sabato 26 febbraio 2011

‘E PAPARELLE

‘E PAPARELLE

Nel parlato napoletano, ma pure nei reperti letterari c’ è e ci fu un congruo numero di termini usati per indicare il danaro; qualcuno si è preso la briga di contarli e ne à trovato circa sessanta a cominciare in ordine alfabetico da quel sonante abbrunzo che richiama ovviamente la lega metallica (bronzo) con cui s’usava tempo addietro batter moneta, per passare poi al termine agresta che in primis indica l’uva primaticcia, quasi acerba, quella stessa che era effigiata in una cornucopia sul verso di un’antica moneta spagnola in uso nella seconda metà del 1500;
rammento ancora l’ironica acquavite che è bevanda notoriamente tonica ed è fuor di dubbio che il danaro dia tonicità a chi ne possieda;
ricorderò ora il termine agniento che di per sé indica l’unguento, il balsamo, e va da sé che il danaro è un balsamo che può lenire parecchi mali, oltre che l’unguento che a mo’ di grasso s’usa per ungere chi di dovere per assicurarsi un beneficio;
sempre con riferimento alle capacità curative si pone il termine aruta l’erba aromatica che il popolo ritiene apportatrice di tanti benefici effetti: aruta ogne male stuta al pari del danaro che si ritiene possa risolver ogni problema sia fisico che morale;
lasciando da parte ora i riferimenti curativi o lenitivi rammenterò il termine argiamma patente corruzione del francese argent in riferimento, come il pregresso abbrunzo, al metallo usato per batter moneta.
E continuiamo con una rapida elencazione in ordine alfabetico dei termini più comunemente usati per indicare il danaro:
bisante o besante dal bizantino:buzantion (moneta d’oro);
boragna forse dal greco bora (nutrimento);
chiuove probabilmente per la somiglianza delle monete con le grosse teste dei chiodi;
cianfrone dallo spagnolo chanflon moneta argentea che al tempo di Carlo V (1530 ca) valeva 1 ducato e sotto Filippo III (1598 ca) causa l’inflazione solo ½ ducato;
ciaraffe dall’arabo giarif (moneta sonante)
cicere (ceci) il povero legume usato un tempo come merce di baratto;
crespielle dal francese crêpe frittella increspata e dorata richiamante l’oro della moneta e la rugosità del conio;
crie monete così chiamate perché portavano effigiata la spiga dell’orzo (in greco kri),
cuocciole dal greco còclos (conchiglia) un tempo le conchiglie furono usate come moneta negli scambi commerciali;
dummineche dal nome di Giandomenico Tramontano abilissimo coniatore di stampi di moneta, attivo presso la zecca napoletana nella seconda metà del 1500;
fajenze dal nome della città di Faenza dove erano prodotte le costosissime stoviglie in terracotta pregiata; col nome della città di Faenza sostantivato in fajenza e nel suo plurale fajenze si finì per designare il danaro in generale atteso che ne occorreva impiegare moltissimo per acquistare le terracotte ivi prodotte;
filusce o filusse o ancora felusse. Sull’origine del termine si è a lungo discusso chiamando in causa volta a volta, ma fantasiosamente il latino folliculus contenitore dei soldi e per estensione soldi medesimi o ancora più fantasiosamente il nome dei sovrani spagnoli Filippo I o II o III da cui: Felippo, Felippusse ed infine Filusse. La faccenda è molto più semplice e seria derivando, a mio avviso, il vocabolo de quo dall’arabo fulus plurale di fals (dal greco phóllis =obolo)nel significato appunto di moneta, danaro; la voce araba invase tutto il bacino mediterraneo al segno che in Calabria, con analogo significato, abbiamo filusu , in Sicilia: filussi, in Toscana: pilosso, in Spagna: felùs ed in Portogallo: fuluz;
frisole (i fagioli spagnoli) e fasule
( dal lat. phaseolu(m), dim. di phasílus, dal gr. phásílos)
usati, temporibus illis a mo’ di moneta o merce di scambio al pari dei ciceri summenzionati in precedenza;
furmelle il termine originariamente indicò i bottoni fatti con grossi dischetti di legno, di osso o di metallo, dischettisemplici o ricoperti di stoffa, successivamente con il detto termine si indicarono pure per la loro somigliante forma le grosse, sonanti monete coniate dalla zecca partenopea;
gigliati in riferimento al giglio d’oro impresso sulle monete d’epoca angioina;
gliuommero dal latino: glomus-eris principalmente gomitolo e poi anche: rotolo di monete e da esso monete tout cour;
grano d’ovvia valenza simile all’odierna grana, ma quanto più espressivamente corretta attesa la sacertà del cereale richiamato;
manteca dall’omologo termine spagnolo: saporita crema di panna, burro, latte e zucchero che richiama l’idea del buono ed utile ungere proprii del danaro;
maglie dritto per dritto dal francese: maille=moneta, rammentado che chi è sprovvisto di danaro s’usa indicarlo come: sfasulato (con riferimento ai pregressi fasule) o – giustappunto: smagliato;
medaglie o cemmeraglie per l’ovvia somiglianza tra le battute monete e le coniate medaglie;
miglio sulla falsariga del precedente grano;
mignòle o mognèle termini però abbondandemente desueti;
numerosissimi i vocaboli sotto la lettera P , ricorderò:
patane s.vo f.le letteralmente: patata: pianta erbacea annuale con fiori bianchi o violetti in corimbi, foglie composte e frutti a bacca; originaria dell'America meridionale, fu importata in Europa agli inizi del sec. XVI (fam. Solanacee);
il tubero commestibile di questa pianta, dal quale si ricavano fecola, amido e alcol: patate lesse, fritte, arrosto, in umido | patata bollente, (fig.) argomento, problema scottante: passare ad altri la patata bollente | spirito di patata, l'alcol che si ricava dal tubero; (fig.) facezia sciocca, spiritosaggine insulsa | sacco di patate, (fig.) persona goffa, priva di scioltezza. Nel napoletano la voce a margine, oltre ad indicare il tubero e per traslato il danaro, è uno dei numerosi sinonimi usati per indicare nel linguaggio popolare e/o familiare il sesso femminile: il noto tubero edule è preso in tale accezione semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento con cambiamento di suffisso ( da ata ad ana ) dallo sp. patata, a sua volta sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana); la voce a margine nell’accezione di danaro è di provenienza del gergo malavitoso (e ne è difficile cogliere il collegamento semantico, come avviene per ogni voce gergale);
papagne s.vo m.le pl. di papagno letteralmente: papavero, ceffone, mistura per indurre al sonno,pesante schiaffo inferto a mano aperta ed indirizzato al volto, tale da stordire chi lo riceve, cosí come stordisce l’oppio contenuto nel papavero che in napoletano è appunto ‘o papagno ( quanto alla morfologia dell’etimo dal lat. papaver si va ad un derivato papaveaneus da cui papa(va)nju con successiva sincope di (va) e passaggio di nj a gn (cfr. il basso lat. companjo = nap. Cumpagno);semanticamente la connessione tra il papavero ed il denaro è da cercarsi nella simiglianza effetti: in effetti come stordisce e mette buono l’oppio contenuto nel papavero, o un pesante ceffone, cosí sia chi possiede e sia chi riceva del danaro viene tranquillizzato e messo buono.
Parpagnole s.vo f.le pl. di parpagnola antico sostantivo che in primis (cfr. P.P.Volpi) venne registrato per indicare la palpebra e solo succesivamente, prendendo spunto dall’etimo che qui di sèguito segnalerò, indicò per traslato il danaro; infatti etimologicamente la voce parpagnola deriva dal prov. parpaillon dove valse farfalla; ora come semanticamente è facile cogliere il collegamento tra lo sbatter rapido delle ali di una farfalla ed il medesimo movimento rapido della palpebra, altrettanto facile è cogliere il collegamento tra lo sbatter rapido delle ali di una farfalla ed il successivo dileguarsi d’esso insetto, ed il medesimo movimento rapido con cui si dilegua il danaro!
patacche s.vo f.le pl. di patacca antico sostantivo indicativo in primis di una moneta di grande formato, ma di poco valore contenuto in appena cinque carlini, sostantivo passato poi ad indicare il danaro in genere ed ancóra figuratamente una cosa di poco pregio, un oggetto falso venduto come antico o di valore; scherzosamente valse medaglia, decorazione vistosa, ma di scarsa importanza ed infine nel linguaggio familiare indicò una grossa macchia d'unto; quanto all’etimo è voce derivata dal prov. patac;
penne s.vo f.le pl. di penna antico sostantivo = moneta; un tempo con la voce penna (dal lat. penna(m) 'ala' e pinna(m) 'penna, piuma', confluite in un'unica voce) a Napoli si indicò, oltre che la piuma d’un uccello, anche una vilissima moneta dal valore irrisorio, moneta che veniva spesa facilmente, senza alcuna remora o pentimento; tale moneta che valeva appena un sol carlino (nap. carrino) prese il nome di penna dal fatto che su di una faccia di tale moneta (davanti ) v’era raffigurata l’intiera scena dell’annunciazione a Maria Ss. mentre sul rovescio v’era raffigurato il particolare dell’arcangelo con un’ala (penna) dispiegata; ora sia che la penna in epigrafe indichi la piuma d’uccello, sia indichi la vilissima moneta, la sostanza dell’espressione non cambia, trattandosi di due cose: piuma o monetina che con facilità posson volar via e/o perdersi.A tale monetina è legato il detto partenopeo Miéttele nomme penna! détto che letteralmente vale : Chiamala penna!;
La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi (penna) piuma d'uccello; La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, procurando un cattivo affare a chi à incautamente operato un prestito atteso che spesso sparisce un oggetto prestato a taluni che per solito non restituiscono ciò che ànno ottenuto in prestito.
miéttele nomme letteralmente mettigli nome e cioè chiamalo id est: ritienilo; miéttele= metti a lui, poni+gli voce verbale (2° pers. sing. imperativo) dell’infinito mettere=disporre, collocare, porre con etimo dal lat. mittere 'mandare' e successivamente 'porre, mettere'; nomme = nome; elemento linguistico che indica esseri viventi, oggetti, idee, fatti o sentimenti; denominazione, con etimo dal lat. nomen e tipico raddoppiamento espressivo della labiale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m), cammisa←camisia(m) etc.
picciule s.vo m.le pl. di picciolo antico sostantivo = monetine, spiccioli e successivamente danaro in genere; ; l’etimo della voce napoletana a margine è da un lemma fonosimbolico pikk (il medesimo che à dato piccino) con ampliamento della base attraverso un suffisso latino diminutivo iolus;
esaminati tutti questi, mi soffermo ora sul termine
paparelle (s.vo f.le pl. di paparella) con il quale oggi furbescamente si suole indicare il danaro;
è pur vero che con il termine paparelle in napoletano si indicano i piccoli dell’anitra, ma con tale accezione il danaro non c’entra nulla; come significante la moneta, a mio avviso, per détto termine occorre risalire al nome del facoltosissimo e munifico nobiluomo Aurelio Paparo fondatore con un tal Nardo di Palma di un Monte di Pietà in cui profuse parecchio danaro di suo per combattere la piaga della povertà ed usura.Su di un’analoga via di beneficenza si pose Luisa, figlia di Aurelio Paparo, che sovvenzionata dal genitore fondò un tempio o conservatorio di donne povere e neglette chiamate dal popolo: paparelle.Da detto nomignolo prese il nome una strada napoletana, quella dov’era ubicato il tempio;
e continuiamo ad elencare:
pennacchie dal nome di una vilissima moneta penna dal valore esiguo di 1 carlino, quella stessa moneta che per la facilità con cui veniva spesa diede vita al detto: miéttele nomme penna (chiamala penna) in riferimento ad ogni cosa che si potesse facilmente perdere o cedere senza lasciar tracce di remore o dispiaceri;la moneta s’ebbe il nome di penna→pennacchia perché su di una delle facce v’era incisa la figura delle ali dell’arcangelo Gabriele colto nel momento dell’Annunciazione a Maria.
purchie ed il suo corrotto perucchie ambedue coniati sul termine porchia
nel significato di gemma, pollone, richiamante quel rigoglio della vita facilmente assimilabile alla rigogliosità che può dare il danaro;
prubbeca che si ritrovò con qualche adattamento morfologico in altre regioni del meridione; in origine con la voce prubbeca (poi passata a designare genericamente il danaro metallico) si indicò una moneta di rame del valore d’un tornese (vedi alibi) o di sei calli (ca(va)lli) fatta coniare da Filippo III di Spagna intorno al 1550; su detta moneta era coniato il motto publica commoditas donde si ricavò popolarmente il termine metatetico prubbeca;

e potrei ancora continuare in un’elencazione, ma correrei il rischio di segnalare termini non più usati; preferisco perciò indicare solo un ultimo ed attuale, corrente e cioè:
sfardelle termine un po’ becero, ma ancora oggi in uso nel parlare popolare anche se di lontanissima provenienza in quanto corruzione della parola ferdinandelle o ferrantelle da cui ferradelle e poi fardelle ed infine sfardelle dal nome di una moneta battuta tra il 1460 ed il 1490 a Napoli sotto Ferdinando o Ferrante d’Aragona, figlio naturale seppure illegittimo e successore di Alfonso il Magnanimo.
Raffaele Bracale

venerdì 25 febbraio 2011

varie 1052

1.TRE CCOSE NCE VONNO P''E PICCERILLE: MAZZE, CARIZZE E ZIZZE!
Ad litteram: tre son le cose che necessitano ai bimbi: busse, carezze e tette. Id est: per bene allevare i bimbi occorrono tre cose: il sano nutrimento(le tette), busse quando occorra punirli per gli errori compiuti, premi (carezze)per gratificarli quando si comportino bene.

2.'E PEJE JUORNE SO' CCHILLE D''A VICCHIAIA.
Ad litteram: i peggiori giorni son quelli della vecchiaia; il detto riecheggia l'antico brocardo latino di Varrone: senectus ipsa morbus est; per solito, in vecchiaia non si ànno piú affetti da coltivare o lavori cui attendere, per cui i giorni sono duri da portare avanti e da sopportare specie se sono corredati di malattie che in vecchiaia non mancano mai...
3.DIMMÈNNE N'ATA, CA CHESTA GGIÀ 'A SAPEVO.
Ad litteram: raccontamene un'altra perché questa già la conoscevo; id est: se ài intenzione di truffarmi o farmi del male, adopera altro sistema, giacché questo che stai usando mi è noto e conosco il modo di difendermi e vanificare il tuo operato.
4.DENARO 'E STOLA, SCIOSCIA CA VOLA.
Ad litteram: denaro di stola, soffia che vola via. Id est: il danaro ricevuto o in eredità, o in omaggio da un parente prete, si disperde facilmente, con la stessa facilità con cui se ne è venuto in possesso.
5.FATTE CAPITANO E MAGNE GALLINE.
Ad litteram: diventa capitano e mangerai galline: infatti chi sale di grado migliora il suo tenore di vita, per cui, al di là della lettera, il proverbio può intendersi:(anche se non è veramente accaduto), fa' le viste di esser salito di grado, cosí vedrai migliorato il tuo tenore di vita.
6.'E MARIUOLE CU 'A SCIAMMERIA 'NCUOLLO, SO' PPEJE 'E LL' ATE.
Ad litteram: i ladri eleganti e ben vestiti sono peggiori degli altri. Id est: i gentiluomini che rubano sono peggiori e fanno piú paura dei poveri che rubano magari per fame o necessità
7.DICETTE FRATE EVARISTO:"PE MMO, PÍGLIATE CHISTO!"
Ad litteram: disse frate Evaristo: Per adesso, prenditi questo!"Il proverbio viene usato a mo' di monito, quando si voglia rammentare a qualcuno, (che si stia eccessivamente gloriando di una sua piccola vittoria), che per raggiungerla à dovuto comunque sopportare qualche infamante danno. Il frate del proverbio fu tentato dal demonio, che per indurlo al peccato assunse l'aspetto di una procace ragazza discinta; il frate si lasciò tentare e partí all'assalto delle grazie della ragazza che - nel momento culminante della tenzone amorosa riprese le sembianze del demonio e principiò a prendersi giuoco del frate, che invece portando a compimento l'operazione sodomitica iniziata pronunciò la frase in epigrafe.
8.CHI RIDE D''O MMALE 'E LL'ATE, 'O SSUĴO STA ARRET' Â PORTA.
Ad litteram: chi ride delle digrazie altrui, à le sue molto prossime; id est: chi o per cattiveria o per insipienza si fa beffe del male che à colpito altre persone, dovrebbe sapere che - presto o tardi - il male potrebbe colpire anche lui...
9.È 'NA BBELLA JURNATA E NISCIUNO SE 'MPENNE.
Ad litteram: È una bella giornata e nessuno viene impiccato.Con la frase in epigrafe, un tempo erano soliti lamentarsi i commercianti che aprivano bottega a Napoli nei pressi di piazza Mercato dove erano innalzate le forche per le esecuzioni capitali; i commercianti si dolevano che in presenza di una bella giornata non ci fossero esecuzioni cosa che, richiamando gran pubblico, poteva far aumentare il numero dei possibili clienti. Oggi la locuzione viene usata quando si voglia significare che ci si trova in una situazione a cui mancano purtroppo le necessarie premesse per il conseguimento di un risultato positivo.
10.'E MEGLIO AFFARE SO' CCHILLE CA NUN SE FANNO.
Ad litteram: i migliori affari sono quelli che non vengono portati a compimento; siccome gli affari - in ispecie quelli grossi - comportano una aleatorietà, spesso pericolosa, è piú conveniente non principiarne o non portarne a compimento alcuno.
11.QUANNO 'E FIGLIE FÒTTONO, 'E PATE SO' FUTTUTE.
Ad litteram: quando i figli copulano, i padri restano buggerati Id est: quando i figli conducono una vita dissoluta e perciò dispendiosa, i padri ne sopportano le conseguenze o ne portano il peso; va da sé che con la parola fòttono non si deve intendere il semplice, naturale, atto sessuale, ma piú chiaramente quello compiuto a pagamento.
12.PRIMMA T'AGGI''A 'MPARÀ E PPO T'AGGI''A PERDERE....
Ad litteram: prima devo insegnarti(il mestiere) e poi devo perderti. Cosí son soliti lamentarsi, dolendosene, gli artigiani partenopei davanti ad un fatto incontrovertibile: prima devono impegnarsi per insegnare il mestiere agli apprendisti, e poi devono sopportare il fatto che costoro, diventati provetti, lasciano la bottega dove ànno imparato il mestiere e si mettono in proprio, magari facendo concorrenza al vecchio maestro.
13.'NA MELA VERMENOSA NE 'NFRACETA 'NU MUNTONE.
Basta una sola mela marcia per render marce tutte quelle con cui sia a contatto. Id est: in una cerchia di persone, basta che ve ne sia una sola cattiva, sleale o peggiore, per rovinare tutti gli altri.
14.CHELLA CA LL'AIZA 'NA VOTA, LL'AIZA SEMPE.
Ad litteram: quella che la solleva una volta, la solleverà sempre. Id est: una donna che tiri su le gonne una volta, le tirerà su sempre; piú estesamente: chi commette una cattiva azione, la ripeterà per sempre; non bisogna mai principiare a delinquere , altrimenti si corre il rischio di farlo sempre.
15.CHELLA CAMMISA CA NUN VO' STÀ CU TTE, PIGLIALA E STRÀCCIALA!
Ad litteram: quella camicia che non vuole star con te, strappala! Id est: allontana, anche violentemente, da te chi non accetta la tua amicizia o la tua vicinanza.
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VARIE 1051

1 -Dicette ‘a vecchia: Si nun te ponno arrubbà ‘a carne ‘a copp’ ô ffuoco, t’’a fanno abbruscià
Disse la vecchia: Se non possono rubarti la carne dal fuoco, te la faranno bruciare
Id est:Gli invidiosi, non riuscendo a sottrarti ciò che ài, possono talvolta rovinartene il godimento.
2 - Dicette ‘a golpe: quanno galline e quanno scarrafune
Disse la volpe: talvolta (mangerò) galline, talvolta scarafaggi.
Id est: non sempre si può ottenere il meglio, spesso occorre accontentarsi di ciò che capita.
3 - Dicette chillo: nun è ‘a merce ca nun ce aggústa , ma è ‘a muneta ca nun ce abbasta
Disse un tale: non è la merce che non ci piace, è il danaro che è insufficiente
Id est: il vero problema non è il gusto, ma la penuria di mezzi.


4 - Dicette chillo: ‘e cunte a lluongo addiventano sierpe
Disse un tale i conti protratti nel tempo, cioè non saldati rapidamente diventano (pericolosi )come serpenti
Id est:sono da evitare debiti a lunga scadenza.
5 - Dicette mast’ Antuono: Pozza murí ‘e truono chi nun le piace ‘o bbuono
Disse mastro Antonio: possa decedere di bastonatura colui a cui non piaccia tutto ciò che è buono.
Riduttivamente: possa morire bastonato quello a cui non piaccia la buona tavola.
6 - Dicette don Crispino â cummara: chi pratteca se ‘mpara
La pratica val piú della grammatica…
7 -Dicette ‘nu saputo: Nun c’è ppejo ‘e ‘nu cafone resagliuto.
Disse un uomo di vaste conoscenze,cioè pratico della vita : Non c’è peggior cosa di un villano arricchito.
8 - Dicette ‘o cafone: ‘Na vota sola me puó fà fesso
Disse il villano: Una sola volta potrai imbrogliarmi
Poi mi farò furbo e non ci riuscirai piú.
9 - Dicette ‘o ciuccio ô cavallo: Cumpagnó t’aspetto ‘nfacci’ â sagliuta.
Disse l’asino al cavallo (che nel piano, faceva il gradasso): Compagno ti attendo (cioè: voglio vdere cosa saprai fare) al momento della salita.
I gradassi ed i supponenti perdono la loro sicumera nei momenti difficili.
10 - Dicette ‘o ciuccio: Si arrivo a me ne ascí ‘a miezo a chesti bbotte, nun ghiesco cchiú a cacà ‘e notte
Disse l’asino: se riesco a salvarmi da queste percosse non uscirò piú a defecare di notte
Un asino che aveva abbandonata nottetempo la stalla e faceva i suoi bisogni presso il muro di cinta di una casa fu violentemente bastonarto dal proprietario della casa e si ripromise di non impelagarsi per l’avvenire in analoghe situazioni.Estensivamente: chi riesce a trasi fuori da un impaccio, si ripromette di non incorrervi piú nel timore di non poterne venir fuori una seconda volta.
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VARIE 1050

1 - Dâ matina se cunosce ‘o malo e ‘o bbuono juorno
Dalla mattina è dato conoscere il cattivo o il buono della giornata
Id est: Da come principia una giornata, un affare, una faccenda qualsiasi se ne può facilmente prevedere il cattivo o il suo buon esito finale.
2 - Da cca a ddimane nasceno ciento pape
Di qui a domani nascono cento papi
Id est: Nell’arco di un sol giorno possono accadere tanti di quegli avvenimenti che non è dato prospettare, ma che possono far mutare tutte le nostre vicende.
3 - Dê cevettole nun nasceno aquele, né dê cciavole, palumme.
Dalle civette non nascono aquile, né dalle gazze, colombi
Id est: Da cattivi genitori vengon figli cattivi , né se ne possono sperare di buoni.
4 -Da chi è cuniglio nun ce jí pe cunsiglio
Non prender consiglio da chi è vigliacco (coniglio)
Egli non può suggerirti il giusto comportamento da tenere soprattutto quando si tratti di affrontar rischi e/o pericoli.
5 - Da ‘nu malo pavatore, scippa chello ca puó
Da un cattivo pagatore, prendi ciò che puoi
Anche se si tratta di poca cosa, sarà sempre guadagnata, sarà sempre meglio di niente.
6 - De lu malo acquistato nisciuno se nne vede bbene.
Nessuno riesce a godere di ciò che abbia guadagnato con l’inganno e la malversazione
O, almeno, hoc est in votis!
7 - D’’e denare d’’o carucchiaro se nne vede bbene ‘o sciampagnone
Dei soldi dell’avaro ne gode (l’erede) scialacquatore
8 -Denare ‘e juoco comme venono se ne vanno
Il danaro guadagnato con il giuoco va via alla medesima maniera.
9 -Denaro ‘e stola scioscia ca vola
Il danaro portato in famiglia da un prete (stola) si disperde facilmente
Un tempo si riteneva che i preti non svolgessero, con il loro ministero, alcun lavoro, per cui i soldi da essi guadagnati, essendo frutto di un non lavoro, si pensava fossero destinati ad ingloriosa fine.
10 -Dicette ‘a Morte: Si tu ‘nCatania vaje, i’ ‘nCatania vengo
Disse la Morte: Se tu ti trasferisci a Catania, io vengo a Catania
Id est: È impossibile sfuggire al proprio destino, soprattutto a quello finale.
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VARIE 1049

1. Addó maje?
adlitteram: dove mai?
Domanda retorica che si suole rivolgere ai responsabili di azioni discutibili se non ripropevoli, per indurli a recedere dal loro comportamento ritenuto non esistente in nessun altro luogo e tanto sbagliato da doversi necessariamente evitare.
addó = dove? avv. in quale luogo (in prop. interrogative dirette e indirette, e talora in prop. esclamative): addó vaje?; addó maje s’è annascuso?; chissà addó è gghiuto..
dal lat. ad+ de ubi→addo(ve)→addó;
maje avv. nessuna volta, in nessun tempo, in nessun caso; normalmente rafforza una negazione, posponendosi al verbo: nun l’ aggiu maje liggiuto= non l’ò mai letto; nun à maje telefonato né m’à maje scritto =non à mai telefonato né mi à mai scritto; nisciuno l'à maje visto= nessuno l'à mai visto; dal lat. magis con caduta della sibilante, epitesi di una semimuta finale, caduta della gutturale ed epentesi del suono di transizione j .
2. Â ‘ntrasatta
ad litteram: all’improvviso detto di cose che accadono inaspettatamente, senza che nulla lo lasci prevedere, nel bel mezzo di altri avvenimenti proprio secondo la traduzione ad litteram del latino: intra res acta da cui scatuisce ‘ntrasatta della locuzione in epigrafe.
3. Â casa d’’o ferraro, ‘o spito ‘e lignammo.
ad litteram: in casa del fabbro, lo spiedo è di legno; locuzione usata ad ironico commento di tutte quelle situazioni nelle quali, per accidia o insipienza dei protagonisti vengono a mancare elementi che invece si presupponeva non potessero mancare e ci si deve accontentare di succedanei spesso non confacenti.
4. ‘A carna tosta e ‘o curtiello scugnato.
ad litteram: la carne dura ed il coltello senza taglio. Icastica locuzione che si usa a dolente commento di situazioni dove concorrano due o piú elementi negativi tali da prospettare un sicuro insuccesso delle operazioni intraprese. Altrove per significare la medesima cosa s’usa l’espressione illustrata alibi: ‘A funicella corta e ‘o strummolo tiriteppeto

5. Accussí à dda jí
Ad litteram : cosí deve andare; fatalistica espressione con la quale a Napoli si suole accettare tutte quelle situazioni che non possono essere eluse o evitate e alle quali perciò bisogna - sia pure obtorto collo - soggiacere.Talvolta per completamento della frase in epigrafe ed a significare un totale abbondono in un Ente supremo che, si pensa, muova tutti gli accadimenti umani, si aggiunge un religioso e rassegnato e accussí sia ( e cosí sia).
6. Accussí va ‘o munno
Ad litteram: cosí va il mondo: espressione analoga alla precedente, ma con un piú marcato senso di impotenza davanti alla ineluttabilità di taluni avvenimenti.
7. Avimmo perduto 'aparatura e 'e centrelle.
Ad litteram: abbiamo perduto gli addobbi ed i chiodini. Anticamente, a Napoli in occasione di festività, specie religiose, si solevano addobbare i portali delle chiese con gran drappi di stoffe preziose; tali addobbi erano chiamati aparature o apparature (etimologicamente deverbale d’un basso latino ad+ parare =addobbare; accaddeva però talvolta che - per sopravvenuto mal tempo, il vento e la pioggia scompigliassero, fino a distruggerli gli addobbi ed a svellere drappi e chiodini o bullette(in napoletano centrelle dal greco kéntron= chiodo) usati per sostenerli; la locuzione attualmente viene usata per dolersi quando, per sopravvenute, inattese cause vengano distrutti o vanificati tuttti gli sforzi operati per raggiungere un alcunché.
8 A stracce e petacce
Ad litteram: A stracci e brandelli; locuzione usata per significare tutte le azioni fatte in modo discontinuo, con scarsa applicazione, a morsi e bocconi, azioni che lasciano presagire risultati pessimi.
stracce s.m.pl. di straccio letteralmente straccio, pezzo di tessuto logoro, riutilizzabile industrialmente per la fabbricazione di carta e tessuti o impiegato in usi domestici per pulire e spolverare (in quest'ultimo caso, anche come prodotto commerciale specificamente fabbricato a tale scopo): il commercio, l'industria degli stracci; straccio per lavare i pavimenti, per spolverare; dare, passare lo straccio | ridursi uno straccio, (fig.) diventare magro, deperito | sentirsi uno straccio, (fig.) estremamente debole; voce deverbale di stracciare che è dal lat. volg. *extractiare, deriv. di tra°ctus, part. pass. di trahere 'trarre';
petacce s.f. pl. di petaccia = straccio, cencio, brandello; voce derivatata dal lat. pitacium ma attraverso lo spagnolo pedazo= pezzo, cencio.
9 ‘A sotto p’’e chiancarelle!
Ad litteram: Di sotto a causa dei penconcelli ma a senso: Attenti alla caduta dei panconcelli!
Locuzione con la quale si suole commentare tutti gli avvenimenti risultati o gravosi o pericolosi nel loro evolvere; essa prende l’avvio dal grido di avvertimento che erano soliti lanciare gli operai addetti alla demolizione di vecchi fabbricati affinché chi si trovasse a passare ponesse attenzione all’eventuale caduta dall’alto dei dissestati panconcelli: strette doghe di stagionato castagno, doghe che poste trasversalmente sulle travi portanti sorreggevano l’impiantito dei solai.
‘a sotto loc. avverbiale che vale da/di sotto formata dalla preposizione ‘a= da che è dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc + l’avverbio sotto = sotto, in posizione inferiore dal tardo lat. subtus, avv. deriv. di sub 'sotto';
chiancarelle s.f. pl. di chiancarella = panconcello/a: asse di legno di contenuti spessore e lunghezza, assericavata dal taglio longitudinale del tronco d'albero (per solito castagno) e destinata, dopo la stagionatura, a essere ulteriormente tagliata in assi piú sottili, un tempo destinata alla formazione dell’impiantito di solai e/o pavimenti; la voce napoletana è un diminutivo di chianca che è dal lat. planca (tavola): normale nel napoletano il passaggio del digramma pl a chi cfr. platea→chiazza - plumbeum→ chiummo - plus→ cchiú - pluere→chio(v)ere; rammento che in napoletano la voce chianca derivata di planca indica la macelleria, il negozio di vendita di carni al minuto in quanto in origine nelle macellerie la carne veniva esposta e sezionata su di una tavola (planca→chianca) di legno.
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VILLAREAL – NAPOLI 24.02.11 (2 -1) LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ

VILLAREAL – NAPOLI 24.02.11 (2 -1)
LL’AGGIU VISTA ACCUSSÍ


Che delusione guagliú, tengo ‘o ttuosseco nfino a ‘mpont’ô musso. I’ ce credevo e nce rummanette overo malamente... Cu cchi me ll’aggio ‘a piglià? Cu tutte e cu nisciuno, ma certamente ‘nu poco cu Lavezzi (ca me facette magnà ‘o fecato e ca si ll’avesse avuto dint’ê mmane ll’avesse fatto vrognole vrognole), ‘nu poco cu Mmazzarri (ca pe mme ô pprincipio sbagliaje ‘a furmazziona tenennose ‘mpanca a Ccavani e Pazienza; certo Cavani steva stanco, ma allora lassalo â casa; si ‘mmece t’ ‘o puorte, falle fà ‘o primma quarta d’ora, risuolve definitivamente ‘a pratica e ppo ‘o faje arrepusà nfino a llunnerí!), ‘nu poco cu quacche ato jucatore (ca po ve dico) e paricchio cu ‘o mazzeniero ca se ‘nfessette a appruntà pe DeSanctis chella smaledetta divisa blu-savoia ca porta ‘na jella futtuta pure si ‘a tène ‘ncuollo uno sulo d’ ‘e nuoste... ‘Na cosa è ccerta po e cioè ca chist’anno ‘a tenta jalizza (il giallo) ce dice malamente: doppo d’ ‘o Chievo ‘o Villareàllo..., pacienza! P’ ‘o riesto però dico ca tutto summato ‘a partita d’ ajere ssera fuje pusitiva e ‘mpruspettiva, custruttiva. Si avesse tenuto ‘a cchiú piccerella titubbanza ‘ncopp’ â perzunalità d’ ‘a squatra(ma nun ‘a tenevo), ajere ssera m’ ‘a levaje . Tutti vedettero ‘a perzunalità, ‘a forza, ‘o core,’e chilli guagliune ca pe ‘na bbona mez’ora mettettero sotto ê spagnuole e ‘e stevano pe stennere si avessero tenuto ‘nu poco ‘e mazzo! E ‘mmece fujeno e fujemo jellate assaje: perdettemo pe n’ autogollo, pe quacche decisione ‘e ll’arbitro e pe poche arrori ca purtroppo ce stanno dinto a ‘na partita accussí curaggiosa.’A fora ‘e Lavezzi,(ca voglio murí quanno se ‘mpara a tirà ‘mporta) Gargano(ca si recupera ciento pallune ne perde ciento e uno), Zuniga (ca cchiú ca ‘nu jucatore ‘e pallone pare ‘nu gocoliere ‘e circo aquestre…) Yebda e Sosa( ca songo ‘e ‘na lentezza ‘e abbuttamiento (esasperante)), ‘a fora ‘e chiste nun me sento ‘e criticà a niscuno ato d’ ‘e nuoste:dèttero tutto chello ca tenevano e ‘a bbona sciorta nun ce vulette dà ‘na mana! Cunchiudenno primma ‘e passà ê ppaggelle, ca ‘sta vota so’ asciutte, asciutte putennose dà ‘o seje e mmiezo a ttutte quante ‘a fora ‘e Yebdà e Sosa (5) ( ca nun tenono ‘na funziona pricisa, sbagliano assaje e songo inutilmente falluse), ‘a fora ‘e Zuniga (5,5)(p’ ‘e rraggione ca aggiu ggià ditto, e soprattutto ‘a fora ‘e Lavezzi (4,5) croce e delizzia d’ ‘o Napule,( in effetti ‘a corza soja e ttutto ‘o muvimento ca fa servono ô juoco d'attacco e pure pe lanzà a Ccavani (7) ca mancanno ‘nu centrocampista cu ‘e piede bbuone e cu ‘a cerevella fina, nisciun’ato riesce a lanzà...., ma – santu dDio! – se ‘mparasse a ttirà ‘mporta, capesse addó s’à dda menà ‘o pallone pe ffà gollo!) Cunchiudenno dico ca (levata ‘a miezo l’Airopa Legua) pe cchello che resta faccio ll’augurio ê guagliune napulitane ‘e cogliere, corna facenno, ‘o meglio piazzamento pussibile, ossia ‘o primmo.
Ll’asciuta dâ coppa airopea è stata amara, ma âmmo visto a Ruizzo ( ca è bbuono e ‘nfuturo ce se po’ ccuntà) ‘a mo putimmo dedicà tutt’ ‘e fforze noste ô campiunato,penzanno ca resta ‘o fatto ca nfino a mmo ce simmo fatte sempe onore e, si ‘ncampiunato stammo addó stammo, nun è ‘nu caso, ma è ffrutto ‘e ‘na prugrammazzione che ce sta danno ‘a cosa cchiú ‘mpurtante:no risultate uccasiunale, ma stabbilità.E vve pare poco?
Quante songo chille ca a pprincipio ‘e campiunato avessero scummiso dduje evere ‘ncopp’ a ‘nu Napule a ttre ppunte dô Milanno capelista primma d’ ‘a sfida a ttu ppe ttu (scontro diretto)? Penzo proprio ca stammo a dèbbeto cu ‘a squatra e ll’ allenatore, ca ce stanno rialanno cummuzzione straurdinarie, superannose cuntinuamente, pecché, dicimmoncella tutta quanta, ‘stu Napule ‘ncopp’â carta nunn è assulutamente ‘a siconda squatra d’ ‘o campiunato; però â fine d’ ‘e cunte stammo lla e si chisti giocatori riesceno a rompere ll’ova ‘int ô panaro d’ ‘e squatrune milanise, d’ ‘a mariola piamuntese d’ ‘e sbruffune rumane è ssempe ‘na suddisfazzione majateca!
FORZA NAPOLI!! Ce sentimmo. Bbona salute e bbona fine ‘e semmana!
R.Bracale Brak

giovedì 24 febbraio 2011

VARIE 1048

1.E SSEMPE CARULINA, E SSEMPE CARULINA...
Ad litteram Sempre Carolina... sempre Carolina Id est: a consumare sempre la stessa pietanza, ci si stufa. La frase in epigrafe veniva pronunciata dal re Ferdinando I Borbone Napoli quando volesse giustificarsi delle frequenti scappatelle fatte a tutto danno di sua moglie Maria Carolina d'Austria, che - però, si dice - lo ripagava con la medesima moneta; per traslato la locuzione è usata a mo' di giustificazione, in tutte le occasioni in cui qualcuno abbia svicolato dalla consueta strada o condotta di vita, per evidente scocciatura di far sempre le medesime cose.
2.TRE COSE STANNO MALE A 'STU MUNNO: N'AUCIELLO 'MMANO A 'NU PICCERILLO, 'NU FIASCO 'MMANO A 'NU TERISCO, 'NA ZITA 'MMANO A 'NU VIECCHIO.
Ad litteram: tre cose sono sbagliate nel mondo: un uccello nelle mani di un bambino, un fiasco in mano ad un tedesco e una giovane donna in mano ad un vecchio; in effetti l'esperienza dimostra che i bambini sono, sia pure involontariamente, crudeli e finirebbero per ammazzare l'uccellino che gli fosse stato affidato,il tedesco, notoriamente crapulone, finirebbe per ubriacarsi ed il vecchio, per definizione lussurioso, finirebbe per nuocere ad una giovane donna che egli possedesse.
3.UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GUAGLIONA 'E VINT'ANNE.
Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo la sua fragranza à avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce ed il meno alcoolico, ed una ragazza ancora nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancora intatte.
4.A CHI PIACE LU SPITO, NUN PIACE LA SPATA.
Ad litteram: a chi piace lo spiedo, non piace la spada. Id est: chi ama le riunioni conviviali(adombrate - nel proverbio - dal termine "spito" cioè spiedo), tenute intorno ad un desco imbandito, è di spirito ed indole pacifici, per cui rifugge dalla guerra (la spata cioè spada del proverbio).
5.ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA.
Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre subito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare cosí grande da lasciar passare il capo, cosí un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato subito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili.
6.ZITTO A CCHI SAPE 'O JUOCO!
Ad litteram: zitto chi conosce il giuoco! Id est: faccia silenzio chi è a conoscenza del trucco o dell'imbroglio. Con la frase in epigrafe olim si solevano raccomandare ai monelli spettatori dei loro giochi, i prestigitatori di strada, affinché non rivelassero il trucco compromettendo la buona riuscita del giuoco da cui dipendeva una piú o meno congrua raccolta di moneta.
7.VUÓ CAMPÀ LIBBERO E BIATO: MEGLIO SULO CA MALE ACCUMPAGNATO.
Ad litteram: vuoi vivere libero e beato: meglio solo che male accompagnato Il proverbio in epigrafe, in fondo traduce l'adagio latino: beata solitudo, oh sola beatitudo.
8.QUANNO 'NA FEMMENA S'ACCONCIA 'O QUARTO 'E COPPA, VO' AFFITTÀ CHILLO 'E SOTTO.
Ad litteram: quando una donna cura eccessivamente il suo aspetto esteriore, magari esponendo le grazie di cui è portatrice, lo fa nella speranza di trovar partito sotto forma o di marito o di uno che soddisfi le sue voglie sessuali.
9.QUANNO QUACCHE AMICO TE VENE A TRUVÀ, QUACCHE CAZZO LE MANCARRÀ.
Ad litteram: quando qualche amico ti viene a visitare, qualcosa gli manca (e la vuole da te)Id est: non bisogna mai attendersi gesti di liberalità o affetto; anche quelli che reputiamo amici, sono - in fondo - degli sfruttatori, che ti frequentano solo per carpirti qualcosa.
10.LL'UOCCHIE SO' FFATTE PE GUARDÀ, MA 'E MMANE PE TUCCÀ.
Ad litteram: gli occhi sono fatti per guardare, ma le mani (son fatte) per toccare. Con questo proverbio, a Napoli, sogliono difendere (quasi a mo' di giustificazione) il proprio operato, quelli che - giovani o vecchi che siano - sogliono azzardare palpeggiamenti delle rotondità femminili.
Brak