VERMICELLONI CON I CARCIOFI
ingredienti e dosi per 6 persone:
6 etti di vermicelloni,
12 carciofi giovani e teneri,
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.,
1 spicchio d’aglio mondato e schiacciato,
1 bicchiere di vino bianco secco,
sale grosso alle erbette un pugno,
sale fino alle erbette q.s.,
1 etto di pecorino (possibilmente laticauda) grattugiato,
1 ciuffo abbondante di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente,
pepe nero macinato a fresco q.s.,
1 confezione di panna vegetale da cucina da 200gr.,o in alternativa, e meglio!, 300 gr di ricotta di pecora stemperata con un bicchiere di latte intero ed una tazzina di cognac,
il succo d’un limone per acidulare l’acqua in cui lavare i carciofi.
procedimento:
Mondate i carciofi delle brattee esterne piú dure, spuntateli ed apriteli longitudinalmente in due parti eliminando il fieno centrale, indi sempre longitudinalmente affettateli nello spessore di ½ cm.; lavateli velocemente in acqua acidulata con il succo d’un limone, sgrondateli e poneteli in un ampio tegame provvisto di coperchio, nel quale a fuoco vivace avrete fatto imbiondire nell’olio lo spicchio d’aglio schiacciato; bagnate con il bicchiere di vino bianco secco, fatelo evaporare ed aggiungete una mezza ramaiolata d’acqua calda, incoperchiate, abbassate i fuochi e fate cuocere per circa 30’ fino a che i carciofi diventino quasi una purea; solo a fine cottura salate ad libitum con il sale fino alle erbette; se la purea di carciofi non fosse abbastanza morbida e sottile, potete pure passarla ad un passaverdure a buchi stretti, rimettendola in caldo nel tegame di cottura; nel frattempo lessate in abbondante (8 litri) acqua salata (sale grosso alle erbette) i vermicelloni, scolateli accuratamente rimettendoli nella pentola calda privata dell’acqua di cottura; versate sui vermicelloni la confezione di panna o la ricotta stemperata ed il pecorino grattugiato; rimestate accuratamente e trasferite i vermicelloni nel tegame con la purea calda di carciofi; amalgamate ed impiattate spruzzando su ogni porzione il trito di prezzemolo e generoso pepe nero macinato a fresco.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano) freddi di frigo.
Gustosissimo primo piatto ricco di sapori e profumi.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
giovedì 28 gennaio 2010
GEMELLI PASTICCIATI
GEMELLI PASTICCIATI
Nota
Per questo gustosissimo primo piatto occorre servirsi di un formato di pasta détto gemelli che sono un tipico, gustoso formato di pasta corta risultante quasi dall’intreccio di due fusilli lunghi bucati, poi troncati in pezzi di ca 4 cm. cadauno; l’intreccio fa sí che quando tale pasta sia lessata al dente resti decisamente, ma gustosamente croccante. Tale tipo di pasta si adatta a svariate preparazioni; questa volta si sposa con un sugo di pomidoro, abbondanti cipolle stufate e pancetta affumicata.
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di gemelli,
2 etti di pancetta affumicata di maiale tagliati in una spessa fetta poi ridotta a pezzi di cm. 5 x 4 x 2,
1 bicchiere di vino bianco secco,
3 etti di ricotta di pecora,
1 tazzina di cognac o brandy,
1 cucchiaio di sugna,
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f. ,
pepe nero q.s.
500 gr di pomidoro freschi, lavati, sbollentati, pelati e ridotti in grossi pezzi,o in alternativa una confezione da mezzo chili di pomidori pelati in bottiglia o in barattolo,
3 cipolle dorate sottilmente affettate
2 grossi cucchiai di doppio concentrato di pomodoro,
1 etto di pecorino grattugiato,
sale fino e pepe nero q.s.,
sale doppio un pugno,
cannella in polvere – mezzo cucchiaino da caffè.
Procedimento
Si appronta súbito un buon sugo di pomidoro versando il cucchiaio di sugna ed un bicchiere d’ olio in un ampio tegame e vi si fa rosolare a mezza fiamma le cipolle affettate ; si aggiunge poi il concentrato sciolto con un bicchiere d’acqua calda, ed a seguire i pomidoro precedentemente scottati e pelati, si alzano i fuochi e si uniscono infine i pezzetti di pancetta facendo cuocere, dopo il raggiungimento del bollore, per circa 25 minuti; alla fine si sala e si pepa ad libitum e si mantiene il sugo in caldo. Lessare al dente in abbondante acqua salata (sale doppio) i gemelli; scolarli e rraccoglierli in una zuppiera calda; nel frattempo stemperare in una terrina la ricotta di pecora con il cognac o brandy e pochissima acqua calda di cottura della pasta, aggiungere il pecorino grattugiato il pepe e la cannella ed amalgamare il tutto; dapprima condire con questo intingolo i gemelli lessati ed a seguire irrorarli con tutto il sugo di pomidoro tenuto in caldo. Rimestare, impiattare cospargendo di pepe nero macinato a fresco e servire súbito.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!E scialateve ca nun è peccato!
raffaele bracale
Nota
Per questo gustosissimo primo piatto occorre servirsi di un formato di pasta détto gemelli che sono un tipico, gustoso formato di pasta corta risultante quasi dall’intreccio di due fusilli lunghi bucati, poi troncati in pezzi di ca 4 cm. cadauno; l’intreccio fa sí che quando tale pasta sia lessata al dente resti decisamente, ma gustosamente croccante. Tale tipo di pasta si adatta a svariate preparazioni; questa volta si sposa con un sugo di pomidoro, abbondanti cipolle stufate e pancetta affumicata.
Ingredienti e dosi per 6 persone
6 etti di gemelli,
2 etti di pancetta affumicata di maiale tagliati in una spessa fetta poi ridotta a pezzi di cm. 5 x 4 x 2,
1 bicchiere di vino bianco secco,
3 etti di ricotta di pecora,
1 tazzina di cognac o brandy,
1 cucchiaio di sugna,
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v. p. s. a f. ,
pepe nero q.s.
500 gr di pomidoro freschi, lavati, sbollentati, pelati e ridotti in grossi pezzi,o in alternativa una confezione da mezzo chili di pomidori pelati in bottiglia o in barattolo,
3 cipolle dorate sottilmente affettate
2 grossi cucchiai di doppio concentrato di pomodoro,
1 etto di pecorino grattugiato,
sale fino e pepe nero q.s.,
sale doppio un pugno,
cannella in polvere – mezzo cucchiaino da caffè.
Procedimento
Si appronta súbito un buon sugo di pomidoro versando il cucchiaio di sugna ed un bicchiere d’ olio in un ampio tegame e vi si fa rosolare a mezza fiamma le cipolle affettate ; si aggiunge poi il concentrato sciolto con un bicchiere d’acqua calda, ed a seguire i pomidoro precedentemente scottati e pelati, si alzano i fuochi e si uniscono infine i pezzetti di pancetta facendo cuocere, dopo il raggiungimento del bollore, per circa 25 minuti; alla fine si sala e si pepa ad libitum e si mantiene il sugo in caldo. Lessare al dente in abbondante acqua salata (sale doppio) i gemelli; scolarli e rraccoglierli in una zuppiera calda; nel frattempo stemperare in una terrina la ricotta di pecora con il cognac o brandy e pochissima acqua calda di cottura della pasta, aggiungere il pecorino grattugiato il pepe e la cannella ed amalgamare il tutto; dapprima condire con questo intingolo i gemelli lessati ed a seguire irrorarli con tutto il sugo di pomidoro tenuto in caldo. Rimestare, impiattare cospargendo di pepe nero macinato a fresco e servire súbito.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!E scialateve ca nun è peccato!
raffaele bracale
FAGIOLI CON LE COTICHE
FAGIOLI CON LE COTICHE
INGREDIENTI:
Dosi per 6 persone
500 g. di fagioli cannellini secchi oppure 2 confezioni (in barattoli vitrei) di fagioli cannellini lessati da 250 gr. cadauno.
1 grossa cipolla dorata mondata e tritata,
1 carota, mondata e troncata in quattro pezzi,
5 chiodi di garofano,
500 g. pomodori ramati scottati, pelati e ridotti a cubetti; in alternativa pari peso di pomidoro pelati in bottiglia o barattolo,
400 g. di cotenne di maiale
1 e 1/2 bicchiere di olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
2 cucchiai di sugna,
2 etti di pane casareccio tagliati a bastoncini,
2 spicchi d'aglio mondati e schiacciati,
salvia q.s.,
sale fino e pepe nero q.s.
PREPARAZIONE:
Mettete a bagno i fagioli secchi per circa 12 ore, scolateli e cuoceteli in acqua salata con un cucchiaio di cipolla tritata, 5 chiodi di garano ed una carota spezzettata a fuoco basso affinché non si rompano, toglieteli dal fuoco poco prima che siano completamente cotti.In alternativa potete usare i cannellini già lessati, purché i barattoli siano vitrei (preferite le confezioni prodotte da aziende piccole a conduzione familiare, piuttosto che le confezioni inscatolate prodotte dalle grandi industrie conserviere!) In una padella di ferro mettete l'olio, le cotiche lavate, asciugate e tagliate a striscioline sottili e fatele cuocere per circa mezz’ ora aggiungendo a mano a mano anche un po' d'acqua bollente quindi gli spicchi d'aglio mondati e schiacciati e la salvia, fate imbiondire l'aglio ed aggiungete i pomidori passati al mulinetto o tagliati a cubetti minuti, fate cuocere per 10 minuti, ed aggiungete i fagioli scolati dall'aqua di cottura, oppure il contenuto delle due confezioni di cannellini lessati; mescolate delicatamente, aggiungete il sale ed abbondante pepe nero, fate cuocere per circa 15 minuti, impiattate e servite accompagnando la portata con bastoncini di pane casereccio fritto o in olio o – meglio ancora – in poca sugna.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
INGREDIENTI:
Dosi per 6 persone
500 g. di fagioli cannellini secchi oppure 2 confezioni (in barattoli vitrei) di fagioli cannellini lessati da 250 gr. cadauno.
1 grossa cipolla dorata mondata e tritata,
1 carota, mondata e troncata in quattro pezzi,
5 chiodi di garofano,
500 g. pomodori ramati scottati, pelati e ridotti a cubetti; in alternativa pari peso di pomidoro pelati in bottiglia o barattolo,
400 g. di cotenne di maiale
1 e 1/2 bicchiere di olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
2 cucchiai di sugna,
2 etti di pane casareccio tagliati a bastoncini,
2 spicchi d'aglio mondati e schiacciati,
salvia q.s.,
sale fino e pepe nero q.s.
PREPARAZIONE:
Mettete a bagno i fagioli secchi per circa 12 ore, scolateli e cuoceteli in acqua salata con un cucchiaio di cipolla tritata, 5 chiodi di garano ed una carota spezzettata a fuoco basso affinché non si rompano, toglieteli dal fuoco poco prima che siano completamente cotti.In alternativa potete usare i cannellini già lessati, purché i barattoli siano vitrei (preferite le confezioni prodotte da aziende piccole a conduzione familiare, piuttosto che le confezioni inscatolate prodotte dalle grandi industrie conserviere!) In una padella di ferro mettete l'olio, le cotiche lavate, asciugate e tagliate a striscioline sottili e fatele cuocere per circa mezz’ ora aggiungendo a mano a mano anche un po' d'acqua bollente quindi gli spicchi d'aglio mondati e schiacciati e la salvia, fate imbiondire l'aglio ed aggiungete i pomidori passati al mulinetto o tagliati a cubetti minuti, fate cuocere per 10 minuti, ed aggiungete i fagioli scolati dall'aqua di cottura, oppure il contenuto delle due confezioni di cannellini lessati; mescolate delicatamente, aggiungete il sale ed abbondante pepe nero, fate cuocere per circa 15 minuti, impiattate e servite accompagnando la portata con bastoncini di pane casereccio fritto o in olio o – meglio ancora – in poca sugna.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
mercoledì 27 gennaio 2010
PAPOSCIA E DINTORNI
PAPOSCIA E DINTORNI
Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale
Si dura fatica a credervi, eppure è cosí: quella noiosa affezione, fuoruscita di un viscere o di un organo dalla cavità in cui è normalmente contenuto: ernia addominale, inguinale, ombelicale, del disco; ernia strozzata etc. che in italiano si rende con la sola voce ernia (voce che, etimologicamente, piú che al lat. hira= budella, penso si possa acconciamente collegare al greco ernòs= ramo, pollone in quanto simulante a prima vista, una proliferazione o germinazione) addizionata, come visto, con degli specificativi inguinale, scrotale etc., nella parlata napoletana è resa con numerosissimi sostantivi ad hoc; li illustro qui di seguito cominciando con
1 - guallera/guallara segnatamente ernia scrotale con etimo dall’arabo wadara di identico significato;
2- ‘ntoscia che è propriamente l’ernia addominale con derivazione dal greco enthostídia= intestini;
3- burzone altra voce usata per indicare l’ernia scrotale o quella ombelicale s. m. accrescitivo (vedi suff. one) di borza derivato del lat. tardo bursa(m), dal gr. byrsa 'pelle, otre di pelle'ed in effetti di per sé la voce a margine indicò dapprima lo scroto ossia la borsa che contiene i testicoli, e solo successivamente un’ernia scrotale ;
4- paposcia voce usata per indicare l’ernia inguinale quel noioso rigonfiamento che talvolta afflige gli anziani inducendoli ad un’andatura circospetta e lenta; la voce a margine è un derivato del lat. parlato *papus (rigonfiamento) addizionato del suff. modale osa femm. di uso;
5- mellunciello letteralmente piccolo melone con il quale torniamo all’ ernia scrotale; la voce a margine è un diminutivo (vedi suffisso ciello) di mellone che è dall’ acc. tardo lat. melone(m), da mìlo/onis, forma abbr. di melopepo -onis, che è dal gr. mìlopépon -onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépon 'popone; la voce napoletana mellone comporta il raddoppiamento popolare della liquida rispetto all’acc. lat. melone(m);
6 - contrappiso letteralmente contrappeso che è voce (derivata come l’taliano dall’addizione di contra (contro) + piso (peso)) usata per indicare un’ernia inguinale o addominale che insista su di un solo lato del corpo facendo quasi da contrappeso all’opposto lato;
7 - quaglia letteralmente quaglia voce usata indifferentemente per indicare un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello colto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala che richiamava il verso dell’uccello;
8 - potra voce antica e desueta usata per indicare essenzialmente un’ernia addominale situata, senza alcun riferimemento alla forma, piuttosto in alto verso la regione dell’epigastrio; l’etimo della voce è dallo spagnolo potra di identico significato; rammento in coda che la voce a margine purtroppo da molti compilatori di dizionarî è ignorata (manca persino nel fornitissimo D’Ambra) o, in taluni è impropriamente riportata nel significato di petto forse perché maldestramente fuorviati dalla posizione dell’ernia detta pòtra che è adiacente la gabbia toracica.
9 - zeppula letteralmente zeppola voce che con derivazione dal latino serpula indica innanzi tutto un caratteristico dolce partenopeo, in uso per la festività di san Giuseppe(19 marzo) , di pasta bigné disposta, con un sac a poche, a mo’ di ciambella, poi fritta o (meno spesso) cotta al forno, spolverata di zucchero e variamente guarnita con crema ed amarene; il dolce à origini antichissime quando intorno al 500 a.C. si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; le origini del dolce dicevo furono antichissime , anche se pare che la ricetta attuale delle napoletane zeppole di san Giuseppe sia opera di quel tal P. Pintauro che fu anche, come vedemmo alibi, l’ideatore della sfogliatella, e rivisitando le antichissime frittelle romane di semplice fior di frumento, diede vita alle attuali zeppole arricchendo l’impasto di uova, burro ed aromi varî e procedendo poi ad una doppia frittura prima in olio profondo e poi nello strutto; la tipica forma a ciambella della zeppola rammenta la forma di un serpentello (serpula) quando si attorciglia su se stesso da ciò è probabile sia derivato il nome di zeppola (è normale il passaggio di s a z e l’assimilazione regressiva rp→pp) ; d’altro canto l’esser détto dolce gonfio e paffutello ben può richiamare il rigonfiamento tipico di un’ ernia inguinale, addominale o ombelicale;
e siamo infine a
10 - pallèra voce con la quale si torna ad indicare estensivamente l’ernia scrotale; di per sé infatti la voce pallèra (con etimo da palla che è dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla (dal fr. ant. balle, che è dal francone balla sfera) + il suff. di pertinenza èra) indica in primis segnatamente lo scroto quale contenitore delle palle( cosí volgarmente vengon detti in napoletano i testicoli intesi sbrigativamente sferici, anzi che ovoidali ); normale estendere il significato di pallèra da scroto ad ernia scrotale: lo scroto è pur sempre un rigonfiamento tal quale un’ ernia.
Giunti qui consentitemi una curiosità; nella parlata napoletana esiste un vocabolo papuscio di cui la precedente paposcia a tutta prima potrebbe erroneamente sembrare il suo femminile metafonetico; in realtà non vi è alcun nesso, se non una fuorviante assonanza…, tra paposcia e papuscio; la paposcia abbiamo vista cosa è e ne abbiamo indicato l’etimologia; il papuscio invece non indica alcuna affezione; è solo (con derivazione dall’arabo ba- bús- 'copripiedi'ricavato con tutta evidenza dall’indiano pa-push, di identico significato ) è solo il modo napoletano di render l’italiano babbuccia (che è mutuata dal franc. babouche).
Et de hoc satis.
Raffaele Bracale
ACCÍDIA, PIGRÍZIA, INÈRZIA ETC.
ACCÍDIA, PIGRÍZIA, INÈRZIA, SVOGLIATÉZZA, ABULÍA, APATÍA, FIACCA IGNÀVIA
Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico,di cui per problema di privatezza, mi limito ad indicare le sole iniziali del nome: G.G. facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, per parlare delle voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano. Cominciamo
accídia, s.vo f.le astratto
1 avversione all'operare unita a tedio; indolenza, pigrizia, inerzia
2 (teol.) l'indolenza nell'operare il bene, che costituisce uno dei sette peccati capitali.
Etimologicamente è voce dal lat. tardo acidia(m) o acedia(m), che è dal gr. akìdía 'negligenza', comp. di a- priv. e kêdos 'cura';
pigrízia, s.vo f.le astratto
l'essere pigro; indolenza, neghittosità. L’etimo è dal lat. pigritia(m), deriv. di piger -gra -grum 'pigro' tardo
inèrzia, s.vo f.le astratto
1 l'essere inerte; inattività, inoperosità: giacere nell'inerzia; scuotersi dall'inerzia
2 (fis.) proprietà di ogni corpo di persistere nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se non intervengono forze esterne | forza d'inerzia, forza fittizia data dal prodotto della massa di un corpo in moto per la sua accelerazione cambiata di verso | per forza d' inerzia, (fig.) per abitudine, senza propria scelta o volontà
3 (med.) stasi funzionale, totale o parziale: inerzia uterina. L’etimo è dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo'; l’etimo è dal dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo';
svogliatezza, s.vo f.le astratto
L’essere svogliato, come condizione abituale o passeggera: è stato rimproverato per la sua s.; dovresti toglierti di dosso questa s.; dimostra s. anche nel mangiare; s. dal lavoro, dallo studio. Quanto all’etimo è voce costruita su svogliato che è attraverso la protesi di esse distrattiva, derivato da voglia deverbale di volere← lat. volg. *volíre, per il class. velle;
abulía, s.vo f.le astratto
1 mancanza, debolezza della volontà; irresolutezza
2 (psicol.) forma patologica di mancanza di volontà. Quanto all’etimo è voce derivata dal greco aboulía, comp. di a- priv. e boulé 'volontà';
apatía, s.vo f.le astratto 1 stato di indifferenza verso il mondo circostante, caratterizzato da mancanza di sentimenti e di volontà di azione: vivere, cadere nell'apatia
2 (filos.) nella morale stoica, l'ideale della serenità dell'anima ottenuta con la liberazione dalle passioni e mantenuta con l'esercizio della virtù.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. apathia(m), che è dal gr. apátheia 'assenza di passioni';
fiacca s.vo f.le astratto
1 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: avere la fiacca | battere la fiacca, fare le cose svogliatamente e lentamente.
2 (ant.) strepito, baccano
3 (tosc.) abbondanza.
Quanto all’etimo è voce deverbale di fiaccare a sua volta denominale del lat. flaccu(m);
ignàvia s.vo f.le astratto
(lett.) mancanza di volontà e di forza morale.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. ignavia(m), deriv. di ignavus 'ignavo'.
E passiamo alle voci del napoletano che rendono quelle or ora illustrate:
Musciaría s.vo f.le astratto
1 fiacca
2 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: tené ‘a musciaría: fare le cose svogliatamente e lentamente. Etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di muscio che è dal lat. musteu(m)=simile al mosto, molle;
‘ncrescimiento, s.vo m.le astratto
Lett. rammarico,rimpianto che inducono all’indolenza, alla neghittosità cioè alla mancanza di volontà di agire: ‘ncrescimiento ‘e fà coccosa; etimologicamente è un deverbale del lat. increscere, comp. di in- e crescere 'crescere'; propr. 'crescere sopra, crescere oltre il giusto';
putrunaría, s.vo f.le astratto
lo stato della persona pigra, di chi ama poltrire, stare in ozio; etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di putrone che è dal lat. volg. *pullitru(m)→*pu(lli)tru(m)+il suff. accrescitivo one→putrone , *pullitru(m) deriv. da pullus 'animale giovane' nel senso di animale giovane pigro, restio ad esser domato;
sfattezza, s.vo f.le astratto
snervatezza, spossatezza, sfinimento, prostrazione etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (dal lat. itia(m)), delle voci astratte itia→izza→ezza del p. p. disfactu(m) del lat. (di)sfacere;
trascuràggena s.vo f.le astratto
negligenza, sciatteria, incuria, svogliatezza, menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (che continua il lat. -agine(m)) delle voci astratte aggine→aggena del lat. tra(n)s-curare
E qui reputo di poter far punto, convinto d’aver accontentato l’amico G.G. e qualcun altro dei miei ventiquattro lettori.
Satis est.
Raffaele Bracale
Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico,di cui per problema di privatezza, mi limito ad indicare le sole iniziali del nome: G.G. facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, per parlare delle voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano. Cominciamo
accídia, s.vo f.le astratto
1 avversione all'operare unita a tedio; indolenza, pigrizia, inerzia
2 (teol.) l'indolenza nell'operare il bene, che costituisce uno dei sette peccati capitali.
Etimologicamente è voce dal lat. tardo acidia(m) o acedia(m), che è dal gr. akìdía 'negligenza', comp. di a- priv. e kêdos 'cura';
pigrízia, s.vo f.le astratto
l'essere pigro; indolenza, neghittosità. L’etimo è dal lat. pigritia(m), deriv. di piger -gra -grum 'pigro' tardo
inèrzia, s.vo f.le astratto
1 l'essere inerte; inattività, inoperosità: giacere nell'inerzia; scuotersi dall'inerzia
2 (fis.) proprietà di ogni corpo di persistere nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se non intervengono forze esterne | forza d'inerzia, forza fittizia data dal prodotto della massa di un corpo in moto per la sua accelerazione cambiata di verso | per forza d' inerzia, (fig.) per abitudine, senza propria scelta o volontà
3 (med.) stasi funzionale, totale o parziale: inerzia uterina. L’etimo è dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo'; l’etimo è dal dal lat. inertia(m), deriv. di iners inertis 'inerte, inattivo';
svogliatezza, s.vo f.le astratto
L’essere svogliato, come condizione abituale o passeggera: è stato rimproverato per la sua s.; dovresti toglierti di dosso questa s.; dimostra s. anche nel mangiare; s. dal lavoro, dallo studio. Quanto all’etimo è voce costruita su svogliato che è attraverso la protesi di esse distrattiva, derivato da voglia deverbale di volere← lat. volg. *volíre, per il class. velle;
abulía, s.vo f.le astratto
1 mancanza, debolezza della volontà; irresolutezza
2 (psicol.) forma patologica di mancanza di volontà. Quanto all’etimo è voce derivata dal greco aboulía, comp. di a- priv. e boulé 'volontà';
apatía, s.vo f.le astratto 1 stato di indifferenza verso il mondo circostante, caratterizzato da mancanza di sentimenti e di volontà di azione: vivere, cadere nell'apatia
2 (filos.) nella morale stoica, l'ideale della serenità dell'anima ottenuta con la liberazione dalle passioni e mantenuta con l'esercizio della virtù.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. apathia(m), che è dal gr. apátheia 'assenza di passioni';
fiacca s.vo f.le astratto
1 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: avere la fiacca | battere la fiacca, fare le cose svogliatamente e lentamente.
2 (ant.) strepito, baccano
3 (tosc.) abbondanza.
Quanto all’etimo è voce deverbale di fiaccare a sua volta denominale del lat. flaccu(m);
ignàvia s.vo f.le astratto
(lett.) mancanza di volontà e di forza morale.
Per l’etimo è voce derivata dal lat. ignavia(m), deriv. di ignavus 'ignavo'.
E passiamo alle voci del napoletano che rendono quelle or ora illustrate:
Musciaría s.vo f.le astratto
1 fiacca
2 spossatezza, stanchezza, svogliatezza; lentezza negli atti o nelle parole: tené ‘a musciaría: fare le cose svogliatamente e lentamente. Etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di muscio che è dal lat. musteu(m)=simile al mosto, molle;
‘ncrescimiento, s.vo m.le astratto
Lett. rammarico,rimpianto che inducono all’indolenza, alla neghittosità cioè alla mancanza di volontà di agire: ‘ncrescimiento ‘e fà coccosa; etimologicamente è un deverbale del lat. increscere, comp. di in- e crescere 'crescere'; propr. 'crescere sopra, crescere oltre il giusto';
putrunaría, s.vo f.le astratto
lo stato della persona pigra, di chi ama poltrire, stare in ozio; etimologicamente è voce denominale attraverso il suff. delle voci astratte ería→aría di putrone che è dal lat. volg. *pullitru(m)→*pu(lli)tru(m)+il suff. accrescitivo one→putrone , *pullitru(m) deriv. da pullus 'animale giovane' nel senso di animale giovane pigro, restio ad esser domato;
sfattezza, s.vo f.le astratto
snervatezza, spossatezza, sfinimento, prostrazione etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (dal lat. itia(m)), delle voci astratte itia→izza→ezza del p. p. disfactu(m) del lat. (di)sfacere;
trascuràggena s.vo f.le astratto
negligenza, sciatteria, incuria, svogliatezza, menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza etimologicamente è un deverbale attraverso il suff. (che continua il lat. -agine(m)) delle voci astratte aggine→aggena del lat. tra(n)s-curare
E qui reputo di poter far punto, convinto d’aver accontentato l’amico G.G. e qualcun altro dei miei ventiquattro lettori.
Satis est.
Raffaele Bracale
VARIE 530
1. Barba, capille e ppalluccella ‘mmocca specialmente nell’espressione serví ‘e barba etc.
Ad litteram: barba, capelli e pallina in bocca specialmente nell’espressione servir di barba etc. Cosí, un tempo, veniva indicato il “servizio” completo offerto dai barbitonsori girovaghi, che per pochi soldi servivano il cliente di rasatura di barba e taglio di capelli, offrendo per sopramercato al cliente una piccola sfera che inserita in bocca e trattenuta tra denti e guancia, consentiva a questa di tendersi in maniera da favorire la rasatura; la sfera offerta, naturalmente monouso, era costituita o da una piccolissima mela che, terminata la rasatura veniva mangiata, o da un congruo confetto (pralina), (ricoperto da una friabilissima glassa zuccherina),prodotto in quel di Sulmona, confetto che, assolta la sua funzione, veniva mangiato.
Oggi l’espressione in epigrafe è usata da chi voglia significare che il suo comportamento, nei riguardi del destinario della locuzione, non è suscettibile di miglioramento in quanto è un comportamento pieno e completo in ogni sua parte o manifestazione.
2. Buono pe scerià ‘a ramma
Ad litteram: buono per soffregare le stoviglie di rame
Un tempo, quando la chimica non aveva ancóra prodotto tutti i detergenti o detersivi che, aiutando la massaia, inquinano il mondo, e quando l’acciaio 18/10
non era entrato ancóra in cucina sotto forma di stoviglie, queste erano di lucente rame opportunamente, per le parti che venivano a contatto con il cibo, ricoperte di stagno .Per procedere alla pulizia delle stoviglie di rame si usavano due ingredienti naturali: sabbia ‘e vitrera (sabbia da vetrai, ricca di silice) e limoni ; orbene quegli agrumi non edibili perché o di sapore eccessivamente aspro o perché carenti di succo, erano destinati allo scopo di pulire e rendere luccicanti le stoviglie; per cui di essi frutti si diceva che erano bbuone pe scerià ‘a ramma. Per traslato, oggi di chi, uomo o cosa, manchi alla sua primaria destinazione, si dice ironicamente che è buono etc. il verbo
scerià id est: soffregare, nettare, lucidare viene da un tardo latino: flicare da cui felericare e poi flericare, donde scericare e infine scerià tutti con il significato di soffregare.
3. Accunciarse quatt' ove dinto a 'nu piatto.
Ad litteram:Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...tutte quelle in eccedenza probabilmente sono state sottratte ad altri).
4. Bbuono p’aparà ‘o mastrillo
Ad litteram: buono per armare la trappolina id est: appena sufficiente a predisporre l’esca di una trappolina. La locuzione si usa nei confronti di qualcosa, soprattutto edibile, che sia cosí parva res da non poter soddisfare un sia pur modesto appetito, ma appena appena sufficiente a far da esca; per traslato la locuzione è usata nei confronti di tutto ciò che sia palesemente piccolo e/o modesto.
5. Bene in salute e scarzo a denare
Ad litteram:Bene in salute, ma poco provvisto di danaro.
Spesso alla semplice, spontanea domanda : “Come state?” fatta da un conoscente incontrato per caso, a Napoli si suole rispondere con la locuzione in epigrafe con la quale ci si vuol mettere al riparo da eventuali sorprese, volendo quasi dire: “Se la tua domanda è stata fatta con la semplice intenzione di informarti sul mio stato di salute, sappi che sto bene; ma se la domanda era propedeutica ad una richiesta di prestito, sappi allora che le mie condizioni economiche attuali, non mi permettono di fare prestiti o elargizioni; evita perciò di farmene richiesta!”La locuzione è divenuta col tempo, quasi una frase idiomatica e viene usata sempre in risposta alla domanda de quo, indipendentemente se esistano o meno condizioni economiche precarie.
6. Caccià ‘e ccarte
Ad litteram: tirar fuori le carte Non si tratta però, chiaramente di tra fuori da un cassetto le 40 carte di cui è formato il mazzo napoletano di carte da giuoco per principiare una partita.
Si tratta, invece, di procurarsi le necessarie documentazioni burocratiche per avviare una certa pratica o per portarla a compimento.In particolare la locuzione in epigrafe è usata dai promessi sposi che, intendendo contrarre il loro matrimonio, devono sobbarcarsi all’impresa di procurarsi presso uffici pubblici e/o luoghi di culto le prescritte documentazioni, dette in maniera onnicomprensiva: carte, senza le quali, non è possibile pervenire alla celebrazione delle nozze. Va da sè che quasi tutti i negozi giuridici necessitano di ineludibili carte da procacciare e ciò à dato modo a taluni napoletani, disperatamente senza lavoro, di inventarsi un mestiere: quello di procacciatore di carte; questo utilissimo individuo, per poche lire si accolla l’onere di fare lunghissime file davanti agli sportelli degli uffici dell’anagrafe pubblica, o si accolla la fatica di raggiungere posti lontani e impervi da raggiungere per procurare al richiedente le carte necessarie.
brak
Ad litteram: barba, capelli e pallina in bocca specialmente nell’espressione servir di barba etc. Cosí, un tempo, veniva indicato il “servizio” completo offerto dai barbitonsori girovaghi, che per pochi soldi servivano il cliente di rasatura di barba e taglio di capelli, offrendo per sopramercato al cliente una piccola sfera che inserita in bocca e trattenuta tra denti e guancia, consentiva a questa di tendersi in maniera da favorire la rasatura; la sfera offerta, naturalmente monouso, era costituita o da una piccolissima mela che, terminata la rasatura veniva mangiata, o da un congruo confetto (pralina), (ricoperto da una friabilissima glassa zuccherina),prodotto in quel di Sulmona, confetto che, assolta la sua funzione, veniva mangiato.
Oggi l’espressione in epigrafe è usata da chi voglia significare che il suo comportamento, nei riguardi del destinario della locuzione, non è suscettibile di miglioramento in quanto è un comportamento pieno e completo in ogni sua parte o manifestazione.
2. Buono pe scerià ‘a ramma
Ad litteram: buono per soffregare le stoviglie di rame
Un tempo, quando la chimica non aveva ancóra prodotto tutti i detergenti o detersivi che, aiutando la massaia, inquinano il mondo, e quando l’acciaio 18/10
non era entrato ancóra in cucina sotto forma di stoviglie, queste erano di lucente rame opportunamente, per le parti che venivano a contatto con il cibo, ricoperte di stagno .Per procedere alla pulizia delle stoviglie di rame si usavano due ingredienti naturali: sabbia ‘e vitrera (sabbia da vetrai, ricca di silice) e limoni ; orbene quegli agrumi non edibili perché o di sapore eccessivamente aspro o perché carenti di succo, erano destinati allo scopo di pulire e rendere luccicanti le stoviglie; per cui di essi frutti si diceva che erano bbuone pe scerià ‘a ramma. Per traslato, oggi di chi, uomo o cosa, manchi alla sua primaria destinazione, si dice ironicamente che è buono etc. il verbo
scerià id est: soffregare, nettare, lucidare viene da un tardo latino: flicare da cui felericare e poi flericare, donde scericare e infine scerià tutti con il significato di soffregare.
3. Accunciarse quatt' ove dinto a 'nu piatto.
Ad litteram:Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...tutte quelle in eccedenza probabilmente sono state sottratte ad altri).
4. Bbuono p’aparà ‘o mastrillo
Ad litteram: buono per armare la trappolina id est: appena sufficiente a predisporre l’esca di una trappolina. La locuzione si usa nei confronti di qualcosa, soprattutto edibile, che sia cosí parva res da non poter soddisfare un sia pur modesto appetito, ma appena appena sufficiente a far da esca; per traslato la locuzione è usata nei confronti di tutto ciò che sia palesemente piccolo e/o modesto.
5. Bene in salute e scarzo a denare
Ad litteram:Bene in salute, ma poco provvisto di danaro.
Spesso alla semplice, spontanea domanda : “Come state?” fatta da un conoscente incontrato per caso, a Napoli si suole rispondere con la locuzione in epigrafe con la quale ci si vuol mettere al riparo da eventuali sorprese, volendo quasi dire: “Se la tua domanda è stata fatta con la semplice intenzione di informarti sul mio stato di salute, sappi che sto bene; ma se la domanda era propedeutica ad una richiesta di prestito, sappi allora che le mie condizioni economiche attuali, non mi permettono di fare prestiti o elargizioni; evita perciò di farmene richiesta!”La locuzione è divenuta col tempo, quasi una frase idiomatica e viene usata sempre in risposta alla domanda de quo, indipendentemente se esistano o meno condizioni economiche precarie.
6. Caccià ‘e ccarte
Ad litteram: tirar fuori le carte Non si tratta però, chiaramente di tra fuori da un cassetto le 40 carte di cui è formato il mazzo napoletano di carte da giuoco per principiare una partita.
Si tratta, invece, di procurarsi le necessarie documentazioni burocratiche per avviare una certa pratica o per portarla a compimento.In particolare la locuzione in epigrafe è usata dai promessi sposi che, intendendo contrarre il loro matrimonio, devono sobbarcarsi all’impresa di procurarsi presso uffici pubblici e/o luoghi di culto le prescritte documentazioni, dette in maniera onnicomprensiva: carte, senza le quali, non è possibile pervenire alla celebrazione delle nozze. Va da sè che quasi tutti i negozi giuridici necessitano di ineludibili carte da procacciare e ciò à dato modo a taluni napoletani, disperatamente senza lavoro, di inventarsi un mestiere: quello di procacciatore di carte; questo utilissimo individuo, per poche lire si accolla l’onere di fare lunghissime file davanti agli sportelli degli uffici dell’anagrafe pubblica, o si accolla la fatica di raggiungere posti lontani e impervi da raggiungere per procurare al richiedente le carte necessarie.
brak
VARIE 529
1.Quanno jesce 'a strazziona, ogne ffesso è prufessore...
Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. La locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di coloro che,incapaci di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono delle penne del pavone ...volendo quasi lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un determinato comportamento.
2.'A moneca 'e Chianura:muscio nun 'o vuleva ma tuosto le faceva paura...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottintende :il pane). La locuzione viene salacemente e sarcasticamente usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...
3. Fà 'e scarpe a uno e coserle 'nu vestito.
Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta e conservate all’uopo dalla famiglia.
4. Tiene 'a casa a ddoje porte.
Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto.
5.Fà acqua 'a pippa.
Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stato di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né – come opina qualcuno - la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore; secondo questa teoria qualora la suddetta botticella versasse in luogo di liquori, dell’acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua...; secondo il mio avviso la pippa (cosí nel linguaggio gergale giovanile degli anni ’50) in epigrafe altro non è che un’icastica rappresentazione del membro maschile che allorché per problemi di senilità e/o altri malanni non possa piú emettere seme, e si limiti alla eliminazione degli scarti renali, dimostrerebbe palesemente la sopravvenuta incapacità eiaculatoria, figurazione di un grave stato di indigenza
6. Sant'Antuono, sant' Antuono tèccote 'o viecchio e damme 'o nuovo e dammillo forte forte, comme 'a varra 'e areto â porta...
Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio.
7.Facesse 'na culata e ascesse 'o sole!
Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato ed al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo (cennerale) sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)...
8.Carta vène e ghiucatore s'avanta...
La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare ironicamente l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati!
9.'A femmena è 'nu vrasiere, ca s'ausa sulo â sera.
La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un semplice dispensatore di calore da usarsi però parsimoniosamente solo a sera, nel letto
10. Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi.
brak
Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. La locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di coloro che,incapaci di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono delle penne del pavone ...volendo quasi lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un determinato comportamento.
2.'A moneca 'e Chianura:muscio nun 'o vuleva ma tuosto le faceva paura...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottintende :il pane). La locuzione viene salacemente e sarcasticamente usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...
3. Fà 'e scarpe a uno e coserle 'nu vestito.
Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta e conservate all’uopo dalla famiglia.
4. Tiene 'a casa a ddoje porte.
Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto.
5.Fà acqua 'a pippa.
Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stato di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né – come opina qualcuno - la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore; secondo questa teoria qualora la suddetta botticella versasse in luogo di liquori, dell’acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua...; secondo il mio avviso la pippa (cosí nel linguaggio gergale giovanile degli anni ’50) in epigrafe altro non è che un’icastica rappresentazione del membro maschile che allorché per problemi di senilità e/o altri malanni non possa piú emettere seme, e si limiti alla eliminazione degli scarti renali, dimostrerebbe palesemente la sopravvenuta incapacità eiaculatoria, figurazione di un grave stato di indigenza
6. Sant'Antuono, sant' Antuono tèccote 'o viecchio e damme 'o nuovo e dammillo forte forte, comme 'a varra 'e areto â porta...
Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio.
7.Facesse 'na culata e ascesse 'o sole!
Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato ed al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo (cennerale) sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)...
8.Carta vène e ghiucatore s'avanta...
La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare ironicamente l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati!
9.'A femmena è 'nu vrasiere, ca s'ausa sulo â sera.
La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un semplice dispensatore di calore da usarsi però parsimoniosamente solo a sera, nel letto
10. Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi.
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