martedì 27 settembre 2011

'E MACCARUNE SE MAGNANO GUARDANNO 'NCIELO!

'E MACCARUNE SE MAGNANO GUARDANNO 'NCIELO!
‎Sempre in tema di consigli teorici pratici sul modo di assumere i maccheroni rammento l’antichissimo:
'E maccarune se magnano guardanno 'ncielo! Id est: i maccheroni si mangiamo tenendo il viso rivolto verso l’alto (con la bocca spalancata). E ciò ovviamente per favorire l’immissione nella medesima bocca di una piccola porzione di pasta che olim veniva prelevata dal piatto, tenuto in grembo,senza aggomitolarla con una forchetta ma con l’ausilio di pollice indice e medio, sollevata verso l’alto e di lí calata nella bocca. Ò parlato di espressione/consiglio antichissima perché essa nacque tra la fine del ‘700 ed i princípi dell’ ‘800 e tenne campo fino a tutto il 1870 quando con l’invasione piemontarda (coadiuvata dalle bande garibaldesche) e la fine del Reame delle Due Sicilie si dismise l’abitudine di mangiare per istrada la pasta venduta da maccaronari girovaghi che servivano di preferenza pasta a trafila lunga e sottile (vermicelli) lessata al dente, cosparsa di pecorino e pepe e consegnata a gli avventori in piccoli piatti di banda stagnata; tale pietanza dal costo di due grani fu détta ‘o doje allattante(in bianco) in quanto pasta semplicemente lessata; dopo l’avvento del masnadiero nizzardo accanto al doje allattante si prese a servire a richiesta una pasta non piú semplicemente lessata e guarnita di formaggio e pepe, ma condita altresí con una cucchiaiata di salsa di pomidoro e tale pietanza fu détta ‘o tre ccalibbarde in riferimento al rosso delle camície (in origine camisacci da lavoro usati dagli operai nei macelli d’Argentina)indossate, quale divisa, dalle bande garibaldesche ed il costo di détta pietanza fu appunto di tre grani.
Il grano napoletano fu una moneta di modicissimo valore corrispondente a 4,365 lire italiane;nel medesimo periodo vi fu una moneta détta tornese che corrispondeva al valore di due grani cioè a 8,73 lire italiane per cui con solo un tornese ci si poteva sfamare con un piatto di pasta in bianco, mentre con appena dieci lire ed ottanta si poteva consumare un piatto di vermicelli con sugo di pomidoro.
magnano voce verbale 3ªpers. pl. ind. pres. dell’infinito magnare/magnà = mangiare etimologicamente magnare/magnà è forma metatetica del francese manger originata dal latino manducare incrociata con una voce popolare (gnam, gnam) di tipo onomatopeico.
Brak

lunedì 26 settembre 2011

L’A SEGNACASO DEL COMPL. OGGETTO NEL NAPOLETANO.

L’A SEGNACASO DEL COMPL. OGGETTO NEL NAPOLETANO.

In corretto, autentico napoletano e non il quello appezzuttato in quanto imbastardito dall'italiano, il complemento oggetto allorché sia persona o soggetto animato va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.).Ribadisco qui ciò che dissi alibi che nell’esempio riportato aggiu ‘ntiso ô cane la ô è la scrittura contratta (crasi) della preposizione a + l’art. m.le e neutro ‘o , come â sarebbe la crasi della preposizione a + l’art. f.le ‘a, , come ê sarebbe la crasi della preposizione a + l’art. f.le o m.le pl. ‘e. Tornando all’assunto diciamo che la ragione di questa particolare a segnacaso del complemento oggetto non è da ricercarsi come sostiene qualcuno nel fatto che venuto meno il latino con le declinazioni comportanti esatte desinenze distinte per il nominativo e l’accusativo, in un corrotto latino regionale volgare privo di desinenze distinte si sarebbe ingenerata un’ipotetica confusione in una frase del tipo: Petrus vidit Paulus non potendosi stabilire se il soggetto di vidit fosse Petrus o Paulus. Ciò è inesatto in quanto, se è vero che, ad un dipresso, il latino classico, almeno fino a quello ciceroniano, mantenne il soggetto anteposto al verbo reggente, per il latino della decadenza volgarizzatosi con l’entrata in contatto con le parlate locali, proprio per non ingenerare confusioni, soprattutto nella lingua parlata si preferí porre il soggetto sempre prima del verbo reggente. Reputo dunque molto piú verosimile l’idea che tale particolare A segnacaso del complemento oggetto sia un residuo plebeo di un latino volgare parlato, quello che produsse anche lo spagnolo, il portoghese ed il rumeno, lingue in cui perdura l’uso dell’A come segnacaso del complemento oggetto.
Brak

IL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI NELLA PARLATA NAPOLETANA

IL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI NELLA PARLATA NAPOLETANA

Premesso che a mio avviso la questione del raddoppiamento détto pure geminazione iniziale o interno delle consonanti, quantunque rappresenti, soprattutto per i non addetti ai lavori o per chi sia alle prime armi,ma pure (purtroppo) per taluni spocchiosi studiosi o sedicenti tali che ne negano l’utilità e/o l’obbligatorietà (e faccio, uno per tutti, il nome di A.Altamura il cui calepino del napoletano brulica di strafalcioni morfologici..., quantunque la questione rappresenti, una delle maggiori difficoltà nel rendere per iscritto i dialetti centro meridionali e segnatamente la parlata napoletana,ma che comunque non presenti difficoltà insormontabili, rammenterò che già intorno al 1780 in ordine a tale questione ed altre similari s’erano scontrati letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani.
( Luigi Serio letterato e patriota (Massa Equana, Napoli, 1744 † Napoli 1799); fu allievo di A. Genovesi, prof. di eloquenza all'univ. di Napoli, dopo il 1790 fu repubblicano, e morí combattendo i sanfedisti. Fu improvvisatore e autore di melodrammi; egli propugnò (in un'arguta risposta polemica in dialetto (Lo Vernacchio) all'abate Galiani), propugnò e giustamente una scrittura dialettale quanto piú prossima possibile alla lingua parlata, servendosi perciò senza lesinare di geminazioni,accenti ed segni diacritici, nonché di apocopi aferesi etc. )Di parere diametralmente opposto fu il cosiddetto abate Galiani (
Ferdinando Galiani: economista e letterato (Chieti 1728 † Napoli 1787). A 16 anni scriveva dissertazioni di argomento politico, economico, archeologico etc. pubblicò poi un trattatello sul Dialetto napoletano (1779) ed un vocabolario del medesimo dialetto (post., 1789)).
Rammentato lo scontro tra letterati del calibro di Luigi Serio e dell’abate Ferdinando Galiani, preciso súbito ch’io mi schiero con Lugi Serio e son dalla sua parte e non per simpatie politiche! Tutt’altro! Sono un convinto filoborbonico e sanfedista… e tuttavia in campo letterario mi schiero con lui e non son dalla parte del cafoncello F. Galiani che aveva la pretesa di dissertar di napoletano,a malgrado che in realtà fosse solo un chietino!
Dirò altresí che comunque sulla questione del raddoppiamento o geminazione iniziale o interno delle consonanti, occorre essere cauti, ma fermi, dando poche, ma sufficienti e nitide dritte e/o indicazioni.
Inizio perciò con il chiarire che diversa è la questione del A)raddoppiamento consonantico iniziale da quella del
B) raddoppiamento consonantico interno

A)raddoppiamento consonantico iniziale
Per quanto riguarda il raddoppiamento consonantico iniziale, occorre fare una prima, basilare considerazione: anche in italiano ci sono tante consonanti iniziali che, precedute da vocale, si pronunciano forti e raddoppiate, ma la loro scrittura (per una scelta dei padri fondatori della lingua nazionale, scelta che non condivido) è sempre scempia; ad esempio: in italiano “a poco a poco”, di fatto vien pronunciato a ppoco a ppoco, “a me” lo pronunciamo di fatto a mme, “vado a casa” lo pronunciamo di fatto vado a ccasa. Ma, ripeto, la loro scrittura (cosí vollero, ahi loro, i padri della lingua nazionale…) è sempre scempia e non si capisce proprio in base a quale criterio si evitò di scrivere quelle parole le cui consonanti iniziali son pronunciate in maniera forte e raddoppiata, con la consonante iniziale geminata. Ebbene, prendendo a modello l’italiano, qualcuno (A. Altamura, per non far nomi, ma solo cognomi!..., si chiede (ma erroneamente), perché mai in napoletano si dovrebbero avere o si ànno per iscritto tanti raddoppiamenti di consonanti iniziali. Sarebbe piú giusto chiedersi il contrario: perché mai l’italiano eviti la scrittura delle consonanti geminate e non si capisce proprio in base a quale criterio si debbano scrivere scempie le consonanti iniziali pronunciate doppie!
D’altro canto se anche esistesse un criterio o una regola dell’italiano chiara e codificata e non dovuta all’uso, che affermasse l’inutilità dell’indicazione per iscritto della consonante iniziale geminata, non vedo perché la cosa dovrebbe valere per l’idioma napoletano scritto che è linguaggio autonomo, rispondente a regole proprie e non è tributario di quelle della lingua nazionale. Ma quel qualcuno ed altri suoi pari: L.I., N.D.B.( e qui pago il mio tributo alla solita carità cristiana che m’impone di limitarmi alle iniziali di nome e cognome, per tacere che si tratta: il primo d’un notissimo medico/letterato uso ai teleschermi regionali ed il secondo d’un altrettanto noto cattedratico del principale ateneo partenopeo) intignano ed insistono con il sostenere che a loro avviso, il lettore (sia esso partenopeo che di diversa origine) non à bisogno di essere guidato graficamente alla pronuncia doppia, dal momento che è già abituato (se è italiano) a pronunciare raddoppiate tante consonanti iniziali che si appoggiano ad una vocale precedente.Ebbene vorrei chiedere a quei dessi come si comporterebbe, a parer loro uno straniero che dovesse leggere un testo napoletano scritto alla maniera del Galiani o di costoro suoi epigoni che osservano inoltre che il non napoletano non saprà mai ben pronunciare il dialetto partenopeo neppure se fosse guidato dai piú accurati e puntigliosi segni diacritici e fonetici.Ognuno vede che si tratta d’una sciocca petizione di principio priva di conclamata prova. Né mette conto dar risposta a colui che scioccamente si chiedesse perché utilizzare per (o abbondare in ) il napoletano scritto combinazioni grafiche del tutto estranee alle regole ed alla tradizione della lingua madre nazionale? Non mette conto dar risposta a costui che dimostrerebbe chiaramente d’ignorare che l’idioma napoletano scritto o orale è un linguaggio autonomo, che risponde a regole proprie e non è tributario di regole d’altro linguaggio, men che meno della lingua nazionale. Da ciò il sedicente professore A. A.( è lui quel desso che piú di tutti ignora talune regole linguiste e scioccamente intigna) ne trasse il convincimento che è superfluo raddoppiare graficamente le consonanti iniziali se non in quei pochi casi che possano ingenerare confusioni o incertezze: giunse a fare l’esempio di ccà (qui) rispetto a ca (che, perché).Ed aggiunse che peraltro anche in tale esempio sarebbe agevole osservare che la doppia “c” è superflua in quanto come discrimine diacritico sarebbe sufficiente la sola accentazione della vocale “a” per la voce avverbiale; quanta supponente sciocca asinaggine!Gli rintuzzo infatti che è erroneo e sciocco accentare l’avverbio napoletano di luogo cca corrispondente dell’italiano qua;
infatti l’avverbio cca (qua) etimologicamente deriva dal latino (e)cc(um h)a(c) ed un professore universitario dovrebbe sapere (e se non lo sa è un asino calzato e vestito…e conferma la regola che quando non si conosce qualcosa, bisogna insegnarla!...) che la caduta finale d’una consonante e non d’una sillaba non lascia alcun residuo in segni diacritici: accenti o apostrofi come càpita nel napoletano con mo←mo(x), pe←pe(r), cu←cu(m),e nell’italiano con re←re(x) esiti tutti che non richiedono accento o apostrofe, e chi li ponesse sbaglierebbe!
La cosa grave è che il sedicente prof. A.A. à fatto proseliti(purtroppo è nella natura umana seguire chi erra piuttosto che chi stia nel giusto…) e nel suo medesimo senso si è espresso anche L. I.(altro letterato napoletano sodale del cattedratico Nicola De Blasi) suggerendo di raddoppiare graficamente la consonante iniziale “soltanto quando ciò rivesta un’utilità grammaticale”, ricordando un po’ troppo semplicisticamente che vanno pronunziate doppie - anche se si scrivono semplici - le consonanti iniziali delle parole che sono precedute da: a (moto a luogo), e/’e,, cchiú, tre, cu, nu’ (non), sî (tu sei), è, à, so’ (io/essi sono), sto’ (io sto), accussí, ògne, quarche; nonché quelle che sono precedute dai pronomi dimostrativi plurali maschili e femminili.
Già Pirro Bichelli (altro addetto ai lavori, ma di nessuna affidabilità stante la cervelloticità di certe sue proposte o soluzioni grammaticali) , nel 1974, aveva affermato che il “raddoppiamento grafico… non si verifica generalmente per le consonanti in posizione iniziale, in base al principio della uniformità della parola, dato che esse, nella détta posizione, per alcuni casi si pronunziano col suono forte, per altri col suono normale: a ssecuzzune=a schiaffoni, ma ‘e secuzzune.Il Pirro semplicisticamente pretese di considerare regola una particolarità o un’ eccezione!
Tanto premesso e chiedo scusa d’essermi dilungato (ma era necessario), torniamo al nostro assunto e parliamo del
A)Raddoppiamento Consonantico Iniziale
1 - In generale si usano nello scritto e nell’orale doppie le consonanti iniziali di monosillabi che abbiano un monosillabo analogo scritto con consonante scempia ma di significato diverso (ad es. l’avverbio cca (= qua )e non ccà come asinescamente scritto da qualche sedicente letterato o professore, cca da non confondere con la congiunzione ed il pronome ca (=che); l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) pur non confondendosi nel napoletano con nessun altro monosillabo la (articolo che in napoletano è dal ‘600 in poi sempre ‘a, tranne nell’unico caso di quel disinformato Salvatore Di Giacomo che scrisse La luna nova…) dicevo l’avverbio di luogo lla (corrispondente all’italiano là) si scrive con la doppia per rispettare l’etimologia (i)lla(c) ed in napoletano non è necessario accentarlo (llà) giacché in napoletano la o lla non si confonde con nulla.
2- si leggono e scrivono altresí doppie le consonanti iniziali di parole precedute o da vocali non evanescenti (cfr. scenne ‘o cchiummo ma scenne chiummo , damme tuorto ma damme ‘o ttuorto famme sèntere, ma stamme a ssèntere etc.) oppure dall’ articolo neutro ‘o (il) (es. ‘o ppane, ‘o ppepe, ‘o ppecché, ‘o cchiummo etc.), ma se l’art. ‘o (il) è maschile (es. ‘o pesce, ‘o cinema etc.) la consonante iniziale torna ad essere scempia perché si pronunzia debole;
3 - come pure si leggono e si scrivono ugualmente doppie le consonanti iniziali di parole precedute dall’ articolo femm. ‘e (le) (es. ‘e ffiglie (=le figlie), ma ‘e figlie(=i figli).

Vado oltre e preciso altresí che il raddoppiamento iniziale delle consonanti nel napoletano
1)può dipendere da un aferesi che lascia una doppia (ad es.: ‘a cchiesa/cchiesia←(e)cclesia(m) – ll’/llu/lle(art.)←(i)ll(e)/ (i)ll(a) – lloro ←(i)lloru(m); di lla (là)←(i)lla(c) ò già détto;
2) le consonanti iniziali b e g (palatale) sono sempre geminate (ad es.:bbuccaccio, bbuttone, bbutteglia,bbuvero, gGiorgio,ggente, ggioverí etc.;
3) la geminazione della consonante iniziale può dipendere ancóra da assimilazione regressiva in + parole comincianti per m→mm (ad es.: in mezzo→ ‘mmiezo etc.), da assimilazione regressiva con parole introdotte da termini che conservano una sorta di consonante finale etimologica funzionale: cfr. a←ad, tre←tres,cchiú←plus che producono raddoppiamenti del tipo vaco a mmare – tre ccose – cchiú ccurto etc. o pure la geminazione della consonante iniziale può dipendere da assimilazione progressiva m+b/m+v→mm (cfr. ‘mmocca←in+bucca→’nbucca→’mbucca→mmocca; ‘mmidia←invidia(m)→’nvidia(m)→’mvidia(m)→mmidia;’mmitare/’mmità ←invitare)→’nvitare→’mvitare→’mmitare/’mmità);

4) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale di parole che seguono gli aggettivi femminili ati(altre), bbelli(belle),bbrutti (brutte) chelli (quelle) chesti/’sti(questi) cierti(talune) quanti (quante) tanti(tante)
(cfr. ad es.: ati ccose, bbelli ffemmene, bbrutti scarpe, chelli/chesti/’sti ccarte, cierti vvote, quanti/tanti ggunnelle ma quanti/tanti cavalle etc.)

5) si verifica altresí la geminazione della consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole che sono o sono intese neutre mentre la consonante iniziale z (seguíta da a, i,,o,u) di parole di altro genere resta scempia;
6) si verifica infine la geminazione della consonante iniziale dei lemmi usati in funzione di esclamazione:
Ggiesú, Ggiesú! Uh Mmaronna!
7)ecco infine un elenco di lemmi con raddoppiamenti iniziali derivanti da aferesi non segnalata graficamente
e da successiva assimilazioni regressive
cchiú ← *(i)nplu(s) →nchiú→cchiú
dDio ←*(oh) Dio→oddio→(o)ddio→dDio –
ggenio ← *(i)ngeniu(m) –
lloco non da *illoloco→illoco→lloco, ma piú verosimilmente da un *hoc (oppure in) loco donde *oc-loco→olloco→(o)lloco oppure *in-loco→illoco→(i)lloco; mmaje (forma alternativa della scempia maje; mmaje è spiegabile sempre come assimilazione regressiva con una partenza da un
*(ia)m magis→*(ia)mma(gi)s→*(ia)mmaj(s)→ (ia)mmaje;
di per sé maje = mai, in nessun tempo, in nessun caso derivato dal latino magi(s)= piú con caduta della sibilante finale e della g intervocalica sostituita da una j di transizione e con paragoge della semimuta finale e al posto della i ;

mme e tte ( = mi e ti) forme collaterali di me e te; il raddoppiamento consonantico riporta ad una base (a)d me, (a)d te nel valore sintattico di compl. oggetto o di termine.
E veniamo al
B) Raddoppiamento Consonantico Interno
Premesso che tutte le consonanti interne esplosive che formano sillaba con una vocale tonica si pronunziano e si scrivono doppie (cfr. ad es. tabacco in italiano ma in napoletano tabbacco, abete in italiano, ma in napoletano abbete etc.); e premesso che ugualmente si leggono e scrivono doppie, oltre le esplosive b e p, anche il gruppo br→bbr e quello bl→bbl, la zeta , e la g palatale soprattutto nelle parole che in italiano terminano in zione o gione ed in napoletano vanno rese, se precedute da vocale in zzione e ggione mentre conservano la zeta o la gi scempia nel caso zione o gione siano precedute da consonante; tanto premesso entriamo in altri dettagli.
1) son sempre doppie le consonanti interne in parole derivanti da assimilazioni regressive (cfr. abbasta← ad+basta);
2)una serie di geminazioni è dovuta (sulla scia di esito osco ) all’assimilazione progressiva dei foni –mb-, -nd – che evolvono nelle doppie delle rispettive nasali: mb→mm, nd→nn (cfr. cchiummo←plumbeu(m), palummo←palumbu(m), fronna←fronda, unnece←undeci(m);
3) si à sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole derivate da lemmi in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia (cfr. cammurista←camorra – cannottiera ←canotto etc.);
4) si à ugualmente sempre il raddoppiamento consonantico di tipo espressivo in parole in cui la consonante originariamente ed etimologicamente è scempia, raddoppiamento dovuto all’intensità dell’accento tonico e dai suoi riflessi su sillabe caratterizzate da liquide o nasali (cfr. ad es.:melòne→mellone ,amóre→ammóre, innamorato→nnammurato, varechína→varrichina/varricchina etc.)
5) altri casi di raddoppiamento interno soprattutto nella seconda sillaba risalgono ad un originario prefisso ad- che à subíto una normale assimilazione regressiva con la consonante iniziale successiva producendo esiti del tipo:ad+b→abb, ad+c→acc, ad+d→add,etc.
6) consueti casi di raddoppiamento interno riguardano le consonanti b,br,g (palatale) che se intervocaliche vanno sempre soggette alla geminazione scritta ed orale (cfr. debiti→diebbete, libro→libbro, aprile→abbrile, cugino→cuggino etc.).
Come penso di aver sufficientemente espresso, si tratta di poche e chiare norme alle quali occorre attenersi, norme che non m’appaiono né difficili , né complesse il tutto con buona pace dei paludati studiosi e/o sedicenti professori A.A., L.I.,N.D.B. che pretenderebbero, cassando n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto di banalizzare ciò che di per sé è già semplice e facilmente comprensibile.
E giunto a questo punto, per evitare che mi scappino i cavalli e smarroni nei confronti di qualche cattedratico, faccio punto augurandomi di non dover far ricorso ad un errata corrige.
Satis est.
Raffaele Bracale

QUALE E QUAL NELL’ ITALIANO E NEL NAPOLETANO.

QUALE E QUAL NELL’ ITALIANO E NEL NAPOLETANO.
Sia la lingua italiana che la parlata napoletana ànno con medesima derivazione dal lat. quale(m) l’aggettivo e pronome interrogativo e relativo quale; in italiano il pl.è quali, ant. o poet. davanti a consonante quai e qua'; si à poi, sempre in italiano, una forma tronca qual che è comune davanti alle voci del verbo essere che cominciano con e- (qual è, qual ero ecc.) e, davanti a consonante, in talune locuzioni particolari (qual fosse; per la qual cosa; nel qual caso; in certo qual modo; qual mai) o nell'uso letterario] si usa (e cosí anche in napoletano) nelle proposizioni interrogative dirette o indirette e nelle dubitative per chiedere la qualità, l'identità di qualcosa o di qualcuno (è forma concorrente con che, ma quast'ultimo è di gran lunga prevalente nell'uso parlato): quali libbre preferisce?(quali libri preferisci?); pe quala raggiona à fatto chesto?(per quale motivo avrà fatto ciò?); qua’ nuvità ce stanno?(quali novità ci sono?); cu quale amice hê cenato?(con quali amici ài cenato?); a ddu qua’ miedeco sî gghiuto?( a quale medico ti sei rivolto?); | nun saccio qua’ o quale (non so quale), un certo (con valore indeterminato): me piggliaje nun saccio qua’ nustalgia(mi prese una non so quale nostalgia). Tornando alla forma tronca qual che - come ò detto - è comune davanti alle voci del verbo essere che cominciano con e- (qual è, qual ero ecc.) e, davanti a consonante, in talune locuzioni particolari, rammenterò che in napoletano non esiste questa forma tronca, ma sempre quella intera che viene elisa davanti a vocale; per cui in napoletano si à qual’ è e non qual è né si avrà mai qual fosse ma sempre quale fosse. qual’è ‘o jucatore cagnato?(qual è il giocatore sostituito?) nun saccio quale fósse ‘a raggione... (non so qual fósse il motivo...).
Quanto fin qui détto vale altresí per la congiunzione pure =quand'anche, sebbene ( che è dal lat. pure 'puramente, semplicemente' e anche, nel lat. tardo, 'senza riserve, senza condizione') congiunzione che in italiano non consente l’elisione, ma si avvale di una forma tronca pur usata sia davanti a consonante che a vocale; nel napoletano invece pure non contempla una forma tronca, per cui davanti a vocale si elide in pur’ ( es.:pur’avenno fatto tutt’ ‘o pussibbile) mentre davanti a consonante è sempre pure ( es.:pure facenno tutt’ ‘o pussibbile) laddove in italiano negli esempi fatti ci si avvale della forma tronca ( es.:pur avendo fatto tutto il pussibbile,pur facendo tutto il possibile,)
Raffaele Bracale

VARIE 1425

1 NÈ FFEMMENA, NÈ TTELA A LUME DE CANNELA.
Letteralmente: Né donne, né tessuti alla luce artificiale. Id est: la luce artificiale può nascondere parecchi difetti, che - invece - alla luce del sole - vengono in risalto e ciò vale sia per la consistenza dei tessuti, sia - a maggior ragione - per la bellezza muliebre.
2 MEGLIO 'NU CANTÀRO 'NCAPA CA N'ONZA 'NCULO!
Letteralmente: Meglio un quintale in testa che un'oncia nel sedere! Id est: meglio patire un danno fisico, che sopportarne uno morale. In pratica gli effetti del danno fisico, prima o poi svaniscono o si leniscono, quelli di un danno morale perdurano sine die.
La voce cantàro (dall’arabo quintar) significa quintale; qualche sprovveduto ritraendo l’accento la legge càntaro (che è dal lat. cantharu(m) a sua volta dal greco kàntharos)e significa pitale) rovinando il significato dell’espressione nella quale in origine si pongono giustamente a paragone due pesi: cantàro (quintale) ed onza (oncia), mentre nella lettura stravolta si porrebbero a paragone due entità incongruenti: un peso(oncia) ed un pitale
3 CHI TÈNE BBELLI DENARE SEMPE CONTA, CHI TÈNE 'NA BBELLA MUGLIERA SEMPE CANTA.
Letteralmente: chi à bei soldi conta sempre, chi à una bella moglie canta sempre. Id est: il denaro, per quanto molto che ne sia non ti dà la felicità, che si può ottenere invece avendo una bella moglie.
4 DICETTE 'O PUORCO 'NFACCI' Ô CIUCCIO: MANTENIMMOCE PULITE!
Letteralmente: Disse il porco all' asino: Manteniamoci puliti. È l'icastico commento che si suole fare allorché ci si imbatta in un individuo che con protervia continui a criticare la pagliuzza nell'occhio altrui e faccia le viste di dimenticarsi della trave che occupa il proprio occhio.A simile individuo si suole rammentare: Cumparié nun facimmo comme 'o puorco...(Amico non comportiamoci come il porco che disse all'asino etc. etc.)
5 DICETTE PULICENELLA: NCE SO' CCHIÚ GGHIUORNE CA SACICCE.
Disse Pulcinella: ci sono piú giorni che salcicce. È l'amara considerazione fatta dal popolo, ma messa sulla bocca di Pulcinella, della cronica mancanza di sostentamento e per contro della necessità quotidiana della difficile ricerca dei mezzi di sussistenza.
6 CHI 'A FA CCHIÚ SPORCA È PPRIORE.
Letteralmente: chi la fa piú sporca diventa priore. Id est: chi si comporta peggio è gratificato con il massimo premio. L'esperienza popolare insegna che spesso si è premiati oltre i propri meriti.
7 DICETTE PULICENELLA: I' NUN SO' FESSO, MA AGGI' 'A FÀ 'O FESSO, PECCHÉ FACENNO 'O FESSO, VE POZZO FÀ FESSE!
Letteralmente: Disse Pulcinella: Io non sono stupido, ma devo fare lo stupido, perché facendo lo stupido, vi posso gabbare (e posso ottenere ciò che voglio, cosa che se non mi comportassi da stupido non potrei ottenere). La locuzione in epigrafe è uno dei cardini comportamentali della filosofia popolare napoletana che parte da un principio assiomatico che afferma: Cca nisciuno è ffesso! Id est: Qui (fra i napoletani) non v'è alcuno stupido!
8 MONECA 'E CASA: DIAVULO ESCE E TTRASE, MONECA 'E CUNVENTO: DIAVULO OGNI MMUMENTO.
Letteralmente: monaca di casa: diavolo entra ed esce, monaca di convento: diavolo ogni momento. La locuzione, con una punta di irriverenza, viene usata, quando si voglia eccepire qualcosa sul comportamento di chi, invece, istituzionalmente dovrebbe avere un comportamento irreprensibile. La monaca di casa era a Napoli una di quelle attempate signorine che, per non essere tacciate di zitellaggio, facevano le viste di dedicarsi alla cura di qualche parente anziano o prete. Va da sé che il diavolo della locuzione è usato eufemisticamente per indicare il medesimo diavolo di talune novelle del Boccaccio; per ciò che attiene il convento è facile pensare che la locuzione faccia riferimento a quel covento di sant'Arcangelo a Baiano in Napoli, finito nelle cronache dell'epoca e successive per i comportamenti decisamente libertini tenuti da talune suore ivi ospitate.
9.FRIJERE 'O PESCE CU LL' ACQUA.
Letteralmente: friggere il pesce con l'acqua. La locuzione stigmatizza il comportamento insulso o quanto meno eccessivamente parsimonioso di chi tenti di raggiungere un risultato apprezzabile senza averne i mezzi occorrenti e necessari in mancanza dei quali si va certamente incontro a risultati errati o di risibile efficacia.
10. MEGLIO 'NA MALA JURNATA, CA 'NA MALA VICINA.
Meglio una cattiva giornata che una cattiva vicina. Ed il perché è facile da comprendersi: una giornata cattiva, prima o poi passa e con essa i suoi effetti negativi, ma una cattiva vicina, perdurante la sua stabile vicinanza, di giornate cattive ne può procurare parecchie...
11.CU CHESTU LIGNAMMO SE FANNO 'E STROMMOLE.
Letteralmente: con questo legno si fanno le trottoline. Id est: Non attendetevi risultati migliori, perché con quel materiale che ci conferite non possiamo che fornirvi cose senza importanza e non altro! In una seconda valenza la locuzione sta a significare: badate che ciò che ci avete richiesto si fa con questo (scadente) materiale, non con altro piú pregiato...
12.NAPULE FA 'E PECCATE E 'A TORRE 'E SCONTA.
Letteralmente: Napoli pecca e Torre del Greco è punita. La locuzione è usata a significare l'incresciosa situazione di chi paga il fio delle colpe altrui. Nel merito della locuzione: per mera posizione geografica e a causa dei venti e delle correnti marine, i liquami che Napoli scaricava nel proprio mare finivano, inopinatamente, sulla costa di Torre del Greco, ridente località confinante col capolugo campano.
13. A - COMME PAVAZIO, ACCUSSÍ PITTAZIO.
B - POCU PPANE, POCU SANT'ANTONIO.
Letteralmente: A - Come pagherai, cosí dipingerò. B - Poco pane, poco sant'Antonio. Ambedue le locuzioni adombrano il principio di reciprocità insito nel sinallagma contrattuale, per il quale il do è commisurato al des; id est: non si può pretendere un corrispettivo superiore alla retribuzione. La locuzione sub A ricorda l'iscrizione posta da tale F. A. S. GRUE dietro il celebre albarello di san Brunone; mentre quella sub B ripropone la risposta data da un pittore a certi frati che gli avevano commissionato un quadro raffigurante sant'Antonio. Alle rimostranze dei frati che si dolevano della lentezza del pittore nel portare innanzi l'opera commissionata, il pittore rispose con la frase in epigrafe (sub B)dolendosi a sua volta dell'esiguità della remunerazione.
albarello o alberello o anche albarella è un vaso cilindrico, per lo piú di maiolica,variamente decorato usato nelle vecchie farmacie ed il nome gli deriva dal fatto
14. S' È FFATTA NOTTE Ô PAGLIARO.
Letteralmente: E' calata la notte sul fienile. La locuzione viene usata a mo' di incitamento all'operosità verso colui che procrastini sine die il compimento di un lavoro per il quale - magari - à già ricevuto la propria mercede; tanto è vero che si suole commentare: chi pava primma è male servuto (chi paga in anticipo è malamente servito...)
15.QUANTO È BBELLO E 'O PATRONE S''O VENNE!
Letteralmente: Quanto è bello, eppure il padrone lo vende. Era la frase che a mo' di imbonimento pronunciava un robivecchi portando in giro, per venderla al migliore offerente, la statua di un santo presentata sotto una campana di vetro. Con tale espressione ci si prende gioco di chi si pavoneggia, millantando una bellezza fisica che non corrisponde assolutamente alla realtà.
brak

SCARDUSO & dintorni

SCARDUSO & dintorni
Sollecitato dalla richiesta dell’amico A.M. (di cui i consueti motivi di riservatezza mi costringono ad indicare le sole iniziali delle generalità) tratto qui di sèguito il termine in epigrafe e qualche sinonimo, augurandomi di rispondere adeguatamente alla richiesta dell’amico ed interessare altresí qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Entro súbito in medias res dicendo che il termine scarduso indica il cavilloso, il pignolo,colui che arzigogola,che
bizantineggia, che è tortuoso, capzioso; nell’icastico linguaggio
partenopeo è insomma colui ca va p’ ‘e scarde, che si propone cioè
attaccandosi alle inezie, sciocchezzuole, piccolezze, bazzecole,
quisquilie, nonnulla, minuzie, bagattelle, stupidaggini. Etimologicamente si tratta di una voce derivata di scarda addizionato del suff. m.le uso suffisso di aggettivi
e sostantivi derivati dal latino o, come nel nostro caso, tratti da nomi,
dal lat. -osu(m)→usu(m); indica presenza, caratteristica, qualità ecc. A sua volta scarda è dal francese écharde:
scheggia.
Sinonimi della voce in epigrafe sono:
ammusciatore o ammusciante che è propriamente il fastidioso, il tediante, l’annoiatore soprattutto per il modo insistente, ripetitivo con cui affronta argomenti o situazioni di talché con la voce in esame si indica anche il pignolo, il cavilloso (come nel caso che ci occupa) ; ambedue i termini di cui il secondo è addirittura il participio presente denota chiaramente perciò un’azione in… corso d’opera, sono forgiati sul verbo ammuscià: che propriamente, tal quale il toscano ammosciare è il render vizzo, floscio, moscio ed estensivamente appunto l’annoiare, l’infastidire; il verbo ammuscià è un denominale di muscio (moscio dal latino mucidu(m)→ muc’dus→mustius→muscius e muscio);

scucciatore o scucciante anche nell’un caso e nell’altro si tratta di soggetto seccante, noioso, irritante, pedante, meticoloso, minuzioso, eccessivamente scrupoloso, fastidioso al segno quasi che con la sua azione monotona, insistente,ostinata incalzante finisce quasi per figuratamente romper la testa di colui con cui venga a contatto; in effetti ambedue i termini di cui il secondo è addirittura il participio presente denota chiaramente perciò un’azione in… corso d’opera, sono forgiati sul verbo scuccià: che propriamente vale 1) rompere cose fragili, delicate; 2) estensivamente come nel caso che ci occupa tediare, infastidire, dar noia, fastidio; il verbo scucciare/scuccià etimologicamente è un denominale di coccia (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías) 'guscio (dell'uovo)', con il pref. di una s- distrattiva

sufistico/a agg.vo e s.vo m.le o f.le = 1)cavilloso, puntiglioso, e precisamente 2)che/ chi trova da ridire in ogni cosa, pedante | 3)(fam.) schizzinoso, incontentabile; voce derivata dal lat. sophisticu(m), dal gr. sophistikós, deriv. di sophistés 'sofista' con il consueto passaggio della o atona ad u.
E cosí reputo di aver adeguatamente risposto alla richiesta dell’amico A.M. ed avere interessato altresí qualcun altro dei miei ventiquattro lettori.
Satis est.
R.Bracale Brak

domenica 25 settembre 2011

FRITTO DI MERLUZZETTI E TRIGLIE ETC.

FRITTO DI MERLUZZETTI E TRIGLIE
CON CREMA DI PREZZEMOLO A GLI AGRUMI

Ingredienti e dosi per 6 persone:
per il fritto
1,5 kg. di merluzzetti,
1,5 kg. di triglie di scoglio,
3 etti di farina di mais,
abbondante olio per frittura,
sale fino q.s.
per la crema di prezzemolo a gli agrumi
2 cipolle bianche mondate e tritate,
il succo di 2 arance di Sorrento,
il succo di 2 limoni di Sorrento non trattati,
½ bicchiere di aceto di vino bianco,
la julienne sottile della buccia delle arance e del limone,
4 cucchiai di aceto di vino bianco,
1 bicchiere di olio d’oliva e.v.p.s. a f.,
1 peperoncino piccante privato di picciolo e corona, lavato, asciugato e tritato,
1 etto di prezzemolo lavato, asciugato e tritato,
sale fino e pepe decorticato macinato a fresco q.s.

procedimento
Approntare la crema di prezzemolo nel modo che segue: Porre in un mixer con lame da umido tutti gli ingredienti cosí in sequenza: le due cipolle mondate e tritate, la julienne della buccia di arance e limone, il prezzemolo, il peperoncino, sale e pepe con il mezzo bicchiere d’aceto e frullare a bassa velocità; a parte in una ciotola approntare un'emulsione con l'olio, ed il succo di limone e di arance e sbatterla con una forchetta. A questo punto versare l'emulsione nel mixer con il trito di verdure , frullare sempre a bassa velocità sino ad ottenere una spumosa crema da versare, aggiustata di sale e pepe in una ciotola per essere servita in tavola. Nel frattempo lavare,eviscerare e sfilettare merluzzetti e triglie eliminando testa, lisca e coda e trinciando nettamente d’un sol colpo, con taglio alla francese (lama posta a 45° e colpo inferto spingendo la lama in diagonale verso l’esterno) la parte della pancia che è la piú ricca di sottili e pericolose spine; sciacquare sotto acqua corrente i filetti ottenuti (2 per pesce) infarinarli e friggerli in abbondante olio per frittura bollente e profondo; raccoglierli con una schiumarola e porli su carta assorbente a perdere l’eccesso d’unto; salarli, impiattarli e servirli in tavola accompagnati dalla crema a gli agrumi.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
raffaele bracale