mercoledì 29 agosto 2012

VARIE 2019

1 -DICETTE ‘A VECCHIA: SI NUN TE PONNO ARRUBBÀ ‘A CARNE ‘A COPP’ Ô FFUOCO, T’’A FANNO ABBRUSCIÀ Disse la vecchia: Se non possono rubarti la carne dal fuoco, te la faranno bruciare Id est:Gli invidiosi, non riuscendo a sottrarti ciò che ài, possono talvolta rovinartene il godimento. 2 - DICETTE ‘A GOLPE: QUANNO GALLINE E QUANNO SCARRAFUNE Disse la volpe: talvolta (mangerò) galline, talvolta scarafaggi. Id est: non sempre si può ottenere il meglio, spesso occorre accontentarsi di ciò che càpita. 3 - DICETTE CHILLO: NUN È ‘A MERCE CA NUN CE AGGÚSTA , MA È ‘A MUNETA CA NUN CE ABBASTA Disse un tale: non è la merce che non ci piace, è il danaro che è insufficiente Id est: il vero problema non è il gusto, ma la penuria di mezzi. 4 - DICETTE CHILLO: ‘E CUNTE A LLUONGO ADDEVENTANO SIERPE Disse un tale i conti protratti nel tempo, cioè non saldati rapidamente diventano (pericolosi )come serpenti Id est:sono da evitare debiti a lunga scadenza. 5 - DICETTE MAST’ ANTUONO: MURESSE ‘E TRUONO CHI NUN LE PIACE ‘O BBUONO! Disse mastro Antonio: possa decedere di bastonatura colui a cui non piaccia tutto ciò che è buono. Riduttivamente: possa morire bastonato quello a cui non piaccia la buona tavola. 6 - DICETTE DON CRISPINO Â SIÉ CUMMARA: CHI PRATTECA SE ‘MPARA La pratica val piú della grammatica… 7 -DICETTE ‘NU SAPUTO: NUN C’È PPEJO ‘E ‘NU CAFONE RESAGLIUTO. Disse un uomo di vaste conoscenze,cioè pratico della vita : Non c’è peggior cosa di un villano arricchito. 8 - DICETTE ‘O CAFONE: ‘NA VOTA SOLA ME PUÓ FÀ FESSO Disse il villano: Una sola volta potrai imbrogliarmi Poi mi farò furbo e non ci riuscirai piú. 9 - DICETTE ‘O CANZIRRO Ô CAVALLO: CUMPAGNÓ T’ASPETTO ‘NFACCI’ Â SAGLIUTA. Disse il mulo al cavallo (che nel piano, faceva il gradasso): Compagno ti attendo (cioè: voglio vedere cosa saprai fare) al momento della salita(di solito agevole per un mulo, ma non per un cavallo). I gradassi ed i supponenti perdono la loro sicumera nei momenti difficili. 10 - DICETTE ‘O CIUCCIO: SI ARRIVO A ME NE ASCÍ ‘A MIEZO A CCHESTI BBOTTE, NUN GHIESCO CCHIÚ A CCACÀ ‘E NOTTE Disse l’asino: se riesco a salvarmi da queste percosse non uscirò piú a defecare di notte Un asino che aveva abbandonata nottetempo la stalla e faceva i suoi bisogni presso il muro di cinta di una casa fu violentemente bastonarto dal proprietario della casa e si ripromise di non impelagarsi per l’avvenire in analoghe situazioni.Estensivamente: chi riesce a trasi fuori da un impaccio, si ripromette di non incorrervi piú nel timore di non poterne venir fuori una seconda volta. 11.QUANNO JESCE 'A STRAZZIONA, OGNE FFESSO È PRUFESSORE... Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento. 12.'A MONECA 'E CHIANURA:MUSCIO NUN 'O VULEVA MA TUOSTO LE FACEVA PAURA... La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottointende :il pane. La locuzione viene usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi... 13.FÀ 'E SCARPE A UNO E COSERLE 'NU VESTITO. Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta. 14.TIENE 'A CASA A DDOJE PORTE. Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto. 15.FÀ ACQUA 'A PIPPA. Letteralmente:La pipa versa acqua. Id est: la miseria è grande. la locuzione è usata a commento del grave stadio di indigenza di qualcuno.. La pipa in questione non è l'attrezzo per fumare, bensí la botticella spagnola oblunga chiamata pipa nella quale si usa conservare vino o liquore,qualora invece versasse acqua ivi contenuta indicherebbe che il prprietario è in uno stato di cosí grave miseria da non poter conservare né vino, né liquore, ma solo acqua... 16.SANT'ANTUONO, SANT' ANTUONO TÈCCOTE 'O VIECCHIO E DAMME 'O NUOVO E DAMMILLO FORTE FORTE, COMME Â VARRA 'E ARETO Â PORTA... Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio. 17.FACESSE 'NA CULATA E ASCESSE 'O SOLE! Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato e al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)... 18.CARTA VÈNE E GGHIUCATORE S'AVANTA... La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati! 19. 'A FEMMENA È 'NU VRASIERE, CA S'AUSA SULO Â SERA. La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un dispensatore di calore da usare però parsimoniosamente solo a sera, nel letto Ammore, tosse e rogna nun se ponno annasconnere. Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi. 20.PARONO 'O SERVEZIALE E 'O PIGNATIELLO. Sembrano il clistere e il pentolino. La locuzione viene usata per indicare due persone che difficilmente si separano, come accadeva un tempo quando i barbieri che erano un po' anche cerusici,chiamati per praticare un clistere si presentavano recando in mano l'ampolla di vetro atta alla bisogna ed un pentolino per riscaldarvi l'acqua occorrente... Brak

martedì 28 agosto 2012

VARIE 2018

1. AÍZA, CA VENONO ‘E GGUARDIE Ad litteram: alza (la merce e portala via giacché possono giungere i rappresentanti della forza,(sequestrarti la merce e contravvenzionarti.) Locuzione usata un tempo quando a Napoli era vivo e fiorente il contrabbando d’ogni genere e si volesse consigliare il venditore a portar via la merce per non incorrere nei rigori della legge rappresentata dai suoi tutori che qualora fossero intervenuti avrebbero potuto sia sequestrare la merce che elevare pesanti contravvenzioni. Oggi la locuzione è usata per convincere un inopportuno interlocutore a liberarci della sua presenza anche se costui non abbia merce da portar via né si paventi reale intervento di polizia municipale o altri tutori della legge. 2. ARRICIETTE ‘E FIERRE E GHIAMMUNCENNO Ad litteram: raccogli i ferri del mestiere ed andiamo via. Locuzione usata a mo’ di perentorio comando dagli artieri e rivolta ai propri, meglio al proprio garzone affinché raccolti i ferri usati per svolgere il lavoro, li riponga in un contenitore da asporto e ci si possa allontanare dal luogo, ove si lavori o si sia lavorato, per far ritorno alla bottega. Il verbo arricettà, reso con l’italiano raccogliere deriva originariamente dal termine ricietto che significa tregua, pace e nella locuzione vorrebbe quasi intendere che ai ferri occorre dare,dopo una giornata di lavoro, finalmente tregua, non tenendoli piú sparsi a dritta e mancina, ma raccolti nel loro contenitore. Modernamente la locuzione è usata all’incirca con la stessa valenza della precedente quando si voglia sollecitare un importuno a lasciarci liberandoci della sua sgradita presenza. 3. A PPESIELLE PAVAMMO oppure NE PARLAMMO. Ad litteram: al tempo dei piselli pagheremo oppure ne parleremo. Locuzione con la quale si tenta di rimandare la soluzione dei debiti o dei problemi a tempi migliori. In tempi remoti la locuzione posta sulla bocca di un contadino voleva dire: pagherò i miei debiti al tempo della raccolta dei piselli, quando farò i primi guadagni della stagione; posta invece sulla bocca di un medico o peggio d’un becchino aveva l’aria di una minaccia vvolendo significare: al tempo dei piselli ti necessiterà la mia opera o perché cadrai in preda di coliche che l’ortaggio ti procurerà, o - peggio ancora - ne decederai! 4. AVUTÀ FUOGLIO Ad litteram: girare il foglio ovverossia: mutare argomento, cambiare discorso, soprattutto quando lo si faccia repentinamente acclarata la impossibilità di sostenere piú oltre proprie argomentazioni chiaramente prive di forza e vuote di corposo sostrato dialettico. 5. AVUTÀ ‘O SCIAVECHIELLO Ad litteram: girare il rastrello ovverossia: mutare posizione, girare le spalle, dar le terga ad argomenti o a stati, momenti sgraditi. La locuzione è mutuata dal comportamento dei pescatori di telline o altri piccoli molluschi che si raccolgono rastrellando la battigia umida, dove essi si annidano,con una sorta di rastrello munito di reticella che di solito viene faticosamente spinto in avanti per smuovere l’arena bagnata e trarne i molluschi. Allorché l’operazione diventa troppo faticosa i pescotori spostano il rastrello alle spalle ed invece di spingerlo, lo trascinano ottenendo, con minore fatica, ugualmente buoni risultati (si lavora di piú a spingere che a tirare o trascinare!). La voce sciavechiello= rastrello con rete è un s.vo diminutivo maschilizzazione del femm.le sciaveca = sciabica che è grossa rete a strascico munita di ampio sacco centrale ed ali laterali sorrette da sugheri galleggianti, che viene calata in mare in prossimità della battigia e poi faticosamente tirata a riva a forza di braccia dai pescatori che per poterlo piú agevolmente fare sogliono entrare in acqua fino a restare a mollo con il fondoschiena donde l’espressione: stà cu ‘e ppacche dint’ a ll’acqua id est: star con le natiche in acqua per significare oltre che lo star lavorando faticosamente anche lo star in grande miseria nella convinzione (sia pure erronea) che il mestiere di pescatore non sia mai abbastanza remunerativo. Etimologicamente la parola sciaveca pervenuta nel toscano come sciabica è derivata al napoletano (attraverso lo spagnolo xabeca) dall’arabo shabaka da cui anche il portoghesejabeca/ga. Rammento al proposito che essendo lo sciavechiello (rete/rastrello) notevolmente piú piccolo della rete sciaveca, si è resa necessaria la maschilizzazione del nome (al di là del diminutivo) dovuta al fatto che in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella. 6. ‘A MADONNA V’ACCUMPAGNA Ad litteram: La Madonna vi accompagni Locuzione augurale che si suole rivolgere a chi, dopo d’averci fatto visita, ci stia lasciando per fare ritorno al proprio domicilio , perché nell’affrontare la strada non incorra in pericoli inattesi, ma sia protetto nel suo andare dalla vigile compagnia della Vergine.Talvolta però quando la compagnia del visitatore sia stata noiosa ed importuna e la visita si sia protratta eccessivamente è facile che colui che congeda il visitatore all’accomiato augurale riportato in epigrafe aggiunga tra i denti un molto meno augurale: e ‘o diavulo ve porta (e il diavoli vi porti via). 7. ‘A MAL’ORA ‘E CHIAIA Ad litteram: la cattiva ora di Chiaia. Detto, ancóra oggi, quale caustica apposizione di ogni momento in cui si devono svolgere incombenze che non si possono delegare ad altri e che, obtorto collo, occorre portare a compimento. Storicamente la locuzione nacque a significare quel cattivo orario (tardo pomeridiano ) durante il quale le donne abitanti nei pressi della zona di Chiaia, si recavano insieme sulla vicina spiaggia ( in latino: plaga, da cui Chiaia) per sversare in mare il contenuto dei graveolenti vasi di comodo detti in napoletano canteri in cui le famiglie depositavano i propri esiti fisiologici. 8. A MMORTE ‘E SÚBBETO Ad litteram: subitaneamente, repentinamente Locuzione avverbiale che viene usata soprattuto quando si voglia significare ad un proprio sottoposto che l’ordine ricevuto deve esser eseguito in maniera subitanea, repentina, senza por tempo in mezzo tra l’ordine e la sua esecuzione che deve avvenire con la stessa celerità con cui avviene una morte repentina. 9. APPUJÀ ‘A LIBBARDA Ad litteram: appoggiare l’alabarda id est: scroccare, profittare a spese altrui. Locuzione antichissima risalente al periodo viceregnale, ma che viene tuttora usata quando si voglia commentare il violento atteggiamento di chi vuole scroccare qualcosa o, pi ú genericamente, intende profittare di una situazione per conseguire risultati favorevoli, ma non espressamente previsti per lui. Temporibus illis i soldati spagnoli erano usi aggirarsi all’ora dei pasti per le strade della città di Napoli e fermandosi presso gli usci là dove annusavano odore di cibarie approntate, l í poggiavano la propria alabarda volendo significare con detto gesto di aver conquistato la posizione; entravano allora nelle case e si accomodavano a tavola per consumare a scrocco i pasti. 10. ‘A SOTTO P’’E CHIANCARELLE! Ad litteram: Di sotto, a causa dei panconcelli! o meglio Attenti, voi che state di sotto, ai panconcelli È l’avvertimento che usano gridare dall’alto ai passanti gli operai che provvedono alla demolizione di edifici, affinchè i passanti stiano attenti ad eventuali cadute di materiali; nella fattispecie stiano attenti alla caduta dei panconcelli, strette doghe , per solito, di stagionato legno di castagno che poggiate trasversalmente sulle travi portanti facevano da sostrato e sostegno ai solai delle abitazioni; l’improvviso cedimento di detti panconcelli avrebbe potuto comportare grossi danni. Oggi, per traslato, la locuzione viene usata quando si voglia avvertire che ci si trova davanti ad una situazione grave o foriera di pericolo, o quando ci si vuole dolere di non aver fatto a tempo ad avvertire gli altri dell’approssimarsi d’un danno e il danno stesso si sia già manifestato. 11. ALLERTA, ALLERTA Ad litteram: all’impiedi, all’impiedi id est: sbrigativamente e celermente; detto di cose portate a termine con grandissima rapidità, rinunciando ad ogni comodità - quale ad es. quella di sedere - pur di concludere l’intrapreso il pi ú presto possibile; va da sé che una cosa fatta allerta allerta può comportare il rischio che non venga fatta secondo i canoni previsti e dovuti, ma - al contrario - in modo rabberciato.La locuzione è usata spessissimo in riferimento ad un veloce, inatteso e disimpegnato rapporto sessuale che altrove è indicato con l'espressione: farse 'na basulella. (vedi qui di seguito). 12. FARSE ‘NA BASULELLA. Espressione intraducibile ad litteram con la quale si indica il portare a compimento un veloce, disimpegnato e forse inatteso rapporto sessuale, condotto a termine alla meno peggio, magari per istrada, all’impiedi o pi ú precisamente allerta allerta. 13. ARROSTERE ‘O CCASO CU ‘A CANNELA Ad litteram: arrostire il cacio con la candela piú consonamente affumicare il cacio con la candela id est: cercare di ottenere qualcosa con mezzi inadeguati come sarebbe tentare di ottenere l’affumicatura di un formaggio con l’ausilio di una candela; impresa impossibile stante la scarsità dei mezzi usati. 14. ASSECCÀ ‘O MARE CU ‘A CUCCIULELLA Ad litteram: prosciugare il mare servendosi della minuscola valva di una arsella Locuzione che, come la precedente significa: tentare un’impresa disperata, qui con l’aggravante di voler conseguire una cosa inutile oltreché impossibile: nessuno riuscirebbe, anche avendo a disposizione grandissimi mezzi, a vuotare il mare. 15. ACCATTARSE ‘O CCASO. Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nell’idioma napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo significato etimologico di portar via dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere). La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso. 16. AÍZA ‘NCUOLLO E VATTÉNNE Ad litteram: alza addosso e va’ via; id est: caricati indosso quanto di tua competenza ed allontanati. Robusto modo di invitare qualcuno, probabilmente perché importuno, ad allontanarsi avendo cura di portar via con sé quanto di sua spettanza, per modo che non abbia a scusante, per ritornare, il fatto di dover recuperare il suo. Anticamente era, sia pure limitatamente alla prima parte della locuzione l’ordine che si impartiva ai facchini, affinché principiassero sollecitamente la loro incombenza di trasportar merci o altro issandole sulle loro robuste spalle; oggi, limitatasi la locuzione ad un invito, sia pure perentorio ad allontanarsi che viene rivolto agli importuni, l’aiza ‘ncuollo della locuzione è pletorico e viene mantenuto per non guastare il sapore di antico di cui è pervasa l’espressione. 17. AVIMMO FATTO ASSAJE! Ad litteram: abbiamo fatto molto! Ironica locuzione, da intendersi in senso chiaramente antifrastico, che viene pronunciata come amaro commento da chi voglia far intendendere ad un suo ipotetico compagno di ventura di aver completamente mancato il comune centro prefissosi, e di non aver concluso nulla dell’intrapreso, anzi di essersi affaticati inutilmente in quanto il risultato del loro operato è stato completamente nullo e non si è ottenuto alcun risultato concreto, che se pure ci fosse, sarebbe cosí piccola cosa rispetto all’impegno profuso, da non esser tenuto in alcun conto. 18. A LA SANFRASÒN oppure SANFASÒN Ad litteram: alla carlona; detto di tutto ciò che venga fatto alla meno peggio, senza attenzione e misura, in modo sciatto e volutamente disattento, con superficialità e senza criterio.La voce avverbiale sanfrasòn/sanfasòn è, pari pari, corruzione del francese sans façon (senza misura). 19. AZZUPPARSE ‘O PPANE. Ad litteram: intinger per sé il pane id est: godere delle altrui difficoltà, compiacersene commentandole malevolmente con cattiveria ed acrimonia, al fine di peggiorare la situazione morale di chi si trovi in difficoltà, quasi intingendo metaforicamente un pezzo di pane nelle disgrazie del malcapitato, per assaporare fino in fondo il patimento di chi si trova a percorrere un duro cammino. Brak

VARIE 2017

1. FÀ A UNO ‘NZOGNA E PUMMAROLA. Ad litteram: fare (cucinare) uno con sugna e pomodoro Icastica espressione usata per indicare che si intende maltrattare qualcuno, violentemente percuoterlo, ridurlo a cattivo stato fino ad iperbolicamente cucinarlo in forno dopo averlo schiacciato a dovere come si farebbe con una pizza condita, a maggior disdoro, non con il tenue olio d’oliva, ma con la greve sugna e la classica salsa di pomodoro. ‘a pizza ‘nzogna e pummarola fu anticamente uno dei piú classici modi di approntare la pizza che veniva appunto condita con sugna, pomidoro ed abbondante pecorino prima d’esser cotta in forno; successivamente il condimento per questa pizza napoletana mutò e venne usato olio d’oliva, pomidoro aglio ed origano e la pizza cosí condita non ebbe piú il nome di napoletana, ma divenne â marenara. 2. FÀ ‘O MANTESENIELLO Letteralmente: fare il grembiulino. Id est: comportarsi come chi indossi il grembiulino; locuzione usata a dileggio di certi uomini che, dimenticando la loro (supposta) mascolinità, si comportino da donnetta mostrandosi pettegoli e linguacciuti, ciarlieri al punto di propalare notizie apprese: fatto di per sé disdicevole, ma che lo è ancora di piú quando le notizie, che ci si diverte a portare in giro, sono state apprese in “camera caritatis” per le pubbliche funzioni che svolge il manteseniello della locuzione. manteseniello= grembiulino s.vo m.le diminutivo (cfr. il suff. iello) di mantesino= grembiule, zinale; la voce mantesino è dal tardo lat. mantu(m)+ ante+ sinu(m)→mantesinu(m). 3. FÀ ‘O MASTO ‘E FESTA. Ad litteram: fare il maestro della festa Locuzione da intendersi sia in senso strettamente letterale che in senso figurato; intesa in senso letterale si fa riferimento a chi, sia pure dispoticamente, si impegna ad organizzare feste pubbliche o private conferendo spesso il proprio danaro oltre che il proprio tempo ed impegno;in senso traslato la locuzione si usa con dispetto nei confronti di chi, senza esserne né invitato, né delegato a farlo pretende di organizzare l’altrui esistenza; costui con incredibile faccia tosta si presenta non richiesto in casa altrui e disponendosi ad agire tamquam un fac-totum dispensa sgraditi consigli sul modo migliore di comportarsi ed agisce quasi alla medesima stregua del tipo detto spallettone o mastrisso(cfr. ultra). 4. FÀ ‘O GALLO ‘NCOPP’Â MMUNNEZZA Ad litteram: fare il gallo sull’immondizia Id est: assumere gratuitamente arie di superiorità, montare saccentemente in cattedra cercando di imporsi su tutti gli altri che però a ragion veduta non sono altro che un cumulo di rifiuti di talché, solamente messo al loro confronto, il gallo può primeggiare; altrove non conterebbe nulla, potendosi quasi definirlo: monoculo in terra coecorum. 5. FÀ ‘O NNACCHENNELLO Ad litteram: fare il cicisbeo Il vocabolo in epigrafe è oggi fra i napoletani piú giovani quasi sconosciuto, mentre persiste nella memoria e nell’uso di quelli piú avanti negli anni. Con tale vocabolo si indica il lezioso, lo svenevole, lo eccessivamente complimentoso, il vagheggino, il manierato cicisbeo; è chiaro che in un’epoca come la nostra che à statuito la parità dei sessi sarebbe impensabile un uomo che si comportasse verso il gentil sesso in maniera tale da esser paragonato a quei settecenteschi cavalier serventi che solevano portare lunghe capigliature spartite sulle fronte e portate sul volto a coprire un occhio, mentre con l’altro, attraverso un occhialetto,spesso colorato, sogguardavano le dame ; tale postura faceva pensare che i suddetti cavalieri non avessero che un occhio;in francese la cosa suonava: il n’à q’un oeil che letto rapidamente diveniva il n’à che n’el da cui i napoletani trassero nnacchennello. 6. FÀ ‘O PRUTUSENIELLO Ad litteram: fare il prezzemolino; id est: fare il ficcanaso, voler partecipare ad ogni conversazione esprimendo la propria opinione, specialmente se non sollecitata o richiesta; comportarsi cioè come fa il prezzemolo erba aromatica largamente presente nelle minestre della cucina partenopea; è chiaro che la locuzione in epigrafe si riferisce agli uomini ed è usata a mo’ di dileggio, ritenendosi che normalmente un uomo non debba tenere simili comportamenti, piú consoni alle donne. Prutuseniello = prezzemolino s.vo neutro diminutivo (cfr. il suff. iello) di prutusino s.vo neutro = prezzemolo, come détto famosissima erba aromatica largamente presente nelle minestre della cucina partenopea; la voce prutusino è una lettura metatetica del tardo lat *petrosinu(m) che è dal gr. petrosélinon, comp. di pétra 'roccia, pietra' e sélinon 'sedano'; propr. 'sedano che cresce fra le pietre'. 7. FÀ ‘O PORTAPULLASTE. Ad litteram: fare il porta pollastri Id est: agire da mezzano, da ruffiano che rechi messaggi alternativamente all’ amoroso o all’amorosa; per traslato fare il propalatore di notizie, per il solo gusto di portarle in giro senza neppure riceverne alcun sia pure piccolo vantaggio quale ad es. una mancia che si è soliti dare ad un garzone di macellaio che rechi effettivamente dei polli acquistati e non bigliettini amorosi. Interessantissima l’etimologia del sostantivo ricavato con traduzione pedissequa dell’espressione francese porte-poulet (portapolletto) ma che in realtà non si riferiva a qualcuno che realmente portasse dei polli, bensí a chi favorisse,recandoli, lo scambio di bigliettini amorosi tra gli innamorati; la particolare piegatura dei foglietti li faceva assomigliare a dei piccoli polli con le alucce donde il nome di poulet (polletto) ed ovviamente chi recava quei bigliettini fu détto porte-poulet (portapolletto); originariamente tale scambio di bigliettini amorosi avveniva tra innamorati della medio-alta borghesia partenopea adusa alla lingua francese usata anche nella corte per cui il mediatore fra innamorati, piú che esser détto semplicemente portabigliettini, fu détto alla francese porte-poulet; quando poi la medesima abitudine passò tra gli innamorati del popolo che non avevano dimestichezza con la lingua d’oltralpe, ma solo con l’idioma partenopeo ecco che porte-poulet (portapolletto)diventò portapullaste restando acquisito come sostantivo per indicare il mezzano, il ruffiano etc. 8. FÀ ‘O PÍRETO CCHIÚ GGRUOSSO D’’O CULO. Ad litteram: fare il peto piú grande del culo. Versione piú prosaica, ma quanto piú icasticamente viva dell’algido italiano: fare il passo piú lungo della gamba; in effetti il massimo danno che potrebbe derivare dall’operare secondo la locuzione italiana sarebbe quello di dover sopportare il dolore di uno strappo muscolare; nel caso della locuzione napoletana i danni sarebbero ben piú gravi ed ignominosi. 9. FÀ ‘O VIAGGIO D’’O MISCHINO Ad litteram: fare il viaggio del Meschino Id est: impegnarsi in una faticosissima attività, un’improba impresa, ma totalmente inutile vuoi per le ragioni che la promuovono, vuoi per i risibili risultati che si raggiungono; la locuzione in epigrafe richiama le avventure di uno degli eroi del ciclo carolingio : Guerino detto il Meschino protagonista di numerose dure ma inutili avventure narrate dallo scrittore italiano Andrea da Barberino e riprese oltr’ alpi da narratori francesi. 10. FARNE CCHIÚ ‘E CATUCCIO. Ad litteram: farne piú di Catuccio Id est: comportarsi, per iperbole, in maniera piú truffaldina e delittuosa di quel tal Luigi Filippo Bourguignon celebre bandito parigino (La Courtille, Belleville, 1693 -† Parigi 1721); tale noto masnadiero francese fu soprannominato Cartouche corrotto nel napoletano Catuccio, e sin da giovanissimo operò in Francia e prima di finire i suoi giorni sulla forca ne combinò di tutti i colori, compiendo scelleratezze e nefandezze efferate. 11. FÀ PALLA CORTA Ad litteram: fare la palla corta Id est: mancare il fine prefissato, non giungere al risultato per avere errato nel conferire la forza necessaria affinché si potesse raggiungere lo scopo; locuzione mutuata dal giuoco delle bocce o del bigliardo nel quale la biglia (palla) messa in giuoco può mancare di raggiungere il punto voluto e risultare corta se nel lanciarla il giocatore non vi à impresso la necessaria e giusta spinta. 12. FÀ ZITE E MURTICIELLE E BATTESIME BUNARIELLE. Letteralmente: fare (partecipare a) matrimoni e funerali e battesimi abbastanza buoni.Id est: non mancare mai, anche se non espressamente invitati, a celebrazioni che comportino elargizioni di cibarie e libagioni, come accadeva temporibus illis quando la maggior parte delle cerimonie si svolgevano in casa, allorchè il parroco o prete del rione non mancava mai di rendersi presente a battesimi o matrimoni, per presenziare alla tavolata che ne seguiva. La cosa valeva anche per i funerali (murticielle) giacché, dopo la sepoltura del morto, i vicini erano soliti offrire ai parenti del defunto un pantagruelico pasto consolatorio spesso comportante gustose portate di pesce fresco. dette cuònsolo (consolazione). 13. FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO. Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stantene la augusta (ma in realtà falsa) provenienza. coglie s.vo f.le pl. di coglia= testicolo ( voce dal lat. coleu(m). 14. FÀ TRE FICHE NOVE ROTELE Letteralmente: fare con tre fichi nove rotoli. Con l'espressione in epigrafe, a Napoli si è soliti bollare i comportamenti o - meglio - il vaniloquio di chi esagera e si ammanti di meriti che non possiede, né può possedere. Per intendere appieno la valenza della locuzione occorre sapere che il rotolo era una unità di peso del Regno delle Due Sicilie corrispondente in Sicilia a gr.790 mentre a Napoli e suo circondario, ad 890 grammi per cui nove rotole corrispondevano a Napoli a circa 8 kg. ed è impossibile che tre fichi (frutto, non albero) possano arrivare a pesare 8 kg. Per curiosità storica rammentiamo che il rotolo, come unità di peso, è in uso ancora oggi a Malta, che prima di divenire colonia inglese apparteneva al Regno delle Due Sicilie. Ricordo altresí che il rotolo deriva la sua origine dalla misura araba RATE,trasformazione a sua volta della parola greca LITRA, che originariamente indicava sia una misura monetaria che di peso; la LITRA divenne poi in epoca romana LIBRA (libbra)che vive ancora in Inghilterra col nome di pound che indica sia la moneta che un peso e come tale corrisponde a circa 453,6 grammi, pressappoco la metà dell'antico rotolo napoletano. 15. FÀ FETECCHIA. Ad litteram: emettere una vescia, ma per traslato mancare completamente il risultato di un’azione. I l termine in epigrafe à un variegato ventaglio di significati nella parlata napoletana, ma tutti riconducibili al primario significato di vescia, scorreggia non rumorosa, scoppio silenzioso simile a quello del fungo che giunto a maturazione esplode silenziosamente emettendo le spore; col termine fetecchia , restando nell’ambito della silenziosità,viene indicato altresí lo scppio non riuscito di un fuoco d’artificio, e piú in generale un qualsiasi fallimento o fiasco di un’operazione non giunta a buon fine Per ciò che attiene l’etimologia, tutti concordemente la fanno risalire al latino foetere nel suo significato di puzzare - tenendo presente il primario significato di fetecchia, ma anche negli altri significati c’è una sorta di non olezzo che pervade la parola.e la riconduce al foetere latino. 16. FÀ ‘O RRE CUMMANNASCOPPOLa Locuzione intraducibile ad litteram con la quale si suole a Napoli porre alla berlina l’atteggiamento supponente di chi non avendo né il carisma, nè l’autorità fisica e/o morale pretende di impancarsi a re e duce delle umane vicende, ma è destinato miseramente a fallire atteso che le sue qualità al massimo lo potrebbero far considerare un re dei bambini ai quali però, per farsi ubbidire dovrebbe assestare qualche scappellotto; atteggiamento tipico tenuto da uomini affetti da complessi d'inferiorità, o - peggio ancora - grandemente frustrati che non valendo una cicca e non essendo, nell'ambito della loro famiglia, tenuti in alcun conto, sfogano la loro repressione e frustrazione vessando in qualche modo, o tentando di vessare le persone con le quali, per il loro ufficio vengono a contatto, ben sapendo però che non riusciranno nè a farsi ubbidire, nè addirittura ad esser presi in considerazione e saranno reputati alla stregua del re riportato in epigrafe. 17. FÀ ‘O SPALLETTONE oppure al femminile FÀ ‘A CCIACCESSA Espressioni intraducibili ad litteram in quanto in italiano manca un vocabolo unico che possa tradurle, per cui bisogna dilungarsi nella spiegazione per poter venire a capo delle espressioni in esame. Ciò premesso, dirò che esiste, o meglio, esistette fino agli anni ’60 dello scorso secolo, a Napoli un vocabolo che,nel parlare comune, conglobava in sè tutto un vasto ventaglio di significati. E’ il vocabolo in epigrafe che si dura fatica a spiegare tante essendo le sfumature che esso ingloba. In primis dirò che con esso vocabolo si indica il saccente, il supponente, il sopracciò, il millantatore, colui che anticamente era definito mastrisso ovvero colui che si ergeva a dotto e maestro, ma non aveva né la cultura, nè il carisma necessarii per essere preso in seria considerazione. Piú chiaramente dirò, per considerare le sfumature che delineano il termine in epigrafe, che vien definito spallettone chi fa le viste d’essere onnisciente, capace di avere le soluzioni di tutti i problemi, specie di quelli altrui , problemi che lo spallettone dice di essere attrezzato per risolvere, naturalmente senza farsi mai coinvolgere in prima persona, ma solo dispensando consigli , che però non poggiano su nessuna conclamata scienza o esperienza, ma son frutto della propria saccenteria in virtú della quale non v’è campo dello scibile o del quotidiano vivere in cui lo spallettone non sia versato;l’economia nazionale? E lo spallettone sa come farla girare al meglio. L’educazione dei figli altrui, mai dei propri !? Lo spallettone, a chiacchiere, sa come farne degli esseri commendevoli; e cosí via non v’è cosa che abbia segreti per lo spallettone che, specie quando non sia interpellato, si offre e tenta di imporre la propria presenza dispensando ad iosa consigli non richiesti che - il piú delle volte- comportano in chi li riceve un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per il povero individuo fatto segno delle stupide e vacue chiacchiere dello spallettone. E passiamo a quella che a mio avviso è una accettabile ipotesi etimologica del termine in epigrafe. Premesso che tutti i compilatori di dizionarii della lingua napoletana, anche i piú moderni, con la sola eccezione forse dell’ avv.to Renato de Falco e del suo Alfabeto napoletano, non fanno riferimento alla lingua parlata, ma esclusivamente a quella scritta nei classici partenopei, va da sè che il termine spallettone non è registrato da nessun calepino, essendo termine troppo moderno ed in uso nel parlato, per esser già presente nei classici. Orbene reputo che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di trovare l’etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S non eufonica, ma intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE. Per concludere potremo definire cosí lo spallettone:ridicolo millantatore, becero, vuoto, malevolo dispensatore di chiacchiere, da non confondere però con il pettegolo che è altra cosa e che in napoletano è reso con un termine diverso da spallettone e cioè con il termine: parlettiere. Va da sè che il termine esaminato è esclusivamente maschile; esiste però un corrispondente termine femminile con i medesimi significati del maschile ed è come riportato nella variante in epigrafe: cciaccessa correttamente scritto con la geminazione iniziale della C: cciaccessa; l’etimo mi è sconosciuto, ma reputo, stante anche per essa parola il sostrato di un vuoto parlare che possa essere un deverbale formatosi su di un iniziale ciarlare. brak

VARIE 2016

1 QUANNO SIENTE 'O LLATINO DÊ FESSE, È SSIGNO 'E MAL' ANNATA. Letteralmente: quando senti che gli sciocchi parlano latino, è segno di un cattivo periodo.Id est: l'ostentazione di cultura sia autentica che presunta da parte degli stupidi e degli ignoranti, prelude a tempi brutti, per cui son da temere gli sciocchi che si paludano da sapienti... 2 PARÉ 'O SORICE 'NFUSO 'A LL'UOGLIO. Letteralmente: sembrare un topolino bagnato da l'olio. La locuzione viene usata sarcasticamente e per dileggio a Napoli nei confronti di taluni bellimbusti che vanno in giro tirati a lucido ed impomatati cosa che in napoletantano suona: alliffati (dal greco aleiphar=olio); tali soggetti vengon paragonati ad un topolino che per ventura sia cascato nell'orcio dell'olio e ne sia riemerso completamente unto e luccicante. 3 'A CARNE SE JETTA E 'E CANE S'ARRAGGIANO. Letteralmente: la carne si butta ed i cani s'arrabbiano. Id est: c'è eccessiva abbondanza di carne (tale da determinarsene la dismissione di tutta o di una parte….) , ma v’è altresí mancanza di danaro per acquistarla e ciò determina profonda rabbia in chi, non avendo pecunia, non può approfittare dell'abbondanza (e del basso costo) delle merci. Per traslato, il proverbio è usato in tutte quelle situazioni in cui una qualsiasi forma di indigenza è ostativa al raggiungimento di un fine che parrebbe invece a portata di mano; ciò vale anche nei rapporti tra i due sessi: per es. allorchè una donna si offra apertamente e l'uomo non abbia il coraggio di cogliere l'occasione; un terzo - spettatore, magari concupiscente- potrebbe commentare, dolendosene, la situazione con le parole in epigrafe. 4 'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO. Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di coloro che si atteggino a giovani ,tutti quelli cioè si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto, per combatterli, da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo, l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo. trapanaturo= aspo, strumento girevole che serve per avvolgere in matassa un filato; la voce napoletana trapanaturo deriva dal greco trypanon, deriv. di trypân 'forare' con l’aggiunta del suffisso turo indicante attività. 5 JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATURE. Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi) ed in basso ( lavatore/lavature = lavatoio/i (voci che son dal t. lat.lavatoriu(m) )un tempo erano ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche (voce che è dal greco ast(r)akon= coccio)erano ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare. 6 PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO. Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a sarcastico commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto,incapace, incompetente, inesperto quando non pigro, negligente, fannullone, sfaticato, scansafatiche, abulico, apatico, accidioso al punto da non poter mai portare al termine nulla di ciò che intraprende. 7 'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO. Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie(gratificandoti) con(il termine di) l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia. 8 'E DENARE SO' COMM'Ê CHIATTILLE: S'ATTACCANO Ê CUGLIUNE. Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono cosí tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente. chiattille sost. masch. plurale di chiattillo= piattola dimitivo (vedi suffisso illo) del lat. med. *platta per blatta cugliune/i sost. masch. plurale metafonetico di coglione= testicolo, ed anche babbeo, stupido da un acc.vo del lat. volg. coljone(m) per il class. coleone(m). 9 HÊ 'A MURÍ RUSECATO DA 'E ZZOCCOLE E 'O PRIMMO MUORZO TE LL'À DA DÀ MÀMMETA Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola (dal b.lat. sorcula dim. di sorex) che, a Napoli, identifica sia il ratto cioè il grosso topo di fogna che la donna di malaffare adusa – come il ratto – a frequentar nottetempo i marciapiedi. 10 MA TE FOSSE JIUTO 'O LLICCESE 'NCAPO? Letteralmente: ma ti è forse andato(salito) il leccese in testa? Id est: fossi impazzito? Avessi perso l'uso della ragione? Icastica espressione che, a Napoli, viene usata nei confronti di chi, senza motivo, si comporti irrazionalmente. Il leccese dell'espressione non è - chiaramente – un nativo e/o un abitante di Lecce, ma un tipo di famoso tabacco da fiuto, prodotto, temporibus illis, nei pressi di quel capoluogo di provincia pugliese; l'espressione paventa il fatto che il tabacco fiutato possa (ma non si sa bene come) aver raggiunto, attraverso le coani nasali il cervello e leso cosí le facoltà raziocinanti del... fiutatore. brak

VARIE 2015

1.ABBRUSCIÀ ‘O PAGLIONE Ad litteram: bruciare il pagliericcio id est: far terra bruciata attorno a qualcuno. Grave minaccia con la quale si comunica di voler procurare, a colui cui è rivolta, un grave, gravissimo anche se non specificato danno; la locuzione rammenta ciò che erano soliti fare gli eserciti sconfitti , in ispecie quelli francesi che nell’abbondonare l’accampamento fino a quel momento occupato, usavano bruciare tutto per modo che l’esercito sopravveniente non potesse averne neppure un sia pur piccolo tornaconto.Oggi la locuzione in epigrafe è usata con due significati, uno meno grave, l’altro piú duro; nel significato meno duro l’espressione significa mancare a un impegno, a un appuntamento; nel significato piú minaccioso l’espressione è usata per minacciar imprecisati ma totali danni; infatti con l’espressione T’aggi’ ‘abbruscià ‘o paglione! si vuol significare: Devo arrecarti tutto il danno possibile, bruciandoti persino il pagliericcio su cui dormi, per non darti piú modo neppure di riposare! Anticamente l’espressione in epigrafe valeva (ma non si comprende per quale percorso semantico!) come minaccia di sodomizzazione. abbruscià = bruciare, ardere, incendiare,consumare, distruggere, rovinare con l'azione del fuoco o del calore. l’etimo è da un lat. volg. ad+brusiare→abbrusiare→abbrusciare/à paglione s. m. = pagliericcio, saccone pieno di paglia o foglie secche usato come materasso; quanto all’etimo paglione è un evidente accrescitivo (cfr. suff. one) di paglia che è dal lat. palea 2. Â casa d’’o ferraro, ‘o spito ‘e lignammo. ad litteram: in casa del fabbro, lo spiedo è di legno; locuzione usata ad ironico commento di tutte quelle situazioni nelle quali, per accidia o insipienza dei protagonisti vengono a mancare elementi che invece si presupponeva non potessero mancare e ci si deve accontentare di succedanei spesso non confacenti. 3. ‘A carna tosta e ‘o curtiello scugnato. ad litteram: la carne dura ed il coltello senza taglio. Icastica locuzione che si usa a dolente commento di situazioni dove concorrano due o piú elementi negativi tali da prospettare un sicuro insuccesso delle operazioni intraprese. Altrove per significare la medesima cosa s’usa l’espressione illustrata al numero successivo. 4. Aizarse ‘nu cummò ad litteram: caricarsi addosso un canterano; detto di chi abbia impalmato una donna anziana, non avvenente e, a maggior disdoro, priva di congrua dote. Si ritiene che chi abbia fatto un simile matrimonio, abbia compiuto uno sforzo simile a quello di quei facchini addetti a trasporti, facchini che sollevavano e si ponevano sulle spalle pesanti cassettoni di legno massello, sormontati da pesanti lastre di marmo. aizar(se) = sollevar(si), alzar(si), caricar(si) di qualcosa; voce verbale infinito derivato dal lat. altiare→auziare→aizare; cummò s.m. = canterano, cassettone voce derivata dal francese commo(de). 5.Ê cane dicenno letteralmente: dicendo ai cani locuzione pronunciata magari accompagnata da un gesto scaramantico con la quale si vuol significare: non sia mai!, accada ai cani e non a noi, ciò che stiamo dicendo! 6. A mmorte ‘e subbeto. Ad litteram: a morte subitanea id est: repentinamente, senza por tempo in mezzo; detto soprattutto in riferimento ad ordini da eseguirsi, come indicato in epigrafe, con la stessa immediatezza di una morte repentina. 7. Aggiu visto 'a morte cu ll' uocchie. Ad litteram: Ò visto la morte con gli occhi Con questa tautologica locuzione si esprime chi voglia portare a conoscenza degli altri di aver corso un serio, grave pericolo tale d’averlo portato ad un passo dalla morte, vista da molto vicino e di esserne venuto fortunatamente fuori, tanto da poterlo raccontare. 8. Accurtà ‘e passe a quaccheduno Ad litteram:accorciare (ridurre) i passi a qualcuno; id est: ridimensionare i movimenti di qualcuno al fine di impedirgli di procedere oltre; detto soprattutto di chi - mostratosi troppo saccente e supponente - si stia comportando, conseguentemente, con boria e vacua baldanza; ebbene è buona norma che costui venga ridimensionato, con parole ed atti, perché comprenda quali sono i limiti nei quali deve muoversi e non li ecceda. 9. Accussí à dda jí Ad litteram : cosí deve andare; fatalistica espressione con la quale a Napoli si suole accettare tutte quelle situazioni che non possono essere eluse o evitate ed alle quali perciò bisogna - sia pure obtorto collo - soggiacere.Talvolta per completamento della frase in epigrafe ed a significare un totale abbondono nell’ Ente supremo che muove tutti gli accadimenti umani, si aggiunge un religioso e rassegnato e accussí sia ( e cosí sia). 10. Accussí va ‘o munno Ad litteram: cosí va il mondo: espressione analoga alla precedente, ma con un piú marcato senso di impotenza davanti alla ineluttabilità di taluni avvenimenti, che – in qualsiasi parte del mondo – evolvono nella medesima maniera... brak

VARIE 2014

1.A CCHIÀGNERE 'O MUORTO SO' LLÀCREME PÈRZE. 2. Â CASA D''O JUCATORE NUN C'È ÀUTRO CA DELORE. 3. 'A COLLERA È FFATTA A CCUÓPPO E CHI S''A PIGLIA SCHIATTA 'NCUÓRPO. 4. 'A CUNFERENZA È MMAMMA/PATRONA D''A MALA CRIÀNZA. 1. Ad litteram: A piangere un morto son lacrime perdute. Id est: Le persone si curano e/o si rispettano quando sono vive, a rimpiangerle da morte non giova a nessuno né al vivo, né al morto! 2. Ad litteram: A casa del giocatore non v’è altro che dolore. Id est: in casa di chi è dedito al giuoco regnano solo disagio per i debiti accumulati e fastidio per le umiliazioni provate nel dover rimandare la soddisfazione di quei debiti. 3. Ad litteram: La collera è fatta a cartoccio conico e chi la prova crepa nel corpo id est: l’ira, la collera, spesso si ritorcono su chi ne è affetto,danneggiandoli. 4.Ad litteram:La familiarità è mamma/padrona della scostumatezza.Id est:In ogni caso, non bisogna eccedere nel familiarizzare con le persone: v’è chi ne potrebbe profittare. Aspetti semantico-etimologici: chiagnere: verbo trans. piangere ma anche dolersi soffrire, patire, penare Etimologia: dal latino plangere con normale metaplasmo del pl latino nel chi napoletano (cfr. i normali sviluppi di pl→chj→chi ad es.: chino ←plenum, cchiú←plus, chiaja←plaga,platea→chiazza, chiummo←plumbeum etc.) e metatesi ng→gn. muorto: sostantivo/agg.vo m.le; è il participio pass. di murí; dal dep. latino morior, da cui, il participio mŏrtu(us)→muorto autro/auto/ato: agg.vo e sost.vo, altro. Etimologia: dall‟acc. latino alt(e)rum, con doppia sincope: in primis della “r”, e successivamente della “u”; la seconda sincope si rese necessaria per evitare confusione con l’omografo auto= alto che ad ogni buon conto era stata adottata una epentesi eufonica di una consonante fricativa labiodentale sonora (v) ottenendosi aveto ; normale nel napoletano il metaplasmo di al in au. cuoppo: sostantivo maschile, ma a volte, usato anche metaforicamente come apposizione dispregiativa, cartoccio di forma conica, contenitore per qualcosa ( derrate alimentari qualipesce, castagne, noccioline,olive, ma anche altri oggetti d’uso comune come chiodi e/o altre minutaglie) etc..Piú precisamente dirò che il s.vo m.le napoletano cuoppo può indicare: una rete da pesca, un embrice semicilindrico, un piatto di bilancia ed un cartoccio conico; quanto all’etimo cuoppo è da un lat. *cŏppu(m)→cuoppo forma resa maschile e dittongata del tardo lat. f.le *cŏppa(m)→cupa(m) per il class. cupa(m)= botte,semanticamente raccostati per la comunanza funzionale, sebbene non di forma, del concetto di capienza e ricezione;al proposito rammento che nel napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella. Nella fattispecie la cuppa(m) è certamente piú grande d’un cartoccio per cui cŏppa(m)f.le deve divenire *cŏppu(m)→cuoppo maschile. A margine di tutto quanto fin qui détto mi piace rammentare alcune icastiche espressioni del napoletano dove la fa da protagonista il s.vo cuoppo; e comincio con l’epiteto cuoppo ‘allesse! (cartoccio di castagne lesse!); inteso tale cartoccio bagnato e macchiato (la buccia interna delle castagne lesse tinge di scuro la carta con cui si confeziona il cartoccio!) lo si pensa quindi lercio, sporco e tali sono ritenute le donnaccole cui è riferito l’epiteto; allesse plur. di allessa= castagna privata della dura scorza esterna e bollita in acqua con aggiunta di foglie d’alloro e semi di finocchio derivata dal part. pass. femm. del tardo lat. elixare 'far cuocere nell'acqua, sebbene qualcuno proponga un tardo lat. *ad-lessa(m) ma non ne vedo la necessità; e rammentiamo l’espressione cuoppo d’acene ‘e pepe anzi piú precisamente cuppetiello d’acene ‘e pepe (cartoccetto di pepe) espressione usata in riferimento ad uomini di statura eccessivamente minuta e di corporatura esile, come piccoli e contenuti erano i cartoccetti usati dai droghieri per vendere al minuto le piccole bacche sferiche, nere, di forte aroma,della pianta del pepe, bacche usate intere o macinate come condimento; trattandosi di una spezie d’importazione ed abbastanza costosa, non erano ipotizzabili – per la sua vendita al minuto – cartocci grossi, cuoppi voluminosi (come quelli usati per vendere castagne lesse o altre merci commestibili quali frutta, pesce fresco etc.), ma solo cartoccetti piccoli; per cui non cuoppi, ma cuppetielle! Rammento adesso un significativo proverbio/scioglilingua che è: A cuoppo cupo pocu ppepe cape.che tradotto è: Nel cartoccetto conico stretto entra poco pepe. in realtà piú che di un proverbio si tratta di uno scioglilingua giocato sulle assonanze delle varie parole, ma che nasconde un’osservazione disincantata della realtà e cioè che chi è stretto perché pieno, sazio non può riempirsi di piú(e ciò sia in senso positivo che negativo posto che chi sia già tanto pieno, saziato di doti positive morali e/o di cultura, difficilmente potrà migliorarsi, come per converso chi sia cosí tanto sprovvisto di moralità e/o cultura difficilmente potrà aver modo di evolversi in meglio stante le ristrettezze morali del suo io che non gli consentiranno l’aggiunta d’alcunché); l’agg.vo m.le napoletano cupo non corrisponde all’italiano cupo che vale 1 profondo, molto incassato: pozzo cupo; valle cupa ' (region.) fondo, concavo: piatto cupo 2 (fig.) riferito a stati d'animo o sentimenti negativi, profondo, radicato: odio, rancore cupo; un cupo dolore | impenetrabile, tetro, malinconico: carattere, volto cupo | sinistramente ambiguo, misterioso: cupe minacce; ma in napoletano vale in primis: stretto, angusto, limitato e solo estensivamente buio, tenebroso, e detto di suono: cupo, basso, sordo. Ed in chiusura rammento un’altra icastica locuzione partenopea che suona: Piglià ‘o cuoppo ‘aulive p’’o campanaro ‘o Carmene (confondere il cartoccio conico contenente le olive con il campanile del Carmine Maggiore),locuzione usata per prendersi sarcasticamente beffe di qualcuno incorso in un madornale quiproquò, la medesima d’un non meglio identificato individuo macchiatosi della confusione iperbolica ed impensabile di scambiare un contenuto cartoccio con un campanile, non potendosi mai paragonare un piccolo cartocetto, sia pure conico con lo svettante e massiccio campanile del Carmine Maggiore campanile adiacente l’omonima basilica napoletana fatta erigere a partire dal 1301 con le elargizioni di Elisabetta di Baviera (Landshut, 1227 –† Greifenburg, 9 ottobre 1273), madre di Corradino di Svevia e con le sovvenzioni di Margherita di Borgogna (Eudes di Borgogna 1250 - †Tonnere 4 settembre 1308) , seconda moglie di Carlo I d’Angiò (21 marzo 1226 –† Foggia, 7 gennaio 1285); il campanile tirato su dall’architetto Giovan Giacomo di Conforto (Napoli, 1569 – †Napoli, 1630) e dal frate domenicano fra’Vincenzo Nuvolo(al secolo Giuseppe Nuvolo:Napoli, 70– †Napoli,43) che lo coronò con la cella ottagonale e la cuspide a pera carmosina, è uno dei monumenti piú famosi e riconoscibili della città partenopea. schiatta: voce verbale (3ª p. sg. ind. pr. dell’infinito schiattà =scoppiare, rodersi, soffrire per invidia, ma anche morire. Etim.: denominale da chiatto(s.vo ed agg.vo= grasso dal lat. plattu(m)) + protesi di una s distrattiva . ‘ncuorpo: loc.avv.le di luogo =in corpo, dentro, nel profondo. Voce dal latino in→’n + cŏrpu(s) con evoluzione della o intesa breve dittongata (cfr. ad es.: stuorto, muorto etc.). cunfidenza/ cunferenza: s.vo f.le = confidenza, familiarità, intimità, dimestichezza, amicizia; etimologicamente dal lat. confidentia(m); tipica nella variante morfologica la rotacizzazione osco-mediterranea della d in r . crianza: s.vo f.le = creanza, buona educazione, urbanità,compitezza, gentilezza Voce dallo sp. crianza, deriv. di criar 'allevare, educare', che è dal lat. creare 'creare'). Brak

lunedì 27 agosto 2012

TAGLIATELLE CREMOSE

TAGLIATELLE CREMOSE Mi piace molto la pasta fresca all’uovo,ma anche quella secca… in generale poi le tagliatelle mi piacciono molto condite con il pesto alla genovese, ma questa volta ò inteso variarlo un poco, aggiungendo una zucchina e sostituendo i pinoli con le mandorle o i gherigli di noci e conferendo, in aggiunta alla ricetta, della ricotta di pecora,per rendere il tutto piú goloso, saporito e cremoso! Direi che è un'ottima variante per chi volesse cambiare un poco… Dosi per 6 persone Ingredienti: 600 gr di tagliatelle fresche o secche (meglio se fresche!) - 1 mazzetto di basilico freschissimo - 1 zucchina piccola - 100gr di mandorle tostate o gherigli di noci fresche, - 5 cucchiai di pecorino grattugiato - 1 spicchio d'aglio mondato - 1 bicchiere di olio extravergine di oliva. - 250 gr di ricotta di pecora - sale grosso un pugno - sale fino e pepe bianco q.s. - un pizzico di cannella in polvere Procedimento Portate a ebollizione una pentola di acqua salata (sale grosso) e cuocetevi la pasta. Frattanto in un mixer con lame da umido mettete basilico lavato ed asciugato, zucchina lavata, spuntata e divisa in tre rocchi, aglio mondato, pecorino,pepe, poco sale fino, mandorle tostate ed olio e frullate ad alta velocità. Sgrondare le tagliatelle e versarle in una zuppiera, unirvi la ricotta stemperata con pochi cucchiai di acqua di cottura della pasta, unire il pesto, spolverizzare con la cannella in polvere, mescolare accuratamente e servire subito. Volendo, aggiungete altro pecorino grattugiato, ma lo sconsiglio: si correrebbe il rischio di render troppo salata la preparazione. Mangia Napoli, bbona salute! Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. raffaele bracale