NASTRO, FIOCCO,& dintorni
Questa volta sollecitato dalla richiesta dell’amico L. P. (i soliti problemi di privatezza m’impongono l’indicazione delle sole iniziali…) parlo qui di sèguito delle voci a margine dell’italiano e delle corrispondenti nel napoletano, augurandomi di contentare l’amico L.P. ed interessare qualcuno dei miei ventiquattro lettori. Ciò détto, prima di scendere in medias res, premetto una gustosa particolarità che riguarda l’uso partenopeo dei nastri ai tempi d’ antan.
Sino alla fine del 1800, principî del 1900 a Napoli adornarsi le chiome con nastri variopinti era pressoché vietato alle ragazze bencostumate di condizione civile ed appartenenti a famiglie della buona borghesia; infatti il costume d’adornarsi i capelli con cappellini nastrati o con solo nastri colorati era delle giovani meretrici e segnatamente di quelle che erano détte alice ‘e matenate; le ragazze di buona famiglia e d’onesti costumi si ornavano il capo con un nastro color carnicino solo nel caso che fossero promesse spose e per tutto il tempo che durasse la promessa; nel caso che il fidanzamento non sfociasse nelle nozze,e si rompesse la promessa, la ragazza dismetteva il nastro carnicino e non si ornava la chioma con alcun nastro, mentre invece se la promessa andava a buon fine dopo aver consumato il matrimonio la signora poteva permettersi il lusso di indossare un nastro rosso.
Probabilmente l’usanza di portare un nastro carnicino era un segno indicativo che chi lo indossasse era già promessa sposa ed era opportuno non tentar con lei alcun abboccamento, idem per il nastro rosso che con la fede indicava colei che fosse maritata!
Ed ora veniamo alle voci dell’italiano cui seguiranno quelle del napoletano.
Abbiamo, in italiano:
nastro s. m.
1 tessuto stretto e lungo di seta, raso, velluto e sim., liscio od operato, che si impiega per guarnizioni, orlature, legature: nastro per capelli; il nastro del cappello | nastro azzurro, quello che sostiene una decorazione italiana al valor militare; riconoscimento conferito a una nave che batta il record di attraversamento dell'Atlantico | nastro celeste o rosa, fiocco che si suole attaccare all'ingresso di una casa in cui sia appena nato un bambino o una bambina | nastro di lutto, striscia nera di varia ampiezza che talora si mette sul braccio o sul bavero, in certe regioni meridionali anche sulla porta di casa, in segno di lutto | nastro d'asfalto, (fig.) strada asfaltata.
2 (sport) striscia di stoffa che indica il punto di partenza in una gara; per estens., la partenza stessa: nastro di partenza; allinearsi ai nastri, pronti per il via
3 (estens.) termine generico con cui si indica qualunque cosa a forma di nastro: nastro adesivo, striscia di carta o materiale plastico che reca, da un lato, una sostanza adesiva, usato per numerosi usi; nastro isolante, nastro di tessuto o di materiale plastico con un lato adesivo, usato per coprire e isolare conduttori elettrici; nastro della macchina per scrivere, impregnato d'inchiostro; nastro magnetico, ora pressoché desueto, di materiale plastico, rivestito di sostanze magnetiche, atto a registrare suoni, immagini, dati di elaboratori elettronici; nastro perforato, nastro di carta o di materiale plastico recante una serie di fori disposti secondo un determinato codice; nastro metallico, prodotto metallurgico ottenuto per laminazione; nastro trasportatore, apparecchiatura a motore per il trasferimento di materiale su percorso orizzontale o inclinato; nastro di mitragliatrice, sostegno di tela o insieme di anelli metallici che unisce le cartucce, presentandole allineate per il caricamento automatico dell'arma; nastro a tazze, in certi tipi di draghe, catena continua su cui è disposta una serie di recipienti a forma di tazza, che serve a scavare e a trasportare il materiale
4 pl. pasta da minestra in forma di nastro ||
Usato anche come agg. invar. nella loc. pesce nastro, pesce di mare commestibile, con pinna dorsale estesa per tutta la lunghezza del dorso (ord. Perciformi). Quanto all’etimo la voce è una derivazione dal got. nastilo 'striscia, correggia';
fiocco s. m. [pl. -chi]
1 striscia di stoffa o nastro annodati in modo che i capi rimangano liberi; è usato per lo più come ornamento: un cappello col fiocco | con i fiocchi, (fig.) magnifico, eccellente: un pranzo con i fiocchi.
2 batuffolo di lana, cotone o sim.; bioccolo di neve: la neve cade a fiocchi | fibre in fiocco, fibre tessili alla rinfusa (come cotone e lana) o discontinue (fibre artificiali e sintetiche tagliate); si contrappongono alle fibre continue o bave
3 pl. pasta alimentare di media grandezza a forma di fiocco | fiocchi d'avena, di riso, granelli di questi cereali soffiati e resi perciò più digeribili. Tranquillo l’etimo che è dal lat. floccu(m);
gala s. f.
1 striscia increspata di trina o di stoffa; nastro o fiocco che si mette per ornamento | (fig.) ornamento, infiorettatura
2 (non com.) cravatta a farfalla con nodo già fatto; per l’etimo si discute se far derivare la voce dallo sp. gala (trina, fiocco) o risalire al fr. galon, che è da galonner 'ornare il capo di una benda'; propendo per il prestito catalano;
gallone s. m.
1 striscia in forma di nastro, tessuta o ricamata, che si usa per guarnizione
2 fregio che i militari portano sulle maniche o sul berretto come segno del loro grado | guadagnarsi i galloni di caporale, di sergente, ottenere la promozione a quel grado | togliere i galloni, degradare | bagnare i galloni, (fig.) brindare per festeggiare una promozione; per questa voce è opportuno pensare ad una derivazione dal fr. galon, che è da galonner 'ornare il capo di una benda', piuttosto che una derivazione dallo sp. gala (trina, fiocco).
Esaminate le voci dell’italiano passiamo al napoletano che usa le voci che seguono:
carcioffola s.f.
di per sé con la voce a margine si indica in primis il carciofo cioè un tipico gustoso ortaggio coltivato in campo aperto, anzi per esser piú precisi si indica una particolare pianta erbacea anzi una pianta spinosa simile al cardo, da cui sarebbe derivata per mutazione, pianta di cui si mangiano i capolini e le grandi brattee carnose da cui essi sono avvolti (fam. Composite); la voce a margine è un derivato del sostantivo m.le carciofo(il nome di carciofo lo si deve agli arabi che chiamavano questa pianta kharshuf donde l’italiano carciofo nome che soppiantò decisamente il termine Cinara cardunculo scolimo adattamento del lat. Cynara cardunculus scolymus nome scientifico usato dagli addetti ai lavori (coltivatori ed erboristi);) dalla voce carciofo i napoletani trassero una sorta di diminutivo femminile (cfr. il suff. ola f.le di olus) : carcioffola nome con cui in Campania è chiamato il carciofo che à - come détto - un'infiorescenza a capolino, per lo piú di colore verde tendente al grigio cenere; ci sono anche delle varietà tendenti al violetto. Le brattee, cioè le squame compatte che formano il capolino, possono avere spine oppure no; dicevo dunque che la voce a margine indica in primis un tipico ortaggio, ma con il medesimo nome nell’accezione che ci occupa si indica pure un grosso nastro crespo ed ondulato ai margini, usato come ornamento dalle donne quale supporto di cammei corallini o di altri monili, nastro avvolto concentricamente a spirale per modo che visto dall’alto i margini increspati e diseguali scimmiottino un carciofo non spinoso; ancóra piú furbescamente con la voce a margine si indica una cravatta la cui annodatura sia voluminosa e pletorica;
fettuccia s.f.le
s. f. [pl. -ce]
1 nastro di cotone usato per orli, guarnizioni, rinforzi ecc.
2 cordone, cordoncino;
3 striscia sottile di qualsiasi materiale; in partic., ciascuna delle sottili strisce di barbabietola che risultano dalla trinciatura e da cui si estrae lo zucchero
4 strada rettilinea: ‘a fettuccia ‘e Terracina; voce denominale di fetta( dal lat. volg. *offitta(m), dim. di offa 'focaccia';
fettuccella s. f.le diminutivo del precedente in tutte le accezioni con esclusione della quarta; in una sua quarta accezione la voce a margine indica quel tipo di pasta alimentare di produzione casalinga o industriale che alibi prende il nome di tagliatella;
friso s.m.le
trina,dentello, nastrino, sottile e stretta striscia di tessuto in cotone o seta usata per orlatura dei vestiti femminili o di giacche e gilè maschili; voce dal lat. med. *frisu(m);
fresillo s.m.le
diminutivo del precedente in tutte le accezioni con l’aggiunta di indicare anche il colletto bianco degli abiti sacerdotali;
lagana s.vo f.le originariamente la voce a margine e la successiva che ne è il diminutivo indicano un tipo di pasta alimentare; sono cioè delle fettuccine piú o meno larghe; esse derivano il loro nome dal matterello con il quale si ricavano nella versione domestica all’uovo; in napoletano il matterello è detto laganaturo (che è da un originario greco laganon, latinizzato nel neutro plurale lagana poi inteso femminile.la forma a nastro/nastrino di questa pasta à indotto a dare i medesimi nomi di lagana e laganella al nastro di cotone o seta usato per orli, guarnizioni, rinforzi ecc.;
laganella s.vo f.le diminutivo della voce precedente in tutte le sue accezioni;
nocca e nucchetta s.vi f.li di cui il secondo è diminutivo del primo, nastro annodato a mo’ di fiocco o di farfalla,ma anche nappa (fiocco formato da piú fili di seta, cotone o altro, usato per ornamento in tendaggi, drappi, uniformi militari, paramenti liturgici e sim.); etimologicamente la voce a margine è secondo alcuni da un longobardo knohha, ma trovo piú perseguibile l’idea di chi vi legge un latino nodica, sincopata in nod’ca e poi con assimilazione dc→cc = nocca ;
puntetta s.vo f.le in origine ed in primis ‘a puntetta fu un piccolo rinforzo metallico a forma di mezza luna inchiodato alla punta anteriore o posteriore della suola e dunque della scarpa per proteggere le punte di avanpiede o tacco da eccessive sollecitazioni durante la deambulazione e perciò da probabile veloce logoramento di quella parte della suola. Va da sé che la puntetta, etimologicamente diminutivo di punta che è da un tardo latino puncta(m) deverbale di pungere, non era applicata a scarpa nuova, ma a quella già consunta e logora, nel tentativo di ripristinarne la saldezza iniziale; l’accezione della voce a margine che ci occupa è però un’altra; infatti oltre che piccolo rinforzo metallico a forma di mezza luna inchiodato alle punte della suola, la puntetta fu una piccola nappina multicolore applicata sulla punta della correggia di cuoio delle fruste usate dai cocchieri o barocciai;
sciocco s.vo m.le fiocco, nastro, nodo a forma di farfalla, gala, nappa, coccarda, batuffolo.l’etimo è dal lat. floccu(m) con il tipico passaggio del gruppo latino fl seguíto da vocale al nap. sci (cfr. flu-men→sciummo – flos→sciore – flaccare→sciaccà etc.);
taccaglia s.vo f.le nastro di tessuto scadente,laccio, legaccio di fortuna, con etimo quale deverbale di (at)taccare addizionato del suffisso aglia suche deriva dal lat. -alia, neutro pl. poi inteso f.le, e forma sostantivi che ànno valore collettivo e spesso spregiativo (boscaglia, muraglia; ferraglia, sciucquaglie).
zagarella/ zarella/ziarella s.vi f.li triplice morfologia d’un unico vocabolo che vale1 nastro, fettuccia, legaccio, passamano;
2 Striscia nera o molto scura del mantello del cavallo che percorre per lungo la schiena, detta anche riga di mulo;
estensivamente e per traslato, nella forma ziarella vale 3 cosa da nulla, qualsiasi oggetto di poco pregio
Etimologicamente le voci a margine nella triplice morfologia (la seconda e terza voce son solo delle semplificazioni d’uso popolare della prima voce)sono adattamenti collaterali di zaganella diminutivo di zàgana s.vo f.le che è voce region., di area umbro-laziale, dove indica una sottile treccia di lana o di seta per rifinitura di abiti femminili;quanto all’etimo di questa zàgana da cui àn preso derivazione zaganella nonché le voci in esame che – ripeto – ne son collaterali, atteso che zàgana è voce affine a sagola di cui pare addirittura un metaplasmo regionale, si può sospettare un adattamento della voce portoghese soga (fune, corda) secondo il percorso soga→sogana →sagana→zagana sempre che la voce zàgana non sia un adattamento dell’arabo zahara ( chiaro,splendente) poi che in origine la zàgana (nastro, fettuccia) fu esclusivamente bianco usato per agghindare il capo delle fanciulle in abito bianco da prima comunione.
In coda a queste voci rammento che il venditore al minuto delle merci or ora elencate, nonché di aghi, filo, bottoni ed altri accessori per il cucito, è in napoletano alternativamente, ma con precisione
galantario/galantarario s.vi m.li di cui il secondo è una forma espansa (mediante l’epentesi di una sillaba espressiva ra del primo) venditore di trine, gale, merletti , pizzi, dentelli,e tutti gli altri manufatti da ornamento purché eleganti, raffinati o ricercati; etimologicamente la voce deriva dal francese galant part. pres. dell'ant. galer 'divertirsi' seguito dal suffisso ario suffisso corrispondente al lat. -arius, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano, che stabiliscono una relazione, indicano nomi collettivi, nomi di mestiere ecc.;
zagarellaro/zarellaro s.vi m.li di cui il secondo è una forma semplificata del primo, per sincope della sillaba ga in questo caso si tratta di un venditore al minuto, anche girovago di aghi, filo, spille, bottoni ed altri accessori per il cucito, nonché di trine, gale, merletti , pizzi, dentelli,e tutti gli altri manufatti da ornamento purché di confezione ordinaria,e non esattamente eleganti, raffinati o ricercati; Come abbiamo visto il napoletano, al solito piú circostanziato e puntuale dell’italiano, à due voci che identificano il venditore di nstri ed affini, l’italiano invece à solo un generico
merciaio o tuttalpiú un disusato e troppo letterario merciaiuolo/iolo; sia l’uno che l’altro indicano genericamente chi venda al minuto articoli di merceria (filo, aghi, fettucce, bottoni, ganci, fermagli) usati per lavori di cucito senza por mente alla qualità dei prodotti venduti approssimativamente détti merce
(dal lat. merce(m)) vocabolo da cui deriva merciaio con l’aggiunta del suffisso aio suffisso che continua il lat. -arius; compare in sostantivi, derivati dal latino o formati in italiano, che indicano mestiere (orologiaio) oppure luogo, ambiente pieno di qualcosa o destinato a contenere o accogliere qualcosa (letamaio, bagagliaio); ugualmente da merce deriva merciaiuolo con l’aggiunta del suffisso aiuolo/iolo suffisso costituito per accumulo dei suff. -aio e -olo, presente in sostantivi indicanti chi esercita un mestiere (legnaiuolo/legnaiolo, vignaiuolo/vignaiolo) o chi à inclinazione per qualcosa (donnaiuolo/donnaiolo, forcaiolo), oppure in aggettivi che stabiliscono una relazione di tempo o di luogo (marzaiolo, prataiolo). Giunto qui potrei anche far punto fermo,facendo contenti i meno pazienti dei miei ventiquattro lettori, ma colgo l’occasione per illustrare rapidamente l’espressione alice ‘e matenata che ò usato al principio di queste paginette; al proposito dirò che
Alice s.f. in primis è un termine di pertinenza ittica usato per indicare un tipico pesce di mare, noto anche col nome di acciuga,sardella,sardina comune nel Mediterraneo e lungo le coste europee dell'Atlantico, con corpo affusolato, dorso azzurro/verdognolo e ventre argenteo (ord. Clupeiformi); si conserva sotto sale o sott'olio e viene impiegato per intingoli e salse; figuratamente persona magrissima; voce derivata dal lat. (h)allìce(m) 'salsa di pesce'; nel napoletano con la locuzione alice ‘e matenata= alice di mattino si indicò (tardo ‘800) le giovani ed eleganti adescatrici che solevano sostare sin dalle prime ore del giorno, nelle piú frequentate strade cittadine agghindate di tutto punto, allo scopo di irretire… clienti; proprio il fatto che tali giovani prostitute fossero molto eleganti ed agghindate ed indossassero abiti con pizzi, nastri e merletti e spesso stringessero nella mano un ombrellino parasole, meritò loro l’alternativo nome di ‘mbrellino ‘e seta= ombrellino di seta.
E con questo penso d’avere esaurito l’argomento e d’avere contentato l’amico L.P. ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale
venerdì 28 maggio 2010
MEZZANO, RUFFIANO & dintorni
MEZZANO, RUFFIANO & dintorni
Anche questa volta faccio sèguito ad un quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di privatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi delle voci italiane in epigrafe, di altri eventuali sinonimi, voci collegate e delle corrispondenti voci del napoletano.
Entro súbito in medias res cominciando con
Mezzano/a agg.vo e s.vo m.le o f.le;
1)come aggettivo indica ciò che è in mezzo, di mezzo; che occupa un posto intermedio in una gradazione: statura, età, grandezza mezzana; figlio, fratello mezzano, di età intermedia tra il maggiore e il minore;
2)come sostantivo (ed è di questo che mi à chiesto l’amico N.C) indica
1 intermediario, mediatore
2 chi favorisce illeciti amori; la voce è dal lat. medianu(m), deriv. di medius 'mezzo';
il sinonimo di questa voce nell’accezione sub 2 è la voce che segue:
ruffiano/a s.vo m.le o f.le
1 mezzano dei proibiti amori altrui.
2 (estens.) chi aiuta altri in un intrigo
3 persona che ricorre all'adulazione e ostenta modi servili per ottenere il favore altrui; la voce (che – con tutta probabilità - è pervenuta nell’italiano partendo dal napoletano come si evince dal tipico raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f)) è dal lat. volg. *rufianu(m) 'dai capelli rossi', o vestito di rosso , derivato – come ò détto - con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f) da rufus 'rosso' addizionato del suff. anu(s) suffisso di aggettivi, spesso anche sostantivati, derivati dal latino o formati direttamente in italiano, che indicano pertinenza per tipologia, appartenenza a nazione, città, gruppo, partito oppure mestiere, classe, categoria e similari.
Ciò détto aggiungerò che per estensione le voci esaminate vengon rese anche con
intrigante, agg.vo m.le e f.le
1 che à l'abitudine di tramare imbrogli per ottenere qualcosa; che si impiccia degli affari altrui: un avvocato intrigante; una persona pettegola e intrigante
2 (figuratamente) che incuriosisce, attira, cattura l'attenzione; accattivante;
usato anche come s.vo m.le e f.le vale
persona intrigante: essere un intrigante; comportarsi da intrigante
la voce è il part. pres. di intrigare v. tr.
1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) turbare, imbarazzare:
3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore; come v. intr. vale darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina;
quanto all’etimo intrigare è una variante di intricare (dal lat. intricare, comp. di in illativo ed un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli'; variante di origine sett. (per l'occlusiva velare sonora g al posto della occlusiva velare sorda c); nel sign. 3 si avverte l’influsso del fr. intriguer;
sempre per estensione le voci esaminate vengon rese anche con
intrallazzatore/trice agg.vo e s.vo m.le o f.le
1 che, chi fa intrallazzi, scambi illeciti di beni o di favori,intrighi, imbrogli; voce denominale di intrallazzo dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio';
andiamo oltre e diciamo che tutte le voci prese in condirezione si ritrovano anche in senso spregiativo come manutengolo, o paraninfo, mentre estensivamente ed in senso grandemente spregiativo si ànno lenone, magnaccia e gergalmente pappone; esaminiamo le singole voci:
manutengolo/a s.vo m.le o f.le
In primis Chi tiene mano a malviventi, aiutandoli in azioni illecite o delittuose senza avervi parte determinante.
Per estensione, chi favoreggia altri nel compimento di attività o imprese giudicate comunque condannabili moralmente o idealmente;
ma anche (come nell’accezione che ci occupa) mezzano, ruffiano; etimologicamente derivazione semidotta della locuz.manu tenere= tener mano.
Paraninfo/a s.vo m.le o f.le
1 nell'antica Grecia, colui che conduceva la sposa in casa del marito; pronubo
2 (estens.) chi combina matrimoni;
anche (ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano.
Voce dal lat. tardo paranymphu(m), dal gr. paránymphos, comp. di para(primo elemento di parole composte di origine greca o di formazione moderna, dal gr. pará 'presso, accanto, oltre'; può indicare (come nel caso che ci occupa) vicinanza, oppure somiglianza, affinità o deviazione, alterazione, contrapposizione (paramilitare, paranormale); in chimica compare nei composti derivati dal benzene per sostituzione di due atomi di idrogeno dell'anello benzenico quando gli atomi sostituiti sono distanziati fra loro da altri due) e ny/mphí 'sposa';
lenone, s.vo m.le e solo maschile; non è attestato un corrispondente femminile
1 nell'antichità romana, mercante di schiave
2 (lett.) favoreggiatore, sfruttatore della prostituzione; ruffiano, mezzano. Voce dal lat. lenone(m) 'mercante di schiave';
magnaccia s.vo m.le invar. e solo maschile; non è attestato un femminile; ed è voce essenzialmente dei linguaggi regionali centro-meridionali; sfruttatore di prostitute (estens.) uomo che vive alle spalle di una donna. Voce deriv. dal romanesco magnà 'mangiare' con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle;
pappone s.vo m.le e quasi esclusivamente maschile benché sia attestato il f.le pappona:
1 (fam.) persona ingorda; mangione
2 ( quale voce gergale) sfruttatore di prostitute; Voce deriv. dal romanesco pappare ' verbo scherzoso che vale mangiare con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle.
Esaurite le voci dell’italiano, passiamo ora al napoletano dove abbiamo:
caicco s.vo m.le e solo maschile; non è attestato un femminile
in primis indica un’imbarcazione piccola, leggera ed armata;
per traslato persona che si intromette, spesso con violenza, in affari poco leciti; semanticamente il significato traslato è da collegarsi alla morfologia dell’imbarcazione che piccola, leggera ed armate facilmente e rapidamente si insinua dove sia necessario operare; cosí con non diversa facilità e rapidità la persona che prende il nome a margine, riesce ad insinuarsi in affari poco puliti; etimologicamente la voce deriva dal turco kayik = imbarcazione piccola, leggera ed armata;
portapullaste s.vo m.le e f.le indeclinabile
ruffiano, mediatore fra innamorati, procacciatore di matrimoni; interessantissima l’etimologia del sostantivo ricavato con traduzione pedissequa dell’espressione francese porte-poulet (portapolletto) ma che in realtà non si riferiva a qualcuno che realmente portasse dei polli, bensí a chi favorisse,recandoli, lo scambio di bigliettini amorosi tra gli innamorati; la particolare piegatura dei foglietti li faceva assomigliare a dei piccoli polli con le alucce donde il nome spiritoso di poulet (polletto) ed ovviamente chi recava quei bigliettini fu détto porte-poulet (portapolletto); da rammentare che originariamente tale scambio di bigliettini amorosi avveniva tra innamorati della medio-alta borghesia partenopea avvezza alla lingua francese usata anche nella corte per cui il mediatore fra innamorati, piú che esser détto semplicemente portabigliettini, fu détto alla francese porte-poulet; quando poi la medesima abitudine passò tra gli innamorati del popolo che non avevano dimestichezza con la lingua d’oltralpe, ma solo con l’idioma partenopeo ecco che porte-poulet (portapolletto)diventò portapullaste restando acquisito come sostantivo per indicare il mezzano, il ruffiano etc. e venne usato nell’espressione tipica Fà ‘o portapullaste.
Ad litteram: fare il porta pollastri Id est: agire da mezzano, da ruffiano che rechi messaggi alternativamente
all’ amoroso o all’amorosa; per traslato fare il propalatore di notizie, per il solo gusto di portarle in giro senza neppure riceverne alcun sia pure piccolo vantaggio quale ad es. una mancia che si è soliti dare ad un garzone di macellaio che rechi effettivamente dei polli acquistati e non bigliettini amorosi.
Ruffiano/a s.vo m.le o f.le di questo s.vo ò già détto precedentemente; qui aggiungo solo che un tempo la suddetta funzione di
intermediario, mediatore, ma di quelli onesti e non di quelli illeciti amori tra giovani coppie borghesi o piú spesso popolane, la funzione di procacciatore di matrimoni, era svolta da taluni canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano, compensati con una piccola offerta, a queste mansioni e poiché costoro indossavano delle calze tassativamente rosse ecco che la parola ruffiano che aveva un suo aspetto negativo atteso che – come ò détto – costui spesso era un mezzano di amori illeciti e/o proibiti ed estensivamente addirittura un intrallazzatore, ecco che con riguardo ai canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano a far da intermediarî, mediatori, procacciatori di matrimoni, si dismise l’uso della voce ruffiano e si coniarono le semplici cauzerosse cauzetterosse (calze rosse) con evidente riferimento a quelle indossate dai canonaci/confessori del duomo napoletano.
Ricuttaro/a s.vo m.le o f.le Con il s.vo a margine che solo iperbolicamente rientra tra i sinonimi delle voci in epigrafe, si rende in napoletano il termine lenone dell’italiano. Al proposito dirò che a Napoli da sempre il lenocinio è praticato da piccoli furfantelli e/o camorristi, uomini o donne. Temporibus illis,cioè a fine '800 i piccoli furfanti ed i camorristi venivano arrestati e finivano sotto processo durante il quale dovevano esser difesi da avvocati che,qualora non fossero affiliati alla camorra, volevano esser pagati. A mettere insieme i fondi necessarî provvedevano i compagni dei detenuti che procedevano ad una questua piú o meno vessatoria tra piccoli commercianti e bottegai sia adiacenti al Tribunale, sia operanti nel rione d’origine del/dei furfante/i sotto processo. Tale questua finalizzata era detta 'a recoveta (la raccolta) da recoveta a recotta il passo è breve e da recotta a ricuttaro è ancora piú breve;successivamente con il termine ricuttare si indicarono non soltanto i questuanti suddetti, ma piú segnatamente i lenoni,i ruffiani,i protettori,i prosseneti etc. che spessissimo traevano origine appunto dalle schiere di quei camorristi questuanti.
rucco-rucco s.vo m.le e solo m.le; non è attastato un corrispondente femminile mezzano, ruffiano, paraninfo
e per estensione furbesca anche prosseneta, protettore, lenone, pappone; il s.vo è dato dalla reiterazione d’una voce onomatopeica (rucc→rucco, ma talora, sia pure con poca precisione anche rucche donde rucche-rucche) riproducente il tubare dei colombi nel periodo degli amori; poiché il mezzano, il ruffiano,il paraninfo nello svolgere il suo compito di mediatore o intermediaro (che tende a persuadere solitamente una donna ad accettare gli approcci d’un uomo) è solito tenere un atteggiamento di estrema prossimità fisica con il soggetto da convincere, parlandogli sommessamente e fittamente tale atteggiamento è molto simile a quello che tengono i colombi quando amoreggiano donde il rucc→rucco dei colombi se ne è tratto la voce a margine.
Ed a questo punto sarebbero esaurite le voci che strictu sensu ripeterebbero quelle dell’italiano e dell’epigrafe e potrei far punto fermo, ma nel napoletano esistono numerose altre voci partenopee di cui mette conto dire perché ripetono ad un dipresso quelle dell’italiano di cui mi sono occupato parlandone per estensione; esse sono:
accordamessere s.vo m.le e f.le letteralmente chi accorda o compone rapporti interpersonali e dunque intermediario/a, mediatore/trice ed in senso esteso anche lenone, prosseneta, ruffiano, mezzano, paraninfo; la voce deriva dall’agglutinazione della voce verbale accorda con il s.vo messere; accorda è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito accurdà =accordare, comporre rapporti, mettere d'accordo, conciliare dal lat. mediev. *accordare 'conciliare', deriv. del lat. cor - cordis 'cuore', sul modello di concordare; messere è un s.vo m.le = signore; voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che si ritrova anche nel significato canzonatorio di stupido, sciocco e credulone in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto di per sé etimologicamente sta per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore e nella voce in esame à un significato piú generico stando ad indicare qualsiasi soggetto maschile messo d’accordo, conciliato con un soggetto dell’altro sesso dall’opera compositiva, persuasiva del/della intermediario/a, mediatore/trice ;
custiunante, s.vo m.le f.le intermediario/a, mediatore/trice di affari illeciti con comportamenti implicanti dispute e diverbi;etimologicamente è una voce verbale (participio pr. dell’infinito custiunà=questionare); a sua volta custiunà è un denominale di custione che è dal lat. quaestione(m), deriv. di quaerere 'domandare, interrogare'; tipica ed interessante nel napoletano il passaggio della consonante (q) alla l'occlusiva velare sorda(c).
facenniere/facennèra s.vo m.le o f.le mestatore, intrigante, intrallazzatore, traffichino, voce denominale attraverso il suff. di competenza iére (per il m.le) ed èra (per il f.le) voce denominale di facenna dal lat. facienda→facenna 'cose da farsi', propr. neutro pl. di faciendus, gerund. di facere 'fare'.
mettennante s.vo m.le e f.le intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a avvezzo/a a proporre, consigliare, suggerire soprattutto donne di cui è solito esporre, porre innanzi le qualità migliori vere o presunte; la voce deriva dall’agglutinazione della voce verbale mette con l’avverbio annante=avanti; mette è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito mettere =,porre, disporre, collocare, mettere dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere' annante è dal lat. tardo abante, comp. di ab 'da' e ante 'prima';
mmezzejapiccerille s.vo m.le e f.le di per sé in primis chi istiga ed aizza bambini invogliandoli ad azioni malevoli e dunque intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a infido, infedele, perfido, sleale; anche questa voce deriva da una agglutinazione, quella della voce verbale mmezzeja con il s.vo pl.piccerille;mmezzeja è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere all’errore e per estensione spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+*malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium(errore, colpa, irregolarità) richiamato dalla prima e la supposta malitia (malizia, astuzia, furberia) della seconda; piccerille è un s.vo m.le pl. di piccerillo = bambino, piccino, ragazzino etimologicamente è voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk (donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso rillo(m.le)/rella(f.le) (cfr.piccerillo/piccerella) o altrove reniello/renella (piccereniello/piccerenella);
‘mpecajuolo/’mpecajola, s.vo m.le o f.le mediatore/trice intrigante e traffichino/a importuno/a e fastidioso/a infido/a, infedele, perfido/a, sleale che non lesina pur di pervenire al suo scopo di litigare; la voce è un denominale di‘mpeca s.vo f.le che connota un bisticcio futile, una faccenda importuna e fastidiosa, destinata però a risolversi in fretta; etimologicamente tale parola è da collegarsi ad un ant. tedesco biga (= lite) cui è anteposto un in→’m illativo;alla parola è unito il suffisso di pertinenza juolo/iola derivati del lat. olu(s)/ola;
‘mpechiero/‘mpechera, s.vo m.le o f.le sono parole antiche, ma non desuete che come altre erano in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza ed ancóra oggi mi capita di ascoltare talvolta sulla bocca di amici o meglio di amiche riferita ad uomo,o piú spesso una donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita ad. es. per la n di nc’è per c’è.
’ndrammera/’ntrammera, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che un corrispondente maschile ’ndrammiero/’ntrammiero,oppure ‘ntrammettiere= uomo ,volgare, intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ed abbondantemente desueta; letteralmente valse: donna pettegola ed intrigante, inframmettente, linguacciuta, che tesse trame; etimologicamente delle due grafie riportate la seconda (ntrammera) appare quella piú esatta e con ogni probabilità originaria atteso che risulta formata da una consonante eufonica n protetica del s.vo trama (con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale m) e con il suffisso di pertinenza èra; l’altra grafia (ndrammera) è palesemente ricavata dalla originaria ntrammera attraverso la sostituzione della consonante occlusiva dentale sorda t con la piú dolce consonante occlusiva dentale sonora d;
percacciante agg.vo ed anche s.vo m.le e f.le procacciatore/trice, mestatore/trice, intrallazzatore/trice, traffichino/a, mediatore/trice ambiguo/a, ipocrita, sleale;
etimologicamente la voce è il part. pres. del verbo percaccià = procacciare, procurare, produrre, determinare, arrecare etc.; percaccià è marcato sul fr. pourchasser e sul prov. percasar che si ritrovano anche nel siciliano e calabrese pircacciari.
sanzaro/a s.vo m.le o f.le
di per sé in napoletano, con la voce a margine si intende il sensale, il mediatore, l’intermediario, spec. per la compravendita di immobili o di prodotti agricoli e di bestiame. in senso estensivo chi combina matrimoni; oppure (ancóra in senso estensivo e furbesco)ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano. La voce napoletana deriva dall’arabo simsâr→sinsâr→sansâr→sanzaro.
Non mi pare ci siano altri vocaboli napoletani che strictu sensu o in maniera estensiva traducano quelli in epigrafe; per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontento l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.
Raffaele Bracale
Anche questa volta faccio sèguito ad un quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di privatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi delle voci italiane in epigrafe, di altri eventuali sinonimi, voci collegate e delle corrispondenti voci del napoletano.
Entro súbito in medias res cominciando con
Mezzano/a agg.vo e s.vo m.le o f.le;
1)come aggettivo indica ciò che è in mezzo, di mezzo; che occupa un posto intermedio in una gradazione: statura, età, grandezza mezzana; figlio, fratello mezzano, di età intermedia tra il maggiore e il minore;
2)come sostantivo (ed è di questo che mi à chiesto l’amico N.C) indica
1 intermediario, mediatore
2 chi favorisce illeciti amori; la voce è dal lat. medianu(m), deriv. di medius 'mezzo';
il sinonimo di questa voce nell’accezione sub 2 è la voce che segue:
ruffiano/a s.vo m.le o f.le
1 mezzano dei proibiti amori altrui.
2 (estens.) chi aiuta altri in un intrigo
3 persona che ricorre all'adulazione e ostenta modi servili per ottenere il favore altrui; la voce (che – con tutta probabilità - è pervenuta nell’italiano partendo dal napoletano come si evince dal tipico raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f)) è dal lat. volg. *rufianu(m) 'dai capelli rossi', o vestito di rosso , derivato – come ò détto - con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f) da rufus 'rosso' addizionato del suff. anu(s) suffisso di aggettivi, spesso anche sostantivati, derivati dal latino o formati direttamente in italiano, che indicano pertinenza per tipologia, appartenenza a nazione, città, gruppo, partito oppure mestiere, classe, categoria e similari.
Ciò détto aggiungerò che per estensione le voci esaminate vengon rese anche con
intrigante, agg.vo m.le e f.le
1 che à l'abitudine di tramare imbrogli per ottenere qualcosa; che si impiccia degli affari altrui: un avvocato intrigante; una persona pettegola e intrigante
2 (figuratamente) che incuriosisce, attira, cattura l'attenzione; accattivante;
usato anche come s.vo m.le e f.le vale
persona intrigante: essere un intrigante; comportarsi da intrigante
la voce è il part. pres. di intrigare v. tr.
1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) turbare, imbarazzare:
3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore; come v. intr. vale darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina;
quanto all’etimo intrigare è una variante di intricare (dal lat. intricare, comp. di in illativo ed un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli'; variante di origine sett. (per l'occlusiva velare sonora g al posto della occlusiva velare sorda c); nel sign. 3 si avverte l’influsso del fr. intriguer;
sempre per estensione le voci esaminate vengon rese anche con
intrallazzatore/trice agg.vo e s.vo m.le o f.le
1 che, chi fa intrallazzi, scambi illeciti di beni o di favori,intrighi, imbrogli; voce denominale di intrallazzo dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio';
andiamo oltre e diciamo che tutte le voci prese in condirezione si ritrovano anche in senso spregiativo come manutengolo, o paraninfo, mentre estensivamente ed in senso grandemente spregiativo si ànno lenone, magnaccia e gergalmente pappone; esaminiamo le singole voci:
manutengolo/a s.vo m.le o f.le
In primis Chi tiene mano a malviventi, aiutandoli in azioni illecite o delittuose senza avervi parte determinante.
Per estensione, chi favoreggia altri nel compimento di attività o imprese giudicate comunque condannabili moralmente o idealmente;
ma anche (come nell’accezione che ci occupa) mezzano, ruffiano; etimologicamente derivazione semidotta della locuz.manu tenere= tener mano.
Paraninfo/a s.vo m.le o f.le
1 nell'antica Grecia, colui che conduceva la sposa in casa del marito; pronubo
2 (estens.) chi combina matrimoni;
anche (ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano.
Voce dal lat. tardo paranymphu(m), dal gr. paránymphos, comp. di para(primo elemento di parole composte di origine greca o di formazione moderna, dal gr. pará 'presso, accanto, oltre'; può indicare (come nel caso che ci occupa) vicinanza, oppure somiglianza, affinità o deviazione, alterazione, contrapposizione (paramilitare, paranormale); in chimica compare nei composti derivati dal benzene per sostituzione di due atomi di idrogeno dell'anello benzenico quando gli atomi sostituiti sono distanziati fra loro da altri due) e ny/mphí 'sposa';
lenone, s.vo m.le e solo maschile; non è attestato un corrispondente femminile
1 nell'antichità romana, mercante di schiave
2 (lett.) favoreggiatore, sfruttatore della prostituzione; ruffiano, mezzano. Voce dal lat. lenone(m) 'mercante di schiave';
magnaccia s.vo m.le invar. e solo maschile; non è attestato un femminile; ed è voce essenzialmente dei linguaggi regionali centro-meridionali; sfruttatore di prostitute (estens.) uomo che vive alle spalle di una donna. Voce deriv. dal romanesco magnà 'mangiare' con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle;
pappone s.vo m.le e quasi esclusivamente maschile benché sia attestato il f.le pappona:
1 (fam.) persona ingorda; mangione
2 ( quale voce gergale) sfruttatore di prostitute; Voce deriv. dal romanesco pappare ' verbo scherzoso che vale mangiare con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle.
Esaurite le voci dell’italiano, passiamo ora al napoletano dove abbiamo:
caicco s.vo m.le e solo maschile; non è attestato un femminile
in primis indica un’imbarcazione piccola, leggera ed armata;
per traslato persona che si intromette, spesso con violenza, in affari poco leciti; semanticamente il significato traslato è da collegarsi alla morfologia dell’imbarcazione che piccola, leggera ed armate facilmente e rapidamente si insinua dove sia necessario operare; cosí con non diversa facilità e rapidità la persona che prende il nome a margine, riesce ad insinuarsi in affari poco puliti; etimologicamente la voce deriva dal turco kayik = imbarcazione piccola, leggera ed armata;
portapullaste s.vo m.le e f.le indeclinabile
ruffiano, mediatore fra innamorati, procacciatore di matrimoni; interessantissima l’etimologia del sostantivo ricavato con traduzione pedissequa dell’espressione francese porte-poulet (portapolletto) ma che in realtà non si riferiva a qualcuno che realmente portasse dei polli, bensí a chi favorisse,recandoli, lo scambio di bigliettini amorosi tra gli innamorati; la particolare piegatura dei foglietti li faceva assomigliare a dei piccoli polli con le alucce donde il nome spiritoso di poulet (polletto) ed ovviamente chi recava quei bigliettini fu détto porte-poulet (portapolletto); da rammentare che originariamente tale scambio di bigliettini amorosi avveniva tra innamorati della medio-alta borghesia partenopea avvezza alla lingua francese usata anche nella corte per cui il mediatore fra innamorati, piú che esser détto semplicemente portabigliettini, fu détto alla francese porte-poulet; quando poi la medesima abitudine passò tra gli innamorati del popolo che non avevano dimestichezza con la lingua d’oltralpe, ma solo con l’idioma partenopeo ecco che porte-poulet (portapolletto)diventò portapullaste restando acquisito come sostantivo per indicare il mezzano, il ruffiano etc. e venne usato nell’espressione tipica Fà ‘o portapullaste.
Ad litteram: fare il porta pollastri Id est: agire da mezzano, da ruffiano che rechi messaggi alternativamente
all’ amoroso o all’amorosa; per traslato fare il propalatore di notizie, per il solo gusto di portarle in giro senza neppure riceverne alcun sia pure piccolo vantaggio quale ad es. una mancia che si è soliti dare ad un garzone di macellaio che rechi effettivamente dei polli acquistati e non bigliettini amorosi.
Ruffiano/a s.vo m.le o f.le di questo s.vo ò già détto precedentemente; qui aggiungo solo che un tempo la suddetta funzione di
intermediario, mediatore, ma di quelli onesti e non di quelli illeciti amori tra giovani coppie borghesi o piú spesso popolane, la funzione di procacciatore di matrimoni, era svolta da taluni canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano, compensati con una piccola offerta, a queste mansioni e poiché costoro indossavano delle calze tassativamente rosse ecco che la parola ruffiano che aveva un suo aspetto negativo atteso che – come ò détto – costui spesso era un mezzano di amori illeciti e/o proibiti ed estensivamente addirittura un intrallazzatore, ecco che con riguardo ai canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano a far da intermediarî, mediatori, procacciatori di matrimoni, si dismise l’uso della voce ruffiano e si coniarono le semplici cauzerosse cauzetterosse (calze rosse) con evidente riferimento a quelle indossate dai canonaci/confessori del duomo napoletano.
Ricuttaro/a s.vo m.le o f.le Con il s.vo a margine che solo iperbolicamente rientra tra i sinonimi delle voci in epigrafe, si rende in napoletano il termine lenone dell’italiano. Al proposito dirò che a Napoli da sempre il lenocinio è praticato da piccoli furfantelli e/o camorristi, uomini o donne. Temporibus illis,cioè a fine '800 i piccoli furfanti ed i camorristi venivano arrestati e finivano sotto processo durante il quale dovevano esser difesi da avvocati che,qualora non fossero affiliati alla camorra, volevano esser pagati. A mettere insieme i fondi necessarî provvedevano i compagni dei detenuti che procedevano ad una questua piú o meno vessatoria tra piccoli commercianti e bottegai sia adiacenti al Tribunale, sia operanti nel rione d’origine del/dei furfante/i sotto processo. Tale questua finalizzata era detta 'a recoveta (la raccolta) da recoveta a recotta il passo è breve e da recotta a ricuttaro è ancora piú breve;successivamente con il termine ricuttare si indicarono non soltanto i questuanti suddetti, ma piú segnatamente i lenoni,i ruffiani,i protettori,i prosseneti etc. che spessissimo traevano origine appunto dalle schiere di quei camorristi questuanti.
rucco-rucco s.vo m.le e solo m.le; non è attastato un corrispondente femminile mezzano, ruffiano, paraninfo
e per estensione furbesca anche prosseneta, protettore, lenone, pappone; il s.vo è dato dalla reiterazione d’una voce onomatopeica (rucc→rucco, ma talora, sia pure con poca precisione anche rucche donde rucche-rucche) riproducente il tubare dei colombi nel periodo degli amori; poiché il mezzano, il ruffiano,il paraninfo nello svolgere il suo compito di mediatore o intermediaro (che tende a persuadere solitamente una donna ad accettare gli approcci d’un uomo) è solito tenere un atteggiamento di estrema prossimità fisica con il soggetto da convincere, parlandogli sommessamente e fittamente tale atteggiamento è molto simile a quello che tengono i colombi quando amoreggiano donde il rucc→rucco dei colombi se ne è tratto la voce a margine.
Ed a questo punto sarebbero esaurite le voci che strictu sensu ripeterebbero quelle dell’italiano e dell’epigrafe e potrei far punto fermo, ma nel napoletano esistono numerose altre voci partenopee di cui mette conto dire perché ripetono ad un dipresso quelle dell’italiano di cui mi sono occupato parlandone per estensione; esse sono:
accordamessere s.vo m.le e f.le letteralmente chi accorda o compone rapporti interpersonali e dunque intermediario/a, mediatore/trice ed in senso esteso anche lenone, prosseneta, ruffiano, mezzano, paraninfo; la voce deriva dall’agglutinazione della voce verbale accorda con il s.vo messere; accorda è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito accurdà =accordare, comporre rapporti, mettere d'accordo, conciliare dal lat. mediev. *accordare 'conciliare', deriv. del lat. cor - cordis 'cuore', sul modello di concordare; messere è un s.vo m.le = signore; voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che si ritrova anche nel significato canzonatorio di stupido, sciocco e credulone in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto di per sé etimologicamente sta per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore e nella voce in esame à un significato piú generico stando ad indicare qualsiasi soggetto maschile messo d’accordo, conciliato con un soggetto dell’altro sesso dall’opera compositiva, persuasiva del/della intermediario/a, mediatore/trice ;
custiunante, s.vo m.le f.le intermediario/a, mediatore/trice di affari illeciti con comportamenti implicanti dispute e diverbi;etimologicamente è una voce verbale (participio pr. dell’infinito custiunà=questionare); a sua volta custiunà è un denominale di custione che è dal lat. quaestione(m), deriv. di quaerere 'domandare, interrogare'; tipica ed interessante nel napoletano il passaggio della consonante (q) alla l'occlusiva velare sorda(c).
facenniere/facennèra s.vo m.le o f.le mestatore, intrigante, intrallazzatore, traffichino, voce denominale attraverso il suff. di competenza iére (per il m.le) ed èra (per il f.le) voce denominale di facenna dal lat. facienda→facenna 'cose da farsi', propr. neutro pl. di faciendus, gerund. di facere 'fare'.
mettennante s.vo m.le e f.le intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a avvezzo/a a proporre, consigliare, suggerire soprattutto donne di cui è solito esporre, porre innanzi le qualità migliori vere o presunte; la voce deriva dall’agglutinazione della voce verbale mette con l’avverbio annante=avanti; mette è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito mettere =,porre, disporre, collocare, mettere dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere' annante è dal lat. tardo abante, comp. di ab 'da' e ante 'prima';
mmezzejapiccerille s.vo m.le e f.le di per sé in primis chi istiga ed aizza bambini invogliandoli ad azioni malevoli e dunque intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a infido, infedele, perfido, sleale; anche questa voce deriva da una agglutinazione, quella della voce verbale mmezzeja con il s.vo pl.piccerille;mmezzeja è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere all’errore e per estensione spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+*malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium(errore, colpa, irregolarità) richiamato dalla prima e la supposta malitia (malizia, astuzia, furberia) della seconda; piccerille è un s.vo m.le pl. di piccerillo = bambino, piccino, ragazzino etimologicamente è voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk (donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso rillo(m.le)/rella(f.le) (cfr.piccerillo/piccerella) o altrove reniello/renella (piccereniello/piccerenella);
‘mpecajuolo/’mpecajola, s.vo m.le o f.le mediatore/trice intrigante e traffichino/a importuno/a e fastidioso/a infido/a, infedele, perfido/a, sleale che non lesina pur di pervenire al suo scopo di litigare; la voce è un denominale di‘mpeca s.vo f.le che connota un bisticcio futile, una faccenda importuna e fastidiosa, destinata però a risolversi in fretta; etimologicamente tale parola è da collegarsi ad un ant. tedesco biga (= lite) cui è anteposto un in→’m illativo;alla parola è unito il suffisso di pertinenza juolo/iola derivati del lat. olu(s)/ola;
‘mpechiero/‘mpechera, s.vo m.le o f.le sono parole antiche, ma non desuete che come altre erano in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza ed ancóra oggi mi capita di ascoltare talvolta sulla bocca di amici o meglio di amiche riferita ad uomo,o piú spesso una donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita ad. es. per la n di nc’è per c’è.
’ndrammera/’ntrammera, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che un corrispondente maschile ’ndrammiero/’ntrammiero,oppure ‘ntrammettiere= uomo ,volgare, intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ed abbondantemente desueta; letteralmente valse: donna pettegola ed intrigante, inframmettente, linguacciuta, che tesse trame; etimologicamente delle due grafie riportate la seconda (ntrammera) appare quella piú esatta e con ogni probabilità originaria atteso che risulta formata da una consonante eufonica n protetica del s.vo trama (con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale m) e con il suffisso di pertinenza èra; l’altra grafia (ndrammera) è palesemente ricavata dalla originaria ntrammera attraverso la sostituzione della consonante occlusiva dentale sorda t con la piú dolce consonante occlusiva dentale sonora d;
percacciante agg.vo ed anche s.vo m.le e f.le procacciatore/trice, mestatore/trice, intrallazzatore/trice, traffichino/a, mediatore/trice ambiguo/a, ipocrita, sleale;
etimologicamente la voce è il part. pres. del verbo percaccià = procacciare, procurare, produrre, determinare, arrecare etc.; percaccià è marcato sul fr. pourchasser e sul prov. percasar che si ritrovano anche nel siciliano e calabrese pircacciari.
sanzaro/a s.vo m.le o f.le
di per sé in napoletano, con la voce a margine si intende il sensale, il mediatore, l’intermediario, spec. per la compravendita di immobili o di prodotti agricoli e di bestiame. in senso estensivo chi combina matrimoni; oppure (ancóra in senso estensivo e furbesco)ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano. La voce napoletana deriva dall’arabo simsâr→sinsâr→sansâr→sanzaro.
Non mi pare ci siano altri vocaboli napoletani che strictu sensu o in maniera estensiva traducano quelli in epigrafe; per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontento l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est.
Raffaele Bracale
giovedì 27 maggio 2010
CAVATAPPI & dintorni
CAVATAPPI &dintorni
Vorrei parlare di quell’utensile munito di una punta a spirale con cui si estraggono i tappi di sughero (e oggi anche di silicone) da bottiglie o fiaschi: in lingua italiana viene detto alternativamente cavatappi oppure cavaturaccioli, mentre in napoletano il medesimo oggetto è chiamato tirabbusciò/tirabusciò. Vorrei esaminare le tre voci riportate: cavatappi, cavaturaccioli, tirabbusciò/tirabusciò cominciando col dire che le due voci dell’italiano sono molto meno precise della voce napoletana. Infatti sia cavatappi che cavaturaccioli sono sostantivi formati agglutinando una volta il sostantivo tappi (plurale di tappo, dal francone tappo), e l’altra il sostantivo turaccioli (plurale di turacciolo, derivazione di turare, dal latino volgare turare), con la voce verbale cava (terza persona singolare dell’infinito cavare che à l’etimo nel latino cavare «render cavo», derivato di cavus «cavo»). Cavare à appunto il significato primo di scavare, fare una buca in profondità e poi, con gratuiti ampliamenti semantici: levarsi, togliersi di dosso qualcosa (cavarsi il cappello, cavarsi un capriccio, una voglia, soddisfarli, cavarsi la fame, mangiare a sazietà, cavarsela, superare piú o meno brillantemente una situazione difficile), ricavare, ottenere (da quell’individuo non si cava nulla di buono). E solo con un’evidente forzatura semantica il verbo cavare vale estrarre, tirar fuori, estirpare (cavare un dente, non riuscire a cavare nulla di bocca a qualcuno, non riuscire a farlo parlare | non cavare un ragno dal buco, non riuscire a nulla). Ma di per sé il verbo cavare contiene in sé l’idea dello scavare, del render cavo e non si comprende proprio in quale occasione e in che modo il cavatappi o cavaturaccioli adempiano il compito di scavare o render cavo alcunché. In realtà gli aggeggi di cui dico servono solo ad estrarre, a tirar fuori dal collo di bottiglie o fiaschi i tappi o turaccioli e tale occorrenza è piú esattamente rappresentata dal sostantivo napoletano tirabbusciò/tirabusciò (derivato dritto per dritto dal francese tire-bouchon = tira-tappo). Ed è un termine più esatto in quanto la voce napoletana è formata da un’agglutinazione che parte dalla voce verbale tira, dal verbo tirare (dal latino volare tirare, forse alterazione del classico trahere, «estrarre»). E a sua volta il verbo tirare è molto piú adatto di cavare per indicare l’azione operata dall’utensile con cui si estraggono i tappi di sughero e oggi anche di silicone, da bottiglie o fiaschi. A questo punto e alla luce di tutto quel che ho detto, penso proprio (e ne lancio la provocatoria proposta) che anche in italiano (mettendo da parte cavatappi e cavaturaccioli) si possa accogliere il napoletano tirabusciò ringraziando il francese che ce lo à fornito.
Raffaele Bracale
Vorrei parlare di quell’utensile munito di una punta a spirale con cui si estraggono i tappi di sughero (e oggi anche di silicone) da bottiglie o fiaschi: in lingua italiana viene detto alternativamente cavatappi oppure cavaturaccioli, mentre in napoletano il medesimo oggetto è chiamato tirabbusciò/tirabusciò. Vorrei esaminare le tre voci riportate: cavatappi, cavaturaccioli, tirabbusciò/tirabusciò cominciando col dire che le due voci dell’italiano sono molto meno precise della voce napoletana. Infatti sia cavatappi che cavaturaccioli sono sostantivi formati agglutinando una volta il sostantivo tappi (plurale di tappo, dal francone tappo), e l’altra il sostantivo turaccioli (plurale di turacciolo, derivazione di turare, dal latino volgare turare), con la voce verbale cava (terza persona singolare dell’infinito cavare che à l’etimo nel latino cavare «render cavo», derivato di cavus «cavo»). Cavare à appunto il significato primo di scavare, fare una buca in profondità e poi, con gratuiti ampliamenti semantici: levarsi, togliersi di dosso qualcosa (cavarsi il cappello, cavarsi un capriccio, una voglia, soddisfarli, cavarsi la fame, mangiare a sazietà, cavarsela, superare piú o meno brillantemente una situazione difficile), ricavare, ottenere (da quell’individuo non si cava nulla di buono). E solo con un’evidente forzatura semantica il verbo cavare vale estrarre, tirar fuori, estirpare (cavare un dente, non riuscire a cavare nulla di bocca a qualcuno, non riuscire a farlo parlare | non cavare un ragno dal buco, non riuscire a nulla). Ma di per sé il verbo cavare contiene in sé l’idea dello scavare, del render cavo e non si comprende proprio in quale occasione e in che modo il cavatappi o cavaturaccioli adempiano il compito di scavare o render cavo alcunché. In realtà gli aggeggi di cui dico servono solo ad estrarre, a tirar fuori dal collo di bottiglie o fiaschi i tappi o turaccioli e tale occorrenza è piú esattamente rappresentata dal sostantivo napoletano tirabbusciò/tirabusciò (derivato dritto per dritto dal francese tire-bouchon = tira-tappo). Ed è un termine più esatto in quanto la voce napoletana è formata da un’agglutinazione che parte dalla voce verbale tira, dal verbo tirare (dal latino volare tirare, forse alterazione del classico trahere, «estrarre»). E a sua volta il verbo tirare è molto piú adatto di cavare per indicare l’azione operata dall’utensile con cui si estraggono i tappi di sughero e oggi anche di silicone, da bottiglie o fiaschi. A questo punto e alla luce di tutto quel che ho detto, penso proprio (e ne lancio la provocatoria proposta) che anche in italiano (mettendo da parte cavatappi e cavaturaccioli) si possa accogliere il napoletano tirabusciò ringraziando il francese che ce lo à fornito.
Raffaele Bracale
VARIE 721
1.Dicette Pulicenella: pe mare nun ce stanno taverne.
Disse Pulcinella: in mare(aperto) non vi sono ripari. Id est: occorre evitare di accingersi ad operazioni che non offrano nessuna possibilità di salvezza…
2.Scarte fruscio e piglie primera.
Cader dalla padella nella brace.
3.Va' dinto ê chiesie granne ca truove segge e scanne...
Va' nelle chiese grandi dove troverai sedie e scranni - Cioè: Chi vuol qualcosa lo deve cercare nei negozi piú grandi che sono i piú forniti.Per estensione: Chi vuole grazie o favori deve rivolgersi ai potenti in grado di assicurarglieli.
4.Femmene, ciucce e crape tenono tutte una capa.
Donne, asini e capre ànno tutti una medisima testa: sono ignoranti e testardi!
5.Ll'ommo cu 'a parola e 'o vojo cu 'e ccorne.
L'uomo si conquista con l’eloquio della parola (non con la violenza che occorre usare con le bestie),infatti il bue va preso per le corna.
6.'Ntiempo 'e tempesta, ogne pertuso è ppuorto!
In caso di necessità, qualunque buco può servire da porto!
7.Quanno 'o piro è ammaturo, cade senza turceturo.
Quando la pera è matura, cade senza il bastone. Il turceturo è un bastone fornito d’una forcella, atto a pigare il ramo al fine di scuoterlo per far cadere il frutto.Id est: Quando un'azione è compiuta fino alle sue ultime naturali conseguenze queste non si lasciano attendere e non ci sarà bisogno di particolari accorgimenti per venirne a capo!
8.Quanno chiovono passe e ficusecche.
Letteralmente: quando piovono uva passita e fichi secchi - Id est: mai. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare l'impossibilità di un accadimento che si pensa possa avverarsi solo quando dal cielo piovano leccornie, cosa che avvenne una sola volta quando il popolo ebraico ricevette il dono celeste della manna...
9.Chi ato nun tène, se cocca cu 'a mugliera...
Chi non à altre occasioni, si accontenta di sua moglie, id est:far di necessità virtú.
10.Nun sputà 'ncielo ca 'nfaccia te torna!
Non sputare verso il cielo, perché ti ricadrebbe in volto! Id est: le azioni malevole fatte contro la divinità, ti si ritorcono contro.
11.Chijarsela a libbretta.
Letteralmente:piegarsela a libretto. È il modo piú comodo dper consumare una pizza, quando non si può farlo comodamente seduti al tavolo e si è costretti a farlo in piedi. Si procede alla ripiegatura in quattro parti della pietanza circolare che assume quasi la forma di un libriccino a quattro fogli e si può mangiarla riducendo al minimo il pericolo di imbrattarsi di condimento. Id est: obtorto collo, per necessità far buon viso a cattivo gioco.
12.Vennere 'a scafarea pe sicchietiello.
Letteralmente:Vendere una grossa insalatiera presentandola come un secchiello.Figuratamente,la locuzione la si adopera nei confronti di chi decanti la nettezza dei costumi di una donna, che notoriamente invece è stata conosciuta biblicamente da parecchi.
13.S'è arreccuto/arrennuto Cristo cu 'nu paternostro.
Illudersi di cavarsela con poca fatica e piccolo impegno, come chi volesse ingraziarsi Iddio e trarlo dalla propria parte con la semplice recita di un solo pater; questa solo breve preghiera non arricchirebbe il Signore, né (con altra valenza)Lo indurrebbe ad arrendersi ed a concedere quanto desiderato e richiesto.
14.'E sàbbato, 'e súbbeto e senza prevete!
Di sabato, di colpo e senza prete! È il malevolo, poco caritatevole augurio che si lancia all'indirizzo di qualcuno cui si augura di morire in un giorno prefestivo, cosa che impedisce la sepoltura il giorno successivo, di morire di colpo senza poter porvi riparo e di non poter godere nemmeno dell’estremo conforto religioso!
15.A pesielle ne parlammo.
Letteralmente: Parliamone al tempo dei piselli -(quando cioè avremo incassato i proventi della raccolta e potremo permetterci nuove spese...) Id est: Rimandiamo tutto a tempi migliori.
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Disse Pulcinella: in mare(aperto) non vi sono ripari. Id est: occorre evitare di accingersi ad operazioni che non offrano nessuna possibilità di salvezza…
2.Scarte fruscio e piglie primera.
Cader dalla padella nella brace.
3.Va' dinto ê chiesie granne ca truove segge e scanne...
Va' nelle chiese grandi dove troverai sedie e scranni - Cioè: Chi vuol qualcosa lo deve cercare nei negozi piú grandi che sono i piú forniti.Per estensione: Chi vuole grazie o favori deve rivolgersi ai potenti in grado di assicurarglieli.
4.Femmene, ciucce e crape tenono tutte una capa.
Donne, asini e capre ànno tutti una medisima testa: sono ignoranti e testardi!
5.Ll'ommo cu 'a parola e 'o vojo cu 'e ccorne.
L'uomo si conquista con l’eloquio della parola (non con la violenza che occorre usare con le bestie),infatti il bue va preso per le corna.
6.'Ntiempo 'e tempesta, ogne pertuso è ppuorto!
In caso di necessità, qualunque buco può servire da porto!
7.Quanno 'o piro è ammaturo, cade senza turceturo.
Quando la pera è matura, cade senza il bastone. Il turceturo è un bastone fornito d’una forcella, atto a pigare il ramo al fine di scuoterlo per far cadere il frutto.Id est: Quando un'azione è compiuta fino alle sue ultime naturali conseguenze queste non si lasciano attendere e non ci sarà bisogno di particolari accorgimenti per venirne a capo!
8.Quanno chiovono passe e ficusecche.
Letteralmente: quando piovono uva passita e fichi secchi - Id est: mai. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare l'impossibilità di un accadimento che si pensa possa avverarsi solo quando dal cielo piovano leccornie, cosa che avvenne una sola volta quando il popolo ebraico ricevette il dono celeste della manna...
9.Chi ato nun tène, se cocca cu 'a mugliera...
Chi non à altre occasioni, si accontenta di sua moglie, id est:far di necessità virtú.
10.Nun sputà 'ncielo ca 'nfaccia te torna!
Non sputare verso il cielo, perché ti ricadrebbe in volto! Id est: le azioni malevole fatte contro la divinità, ti si ritorcono contro.
11.Chijarsela a libbretta.
Letteralmente:piegarsela a libretto. È il modo piú comodo dper consumare una pizza, quando non si può farlo comodamente seduti al tavolo e si è costretti a farlo in piedi. Si procede alla ripiegatura in quattro parti della pietanza circolare che assume quasi la forma di un libriccino a quattro fogli e si può mangiarla riducendo al minimo il pericolo di imbrattarsi di condimento. Id est: obtorto collo, per necessità far buon viso a cattivo gioco.
12.Vennere 'a scafarea pe sicchietiello.
Letteralmente:Vendere una grossa insalatiera presentandola come un secchiello.Figuratamente,la locuzione la si adopera nei confronti di chi decanti la nettezza dei costumi di una donna, che notoriamente invece è stata conosciuta biblicamente da parecchi.
13.S'è arreccuto/arrennuto Cristo cu 'nu paternostro.
Illudersi di cavarsela con poca fatica e piccolo impegno, come chi volesse ingraziarsi Iddio e trarlo dalla propria parte con la semplice recita di un solo pater; questa solo breve preghiera non arricchirebbe il Signore, né (con altra valenza)Lo indurrebbe ad arrendersi ed a concedere quanto desiderato e richiesto.
14.'E sàbbato, 'e súbbeto e senza prevete!
Di sabato, di colpo e senza prete! È il malevolo, poco caritatevole augurio che si lancia all'indirizzo di qualcuno cui si augura di morire in un giorno prefestivo, cosa che impedisce la sepoltura il giorno successivo, di morire di colpo senza poter porvi riparo e di non poter godere nemmeno dell’estremo conforto religioso!
15.A pesielle ne parlammo.
Letteralmente: Parliamone al tempo dei piselli -(quando cioè avremo incassato i proventi della raccolta e potremo permetterci nuove spese...) Id est: Rimandiamo tutto a tempi migliori.
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VARIE 720
1. Arrostere 'o ccaso cu 'o fummo d''a cannela.
arrostire il formaggio con il fumo di una candela - cioè:tentare di far qualcosa con mezzi inadeguati.
2.'A mala nuttata e 'a figlia femmena.
La notte travagliata e il parto di una figlia - cioè: Le disgrazie non vengono mai sole.
3.Nun tené manco 'a capa 'e si' Vicienzo.
Non aver nemmeno la testa del sig. Vincenzo. Cioè:esser poverissimo. 'a capa 'e zi' Vicienzo è la corruzione dell'espressione latina:caput sine censu ovverossia:persona priva di reddito, quindi esentata dal pagar tasse.
4.Dicette munzignore ô cucchiere:"Va' chiano , ca vaco 'e pressa!"
Disse il monsignore al suo cocchiere:"Va' piano, ché ò premura!" Ossia:la fretta è una cattiva consigliera
5.Chi d'austo nn’ è vestuto, 'nu malanno ll' è venuto
chi alla fine dell' estate non si copre bene, incorrerà in qualche malattia...cioè:occorre sempre esser previdenti
6.Senza denare nun se cantano messe.
Senza denaro non si celebrano messe cantate. Cioé: tutto à il suo prezzo.
7.A cuoppo cupo poco pepe cape.
Nel cartoccetto conico pieno entra poco pepe. Cioè: chi è sazio non può riempirsi di piú(in tutti i sensi)
8.Giacchino mettette 'a legge e Giacchino fuie 'mpiso.
Chi è causa del suo mal, pianga se stesso: Con riferimento a Gioacchino Murat ucciso a Pizzocalabro in attuazione di una norma da lui stesso dettata
9.A aldare sgarrupato nun s'appicceno cannele.
Ad altare druto non portar ceri accesi. - Figuratamente: Non corteggiare donne anziane.
10.Si ll'aucielle canuscessero 'o ggrano, nun ne lassassero manco n' aceno!
Se gli uccelli conoscessero il grano, non ne lascerebbero un chicco! - Cioè: se gli uomini fossero a conoscenza di tutti i benefici che la vita offre, ne approfitterebbero sempre.
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arrostire il formaggio con il fumo di una candela - cioè:tentare di far qualcosa con mezzi inadeguati.
2.'A mala nuttata e 'a figlia femmena.
La notte travagliata e il parto di una figlia - cioè: Le disgrazie non vengono mai sole.
3.Nun tené manco 'a capa 'e si' Vicienzo.
Non aver nemmeno la testa del sig. Vincenzo. Cioè:esser poverissimo. 'a capa 'e zi' Vicienzo è la corruzione dell'espressione latina:caput sine censu ovverossia:persona priva di reddito, quindi esentata dal pagar tasse.
4.Dicette munzignore ô cucchiere:"Va' chiano , ca vaco 'e pressa!"
Disse il monsignore al suo cocchiere:"Va' piano, ché ò premura!" Ossia:la fretta è una cattiva consigliera
5.Chi d'austo nn’ è vestuto, 'nu malanno ll' è venuto
chi alla fine dell' estate non si copre bene, incorrerà in qualche malattia...cioè:occorre sempre esser previdenti
6.Senza denare nun se cantano messe.
Senza denaro non si celebrano messe cantate. Cioé: tutto à il suo prezzo.
7.A cuoppo cupo poco pepe cape.
Nel cartoccetto conico pieno entra poco pepe. Cioè: chi è sazio non può riempirsi di piú(in tutti i sensi)
8.Giacchino mettette 'a legge e Giacchino fuie 'mpiso.
Chi è causa del suo mal, pianga se stesso: Con riferimento a Gioacchino Murat ucciso a Pizzocalabro in attuazione di una norma da lui stesso dettata
9.A aldare sgarrupato nun s'appicceno cannele.
Ad altare druto non portar ceri accesi. - Figuratamente: Non corteggiare donne anziane.
10.Si ll'aucielle canuscessero 'o ggrano, nun ne lassassero manco n' aceno!
Se gli uccelli conoscessero il grano, non ne lascerebbero un chicco! - Cioè: se gli uomini fossero a conoscenza di tutti i benefici che la vita offre, ne approfitterebbero sempre.
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VARIE 719
1È MMEGLIO FÀ 'MMIDIA CA PIETÀ.
Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni.
2 'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi,i saccenti, i supponenti e gli stupidi che facendo le viste di essere sapienti e/o capaci, pretendono di farsi considerare per ciò che in realtà non sono...
3 Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO.
Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino che gli dava di che vivere, sarà sempre piú in miseria.
4 PAZZE E CRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA.
Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli,talora ci si disinteressava di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio ed alla Sua divina provvidenza.
5 SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FARRÍSSE CIENTO PÉRETE E NUN TE N'ADDUNASSE.
Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati.
6 SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE.
Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile!) Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati.
7 SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO.
Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva...
8NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA.
Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia...
9 'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA...
Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere piú facilmente alla vittoria nella lotta intrapresa.
10 ASTIPATE 'NU PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JIUORNE NIRE.
Ad litteram: conserva (almeno) un pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti giudiziosamente ; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno.
11 MALE E BBENE A FINE VÈNE.
Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno.
12 CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO.
Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è un giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerò, a giusta ragione, benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati beneficati in vario modo dagli invasori e si erano perciò schierati dalla loro parte. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica.
13 DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA E 'O PESONE.
Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata.
14 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO.
Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis.
15 CHI TÈNE Ô LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE Ô CANE SOTT' Ô MANTIELLO.
Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto...
16 SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ...
Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento...
17 MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE.
Ad litteram: ora mi ài rotto (spezzato) cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo ad una reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura.
18 COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO.
Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi.
19 TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA.
Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato; se accesa, fa molto, fastidioso fumo...improduttivo.
20 SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLÀ 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PUMMAROLE.
Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è quasi del tutto popolato da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori.
21 CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE.
Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e ne tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è cosí grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili.
22 AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la parola aparatura= addobbo è un deverbale del lat. *ad-parare=apparecchiare, preparare, mentre la voce centrelle= chiodini deriva dal greco kéntron. La locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
23 'A FEMMENA È CCOMME Â CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA.
Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna à bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti.
24 'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA.
Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere facilmente in tentazione, concedendo le proprie grazie; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito...
25 TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: un sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.
26 'E PEGGE JUORNE SO' CHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
27 DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
28 DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
29 FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
30 'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEGGE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità.
31 DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
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Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni.
2 'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi,i saccenti, i supponenti e gli stupidi che facendo le viste di essere sapienti e/o capaci, pretendono di farsi considerare per ciò che in realtà non sono...
3 Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO.
Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino che gli dava di che vivere, sarà sempre piú in miseria.
4 PAZZE E CRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA.
Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli,talora ci si disinteressava di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio ed alla Sua divina provvidenza.
5 SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FARRÍSSE CIENTO PÉRETE E NUN TE N'ADDUNASSE.
Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati.
6 SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE.
Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile!) Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati.
7 SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO.
Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva...
8NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA.
Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia...
9 'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA...
Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere piú facilmente alla vittoria nella lotta intrapresa.
10 ASTIPATE 'NU PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JIUORNE NIRE.
Ad litteram: conserva (almeno) un pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti giudiziosamente ; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno.
11 MALE E BBENE A FINE VÈNE.
Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno.
12 CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO.
Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è un giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerò, a giusta ragione, benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati beneficati in vario modo dagli invasori e si erano perciò schierati dalla loro parte. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica.
13 DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA E 'O PESONE.
Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata.
14 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO.
Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis.
15 CHI TÈNE Ô LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE Ô CANE SOTT' Ô MANTIELLO.
Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto...
16 SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ...
Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento...
17 MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE.
Ad litteram: ora mi ài rotto (spezzato) cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo ad una reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura.
18 COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO.
Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi.
19 TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA.
Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato; se accesa, fa molto, fastidioso fumo...improduttivo.
20 SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLÀ 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PUMMAROLE.
Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è quasi del tutto popolato da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori.
21 CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE.
Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e ne tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è cosí grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili.
22 AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la parola aparatura= addobbo è un deverbale del lat. *ad-parare=apparecchiare, preparare, mentre la voce centrelle= chiodini deriva dal greco kéntron. La locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
23 'A FEMMENA È CCOMME Â CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA.
Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna à bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti.
24 'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA.
Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere facilmente in tentazione, concedendo le proprie grazie; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito...
25 TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: un sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.
26 'E PEGGE JUORNE SO' CHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
27 DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
28 DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
29 FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
30 'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEGGE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità.
31 DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
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VARIE 718
1.Quanno jesce 'a strazziona, ogne ffesso è prufessore...
Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. La locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di coloro che,incapaci di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono delle penne del pavone ...volendo quasi lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un determinato comportamento.
2.'A moneca 'e Chianura:muscio nun 'o vuleva ma tuosto le faceva paura...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottintende :il pane). La locuzione viene salacemente e sarcasticamente usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...
3. Fà 'e scarpe a uno e coserle 'nu vestito.
Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta e conservate all’uopo dalla famiglia.
4. Tiene 'a casa a ddoje porte.
Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto.
5.Fà acqua 'a pippa.
Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stato di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né – come opina qualcuno - la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore; secondo questa teoria qualora la suddetta botticella versasse in luogo di liquori, dell’acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua...; secondo il mio avviso la pippa (cosí nel linguaggio gergale giovanile degli anni ’50) in epigrafe altro non è che un’icastica rappresentazione del membro maschile che allorché per problemi di senilità e/o altri malanni non possa piú emettere seme, e si limiti alla eliminazione degli scarti renali, dimostrerebbe palesemente la sopravvenuta incapacità eiaculatoria, figurazione di un grave stato di indigenza
6. Sant'Antuono, sant' Antuono tèccote 'o viecchio e damme 'o nuovo e dammillo forte forte, comme 'a varra 'e areto â porta...
Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio.
7.Facesse 'na culata e ascesse 'o sole!
Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato ed al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo (cennerale) sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)...
8.Carta vène e ghiucatore s'avanta...
La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare ironicamente l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati!
9.'A femmena è 'nu vrasiere, ca s'ausa sulo â sera.
La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un semplice dispensatore di calore da usarsi però parsimoniosamente solo a sera, nel letto
10. Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi.
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Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. La locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di coloro che,incapaci di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono delle penne del pavone ...volendo quasi lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un determinato comportamento.
2.'A moneca 'e Chianura:muscio nun 'o vuleva ma tuosto le faceva paura...
La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottintende :il pane). La locuzione viene salacemente e sarcasticamente usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi...
3. Fà 'e scarpe a uno e coserle 'nu vestito.
Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta e conservate all’uopo dalla famiglia.
4. Tiene 'a casa a ddoje porte.
Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto.
5.Fà acqua 'a pippa.
Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stato di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, né – come opina qualcuno - la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore; secondo questa teoria qualora la suddetta botticella versasse in luogo di liquori, dell’acqua ivi contenuta indicherebbe che il proprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua...; secondo il mio avviso la pippa (cosí nel linguaggio gergale giovanile degli anni ’50) in epigrafe altro non è che un’icastica rappresentazione del membro maschile che allorché per problemi di senilità e/o altri malanni non possa piú emettere seme, e si limiti alla eliminazione degli scarti renali, dimostrerebbe palesemente la sopravvenuta incapacità eiaculatoria, figurazione di un grave stato di indigenza
6. Sant'Antuono, sant' Antuono tèccote 'o viecchio e damme 'o nuovo e dammillo forte forte, comme 'a varra 'e areto â porta...
Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio.
7.Facesse 'na culata e ascesse 'o sole!
Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato ed al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo (cennerale) sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)...
8.Carta vène e ghiucatore s'avanta...
La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare ironicamente l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati!
9.'A femmena è 'nu vrasiere, ca s'ausa sulo â sera.
La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un semplice dispensatore di calore da usarsi però parsimoniosamente solo a sera, nel letto
10. Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere.
Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi.
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