martedì 29 maggio 2012

VARIE 1867

1.Azzupparse 'o ppane. Letteralmente: inzuppar per sé il pane. Id est: provare gusto e compiacimento alle disavventure altrui di qualsiasi natura siano, commentandole con irritanti sottolineature, per modo che chi è in situazioni di disagio, avverta maggiormente quel disagio e se ne dolga invece di esser sollevato. A Napoli se ad azzupparse 'o ppane è una donna, costei viene definita femmena 'e niente, se lo fa un uomo, è definito senza mezzi termini: ommo 'e mmerda. 2.Essere 'o si' nisciuno. Letteralmente: essere il signor nessuno. Id est: essere del tutto sconosciuto, non valere niente, non contare un accidenti nella scala sociale, insomma un vero e proprio signor nessuno. Si noti che in napoletano il si’ non è l'apocope di zio, come spesso i male informati intendono,pronunciando erroneamente zi’. ma l'apocope di signor 3.Prumettere 'e certo, e vení meno 'e sicuro. Letteralmente: promettere con certezza e con medesima certezza disattendere al promesso. Lo si dice di chi fa le viste di promettere mari e monti e poi in pratica non tiene fede a nulla di quanto promesso. Tipico comportamento dei politici in campagna elettorale e dei ragazzi in prossimità delle festività. 4.Pigliarse 'nu passaggio. Letteralmente: prendersi un passaggio. Id est: protendere furtivamente le mani fino a sfiorare con le dita procaci e prominenti rotondità femminili, magari soffermandosi a palpeggiare le suddette rotondità. 5.Avàsciame 'o "ddonne" e aízame 'a mesata. Letteralmente: Diminuiscimi il "don" ed elevami la mercede. Id est: badiamo piú alla sostanza che alla forma. Cosí si esprime chi si veda malamente retribuito per le sue opere e in luogo di sonante danaro venga invece riempito di vuoti salamelecchi. 6.Chi te sape, t'arape. Chi ti conosce, ti può rapinare. Se subisci un furto i primi di cui sospettare son quelli che ti frequentano, giacché son loro che conoscono le tue abitudini e ciò che possiedi. 7.Trova cchiú ampressa 'a femmena 'na scusa, ca 'o sorice 'o purtuso. Letteralmente: Trova piú presto una donna una scusa, che un topo un buco (in cui infilarsi). Id est: la donna è grandemente menzognera per cui facilmente trova da scusarsi delle sue malefatte e lo fa in maniera cosí rapida da battere in velocità persino un topo che - si sa -è rapidissimo. 8.Grannezza 'e Ddio: era monaco e pure pisciava. Letteralmente: grandezza di Dio: era monaco eppure mingeva. La locuzione è usata per bollare chi fa le viste di meravigliarsi delle cose piú ovvie e naturali come qualcuno che si stupisse nel vedere un frate portare a compimento una sua funzione fisiologica. 9.'A soccia mano sta appesa dint' ê guantare. Letteralmente: la medesima mano sta appesa nei guantai. La locuzione viene usata per connotare chiunque sia avaro o eccessivamente parsimonioso al punto da non elargire mai un'elemosina o ,peggio ancora, al punto da non concorrere mai fattivamente, con elargizione di danaro, ad un'opera comunitaria. La mano della locuzione ricorda quellain origine enorme, poi a furia di stare esposta alle intemperie ratrappita, ed immobile che, a fini di pubblicità, era esposta a Napoli nel quartiere dei Guantai dove aprivano bottega numerosi fabbricanti di guanti. 10.'Stu ventariello ca tte t'arrecrea, a mme me va 'nculo! Letteralmente: quel venticello che ti soddisfa, frega me. Non sempre da un'identica situazione scaturisce un medesimo effetto per chiunque. Nella fattispecie, un soffio di vento che magari è piacevole per uno, può essere deleterio per un altro, che per esempio è cagionevole di salute. 11.Ll'aurienza ca dette 'o papa a 'e curnute. Letteralmente: l'udienza che il papa dette ai mariti traditi. Cosí viene definita un'istanza che venga disattesa completamente da parte del suo destinatario; ciò che venne allorché una accolita di mariti traditi si rivolse al pontefice affinchè autorizzasse lo scioglimento del loro matrimonio, ma il papa, opponendo la indissolubilità del vincolo matrimoniale quale sacramento della Chiesa, disattese completamente l'istanza. La locuzione è usata per sottolineare una situazione nella quale ci sia qualcuno che faccia orecchi da mercante... 12.'O perucchio è caduto dint' â farina. Letteralmente: il pidocchio è caduto nella farina. La locuzione viene usata per indicare coloro che a seguito di una calamità, o una guerra, si sono arricchiti e àn preso dimora nei luoghi piú chic della città e si danno l'aria di gran signori quasi fossero discendenti di antica, provata nobiltà, come un pidocchio che, caduto nella farina, si imbianca solo esteriormente pur restando, in sostanza, un vile insetto. 13.Paré 'o marchese d''o Mandracchio. Letteralmente: sembrare il marchese del Mandracchio. Id est: Tentare di darsi le arie di persona dabbene ed essere in realtà di tutt'altra pasta. La locuzione, che viene usata per bollare un personaggio volgare ed ignorante che si dia delle arie, millantando un migliore ascendente sociale di nascita, si incentra sul termine Mandracchio che non è il nome di una tenuta, ma indica solo la zona a ridosso del porto(dallo spagnolo mandrache: darsena)frequentata da marinai, facchini e scaricatori che non usavano di certo buone maniere ed il cui linguaggio non era certo forbito o corretto. 14.Ogni ccapa è 'nu tribbunale. Letteralmente: ogni testa è un tribunale. Id est: ognuno decide secondo il proprio metro di giudizio, ognuno è pronto ad emanar sentenze. 15.Ncarisce, fierro, ca tengo n'aco 'a vennere! Letteralmente: oh ferro, rincara ché ò un ago da vendere. È l'augurio che si autorivolge colui che à parva materia da offrire alla vendita e si augura che possa riceverne il maggior utile possibile. La locuzione è usata nei confronti di chi si lascia desiderare pur sapendo bene di non aver grosse capacità da conferire in qualsivoglia contrattazione. 16.Chianu chiano 'e ccoglio e senza pressa, 'e vvengo. Letteralmente: piano piano li raccolgo e senza affrettarmi li vendo. La locuzione sottolinea l'indolenza operativa di certuni, che non si affrettano mai nè nel loro incedere né nel portare a compimento alcunché. 17.Fà comme ê funare. Agire come i fabbricanti di corde. Id est: non fare alcun progresso né nello studio, né nell'apprendimento di un mestiere. Quando ancora non v'erano le macchine ed i robot che fanno di tutto, c'erano taluni mestieri che venivano fatti da operai ed esclusivamente a mano. Nella fattispecie i cordari solevano fissare con i chiodi ad un asse di legno i capi delle corde da produrre e poi procedendo come i gamberi le intrecciavano ad arte. La locuzione prende in considerazione non i risultati raggiunti ma solo il modo di procedere tenuto dai cordari 18. Dà zizza pe gghionta. Letteralmente: dar carne di mammella per aggiunta di derrata, un di piú generosamente concesso, ma trattandosi di vile mammella la concessione non è poi veramente positiva e tutta l'espressione è da intendere in senso ironico ed antifrastico equivalente ad accrescere un danno, conciar male qualcuno, cagionandogli ulteriori danni. 19.Ma addò t'abbíe senza 'mbrello? Letteralmente: Ma dove ti dirigi senza ombrello (se già piove?)? La domanda traduce sarcasticamente l'avvertimento di non affrontare qualsivoglia situazione se non si è preparati e pronti, armati cioè oltre che della buona volontà, degli strumenti atti alla bisogna e a farti da scudo ove ne occorra il caso. 20.Meglio essere cap' 'alice ca coda 'e cefaro. Letteralmente: meglio (esser) testa di alice che coda di cefalo. Id est: meglio comandare, esser primo sia pure in un ristretto consesso, che ultimo in un'imponente accolta. 21.Se pigliano cchiú mosche cu 'na goccia 'e mèle, ca cu 'na votta 'acito. Letteralmente: si catturano piú mosche con una goccia di miele che con una botte di aceto. Id est: i migliori risultati, i piú sostanziosi si ottengono con le manieri dolci, anziché con quelle aspre. 22.A pavà e a murí, quanno cchiú tarde se po’. A pagare e a morire quando piú tardi sia possibile. Trattandosi di due faccende dolorose, la filosofia popolare le à accomunate, consigliando di procrastinarle ambedue sine die. 23.Si 'o ciuccio nun vo’ vevere aje voglia d''o siscà. Letteralmente: se l'asino non vuol bere, puoi fischiare quanto vuoi per invitarlo a bere, non otterrai nulla. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare la testarda mancanza di volontà di qualcuno, stante la quale tutte le esortazioni sono vane... 24.Aria scura e fète 'e caso! Letteralmente: Aria torbida che puzza di formaggio. Lo si dice a salace commento di errate affermazioni di qualcuno che abbia confuso situazioni diverse tra di loro e le abbia messe in relazione incorrendo in certo errore come accadde a Pulcinella che, confondendo la porta della dispensa con la finestra, si espresse con la frase in epigrafe... 25.Chi tène cchiú ssante va 'mparaviso. Letteralmente: Chi à piú santi va in Paradiso; ma è chiaro che la locuzione non si riferisce al premio eterno, ma molto piú prosaicamente ai beni terreni,a prebende e posti di comando e ben remunerati; e i santi - manco a dirlo - non sono quelli che ànno praticato in maniera eroica le virtú cristiane, ma molto piú semplicemente coloro che son capaci di dare una spinta, di raccomandare o - come eufemisticamente si dice oggi, di segnalare qualcuno a chi gli possa giovare nel senso suaccennato. 26.I' te cunosco piro a ll' uorto mio. Letteralmente: Io ti conosco pero nel mio orto. Id est: Io conosco bene le tue origini e ciò che sei in grado di produrre; non mi inganni: perciò è inutile che tenti di far credere di esser capace di mirabolanti o produttive imprese... La cultura popolare attribuisce le parole in epigrafe ad un contadino che si era imbattuto in una statua di un Cristo circondata di fiori e ceri. Il popolino aveva attribuito alla statua poteri taumaturgici, ma il contadino che sapeva che la statua era stata ricavata da un suo albero di pero, tagliato perché improduttivo, apostrofò la statua con le parole in epigrafe, volendo far intendere che non si sarebbe fatto trasportare dalla credenza popolare e conoscendo le origini del Cristo effiggiato, non gli avrebbe tributato onori di sorta. 27.Essere fetente dint' a ll' ossa. Letteralmente: essere fetente fin dentro le ossa. Id est: appalesarsi perfido, spregevole, di animo cattivo, ma non solo esteriormente quanto fin dentro la quintessenza dell'essere. 28.'O Pataterno dà 'o ppane a chi nun tène 'e diente e 'e viscuotte a chi nun s''e ppo’ rusecà... Letteralmente: Il Signore concede il pane a chi non tiene i denti e i biscotti a chi non può sgranocchiarli... Id est: Spesso nella vita accade di esser premiati oltre i propri meriti o di venire in possesso di fortune che si è incapaci di gestire. 29.'Acarcioffola s'ammonna a 'na fronna a' vota. Letteralmente: il carciofo va mondato brattea a brattea. Id est: le cose vanno fatte con calma e pazienza, se si vogliono ottenere risultati certi bisogna procedere lentamente e con giudizio. 30.Acqua santa e Terra santa, pure lota fanno. Letteralmente: acqua santa e terra santa pure fango fanno. Id est: l'unione di due cose di per sè buone, non è detto che non possano produrre effetti spiacevoli. Lo si dice con riferimento alla società di due individui che, presi singolarmente, mai farebbero sospettare esser capaci di produrre danno e che invece, uniti producono grave nocumento ai terzi. 31.Chi se mette paura, nun se cocca cu 'e ffemmene bbelle. Letteralmente: chi à paura, non va a letto con le donne belle. E' l'icastica trasposizione dell'algido toscano: chi non risica, non rosica. Nel napoletano è messo in relazione il comportamento coraggioso, con la possibilità di attingere la bellezza muliebre, che è un gran bello rosicchiare. 32.Essere 'o rre cummanna a scoppole. Letteralmente. essere il re comanda a scappellotti. Cosí è detto chi voglia comandare o decretare maniere comportamentali altrui senza averne né l'autorità certificata, né il carisma derivante da doti morali o conclamate esperienze, un essere insomma che potrebbe comandare giusto ai ragazzini, magari assestando loro qualche scappellotto, per essre ubbidito. 33.Cca sotto nun ce chiove! Letteralmente: Qui sotto non ci piove. L'espressione, tassativamente accompagnata dal gesto dell' indice destro puntato contro il palmo rovesciato della mano sinistra, sta a significare che oramai la misura è colma e non si è piú disoposti a sopportare certe prese di posizioni o certi comportamenti soprattutto di certuni che sono adusi a voler comandare, impartire ordini et similia, non avendone né l'autorità, né il carisma; la locuzione è anche usata col significato di: son pronto a render pane per focaccia , nei confronti di chi à negato un favore, avendolo invece reiteratamente promesso. cca avv = qui, in. questo luogo; vale l’italiano qua; etimologicamente dal lat. (ec)cu(m) hac; da notare che nella parlata napoletana (cosí come avviene in italiano per il qua corrispettivo) l’avverbio a margine va scritto sempre senza alcun segno diacritico trattandosi di monosillabo che non ingenera confusione con altri; nel napoletano, come alibi abbiamo visto , esistono , per vero, una cong. ed un pronome ca = che, congiunzione e pronome che però si rendono ambedue con la c iniziale scempia, laddove l’avverbio a margine è scritto sempre con la c iniziale geminata ( cca) e basta ciò ad evitar confusione tra i due monosillabi e non necessita perciò accentare l’avverbio, cosa che – invece – purtroppo capita di vedere negli scritti di taluni sedicenti, , ma pure affermati scrittori partenopei, dei quali qualcuno addirittura usa scrivere l’avverbio a margine cca’con un pleonastico segno (‘) d’apocope atteso che non v’è alcuna sillaba finale che sia caduta e che vada segnata con il segno diacritico (‘). Come per il sí ed il no anche questo avverbio a margine nell’eloquio familiare soprattutto delle parlate provinciali dei paesi rivieraschi e/o dell’entroterra (dove – mi ripeto! - il napoletano viene usato con un colpevole imbarbarimento locale) diventa bisillabo per la paragoge di un ne con valore rafforzativo, paragoge che trasforma il cca in uno strano ccane ed addirittura nel napoletano d’uso corrente in àmbito cittadino talvolta il monosillabo cca si trasforma in un rafforzato bissillabo ccanno nelle tipiche espressioni ‘a ‘í ccanno= vedila qua, proprio qua -, ‘o ‘í ccanno= vedilo qua, proprio qua - ‘e vví ccanno= vedili qua, proprio qua; 34.'A cera se struje e 'a prucessiona nun cammina. Letteralmente: le candele si consumano, e la processione non cammina. La locuzione viene usata quando si voglia con dispetto sottolineare una situazione nella quale, invece di affrontare concretamente i problemi, ci si impelaga in discussioni oziose, vani cavilli e dispersive chiacchiere che non portano a nulla di concreto. 35. Tutto Po’ essere, fora ca ll'ommo priéno. Tutto può essere, fuorchè l'uomo incinto. La cosa è ancora vera anche se l'alchimie della moderna scienza non ci permette di essere sicuri... La locuzione viene usata per sottolineare che non ci si deve meravigliare di nulla, essendo, nella visione popolare della vita, una sola cosa impossibile. brak

lunedì 28 maggio 2012

TRASETURA Â PEZZAJUOLA

TRASETURA Â PEZZAJUOLA chello ca serve pe sseje perzone ‘nu rotolo ‘e pasta sfoglia surgelata, 300 gramme ‘e muzzarella ‘e bufala tagliata a ffelloce doppie miezu centimetro, 500 gramme ‘e pummarole ricce ‘e Surriento tagliate a ffelloce doppie miezu centimetro, 2 cucchiare ‘e chiapparielle levate ‘e sale sciacquate e asciuttate, 100 gramme ‘e sulumiglie d’alicesalate sott’uoglio, 100 gramme ‘e tonne ‘e Spagna desciusciate, ‘nu cucchiaro d’arecheta secca sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco q.c.n.v. comme se fa Scongelà ‘a pasta sfoglia e sistimarne stennennolo ‘nu piezzo dinto a ‘na cummedità a bbabbuorde aute tre centimetre bbona p’ ‘o tiesto; furmà ‘ncopp’â pasta ‘nu cuscio ‘e fellocce ‘e muzzarella passata ddudice ore p’ ‘a jacciaja,sistimà ‘ncopp’â muzzarella ‘e pummarole ricce ‘e Surriento tagliate a ffelloce e ‘a coppa a ccheste ‘e chiapparielle levate ‘e sale sciacquate e asciuttate, ‘e tonne ‘e Spagna desciusciate, ‘e sulumiglie d’alicesalate sott’uoglio, ‘o cucchiaro d’arecheta secca; regulà ‘e sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco e sistimà ‘a coppa n’atu piezzo ‘e pasta sfoglia. Mettere dint’ô tiesto ggià caudo a 190° e tenerlo vinte minute. Serví ‘sta trasetura cauda tagliata a ppiezze quadrate ‘e otto centimetre ‘e lato. Brak

TRASETURA ‘E CREMA ‘E PRUSUTTO CRURO

TRASETURA ‘E CREMA ‘E PRUSUTTO CRURO Chello ca ce vo’ pe sseje perzone ‘na grossa fella ‘e 300 gramme ‘e prusutto cruro tagliata a ffarinule, 50 gramme ‘e ‘nzogna, 100 gramme ‘e ricotta ‘e pecura, miezu bicchiere ‘e latte retunno, meza tazzulella ‘e cugnacca, pepe niro macenato a ffrisco q.n.s. durece fellocce ‘e pane cafone arruscate a ttiesto vullente (220°) Comme se fa Mettere dinto a ‘nu mmiscatore ‘e ffarinule ‘e prusutto ‘nzieme â ‘nzogna e ssiffulà nfi’ a cche se ne fa ‘na crema criceta e malacosa; passarla dinto a ‘na zupperella e agnadí ricotta, latte, cugnacca e ppepe niro macenato a ffrisco quanto ne piace, ammiscanno energicamente. Aiutannose cu ‘nu cucchiaro a pponta mettere ‘o cumposto ‘ncopp’ê ffellocce ‘e pane quanno se songo raffreddate. Tené ‘sti fellocce guarnite ‘nfrisco dint’â jacciaja allimmeno ddoje ore e ppo servirle. Vine: Sustanziuse vine russe d’ ‘a Campania (Solopaca, Aglianico, Piedirosso,Campi Flegrei d.o.c., Taurasi), spilate n’ora primma d’ausarle,passate dinto a ‘na carrafa p’ ‘e ffà piglià aria e servute a ttiempo (temperatura) ‘e stanza pe magnà. Mangia Napoli, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale! Raffaele Bracale

FURBO SCALTRO & DINTORNI

FURBO SCALTRO & DINTORNI Anche questa volta mi trovo a raccogliere una garbata provocazione del mio caro amico N.C.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,memore ch’io abbia piú volte affermato che il napoletano sia piú preciso e circostanziato dell’italiano, mi à sfidato ad elencare ed a parlare delle eventuali voci del napoletano che rendano piú acconciamente quelle italiane dell’epigrafe e dei loro sinonimi . Come ò già détto alibi e qui ripeto il caro amico – come diciamo dalle mie parti - m’ à rattato addó me prore (letteralmente: mi à grattato dove mi prude, id est: mi à sollecitato sul mio terreno preferito) per cui raccolgo pure questo guanto di sfida cominciando, come è mio solito, con l’esaminare dapprima le voci dell’italiano: furbo/a,agg.vo e s.vo m.le o f.le agg. di chi sa trarre vantaggi dalle situazioni agendo con prontezza, intuizione e senso pratico: un ragazzo furbo | fatto con furbizia; che denota furbizia: una trovata, una mossa furba; occhi furbi. come s.vo 1 persona furba, spec. in senso spreg. : fare la furba | furbo matricolato, di tre cotte, persona furbissima. 2 (ant.) furfante voce che è dal fr. fourbe 'ladro'; dritto/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le come agg. 1 diritto 2 (lett.) esatto, giusto: 3 (fam.ed è il caso che ci occupa) furbo/a, scaltro/a: gente dritta come s. m.le 1 (ant.) diritto; 2 (mar.) ciascuno degli elementi verticali che chiudono lo scafo alle sue estremità: dritto di prora, di poppa 3 (fam. ed è il caso che ci occupa) persona furba e sicura di sé, che con abilità riesce a ottenere ciò che vuole, anche a danno di altri: fare il dritto. voce che è dal Lat. diríctu(m), part. pass. di dirigere con sincope della i atona ed assimilazione regressiva ct→tt: diríctu(m)→ dríctu(m)→dritto; sveglio/a, agg.vo m.le o f.le 1 che non dorme, che veglia: restare sveglio tutta la notte 2 (fig.) d'ingegno pronto e vivace: una ragazza sveglia 3 (fig. fam. ed è il caso che ci occupa) astuto/a, scaltro/a. etimologicamente voce deverbale di svegliare che è dal fr. ant. esveillier, che continua il lat. volg. *exvigilare, per il class. evigilare, comp. di ex-, con valore intens., e vigilare 'vegliare'; scaltro/a, agg.vo m.le o f.le 1 che agisce, parla e si comporta con accortezza, con avvedutezza; (per estens.), astuto, furbo 2 che è espressione di scaltrezza: comportamento scaltro etimologicamente voce deverbale di scaltrire che è dal lat. volg. *ex-cauterire 'bruciare', deriv. di cauterium 'cauterio', poi che il restare scottato induce a una condotta piú guardinga; scaltrito/a, agg.vo m.le o f.le agg. esperto, abile, avveduto, spec. nella propria attività o professione: essere scaltrito nei segreti del mestiere. (per estens.), astuto, destro, sagace, sottile, fino; etimologicamente voce come la precedente deverbale di scaltrire di cui è il part. pass.; smaliziato/a, agg.vo m.le o f.le sinonimo del precedente scaltrito, esperto: un commerciante smaliziato | non piú ingenuo, che à acquistato malizia; etimologicamente voce deverbale di smaliziare di cui è il part. pass.; a sua volta smaliziare è denominale del lat. malitia(m), deriv. di malus 'cattivo'= malizia con protesi d’ una s intensiva; malizioso/a, agg.vo m.le o f.le sinonimo del precedente scaltrito, esperto; chi/che à o denota disposizione e/o consapevolezza ad agire deliberatamente contro l'onestà, la virtù, la giustizia; anche questa voce etimologicamente è un denominale del lat. malitia(m) con il suff. oso/osa suffisso di aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, dal lat. -osu(m); indica, come nel caso che ci occupa presenza, caratteristica,o alibi qualità ecc. (amoroso/a, coraggioso/a, pidocchioso/a, schifoso/a). volpe, in primis s.vo f.le, talora usato non comunemente anche come agg.vo m.le e f.le come s.vo f.le 1 mammifero carnivoro, comune in Italia nelle zone boscose, con corpo snello, muso aguzzo, orecchie grandi e diritte, gambe piuttosto corte, lunga coda folta, pelliccia pregiata; è tradizionalmente considerata simbolo dell'astuzia (fam. Canidi) | far come la volpe con l'uva (fig.), si dice di chi disprezza ciò che vorrebbe avere, per il solo fatto che non può ottenerlo (con riferimento alla nota favola di Esopo). 2 la pelliccia di tale animale: un collo di volpe argentata 3 (fig.come nel caso che ci occupa) persona molto astuta: è una vecchia volpe, a lui nessuno riesce a farla; è un tipo volpe 4 (non com.) alopecia 5 (agr.) carie del frumento 6 (mar.) albero inclinato, gener. di acciaio, che fa da sostegno o rinforzo di una struttura. voce dal lat. vulpe(m). E veniamo al napoletano dove troviamo allezziunato/a, agg.vo m.le o f.le icastico, ma desueto ammaestrato/a, scaltrito/a, esperto/a; chi/che à conoscenza pratica della vita o di una determinata sfera della realtà, acquistata con il tempo e l'esercizio, apprendendo la lezione della vita e rendendosi avveduto, sagace; etimologicamente trattasi del part. pass. dell’infinito allezziunà= ammaestrare che è un denominale di lezzione dal lat. lectione(m), propr. 'lettura', deriv. di legere; cfr. leggere; a lezzione è stato anteposto un ad→al rafforzativo; arcivo/a, agg.vo m.le o f.le icastico, ma desueto furbo, astuto, riservato come colui cui si possono confidare segreti sicuri che non li propalerà; voce derivata dall’iberico archivo= che conserva piuttosto che dal greco argos= inattivo; cuorvo/corva, s.vo m.le o f.le 1. grosso uccello dotato di ali larghe e robuste, piumaggio nero lucente, becco grosso e forte (ord. Passeriformi)scaltrissimo nella ricerca di vermi e/o carogne di cui cibarsi; è assai comune in Italia | corvo imperiale, piú grosso del corvo comune, si addomestica con facilità | nero come un corvo, nerissimo, spec. di pelle o di capelli | corvo del malaugurio: Il corvo à fama di "uccello del malaugurio": Rammento che tale fama è in un certo senso certificata letterariamente anche dallo scrittore americano Edgar Allan Poe il quale, nel suo Procedimento di Composizione, con il quale descrive come giunse a comporre il suo noto poema in versi Il corvo, afferma: «Ero cosí giunto alla concezione di un Corvo, l'uccello di malaugurio che va reiterando con monotonia l'unica parola mai piú …». La fama maleaugurante gli deriva anche dalla sua predilezione per le carogne, che à dato origine ad espressioni come «Finire in pasto ai corvi», per indicare il morire (magari restando anche insepolti). 2. Macchina ossidionale romana costituita da una trave sospesa a un castello di legno mobile e terminante con un grosso uncino di ferro, a becco di corvo, con cui era possibile trarre a sé le macchine difensive degli assediati o strappare pezzi di muraglia già sconnessi dai colpi dell’ariete. 3. Nella marina dell’antichità classica, apparecchio portato dalle navi militari e munito di un robusto uncino che, nella manovra di abbordaggio, si lasciava cadere sulla coperta della nave nemica per agganciarla, in modo da poterla assalire con le truppe imbarcate. 4. (fig.) persona con fama di iettatore. Semanticamente l’accezione è da collegarsi al colore del piumaggio del corvo che è nero colore che nell’inteso comune è quello degli abiti indossati dai menagramo; 5.(per traslato come nel caso che ci occupa )persona furba, astuta; Semanticamente l’accezione è da collegarsi a quella sub 1;usato al f.le soprattutto nella morfologia dispregiativa corvacchia (cfr. il suff. dispegiativo acchia f.le di acchio (suffisso alterativo corrispondente al lat. ––aculum→ac(u)lum→acchio; di per sé poco diffuso,, ma che contribuisce alla formazione dei suff. composti -acchione,acchiotto...) persona che spesso , nascondendosi dietro l'anonimato, diffonde ad arte calunnie e mezze verità per gettare discredito su qualcuno. Semanticamente l’accezione in esame si ricollega a quella sub 2 nell’inteso che chi agisce in tal guisa à in animo di procurar danno tal quale la macchina ossidionale romana; Voce derivata dal lat. cŏrvu(m)→cuorvo; deritto/a, agg.vo m.le o f.le 1 che procede secondo una linea retta, che non piega né da una parte né dall'altra: riga, strata deritta; cosce deritte 2 in posizione verticale; ritto, dritto: ‘nu palo chiantato dritto ‘int’ô turreno(un palo piantato diritto nel terreno) | con riferimento al corpo umano, indica la posizione eretta della colonna vertebrale: sta’ deritto!(stai diritto!) 3 (fig.) onesto, giusto, retto: ‘na cuscienza deritta(una coscienza diritta); 4 (ant.non com.) destro: a dritta contrapposto a mancina 5 (fig.come nel caso che ci occupa) accorto,perspicace, prudente, avveduto: persona accorta; chi/che sa, che conosce; informato, esperto; (oggi molto piú com. dritto):tutte chilli puliticante ca so’ dritte assaje( tutti que' politiconi che son diritti assai). Voce derivata dal lat. diríctu(m), part. pass. di dirigere 'dirigere' frubbo/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le chi/che è accorto nel fare il proprio tornaconto, nell’evitare di cadere in inganni e tranelli e nel cavarsela da situazioni imbrogliate o pericolose; astuto, scaltro:’na femmena frubba, ‘nu cummirciante assaje frubbo, sî stato frubbo a te nn’accorgere subbéto! (una donna furba ; un commerciante molto furbo; sei stato furbo ad accorgertene subito!); per estens., riferito all’aspetto, al modo di agire: ch’ aria frubba ca tiene!(che aria furba che ài!); è ‘na penzata overamente frubba(è una trovata veramente furba); uocchie frubbe(occhi furbi), vivaci e maliziosi; spesso come sost.: nun fà tanto ‘o frubbo o ‘a frubba cu mmico!(non fare tanto il furbo , o la furba, con me!); ‘nu furbo matriculato,’e primmo taglio)un furbo matricolato, di prim’ordine, di tre. In origine, furfante, imbroglione, ladro, vagabondo (anche come sost.), o che è proprio di ladri, vagabondi, malviventi (cfr. alibi); e lengua frubba ( lingua furba) fu altra denominazione del gergo furbesco. etimologicamente la voce napoletana (frubbo) si differenzia dalla corrispondente (furbo) dell’italiano in quanto non derivante dal fr. fourbe 'ladro', ma quale deverbale da una lettura metatetica del germ. forbian→frobian→frobbian 'pulire', 'nettare' con raddoppiamento espressivo della consonante occlusiva bilabiale sonora (b); il collegamento semantico tra il verbo tedesco ed il significato di astuto, scaltro è dato dal fatto che l’astuto, lo scaltro mostra nettezza e vividezza di mente che appare pulita, nitida, esatta; determinata, sicura, ferma; frubbacchiuotto/a, agg.vo m.le o f.le furbastro, che, chi vuol fare il furbo, spesso dimostrando una certa goffaggine; sinonimo e collaterale della voce precedente di cui mantiene (oltre l’etimo di deverbale del germ. forbian→frobian→frobbian ,addizzionato di un doppio suffisso) tutte le accezioni quantunque con una nuance o sfumatura, dispregiativa mitigata però con il tono che vale ad attenuare, smorzare dato dal suff. otto/uotto (suffisso alterativo di nomi e aggettivi, per lo piú con valore attenuativo/diminutivo) aggiunto a quello dispregiativo acchio (suffisso alterativo corrispondente al lat. –aculum→ac(u)lum→acchio; di per sé poco diffuso, ma che contribuisce alla formazione dei suff. composti -acchione, -acchiotto; sulla medesima falsariga dell’uso del doppio suffisso abbiamo ad es. l’aggettivo fessacchiotto; marpione/a, agg.vo m.le o f.le furbacchione, volpone, trappolone, persona astuta e sorniona; comes.vo m.le o f.le (fam.) individuo furbo, capace di approfittare di ogni situazione favorevole senza dare nell'occhio. Voce dal fr. morpion, propr. 'piattola', comp. di mords, imp. di mordre 'mordere', e pion 'soldato, fante'; ‘ngignuso/’ngignosa, agg.vo m.le o f.le 1 dotato di ingegno pronto, versatile; abile nel risolvere situazioni difficili, nell'escogitare cose nuove: ‘na femmena ‘ngignosa, ‘nu guaglione ‘ngignuso(una donna ingegnosa, un ragazzo ingegnoso) 2 fatto con ingegno; che rivela l'ingegno di chi l'à ideato: ‘nu marchingegno ‘ngignuso (un meccanismo ingegnoso); etimologicamente si tratta d’un deverbale di ‘ngignà= fare con ingegno; al tema verbale è stato aggiunto il suffissouso/a colleterale di oso/a (suffisso di aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, dal lat. -o¯su(m); indica presenza, caratteristica, qualità ecc.). Rammento che soprattutto nel parlato della città bassa‘ngignuso/’ngignosa, sono attestati come ‘ncignuso/’ncignosa, con sostituzione espressiva della l'affricata palatale sonora (g) con la corrispondente affricata palatale sorda (c); questa curiosa doppia lettura si deve probabilmente ad una confusione che qui di sèguito tento di chiarire dicendo che al proposito del verbo ‘ngignà=industriarsi devo annotare che il napoletano registra anche uno ‘ncignà= cominciare, dare inizio. Ò dovuto registrare con mio sommo rammarico che tali due verbi ‘ngignà e‘ncignà dalla maggior parte dei lessicografi partenopei sono inopiatamente registrati come sinonimi e piú precisamente siano riportati ambedue con il significato di inaugurare, principiare et consimilia.Orbene tale significato – a mio avviso – si attaglia perfettamente al termine ‘ncignà disceso dal tardo latino encaeniare modellato su di un greco koinòs (nuovo) es. :s’è ‘ncignato ‘nu vestito nuovo: à indossato per la prima volta un vestito nuovo ; ma il significato di ‘ngignà (es: s’è ‘ngignato a truvà ‘a soluzzione d’’o problema: si è dato da fare per trovare una soluzione al problema) è invece molto diverso e sta appunto per: darsi da fare,industriarsi a, arrabattarsi pur di raggiungere uno scopo, cosa molto diversa dal principiare che è propria dello ‘ncignà; è vero che spesso in napoletano capita che una C di partenza si evolva in G magari perdendo l’originario suono palatale per assumerne uno gutturale, ma non penso che questo sia il caso dei due vocaboli in epigrafe, troppo diversi di significato per poter discendere dallo stesso verbo tardo latino. In conclusione mentre reputo lo ‘ncignà parola atta a significare il principiare, nego ciò per lo ‘ngignà che presumo discenda invece da un tardo latino *ingeniare denominale del classico ingenium e significhi: impegnarsi a raggiungere uno scopo per cui non posso ritenere i due verbi sinonimi e mi auguro che, prima o poi, qualche nuovo lessicografo partenopeo accolga e faccia sua questa mia considerazione che – mi pare – abbia un buon fondamento. ‘stuto/a, agg.vo m.le o f.le 1 dotato di furbizia: essere cchiú ‘stuto ‘e ‘na golpe(essere piú furbo di una volpe); 2 che denota furberia, acutezza, acume, destrezza astuzia; detto, fatto consagacia, sottigliezza, finezza: risposta ‘stuta etimologicamente è voce dal lat. astutu(m)→(a)stutu(m)→’stuto saracone/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le 1. grossa giubba, ampio giaccone da lavoro(usato in campagna) di panno idrorepellente grigio scuro; 2. persona astutissima, furbissima, scaltra, acutissima, , sagacissima (tal quale il pesce sàraco (sarago: pesce marino commestibile, dal dorso ricurvo e dal corpo appiattito di colore argenteo con striature scure; vive nei bassi fondali rocciosi tra i quali è solito rifugiarsi per sfuggire alla cattura, dimostrando furbizia, scaltrezza, le medesime di cui è accreditata la persona detta saracone/a accrescitivo di sàraco;)etimologicamente sàraco di cui saracone è l’accrescitivo è dal lat. sargu(m) da cui con epentesi di una a eufonica si ottenne saragu(m)→ saracu(m)→sàraco,, (dal gr. sargós); il collegamento semantico tra il pesce sarago e l’accezione persona scaltra l’ò già chiarito, per cui non mette conto ripeterlo; piú complesso cogliere quello tra il pesce sarago e l’accezione grossa giubba, ampio giaccone da lavoro, colleganza da cogliersi probabilmente per confronto tra il colore del panno e quello simile della livrea del pesce; scemiatore/a s.vo ed agg.vo m.le o f.le di per sé ed in primis il finto tonto, il falso sciocco, poi il furbacchione, colui che per non ottemperare ad un quid richiestogli, fa l’indiano o come piú correttamente détto in napoletano fa ‘o francese dando ad intendere di non aver compreso, esimendosi perciò dal prestare la propria opera; ricorderò che fà ‘o francese ad litteram è fare il francese; id est: far vista di non intendere ciò che venga detto, fingere di non comprendere soprattutto quando il comprendere , comporterebbe il dover eseguire per es. un ordine ricevuto o comporterebbe il doversi applicare in azioni o operazioni faticose e perciò sgradite. La locuzione napoletana fà ‘o francese= fare il francese corrisponde all’incirca come ricordato, al fare l’indiano della lingua italiana; ma l’espressione napoletana è, per i napoletani, molto piú storicamente corretta di quella italiana , non risultando che i partenopei abbiano avuto grandi frequentazioni e/o rapporti con gli indiani sia delle Indie che delle Americhe, mentre ebbero molto a che spartire con gli invasori francesi coi quali si crearono grandi problemi di comprensione reciproca. scemiatore è un deverbale (attraverso il noto suffisso di scopo o fine: tore/tora) di scemià che è il comportarsi come or ora cennato, ed etimologicamente è da un basso latino ex-simare; smazzato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le voce furbesca a carattere gergale o popolaresco; letteralmente 1.fortunato/a,sodomizzato/a e (per traslato) malizioso/a,furbo/a; (per ampl. sem.) cattivo, malevolo, etimologicamente si tratta del part. pass. del verbo smazzà = rompere il sedere, che deriva dal sostantivo mazzo (culo, fondoschiena) dal lat. matea= intestino; nel parlato popolare della città bassa sono in uso ancóra i diminutivi che seguono smazzatiéllo/smazzatèlla s.vo ed agg.vo m.le o f.le monello/a,vivace,vispo/a,furbo/a,lazzaroncello/a,sbarazzino/a; etimologicamente si tratta come ò détto d’un furbesco diminutivo (cfr. i suff. i +éllo - ella) dell’ agg.vo smazzato (=fortunato, sodomizzato); spogliampise ag.vo e s.vo m.le e f.le letteralmente colui/colei che spoglia, depreda gli impiccati e estensivamente persona capace di azioni ripropevoli se non disoneste, persona malvagia, priva di scrupoli, crudele, feroce,furba, scaltra, spietata, scellerata, empia, perversa, sadica, maligna proclive ad essere efferata, disumana, brutale; quanto all’etimo è voce formata dall’agglutinazione della voce verbale spoglia (3° p.sg. ind. pres. dell’infinito spuglià = spogliare (dal lat. spōliare, deriv. di spolium con normale chiusura della lunga tonica ō in u) addizionata del sostantivo ‘mpise plurale di ‘mpiso= impiccato; ‘mpiso è il p.p. di ‘mpennere= impiccare, sospendere (dal lat. in + pendere). strappajuolo/strappajola, agg.vo m.le o f.le 1. chi/che con abilità, accortezza, sagacia, destrezza si industria, si arrabatta, si destreggia pur di trovare, rimediare; mettere insieme in qualche modo la propria giornata con le esigenze quotidiane : strappulïà ‘nu piatto cucenato (rimediare un pasto); 2 chi/che con scaltrezza e/o malizia si dà da da fare come può; anche, destreggiarsi con mezzi piú o meno leciti: strappuleja ‘a jurnata ‘e ‘na manera o ‘e n’ata (si destreggia in mille modi in tutta la giornata etimologicamente voce deverbale di strappulïà colleterale di strappare (dal got. *strappon 'tendere' (ted. mod. straffen))al cui tema strapp è stato aggiunto il suffisso desinenziale ajulà marcato sul suff. aiolo/aiuolo suffisso costituito per accumulo dei suff. -aio e -olo, presente in sostantivi indicanti chi esercita un mestiere o chi à inclinazione per qualcosa, oppure in aggettivi che stabiliscono una relazione di tempo o di luogo o di adattamento a qualche attività; ndrammatore/ ntrammatore, agg.vo e s.vo m.le e solo m.le; per il f.le si usa il colleterale ndrammera/ntrammera, 1. letteralmente: colui/colei che con furbizia estrema macchina,ordisce, tesse trame tendenti all’ inganno; 2. estensivamente: il/la furbo/a, lo/la scaltro/a,il/la sagace patentato/a; 3. la voce sia nella morfologia m.le che in quella f.le è un derivato di tramma(dal lat. trama(m) con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale (m) e protesi di una n eufonica che pertanto non necessita d’aferisi); la voce ndramma/ntramma cosí formata, è una volta addizionata con il suffisso m.le di scopo o fine: tore e dà ndrammatore/ ntrammatore, una volta con il suffisso f.le di pertinenza era e dà ndrammera/ntrammera; il suffisso era al maschile è iere ( cfr. salum-era/salum-iere), ma che nella fattispecie non à dato luogo ad un inutile ndrammiere/ntrammiere,stante già l’esistenza del termine ntrammatore di medesimo significato ; truttato/a agg.vo m.le o f.le astuto, furbo esperto, conoscitore del mondo e della vita come chi a mo’ di cavallo trottatore, camminatore, abbia molto camminato se non corso andando in giro per il mondo conoscendolo ed apprendendo i modi migliori con cui difendersi dalle peripezie, sciagure, traversie, contrarietà, sventure dell’esistenza, magari agendo con necessarie astuzie accorgimenti, stratagemmi, espedienti e/o trovate furbesche.. Etimologicamente la voce è il part. pass. del verbo truttà che piú che dal francone *trotton, intens. di treten 'camminare' penso sia da collegarsi al francese trotter; Zappulajuolo/zappulajola ag.vo e s.vo m.le o f.le letteralmente colui/colei che zappa, ma per ampliamento semantico sta dispregiativamente per furbastro inveterato, cattivo soggetto malvagio, senza scrupoli proclive ad un comportamento violento atto ad arrecar danno come potrebbe intendersi lo zappatore aduso con i colpi della vanga o zappa a violentare la terra; la voce a margine etimologicamente deriva dal verbo zappulià forma ampliata di zappà che è un denominale di zappa dal lat. tardo sappa(m), zerepelluso/zerepellosa, agg.vo m.le o f.le astuto/a, scaltro/a,furbastro/a molto abile nel simulare, nell'imbrogliare, mutando spesso atteggiamento; malizioso voltagabbana; la voce a margine etimologicamente è un metaplasmo del lat. versipell(is) addizionato del suffisso uso/osa collaterali di oso/osa, (suffisso di aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, dal lat. -osu(m); indica presenza, caratteristica, qualità ecc.). E con ciò penso d’avere, anche questa volta risposto adeguatamente alla sfida dell’amico N.C. e d’avere interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est. Raffaele Bracale

VARIE 1866

1 -TURNÀ 'A STIMA A QUACCUNO Ad litteram: render la stima a qualcuno; id est: riconfermare la fiducia o anche il rispetto a qualcuno cui, per errore o transeunti, futili motivi erano stati tolti. 2 -UNA NE FA E CCIENTO NE PENZA Ad litteram: una ne fa e cento ne progetta Locuzione che fotografa il comportamento iperattivo di chi si dedichi , ma non si sa con quanto successo, a troppe iniziative di varia portata; la locuzione è usata altresí per stigmatizzare,anche se bonariamente, la ipercinecità di un ragazzo attivamente impegnato a fare innumerevoli marachelle. 3 - UOCCHIE CHINE E MMANE VACANTE Ad litteram: occhi pieni e mani vuote; cosí si suole dire di chi, o per suo demerito o per sopravvenute contrarietà insormontabili, non riesce a raggiungere il risultato sperato e resti a bocca asciutta o mani vuote e si debba contentare di veder prossimo il risultato sperato, senza però avere la capacità o possibilità di toccarlo con le mani ossia realizzarlo; in chiave piú becera, ma simpatica la locuzione fu usata per stigmatizzare la situazione di chi, attratto da procaci, provocatorie rotondità femminili si doveva contentare di guardare, senza poter toccar con mano e quindi senza potersi regolare nel modo ricordato altrove. 4 -UOCCHIE 'NFRONTE NUN NE TIENE? Ad litteram: occhi sulla fonte non ne ài? Icastica ed ironica domanda retorica che si suole rivolgere, per redarguirlo, a chi colpevolmente distratto o disattento sia incorso in errori che si ritenga siano stati provocati dal fatto che egli non abbia esattamente guardato o badato a ciò che faceva, quasi non fosse munito di occhi. 5 -UH, ANEMA D''E PIERE 'E PUORCHE! Locuzione esclamativa intraducibile ad litteram atteso che è impossibile che le zampe di un maiale abbiano quell'anima che iperbolicamente, ma erroneamente, nella locuzione viene chiamata in causa; il senso celato della locuzione è: che esagerazione!, cosa mi vai raccontando?, è incredibile ciò che mi dici!, come incredibile sarebbe un maiale provvisto nelle zampe o altrove di anima. 6 -UOCCHIE SICCHE Ad litteram:occhi seccati, o - meglio - seccanti,cioè: occhi capaci di seccar, prosciugare(ossia arrecar danno) coloro contro cui vengon rivolti. Cosí, come in epigrafe, vengono chiamati i menagramo, gli jettatori, tutti coloro che con i loro sguardi sono ritenuti capaci di grandemente danneggiare qualcuno, non con azioni proditorie, ma semplicemente guardandolo. 7 -USO NUN METTERE E USO NUN LEVÀ Ad litteram: non creare (nuove) abitudini e non toglierne; id est: lascia stare il mondo cosí com'è; non impegnarti a tentare di cambiarlo introducendo nuove abitudini che specialmente se si concretano in liberalità, omaggi e donativi nei confronti di terzi, diventano con il trascorrere del tempo eccessivamente onerosi e difficili se non impossibile toglier via; la cosa vale anche quando si trattasse di togliere inveterate abitudini; il tentativo di estirparle potrebbe ingenerare malumori nei terzi che vedendo eliminati o lesi alcuni pregressi privilegi potrebbero ribellarsi anche violentemente. 8 -UH, SSEVERE 'E PAZZE ! Esclamazione impossibile da tradurre ad litteram che viene pronunciata nell'osservare situazioni o accadimenti ritenuti cosí strani ed improbabili da destare gran meraviglia, stupore e/o rabbia, nell'intento di sottolineare che quelle situazioni o accadimenti son cose da matti, quasi incredibili. Strana locuzione quella in esame dove con ogni probabilità il termine ssevere è corruzione dell'espressione francese: c'est vrai ( de foux) (è veramente da folli); la stranezza della espressione napoletana consiste nel fatto che ci si è limitati nella sua formulazione, alla sola corruzione della prima parte di quella francese: c'est vrai, completandola con il termine pazze = pazzi esatta traduzione del francese foux. 9 - VA' A FFÀ 'E PPEZZE! Ad litteram: va’ a raccattare cenci! Eufemistica espressione usata in luogo di altra piú corposa anche se becera, che qui di seguito illustrerò, per invitare un importuno, fastidioso individuo a liberarci della sua sgradita presenza, ed andare a raccattare cenci. 10 -VA' A FFÀ 'NCULO! ma meglio VALLO A PIGLIÀ 'NCULO! Superfluo tradurre questi conosciutissimi modi di rendere l'italiano: va' a quel paese!La variante è sí piú becera, ma quanto piú corposa, esplicita e dura, atteso che colui cui è rivolta la locuzione è invitato a tenere nell'ipotetico rapporto sodomitico la posizione soccombente, non quella attiva prevista dalla prima locuzione; ambedue però, come quella del num. precedente, si rivolgono ad un importuno, fastidioso soggetto, invitato qui a dedicare il suo tempo ad altre attività che non quella di infastidirci. 11 -VA' TE COCCA! Ad litteram: va' a coricarti Altro modo di invitare qualcuno a togliersi di torno, ad andar via, a sparire per non importunarci o tediarci. Qui con modi piú contenuti e gentili rispetto a quelli dei numeri precedenti, lo si vuol convincere di liberarci della sua presenza, andandosene a dormire. Talvolta però, atteso che per coricarsi occorre stendersi su di un letto, con la locuzione in epigrafe si adombra il pessimo desiderio che il soggetto contro cui è rivolta debba giacere definitivamente disteso! 12 -VATTE A FFÀ FOTTERE! Ad litteram: va' a farti possedere Ma è il medesimo perentorio invito a farsi sodomizzare - sia pure metaforicamente - contenuto nella variante di cui precedentemente al n°10. 13 -VEDÉ 'A MORTE CU LL'UOCCHIE Ad litteram: vedere la morte con gli occhi ; e sarebbe sciocco ed inopportuno chiedere: e con che altro si può vedere?, atteso che il napoletano è ricchissimo di simili tautologie, come appunto:'a vista 'e ll'uocchie, puorto 'e mare, palazzo 'e case, etc. tutte però necessarie a quel tipico barocchismo dell'eloquio partenopeo.La locuzione si usa per riferire di essersi trovati in situazioni di vita di relazione o di salute cosí gravi e/o pericolose da vedere la morte in viso e di esserne fortunatamente venuti fuori tanto da raccontarne. 14 -VEDÉ COMME SE METTONO 'E CCOSE Ad litteram: vedere come evolvono le cose; id est: mettersi in prudente attesa, vagliare e soppesare le situazioni e decidersi all'azione solo quando ci si sia resi ben conto di quali pieghe posson prendere o stanno prendendo le faccende che ci occupano 15 -VEDERSENE BBENE Locuzione, impossibile da tradurre alla lettera, dalla doppia valenza: in primis: profittare di ciò che ci venga messo a nostra disposizione, godendone ampiamente, senza remore o misura; con altra valenza la locuzione è usata per indicare il franco, disinibito comportamento di chi apertamente affronti qualcuno e gli dica a muso duro tutto il fatto suo, senza scrupoli e/o timori reverenziali. 16 -VEDERSE PIGLIATO DÊ TURCHE Ad litteram: vedersi preso dai Turchi Id est: Essere assalito da grande timore e disperazione , trovandosi in situazioni pericolose o cosí ingarbugliate e contorte da non poterne venire fuori, come temporibus illis dovevano trovarsi i rivieraschi assaliti continuamente da quei pirati saraceni, tutti ritenuti e detti Turchi adusi alle piú efferate violenze. 17 -VENÍ FRISCO FRISCO Ad litteram: giungere fresco fresco; detto di chi con tranquilla faccia tosta si presenti ed entri nel merito di un accadimento già da gran tempo avviato ed in corso e senza dimostrare di essersi impegnato per parteciparvi o di avere conclamate capacità organizzative o risolutive, voglia imporre il proprio punto di vista a dispetto di quanti stiano da gran tempo e con grande impegno lavorando al progetto de quo. 18 -VENÍ FRISCO E D''A GROTTA. Ad litteram: giunger fresco e dalla grotta; locuzione simile alla precedente con l'aggravante qui che il soggetto cui si riferisce avrebbe dovuto concorrere all'accadimento in questione ed invece se ne è a lungo disinteressato, per presentarsi a reclamare il proprio utile a giuochi fatti, quando le asperità sono state affrontate e livellate da altri. L'immagine della locuzione ripete quella del cocomero che arriva in tavola solo a fine pasto dopo essere stato tenuto al fresco artificiale del ghiaccio o a quello naturale d'una cantina. 19 -VENCERE 'O PUNTO Ad litteram: vincere il punto; id est: riuscire, in un contrasto, a far prevalere il proprio punto di vista, affermandolo e mantenendolo quasi che esso fosse un premio da conseguire. 20 -VENÍ O SCENNERE DÂ MUNTAGNA Ad litteram: venire o scendere dalla montagna; Detto di chi sia ritenuto sciocco, stupido e credulone, nella erronea convinzione che coloro che vivono in luoghi impervii ed appartati siano, nel confronto con i cittadini cosí corrivi, sempliciotti e creduloni da poterli facilmente circuire ed imbrogliare. brak

IETTATORE, MALAUGURIO & DINTORNI

IETTATORE, MALAUGURIO & DINTORNI Anche questa volta mi trovo a raccogliere una garbata provocazione del mio caro amico A.M.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,memore ch’io abbia piú volte affermato che il napoletano sia se nonpiú preciso e circostanziato dell’italiano,certamente piú icastico mi à sfidato ad elencare ed a parlare delle eventuali voci del napoletano che rendano piú acconciamente quelle italiane dell’epigrafe e dei loro sinonimi . Come ò già détto alibi e qui ripeto il caro amico – come diciamo dalle mie parti - m’ à rattato addó me prore (letteralmente: mi à grattato dove mi prude, id est: mi à sollecitato sul mio terreno preferito) per cui raccolgo pure questo guanto di sfida cominciando, come è mio solito, con l’esaminare dapprima le generiche voci dell’italiano: iettatore s.vo m.le [ al f.le -trice] persona che si ritiene eserciti influssi malefici,ritenuto capace di lanciare il malocchio; si tratta etimologicamente di una voce che l’italiano à marcato sul napoletano jettatore(che è un deverbale del lat. *iectare intensivo di iacere) menagramo s.vo ed ag.vo m.le e f.le Persona alla quale, soprattutto per il suo aspetto triste e tetro, si attribuisce (per superstizione o con intento scherz.) il potere di portare sfortuna; iettatore, iettatrice: voce etimologicamente composta di menare,(dal lat. minare) nel sign. di 'portare', e gramo (dal germ. *gram 'affanno, cordoglio'), cioè 'cose grame', misere, infelici; si tratta piú precisamente di una voce d’area lombarda, trasmigrata nell’italiano. malaugurio s.vo ed ag.vo m.le e f.le cattivo augurio; presagio infausto,détto di persona che si crede rechi sventura; voce etimologicamente composta da mal(o)+augurio (dal lat. auguriu(m) 'presagio'). Queste le sole parole (s.vi od agg.vi) usabili in italiano per indicare colui/colei che abbia il potere di portare sfortuna; piú preciso, circostanziato ed icastico il napoletano dove troviamo jettatore/ghiettatore s.vo m.le [ al f.le -trice] Persona a cui si attribuisce il potere, anche con la sola presenza e contro la sua stessa volontà, di esercitare la iettatura, cioè di portare sfortuna, di far succedere guai: trattasi della medesima voce sulla quale è stata marcato il s.vo italiano iettatore; per l’etimo rimando a quanto ò già scritto; faccio qui però notare quanto sia piú accorta la grafia partenopea che in luogo della vocale i d’avvio usa la semiconsonante j atta a sostituire graficamente il digramma gh usato alternativamente in talune voci soprattutto verbali ( cfr. jammo/ghiammo – jenno/ghienno – jucà/ghiucà – jettà/ghittà, jetteca/ ghietteca etc.) crestariello/cestariello s.vo m.le di doppia morfologia[ al f.le -rella] 1 in primis gheppio, sparviero,falco grillaio 2 per traslato, come nel caso che ci occupa malaugurio, iettatore( semanticamente in riferimento all’acutissima vista del rapace, capace di individuare di lontano la preda, come di lontano, con una semplice guardata, riesce a colpire questo cestariello); voce derivata da un ant. francese cresserel a sua volta da un lat. med.le cristula. (cfr. D.E.I.); uocchiesicche oppure uocchie sicche Doppia morfologia per un unico s.vo pl. sia m.le che f.le Ad litteram:occhi seccati, o - meglio - seccanti,cioè: occhi capaci di seccar, prosciugare coloro contro cui vengon rivolti(ossia arrecar danno a qualcuno sino a prosciugarne i succhi vitali). Cosí, vengono chiamati gli jettatori, tutti coloro che con i loro sguardi sono ritenuti capaci di grandemente danneggiare qualcuno, non con azioni proditorie, ma semplicemente guardandolo.Si tratta di un sostantivo ottenuto attraverso l’agglutinazione funzionale del s.vo uocchie (pl. di uocchio dal lat. ŏculu(m)→uoclu(m)→uocchio) + l’agg.vo sicche (pl. di sicco dal lat. siccu(m). seccia di per sé s.vo f.le, ma usato nel sign. sub 2 anche al m.le senza mutamenti morfologici; 1in primis mollusco marino dei cefalopodi, commestibile, a forma di sacco ovale e depresso, con bocca munita di tentacoli e provvisto di conchiglia interna; 2 per traslato come nel caso che ci occupa iettatore, malaugurio pericoloso capace (a mo’ d’una seppia che è solita, (ma per difesa!), lanciare spruzzi d’ un suo nero di cui è provvista), individuo capace con il suo operato malevolo e proditorio o anche con il solo pensiero ostile, sfavorevole, animoso, astioso, avverso di lanciare un suo metaforico inchiostro al fine di offuscare,scurire, rabbuiare l’esistenza di colui/colei contro cui intenzionalmente si ponga. Voce etimologicamente dal lat. sepia(m) con il medesimo esito palatale di apiu(m)→*apju(m)→accio (sedano), sapio→*sapjo→saccio (so) etc.). E con ciò penso d’avere, anche questa volta risposto adeguatamente alla sfida dell’amico A.M. e d’avere interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori.Rimando ad alibi l’illustrazione d’uno dei piú gustosi sistemi partenopei per tentar di porre un riparo alle nefande mosse degli iettatori. Satis est. Raffaele Bracale

domenica 27 maggio 2012

CAZUNCIELLE D’’O PURCIELLO

CAZUNCIELLE D’’O PURCIELLO chello ca serve pe 6 perzone: p’ ‘a pasta: 600 gramme ‘e farina janca, dudece ove ‘e jurnata, dduje cucchiare d’uoglio ‘auliva dunciglio (e.v.p.s. a f.) ‘nu pizzeco abbunnante ‘e sale fino. p’ ‘o reglieno (per il ripieno): otto cape ‘e saciccia cu ‘o fenucchiello a mmacenatura suttile, ‘Nu bicchiere ‘e vino janco asciutto, 400 gramme ‘e ricotta ‘e pecora, ‘Na tazzulella ‘e cugnacca, ‘Nu cucchiaro ‘e ‘nzogna, Miezu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio (e.v.p.s. a f.), 50 gramme ‘e pecurino rattato finu fino, pepe niro q.n.s. , p’ ‘a cunnimma: Miezu kilò ‘e pummarole fresche Roma o San Marzano, lavate, àrvate, spellate e ffatte a ffarinule grosse, oppure ‘na bbuatta ‘e miezu kilò ‘e pummarole spellate, ‘Nu spiculo d’aglio ammunnato e ntretato, dduje cucchiare ‘e cuncentrato ‘e pummarola pomodoro, miezu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio (e.v.p.s. a f.), 50 gramme ‘e pecurino rattato finu fino pepe niro q.n.s. miezu cucchiarino ‘e póvera ‘e cannella, abbunnante uoglio pe frijere Comme se fa Mettere a ccallentà dinto a ‘na cummedità a ffuoco allero miezu bicchiere d’uoglio e ‘nu cucchiaro ‘e ‘nzogna; spellà e spullecà ‘e sacicce e mmetterle a suassà chianu chiano (ce vo’ n’ora scarza) lla ddinto ‘nfunnennole apprima cu ‘o vino (ca s’ à dda fà svapurà) e ppo cu ‘na ciotola d’acqua vullente; si appronta súbbeto aroppa ‘a cunnimma derrammanno (versando) ‘nu bicchiere d’ uoglio dinto a n’ ata cummedità e a ffuoco allero allero farve suassà ll’ aglio ammunnato e ntretato; agnadí aroppa ‘o cuncentrato allungato cu ‘nu bicchiere d’acqua vullente e ‘e ffarinule’e pummarole scuttate e spellate; cocere nfi’ a cche nun ghiesce a vvolere; mantènere ncaudo. Appruntà allora ‘o ‘mpasto,mettenno ‘ncopp’â pastallària (sulla spianatoia) ‘a farina a ffuntana, arapennove dinto unnice ova e agnadenno ‘nu pizzico ‘e sale e dduje cucchiare d’uoglio; ‘mpastà nfi’ a uttené ‘na palla ‘e pasta dellicata ma ‘e sustanza e farla arrepusà pe ‘na mez’ora a temperatura ‘e cucina mettennola, derrammata ‘e farina asciutta, dinto a ‘na ciotola cummigliata cu ‘nu strujamusso pe nun farla seccà. Passata ‘a mez’ora spàrtere ‘a pasta dinto a otto piezze e servennose d’ ‘o laganaturo uttenerne otto sfoglie ‘e pasta doppie miezu centimetro; fraditanto faticà dinto a ‘na ciotola ‘a ricotta ‘e pecura allungata cu ‘a cugnacca, agnadí ‘e sacicce suassatecu tutto ‘o plinto ‘e cuttura, ‘o pecurino rattato e ‘o ppepe e ammiscà tutto il tutto; a chistu punto stennere ‘ncopp’â pastallària quatto sfoglie e aiutannose cu ‘nu cucchiaro a pponta mettere ‘ncoppa a ògne sfoglia, a distanza regulare, otto muntuncielle ‘e reglièno; sbattere l’urdemo uovo e servennose ‘e ‘nu pennelluccio passarne n’allicco tuorno tuorno ê muntuncielle; stennere ‘ncopp’ a ògne sfoglia n’ata sfoglia e pressà cu ‘nu dito tuorno tuorno ê muntuncielle pe ffà siggillà ‘o reglièno e ‘ncullanno ‘a sfoglia ‘e coppa cu cchella ‘e sotto. A chistu punto servennose ‘e ‘nu cutelluccio assaje affilato o ‘e na rutellina cu ‘e diente ricavà da ògne chietta ‘e sfoglie arrefelanno tuorno tuorno ê muntuncielle, otto cazuncielle pe mmodo ‘e averne â fine trentaduje cazuncielle ca vanno súbbeto fritte dinto a uoglio pe ffrijere vullente e prufnno nfi’ a cche nun songo bbelle ndorate; ‘na vota ca so’ fritte se pigliano cu ‘na ‘spumàdera, e se mettono dinto a ‘na cummedità p’ ‘o tiesto ricannole cu ttutto ‘o zuco ‘e pummarola appruntato,derrammannole cu ‘o pecurino, ‘nu poco ‘e pepe niro e ‘a póvera ‘e cannella.Evità ‘e ammiscà si no se ponno arapí e cazuncielle e passà ‘a cummedità dint’ô tiesto callentato a cientuttanta grade e tenercela pe vinte minute. Serví caude ‘e tiesto. raffaele bracale