sabato 30 luglio 2011

SCATOLOGICA

SCATOLOGICA

L’amico R.M. ( le consuete questioni di riservatezza, mi impongono di indicare le sole iniziali di nome e cognome) mi à proditoriamente invitato ad illustrare alcune espressioni partenopee a sostrato scatologico; pensava di mettermi in difficoltà, conoscendomi per persona beneducata, compita, corretta e paventava ch’ io mi rifiutassi; si sbagliava: è vero che son un uomo perbene, civile, costumato, ma non sono un pusillanime né temo di lordarmi la bocca o le mani parlando di sterco ed affini. Perciò bando alle ciance, mi turo il naso, infilo i guanti e tento di contentare l’amico R.M. e qualche altro dei miei ventiquattro lettori.

1 ESSERE N’ OMMO ‘E MMERDA
Ad litteram: essere un uomo fatto di merda. Id est: essere una persona infida, scostante, repellente,ributtante, disgustosa, nauseabonda, rivoltante e – per ampliamento semantico - inaffidabile,subdola, falsa, doppia, ambigua, ingannatrice tamquam qualcosa formata di escrementi.
2 FÀ ‘NA FIJURA ‘E MMERDA.
Ad litteram: fare una figura di sterco.Locuzione simile a quella che recita fà ‘na fijura ‘e chiuove (id est:fare una figura da chiodi cioè fare una figuraccia), ma connotata da una maggior durezza di linguaggio in quanto che la figuraccia derivante dall’errato comportamento e battezzata di chiodi è quella meritevole quasi di essere attaccata con dei chiodi, e tenuta a vista a mo’ di ammonimento o ricordo, mentre la figura battezzata di merda è quella da considerarsi tanto lercia di escrementi da non meritare d’esser considerata neppure come ammonimento o ricordo, né può pretendere d’essere tenuta in vista sorretta da chiodi, trattandosi di cosa piú che umiliante e mortificante, ma eliminata assieme ad altre deiezioni!
3JÍ CU ‘O MUSSO DINT’Â MMERDA. variante
JÍ CU ‘A FACCIA DINT’Ô PANECUOTTO.
Ad litteram: Finire con il muso nello sterco
variante finire con la faccia nel pan cotto.
La locuzione a margine e la sua variante sono usate per significare il comportamento di tutti coloro che per propria ingenuità o insipienza finiscono per fare meschine figure al pari (cfr. variante) di un bimbo che si sia imbrattato il volto mangiando pan cotto; la prima parte molto piú dura ed icastica prende a modello il comportamento del maiale che frugando nel porcile alla ricerca di cibo, spesso affonda il muso nei suoi stessi escrementi, e tale comportamento viene appaiato ai presuntuosi atteggiamenti di coloro che abituati a fare i saccenti ed i supponenti spesso vedono le loro affermazioni, se non le loro azioni vanificate queste e contraddette quelle, dalla chiara realtà e finiscono per fare figure cosí meschine da esserne quasi insozzati come un porco dal suo sterco.
4 STÀ POCA MMERDA 'A FÀ PALLOTTOLE
Ad litteram:c'è poca merda da farne palle. Id est: c'è poco da fare, non è possibile raggiungere i risultati sperati: mancano la materia prima ed i mezzi occorrenti. Locuzione nata nell'ambito dei raccoglitori (détti mmerdajuole) degli escrementi di animali,escrementi atti ad esser venduti come concime, la locuzione veniva pronunciata con profondo senso di rincrescimento, allorché nel loro quotidiano girovagare ,i raccoglitori trovavano poco da portar via. raccolto con le pale e compattato a mo’ di palle(per completezza aggiungerò qualcosa, illustrando l’espressione
4 bis ESSERE ‘A TINA ‘E MIEZO.


Ad litteram: essere il tino di mezzo. Offensiva locuzione che si usa rivolgere a chi sia materialmente o moralmente cosí sozzo, sporco, lercio da poter essere assimilato al grosso tino trasportato nel bel mezzo di un carro atto allo scopo(carro trainato da un bove), tino nel quale, originariamente in quel di Torre del Greco, e poi in ogni paese rurale, veniva posto tutto il letame che, raccolto in giro e convogliato nel tino centrale per il tramite di due altri tini piú piccoli allogati ai lati del tino centrale, veniva poi rivenduto quale concime naturale.
tina = tino, ma di piú grosse dimensioni; etimologicamente da tardo latino tinu(m), derivato da tina 'bottiglia', di orig. greca; tinum diede originariamente il maschile tino, poi volto al femminile tina in quanto di maggiori dimensioni, come spesso nell’idioma napoletano, dove un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella;
‘e miezo dal lat. mediu(m) = di mezzo: posto nella parte mediana di qualcosa; senza la preposizione ‘e (di) il solo miezo è aggettivo che vale: mezzo, metà.
Rammenterò che proprio per l’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini, la città di Torre del Greco finí per essere detta tout cour ‘A tina ‘e miezo e tale nomignolo le derivò anche per il fatto (rammentato nell’altra espressione: Napule fa ‘e peccate e ‘a Torre ‘e sconta (Napoli si macchia di peccati che vengono pagati da Torre)) che per un dannato, particolare gioco di correnti marine, le deiezioni corporali dei napoletani abbondantemente riversate in mare (cfr. alibi ‘a malora ‘e Chiaja) venivano trasportate verso Torre del Greco arenandosi sulla spiaggia della cittadina vesuviana;
peccate plurale di peccato che di per sé è la colpa, il peccato, ma ovviamente qui è inteso in senso lato e traslato di escremento;
etimologicamente dal latino peccatu(m) deverbale di peccare = macchiarsi di una colpa
sconta voce verbale (3° pers. sing.ind. pres.) dell’infinito scuntà = scontare, pagare un po’ per volta o anche ripetutamente;
etimologicamente da un tardo latino computu(m)= conto, con protesi di una s distrattiva.
Sempre con riferimento all’usanza di raccogliere il letame con carri muniti di tini,faccio un passo indietro e reitero il riferimento alla locuzione C’è poca ‘a fà mmerda, pallottole! che viene usata a sapido commento di incresciose situazioni dalle quali non è dato ricavare (vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per difficoltà intrinseche o per conclamate incapacità operative degli addetti) effetti o risultati positivi; ripeto che in effetti gli escrementi animali, il letame venivano raccolti con le pale,compattati dandogli una forma vagamente sferica a mo’ di palla; quando mancava il materiale da raccogliere, o non ce ne fosse a bastanza gli addetti commentavano la faccenda con la frase summenzionata, usata in seguito in ogni altra situazione incresciosa per insufficienza di mezzi, difficoltà operative etc.
mmerda/merda dal lat. merda(m) = escremento, sterco e figuratamente: cosa che disgusta, persona spregevole, situazione ripugnante | nella loc. agg. ‘e mmerda= pessimo, spregevole: fà ‘na fijura ‘e mmerda: fare una figura di merda = fare una pessima figura; dal s.vo a margine deriva il s.vo mmerdajuolo = raccoglitore di sterco;
dal s.vo a margine deriva altresí l’agg.vo m.le o f,le mmerduso/mmerdosa = inetto/a, incapace, buono/a a nulla. o di ragazzo/a che si atteggino ad adulti;in tale significato sono usati piú spesso i diminutivi mmerdusillo/mmerdusella;
pallottole = plurale di pallottola = piccola palla; doppio diminutivo attraverso i suffissi otto/a ed olus/ola del latino palla mutuato dal longob. *palla, che à la stessa radice di balla involto di merci apprestato per il trasporto.

5 MMERDA ‘E SPRUVIERO!
Letteralmente: Sterco di sparviero!
Icastica, offesa esclamatoria rivolta all’indirizzo d’uomo (e solo di uomo!) privo di qualsivoglia personalità sia in senso positivo che in quello negativo; un essere insomma che non sia né carne, né pesce, un uomo privo di carattere, incapace di farsi apprezzare sia nel bene, che nel male, un uomo di quelli che a Napoli son détti inadatti sia ad esser fritti, sia ad essere arrostiti; la spiegazione semantica di tutto ciò è da ricercarsi nel fatto che lo sterco di sparviero si ritiene non emani né lezzo, né olezzo, tanto da farsi considerare quasi inesistente.
6 PIGLIÀ ‘NU STRUNZO ‘MBUOLO
intromettersi, intervenire a sproposito in una questione che non ci riguardi; ‘mbuolo sta per in + vuolo, dove vuolo o buolo con tipica alternanza partenopea b/v è un particolare piccolo retino da pesca, usato per pescare a volo i pesci in transito; qualora in luogo di pesce si pescasse uno stronzo (dal longob. strunz 'sterco') si incorrerebbe in un’azione sciocca ed inutile tal quale quella tipica di arroganti, saccenti, supponenti che son soliti intromettersi,non richiesti,né sollecitati, intervenendo a sproposito, in casi altrui e non di loro pertinenza;
7 STRUNZO ‘MMIEZO!
Antica espressione dichiarativa del tutto desueta usata un tempo da chi si intromettesse in una questione non propria o in un litigio, ma con intenti pacificatorî; una sorta di “Alto là! Ora chetatevi, rappacificatevi, smettetela di litigare! Ascoltate me che benché sia uno sciocco e non abbia autorità alcuna, vi prego di desistere dal vostro incongruo comportamento!” Come si evince l’espressione a margine à sostrato del tutto diverso da quella precedente con la quale, da qualche sprovveduto, talora viene confusa: quella precedente è riferita infatti a gli stupidi saccenti ficcanasi impiccioni, mentre questa a margine è di competenza degli umili, seppure coraggiosi o temerarî pacieri;
8 QUANNO ‘O MARE È CCALMO, ÒGNE STRUNZO È MMARENARO
Allorché il mare è calmo, cioè non è foriero di pericoli, ogni incapace riesce a governare una barca o un piccolo naviglio facendo apparentemente le viste d’essere un autentico marinaio; allo stesso modo ogni pusillanime, se non ci sono pericoli, rischi, azzardi o insidie fa le viste d’essere audace, ardimentoso, intrepido, valoroso, prode, impavido;
9 FÀ TREMMÀ ‘O STRUNZO ‘NCULO. Ad litteram: far tremare lo stronzo nel culo ; id est: incutere in qualcuno, attraverso gravi minacce, tanto timore o spavento da procurargli, iperbolicamente, un convulso tremore degli intestini e del loro contenuto prossimo ad essere espulso.
10 JIVE/GHIVE FACENNO ‘O GUAPPO A MMARE, MO FAJE ‘O STRUNZO DINT’Â SPASELLA!
Facevi il guappo in mare, adesso fai lo stronzo nel cestino
Detto a mo’ di sfottò per commentare l’ingloriosa fine di un pesce che braveggiava in mare fino a quando non è stato pescato e messo sul banco del pescivendolo; per estensione e/o traslato il proverbio si attaglia figuratamente a tutti coloro che, profittando di transeunte situazioni favorevoli, braveggiano sui piú deboli fino a quando (essendo in realtà persone stupide, odiose, saccenti e supponenti), venute meno quelle tali situazioni favorevoli al loro braveggiare, non incappino in chi li faccia scendere dal loro piedistallo e/o cavallo bianco sottomettendoli o ridimensionandoli.
guappo s.vo ed agg.vo m.1 camorrista, bravaccio 2 (estens.) persona sfrontata, arrogante | guappo’e cartone, persona che nasconde dietro l'arroganza e la sfrontatezza una reale debolezza; come agg.vo: sfrontato, arrogante;
quanto all’etimo è dal latino vappa.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
spasella s.f. tipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdire la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta – come ò detto - essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici,à l’etimo nel lat. neutro plur. expa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere

11 ÒGNE STRUNZO TÈNE 'O FUMMO SUĴO.
Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo, emana un lezzo caratteristico. Id est:ogni sciocco à modo nel bene o piú spesso nel male di farsi notare.
fummo s.vo neutro
1.il residuo gassoso della combustione, che trascina in sospensione particelle solide (ceneri, fuliggine ecc.) assumendo forma di nuvola bianca o grigiastra: ‘o fummo ‘e n’incendio, ‘e ‘na cemmenèra, |signale ‘e fummo, (il fumo di un incendio, di una ciminiera,|segnali di fumo), quelli ottenuti soffocando parzialmente e a intermittenza un fuoco | fà fummo(far fumo), emanarlo (fig.)essere improduttivi | piglià ‘e , sapé ‘e fummo (prendere di , sapere di fumo), acquistare, avere un sapore sgradevole di fumo (détto di cibi cotti) | jí, jirsene ‘nfummo (andare, andarsene in fumo), bruciare completamente; (fig.) svanire, fallire |mannà ‘nfummo coccosa (mandare in fumo qualcosa), bruciarla completamente; (fig.) mandare a vuoto, far fallire: mannà ‘nfummo ‘nu pruggetto; mannà ‘nfummo ‘nu patrimmonio(mandare in fumo un piano; mandare in fumo un patrimonio), dilapidarlo | è cchino ‘e fummo(è pieno di fumo), (fig.) si dice di persona boriosa e di poco valore | vennere fummo(vendere fumo), (fig.) raccontare fandonie, vantarsi di un credito che non si à | assaje fummo e poco arrusto(molto fumo e poco arrosto), (fig.) si dice di persona o cosa che, nonostante l'apparenza, conclude o vale poco | vedé coccosa o quaccuno commeô fummo dinto a ll’uocchie(vedere qualcosa o qualcuno come il fumo negli occhi), (fig.) averlo in forte antipatia | ‘o fummo d’ ‘e stelle (fumo interstellare), (astron.) gas commisto a particelle solide che circola tra una stella e l'altra
2 il fumo del tabacco; anche, l'atto, l'abitudine di fumare tabacco:te dà ‘mpiccio ‘o fummo? (ti dà fastidio il fumo?); tené ‘o vizzio d’ ‘o fummo(avere il vizio del fumo); ‘o fummo fa male â saluta(il fumo fa male alla salute).
3 (estens.) vapore, esalazione, polvere di aspetto simile a quello del fumo: ‘o fummo d’ ‘o sgarrupamiento, d’ ‘e ppignate(il fumo delle macerie, delle pentole) | fiato che si condensa a contatto con aria circostante molto più fredda: ògne cavallo.../abboffa ‘e naserchie e ccaccia fuoco e ffummo(ogni cavallo... / gonfia le nari e fumo e foco spira (TASSO G. L. XX, 29)).
4 spec. pl. (fig.) annebbiamento dell'intelletto; ebbrezza prodotta dal vino: staje pigliato dê fumme d’ ‘o vino(sei in preda ai fumi del vino) | 5 (chim. fis.) sospensione di minuscole particelle solide in un gas
6 (non com.) fumacchio, fumaiolo
7 (ant.come nel caso che ci occupa) accenno, indizio || Usato come agg. invar. di colore scuro, che ricorda quello del fumo: griggio, niro fummo(grigio, nero fumo) | fummo ‘e Londra (fumo di Londra), colore grigio scurissimo.
voce dal lat. fumu(m) con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
12 AJE VOGLIA 'E METTERE RUMMA, 'NU STRUNZO NUN ADDIVENTA MAJE BABBÀ.
Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è...
13 SCERUPPÀ ‘NU STRUNZO
Premetto che nella parlata napoletana la voce sceruppo (con derivazione dal latino medievale sirupu(m), se non dall’arabo sharûb= bevanda dolce) normalmente indica le voci italiane sciroppo, sciloppo o siroppo per significare una soluzione molto concentrata di zucchero in acqua o in succhi di frutta che viene impiegata nella fabbricazione di bibite o in farmaceutica, per preparazioni medicinali, allo scopo di rendere piú gradevole il sapore del principio attivo:es.: sciroppo per la tosse etc.
Donde si evince che la voce sceruppo di suo indica una cosa gradevole al palato, un giulebbe: qualcosa di molto zuccheroso ed aromatico, insaporito con succo di frutta o infuso di fiori, ed estensivamente un cibo o piú spesso una bevanda molto dolce; allo stesso modo il verbo denominale sceruppà come significato primario indica l’azione di conservare frutta ed altro in uno liquido molto zuccheroso ed aromatico, variamente profumato ed insaporito.
Le cose cambiano, e di molto, quando dal significato primario si passa a quello ironico se non addirittura antifrastico, allorché cioè la voce sceruppo lungi dal significare bevanda zuccherosa ed aromatica vale: cosa o persona fastidiosa, nociva o anche situazione dannosa o pericolosa soprattutto nelle espressioni esclamative del tipo vi’ che sceruppo! oppure siente, sie’ che sceruppo! o anche siente, sie’ che sceruppo ‘e ceveze! che letteralmente valgono guarda che sciroppo! oppure senti che sciroppo! o anche senti che sciroppo di gelse!
È ovvio che i verbi guardare e sentire non vanno intesi nel loro senso reale, ma in quelli estensivi di porre attenzione, considerare etc. volendo dire di una persona o situazione fastidiosa quando non nociva o dannosa: “Osserva,considera quanto ciò o costui/costei è fastidioso/a, nocivo/a, dannoso/a”; e per significare tutto ciò, in napoletano basta usare l’esclamazione: “Siente che sceruppo!” esclamazione che poi si colora di maggior grevezza e/o fastidio se si aggiunge uno specificativo: siente che sceruppo ‘e ceveze!, atteso che lo sciroppo di gelse, benché odorosissimo è grandemente appiccicoso, risultando molestamente importuno, di cui sarebbe difficile liberarsi e/o nettarsi se qualcuno se ne imbrattasse mani o abiti…; si usa però l’esclamazione siente che sceruppo! nel senso ironico suddetto non necessariamente in presenza di grave danno o pericolo, ma anche soltanto per bollare il fastidioso comportamento di talune persone,uomini o donne, ma piú spesso donne che usano berciare, blaterare, litigare alzando i toni etc.
Ciò premesso rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.

Torniamo all’espressione sceruppà ‘nu strunzo che vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco e ciò sia che lo si faccia di propria sponte, sia che avvenga su sollecitazione del diretto interessato e la cosa vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso, pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate ed invece in realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa valentía in virtú della quale s’aspetta ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza, boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.
Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia impossibile da farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!


14 N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA...
Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei un cosí grosso stronzo )che non entri per intero nella pentola destinata all'uso. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere i limiti di una ipotetica pentola destinata all’uso.
14 DOPP’ Â STRAZZIONE OGNI STRUNZO È PRUFESSORE
Riportatata anche, per motivi eufemistici, come Dopp’ â strazzione ogni ffesso è prufessore Ogni sciocco fa il professore solo quando sia già avvenuta l’estrazione dei numeri del lotto Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento.


E consideriamo ora altri etimi di voci non considerate precedentemente:
strazzione s.vo f.le = estrazione (dal lat. mediev. extractione(m), deriv. di extractus, part. pass. di extrahere 'estrarre': (e)xtractione(m)→strazione→strazzione con nel napoletano normale raddoppiamento espressivo della affricata alveolare sorda z come altrove raddoppiamento espressivo della l'occlusiva velare sonora g delle voci che normalmente terminano in gione (cfr. ragione→raggione, regione→riggione etc.)
sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m) che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce;
sceruppà = sciroppare denominale del precedente;
ceveze =plurale di ceveza/ceuza = gelsa, esattamente ed in primis il frutto del gelso: albero con piccoli frutti commestibili, dolci, di colore nero o bianco (more) e foglie cuoriformi, di cui si nutrono i bachi da seta (fam. Moracee); per traslato furbesco e giocoso con la voce a margine a Napoli anticamente ma ancóra oggi nella città bassa, tra i napoletani d’antan, si intendono anche le emorroidi irritate, gonfie e che diano prurito; l’etimo delle napoletane cèveza/cèuza è dall’ acc.vo latino (arborem) celsa(m)=albero alto; da cèlsa→*celza con successivo passaggio di lz ad uz per cui si ottenne cèuza e successiva epentesi eufonica del suono v tra la è tonica e la u evanescente fino ad ottenere cèvuza o cèveza. Ricorderò che ad oggi a Napoli città la voce usata da tutti (borghesi e/o popolani) è cèveza, mentre nel contado provinciale è piú facile trovare ancòra l’antica voce cèuza ;
vi’ = vedi; forma apocopata di vide voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito vedé=vedere o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito vedé=vedere con etimo dal basso lat. *videre per il classico vidíre;
siente /sie’=senti;sie’ non è che la forma apocopata di siente=senti voce verbale che indica o la 2° pers. sing. dell’indic. pres. dall’infinito sentí=sentire, udire o può indicare, come nel caso che ci occupa, la 2° pers. sing. dell’imperativo dall’infinito sentí=sentire, udire e qui porre attenzione con etimo dal basso latino sentire;
ciuccio = asino, ciuco soprattutto nel significato di ignorante; non di facile lettura l’etimologia di ciuccio; c’è chi opta per il lat. cicur= mansuefatto domestico, chi per il lat. cillus da collegare al greco kíllos asino chi per lo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi e segnatamente quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, ipotesi che per l’asperità del cammino morfologico, se non semantico non mi convincono molto;non mi convince altresí, in quanto m’appare forzata, l’idea che il napoletano ciuccio sia da collegare all’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante ed in conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice dell’arabo sciach-arà= ragliare che è il verso proprio dell’asino;rammenterò che dalla medesima radice nasce sceccu che è il nome in siciliano dell’asino.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica
e figuratamente: persona stupida, odiosa, saccente, supponente
l’etimo della voce napoletana è dritto per dritto dal tedesco strunz= sterco;
píreto =peto, emissione rumorosa di gas intestinale con etimo dal lat. peditu(m), deriv. di pedere 'fare peti'; da notare nella voce napoletana la consueta chiusura della sillaba tonica d’avvio donde pe passa a pi oltre la tipica alternanza osco mediterranea di d/r mentre la vocale postonica i s’apre diventando e ma di timbro evanescvente;
annasprato=coperto di naspro voce verbale part. pass. masch. sing. aggettivato dell’infinito *annasprà=coprire di naspro;
la voce naspro ed il conseguente denominale *annasprà (a quel che ò potuto indagare) sono espressioni in origine del linguaggio regionale della Lucania, poi trasferitosi in altre regioni meridionali (Campania, Calabria, Puglia) ed è difficile trovarne un esatto corrispettivo nella lingua nazionale; si può tentare di tradurre naspro con il termine glassa atteso che nel linguaggio dei dolcieri meridionali la voce naspro indicò ed ancóra indica una spessa glassa zuccherina variamente aromatizzata e talora colorata usata per ricoprire in origine dei biscotti dall’impasto abbastanza semplice o povero; in sèguito si usò il naspro colorato per ricoprire delle torte dolci e segnatamente quelle nuziali con un naspro rigorosamente bianco; a Napoli non vi fu festa nuziale che non si concludesse con un sacramentale gattò mariaggio coperto di spessa glassa zuccherina bianca: la voce gattò mariaggio nel significato di torta del matrimonio fu dal francese gâteau (de) mariage.
Per ciò che riguarda l’etimo della voce naspro, non trattandosi di voce originaria partenopea, né della lingua nazionale (dove risulta sconosciuta), ma – come ò detto – del linguaggio lucano mi limito a riferire l’ipotesi della coppia Cortelazzo/Marcato che pensarono ad un greco àspros=bianco, ipotesi che poco mi convince in quanto morfologicamente non chiarisce l’origine della n d’avvio che certamente non à origini eufoniche; penso di poter a proporre una mia ipotesi peraltro non supportata da nessun riscontro; l’ipotesi che formulo è che trattandosi di una preparazione molto dolce per naspro si potrebbe pensare ad un latino (no)nasperum→nasperum→naspro, piuttosto che ad un (n?)àspros. Spero di non essermi macchiato di lesa maestà! Del resto in tale non convincimento, sono in ottima compagnia: anche l'amico prof. Carlo Iandolo non si disse soddisfatto dell'ipotesi Cortelazzo/Marcato e trovò (ma spero non lo abbia fatto per mera amicizia...) piú perseguibile la mia idea.
‘mmiezo = in mezzo (da in + medium)
guappo s.m. voce viva e vegeta con molti derivati nei linguaggi partenopeo e/o meridionali, voce nata al sud ed ivi testimoniata fin dalla fine del XVII sec., ma trasmigrata dapprima in area lombarda e poi accolta nel lessico nazionale nei significati di prepotente, sopraffattore, prevaricatore, tirannico, aggressivo, arrogante, bullo, sfaccendato, audace, e poi anche ostentato nel vestire e nell’incedere e da ultimo (XX sec.) teppista, bravaccio, camorrista, persona sfrontata e tracotante, spavaldo.
Quanto all’etimo la maggioranza degli addetti ai lavori, a cominciare dal D.E.I., propendono per una culla iberica (guapo= bello, vistoso) la cosa però non mi convince molto attesa anche l’esistenza della voce francese guape = teppista che, a quel che pare, fu recepita nello spagnolo che ne trasse il suo guapo dal quale poi il napoletano avrebbe mutuato il suo guappo; solo un’attenta ricerca storico-linguistica ci potrebbe dire perché mai il napoletano avrebbe dovuto attingere nello spagnolo e non direttamente dal francese gergale antico; confesso di non essere attrezzato per una tale attenta ricerca storico-linguistica; mi limiterò perciò ad evitare sia la via iberica che quella francese, per tornare a percorre, in ottima compagnia: Cortelazzo- Zolli, come già feci alibi, la strada di un lat.classico vappa=, vinello inacetito;
prufessore s.vo m.le =professore 1 normalmente chi insegna in una scuola di grado superiore, ma a Napoli anchi chi insegni alle scuole elementari: professore di scuola media, di liceo, di università; professore di scienze, d'italiano, di filosofia; professore ordinario, straordinario, incaricato | saperne quanto un professore, essere molto dotto o versato in un particolare campo; fare il professore, darsi arie di professore, parlare come un professore, si dice per indicare una persona che ama ostentare dottrina, che è saccente, pedante. 2 (estens.) insegnante in genere: professore di musica, di danza
3 titolo di chi suona in un'orchestra, spec. Sinfonica
(dal lat. prōfessore(m), deriv. di profitíri, nel sign. di 'insegnare pubblicamente'; normale in napoletano della chiusura in u della ō o intesa tale);
fijura s.vo f.le = figura, aspetto esteriore di una cosa; sagoma, forma (dal lat. figura(m), da fingere 'plasmare, foggiare');
spasella s.vo f.letipico piccolo e leggero contenitore di midollo ligneo intrecciato, in forma di vassoio rettangolare a sponde basse,privo di manici contenitore in uso tra i pescivendoli campani per esporvi la merce sistemata ordinatamente ed agghindata con ciuffi di alghe marine; è un contenitore che per avere l’intreccio a maglie piuttosto larghe ben si presta a far passare l’acqua usata per spruzzare il pesce contenuto nella spasella, al fine di mantenerne o rinverdirne la freschezza.
Quanto all’’etimo la voce a margine risulta essere un diminutivo (cfr. il suff. ella) di spasa s.f. ampio contenitore rettangolare o anche ovale di vimini intrecciato, a fondo piatto con sponde pronunciate, fornito di due manici, voce che à l’etimo nel lat. neutro plur. (e)xpa(n)sa =cose distese part. pass. del verbo expandere;

rumma s.vo f.le = rum acquavite ottenuta per lo piú dalla distillazione della melassa di canna da zucchero fermentata.la voce inglese rum è derivata da rum- bustious 'chiassoso, violento', con allusione al comportamento degli ubriachi bevitori della suddetta acquavite; la voce napoletana rumma è coniata su quella inglese con una tipica paragoge, ma qui di una piena a finale (invece della consueta e semimuta) e raddoppiamemento espressivo della m etimologica fino a formare la seconda sillaba ma della voce rumma, come altrove tramme←tram,barre←bar etc.
strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica e figuratamente persona stupida, odiosa etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco';
addiventa =diventa voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito addiventà = divenire, venire a essere, trasformarsi in derivato dal lat. volg. ad+ *deventare, forma rafforzata (vedi prep. ad) di quella intensiva deventare del lat. devenire = divenire; da notare la particolarità che la voce verbale a margine (indicativo presente) è resa in italiano con il futuro, tempo che – quantunque esistente nelle coniugazioni dei verbi napoletani – è pochissimo usato, preferendogli un presente in funzione futura o altrove costruzioni del tipo aggi’ ‘a = devo da;
maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino mag(is)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale ;
babbà = babà tipico dolce partenopeo ( tuttavia non originario in quanto pare importato a Napoli, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone, da pasticcieri francesi (chiamati a Napoli da Maria Carolina e richiesti a sua sorella Maria Antonietta)che l’avevano mutuato da dolcieri polacchi che s’ era portato dietro nel suo esilio parigino il re Stanislao Leszczinski, re di Polonia dal 1704 al 1735.e che una leggenda, priva di supporti storici, vuole inventore - per puro caso - del dolce ) di pasta soffice e lievitata, intrisa di uno sciroppo al rum. La voce napoletana, con tipico raddoppiamento espressivo della seconda labiale esplosiva, è dal fr. baba→babbà, che è dal polacco baba '(donna vecchia').
tremmà/tremmare = tremare, vacillare, traballare, sussultare, vibrare, tremolare;( dal lat. tremere, con mutamento di coniugazione e raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m).
In coda ed a chiusura di tutto quanto fin qui scritto riporto l’indicazione di due dei numeri della smorfia napoletana d’argomento scatologico:
15 –
43, ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE = letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; citroviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata è detta, volta volta:locena che nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali quale una pereta.;
16 71,LL’OMMO ‘E MMERDA letteralmente l’uomo di merda ossia l’uomo dappoco, la persona infida, riprovevole,disonesta, o solo d’animo ignobile, cosí definito in quanto si appaleserebbe tal quale fosse, per iperbole, formato di escrementi; l’espressione a margine sostanzia una corposa offesa rivolta appunto nei confronti di chi venga considerato mancante di ogni decoro e/o dignità ed al contrario mostri cattiveria e protervia d’animo; costui a volte viene apostrofato con la voce mmerdajuolo, usata come sinonimo di quella a margine, quantunque di per sé ( con derivazione dal latino merda(m) con i suff. arius ed olo) indicherebbe, come ò già détto colui che – per lavoro – raccattava gli escrementi animali per igiene pubblica e li rivendeva per concimare i campi; Giunti a questo punto avremmo esaurito l’argomento, ma mi piace aggiungere un simpatico icastico proverbio che sebbene non tratti esattamente di escrementi tocca l’organo/mezzo deputato alla deiezione. Eccolo
17 CULO CA NUN CUNOSCE CAMMISA, QUANNO ‘A VEDE LLE SCAPPA A RRISA.
Letteralmente: Culo che non à conosciuto (mai) una camicia,quando la vede (per la prima volta) ne ride. Id est: chi non à dimestichezza con il buono e/o l’utile non è capace di apprezzarlo o prenderlo sul serio; con altra valenza piú circoscritta: il povero che non è aduso all’agiatezza non gode neppure nei rari momenti di abbondanza.
Culo s.vo m.le il culo, sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco koilos attraverso il basso latino culu(m);
cammisa s.vo f.le camicia,
indumento di tessuto generalmente leggero, abbottonato sul davanti, con colletto e maniche lunghe o corte, che ricopre la parte superiore del corpo; voce dal lat. camisia(m) e tipico raddoppiamento espressivo della labionasale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m) etc.
nun/’un/nu’/nunn avv.di negazione = non
1 serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nun parlaje pe tutt’ ‘o juorno(non venne; non parlò per tutto il giorno); nun ce sta nisciuno dubbio(non c'è alcun dubbio);nun c’è probblema (non c'è problema);nun ce sta nisciuno(non c'è nessuno), | ch’è che nunn è(che è, che non è), (fam.) tutto a un tratto, senza una ragione evidente:ch’è, che nunn è, fernette ‘e parlà e se ne jette (cosa è, cosa non è, smise di parlare e se ne andò) | in espressioni ellittiche: no ca nun ce crero, ma(non che io non ci creda, ma...), non intendo dire di non crederci, ma...;

2 (ant.) col valore di no: nun servarrà po dicere’e no, si avarraje ditto ‘e sí ‘na vota(non varrà poi dire / di non, s'avrai di sì detto una volta)
3 nelle contrapposizioni, anche col verbo sottinteso: nunn è bbello, ma ‘ntelliggente(non è bello, ma intelligente); isso fuje pe mme nun sulo ‘nu pate, ma pure n’amico(egli fu per me non solo un padre, ma un amico) | in espressioni ellittiche: vène o nun vène;prufessore o nun prufessore(venga o non venga; professore o non professore) (ma non quando non è ripetuto il primo elemento:vène o no, prufessore o no( venga o no, professore o no))
4 nelle interrogative dirette e indirette che attendono una risposta affermativa e nelle interrogative retoriche: nun avive ‘a partí stasera?(non avresti dovuto partire stasera?); nunn è overo?( non è vero?); m’addimanno si nun fosse stato meglio a lassà perdere; comme facevo a nun crerelo?(mi chiedo se non sarebbe stato meglio rinunciare; come potevo non credergli?)
5 si usa pleonasticamente in alcune locuzioni: è cchiú facile ‘e chello ca tu nun cride(è più facile di quel che tu non creda);nunn appena( non appena), appena che; | in talune frasi esclamative ed in senso antifrastico: ‘e buscie ca nun m’à ditto!(le bugie che non mi à detto!); ‘e fessarie ca nun hê fatto(le sciocchezze che non ài fatto!) | quando il verbo a cui si riferisce è retto da congiunzioni o locuzioni come fino a cche, pe ppoco, a meno che, salvo che, ‘a fora ‘e che e sim.: t’aspettofino a cche nunn arrive( ti attenderò finché non arriverai); pe ppoco nun è caduto(per poco non è caduto
6 in litote, preposto a un aggettivo, un sostantivo o un avverbio: è stata ‘na facenna nun facile (è stata un'impresa non facile), difficile; nun poche ‘a penzano comme a nnuje(non pochi la pensano come noi), parecchi; aggiu faticato nun poco…(ò lavorato non poco), molto; nun sempe(non sempre), raramente; nun senza fatica(non senza fatica), con notevole fatica;
rammento che il medesimo, originario avv. di negazione nun può esser reso secondo le occorrenze con altre morfologie:aferizzato, di solito in principio di frase, ‘un: ‘un me faccio capace(non me ne convinco) ‘un ‘o ssaccio!(non lo so),apocopato nu’ che (secondo il principio che la caduta finale di una o piú consonanti non necessita di una indicazione diacritica) si potrebbe anche rendere semplicemente nu Tuttavia è preferibile adottare la morfologia nu’ poi che nel napoletano scritto si potrebbe ingenerare confusione tra l’art. indeterminativo ‘nu/’no e la negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi perciò nu’ (facendo un’eccezione rispetto alla regoletta per la quale i termini apocopati di cononante/i e non di sillaba vocalica, non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu da cum – pe da per – mo da mox – po da post ) dicevo da rendersi però nu’ per evitarne la confusione con l’omofono articolo ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso il malvezzo di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta, laddove invece,il non segnarlo, a mio avviso, è segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiami pure Di Giacomo,F. Russo, E.De Filippo, EduardoNicolardi etc.). Del resto non è inutile ricordare che tanti (troppi!) autori napoletani, anche famosi e/o famosissimi non potettero avvalersi di adeguati supporti grammaticali e/o sintattici del napoletano, supporti che furono inesistenti del tutto, mentre i pochissimi esistenti (Galiani, Oliva, Serio) furono malamente diffusi, né potettero far testo, vergati com’erano stati da addetti ai lavori non autenticamente napoletani e pertanto, spesso, imprecisi e/o impreparati. Ancóra ricordo che moltissimi autori furono istintivi e spesso mancavano del tutto di adeguata preparazione scolastica (cfr. V.Russo, R.Viviani etc.), altri avevano studiato poco e male e quelli che invece avevano adeguata preparazione scolastica (cfr. Di Giacomo, F. Russo, E. Nicolardi etc. spessissimo la usarono maldestramente adattando le nozioni grammaticali-sintattiche dell’italiano al napoletano che invece non è mai tributaria dell’italiano essendo linguaggio affatto originale e diretto discendente del latino parlato.
Per concludere,e valga una volta per sempre, a mio avviso nel napoletano scritto gli articoli indeterminativi vanno sempre corredati del segno d’aferesi (etimologicamente esatti!)ed il non farlo è segno di sciatteria, pressappochismo e forse sicumera! Esempio di questo nun→nu’usato per solito davanti a consonante e/o in frasi esclamative: e nu’ sta bene!(non sta fatto bene!), statte zitto, nu’ pparlà sempe tu!(taci, non parlar sempre tu!); si à infine la forma nunn usata davanti a parole comincianti per o,e, hê: nunn ‘o ddicere! (non dirlo!)nunn ‘e ssiente? (non le senti?) nunn hê capito niente! (non ài compreso nulla!).
cunosce = conosce,sa, prova etc. (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito cunoscere dal lat. volg. *cōnoscere, per il class. cognoscere, comp. di cum 'con' e (g)noscere 'conoscere' con tipica chiusura della ō→u).
quanno avv. di tempo = quando, allorché nel momento che ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn;
‘a = la pron. pers. f.le di terza pers. sing. [forma complementare atona di , essa] omofona ed omografa di ‘a art. determ. f.le sg. la nonché di ‘a forma aferizzata di da
1 si usa come compl. ogg. riferito a persona o cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica; in posizione proclitica si può elidere davanti a vocale purché non generi ambiguità: ‘a vedette ajere(la vidi ieri); ‘aggiu ‘ncuntrata poco fa, aspettammola(l'ò incontrata poco fa, aspettiamola); damme ‘a lettera, ‘a voglio leggerla(dammi la lettera, voglio leggerla) voce dal lat. (ill)a(m), f.le di ille 'quello'
vede = vede (voce verbale 3° p. sg. ind. pres. dell’infinito vedere/vedé dal lat. vidíre con la particolarità che la 1° p. sg. dell’ind. pres. veco trae da un *vedico→ve(d)ico→veico→veco analogo al *vadico→va(d)ico→vaico→vaco 1° p. sg. dell’ind. pres. dell’infinito jí (andare).
lle = le/gli pron. pers. f.le e m.le di terza pers. sing. forma complementare atona di essa , essa/esso; si usa come compl. di termine riferito a persona o a cosa, sia in posizione enclitica sia proclitica: lle screvette io ‘e vení(le/gli scrissi io di venire); dicennole chesto se ne jette (ciò dicendole/gli se ne andò); ‘a lettera sta ‘ncopp’â tavula, si vuó lle puó ddà ‘nu sguardo(la lettera è sul tavolo, se vuoi puoi darle un'occhiata)
scappa a rrisa =(gli) viene da ridere; locuzione verbale del presente indicativo formata da
scappa a = inizia a, principia a (voce verbale 3° p.sg. ind. pres. dell’infinito scappà che di per sé in primis vale 1 allontanarsi in fretta, fuggire; 2 correre via, andare in fretta; 3 uscire, sbucar fuori, con riferimento a cosa che non sta al suo posto; ma si dice pure (ed è il ns. caso)
4 di stimolo fisico che si faccia sentire in modo incontenibile, irresistibile: scappà a ridere, scappà a chiagnere (scappare a ridere, scappare a piangere).
rrisa s.vo f.le pl. (il sg. non è usato) = risate, il ridere, il modo di ridere; voce dal lat. neutro pl. risa di risu(m) deverbale di ridíre.
E cosí penso d’aver convenientemente e ad abundantiam risposto alla sfida dell’amico R.M. e d’aver contentato anche qualche altro dei miei ventiquattro lettori, per cui reputo di poter mettere il punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale

MIERCHE, GNASTE & dintorni

MIERCHE, GNASTE & dintorni
Questa volta prendo spunto da una richiesta fattami da un caro amico, quel G.D.N.,del quale per problemi di riservatezza posso solo indicare le iniziali di nome e cognome, amico che è uno dei miei abituali ventiquattro lettori e che spesso si sofferma a leggere le mie paginette sparse qua e la; dicevo che prendo spunto da una sua richiesta relativa alle due antiche parole napoletane in epigrafe, voci che cercherò di illustrare assieme ad altre voci napoletane che ne siano sinonime, e sono molto contento della richiesta perché mi darà modo di illustrare alcune parole napoletane antiche e disusate, ma grandemente icastiche.
Tanto détto, entriamo in medias res parlando della voce
mierco s.vo m.le che al pl. è mierche e che à un ampio ventaglio di significati valendo in primis: suggello,bollo, marcatura, emblema, segno, impronta
e per traslato figurato cicatrice, marchio.;
la voce (che è attestata anche come s.vo f.le merca nei medesimi significati) è un denominale del germ. marka =segno. Una volta perdutosi l’uso di suggellare i documenti con ceralacca, bolli e marcature, emblemi, segni ed impronte personali onnicomprensivamente détti mierche, una volta perdutosi quell’uso, il termine mierco venne usato nel significato traslato di cicatrice, marchio retaggio d’una qualche ferita d’arma bianca (rammento l’espressione: fà ‘nu mierco a uno = ferirlo lasciandogli cicatrici), o venne usato in senso meno rovinoso od esiziale per indicare le piccole sbucciature (anche in assenza di cicatrici) spesso presenti sugli arti o altre parti del corpo dei bambini adusi ad un comportamento scapestrato, scriteriato, imprudente, dissennato tale da procurar loro piccoli danni nella persona; (tra i mierche piú noti in àmbito puerile vi furono le sbucciature di gomiti e ginocchia e/o le sciaccate (ferite prodotte per solito alla testa da un colpo di pietra o di bastone; voce deverbale del lat. flaccare)ed i bomboloni/bombò (tumefazione prodotta per solito alla testa da un urto ricevuto o procuratosi scontrandosi inopinatamente con un corpo condundente; voce d’origine onomatopeica in relazione alla forma bombata della tumefazione).Con uso quasi gergale il termine mierco fu dato un tempo lontano dai giocatori piú vecchi al pallino del giuoco delle bocce perché esso indicava appunto il segno cui accostare le bocce!
gnaste/’nchiaste = s.vi m.li pl. di gnasto/’nchiasto = in primis empiastro; poi anche sciocchezza nonnulla, ma fastidiosa seccante, noiosa, irritante, ed anche persona petulante; per il vero si tratta d’un unico sostantivo rappresentato in doppia morfologia di cui la seconda ‘nchiasto fu quella originaria e di partenza, mentre l’altra gnasto ne fu e ne è solo un adattamento del parlato con
1)metatesi accompagnato dal passaggio dalla affricata palatale sorda (c) alla corrispondente sonora (g) (‘nc→’ng→gn),
2)sincope della consonante diacritica (h) resa inutile dalla metatesi,
3)semplificazione del dittongo (ia→a);
etimologicamente la voce ‘nchiasto (poi gnasto) è una derivazione dal lat. emplastru(m) (marcato sul greco émplastrom)con il seguente percorso morfologico:emplastrum→(e)mplast(r)u(m)→mplastu(m)→’nchiasto (con consueto passaggio del gruppo pl a chi + vocale (cfr. cfr. platea→chiazza – plus→cchiú – plangere/planctum→chiagnere/chianto – plenam→chiena etc.) e valse in primis empiastro,fastidio ed a seguire per traslato piccola enfiagione,minuscola lividura ed ancóra sempre per traslato soprattutto come diminutivo ‘nchiastillo/gnastillo riferito ad oggetto valse cosa da nulla, sciocchezzuola, mentre riferito a persona di genere maschile bassa di statura valse omuncolo,omino, nanerottolo; declinato al femminile ‘nchiastella/gnastella valse donna petulante e fastidiosa; infine sempre nella forma m.le ‘nchiastillo/gnastillo identificò i nei posticci che le donne e/o i bellimbusti del ‘700 si dipingevano o applicavano sul viso.
Rammento in coda a tutto ciò che le voci mierche e gnaste/nchiaste usate di conserva valsero (come in una notissima poesia satirica dedicata a Giacomo Leopardi dal compianto Angelo Manna (Acerra, 8 giugno 1935 –† ivi 11 giugno 2001)) mestizie, cordogli,lutti, pianti, abbattimenti, scontentezze, malumori etc.
E concludo esaminando i termini che nelle varie accezioni considerate sono sinonimi delle voci in epigrafe; mierco inteso come suggello,bollo, marcatura, emblema, segno, impronta oltre la già cennata merca à quali sinonimi: sinco, schiacco, verzaglio; inteso come cicatrice mierco à quali sinonimi:sfríttula, tracchia; mentre la voce gnaste/nchiaste nel significato di empiastro,fastidio à quali sinonimi tra i piú ancóra in uso: afflezzione, apprietto, chiàjeto, fettiglia,sàsina,susta, taluorno, zucamiento; inteso invece come cosa da nulla, sciocchezzuola à quali sinonimi tra i piú ancóra in uso: cerenfruscolo,fessaría, ‘gnotula/’gnotularía, jacovella, jacuvella o ghiacovella; inteso infine come enfiagione lividura à quali sinonimi tra i piú ancóra in uso: bòffa, attentuta, cravúgnolo/gravuognolo/cravuonchio,mulignana, ‘nturzore/’nturzamiento,peròteca, vozza/vozzola.
Prendo in esame tutte le voci e su qualcuna sarà giocoforza ch’io mi soffermi alquanto.
singo/sinco, s.vo m.le segno, marchio, ogni impronta visibile lasciata da qualcosa; oggetto o figura che serve a distinguere o a indicare; voce in doppia morfologia( originariamente con l’affricata palatale sonora (g) e successivamente, nell’uso popolare con la corrispondente sorda (c))etimologicamente lettura metatetica del lat. signu(m) 'segno, marchio';
schiacco, s.vo m.le di per sé la voce indicò in primis un bersaglio di carta, che colpito manteneva un’impronta donde per metinomia l’impronta stessa, il segno; etimologicamente deverbale del lat. ex-capulare→ex-caplare= schiacciare, imprimere;
verzaglio, s.vo m.le di per sé la voce indicò in primis l'obiettivo da colpire con un'arma obiettivo che colpito (come per la voce precedente) manteneva un’impronta donde per metinomia l’impronta stessa, il segno; etimologicamente dal fr. ant. bersail, che è dal germ. *birson 'andare a caccia' con la consueta alternanza del napoletano b/v (cfr. bocca→vocca – barca→varca – basiare→vasà etc.);
sfríttula, s.vo f.le di per sé in primis pezzetto di carne e/o grasso di maiale residuale della fusione del medesimo grasso per ottenerne la sugna; successivamente nella morfologia per adattamento popolare di sfrestola, ferita da taglio, cicatrice da accostarsi semanticamente alla sfríttula pezzetto di carne e/o grasso di maiale residuale per il fatto che la cicatrice presenta un aspetto contorto e grinzoso tal quale le sfríttole dopo la lavorazione; etimologicamente la voce a margine è un deverbale (p. pass.sfritto addizionato del suff. dim. ola→ula che continua il lat. olus/ola e che unito ad aggettivi o sostantivi forma alterati con valore diminutivo o vezzeggiativo) di sfrijere intensivo di frijere dal lat. frigere;
tracchia, s.vo f.le voce che è dal greco tràchelos= collo, cervice ed indica in primis un pezzo di carne di maiale,una costina che se di collo è detta tracchia umida , in quanto piú morbida e succosa, se di costato è detta tracchia asciutta in quanto essendo povera di grasso è meno morbida e succosa; per accostamento semantico poi la voce valse cicatrice che per solito presenta un aspetto contorto e grinzoso e con margini non ben definiti tal quale le tracchie che son ricavate con un taglio approssimativo e non ben definito; la voce a margine fu riferita alla cicatrice in senso spregiativo specialmente quando le cicatrici fossero quelle di persone pòvere, sporche e/o male in arnese;
afflezzione, s.vo f.le 1 stato di grande tristezza e abbattimento;
2 ciò che provoca tormento, angoscia; voce dal lat. afflictione(m) con il tipico raddoppiamento espressivo della l'affricata alveolare sorda (z) come in tutte le voci terminanti in zione precedute da vocali, raddoppiamento espressivo presente altresí in tutte le voci terminanti in gione precedute da vocali, che comporta la geminazione della affricata palatale sonora (g);
apprietto, s.vo m.le voce usata per indicare in primis un tipo particolare di fastidiosa lite che è quella derivante da una sollecitazione noiosa o petulante tipica – come vedemmo altrove – dell’apprettatore cioè dell’ annoiatore; etimologicamente, come il ricordato apprettatore, anche
l’apprietto è un deverbale del latino adplictare(figuratamente: ridurre in pieghe; lat.: plecta = piega );al proposito rammenterò che anche il toscano appretto cioè la miscela chimica usata per dar particolar forma e consistenza ai tessuti o pellami, piú che al francese apprêt penso debba collegarsi al latino ad-plictare; per ampiamento semantico la voce a margine vale poi fastidio, atteso che una lite comporta una sensazione di molestia e di disturbo;
chiàjeto, s.vo m.le è essenzialmente la lite (accompagnata dal fastidio che ne deriva) tesa a reclamar per sé cose o priorità di atteggiamento davanti a talune situazioni; a Napoli infatti di chi litigando, esiga, richieda qualcosa che pensa gli spetti di diritto, s’usa dire, a mo’ di giustificazione, che se sta chiajtanno ‘o ssujo :sta reclamando il suo; etimologicamente la parola chiàjeto viene da un latino medievale: placitu(m) = disputa, lite in attesa di giudizio; cuntrasto che è la seccante, noiosa, irritante, sgradevole, spiacevole, fastidiosa lite forte per contrapposizione anche maschia e dura, resistenza puntigliosa; etimologicamente dal basso latino contra +stare = star di contro, porsi di fronte;
fettiglia, s.vo f.le noia, seccatura, grattacapo, impiccio, bega, molestia, portata quasi di lontano a mo’ di strale; la parola usata piú spesso al plurale fettiglie è da collegarsi etimologicamente al verbo latino figere, verbo che diede il termine fictilia da cui il napoletano fettiglie usato nella gustosissima espressione partenopea senza figlie, senza fettiglie= chi non à figli(maschi o femmine che siano)non à fastidi..., ma – aggiungo io – neppure soddisfazioni o gioie; alle medesime fettiglie come già alibi dissi ma qui ribadisco penso sia da collegarsi il verbo napoletano fettiare verbo che un tempo serví ad identificare un’azione ben precisa: quella di sogguardare insistentemente una persona o anche solo un quid, in maniera però concupiscente fino a determinare fastidio nella persona guardata; in particolare i giovanotti che si fossero messi sulle piste di un’avvenente ragazza insistentemente, negli anni tra il 1950 ed il 1960, se la fettiavano fino a che la ragazza infastidita, o non cedeva alle non dichiarate, ma chiaramente sottintese avances o non chiamasse a propria difesa un fratello, un cugino, un fidato amico che convinceva con le buone o le tristi il disturbatore esortato a fettiare altrove. Il verbo veniva usato anche nei riguardi di cose desiderate, ma – per mancanza di soldi – mai conquistate; a mo’ d’es. diremo che in quegli anni se fettiavano un abito, un paio di scarpe, una cravatta, o anche l’intera vetrina di una pasticceria o trattoria;

sàsina, s.vo f.le voce ampiamente desueta che valse in primis sequestro dei beni; poi per ampiamento semantico seccatura,grattacapo,persecuzione; etimologicamente derivata dal fr. saisie=pignoramento con epentesi eufonica della consonante nasale dentale (n);
susta, s.vo f.le molestia inveterata ed assidua tale da spingere ad una reazione, anche violenta, il/i molestato/i. la parola è un deverbale di sustà che è dal latino suscitare→sus(ci)tare→sustà= eccitare;
taluorno, s.vo m.le lamento reiterato, ripetizione noiosa, canto fastidioso; etimologicamente taluorno non deriva come improvvidamente e fantasiosamente pensò qualcuno (D’Ascoli) da un inesistente latino: tal-urnus: ripetizione; in realtà il termine taluorno è da collegarsi all’antica voce latorno voce che nella lingua ufficiale è ormai desueta tanto da essere addirittura inopinatamente esclusa (manca persino nel Pianegiani, ma non nel D.E.I.!) nei correnti ed accreditati vocabolarî della lingua italiana; tale latorno (etimologicamente deverbale di ritornare con dissimilazione r→l) indicò un lamento reiterato, una ripetizione noiosa, un canto o una persona fastidiosa e con una tipica dittongazione regionale della sillaba to (forse intesa breve) la voce latorno divenne latuorno sia in area calabro-lucana che in area pugliese, dove indicò il tipico lamento funebre delle prefiche (dal lat. praefica(m), f.le dell'agg. praeficus 'messo a capo', deriv. di praeficere 'mettere a capo', perché la prefica era preposta al gruppo delle ancelle che piangevano; in effetti essa prefica fu la donna che, presso gli antichi romani, veniva pagata per piangere e lamentarsi durante le cerimonie funebri; l'usanza ancóra sopravvive in alcune aree mediterranee europee; scherzosamente la voce prefica è usata poi anche per indicare una persona che si lamenti per nulla; ,il lamento funebre, nelle aree soprindicate è detto anche riépeto/liépeto che semanticamente richiamano il latuorno/taluorno con il suo reiterarsi; riépeto o liépeto s.vo m.le sono un’unica voce con due grafie leggermente diverse cioè con la tipica alternanza/dissimilazione partenopea delle liquide r/l etimologicamente risultano essere deverbali di repetà, che da un lat. medioevale repetare indicò appunto il pianger lamentoso durante i funerali e/o le veglie funebri. Alla luce di tutto quanto detto mi pare che, relativamente all’etimo di taluorno si possa finalmente affermare che in napoletano la voce taluorno indicò dapprima il tipico lamento funebre delle prefiche e poi estensivamente atto noioso e/o ogni fastidio reiterato, e – quanto all’etimo- messo da parte il fantasioso tal – urnus del D’Ascoli, si possa tranquillamente intendere come lettura metatetica di latuorno→taluorno.
zucamiento, s.vo m.le la molesta tipica d’un molestatore che assale il molestato quasi con la riprovevole foga di volergli suggere l’anima o i succhi vitali; deverbale di zucà =succhiare che è dal latino sucus; il piú noioso di tali molestatori détti zucature fu un tempo il cosiddétto zucafistole (succhiapiaghe) personaggio, peraltro veramente esistente in antichi ospedali napoletani dove si assumeva il compito di depurare, mediante suzione/aspirazione, del pus esistente, le piaghe di taluni malati, operazione necessaria, ma pur sempre fastidiosa!Figurarsi poi quando il fastidio non porti almeno il beneficio della depurazione!

cerenfruscolo, s.vo m.le voce desueta, ma registrata da tutti i calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza e per estensione ed ampliamento semantico, in quello di bizzarría, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio; il cerfoglio in nap. cerefuoglio indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta ed ancóra i vezzi, le moine, le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi alle bizzarríe,alle stranezze bizzose nonché alle minuzie e/o sciocchezze;

fessaría, s.vo f.le che letteralmente vale errore di poco conto, ed estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione insulsa tipica dello sciocco; la voce a margine deriva forse da fesso con il suff. arius→aro + il suff. astratto tonico ía; epperò non gli dovrebbe essere comunque estranea, come reputo e morfologicamente piú vicina la voce fessa (l’organo sessuale femminile esterno) ( part. pass. del verbo latino findere) dalla fessaría (da fessa+ aría da arius) sciocchezza, stupidata, deriva la toscana fessería di significato analogo). Faccio notare qui la solita incomprensibile, stupida mutazione che opera il toscano trasformando una A etimologica (da fessa→ fessaría) per adottare una piú chiusa E (fessaría vien cioè trasformata in fessería) forse nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell’aperta A alla elegante (?!) lingua di Alighieri Dante, Manzoni(Imbonati?) Alessandro…etc.In ogni caso con la voce fesso (dell’italiano e del napoletano) derivato attraverso il sign. del femm. fessa dell'Italia merid., pop. si indica l’imbecille, lo sciocco quello cioè capace di errori di poco o molto conto, ed ancóra estensivamente sciocchezze, stupidaggini, azioni insulse etc. Rammento talune espressioni popolari in uso sia nella lingua nazionale che nel napoletano: fare fesso, m’hê fatto fesso : riferito a persona, ingannarla: mi vuoi proprio fare fesso? fam., fare il fesso/ fà ‘o fesso, fare lo spiritoso, o anche il temerario. Scherz si indica lo sciocco,il balordo , voce in ogni caso da far risalire al lat. fissu(m), part. pass. di findere 'fendere');
‘gnotula/’gnotularía, s.vo f.le bagattella, minuzia, nonnulla, quisquilia. cosa di poco conto ed ancóra estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione non chiara ed inutile etc. voce dalla doppia morfologia, ma dall’identico significato; etimologicamente nella prima forma ‘gnotula è dal lat. ignotus→(i)gnot(us)→’gnotula con influenza del lat. inutilis addizionato del suffisso diminutivo neutro plurale, poi inteso femminile ula; nella seconda forma all’iniziale ‘gnotula è stato aggiunto il suffisso tonico aría suffisso corrispondente al lat. –arius/aria, che forma aggettivi e sostantivi, derivati dal latino o formati direttamente in italiano e/o napoletano , che stabiliscono una relazione;
jacovella, jacuvella o ghiacovella, s.vo f.le Le parole in esame sono tre rappresentazioni morfologiche leggermente diverse di un’ unica voce, termine antichissimo, presente fin dal sec. XIV e ss., già preso in esame e contenuto nell’ Elenco di parole napoletane (primo modesto tentativo di dar vita ad un vocabolario della lingua napoletana), elenco che Colantonio Stigliola (Nola1548 -†Napoli1623) mise in appendice alla sua versione in napoletano dell’ Eneide.
Pur essendo antichissimo, il termine non è però desueto ed ancora vive nell’uso quotidiano in tutta l’area linguistica campana, radicato principalmente sia nell’ alta Irpinia che nel napoletano. Amplissimo il ventaglio dei significati che partendo dal comportamento superficiale, cosa poco seria,modo di agire che genera confusione, inconcludenti tira e molla, giungono all’ intrigo, pretesto, banale astuzia, sotterfugio teso a perder tempo, a giocherellare, a cincischiare, nel tentativo di defilarsi per non compiere qualcosa di molto piú serio; anticamente il vocabolo che sto esaminando fu usato anche per indicare dispettucci da innamorati, vezzi, moine, tenerezze da innamorati, quegli stessi che – come vedemmo alibi – erano detti anche vruoccole o cicerannammuolle; piú spesso comunque la jacovella, jacuvella o ghiacovella indicò la trama, l’intrigo, la gherminella piú o meno sciocca, buffonesca, cialtronesca, semplicistica.

Per ciò che attiene all’etimologia di jacovella/jacuvella/ ghiacovella, questa volta devo dissentire da quanto proposto dall’ amico il dotto avv.to Renato de Falco, attivissimo (ad ottant’anni suonati!) esperto di cose napoletane il quale per la voce in esame, rifiutando altre piú accolte e convincenti etimologie, ipotizza una culla latina, chiamando in causa uno strano jaculum= dardo dandone però una connessione semantica a jacovella che mi pare troppo inconferente se non pretestuosa…
Non so come sia accaduto, ma questa volta reputo che l’amico Renato – solitamente preciso ricercatore – sia stato un po’ superficiale e si sia lasciato sfuggire che la parola jacovella/ jacuvella/ ghiacovella nacque in ambito teatral-marionettistico per identificare le gherminelle, le azioni sceniche di un tal Giacomino (in dialetto Jacoviello diminutivo di Jacovo id est Giacomo che poi altro non era che l’adattamento del nome proprio francese Jacque, nome con il quale colà si soprannominò il contadino sciocco e semplicione, contadino che in tal veste entrò nel teatro delle marionette dove fu Jacovo o Jacoviello e le sue azioni furono le jacovelle jacuvelle o, con diversa scrittura, le ghiacovelle. E tali azioni furon prese a modello per identificare tutte quelle elencate in principio. A titolo di curiosità rammento altresí che dall’originario nome francese Jacque si trasse la voce giacchetta che era il tipo di indumento pratico e non ricercato indossato dai contadini.
Non so cosa abbia spinto Renato de Falco a scartare l’ipotesi Jacovo e a proporre il latino jaculum.
Ma è rimasto solo!
F. D’Ascoli, C. Jandolo e recentemente M. Cortelazzo propendono in coro ,ed indegnamente io con loro, per una degradazione semantica del nome proprio Giacomo – Jacovo.

bòffa attentuta, s.vo f.le addizionato di agg.vo; rigonfiamento scuro, tumefazione illividita, gonfiore bluastro retaggio d’ un colpo ricevuto con un corpo contundente;etimologicamente la voce boffa è d’origine onomatopeica, mentre l’agg.vo attentuta è voce verbale(p.pass. f.le aggettivato di attentà= tinteggiare di bruno denominale di ténta=tinta,colore);
cravúgnolo/gravuognolo/cravuonchio s.vo m.le dalla triplice morfologia, ma identico significato.
Cosí nel napoletano vengono indicati foruncoli, un bitorzoli, sporgenze, pustolette presenti in genere sul volto di persone il piú delle volte giovani; foruncoli, bitorzoli, sporgenze, pustolette talora lividi o di colore bruno; à/ànno derivazione da carbunculus diminutivo di carbo/onis; debbo ritenere quindi che “graungelo” o “gravungelo”attestate in Castelvolturno nei medesimi significati siano adattamenti locali delle voci che ò indicato.
s.vo m.le
mulignana, s.vo f.le = indica in primis la melanzana, pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola; la voce (per accostamento semantico al colore bluastro/violaceo del frutto) è usato per indicare una lividura,una contusione,un’ecchimosi; etimologicamente è voce dall’arabo badingian incrociato con il prefisso mela→ melingian donde per metatesi melign(i)ana→mulignana; altrove l’arabo badingian fu incrociato con i prefissi peto o petro e s’ebbe petonciano o petronciano.
la voce melanzana fu talvolta ritenuta, ma impropriamente derivata da mela+ insana in quanto ritenuto ortaggio il cui consumo potesse portare alla pazzia

‘nturzore/’nturzamiento s.vi m.li tumefazione, turgescenza, turgore,tumescenza,tumidezza spesso di color bruno; ambedue i sostantivi sono deverbali di ‘nturzà/’nturzare=gonfiare(denominale del lat. tardo in→(i)n→’n+tursu(m), per il class. thyrsu(m)= torso umano la cui morfologia richiama il senso della tumidezza;
peròteca, s.vo f.le letteralmente infiammazione che colpisce mani e piedi accompagnata da manifestazioni di enfiagioni illividite;per estensione generica enfiagione; etimologicamente la voce è stata ricavata per bisticcio/incrocio del s.vo père= piede con il tardo lat. parotĭda = parotide, la piú voluminosa delle ghiandole salivari, a struttura acinosa, situata tra il condotto uditivo esterno e il ramo montante della mandibola, ghiandola talora soggetta ad infiammazione e tumefazione;
vozza/vozzola, s.vo f.le in primis vistosa tumefazione, rigonfiamento nella parte anteriore del collo, dovuta all'ingrossamento della tiroide, gozzo; per traslato
(fam.) gola, stomaco di una persona: regnerse ‘a vozzola(riempirsi il gozzo), mangiare esageratamente | tené coccosa dint’â vozza(aver qualcosa nel gozzo), (fig.) non riuscire a mandar giú un'offesa, un affronto o a tollerare qualcosa di sgradito | me sta ‘ncopp’â vozza ( mi sta sul gozzo), (fig.) si dice di cosa o persona che non si sopporta | nun tenerse niente dint’â vozza (non tenere nulla nel gozzo), (fig.) dire tutto quello che si à da dire; la voce a margine nella doppia morfologia (la seconda non è che una sorta di diminutivo della prima attraverso l’aggiunta del suff. ola che continua il lat. olus/ola e che unito ad aggettivi o sostantivi forma alterati con valore diminutivo o vezzeggiativo) la voce a margine, dicevo, nella doppia morfologia è un derivato del lat. tardo gargăla «trachea», da una radice *garg- assai diffusa in lingue romanze e in altre lingue indoeuropee antiche: da gargăla→gargozza donde (gar)gozza→gozza→vozza con la tipica alternanza partenopea di g e v o v e g/c (cfr. volpe/golpe, vunnella/gunnella, vongola←concula –gallo/vallo – vappa→guappo etc.).
E con questo penso proprio d’avere esaurito l’argomento e d’avere contentato l’amico G.D.N., ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.
Raffaele Bracale

VULÉ ‘O COCCO AMMUNNATO E BBUONO…

VULÉ ‘O COCCO AMMUNNATO E BBUONO…
Divertente espressione che fu antica nel suo significato originario casto ed ironico, ma che fu poi letta successivamente (anni postbellici) attribuendole un senso sarcastico, furbesco se non volgare. Illustro dapprima il significato originario casto ed ironico,per poi soffermarmi sul significato furbesco.
In primis ed ad litteram l’espressione si traduce : volere l'uovo sgusciato e buono ( id est: pronto per esser mangiato).
Detto ironicamente di chi non si vuole impegnare neppure nei piú piccoli lavori e preferisca esser servito di tutto punto; nella fattispecie il cialtrone di turno non intende sottostare neppure alla risibile fatica di sgusciare un uovo bollito...
Il cocco della locuzione in effetti non è il frutto della pianta tropicale, ma semplicemente l'uovo che, con voce gergale fanciullesca, è chiamato cocco richiamandosi al verso della gallina;
l'aggettivo buono unito al precedente aggettivo ammunnato (mondato,sgusciato)è usato in questa e simili costruzioni( es.:cuotto e bbuono, pronto e bbuono) del parlar napoletano non per significare la bontà del sostantivo cui è riferito, quanto per designare l'immediata fruibilità del medesimo sostantivo di riferimento; qui nel caso dell'uovo, una volta che sia mondato del guscio, viene buono per esser súbito mangiato.
E passiamo ad illustrare il significato furbesco che fu attribuito all’espressione negli anni postbellici (1944 e ss.) allorché a seguito dell’intervento liberatorio degli alleati anglo-americani la città di Napoli fu invasa da militi cui in cambio di poche am-lire, generi di prima necessità (pane, pasta, cioccolato, grasso alimentare etc.) e/o di voluttà (liquori tabacchi etc.), le giovani e meno giovani donne popolane si concedevano;orbene atteso che nel linguaggio gergale dei militi anglo-americani il membro maschile è détto cock (lètto in napoletano cocco) ecco che con l’espressione vulé ‘o cocco ammunnato e bbuono… non ci si riferí piú a chi fosse cosí infingardo da non voler neppure accollarsi la fatica di sgusciare un uovo,ma ci si riferí piuttosto a quelle tali sfacciate popolane che pur di ottenere qualche lira e generi di vettovagliamento per sé e la propria famiglia non disdegnavano di concedersi anche in assenza di qualsiasi protezione: condom, profilattico, guanto che fosse e l’espressione vulé ‘o cocco ammunnato e bbuono… venne intesa appunto volere il fallo, l’asta (anche) nudo di protezione...incurandosi del pericolo di infezioni e/o gravidanze indesiderate; in tale nuova accezione poi l’espressione venne riferita a chiunque, pur di ottenere qualcosa, non mettesse in conto pericoli o insidie, azzardi,incognite; va da sé che in tale seconda lettura il termine cocco non fu piú voce onomatopeica richiamante il verso della gallina, per indicare l'uovo, ma fu l’aperta palese corruzione – come ò détto - dell’inglese cock = membro maschile.
Raffaele Bracale

RAFFAELE VIVIANI –GUAGLIONE

RAFFAELE VIVIANI –GUAGLIONE

Questa volta,per illustrare alcune parole della parlata napoletana, mi servirò di una poesia di Raffaele Viviani, illustre ed apprezzato poeta, commediografo ed attore del teatro partenopeo; egli nacque a Castellammare di Stabia il 10 gennaio del 1888 da famiglia povera, il padre, Raffaele, fu cappellaio e poi vestiarista teatrale e la madre una umile e squattrinata casalinga. Ad appena 4 anni e mezzo fece il suo esordio (indossando un minuscolo frac, confezionatogli da suo padre) in un teatrino di marionette sito in Napoli nella via Foria(strada limitrofa del centro storico, frequentata ed abitata da operai e medio- bassa borghesia, abituati a frequentare quei piccoli e rabberciati teatri di cui pullulava la strada e quelle adiacenti), di proprietà di Aniello Scarpati. A soli dodici anni Raffaele, rimasto orfano del padre, piombò in un profondo stato d'indigenza e si dovette accollare il gravoso compito di badare alla madre ed alla sorella Luisella. La tragicità della condizione familiare di Papiluccio traspare, in maniera straziante, dall'opera autobiografica La Boheme dei comici che egli scrisse nel 1930. Negli anni seguenti divenne uno dei maggiori esponenti della drammaturgia napoletana,e son da ricordare, tra le sue piú belle opere: 'O vico, Tuledo 'e notte,’O sposarizio, Circo equestre Squeglia, I pescatori e la notissima Morte di Carnevale. Si spense il 22 marzo del 1950 a Napoli nella sua casa del Corso Vittorio Emanuele II (la magnifica strada panoramica che – a mezza costa della collina del Vomero - fu aperta per volere del re Borbone Ferdinando II col nome di C.so Maria Teresa, poi per opportunismo politico mutato in C.so Vittorio Emanuele II in omaggio al 1° re della scellerata Italia unita!), e prima di morire, dopo esser stato zitto per piú di 12 ore, trovò la forza di chiedere, con un ultimo sforzo e con un tenue filo di voce: Arapite, faciteme vedé Napule.(Aprite (il balcone) e fatemi vedere Napoli!). La poesia, di cui mi servirò per la mia ricerca, apre la raccolta completa delle poesie di R. Viviani e si intitola: Guaglione. Eccone qui di sèguito il testo completo con la relativa traduzione.
GUAGLIONE
Quanno jucavo ô strummolo,
â liscia, ê ffijurelle,
a cciaccia, a mmazza e ppívezo,
ô juoco d''e ffurmelle,

stevo 'int' â capa retena
d’'e figlie 'e bbona mamma,
e me scurdavo ô ssolito,
ca me murevo 'e famma.

E comme ce sfrenàvamo:
sempe chine 'e sudore!
'E mamme ce lavàvano
minute e quarte d'ore!
Junchee fatte cu 'a canapa
'ntrezzata, pe ffà a pprete;
sagliute 'ncopp'a ll'asteche,
p'annarià cuméte;

p’ ‘o mare ce menàvamo
spisso cu tutte 'e panne;
e 'ncuollo ce 'asciuttàvamo,
senza piglià malanne.
'E gguardie? sempe a sfotterle,
pe' ffà secutatune;
ma ê vvote ce afferravano
cu schiaffe e scuzzettune

e â casa ce purtavano:
Tu, pate, ll'hê 'a 'mparà!
Ma manco 'e figlie lloro
sapevano educà.

A dudece anne, a tridece,
tanta piezz''e stucchiune:
ca niente maje capévamo
pecché sempe guagliune!

'A scola ce 'a sàlavamo
p''arteteca e p''a foja:
'o cchiú 'struvito, ô massimo,
faceva 'a firma soja.

Po gruosse, senza studio,
senz'arte e senza parte,
fernévamo pe perderce:
femmene, vino, carte,

dichiaramiente, appicceche;
e sciure 'e giuventú
scurdate 'int'a ‘nu carcere,
senza puté ascí cchiú.

Pur'io jucavo ô strummolo,
â liscia, ê ffijurelle,
a cciaccia, a mmazza e pívezo,
ô juoco d''e ffurmelle:
ma, a dudece anne, a tridece,
cu 'a famma e cu 'o ccapí,
dicette: Nun po’ essere:
sta vita à dda ferní.

Pigliaje ‘nu sillabbario:
Rafele mio, fa' tu!
E me mettette a correre
cu A, E, I, O, U.

Eccone la traduzione:

Guaglione (Ragazzo)
Quando giocavo con la trottolina, alla liscia, alle figurine,
a cciaccia , alla lippa, al giuoco dei bottoni,

stavo nella maggior combriccola dei figli di buona mamma (buona lana),
e dimenticavo, al solito, di avere fame;

e quanto chiasso facevamo, sempre molto sudati:
le mamme ci lavavano continuamente!

Fionde fatte di canapa intrecciata, per lanciar pietre,
salite sui lastrici solari per innalzare aquiloni;

spesso ci tuffavamo in mare con i vestiti
e li asciugavamo tenendoli indosso, senza prender alcun malanno.

Gli agenti di polizia? Sempre a prenderli in giro, per farci inseguire,
però – a volte – ci prendevano con schiaffi e scappellotti

e a casa ci conducevano (dicendo): Tu padre, devi insegnargli (a comportarsi bene) !
ma neppure i loro figlioli sapevano educare…

A dodici anni, tredici, tanto alti e sviluppati
che (però) nulla mai comprendevamo, perché sempre (con la testa di) ragazzi

la scuola la marinavamo per la vivacità e la furia,
il piú istruito, al massimo, sapeva firmare;

poi (diventati) grandi, ignoranti, senza avere un mestiere o un partito (un’inclinazione )
finivamo per perderci: donne, vino e carte
sfide cruente, litigi e giovanissimi
rinchiusi in carcere, senza poterne uscire piú;

Anch’io giocavo con la trottolina, alla liscia, con le figurine,
a ciaccia, alla lippa, al giuco dei bottoni,
ma a dodici anni, a tredici, per la fame e per aver compreso,
dissi: Non può durare, questo (tipo di) vita deve finire;
mi procurai un sillabario, (mi dissi): Raffaele, mettici impegno!
e presi a correre con A E I O U .
Raffaele Viviani
Ed arriviamo in medias res, occupandoci delle singole parole e/o espressioni, cominciando con il titolo della poesia: guaglione; si tratta di parola che pur essendo napoletana è ormai approdata nella lingua nazionale e non mette conto darne una traduzione, essendo termine largamente inteso e compreso; d’esso già ebbi modo di dire abbondantemente alibi; ne reitero qui, per amor di completezza;
- guaglione:
La parola a margine , pur se accolta in tutti i dizionarii della lingua toscana, nasce a Napoli e poi di qui trasmigra, come tante altre parole quali camorra e suoi derivati, guappo e consimili, vongola, scarola etc. e con il termine guaglione viene indicato l’adolescente, il ragazzo poco piú che decenne che abbia eletto per proprio regno la strada nel cui
rutilante chiasso, si diverte, gioca e magari presta la sua piccola opera servizievole nell’intento di lucrare piccolo guadagno: ‘o guaglione d’’e servizie, ‘o guaglione ‘e puteca quando si tratti di ragazzo avviato ad un lavoro piú o meno stabilmente retribuito Pertanto con il termine guaglione a Napoli non si indica il bambino, che è detto propriamente: criaturo o anche ninno o nennillo e (quando si tratti di piccolissimo) anche anema ‘e dDio.
Per ciò che riguarda l’etimologia, la questione è di non poca cosa,
avendo il vocabolo scatenato la fantasia di addetti ai lavori o filologi della domenica e sono state avanzate le ipotesi piú disparate ed è molto difficile bordeggiandole attingere un sicuro approdo.
Ecco perché mi limiterò a dare un sommario elenco di dette ipotesi, e a suggerire alla fine, l’ipotesi che ritengo piú perseguibile.
A – si cominciò, temporibus illis, a scomodare il greco kallos, kallion: bellino, grazioso, nella pretesa forse che il guaglione dovesse essere per forza grazioso, ma chiunque si può render conto che si trattava di una pretesa non supportata da alcuna documentata prova, per cui escluderei senz’altro l’ipotesi.
B –Si congetturò pure che guaglione potesse derivare sempre dal greco, ma dalla parola gala = latte, ma non si vede cosa possa mettere in rapporto il latte con il ragazzo di strada che non è certamente un poppante; l’ipotesi è pertanto – a mio avviso - da scartare.
Come è, a mio avviso, da scartare l’ipotesi C, sebbene caldeggiata dall’Alessio nel suo dottissimo D.E.I., che fa derivare la parola di cui ci occupiamo dal latino gàneone(m) che sta ad indicare il frequentatore di bettole, l’ubriacone, o peggio! il frequentatore di postriboli: personaggi che non posson certo configurare, d’acchito, il guaglione. Non nego che, talvolta, il guaglione possa aver alzato il gomito o frequentato bordelli, ma da ciò a ritenerle sue precipue attività (tanto da farne derivare il nome...)mi pare ce ne corra!
D – Ugualmente non perseguibile mi pare l’opinione espressa dal pur grandissimo Ròlfs, che accosta la parola guaglione a guagnone e cioè: colui che piange, ma anche questa mi pare una petizione di principio inconferente; perché mai il guaglione dovrebbe tanto piangere, da far trarre da ciò l’origine della parola?
E – Ipotesi ugualmente da scartare son quelle che che tirano dentro le parole latine : qualus= cesto e qualis= quale, termini che chiaramente sono inconferenti rispetto la sostanza del nostro guaglione
F – Si è cercato, da qualcuno di coinvolgere il francese con la parola garçon, che –è vero – indica il ragazzo di bottega, ma da esso lemma in napoletano è derivato guarzone, per cui scarto l’ipotesi.
G. – Neppure mi convince l’idea, espressa marginalmente dall’ amico prof. C. Jandolo nel suo conciso Dizionario etimologico napoletano, che guaglione possa derivare da un ipotizzato valione(m) dal verbo valére: valido, vispo; non mi risulta infatti che tutti i guagliuni siano necessariamente vispi, validi e valenti…
H -Scarto altresí la pretestuosa derivazione dal francese gaillard, amologa del nostro gagliardo, giacché non è scritto da nessuna parte che ‘o guaglione debba essere forte e muscoloso.
I - Sempre nell’ambito della lingua francese riporto quanto ebbe a dire il giornalista A. Fratta scrivendo sul Mattino di Napoli allorché affermò di avere udito in quel di Marsiglia apostrofare i ragazzi di strada con il termine vuaiú (voyou) stranamente assonante con il nostro guagliú; si tratta di una tentazione, ma se si esclude il tenue legame del francese voie = strada, con il guaglione partenopeo troppe sono le discrepanze semantiche che ostano a che si possa accettare simile discendenza , tenendo oltretutto presente che in francese la voce voyou vale mascalzone, canaglia, delinquentello che non sono semanticamente da appaiare con il probo, onesto, lavoratore guaglione napoletano.

Per concludere mi pare si possa proporre l’ipotesi di far discendere dal sempre vivo basso latino galione(m)= giovane mozzo,servo sulle galee)la parola guaglione soprattutto tenendo presente quel ragazzo dei servizi o guaglione ‘e puteca di cui sopra; è vero che la voce galione(m) pare che non sia attestata, ma non è la prima volta che voci non attestate, o ricostruite abbiano generate voci napoletane o italiane; tali termini non attestati s’usa segnarli con un (*) sia nei dizionarî etimologici partenopei che in quelli della lingua italiana; procediamo oltre:
-jucavo = giocavo; voce verbale (1° pers. sing. indicativo imperfetto) dell’infinito jucà etimologicamente dal lat. volg. *iocare, per il class. iocari, deriv. di iocus 'gioco'.
- strummolo = trottolina; con il termine strummolo, nell’idioma napoletano, si indica un semplicissimo giocattolino, che ormai è sotterrato sotto la coltre del tempo andato: trattasi di una trottolina di legno a forma di cono con il vertice costituito da una punta metallica infissa nel legno e con numerose scalanature incise su tutta la superficie in modo concentrico e parallelo rispetto al vertice, in dette scanalature viene avvolta strettamente una cordicella che à lo scopo di imprimere un moto rotatorio allo strummolo, una volta che detta corda sia stata velocemente srotolata e portata via dallo strummolo mediante uno strappo secco per modo che la trottolina lanciata in terra prenda a girare vorticosamente su sé stessa facendo perno sulla punta metallica: piú abile è il giocatore e di miglior fattura è lo strummolo, tanto maggiore sarà la velocità della roteazione e la sua durata . Se invece lo strummolo è di scadente fabbricazione , il piú delle volte risulterà scentrato e non bilanciato rispetto alla punta, per cui il suo prillare risulterà di breve o nulla durata: in tali casi si suole dire che lo strummolo è ballarino o tiriteppe, volendo con tale onomatopea indicare appunto la non idoneità del giocattolino. Allorchè poi alla scentratezza dello strummolo si unisca una cordicella non sufficientemente lunga, tale cioè da non permettere di imprimere forza al moto rotatorio dello strummolo si usa dire: s’è aunito ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppe e tale espressione è usata quando si voglia fotografare una situazione nella quale concorrano due iatture, come nel caso ad esempio di una persona incapace ed al contempo sfaticata o di un artigiano poco valente fornito, per giunta, di ferri del mestiere inadeguati, rammentando un famoso modo di dire che afferma che sono i ferri ca fanno ‘o masto e cioè che un buono artiere è quello che posside buoni ferri...o magari – per concludere - quando concorrono un professore eccessivamente severo ed un alunno parimenti svogliato.
Per tornare allo strummolo rammentiamo un altro modo di dire:
cu chestu lignammo se fanno ‘e strummole Id est: con questo legno si fanno le trottoline; questo modo di dire à una doppia significazione:
A – È con questo legno, non con altro che si fanno le trottoline...ovvero : ciò che volevate io facessi,andava fatta nel modo con cui la ò eseguita...
B – Con il legno che mi state conferendo si fanno trottoline, non chiedetemi altri manufatti; cioè: se non avrete ciò che vi aspettavate da me , sarà perché mi avrete dato materiali inadatti allo scopo, , non per mia inettitudine o incapacità.
Prima di accennare all’etimologia, ricordiamo ancora che uno strummolo costruito male per cui gira per poco tempo e crolla in terra risultante perditore era detto per dileggio: strummolo scacato
Nel giuoco dello strummolo il maggior rischio che correva il perdente tra due contendenti era quello di vedersi scugnare (e sia detto per incidens, è da quest’azione che poi derivò la voce scugnizzo= monello) il proprio strummolo da quello del vincitore che lanciava il proprio strummolo violentemente contro quello dell’avversario tentando di sbreccarlo con la punta acuminata del proprio strummolo, se non addirittura di spaccare la trottolina del perditore.
Pacifica la etimologia dello strummolo gioco addirittura greco se non antecedente e greca è l’etimologia della parola che viene dritta dritta dal greco strómbos trasmigrato nel latino strumbus poi con consueta assimilazione progressiva strummus ed infine nel napoletano, con il suffisso diminutivo olu(m)→olo: strummolo con il suo esatto significato di piccola trottola.
- ‘a liscia = voce intraducibile con la quale in napoletano si indicò un tipico giuoco di ragazzi, giuoco che anticipò quello delle bocce, meglio delle piastrelle, giuoco che si faceva facendo scivolare a mo’ di primordiali bocce dei sassi appiattiti e levigatissimi, probabilmente ciottoli di fiume, quegli stessi che in varie misure servirono un tempo per lastricar le strade napoletane dando luogo alle c.d. ‘mbrecciate (derivato di brecce plur. di breccia dal lat. volg. *briccia(m); liscio di cui liscia è il femminile, etimologicamente è da un lat. volg. *lisiu(m), voce di orig. espressiva.
- fijurelle diminutivo plurale di fijura dal lat. figura(m), da fingere 'plasmare, foggiare' = letteralmente figurine e cioè immaginette di santi; ma non furono i santini ad essere usati nel giuoco, bensí altre figurine che non riproducevano immagini sacre, ma piuttosto foto o disegni di personaggi storici, attori/attrici o campioni dello sport e furono dette in napoletano alternativamente fijurelle oppure ritrattielle e furon merci vendute dai cartolai( colcografate su sottili fogli di carta da incollare su cartoncini flessibili e poi ritagliar alla bisogna e poi impilate e piegate al centro lungo l’asse maggiore, per essere usate nel giuoco, sia come mezzo di divertimento, che come posta del giuoco stesso) ben prima che apparissero sul mercato le figurine Panini.
- ciaccia con questa voce chiaramente d’origine onomatopeica, viene indicato quel giuoco altrove detto schiaffo del soldato;dal tipico rumore: cià, cià provocato dal secco, violento colpo del palmo della mano contro la palma dell’altrui mano ne è nata la parola usata per indicare, tra i ragazzi napoletani, quel tipico giuoco;
mazza e pivezo -mazza = è il generico corpo contundente di forma e grandezza varie, preferibilmente ligneo, atto ad offendere;etimologicamente dal latino mattea; con essa parola si indica altresí il bastone usato dai ragazzi in quel giuoco detto in toscano: lippa,in romano: nizza ed in veneto:pandolo (tutte voci di probabili origini gergali fanciullesche), giuoco che in napoletano si rende, come a margine indicato con mazza e pivezo dove la mazza è il corto ed agile bastone usato per colpire e spinger lontano il pivezo (da un basso latino:pélsu(m)→ pilsu(m) forse per il classico pulsu(m) (ligneum)) che è il breve pezzo di bastone appuntito ai lati per facilitarne il sollevamento operato con il bastone che poi lo spinge lontano con un ben assestato colpo.

- furmella= bottone circolare, piuttosto grande, da biancheria, etimologicamente diminutivo di forma , in quanto oggetto di una ben determinata forma quale appunto quella circolare; tali bottoni piuttosto grandi venivano usati in un giuoco, che prevedeva il lancio dei bottoni radente il suolo verso un buco ricavato sul terreno o simulato con il disegno di un cerchio tracciato con il gesso; una volta lanciati i loro bottoni, i singoli giocatori spingevano il loro bottone verso il cerchio o buco sospingendoli con un colpo dell’unghia del pollice che prendeva slancio facendo leva contro il polpastello dell’indice; vinceva chi riusciva a far cadere, colpendoli con destrezza e misura, nel buco o nel cerchio i bottoni degli avversarî; successivamente i bottoni furono sostituiti dalle monete metalliche, ma il giuoco rimase comunque ‘o juoco d’’e furmelle (il giuoco dei bottoni);
- junchee s.vo f.le pl. di junchea fionda fatta con sottili giunchi intrecciati o con altre piante flessibili di crescita spontanea (voce modellata sul lat. iuncu(m));
- capa retena letteralmente la redine maggiore, piú importante, ma qui e per estensione sta per piú importante combriccola di scugnizzi;
di per sé retena derivata del basso latino retina deverbale di retiníre è la redine cioè ciascuna delle due strisce di cuoio attaccate al morso del cavallo per guidarlo; briglia: e poi che le briglie tengono costretta la testa della bestia e quindi la bestia, per estensione con retena si intende la combriccola, il branco, la torma quelli nei quali si trovan uniti e quasi astretti un gruppo di individui, qui scugnizzi o figli di buona donna/mamma, i medesimi che altrove son detti figli ‘e ‘ntrocchia (monelli, ragazzacci, scavezzacolli etc.) per la voce ‘ntrocchia vedimi alibi;
per il vero il termine italiano combriccola che in italiano è voce prob. connessa con briccone che è dall’ant. franc. bric è reso con svariati vocaboli che sono:
- acchietta da un basso latino applicitum = ammucchiata,
- maniata ovviamente derivato di mana = quasi insieme di cose e/o persone da tenere in una sola mano,
mmorra che è esattamente branco, torma (e dunque voce da riferirsi alle bestie e solo per dileggio o estensivamente alle persone) con derivazione probabile attraverso lo spagnolo morra da un antico latino mora= mucchio, rocchia, s.vo. f.le antica voce icastica,ancóra viva e vegeta che è esattamente ,
1 torma, schiera;
2 stuolo adunata di giovani rumorosi e spesso facinorosi; voce derivante da un basso latino roclja per il classico rotlja = schiera,
- scamunea che è esattamente bordarglia, scarto ed estensivamente schiera di bricconi e simili con derivazione dal basso latino scammonea che è dal greco skammonía,
- scuglietta esattamente ,1 schiera di bricconi e simili
2 torma, combriccola voce derivata da un latino collecta con prostesi della S intensiva partenopea = raccolta;
Solo in Viviani in luogo d’uno dei vocaboli qui elencati mi è occorso di trovare capa retena, ma non mi è stato possibile sapere se si trattasse di voce in uso normale in quel di Castellammare di Stabia (città che, come visto, diede i natali a Viviani) o se si sia trattato di una scelta poetica.
- scurdavo voce verbale (1° pers. sing. indicativo imperfetto) dell’infinito scurdà = dimenticare, togliersi dalla mente; dal lat. ex +(re)cordari, deriv. di cor cordis 'cuore', perché il cuore era considerato sede della memoria.
- sfrenàvamo voce verbale (1° pers. plur. indicativo imperfetto) dell’infinito sfrenà = letteralmente liberar/rsi dei freni e cioè far chiasso, senza inibizioni e senza remore; da un lat. frenare, deriv. di frínum 'freno' con la prostesi di una S qui distrattiva;
-junchee sono le fionde fatte con i giunchi intrecciati, voce derivata dal termine giunco ( lat. iuncu(m )) che è pianta erbacea monocotiledone dallo stelo flessibile, che cresce spontanea nei terreni umidi e paludosi; il fusto e le foglie forniscono materiale d'intreccio;
- asteco è il lastrico solare, tipica copertura delle case partenopee; etimologicamente la voce è dal greco óstrakon = coccio, quantunque l’asteco partenopeo non sia coperto di coccio ma un tempo di lapillo ed oggi di greve pece; al proposito della voce asteco ricorderò due tipiche espressioni partenopea che suonano:
1)Fà chiagnere asteche e lavatore.
2)Fà n’asteco areto ê rine.
Cominciamo con la prima: Fà chiagnere asteche e lavatore
Ad litteram: far piangere terrazzi e lavatoi; id est: rubacchiare qua e là, infierire contro amici e parenti e conoscenti fino a farli piangere, fare del male a tutti non curandosi del male fatto o del dolore causato.Semanticamente è molto piú esemplificativa e significativa la seconda espressione: Fà n’asteco areto ê rine. Un tempo quando le tecniche di costruzione erano diverse da quelle attuali ed i materiali usati molto meno sofisticati, per rendere impermeabili i terrazzi ed i lavatoi si spargevano sugli impiantiti grossi quantitativi di bianco lapillo vesuviano, lo si bagnava a dovere e poi lo si percuoteva pesantemente con appositi attrezzi detti mazzocche fino a che il lapillo cosí compresso non divenisse un blocco compatto ed impermeabile tale da competere con le piogge o con le acque usate per lavare i panni. Se si pensa alla forza, se non alla violenza, necessaria a compiere l’operazione descritta, si comprende perché con divertente traslato i solai o i lavatoi dovessero quasi gemere delle percosse subite. La seconda espressione ricordata si traduce come violenta minaccia di compiere l’operazione di compattazione sulle spalle di qualcuno, ossia lo si minaccia di percuoterlo a dovere sulle spalle.
-annarià = mandare in aria, innalzare, far ascendere; da un basso latino con un non infrequente doppio in + ariare;
- cumete - plurale di cumeta che è l’aquilone; etimologicamente da un greco kométis = chiomato, tenendo presente le lunghe code di carta colorata che ornano gli aquiloni.
- menàvamo = buttavamo voce verbale (1° pers. plur. indicativo imperfetto) dell’infinito menà = buttare; menarse a mare vale tuffarsi;
di per sé la voce menà, etimologicamente viene da un tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce';
-malanne plurale di malanno che è un composto di di mal(o) e anno = noia, disgrazia, grosso fastidio;
- ‘e gguardie = gli agenti di polizia, coloro che stanno in guardia ; etimologicamente dal francone *wardon 'stare in guardia'; cfr. ted. warten 'custodire' e Warte 'vedetta';
- sfotter(le) = prendere in giro, canzonare, provocare; voce verbale: infinito, etimologicamente dal latino fotuere donde fottere + la solita protesi della S intensiva;
- secutatune/i plurale metafonetico di secutatone che di per sé vale inseguimento, meglio: grande inseguimento (si noti l’accrescitivo finale one che per metafonesi al plurale une/i) pacifica l’etimologia quale deverbale del verbo secutà = inseguire che è dal basso latino secutare forma frequentativa ed intensiva del classico sequi (star dietro, inseguire);
- afferravano voce verbale ( 3° pers. plur. indicativo imperfetto ) dell’infinito afferrà = prendere, bloccare, quasi prendere e tenere con forza (anche fig.): ed addirittura etimologicamente: mettere i ferri da un * ad+ferrare;
- schiaffe e scuzzettuni intesi come generiche percosse; segnatamente gli schiaffe sono gli schiaffi e cioè il colpo dato a mano aperta sul viso; etimologicamente forse da un antico tedesco schlappe se non dal greco kólafos, con prefisso intensivo s; (mi corre l’obbligo di dire che in pretto napoletano non si dovrebbe usare la voce schiaffe solitamente sostituita dalla onomatopeica pàccare; probabilmente Viviani fu condizionato dal dovere usare un bisillabo piano e non potette usare il trisillabo sdrucciolo napoletano; ) mentre gli scuzzettuni plurale metafonetico di scuzzettone, sono i colpi portati a mano aperta, ma diretti non al viso, bensí alla parte posteriore del collo, la nuca detta in napoletano cuzzetto o scuzzetto forse con etimo dalla voce cozza corruzione meridionale di coccia che è dal gr. kochlías;
-‘mparà voce verbale: infinito: ‘mparà;di per sé il verbo napoletano ‘mparare (con derivazione dal latino volg. imparare, comp. di in→’m davanti alla esplosivaconsonante occlusiva bilabiale sorda(p) o a quella sonora (b) illativo e parare 'procurare'; propr. procurarsi cognizioni,) varrebbe il toscano imparare, ma spesso – come nel caso in esame - esso vale: insegnare, rendere edotto; per cui l’intera espressione: tu, pate ll’hê ‘a ‘mparà sta per: tu, padre, devi insegnargli (a vivere, a comportarsi nella maniera piú giusta etc.); reputo che probabilmente il verbo toscano insegnare fosse totalmente sconosciuto nel meridione e si sia preferito attribuirne il significato al già noto imparare (‘mparà) piuttosto che coniare un nuovo verbo marcandolo su insegnare;in effetti nel napoletano di per sé non esiste, né si usa un generico vebo insegnare che valga:fare apprendere con metodo, teorico o pratico, una disciplina o un'arte e si preferisca usare di volta in volta accanto a ‘mparà verbi che valgono sí insegnare ma che ànno particolari nuances e sfumature,quali:
1)aducà= formare con l'insegnamento e con l'esempio il carattere e la personalità di...qualcuno (dal lat. educare, intensivo di educere 'trarre fuori, allevare', comp. di ex- 'fuori' e ducere 'trarre'),
2)allezziunà = impartire una lezione sia in senso reale che in senso figurato (voce verbale denominale di lectione(m)con protesi del rafforzativo ad→al);
3) catechizzà = indurre alla conversione ad un’idea, ad un principio, un comportamento; istruire nel catechismo
(estens.) adoperarsi per convincere; indottrinare.( dal lat. eccl. catechizare, che è dal gr. tardo katìchízein, deriv. di katìchêin 'istruire';
4)mmezzià = stimolare, sollecitare, incitare al male (da un latino volgare *in (illativo) +malitiare (denominale di malitia) nel senso di spingere ad agire deliberatamente contro l'onestà, la virtù, la giustizia etc. con consueta semplificazione
dell’ in d’avvio che aferizzato si assimila alla successiva m dando ‘mm;
5)‘nzajà =istigare, sobillare (dallo spagnolo ensayar di pari significato).
Sia come sia in napoletano ‘mparà (imparare) vale sia insegnare che apprendere: ad es.: t’aggiu ‘mparato vale ti ò insegnato mentre m’aggiu ‘mparato vale ò appreso!
-educà altro infinito non esattamente napoletano, ma prestito del toscano; infatti in napoletano, come ò già détto, l’italiano educare si rende con aducà o piú semplicemente con ‘mparà e mancano altri sinonimi tronchi in à (che non siano quelli esaminati che però ànno accezioni particolari che ne sconsigliano un uso generico); per cui fu giocoforza per il Viviani, bisognoso d’una rima in à ricorrere al prestito toscano di educare che apocopò alla bisogna troncandolo in educà.
-stucchiune/i plurale metafonetico di stucchione che vale: spilungone (in senso dispregiativo) ma è l’accrescitivo (vedasi il suffisso one) di stucchio derivato del prov. estug (astuccio per conservare);
- capévamo= comprendevamo, voce verbale (1° p.p. indicativo imperfetto) dell’infinito capí = comprendere, capire, afferrare con la mente etimologicamente tal quale il toscano capire dal latino capère, con cambio di coniugazione; si noti il cambio dell’accento tonico tra l’italiano capivàmo ed il napoletano capévamo;
- salàvamo voce verbale (2° p.p. indicativo imperfetto) dell’infinito salà che letteralmente è salare, ma riferito al sostantivo scola (scuola) dal lat. scòla(m), che è dal gr. scòlé, in orig. 'tempo libero da occupare con lo studio', poi 'luogo di studio', vale i toscani marinare, bigiare; il napoletano salare nel suo significato primo sta per cospargere di sale, conservare qualcosa(cibo) sotto sale per un’altra occasione ed è questo il senso di salare riferito alla scuola che vien quasi conservata per un’altra occasione: in tal simile senso è da intendersi anche il toscano marinare, mentre per il verbo bigiare, sia per l’etimologia che per il significato di assentarsi, saltar la presenza in qualche occasione: scuola, messa etc. si brancola completamente nel buio;
- artéteca letteralmente inquietudine, irrequietezza, smania sebbene etimologicamente dal latino arthrítica(m) indichi una malattia delle articolazioni;
- foja letteralmente ardore, impeto, concitazione ed alibi per estensione eccitazione sessuale; quanto all’etimologia piú che adattamento dell’italiano foga, penso possa risalirsi al latino fuga(m) deverbale di fúgere = correre impetuosamente;
- struvito letteralmente istruito etimologicamente deverbale (p.p.) dal lat. instruere 'fornire, preparare, istruire', comp. di in + struere 'collocare a strati, connettere;nella voce napoletana da notare l’aferesi della sillaba d’avvio i peraltro, stranamente, non indicata da alcun segno diacritico (‘) e l’epentesi della v eufonica;
- soja femm. metafonetico dell’aggettivo possessivo sujo (suo) etimologicamente dall’acc. latino suu(m) con epentesi del suono j tra vocali;
arte e parte letteralmente arte(o mestiere) e parte(partito=inclinazione)
nella locuzione partenopea, la mancanza di ambedue le voci a margine è riferita a chi non abbia, né si spera che avrà capacità e/o volontà di applicazione allo studio o al lavoro;arte etimologicamente dal latino arte(m); parte etimologicamente dal latino parte(m);
-dichiaramiente plurale di dichiaramento deverbale di dichiarare dal latino: declarare 'render chiaro, manifesto', deriv. di cla¯rus 'chiaro, evidente'; id est: esposizione,spiegazione del proprio modo di vedere una faccenda; ma nel linguaggio gergale malavitoso incontro(tra cattivi soggetti) spesso prodromico di sfide cruente all’arma bianca (zumpate) o quanto meno di
- appicceche plurale di appicceco (litigio, questione, alterco spesso sfociante in rissa) deverbale di appiccecà dal latino adpiceare che è unire con la pece atteso che l’appicceco comporta spessissimo il darsi di mano, avvinghiandosi come chi fosse impeciato;
- ascí = uscire voce voce verbale infinito dal latino dal latino exire = andar fuori;
- capí = capire, comprendere voce verbale infinito dal latino capere, con cambio di coniugazione;
- sillabbario ovviamente il libro sul quale si impara a leggere e a scrivere, seguendo il metodo sillabico, libro che, cosí come il toscano sillabario, deriva dal lat. med. syllabariu(m) con consueto raddoppiamento popolare della labiale esplosiva implicata.

E qui mi fermo non sembrandomi che vi siano altre voci da illustrare.
Raffaele Bracale