1.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE.
Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo
2.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE
Ad litteram:Non aver peli in volto e infastidire il barbiere, ma piú esattamente: esser tanto presuntuosi al punto che mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si erge ad ipercritico e spaccone o si infastidisca il proprio prossimo.
3.È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA.
È finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo; infatti il cacio deve guarnir dal di spra i maccheroni, non far loro da strame!
4.À FATTO MARENNA A SARACHIELLE.
À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa.
5.FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO.
Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente...
6.SO' GHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO
Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:i preti un tempo erano costretti a giocare a calcio indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco..., causando disordine, caos, baraonda, scompiglio.
7.NUN VULÉ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ...
Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità, come certi operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro scuoiatura.
8.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO.
Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...).
9.FARSE 'NU PURPETIELLO.
Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua.
10.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO.
Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela.
11.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA.
Avere la sorte di Maria Di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla sua morte (1414) dalla di lui sorella Giovanna II succedutagli sul trono.
12.JÍ Ô BATTESIMO, SENZA CRIATURA.
Recarsi a battezzare un bimbo senza portarlo... - Cioè comportarsi in maniera decisamente errata, mettendosi nella situazione massimamente avversa all'opera che si vorrebbe intraprendere.
13.PARE CA S''O ZUCANO 'E SCARRAFUNE...
Sembra che se lo succhino gli scarafaggi.- È detto di persona cosí smunta e rinsecchita da sembrar che abbia perduto la propria linfa vitale preda degli scarafaggi, notoriamente avidi di liquidi.
14.ABBRUSCIÀ 'O PAGLIONE...
Incendiare il pagliericcio - Cioè darsi alla fuga, alla latitanza, lasciando dietro di sé terra bruciata, come facevano le truppe sconfitte che pur di non lasciar nulla ai vincitori incendiavano i propri accampamenti, dandosi alla fuga.(id est:procurare un danno definitivo).
15.ÒGNE SCARRAFONE È BBELLO A MMAMMA SOJA...
Ogni blatta(per schifosa che sia)è bella per la sua genitrice - Ossia: per ogni autore la sua opera è bella e meritevole di considerazione.
16.S’È AUNITO, ‘A FUNICELLA CORTA E ‘O STRUMMOLO A TIRITEPPE…
Si sono uniti lo spago corto e la trottolina scentrata - Cioè si è verificata l'unione di elementi negativi che compromettono la riuscita di un'azione...
17.CHI SAGLIE ‘NCOPP’Ê CCORNA ‘E CHILLO, PO’ DDÀ ‘A MANO Ô PATATERNO.
Chi si inerpica sulle corna di quello, può stringer la mano al Signore -(tanto sono alte...)- Espressione divertente ed iperbolica per indicare un uomo molto tradito dalla moglie.
18.QUANNO 'O DIAVULO TUOJO JEVA Â SCOLA, 'O MIO ERA MASTO.
Quando il tuo diavolo era scolaro, il mio era maestro - Cioè: non credere di essermi superiore in intelligenza e perspicacia.
19.'O CANE MOZZECA Ô STRACCIATO.
Il cane assale chi veste dimesso - Cioè: il destino si accanisce contro il diseredato.
20.TRE SONGO 'E PUTIENTE:'O PAPA, 'O RRE E CHI NUN TÈNE NIENTE...
Tre sono i potenti della terra:il papa, il re e chi non possiede nulla: il papa quale unico rappresentante di Cristo in terra, à sotto la sua autorità spirituale l’intera Comunità dei credenti; il Re in un regime monocratico è la massima autorità dispensatore di leggi ed ordini a tutti i governati; chi non è in possesso di alcun bene non può temere il furto o d’essere invitato a conferire elargizioni od aiuti.
21.Ė GGHIUTA ‘A FESSA 'MMANO Ê CCRIATURE, 'A CARTA 'E MUSICA 'MMANO Ê BBARBIERE, 'A LANTERNA 'MMANO Ê CECATE...
La vulva è finita nelle mani dei/delle bambini/e, lo spartito musicale in mano ai barbieri, la lanterna nelle mani dei ciechi.La colorita espressione viene usata con senso di disappunto, quando qualcosa di importante finisca in mani inesperte od inadeguate che pertanto non possono apprezzarla ed usare al meglio, come accadrebbe nel caso del sesso finito nelle mani dei/delle fanciulli/e od ancóra come l'incolto barbiere alle prese con uno spartito musicale o un cieco cui fosse affidata una lanterna che di per sé dovrebbe rischiarare l'oscurità.
Brak
domenica 29 gennaio 2012
sabato 28 gennaio 2012
AIZZARE, SOBILLARE
AIZZARE, SOBILLARE
Questa volta, anche per rispondere ad una precisa richiesta pervenutami dall’amico P.D.F. del quale per ragioni di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali delle generalità, vorrei esaminare i verbi che traducono nell’idioma napoletano, quelli toscani in epigrafe.
E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie da soma, perché camminassero).
Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono:
- allessà/allissà che è esattamente lo stimolare, incitare, adizzare ed etimologicamente son forgiati sul medesimo longobardo hizza del toscano aizzare, se non denominale del latino rectus che à dato arrezzà/arrizzà da cui per dissimilazione erre→elle, allessà/allissà (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc.
- assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà che significa: salassar, cavar sangue ed è dallo spagnolo in + sangrar) sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare.
- Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili.
- ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato piú che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o per dissimilazione elle> enne da un tardo latino in + bottulare.
- ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda.
- ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere.
- ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o piú semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche 'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso.
- ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il piú delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino examen (sciame).
- ‘nzurfà: letteralmente starebbe per insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo di seminar discordia che ci interessa atteso che etimologicamente il verbo piú che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco del contendere per farlo vieppú aumentare.
- ‘nteretà /‘nterrettà e la sua variante ‘nzerrettà che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire .
- Sciuscià: propriamente soffiare e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui exsufflare e lí insufflare.
- Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere.
- Stezzí: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stízein = pungere
Però nel colorito modo d’esprimere napoletano oltre che con i verbi or ora esaminati ci si serve di un’icastica espressione che suona: Mettere 'o ppepe 'nculo â zòccola.
Letteralmente: porre, introdurre pepe nel deretano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora si navigava, capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci solcassero i mari grossi topi, che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie, poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa, gode ad attizzare il fuoco della discussione...
E qui faccio punto,convito d’aver risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico P.D.F., d’avere interessato qualcun altro dei miei consueti ventiquattro lettori e pensando di non aver dimenticato nessuno dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia! Satis est.
Raffaele Bracale
Questa volta, anche per rispondere ad una precisa richiesta pervenutami dall’amico P.D.F. del quale per ragioni di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali delle generalità, vorrei esaminare i verbi che traducono nell’idioma napoletano, quelli toscani in epigrafe.
E, come ò fatto altrove, comincerò con l’esaminare brevissimamente significato ed etimo dei vocaboli toscani; aizzare: incitare all'offesa o alla violenza; istigare, provocare, stimolare: chiaramente forgiato sul termine izza,variante di stizza che son dal longobardo hizza = bollore; sobillare: istigare, incitare nascostamente alla ribellione, a manifestazioni ostili, che etimologicamente è dal basso latino:subilare per il classico sibilare = fischiare (col fischio si incitavano le bestie da soma, perché camminassero).
Ciò detto veniamo ad elencare e spiegare i verbi napoletani che ad un dipresso traducono quelli toscani; essi sono:
- allessà/allissà che è esattamente lo stimolare, incitare, adizzare ed etimologicamente son forgiati sul medesimo longobardo hizza del toscano aizzare, se non denominale del latino rectus che à dato arrezzà/arrizzà da cui per dissimilazione erre→elle, allessà/allissà (in fondo l’eccitazione sessuale che in napoletano si rende con il verbo arrezzà = rendo ritto, è pur sempre frutto di una stimolazione, di un incitamento etc.
- assaià o pure ‘nzaià (da non confondere con ‘nzagnà che significa: salassar, cavar sangue ed è dallo spagnolo in + sangrar) sono l’incitare, l’istigare e segnatamente l’addestrare sia pure al male ed al peggio e discendono per li rami dello spagnolo ensayar =addestrare.
- Buttizzà : incitare, sobillare, pungere con le parole stimolando al male, è dal francese bouter = punzecchiare e simili.
- ‘mbuttunà: che di per sé sta per imbottire, farcire e per traslato incitare, istigare, quasi farcendo di cattiverie ed informazioni malevole chi si voglia sobillare o aizzare; etimologicamente o dallo spagnolo embotir che però à dato piú che il partenopeo ‘mbuttunà, l’italiano imbottire= riempire come una botte,o per dissimilazione elle> enne da un tardo latino in + bottulare.
- ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium richiamato dalla prima e la supposta malitia della seconda.
- ‘mpuzà: incitare, sobillare, istigare, aizzare, sospingere con veemenza; etimologicamente da un tardo latino impulsare, iterativo del classico impellere= spingere.
- ‘nciucià: che è il diffondere ad arte, al fine di aizzare ed istigare, cattiverie e maldicenze, seminar discordie o piú semplicemente spettegolare propalando chiacchiere per il tramite dei c.d. ‘nciuci (intrighi e pettegolezzi che creano attrito tra le persone); lo ‘nciucio da cui il verbo esaminato è chiaramente lemma onomatopeico riproducente le chiacchiere di chi spettegoli.Rammenterò che dal napol. 'nciucià, voce onomat., che significa anche 'parlottare segretamente', la lingua nazionale, sia pure nell’uso giornalistico à tratto la parola inciucio nel significato di accordo politico non lineare, frutto di un compromesso.
- ‘nzamà: letteralmente sta per sciamare o meglio l’irritara con il fumo le api affinché sciamino via dalle arnie e permettano la raccolta del miele; estensivamente è il verbo che connota ogni azione tesa ad istigare sobillar in qualunque modo qualcuno per indurlo ad un quid il piú delle volte in danno di terzi. Etimologicamente ‘nzamà come il toscano sciamare è da un portoghese examear, cui non è estraneo il latino examen (sciame).
- ‘nzurfà: letteralmente starebbe per insolfare, coprire di zolfo, ma è il suo significato estensivo di seminar discordia che ci interessa atteso che etimologicamente il verbo piú che derivato di zolfo, è da riallacciare al latino insufflare nel suo significato di soffiare su come fa chi semina discordia soffiando sul metaforico fuoco del contendere per farlo vieppú aumentare.
- ‘nteretà /‘nterrettà e la sua variante ‘nzerrettà che sono: irritare, aizzare,incitare, istigare, esasperare; le tre voci vengono dal basso latino irritare( propriamente il ringhiare del cane quando sia istigato) intensivo, frequentativo di irrire .
- Sciuscià: propriamente soffiare e dunque sobillare, istigare, quasi come il precedente ‘nzurfà e come questo da un composto del verbo sufflare, qui exsufflare e lí insufflare.
- Spunzunà: ad litteram sta per: pungolare con un punzone e quindi irritare,spingere, sobillare; il verbo, con tipica prostesi di una esse intensiva , viene da un latino: punctare frequentativo di pungere.
- Stezzí: ad litteram: stizzire ed estensivamente eccitare, aizzare, spingere all’ira o stizza; etimologicamente dal greco stízein = pungere
Però nel colorito modo d’esprimere napoletano oltre che con i verbi or ora esaminati ci si serve di un’icastica espressione che suona: Mettere 'o ppepe 'nculo â zòccola.
Letteralmente: porre, introdurre pepe nel deretano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora si navigava, capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci solcassero i mari grossi topi, che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie, poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa, gode ad attizzare il fuoco della discussione...
E qui faccio punto,convito d’aver risposto adeguatamente alla richiesta dell’amico P.D.F., d’avere interessato qualcun altro dei miei consueti ventiquattro lettori e pensando di non aver dimenticato nessuno dei verbi napoletani che traducono quelli, italiani, dell’epigrafe. Se inopinatamente fosse accuduto, chiedo venia! Satis est.
Raffaele Bracale
LE PAROLE IN IMMA
LE PAROLE IN IMMA
Tutte le parole napoletane che qui di seguito esaminerò ànno la particolarità che accanto ad un termine di avvio portano un suffisso (immo/a) di valore collettivizzante, ma spesso di chiaro sapore dispregiativo, suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo o imma. Abbiamo:
Arraggimma rabbia, malattia dei cani ed altre bestie (vedi alibi sub RABBIA).
Canimma: letteralmente: canea, canizza ed estensivamente puzzo di cani, ma anche muta di persone spregevoli e vocianti; derivato da cane (dal lat. cane(m)) piú imma.
Cazzimma: nell’espressione tené ‘a cazzimma malevola furbizia prevaricante di colui o coloro che vessa/no i meno dotati fisicamente e/o moralmente al fine di sopravanzarli e godere dei frutti conquistati marmaldeggiando.
Parola costruita addizionando il termine cazzo (inteso quale…strumento di proditoria offesa, voce gergale greco marinaresco (a)katio(n)→cazzo) con il suff. imma .
‘ngattimma: nell’espressione jí ‘ngattimma
Letteralmente: andare in calore come i gatti; id est: adontarsi, eccitarsi, comportandosi di conseguenza con foga eccessiva.
Parola costruita addizionando il termine gatto (colto nel periodo in cui va in calore; la voce gatto è dal
lat. tardo cattu(m), di orig. incerta) con il solito suffisso imma.
Sfaccimmo: parola dalla doppia valenza; in senso negativo: farabutto, mascalzone; in senso positivo: furbo, intraprendente, determinato (in ispecie di una persona giovane);parola formata dal sost.: faccia (dal lat. volg. *facia(m), per il class. facíe(m) 'forma esteriore, aspetto, faccia', deriv. di facere 'fare'
con l’avvio di una s detrattiva ed il suffisso dispregiativo immo.
Sfaccimma: attenzione! Questa parola che non è il femminile della parola precedente ed à ben altro significato ed etimologia,indica il prodotto dell’eiaculazione maschile; etimologicamente prende l’avvio da una voce di tipo onomatopeico sfacc che indica la violenza dell’emissione, addizionato del solito suffisso imma qui però con funzione intensiva, non dispregiativa.
Rammenterò per amor di completezza che quando si volesse usare il termine precedente: sfaccimmo riferito ad una donna, non si userà sfaccimma che come visto indica un’altra cosa, ma una sorta di diminutivo, vezzeggiativo: sfaccemmusella che indica alternativamente o la mascalzoncella o la furbetta intraprendente.
Zuzzimma: letteralmente tutto ciò che è lercio, sporco, sozzo ed estensivamente anche ogni cattiva azione perpetrata ai danni dei deboli, degli indifesi; etimologicamente è parola derivata dall’addizione del termine sozzo (dal provenzale sotz) con il suffisso dispregiativo imma.
Raffaele Bracale
Tutte le parole napoletane che qui di seguito esaminerò ànno la particolarità che accanto ad un termine di avvio portano un suffisso (immo/a) di valore collettivizzante, ma spesso di chiaro sapore dispregiativo, suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo o imma. Abbiamo:
Arraggimma rabbia, malattia dei cani ed altre bestie (vedi alibi sub RABBIA).
Canimma: letteralmente: canea, canizza ed estensivamente puzzo di cani, ma anche muta di persone spregevoli e vocianti; derivato da cane (dal lat. cane(m)) piú imma.
Cazzimma: nell’espressione tené ‘a cazzimma malevola furbizia prevaricante di colui o coloro che vessa/no i meno dotati fisicamente e/o moralmente al fine di sopravanzarli e godere dei frutti conquistati marmaldeggiando.
Parola costruita addizionando il termine cazzo (inteso quale…strumento di proditoria offesa, voce gergale greco marinaresco (a)katio(n)→cazzo) con il suff. imma .
‘ngattimma: nell’espressione jí ‘ngattimma
Letteralmente: andare in calore come i gatti; id est: adontarsi, eccitarsi, comportandosi di conseguenza con foga eccessiva.
Parola costruita addizionando il termine gatto (colto nel periodo in cui va in calore; la voce gatto è dal
lat. tardo cattu(m), di orig. incerta) con il solito suffisso imma.
Sfaccimmo: parola dalla doppia valenza; in senso negativo: farabutto, mascalzone; in senso positivo: furbo, intraprendente, determinato (in ispecie di una persona giovane);parola formata dal sost.: faccia (dal lat. volg. *facia(m), per il class. facíe(m) 'forma esteriore, aspetto, faccia', deriv. di facere 'fare'
con l’avvio di una s detrattiva ed il suffisso dispregiativo immo.
Sfaccimma: attenzione! Questa parola che non è il femminile della parola precedente ed à ben altro significato ed etimologia,indica il prodotto dell’eiaculazione maschile; etimologicamente prende l’avvio da una voce di tipo onomatopeico sfacc che indica la violenza dell’emissione, addizionato del solito suffisso imma qui però con funzione intensiva, non dispregiativa.
Rammenterò per amor di completezza che quando si volesse usare il termine precedente: sfaccimmo riferito ad una donna, non si userà sfaccimma che come visto indica un’altra cosa, ma una sorta di diminutivo, vezzeggiativo: sfaccemmusella che indica alternativamente o la mascalzoncella o la furbetta intraprendente.
Zuzzimma: letteralmente tutto ciò che è lercio, sporco, sozzo ed estensivamente anche ogni cattiva azione perpetrata ai danni dei deboli, degli indifesi; etimologicamente è parola derivata dall’addizione del termine sozzo (dal provenzale sotz) con il suffisso dispregiativo imma.
Raffaele Bracale
LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER "ENNE".
LE PAROLE DEL NAPOLETANO CHE INIZIANO PER ENNE.
Mi fu chiesto da un caro amico, di cui per le solite questioni di riservatezza indico qui le sole iniziali R.R., mi fu chiesto come comportarsi mettendo per iscritto parole napoletane principianti con la consonante nasale enne.
Gli risposi testualmente e qui ribadisco che si tratta d’una cosa abbastanza semplice; scrissi cosí:
Quanto al fatto delle parole che iniziano per enne (ad es. ‘nfunno, ‘ncaso, nchiummato ‘nterra etc.) è una cosa semplice:
si scrivono ‘nfunno, ‘ncaso, ‘nterra cioè con la enne aferizzata tutte le parole che in origine erano
in+ funno, in+ caso,in+ terra ; cioè tutte le parole che ànno in posizione protetica il residuo della preposizione in aferizzata→’n la caduta la i viene indicata dal segno (‘) d’aferesi e la enne residua è diventata proclitica della parola che segue: in+ funno→’nfunno, in+ caso→’ncaso,in+ terra→’nterra; mentre invece si scrivono senza alcuna aferesi tutte quelle parole (come nell’es. nchiummato ) in cui la enne iniziale (come anche nel caso di nce/nc’è ) non è un residuo di in, ma è una consonante eufonica détta protesi o prostesi eufonica, e chi scrive o scrivesse ‘nchiummato o ‘nce/’nc’è è o sarebbe certamente un asino calzato e vestito, (fosse anche un famoso o famosissimo sedicente scrittore napoletano o addirittura compilatore di calepini) e non merita o meriterebbe d’essere preso in considerazione sia pure per bollarlo di asinaggine e d’ignoranza!
Satis est.
Raffaele Bracale
Mi fu chiesto da un caro amico, di cui per le solite questioni di riservatezza indico qui le sole iniziali R.R., mi fu chiesto come comportarsi mettendo per iscritto parole napoletane principianti con la consonante nasale enne.
Gli risposi testualmente e qui ribadisco che si tratta d’una cosa abbastanza semplice; scrissi cosí:
Quanto al fatto delle parole che iniziano per enne (ad es. ‘nfunno, ‘ncaso, nchiummato ‘nterra etc.) è una cosa semplice:
si scrivono ‘nfunno, ‘ncaso, ‘nterra cioè con la enne aferizzata tutte le parole che in origine erano
in+ funno, in+ caso,in+ terra ; cioè tutte le parole che ànno in posizione protetica il residuo della preposizione in aferizzata→’n la caduta la i viene indicata dal segno (‘) d’aferesi e la enne residua è diventata proclitica della parola che segue: in+ funno→’nfunno, in+ caso→’ncaso,in+ terra→’nterra; mentre invece si scrivono senza alcuna aferesi tutte quelle parole (come nell’es. nchiummato ) in cui la enne iniziale (come anche nel caso di nce/nc’è ) non è un residuo di in, ma è una consonante eufonica détta protesi o prostesi eufonica, e chi scrive o scrivesse ‘nchiummato o ‘nce/’nc’è è o sarebbe certamente un asino calzato e vestito, (fosse anche un famoso o famosissimo sedicente scrittore napoletano o addirittura compilatore di calepini) e non merita o meriterebbe d’essere preso in considerazione sia pure per bollarlo di asinaggine e d’ignoranza!
Satis est.
Raffaele Bracale
ENCÍA – ENCÍARÍA – INGIARÍA (Angiaría)
ENCÍA – ENCÍARÍA – INGIARÍA (Angiaría)
I vocaboli in epigrafe fanno parte di quel gruppo di parole desuete che è ormai quasi impossibile cogliere sulle labbra anche dei napoletani piú anziani ed a stento si ritrovano nei versi di qualche poeta d’antan e bisogna far ricorso ad un qualche calepino per intenderne il significato, se non lo si riesce a cogliere dal contesto.
Cominciamo con lo stabilire che i primi tre vocaboli in epigrafe, (il quarto, messo tra parentesi, è solo una corruzione dei primi ed è usata dal popolino o dai meno versati nell’ idioma napoletano) come che derivanti da un’unica radice son quasi dei sinonimi nel significato di: in primis rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio; per vero tali significati si attagliano precisamente alla parola encía, mentre encíaría ed ingiaría nonché la corrotta angiaría tutte forgiate su éncia significano piú acconciamente: ingordigia,stizza,soperchieria e solo estensivamente vessazione derivante da odio .
Ciò detto rammenterò che talvolta mi è occorso di udire, da vecchi napoletani – come ò detto - angiaria patente corruzione dei termini in epigrafe e non corruzione del toscano angheria che à altro significato ed altra etimologia.
Sgombrato così il campo e precisato che il toscano angheria à un etimo latino (aggaría dal greco aggaros) e significa costrizione, dirò che la parola encía deriva dall’antico francese haenge (odio) e sulla medesima parola addizionate del suff. di pertinenza aría sono forgiate encíaría, ingiaría nonché la corrotta angiaría.
Purtroppo queste parole sono scomparse a mano a mano per esser sostituite dalle significate parole toscane pronunciate naturaliter in modo sciatto e raffazzonato, per farle apparire dialettali, determinando invece non un arricchimento dell’idioma locale, ma un suo malinconico, colpevole, stupido depauperamento.
Raffaele Bracale
I vocaboli in epigrafe fanno parte di quel gruppo di parole desuete che è ormai quasi impossibile cogliere sulle labbra anche dei napoletani piú anziani ed a stento si ritrovano nei versi di qualche poeta d’antan e bisogna far ricorso ad un qualche calepino per intenderne il significato, se non lo si riesce a cogliere dal contesto.
Cominciamo con lo stabilire che i primi tre vocaboli in epigrafe, (il quarto, messo tra parentesi, è solo una corruzione dei primi ed è usata dal popolino o dai meno versati nell’ idioma napoletano) come che derivanti da un’unica radice son quasi dei sinonimi nel significato di: in primis rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio; per vero tali significati si attagliano precisamente alla parola encía, mentre encíaría ed ingiaría nonché la corrotta angiaría tutte forgiate su éncia significano piú acconciamente: ingordigia,stizza,soperchieria e solo estensivamente vessazione derivante da odio .
Ciò detto rammenterò che talvolta mi è occorso di udire, da vecchi napoletani – come ò detto - angiaria patente corruzione dei termini in epigrafe e non corruzione del toscano angheria che à altro significato ed altra etimologia.
Sgombrato così il campo e precisato che il toscano angheria à un etimo latino (aggaría dal greco aggaros) e significa costrizione, dirò che la parola encía deriva dall’antico francese haenge (odio) e sulla medesima parola addizionate del suff. di pertinenza aría sono forgiate encíaría, ingiaría nonché la corrotta angiaría.
Purtroppo queste parole sono scomparse a mano a mano per esser sostituite dalle significate parole toscane pronunciate naturaliter in modo sciatto e raffazzonato, per farle apparire dialettali, determinando invece non un arricchimento dell’idioma locale, ma un suo malinconico, colpevole, stupido depauperamento.
Raffaele Bracale
RABBIA E DINTORNI
RABBIA E DINTORNI.
Anche questa volta faccio sèguito ad una richiesta fattami dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi della voce italiana in epigrafe, di eventuali sinonimi suoi, per dire poi delle corrispondenti voci del napoletano che ad un dipresso li rendono.
Cominciamo perciò con
rabbia s.vo f.le
1 (in primis) grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; si manifesta con spasmi laringo-faringei a contatto con l'acqua (idrofobia), stato di agitazione, paralisi dei muscoli della respirazione e della deglutizione
2 (per traslato, come nel caso che ci occupa) violenta irritazione, provocata da gravi contrarietà e spesso esacerbata da un senso d'impotenza; ira, collera: essere divorato dalla rabbia; parole piene di rabbia; essere in preda alla rabbia; rispondere, reagire con rabbia | prov. : chi tutto vuole, di rabbia muore.
3 dispetto, disappunto, stizza: sono atteggiamenti che fanno rabbia; mi fa una rabbia!
etimologicamente voce dal lat. tardo rabia(m), per il class. rabie(m).
Limitati i sinonimi; quelle del punto 1 sono:
idrofobia s.vo f.le
1. (di per sé) il sintomo della rabbia, consistente nella ripugnanza per l'acqua ed i liquidi in genere;
2. (per estensione come nel caso che ci occupa), la rabbia stessa;
3. In chimica, proprietà di sostanze o sistemi che presentano una spiccata repellenza per l’acqua, sinon. di idrorepellenza;
etimologicamente voce dal lat. hydrophobĭa, gr. ὑδροϕοβία, comp. di ὑδρο- «idro-» e -ϕοβία «-fobia»= paura dell’acqua;
lissa s.vo f.le
1. In medicina, termine raro per rabbia (cfr. antea sub 1 di rabbia);
2. In patologia veterinaria, formazione bollosa semitrasparente, che poi si trasforma in una grossa pustola, situata sulla faccia inferiore della lingua del cane, dovuta a erosioni accidentali o a formazioni cistiche ghiandolari.
Non è usato nel significato traslato di cui sub 2 di rabbia; etimologicamente voce dal greco λύσσα, con tutti e due i significati;
gli altri sinonimi della voce italiana rabbia son tutti riconducibili ai punti 2 e 3 e sono:
collera s.vo f.le 1 sentimento di sdegno, spesso improvviso, che si manifesta con parole o atti violenti; ira, furore: andare, montare in collera; essere in collera con qualcuno
2 (figurato) manifestazione violenta di elementi naturali: la collera del vento, del mare; etimologicamente voce dal lat. cholera(m);
furore s.vo m.le
1 agitazione violenta provocata per lo più dall'ira, dalla rabbia: essere in preda al furore; furore cieco | a furor di popolo, per unanime, entusiastica volontà del popolo
2 violenza, impeto: il furore della mischia, dell'uragano; furore giovanile, ardore giovanile
3 stato di eccitazione delle facoltà spirituali: furore profetico, mistico, bacchico | esaltazione dell'artista nel momento dell'ispirazione; estro: furore creativo, poetico
4 desiderio intenso e smodato; brama: cfr. “Ma ove dorme il furor d'inclite gesta” (FOSCOLO Sepolcri 137)
5 nella loc. far furore, riscuotere enorme successo: un libro, un film che à fatto furore;
voce dal lat. furore(m), deriv. di furere 'infuriare';
indignazione s.vo f.le stato dell'animo indignato, di chi è preso da sdegno, da vivo risentimento;
voce dal lat. indignatione(m), deriv. di indignari 'sdegnarsi'
sdegno s.vo m.le
1(in primis) vivo risentimento e irritazione verso qualcosa che offende il senso morale: sentire, provare, nutrire sdegno; un atto, un gesto di sdegno; muovere a sdegno, sdegnare
2 (per ampliamento semantico) disprezzo,disistima, disdegno, biasimo, dispregio | avere a sdegno, disprezzare: avere a sdegno gli onori.
voce deverbale del lat. volg. *disdignare,inteso (di)sdignare dal lat. class. dedignari, comp. di dí 'de-' e dignari 'stimare degno.
E fino a qui le voci dell’italiano; passiamo al napoletano dove abbiamo in primis un generico
arraggia s.vo f.le che ripete, quale deverbale di arraggiarse (che è da un lat. ad + rabia-m→arrabja-m con esito bj→ggja→ggia come habeo→habjo→aggio) che ripete ad un dipresso il s.vo rabbia dell’italiano nelle accezioni sub 2 e 3; accanto a queso lemma troviamo numerosi sinonimi ognuno di ben preciso, acconcio e circoscritto significato; abbiamo:
arraggimma s.vo f.le che è precisamente ed acconciamente la rabbia quale grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; etimologicamente la voce è ricavata dalla precedente addizionata del suffisso imma; tale suffisso per sostantivi (immo/a) è di valore collettivizzante, ma spesso di chiaro sapore dispregiativo, ed è suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo/imma.
cardacía s.vo f.le – voce desueta
1(in primis) astio, rancore ed irritazione verso qualcuno o (meno spesso) verso qualcosa che abbia procurato tristezza, afflizione, dispiacere, dolore, mestizia nel soggetto che nutra il sentimento in esame; 2 (per ampliamento semantico) ansia, affanno, noia, ambascia;
voce etimologicamente da un greco kardialgía→ kard(i)a(l)gía→ kardagía→cardacía;
currívo s.vo m.le voce antica, ma viva e vegeta che à fatto scorrere torrenti di inchiostro a gli addetti ai lavori accapigliatisi dapprima per stabilire l’esatto significato del termine ed ancóra di piú nel tentativo vano di raggiungere un accordo sull’etimo della voce.Ne do prima l’esatto significato precisando súbito che la voce in esame (che è un s.vo) nulla à a che spartire – se non un’assonanza con l’agg.vo italiano corrivo che (quale deverbale di correre) vale 1che è portato ad agire, a parlare, a giudicare senza riflettere, con troppa faciloneria
2 eccessivamente condiscendente, tollerante
3 che corre o scorre; corrente.
Tutt’altro il significato del s.vo currivo che è 1 dispetto, il corruccio, il puntiglio
2 quel sentimento di fastidio di chi prova rodimento d’animo,rabbia dovuta a travaglio, tormento, inquietudine, logorio mentale e/o di spirito;
3 irritazione, risentimento, disappunto per non aver ottenuto quanto giustamente e ragionevolmente ci si attendeva come proprio diritto;
sull’etimologia di questa voce c’è grande disparità di vedute: l’amico prof. Carlo Iandolo, pensando al rodimento – di cui antea sub 2 ipotizza un lat. conrosivu-m→cunr(us)ivu-m→currivo con normale assimilazione regressiva nr→rr; il prof. F.scoD’Ascoli ed i suoi collaboratori si inventarono, senza chiarirne la semantica,un fantasioso lat. reg. *cum-rivus dove rivus valeva reus;
l’amico avv.to Renato de Falco non opera scelte pur se indica qualche possibile soluzione optando tra i lat. corrivalis= emulo, concorrente oppure cum+rabies. Mi spiace per gli amici Iandolo e de Falco, ma non trovo convincente neppure le loro proposte, come non mi va di assecondare le fantasie del prof. F.scoD’Ascoli e dei suoi collaboratori. Trovo invece che ci si possa lasciar convincere dall’idea di chi (S. Giarrizzo ed altri) legge in currivo un lat. corrivium = confluire delle acque nello stesso luogo; sulla medesima linea dello sviluppo semantico di rivales = abitanti delle rive e spesso rivali come fruitori delle medesime acque, la parola corrivium→currivo à finito per indicare liti e dispetti che intercorrono tra quei rivales. In mancanza di meglio, mi contento.
mbizza/mpizza s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l’occlusiva bilabiale sonora (B) ed alibi con l’occlusiva bilabiale sorda (P) nei significati di
1breve, fugace stizza, irritazione, arrabbiatura, disappunto, nervosismo passeggeri
2 capriccio puntiglioso.
Etimologicamente molti lessici registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. ipotizza (ma a mio avviso poco convincentemente)una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’ira che son propri della voce in esame; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza (voce di partenza della napoletana mbizza/mpizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio alla collera, ira o anche solo ad una breve stizza! Da notare nella voce mbizza/mpizza la nasale bilabiale (M) messa in posizione protetica quale supporto eufonico e come tale non necessita di alcun segno diacritico in quanto non è un residuo di in→(i)n→’n (che anteposto alle consonanti occlusivi bilabiali diventa ‘m), ma, come ò détto è una consonante eufonica cioè una protesi o prostesi eufonica per la quale non occorre alcun segno diacritico, per cui sbaglia qualche impreparato addetto ai lavori che usa scrivere le voce a margine ‘mbizza/’mpizza e non mbizza/mpizza come è corretto scrivere!
scigna s.vo f.le voce antica, ma ancóra in uso di vario significato: 1 (in primis) scimmia,
2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna
3 (per traslato, come nel caso che ci occupa) arrabbiatura, irritazione,ma anche caparbietà,cocciutaggine, pervicacia;
4 (region.) ubriacatura, sbornia;
semanticamente il significato sub 3 si ricollega a quello sub 1 per il tramite di quello sub 4 atteso che chi si arrabbia, si adonta, si incollera ma anche si intestardirsce comportandosi caparbiamente ed irrazionalmente lo fa forse come chi è in preda all' ubbriacatura e si dimena a mo’ di scimmia; etimologicamente la voce in esame è dal latino simia
deriv. di simus 'che à il naso camuso, schiacciato', dal gr. simós; simia nel linguaggio popolare, oltre ad indicare l’animale indicava sia l'ubbriachezza che la collera.
stizza s.vo f.le ira improvvisa, ma passeggera, provocata per lo piú da impazienza o contrarietà; rabbia fugace; etimologicamente voce derivata al f.le di stizzo, forma ant. di tizzo (dal nom. lat. titio = tizzone, facile a prender fuoco).
zíria/zzírria s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l'affricata alveolare sorda (Z) e con la liquida vibrante (R)scempie ed alibi con ambedue geminate.la voce di partenza è esattamente la prima che di suo è una semplificazione di una pregressa ‘nzíria. Questi i significati della voce a margine: 1(in primis)capriccio, bizza, testarda impuntatura;
2 anche reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, il tutto quasi esclusivamente da parte di bambini/e e talora di donne fatte, ma mai veramente cresciute;
3 estensivamente prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘‘nzíria ‘e suonno… (lascialo stare,non curartene, non preoccuparti: è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Ripeto che successivamente la forma ‘‘nzíria fu semplificata anche, con medesimo significato in zíria, zírria .
Per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nzíria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira da quelle di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo, peraltro informato Alfabeto napolitano vol. 1° e cioè che la parola ‘nzíria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio, stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘‘nzíria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘‘nzíria , non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidia(s); a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘‘nzíria/zíria/zírria.
Prima di mettere il punto fermo a queste paginette rammento che esistettero un tempo ed ora sono abbondantemente desuete altre voci che significarono rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio
esse sono encía, encíaría ed ingiaría nonché una corrotta angiaría ma di esse trattai alibi e lí rimando.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale
Anche questa volta faccio sèguito ad una richiesta fattami dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi della voce italiana in epigrafe, di eventuali sinonimi suoi, per dire poi delle corrispondenti voci del napoletano che ad un dipresso li rendono.
Cominciamo perciò con
rabbia s.vo f.le
1 (in primis) grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; si manifesta con spasmi laringo-faringei a contatto con l'acqua (idrofobia), stato di agitazione, paralisi dei muscoli della respirazione e della deglutizione
2 (per traslato, come nel caso che ci occupa) violenta irritazione, provocata da gravi contrarietà e spesso esacerbata da un senso d'impotenza; ira, collera: essere divorato dalla rabbia; parole piene di rabbia; essere in preda alla rabbia; rispondere, reagire con rabbia | prov. : chi tutto vuole, di rabbia muore.
3 dispetto, disappunto, stizza: sono atteggiamenti che fanno rabbia; mi fa una rabbia!
etimologicamente voce dal lat. tardo rabia(m), per il class. rabie(m).
Limitati i sinonimi; quelle del punto 1 sono:
idrofobia s.vo f.le
1. (di per sé) il sintomo della rabbia, consistente nella ripugnanza per l'acqua ed i liquidi in genere;
2. (per estensione come nel caso che ci occupa), la rabbia stessa;
3. In chimica, proprietà di sostanze o sistemi che presentano una spiccata repellenza per l’acqua, sinon. di idrorepellenza;
etimologicamente voce dal lat. hydrophobĭa, gr. ὑδροϕοβία, comp. di ὑδρο- «idro-» e -ϕοβία «-fobia»= paura dell’acqua;
lissa s.vo f.le
1. In medicina, termine raro per rabbia (cfr. antea sub 1 di rabbia);
2. In patologia veterinaria, formazione bollosa semitrasparente, che poi si trasforma in una grossa pustola, situata sulla faccia inferiore della lingua del cane, dovuta a erosioni accidentali o a formazioni cistiche ghiandolari.
Non è usato nel significato traslato di cui sub 2 di rabbia; etimologicamente voce dal greco λύσσα, con tutti e due i significati;
gli altri sinonimi della voce italiana rabbia son tutti riconducibili ai punti 2 e 3 e sono:
collera s.vo f.le 1 sentimento di sdegno, spesso improvviso, che si manifesta con parole o atti violenti; ira, furore: andare, montare in collera; essere in collera con qualcuno
2 (figurato) manifestazione violenta di elementi naturali: la collera del vento, del mare; etimologicamente voce dal lat. cholera(m);
furore s.vo m.le
1 agitazione violenta provocata per lo più dall'ira, dalla rabbia: essere in preda al furore; furore cieco | a furor di popolo, per unanime, entusiastica volontà del popolo
2 violenza, impeto: il furore della mischia, dell'uragano; furore giovanile, ardore giovanile
3 stato di eccitazione delle facoltà spirituali: furore profetico, mistico, bacchico | esaltazione dell'artista nel momento dell'ispirazione; estro: furore creativo, poetico
4 desiderio intenso e smodato; brama: cfr. “Ma ove dorme il furor d'inclite gesta” (FOSCOLO Sepolcri 137)
5 nella loc. far furore, riscuotere enorme successo: un libro, un film che à fatto furore;
voce dal lat. furore(m), deriv. di furere 'infuriare';
indignazione s.vo f.le stato dell'animo indignato, di chi è preso da sdegno, da vivo risentimento;
voce dal lat. indignatione(m), deriv. di indignari 'sdegnarsi'
sdegno s.vo m.le
1(in primis) vivo risentimento e irritazione verso qualcosa che offende il senso morale: sentire, provare, nutrire sdegno; un atto, un gesto di sdegno; muovere a sdegno, sdegnare
2 (per ampliamento semantico) disprezzo,disistima, disdegno, biasimo, dispregio | avere a sdegno, disprezzare: avere a sdegno gli onori.
voce deverbale del lat. volg. *disdignare,inteso (di)sdignare dal lat. class. dedignari, comp. di dí 'de-' e dignari 'stimare degno.
E fino a qui le voci dell’italiano; passiamo al napoletano dove abbiamo in primis un generico
arraggia s.vo f.le che ripete, quale deverbale di arraggiarse (che è da un lat. ad + rabia-m→arrabja-m con esito bj→ggja→ggia come habeo→habjo→aggio) che ripete ad un dipresso il s.vo rabbia dell’italiano nelle accezioni sub 2 e 3; accanto a queso lemma troviamo numerosi sinonimi ognuno di ben preciso, acconcio e circoscritto significato; abbiamo:
arraggimma s.vo f.le che è precisamente ed acconciamente la rabbia quale grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; etimologicamente la voce è ricavata dalla precedente addizionata del suffisso imma; tale suffisso per sostantivi (immo/a) è di valore collettivizzante, ma spesso di chiaro sapore dispregiativo, ed è suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo/imma.
cardacía s.vo f.le – voce desueta
1(in primis) astio, rancore ed irritazione verso qualcuno o (meno spesso) verso qualcosa che abbia procurato tristezza, afflizione, dispiacere, dolore, mestizia nel soggetto che nutra il sentimento in esame; 2 (per ampliamento semantico) ansia, affanno, noia, ambascia;
voce etimologicamente da un greco kardialgía→ kard(i)a(l)gía→ kardagía→cardacía;
currívo s.vo m.le voce antica, ma viva e vegeta che à fatto scorrere torrenti di inchiostro a gli addetti ai lavori accapigliatisi dapprima per stabilire l’esatto significato del termine ed ancóra di piú nel tentativo vano di raggiungere un accordo sull’etimo della voce.Ne do prima l’esatto significato precisando súbito che la voce in esame (che è un s.vo) nulla à a che spartire – se non un’assonanza con l’agg.vo italiano corrivo che (quale deverbale di correre) vale 1che è portato ad agire, a parlare, a giudicare senza riflettere, con troppa faciloneria
2 eccessivamente condiscendente, tollerante
3 che corre o scorre; corrente.
Tutt’altro il significato del s.vo currivo che è 1 dispetto, il corruccio, il puntiglio
2 quel sentimento di fastidio di chi prova rodimento d’animo,rabbia dovuta a travaglio, tormento, inquietudine, logorio mentale e/o di spirito;
3 irritazione, risentimento, disappunto per non aver ottenuto quanto giustamente e ragionevolmente ci si attendeva come proprio diritto;
sull’etimologia di questa voce c’è grande disparità di vedute: l’amico prof. Carlo Iandolo, pensando al rodimento – di cui antea sub 2 ipotizza un lat. conrosivu-m→cunr(us)ivu-m→currivo con normale assimilazione regressiva nr→rr; il prof. F.scoD’Ascoli ed i suoi collaboratori si inventarono, senza chiarirne la semantica,un fantasioso lat. reg. *cum-rivus dove rivus valeva reus;
l’amico avv.to Renato de Falco non opera scelte pur se indica qualche possibile soluzione optando tra i lat. corrivalis= emulo, concorrente oppure cum+rabies. Mi spiace per gli amici Iandolo e de Falco, ma non trovo convincente neppure le loro proposte, come non mi va di assecondare le fantasie del prof. F.scoD’Ascoli e dei suoi collaboratori. Trovo invece che ci si possa lasciar convincere dall’idea di chi (S. Giarrizzo ed altri) legge in currivo un lat. corrivium = confluire delle acque nello stesso luogo; sulla medesima linea dello sviluppo semantico di rivales = abitanti delle rive e spesso rivali come fruitori delle medesime acque, la parola corrivium→currivo à finito per indicare liti e dispetti che intercorrono tra quei rivales. In mancanza di meglio, mi contento.
mbizza/mpizza s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l’occlusiva bilabiale sonora (B) ed alibi con l’occlusiva bilabiale sorda (P) nei significati di
1breve, fugace stizza, irritazione, arrabbiatura, disappunto, nervosismo passeggeri
2 capriccio puntiglioso.
Etimologicamente molti lessici registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. ipotizza (ma a mio avviso poco convincentemente)una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’ira che son propri della voce in esame; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza (voce di partenza della napoletana mbizza/mpizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio alla collera, ira o anche solo ad una breve stizza! Da notare nella voce mbizza/mpizza la nasale bilabiale (M) messa in posizione protetica quale supporto eufonico e come tale non necessita di alcun segno diacritico in quanto non è un residuo di in→(i)n→’n (che anteposto alle consonanti occlusivi bilabiali diventa ‘m), ma, come ò détto è una consonante eufonica cioè una protesi o prostesi eufonica per la quale non occorre alcun segno diacritico, per cui sbaglia qualche impreparato addetto ai lavori che usa scrivere le voce a margine ‘mbizza/’mpizza e non mbizza/mpizza come è corretto scrivere!
scigna s.vo f.le voce antica, ma ancóra in uso di vario significato: 1 (in primis) scimmia,
2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna
3 (per traslato, come nel caso che ci occupa) arrabbiatura, irritazione,ma anche caparbietà,cocciutaggine, pervicacia;
4 (region.) ubriacatura, sbornia;
semanticamente il significato sub 3 si ricollega a quello sub 1 per il tramite di quello sub 4 atteso che chi si arrabbia, si adonta, si incollera ma anche si intestardirsce comportandosi caparbiamente ed irrazionalmente lo fa forse come chi è in preda all' ubbriacatura e si dimena a mo’ di scimmia; etimologicamente la voce in esame è dal latino simia
deriv. di simus 'che à il naso camuso, schiacciato', dal gr. simós; simia nel linguaggio popolare, oltre ad indicare l’animale indicava sia l'ubbriachezza che la collera.
stizza s.vo f.le ira improvvisa, ma passeggera, provocata per lo piú da impazienza o contrarietà; rabbia fugace; etimologicamente voce derivata al f.le di stizzo, forma ant. di tizzo (dal nom. lat. titio = tizzone, facile a prender fuoco).
zíria/zzírria s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l'affricata alveolare sorda (Z) e con la liquida vibrante (R)scempie ed alibi con ambedue geminate.la voce di partenza è esattamente la prima che di suo è una semplificazione di una pregressa ‘nzíria. Questi i significati della voce a margine: 1(in primis)capriccio, bizza, testarda impuntatura;
2 anche reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, il tutto quasi esclusivamente da parte di bambini/e e talora di donne fatte, ma mai veramente cresciute;
3 estensivamente prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘‘nzíria ‘e suonno… (lascialo stare,non curartene, non preoccuparti: è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!).
Ripeto che successivamente la forma ‘‘nzíria fu semplificata anche, con medesimo significato in zíria, zírria .
Per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nzíria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira da quelle di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo, peraltro informato Alfabeto napolitano vol. 1° e cioè che la parola ‘nzíria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio, stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘‘nzíria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘‘nzíria , non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidia(s); a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘‘nzíria/zíria/zírria.
Prima di mettere il punto fermo a queste paginette rammento che esistettero un tempo ed ora sono abbondantemente desuete altre voci che significarono rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio
esse sono encía, encíaría ed ingiaría nonché una corrotta angiaría ma di esse trattai alibi e lí rimando.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale
venerdì 27 gennaio 2012
DON CICCILLE ‘NCRUVATTATE SAFRUNATE
DON CICCILLE ‘NCRUVATTATE SAFRUNATE
chello ca serve pe sseje perzone
600 gramme ‘e don ciccille ‘ncruvattate,
300 gramme ‘e ricotta rumana,
150 gramme ‘e pancetta affemmecata a varriglie (cm. 5 pe 2 pe 1),
2 bustine ‘e safrone,
‘nu bicchiere d’uoglio dunciglio,
‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina fina,
sale duppio ‘na vrancata
sale fino e ppepe niro mmacenato a ffrisco q.n.s.
comme se fa:
Dinto a ‘na prupurziunata tiella a sponne aute ricà ll’uoglio e a ffuoco allero fà piglià culore ô ttrigliato ‘e cepolla; agnadirve ‘e varriglie ‘e pancetta affummecata e farle suassà pe cinche minute. Àrvere teniente teniente ‘e don ciccille ‘ncruvattate dinto a ‘na caurara cu abbunnante acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio) e, ‘na vota sculate, revacarle dint’â tiella ammiscannole a mmestiere pe farle ‘nzapurí a ffuoco miccio; e ssempe a ffuoco miccio agnadí ‘a ricotta dellajata cu ‘nu cuppeniello d’acqua ‘e cuttura d’ ‘a pasta e cu ‘e ddoje bustine ‘e safrone;ammiscà e ‘mpiattà cumpletanno ‘e piatte cu abbunnante pepe niro mmacenato a ffrisco.Serví caude ‘e fuculare. Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria e servute a ttiempo (temperatura) ‘e stanza pe magnà.
Mangia Napoli, bbona salute!
Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!
Raffaele Bracale
chello ca serve pe sseje perzone
600 gramme ‘e don ciccille ‘ncruvattate,
300 gramme ‘e ricotta rumana,
150 gramme ‘e pancetta affemmecata a varriglie (cm. 5 pe 2 pe 1),
2 bustine ‘e safrone,
‘nu bicchiere d’uoglio dunciglio,
‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata fina fina,
sale duppio ‘na vrancata
sale fino e ppepe niro mmacenato a ffrisco q.n.s.
comme se fa:
Dinto a ‘na prupurziunata tiella a sponne aute ricà ll’uoglio e a ffuoco allero fà piglià culore ô ttrigliato ‘e cepolla; agnadirve ‘e varriglie ‘e pancetta affummecata e farle suassà pe cinche minute. Àrvere teniente teniente ‘e don ciccille ‘ncruvattate dinto a ‘na caurara cu abbunnante acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio) e, ‘na vota sculate, revacarle dint’â tiella ammiscannole a mmestiere pe farle ‘nzapurí a ffuoco miccio; e ssempe a ffuoco miccio agnadí ‘a ricotta dellajata cu ‘nu cuppeniello d’acqua ‘e cuttura d’ ‘a pasta e cu ‘e ddoje bustine ‘e safrone;ammiscà e ‘mpiattà cumpletanno ‘e piatte cu abbunnante pepe niro mmacenato a ffrisco.Serví caude ‘e fuculare. Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria e servute a ttiempo (temperatura) ‘e stanza pe magnà.
Mangia Napoli, bbona salute!
Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!
Raffaele Bracale
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