giovedì 29 marzo 2012

VARIE 1692

1.SI 'A FATICA FOSSE BBONA, 'A FACESSERO 'E PRIEVETE.
Se il lavoro fosse una cosa buona lo farebbero i preti(che per solito non fanno niente). Nella considerazione popolare il ministero sacerdotale è ritenuto infatti cosa che non implica lavoro.
2.AVIMMO CASSATO N' ATU RIGO 'A SOTT' Ô SUNETTO.
Letteralmente: Abbiamo cancellato un altro verso dal sonetto, che - nella sua forma classica - conta appena 14 versi. Cioè: abbiamo ulteriormernte diminuito le nostre già esigue pretese. La frase è usata con senso di disappunto tutte le volte che mutano in peggio situazioni di per sè non abbondanti...
3.È GGHIUTO 'O CASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA.
È finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo.

4.HÊ FATTO MARENNA A SARACHIELLE.
Cioè: Ài fatto merenda con piccole salacche affumicate – riferito a quelle situazioni incresciose in cui qualcuno in luogo di avere un congruo, atteso ritorno del proprio solerte operare si è dovuto accontentare di ben poca cosa; in effetti una merenda (quale pranzo da asporto) che fosse costituita da un po’ di pane con qualche filetto di salacca affumicata anche se accompagnati da anelli di cipolla ed irrorati d’olio d’oliva e.v.p. s. a f. sarebbe veramente una povera cosa; sarachielle s.vo m.le pl. di sarachiello che è il diminutivo maschilizzato (per significare la contenutezza dell’oggetto di riferimento: in napoletano infatti un oggetto che sia femminile diventa maschile se diminuisce di dimensione (cfr. ad es.: cucchiaro (piú piccolo) e cucchiara (piú grande) carretto (piú piccolo) e carretta (piú grande) tina (piú grande) e tino( piú piccolo) carretta (piú grande) e carretto ( piú piccolo);fanno eccezione caccavo (piú grande) e caccavella ( piú piccola) e tiano (piú grande) e tiana( piú piccolo)), dicevo che sarachiello è il diminutivo (vedi i suff. i+ ello maschilizzato di sàraca= salacca, aringa affumicata; la voce sàraca etimologicamente è da collegarsi ad un tardo greco sàrax (all’acc.vo sàraka) che trova riscontri anche nel calabrese sàrica e nel salentino zàrica.
5.FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO.
Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente...
6.SO' GGHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO
Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:i preti erano costretti a giocare indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco...
7.NUN VULÉ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ...
Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità, come certi operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro scuoiatura.


8.PURTA'E FIERRE A SANT' ALOJA.
Recare i ferri a Sant'Eligio. Alla chiesa di sant'Eligio i vetturini da nolo solevano portare, per ringraziamento, i ferri dismessi dei cavalli ormai fuori servizio.Per traslato l'espressione si usa con riferimento furbesco agli uomini che per raggiunti limiti di età, non possono piú permettersi divagazioni sessuali...Di costoro su dice che ànnu pusato ‘e fierre
9.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE.
Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo
10.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E GGHÍ A SFOTTERE Ô BARBIERE
Non aver peli in volto e infastidire il barbiere – Détto di chi arrogante e presuntuoso mancando degli elementi essenziali per far alcunchè si erge ad ipercritico e spaccone.
11.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO.
Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...).
12.FARSE 'NU PURPETIELLO.
Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua.
13.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO.
Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela quasi calzando scarpe da palombaro.
14.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA.
Avere la(cattiva) sorte di Maria di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla sua morte di costui (1414) dalla di lui sorella Giovanna II succedutagli sul trono.
15.JÍ Ô BATTESIMO, SENZA CRIATURA.
Recarsi a battezzare un bimbo senza portarlo... - Cioè comportarsi in maniera decisamente errata, mettendosi nella situazione massimamente avversa all'opera che si vorrebbe intraprendere.
Brak

VARIE 1691

1. 'A CARCIOFFOLA S'AMMONNA A 'NA FRONNA Â VOTA.
Letteralmente: il carciofo va mondato brattea a brattea. Id est: le cose vanno fatte con calma e pazienza, se si vogliono ottenere risultati certi bisogna procedere lentamente e con giudizio.
2. ACQUA SANTA E TTERRA SANTA, PURE LOTA FANNO.
Letteralmente: acqua santa e terra santa pure fango fanno. Id est: l'unione di due cose di per sè buone, non è detto che non possano produrre effetti spiacevoli. Lo si dice con riferimento alla società di due individui che, presi singolarmente, mai farebbero sospettare esser capaci di produrre danno e che invece, uniti, producono grave nocumento ai terzi.
3. CHI SE METTE PAURA, NUN SE COCCA CU 'E FFEMMENE BBELLE.
Letteralmente: chi à paura, non va a letto con le donne belle. È l'icastica trasposizione dell'algido toscano: chi non risica, non rosica. Nel napoletano è messo in relazione il comportamento coraggioso, con la possibilità di attingere la bellezza muliebre, che rappresenta un gran bel rosicchiare.
4. ESSERE 'O RRE CUMMANNA A SCOPPOLE.
Letteralmente. essere il re comanda a scappellotti. Cosí è detto chi voglia comandare o decretare maniere comportamentali altrui senza averne né l'autorità certificata, né il carisma derivante da doti morali o conclamate esperienze, un essere insomma che potrebbe comandare giusto ai ragazzini, magari assestando loro qualche scappellotto, per essre ubbidito.
5. CCA SOTTO NUN CE CHIOVE!
Letteralmente: Qui sotto non ci piove. L'espressione, tassativamente accompagnata dal gesto dell' indice destro puntato contro il palmo rovesciato della mano sinistra, sta a significare che oramai la misura è colma e non si è piú disoposti a sopportare certe prese di posizioni o certi comportamenti soprattutto di certuni che sono adusi a voler comandare, impartire ordini et similia, non avendone né l'autorità, né il carisma; la locuzione è anche usata col significato di: son pronto a render pane per focaccia , nei confronti di chi à negato un favore, avendolo invece reiteratamente promesso.
6. 'A CERA SE STRUJE E 'A PRUCESSIONA NUN CAMMINA.
Letteralmente: le candele si consumano, e la processione non cammina. La locuzione viene usata, soprattutto nei confronti degli abulici o inetti quando si voglia con dispetto sottolineare una situazione nella quale, invece di affrontare concretamente i problemi, ci si impelaga in discussioni oziose, vani cavilli e dispersive chiacchiere che non portano a nulla di concreto.

7. SULO ‘A MORTE È CCERTA, POTUTTO PO’ ESSERE, FORA CA LL'OMMO PRIÉNO.
Solo l’evenienza della morte è un fatto certo, poi tutto può essere, fuorchè l'uomo incinto. Ciò è ancóra vero anche se l'alchimie della moderna scienza non ci permette di essere sicuri né dell’ineluttabilità della morte, né del fatto che l’uomo possa restare incinto... La locuzione viene usata per sottolineare che non ci si deve meravigliare di nulla, essendo, nella visione popolare della vita, oltre la morte solo una cosa impossibile.
8. ABBIÀRSE A CCURALLE.
Letteralmente: avviarsi verso i coralli. Id est: Anticiparsi, muovere rapidamente e prima degli altri verso qualcosa. Segnatamente lo si dice delle donne violate ed incinte che devono affrettare le nozze. La locuzione nasce nell'ambito dei pescatori torresi (Torre del Greco -NA ), che al momento di mettersi in mare lasciavano che per primi partissero coloro che andavano alla pesca del corallo.
9. AGGIU VISTO 'A MORTE CU LL' UOCCHIE.
Letteralmente: Ò veduto la morte con gli occhi. Con questa locuzione tautologica si esprime chi voglia evidenziare di aver corso un serio pericolo o rischio mortale tale da portarlo ad un passo dalla morte e di esserne fortunatamente restato indenne.
10. VULÉ PISCIÀ E GGHÍ 'NCARROZZA/VULé FóTTERE E SBATTERE ‘E MMANE. Letteralmente: voler mingere e al tempo stesso andare in carrozza Id est: pretendere di voler conseguire due risultati utili, ma incompatibili fra di essi.Per mingere bisogna necessariamente smontar di carrozza.Altrove con identico significato si dice: Vulé fottere e sbattere ‘e mmane. Td est: voler coire sbattendo le mani cosa impossibile soprattutto per l’uomo nella posizione détta del missionario.
Piscià = míngere, orinare; quanto all’etimo dal t. lat. pi(ti)ssare→pisciare;
gghí = andare; forma collaterale di jí che è dal lat. ire. fottere/ffottere = 1coire, congiungersi carnalmente possedere sessualmente; (assol.) avere rapporti sessuali | va' a farti fottere!, lo stesso che 'va' all'inferno, al diavolo'

11. VE DICO 'NA BUSCÍA.
Vi dico una bugia. È il modo sbrigativo e piuttosto ipocrita di liberarsi dall'incombenza di dare una risposta, quando non si voglia prender posizione in ordine al richiesto e allora si avverte l'interlocutore di non continuare a chiedere perché la risposta potrebbe essere una fandonia, una bugia...
12. FÀ 'O FRANCESE.
Letteralmente: fare il francese, id est: mostrare, dare a vedere o - meglio - fingere di non comprendere, di non capire quanto vien detto, allo scoperto scopo di non dare risposte, specie trattandosi di impegnative richieste o ordini perentorii. È l'equivalente dell'italiano: fare l'indiano, espressione che, storicamente, a Napoli non si comprende, non avendo i napoletani avuto nulla a che spartire con gli indiani, sia d'India che d' America, mentre ànno subíto una dominazione francese ed ànno avuto a che fare con gente d'oltralpe.
13. 'O PESCE FÈTE DÂ CAPA.
Letteralmente: Il pesce puzza dalla testa. Id est: il cattivo esempio viene dall'alto, gli errori maggiori vengon commessi dai capi. Per cui: ove necessario, se si vogliono raddrizzare le cose, bisogna cominciare a prender provvedimenti innanzi tutto contro i comandanti.
14. 'O PURPO S' À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA.
Letteralmente: il polpo va fatto cuocere con la sola acqua di cui è pieno. La locuzione si usa quando si voglia commentare l'inutilità degli ammonimenti, dei consigli et similia, che non vengono accolti perché il loro destinatario, è di dura cervice e non intende collaborare a recepire moniti e o consigli che allora verranno da lui accolti quando il soggetto si sarà autoconvinto della opportunità di accoglierli.
15. ACQUA 'A 'NNANZE E VVIENTO 'A RETO...
Letteralmente: Acqua da davanti e vento da dietro. È il malevolo augurio con cui viene congedato una persona importuna e fastidiosa cui viene indirizzato l'augurio di essere attinto di faccia da un violento temporale e di spalle da un impetuoso vento che lo spingano il piú lontano possibile.
16. ABBUFFÀ 'A GUALLERA.
Letteralmente: gonfiare l'ernia. Id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno al punto di procurargli una metaforica enfiagione di un'ipotetica ernia. Si consideri però che in napoletano con il termine "guallera" si indica oltre che l'ernia anche il sacco scrotale, ed è ad esso che con ogni probabilità fa riferimento questa locuzione.
17. QUANNO 'A FEMMENA VO’ FILÀ, LL'ABBASTA 'NU SPRUOCCOLO.
Letteralmente: quando una donna vuol filare le basta uno stecco - non à bisogno di aspo o di fuso.Id est: la donna che vuole raggiungere uno scopo, una donna che voglia qualcosa, è pronta ad usare tutti i mezzi pur di centrare l'obbiettivo, non si ferma cioè davanti a nulla...
18. TENÉ 'E GGHIORDE.
Letteralmente: essere affetto da giarda, malattia che colpisce giunture ed estremità di taluni animali; le parti colpite si gonfiano impedendo una corretta andatura. La locuzione è usata nei confronti di chi appare pigro, indolente e scansafatiche quasi avesse difficoltà motorie causate da enfiagione delle gambe che appaiono come contratte ed attanagliate da nodi. In turco, con il termine jord si indica il tipico doppio nodo dei tappeti - da jord a gghiorde il passo è breve.
Brak

VARIE 1690

1.Aizà ‘a mano
Ad litteram: sollevare la mano; id est: perdonare, assolvere
L’ espressione, che viene usata quando si voglia fare intendere che si è proclivi al perdono soprattutto di piccole mende, ricorda il gesto del sacerdote che al momento di assolvere i peccati , alza la mano per benedire e mandar perdonato il penitente pentito.

2. Ô tiempo ‘e Pappacone.
Ad litteram: Al tempo di Pappacoda Espressione usata a Napoli per dire che ciò di cui si sta parlando risale ad un tempo antichissimo, di cui si è quasi perso memoria e - tutto sommato - non vale la pena ricordarsene in quanto si tratterebbe di cose impossibili da riprodurre o riproporre; La parola Pappacone è - come già ricordato - corruzione del termine Pappacoda, antichissima e nobile famiglia napoletana che à lasciato sue numerose ed artistiche vestigia in parecchie strade di Napoli.E ciò valga a smentire l’inesatta affermazione di taluni sprovveduti di storia patria che ritengono (chiaramente a torto) che il Pappacone dell’espressione sia un adattamento del nome Pappagone, maschera teatrale, piuttosto recente (1966), creazione del famosissimo Peppino De Filippo(Napoli, 24 agosto 1903 –† Roma, 26 gennaio 1980). Essendo l’espressione in esame molto piú datata rispetto alla creazione del De Filippo se ne evince che non vi sia alcun collegamento se non una semplice assonanza tra Pappagone e Pappacone.
3. Ô tiempo d’’e cazune a teròcciole.
Ad litteram: Al tempo dei calzoni con le carrucole. Espressione analoga alla precedente , espressione con la quale si vuol significare che si sta richiamando alla memoria tempi lontani, anzi remoti quali quelli in cui le braghe erano sorrette da grosse bretelle di cuoio, regolate da piccole carrucole metalliche.
4. Arricurdarse ‘o cippo a Furcella, ‘a lava d’’e Virgene, ‘o catafarco ô Pennino, ‘o mare ô Cerriglio.
Ad litteram: Rammentarsi del pioppo a Forcella, della lava dei Vergini, del catafalco al Pendino e del mare al Cerriglio.
L’espressione viene pronunciata a caustico commento delle parole di qualcuno che continui a rammentare/rsi cose o luoghi o avvenimenti ormai remotissimi quali, nella fattispecie, i pioppi esistenti alla fine di via Forcella; per il vero la parola originaria dell’espressione era chiuppo ( id est: pioppo; chiuppo etimologicamente è da un lat. volg. *ploppu(m), per il class. populus; tipico il passaggio in napoletano PL→CHI) parola poi corrotta in cippo e cosí mantenuta nella tradizione orale della locuzione;in essa poi sono ricordati vari altri accadimenti , quali 1- ‘a lava d’’e Virgene(la lava in lingua napoletana, etimologicamente dal dal lat. labe(m) 'caduta, rovina', deriv. di labi 'scivolare' non indica solamente la massa fluida e incandescente costituita di minerali fusi, che fuoriesce dai vulcani in eruzione: colata di lava., ma anche un a copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua; ed è a quest’ultima che qui si fa riferimento (con l’espressione ‘a lava d’’e Virgene si intende infatti quel tumultuoso torrente di acqua piovana che a Napoli fino agli inizi degli anni ’60 del 1900, quando furono finalmente adeguatamente sistemate le fogne cittadine, si precipitava dalla collina di Capodimonte sulla sottostante via dei Vergini (cosí chiamata perché nella zona esisteva un monastero di Verginisti antica congregazione religiosa di predicatori) e percorrendo di gran carriera la via Foria si adagiava, placandosi, in piazza Carlo III, trasportando seco masserizie,ceste di frutta e verdura e tutto ciò che capitasse lungo il suo precipitoso percorso),2 - ‘o catafarco al Pendino (id est: il grosso altare che veniva eretto nella centrale zona del Pendino, altare eretto per le celebrazioni della festa, ormai desueta, del Corpus Domini; in primis la parola catafarco (di etimo incerto, ma con molta probabilità derivata da un connubio greco ed arabo: greco katà =sopra –arabo falah= rialzo) indica il palco, l’alta castellana ( anche cosí in napoletano, con derivazione da un antico castellame, si indica il catafalco su cui veniva un tempo, al centro della chiesa, sistemata la bara durante i funerali solenni; qui è usato per traslato ad indicare un altare molto imponente), infine: 3 - ‘o mare al Cerriglio (cioè quando il mare lambiva la zona del Cerriglio, zona prossima al porto, nella quale era ubicato il Sedile di Porto, uno dei tanti comprensorî amministrativi in cui, in periodo viceregnale, era divisa la città di Napoli; nella medesima zona del Cerriglio esistette (1600 circa) una antica bettola o osteria , peraltro frequentata da ogni tipo di avventori dai nobili (che vi venivano a provare l’ebrezza dell’ incontro con il popolino), ai plebei (che per pochi soldi vi si sfamavano), agli artisti (in cerca di ispirazione) alle prostitute (in cerca di clienti); abituale frequentatore di questa bettola pare fosse, durante il suo soggiorno partenopeo, il Caravaggio(Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio Caravaggio o Milano, 1571 † Porto Ercole (Monte Argentario), 18 luglio 1610) . sulla porta di detta bettola erano riportati i seguenti popolareschi versi epicurei se non edonistici:
Magnammo, amice mieje, e po' vevimmo
nfino ca stace ll'uoglio a la lucerna:
Chi sa’ si all'auto munno nce vedimmo!
Chi sa’ si all'auto munno nc'è taverna!
stace = ci sta; il ce dal lat. volg. *hicce, per il class. hic 'qui'in posizione enclitica corrisponde, svolgendone le medesime funzioni, all’italiano ci che è pron. pers. di prima pers. pl. atono; in presenza delle particelle pron. atone lo, la, li, le e della particella ne, viene sostituito da ce: ce lo disse, mandatecelo; che ce ne importa?; in gruppo con altri pron. pers., si prepone a si e se: ci si ragiona bene; non ci se ne accorge (pop. la posposizione: si ci mette); si pospone a mi, ti, gli, le, vi: ti ci affidiamo (piú com.: ci affidiamo a te)]; vale pure noi ( e si usa come compl. ogg., in posizione sia proclitica sia enclitica);
lucerna = lampada portatile ad olio o petrolio e qui, per traslato vita etimologicamente derivata da un tardo latino lucerna(m), forse deriv. di lux lucis 'luce', o piú probabilmente deverbale di luceo con il suffisso di appartenenza ernus/a;
taverna = bettola, osteria di infimo ordine; etimologicamente dal latino taberna(m) che significò bottega ed osteria ed è in quest’ultimo significato che la voce fu accolta,con tipica alternanza partenopea di B/V, nella lingua napoletana che per il significato di bottega preferí ricorrere, come vedemmo alibi, al greco apoteca donde trasse puteca.

5. Acrus est e te ll’hê ‘a vevere
Ad litteram : è acre, ma devi berlo
La locuzione è tipico esempio di frammistione tra un tardo latino improbabile ed un vernacolo pieno.
Cosí a Napoli si suole ripetere a chi non si voglia convincere della ineluttabilità di talune situazioni cui bisogna soggiacere, stante una forza maggiore. Narro qui di seguito la storiella donde prese vita la locuzione in epigrafe. Un anziano curato era in urto col proprio dispettoso sacrestano che sostituí il vino per la celebrazione della Messa con un acre aceto. Allorché il curato portò alle labbra il calice contenente l’aceto, se ne dolse con il sacrista dicendo: “Acrus est!” ed il dispettoso sacrestano di rimando : “te ll’hê ‘a vevere!” (Devi berlo Non puoi esimerti.)
il curato, minacciandolo:” Dopo la messa t’aspetto in sacrestia...”
il sacrista, concluse:” Hê ‘a vedé si me truove!” (Probabilmente non mi troverai...)
Oggi la locuzione non à bisogno di due interlocutori; viene pronunciata anche da uno solo, da chi tenti di convincere qualcun altro che debba soggiacere agli eventi e non se ne possa esimere.
6. Ammacca e ssala, aulive ‘e Gaeta!
Ad litteram: Comprimi e sala, ulive di Gaeta Locuzione che nel richiamare il modo sbrigativo di conservare in apposite botticelle le ulive coltivate in quel di Gaeta,viene usata per redarguire e salacemente commentare tutte quelle azioni compiute in modo eccessivamente sbrigativo e perciò raffazzonato, senza porvi soverchia attenzione.
7. “ A llu frijere siente ll’addore” - “A llu cagno, siente ‘o chianto”
Ad litteram: “Al momento di friggere, avvertirai il (vero) odore” - “Al momento di cambiarli, piangerai.”
Locuzione che riproponendo un veloce scambio di battute intercorse tra un venditore ed un compratore, viene usata quando si voglia far comprendere a qualcuno di non tentare di fare il furbo in una contrattazione usando metodi truffaldini,perché correrebbe il rischio d’esser ripagato allo stesso modo.
Un anziano curato, recatosi al mercato ad acquistare del pesce, si vide servito con merce non fresca, anzi quasi putrescente; accortosi della faccenda, ripagò il pescivendolo con moneta falsa, ma nell’allontanarsi sentí il pescivendolo che si gloriava di averlo gabbato e a mo’ di dileggio gli rivolgeva la prima frase della locuzione in epigrafe; e il curato, prontamente, gli rispose con la seconda frase.
8. Addó arrivammo, llà mettimmo ‘o spruoccolo
Ad litteram: Dove giungiamo là poniamo uno stecco. La locuzione è usata sia a mo’ di divertito commento di un’azione iniziata e non compiuta del tutto, sia per rassicurare qualcuno timoroso dell’intraprendere un quid ritenuto troppo gravoso da conseguirsi in tempi brevi; ebbene in tal caso gli si potrebbe dire:” Non temere: non dobbiamo fare tutto in un’unica soluzione; Noi cominciamo l’opera e la proseguiamo fino al momento che le forze ci sorreggono; giunti a quel punto, vi poniamo un metaforico stecco, segno da cui riprendere l’operazione per portarla successivamente a compimento.”
Spruoccolo s.m. = stecco, bastoncino, piccolo pezzo di legno di taglio irregolare dal b.lat. (e)xperoccolo←pedunculu(m) con sincope d’avvio, assimilazione regressiva nc→cc, dittongazione della ŏ→uo, nonché rotacizzazione osco mediterranea d→r.

brak

VERMICELLI SPIRITOSI

VERMICELLI SPIRITOSI


Dosi per 6 persone
6 etti di vermicelli,
1 bicchiere di olio d'oliva e.v.p. s. a f.,
due spicchi d'aglio (senza camicia, tritati finissimi)
un ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finissimo,
6 acciughe dissalate e diliscate o pari peso di filetti di acciughe sott’olio,
6 cucchiai di pan grattato abbrustolito
la buccia grattugiata d’un limone e di un’arancia sorrentini,
il succo dei medesimi,
sale fino q.s.
sale doppio (un pugno),
pepe nero macinato a fresco q.s.

Procedimento
In un padellino versare mezzo bicchiere d’olio ed a fiamma sostenuta farvi dorare un aglio senza camicia, tritato finemente; eliminare l’aglio e versare il pan grattato e tenervelo a fiamma sostenuta per cinque minuti facendolo dorare alla fine aggiungere un po’ di sale e la buccia grattugiata d’un limone non trattato mista a quella di un’arancia sorrentina; a seguire in un'ampia padella versare l'olio e l'aglio tritato sottilmente residui; fare imbiondire l'aglio a fuoco vivace ed aggiungere al soffritto le acciughe, schiacciandole con la punta di un cucchiaio e badando bene che si disfino completamente fino a sciogliersi nell'olio;alla fine aggiungere il succo del limone e dell’arancia e far sobbollire per alcuni minuti; nel frattempo in una grossa pentola lessare in abbondantissima acqua salata (circa 8 litri con il pugno di sale doppio) la pasta tenendola molto al dente; a cottura avvenuta versare la pasta nella padella con il sugo, aggiungere un mestolino di acqua di cottura, alzare la fiamma, aggiungere il misto di pan grattato e di buccia grattugiata e rimestare accuratamente indi versare il tutto in una capace zuppiera di portata; aggiungere abbondante pepe nero macinato al momento ed una spruzzata di prezzemolo crudo tritato finemente; servire con un vino bianco (Ischia, Capri, Fiano, Falanghina) ben fresco di frigo, se è piatto unico o – se accompagnato da un secondo di carne - con un Corposo vino rosso campano (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute! e scialàteve
raffaele bracale

TUBETTI RIGATI CACIO ED UOVA

TUBETTI RIGATI CACIO ED UOVA

Ingredienti e dosi per 6 persone:
6 etti di tubetti rigati,
3 uova,
Un etto di sugna,
Un etto e mezzo di cacio pecorino grattugiato finemente,
un ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e titato finemente,
un pugno di sale grosso,
sale fino due pizzichi,
pepe decorticato macinato di fresco q.s.
Preparazione
Lessare la pasta in otto litri d’ acqua bollente salata(pugno di sale grosso);nel frattempo aprire le uova in una ciotola e sbatterle a ffondo con una forchetta addizionalte del sale fino e del decorticato macinato di fresco; fare scioglierea fuoco dolce in una padella di ferro nero la sugna, unirvi i tebetti lessati al dente e rimestare per un paio di minuti sempre a fuoco dolce;súbito dopo aggiungere le uova sbattute ed il cacio pecorino grattugiato finemente e continuare a rimestare fino a che le uova non risultino addensate; fuori del fuoco cospargere con il prezzemolo lavato, asciugato e titato finemente; impiattare e servire súbito in tavola.
Vini: secchi e profumati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, buona salute!
Raffaele Bracale

mercoledì 28 marzo 2012

-Il vocabolo napoletano RAMMAGGIO

-Il vocabolo napoletano RAMMAGGIO – significato ed etimologia.

Il termine rammaggio, rotacizzazione del più classico dammaggio, indica nell’idioma partenopeo il danno patito ed arrecato sia in senso materiale che morale.
Per ciò che attiene la sua etimologia, una superficiale ipotesi fa risalire il termine al francese dommage di identico significato E sarebbe ipotesi accettabile se il vocabolo appartenesse alla schiera di vocaboli mutuati dal francese durante la dominazione murattiana..., ma poiché la parola dammaggio esiste già nel Cortese, nello Sgruttendio e nel Basile - scrittori operanti alcuni secoli prima della dominazione indicata, ecco che l’ipotesi è da scartare e bisogna accettare quella che piú verosimilmente fa risalire il vocabolo ad un termine del latino parlato e cioè a damnajjum a sua volta derivante da damnum con il suffisso ajjo di carattere rustico di contro al classico aeus come avvenuto anche per scarafaggio - scarabeo. Nel termine damnajjum si è poi verificata la consueta assimilazione regressiva della enne con la antecedente emme e si è avuto dammaggio.Ed è questa l’ipotesi che storicamente è da ritenersi più vicina alla realtà, salvo prova contraria...Il vocabolo in epigrafe è presente nell’icastico proverbio: Cunziglio ‘e golpe, rammaggio ‘e galline! che ad litteram vale: Conciliabolo di volpi, rovina di galline! e per traslato (Ogni)riunione dei superiori,(è indizio di) calamità per gli inferiori!
golpe s.vo f.le pl. del sg. golpa = 1volpe, mammifero carnivoro, comune in Italia nelle zone boscose, con corpo snello, muso aguzzo, orecchie grandi e diritte, gambe piuttosto corte, lunga coda folta, pelliccia pregiata; è tradizionalmente considerata simbolo dell'astuzia (fam. Canidi) | far come la volpe con l'uva (fig.), si dice di chi disprezza ciò che vorrebbe avere, per il solo fatto che non può ottenerlo (con riferimento alla nota favola di Esopo).
2 la pelliccia di tale animale: un collo di volpe argentata
3 (fig.) persona molto astuta; voce dal lat. vulpe(m)→golpa con tipica alternanza v/g o g/v come in gallo→vallo – gunnella→vunnella – gallina→vallina.

brak

SCIACCÀ E MMERECÀ & ALTRO

SCIACCÀ E MMERECÀ & ALTRO
Questa volta per contentar l’amica d’ Oltralpe Maria F. (di cui per motivi di riservatezza indico solo l’iniziale del cognome, peraltro dettasi molto soddisfatta di quanto, su suo invito, scrissi alibi circa alcune vecchie e desuete voci partenopee ) per contentar, dicevo, l’amica Maria F. che me ne à richiesto,cercherò di illustrare le seguenti espressioni napoletane che sino ad oggi mancano nelle mie paginette.

1)« sciaccà e mmerecà »
Ad litteram : Contundere e medicare è il modo partenopeo di rendere il concetto del bastone e della carota.
Si trattò originariamente di un antiquato sistema educativo usato sia in talune case di correzione e/o riformatori minorili, sia in ospedali per la cura dei folli, consistente nell’alternare nei confronti del corrigendo o del matto le maniere forti con quelle dolci, le punizioni (spesso corporali) con blandizie riparative, adottando la medesima tecnica usata con le bestie (cavalli, asini, muli) cui alternativamente vengono percossi o gratificati con l’offerta di carote perché lavorino cosí come sperato.
Modernamente l’espressione è usata quando si voglia sottolineare il comportamento egoistico, ma fruttuoso di chi non avendo argomenti piú convincenti o validi per ottenere ciò che desidera, con parole e/o atti si rivolge al contraente alternativamente maltrattandolo prima ed adulandolo poi pur di giungere al proprio fine utilitaristico.La medesima espressione è usata a commento dei metodi educativi di taluni genitori che per indirizzare i propri restî figlioli son usi alternativamente ad umiliarli, frustrarli, avvilirli o punirli e poi a gratificarli.
sciaccà voce verbale infinito apocopato di
sciaccare
in primis 1fiaccare, ferire, contundere
per estensione 2 punire, umiliare, frustrare, avvilire ;
etimologicamente dal lat. flaccare con tipico adattamento partenopeo in sci del gruppo latino fl seguíto da vocale (cfr. flu-men→sciummo – fla-tus→sciato - flos→sciore – fla-cces→scioccele etc.)
mmerecà voce verbale infinito apocopato di
mmerecare
in primis 1medicare, curare, alleviare
per estensione 2 mitigare, lenire, addolcire,blandire attenuare, calmare.
etimologicamente dal lat. medicare, deriv. di medicus 'medico' con raddoppiamento espressivo della consonante bilabiale nasale (m) e rotacizzazione osco-mediterranea dell’ occlusiva dentale sonora (d).
2)« chi troppo ‘a tira ‘a spezza »
Ad litteram : Chi troppo tira (la corda), la spezza Èil modo partenopeo di rendere il concetto della necessità di non eccedere in qualsivoglia comportamento che non sia comunemente accettato o gradito ; è altresí il consiglio a tenere un atteggiamento non eccessivamente pretenzioso e/o esigente, incontentabile atteso che chi tiri troppo una metaforica corda corre il rischio di spezzarla cioè, fuor di metafora chi pretenda troppo da un ipotetico contraente, o anche amico, sodale o figliuolo, alunno corre il rischio che costui, vessato dalle richieste o dall’atteggiamento duro, sgradevole e fastidioso, soprattutto quando questo sia chiaramente provocatorio in quanto fondato su menzogne o accadimenti non veri, rompa ogni rapporto d’affari o d’affetti. L’espressione nacque dall’osservazione del lavoro dei cordari che (quando ancóra non v'erano le macchine ed i robot che fanno di tutto, e taluni mestieri venivano fatti da operai ed esclusivamente a mano)solevano fissare con i chiodi ad un asse di legno i capi delle corde da produrre e poi procedendo come i gamberi le intrecciavano ad arte e per saggiarne la consistenza usavano tirarle con ripetuti strattoni, correndo il rischio di spezzarei canapi che intrecciati formavano la fune/corda.
chi pron. rel. invar. [solo sing. ; ant. anche pl.]
1 colui il quale, colei la quale (con valore dimostrativo-relativo; usato sia come sogg. sia come compl.): chi à fatto chesto à fatto bbuono(chi à fatto ciò à fatto bene; aggiu truvato chi me po’ ajutà(ò trovato chi mi può aiutare); dallo a cchi vuó,nun pigliartela cu cchi nun ne tène corpa(dallo a chi vuoi; non prendertela con chi non ne à colpa)
2 uno il quale, una la quale; qualcuno che, qualcuna che (con valore indefinito-relativo): ce sta chi dice ca nun ce se fidà d’isso; nun trova chi ‘o po’ aiutà; nun ce sta chi ‘o crere ; po’ gghirce chi vo’ (c'è chi dice che non ci si possa fidare di lui; non trova chi lo possa aiutare; non c'è chi gli creda; può andarci chi vuole), chiunque | con sfumatura ipotetica o condizionale: chi me vo’ bbene me vène appriesso; chistu prubblema,pe cchi ce penza ‘a coppa ‘nu poco, nun è difficultuso (chi mi ama mi segua; questo problema, per chi ci rifletta un po', non è difficile)
3 (ant.) cui (con valore di semplice relativo, sempre preceduto da prep.)
||| pron. indef. invar. uno, qualcuno, alcuni (oggi usato solo nel costrutto relativo chi... chi 'l'uno... l'altro', 'alcuni... altri'): chi diceva ‘na cosa, chi (ne diceva) n'ata (chi diceva una cosa, chi (ne diceva) un'altra)
||| pron. interr. invar. quale persona, quali persone (usato sia come sogg. sia come compl.; può essere rafforzato con mai): chi à sunato â porta?; chi so’ chelli ssignore?; (chi à sonato alla porta?; chi sono quelle signore?; chi sarrà maje?; cu chi parlava?(chi sarà mai?; con chi parlava?);
troppo
A)avv.come nel caso che ci occupa
1 eccessivamente; piú del dovuto, del conveniente: à faticato troppo; hê parlato troppo; nun fà troppo tarde; ‘sta bbirra è troppo fredda; troppo gentile!, troppo bbuono!, (à lavorato troppo; ài parlato troppo; non far troppo tardi; questa birra è troppo fredda; troppo gentile!, troppo buono!), come espressioni di cortesia | rafforzato da pure(anche, fin), , piú di quanto sarebbe bene, necessario o opportuno: è ppure troppo scetato; sî ppure troppo ‘ntelliggente (è anche troppo sveglio; sei fin troppointelligente)| esprimendo il termine rispetto al quale qualcosa si ritiene eccessiva:è ttroppo malezziuso pe puterlo ‘mbruglià (è troppo furbo perché lo si possa imbrogliare); costa troppo poco p’essere overo(costa troppo poco per essere autentico) | ‘e troppo (di troppo), in piú, in eccesso, piú del dovuto o del necessario: ce ne stanno ddiec e ‘e troppo(ce ne sono dieci di troppo); à vippeto quacche bbicchiere ‘e troppo(à bevuto qualche bicchiere di troppo); uno ‘e nuje è de troppo(uno di noi due è di troppo) | pur troppo(pur troppo), per esprimere rammarico, piú comune nella grafia purtroppo || Nell'uso ant. o pop. si trova talora accordato nel genere col termine al quale si riferisce: primma ca arapessero accumminciaje a tuzzulià â porta cu troppi bbòtte(prima che aprissero cominciò a percuoter la porta con troppi colpi) 2 con valore simile a molto, assai, senza l'idea di eccesso: ‘o ssaje troppo bbuono ch’aggio raggione!(Sai troppo bene che ò ragione!); | nun troppo(non troppo), piuttosto poco: nun me sento troppo buono (non mi sento troppo bene);

B)agg.vo indef.
1 indica quantità o numero eccessivo: ce sta troppu trafeco; faceva troppo caudo; aggiu magnato mangiato troppi ppaste; chesta frutta è troppa pe mme; (c'è troppo traffico; faceva troppo caldo; ho mangiato troppi dolci; questa frutta è troppa per me);
2 col valore di molto, senza l'idea di eccesso;
C)pron. indef.
1 quantità eccessiva di qualcosa: i’ aggiu víppeto pocu vino e tu troppo; Ne vuó ancòra?" "Sí, ma nun troppo" (io ho bevuto poco vino e tu troppo; Ne vuoi ancóra?" "Sí, ma non troppo") | in espressioni ellittiche: vide ‘e nun spennere troppo(vedi di non spendere troppo), di denaro; magnà troppo (mangiare troppo), di cibo; tengo ancòra troppo ‘a fà(ò ancóra troppo da fare), troppo lavoro, troppe cose; hê ditto pure troppo(ài detto anche troppo), troppe cose
2 pl. troppe persone: troppe lle credono ancòra(troppi gli credono ancóra);

D) s.vo m.le cosa eccessiva e superflua, che sarebbe meglio eliminare o ridurre; usato per lo piú in frasi proverbiali: ‘o ttroppo struppeja; ll'assaje avasta e ‘o troppo guasta; tanto è ‘o ttroppo quanto ‘o troppo poco; il troppo stroppia; l'assai basta e il troppo guasta; tanto è il troppo quanto il troppo poco;
voce dal francone throp 'mucchio, branco, quantità'; cfr. truppa
tira = tira voce verbale 3ªpers. sg. ind. pres. dell’infinito tirà = tirare,trainare, trascinare; rimorchiare; (a sé) accostare, avvicinare, lanciare, scagliare, gettare, buttare voce dal lat. volg. *tirare, alterazione del class. trahere 'trarre';
spezza = tira voce verbale 3ªpers. sg. ind. pres. dell’infinito spezzà = 1 spezzare, frantumare, spaccare, fracassare, fratturare (un osso)
2 (estens.) interrompere, sospendere.voce denominale del lat. volg. *pettia(m), di origine celtica con prostesi della tipica fricativa dentale (s) distrattiva napoletana.
A margine di questa espressione ne rammento un’altra che chiama direttamente in causa i cordai:
Fà comme ê funare.
Agire come i fabbricanti di corde. Id est: non fare alcun progresso né nello studio, né nell'apprendimento di un mestiere. Come ò già détto, quando ancora non v'erano le macchine ed i robot che fanno di tutto, c'erano taluni mestieri che venivano fatti da operai ed esclusivamente a mano. Nella fattispecie i cordari solevano fissare con i chiodi ad un asse di legno i capi delle corde da produrre e poi procedendo come i gamberi le intrecciavano ad arte. La locuzione prende in considerazione non i risultati raggiunti ma solo il modo di procedere tenuto dai cordari.
3)« ‘e miereche t’accireno e nun te pavano »
Ad litteram : i medici ti uccidono, ma non ti pagano Id est : i medici possono (con la loro imperizia, approssimazione e mancanza di applicazione e/o studio) procurare dànni anche estremi ai loro pazienti, ma poi – per una sorta di tacita impunibilità – non rispondono mai delle loro azioni ; cosí almeno accadeva un po’ di tempo fa ; oggi i medici son chiamati a rispondere anche in sede penale oltre che civile del loro comportamento erroneo, anche se il paziente vittima o i suoi eredi son costretti a lunghe e perigliose liti giudiziarie che però spesso sfociano in un nulla di fatto o per la magnanimità dei collegi giudicanti schierati sempre con il professionista o per l’omertà della classe medica che chiamata a testimoniare o a dare un parere tecnico fa quadrato con il proprio collega iscritto all’albo professionale.
L’espressione viene usata in senso estensivo anche nei confronti di qualsiasi altra classe professionale (magistrati, avvocati,infermieri, ma anche artigiani etc. ) che chiamati a rispondere del loro operato si dan manforte, sostegno, aiuto, appoggio vicendevole in dànno di chi abbia subíto la loro erronea azione.
miereche s.vo pl. del sg. miedeco/miereco medico voce nel napoletano intesa sia riferita a uomo che a donna. dal lat. medicu(m), deriv. di medíri 'curare, soccorrere'
accireno = uccidono voce verbale (3ª pers. pl.) dell’ind. pres. dell’infinito accidere (dal lat. volg. *accidere,per il cl. occidere comp. di ob-→oc 'contro' e caedere 'tagliare, abbattere'; da notare nella coniugazione la rotacizzazione osco-mediterranea della d di accidere che s’alterna con la r ottenendo accirere;
pavano = pagano voce verbale (3ª pers. pl.) dell’ind. pres. dell’infinito pavà = pagare, retribuire, remunerare, stipendiare; liquidare, saldare, onorare (spec. un debito);ma anche come nel caso che ci occupa rimborsare, risarcire, ripagare; ( pavare/pavà è un adattamento attraverso un’alternanza g/v ( cfr gonnella→vunnella, golio→vulio, volpe→golpe etc.) di pagare derivato dal lat. pacare 'pacificare').
E qui penso di poter far punto, convinto, se non di avere esaurito l’argomento, di averne détto a sufficenza, accontentata l’amica d’Oltralpe ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori.
Raffaele Bracale