‘A SCÒLA
Questa volta mi si perdonerà se, preso da un improvviso quanto irrefrenabile attacco di nostalgia/malinconia, faccio un tuffo nel passato e ritorno agli anni intorno al 1950, quando nelle assolate aule di una scuola napoletana, peraltro stranamente intitolata ad una poetessa padovana, tale Gaspara Stampa (1523 – 1554) scuola ubicata in un antico palazzo di via Pontenuovo a Napoli, frequentai con gran profitto ‘a scòla (da un lat.:schóla luogo dove contrariamente alla idea originaria di ozio,riposo,quiete che si annetteva alla parola, si lavorava non poco per dare (da parte del docente) e ricevere (da parte dei discenti) una adeguata istruzione elementare o primaria; furono quelli i tempi in cui nelle aule erano sistemati numerosi alti banchi di color grigio scuro quando non nero, che ancóra qualcuno seguitava a chiamare, con nome antico: trasti ( dal latino: transtum in origine il banco di seduta dei rematori delle galee romane) banchi in cui – a due a due - trovavano posto gli alunni; al margine alto ed estremo del piano di scrittura erano collocati in appositi fori circolari i due (uno per alunno) calamare/i (dal latino calamus = penna + il suffisso di pertinenza areus (aro) cioè i contenitori vitrei in cui ogni mattina veniva versato dal bidello (dal basso latino: bedèllus = addetto ai servizi), meglio da una lercia, impataccata bidella,bassa e dalle gambe storte, un sufficiente quantitativo di gnosta/ia ( da una lettura metatetica del lat.: encaustum attraverso lo spagnolo encausto→engausto→gnosta ) inchiostro rigorosamente di color nero che veniva attinto con dei pennini metallici infissi all’estremità di certe cannucce lignee (cd. penne comuni) laccate in varî colori e trasferito per scrivere, ma molto spesso per produrvi immani macchie (lat. macula → mac’la→macchia ) che invano si tentava di arginare con la c.d. carta zucagnosta = carta assorbente, sulle immacolate pagine dei quaderni detti alternativamente manesiglie (dallo spagnolo manecilla = da poter tenere in una sola mano) o pure cartulare (dal lat. chartula diminutivo di charta + il consueto suffisso di pertinenza: areus = aro; ‘o cartularo aveva detto nome come che formato dall’aggregazione di piccole carte; rammenterò che in seguito con il termine cartularo (ma palese adattamento dell’italiano cartolaio) si indicò non il quaderno, ma il rivenditore di tutti i prodotti cartacei o meno occorrenti a chi frequentasse la scuola: penne, pennini, matite dette ovviamente làppese dritto per dritto dal latino lapis con vocale paragogica finale e raddoppiamento espressivo consonantico in parola divenuta sdrucciola, ed altri aggeggi quali nettapenne sorta di doppio feltrino entro cui si stringeva il pennino allo scopo di pulirlo, quando si finiva di scrivere e poi si riponeva con penna e matita nel sacrosanto pennarulo, ligneo portapenne con chiusura a scorrimento (dal latino pennarolium), dove accanto a penna e matita trovavano posto ‘o temperalàppese dal latino temperare + lapis = piccolo strumento fornito di minuscola lama atta ad appuntir le matite, ‘o nettapenne già visto e ‘a gomma pe cassà (dal latino cassus= vano, cioè reso inutile) o scancellà che è cancellare (in origine la cancellazione consisteva nel tracciare su scritti o disegni numerose righe fino a comporre una sorta di cancello sugli scritti o disegni rendendoli non
piú fruibili e dunque inutili) con tipica prostesi partenopea di una esse intensiva.
Il tutto: quaderni, portapenne etc., a fine lezione , finivano assieme al sussidiario ed al libro di lettura nella cartera (dall’omografo, omofono cartera spagnola) id est: cartella contenitore in forma di parallelepipedo, con coperchio, incernierato su uno dei lati lunghi e con maniglia fissata al centro del coperchio, in cartone pressato o fibra, per l’asporto di tutto quanto or ora elencato.
Nell’aula con i banchi prendevano posto numerosi/e ragazzi/e (in una mia foto dell’epoca ne ò contati addirittura cinquanta: quasi un esercito rispetto alle risibili classi d’oggidí formate da venti, vintidue alunni, risibili classi di cui tuttavia gli sfaticati docenti (maestre e maestri) d’oggi se ne dolgono; quegli alunni d’antan, tutti a qualsiasi ordine sociale appartenessero, indossavano su gli abiti un adeguato mantesino; la parola indicò in primis (con derivazione dal latino: mantu-m(ante)sinu-m→ man(tan)tesinu-m con evidente aplologia) lo zinale usato in cucina dalle donne per non imbrattarsi gli abiti durante la preparazione dei cibi, ed estensivamente il grembiule o la sorta di sopravveste, generalmente con maniche, che indossano i bambini e alcune categorie di lavoratori come divisa o per non rovinare gli abiti; ‘o mantesino degli alunni era corredato di un candido colletto al cui centro era appuntato un nastro annodato a mo’ di fiocco, nappa o per dirla alla maniera partenopea a mo’ di nocca (etimologicamente la voce a margine è secondo alcuni da un longobardo knohha, ma trovo piú perseguibile l’idea di un latino nodica, sincopata in nod’ca e poi con assimilazione dc→cc = nocca; il nastro era di diverso colore secondo le varie classi : si partiva dal nostro rosso della I° elementare, per finire, passando una varia gamma, con quello tricolore della V° che spesso i ragazzi portavano annodato al braccio sinistro piuttosto che al mezzo del colletto. La disciplina delle classi e l’insegnamento didattico era affidato ad un solo insegnante in luogo della inutile triade odierna;l’insegnante, se donna, in luogo di maesta =maestra (dal latino magistra(m))era detta sempre ‘a signurina di per sé diminutivo di signora femminile di signore che è dal latino: seniore(m), anche quando codesta signurina non fosse piú giovane o nubile, ma sposata ed avanti con gli anni; la faccenda è spiegabile tenendo presente che il termine maesta era riservato nel napoletano d’antan, sia pure nella forma ‘a sié maesta, alla bottegaia, padrona di bottega o anche ad una semplice popolana che però vestisse vistosamente, in maniera enfatica, pomposa con mantiglie quasi preziose dette scialle ‘e lusso, orecchini preziosi pendenti dai lobi, orecchini detti sciucquaglie dal latino iocalia attraverso lo spagnolo chocallos = vezzi, magari una dorata pettenessa (forgiata sul greco pektô) sorta di pettine ricurvo infisso a sostegno della crocchia di capelli inalberata al centro del capo, e fosse provvista di adeguate canacche (dall’arabo hannaqa)= collane vistose che rendono appunto ‘a sié maesta, ‘ncannaccata.Va da sé che una maestra di scuola mai e poi mai si sarebbe agghindata e presentata in classe in maniera tanto ridondante da farla appaiare ad una bottegaia o popolana!
Diverso il discorso se l’insegnante fosse uomo; a costui invece di dare, come era giusto che fosse e che si ritrova in qualche vecchia pièce teatrale partenopea l’appellativo di masto ‘e scola = maestro di scuola, che lo distinguesse da altri maste (pur sempre dal latino magister) maestri di arti e/o mestieri, li si accreditava del titolo di prufessore che è dal latino professore(m) derivato di profitiri= insegnar pubblicamente, sebbene il titolo spetti di per sé ad un insegnante laureato, ma – si sa – a Napoli basta possedere un’ auto per esser detto dottore e ‘o masto ‘e scola era pur sempre un insegnante pubblico e talvolta, forse, anche laureato.
Raffaele Bracale - Napoli
venerdì 26 febbraio 2010
FÀ CIENTO MESURE E UNU TAGLIO.
FÀ CIENTO MESURE E UNU TAGLIO.
Ad litteram: fare cento misurazioni ed un sol taglio; id est: fare numerosi e forse eccessivi atti preparatori, prima di disporsi all’azione. Caustica espressione ricavata dall’osservazione del comportamento dei sarti che per non sciupare (con un errato taglio) della costosa stoffa, son soliti misurare piú volte ed attentamente, segnando con il gesso gli esatti contorni dei pezzi dell’abito in lavorazione, prima di intervenire con le forbici; cosí son parimenti soliti comportarsi i timorosi e gli indecisi che prima di agire, preparano e provano i proprî comportamenti , nella , ma il piú delle volte vana ed errata, convinzione di non lasciarsi cogliere sprovvisti ed impreparati nelle evenienze che li occupino.
- mesura= misura, misurazione: rapporto fra una grandezza e un'altra a essa omogenea, scelta convenzionalmente come unità (dal lat. mensura(m), deriv. di mínsus, part. pass. di metiri 'misurare'con tipica sincope della n come in mese che è da mi(n)sem);
- taglio = taglio: l’operazione ed il risultato del tagliare cioè del fendere, dividere un oggetto o un corpo in piú parti o pezzi per mezzo di una lama o di un altro strumento affilato; etimologicamente la parola taglio, sia in italiano che nel napoletano risulta essere un deverbale dal tardo lat. taliare, deriv. del class. talea 'piantone, bastoncino'; la voce taglio, in napoletano à piú numerose accezioni rispetto a quella italiana indicate a margine; in napoletano taglio può indicare, volta a volta: parte di un pezzo di di carne, sponda laterale di letto,ferita inferta con il coltello o lama di altra arma bianca, metraggio completo di stoffa per confezionare abiti.
Rammento ora alcune espressioni nelle quali viene usata la voce taglio con alcune particolari accezioni ora ora rammentate, o nuove:
1)avé o capità a ttaglio: prendere o trovare qualcuno o qualcosa a portata di mano; cfr. 2)t’aggi’ ‘a avé a ttaglio: ad litteram: devo averti a portata di mano o tra le mani; espressione minacciosa usata da chi voglia fare intendere a qualcuno di avere in animo di pesantemente percuoterlo, se solo potrà incontrarlo o, addirittura, afferrare;
3) tené ‘nu bbuono taglio: detto di sarto valente che confezioni abiti, specie per uomini, di buona, anzi ottima fattura;
4) pesce ‘e taglio: detto di pesce abbastanza grosso tale da doversi cucinare e consumarsi, non intero, ma tagliato in tranci;
5) ‘o primmo taglio: il miglior pezzo di qualcosa, détto soprattutto della carne: ‘o primmo taglio ‘e carne; si usa anche in senso traslato e furbesco ( es.: ‘o primmo taglio ‘e tutt’’e malandrine per indicare il peggiore tra tutti i cattivi soggetti;)
malandrino= persona malvagia, priva di scrupoli dai modi spavaldi ed aggressivi;etimo:forse composto di di malo e *landrino, affine all'ant. landrone 'mascalzone', deriv. del medio alto ted. landern 'vagabondare, ma, a mio avviso , non dovrebbe potergli essere estraneo un connubio latino- greco malus (cattivo) ed andríos (omuncolo)
RaffaeleBracale
Ad litteram: fare cento misurazioni ed un sol taglio; id est: fare numerosi e forse eccessivi atti preparatori, prima di disporsi all’azione. Caustica espressione ricavata dall’osservazione del comportamento dei sarti che per non sciupare (con un errato taglio) della costosa stoffa, son soliti misurare piú volte ed attentamente, segnando con il gesso gli esatti contorni dei pezzi dell’abito in lavorazione, prima di intervenire con le forbici; cosí son parimenti soliti comportarsi i timorosi e gli indecisi che prima di agire, preparano e provano i proprî comportamenti , nella , ma il piú delle volte vana ed errata, convinzione di non lasciarsi cogliere sprovvisti ed impreparati nelle evenienze che li occupino.
- mesura= misura, misurazione: rapporto fra una grandezza e un'altra a essa omogenea, scelta convenzionalmente come unità (dal lat. mensura(m), deriv. di mínsus, part. pass. di metiri 'misurare'con tipica sincope della n come in mese che è da mi(n)sem);
- taglio = taglio: l’operazione ed il risultato del tagliare cioè del fendere, dividere un oggetto o un corpo in piú parti o pezzi per mezzo di una lama o di un altro strumento affilato; etimologicamente la parola taglio, sia in italiano che nel napoletano risulta essere un deverbale dal tardo lat. taliare, deriv. del class. talea 'piantone, bastoncino'; la voce taglio, in napoletano à piú numerose accezioni rispetto a quella italiana indicate a margine; in napoletano taglio può indicare, volta a volta: parte di un pezzo di di carne, sponda laterale di letto,ferita inferta con il coltello o lama di altra arma bianca, metraggio completo di stoffa per confezionare abiti.
Rammento ora alcune espressioni nelle quali viene usata la voce taglio con alcune particolari accezioni ora ora rammentate, o nuove:
1)avé o capità a ttaglio: prendere o trovare qualcuno o qualcosa a portata di mano; cfr. 2)t’aggi’ ‘a avé a ttaglio: ad litteram: devo averti a portata di mano o tra le mani; espressione minacciosa usata da chi voglia fare intendere a qualcuno di avere in animo di pesantemente percuoterlo, se solo potrà incontrarlo o, addirittura, afferrare;
3) tené ‘nu bbuono taglio: detto di sarto valente che confezioni abiti, specie per uomini, di buona, anzi ottima fattura;
4) pesce ‘e taglio: detto di pesce abbastanza grosso tale da doversi cucinare e consumarsi, non intero, ma tagliato in tranci;
5) ‘o primmo taglio: il miglior pezzo di qualcosa, détto soprattutto della carne: ‘o primmo taglio ‘e carne; si usa anche in senso traslato e furbesco ( es.: ‘o primmo taglio ‘e tutt’’e malandrine per indicare il peggiore tra tutti i cattivi soggetti;)
malandrino= persona malvagia, priva di scrupoli dai modi spavaldi ed aggressivi;etimo:forse composto di di malo e *landrino, affine all'ant. landrone 'mascalzone', deriv. del medio alto ted. landern 'vagabondare, ma, a mio avviso , non dovrebbe potergli essere estraneo un connubio latino- greco malus (cattivo) ed andríos (omuncolo)
RaffaeleBracale
PARÉ 'A SPORTA D''O TARALLARO.
PARÉ 'A SPORTA D''O TARALLARO.
Sembrare la cesta del venditore dei taralli. La locuzione è usata innanzi tutto per indicare colui che, per motivi di lavoro o di naturale instabilità, si sposti continuamente, come appunto un venditore di taralli che con la sua cesta, per smaltire tutta la merce fa continui lunghi giri. C'è poi un'altra valenza della locuzione.
Poiché gli avventori di taralli son soliti servirsi con le proprie mani affondandole nella cesta colma di tartalli, per scegliere a proprio piacimento , alla stessa maniera c'è chi consente agli altri di approfittare e servirsi delle sue cose, o di se stesso ma lo fa piú per indolenza che per magnanimità.anche se poi se ne lamenta dicendo: - ma che m’avite pigliato p’’a sporta d’’o tarallaro? (Mi avete forse confuso con la cesta del tarallaio?)
sporta = cesta dal lat. sporta(m)
tarallaro = venditore di taralli; voce formata dall’unione di tarallo + il suff. di pertinenza aro/aio dal lat. arius;
Tarallo s.m. s. biscotto a forma di ciambella tipico dell'Italia meridionale, dolce se condito con zucchero e semi d'anice, rustico se condito con sugna e pepe o altro. DIM. taralletto, tarallino, taralluccio. Trattasi chiaramente di un meridionalismo, attese le regioni (tutte meridionali: Campania, Abruzzo, Calabria e Puglia) dove vengono prodotti tali tipici biscotti. Voce penetrata nel lessico dell’italiano vista la gran diffusione peninsulare ( per esportazione dalle regioni produttrici) del prodotto che va sotto il nome di tarallo. Quanto all’etimo della voce a margine non vi sono certezze e si vaga nel campo delle ipotesi; tutti i calepini a mia disposizione, a cominciare dal D.E.I. nicchiano o si rifugiano dietro il solito pilatesco etimo incerto;non so dire chi l’abbia formulata ma esiste un’ipotesi che riferirebbe la voce tarallo al greco toros (= toroide); personalmente ipotizzo il latino torus (= toro: modanatura inferiore della colonna,cordone); semanticamente in ambedue i casi ci si troverebbe nel giusto atteso che sia la forma del toroide che quella del toro di colonna, richiamano quella del tarallo, ma morfologicamente è alquanto complicato, tuttavia posto che in linguistica non sono importanti gli adattamenti vocalici (o→a) è un po’ piú complesso spiegare da dove salti fuori quel suffisso allo a meno che (ed è questa la mia ipotesi!), a meno che questo allo non sia un adattamento locale di un originario suffisso diminutivo ello←ellus prorio dei sostantivi con tema in r; oppure un adattamento metaplasmatico ed espressivo di un originario suffisso diminutivo olo←olus;accettando una delle due ipotesi si potrebbe ritenere il tar-allo un piccolo(per il suff.ello→allo oppure olo→alo→allo) cordone (torus); dopo lungo almanaccare, mi son fatto convinto di questa idea, quantunque neppure la grammatica del RHOLFS faccia menzione di questi adattamenti di suffisso... In ogni caso, se si accettasse, per l’etimo di tarallo la mia idea di tor-(us) + il suff. ello→allo oppure olo→alo→allo forse si potrebbe , indegnamente, dare scacco persino al D.E.I. che al proposito di tarallo elencò una sequenza di ipotesi giudicandole tutte però improponibili o non perseguibili..., con la sola eccezione, forse!, di una voce macedone: dràmis = focaccia, voce che però il curatore della lettera T (Giovanni Alessio) ipotizzò debba leggersi in modo paleograficamente corretto dràllis. Stimo, e quanto! G. Alessio, ma – nella fattispecie – penso che si fosse esibito in un doppio salto mortale (senza rete), pericoloso esercizio in cui, mancandomi forza e coraggio(lèggi: preparazione) non mi sento di seguirlo! Ed in ogni caso il passaggio morfologico da dràllis a tarallo d’acchito non si còglie!
Ora a chiusura di questi righi mi piace ricordare quello che fu uno degli ultimi, se non certamente l’ultimo venditore girovago di taralli, ch’io vidi tra gli anni ‘50e ’60 del 1900 percorrere in lungo e largo la città di Napoli armato della sua ballonzolante cesta colma di taralli,cesta mantenuta con l’epa e sorretta da una correggia di cuoio poggiata sul collo.All’epoca ch’io lo seppi, questo venditore girovago sempre allegro se non addirittura ridanciano, che rispondeva al nome di Fortunato era un vecchio ometto piccolo e grassoccio con delle gambette arcuate, nascoste da certe braghe consunte che, in origine, non dovevano essere state sue : erano troppo larghe e sbuffanti; indossava nei mesi primaverili ed estivi una maglietta di cotone bianco a mezze maniche e portava sul capo un berretto a caciottella di panno bianco, del tipo di quelli indossati dai marinai sulle divise da fatica; d’inverno sostituiva la caciottella bianca con uno zucchetto di lana a piú colori ed infilava sulla solita maglietta di cotone bianco a mezze maniche, una sdrucita giacchetta di colore indefinito che,anch’essa in origine, non doveva essere stata sua: troppo larga e sbuffante;completava l’abbigliamento invernale una unta e bisunta sciarpa di lana a piú colori ch’egli portava come un sacerdote porta la stola e che gli incorniciava il viso segnato dal tempo con una ragnatela di rughe profonde, ma sul quale tuttavia brillavano due occhi vivaci e talvolta addirittura lampeggianti. La piega amara (angoli all’ingiú) della bocca sdentata completava il disegno del volto di questo vecchio omettino che si annunziava di lontano con una sorta di squillante, musicale cantilena: Furtunato tène ‘a rrobba bbella! ‘Nzogna, ‘nzo’! E quale era mai la roba bella sottolineata da quello: ‘Nzogna, ‘nzo’ ?
Ma è chiaro che si trattava dei suoi gustosissimi, croccanti taralli ‘nzogna e ppepe ,impreziositi da tantissime mandorle ben tostate, taralli ancóra caldi ( e sfido io: li portava in giro protetti sotto una doppia coltre di tela di sacco...) Poi passarono gli anni ed un giorno, anzi un brutto giorno improvvisamente non intesi piú quella squillante, musicale cantilena: Furtunato tène ‘a rrobba bbella! ‘Nzogna, ‘nzo’! Con ogni probabilità Fortunato aveva esteso il suo giro ed era passato a proporre a san Pietro ed a tutta la corte celeste i suoi taralli ‘nzogna e pepe ed io mi dovetti rassegnare a cercare altrove per trovare i taralli che Fortunato non mi avrebbe piú portati. Per buona sorte mia (una volta nella vita!) facendo appena quattro passi in piú scovai proprio difronte all’Orto Botanico la bottega che don Leopoldo Infante aveva aperto. E mi andò da Dio; Furtunato teneva ‘a rrobba bbella? Ma don Liopoldo nun s’’o vedeva proprio!
raffaele bracale
Sembrare la cesta del venditore dei taralli. La locuzione è usata innanzi tutto per indicare colui che, per motivi di lavoro o di naturale instabilità, si sposti continuamente, come appunto un venditore di taralli che con la sua cesta, per smaltire tutta la merce fa continui lunghi giri. C'è poi un'altra valenza della locuzione.
Poiché gli avventori di taralli son soliti servirsi con le proprie mani affondandole nella cesta colma di tartalli, per scegliere a proprio piacimento , alla stessa maniera c'è chi consente agli altri di approfittare e servirsi delle sue cose, o di se stesso ma lo fa piú per indolenza che per magnanimità.anche se poi se ne lamenta dicendo: - ma che m’avite pigliato p’’a sporta d’’o tarallaro? (Mi avete forse confuso con la cesta del tarallaio?)
sporta = cesta dal lat. sporta(m)
tarallaro = venditore di taralli; voce formata dall’unione di tarallo + il suff. di pertinenza aro/aio dal lat. arius;
Tarallo s.m. s. biscotto a forma di ciambella tipico dell'Italia meridionale, dolce se condito con zucchero e semi d'anice, rustico se condito con sugna e pepe o altro. DIM. taralletto, tarallino, taralluccio. Trattasi chiaramente di un meridionalismo, attese le regioni (tutte meridionali: Campania, Abruzzo, Calabria e Puglia) dove vengono prodotti tali tipici biscotti. Voce penetrata nel lessico dell’italiano vista la gran diffusione peninsulare ( per esportazione dalle regioni produttrici) del prodotto che va sotto il nome di tarallo. Quanto all’etimo della voce a margine non vi sono certezze e si vaga nel campo delle ipotesi; tutti i calepini a mia disposizione, a cominciare dal D.E.I. nicchiano o si rifugiano dietro il solito pilatesco etimo incerto;non so dire chi l’abbia formulata ma esiste un’ipotesi che riferirebbe la voce tarallo al greco toros (= toroide); personalmente ipotizzo il latino torus (= toro: modanatura inferiore della colonna,cordone); semanticamente in ambedue i casi ci si troverebbe nel giusto atteso che sia la forma del toroide che quella del toro di colonna, richiamano quella del tarallo, ma morfologicamente è alquanto complicato, tuttavia posto che in linguistica non sono importanti gli adattamenti vocalici (o→a) è un po’ piú complesso spiegare da dove salti fuori quel suffisso allo a meno che (ed è questa la mia ipotesi!), a meno che questo allo non sia un adattamento locale di un originario suffisso diminutivo ello←ellus prorio dei sostantivi con tema in r; oppure un adattamento metaplasmatico ed espressivo di un originario suffisso diminutivo olo←olus;accettando una delle due ipotesi si potrebbe ritenere il tar-allo un piccolo(per il suff.ello→allo oppure olo→alo→allo) cordone (torus); dopo lungo almanaccare, mi son fatto convinto di questa idea, quantunque neppure la grammatica del RHOLFS faccia menzione di questi adattamenti di suffisso... In ogni caso, se si accettasse, per l’etimo di tarallo la mia idea di tor-(us) + il suff. ello→allo oppure olo→alo→allo forse si potrebbe , indegnamente, dare scacco persino al D.E.I. che al proposito di tarallo elencò una sequenza di ipotesi giudicandole tutte però improponibili o non perseguibili..., con la sola eccezione, forse!, di una voce macedone: dràmis = focaccia, voce che però il curatore della lettera T (Giovanni Alessio) ipotizzò debba leggersi in modo paleograficamente corretto dràllis. Stimo, e quanto! G. Alessio, ma – nella fattispecie – penso che si fosse esibito in un doppio salto mortale (senza rete), pericoloso esercizio in cui, mancandomi forza e coraggio(lèggi: preparazione) non mi sento di seguirlo! Ed in ogni caso il passaggio morfologico da dràllis a tarallo d’acchito non si còglie!
Ora a chiusura di questi righi mi piace ricordare quello che fu uno degli ultimi, se non certamente l’ultimo venditore girovago di taralli, ch’io vidi tra gli anni ‘50e ’60 del 1900 percorrere in lungo e largo la città di Napoli armato della sua ballonzolante cesta colma di taralli,cesta mantenuta con l’epa e sorretta da una correggia di cuoio poggiata sul collo.All’epoca ch’io lo seppi, questo venditore girovago sempre allegro se non addirittura ridanciano, che rispondeva al nome di Fortunato era un vecchio ometto piccolo e grassoccio con delle gambette arcuate, nascoste da certe braghe consunte che, in origine, non dovevano essere state sue : erano troppo larghe e sbuffanti; indossava nei mesi primaverili ed estivi una maglietta di cotone bianco a mezze maniche e portava sul capo un berretto a caciottella di panno bianco, del tipo di quelli indossati dai marinai sulle divise da fatica; d’inverno sostituiva la caciottella bianca con uno zucchetto di lana a piú colori ed infilava sulla solita maglietta di cotone bianco a mezze maniche, una sdrucita giacchetta di colore indefinito che,anch’essa in origine, non doveva essere stata sua: troppo larga e sbuffante;completava l’abbigliamento invernale una unta e bisunta sciarpa di lana a piú colori ch’egli portava come un sacerdote porta la stola e che gli incorniciava il viso segnato dal tempo con una ragnatela di rughe profonde, ma sul quale tuttavia brillavano due occhi vivaci e talvolta addirittura lampeggianti. La piega amara (angoli all’ingiú) della bocca sdentata completava il disegno del volto di questo vecchio omettino che si annunziava di lontano con una sorta di squillante, musicale cantilena: Furtunato tène ‘a rrobba bbella! ‘Nzogna, ‘nzo’! E quale era mai la roba bella sottolineata da quello: ‘Nzogna, ‘nzo’ ?
Ma è chiaro che si trattava dei suoi gustosissimi, croccanti taralli ‘nzogna e ppepe ,impreziositi da tantissime mandorle ben tostate, taralli ancóra caldi ( e sfido io: li portava in giro protetti sotto una doppia coltre di tela di sacco...) Poi passarono gli anni ed un giorno, anzi un brutto giorno improvvisamente non intesi piú quella squillante, musicale cantilena: Furtunato tène ‘a rrobba bbella! ‘Nzogna, ‘nzo’! Con ogni probabilità Fortunato aveva esteso il suo giro ed era passato a proporre a san Pietro ed a tutta la corte celeste i suoi taralli ‘nzogna e pepe ed io mi dovetti rassegnare a cercare altrove per trovare i taralli che Fortunato non mi avrebbe piú portati. Per buona sorte mia (una volta nella vita!) facendo appena quattro passi in piú scovai proprio difronte all’Orto Botanico la bottega che don Leopoldo Infante aveva aperto. E mi andò da Dio; Furtunato teneva ‘a rrobba bbella? Ma don Liopoldo nun s’’o vedeva proprio!
raffaele bracale
MANNAGGIA Ô PATATURCO
MANNAGGIA Ô PATATURCO
Cominciamo con una precisazione di carattere linguistico dicendo che l’espressione in epigrafe va correttamente scritta in napoletano non mannaggia ‘o Pataturco, ma (cosí come riportato): mannaggia ô Pataturco, dove la ô sta per a +lo / a + il= al atteso che l’espressione va tradotta come male ne abbia il Padre de’ turchi e nella parlata napoletana, come ebbi a dire alibi, il complemento oggetto (il Padre de’ turchi, ‘o Pataturco) allorché sia persona o soggetto animato (come nel caso in esame) va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.) Ciò precisato entriamo in medias res e diciamo che nel significato corrente, la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia.
Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat →malum abjat→malum aggia→ malanno aggia→mannaggia
Esiste poi una variazione piú letteraria che del parlato popolare di mannaggia ed è malannàggia, ma è pochissimo usata pur essendo piúvicina all’etimo iniziale.
E veniamo alla completa espressione dell’ epigrafe : mannaggia ô Pataturco; essa, come ò accennato va tradotta male ne abbia il padre de’ turchi, accidenti al padre etc. e risulta essere una eufemistica imprecazione usata per non scivolare, col discorso, (si pensi ad una possibile assonanza di Pataturco con altro Padre) in una becera bestemmia (che evito di scrivere!...).
Per vero in origine (1915 circa) l’espressione in epigrafe non fu mannaggia ô Pataturco, ma mannaggia ô patatucco e solo in seguito, portata a Napoli dai fanti (per fortuna!) reduci della grande guerra, e non periti come avvenne per molti fanti meridionali,mandati a difendere i sacri (la retorica dell’epoca cosí recitava!) confini nordici di una patria non … sentita tale da tutti, si corruppe in mannaggia ô Pataturco sostanziando l’imprecazione eufemistica usata per non pronunciare una grave bestemmia.
Ma cosa c’entra il patatucco coi fanti reduci della grande guerra?
C’entra giacché l’originario patatucco ( derivato dalla fusione di patat(a) + (cr)ucco) designò nel nord est dello stivale una sorta di giocosa offesa rivolta contro i soldati austro-tedeschi considerati sciocchi e minchioni adusi a mangiar patate, da cui l’attacco patata di patatucco, mentre la voce crucco donde la seconda parte di patatucco fu il nome dato dai soldati italiani a quelli tedeschi durante la prima e poi la seconda guerra mondiale; all'orig. era appellativo dato agli slavi, derivato dalla voce serbo-croata kruh 'pane'. La voce patatucco fu recepita dai militi napoletani che usarono addizionarla al loro tipico mannaggia per insolentire i soldati nemici; quando poi i reduci tornarono a Napoli, portandosi dietro quel loro mannaggia ô patatucco= accidenti al tedesco, il popolo napoletano che non aveva avuto dimestichezze belliche con il crucco ed il patatucco corruppero per assonanza questo patatucco con un piú noto Pataturco derivato con tutta probabilità da un pate(padre)+ Ataturk (Mustafa Kemal Atatürk che fu il fondatore (padre) e primo presidente della Repubblica Turca (dal 1923 al 1938). ) = Padre de’ turchi, Maometto; va da sé che legando mannaggia a Pataturco sostanziarono quell’imprecazione eufemistica di cui ò detto usata per non bestemmiare.
raffaele bracale
Cominciamo con una precisazione di carattere linguistico dicendo che l’espressione in epigrafe va correttamente scritta in napoletano non mannaggia ‘o Pataturco, ma (cosí come riportato): mannaggia ô Pataturco, dove la ô sta per a +lo / a + il= al atteso che l’espressione va tradotta come male ne abbia il Padre de’ turchi e nella parlata napoletana, come ebbi a dire alibi, il complemento oggetto (il Padre de’ turchi, ‘o Pataturco) allorché sia persona o soggetto animato (come nel caso in esame) va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.) Ciò precisato entriamo in medias res e diciamo che nel significato corrente, la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia.
Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat →malum abjat→malum aggia→ malanno aggia→mannaggia
Esiste poi una variazione piú letteraria che del parlato popolare di mannaggia ed è malannàggia, ma è pochissimo usata pur essendo piúvicina all’etimo iniziale.
E veniamo alla completa espressione dell’ epigrafe : mannaggia ô Pataturco; essa, come ò accennato va tradotta male ne abbia il padre de’ turchi, accidenti al padre etc. e risulta essere una eufemistica imprecazione usata per non scivolare, col discorso, (si pensi ad una possibile assonanza di Pataturco con altro Padre) in una becera bestemmia (che evito di scrivere!...).
Per vero in origine (1915 circa) l’espressione in epigrafe non fu mannaggia ô Pataturco, ma mannaggia ô patatucco e solo in seguito, portata a Napoli dai fanti (per fortuna!) reduci della grande guerra, e non periti come avvenne per molti fanti meridionali,mandati a difendere i sacri (la retorica dell’epoca cosí recitava!) confini nordici di una patria non … sentita tale da tutti, si corruppe in mannaggia ô Pataturco sostanziando l’imprecazione eufemistica usata per non pronunciare una grave bestemmia.
Ma cosa c’entra il patatucco coi fanti reduci della grande guerra?
C’entra giacché l’originario patatucco ( derivato dalla fusione di patat(a) + (cr)ucco) designò nel nord est dello stivale una sorta di giocosa offesa rivolta contro i soldati austro-tedeschi considerati sciocchi e minchioni adusi a mangiar patate, da cui l’attacco patata di patatucco, mentre la voce crucco donde la seconda parte di patatucco fu il nome dato dai soldati italiani a quelli tedeschi durante la prima e poi la seconda guerra mondiale; all'orig. era appellativo dato agli slavi, derivato dalla voce serbo-croata kruh 'pane'. La voce patatucco fu recepita dai militi napoletani che usarono addizionarla al loro tipico mannaggia per insolentire i soldati nemici; quando poi i reduci tornarono a Napoli, portandosi dietro quel loro mannaggia ô patatucco= accidenti al tedesco, il popolo napoletano che non aveva avuto dimestichezze belliche con il crucco ed il patatucco corruppero per assonanza questo patatucco con un piú noto Pataturco derivato con tutta probabilità da un pate(padre)+ Ataturk (Mustafa Kemal Atatürk che fu il fondatore (padre) e primo presidente della Repubblica Turca (dal 1923 al 1938). ) = Padre de’ turchi, Maometto; va da sé che legando mannaggia a Pataturco sostanziarono quell’imprecazione eufemistica di cui ò detto usata per non bestemmiare.
raffaele bracale
mercoledì 24 febbraio 2010
POLPETTE DI RICOTTA CON IL SUGO
POLPETTE DI RICOTTA CON IL SUGO
Nota:
Le polpette di ricotta col sugo sono di per sé un secondo piatto di origine calabrese, terra ricca di terreni dediti alla pastorizia, dove tutt’ora è molto facile trovare dell’ottima ricotta fresca locale sia di mucca che di pecora, ma poi che le Calabrie furono terre appartenenti al Reame delle Due Sicilie, ecco che come avviene anche per molte ricette nate nelle Puglie (altra terra un tempo facente parte del Reame delle Due Sicilie,) queste polpette ànno cittadinanza napoletana!
Le polpette di ricotta dunque, rappresentano un povero piatto contadino,epperò di grande sapore e genuinità, dove la ricotta sostituisce la carne per formare delle appetitose e nutrienti polpette in umido, ottime anche per condirci la pasta.
Ingredienti e dosi delle polpette per 6 persone
5 etti di ricotta vaccina o, a preferenza ovina,
3 etti di mollica di pane,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati,
4 uova,
2 cucchiai di prezzemolo tritato finissimo,
2 etti di gherigli di noci tritati
1 etto e mezzo di formaggio pecorino grattugiato,
sale fino q.s.
pepe ner q.s.
pane grattugiato q.s.
abbondante olio per friggere.
per il sugo
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
1 cipolla dorata mondata e tritata,
1 litro di passata di pomidoro.
sale fino q.s.
pepe nero q.s.
procedimento
Sbriciolare finemente la mollica ( si può anche farlo con l’aiuto delle lame di un mixer) e porla in una ciotola capiente assieme alla ricotta di pecora o vaccina, alle uova, agli spicchi d’agli tritati, al pecorino grattugiato, ai gherigli di noci tritati, al prezzemolo, ad un pizzico di sale e del pepe macinato al mulinello.
Amalgamare bene gli ingredienti fino ad ottenere un composto morbido ma compatto, poi assaggiare ed aggiustare eventualmente di sale. In un ampio tegame porre l’olio e la la cipolla tritata , che si farà imbiondire; dopo qualche istante aggiungere la passata di pomodoro, un pizzico di sale e portare a cottura a fuoco dolce; mantenere in caldo. Ungere i palmi delle mani e, con il composto di ricotta ottenuto, formare delle polpette grandi come un piccolo mandarino; rollarle delicatamente nel pan grattato e friggerle velocemente in olio bollente e profondo; prelevarle con una schiumarola, poggiarle su carta da cucina a perdere l’eccesso d’unto, impiattarle e cospargerle di sugo bollente. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
Nota:
Le polpette di ricotta col sugo sono di per sé un secondo piatto di origine calabrese, terra ricca di terreni dediti alla pastorizia, dove tutt’ora è molto facile trovare dell’ottima ricotta fresca locale sia di mucca che di pecora, ma poi che le Calabrie furono terre appartenenti al Reame delle Due Sicilie, ecco che come avviene anche per molte ricette nate nelle Puglie (altra terra un tempo facente parte del Reame delle Due Sicilie,) queste polpette ànno cittadinanza napoletana!
Le polpette di ricotta dunque, rappresentano un povero piatto contadino,epperò di grande sapore e genuinità, dove la ricotta sostituisce la carne per formare delle appetitose e nutrienti polpette in umido, ottime anche per condirci la pasta.
Ingredienti e dosi delle polpette per 6 persone
5 etti di ricotta vaccina o, a preferenza ovina,
3 etti di mollica di pane,
2 spicchi d’aglio mondati e tritati,
4 uova,
2 cucchiai di prezzemolo tritato finissimo,
2 etti di gherigli di noci tritati
1 etto e mezzo di formaggio pecorino grattugiato,
sale fino q.s.
pepe ner q.s.
pane grattugiato q.s.
abbondante olio per friggere.
per il sugo
1 bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s.a f.,
1 cipolla dorata mondata e tritata,
1 litro di passata di pomidoro.
sale fino q.s.
pepe nero q.s.
procedimento
Sbriciolare finemente la mollica ( si può anche farlo con l’aiuto delle lame di un mixer) e porla in una ciotola capiente assieme alla ricotta di pecora o vaccina, alle uova, agli spicchi d’agli tritati, al pecorino grattugiato, ai gherigli di noci tritati, al prezzemolo, ad un pizzico di sale e del pepe macinato al mulinello.
Amalgamare bene gli ingredienti fino ad ottenere un composto morbido ma compatto, poi assaggiare ed aggiustare eventualmente di sale. In un ampio tegame porre l’olio e la la cipolla tritata , che si farà imbiondire; dopo qualche istante aggiungere la passata di pomodoro, un pizzico di sale e portare a cottura a fuoco dolce; mantenere in caldo. Ungere i palmi delle mani e, con il composto di ricotta ottenuto, formare delle polpette grandi come un piccolo mandarino; rollarle delicatamente nel pan grattato e friggerle velocemente in olio bollente e profondo; prelevarle con una schiumarola, poggiarle su carta da cucina a perdere l’eccesso d’unto, impiattarle e cospargerle di sugo bollente. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale
TIELLA ‘E COZZECHE E PATANE
TIELLA ‘E COZZECHE E PATANE
Ingredienti: (Per 6 persone)
600 gr di patate,
2 kg di cozze,
1 cipolla dorata mondata ed affettata,
2 spicchi d'aglio mondati di cui uno tritato ed uno schiacciato,
un ciuffo d’aneto lavato ed asciugato,
mezzo bicchiere di vino bianco,
6 fette di pane raffermo (4 etti),
1 bicchiere d'olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
sale fino q.s.
pepe decorticato q.s.
250 gr di riso
Preparazione:
Pulire bene le cozze, raschiarle eliminando incrostazioni e bisso e lavarle in parecchia acqua corrente.
Metterle in una casseruola incoperchiata a fuoco vivo con due cucchiai d'olio, 1 spicchio d’aglio mondato e schiacciato e mezzo bicchiere di vino bianco, attendere che si aprano , ed a mano a mano che si aprono, toglierle dal fuoco e metterle da parte. Conservare il liquido di cottura opportunamente filtrato con un setaccio a trama strettissima.
Preparare un trito misto con la cipolla con uno spicchio d’aglio ed il ciuffo d’aneto. Sbucciare le patate e tagliarle a fette tonde spesse ½ cm.
Mettere in una casseruola di terracotta uno strato di fette di patate, cospargerle con il trito di cipolla ed aglio, fare un altro strato di fette di pane raffermo.
Aggiungere le cozze ed una parte del loro liquido di cottura filtrato.
Condire con sale, pepe e olio. Ricoprire abbondantemente di acqua calda , mettere sul fuoco, portare ad ebollizione, unire il riso e portare a termine in circa 18 minuti la cottura.Servire caldissima di fornello questa gustosa tiella che può servire da primo o antipasto.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
Ingredienti: (Per 6 persone)
600 gr di patate,
2 kg di cozze,
1 cipolla dorata mondata ed affettata,
2 spicchi d'aglio mondati di cui uno tritato ed uno schiacciato,
un ciuffo d’aneto lavato ed asciugato,
mezzo bicchiere di vino bianco,
6 fette di pane raffermo (4 etti),
1 bicchiere d'olio d’oliva e.v. p. s. a f.,
sale fino q.s.
pepe decorticato q.s.
250 gr di riso
Preparazione:
Pulire bene le cozze, raschiarle eliminando incrostazioni e bisso e lavarle in parecchia acqua corrente.
Metterle in una casseruola incoperchiata a fuoco vivo con due cucchiai d'olio, 1 spicchio d’aglio mondato e schiacciato e mezzo bicchiere di vino bianco, attendere che si aprano , ed a mano a mano che si aprono, toglierle dal fuoco e metterle da parte. Conservare il liquido di cottura opportunamente filtrato con un setaccio a trama strettissima.
Preparare un trito misto con la cipolla con uno spicchio d’aglio ed il ciuffo d’aneto. Sbucciare le patate e tagliarle a fette tonde spesse ½ cm.
Mettere in una casseruola di terracotta uno strato di fette di patate, cospargerle con il trito di cipolla ed aglio, fare un altro strato di fette di pane raffermo.
Aggiungere le cozze ed una parte del loro liquido di cottura filtrato.
Condire con sale, pepe e olio. Ricoprire abbondantemente di acqua calda , mettere sul fuoco, portare ad ebollizione, unire il riso e portare a termine in circa 18 minuti la cottura.Servire caldissima di fornello questa gustosa tiella che può servire da primo o antipasto.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
CAMERIERA, SERVA E DINTORNI.
CAMERIERA, SERVA E DINTORNI.
In lingua italiana prendeva (ora non avviene piú… sostituita com’è stata con una sciocca espressione come: collaboratrice familiare quasi che fossero cambiate le sue precipue occupazioni di lavoratrice dipendente) il nome di cameriera (con etimo dal provenz. camarier, che è dal lat. tardo cameraru(m) che diede dapprima il maschile cameriere poi femminilizzato in cameriera) chi è addetta alla pulizia delle camere o serve a tavola nelle case private;piú genericamente si parla di persona di servizio, o anche domestica,ugualmente prende il nome di cameriera chi è addetta agli stessi servizi in alberghi o ristoranti: cameriera di sala,: chi serve a tavola; cameriera al piano: chi riordina e pulisce le camere di un piano; sempre in lingua italiana vi fu poi un tempo il termine servo/a oggi ampiamente in disuso, che indicò chi svolgesse servizi generici, specialmente domestici,svolti in casa o all’esterno di essa alle dipendenze di privati; la voce femm. serva venne usata proprio riferita alla lavoratrice domestica, ma finí per assumere una valenza dispregiativa rispetto alla voci domestica o cameriera atteso che queste ultime furono riferite a quelle donne che prestassero la loro opera alle dipendenze di alberghi e/o ristoranti o famiglie della medio-alta borghesia, mentre con la voce serva e quasi nell’accezione etimologica del lat. serva(m)= schiava ci si riferí ( e spesso proprio da parte di domestiche e/o cameriere) alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia; nella antica lingua italiana (tardo XVII sec.) vi fu infine la voce fantesca (derivato di fante (s.f.= serva, domestica)) che indicò la generica donna di servizio o addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole.
E passiamo alla parlata napoletana; le voci in epigrafe vengon rese in napoletano con le seguenti parole: cammarèra,criata, serva, vajassa, zambracca. Esaminiamole:
cammarèra e serva: per queste due parole non ci si discosta molto (sia per l’etimologia che per la semantica) dalle corrispondenti della lingua italiana cameriera e serva: la cammarèra(dal provenz. camarier con raddoppiamento popolare della labiale m) svolge la propria opera in case della media alta borghesia se non della nobiltà, mentre con la parola serva ci si riferisce alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia o alla generica donna di servizio, addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole: insomma quella che fu la fantesca del tardo XVII sec; talvolta in luogo di serva si usa un giro di parole pletorico: ‘a femmena ‘e servizio;
criata anche con questo termine, per altro abbondantemente desueto ci si riferisce alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia o alla generica donna di servizio, addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole: insomma quella che fu la fantesca del tardo XVII sec.; quanto all’etimo la voce a margine è la femminilizzazione del maschile criato che è dall’iberico criado= servitore, famiglio, valletto; annoterò al proposito che anche nell’italiano antico con il medesimo etimo dallo spagnolo vi fu la voce creato=servo,valletto, famiglio ma non esistette la corrispondente creata: misteri della lingua italiana!
vajassa= serva di bassissimo conio, fantesca addetta alla pulizia in case malfamate; l’etimo è dall’arabo: baassa attraverso il francese bajasse da cui in italiano: bagascia= meretrice.
Scendendo ancòra d’un gradino incontriamo
zambracca= serva di infimo conio, fantesca addetta alla pulizia dei cessi. La voce a margine origina dall’addizione del suffisso dispregiativo acca (=accia) con la parola zambra (che è dal francese chambre) in francese la voce chambre indicò dapprima una generica camera, poi uno stanzino ed infine il gabinetto di decenza.
Rammenterò infine che le ultime due voci vajassa e zambracca nell’inteso comune del parlato napoletano accanto ai significati indicati stanno anche per donna sudicia e disordinata, dal comportamento volgare, quando non addirittura donnaccia, baldracca cfr. l’espressione Sî ‘na vajassa d’ ‘o rre de Franza che letteralmente sta per : Sei una serva del re di Francia. L a frase è un’offesa gravissima che si può rivolgere ad una donna e con essa frase non solo si intende dare della puttana alla donna, ma accusarla anche di essere affetta dalla sifilide o lue .
Tale malattia è stata nei corso dei secoli chiamata dai napoletani mal francese, morbo gallico o celtico; i napoletani sostenevano che detto morbo era stato importato in Napoli dai soldati al seguito di Carlo VIII. Per converso il morbo era detto dai francesi mal napoletano poiché affermavano che il morbo era stato diffuso tra i soldati francesi di Carlo VIII dalle prostitute partenopee.
Raffaele Bracale
In lingua italiana prendeva (ora non avviene piú… sostituita com’è stata con una sciocca espressione come: collaboratrice familiare quasi che fossero cambiate le sue precipue occupazioni di lavoratrice dipendente) il nome di cameriera (con etimo dal provenz. camarier, che è dal lat. tardo cameraru(m) che diede dapprima il maschile cameriere poi femminilizzato in cameriera) chi è addetta alla pulizia delle camere o serve a tavola nelle case private;piú genericamente si parla di persona di servizio, o anche domestica,ugualmente prende il nome di cameriera chi è addetta agli stessi servizi in alberghi o ristoranti: cameriera di sala,: chi serve a tavola; cameriera al piano: chi riordina e pulisce le camere di un piano; sempre in lingua italiana vi fu poi un tempo il termine servo/a oggi ampiamente in disuso, che indicò chi svolgesse servizi generici, specialmente domestici,svolti in casa o all’esterno di essa alle dipendenze di privati; la voce femm. serva venne usata proprio riferita alla lavoratrice domestica, ma finí per assumere una valenza dispregiativa rispetto alla voci domestica o cameriera atteso che queste ultime furono riferite a quelle donne che prestassero la loro opera alle dipendenze di alberghi e/o ristoranti o famiglie della medio-alta borghesia, mentre con la voce serva e quasi nell’accezione etimologica del lat. serva(m)= schiava ci si riferí ( e spesso proprio da parte di domestiche e/o cameriere) alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia; nella antica lingua italiana (tardo XVII sec.) vi fu infine la voce fantesca (derivato di fante (s.f.= serva, domestica)) che indicò la generica donna di servizio o addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole.
E passiamo alla parlata napoletana; le voci in epigrafe vengon rese in napoletano con le seguenti parole: cammarèra,criata, serva, vajassa, zambracca. Esaminiamole:
cammarèra e serva: per queste due parole non ci si discosta molto (sia per l’etimologia che per la semantica) dalle corrispondenti della lingua italiana cameriera e serva: la cammarèra(dal provenz. camarier con raddoppiamento popolare della labiale m) svolge la propria opera in case della media alta borghesia se non della nobiltà, mentre con la parola serva ci si riferisce alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia o alla generica donna di servizio, addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole: insomma quella che fu la fantesca del tardo XVII sec; talvolta in luogo di serva si usa un giro di parole pletorico: ‘a femmena ‘e servizio;
criata anche con questo termine, per altro abbondantemente desueto ci si riferisce alla prestatrice d’opera domestica in famiglie della piccola borghesia o alla generica donna di servizio, addetta ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole: insomma quella che fu la fantesca del tardo XVII sec.; quanto all’etimo la voce a margine è la femminilizzazione del maschile criato che è dall’iberico criado= servitore, famiglio, valletto; annoterò al proposito che anche nell’italiano antico con il medesimo etimo dallo spagnolo vi fu la voce creato=servo,valletto, famiglio ma non esistette la corrispondente creata: misteri della lingua italiana!
vajassa= serva di bassissimo conio, fantesca addetta alla pulizia in case malfamate; l’etimo è dall’arabo: baassa attraverso il francese bajasse da cui in italiano: bagascia= meretrice.
Scendendo ancòra d’un gradino incontriamo
zambracca= serva di infimo conio, fantesca addetta alla pulizia dei cessi. La voce a margine origina dall’addizione del suffisso dispregiativo acca (=accia) con la parola zambra (che è dal francese chambre) in francese la voce chambre indicò dapprima una generica camera, poi uno stanzino ed infine il gabinetto di decenza.
Rammenterò infine che le ultime due voci vajassa e zambracca nell’inteso comune del parlato napoletano accanto ai significati indicati stanno anche per donna sudicia e disordinata, dal comportamento volgare, quando non addirittura donnaccia, baldracca cfr. l’espressione Sî ‘na vajassa d’ ‘o rre de Franza che letteralmente sta per : Sei una serva del re di Francia. L a frase è un’offesa gravissima che si può rivolgere ad una donna e con essa frase non solo si intende dare della puttana alla donna, ma accusarla anche di essere affetta dalla sifilide o lue .
Tale malattia è stata nei corso dei secoli chiamata dai napoletani mal francese, morbo gallico o celtico; i napoletani sostenevano che detto morbo era stato importato in Napoli dai soldati al seguito di Carlo VIII. Per converso il morbo era detto dai francesi mal napoletano poiché affermavano che il morbo era stato diffuso tra i soldati francesi di Carlo VIII dalle prostitute partenopee.
Raffaele Bracale
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