sabato 29 ottobre 2011

ERRORE, CANTONATA, ABBAGLIO, FESSERÍA GRANCHIO; LAPSUS & DINTORNI

ERRORE, CANTONATA, ABBAGLIO, FESSERÍA GRANCHIO; LAPSUS & DINTORNI
L’amico F.P. (al solito, mi limito ad indicare le iniziali non avendo ricevuto autorizzazione a fare per esteso nome e cognome...) si è detto molto soddisfatto di ciò che – su sua richiesta – scrissi sul termine diavolo & dintorni ed allora mi lancia una nuova sfida chiedendomi di dilungarmi sulla voce errore ed affini nonché sulle corrispondenti voci del napoletano.
Fino a che me ne sentirò capace non mi sottrarrò ad una sfida! Cominciamo; in italiano la voce piú comune usata per indicare l'allontanarsi dalla verità, dal giusto o dalla norma convenuta,o per indicare lo sbaglio, lo sproposito, nonché, in senso morale, un fallo, una colpa, un peccato, la voce piú comune – dicevo – è errore che può avere un nutrito ventaglio di riferimenti; ricorderò ad es.: errore di giudizio, di valutazione; errore di calcolo, di misura; errore di lingua, di grammatica, di stampa; fare, commettere un errore; essere, cadere, incorrere, indurre in errore; correggere gli errori | salvo errore che sta per: a meno che non vi sia qualche sbaglio involontario | per errore, per sbaglio, spec. di distrazione; in senso morale: scontare i propri errori; errori di gioventú ; nelle scienze sperimentali poi, l’errore è la differenza fra il valore vero e quello osservato: errore sistematico, quello che ricorre in tutti i casi osservati in quanto dovuto allo strumento usato, al metodo o ad imperizia; errore accidentale, casuale che è quello che dipende dal caso.
Nel diritto l’errore è la mancata o imprecisa conoscenza di un fatto o di una disposizione di legge: errore di fatto, di diritto | errore giudiziario: in un processo penale, erronea ricostruzione o interpretazione dei fatti che porta alla condanna di un innocente.
L’etimo di errore è dal lat. errore(m), deriv. di errare 'vagare, smarrirsi, sbagliarsi'.
Per la voce errore non esistono moltissimi sinonimi usati con eccezione di quelli indicati in epigrafe;ce ne sono però abbastanza usati in quanto tropi della voce errore: esamino qui di sèguito sia gli autentici sinonimi sia i tropi che però indicherò con un asterisco iniziale :
- abbaglio s. m. letteralmente (quale deverbale di abbagliare connesso con bagliore) indica
l’abbagliamento (offesa della vista per luce troppo viva) e per traslato figurato l’errore, la svista: prendere un abbaglio; cadere in un abbaglio.
- *baggianata s.f. che letteralmente sta per sciocchezza, stupidaggine, comportamento da baggiano,sciocco, credulone; va da sé che tutto ciò induca o possa indurre nello sbaglio ed ecco che la voce a margine, per tropo (qualsiasi uso linguistico che trasferisca una parola dal significato suo proprio a un altro figurato; traslato), viene usata come sinonimo di errore, sbaglio.
Etimologicamente la voce baggianata è ricavata come il termine baggiano sul s.vo baggiana= fandonia che è dal lat. baiana(m) '(fava) di Baia', città della Campania
- *balordaggine s.f. che letteralmente sta per détto o atto da balordo; sciocchezza, insensatezza che in quanto tali inducono o possono indurre nello sbaglio; anche in questo caso ci troviamo ad avere a che fare con un sinonimo ottenuto per traslazione metonimica; quanto all’etimo la voce balordaggine è ricavata marcandola sulla voce balordo= 1 persona sciocca o molto sbadata. 2 (gerg.) delinquente, malavitoso (dal tardo lat. bis→ba + lurdu(s)= zoppicante);
- cantonata s. f. . è un denominale di canto( che è dal lat. tardo canthu(m), derivato dal gr. kanthós 'angolo dell'occhio') indica l’angolo formato all'esterno, da due muri che s'incontrano e dunque indica appunto l’angolo formato dai muri esterni di una casa fra una strada e un'altra (per l’incotro interno di due muri s’usa la voce canto oppure angolo; mettiti in quel canto e sta’ fermo! | nell’espressione prendere una cantonata,quest’ultima figuratamente vale grosso errore, e tutta l’espressione sta per prendere un abbaglio, incorrere in un colpevole sbaglio quale quello (donde trasse l’espressione) di chi facesse urtare una ruota del proprio carro contro l'angolo della via, nel prendere una curva troppo stretta.
*cretinata s.f. che letteralmente sta per 1 frase o azione da cretino; 2 cosa da nulla, di poco valore, facilissima. L’accezione sub 1 come le precedenti baggianata,balordaggine à dato luogo al tropo che ci occupa per cui cretinata à finito per indicare un errore, uno sbaglio tanto piú grave in quanto originato da una cosa da nulla, di poco valore, facilissima; quanto all’etimo cretinata è ricavata marcandola sulla voce cretino= 1 persona sciocca o stupida (dal franco-provenz. crétin, propr. 'cristiano', che, usato dapprima nel significato di 'povero cristiano, poveraccio', à poi assunto valore spregiativo);
*corbellería s.f. che letteralmente sta per stupidaggine, sproposito, poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole; quanto all’etimo corbellería è ricavata marcandola sulla voce corbello che (quale diminutivo del lat. corba(m)) indica in primis un cesto rotondo di vimini o di strisce di legno intrecciate; anche, quanto in esso è contenuto: un corbello di fichi, ma poi per traslato gergale e/o furbesco usato al plurale (i corbelli) indica i testicoli ed è questa accezione che à dato luogo al tropo che ci occupa.
- fessería s.f. sciocchezza, quisquilia, errore da poco,scusabile stupidaggine voce marcata (vedi oltre) sia pure con un insulso aggiustamento sul napoletano fessaría.
- granchio s. m. derivato da una lettura metatetica del lat. cancer –cri con sostituzione di comodo della occlusiva velare sonora g al posto della piú aspra e dura occlusiva velare sorda c; è voce che à varie accezioni:
- 1) (zool.) Nome delle circa 4500 specie di crostacei decapodi brachiuri, diffusi in tutto il mondo, per lo piú marini ma anche dulcacquicoli e terrestri, di dimensioni variabili da pochi cm a oltre 3,50 m, con addome corto e ripiegato sotto il carapace e chele robuste: g. comune (Carcinus maenas), diffuso sulle coste italiane; g. di fiume (Potamon fluviatile), delle acque dolci dell'Italia e dei Balcani.
- 2) ( per estens., tecn.)
a) il cuneo bipenne opposto a quello battente del martello da falegname, cuneo bipenne usato per estrarre chiodi. b) Ferro conficcato sul banco del falegname, contro il quale si tiene fermo il legno da piallare.
- 3) ed è l’accezione che ci occupa (fig., fam.) Errore, sbaglio causato da un equivoco: prendere un granchio.
- 4) (ant.) La costellazione del Cancro.
- 5) usato impropriamente (pop.) quale sinonimo di crampo.
*idiozia s.f. che letteralmente sta per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da idiota, stupidaggine, sproposito, comportamento da idiota e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole; quanto all’etimo idiozia è ricavata marcandola sulla voce idiota = stupido, deficiente, rozzo, incolto, voce che è dal lat. idiota(m) 'ignorante', che è dal gr. idiótís, deriv. di ídios, nel sign. di '(uomo) privato', che come tale è considerato 'incompetente, inesperto' rispetto a chi riveste incarichi pubblici

- lapsus s. m. invar. errore involontario verbale o di scrittura propr. "inceppamento, caduta", derivato dal lat. labi "scivolare", part. pass. lapsus – Si tratta cioè di un piccolo sbaglio non volontario, verbale o di scrittura, consistente nel sostituire un suono o una parola intera o scrivere una lettera invece di un'altra, nella fusione di due o piú parole in una sola, ecc., al quale, per S. Freud e la psicanalisi, bisogna attribuire un significato inconscio: scusa, è stato un lapsus! Espressioni usate: lapsus calami (lett. errore di penna= errore di scrittura), lapsus linguae letteralmente "errore di lingua= del parlato) che designano appunto il lapsus nello scrivere e nel parlare; infine lapsus freudiano: quello dovuto a motivi inconsci.
*scemenza s.f. che letteralmente sta per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da scemo, banalità, stupidaggine, sproposito, comportamento da scemo e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole in quanto generato da una banalità; quanto all’etimo scemenza è ricavata marcandola ovviamente sulla voce scemo = che à o denota poco senno; sciocco, insulso, che è privo di senso, stupido, voce che è deverbale del lat. volg. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'; anche per le successive tre voci ci troviamo difronte a tre s.vi f.le che letteralmente stanno per stupidità, imbecillità; azioni rispettivamente da sciocco, da stupido o da stolto , banalità, stupidaggini, spropositi, comportamenti sciocchi, ottusi, cretini etc. tali da poter – per traslato – esser détti errori, sbagli gravi e colpevoli in quanto generati da insulsaggini, insipidezze, scipitezze comportamentali; rispettivamente quanto a gli etimi
*sciocchezza è marcato sul s.vo sciocco = poco intelligente (dal lat. exsuccu(m) 'privo di sugo', comp. di ex-, con valore privativo, e succus 'sugo, sapore'),*stupidaggine è marcato sul s.vo stupido =tardo nel comprendere, ottuso di mente, deficiente, idiota, imbecille (dal lat. stupidu(m), deriv. di stupíre 'stupire') ed infine*stoltezza è marcato sul s.vo stolto = persona, che dimostra poca intelligenza; sciocco, stupido (dal lat. stultu(m)).


Esaurite ad un dipresso le voci dell’italiano, passiamo alle piú numerose voci del napoletano dove abbiamo:
-fessaría s. f. che letteralmente vale errore di poco conto, ed estensivamente sciocchezza, stupidaggine, azione insulsa tipica dello sciocco; la voce a margine deriva forse da fesso con il suff. arius→aro + il suff. astratto tonico ía; epperò non gli dovrebbe essere comunque estranea, come reputo e morfologicamente piú vicina la voce fessa (l’organo sessuale femminile esterno) ( part. pass. del verbo latino findere) dalla fessaría (da fessa+ aría da arius) sciocchezza, stupidata, deriva la toscana fessería di significato analogo).In chiusura faccio notare la solita incomprensibile, stupida mutazione che opera il toscano trasformando una A etimologica (da fessa→ fessaría) per adottare una piú chiusa E (fessaría vien cioè trasformata in fessería) forse nella sciocca convinzione che la vocale chiusa E sia piú consona dell’aperta A alla elegante (?!) lingua di Alighieri Dante…

In ogni caso con la voce fesso (dell’italiano e del napoletano) derivato attraverso il sign. del femm. fessa dell'Italia merid., pop. si indica l’imbecille, lo sciocco quello cioè capace di errori di poco o molto conto, ed ancóra estensivamente sciocchezze, stupidaggini, azioni insulse etc. Rammento talune espressioni popolari in uso sia nella lingua nazionale che nel napoletano: fare fesso, m’hê fatto fesso : riferito a persona, ingannarla: mi vuoi proprio fare fesso? fam., fare il fesso/ fà ‘o fesso, fare lo spiritoso, o anche il temerario. Dim. fessacchiotto, scherz si indica lo sciocco,il balordo , voce in ogni caso da far risalire al lat. fissu(m), part. pass. di findere 'fendere').
-marrone s. m. . che letteralmente vale grosso errore, sbaglio di gran conto, ed estensivamente addirittura sproposito; la voce a margine è presente pure nell’italiano con un ampio ventaglio di significati che sono:
1)Bestia che guida il branco,
2) (equit.) Cavallo anziano che deve servire di esempio al puledro da ammansire,
3) (ant.) Guida alpina.,
4)(bot.) Nome di una varietà pregiata del frutto di castagno (Castanea sativa), generalm. piú grande della castagna comune,
5) volgarmente testicolo,
6) Il colore tipico, bruno rossiccio, del guscio delle castagne 7) come per il napoletano (e forse da esso mutuato), ma d’uso rarissimo e solo letterario errore grave, sproposito.
Non di facilissima comprensione le strade semantiche seguíte nell’italiano per approdare a tanti significati diversi, né semplicissimo indicare un eventuale etimo della voce italiana (esercizio forse inutile atteso che a mio avviso il marrone dell’italiano è mutuato (vedi oltre) sul napoletano); ad ogni buon conto dirò che per il marrone dell’italiano qualcuno propose il tardo greco *màraon, altri vi vedono una voce indigena usata pure come nome proprio Virgilio Marone altri ancóra vi leggono una radice celtica mar= grande, grosso che forse ben si può attagliare al cavallo piú vecchio e/o grande che guida il branco o a quello piú capace usato a mo’ d’esempio nell’addestramento dei puledri, alla castagna piú grande .
Quanto al marrone napoletano, atteso che la reputo una voce affatto originaria e non mutuata dall’italiano,anzi voce che al contrario, l’italiano à preso in prestito dal napoletano (rammenterò al proposito che l’italiano à l’espressione cogliere in castagna per indicare cogliere in errore espressione dalla quale si evince l’esistenza del duplice significato di marrone che vale in italiano e nel napoletano grossa castagna ed errore marchiano); ripeto che quanto al marrone napoletano penso che etimologicamente sia da collegarsi all’ant. francese marrir= confondersi, smarrirsi o piú ancóra allo spagnolo marrar= errare, attraverso il sost. marro= errore addizionato del suff. accrescitivo one.
-nguacchio/nquacchio s.m. La parola a margine ,(si tratta infatti di un solo termine, reso con due diverse grafie: una volta con l'occlusiva velare sonora(g) ed una volta con l’occlusiva velare sorda (q)), nel suo significato primo di bruttura, lordura, sudiciume e poi in quello estensivo di piccolo involontario errore risulta essere – quanto al suo etimo – un deverbale di nguacchià/nquacchià voci tutte di origini onomatopeiche; i verbi ànno il loro significato primo di: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare;proprio in tali accezioni la parola in epigrafe fu usata per indicare quegli inopinati sgorbi e/o macchie d’inchiostro che – complici la distrazione, l’inchiostro ed il pennino della penna comune – lordarono quaderni e libri al tempo (1950) delle scuole elementari; quando poi (1955) con l’avvento della penna biro che mandò in soffitta inchiostro, calamaio, pennini e penne comuni, divenne desueta anche la parola nguacchio/nquacchio ed essa venne sostituita da spirinquacchio usata per indicare non lo sgorbio o la macchia casuale, quindi l’involontario errore, quanto quel ghirigoro voluto e cercato prodotto per saggiare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna biro fosse ancora sufficiente o sufficientemente fluido per permettere di scrivere; poiché per saggiare la scorrevolezza e fluidità del detto inchiestro, si muoveva in maniera piú o meno circolare la penna tenuta rigidamente perpendicolare al piano di scrittura, la traccia che se ne ricavava era di forma spirale, di talché il disegno ottenuto era pur sempre ‘nu nguacchio, ma in quanto di forma spiraleggiante, finí per esser definito spirinquacchio/spiringuacchio; la parola napoletana nguacchio o nquacchio oltre ai cennati significati, à poi un suo significato estensivo che è quello di: situazione intrigata, pasticcio di difficile soluzione ed ancóra infine deflorazione con conseguente fecondazione di una giovane che consenzientemente, da nubile, si sia fatta possedere da un innamorato; nelle cennate due accezioni di pasticcio di difficile soluzione, situazione intrigata la parola è trasmigrata pure se in non tutti, in molti dei piú corredati vocabolarî della lingua italiana dove è diventata: inguacchio; ugualmente un significato estensivo ànno i verbi nguacchià/nquacchià che nella parlata napoletana vengono usati per indicare oltre che i cennati: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare, anche l’ungere o il condire esageratamente in ispecie con sugo di pomodoro, fatti che sostanziano in ogni caso un errore (ovunque e sempre occorrono misura e moderazione, secondo il détto: l’esagerazione è difetto!); molta meraviglia à destato in me il fatto che mentre abbia incontrato in molti dizionari della lingua italiana il termine inguacchio, in nessuno vi ò ritrovato il verbo da cui dovrebbe essere scaturito: inguacchiare… Misteri della lingua italiana e di taluni soloni linguisti che la fanno, i quali considerano (cfr. Treccani – Garzanti etc.) il verbo inguacchiare napoletano, ma fanno italiana la voce inguacchio che è derivata di inguacchiare!
Proseguiamo e troviamo
-pistacchiata s.f. letteralmente la pistacchiata è una sorta di untuosa cremina ad uso di pasticceria ricavata dalla pestatura di pistacchi sgusciati e tostati, ma - prendendo a prestito l’immagine di questa crema - si indicarono i contenuti errori presenti sui quaderni dei bambini della scuola primaria, errori spesso accompagnati da una qualche macchia d’inchiostro (cfr. la voce precedente); per traslato ed ampliamento semantico la voce a margine vale sbaglio, strafalcione ed anche sproposito, svarione; quanto all’etimo la voce pistacchiata è da collegarsi alla voce pistacchio dal lat. pistaciu(m), che è dal gr. pistákion. A margine di questa voce rammenterò che essa voce nel parlar becero, quando non addirittura triviale, di talune zone della città bassa, sulla bocca del popolino, sia pure nei medesimi significati, veniva e talora ancóra viene corrotta in picchiaccata o pucchiaccata voci derivate dritto per dritto da pucchiacca/ purchiacca che (con etimo dal greco pýr+k(o)leacca←*cljacca) sta per fodero di fuoco ed è uno dei modi piú volgari, ma icastici usati per indicare l’organo sessuale esterno della riproduzione femminile.E non faccia meraviglia l’accostamento divertente tra le voci pucchiacca/ purchiacca→picchiaccata o pucchiaccata ed un tipo di errore; in fondo è il medesimo accostamento che corre tra un piccolo errore e la parola fessaria che è da fessa.
-rancefellone s m. eccoci ad un’altra voce che solo per traslato è usata per indicare un grande sbaglio, un colpevole strafalcione ed anche un’ azione o parola inopportuna, fatta o detta a sproposito, uno svarione volontario ; letteralmente infatti con la voce a margine si indica un tipo di granchio, détto granciporro e semanticamente la connessione tra il colpevole sbaglio e questo granchio grosso, è da cercarsi nel fatto che questo granchio-traditore (vedi oltre) se toccato,può diventare pericoloso e procurare lesioni dolorose alla medesima stregua d’un colpevole sbaglio che può lasciare il segno! Quanto all’etimo rancefellone risulta essere l’agglutinazione della voce rance (da una lettura metatetica del lat. cànceru(m)→*(c)rance(um) + la voce fellone= traditore con qualche probabilità da un antico franco félon ma forse piú probabilmente dall’antico sassone félen donde un lat. med. fello/fellonis→fellone(m) (Du Cange).
-rapata s.f. voce che vale corbelleria, insulsaggine, banalità sciocchezza e come tale usata per indicare gli i piccoli, perdonabili errori comportamentamentali degli adolescenti e dei ragazzi; la voce a margine è un derivato di
rapa,s.vo f.le, e solo f.lerapa voce che è dal lat. rapa, propr. neutro pl. di rapum 'rapa', poi inteso f.le sg. e che indica, nel linguaggio figurato una persona non ancóra matura, di scarsa intelligenza,e talora anche mancator di parola,vigliacca tale da mettere in essere corbellerie, insulsaggini, banalità e sciocchezze ed addirittura tradimenti e/o azioni vigliacche;

-sbalanzone s.m. un’altra voce che solo per traslato è usata per indicare un eccezionale sbaglio, un colpevole grande strafalcione un grave sproposito, un importate svarione volontario tutti errori capaci di procurar danno ; letteralmente con la voce a margine si indica uno spintone un urtone operato in danno di persona anziana che da detta spinta e/o urto può subire conseguenze dannose.
Son proprie queste conseguenze dannose il trait d’union logico e semantico tra lo sbalanzone-urto e lo sbalanzone-sproposito. Etimologicamente la voce a margine è un derivato dalla voce valanza (dal lat. bislanx=dal doppio piatto) addizionata della tipica s qui distrattiva e del suff. accrescitivo one; ò parlato di s distrattiva che qui vale quasi ex in quanto in origine con la voce sbalanzone si indicò quel tipico colpo assestato ad uno dei piatti della bilancia per scuoter via un po’ delle granaglie eccedenti il peso voluto.

-sbarione s. m. cretinata, errore stupido dovuto a vaneggiamento, innocente grulleria da attribuirsi ad improvviso delirare, incolpevole idiozia dovuta forse ad uno stato febbrile; la voce a margine risulta un deverbale di sbarià verbo intran.vo che vale: vaneggiare, farneticare, delirare (cfr. sbarià cu ‘a capa!= applicarsi ad altro, eludere pensieri serî etc.) sbarià con la consueta alternanza b/v è dal lat. *s +variare, deriv. di varius 'vario'.
-scemaría s.f. che letteralmente sta per per sta per stupidità, imbecillità; azione, frase da scemo, banalità, stupidaggine, sproposito, comportamento da scemo e poi – per traslato – errore, sbaglio grave e colpevole in quanto generato da una banalità; quanto all’etimo scemaría è ricavata marcandola ovviamente sulla voce scemo = che à o denota poco senno; sciocco, insulso, che è privo di senso, stupido, voce che è deverbale del lat. volg. *exsemare, comp. di ex- 'via da' e un deriv. di símis 'metà'; anche per le successive tre voci ci troviamo difronte a tre s.vi f.le che letteralmente stanno per stupidità, imbecillità; azioni rispettivamente da sciocco, da stupido o da stolto , banalità, stupidaggini, spropositi, comportamenti sciocchi, ottusi, cretini etc. tali da poter – per traslato – esser détti errori, sbagli gravi e colpevoli in quanto generati da insulsaggini, insipidezze, scipitezze comportamentali; rammento al proposito che fino alla fine degli anni ’50 del 1900 nel parlato popolare della città bassa la voce scemaría indicò oltre che un errore, uno sproposito, una sciocchezza anche una casa di cura (Scemaría ‘e Miano?) dove venivano ricoverati gli adolescenti con gravi problemi di apprendimento e/o comportamentali;
-scunnietto s. m. che indica una grossa idiozia,un involontario sbaglio, una minchioneria volgarmente détta anche cazzata dovuti però ad improvvisi e transeunti stati di non raziocinio,di dissociazione mentale e pertanto scusabili, se non perdonabili; la voce a margine è etimologicamente un deverbale di scunnettïà esatto opposto di cunnettïà = unire, associare, legare, correlare con la protesi di una s, qui distrattiva, che ne inverte il significato e pertanto scunnettïà vale disunire, dissociare, slegare, non cogliere le correlazioni tra cose e/o tra cause ed effetti. A margine rammenterò che per traslato e/o ampliamento semantico la voce a margine in talune occasioni sta per oscenità, parola oscena. Ad un dipresso ciò che accade per la voce seguente che in primis valse parolaccia, bestemmia e poi per traslato ebbe altri significati.
-scuntrufo/scuntrufolo s.m. in doppia morfologia leggermente variata: nella seconda è leggibile il suffisso diminutivo olus→olo ma sostanzialmente la parola è la medesima ed in primis (cosí come attestato nel D’Ambra e nell’Andreoli valse parolaccia, bestemmia e poi per traslato errore irrispettoso, caso, combinazione erronei, scontro forse con riferimento all’etimologia che è da cercare in un deverbale di scuntrà= urtare, mettersi all’opposto di, cozzare violentemente contro qualcosa, verbo che è derivato da ‘ncuntrà con cambio di prefisso; al verbo scuntrà per ottenere le voci a marigine sono stati aggiunti rispettivamente i suffissi ufo o il suff. dim. ufolo suffissi sui quali – prima o poi cercherò d’essere piú preciso; per ora mi sono arreso non avendone trovato riscontro nel Rohlfs (libro sacro dei suffissi!),
-smuccaría/ smucchezza s.f. che letteralmente sta per
-stracchimpacchio s.m. grossa melensaggine,errore marchiano, enorme goffaggine dovuti a comportamenti abborracciati, precipitosi e/o raffazzonati e non accompagnati da attenzione, raziocinio e/o misura; quanto al suo etimo (atteso che nessuno dei calepini etimologici della parlata napoletana ne prende conto) non posso che formulare la mia ipotesi per la quale la voce a margine m’appare ragionevolmente costruita quale deverbale (mpacchio = errore, svarione, ma anche imbroglio, sudiciume,inganno) derivato di nguacchià/nquacchià adattati in mpacchià con protesi di un (e)xtra→stra + una sillaba cchi sillaba d’allungamento espressivo, voci tutte di origini onomatopeiche costruite su di un suono: nguacc/nquacc (faccio notare che la enne d’avvio del suono suddetto à valore eufonico e non è il residuo di un in illativo, per cui non necessita di un segno diacritico d’avvio e correttamente si dovrà scrivere nguacchio/nquacchio o nguacchià/nquacchià e poi mpacchià e non ‘nguacchio/’nquacchio/’mpacchio o ‘nguacchià/’nquacchià e poi ‘mpacchià) ; i verbi nguacchià/nquacchià ànno il loro significato primo di: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare;proprio in tali accezioni la parola nguacchio/nquacchio fu usata per indicare quegli inopinati sgorbi e macchie d’inchiostro che – complici la distrazione, l’inchiostro ed il pennino della penna comune – lordarono quaderni e libri al tempo (1950) delle scuole elementari; quando poi (1955) con l’avvento della penna biro che mandò in soffitta inchiostro, calamaio, pennini e penne comuni,divenne desueta anche la parola nguacchio/nquacchio essa venne sostituita da spirinquacchio usata per indicare non lo sgorbio o la macchia casuale, quando quel ghirigoro voluto e cercato prodotto per saggiare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna biro fosse ancora sufficiente o sufficientemente fluido per permettere di scrivere; poiché per saggiare la scorrevolezza e fluidità del detto inchiestro, si muoveva in maniera piú o meno circolare la penna tenuta rigidamente perpendicolare al piano di scrittura, la traccia che se ne ricavava era di forma spirale, di talché il disegno ottenuto era pur sempre ‘nu nguacchio, ma in quanto di forma spiraleggiante, finí per esser definito spirinquacchio/spiringuacchio; la voce mpacchio s’ebbe in primis il significato di imbroglio, sudiciume,inganno e successivamente valse errore, svarione che divennero grandi attraverso la prostesi di stra→stracchimpacchio) rammento altresí che tali sgorbi un tempo s’ebbero il nome alternativo di cerefuoglio voce dal lat. caere(folium) che indica oltre che la pianta delle ombrellifere anche gli sgorbi fatti a caso con penne e/o matite sui fogli di carta e ancóra i vezzi, le moine le sdolcinature, tutte cose che semanticamente posson ricondursi altresí alle bizzarríe,alle stranezze bizzose che, sia detto per incidens, vengono ricordate con la voce cerenfrúscolo s.m. voce ormai desueta, ma registrata da tutti calepini d’antan nel significato primo di bagattella, minuzia, sciocchezza ed in quello (per estensione ed ampliamento semantico) di bizzarria, stranezza bizzosa, stravaganza. Quanto all’etimo si sospetta un incrocio tra i lat. caere(folium) e frustulum = bruscolo di cerfoglio;torniamo ad occuparci della parola napoletana nguacchio o nquacchio che oltre ai cennati significati, à poi un suo significato estensivo che è quello di: situazione intrigata, pasticcio di difficile soluzione ed ancóra infine la deflorazione con conseguente fecondazione di una giovane che consenzientemente, da nubile, si sia fatta possedere da un innamorato; nelle cennate due accezioni pasticcio di difficile soluzione, situazione intrigata la parola è trasmigrata pure se in non tutti, in molti dei piú cospicui vocabolarî della lingua italiana dove è diventata: inguacchio incorrendo però nell’errore di ricostruire in modo abborracciato una voce leggendo nella enne d’attacco del napoletano nguacchio il residuo di un inesistente in (illativo); ugualmente un significato estensivo ànno i verbi nguacchià/nquacchià che nella parlata napoletana vengono usati per indicare oltre che i cennati: sporcare, insudiciare, macchiare, imbrattare, anche l’ungere o il condire esageratamente in ispecie con sugo di pomodoro; molta meraviglia à destato in me il fatto che mentre abbia incontrato in molti dizionari della lingua italiana il termine inguacchio, in nessuno vi ò ritrovato il verbo da cui dovrebbe essere scaturito: inguacchiare… Misteri della lingua italiana!

-straverio/streverio s. m. antica voce attestata passim in ambedue le morfologie nel significato primo di cosa eccedente la realtà, sproposito e quindi grosso errore, marchiana fanfaluca, madornale ciancia, spropositata frottola, grossolana sciocchezza, assurdità colossale; l’etimo, checché ne abbia détto il fu D’Ascoli che fantasiosamente ipotizzò un deverbale di stravedé/straveré (ma siamo poi certi che fu lui ad ipotizzare la faccenda? In effetti non penso che fosse farina del suo sacco,bensí il parto di uno dei tanti negri che lo aiutavano a stendere i suoi numerosi libri ai quali – complice la senescenza – egli non potette dare tutta la cura e l’attenzione di cui abbisognavano... lasciando correre molte inesattezze e/o fantasie!) l’etimo – dicevo – a mio avviso, sulla scia del Mormile commentatore delle opere di Barolomeo Capasso (Grumo Nevano (Napoli) 1815 -† Napoli 1900), è dal lat. extra-verum→straveru(m)→straverio;
-stroppola s.f. che letteralmente sta per filastrocca ed estensivamente baggianata, sciocchezza, errore dovuto a stupidità, idiozia, imbecillità, cretineria, stoltezza, scempiaggine; l’etimo è un diminutivo (cfr. il suff. ola) del llat. tardo stropha(m), che è dal gr. strophé, propr. 'voltata, evoluzione (del coro intorno alla timele)', deriv. di stréphein 'volgersi’ ma anche cavillo, pretesto, imbroglio;
-stupetezza s.f. che letteralmente sta per
-trummunata s.f. che letteralmente sta per trombonata, spacconata, smargiassata. e per traslato ed ampliamento semantico vale sesquipedale sproposito, immane sciocchezza, enorme cretinata, fesseria spropositata stupidaggine madornale il tutto in linea con la parole da cui deriva che non è il trombone strumento a fiato di ottone, simile alla tromba ma di maggiori dimensioni e tonalità piú bassa, normalmente dotato di pistoni o di coulisse, strumento che quantunque piú grosso della tromba, non raggiunge misure tali da esser presa a modello per tutti i significati surriportati; la voce da cui deriva trummunata è trummone che in napoletano indica sí il trombone strumento a fiato, ma indica altresí una grossa botticella lignea cilindrica, bordata di metallo,dotata di zipolo, incerneriata su i due lati opposti della circonferenza centrale, per poter comodamente ondeggiare basculando; in tale contenitore di grande capacità veniva conservata la caretteristica acqua zuffregna/zurfegna= acqua sulfurea e la capicità del trummone era ben maggiore di quella delle cosiddette mmummare in cui pure si conservava l’acqua per la vendita al minuto; il trummone era agganciato sul ripiano laterale delle cosiddette banche ‘e ll’acqua= banchetti di mescita di acqua ed altre bevande)
La voce mmummara s.vo f.le = grande vaso di creta per acqua o vino viene dal neutro pl. greco bombýlia poi fem.le sg. con cambio di suffisso e dissimilazione *bommara→mmommera→mmummera mentre la voce zuffregna/zurfegna trae da un acc.vo lat. aqua(m)sulphurínea(m)→suphrínja→surphínja→ surfegna→zurfegna con raddoppiamento espressivo della fricativa labiodentale sorda e metatesi della liquida zuffregna;
per trummone da cui trummunata, occorre pensare forse ad un lemma onomatopeico con riferimento ad un’iniziale tromma + un suff. accrescitivo, benché la voce a margine non abbia nulla a che spartire – come ò detto - con gli strumenti musicali a fiato tromba e trombone quantunque (per la sua forma panciutamente cilindrica) ‘o trummone ‘e ll’acqua è simile al grosso bombardino strumento a fiato di ottone, usato nelle bande; flicorno baritono, impropriamente détto trombone→trommone→trummone.
-zzarro svarione, errore non segnatamente volontario dovuto ad un improvviso, quanto imprevisto impedimento (cfr. l’espressione piglià 'nu -zzarro che vale errare, prendere un abbaglio,incorrere in un impedimento, inciampare in un qualcosa come ad es. un sasso sporgente; per l’etimo la voce zzarro deriva dall'arabo zahr (dado- sasso sporgente).
E qui penso di poter far punto avendo – a mio avviso – esaurito l’argomento, nella speranza d’avere accontentato, o - quanto meno - interessato l’amico F.P., qualcuno dei miei consueti ventiquattro lettori e chi altro dovesse leggermi. Satis est.
Raffaele Bracale

PRONTUARIO DI MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA.aggiornato

PRONTUARIO DI MONOSILLABI DELLA PARLATA NAPOLETANA.
(aggiornato)

Elenco qui di sèguito un congruo numero di monosillabi in uso nella parlata napoletana, indicandone volta a volta oltre significato ed (ove possibile) etimo anche quella che è (a mente delle regole di grammatica e linguistica) la maniera piú corretta di scriverli.
Cominciamo con i piú semplici monosillabi e cioè gli articoli; abbiamo gli articoli determinativi
‘A = la art. determ. f.le sing. si premette ai vocaboli femminili singolari; deriva dal lat. (ill)a(m), f.le di ille 'quello'; la caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);
‘O/’U = lo/il art. determ. m. sing. si premette ai vocaboli maschili o neutri singolari; la forma ‘u è forma antica di ‘o ora ancóra in uso in talune parlate provinciali e/o dell’entroterra; la derivazione sia di ‘o che di ‘u è dal lat. (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello'; la caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘); la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo inteso neutro, ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘o pate voce maschile, ma ‘o ppane voce neutra etc.).
O’ non è come a prima vista potrebbe apparire un’errata scrittura del precedente articolo ‘o (lo/il), errata scrittura (tutti possiamo sbagliare!) che talvolta mi è capitato di ritrovare inopinatamente in talune pagine di giornali, vergata da indegni pennaruli che per mancanza di tempo o ignavia non usano piú rileggere e/o correggere ciò che scrivono (....mi rifiuto infatti di credere che un giornalista non sappia che in napoletano gli artt. lo/il vanno resi con ‘o e non con o’) a meno che quei tali pennaruli nel loro scrivere non errino lasciandosi condizionare dalla dimestichezza con lo O’ (apocope dello of inglese che vale l’italiano de/De).
L’ o’ napoletano a margine è anch’esso un apocope, quella del vocativo oj→o’=oh e viene usata nei vocativi esclamativi del tipo o’ fra’!= fratello! oppure o’ no’!= nonno! La forma intera oj è usata in genere nei vocativi come oj ne’! – oj ni!’= ragazza! – ragazzo!. Rammento che il corretto vocativo oj viene – quasi sempre e nella maggioranza degli anche famosi e famosissi scrittori e/o poeti partenopei – riportato in una scorrettissima forma oje con l’aggiunta di una pletorica inesatta semimuta e, aggiunta che costringe il vocativo oj a trasformarsi nel sostantivo oje = oggi con derivazione dal lat. (h)o(di)e→oje; ah, se tutti i sedicenti scrittori e/o poeti partenopei prima di mettere nero sul bianco facessero un atto di umiltà e consultassero una buona grammatica del napoletano, o quanto meno compulsassero un qualche dizionario, quante inesattezze o strafalcioni si eviterebbero! Purtroppo tra i piú o meno famosi o famosissimi scrittori e/o poeti partenopei che reputano d’esser titolari di scienza infusa, l’umiltà non trova terreno fertile! Il Cielo perdoni la loro supponenza spocchiosa...
E (pronunzia chiusa) = e congiunzione coordinante comporta il raddoppiamento della consonante iniziale successiva (es.lloro e nnuje – i’ e tte – venco e vvaco etc.) è dal lat. e(t).
‘E(pronunzia chiusa) = i, gli, le art. determ. m.le e f.le plurale. si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat. (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; la caduta per aferesi della prima sillaba (ill) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘);la particolarità di questo articolo è che quando sia posto innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.: ‘e pate voce maschile, ma ‘e mmamme voce femminile, ‘e figlie= i figli voce maschile, ma ‘e ffiglie= le figlie voce femminile etc.); la geminazione è ovviamente prevista quando la consonante iniziale del vocabolo femminile sia seguita da una vocale e non da un’altra consonante (ad es. ‘e ppatane= le patate, ma ‘e stanze= le stanze);
È(pronunzia aperta) = è voce verbale (3ªpers. sg. ind. pres.) dell’inf. essere; deriva dal lat. e(st). comporta il raddoppiamento della consonante iniziale successiva (es. è pparuto= è sembrato – è ssuccieso= è accaduto etc.)
Ê (pronunzia chiusa) = ai, a gli , alle preposizione art. pl.; crasi della preposizione a + l’articolo ‘e (i, gli, le)

I’ = io pron. pers. m. e f. di prima pers. sing.
s. m. invar.
1 il proprio essere, la propria persona;
2 il soggetto pensante in quanto à coscienza di sé, contrapposto al mondo esterno, al non-io; (voce dal
lat. volg. *eo→io→i(o)→i’, per il class. ego).
‘Í = vedi; è l’aferesi dell’imperativo esclamativo (ved)i del verbo vedere; di per sé si potrebbe rendere correttamente anche con ‘i dove il segno d’aferesi (‘) indicherebbe la caduta della sillaba (ved); ò invece optato per ‘í perché ‘i fuor del contesto potrebbe crear confusione con l’antico art. m.le pl. (ll)i→’i; rammento che questo ‘í a margine è sempre usato in unione dei pronomi(posti in posizione proclitica) ‘o oppure ‘a nelle epressioni: ‘o ‘í ccanno(eccolo qui vicino); ‘o ‘í lloco (eccolo lí) ‘o ‘í llanno (eccolo laggiú) ‘a ‘í ccanno(eccola qui vicino); ‘a ‘í lloco (eccola lí) ‘a‘í llanno (eccola laggiú). Rammento e me ne dolgo che l’amico avv.to Renato de Falco abbia scelto nel suo Il Napoletanario una assurda morfologia che rende i corretti ‘o ‘í ccanno ‘o ‘í lloco ‘o ‘í llanno con degli scorretti oi’ ccanno oi’ lloco oi’ llanno atteso che non si capisce proprio da quale grammatica o dizionario, l’amico de Falco abbia tratto quei suoi assurdi oi’ comunque tradotti: vedilo. Come è vero che quandoque bonus dormitat Homerus! (talora anche il buon Omero sonnecchia!).
‘I ) forma aferetica di li→(l)i→’i = i, gli, le art. determ. m.le e f.le plurale. articolo d’ uso antico che si premetteva ai vocaboli maschili o femminili plurali, comportava il raddoppiamento della consonante iniziale successiva; deriva dal lat. (il)li;
questo articolo come ò détto fu d’uso antico (cfr. Di Giacomo: lli ccerase rosse). Successivamente cadde in disuso e fu sostituito dall’ art. ‘e ,ma il suo uso à lasciato un grave retaggio in provincia ove si è restii a sostituirlo con l’art. ‘e e perdura nel parlato provinciale e talvolta torna ad incunearsi (per fortuna solo nel parlato) nell’idioma partenopeo della città bassa che – purtroppo – spesso mutua espressioni provinciali;il retaggio dell’ antica esistenza di questo articolo ‘i in luogo dell’art. ‘e comporta soprattutto nel parlato provinciale una sorta di fenomeno di assimilazione regressiva orale che determina in talune frasi lo stravolgimento morfologico della congiunzione e che viene resa i giacché pur in presenza dell’art. ‘e, lo si continua a ritenere ‘i ed a questo i nella lettura viene assimilata la congiunzione e stravolta in i ( es.: ‘e ppatane e ‘e cucuzzielle viene letto ‘e ppatane i ‘e cucuzzielle come se ancóra fosse scritto ‘i ppatane e ‘i cucuzzielle letto ‘i ppatane i ‘i cucuzzielle), ma per fortuna si tratta di un fenomeno solo provinciale e del parlato e sottolineo parlato che per iscritto va assolutamente evitato come è da evitare ògni prestito provinciale!
E passiamo a gli articoli indeterminativi: abbiamo
‘NO/’NU = corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso), nella parlata napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le
‘NA = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una; l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il vezzo di scrivere l’articolo na privo di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile.
E passiamo alle preposizioni cioè quella parte invariabile del discorso che, preposta a sostantivi, aggettivi, pronomi, infiniti di verbi, indica la relazione che passa tra quelli e altri nomi e verbi, serve cioè a formare dei complementi; ricordato che, cosí come nell’idioma italiano, anche in quello napoletano si ànno preposizioni proprie che sono ‘E/DE =di, A= a, ‘A/DA =da, CU = con, PE= per, ‘NFRA = fra e si ànno preposizioni improprie che sono: annante/ze= davanti, arreto= dietro, doppo=dopo, vicino l ecc. nonché ' preposizioni articolate, che sono quelle che risultano dalla fusione di una preposizione propria (in napoletano di solito la a con un articolo determinativo.
Posto che come indicato in epigrafe qui ci interessano i monosillabi, tenendo da parte le preposizioni improprie dirò di quelle proprie:
‘e/de corrisponde all’italiano di e 1) serve a stabilire una relazione di specificazione, in cui determina il concetto piú ampio espresso dal nome da cui dipende, continuando la funzione che era stata del genitivo latino: ‘o calore d’’o (=de ‘o) sole; ‘o profumo d’’e(=de ‘e) rrose; ‘e rummure d’’a(=de ‘a) strata; 2) rientrano nell'ambito della specificazione talune relazioni particolari; di possesso o appartenenza: ‘a casa ‘efràtemo; ‘e guagliune d’’o salumiere etc. | rispetto ad un'opera, l'appartenenza può essere riferita al suo autore, inventore ecc.: ‘nu libbro’e Marotta; ‘a «Pietà» ‘e Michelangelo etc. | di parentela: ‘a mugliera d’’o duttore; ‘a sora ‘e Salvatore etc. 3) in dipendenza da nomi che indicano quantità, insieme, numero, oppure da aggettivi sostantivati o pronomi che indicano una quantità indefinita, introduce ciò a cui quella quantità o quell'insieme si riferisce: ‘nu chilò ‘e pane; ‘na duzzina d’ ova; ‘na ‘nzerta ‘e rafanielle; ‘nu sacco ‘e patane etc.; 4) davanti a un nome proprio (spec. di città, località, persona) in funzione denominativa, stabilisce una relazione di tipo appositivo: ‘a città ‘e Roma;’a repubblica ‘e matu Rrafele; ‘o nomme ‘e Salvatore è assaje ausato a Napule; 5) limita l'ambito, l'aspetto per cui è valida una qualità, una condizione: sano ‘e cuorpo; buono ‘e core; tardo ‘e refresse; cunoscere quaccheduno sulo ‘e nome | la qualità o la condizione può implicare un concetto di abbondanza o di povertà, privazione: n’ommo chino ‘e ‘ngegno; ; mancà ‘e ‘sperienza; ‘nu paese privo ‘e mezzi | di colpa o di pena: accusato ‘e ‘nu ‘micidio; accusà ‘e trarimento; multà ‘e cientumila lire etc; 6) introduce l'argomento di un discorso, di uno scritto, di un'opera: discutere ‘e pallone; parlà bbuono ‘e quaccheduno ; ‘nu trattato ‘e pasticciaria ;’na pellicula ‘e spionaggio; 7) nelle comparazioni può introdurre il secondo termine di paragone: Mario è cchiú aveto ‘e Giuanne; Bologna è cchiú a nord ‘e Firenze
8) esprime una modalità: essere ‘e buon umore; jí ‘e corza; ; ridere ‘e core; vevere ‘e unu surzo. etimologicamente la prep. ‘e= de deriva lal lat. dí;
‘A /DA corrisponde alla preposizione da dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) introduce un moto da luogo: vengo ‘a casa 2) esprime allontanamento, separazione, distacco: me ne vaco ‘a/da cca! 3) in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: pesa ‘a quaranta a ccinquanta chile (peserà da quaranta a cinquanta chili; 4) con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficiente: Pumpeje fuje distrutta dô Vesuvio; ‘a porta fuje sbattuta dô viento (Pompei fu distrutta dal Vesuvio; la porta fu sbattuta dal vento); 5) con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui ha avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: venimmo a villeggià cca ‘a paricchi anne; è ‘a Natale ca nun aggio cchiú nutizie soje; 6) unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo più con il valore di 'presso': fermarse a durmí a ddu quaccheduno; ‘ncuntrarse a dd’ ‘o nutaro ; restà a cenà a ddu n’amico 7) seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco a dd‘o farmacista; arrivo a ddu mio figlio appena pozzo; 8) con valore variamente modale: aggi’ a campà ‘a signore; aggi’ ‘a vivere ‘a marchese; | apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa: faccio ‘a ppe mme; pigliatello ‘a ppe tte; chi fa ‘a ppe sé fa pe ttre | con sfumatura di limitazione: cecato ‘a n’ occhio; zuoppo ‘a ‘nu pere. 9) introduce la destinazione, il fine, lo scopo a cui qualcosa o anche un animale è adibito: rezza ‘a pesca ma piú spesso rezza pe piscà; cavallo ‘a corza ma piú spesso cavallo ’e corza; ; lente ‘a sole ma piú spesso lente p’’o sole; | in talune locuzioni, apparentemente di questo stesso tipo, prevale la funzione attributiva: carta ‘a bollo; festa ‘a bballo; messa ‘a requiem ma piú spesso messa ‘e requiem. l’etimo della preposizione da/’a è dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; e dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.
CU corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu ll’ amice; campa (‘nzieme) cu ‘a sora; 2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme; 3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu tutto ‘o cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino; 4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o treno ;
5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!; 6) può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma è proprio impossibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum dà cu e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori, sedicenti esperti della parlata napoletana. Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè
PE che (con etimo dal lat. per) corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni :
1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato pe Caserta; ‘o curteoà sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené delure pe tutt’’a vita | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a sagliuta
2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ;
3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra;
4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a essere pronto pe Nnatale
5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà pe bbocca ‘e n’ato;
6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ ammore sujo; condannà pe ‘mmicidio;
7) introduce il fine o lo scopo: libbro pe gguagliun; pripararse pe ‘nu viaggio; attrezzarse p’’a montagna; | in dipendenza da verbi che indicano preghiera, giuramento, promessa, esortazione e sim., indica l'ente, la persona, il principio ideale per cui o in nome di cui si prega, si giura, si promette ecc.: facítelo pe Ddio; pe ccarità, facite ca nun se vene a sapé in giro; giurà pe ll’uocchie suoje; ll’à prummiso pe qquanto tène ‘e cchiú ccaro |, Pe ttutte ‘e diavule!, p’’a miseria! e sim., formule di esclamazione o di imprecazione
8) introduce la persona o la cosa a vantaggio o a svantaggio della quale un'azione si compie o una circostanza si verifica: faciarria qualsiasi cosa pe tte; accussí nun va bbuono pe nnuje; piezzo e ppejo pe cchi nun vo’ capí; n’aria ca nun è bbona p’’a salute; murí p’’ammore d’’e figlie; pregàe p’’e muorte; avutà pe n’amico ; ‘a partita è fernuta tre a ddoje p’’a squadra ‘e casa ;
9) determina il limite, l'ambito entro cui un'azione, un modo di essere, uno stato ànno validità: pe ll’intelliggenza è ‘o meglio d’’a classe; p’’e tiempe ‘e mo, è pure assaje; pe chesta vota sarraje perdunato; pe lloro è comme a ‘nu figlio; pe mme, state sbaglianno; pe quanto te riguarda, ce penzo io personalmente ;
10) introduce il modo, la maniera in cui un'azione si compie: ; parlà pe ttelefono; chiammà pe nnomme ; pavà pe ccuntante; tené pe mmano; assumere pe ccuncorzo;
11) indica un prezzo, una stima: aggio accattato pe ppochissimi sorde ‘nu bbellu mobbile antico; vennere ‘na casa pe cciento meliune; nun ‘o faciarria pe ttutto ll'oro d’’o munno;
12) in funzione distributiva: marcià pe dduje;metterse pe ffile; uno pe vvota; duje pacche pe pperzona; juorno pe gghiuorno | per estensione, indica la percentuale (pe cciento, nell'uso scritto %): ‘nu ‘nteresse d’’o diece pe cciento (o 10%) | nelle operazioni matematiche, dice quante volte un numero si moltiplica o divide (nel secondo caso può essere omesso): multiplicà cinche pe ddoje 5 ; diciotto diviso (pe ttre dà seje; da qui l'uso assol. di pe a indicare un prodotto (nell'uso scritto rappresentato dal segno X)
13) introduce una misura o un'estensione: ‘a strata è ‘nzagliuta pe pparicchie chilometri; l'esercito avanzaje pe ccinche miglia e cchiú;
14) introduce una funzione predicativa, equivalendo a come: averlo p’ amico; pigliarla pe mmugliera; tené pe ccerto; pavà ‘nu tot pe ccaparra;
15) indica scambio, sostituzione, equivalendo alle locuzioni in vece, in cambio, in luogo di e sim.: l’aggiu pigliato p’’o frato; t’’o ddice isso pe mme; capí ‘na cosa pe n’ata;
16) indica origine, provenienza familiare nella loc. pe pparte ‘e: parente pe pparte ‘e mamma;

17) il pe seguito dal verbo all'infinito introduce una prop. finale: l’hê scritto p’’o ringrazziarlo?; ce ne vo’ pe tte cunvincere!; | causale: fuje malamente cazziato p’ avé risposto malamente; era assaje stanco pe nun avé durmuto tutt’’a notte| consecutiva: è troppo bbello p’ essere overo; sî abbastanza crisciuto pe ccapirlo
18) nelle loc. perifrastiche , stare/stà pe, essere sul punto, in procinto di: stongo pe ppartí; steva quase pe sse cummuovere;
19) concorre alla formazione di numerose loc. avverbiali: p’’o mumento; pe qquanno è ‘o caso; pe ttiempo; pe lluongo; pe llargo; pe ccerto; pe ll'appunto; pe ccaso; pe ccumbinazzione; pe ppoco | congiuntive: p’’o fatto ca; pe vvia ca | pe ppoco (assaje, bello, brutto, caro e sim.) ca è o ca fosse , con valore concessivo: pe ppoco ca è, meglio ‘e niente.
Rammento, come ò già detto, che derivando il napoletano pe dal lat. pe(r) non necessità di alcun segno diacritico (accento o apostrofo) e pertanto va sempre scritta semplicemente pe e non nel modo scorretto pe’ che purtroppo ò spesso trovato anche fra i grandi autori partenopei accreditati, ingiustamente!, di essere esperti della parlata napoletana; ovviamente il pe usato davanti a vocale va eliso in p’,(ed è chiaro che l’apostrofo non indica la caduta del gruppo originario er ma della sola vocale e di pe); usato invece davanti a consonante il pe esige la geminazione della consonante per cui avremo pe pparlà e non pe parlà e cosí via.
Esaurito il discorso sulle preposizioni semplici, passo alle articolate che comunque si risolvono in un monosillabo.
Preciso súbito che nel napoletano non si ritrovavano (almeno fino ad una mia scelta di codificare una forma per le preposizioni articolate formate con la preposizione semplice da e cioè dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli, forme che ò pensato debbano essere rispettivamente rese con dô, dâ e dê ) non si ritrovavano preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con le preposizioni semplici di, da,con, per ma solo preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a. In napoletano infatti non si avranno mai preposizioni del tipo dello, della,dallo,dagli etc. preferendosi per esse la forma disagglutinata ‘e ‘o – ‘e ‘a ed anche de ‘o – de ‘a – da ‘o – da ‘a/ra ‘a o anche d’ ‘o, d’ ‘a, d’ ‘e sia usando la preposizione semplice di, sia usando da dando luogo ad evidenti confusioni che per essere evitate necessitavano il ricorso al contesto; con la mia scelta di usare le scrizioni
DÔ, DÂ e DÊ per le preposizioni corrispondenti a dal/dallo, dalla, dalle e dai/dagli non c’è più pericolo di confusione ed anche fuor di contesto si coglie subito di quali preposizioni si tratti.
Abbiamo invece sempre le seguenti forme di preposizioni articolate formate con l’agglutinazione degli articoli con la preposizione semplice a; analiticamente abbiamo:
1)Ô che è la scrittura contratta di a + ‘o= a +il,lo e tale preposizione articolata ( derivata dal lat. ad+ (ill)u(m), acc.vo di ille 'quello' va sempre usata, in corretto e pretto napoletano, da sola per significare al, allo o unita alle cosiddette preposizioni improprie e/o avverbi: annante/ze= davanti, arreto= dietro,’ncoppa= sopra, sotto, doppo=dopo, vicino, comme etc.perché il napoletano mentalmente non elabora ad es. davanti il,dietro il o vicino il, come il etc. come accade per l’italiano, ma elabora davanti al,dietro al o vicino al, come al etc. elaborazioni che correttamente messe per iscritto vanno rese annante ô, arreto ô o vicino ô, comme ô etc. e non annante ‘o, arreto ‘o o vicino ‘o, comme ‘o come invece spesso (per non dire quasi sempre) mi è occorso di trovare negli autori napoletani (anche famosi e famosissimi), ma con molta probabilità a digiuno delle esatte regole grammaticali e sintattiche della parlata napoletana che è diversa dalla lingua nazionale, alla quale, con ogni probabilità, ma errando, quegli autori intesero uniformarsi pur nello scrivere in napoletano che – mi ripeto – è cosa affatto diversa dalla lingua nazionale, quantunque generata dal medesimo padre: il latino volgare e parlato!
2)Â (derivata dal lat. ad+ (ill)a(m)) che è la scrittura contratta di a + ‘a e sta per alla preposizione articolata femminile,per la quale valgono i medesimi campi applicativi della precedente ô = al, allo;
3)Ê che è la scrittura contratta di a + ‘e e sta o per alle o per a gli. preposizione art. plurale valida per il maschile ed il femminile; preposizione per la quale valgono i medesimi campi applicativi visti per ô ed â nonché per gli art. plurali ‘e essa preposizione si premette ai vocaboli maschili o femminili plurali; deriva dal lat.ad + (ill)ae(s), 'quelli 'di influsso osco; quando è posta innanzi ad un vocabolo femminile , ne comporta la geminazione della consonante iniziale (ad es.:êpate= ai padri, voce maschile, ma ê mmamme= alle mamme, voce femminile.
Esaurita cosí la trattazione relativa alle preposizioni semplici ed articolate, passiamo ad altri monosillabi in uso nel napoletano; parlerò prima delle voci verbali monosillabiche e poi degli avverbi, pronomi, sostantivi, congiunzioni ed infine avverbi.
SO’ forma apocopata di songo corrispondente all’italiano sono voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma songo/so’ marcata etimologicamente sul lat. su(m)→so presenta un suffisso –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.
SÎ corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî derivata etimologicamente dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologica per distinguere la voce verbale a margine da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente;
STA corrispondente all’italiano sta voce verbale (3° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare; la forma a margine, come la corrispondente dell’italiano, è marcata etimologicamente sul lat. sta(t) e non esige quindi segni diacritici atteso che a cadere è una semplice consonante e non una sillaba (ovviamente vocalica);
STO’ forma apocopata di stongo corrispondente all’italiano sto voce verbale (1° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito stare dal lat. stare la forma stongo/sto’ è marcata etimologicamente sul lat. sto ma presenta un suffisso forse del parlato –ngo, poi apocopato sulla scia di altre forme verbali: do-ngo – ve-ngo etc.; l’apocope della sillaba ngo comporta il segno dell’apostrofe per cui si avrà sto’ per stongo;
DÀ = dà voce verbale (3° p.s. indicativo pres.) o anche infinito del verbo dare/dà derivato del lat. dare; è pur vero che in napoletano non esiste la preposizione da che in napoletano è sempre (cfr. antea) ‘a per cui non essendovi possibilità di confusione fra voci omofone la voce verbale 3° p.s. indicativo pres. potrebbe anche scriversi tranquillamente da evitando un pleonastico accento sulla a (dà), ma per non essere accusato da qualche sprovveduto (ignaro che i raffronti occorre farli nell’ambito della medesima lingua) dicevo per non essere accusato da qualche sprovveduto di non sapere che la3° p.s. indicativo pres.del verbo dare esige l’accento (dà) preferisco nun mettere carne a cocere (evitare polemiche) e pro bono pacis faccio una forzatura alle mie conoscenze e convinzioni linguistiche ed adeguo (sia pure a malincuore) il dà napoletano al dà dell’italiano. Diverso è il discorso per il dà (forma tronca dell’infinito dare). Premesso che, normalmente occorre accentare sull’ultima sillaba tutte le voci verbali degli infiniti (per lo meno bisillabi) tronchi o apocopati (ess.: magnà, purtà, pusà, cadé, rummané etc.) per modo che si possa facilmente individuare la sillaba su cui poggiare il tono della parola, cosa che non avverrebbe se in luogo di accentare il verbo si procedesse ad apostrofarlo per indicarne l’apocope dell’ultima sillaba; in tal caso infatti non spostandosi l’accento tonico si altererebbe completamente la lettura del verbo; facciamo un esempio: il verbo spàrtere (dividere) che apocopato dell’ultima sillaba diventa spartí se in luogo dell’accento fosse scritto con il segno dell’apocope sparti’ dovrebbe leggersi col primitivo accento spàrti e non indicherebbe piú l’infinito, ma – forse - la 2° pers. sing. dell’ind. pres. Premesso tutto ciò, a mio sommesso, ma deciso avviso è opportuno – per una sorta di omogeneità accentare sull’ultima sillaba tutti i verbi al modo infinito anche quelli monosillabici (ovviamente quando si tratti di autentici verbi presenti nel napoletano e non presi in prestito dall’italiano!, come impropriamente fa qualcuno che annovera tra gli infiniti del napoletano un inesistente dí contrabbandato per infinito apocopato del verbo dícere laddove è risaputo che il napoletano pretto e corretto usa sempre la forma dícere e mai l’apocopato dí e chi lo facesse o avesse fatto, sbaglierebbe o si sarebbe sbagliato quand’anche si chiamasse Di Giacomo! ) ottenendosi perciò:
DÀ = dare( apocope del lat. dare) , FÀ = fare ( apocope del lat. facere, DÍ = dire usato soprattutto in poesia (apocope di dicere) evitando di scrivere – come invece propone qualcuno – da’ o fa’ o di’ che potrebbero esser confusi con gli imperativi da’= dai o fa’= fai o di’? dici.
JÍ= andare; infinito del verbo jí usato anche nella forma ghí/gghí(cfr. a gghí a gghí) verbo derivato dal lat. ire.Rammento che è scorretto usare il detto infinito nella forma í atteso che la j= gh fa parte integrante del tema del verbo e non può essere impunemente eliminata!
Continuando con le voci verbali monosillabiche avremo:
va’ da non confondersi con va la voce va’ è dell’ imperativo 2° p. sg. e corrisponde a vai di cui è apocope, mentre va = va dell’italiano è la 3° p. sg. dell’indicativo presente ambedue dell’infinito jí= andare etimologicamente il verbo jí è dal lat. ire, ma per le forme del presente ind. vaco, vaje, va e per l’imperativo va’ cioè per tutte le forme che ànno per tema vac- occorre risalire al lat. vacare 'andare';
Vi’ corrisponde a vi(de) imperativo 2° p. sg. dell’infinito vedé con etimo dal lat. vidíre;
‘Í altra forma del precedente vi’ qui con aferesi della v iniziale sostituita dall’apostrofo e con sostituzione della i apostrofata (i’) con una í per evitare l’appesantimento di due apostrofi uno iniziale ed uno finale nella medesima voce; anche questa ‘í sta per vi(de ) soprattutto nelle espressioni quali ‘a ‘í lloco= vedila lí= eccola lí, ‘o ‘í ccanno= vedilo qui= eccolo qui);
HÊ = scrittura contratta di aje (2° per. sg. ind. pres. del verbo avé) corrispondente all’italiano hai che personalmente preferisco ed uso scrivere ài evitando l’inelegante consonante diacritica h sostituita da un elegante accento, cosí come mi insegnò negli anni ’50 la mia insegnante delle scuole elementari , sostituzione che si ripete altrove quando à sostituisce ha, ài sostituisce hai ànno sostituisce hanno ; i medesimi motivi di eleganza stilistica mi spingono a consigliare, anche per il napoletano d’usare à, ài, ànno piuttosto che ha, hai, hanno; nella voce a margine è stato giocoforza usare un’ acca diacritica che segnalasse la differenza tra ê= ai, a gli, alle e la (h)ê voceverbale del verbo avé; ricordo che il verbo avé, in tutti i suoi tempi, seguito dalla preposizione ‘a (da) e da un infinito vale il verbo dovere e tavolta è usato per indicare un’azione futura: ess.: m’hê ‘a stà a ssèntere = ài da starmi ad ascoltare =mi devi ascoltare; dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille = domani ò da tagliarmi i capelli= domani mi taglierò i capelli o anche:dimane aggi’’’a jí a d’’o barbiere = domani andrò dal barbiere azione che, rammento, può essere espressa però acconciamente anche con un verbo al presente: dimane vaco a d’’o barbiere= domani vado (andrò) dal barbiere ;
ME’ voce verbale apocopata di mena = spingi, butta e nell’iterativo mena, me’= tira via, lascia correre! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito menà che è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'
TRA’ voce verbale apocopata di trase = entra,vieni dentro, e nell’iterativo trase, tra’= suvvia, non perder tempo, entra ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito trasí/tràsere che è dal lat. transire→*trasire;
‘NFRA = fra preposizione semplice dal lat. infra→(i)nfra→’nfra.
CU’ voce verbale apocopata di cu(rre) = corri,fa’ presto, affrettati, soprattutto nell’iterativo curre, cu’= suvvia, non perder tempo,sbrigati ! (2° p. sg. dell’imperativo) dell’infinito correre che è dal lat. currere;la voce a margine non va confusa con l’omofona cu = con di cui parlerò in appresso; del resto questo cu = con, come chiarirò, va scritto senza alcun segno diacritico;
PO’ corrisponde all’italiano puó (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito puté con etimo dal lat. volg. *potíre (accanto al lat. class. posse), formato su potens -entis; la grafia usata per la voce a margine è l’ apocope di po(test) per cui la preferisco a pô dove nella ô si riconoscerebbe la contrazione del dittongo uo di puó; ma chi indicasse questa via non mi convincerebbe atteso che sotto sotto vorrebbe far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano non è mai, proprio mai!, tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato;
VO’ corrisponde all’italiano vuole (3° p. sg. ind. pres.) dell’infinito vulé con etimo dal lat. volg. *vōlere (accanto al lat. class. velle); normale il passaggio della vocale lunga o ad u; la grafia usata per la voce a margine è stata scelta in quanto vo’ è l’ apocope di vole) per cui la preferisco a vô (proposta da qualche pur valente linguista) dove però nella ô si riconosce la contrazione del dittongo uo di vuole; ma accettando tale tesi si corre il grosso rischio forse di far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano; ma non è assolutamente cosí: il napoletano, ripeto e sottolineo non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato.
PUÓ – VUÓ / BBUÓ rispettivamente puoi e vuoi (2° pers. sg. ind. pres.) degli infiniti puté e vulé/bulé degli etimi ò detto precedentemente sub po’ e vo’; qui mi preme sottolineare la mia scelta di accentare i tre monosillabi in luogo di apocoparli puo’ – vuo’ / bbuo’ come suggerisce e fa qualcuno, operando una scelta che non mi convince poi che . come ò detto alibi – l’apostrofe dell’apocope non può indicare su quale delle vocali del dittongo deve cadere l’accento per una corretta pronuncia! Non tutti son tenuti a sapere che uò è un dittongo ascendente con la vocale accentata che segue la semivocale...., meglio indicare la precisa pronuncia accentando la vocale tonica!
Esaurite, o almeno considerate molte voci verbali monosillabiche (le prime che mi son venute in mente...) passiamo oltre e trattiamo i pronomi: cominciamo con
I’ apocope di io (sempre proclitico), pron. pers. m. e f. di prima pers. sing. indica la persona che parla; si impiega solo in funzione di soggetto o come predicativo quando il soggetto è ugualmente di prima persona singolare (nelle altre funzioni è sostituito dalla forma tonica me o dalla forma atona me); come soggetto può essere sottinteso, ma è sempre espresso quando possono sorgere dubbi sulla persona del verbo, quando si stabilisce una contrapposizione, quando è coordinato con un altro soggetto, quando lo si vuole sottolineare enfaticamente: (i’) nun crero a cchello ca se dice; quanno parlo (io) nun voglio essere interrotto; si (i’) nun facessi accussí, nun fosse o sarria cchiú io; forze è mmeglio ca i’ me ne vaco ; fallo tu, i’ nun ce riesco; i’ e isso continuammo a faticà ‘nzieme; ‘o faccio io!; io,a dicere ‘na cosa ‘e chesta? | si rafforza se è seguito da stesso o preceduto da anche, neanche, nemmeno, proprio, appunto ecc. : vengo i’ stesso; neanch'io so’ stato ‘nfurmato; sono stato proprio io a dicerlo ; l’etimo è dal lat. volg. eo per il class. ego.
‘O promome maschile o neutro proclitico che vale lo è usato come compl. ogg. e comporta, nel caso sia riferito al neutro, la geminazione della consonte d’avvio del verbo; riferito al maschile non lo esige; ess.: Chellu ppane? ‘O ffacette Nunziatina - Chillu ‘mpiccio ‘o facette isso!
‘A promome femminile proclitico che vale la ed è usato come compl. ogg. per solito innanzi a consonanti; innanzi a vocali si usa nella forma lla apostrofato →ll’ ess.: ‘a purtaje isso fino â casa.- ‘a sentettemo ‘a vascio ê scale! ll’âmmo (avimmo) sagliuta fino a ‘ncoppa! – ll’îmmo (avimmo)’ntisa ‘a vascio ê scale;
CE/NCE corrisponde all’italiano ce o ci ed è pron. pers. di prima persona pl. atono; usato come compl. di termine in presenza delle forme pronominali atone‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] a noi: nce ‘o dicette; nce ‘a dette sana e salva; ce ‘o rialaje ; nce ‘o dette ; ce ne vulettero assaje; mannatecello; datencille; parlacene
tale ce/nce è usato anche come part. avverbiale [ in presenza delle forme pronominali atone ‘o, ‘a, , ‘e e della particella ne, in posizione sia proclitica sia enclitica] qui, in questo luogo; lí, in quel luogo; nel luogo di cui si parla: nun ce ‘o truvaje; mettimmoncelo; ce n’êsseno (avesseno) essercene ancòra; nce ne stanno parecchie; l’etimo è dal lat. volg. *(hic)ce, forse per il class. hic 'qui’.
SÉ particella pronominale tonica corrispondente a quella dell’italiano sé= se stesso/a/i/e particella di cui forse non metterebbe conto di parlare, perché poco usata nel napoletano se non in particolari costrutti; ad ogni buon conto dirò che si tratta d’un pron. pers. rifl. m. e f. di terza pers. sing. e pl. si usa solo quando si riferisce al soggetto della proposizione, altrimenti è sostituito da isso, essa, lloro; è sempre sostituito da lloro quando vi sia reciprocità d'azione (parlavano tra lloro e non tra sé); si usa talvolta nei complementi retti da preposizione, spesso rafforzato da stesso o medesimo quantunque nel’uso gli si preferiscano i pronomi isso, essa, lloro;: se preoccupano solo ‘e lloro stessi; è suddisfatto d’isso; à fatto molto parlare ‘d’essa ; attirare a ssé; | come compl. oggetto, in luogo della forma atona se, acquista particolare risalto, soprattutto nelle contrapposizioni (e per lo piú seguito da stesso o medesimo): invece di se cunsidera cchiú ‘e ll’ate si può avere cunsidera sé stessocchiú ‘e ll’ate; aggenno accussí danneggia sé stesso e nun giova all’ate; ma meglio: aggenno accussí se danneggia e nun giova all’ate | | penzà sultanto a ssé, comportarsi egoisticamente | dinto di sé, fra sé e sé, nel proprio intimo: pensare qualcosa dentro d’isso, tra sé e ssé | ‘nzé =in sé, ‘nzé stesso = in sé stesso, ‘nzé e nzé e ppe ssé, si dice di cosa che viene considerata soltanto nella sua essenza, nella sua singolarità: ‘a cosa nzé tene poco valore; è ‘na risposta nzé e ppe ssé abbastanza nzipeta | a ssé, a parte, separatamente: è ‘nu caso a ssé; va cunsiderato a ssé | ‘a sé =da solo, senza l'aiuto di altri, senza che altri intervengano: vo’ fà tutto ‘a sé; ma meglio: vo’ fà tutto ‘a ppe isso;l’etimo di questo sé è il lat. sí.
e passiamo ora altre varie particolari voci monosillabiche prima di affrontare avverbi, congiunzioni ed altro;
OJ/O’ - fonema esclamativo che si premette ad un vocativo ad es.: oj ne’ (ragazza!) oj ni’ (ragazzo); esprime, secondo il tono con cui è pronunciata ed a seconda del soggetto cui è diretto, dolore, piacere, meraviglia, sdegno, dubbio, sospetto, compassione, paura o altro. Trattandosi di un fonema esclamativo à un’origine quasi certamente espressiva e non è possibile azzardarne una qualche etimologia; rammento che ò trovato (anche in grandi scrittori (o intesi tali) partenopei la voce a margine oj riportata come oje e tutti costoro ànno inteso con tale oje, formulare un richiamo esclamativo, ma tutti sono incorsi nel medesimo errore poi che in pretto e corretto napoletano la voce oje non è un’esclamazione, ma un sostantivo che con derivazione dal lat. volg. hodie→(h)oje significa oggi: la forma apocopata o’ è usata in espressioni esclamative del tipo o’ fra’ (fratello!)te ll’aggiu ditto – o’ no’ (nonno!)lassàteme fà!
QUA’ forma apocopata dell’agg.vo interrogativo o esclamativo qua(le) ‘a qua’ parte sî venuto? – qua’ giacchetta t’ hê miso! l’etimo è dal lat. quale(m). rammento che contrariamente a ciò che avviene nella lingua nazionale, in napoletano quale oltre che apocopato può essere tranquillamente eliso davanti a vocoli non esistendo in napoletano la forma tronca qual;
NO avv. olofrastico come il corrispondente no dell’italiano è negazione equivalente ad una intera frase negativa, usata specialmente nelle risposte (si contrappone a sí): «ll'hê visto?» «No»; «Parte oje?» «No, dimane!» («l’ài visto?» «No»; «Parte oggi?» «No, domani!»).
PO avv. di tempo = poi voce dal lat. post→po(st)→po, avverbio che in napoletano non esige nessun segno diacritico finale (come invece succede quando a cadere è una sillaba vocalica e non un gruppo consonantico (cfr. qua(le)→qua,ed invece mo (ora)←mo(x), re(monarca)←re(x)).

NU avv. negativo apocope non sillabica di nun corrispondente al non dell’italiano serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase che contiene già un pron. negativo: nun venette; nu pparlaje pe tutt’’a jurnata parlò ; nun c'è verzo d’’o fà capace! ; nun c'è prubblema; nu nce sta nisciuno; nun esiste ‘o riesto ‘e niente come il precedente l’etimo è nel lat. non. per la voce a margine, trattandosi di un’apocope non sillabica (con la sola caduta di una consonante (n) non è necessaria l’apposizione di alcun segno diacritico cosí come è avvenuto per il precedente pe←per e come avverrà quando si parlerà dell’avverbio mo e ciò a malgrado di qualcuno che consiglia la grafia nu’ forse nel timore che il nu potesse confondersi con l’articolo indeterminativo nu che taluno invece di vergar ‘nu à il gusto di scrivere privo del necessario segno distintivo d’aferesi...
‘UN avv. negativo aferesi non sillabica di nun corrispondente al non dell’italiano serve a negare il concetto espresso dal verbo a cui si riferisce o a rafforzare una frase negativa: ‘un ‘o vedette e ‘un ce parlaje; è usato soprattutto in poesia per ragioni metriche.
NE particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano e come per l’italiano è pron. m. e f. , sing. e pl. [forma atona che si usa in posizione sia enclitica sia proclitica; è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni e si può elidere davanti a vocale]
1) riferito a persona o a persone già nominate in precedenza, di lui, di lei, di loro (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione e d'argomento): mancavano ‘e ggiuvane: a chella festa nun ce ne steva nisciuno; appena ‘o cunuscette,addivintajene amice; ne parlano comme ‘e ‘na perzona capace | in usi pleonastici:n’aggi’ntiso pure troppe!
2) riferito a cosa nominata precedentemente, di questo, di questa, di questi, di queste o di quello, di quella, di quelli, di quelle (può assumere funzione partitiva, di compl. di specificazione, d'argomento, di causa e, nell'uso ant. o lett., anche di mezzo): damme ‘na caramella, io nun ne tengo cchiú ; aggio avuto ‘nu libbro libro e ggià n’asggiu liggiuto parecchie paggine; è ‘na cosa troppo/a delicata, preferisco nun parlarne; | in usi pleonastici: ne avimmo mangiate troppo/e assaje ‘e sfugliatelle!; nun ne tenesse, pe fatte mieje ‘e guaje! | in espressioni ellittiche: farne ‘e tutt’’e culure; sapernecchiú ‘e ll’ate; ce ne à ditto ‘nu sacco e ‘na sporta;
3) con valore neutro, riferito a un'intera frase o a un concetto già espressi in precedenza, equivale a 'di ciò': è proprio accussí, ma tu nun ne sî cunvinto; chesta è ‘a verità: è ‘na perzona scustumata, è impossibile nun tenerne cunto | in usi rafforzativi: nun avertene a mmale!; nun ne vale ‘a pena!
4) da ciò, da questo, da quello (indica derivazione, provenienza; in senso fig., conseguenza logica): s’ avvicinaje all'albero e ne spezzaje parecchi ffronne;nun putarria tirarne ata cuncrusione; pígliate ‘e responsabbilità tojele cu tutto chello ca ne dipende | riferito a persona, da lui, da parte sua, da loro, da parte loro: è stata sempe gentile cu tte , ma nun ne à avuto ca malazzione!;avimmo presentato a lloro ‘a richiesta nosta cchiú ‘e ‘na vota , ma non ne avimmo maje ricavato niente!:

Questo ne è usato anche come avverbio ed à i medesimi usi sintattici del pron.: di lí, di là, di qui, di qua (indica allontanamento da un luogo, in senso proprio o fig.): «Sî stato a Napule?» «Sí, mo ne sto’ turnanno »; ‘na vota trasuto dint’ â ‘rotta, nun fuje cchiú capace ‘e ascirne; era ‘na situazzione difficile, ma ne venette fora cu ‘a bbona sciorta | in usi pleonastici: me ne vaco subbeto; se ne fujette ‘e corza | in taluni usi verbali ( jirsene, venirsene, starsene ecc.) è una semplice componente fraseologica: se ne veneva tinco tinco; se ne steva là sulo sulo.
L’etimo della voce a margine è dal lat. inde.
Procediamo oltre:
NE’ è un’apocope sillabica in funzione vocativa del sostantivo nenna
cfr. antea oj ne’ l’etimo di nenna = fanciulla, ragazza è forse dal greco neanías ma qualcuno prospetta (forse a ragione) lo spagnolo niña o il catalano nina→ninna→nenna;
NI’ che è un’apocope sillabica in funzione vocativa del sostantivo ninno cfr. antea oj ne’ l’etimo di ninno è il medesimo di nenna di cui è maschilizzazione;
ME/ MME pron. pers. m. e f. di prima persona sing.
1) forma complementare tonica del pron. pers. io; si usa come compl. ogg., quando gli si vuole dare particolare rilievo, e nei complementi introdotti da preposizioni: cercano proprio a mme; parlavano ‘e me; ll’ànno cunzignato a mme; a mme nun/’un me ne ‘mporta; è vvenuto addu me ajere; l'à fatto pe mme; nun pigliartela cu mme ; tra me e tte non c'è stato nisciuna putecarella; raramente è anche rafforzato da stesso o medesimo: me metto scuorno ‘e me stesso | da me, da solo, senza l'aiuto altrui: ll’aggiu fatto ‘a ppe mme | per me, per quel che mi riguarda: pe mme, puó ffà chello ca vuó | secondo me, a mio parere: , pe mme è tutto sbagliato | quanto a mme, per quanto mi riguarda: quanto a mme puó stà dint’ ê tranquille | ‘nfra me (o ‘nfra me e mme), dentro di me, nel mio intimo: parlavo ‘nfra me e mme; | nun saccio niente né ‘e me né ‘e te,
2) si usa quasi sempre preceduto dalla preposizione a come soggetto nelle esclamazioni e nelle comparazioni dopo come e quanto: povero a mme!; niru me !; nun sî comme a mme; ne sapevano quanto a mme | non è quasi mai usato come predicato nominale dopo i verbi essere, parere, sembrare,
3) si usa come compl. di termine in luogo del pron. pers. mi in presenza delle forme pronominali atone lo, la, li, le e della particella ne, sia in posizione enclitica sia proclitica: m’’o dicette; me ll’à date n’ata vota; me ne à fatte tante e ttante; mannàtemelo; pàrlamene. L’etimo della voce a margine è dal lat. me.
MA’ che è un’apocope in funzione vocativa del sostantivo mamma cfr.ad es.: oj ma’ l’etimo della voce mamma è dal lat. mamma(m) 'mammella, poppa' e nel linguaggio infantile 'mamma, mammà’

E andiamo oltre; abbiamo i pronomi
CHE pron. rel. invar. corrispondente all’italiano che, ma in napoletano è spesso usato nella forma ca
1) il quale, la quale, i quali, le quali (si riferisce sia a persona sia a cosa, e si usa normalmente nei casi diretti): chillu signore ch’ è trasuto mo è ‘o direttore; ‘e perzone ca tu hê visto, so’ perzone meje tu hai visto; ‘o ggiurnale che staje liggenno è chillo d’ajere
2) talvolta è usato come compl. indiretto, con o senza prep.) soprattutto nel linguaggio pop., spec. col valore di in cui (temporale e locale):’a staggiona ca ce simmo ‘ncuntrate; paese ca vaje ausanze che truove; piú fortemente popolare o dialettale in funzione di altri compl.: è cchesta ‘a carne ca ('con cui') se fa ‘o broro | in altre espressioni dell'uso comune: (nun) tene ‘e che se lamentà, (non) ne ha motivo; (nun) tene ‘e che vivere, (non) à risorse economiche; | nun c'è che dicere, espressione di consenso
3) la quale cosa (con valore neutro, preceduto dall'art. o da una prep.): te sî miso a sturià, il che te fa onore; nun s’ è ffatto cchiú vedé, dal che aggiu capito ca nun le passa manco p’’a capa chill’affare; | come pron. interr. [solo sing.] quale cosa è usato in prop. interr. dirette e indirette): che ne sarrà ‘e lloro?; che staje dicenno?; a che pienze?; ma ‘e che te miette paura?; nun saccio che fà; nun capisco ‘e che ti lamiente; è spesso rafforzato/seguíto o, nel linguaggio familiare, sostituito da cosa: (che) cosa vuó?; nun saccio (che) cosa penza ‘e fà | che cc’ è, che nun cc’ è, (fam.) tutt'a un tratto, improvvisamente | a cche?, a quale scopo?, a qual pro? | ‘e che?/ e cche?, ‘o che?, ma che?, rafforzativi di interrogazione che esprimono stupore polemico: e che? einisse che dicere? |talora come pron. escl. [solo sing.] quale cosa: che dice!; che m’aveva capità!; ma che m’ at- tocca ‘e sèntere! | come inter., nell'uso familiare, esprime meraviglia, stupore: «Ce vaje?» «Che! (ma piú spesso Addó?) Ma neanche a dicerlo!»; «Che! Staje pazzianno?» | ma che!, lo stesso che macché ||| come pron. indef. indica qualcosa di indeterminato (solo in partic. locuzioni): ‘nu che, nun saccio che, ‘nu certo che, ‘nu certo nun saccio che, | (‘nu) gran che, (una) gran cosa: oje nun aggiu cunchiuso (‘nu) gran che; ne parlano tutti buono, ma pe mme nun è (‘nu) gran che | un, ogni minimo che, un, ogni nonnulla: ‘ncazzarse p’ ògne minimu che
come agg. interr. invar. quale, quali: che tipo è?; a che ora venarrà?; che llibre liegge ‘e solito?; nun saccio ch’ idee tene p’’a capa ||| come agg. escl. invar. quale, quali: ma che idee!; che bbella jurnata!; che perzone antipatiche! | (fam.) molto diffuso l'uso dell'agg. escl. in unione a un semplice agg., senza altra specificazione, in frasi del tipo: che bello!, che bellezza, com'è bello; che strano!, che stranezza, com'è strano | diffusa anche l'anteposizione dell'agg. qualificativo: scemo ca sî!, sei proprio stupido!
rarissimamente è s. m. anzi è usato solo nell'espressione il che e il come e sue varianti, nel senso di 'ogni cosa, tutto': voglio sapé bbuono ‘o cche e ‘o ccomme; t’addimannarrà ‘o cche, ‘o ccome e ’o quanno. L’etimo del che è dal lat. quid mentre la forma ca è forse un prestito di comodo della congiunzione di cui qui di seguito, congiunzione per la quale qualcuno ipotizza, ma poco convincentemente un’aferesi di (poc)ca=poiche mentre mi appare piú corretto l’etimo dal lat. quia→q(ui)a→qa→ca; oltretutto se il ca congiunzione fosse derivata da un’aferesi (poc)ca sarebbe buona norma scrivere il ca congiunzione con un segno d’aferesi ‘ca che distinguesse anche visivamente il ‘ca congiunzione dal ca pronome!Ma i fatti, fortunatamente, non stanno cosí! Proseguiamo
CA congiunzione che corrisponde all’italiano che
1) introduce prop. dichiarative (soggettive e oggettive) con il v. all’ind. o talvolta al congiunt..: se dice ca è partuto; fosse ora ca te decidisse; nun penzo ca chillo vene; te dico ca nun è overo; è inutile ca tu liegge chillu cartello, manco ‘o capisce... | può essere omesso quando il v. è al congiunt.: spero fosse accussí | con valore enfatico: nun è ca sta malato, pe ccerto è assaje stanco; è ca ‘e juorne nun passano maje!; forze ca nun ‘o sapive?
2) introduce prop. consecutive, con il v. all'indic. o al congiunt. (spesso in correlazione con accussí, tanto, talmente, tale ecc.): cammina ca pare ‘nu ‘mbriaco; parla pe mmodo ca te putesse capí; era talmente emozzionato ca nun riusciva a pparlà; stevo accussí stanco ca m’addurmette súbbeto; | entra nella formazione di locuzioni, come ô punto ca, pe mmodo ca etc : continuaje a bbevere pe mmodo ca se ‘mbriacaje;
3) introduce prop. causali con il v. all'indic. o al congiunt.: cummògliate ca fa friddo; nun è ca m’’a vulesse scapputtà
4) introduce prop. finali con il v. all’indicativo o al congiunt.: fa' ca tutto prucede bbuono! ; se stevano accorte ca nun se facesse male;
5) introduce prop. temporali con il v. all'indic., nelle quali à valore di quando, da quando: te ‘ncuntraje ca era ggià miezojuorno; aspetto ca isso parte; sarranno dduje mesi ca nun ‘o veco | entra nella formazione di numerose loc. cong., come ‘na volta ca, doppo ca, primma ca, ògne vvota ca, d’’o juorno ca,: ll’hê ‘a farlo, primma ca è troppo tarde; ògne vvota ca ‘a ‘ncontro me saluta sempe;
6) introduce prop. comparative: tutto è fernuto primma ca nun sperasse
7) introduce prop. condizionali con il v. al congiunt., in loc. come posto ca,datosi ca, ‘ncaso ca, a ppatto ca, nell'ipotesi ca ecc.: posto ca avesse tutte ‘e ragioni, nun s’aveva ‘acumportarse comme à fatto!; t’’o ffaccio, ‘ncaso ca t’’o mierete;datosi ca hê ‘a partí, te ‘mpresto ‘sta balicia;
8) introduce prop. eccettuative (in espressioni negative, correlata con ato, ati, ‘e n’ata manera, per lo piú sottintesi): non fa (ato) ca dicere fessaríe ; nun aggio potuto (altro) ca dicere ‘e sí!; nun putarria cumpurtarme (‘e n’ata manera) ca accussí | entra a far parte delle loc. cong. tranne ca, salvo ca, a meno ca, senza ca: tutto faciarria o facesse, tranne ca darle raggione; vengo a truvarte, a meno ca tu nun staje ggià ‘nampagna; è partuto senza ca nesciuno ne fosse ‘nfurmato;
9) introduce prop. imperative e ottative con il v. al congiunt.: ca nisciuno trasesse!; ca ‘o Cielo t’aonna! Dio ; ca ‘stu sparpetuo fernesse ampressa;
10) introduce prop. limitative con il v. al congiunt., con il valore di 'per quanto': ca i’ sapesse non à telefonato nisciuno;
11) con valore coordinativo in espressioni correlative sia ca... sia ca; o ca... o ca: sia ca te piace sia ca nun te piace,stasera avimm’’a ascí ;i’ parto oca chiove o ca nun chiove...;
12) introduce il secondo termine di paragone nei comparativi di maggioranza e di minoranza, in alternativa a di (‘e) (ma è obbligatorio quando il paragone si fa tra due agg., tra due part., tra due inf., tra due s. o pron. preceduti da prep.): Firenze è meno antica ca (o ‘e) Roma; sto’ cchiú arrepusato oje ca (o ‘e) ajere;tu sî cchiú sturiuso ca ‘nteliggente;; è cchiú difficile fà ca dicere; à scritto meglio dinto a ‘sta lettera ca dinto a cchella d’’o mese passato | (fam.) in correlazione con tanto, in luogo di quanto, nei comparativi di eguaglianza: la cosa riguarda tanto a mme ca a vvuje | in espressioni che ànno valore di superl.: songo cchiú ca certo; songo cchiú ccerto ca maje;
13) entra nella formazione di numerose cong. composte e loc. congiuntive: affinché, benché, cosicché, perché, poiché; sempe ca, in quanto ca, nonostante ca, pe mmodo ca e sim.
Dell’etimo di questa congiunzione ò già detto sub che come sempre sub che ò parlato del pronome ca = che.
Procediamo oltre. Un’ altra congiunzione molto usata nel napoletano è la congiunzione
SI corrispondente all’italiano se

1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste i truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te;
2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma!
3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto?
4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno
5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è!
6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc.
Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano.
Lasciando da parte altre congiunzioni monosillabiche che non sono tipiche del napoletano in quanto corrispondenti in tutto e per tutto a quelle della lingua nazionale ( e, ma, o= oppure etc.) mi lascio portar per mano dalla congiunzione si per illustrare l’omofono, ma non omografo
SI’ che è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo. viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano.
Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto
ZI’ (che è l’apocope di uno zio/a etimologicamente derivante da un tardo latino thiu(m) e thia(m) da un greco tehîos ) ed usato quasi esclusivamente nei vocativi (o’ zi’!) per cui si ottenengono gli scorretti zi’prevete o zi’ Giuanne.
Per restare nel tema suggerito dal si’= signore parlo di un altro monosillabo: SIÉ che è usato per indicare la voce signora; per il vero non si tratta dell’apocope di si(gnora) che se cosí fósse esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto sié= signora con uno scorretto
zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere recentemente in una pubblicazione sui proverbi napoletani (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come e pertanto esigerebbe il segno diacritico dell’apostrofo, ma gli si preferisce l’accento per evitare che si possa leggere síe piuttosto che correttamente sié. La voce apocopata a margine etimologicamente deriva da una voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur→seigneuse→ sie-(gneuse). Purtroppo anche per il caso di questo sié càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto sié= signora con uno scorretto
zi’= zia; mi è infatto occorso di lèggere recentemente in una pubblicazione sui proverbi napoletani (di cui per carità di patria taccio il nome del compilatore) un notissimo proverbio riportato come Dicette 'o zi' moneco,a’ zi’ Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." infece che correttamemente Dicette 'o si' moneco,â sié Badessa: "Senza denare, nun se cantano messe..." ed ovviamente il fatto scorretto non consiste soltanto nell’avere usato a’ al posto di â per dire alla, quanto per avere usato impropriamente zi' moneco, e zi’ Badessa al posto di si' moneco, e sié Badessa.
- se = si pron. pers. rifl. m.le e f.le di terza pers. sg. e pl.
1 forma complementare atona del pron. pers. sé; si usa, in posizione sia enclitica sia proclitica, come compl. ogg. con i verbi riflessivi e con i verbi riflessivi reciproci: se veste cu ggusto; se ‘ncontrajeno tiempo fa; armatose ‘e ribbotta; aiutarse ll’uno cu ll’ato; vistosi scoperto; (si veste con gusto; si incontrarono tempo fa; armatosi di fucile; aiutarsi a vicenda;) ' come compl. di termine con i verbi riflessivi apparenti: s’è accattato ‘nu cappotto nuovo; se ‘nfilaje ‘a giacchetta; farse ‘na pusizziona(si è comprato un cappotto nuovo; si infilò la giacca; farsi una posizione) | nella coniugazione dei verbi intransitivi pronominali: se pentette amaramente;s’accurgette ‘e avé sbagliato; (si pentí amaramente; si accorse di aver sbagliato;) vergognarse, scurdarse ‘e di quaccosa; s’ allamenta ‘e tutto; riferennose a quanto aveva ditto (vergognarsi, dimenticarsi di qualcosa; si lamenta di tutto; riferendosi a quanto aveva detto) |
2 unito a un verbo di terza pers. sing. dà a esso valore impers.; se si accompagna ad altro pron. atono, lo segue: se dice, se raccumanna ca; ê vvote nun se sape chello ca se dice; se parte tra poco; nun ce se capisce niente; me s’addimanna troppo (si dice, si raccomanda che; talvolta non si sa ciò che si dice; si parte tra poco; non ci si capisce nulla; mi si chiede troppo) | nell'uso ant., a inizio di periodo, sempre in posizione enclitica: vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole
3 unito a un verbo transitivo attivo di terza pers. sg. o pl., gli conferisce valore passivo (è il cosiddetto si passivante):’a mostra s’ è ‘ncignata ô mese passato; se vennono quatre; (la mostra si è inaugurata il mese scorso; si vendono quadri;)
4 con valore intensivo e/o con sfumatura affettiva: s’è magnato ‘nu pullasto sano! Se facesse ‘e ccorna soje!(si è mangiato un pollo intero!; si faccia gli affari suoi!)

Ciò detto passiamo agli avverbi monosillabici, cominciando con il
SÍ avverbio olofrastico affermativo corrispondente all’italiano sí
1) si usa dunque nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Ệ capito?" "Sí"; "Venono pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Comme!Sí!", "Sí overamente ", "Ma sí!" | ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, crerere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' | e ssí ca = e dire che ' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no
2) spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; un giorno sí e n’ato no, a giorni alterni ' sí e nno, a malapena ' ti muove, sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú ssí ca no, probabilmente sì ;
3) con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ca è bbella!; chesta sí ch’è ‘na nuvità!
talvolta è usato come s. m. invar.
1) risposta affermativa, positiva: m’aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu un bellu sí; ‘e spuse ànno ggià ditto ‘o sí; stare tra ‘o sí e o no, essere incerto; decidersi p’’o ssí, decidere di fare qualcosa '
2) pl. voti favorevoli: si songo avute tre ssí e quatto no.
L’etimo di questo sí è dal lat. sic 'cosí', forma abbreviata della loc. sic est 'cosí è'; poi che la voce in esame deriva da un si(c) con la caduta di una consonante e non di una sillaba non sarebbe previsto alcun segno diacrito sulla parola derivata, ma è stato giocoforza accentare la i di questo sí per con confonderlo anche graficamente dal si congiunzione o dal si’ apocope di signore.
Di... segno opposto l’avverbio olofrastico negativo
NO scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no






CCA avv = qui, in. questo luogo; vale l’italiano qua; etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; da notare che in parlata napoletana (così come in italiano il qua corrispettivo) l’avverbio a margine va scritto SEMPRE senza alcun segno diacritico trattandosi di monosillabo che non ingenera confusione con altri; in parlata napoletana esistono , per vero, una cong. ed un pronome ca = (che), congiunzione e pronome che però si rendono ambedue con la c iniziale scempia, laddove l’avverbio a margine è scritto sempre con la c iniziale geminata ( cca) e basta ciò ad evitar confusione tra i due monosillabi e non necessita accentare l’avverbio, cosa che – invece – purtroppo capita di vedere negli scritti di taluni sedicenti scrittori partenopei, dei quali qualcuno addirittura usa scrivere l’avverbio a margine cca’con un pleonastico segno (‘) d’apocope atteso che non v’è alcuna sillaba finale che sia caduta e che vada segnata con il segno diacritico !
R.Bracale