lunedì 28 giugno 2010

VARIE 748

1È MMEGLIO FÀ 'MMIDIA CA PIETÀ.
Ad litteram: è meglio essere invidiati che essere oggetto di commiserazione; ed il perché è intuitivo, comportando l'invidia uno status di opulenza,tale da meritarsi l'invidia del prossimo, mentre il commiserato versa - per solito - in pessime condizioni.
2 'NU STRUNZO CA CADETTE A MMARE, VEDENNO 'NU PURTUALLO CA LLA GALLIGGIAVA, DICETTE: SIMMO TUTTE PURTUALLE!
Uno stronzo che cadde in mare, vedendo un'arancia che ivi galleggiava, easclamò: siamo tutti arance! A Napoli si suole ripetere questo proverbio per canzonare e commentare le azioni di tutti gli sciocchi,i saccenti, i supponenti e gli stupidi che facendo le viste di essere sapienti e/o capaci, pretendono di farsi considerare per ciò che in realtà non sono...
3 Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO.
Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino che gli dava di che vivere, sarà sempre piú in miseria.
4 PAZZE E CRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA.
Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli,talora ci si disinteressava di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio ed alla Sua divina provvidenza.
5 SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FARRÍSSE CIENTO PÉRETE E NUN TE N'ADDUNASSE.
Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati.
6 SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE.
Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile!) Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati.
7 SI 'A TAVERNARA È BBONA, 'O CUNTO È SEMPE CARO.
Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva...
8NUN TE DÀ MALINCUNÌA, NÈ PE MALU TIEMPO, NÈ PE MALA SIGNURIA.
Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia...
9 'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA...
Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere piú facilmente alla vittoria nella lotta intrapresa.
10 ASTIPATE 'NU PIEZZO JANCO PE QUANNO VENONO 'E JIUORNE NIRE.
Ad litteram: conserva (almeno) un pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti giudiziosamente ; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno.
11 MALE E BBENE A FINE VÈNE.
Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma pure non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, così finiranno.
12 CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO.
Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è un giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerò, a giusta ragione, benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati beneficati in vario modo dagli invasori e si erano perciò schierati dalla loro parte. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica.
13 DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÌ 'A ZUPPA E 'O PESONE.
Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata.
14 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO.
Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis.
15 CHI TÈNE Ô LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE Ô CANE SOTT' Ô MANTIELLO.
Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto...
16 SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ...
Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: il testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento...
17 MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI'Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE.
Ad litteram: ora mi ài rotto (spezzato) cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo ad una reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura.
18 COPPOLA PE CCAPPIELLO E CCASA A SANT'ANIELLO.
Ad litteram:Berretto per cappello, ma casa a sant'Aniello (a Caponapoli). Id est: vestirsi anche miseramente, ma prendere alloggio in una zona salubre ed ariosa, poiché la salute viene prima dell'eleganza, ed il danaro va speso per star bene in salute, non per agghindarsi.
19 TENÉ TUTTE 'E VIZZIE D''A ROSAMARINA.
Ad litteram: avere tutti i vizi del rosmarino. Id est: avere tutti i difetti possibili, essere cioè così poco affidabile ed utile alla stregua del rosmarino, l'erba aromatica che serve a molto poco; infatti oltre che per dare un po' di aroma non serve a nulla: non è buona da ardere, perché brucia a stento, non fa fuoco, per cui non dà calore, non produce cenere che - olim - serviva per il bucato; se accesa, fa molto, fastidioso fumo...improduttivo.
20 SI 'O SIGNORE NUN PERDONA A 77, 78 E 79, LLÀ 'NCOPPA NCE APPENNE 'E PUMMAROLE.
Ad litteram: Se il Signore non perdona ai diavoli(77), alle prostitute(78) e ai ladri(79), lassú (id est: in paradiso ) ci appenderà i pomodori. Id est: poiché il mondo è quasi del tutto popolato da ladri, prostitute e cattivi soggetti (diavoli), il Signore Iddio se vorrà accogliere qualcuno in paradiso, dovrà perdonare a tutti o si ritroverò con uno spazio enormemente vuoto che per riempirlo dovrebbe coltivarci pomodori.
21 CHILLO SE METTE 'E DDETE 'NCULO E CACCIA 'ANIELLE.
Ad litteram: Quello si mette le dita nel sedere e ne tira fuori anelli. Id est: la fortuna di quell'essere è cosí grande che è capace di procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili.
22 AVIMMO PERDUTO 'APARATURA E 'E CENTRELLE.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliasse, fino a distruggere gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini usati per sostenerli; la parola aparatura= addobbo è un deverbale del lat. *ad-parare=apparecchiare, preparare, mentre la voce centrelle= chiodini deriva dal greco kéntron. La locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.

23 'A FEMMENA È CCOMME Â CAMPANA: SI NUN 'A TUCULIJE, NUN SONA.
Ad litteram: la donna è come una campana: se non l'agiti non suona; id est: la donna à bisogno di esser sollecitata per tirar fuori i propri sentimenti, ma pure i propri istinti.
24 'A FEMMENA BBONA SI - TENTATA - RESTA ONESTA, NUN È STATA BBUONO TENTATA.
Ad litteram: una donna procace, se - una volta che venga tentata - resta onesta, significa che non è stata tentata a sufficienza. Lo si dice intendendo affermare che qualsiasi donna, in ispecie quelle procaci si lasciano cadere facilmente in tentazione, concedendo le proprie grazie; e se non lo fanno è perché... il tentatore non è stato all'altezza del compito...
25 TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: un sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.
26 'E PEGGE JUORNE SO' CHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
27 DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
28 DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
29 FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
30 'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEGGE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità.
31 DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria, che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
brak

ARZIGOGOLO e dintorni

ARZIGOGOLO e dintorni
L’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome) mi chiese di parlare della voce in epigrafe e delle corrispondenti voci del napoletano. L’accontento qui di sèguito con il dire che con la voce in epigrafe arzigogolo ( con etimo derivato da girigogolo allungamento di girigoro secondo un percorso morfologico comportante la trasposizione di lettere nel primo elemento e cioè: argi→arzi per giri) la lingua ufficiale nazionale intende volta a volta un discorso o un ragionamento astruso e lambiccato, una fantasticheria, un cavillo, un espediente dialettico, una trovata spesso truffaldina, ma ingegnosa, un giro di parole ingegnoso e bizzarro, un raggiro fuorviante, un pretesto etc.
Il napoletano per tali necessità à parecchie voci ed ognuna piú circostanziata ed esattamente coniata per indicare con maggior precisione ognuna delle suaccennate occorrenze; tento qui di sèguito di elencare tali voci partenopee dandone, ove possibile, l’etimo ed il preciso campo d’applicazione; cominciamo:
allefrecaglia/arrefrecaglia che nel significato di giro di parole ingegnoso e bizzarro, sono ambedue ampliamento di lefrecaglia deverbale del basso latino *refragare = cavillare, sminuzzare etc.;
ciaranfa che nel significato di discorso astruso e lambiccato, noiosamente ripetitivo trova il suo etimo nell’adattamento popolare della voce ciaraffa che di per sé (con provenienza dall’arabo giarif) indica una moneta sonante, ma di poco valore e semanticamente la cosa si spiega col fatto che come la moneta ciaraffa è sonante,sí ma in realtà di poco valore, cosí la ciaranfa quale discorso astruso e lambiccato, noiosamente ripetitivo, produce solo rumore, ma non significante e quindi senza valore;
‘mbròglia è una fantasticheria intrisa di parole eccedenti, un pretesto lungamente... diluito di chiacchiere tendenti al raggiro ed è quanto all’etimo un deverbale di ‘mbruglià= imbrogliare che a sua volta è dal fr. ant. brouiller 'mescolare, confondere', deriv. di brou 'brodo' e semanticamente si spiega essendo – come ò detto – la ‘mbroglia null’altro che una sequela di parole eccedenti, un pretesto di chiacchiere diluite tali quale un brodo;
pagliettaría è precisamente il cavillo, l’ espediente dialettico, la trovata quasi sempre truffaldina, ma ingegnosa, azioni che di per sé son tutte riconducibili al modo di agire dei cosiddetti paglietta voce singolare maschile che indica un avvocatucolo,un leguleio cavilloso, ma inesperto e spesso truffaldino; letteralmente la voce a margine parrebbe essere un diminutivo vezzeggiativo di paglia e come tale femminile, mentre in realtà è – come ò detto- voce singolare maschile (‘o paglietta) nei significati detti ed è voce che al plurale va scritta correttamente ‘e pagliette, mentre scritta con la geminazione iniziale: ‘e ppagliette torna ad esser femminile indicando i tipici cappelli di paglia, solitamente usati dagli uomini) e va letta con la geminazione iniziale della p; scritta però, come ò detto, con la iniziale p scempia: ‘e pagliette, la medesima voce plurale di paglietta è maschile e per chiaro traslato o sineddoche indica appunto avvocatucoli, legulei cavillosi, ma inesperti quegli stessi cioè che ad inizio del 1900 usavano indossare a mo’ di divisa comune una paglietta (cappello di paglia (donde il nome, partendo da un lat. palea(m)) da uomo, con cupolino alto, in foggia di tamburo, bordato di nastro di seta, ampia e piatta tesa rigida il tutto rigorosamente di colore nero per distinguersi da tutti gli altri uomini che erano soliti indossare, in ispecie nella bella stagione, pagliette di color chiaro; e con questa spiegazione penso d’aver fatto giustizia sommaria del parere di qualcuno (ma non ne ricordo il nome…né meriterebbe d’esser rammentato ) che fantasiosamente fa risalire il termine paglietta inteso, come riportato, quale avvocatucolo, leguleio cavilloso, ma inesperto e truffaldino all’ampia gorgiera rigida indossata sulle toghe dagli avvocati d’antan; ora atteso che la gorgiera fu colletto plissettato ed inamidato indossato da talune categorie di notabili in epoca cinquecentesca e seicentesca,e poi definitivamente dismesso, mentre il tipo paglietta inteso avvocatucolo etc. è figura del tardo ‘800 – principî ‘900, non vedo dove (se non presso un costumista tearale) un avvocatucolo del tardo ‘800 o dei primi del ‘900 avrebbe potuto reperire una gorgiera inamidata e plissettata da indossare sulla toga...
da paglietta con aggiunta del suffisso di pertinenza ria si è giunto a pagliettaría voce che per sua fortuna è rimasta nell’àmbito della parlata napoletana e non è pervenuto in quello della lingua italiana dove è pur presente la voce paglietta nel significato di avvocatucolo etc.; ò detto per sua fortuna poi che se la voce pagliettaría fosse approdata nel dialetto di alighieri dante sarebbe stata certamente stravolta in pagliettería= azione o comportamento da paglietta subendo lo stesso trattamento della voce partenopea fessaría che pervenuta nell’italiano divenne fessería assumendo una inesatta e chiusa e non etimologica al posto della esatta aperta a forse nella sciocca convinzione che una vocale chiusa fosse piú consona di una aperta alla eleganza (?) della lingua nazionale;
raciàmmulo voce singolare maschile usata per indicare un giro di parole ingegnoso e bizzarro e fuorviante che miri a nascondere verità altrimenti palesi; etimologicamente è un derivato del tardo latino *racimulus, diminutivo per il class. racímus; =gracimolo,ciascun rametto di un grappolo d'uva; piccolo grappolo d'uva; semanticamente si spiega col fatto che come il gracimolo si nasconde tra i pampini e copre a sua volta gli acini del grappolo, cosí il raciàmmulo tenta di non far apparire, nascondendole con giri di parole, talune verità altrimenti palesi;
scazzella voce singolare maschile (a malgrado della desinenza in a) usata esattamente per indicare non l’azione cavillosa, pretestuosa, capziosa quando non litigiosa, ma per indicare colui che agisca e si esprima cavillosamente, pretestuosamente, capziosamente; in effetti la parola a margine (‘o scazzella) risulta essere etimologicamente una contrazione del termine scazzazella a sua volta formato dal verbo scazzà/scazzecà= schiacciare, scacciare, sommuovere (da una base di lat. reg. s(intensivo) + capticare frequentativo di captiare= cacciare) + il sost. zella =tigna, debito, magagna, imbroglio (da un lat. reg. psilla(m)); va da sé che chi schiaccia, smuove i residui della tigna lo fa in maniera attenta, cavillosa, pretestuosa alla medesima maniera di chi tenti di schiacciare, scacciare, sommuovere un debito o magagna;
- tràstula sostantivo femm. sing. usato per indicare un generico trucco e/o inganno; in realtà come deverbale di trastulià (che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi) la voce a margine solo estensivamente indica ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano trastulià donde la derivata tràstula sia un adattamento del toscano trastullare; non è cosí però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva fu il trastulante passato in seguito a definir semplicemente l’imbroglione , ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti;
Giunti a questo punto rammenterò che tutte le voci che ò elencate furono usate negli scrittori partenopei (poeti, drammaturghi etc.) a far tempo dal 1400 con eccezione di quelle nate (ad. es. pagliettaría) in epoche successive. C’è una sola voce che non à trovato posto nei reperti letterarii, ma è rimasta a far tempo dal 1940 circa, nel parlato popolare ed ancora vi permane ben salda avendo soppiantato quasi tutte le voci elencate fin qui con le sole eccezioni di ‘mbroglia e tràstula; la voce è
paraustiello voce singolare maschile nata in origine in senso positivo per significare esempio, spiegazione ma che à finito per prendere il senso negativo di ragionamento caustico, capzioso, pretestuoso cavillo, metafora maliziosa e furbesca, appiglio gratuito, arbitrario, infondato, fittizio, esempio, ma ad usum delphini, argomentazione tortuosa etc. Quanto all’etimologia ancòra c’è qualcuno che sulla scorta del primo significato di esempio, spiegazione propende per l’iberico para usted (per voi) quasi che con la parola paraustiello si volesse avvertire: tutto ciò che abbiamo detto è stato un esempio portato per voi. La cosa non convince soprattutto perché il paraustiello fin quasi dal suo apparire non fu usato solo nel senso positivo di esempio, spiegazione ma prese quasi súbito nell’uso del discorrere popolare (come ò detto) il senso negativo di ragionamento caustico, capzioso, metafora maliziosa e furbesca, appiglio gratuito, arbitrario, infondato, fittizio,argomentazione tortuosa e dunque mi pare corretto pensare per l’etimo di paraustiello ad un adattamento del greco paràstasis che vale giustappunto ragionamento, metafora, argomentazione.
Ed a questo punto penso d’avere esaurito l’argomento, d’aver contentato l’amico N.C.e qualche altro dei miei ventiquattro lettori e poter ben dire Satis est.
Raffaele Bracale

TRUFFA, RAGGIRO, FREGATURA & dintorni

TRUFFA, RAGGIRO, FREGATURA & dintorni
Lo spunto per queste paginette mi fu dato l’altro giorno assistendo alla proiezione televisiva d’un famosissimo film del principe della risata Totò (Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Di Bisanzio Gagliardi, più noto come Antonio De Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 –† Roma, 15 aprile 1967),). L’esilarante pellicola, incentrata sul racconto dei numerosi, continuati imbrogli e raggiri messi in atto, per sopravvivere da una coppia di lestofanti (lo stesso Totò ed il compare Nino Taranto (Napoli, 28 agosto 1907 – †Napoli, 23 febbraio 1986) aveva per titolo Totò truffa ’62 e l’amico N.C. (i consueti problemi di privatezza mi impongono l’indicazione delle sole iniziali di nome e cognome), con cui assistevo alla proiezione mi chiese quali fossero i sinonimi in italiano del s.vo truffa ed i corrispondenti del napoletano; glieli elencai rapidamente e qui li illustro piú diffusamente; in italiano abbiamo dunque:
truffa, s.vo f.le
1 (dir.) il reato commesso da chi ricava illecito profitto a danno di altri avendoli indotti in errore con artifici e raggiri: commettere una truffa; essere vittima di una truffa
2 (estens.) frode, inganno, imbroglio | legge, decreto truffa, nel linguaggio giornalistico, legge, decreto il cui vero fine sia diverso da quello dichiarato e si risolva a danno della collettività.
Etimologicamente dal provenz. ant. trufa, che è dal lat. tardo tufera, propr. 'tartufo', poi 'inganno';
raggiro, s.vo m.le
– L’azione o l’effetto del raggirare, sempre in senso fig., quindi imbroglio, inganno fatto per mezzo di parole tortuose e promesse allettanti o di altri mezzi idonei a sorprendere l’altrui buonafede: è riuscito a farsi strada a forza di raggiri; mise in campo tutti i più sottili r.; è un infame r.; adoperò raggiri e violenze. In diritto penale, il raggiro può essere elemento costitutivo del reato di truffa. Etimologicamente deverbale di raggirare = trarre qualcuno in inganno; abbindolare, truffare: farsi, lasciarsi raggirare;
aggirarsi, girare intorno; (fig.) vertere, incentrarsi; raggirare deriva da aggirare con protesi di un r(i) iterativo;
fregatura, s.vo f.le
1 (pop.) inganno, truffa, imbroglio: dare una fregatura, imbrogliare; prendere una fregatura, essere imbrogliato | cosa scadente, deludente: quel film è una fregatura
2 (non com.) il fregare un oggetto contro un altro; il segno che ne rimane. Etimologicamente deverbale di fregare (dal lat. fricare) fregare = 1. a. Passare piú volte la mano o un oggetto condotto dalla mano sulla superficie d’un corpo, premendo con piú o meno forza: f. il pavimento con la spazzola; fregarsi gli occhi (per cacciare il sonno, o per accertarsi di essere bene sveglio, di vederci bene, davanti a cosa che susciti meraviglia o incredulità); fregarsi le mani, una contro l’altra, per scaldarsele o per mostrare soddisfazione (è anche espressione metaforica per indicare uno stato di contentezza, di soddisfazione e sim.). b. Strisciare sfregando: E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito (Dante); animali che avanzano fregando il ventre al suolo; f. il gesso sulla lavagna; f. ... 2. (non com.) segnare, cancellare con uno o piú freghi
3. (pop.ed è il ns. caso) ingannare, truffare; rovinare, danneggiare: restare fregato; farsi fregare' bocciare a un esame, a un concorso | vincere, superare, spec. con l'astuzia, ma anche con l'inganno e con la frode: fregare un avversario, un concorrente | rubare: mi hanno fregato la moto; un oggetto fregato
4 (volg.) possedere sessualmente; fottere | (assol.) avere un rapporto sessuale ||| fregarsi v. intr. pron. (pop.) non preoccuparsi, disinteressarsi, infischiarsi (usato esclusivamente nella forma fregarsene): fregarsene di qualcuno, di qualcosa | in espressioni di tono volgare: chi se ne frega?; frégatene!.
Imbroglio s.vo m.le
1 groviglio, intrico: un imbroglio di fili
2 (fig.) faccenda, situazione intricata, confusa: cacciarsi in un imbroglio; tirarsi fuori da un imbroglio. DIM. imbroglietto, imbrogliuccio PEGG. imbrogliaccio
3 (fig. ed è il ns. caso ) espediente inteso a trarre in inganno, a modificare illecitamente la situazione a proprio vantaggio: questo affare nasconde un imbroglio
4 (mar.) ciascuno dei cavetti applicati a una vela per poterla serrare
5 (mus.) intreccio di parti vocali o strumentali con sovrapposizione di ritmi diversi; è frequente nelle opere buffe o di carattere giocoso.
Etimologicamente deverbale di imbrogliare : ingannare, confondere,avviluppare per modo che l’ingannato, il confuso, l’avviluppato è quasi impossibilitato a venir fuori dalla situazione fonte del suo inviluppo; etimologicamente con ogni probabilità il verbo italiano imbrogliare è un adattamento del corrspondente napoletano ‘mbruglià che, a sua volta è da un imbogliare→’mbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica)derivato da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde; ma per completezza vedi oltre sub ‘mbroglia.
A questo punto esaurite le voci dell’italiano passiamo alle numerose voci napoletane:

bidone s.vo m.le
1 in primis grosso recipiente di lamiera o di plastica, di forma generalmente cilindrica o parallelepipeda: i bidoni del latte; i bidoni della spazzatura; semilavorato d'acciaio a sezione rettangolare, largo 15-30 cm, alto 1-3 cm e lungo 4-10 m, da cui per successiva laminazione si ricavano lamiere sottili.
2 (fig. fam.ed è il caso che ci occupa ) imbroglio, truffa: fare, prendersi un bidone | appuntamento andato a vuoto | acquisto incauto, sbagliato
3 (fam.) apparecchiatura, macchina che non funziona o funziona male | atleta di scarsa abilità o che si rivela inferiore alle attese; etimologicamente è voce derivata dal fr. bidon
frabbuttaria, s.vo f.le
1 in primis: malizia, doppiezza, cattiveria, comportamento da farabutto e quindi
2 slealtà, grave mascalzonata, inganno spregevole, truffa ignobile; etimologicamente è voce denominale di frabbutto= canaglia, briccone, furfante; a sua volta frabbutto (dal quale, rammento per incidens, è stato recuperato l’italiano farabutto) è dal ted. Freibeuter 'predone' ' filibustiere', che è dall'ol. vrijbuiter, comp. di vrij 'libero' e buit 'bottino';
mattunella,s.vo f.le
letteralmente:
1mattonella, piastrella quadrata, rettangolare o esagonale, di cemento, graniglia o ceramica, usata per rivestimenti e pavimentazioni edilizie, laterizio o conglomerato di forma varia per pavimentazioni e rivestimenti
2 denominazione generica di oggetti che ànno una forma simile a una mattonella: mattonella di carbone, di gelato
3 sponda del tavolo da biliardo.; etimologicamente è un denominale di mattone,che si ritiene marcato sul lat. maltha, gr. μάλϑα o μάλϑη.
4 sotterfugio, trabocchetto, tranello, trappola, imbroglio, truffa, frode
È esattamente dalla accezione sub 3 che deriva semanticamente il significato sub 4. Per apprezzare tale passaggio occorre far riferimento ad un’icastica espressione partenopea che suona: Fà ‘a mattunella che ad litteram è fare la sponda, fare la mattonella Lo si dice di chi, nei rapporti interpersonali si comporti ingannevolmente, ipocritamente come ad es. di chi faccia le viste di augurarti il bene, mentre in cuor suo abbia tutt’altra intenzione. La locuzione è mutuata dal giuco del biliardo dove il giocatore pur cercando la buca, mira la sponda detta in gergo mattunella e vi scaglia la biglia contro.Chi fa la mattonella trae in inganno, imbroglia, tende un tranello;

‘mbroglia, s.vo f.le
1 grossogroviglio, intrico:’na ‘mbroglia ‘e file( un imbroglio di fili )
2 (fig.) faccenda, situazione intricata,grandemente confusa: ‘nfilarse dinto a ‘na ‘mbroglia (cacciarsi in un imbroglio);
3 (fig.ed è il ns. caso ) importante, grosso, ignobile espediente inteso a trarre in inganno, a modificare illecitamente la situazione a proprio vantaggio: st’affare annasconne ‘na ‘mbroglia(questo affare nasconde un imbroglio); ‘mbròglia è altresí una fantasticheria intrisa di parole eccedenti, un pretesto lungamente... diluito di chiacchiere tendenti al raggiro ed è quanto all’etimo un deverbale di ‘mbruglià= imbrogliare che a sua volta è dal fr. ant. brouiller 'mescolare, confondere', deriv. di brou 'brodo' e semanticamente si spiega essendo – come ò detto – la ‘mbroglia null’altro che una sequela di parole eccedenti, un pretesto di chiacchiere diluite tali quale un brodo.
In coda a tale voce faccio notare che dal medesimo verbo ‘mbruglià→imbrogliare l’italiano trasse il s.vo m.le imbroglio che nel napoletano è s.vo f.le (‘mbroglia) secondo il noto principio che già illustrai alibi che nel napoletano un oggetto o qualsiasi altro è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; se ne ricava che la ‘mbroglia napoletana è pensata piú grave o grossa dell’imbroglio dell’italiano;
pagliettaría s.vo f.le voce di quasi esclusivo àmbito forense è infatti precisamente il cavillo, l’ espediente dialettico, la trovata quasi sempre truffaldina, ma ingegnosa, azioni che di per sé son tutte riconducibili al modo di agire dei cosiddetti
paglietta s.vo m.le e solo m.le voce singolare maschile che indica un avvocatucolo,un leguleio cavilloso, ma inesperto e spesso truffaldino; letteralmente la voce a margine parrebbe essere un diminutivo vezzeggiativo di paglia e come tale femminile, mentre in realtà è – come ò detto- voce singolare maschile (‘o paglietta) nei significati detti ed è voce che al plurale va scritta correttamente ‘e pagliette, mentre scritta con la geminazione iniziale: ‘e ppagliette torna ad esser femminile indicando i tipici cappelli di paglia, solitamente usati dagli uomini) e va letta con la geminazione iniziale della p; scritta però, come ò detto, con la iniziale p scempia: ‘e pagliette, la medesima voce plurale di paglietta è maschile e per chiaro traslato o sineddoche indica appunto avvocatucoli, legulei cavillosi, ma inesperti quegli stessi cioè che ad inizio del 1900 usavano indossare a mo’ di divisa comune una paglietta (cappello di paglia (donde il nome, partendo da un lat. palea(m)) da uomo, con cupolino alto, in foggia di tamburo, bordato di nastro di seta, ampia e piatta tesa rigida il tutto rigorosamente di colore nero per distinguersi da tutti gli altri uomini che erano soliti indossare, in ispecie nella bella stagione, pagliette di color chiaro; e con questa spiegazione penso d’aver fatto giustizia sommaria del parere di qualcuno (ma non ne ricordo il nome…né meriterebbe d’esser rammentato ) che fantasiosamente fa risalire il termine paglietta inteso, come riportato, quale avvocatucolo, leguleio cavilloso, ma inesperto e truffaldino all’ampia gorgiera rigida indossata sulle toghe dagli avvocati d’antan; ora atteso che la gorgiera fu colletto plissettato ed inamidato indossato da talune categorie di notabili in epoca cinquecentesca e seicentesca,e poi definitivamente dismesso, mentre il tipo paglietta inteso avvocatucolo etc. è figura del tardo ‘800 – principî ‘900, non vedo dove (se non presso un costumista tearale) un avvocatucolo del tardo ‘800 o dei primi del ‘900 avrebbe potuto reperire una gorgiera inamidata e plissettata da indossare sulla toga...
da paglietta con aggiunta del suffisso di pertinenza ria si è giunto a pagliettaría voce che per sua fortuna è rimasta nell’àmbito della parlata napoletana e non è pervenuto in quello della lingua italiana dove è pur presente la voce paglietta nel significato di avvocatucolo etc.; ò detto per sua fortuna poi che se la voce pagliettaría fosse approdata nel dialetto di alighieri dante sarebbe stata certamente stravolta in pagliettería= azione o comportamento da paglietta subendo lo stesso trattamento della voce partenopea fessaría che pervenuta nell’italiano divenne fessería assumendo una inesatta e chiusa e non etimologica al posto della esatta aperta a forse nella sciocca convinzione che una vocale chiusa fosse piú consona di una aperta alla eleganza (?) della lingua nazionale;
paraustiello s.v. m.le vedi oltre in coda sub trastula;
perraría,s.vo f.le
letteralmente comportamento da pérro (cane furente; cfr. sp. perro); poi
1 atto crudele,cattiveria, malvagità;
2 inganno inumano, malvagio, efferato, sadico, etimologicamente dallo sp perrería= mascalzonata;
scartiloffio/a, s.vo m.le o f.le
Ci troviamo questa volta a parlare di due parole, l’una maschile, l’altra femminile, che fan parte del fiorito ed icastico linguaggio partenopeo, ambedue nell’originario significato di atto, manovra truffaldini tesi a raggiunger lo scopo di affibbiare, per solito a stranieri, carta straccia in luogo di buona carta mnoneta; estensivamente poi ogni atto o manovra truffaldini operati in danno di sprovveduti, disattenti, incolti, creduloni che facilmente si lasciano raggirare ed imbrogliare.
Storicamente le voci in epigrafe nacquero tra il finire del 1700 ed i principi del 1800 a Napoli, al tempo delle frequentazioni di viaggiatori stranieri che accorrevano a visitare le città centro meridionali e nacquero nell’àmbito della camorra (setta di malviventi che uniti in consorteria tentano di procacciar con ogni mezzo lecito, ma piú spesso illecito, guadagni e benefici ai propri membri; etimologicamente camorra è corruzione ed adattamento del termine spagnolo gamurra che, a sua volta è da chamarra = abito di foggia iberica preferito dalla peggior risma di lazzaroni partenopei) che, per il tramite di suoi adepti, gestiva a suo pro quell’antico fenomeno turistico; non è che il trascorrer del tempo abbia fatto cambiar molto le cose; attualmente a Napoli, ma ugualmente in altre città centro-meridionali le vittime preferite degli scartiloffisti che sono ovviamente coloro che praticano lo scartiloffio, sono pur sempre i turisti o i derelitti cafoni e/o pacchiani, cioè gli sprovveduti provinciali che giungono in città divenendo, a loro malgrado, súbito preda di furbi lestofanti truffatori che li raggirano ed imbrogliano; e ciò avviene non perché i cittadini stanziali siano piú furbi o svelti dei cafoni o dei pacchiani, ma solo perché i cittadini ben conoscono di che infidi panni vestono i truffatori che si aggirano per piazze, vicoli e stazioni della città ed accuratamente tentano di evitarli e tenersene lontani.
Torniamo alle parole a margine e vediamone un po’ l’etimologia, per la ricerca della quale non bisogna mai dimenticare il significato originario di scartiloffio/a che è la truffa tesa ad appioppar carta straccia in luogo di buona cartamoneta; ordunque:
Scartiloffio/a addizione del sostantivo scartoffia con l’aggettivo loffio/a;
Scartoffia : voce gergale forse nordica, per indicare una carta da giuoco senza valore, una cartina;
Loffio/a: letteralmente frollo, cascante, molle e quindi scadente, inutile; etimologicamente da un ant. tedesco: slapf→slaf, ma non gli sarebbe estraneo il latino labi da cui il toscano labile =inconsistente.
Si comprende facilmente che una scartoffia che sia anche loffia rappresenti quanto di peggio possa capitare ad un povero turista o ad un provinciale che approdi o giunga nella nostra città o in cento altre città d’arte del centro-meridione; rammenterò – per chiudere in … allegria - l’incipit del film Guardie e ladri in cui lo scartiloffista Totò (ecco che torna il principe del sorriso…) si dedicava ad una particolare forma di scartiloffio: l’appioppare ad un credulo turista americano una grossa patacca che è una ovviamente falsa moneta antica di grosse dimensioni il cui nome è dall’arabo bataqa attraverso lo spagnolo pataca.

traniello s.vo m.le
insidia, trappola per trarre in inganno o indurre in errore;
etimologicamente deverbale di tranare, variante ant. di trainare (dal lat. volg. *traginare, deriv. di *tragere, per il class. trahere 'trarre')propr. 'trascinare in un'insidia'; in coda all’elencazione dei termini napoletani che rendono l’italiani truffa, raggiro, fregatura etc. ne considero altri due vocaboli che pur sostanziando un raggiro o una fregatura, mancano del cattivo intendimento di ricavare illeciti profitti in danno di altri avendoli indotti in errore con artifici e raggiri; si tratta infatti di due vocaboli d’àmbito artistico e segnatamente teatrale e si riferiscono ambedue alle innocenti gherminelle usate da attori e saltimbanchi per divertire il pubblico degli ingenui, candidi spettatori con i loro spettacoli farciti di trucchi e giuochi di mano; i vocaboli sono:
jacuvella,s,vo f.le
termine antichissimo, presente fin dal sec. XIV e ss., già preso in esame e contenuto nell’ Elenco di parole napoletane (primo modesto tentativo di dar vita ad un vocabolario della lingua napoletana), elenco che Colantonio Stigliola (1548 -1623) mise in appendice alla sua versione in lingua napoletana dell’ Eneide.
Pur essendo antichissimo, il termine non è però desueto ed ancora vive nell’uso quotidiano in tutta l’area linguistica campana, radicato principalmente sia nell’ alta Irpinia che nel napoletano. Amplissimo il ventaglio dei significati che partendo dal comportamento superficiale, cosa poco seria,modo di agire che genera confusione, inconcludenti tira e molla, giungono all’ intrigo, pretesto, banale astuzia, sotterfugio teso a perder tempo, a giocherellare, a cincischiare, nel tentativo di defilarsi per non compiere qualcosa di molto piú serio; anticamente il vocabolo che sto esaminando fu usato anche per indicare dispettucci da innamorati, vezzi, moine, tenerezze da innamorati, quegli stessi che – come vedemmo altrove – erano detti anche vruoccole o cicerannammuolle; piú spesso comunque la jacovella/jacuvella/ ghiacovella indicò la trama, l’intrigo, la gherminella piú o meno sciocca, buffonesca, cialtronesca, semplicistica.

Per ciò che attiene all’etimologia di jacovella/jacuvella/ ghiacovella, questa volta devo dissentire da quanto proposto dall’ amico il dotto avv.to Renato de Falco, attivissimo esperto di cose napoletane il quale per jacovella/jacuvella/ ghiacovella rifiutando altre piú accolte e convincenti etimologie, ipotizza una culla latina, chiamando in causa uno strano jaculum= dardo dandone però una connessione semantica a jacovella che mi pare troppo inconferente se non pretestuosa…
Non so come sia accaduto, ma questa volta reputo che l’amico Renato – solitamente preciso ricercatore – sia stato un po’ superficiale e si sia lasciato sfuggire che la parola jacovella/ ghiacovella nacque in ambito teatral-marionettistico per identificare le gherminelle, le azioni sceniche di un tal Giacomino (in dialetto Jacoviello diminutivo di Jacovo id est Giacomo che poi altro non era che l’adattamento del nome proprio francese Jacque, nome con il quale colà si soprannominò il contadino sciocco e semplicione, contadino che in tal veste entrò nel teatro delle marionette dove fu Jacovo o Jacoviello e le sue azioni furono le jacovelle o, con diversa scrittura, le ghiacovelle. E tali azioni furon prese a modello per identificare tutte quelle elencate in principio. A titolo di curiosità rammento altresí che dall’originario nome francese Jacque si trasse la voce giacchetta che era il tipo di indumento pratico e non ricercato indossato dai contadini.
Non so cosa abbia spinto Renato de Falco a scartare l’ipotesi Jacovo e a proporre il latino jaculum.
Ma è rimasto solo!
F. D’Ascoli, C. Jandolo e recentemente M. Cortelazzo propendono in coro ,ed indegnamente io con loro, per una degradazione semantica del nome proprio Giacomo – Jacovo.

- Trastula s.vo f.le
sostantivo femm. sing. usato per indicare un generico trucco e/o inganno; in realtà come deverbale di trastulià (che letteralmente è il porre in essere innocenti giochini o inganni da saltimbanchi) la voce a margine solo estensivamente indica ogni altro inganno teso ad imbrogliare, raggirare etc; ad un superficiale esame potrebbe sembrare che il verbo napoletano trastulià donde la derivata tràstula sia un adattamento del toscano trastullare; non è cosí però; è vero che ambedue i verbi, l’italiano ed il napoletano, partono da un comune latino transtum che fu in origine il banco cui erano assisi i rematori delle galee romane, per poi divenire i banchi su cui si esibivano i saltimbanchi con i loro trucchi ed inganni detti in napoletano trastule e chi li eseguiva fu il trastulante passato in seguito a definir semplicemente l’imbroglione , ma mentre l’italiano trastullare è usato nel ridotto significato di dilettare con giochini i bambini, il napoletano trastulià à il piú duro significato di mettere in atto trucchi ed inganni, e non per divertire i bambini, quanto per ledere gli adulti;
Giunti a questo punto rammenterò che tutte le voci che ò elencate furono usate negli scrittori partenopei (poeti, drammaturghi etc.) a far tempo dal 1400 con eccezione di quelle nate (ad. es. pagliettaría) in epoche successive. C’è una sola voce che non à trovato posto nei reperti letterarii, ma è rimasta a far tempo dal 1940 circa, nel parlato popolare ed ancora vi permane ben salda avendo soppiantato quasi tutte le voci elencate fin qui con le sole eccezioni di ‘mbroglia e tràstula; la voce è
paraustiello voce singolare maschile nata in origine in senso positivo per significare esempio, spiegazione ma che à finito per prendere il senso negativo di ragionamento caustico, capzioso, pretestuoso cavillo, metafora maliziosa e furbesca, appiglio gratuito, arbitrario, infondato, fittizio, esempio, ma ad usum delphini, argomentazione tortuosa etc. Quanto all’etimologia ancóra c’è qualcuno che sulla scorta del primo significato di esempio, spiegazione propende per l’iberico para usted (per voi) quasi che con la parola paraustiello si volesse avvertire: tutto ciò che abbiamo detto è stato un esempio portato per voi. La cosa non convince soprattutto perché il paraustiello fin quasi dal suo apparire non fu usato solo nel senso positivo di esempio, spiegazione ma prese quasi súbito nell’uso del discorrere popolare (come ò detto) il senso negativo di ragionamento caustico, capzioso, metafora maliziosa e furbesca, appiglio gratuito, arbitrario, infondato, fittizio,argomentazione tortuosa e dunque mi pare corretto pensare per l’etimo di paraustiello ad un adattamento del greco paràstasis che vale giustappunto ragionamento, metafora, argomentazione.
Ed a questo punto penso d’avere esaurito l’argomento, d’aver contentato l’amico N.C.e qualche altro dei miei ventiquattro lettori e poter ben dire Satis est.
Raffaele Bracale

domenica 27 giugno 2010

PEZZENTELLA

PEZZENTELLA

Pezzentella agg.vo f.le del m.le pezzentiello piccolo/a mendicante; sia pezzentiello che pezzentella (che non va confuso con analogo, omofono ed omografo s.vo f.le che indica tutt’altro) sono agg.vi diminutivi (cfr. i suffissi iello ed ella derivati dal s.vo pezzente : mendicante, straccione; persona che vive in condizioni di estrema miseria: andare vestito come un pezzente; sembrare un pezzente | persona meschina, eccessivamente attaccata al denaro: fare il pezzente. Si tratta di una voce di orig. merid., pervenuta anche nell’italiano, ed etimologicamente è propriamente il part. pres. del napol. pezzire 'chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. pètere 'chiedere'; in effetti con la voce a margine in napoletano non si indica propriamente la piccola mendicante che chieda obolo di monete, ma si indica in unione al s.vo anima: anema pezzentella quell’anima che trovandosi in purgatorio che secondo la dottrina cattolica tradizionale è lo stato temporaneo di espiazione cui sono assogettate le anime di coloro che, pur morendo in stato di grazia, debbono espiare i peccati veniali e le pene conseguenti ai peccati mortali, di per sé già perdonati; trovandosi cioè in uno dei regni dell'oltretomba cristiano, dove si espiano le colpe commesse sulla terra prima di poter passare in paradiso, e desiderando abbreviare – per quanto possibile – il loro transitorio, ma doloroso stato, chiedono, pietiscono dai vivi delle preci suffragatorie; ll’ anema pezzentella: l’anima poverella è comunque un’anima che soffre, che patisce e chiede refrigerio e ad essa è apparentato chi smunto, macilento, sciupato, patito, appaia soffrire e bisognoso di un aiuto materiale o morale che lenisca le sue pene.Al proposito di codeste aneme pezzentelle mi piace rammentare una popolarissima prece che viene recitata a suffragio di détte anime, dalle frequentatrici dell’antichissimo Cimitero delle Fontanelle.
Eccola:
Chelli ffiglie, chelli spose
ca so’ tanto turmentate
Gesù mio Vuje ca ll’amate
cunzulàtele pe pietà.
Recuglítele Signore
dint’ â santa gloria Vosta
affinché ‘sti pezzentelle
cantarranno ‘e laude Voste,
Ve ringrazziano e benediceno
tutta quanta ll'etemità.
Requie ‘mpace
Requie ‘mpace
Requie ‘mpace

Requiescatte ‘mpace. Ammenne!
Che si può rendere con l’italiano
Quelle figlie quelle spose
che son tanto tormentate
Gesù mio voi che le amate
consolatele per pietà.
Accoglietele o Signore
nella vostra santa gloria
acciocché esse vi lodino
vi ringrazino, vi benedicano
per tutta l'etemità.
Requiem in pace
Requierm in pace
Requiem in pace
Requiescant in pace. Amen
Il Cimitero delle Fontanelle è un antico cimitero dismesso della città di Napoli. Questo antico ossario si sviluppa per circa 3.000 m2, e la cavità è stimata attorno ai 30.000 m3ed è nascosto nel cuore del Rione Sanità, uno dei quartieri piú ricchi di storia e tradizioni, appena fuori dalla Napoli greca–romana, nel quartiere scelto per la necropoli pagana e piú tardi per i cimiteri cristiani; in questo famosissimo cimitero di culto cattolico si conservano da almeno quattro secoli i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura e, soprattutto, delle vittime delle grandi epidemie che piú volte colpirono la città.In questo cimitero che conserva numerosissimi resti umani (ossa e teschi) ancóra in tempi recenti esistette, ad opera di pie donne e/o clero secolare il culto dei defunti con particolare riferimento alle anime del purgatorio (anime pezzentelle) piú bisognose di preci a suffragio: tra di esse le due piú note: ‘a capa d’’o Capitano e quella di donna Agata, due teschi addirittura adottati e fatti oggetto di continue preci.
Nell’area del Cimetero , situata tra il Vallone dei Girolamini a monte e quello dei Vergini a valle erano dislocate numerose cave di tufo, utilizzate fino al 1600, per reperire il materiale, il tufo, appunto, per costruire la città.L’utilizzo di questa originaria cava di tufo, come cimitero è da far risalire intorno al 1656, anno della peste, flagello che provocò almeno trecentomila morti; si continuò poi ad usarlo fino all’epidemia di colera del 1836. A tali resti si aggiunsero nel tempo anche le ossa provenienti dalle cosiddette “terresante” (le sepolture delle chiese bonificate dopo l'arrivo dei francesi di Murat) e da altri scavi,senza dimenticare poi che verso la fine del Settecento tutti quelli che avevano dei mezzi lasciavano disposizioni per farsi seppellire nelle chiese dove però spesso non vi era piú spazio sufficiente alla bisogna; accadeva, allora, che i becchini, dopo aver finto di aderire alle richieste ed aver effettuato la sepoltura nella terresanta della chiesa indicata o prescelta dal defunto, a notte alta, posto il morto in un sacco, se lo caricavano sulle spalle ed andavano a riporlo in una delle tante cave di tufo; non faceva eccezione la cava della Sanità con il suo cimitero delle Fontanelle il cui nome deriva dalla presenza nella zona di abbondanti sorgenti e fonti d’acqua,provenienti dall’altura di Capodimonte che sovrasta la Sanità ed il suo famoso cimitero.Un’ ultima notazione per rammentare che il cimitero delle Fontanelle fu chiuso nel 1969 dal cardinale di Napoli dell'epoca, Corrado Ursi, preoccupato (almeno questa fu la versione ufficiale) per i segnali di feticismo che il culto delle Anime pezzentelle andava denotando; abbandonato per molti anni, fu messo in sicurezza e riordinato dopo il 2002 e dal 2006 è di nuovo, diventato area museale, accessibile al pubblico; mi costa però che in barba ai dettami della Curia alcune vecchie beghine continuino a frequentarlo largeggiando in atti devozionali e preci e chiedendo grazie se non miracoli alle anime pezzentelle e segnatamente alla capa d’’o Capitano e quella di donna Agata, sulle cui leggende non mi dilunguo qui e rimando ad altro tempo e luogo.
r.bracale

PICCOLI QUESITI

PICCOLI QUESITI
Rispondo qui di sèguito ad alcuni piccoli quesiti pervenutimi via e-mail da un amico che si trincera sotto lo pseudonimo di Capafresca. Ecco i quesiti:
1)Sgummato/scummato ‘e sanco letteramente schiumato di sangue cioè con il sangue privato della schiuma, cioè percosso tanto duramente da provocare copiosa epistassi (emorragia dal naso) quasi che il sangue (a sèguito delle percosse avesse perso la sua schiuma o la sua gomma e risultasse cosí liquido da scorrere copiosamente. Sgummato/scummato è il part. pass. dell’infinito sgummà/scummà denominale di gomma che è dal lat. tardo gumma(m), per il class. cummi e poi gummi, dal gr. kómmi, di orig. egiziana;
2) La voce vulva è resa in napoletano con svariati termini;
eccoli qui elencati; Tra i piú usati sinonimi, rammento: fessa, fresella, purchiacca/pucchiacca,quatturana, carcioffola, ficusecca,mulignana, patana,pummarola, vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta, cestúnia,senga, sesca, pesecchia/pesocchia, pettenessa, furnacella, tabbacchera, sciúscia etc. e qui di sèguito li illustrerò uno alla volta. Procediamo ordunque ordinatamente:
fessa= fessura, apertura con etimo dal lat. fessa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano;
fresella di per sé, letteralmente la fresella è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione, variamente condito con diversi ingredienti(in massima parte vegetali) per un gustoso asciolvere; la voce fresella è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli o nelle Puglie à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva;
purchiacca o pucchiacca = letteralmente, fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina;
premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti io stesso penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo;
1 -la prima ipotesi è che la voce a margine potrebbe risultar derivata dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il suff. dispreg. acca,secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto proposto da altri quali l’Altamura, il D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono, che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto, corretto napoletano la voce usata per indicare l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee sempre in unione con un’altra erba/insalata detta arucola (rughetta), la voce dicevo è purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana è pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da prodotti ittici), cosa possa avere in comune con l’ organo femminile esterno della riproduzione;
2 - l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca fa riferimento ad una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti partire da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs) acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere;
- quatturana letteralmente quattro grani; il grano fu vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens, che l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282.
La Sicilia era divisa fra Aragonesi e Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto.
Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi.
Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò.
Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi.
Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno.
Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi, per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono.
Torniamo al grano che, dicevo,fu vilissima moneta corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a 2,40 euro, cioè a quasi 5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto, le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la cosiddetta ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi dell’attuale Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto;
- ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno';
- bbuatta= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite;
- senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum quale lettura metatetica poi femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga;
- sesca propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio.
Ora rammento che anche in lingua italiana, per furbesco traslato, con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè sisco soprattutto nel linguaggio colloquiale, si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco e cioè con sesca si è finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio.
- pesecchia/pesocchia propriamente fessurina, piccola apertura
atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo).
- cestunia letteralmente è tartaruga che, nell’inteso comune partenopeo, è uno degli animali domestici piú longevi, che però mostrano tutti i segni del tempo trascorso sulla pelle raggrinzita e rugosa che copre capo, collo e zampe di questo piccolo rettile acquatico e/o terrestre, appartenente all'ordine dei Cheloni; esso rettile à corpo racchiuso in un robusto scudo corneo dal quale sporgono capo, zampe e coda; proprio dette rugosità e grinzosità della pelle, à fatto assegnare dai napoletani il nome di cestunia, alla raggrinzita e non piú rigogliosa vulva di una donna che passata ‘e cuttura e/o ‘e coveta cioè ormai anziana (quasi troppo cotta o raccolta tardi), sia ancóra illibata ed intonsa; l’etimo della voce cestunia si fa concordamente risalire ad un latino parlato testunia per il class. testudo; la voce napoletana à comportato la dissimilazione t-t→c-t;
E passiamo ora a tutte le voci mutuate dall’ambito orticolo o ittico; abbiamo:
- carcioffola = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che non sia piú giovane e che per tanto si pensa abbia già avuto piú o meno numerosi rapporti coniugali, s’usa dire ironicamente che tene ‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola risulta derivato dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn;
- ficusecca con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile.
usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva.

- patana,= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana);
- pummarola = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso ; l’etimo di pummarola è, come per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l e cambio di genere per cui pummororo→pummarola;
- vongola,= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine, voce di origine napoletana trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di vongola è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m) da cui vongula→vongola con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.);
- cozzeca,= cozza, mitilo bivalve che aperto, come la precedente vongola ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso, ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di cozzeca è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca;
e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da
- scarola = scarola letteralmente scariola, varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di scarola è dal lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca;
- mulignana letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente, viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto che inducesse alla pazzia.
- pettenessa ultima(anni ‘950) voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga, a denti lunghi e sottili, disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso semipreziosi, grosso pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in lingua napoletana, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m) da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone (derivato da un acc.vo lat. volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a m’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine, ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello, tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro, tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine.
- tabbacchèra s.vo f.le letteralmente tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto;
per traslato furbesco sesso femminile; il traslato semantico è dovuto probabilmente al fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa, serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile.
La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato trasòato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera e fa riferimento ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di ridere e giocare,evitando di oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso.

- furnacella soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito, tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce
sguessa/sguessera, ma non è in alcun modo chiaro quale sia il passaggio semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate meridionali il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 – † Roma, 15 aprile 1967),), la bazza sono resi con la voce sguessa o anche sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo, un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta, impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare gli apparenti sviamento e pronunciamento del mento; da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; infine da sguessa→sguessera.
Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare.
Rammento ancóra che in taluni dialetti provinciali (Capri, Visciano etc.) la vulva viene indicata anche con il nome di brasciola ( che, vedi alibi, di per sé indica un grosso involto di carne imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla ed in quanto tale è un s.f. derivato dal tardo latino brasa+ il suff.diminutivo ola femm. di olus; semanticamente la faccenda si spiega col fatto che originariamente la brasola fu una fetta di carne da cuocere alla brace, e successivamente con la medesima voce adattata nel napoletano con normale passaggio della esse + vocale (so) al palatale scio che generò da brasola, brasciola si intese non piú una fetta di carne da cucinare alla brace, ma la medesima fetta divenuto grosso involto imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla e molto frequentemente, ma non necessariamente sugo di pomidoro, involto che è d’uso consumare caldissimo.furbescamente, come ò détto, in talune province con tale voce viene indicata la vulva, con riferimento semantico alla focosità e carnalità del sesso femminile. A Napoli dove sono in uso, come ò indicato, numerose voci per indicar la vulva, questa provinciale brasciola non viene di norma usata.




Esaurita la spiegazione delle voci elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce sciuscia.

- sciuscia Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale.
Per la verità dico súbito che solo tre vocabolarî della lingua napoletana ( l’antico D’Ambra,ed i piú vicini Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali vocabolaristi àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma a mio avviso, maldestramente, per un inconferente generico idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio!
Personalmente penso di poter proporre altri due etimi di cui il primo, pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flos→sciore etc.) e ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia si è potuto avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è il corrispondente ía greco che sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è philosòphia(m), mentre in greco è philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti; nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati);
3)'mpizze 'mpizze,locuzione avv.le temporale che vale a tempo a tempo, lí per lí la locuzione è formata con la reiterazione d’un avverbio modale ‘mpizzo (sulla punta, ai margini)derivato da pizzo (punta, becco) voce di origine espressiva con protesi di un in→’n→’m davanti alle esplosive p o b;
4)verrizzo pl. verrizze
Con l’antica voce(peraltro nota ormai quasi solamente ai napoletani piú anziani, essendosi irrimediabilmente depauperato il lessico d’antan) verrizzo, che al plurale fa verrizze, nella parlata napoletana vengono indicati le bizze, i capricci stizzosi,le stravaganze, le voglie irrazionali ed estensivamente anche quelle lussuriose, libidinose; chi ne va soggetto è detto verruto/a, ma pure verrezzuso/osa.
Annoto innanzi tutto che ‘e verrizze son quasi sempre riferiti nel loro significato primo di bizze, capricci,stranezze, voglie irrazionali o ai bambini o alle donne, nella presunzione che un uomo fatto, difficilmente possa lasciarsi prendere da bizze o capricci, di talché i termini verruto o verrezzuso, riferiti ad un uomo fatto, starebbero ad indacare un soggetto proclive alla lussuria o libidine, cosí come dal significato estensivo di verrizzo.
Quanto all’etimologia del termine in epigrafe, la questione non è di poco conto; la maggior parte dei compilatori di dizionarî, che accolgono il termine se la sbrigano con un’annotazione pilatesca: etimo incerto.
Qualche altro, lasciandosi però chiaramente trasportare dal significato estensivo della parola, propone una timida paretimologia, legando la parola verrizzo, al termine verro che è il porco non castrato atto alla riproduzione, nella pretesa idea che il verro sia portato, almeno nell’immaginario comune, a pratiche libidinose, ma la proposta paretimologia poco mi convince.
A mio sommesso parere, penso che la parola in epigrafe possa tranquillamente derivare dall’unione del verbo latino velle rotacizzato in verre con il sostantivo izza agganciandosi semanticamente ad un comportamento originariamente iracondo, stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano; la voce izza è piú nota nella forma varia ed intensiva bizza (ma sia izza che bizza provengono dall’antico sassone hittja = ardore).
Partendo da vell(e)+izza si può pervenire a vellizzo e di qui a verrizzo con tipica alternanza della liquida L→R, successivo affievolimento della piena e tonica mutatasi nella evanescente e e maschilizzazione del termine passato da verrizza a verrizzo adattamento resosi necessario atteso che – pur trattandosi di un difetto (che comunque comportava una manifestazione d’ardore,non ipotizzabile di pertinenza del sesso femminile) era piú consono (in epoca di maschilismo) ritenerlo di genere maschile (suff. in o) piuttosto che femminile (suff. in a).
Infine, a margine di tutto ciò che ò detto su verrizzo,voglio rammentare che esiste un altro antico vocabolo partenopeo, fortunatamente ancóra usato con cui si indica il capriccio, la bizza, le testarde impuntature, il reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, quasi esclusivamente da parte dei bambini; il vocabolo è ‘nziria che estensivamente indica anche il prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare, è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Rommento ancòra che un tempo accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra ;per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira e di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato De Falco nel suo Alfabeto napolitano e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidiǽ a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che semanticamente ben mi pare possa rappresentare l’impuntatura che è tipica di chi si abbandona alla ‘nziria.

5)vase e frizze
lett. baci e sfregamenti,pizzicotti,punzecchiature per provocare; di per sé la voce frizze fu anticamente il pl. di frezza = freccia, ma poi si affermò nel tardo ottocento e primi del novecento quale traslato nei significati che ò indicato; etimologicamente fu voce deverbale di frezzare/frizzare = 1 dare la sensazione di lievissime e frequenti punture:’o spirito ‘ncopp’ê fferite frezza (l'alcol, sulle ferite, frizza) | detto di bevande, provocare una sensazione di solletico al palato; essere effervescente:’a sciampagna frezzeca (lo spumante frizza)
2 stridere, detto di ferro rovente immerso in acqua
3 (fig.) essere pungente, caustico.;
frezzare/frizzare è dal lat. volg. *frictiare, intens. di frigere 'friggere'
6)te ce avvizze lett. ti ci appassisci, ne resti vizzo, appassito, consunto; avvizze è voce verb. (2° ps. sg. ind. pr. dell’infinito avvezzí= appassire, sfiorire etimologicamente denominale di vizzo= appassito, sfiorito che à perduto la freschezza, la sodezza; seccato, flaccido ( dal lat. vietius, compar. neutro di viítus 'vizzo', deriv. di viíre 'legare';
7)cchiú t’appizze lett. piú ti accanisci piú vi ,tendi, vi poni attenzione e mente; cchiú= piú dal lat. plu(s) con tipico passaggio di pl→chi (cfr. platea→chiazza – plumbeu(m)→chiummo – pluere→chiovere etc.), appizze è voce verb. (2° ps. sg. ind. pr. dell’infinito appezzà= tendere, appuntire, accanire etimologicamente denominale di pizzo (punta, becco) voce di origine espressiva;
8)è gghiuto ô ffrisco lett. è andato al fresco cioè è stato depositato al monte dei pegni; l’espressione semanticamente è da collegarsi alla medesima usata in riferimento a chi finisce carcerato; come di chi finisce in prigione si dice che è andato al fresco, cosí di un oggetto dato in pegno resta carcerato fino a che non venga riscattato pagando i relativi interessi e la somma ricevuta in prestito depositando l’oggetto al monte di pietà(Il Monte di Pietà o Banco/Monte dei pegni fu una istituzione finanziaria senza scopo di lucro nata verso la fine del XV secolo in Italia (soprattutto meridionale) su iniziativa dei Francescani per erogare prestiti di limitata entità (i) in cambio di un pegno.
La funzione del Monte di Pietà o Banco/Monte dei pegni fu quella di finanziare persone in difficoltà fornendo loro la necessaria liquidità. A tal fine per il loro funzionamento i beneficiari fornivano in garanzia del prestito beni reali di valore ( monili ed oggetti di oro, o di argento, ma talora – nel caso di persone indigenti - anche biancheria che si vedevano restituito quando ripianavano il debito). 9)Bbelle ‘e jammere!
10)Mo t’ ‘e ccoglio e mmo t’ ‘e vengo! Letteralmente:Ora li raccolgo e súbito li vendo! Fu la voce degli ortolani girovaghi che vendevano frutta ed ortaggi di stagione e di cui magnificavano la freschezza asserendo di averli raccolti con le proprie mani nei campi di produzione e di venderli al minuto nel giorno stesso della raccolta.
11)‘O quadrillo e ‘a fijurella! Letteralmente: Il quadretto e la figurina! Fu la voce dei venditori girovaghi di oggetti di culto che nei mercati rionali o nelle festività di santi patroni offrivano quadretti, rosarii benedetti e non, medagliette o semplici figurine di santi.
12)Conciatielle! Letteralmente: Aggiustategami!Fu la voce degli operai girovaghi che per pochi soldi provvedevano illico et immediate alla riparazione di stoviglie in rame o piú spesso in coccio; per le stoviglie in rame al grido di Stagnateve ‘a ramma l’artiere provvedeva a ricoprire di stagno le pareti interne(quelle che sarebbero dovuto andare a contatto con i cibi cotti), mentre il conciatielle/conciatiane/conciambrelle fu colui che servendosi di mastici e/o fil di ferro provvedeva alla riparazione di padelle, tegami,pentole in coccio o anche di ombrelli: - conciatielle (chi aggiusta le padelle) da concia o acconcia voce verbale 3° p. sing. ind. pres. di cuncià o accuncià = aggiustare da un basso latino comptiare o ad-comptiare= preparare; + tielle pl. di tiella (dal tardo lat. te(g)ella(m)→tjella(m))- - conciambrelle (chi aggiusta gli ombrelli) da concia o acconcia voce verbale 3° p. sing. ind. pres. di cuncià o accuncià = aggiustare da un basso latino comptiare o ad-comptiare= preparare; + ‘mbrelle plurale adattato (normalmente dovrebbe esser ‘mbrielle) di ‘mbrello = ombrello da un basso latino umbrella maschilizzato.
- conciatiane (chi ripare le pentole) da un concia o acconcia vedi sopra + tiane plurale di tiana da un basso latino tejana femminile di un tejano che fu dal greco tégano collaterale di tàghenon= pentola, padella.


13)Tiene chistu campo ‘e fave!… Espressione furbesca di sapore lubrico e scurrile che letteralmente vale: “Ài questo campo di fave!” irriguardosamente riferito al vasto fondoschiena d’una prosperosa forosetta, fondoschiena ritenuto campo in cui siano seminate delle fave (e si sa che con la voce fava in senso furbesco si intende il membro maschile!); E con questo penso d’aver adeguatamente risposto alla richiesta pervenutami. Satis est.
Raffaele Bracale

PETTEGOLA, INTRIGANTE & dintorni

PETTEGOLA, INTRIGANTE & dintorni
L’amica A.C. (i consueti problemi di privatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) reduce dalla lettura d’alcune mie, a suo dire interessanti paginette sotto il titolo di Epiteti(nelle quali trattavo alcuni termini napoletani corrispondenti al pettegola dell’italiano), mi à chiesto se in napoletano (oltre quelli già illustrati ne esistano altri di pari significato. Accontento lei e forse qualche altro dei miei ventiquattro lettori esaminando altre parole napoletane sinonimi di pettegola; lo faccio non senza soffermarmi dapprima sulla voce di partenza: pettegola e poi sui sinonimi dell’italiano; abbiamo dunque:
pettegola agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le pettegolo)
1si dice di persona che parla spesso con morbosa curiosità e con malizia di fatti e comportamenti altrui: una donna pettegola
2 proprio di persone pettegole: chiacchiere pettegole
come s.vo [f. -a] persona pettegola: è un gran pettegolo.
Non tranquillissima l’etimologia: appare alquanto forzata (anche per il D.E.I.) una proposta derivazione dal ven. petegolo, affine all'it. peto, per allusione all’incontinenza verbale delle persone pettegole; come pure incoferente appare l’accostamento a píthecus= scimmia, accostamento che non spiegherebbe il suffisso; meglio optare, con il Caix (Napoleone Caix (Bozzolo, MN 1845-†ivi 1885), linguista, docente di dialettologia e lingue romanze comparate presso il Regio Istituto di studi superiori di Firenze) per una derivazione quale deverbale dal lombardo betegar= altercare; betegar a sua volta mi appare costruito sul s.vo gotico bíga→bega con infissione di una sillaba (te) durativa e suffisso verbale are/ar ; da betegar→petegar e petegolare/pettegolare donde pettegolo;
ciarlona, agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le ciarlone) voce non comune: che, chi à l'abitudine di ciarlare molto; chiacchierone. Etimologicamente deverbale di ciarlare (voce onomatopeica)= parlare a lungo e senza alcun costrutto; chiacchierare, cianciare
chiacchierona, agg.vo e talora s.vo f.le (al m.le chiacchierone)voce piú comune della precedente e del medesimo significato nonché di simile etimo (deverbale di chiacchierare) trattandosi anche per la voce a margine di voce onomatopeica
Intrigante, agg.vo e talora s.vom.le e f.le
1 chi avviluppa, chi intricare: intrigare una matassa
2 (fig.) chi turba, chi imbarazza: Quel silenzio di Oreste la intrigava (CAPUANA)
3 (fig.) chi/che affascina, chi/che interessa, chi/che incuriosce: un film che intriga lo spettatore;in funzione intransitiva. [aus. avere] chi si dà da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; chimacchina: intrigare per avere un posto, una nomina ||| in funzione rifl.( intrigarsi) chi si intromette in faccende poco chiare o che possono creare fastidi; chi si impelaga: intrigarsi in un brutto affare | (fam.) chi si impiccia, chi si immischia: intrigarsi dei, nei fatti degli altri. Etimologicamente part. pres. di intrigare che è variante di intricare , (dal lat. intricare, comp. di in- 'in-1' e un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli') variante di origine sett. (per la g al posto della c); non manca poi un influsso del fr. intriguer.Dall’esame dei significati della voce a margine si evince che essa solo per ampliamento semantico à il significato proprio di pettegola , atteso che chi di chi si impiccia, chi si immischia soprattutto delle faccende altrui, per solito lo fa logorroicamente e maliziosamente nell’intento di penetrare gli argomenti di cui voglia interessarsi.
Linguacciuto/a, agg.vo m.le o f.le
1che à la lingua lunga;
2 pettegolo/a, maldicente;
per l’etimo è un derivato di linguaccia (peggiorativo di lingua che è dal lat. lingua(m)); linguaccia è
1 il gesto del tirar fuori la lingua per scherno: fare le linguacce
2 (fig.donde l’aggettivo che ci occupa) persona pettegola, maldicente.
maldicente, agg.vo e talora s.vom.le e f.le
che, chi ama sparlare degli altri per malignità o per leggerezza; quanto all’etimo è dal lat. maledicente(m), part. pres. di maledicere 'dir male';
Esaurite cosí le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano:
banchèra=agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che l’eventuale corrispondente maschile banchiere nel parlato comune non indica un venditore al minuto, ma un impiegato di banca(istituto di credito); banchera ad litteram è venditrice al minuto che lavora servendosi di un banco/bancone tenuto all’aperto sulla pubblica via, venditrice che essendo in contatto con molte persone può – come la successiva capèra - diventar pettegola, propalatrice di notizie; etimologicamente è voce derivata da banche plurale di banco (che è dal germ. *bank 'sedile di legno' ) + il suffisso femm. di pertinenza era o al maschile iere;
capèra s.vo e talora agg.vo f.le e solo femminile = ad litteram: pettinatrice a domicilio ed estensivamente: pettegola, propalatrice di notizie raccolte in giro e riportate magari corredate di falsità aggiunte ad arte alle originarie notizie conosciute durante l’itinerante lavoro; etimologicamente è voce derivato dal lat. volg. *capa(m) (testa) + il suffisso femm. di pertinenza era (al masch.èra diventa iere (es.: ‘a salum+èra, ‘o salum+iere));
caiazza agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile; il maschile caiazzo è attestato solo come s.vo (maschio della gazza), mai come aggettivo; come sostantivo la voce a margine indica appunto la gazza, pica, uccello dei corvidi; come agg.vo vale per traslato donna pettegola ed ignorante etimologicamente è voce derivata dal lat. gaia = gazza etc. c.s.con aggiunta del suffisso dispregiativo azza/azzo che accanto ad assa/asso continuano i lat. acea/aceus donde gli italiani accia/accio;
cajotela/cajotula agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile; (un maschile cajotulo non è attestato né come s.vo, né come agg.vo) = donnicciuola pettegola adusa a andarsene in giro a raccogliere e propalare notizie,ma pure donna plebea, becera, sporca che emani cattivo odore e per ampliamento: donna lercia di facili costumi; semanticamente la seconda accezione si spiega con un supposto etimo da cajorda (che è ipotizzato dall’ebraico hajordah) = puzzola; ma piú che caiorda pare che la voce di partenza debba essere una sia pure non attestata *chiajorda con riferimento a donna abitante la Riviera di Chiaia un tempo strada molto sporca, covo di gente malfamata; tuttavia mi pare molto difficile, morfologicamente parlando, pervenire a cajotela/cajotula sia che si parta da cajorda che da chiajorda. Ecco perché penso che sia preferibile l’ipotesi etimologica che collega le voci cajotela/cajotula al basso latino catula= cagna. In questo caso sarebbero salve sia la morfologia (da catula con consueta doppia epentesi vocalica (epentesi tipica delle lingue meridionali) io→jo facilmente si giunge a cajotula) sia la semantica ( è nell’indole della cagna priva di padrone, vagabondare latrando (cfr. spettegolando) e concedendosi ai randagi (cfr. donna di facili costumi);

ciantella, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ciantiello= uomo di poco conto, è poco attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune; la voce a margine à un primo significato che è: ciabattina, pianella, pantofola, ed un secondo significato estensivo: donna volgare, becera, ciana, pettegola,sudicia e sguaiata semanticamente risalenti alla ciabatta del primo significato che usata continuatamente come calzatura portata strisciando i pavimenti risulta sudicia, consunta che è sguaiata; etimologicamente la voce a margine è un diminutivo (cfr. il suff. ella) di *cianta (dal lat. planta= pianta del piede);normalmente in napoletano il passaggio del lat. pl + vocale dà chi (cfr. plaga→chiaja – platea→chiazza – clavum→chiuovo) ed in effetti esiste in napoletano derivato dal lat. planta= pianta del piede, la voce chiantella = suoletta interna delle scarpe di talché nel derivare sempre dal lat. planta= pianta del piede, la voce a margine si preferí eleminare la consonante diacritica h ottenendosi ciantella da non confondere chiantella e per eleminare ogni dubbio si mutò la la consonante occlusiva dentale sorda (t) con la corrispondente occlusiva dentale sonora (d) pervenendo a ciandella molto piú usata di ciantella nei significati di donna volgare, becera, ciana, pettegola,sudicia e sguaiata;

funnachèra agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile funnachiero= uomo di poco conto,volgare è poco attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente abitante, frequentatrice di un fondaco, il fondaco(in napoletano fúnneco) fu, dalla seconda metà dell’ ‘800, ai primi del ‘900, un locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima;ma anche estensivamente un cortilaccio o vicolo cieco circondato di abitazioni da povera gente, ed addirittura una zona poverissima ed insalubre della città ( a Napoli ne esistettero fino ai primi del 1900, a dir poco una settantina (tra i quali il famoso Funneco Verde cantato da Salvatore Di Giacomo) ubicati quasi tutti nella città vecchia segnatamente nelle zone del Porto e Pendino e spesso detti fondaci prendevano il loro nome da quello degli artieri che vi aprivono bottega: es: funneco verde =fondaco degli ortolani, funneco ‘a ramma fondaco dei ramai) con costruzioni fatiscenti e malsane; quindi la funnachèra quale abitante o frequentatrice di un fondaco, connota una donna di bassa condizione civile , intesa becera, volgare, triviale; etimologicamente voce denominale di fúnneco che è derivato dall'arabo funduq (attraverso lo spagnolo fúndago(con assimilazione progressiva nd→nn e variazione di tipo popolare della occlusiva velare sonora g con la piú aspra e dura occlusiva velare sorda c):altra ipotesi etimologica è che tale fondaco: 'alloggio, magazzino', possa derivare dal gr. pandokêion(pan=tutto, dokomai=accolgo)ed in tal caso fondaco varrebbe oltre che magazzino anche locanda, albergo pubblico; da fondaco e funneco '+ il solito suffisso femminile di pertinenza era scaturisce funnachera;
marammé/ sié marammé, esclamazione o agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che un corrispondente maschile si’ marammé= uomo volgare, lamentoso etc. non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente la voce marammé è una interezione che vale: povera me!, me sciagurata!mentre in unione con sié in posizione proclitica disagglutinata è s.vo nel significato di signora misera-me!, pettegola piagnona come colei che vada in giro lamentandosi continuamente di vere o piú spesso infondate,finte sciagure che quotidianamente la perseguitino; etimologicamente l’interiezione marammé è parola formata dall’agglutinazione di mara ( da e per (a)mara(m)) con me forma complementare tonica del pron. pers. io che
1 si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; l'à cunzignato a mme; a mme nun me ne ‘mporta; è venuto a ddu me ajere; l'à fatto pe mme;
2 si usa come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; maro a mme!; nun sî comme a mme;
3 si usa come compl. di terminein presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: me ‘o dicette; me ll’ à date n’ ata vota(me li à restituiti; me nn’ à fatte tante e tante; mannàtemmello(mandatemelo); parlammenne(parlamene).
Nella forma di sostantivo la voce marammé è unita in posizione proclitica, disagglutinata con la voce sié= signora (sié è infatti l’apocope ricostruita di signora dalla voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur → sie-(gneuse);ricordo che il maschile di tale sié è si’= si(gnore); spesso càpita però che per macroscopico errore colpevole(tanto piú colpevole quando chi sbaglia sia un addetto ai lavori (poeti/scrittori partenopei,ritenuti o autoaccreditati di esserlo) tali si’ e sié vengon letti zi’ e zié→zi’ che sono invece l’apocope di zio e zia che sono dal lat. thiu(m)/thia(m) e dunque voci affatto diverse da signore e signora che son voci di rispetto, ma generiche rispetto a zio/zia che indicano un chiaro rapporto parentale che di norma manca nel rapporto interpersonale dei soggetti indicati come signore o signora;
‘mpechera, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘mpechiero= uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce’mpechera a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera (come sbrigativament e raffazzonatamentee suole fare qualcuno di quei poeti e/o scrittori di cui antea) dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita per la n di nc’è per c’è;
‘ntapechèra agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘ntapechiero= uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni, anzi cerchi la trama, il raggiro, l’imbroglio; è voce etimologicamente affatto diversa da ‘mpechera quantunque la morfologia, ad un esame superficiale, potrebbe far pensare il contrario; in effetti la voce a margine per l’etimo non è da collegarsi al greco empleko=intratesso, ma al s.vo ‘ntàpeca = imbroglio, frode, raggiro; a ‘ntàpeca si è aggiunto il suffisso di riferimento èra che à reso necessario l’epentesi della h per render gutturale il suono della c (che è palatale se seguíta dalla e) secondo il percorso ‘ntàpec(a)+h +èra→’ntapechèra; ‘ntapeca = imbroglio, frode, raggiro è da un tardo lat. (a)ntapoca→’ntapoca→’ntapeca marcata su di un greco antapochē;

nciucessa, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile nciucisso = uomo di poco conto,volgare, intrigante non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune se non talora solo per dileggio nei confronti di inaffidabili uomini (che sono adusi a propalare in giro i fatti del prossimo, fatti appresi talvolta nell’esercio di funzioni pubbliche, funzioni che imporrebbero la segretezza delle notizie conosciute, segretezza che invece dai pettegoli viene bellamente disattesa!...) solitamente vengono bollati con termini quali parlettiere,mastrisso spallettone e similari ;letteralmente la voce nciucessa vale: donna pettegola, seminatrice di discordia, maldicente, diffamatrice, calunniatrice;etimologicamente si tratta di un deverbale di nciucià = pettegolare, far della maldicenza, diffamare verbo ricavato da una base onomatopeica ciu-ciúriproducente il parlottìo tipico di chi confabuli.
dal verbo nciucià è ricavata anche la voce nciucio Partendo dalla premessa che trattasi di voce onomatopeica ne risulta che la n d’avvio di nciucessa, nciucio e nciucià non deriva da un in→’n illativo, ma è una semplice consonante protetica eufonica (come ad. es. è nel caso di nc’è per c’è) ; erra perciò(e parlo dei soliti incolti, illetterati poeti e/o scrittori sedicenti esperti del napoletano) chi scrive ‘nciucessa, ‘nciucio o ’nciucià con un pletorico, ipertrofico ed inutile segno d’aferesi (‘); a margine rammento poi che è l’italiano ad aver derivato (seppure in modo cialtronescamente raffazzonato, avendo ritenuto la n d’avvio, un residuo di in( erroneamente ricostruito); è l’italiano, dicevo che à derivato inciucio dal napoletano nciucià, non il napoletano nciucio ad esser derivato dall’ inciucio italiano (nel qual caso sí che sarebbero state opportune e l’aferesi e la scrittura ‘nciucio);

’ndrammera/’ntrammera, , agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile ‘ntrammettiere= uomo ,volgare, intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ed abbondantemente desueta; letteralmente valse: donna pettegola ed intrigante, inframmettente, linguacciuta, che tesse trame; etimologicamente delle due grafie riportate la seconda (ntrammera) appare quella piú esatta e con ogni probabilità originaria atteso che risulta formata da una consonante eufonica n protetica del s.vo trama (con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale m) e con il suffisso di pertinenza èra; l’altra grafia (ndrammera) è palesemente ricavata dalla originaria ntrammera attraverso la sostituzione della consonante occlusiva dentale sorda t con la piú dolce consonante occlusiva dentale sonora d;
palazzola, agg.vo e talora s.vo f.le e ora solo femminile atteso che il corrispondente maschile palazzuolo= è desueto e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;letteralmente la voce a margine fu coniata, quale denominale della voce palazzo, per identificare quelle popolane, ciarliere e petulanti che vivevano ai margini del palazzo reale in cerca di benefattori tra i nobili frequentatori della corte; il maschile palazzuolo un tempo (1750 – 1850 ) fu usato nella medesima accezione del femminile; dopo l’unità (1860) cadde in disuso e venne usato solo nel significato di furbo, abile (forse tenendo presenti gli accorgimenti usati da quei popolani per strappare qualche vantaggio, utilità dai nobili cui si rivolgevano circuendoli con chiacchiere e ciarle;
pirchipétola/perchipetolaagg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che il corrispondente maschile pirchipetlo= uomo intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ma non desueta; letteralmente valse e vale l’italiano donna ciana, becera, donnaccola pettegola e volgare, linguacciuta, quando non donna di facili costumi con derivazione dell’addizione della voce perchia = perca: pesce acquatico di scarsissimo valore con bocca grossa e ventre ampio e floscio + petola/petula = pettegola, ciarliera; delle medesime infime qualità: bocca grossa (come che sottolineata dal pesante trucco), e ventre ampio e floscio, frutto del tipo di… lavoro comportante spesso gravidanze indesiderate è accreditata
la donna di facili costumi detta perchia spesso ciarliera e dunque pirchipétola/perchipétola.
E qui faccio punto pensando cosí d’avere cosí accontentati l’amica A. C. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori.
Satis est.
Raffaele Bracale