in→’n illativo) trama/tramma : s. f.
1 il complesso dei fili che, intrecciati perpendicolarmente con l'ordito, formano il tessuto
2 (fig.come nel caso che ci occupa) macchinazione, intrigo: ordire, scoprire una trama
3 (fig.) l'insieme delle vicende che costituiscono lo svolgimento di un racconto, un romanzo, un'opera teatrale, un film ecc.: una trama avvincente, semplice, complicata
4 (sport) serie di azioni di gioco ben coordinate compiute da una squadra. macchinazione, trama
percaccià letteralmente: procacciare, fare in modo di avere di ottenere, di procurare qualcosa, ma ordendo o tessendo trame e perciò ingannando ;etimologicamente il verbo a margine è formato dalla preposizione lat. pro (a favore, a vantaggio) e dall’infinito cacciare (dal lat. *captiare, der. di capĕre «prendere»);
- trappulià: letteralmente porre trappole (ad un dipresso come il precedente ‘mpasturà ; il verbo trappulià nel napoletano v’è giunto attraverso lo spagnolo atrapar che è propriamente porre inganni, impedimenti per far cadere; (vedi il prec. Attrappulià);
- Trastulià che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi ed estensivamente ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano sia un adattamento del toscano trastullare; non è così, però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva trastulante passato in seguito a definire l’imbroglione tout cour, ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti;
- Zannià: verbo che si riallaccia, come origine, agli antichi giochi e trucchi dei saltimbanchi, figurazioni di ben piú dolorosi e gravi inganni e trucchi perpetrati in danno degli adulti; il verbo sta quasi per: comportarsi da zanni(o Giovanni di cui è diminutivo) che fu l’antico servo della commedia dell’arte e delle rappresentazioni popolari, aduso a compier a suo pro inganni, trucchi ed imbrogli.

Raffaele Bracale - Napoli

sabato 28 novembre 2009

MEZZANELLE IN SALSA RUSTICA

MEZZANELLE IN SALSA RUSTICA
Dosi per 6 persone
6 etti di mezzanelli spezzettati (4 cm.),
5 etti di pomidorini d’’o piennolo, lavati asciugati, privati di picciolo e corona ed incisi ortogonalmente a croce,
2 etti di strutto,
1 grossa cipolla dorata affettata grossolanamente,
un ciuffo di basilico lavato, asciugato e spezzettato a mano senza coltello,
2 etti di salame napoli in cubetti da ½ cm. di spigolo,
3 etti di provolone piccante per metà divisi in dadini da 1 cm. di spigolo e per metà grattugiati a grana grossa,
sale fino q. s.,
sale grosso q.s.,
pepe nero q.s.

Procedimento.
Approntare i cinque etti di pomidorini d’’o piennolo, lavandoli, asciugandoli, privandoli di picciolo e corona ed incidendoli ortogonalmente a croce; porre in un’ampia padella di ferro nero lo strutto ed a fiamma dolce farlo sciogliere ed aggiungere la cipolla affettata,farla colorire indi aggiungere i pomidorini schiacciandoli un po’ con i rebbi d’una forchetta salare parsimoniosamente,pepare ad libitum, spezzettarvi a mano il ciuffo di basilico e portare a cottura in circa 20 minuti fino ad ottenere un sugo odoroso e spesso; lessare in abbondante (8 litri) acqua salata (sale grosso) i mezzanelli; scolarli al dente e versarli nella padella con il sugo, rimestare accuratamente, unire i cubetti di salame e quelli di provolone e mantecare a mezza fiamma per qualche minuto; rimestare ancóra ed impiattare caldissimo. Cospargendo le porzioni con il con il provolone grattugiato, ed abbondante pepe nero,

Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.

Nota: Per questa ricetta è essenziale usare pasta del tipo mezzanelle.
I Mezzanelli (mezzanielle/mezzanelle) sono un tipico formato di pasta lunga e doppia, in uso nella cucina napoletana dove vengono usati mai cotti interi nella loro lunghezza, ma tassativamente spezzettati in pezzi di circa 4 o 5 cm.Si tratta di una pasta che è nota con una forma doppia di nome: una maschile (mezzanielle) ed una femminile (mezzanelle) ora sia che si tratti di mezzanelle, sia si tratti di mezzanielle con tale formato di pasta ci troviamo di fronte ad un formato molto simile ai pirciatielli (che sono i bucatini napoletani), sebbene di calibro piú doppio ci troviamo di fronte cioè al formato che fa da trait d’union tra i formati doppi e lunghi e quelli di transito come i mezzani (etimologicamente da un lat. medianu(m), deriv. di medius 'mezzo' atteso che tale formato di pasta fa quasi da mediano tra i formati lunghi e quelli corti), da cui con un pretestuoso vezzeggiativo diminutivo traggono il nome sia che lo si intenda femminile (mezzanelle) sia che lo si intenda maschile (mezzanielle). Al proposito rammenterò che – come accade spessissimo in napoletano (cfr. cucchiaro/ cucchiara – tammurro/tammorra – tino/tina – carretta/carretto etc.con due sole eccezioni di tiano/tiana, caccavo/caccavella) - con il nome femminile si intende qualcosa di piú grosso del corrispondente maschile con la sole eccezioni, come ò detto, di tiano che è inteso piú grosso di tiana,e di , di caccavo che è inteso piú grosso di caccavella , per cui le mezzanelle ànno un calibro leggermente maggiore dei mezzanielle; rammenterò altersí che mentre i perciatelli (in italiano impropriamente bucatini) sono un formato di pasta quasi simile ai mezzanelli di cui son solo un po’ piú sottili, possono esser cotti e serviti, per come sono lunghi, questi a margine, per esser di calibro maggiore devono essere tassativamente ridotti in pezzi di altezza di ca 4 – 5 cm. Al proposito di bucatine – pirciatielle = bucatini – foratini dirò che v’è una differenza tra il bucatino ed il perciatello; il bucatino s.m. è una pasta alimentare consistente in un grosso spaghetto piuttosto doppio e bucato per tutta la sua lunghezza, va da sé che il nome bucatino è da collegarsi al fatto che tale tipo di pasta è bucata; la medesima bucatura centrale che percorre la pasta per tutta la sua lunghezza la si ritrova nei pirciatielle grossi spaghetti piú doppi dei precedenti bucatini; poiché la voce verbale bucare (perforare) non è napoletana, se ne deduce che tra bucatine e pirciatielle la pasta piú tipicamente partenopea sia la seconda, atteso che il verbo bucare (perforare) è reso in napoletano con la voce pircià (che è dall’antico francese percer) da cui derivano ‘e pirciatielle.
che sono (con derivazione dal verbo percià dall’ant. fr. percier= bucare), i bucatini napoletani. Per questa preparazione qualcuno usa impropriamente i vermicelli (che etimologicamente è un derivato diminutivo del lat. vermen) qualche altro addirittura gli spaghetti(etimologicamente è un derivato diminutivo del lat. spacum) che sono di trafila molto piú sottile e dunque meno saporita, e sono altresí assolutamente da evitare per questa ricetta.
Pummarulelle d’’o piennolo
‘o Piennulo= pendolo è una sorta di resta formata intrecciando i flessuosi lunghi piccioli dei pomidorini che sono sferici, pizzuti e piccoli, dolcissimi e sugosi. Questa resta viene preparata nei mesi estivi e conservata per essere usata anche nei mesi invernali, tenendola legata ai muri laterali di finestre o balconi delle cucine napoletane; i pomidoro vengono prelevati volta a volta tirandoli via per strappo dalla resta.
p.s. qualora fosse impossibile procurarsi pomidorini del piennulo, è possibile sostituirli con pomidorini pachino, ma non è la stessa cosa!



Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli e possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute!E facítene salute!

raffaele bracale

CROSTINI CON FEGATELLI DI MAIALE

CROSTINI CON FEGATELLI DI MAIALE



Ingredienti e dosi per 6 persone
10- 12 fette sottili di pane casareccio o integrale bruscate a forno (220°),
7 fegatelli di maiale avvolti nel loro omento,
3 tuorli,
1 limone,
1 carota,
1/2 cipolla dorata tritata,
1 costa di sedano,
1 cucchiaio di capperini di Pantelleria dissalati e lavati,
½ bicchiere di vino bianco secco,
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.,
sale fino e pepe nero q.s.
Preparazione
Preparate un battuto con carota, cipolla e sedano e fatelo appassire in una casseruolina con mezzo bicchiere d'olio. Aggiungete i fegatelli lavati ed asciugati. Spruzzate con mezzo bicchiere di vino. Regolate sale e pepe, lasciate rosolare mescolando. Togliete i fegatelli, tritateli finemente o passateli al mixer con lame da umido e rimetteteli nel recipiente perché insaporiscano ancora 2 minuti. Ritirate dal fuoco e incorporatevi i tuorli d'uovo sbattuti con un pizzico di sale e con il succo di limone filtrato al colino. Spalmate sulle fette di pane tostate e decorate con i capperi. Servite come saporitissimo antipasto.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

ESCALOPPE ALLA DIAVOLO

ESCALOPPE ALLA DIAVOLO
Ingredienti e dosi per sei persone
1,5 kg di spalla di maiale in fette di cm. 12 x 7 x 2,
un bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
il succo d’un limone non trattato,
un rametto di rosmarino fresco,
sale fino, pepe nero e peperoncino in polvere q.s.



procedimento
Spemete accuratamente il limone e raccoglietene il succo tenendolo da parte. Lavate le escaloppe dopo averle un po’ battute con un batticarne ed asciugatele bene. Verniciate ambo le facce con la maggior parte dell'olio; con il restante ungete una padella di ferro nero.

Mettete in una ciotolina tanto sale e tanto pepe quanto ne servono per condire tutte le escaloppe, profumate con il rosmarino tritato,ed il peperoncino in polvere, mescolateli accuratamente e cospargetene le escaloppe; adagiatele nella larga padella unta e ponetela a fuoco moderato. Coprite la padella con un coperchio e fate cuocere a fuoco moderato per circa 20 minuti; quindi rigiratele dall'altra faccia e fate cuocere ancóra per altri 20 minuti: le escaloppe dovranno risultare ben dorate. Poco prima della fine della cottura, irrorate tutte le escaloppe con il succo di limone e fatelo evaporare a fuoco vivace. Servite calde di fornello queste gustosissime escaloppe, accompagnate da patate in umido o verdure cotte al vapore e condite all’agro.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute!Scialàteve e dicíteme: Grazzie!

raffaele bracale

STUFATO DI MAIALE

STUFATO DI MAIALE

ingredienti e dosi per 6 persone:
1,5 kg. di polpa di spalla di maiale ,
un litro di aceto rosso,
100 gr di sugna,
1 bicchiere di olio extravergine d'oliva,
una cipolla dorata media,
1 cucchiaio di prezzemolo tritato,
due foglie di alloro,
quattro foglioline di salvia,
due bicchieri di vino rosso secco,
due cucchiai di conserva di pomodoro,
un peperoncino piccante,
sale fino q.s.
eventualmente
6 etti di mezzemaniche rigate,
un pugno di sale doppio,
1 etto di pecorino grattugiato.
pepe nero q.s.

procedimento
in una casseruola con la sugna e l'olio soffriggere la cipolla tritata e aggiungere l'alloro e la salvia. intanto marinare per circa 12 ore in una miscela d'acqua e aceto (metà e metà) la carne di maiale divisa in pezzi di circa cm. 5 x 4 x 2; unire al soffritto la carne ben lavata e sgocciolata, rosolare da ogni lato, bagnarla col vino rosso, salare, coprire la casseruola e cuocere a fuoco basso; dopo circa un'ora unire la conserva di pomodoro sciolta in un poco d'acqua tiepida e il peperoncino pestato nel mortaio e completare la cottura in circa un’altra ora; alla fine regolare di sale e cospargere con il trito di prezzemolo; servire caldo di fornello, irrorando la carne con generose cucchiaiate di sugo.
Attenzione: in alternativa, con il sugo posson condirsi 6 etti di mezzemaniche lessate al dente in molta acqua salata (pugno di sale doppio) e spolverizzate di pecorino grattugiato e pepe nero, servendo la carne come pietanza.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale

LARDO & DINTORNI

LARDO & DINTORNI
Questa volta prenderò il via per queste mie paginette da un saporitissimo antico condimento in uso nella cucina partenopea ed in quella di molte altre regioni centro-meridionali; si tratta del lardo che fu conosciuto ed usato già presso antiche popolazioni italiche e cioè da romani, osci e sanniti che lo usarono sia come condimento(zuppe di farro ed altro), che come grasso per frittura di preparazioni poi dolcificate con il miele; il lardo è il gustosissimo prodotto della salagione, aromatizzazione e stagionatura dello strato di grasso che si trova appena sotto la cute del maiale. Questo taglio grasso del maiale si preleva dal collo/gola( e se ne ricava il cosiddetto guanciale (a Napoli: lardiciello)) ,oppure dal dorso e dai fianchi o dala pancia dell'animale (e se ne ricava il lardo generico tra i quali quello notissimo toscano lardo di Colonnata stagionato in vasche di marmo (conche) alternandolo a strati di sale marino grosso, aglio, pepe, rosmarino e salvia nelle conche dove il prodotto rimane per circa 6 mesi, ed il lardo di Arnad prodotto in Val d’Aosta e stagionato in vasche di legno dove viene insaporito con aromi quali ginepro, alloro, noce moscata, salvia e rosmarino). Il nome lardo si attribuisce propriamente al prodotto stagionato, mentre il taglio di carne grassa da cui il lardo si ricava , ordinariamente è chiamato grasso fresco: ma ciò avviene per quanto di pertinenza della lingua nazionale; per quanto riguarda il napoletano, mantenuto il generico nome di lardo per i prodotti ricavati dal dorso e dai fianchi dell'animale, si è assegnato il nome di lardiciello al prodotto ricavato dal collo/gola( prodotto conosciuto altrove con il nome di guanciale), prodotto che è formato da due congrui strati di grasso inframmezati da un contenuto strato di carne.Rammento che dai medesimi tagli di grasso fresco sia da quelli di gola che da quelli del dorso e di fianchi o piú spesso di pancia dell'animale si ricava oltre che il lardo anche la sugna per cui in napoletano il taglio di carne grassa da cui si ricava il lardo, genericamente è chiamato (quanto meno sulla bocca dei napoletani piú anziani) grasso ‘mpano o ‘mpanuto che valgono tautologicamente paffuto, gonfio, grassoccio e sono ambedue voci marcate sullo spagnolo empanada=ripieno
piú esattamente dal grasso ‘mpano o ‘mpanuto proveniente dai fianchi della bestia viene ricavato il vero e proprio lardo campano, mentre dal grasso ‘mpano o ‘mpanuto proveniente dalla pancia della bestia viene ricavata la cosiddetta ‘nzogna ‘mpana, talvolta addizionata del grasso di gola( lardiciello).Ò parlato di napoletani piú anziani giacché, con ogni probabilità, quelli piú giovani, fossero anche beccai, macellai, venditori al minuti di carne macellata…, non conoscono piú ( e peggio per loro!) né i termini d’antan, né taluni prodotti (ormai in disuso e non piú richiesti tra le giovani classi sociali moderne vessillifere di una malintesa evoluzione che è invece proprio l’esatto contrario…), non conoscono piú né termini antichi, né taluni gustosissimi prodotti come lardo e ‘nzogna.
Al proposito rammento che la parola napoletana ‘nzogna rende l’italiano sugna o strutto ed è voce che va scritta ‘nzogna con un congruo apice (‘) d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto nei soliti inesperti, millantatori che bazzicano(e non si sa con quale diritto!) l’idioma partenopeo, parecchi dei quali accreditati, per mero errore o piaggería, d’essere esperti e cultori del napoletano, laddove sono invece dei modesti praticoni quasi del tutto all’oscuro della morfologia e sintassi della parlata napoletana!
Ciò precisato passiamo all’etimologia e sgombriamo súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, (ed ovviamente non ‘nzogna) possa essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo passaggio di ns→nz, da un latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cruda cotenna di porco ancòra ricca di grasso.
Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze di sorta! Messe da parte tali fantasiose proposte, penso che all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dal mio amico il prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza: inus ed ius; da insuinia→’nso(i)nia→’nzogna.
Ciò annotato, ritorniamo al lardo dicendo che la voce lardo (mi ripeto!) è dal lat. lardu(m)/laridu(m)) ed indica il gustosissimo strato di grasso sottocutaneo del maiale,strato ricavato dai fianchi della bestia, strato che si conserva salato o affumicato per uso di cucina.
La parola lardo entra in alcune interessanti espressioni della parlata napoletana,usata sia in senso reale che in senso figurato. Ne illustro qui di sèguito qualcuna:
1- Fà lardo ed 1 bis Natà dint’ ô llardo
Letteralmente Fare lardo e nuotare nel lardo ; id est: godersela e vivere nell'abbondanza.
Le due espresioni si spiegano semanticamente in questo modo: 1)Fare lardo = godersela: Occorre pensare che, nell’antica civiltà contadina campana l’allevamento d’un maiale rappresentava un’ autentica risorsa soprattutto per i contadini meno facoltosi, quelli titolari cioè d’un piccolo fazzoletto di terra i quali al momento dell’uccisione dell’animale, (per ricavarne carne fresca da consumare o da salare e conservare sotto forma di insaccati e grasso (lardo e sugna)), al momento dell’uccisione dell’animale davano una grande festa cui partecipavano parenti ed amici stretti, festa che rappresentava un autentico godimento non solo per le cibarie e le bevande distribuite ai convenuti,o per la musica e le danze che tenevano dietro il banchetto, ma soprattutto tenendo presente ciò che si sarebbe potuto ricavare dalla vendita delle parti piú pregiate della bestia (prosciutti, soppressate,salami )vendita il cui ricavato si tramutava in acquisto di generi di necessità come abiti,calzature od altro; al contrario le parti meno pregiate della bestia ( interiora, spalle, ventresca, capocollo, salsicce fresche, cotiche, sugna e lardo) venivano in parte consumate durante la festa (zuppa di soffritto, ricavato dal cosiddetto càpeto :complesso delle interiora comprendenti trachea, polmoni,cuore, fegato etc.), in parte lavorate e conservate, appese a pertiche sistemate sotto la travatura delle cucine al caldo dei camini, per il consumo familiare dell’intero anno. Va da sé che allorché si potessero allevare e poi macellare piú di un maiale, il ricavato in carni e/o o danaro sarebbe stato ben maggiore e pertanto maggiore sarebbe risultato il godimento relativo e ben si potesse dire che 1 bis) vivesse nell'abbondanza chi avesse tanto lardo da poterci figuratamente addirittura nuotare!
2 - Fà ‘na lardïata oppure 2 bis - Fà ‘na palïata
A senso nell’uno e l’altro caso:Conferire a qualcuno un gran numero di gravi, dolorose batoste; id est: percuoterlo violentemente ed a lungo. Il termine che connota il primo caso, originariamente si riferiva al fatto che le percosse fossero inferte con un palo donde il nome (palïata) riferito in epigrafe; in prosieguo di tempo è venuta meno la particolarità del palo, ma è rimasta l’idea della gran quantità di percosse che la palïata comporta.
Rammento che morfologicamente dal sostantivo palo ci si sarebbe atteso come corretta derivazione la voce palata e non palïata, ma poi che il napoletano aveva già la voce palata con tutt’altro significato (filone di pane di ca un kg. che occupa per intero la pala con cui è infornato (donde il nome)) ecco che per indicare la bastonatura inferta con un palo si ricorse al termine palïata che necessitò dell’anaptissi di comodo di una ï nella voce palata. La locuzione non piú molto usata, un tempo, invece, era sulla bocca di tutte le mamme che con essa espressione minacciavano i loro vivaci figlioletti insensibili a piú dolci rimbrotti, affinché si calmassero e recedessero dal loro irrequieto atteggiamento; ben piú dura e dolorosa la portata dell’ espressione: fà ‘na lardïata; oggi è ancora intesa come somministrazione di un gran numero di percosse, ma in origine riprendeva una barbarica, antica (epoca viceregnale1503 -1688 e ss.) abitudine per la quale era concesso alla peggiore plebaglia che facesse ala al cammino di un condannato a morte verso il patibolo, di espandere ad libitum le sofferenze dell’infelice con sputi, percosse, dilianamento delle carni con tenaglie infuocate e soprattutto scottature operate con l’uso di pezzi di lardo ( da cui lardïata) bollente che venivano soffregati sul corpo del condannato; da questa selvaggia usanza, per estensione il termine lardïata passò a significare: solenne bastonatura. Per la precisione, antecedentemente al 1651 tale barbaro modo di espandere il supplizio del condannato a morte era perpretato dallo stesso boia adibito all’esecuzione; il boia (prezzolato sottomano allo scopo dalla plebe accorsa ad assistere all’esecuzione) provvedeva in prima persona o per il tramite del suo aiutante ad aumentare le sofferenze del condannato a morte e tale abitudine perdurò fino al 1651 anno in cui fu afforcato il boia Antonio Sabatino che nel 1650, dietro consueto pagamento, aveva espanso (per il divertimento della plebaglia) le sofferenze di due condannati: il gentiluomo Antonio Taglialatela (decapitazione) ed il popolano Nunzio Di Fazio (impiccagione). Arrestato (per ordine dei giudici della Gran Corte della Vicaria) in flagranza di reato, il Sabatino fu rinchiuso nelle carceri della Vicaria, poi venne processato e condannato ad essere afforcato per mano d’un boia proveniente dalla campagna e che poi l’avrebbe sostituito nella mansione di boia del tribunale maggiore.
Dopo questo episodio i boia, temendo di fare la medesima fine del Sabatino, si rifiutarono di prendere dagli spettatori (plebe) un pagamento sottomano per provvedere in prima persona o per il tramite di un aiutante ad aumentare le sofferenze del condannato a morte e tale abitudine diventò perciò di pertinenza della medesima plebaglia,che provvide in proprio come ò accennato.
palïata s.vo f.le = grave percossa, bastonatura inferta con un palo etimo: deverbale di palïà che è da palo (dal lat. palu(m)) =percuotere con un palo;
lardïata s.vo f.le = di per sé salsa rustica a base di lardo di gola (lardiciello o guanciale), ma qui estensivamente vale solenne bastonatura con riferimento a tutte le sofferenze inflitte al destinatario nella maniera e con i mezzi ricordati precedentemente; quanto all’etimo è voce deverbale di lardïà (sminuzzare il lardo e per traslato percuotere; lardià è da lardo che è dal lat. laridu(m)/lardu(m): lo strato di grasso sottocutaneo del maiale, che si conserva salato o affumicato per uso di cucina.
Vicaria notissimo antico quartiere popolare napoletano, un tempo noto con il nome di ‘a via d’’e chianche per la presenza di numerose macellerie (in napoletano chianche dal lat. planca(m)= panca ché in origine nelle macellerie la carne veniva esposta e sezionata su di una panca di legno) notissimo antico quartiere situato a ridosso del centro antico;si espandeva in origine tra la zona di Forcella (Vicaria vecchia) e la zona posta al di qua ed al di là della porta capuana nel quale sorge il famoso Castelcapuano che è il piú antico castello di Napoli. Di origine normanna, è situato allo sbocco dell'attuale via dei Tribunali ed è sede della sezione civile del tribunale di Napoli. Deve il suo nome al fatto di essere ubicato a ridosso di Porta Capuana, che si apre sulla strada che conduceva all'antica Capua.Tra il 1537 ed il 1540, Don Pedro de Toledo, marchese di Villafranca del Bierzo (1532 – 1553 ) vicerè di Napoli, trasferí il Tribunale della Vicaria, ed altri uffici giudiziari in Castelcapuano.
Fino al 1535, infatti, la giustizia civile e penale del vicereame napoletano veniva amministrata in diversi luoghi:
la Gran Corte della Vicaria si trovava in un edificio della Vicaria vecchia a Forcella;
il Sacro Consiglio nel chiostro di Santa Chiara;
la Real Camera della Sommaria nella casa del marchese del Vasto;
il Tribunale della Bagliva era sulle scale della chiesa di San Paolo (in pieno centro storico) ;
e il Tribunale della Zecca nel palazzo di fronte alla chiesa di Sant’Agostino.
L’esigenza avvertita dal Viceré spagnolo,su istanza di avvocati e sudditi, era quella di accentrare in un unico luogo tutte le attività legate all’amministrazione della giustizia. Parte di Castelcapuano divenne carcere giudiziario per i nobili e per il popolo. Esso occupava tre livelli: il piano ammezzato era riservato ai nobili carcerati, il piano terra era destinato ai criminali comuni, i sotterranei ospitavano gli elementi peggiori; altre carceri per criminali comuni erano ubicate nella vicinissima piazza San Francesco nell’edificio che un tempo era stato il convento dei monaci di sant’Anna ed in seguito e fino a poco tempo fa ospitò gli uffici della Pretura di Napoli.

Il carcere vero e proprio venne chiuso nel 1886, ma fino al novembre 1995, quando le sezioni penali lasciarono Castelcapuano, parte di esse restarono per i detenuti che dovevano assistere ai processi. Ancóra oggi alcune gabbie fatiscenti fanno bella mostra di sé in alcuni angusti corridoi del piano terra e del piano interrato.
Oggi il nuovo quartiere Vicaria (piú noto con il nome di Vasto forse perché nella zona il marchese di Vasto, v’ebbe alcune proprietà, ma piú probabilmente perché Vasto è corruzione di Guasto per i guasti (incendi, saccheggi)operati nella zona a ridosso della porta Capuana degli eserciti invasori) è nato dopo il Risanamento della città di Napoli,iniziato nel 1885 quando debellata l'epidemia di colera che nel 1884 aveva colpito la città , si iniziò ad operare lo sventramento di interi quartieri popolari e la creazione -tra l'altro- del Corso Umberto I° e della Galleria Umberto I° con l'attuazione delle leggi che prevedevano un'espansione verso la zona orientale: le abitazioni prevalentemente di carattere popolare furono realizzate dalla Società pel Risanamento, dalle cooperative dei ferrovieri, e da istituzioni private come La Banca d’Italia. Successivamente agli eventi bellici che colpirono fortemete la zona, una parte di esso venne ricostruito ed è stato anche vittima della speculazione edilizia (difatti molte abitazioni sono in calcestruzzo armato).
3 - M' hê dato 'o llardo dint'â fijura
Letteralmente: Mi ài dato il lardo nel santino. L'espressione si usa nei confronti di chi usi eccessiva parsimonia nel conferire qualcosa a qualcuno o tenti addirittura di tacitare qualcuno conferendogli parva res in luogo dell’atteso congruo dovuto e prende l'avvio dall'uso che avevano i monaci del TAU o monaci di Sant'Antonio Abate a Napoli che gestivano in piazza Carlo III, annesso al loro convento prospiciente l’omonima chiesa dedicata al santo cenobita, gestivano un ospedale per cure dermatologiche ed usavano il lardo dei maiali con il quale producevano unguenti curativi; rammento che il s. Antonio di cui si parla ed il cui nome è dal greco antos= fiore eremita détto poi Sant'Antonio Abate echiamato anche Sant'Antonio il Grande, Sant'Antonio d'Egitto, Sant'Antonio del Fuoco, Sant'Antonio del Deserto o Sant'Antonio l'Anacoreta (251?-356), fu eremita egiziano, considerato l'iniziatore del Monachesimo cristiano e il primo degli Abati in quanto a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale abbà, si consacrano al servizio di Dio. La sua vita ci è stata tramandata dal suo amico e discepolo Sant'Atanasio (a Napoli: sant’Attanasio). È ricordato nel Calendario dei santi il 17 gennaio, ma la Chiesa Copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde nel loro calendario al 22 del mese di Tobi. Questo santo è noto e ricordato a Napoli con il nome di Sant’Antuono e gli è dedicata una chiesa parrochiale nelle immediate diacenze di piazza Carlo III .Si vuole che la chiesa, posta all'origine del borgo omonimo, sia stata fondata per volere della regina Giovanna I d'Angiò (Napoli, ca. 1327 –† Muro Lucano, 12 maggio 1382); tuttavia esiste un diploma del re Roberto d'Angiò (detto il Saggio (1277 – † 16 gennaio 1343), figlio di Carlo II d'Angiò, fu re di Napoli (con il nome di Roberto I di Napoli dal 1309 al 1343), re titolare di Gerusalemme, duca di Calabria (1296 - 1309) e Conte di Provenza e Forcalquier (1309 - 1343).diploma che dimostra che, già nel marzo del 1313, esistevano chiesa ed ospedale e che in questo luogo venivano curati gli infermi del morbo detto “fuoco sacro” o anche Fuoco di Sant'Antonio, con un prodotto ricavato dal grasso di maiale.
Molto probabilmente il complesso originario risaliva alla fine del XIII secolo, ma fu ampliato e in alcune parti ricostruito nell’ambito di un vasto programma di edilizia religiosa e assistenziale voluto nel 1370 dalla regina Giovanna I, Programma che ebbe enorme valore ai fini dell’urbanizzazione del borgo e dell’omonima strada la quale, attraverso Porta Capuana, rappresentava la principale via d’accesso alla città.
Verso la fine del Trecento, quindi, il complesso era già costituito dalla chiesa, dall’ospedale e dal convento, ed era tenuto dai monaci ospedalieri antoniani(monaci del TAU) i quali preparavano una tintura/pomata che veniva usata per curare l’herpes zoster. Tra i napoletani si diffuse cosí l’abitudine di allevare liberamente anche per istada, maiali e maialini per donarli poi al monastero. L’ordine antoniano fu bandito agli inizi del Quattrocento dagli Aragonesi, che reputavano i monaci troppo legati ai loro protettori francesi. Malgrado ciò, l’usanza durò fino al 1665 quando, durante la funzione dla benedizione degli animali, un maiale sfuggito al controllo, si intrufolò, rischiando di farlo cadere, tra le gambe del vescovo che quell’anno officiava la cerimonia,il vescovo, infuriato, dichiarò illegale l’allevamento cittadino dei maiali.
Un primo rimaneggiamento dela chiesa è databile al 1370, il seguente fu quello del XVII secolo che, cancellò parte della struttura originaria.
Per volere del cardinale Antonino Sersale, la struttura religiosa subí un rimodernamento nel 1779;con il nome invece di sant’Antonio è noto e ricordato a Napoli il santo predicatore Sant'Antonio di Padova, al secolo Fernando Bulhão (Lisbona, 15 agosto 1195 -† Padova, 13 giugno 1231) che fu un frate francescano, santo e dottore della Chiesa cattolica , che gli tributa da secoli una fortissima devozione.
I monaci del TAU allorché poi dimettevano un infermo erano soliti consegnare al medesimo, per il prosieguo della cura, una piccolissima quantità di lardo benedetto, avvolto in un santino raffigurante Sant'Antonio abate. Pur se benedetto la quantità del lardo era veramente irrisoria e pertanto assai poco bastevole alla bisogna.
4 – È gghiuto ‘o vruoccolo dint’ ô llardo!
Letteralmente: È finito il broccolo nel lardo id est: la cosa si è risolta inaspettatamente nel migliore dei modi! Per comprendere esattamente la portata dell’espressione occorre rendersi conto di cosa sia il broccolo richiamato e di tutto ciò che gli fa da corollario; orbene dirò che con il termine broccolo voce che è forma allungata e quasi diminutiva di brocco (dal basso latino broccu-m che originariamente stette per dente sporgente e poi per rampollo, germoglio ) si indica in primis il tallo (corpo delle piante inferiori, non differenziato in radice, fusto e foglie) della rapa e di talune qualità di cavoli quando cominciano a fiorire, varietà di cavolo dall'infiorescenza carnosa, di colore verde, simile a quella del cavolfiore, ma piú tenera e meno compatta; estensivamente poi col termine broccolo e sempre rifacendosi al broccu-m latino, si indica il bietolone, il sempliciotto, lo sciocco dall’aria melensa derivantegli appunto dalla postura dei denti sporgenti; tutto ciò in lingua tosco-italiana.
Nell’idioma napoletano il broccolo diventa vruóccolo con la tipica alternanza di B/V e dittongazione della o tonica d’avvio(forse breve o intesa tale),ma con medesima strada etimologica dell’italiano;
con il termine vruóccolo, infatti o meglio con il suo plurale vruoccole si indicano ugualmente all’italiano i talli della rapa e di talune qualità di cavoli quando cominciano a fiorire; con il medesimo plurale vruoccole in napoletano si indicano anche però tutte le moine, le leziosaggini,le effusioni giocose che sogliono scambiarsi gli innamorati, soprattutto da fidanzati, ma talvolta anche da sposati ed al proposito debbo ricordare che un tempo, quando ancora Napoli non era diventata, come poi è ed è stato, capitale dei maccheroni e della pasta, il cibo quotidiano dei partenopei, plebei e non, – complice la rigogliosità degli orti, dove eran largamente coltivati i broccoli, orti che circondavano la città (al segno che un tempo chi dovesse recarsi, dalla città bassa, sulla collina del Vomero, dove erano moltissimi orti coltivati, usava dire: vaco ‘mmiez’ê vruoccole: vado fra i broccoli) – era costituito dalla verdura, ed a tal cagione i napoletani erano detti comunemente mangiafoglie, un tempo, dicevo, vi fu un bello spirito stanco evidentemente di mangiar broccoli, che della cennata verdura (accanto a scarole,turzelle, vurraccia=borraggine o borragine (la voce italiana è derivata dal lat. mediev. borragine(m), mentre il napoletano vurraccia, con tipica alternanza partenopea b/v è dritto per dritto dall’arabo abu rach=burraccia con tipico raddoppiamento interno espressivo della r e della c e deglutinazione della a iniziale intesa articolo: aburach= ‘a burraccia; di per sé abu rachc significa "padre del sudore" forse per la particolare attività di questo vegetale che è sudorifero); la borraggine o borragine è usata a Napoli nella preparazione di minestre quasi esclusivamente vegetali, di frittelle etc. ; quando poi si addizionano ai vegetali (cicoria, scarola, borraggine o borragine e verza) varî tipi di carni: bovine, avicole e suine si ottiene la famosa minestra maritata detta pure pignato grasso ed in terra iberica olla potrida) costituiva la magna pars ebbe ad esclamare: ‘e vruoccole so’ bbuone dint’ ô lietto, giocando sull’omografia ed omofonia del termine vruoccole, che ovviamente nella frase pronunciata stavano per moine, effusioni amorose e non certo per talli della rapa o del cavolo.
Chi è uso dedicarsi ai vruoccole ,intesi come moine etc. in napoletano è detto vrucculuso, ma piú spesso al femminile vrucculosa, atteso che le donne, piú che gli uomini tendono o almeno tendevano ad avere atteggiamenti sdolcinati comportanti le moine di cui sopra.
Termino quest’ampia digressione rammentando che, cosí come in italiano, il termine broccolo, anche in napoletano può indicare lo sciocco, il bietolone, il sempliciotto dall’aria melensa, ma in tale accezione, a Napoli, piú che il semplice termine vruoccolo, s’usa l’espressione ‘o père ‘e vruoccolo id est la intera pianta di broccolo, che per essere abbastanza alta e fronzuta ben si presta ad indicare chi sia grandemente sciocco, sempliciotto o melenso. Ciò détto ricordo la verdura détta broccolo viene da circa un secolo e mezzo cucinata o lessa (e poi condita con olio, sale e limone) o fritta sia da cruda che già lessata, con aglio ed olio, ma precedentemente cfr. Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino (2 settembre 1787 † 5 marzo 1859) e la sua Cucina casareccia) accanto alla frittura dei broccoli sia da crudi che già lessati,con aglio ed olio, s’usava, quando si volesse ottenere una pietanza piú gustosa, s’usava lessare brevemente i broccoli per poi ripassarli(il Cavalcanti parla di zoffriere) in padella con sugna o lardo.Si comprende perché il trovarsi ammannito una pietanza migliore di quella attesa possa esser preso a modello per significar che una cosa si sia risolta inaspettatamente nel migliore dei modi!
dint’ ô = dentro il/dentro al . Al proposito rammento che premesso che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre il pensiero, sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nel riprodurre per iscritto la parlata partenopea, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un imperdonabile errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato nella casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla (a + ‘a→â) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa.
Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc. e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla accanto alle piú classiche, per l’italiano, dentro il, dentro la.
Rammento che purtroppo molti, per non dire tutti (anche valenti ed accreditati ) poeti e/o scrittori partenopei sono,probabilmente per colpevole ignoranza, restii ad usare le preposizioni articolate scritte con la crasi: â = alla, ô= al/allo,ê = alle/ a gli e si rifugiano negli erronei dint’ ‘a, dint’ ‘o etc.
dinto (a) = dentro (ad) avverbio e prep. impropria dal basso lat. de intus; da notare che in napoletano,cosí come ò detto, quale prep. impropria, dinto debba sempre essere accompagnata dalla prep. semplice a o dalle sue articolate â = a + ‘a (alla ) ô= a + lo ( al/allo) ê= a + i/a + le (ai/alle) per modo che si abbia ad es. dint’ ô treno (dentro al treno ) di contro il corrispondente italiano dentro il treno. La medesima cosa càpita come ò già détto, per ‘ncoppa (sopra) ,sotto (sotto), ‘mmiezo (in mezzo) fora (fuori) ed ogni altro avverbio e/o preposizione impropria;
5 – Farse cògliere cu’o lardo ‘ncuollo.
Icastica antica espressione che dietro un letterale Farsi trovare con il lardo indosso è da leggersi: Farsi sorprendere in flagranza di reato, con le mani nel sacco. Si tratta d’un’espressione antica risalente al tempo (anni ’20 - ’30 e ss. del 1900 al tempo fiorente del contrabbando di merci e vettovaglie allorché vi fu chi allevava e poi macellava maiali non per uso proprio o limitatissimo piccolo commercio (quale quello sopraccennato dei contadini), ma per farne vasto commercio in barba alle norme, spesso anche a quelle igieniche, ed alle istituzioni (guardie annonarie); questi macellatori di contrabbando erano soliti rivendere, di porta in porta, i prodotti ricavati dalla macellazione dei suini, caricandosi la merce sulle spalle e distribuendola in giro, alleggerendosi in primis dei prodotti piú costosi (carne fresca, prosciutti, soppressate,salami) ed a seguire i prodotti meno costosi come spalle, ventresca, capocollo, salsicce fresche,ed infine quelli di costo contenuto (sugna e lardo) che assicurava loro un guadagno risicato rispetto alla vendita dei prodotti migliori; di talché chi si facesse sorprendere dalle guardie annonarie con della merce invenduta, il piú delle volte, avendo venduto dapprima la merce che assicurasse piú guadagno, si faceva pizzicare con indosso ancóra il lardo invenduto, cosa che equivaleva a confessare il reato d’essere dedito al contrabbando alimentare ed anche poco solerte in tale attività.
cògliere = normalmente vale: spiccare, staccare da una pianta o dal terreno, raccogliere, raggiungere nel punto giusto, colpire, indovinare, ma estensivamente e qui: prendere alla sprovvista, sorprendere,pizzicare.
Voce che è dal lat. colligere, comp. di cum 'con' e legere 'raccogliere';
‘ncuollo loc. avv.le 1 sulla persona, sulle spalle:che cosa puorte ‘ncuollo?( che cosa porti addosso?); tené ‘ncuollo(avere addosso), avere con sé, su di sé; indossare | tené ‘a jella ‘ncuollo(avere la sfortuna addosso), (fig.) essere sempre sfortunato | tirarse ‘ncuollo ‘nu guajo(tirarsi addosso un guaio), (fig.) procurarselo | farsela ‘ncuollo(farsela addosso), fare i bisogni corporali nei vestiti; (fig.) farsi prendere dalla paura, dal panico;
2 dentro la persona; nell'animo, nel corpo: tené ‘ncuollo ‘na paura terribbele(avere addosso una paura terribile), | tené ‘o diavulo ‘ncuollo(avere il diavolo addosso), (fig.) essere indemoniato o, nell'uso com., di pessimo umore | tené ll’argiento vivo ‘ncuollo(avere l'argento vivo addosso), (fig.) essere vivace, non stare mai fermo || In unione con a forma la loc. prep. ‘ncuollo a(addosso a)
1 assai vicino, molto accosto: ‘e ccase so’ una ‘ncuollo a n’ata(le case sono una addosso ad un'altra)
2 su, sopra: cadé ‘ncuollo a quaccheduno(piombare addosso a qualcuno) | mettere ll’uocchie ‘ncuollo a quaccheduno, a quacche ccosa(mettere gli occhi addosso a qualcuno, a qualcosa), (fig.) farne oggetto di desiderio malvagio per arrecargli danno | stà ‘ncuollo a uno(stare addosso ad uno), (fig.) sollecitarlo, controllarlo, opprimerlo
3 contro: menarse ‘ncuollo a quaccheduno(gettarsi addosso a qualcuno). Morfologicamente ‘ncuollo è formato dall’agglutinazione di un in→’n illativo e dal s,vo m.le cuollo = collo dal lat. collu(m).
Raffaele Bracale