domenica 29 agosto 2010

SCIORBA – SCIORBACCA

SCIORBA – SCIORBACCA
Nei primi anni ’60 del 1900 quando ancóra a Porta Capuana, una delle piú note zone popolari della città bassa, veniva celebrata la festività dell’Assunta, con festa, luminarie e processione della statua della Vergine dormiente e poi di quella della Vergine destata con ai piedi delle pianelle consunte, per averle usate durante la notte della sua dormitio, per recarsi a far visita ai derelitti figli d’’a Maronna accolti e cresciuti nella vicinissima Casa Santa dell’ Annunziata istituzione benefica nata nel XIV secolo, insieme all'annessa Chiesa, come istituzione assistenziale per la cura dell'infanzia abbandonata.Détta Casa fu ricostruita una prima volta nel XVI secolo in forme rinascimentali e poi nel XVIII secolo dopo un incendio, da Luigi e Carlo Vanvitelli. Dal monumentale cortile della Casa si accedeva alla "Ruota" lignea che era quella che accoglieva i bambini abbandonati che venivano introdotti in una sorta di tamburo di legno, di ovvia forma cilindrica e raccolti all'interno da monache e bàlie, avvertite dal suono della campanella annessa alla ruota, monache e bàlie pronte ad intervenire ad ogni chiamata. All'esterno, al di sopra della ruota, vi era un puttino di marmo con un cartiglio dittante: "O padre e madre che qui ne gettate, alle vostre Limosine siamo raccomandati". All’interno proprio accanto alla bocca della ruota v’è una fontanella dove gli abbandonati ricevevano per mano delle medesime monache e bàlie, illico et immediate, appena raccolti, il santo Battesimo ed una sommaria prima abluzione.

Gli ospiti dell'istituzione venivano chiamati "Figli della Madonna", "Figli d'Annunziata", o "Esposti" e godevano di particolari privilegi. Alcuni venivano trovati con al collo un foglio di carta con il nome dei genitori, o portavano con sé qualche pezzo d'oro o d'argento. Tutto quello che indossavano e qualsiasi segno particolare, veniva annotato in un libro, in modo da rendere piú facile in futuro un eventuale riconoscimento da parte dei genitori pentiti dell’abbandono . La "Ruota" con il suo triste fascino, era una delle piú note d'Italia e non venne piú utilizzata dal 22 giugno 1875. La basilica attuale fa parte di un vasto complesso monumentale costituito in origine, oltre che dalla chiesa, da un ospedale, un convento, un ospizio per i trovatelli ed un "conservatorio" per le esposte (le ragazze povere e/o prive di famiglia, che venivano internate per conservarne la virtù, ma anche fornite di una piccola dote per essere maritate).L'istituzione, dedicata alla cura dell'infanzia abbandonata, era patrocinata dalla Congregazione della Santissima Annunziata, fondata nel 1318. Nel 1343 la regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, provvide a dotare la congregazione, che crebbe, da allora, all'ombra dei re di Napoli, assumendo la veste giuridica di Real Casa dell’Annunziata di Napoli.
La congregazione, sostenuta dalle famiglie nobili di Napoli, fu ricca ed ebbe vita assai lunga, giungendo fino a metà del Novecento.
Nei secoli gli edifici che costituivano il complesso furono variamente rimaneggiati: l'edificio che ancora oggi ospita l'ospedale ginecologico e pediatrico fu restaurato ancóra a metà del XVIII sec. dai Borbone, come recitano le iscrizioni del cortile interno.

Ma questo è un altro discorso.
Torniamo alla festa dell’Assunta a Porta Capuana. Lí in una delle ultime (1964 o 1965, non ricordo) processioni con il simulacro della Vergine dormiente, nel transitare accanto ad una bettola dove si servivano in ciotole di coccio, su di un lettuccio di spezzettate freselle, polpo bollito con il suo brodo e zuppe di cozze udii le parole in epigrafe, parole non piú udite alibi o ritrovate negli scritti sia pure di autori figli del popolo (Petito, Altavilla, Scarpetta). Quando le udii la prima volta non ne compresi súbito il significato, ma esso mi fu chiarito da un avventore della bettola che per festeggiare l’Assunta e lenire i morsi della fame, consumava del polpo bollito ed una zuppa di cozze lesse con un suo sughetto forte di pomidoro e peperoni piccanti; l’avventore indicandomi la scodella con la zuppetta di cozze disse:È chesta, è chesta ‘a sciorba!( È questa, è questa la sciorba!) Io che all’epoca conoscevo solo l’assonante sciorda (sciolta, diarrea) ne presi perciò a ridere, ma una volta che superai la confusione, seppi alfine che la parola sciorba valeva zuppa ed ovviamente la voce sciorbacca, con quel suo suffisso dispregiativo (acca) valeva zuppa pessima.
Riascoltai un paio di anni piú tardi e sempre nella medesima zona le voci in epigrafe, ma questa volta sulla bocca di alcuni giovinastri e non riferite a polpi o cozze bolliti o in zuppa, bensí per evidente traslato semantico, nei confronti di una donna non avvenente ed a maggior disdoro lamentosa, fastidiosa e lutulenta tal quale una sciorba(zuppa). Oggi a Napoli di una tale donna (seppure inelegantemente si direbbe: “Leta, le’ ca sî ‘na zuppa!” (Lèvati, lèvati,togliti via,sparisci giacché sei una zuppa!) Temporibus illis a Porta Capuana si disse analogamente Leta, le’ ca sî ‘na sciòrbacca!
Sono trascorsi ormai piú di quarantanni e non so se a Porta Capuana c’è ancóra qualcuno che usi le voci in epigrafe. Forse no, ma me ne dispiace; ò sempre ritenuto la voce sciorba ed il dispregiativo sciorbacca due parole interessanti degne di entrare nell’olimpo della parlata napoletana e non condannate a restare nel limbo delle voci familiari e/o rionali. Per quanto riguarda l’etimo ritengo che la voce sciorba debba derivare , nel significato di zuppa,, dall’arabo-persiano sciorbah o tsciorbach che à fornito chiaramente sciorbacca; le voci sciorbah o tsciorbach traggono origine da un tema verbale sciaríba= bere in quanto in origine si trattava di zuppa molto liquida; con il medesimo termine sciorbah o tsciorbach in Turchia si indica una lenta vivanda a base di riso.
Purtroppo tutto passa, dilegua e sparisce.E pazienza se la parlata napoletana che fu majateca, ricca di parole e di sonorità espressive si impoverisce ogni giorno di piú, come si sono impoverite le tante feste religiose e popolari della città di Napoli e nessuno piú ci ridarà la processione della Vergine dormiente e della Vergine con le pianelle sporche. Pazienza: c’est la vie!
Raffaele Bracale

MARMAGLIA, GENTAGLIA, CIURMAGLIA ETC.,

MARMAGLIA, GENTAGLIA, CIURMAGLIA ETC.,


Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico: P.G.,del quale per problemi di privatezza posso solo indicare le iniziali di nome e cognome, amico facente parte della Ass.ne Ex Alunni del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, che è uno dei miei abituali ventiquattro lettori e che spesso si sofferma a leggere le mie paginette sparse qua e la; dicevo che prendo spunto da una sua richiesta (relativa ad una desueta parola napoletana: ‘na mmorra) per parlare delle voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano e sono molto contento della richiesta perché mi darà modo di illustrare alcune parole napoletane antiche e disusate, ma grandemente icastiche.Cominciamo dunque illustrando le voci dell’italiano dove troviamo:
accozzaglia, s.vo collettivo f.le riferibile a persone e/o cose
1insieme disordinato di persone o cose: un'accozzaglia di delinquenti; un'accozzaglia di oggetti.
2turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose: 'accozzaglia di gente varia d’età e di sesso; un’'accozzaglia di vasellame e posate spaiati.
etimologicamente la voce è (attraverso l’uso del suff. aglia (che deriva dal lat. -alia, neutro pl., e forma sostantivi che ànno valore collettivo, spesso, come nel caso che ci occupa, spregiativo)) un deverbale di accozzare (= mettere insieme senza ordine persone o cose) derivato di cozzare giacché in origine accozzare significò unire con violenza; a sua volta cozzare è un deriv. di cozza, variante di coccia, nel sign. di 'testa'in quanto l’urto violento si pensava avvenisse fra due o piú teste);
ciurma, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
1 equipaggio di una nave (oggi per lo piú spreg.) | il personale delle tonnare
2 (st.) l'insieme degli schiavi e dei forzati che stavano ai remi nelle galere: ciurma scapola, i rematori non incatenati
3 (fig.) stuolo di gente chiassosa o ciarliera;
4 in Sicilia, il complesso degli operai di una miniera.
etimologicamente voce dal lat. celeusma 'canto dei rematori', che è dal gr. kéleusma 'comando, battuta per dare la cadenza ai rematori';
ciurmaglia, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
1 moltitudine di gente turpe, infame, abominevole
2 equipaggio rabberciato di una carretta del mare (nave o qualsiasi altro mezzo di trasporto vecchio e malandato) etimologicamente anche questa voce è dal lat. celeusma con l’aggiunta del suff. spregiativo aglia;
gentaglia, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
Raduno, adunanza, consesso di gente spregevole, accolta di persone (anche poche) di mentalità e costumi volgari. etimologicamente questa voce è dal s.vo gente (che è dal lat. gente(m)) con l’aggiunta del suff. spregiativo aglia;
marmaglia, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
1 insieme di gente deprecabile, turpe, spregevole;
2 (scherz.) gruppo chiassoso di bambini o ragazzi etimologicamente questa voce è dal fr. marmaille (è riconoscibile il suff. spregiativo lat. alia→aille= aglia), deriv. di marmot 'bambino, marmocchio';
plebaglia, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
voce spreg. plebe, maramaglia. La parte peggiore della plebe, o la plebe vista nei suoi aspetti peggiori: le grida, le intemperanze della p.;
con valore piú chiaramente soggettivo: tutti gli altri, per lui, non sono che plebaglia;
etimologicamente questa voce è dal s.vo plebe (che è dal lat. lat. plíbe(m)) con l’aggiunta del consueto suff. spregiativo aglia;
feccia, s.vo f.le s.[pl. -ce]
1 deposito melmoso lasciato dal vino sul fondo della botte per sedimentazione, e contenente i sali di potassio e di calcio dell'acido tartarico | bere il calice sino alla feccia, (fig.) sopportare ogni amarezza fino all'estremo limite
2 (estens.) ogni residuo che si sedimenta sul fondo di recipienti contenenti liquidi
3 (fig.come nel caso che ci occupa) la parte peggiore di qualcosa: la feccia della società
4 (ant. al pl., o anche al sg.), le feci, cioè gli escrementi umani: E molta feccia il ventre lor dispensa (Ariosto). etimologicamente questa voce è dal lat. volg. *faecea(m), deriv. del class. faex faecis 'feccia, sedimento';
teppa, s.vo f.le collettivo f.le riferibile solo a persone
la feccia, la gentaglia, la canaglia di una città, di un ambiente urbano. Si tratta di un termine che, dal nome della Compagnia della teppa, società di giovinastri e malviventi milanesi dediti a prepotenze e bagordi, costituitasi intorno al 1817 e stroncata dalla polizia nel 1821, è passato nell’uso di tutta Italia per indicare la malavita delle grandi città, o un insieme qualsiasi di persone che facciano atti di violenza o di vandalismo: mescolarsi con la t.; s’era unito con la peggiore t. del paese; la t. cittadina aspettava il primo segno di affievolimento del potereper agire indisturbata. Etimologicamente questa voce è da collegarsi al termine dialettale milanese tepa= muschio con riferimento ed allusione ai prati di Piazza Castello di Milano, dove la Compagnia della teppa era solita radunarsi.
Esaminate ed esaurite cosí le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano partendo da quella che à sollecitato la stesura queste paginette; ed abbiamo
morra/mmorra, s.vo f.le
in primis, con il s.vo in esame (che è dal greco myríos(attraverso il fr. mourre)= gran moltitudine) si indica la mandria,il branco, l’armento; per traslato poi si indica spregiativamenteuna torma, uno stuolo,una schiera, un’orda di persone che facciano consorteria e tengano un comportamento precipitoso, imprudente, avventato, impulsivo, frettoloso, affrettato, abborracciato, raffazzonato, sciatto, approssimativo, trasandato, chiassoso; rammento che dal s.vo in esame nel napoletano è stato ricavato l’a.vo ammorrone/a oppure ammurrone/a, agg.vi m.li o f.li aggettivi che corrispondono ad un dipresso a gli italiani precipitoso/a, imprudente, avventato/a, impulsivo/a, frettoloso/a, affrettato/a , ma che in realtà trovano il migliore corrispondente in abborracciatore/trice, impreciso/a, vago/a, approssimativo/a, superficiale, nessuno dei quali però ripete l’aggancio semantico della voce napoletana che, molto icasticamente collega un comportamento precipitoso, imprudente, avventato, impulsivo, frettoloso, affrettato, abborracciato, raffazzonato, sciatto, approssimativo, trasandato, chiassoso e scomposto come quello tenuto dalle bestie di media o piccola taglia (bovini ed ovini) allorché raccolte in mandrie (mmorre) si muovono in maniera disordinata, scomposta, caotica;

cananèa, s.vo f.le voce desueta
canea, vociare continuato e crescente indistinto, ma fastioso di un gruppo turbolento di individui chiassosi e scomposti; vociare fatto ad imitazione quasi del latrare d’una muta randagia di cani ; rumore che fanno piú persone parlando ad alta voce o gridando: se senteva’a luntano ‘na cananèa pe tutto ‘o vico(si sentiva in lontananza un vociare per tutto il vicolo); dâ chiazza arrivava ‘na cananèa ‘e guagliune ca jucavano a ppallone(dalla piazza veniva un vocío sempre crescente di ragazzi che giocavano a pallone); per sineddoche il gruppo delle persone che che producono quel vociare;etimologicamente è voce denominale di cane (lat. cane(m)) da questa voce napoletana, per sincope cananèa→ca(na)nèa, la lingua ufficiale à appunto ricavato canèa di significato analogo;
chiorma, s.vo f.le 1 ciurma (oggi per lo piú in senso spregiativo)
2 (fig.) moltitudine di gente spregevole; in tale accezione la voce è accompagnato quasi sempre da uno specificativo: ad es.: ‘na chiorma ‘e fetiente ‘na chiorma ‘e mariuole etc.(una ciurma di fetenti – una ciurma di ladri etc.); etimologicamente la voce è dal lat. celeusma→c(e)leu(s)ma→chieuma→chioma→chiorma con epentesi di una r eufonica; a sua volta celeusma è marcato sul gr. kéleusma 'comando, battuta per dare la cadenza ai rematori';
maniata, s.vo f.le dai numerosi significati:
1)toccamento,palpeggiamento,stazzonamento,perquisizione
2)(ed è il caso che ci occupa)gruppo, riunione, raduno, adunanza, consesso, assemblea; accolita di persone spesso spregevoli; come il precedente lemma anche questo in esame nel senso sub 2 è accompagnato da uno specificativo, ad es.: ‘na maniata ‘e zezzuse, ‘na maniata ‘e ‘mbrugliune etc.(un’accolita di sporcaccioni, -un consesso di imbroglioni etc.);etimologicamente la voce in esame è un deverbale di maniare=palpare,toccare, stazzonare verbocostruito sil s.vo manus= mano che semanticamente nel sign. sub 1) è presente nel fatto che toccamenti,palpeggiamenti,stazzonamenti operquisizioni vengon operati usando le mani; d’altro canto il s.vo manus= mano semanticamente è chiaramente presente nel sign. sub 2) per il fatto che i componenti di un gruppo,una riunione,un raduno, un’adunanza, un consesso, un’assemblea, un’accolita di persone spregevoli nella maggior parte dei casi son cosí tanto affiatati, compatti, solidali, uniti tra di loro da poter esser metaforicamente contenuti e/o raccolti in/con una sola mano;
maneca, s.vo f.le da piú di un significato:
1) manico (di un oggetto)
2) manica (di un capo di vestiario
3) (ant.) schiera militare
4) (ed è il caso che ci occupa) combriccola, cricca,gruppo, riunione, raduno di persone poco raccomandabili; etimologicamente la voce è dal lat. manica(m), deriv. di manus 'mano'; il sign. 3 si spiega con l'uso, proprio del XVI secolo, di disporre, a scopo di difesa, due schiere di moschiettieri ai lati di uno squadrone centrale, come fossero due braccia ai lati di un corpo; il sign. 4 (che ci occupa) à all’incirca la medesima spiegazione in quanto un tempo ogni prepotente,tiranno, despota, soverchiatore era solito incedere portando a scopo di difesa, due schiere di guardie del corpo, guardaspalle, gorilli, sicarî, sgherri, scherani come se fossero le braccia del proprio corpo;
mappata, s.vo f.le da piú di un significato:
1)quantità di cose che può esser contenuta in un tovagliolo annodato;
2)accozzaglia
3) (fig.ed è il caso che ci occupa)cricca, combriccola, consorteria, congrega, combutta, conventicola di persone malfamate; in tale accezione la voce in esame è spesso accompagnata da uno specificativo ad es.: ‘na mappata ‘e cafune, ‘na mappata ‘e scieme etc.(un’accolita di villani, -un consesso di sciocchi etc.);etimologicamente la voce in esame è un denominale del lat. mappa=tovagliolo;
matta, s.vo f.le dal triplice significato; nel 1°e 2° è però desueto, mentre vive ancóra nel 3°
in primis 1 branco, mandria;
2(figur. e spreg.ed è il caso che ci occupa) banda, manica, combriccola, genía di cattivi soggetti;
3 particolare carta da giuoco cui, nel popolare giuoco d’azzardo italiano détto sette e mezzo, si puó assegnare qualsiasi valore; etimologicamente la voce in esame nell’accezione originaria sub 1 ed in quella figurata sub 2 deriva da un lat. med. macta(bestiarum)=mandria di bestie; nell’accezione sub 3 è voce da far risalire allo sp. mata, nome di un gioco di carte;
mazzamórra s.vo f.le voce desueta
in primis
1 gran torma, armento numeroso;
2(figur. e spreg.ed è il caso che ci occupa) vasta accolita,riunione moltitudine, congerie di cattivi soggetti;
etimologicamente la voce in esame è formata dall’unione (in funzione intensiva) del s.vo matta→mazza nell’accezione sub 1),or ora esaminata,con il s.vo morra (cfr. antea)
mazzamurro, s.vo m.le voce desueta
in primis
1 piccola torma, contenuto armento;
2(figur. e spreg.ed è il caso che ci occupa) piccola accolita,contenuta riunione, congerie di cattivi soggetti;
etimologicamente la voce in esame è formata come la precedente dall’unione (in funzione intensiva) del s.vo matta→mazza nell’accezione sub 1),or ora esaminata,con il s.vo morra (cfr. antea); nella voce in esame però si è ricavato un metafonetico maschile murro←morra per render maschile il s.vo mazzamorra e farlo diventare mazzamurro e ciò perché mazzamorra indicò una gran torma, un armento numeroso, mentre con mazzamurro si indicò piccola torma, contenuto armento secondo il noto criterio del napoletano per il quale un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella
scamunea/eja/èra s.vo f.le icastica, ma desueta voce antica dalla triplice morfologia e dal doppio significato
1 scammonia, erba il cui appiccicoso estratto veniva usato quale purgante;
2 (figur. e spreg.ed è il caso che ci occupa) gentaglia, marmaglia, bordaglia, scarto, accolita di monelli, discoli, malandrini adusi se non a delinquere a procurar danni.
etimologicamente la voce nella triplice morfologia è dal lat. scammonĭa/scammonĕa marcata sul greco skammonia; nel napoletano si è preferito per questioni espressive adottare la consonante nasale bilabiale (m) scempia piuttosto che quella doppia etimologica, doppia che avrebbe dato alla voce un’aggressività non auspicabile in un... purgante; il collegamento semantico tra l’erba scammonia e l’accolita di monelli scamunea/eja/èra si coglie proprio mettendo a confronto l’appiccicosità dell’estratto erbaceo e l’unione quasi appiccicaticcia che tiene uniti la combriccola dei monelli, oltre che dal fastidio degli effetti lassativi prodotti dall’erba scammonia e da quello di taluni danni procurati scamunea/eja/èra dei monelli.
E con ciò penso proprio d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualche altro dei miei ventiquattro lettori e penso di poter dire Satis est.
Raffaele Bracale

VARIE 791

1.FA’ COMME T’ È FFATTO, CA NUN È PECCATO.
Ad litteram: Rendi ciò che ti è fatto, ché non è peccato Id est: render pan per focaccia non è peccato, per cui si è autorizzati anche a vendicarsi dei torti subìti, usando i medesimi sistemi; locuzione che, stranamente per la morale popolare napoletana, adusa ad attenersi, quasi sempre, ai dettami evangelici si pone agli antipodi dell’evangelico: porgi l’altra guancia, ma in linea con l’antico principio romano: vim, vi repellere licet (è giusto respingere la forza con la forza).

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2.‘E SCIABBULE STANNO APPESE E ‘E FODERE CUMBATTONO.
Ad litteram: le sciabole stanno inoperosamente al chiodo ed i foderi combattono Id est: chi dovrebbe combattere o - fuor di metafora - operare fattivamente, nicchia e si defila, lasciando che altri prendano il suo posto; locuzione usata nei confronti di tutti coloro che per inettitudine o negligenza non compiono il proprio dovere, delegandolo pretestuosamente ad altri.

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3.FOSSE ANGIULO ‘A VOCCA TOJA!
Ad litteram: sia (di) angelo la tua bocca Locuzione che viene usata con un sostrato scaramantico ottativo, quando - fatti segno di un augurio - ci si augura altresí che quanto profferito si realizzi certamente e a breve tenendo la bocca di colui che ci à fatto l’augurio come bocca di veritiero messaggero ( ciò etimologicamente significa il termine angiolo) per cui - ritenuto proveniente da bocca di autentico messaggero - ciò che ci viene augurato si è certi che si realizzerà concretamente o - almeno - lo si spera .

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4.FRIJERE ‘O PESCE CU LL’ACQUA.
Ad litteram: friggere il pesce con l’acqua; locuzione usata per significare situazioni di così marcata indigenza da non potersi permettere l’uso dell’olio per friggere il pesce e doversi accontentare dell’acqua per compiere l’operazione con risultati evidentemente miseri, non essendo chiaramente l’acqua l’elemento adatto alla frittura; per traslato la locuzione è usata per significare qualsiasi situazione in cui predomini l’indigenza se non l’inopia più marcata.
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5.FÀ ‘NA BBOTTA, DDOJE FUCETOLE*.
Ad litteram: centrare con un sol colpo due beccafichi. Id est: conseguire un grosso risultato con il minimo impegno; locuzione un po’ più cruenta, ma decisamente più plausibile della corrispondente italiana: prender due piccioni con una fava: una sola cartuccia, specie se caricata di un congruo numero di pallini di piombo, può realmente e contemporaneamente colpire ed abbattere due beccafichi; non si comprende invece come si possano catturare due piccioni con l’utilizzo di una sola fava, atteso che quando questa abbia fatto da esca per un piccione risulterà poi inutilizzabile per un altro... *fucetola= beccafico dal lat.ficedula(m)

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6.ESSERE ‘NU BBABBÀ A RRUMMA.
Ad litteram: essere un babà irrorato di rum Locuzione dalla doppia valenza, positiva o negativa. In senso positivo la frase in epigrafe è usata per fare un sentito complimento all’avvenenza di una bella donna assimilata alla soffice appetitosa preparazione dolciaria partenopea; in senso negativo la locuzione è usata per dileggio nei confronti di ragazzi o adulti ritenuti piuttosto creduloni e bietoloni, eccessivamente cedevoli sul piano caratteriale al pari del dolce menzionato che è morbido ed elastico.

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7.ESSERE ‘E TENTA CARMUSINA.
Ad litteram: essere di tinta cremisi (rossiccia) id est: essere inaffidabile come il colore cremisi che anticamente, prodotto con metodi artigianali ed empirici, era di scarsa consistenza e poco sopportava le ingiurie del tempo; con altra valenza la locuzione sta ad indicare sia le persone di malaffare di cui diffidare e da cui tenersi alla larga, sia le persone ad esse equiparate e si ricollega al fatto che al tempo dei romani le prostitute erano aduse a vestirsi di rosso, a truccarsi con il carminio e ad indossare vistose parrucche fulve.

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8.ESSERE ‘NU VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUANNE.
Ad litteram: essere un bocca aperta di san Giovanni. Espressione riferita a tutti coloro che sono pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli; la località invece è da considerarsi solo perché in contrada Leucapetra adiacente la detta zona esistette un tempo una sontuosa villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza
1490,† Portici (NA) 1548) villa sulle cui pareti esterne erano collocati grandissimi mascheroni apotropaici rappresentanti dei volti con occhi spiritati ed a bocca spalancata.

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9.ESSERE MASTO A UNU FUOGLIO.
Ad litteram: esser maestro ad un solo foglio. Locuzione che si usa a mo’ di dileggio nei confronti di coloro che son ritenuti o si autoritengono maestri, ma siano di limitatissime conoscenze e di competenze molto ristrette, ai quali è inutile chiedere che vadano al di là di ciò che essi stessi propongano o facciano, come si diceva di un tal violinista, bravissimo esecutore, quasi virtuoso, ma di un unico pezzo, violinista che si scherniva davanti alla richiesta di eseguire altri brani musicali.

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10.ESSERE CCHIÙ FFESSO ‘E LL’ACQUA CAURA.
Ad litteram: essere più sciocco dell’acqua calda. Così si dice di chi sia, per innata insipienza o acclarata stupidità, talmente sciocco e vuoto ed insignificante al punto di non aver alcun gusto e/o sapore al pari di una pentola d’caqua riscaldata cui difettino ogni aggiunta di aromi e/o condimenti e pertanto sia incolore ed insapore.
Brak

VARIE 790

1.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE.
Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo
2.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE
Ad litteram:Non aver peli in volto e infastidire il barbiere, ma piú esattamente: esser tanto presuntuosi al punto che mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si erge ad ipercritico e spaccone o si infastidisca il proprio prossimo.
3.È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA.
È finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo; infatti il cacio deve guarnir dal di spra i maccheroni, non far loro da strame!
4.À FATTO MARENNA A SARACHIELLE.
À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa.
5.FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO.
Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente...
6.SO' GHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO
Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:i preti un tempo erano costretti a giocare a calcio indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco..., causando disordine, caos, baraonda, scompiglio.
7.NUN VULÉ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ...
Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità, come certi operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro scuoiatura.
8.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO.
Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...).
9.FARSE 'NU PURPETIELLO.
Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua.
10.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO.
Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela.
11.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA.
Avere la sorte di Maria Di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla sua morte (1414) dalla di lui sorella Giovanna II succedutagli sul trono.
12.JÍ Ô BATTESIMO, SENZA CRIATURA.
Recarsi a battezzare un bimbo senza portarlo... - Cioè comportarsi in maniera decisamente errata, mettendosi nella situazione massimamente avversa all'opera che si vorrebbe intraprendere.
13.PARE CA S''O ZUCANO 'E SCARRAFUNE...
Sembra che se lo succhino gli scarafaggi.- È detto di persona cosí smunta e rinsecchita da sembrar che abbia perduto la propria linfa vitale preda degli scarafaggi, notoriamente avidi di liquidi.
14.ABBRUSCIÀ 'O PAGLIONE...
Incendiare il pagliericcio - Cioè darsi alla fuga, alla latitanza, lasciando dietro di sé terra bruciata, come facevano le truppe sconfitte che pur di non lasciar nulla ai vincitori incendiavano i propri accampamenti, dandosi alla fuga.(id est:procurare un danno definitivo).
15.ÒGNE SCARRAFONE È BBELLO A MMAMMA SOJA...
Ogni blatta(per schifosa che sia)è bella per la sua genitrice - Ossia: per ogni autore la sua opera è bella e meritevole di considerazione.
16.S’È AUNITO, ‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO A TIRITEPPE…
Si sono uniti lo spago corto e la trottolina scentrata - Cioè si è verificata l'unione di elementi negativi che compromettono la riuscita di un'azione...
17.CHI SAGLIE ‘NCOPP’Ê CCORNA ‘E CHILLO, PO’ DDÀ ‘A MANO Ô PATATERNO.
Chi si inerpica sulle corna di quello, può stringer la mano al Signore -(tanto sono alte...)- Espressione divertente ed iperbolica per indicare un uomo molto tradito dalla moglie.
18.QUANNO 'O DIAVULO TUOJO JEVA Â SCOLA, 'O MIO ERA MASTO.
Quando il tuo diavolo era scolaro, il mio era maestro - Cioè: non credere di essermi superiore in intelligenza e perspicacia.
19.'O CANE MOZZECA Ô STRACCIATO.
Il cane assale chi veste dimesso - Cioè: il destino si accanisce contro il diseredato.
20.TRE SONGO 'E PUTIENTE:'O PAPA, 'O RRE E CHI NUN TÈNE NIENTE...
Tre sono i potenti della terra:il papa, il re e chi non possiede nulla: il papa quale unico rappresentante di Cristo in terra, à sotto la sua autorità spirituale l’intera Comunità dei credenti; il Re in un regime monocratico è la massima autorità dispensatore di leggi ed ordini a tutti i governati; chi non è in possesso di alcun bene non può temere il furto o d’essere invitato a conferire elargizioni od aiuti.
21.Ė GGHIUTA ‘A FESSA 'MMANO Ê CCRIATURE, 'A CARTA 'E MUSICA 'MMANO Ê BBARBIERE, 'A LANTERNA 'MMANO Ê CECATE...
La vulva è finita nelle mani dei/delle bambini/e, lo spartito musicale in mano ai barbieri, la lanterna nelle mani dei ciechi.La colorita espressione viene usata con senso di disappunto, quando qualcosa di importante finisca in mani inesperte od inadeguate che pertanto non possono apprezzarla ed usare al meglio, come accadrebbe nel caso del sesso finito nelle mani dei/delle fanciulli/e od ancóra come l'incolto barbiere alle prese con uno spartito musicale o un cieco cui fosse affidata una lanterna che di per sé dovrebbe rischiarare l'oscurità.
Brak

TRADIRE – TRADIMENTO & TRADITORE

TRADIRE – TRADIMENTO & TRADITORE
Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico P. G. amico di cui al solito (per questione di privatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prenderò in esame le voci italiane in epigrafe, altre omologhe, quelle collegate e le corrispondenti del napoletano.
Cominciamo con
tradire v. tr.
1 mancare ad un dovere, ad un obbligo giuridico o morale cui si era tenuti per giuramento o in virtú di una solenne promessa; piú genericamente, venir meno alla fede data: tradire la patria, un ideale; tradire un amico; tradire la moglie, il marito, commettere adulterio ' tradire un testo, tradurlo o interpretarlo male | tradire il pensiero, travisarlo, non renderlo in forma originale: la parola spesso tradisce il pensiero | tradire le speranze, le attese, deluderle
2 (estens.) rivelare inopportunamente: tradire un segreto, una confidenza
3 (fig.) venir meno a qualcuno, mancargli: la memoria può tradirmi
4 manifestare involontariamente: quel gesto tradí il suo stato d'animo
5 dare (per tradimento) in mano al nemico, consegnare qlcn al nemico (come avvenne per Cristo) ||| tradirsi v. rifl. manifestare involontariamente il proprio animo, il proprio pensiero, le proprie intenzioni: con una parola si tradí.
etimologicamente è verbo dal lat. tradere 'dare, affidare, consegnare', che, come ò détto, nelle versioni latine dei Vangeli si usa in riferimento alla consegna di Gesù alle guardie da parte di Giuda, ed è quindi 'tradire';
consideriamo ora i sinonimi dove troviamo
ingannare v.tr.
1 operare con frode e malizia ai danni di qualcuno: ingannare il prossimo; ingannare il marito, la moglie, tradire | indurre, trarre in errore (anche assol.): ingannare l'avversario con una finta; l'apparenza inganna
2 deludere: ingannare le speranze, la fiducia di qualcuno | eludere: ingannare la vigilanza
3 (fig.) rendere meno gravosa una situazione o una sensazione spiacevole: chiacchierare per ingannare l'attesa; fumare per ingannare il tempo; cercava di distrarsi per ingannare la fame ||| ingannarsi v. intr. pron. cadere, essere in errore; giudicare erroneamente: ingannarsi sul conto di qualcuno; se non mi inganno, sta per scoppiare un temporale; etimologicamente è verbo dal lat. tardo ingannare, intensivo di gannire 'mugolare' e poi anche 'scherzare', con cambio di coniugazione.
mancare; v.intr.
1 non bastare, non essere sufficiente; non esserci: manca il tempo; i soldi non gli mancano; manca la firma | gli manca (solo) la parola, (fam.) si dice di animale domestico particolarmente intelligente ' gli manca un giovedì, un venerdì, (fam.) si dice di persona non pienamente in senno
2 distare, intercorrere (si usa per indicare lo spazio o il tempo che separa da un termine stabilito): mancano due ore a mezzogiorno; quanto manca alla partenza?; manca un chilometro all'arrivo | mancarci poco che... , essere sul punto di: ci mancò poco che si facesse male | ci mancava anche questa!, esclamazione con cui si indica il proprio disappunto per un contrattempo o una contrarietà che sopraggiunge dopo altri contrattempi o contrarietà | ci mancherebbe altro!, per deprecare un evento spiacevole che si desidera che non avvenga
3 venir meno: sentirsi mancare le forze, il respiro; era mancata l'acqua, la luce | sentirsi mancare la terra sotto i piedi, (fig.) trovarsi d'un tratto senza appoggio né difesa ' sentirsi mancare, (assol.) svenire
4 essere assente, lontano (detto di persona): alla riunione mancavi solo tu; manco da casa da molto tempo
5 essere rimpianto, desiderato: ci sei mancato molto; mi manca una sigaretta dopo mangiato
6 (eufem.) morire: è mancato un mese fa
7 essere privo: mancare di iniziativa, di risorse; non mancare di nulla, avere tutto il necessario
8 come nel caso che ci occupa sottrarsi, venir meno a qualcosa: mancare alla parola data, tradire quanto promesso; mancare di rispetto a qualcuno, avere nei suoi confronti un comportamento poco riguardoso; mancare di parola, non mantenere le promesse | (assol.) commettere una mancanza, un fallo; sbagliare: in quella occasione ò mancato; ài mancato a, nel rispondergli cosí
9 tralasciare, trascurare (in frasi negative): non mancherò di fartelo sapere |||
comev. tr. in senso affatto diverso dal tradire:
1 fallire: mancare un colpo, il bersaglio | mancare la palla, non prenderla, non riuscire a colpirla
2 (fam.) perdere: mancare l'occasione.
Etimologicamente è verbo denominale del lat. mancu(m) 'manco, mutilo', quindi 'difettoso, manchevole';


travisare; v.tr. alterare, falsare(le speranze e sim.), distorcere, per lo piú intenzionalmente, il significato, il valore di qualcosa: travisare la storia, la realtà, le parole di qualcuno e ciò equivale a tradire;| travisare il volto, l'aspetto, mascherarlo ||| travisarsi v. rifl. (antiq.) camuffarsi, mascherarsi: i bravi di mestiere,... usavan portare il lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto,... ne' casi in cui stimasser necessario di travisarsi (MANZONI P. S. III). Etimologicamente è verbo formato dal s.vo visu(m) con protesi del prefisso tra (prefisso di parole composte derivate dal latino o di formazione moderna, dal lat. trans- 'al di là, oltre; attraverso'; indica il passare oltre (travalicare) o attraverso qualcosa (trapassare), il passare da un punto all'altro (trapiantare) e, fig., da una condizione a un'altra (tramutare); può assumere valore attenuativo (travedere),denotare una situazione intermedia (tramortire)oppure – come nel caso che ci occupa – una situazione di cambiamento - o di andare oltre (trasgredire) Con significato vicino a quello della preposizione tra, anche per influsso del lat. intra 'tra', vale 'in mezzo, tra diverse cose' (tramezzare, trascegliere) e in questo significato si alterna con fra- e intra- (framezzare, intramezzare));
disattendere v.tr. 1 (burocr.e in senso generale) non applicare, non osservare: disattendere una norma, una prescrizione (e dunque tradirla)| non accogliere: disattendere una domanda
2 (estens.) non ascoltare, non seguire: disattendere un consiglio | deludere: disattendere le aspettative. Etimologicamente è verbo marcato su attendere (che è dal lat. attendere, comp. di ad 'verso' e tendere 'tendere') =attener(si)con il prefisso distrattivo dis (dal lat. dis-, che si riduceva a di- davanti a consonante sonora , si assimilava davanti a f (come in differre, difficĭlis), e in qualche caso si mutava in dir- (come in emĕre - dirimĕre)]. – Prefisso verbale e nominale che in molti vocaboli derivati dal latino o formati modernamente indica separazione (per es. disgiungere), dispersione (per es. discutere, che propr. significa «scuotere in diverse parti»),negazione (come nel caso che ci occupa «disattendere = non attendere»), e piú spesso rovescia il senso buono o positivo della parola a cui si prefigge (per es., onore - disonore; simile - dissimile; piacere - dispiacere). In molti casi il vocabolo nuovo si forma non per aggiunta, ma per sostituzione del prefisso (per es., accostare - discostare; assennato - dissennato). In moltissimi verbi, e nei loro derivati, il pref. dis- si alterna col più comune s-.
disertare v.tr.o intr.
come transitivo
1 (lett.) devastare, spogliare, mandare in rovina
2 lasciare volontariamente un luogo: i contadini stanno disertando le campagne | non prendere parte a qualcosa: disertare le lezioni, una riunione | (non com.) trascurare: disertare le amicizie, i divertimenti | (ant.) abbandonare: misi me per l'alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna / picciola de la qual non fui diserto (DANTE Inf. XXVI, 100-102) |||
come intr. [aus. avere; non com. essere]
1 (mil.) abbandonare senza autorizzazione il reparto di appartenenza o non farvi ritorno dopo un'assenza autorizzata; passare al nemico
2 (fig.ed è il ns. caso ) abbandonare un'idea, una causa, il partito a cui si apparteneva; venir meno a un dovere, a un obbligo.
È verbo dal lat. tardo desertare, deriv. di desertus, part. pass. di deserere 'abbandonare'
Esaminati i verbi passiamo ai sostantivi:
tradimento s.vo m.le
il tradire, l'essere tradito ' alto tradimento, (dir.) delitto contro lo stato o le persone che lo rappresentano ' a tradimento, con l'inganno; per estens., improvvisamente, imprevedibilmente: gli fece una domanda a tradimento | mangiare il pane a tradimento, senza guadagnarselo, a ufo.
Etimologicamente è un deverbale del pregresso tradire (cfr.)
voltafaccia, s.vo f.le inv.
1 (non com.) il voltarsi all'improvviso e bruscamente: il voltafaccia del cavallo; per non incontrarlo fece un rapido voltafaccia;
2 (fig.e come nel caso che ci occupa) cambiamento improvviso di idee, di atteggiamenti; il venir meno inaspettatamente a impegni o a promesse: un improvviso voltafaccia che stupì tutti; un voltafaccia politico. Etimologicamente è un sostantivo ricavato dall’agglutinazione della voce verb. volta (3° p. sg. ind. pr. dell’inf. voltare che è dal lat. volg. *volutare, intensivo di volvere 'volgere') con il s.vo faccia (dal lat. volg. *facia(m), per il class. fací¸e(m) 'forma esteriore, aspetto, faccia', deriv. di facere 'fare';

infedeltà, s.vo f.le .
1. a. Stato di colpa in cui si pone chi è abitualmente infedele o lo è stato in particolari casi; con sign. piú astratto e generico, violazione della fede, inosservanza dell’obbligo della fedeltà: i. coniugale, da parte della moglie o del marito; l’i. di un dipendente, di un funzionario; i. di un ministro, al proprio sovrano o ai principî della costituzione; i. ai proprî doveri, ai proprî ideali; i. in amore, nell’amicizia. b. Con riferimento all’uso fig. di infedele, mancanza di veridicità, di conformità al vero o all’originale: i. di un resoconto, di una copia, di una traduzione, di un ritratto; i. dello storico, di un testimone. 2. In senso concreto come nel caso che ci occupa, atto, azione, comportamento con cui si offende l’obbligo della fedeltà: commettere un’i., una grave i.; scoprire, punire le i. di un collaboratore; anche nel sign. fig.: esposizione, narrazione con molte infedeltà. Etimologicamente è voce dal lat. infidelĭta(tem)→infidel(i)tà→infedeltà.
diserzione, s.vo f.le
1 il disertare; l’abbandono di un reparto militare
2 (fig. come nel caso che ci occupa,) l’abbandono di una causa, di un partito e sim. Voce dal lat. tardo desertione(m), deriv. di desertus (cfr. antea disertare);
inganno, s.vo m.le 1 l'azione insidiosa di chi inganna;tradimento, imbroglio, raggiro: tramare inganni; servirsi dell'inganno, ricorrere all’inganno
2 l'errore in cui cade chi si inganna: trarre, indurre in inganno; l'inganno dei sensi | gli amorosi inganni, (lett.) le illusioni date dall'amore | cadenza d'inganno, (mus.) quella che dal quinto grado risolve sul sesto invece di ritornare alla tonalità d'impianto. Etimologicamente è voce deverbale di ingannare(cfr. antea);

imbroglio. s.vo m.le
1 groviglio, intrico: un imbroglio di fili
2 (fig.) faccenda, situazione intricata, confusa: cacciarsi in un imbroglio; tirarsi fuori da un imbroglio. DIM. imbroglietto, imbrogliuccio PEGG. imbrogliaccio
3 (fig.cosí come nel caso che ci occupa) espediente inteso a trarre in inganno, a modificare illecitamente la situazione a proprio vantaggio: questo affare nasconde un imbroglio
4 (mar.) ciascuno dei cavetti applicati a una vela per poterla serrare
5 (mus.) intreccio di parti vocali o strumentali con sovrapposizione di ritmi diversi; è frequente nelle opere buffe o di carattere giocoso. Etimologicamente è voce deverbale di imbrogliare ( cheè con assoluta probabilità da un imbogliare (con successiva epentesi di una erre eufonica); imbogliare, a sua volta è da un in illativo + bollire nel senso di confondere (ciò che bolle si mescola talmente che si fonde con e cioè confonde.);
traditore/trice, s.vo m.le o f.le, talora anche agg.vo m.le o f.le .
[ al f.le -trice, ma pop. -tora] chi tradisce: traditore della patria.
Usato anche come agg. : occhi traditori, che fanno innamorare | vino traditore,che ubriaca pur apparendo leggero |faccia traditrice, che appalesa i veri sentimenti | (fam.) alla traditora, di sorpresa, a tradimento.
Voce dal lat. traditore(m) 'colui che consegna'; cfr. tradire

fellone, s.vo ed agg.vo m.le e solo maschile quantunque sia possibile un f.le fellona epperò non usato;
1 che, chi manca alla parola data; traditore, sleale | (estens.) perfido, scellerato
2 adirato, rabbioso, furioso
3 crudele; spietato;
la voce etimologicamente è con qualche probabilità da un antico franco félon ma forse piú probabilmente dall’antico sassone félen odonde un lat. med. fello/fellonis→fellone(m) (Du Cange);
fedifrago/a s.vo ed agg.vo m.le o f.le agg. (lett.) che non tiene fede ad un giuramento, ad un patto, ad un impegno; traditore | (scherz.) infedele, spec. detto di coniugi.Voce dal lat. foedifragu(m), comp. di foedus -eris 'patto' e un deriv. di frangere 'rompere, spezzare'.
E veniamo alle voci del napoletano e troviamo:
scurnacchià v.tr.
1 tradire il coniuge;
2 scornare, svergognare, deridere, beffare;
3 diffamare, dir male di qlcn.
verbo denominale di cuorno (dal lat. Lat. cŏrnu→cuorno) con protesi della s distrattiva ed addizionato del suff. alterativo/peggiorativo acchio che continua il lat. –aculum→-aclu(m)→acchio;
scurbacchià v. tr. non comune e desueto, sinonimo del precedente nelle prime due accezioni:
1 tradire il coniuge;
2 scornare, svergognare, deridere, beffare; verbo che piú che denominale di cuorbo(= corvo) (dal lat. Lat. cŏrbu(m)→cuorbo) con protesi della s distrattiva ed addizionato del suff. alterativo/peggiorativo acchio che continua il lat. –aculum→-aclu(m)→acchio, penso debba ritenersi adattamento attenuativo locale (città bassa) del pregresso scurnacchià forse ritenuto troppo duro.
Non mi risulta esistano altri verbi napoletani che rendono il tradire dell’italiano se non quelli figurati o traslati che trattai alibi sub imbrogliare,ingannare,abbindolare, intrigare ed a quello articolo rimando; possiamo passar dunque ai tre sostantivi napoletani che rendono il tradimento dell’italiano; essi sono:

aleventura, s.vo f.le
1 tradimento,
2 inganno
3 raggiro,
4 falsità
voce etimologicamente denominale del greco a + lebén(tes)addizionato del suffisso tura , suffisso tratto dal lat. -tura(m), usato per formare sostantivi femminili derivati da verbi (tritatura, ungitura) oppure, ma raramente (come in questo caso) da s.vi;
pruditaría s.vo f.le
1 infedeltà,
2diserzione (mil.),
3 inganno,
4 imbroglio.
Voce etimologicamente ricostruita sul lat. prōditore(m), deverbale di prodere 'tradire';

traitura s.vo f.le
1 tradimento,
2 trabocchetto,
3 inganno,
4 imbroglio.
5 infedeltà.
Voce etimologicamente costruita sul francese trahir= tradire addizionato del suff. lat. -tura(m), usato per formare sostantivi femminili derivati da verbi;
e veniamo infine ai sostantivi che rendono l’italiano traditore; e sono:


aleviénto, s.vo m.le
1 traditore
2 ingannatore
3 imbroglione,
4 truffatore,
5 impostore.
Quanto all’ etimo si tratta di voce costruita non come la precedente aleventura che è denominale del greco a + lebén(tes)(addizionato del suffisso tura), ma di voce dotta/letteraria, dedotta dall’ agg.vo spagnolo aleve (infido, infedele) addizionato del suff.iénto adattamento del suff. lat. ĕnte(m) in origine usato per formare i part. pres. della II, III e IV coniugazione e successivamente per la formazione d’aggettivi e/o sostantivi;


renejato/a, s.vo ed ag.vo m.le o f.le
rinnegato/a,apostata, traditore, giuda;
che, chi à sconfessato o tradito la propria patria o la propria fede.
Quanto all’etimo si tratta del p.pass. (usato in funzione sostantivale o aggettivale) dell’infinito renejà (dal lat. volg. *renegare, comp. di re- 'ri-' e negare 'dire di no') = rinnegare;

tràino s.vo m.le
1 traditore
2 impostore.
3 imbroglione,
4 truffatore,
5 falso,
6 ciarlatano,
7 lestofante.
Voce etimologicamente costruita, come la precedente traitura sul francese trahir= tradire.
E con ciò penso proprio d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualche altro dei miei ventiquattro lettori e penso di poter dire Satis est.
Raffaele Bracale

sabato 28 agosto 2010

VARIE 789

1 -Vení a mmente
Ad litteram: venire in mente; id est: rammentarsi di qualcosa, richiamarlo alla mente; da notare che nel modo di dire napoletano si usa il verbo di moto: venire, quasi che ciò che torna alla memoria debba spostarsi da un ipotetico mondo delle idee per riportarsi nella mente di qualcuno, mente che aveva precedentemente abbandonato.
2 -Venimmo a nuje
Ad litteram: veniamo a noi; locuzione usata per significare: riprendiamo il discorso, o ancóra - in un discorso già avviato: stringiamo i tempi, non ci perdiamo in chiacchiere, miriamo a concludere!
3 -Vennere 'a scafarea pe sicchietiello
Ad litteram: cedere in vendita una grossa scodella in luogo di un piccolo secchio Icastica locuzione usata quando si voglia sarcasticamente commentare l'incomoda posizione di chi cerchi di far passare come inviolata una donna che, invece abbia biblicamente conosciuto molti uomini.
Scafarea s.vo f. = ampio vaso, vasto catino di creta (dal greco skàphe=barchetta, vaso)
Sicchietiello s.vo m. dim. di sicchio = secchio (dal lat.volg. situlu(m)→sitlu(m)→siclu(m)→sicchio)
4 - Voca fora ca 'o mare è maretta
Ad litteram:prendi il largo, ché il mare è agitato Cosí, al di là del significato letterale si usa dire quando si voglia consigliare un importuno, fastidioso individuo di allontanarsi da noi, atteso che siamo nervosi ed insofferenti della sua presenza e dei suoi modi fastidiosi cui, con ogni probabilità, risponderemmo - nel caso non seguisse il nostro consiglio ad allontanarsi - con durezza se non con violenza.
Locuzione mutuata dal linguaggio dei marinai, i quali sanno che in caso di mare mosso è piú salutare puntare al largo, anziché bordeggiare la costa contro la quale si può correre il rischio di infrangersi.
5 -Vide addó hê ‘a jí
Ad litteram: Vedi dove devi andare; id est: allontanati , trova un'altra strada, va' via, vattene ed impegnati a trovare qualcun altro da infastidire.
6- Va' felicita quaccun'ato
Ad litteram: va' a render felice qualcun altro Locuzione di valenza molto simile alla precedente; questa in epigrafe è venata di maggior ironia, se non sarcasmo, atteso che se uno infastidisce qualcuno, certamente non lo rende felice ; ed in effetti qui il render felice sta ironicamente a significare: romper le scatole, tediare, pesantemente infastidire.
7 -Volle 'a caurara!
Ad litteram: bolle la caldaia Sorridente e malizioso riferimento ai primi bollori erotici delle giovani ragazze appena sbocciate alla vita di relazione.
È inutile precisare quale sia la caldaia in bollore.
8 - Vénnerlo pe dint' â senga d''a porta
Ad litteram:Venderlo attraverso lo spiraglio della porta; id est : vivere centellinando la propria azione, quasi pavidamente e tentando di far credere che ciò che si fa sia di grande importanza e se lo si conferisce liberalmente ciò avviene per grande magnanimità e quasi a rischio, quel rischio che esisteva realmente quando, temporibus illis si praticava il contrabbando e taluni generi venivano venduti letteralmente attroverso uno spiraglio di porta appena semiaperta.
9 -Vide 'o Cielo che te mena!
Ad litteram: guarda il cielo che ti concede! Icastica locuzione che potrebbe avere una valenza sia positiva che negativa, ma che viene usata solo con riferimento a quella negativa quale sofferto, amaro commento a ciò che di sgradevole, quando non deleterio, inattesamente ci caschi in testa piovendoci dall' Alto, senza lasciarci modo di evitarlo.
10 -Vrenna e sciuscelle nell'espressione: ferní a vvrenna e sciuscelle
Ad litteram:crusca e carrube nell'espressione finire a crusca e carrube
La crusca e le carrube sono due gustosi alimenti di cui son golosi i cavalli, alimenti che un tempo erano poco costosi e di facile reperibilità; per cui l'espressione finire a crusca e carrube era usata per indicare una situazione che si risolveva positivamente, con gratificazione di tutti e soprattutto con poco impegno di moneta; quando invece la situazione, pur risolvendosi positivamente comportava un maggior dispendio di danaro si diceva e si dice: ferní a tarallucce e vino
(finire a biscottini rustici e vino ) biscottini e vino costavano e costano molto piú di crusca e carrube.
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VARIE 788

1 -Turnà 'a stima a quaccuno
Ad litteram: render la stima a qualcuno; id est: riconfermare la fiducia o anche il rispetto a qualcuno cui, per errore o transeunti, futili motivi erano stati tolti.
2 -Una ne fa e ciento ne penza
Ad litteram: una ne fa e cento ne progetta Locuzione che fotografa il comportamento iperattivo di chi si dedichi , ma non si sa con quanto successo, a troppe iniziative di varia portata; la locuzione è usata altresí per stigmatizzare,anche se bonariamente, la ipercinecità di un ragazzo attivamente impegnato a fare innumerevoli marachelle.
3 - Uocchie chine e mane vacante
Ad litteram: occhi pieni e mani vuote; cosí si suole dire di chi, o per suo demerito o per sopravvenute contrarietà insormontabili, non riesce a raggiungere il risultato sperato e resti a bocca asciutta o mani vuote e si debba contentare di veder prossimo il risultato sperato, senza però avere la capacità o possibilità di toccarlo con le mani ossia
realizzarlo; in chiave piú becera, ma simpatica la locuzione fu usata per stigmatizzare la situazione di chi, attratto da procaci, provocatorie rotondità femminili si doveva contentare di guardare, senza poter toccar con mano e quindi senza potersi regolare nel modo ricordato altrove.
4 -Uocchie 'nfronte nun ne tiene?
Ad litteram: occhi sulla fonte non ne ài? Icastica ed ironica domanda retorica che si suole rivolgere, per redarguirlo, a chi colpevolmente distratto o disattento sia incorso in errori che si ritenga siano stati provocati dal fatto che egli non abbia esattamente guardato o badato a ciò che faceva, quasi non fosse munito di occhi.
5 -Uh, anema d''e piere 'e puorche!
Locuzione esclamativa intraducibile ad litteram atteso che è impossibile che le zampe di un maiale abbiano quell'anima che iperbolicamente, ma erroneamente, nella locuzione viene chiamata in causa;
il senso celato della locuzione è: che esagerazione!, cosa mi vai raccontando?, è incredibile ciò che mi dici!.
6 -Uocchie sicche
Ad litteram:occhi seccati, o - meglio - seccanti,cioè: occhi capaci di seccar, prosciugare(ossia arrecar danno) coloro contro cui vengon rivolti. Cosí, come in epigrafe, vengono chiamati i menagramo, gli jettatori, tutti coloro che con i loro sguardi sono ritenuti capaci di grandemente danneggiare qualcuno, non con azioni proditorie, ma semplicemente guardandolo.
7 -Uso nun mettere e uso nun levà
Ad litteram: non creare (nuove) abitudini e non toglierne; id est: lascia stare il mondo cosí com'è; non impegnarti a tentare di cambiarlo introducendo nuove abitudini che specialmente se si concretano in liberalità, omaggi e donativi nei confronti di terzi, diventano con il trascorrere del tempo eccessivamente onerosi e difficili se non impossibile toglier via; la cosa vale anche quando si trattasse di togliere inveterate abitudini; il tentativo di estirparle potrebbe ingenerare malumori nei terzi che vedendo eliminati o lesi alcuni pregressi privilegi potrebbero ribellarsi anche violentemente.
8 -Uh, ssevere 'e pazze !
Esclamazione impossibile da tradurre ad litteram che viene pronunciata nell'osservare situazioni o accadimenti ritenuti cosí strani ed improbabili da destare gran meraviglia, stupore e/o rabbia, nell'intento di sottolineare che quelle situazioni o accadimenti son cose da matti, quasi incredibili.
Strana locuzione quella in epigrafe dove con ogni probabilità il termine ssevere è corruzione dell'espressione francese: c'est vrai ( de foux) (è veramente da folli); la stranezza della espressione napoletana consiste nel fatto che ci si è limitati nella sua formulazione, alla sola corruzione della prima parte di quella francese: c'est vrai, completandola con il termine toscano: pazzi esatta traduzione del francese foux.
9 - Va' fà 'e ppezze
Ad litteram: vai a raccattare cenci.
Eufemistica espressione usata in luogo di altra piú corposa anche se becera, che qui di seguito illustrerò, per invitare un importuno, fastidioso individuo a liberarci della sua sgradita presenza, ed andare a raccattare cenci.
10 -Va' fà 'nculo ma meglio vallo a piglià 'nculo
Superfluo tradurre questi conosciutissimi modi di rendere l'italiano: va' a quel paese!La variante è sí piú becera, ma quanto piú corposa, esplicita e dura, atteso che colui cui è rivolta la locuzione è invitato a tenere nell'ipotetico rapporto sodomitico la posizione soccombente, non quella attiva prevista dalla prima locuzione; ambedue però, come quella del num. precedente, si rivolgono ad un importuno, fastidioso soggetto, invitato qui a dedicare il suo tempo ad altre attività che non quella di infastidirci.
11 -Va' te cocca
Ad litteram: va' a coricarti Altro modo di invitare qualcuno a togliersi di torno, ad andar via, a sparire per non importunarci o tediarci. Qui con modi piú contenuti e gentili rispetto a quelli dei numeri precedenti, lo si vuol convincere di liberarci della sua presenza, andandosene a dormire. Talvolta però, atteso che per coricarsi occorre stendersi su di un letto, con la locuzione in epigrafe si adombra il pessimo desiderio che il soggetto contro cui è rivolta debba giacere definitivamente disteso!
12 -Vatte a ffà fottere
Ad litteram: va' a farti possedere Ma è il medesimo perentorio invito a farsi sodomizzare - sia pure metaforicamente - contenuto nella variante di cui precedentemente.
13 -Vedé 'a morte cu ll'uocchie
Ad litteram: vedere la morte con gli occhi ; e sarebbe sciocco ed inopportuno chiedere: e con che altro si può vedere?, atteso che il napoletano è ricchissimo di simili tautologie, come appunto:'a vista 'e ll'uocchie, puorto 'e mare, palazzo 'e case, etc. tutte però necessarie a quel tipico barocchismo dell'eloquio partenopeo.La locuzione si usa per riferire di essersi trovati in situazioni di vita di relazione o di salute cosí gravi e/o pericolose da vedere la morte in viso e di esserne fortunatamente venuti fuori tanto da raccontarne.
14 -Vedé comme se mettono 'e ccose
Ad litteram: vedere come evolvono le cose; id est: mettersi in prudente attesa, vagliare e soppesare le situazioni e decidersi all'azione solo quando ci si sia resi ben conto di quali pieghe posson prendere o stanno prendendo le faccende che ci occupano
15 -Vedersene bbene
Locuzione, impossibile da tradurre alla lettera, dalla doppia valenza: in primis: profittare di ciò che ci venga messo a nostra disposizione, godendone ampiamente, senza remore o misura; con altra valenza la locuzione è usata per indicare il franco, disinibito comportamento di chi apertamente affronti qualcuno e gli dica a muso duro tutto il fatto suo, senza scrupoli e/o timori reverenziali.
16 -Vederse pigliato da 'e turche
Ad litteram: vedersi preso dai Turchi Id est: Essere assalito da grande timore e disperazione , trovandosi in situazioni pericolose o cosí ingarbugliate e contorte da non poterne venire fuori, come temporibus illis dovevano trovarsi i rivieraschi assaliti continuamente da quei pirati saraceni, tutti ritenuti e detti Turchi adusi alle piú efferate violenze.
17 -Vení frisco frisco
Ad litteram: giungere fresco fresco; detto di chi con tranquilla faccia tosta si presenti ed entri nel merito di un accadimento già da gran tempo avviato ed in corso e senza dimostrare di essersi impegnato per parteciparvi o di avere conclamate capacità organizzative o risolutive, voglia imporre il proprio punto di vista a dispetto di quanti stiano da gran tempo e con grande impegno lavorando al progetto de quo.
18 -Vení frisco e d''a grotta.
Ad litteram: giunger fresco e dalla grotta; locuzione simile alla precedente con l'aggravante qui che il soggetto cui si riferisce avrebbe dovuto concorrere all'accadimento in questione ed invece se ne è a lungo disinteressato, per presentarsi a reclamare il proprio utile a giuochi fatti, quando le asperità sono state affrontate e livellate da altri.
L'immagine della locuzione ripete quella del cocomero che arriva in tavola solo a fine pasto dopo essere stato tenuto al fresco artificiale del ghiaccio o a quello naturale d'una cantina.
19 -Vencere 'o punto
Ad litteram: vincere il punto; id est: riuscire, in un contrasto, a far prevalere il proprio punto di vista, affermandolo e mantenendolo quasi che esso fosse un premio da conseguire.
20 -Vení o scennere d''a muntagna
Ad litteram: venire o scendere dalla montagna; Detto di chi sia ritenuto sciocco, stupido e credulone, nella erronea convinzione che coloro che vivono in luoghi impervii ed appartati siano, nel confronto con i cittadini cosí corrivi, sempliciotti e creduloni da poterli facilmente circuire ed imbrogliare.
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