lunedì 29 ottobre 2012

SENZA CCHIÚ DUBBIO.

SENZA CCHIÚ DUBBIO. Cosicché si tenevamo quacche dubbio ce ‘o simmo levato e mmo sapimmo bbuono chelli llote ‘e Gervasoni e rRizzoli ‘ncopp’ô stato paca ‘e chi stanno..., sapimmo ca pure lloro vestono FIATTA e ca songo dduje scurnacchiate comme ce ne stanno poche!Nun cuntente ‘e s’anventà n’ orzo-’e-cóse (fuorigioco) ‘e Bergessio ca nun ce steva, p’annullà ‘na rredda sacrosanta d’ ‘o Catania..., nun cuntente ‘e chesto nun vuletteno vedé ll’ orzo-’e-cóse (fuorigioco) ‘e Bendtner ca dètte ‘a palla a Vidal(lo) p’ ‘a rredda ca cunzentette â rubbentu(sa) ‘e jí a vvencere a cCatania.... E grazzie ô ca**o ca ‘a rubbentus(sa)vence sempe e nun perde maje, si tene sempe ll’arbitre ca jocano cu lloro! Ma ‘sta storia à dda ferní! Dinto a ‘nu paese serio e nno ‘e pagliacce comm’è ll’itaglia ‘o risultato ‘e ‘na partita comme a cchella ‘e Catania nun vène omolocato e ll’arbitre comme a gGervasoni e Rizzoli ne venono cacciate a ccauce ‘nculo mentre ‘a suggità janca e nnera vene radiata dâ cummertazziona civile! Si ll’ati scuatre ce stanno a cuntinuà ‘sta barzelletta ‘e campiunato pe ffarese piglià p’ ‘o culo dâ rubbentu(sa) cuntinuasseno pure, ma si i’ fósse a De Chiacchiaroniis retirasse ‘o Napule e se futtesseno SKY, MEDIASET, ‘a Federazzione, ll’AIA, Tosèl(lo) e cchi ‘e vveste â matina! Brak

sabato 27 ottobre 2012

UN’IPERBOLE NAPOLETANA

UN’IPERBOLE NAPOLETANA Anche questa volta faccio sèguito ad un quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) che mi à chiesto di parlare d’un’espressione iperbolica udita, restandone sorpreso, nel corso di un alterco tra due commercianti. L’accontento súbito cominciando con il dirgli di non farsi meraviglie atteso che nell’eloquio napoletano si ricorre volentieri all’iperbole espressiva, dando libero sfogo alla fantasia per formulare concetti che necessiterebbero di poche parole e che invece vengono colorite ravvivate, arricchite, vivacizzate quando non imbarocchite a dismisura in cerca dell’effetto ridondante, enfatico ma icastico e ciò soprattutto nelle imprecazioni e/o maledizioni come nell’ esempio che segue dove quella imprecazione che alibi è semplicemente “li mortacci tuoi” diventa (cosí come l’à udita l’amico N.C.) : Dint’ô sanco sperzo d’ ‘o parzunaro ca chiantaje ll’arbero ‘a do’ fuje cuoveto ‘o limone ca servette a scerià ‘e mmeglie maniglie ‘attone d’ ‘o tauto addó stanno atipate ‘e mmeglie osse cariulate d’ ‘e meglie muorte d’ ‘e muorte ‘e chi t’è mmuorto! Ad litteram: Nel sangue perso (id est: Accidenti al sangue smarrito) del colono che piantò l’albero donde fu còlto il limone che occorse a soffregare (per render lucide) le piú importanti maniglie d’ottone della cassa da morto dove sono conservate le ossa (ormai) tarlate dei trisavoli dei tuoi antenati! Faccio presente che l’espressione à una sua variante nella quale, con pari significato esclamativo, si ricorre in luogo del Dint’ô all’interiezione mannaggia al cosí come segue: Mannaggia ô sanco sperzo d’ ‘o parzunaro ca chiantaje ll’arbero ‘a do’ fuje cuoveto ‘o limone ca servette a scerià ‘e mmeglie maniglie ‘attone d’ ‘o tauto addó stanno atipate ‘e mmeglio osse cariulate d’ ‘e meglie muorte d’ ‘e muorte ‘e chi t’è mmuorto! dint’ô = nel/nello locuzione prepositiva articolata formata con la preposizione impropria dinto (dentro – in(dal lat. d(e) int(r)o→dinto); rammento che le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,néi/negli/nelle. - sanco s.vo neutro = sàngue [ voce dall’acc.vo lat. sangue(m) accus. collaterale di sanguĭnem attraverso un metaplasmo del lat. volg. *sangu(m)→sancu(m) con passaggio espressivo della occlusiva velare sonora (g) a quella sorda (c).] 1. a. Liquido organico, opaco, viscoso, di colore rosso (rosso vivo il sangue arterioso, rosso scuro il venoso) che, sotto l’impulso dell’attività cardiaca, circola nell’apparato cardiovascolare (cuore, arterie, capillari, vene), distribuendosi in tutti i distretti dell’organismo, nei quali esplica fondamentali funzioni di nutrizione; è fisicamente una sospensione, risultante di una parte corpuscolata (globuli rossi o eritrociti, globuli bianchi o leucociti e piastrine) e di una parte liquida, il plasma; funzionalmente, rappresenta il vero tessuto di correlazione dell’organismo: per suo mezzo, infatti, gli organismi aerobici attuano lo scambio di ossigeno e di anidride carbonica fra l’ambiente esterno e i proprî tessuti (v. respirazione), e in esso passano i principî nutritivi assorbiti a livello della mucosa intestinale per essere trasportati e distribuiti ai varî organi e tessuti, dove sono utilizzati a scopi energetici e plastici oppure immagazzinati come materiali di riserva. Locuzioni: s. arterioso, s. venoso (anche, s. rosso, s. blu); la formazione del s., o emopoiesi; la circolazione del s.; s. ricco, s. povero di globuli rossi; animali a (o di) s. caldo, i vertebrati che ànno la temperatura corporea costante, come i mammiferi e gli uccelli (detti perciò omeotermi); animali a (o di) s. freddo, i vertebrati con temperatura interna variabile in relazione alla temperatura ambiente, come i rettili, gli anfibî, i pesci (detti perciò eterotermi); coagulazione del s.; prelievo di s.; analisi, esame del s.; trasfusione di s.; datori o donatori di s. (anche volontarî del s.), v. datore. Nel linguaggio com.: avere il s. sano, essere di buon s.; avere il s. malato, guasto, infetto; pop., avere il s. grosso o ingrossato, avere la pressione alta (espressione che risale alla vecchia teoria umorale, nella quale si contrapponeva a s. sottile); prov., il riso fa buon s., fa bene alla salute; occhi iniettati di s., espressione con cui si indica comunem. l’iperemia dei vasi superficiali dell’occhio, soprattutto in quanto sia conseguente a uno stato di violenta eccitazione. b. Il liquido organico stesso considerato nel suo apparire all’esterno dell’organismo, in quanto eliminato o perduto per cause fisiche, patologiche, traumatiche, ecc.: un getto, un fiotto, un grumo, una goccia, una stilla di s.; s. rosso, nerastro; la ferita fa s., getta s.; perdere s. (fam. fare s.); dal taglio il s. esce, spiccia, sprizza, sgorga abbondante; filare s., quando esce con getto continuo (la mano ferita gli filava s.); nell’uso com., perdere s. dal naso, avere un’epistassi; avere una perdita di s., un’emorragia; sputare s., avere uno sbocco di s., avere un’emottisi; fermare, fare stagnare o ristagnare il s., quando viene perduto per una ferita o un’emorragia; cavare, levare il s., fare un salasso; non avere s. nelle vene, non rimanere piú s. nelle vene, in usi fig. (v. vena2, n. 1 b); un apporto di s. fresco, in senso fig., un apporto di elementi nuovi, giovani, freschi, capaci di ridare vigore a situazioni in stato di debolezza, precarietà, esaurimento (la concessione del mutuo rappresenta un apporto di s. fresco per l’azienda). Per il modo prov., scherz., levare o cavare s. da una rapa. Pietra del s. (o sanguinella), altro nome del diaspro rosso, cosí chiamato perché anticamente ritenuto efficace contro le emorragie. c. Con riferimento al colore: rosso come il s., o, in funzione appositiva, rosso sangue, rosso vivo, fiammante (a volte anche rosso di s.); con allusione al colore della carnagione: à gote latte e s.; quel bambino è tutto latte e s., à un viso bianco e rosso, segno di buona salute. d. In frasi di tono enfatico, con allusione al fatto che il sangue è essenziale alla vita, e quindi cosa assai preziosa: amare qualcuno piú del proprio s.; darei metà del mio s., tutto il mio s. pur di vederlo guarito. e. Come simbolo di fatica e dolore, in senso sia fisico sia morale: costare s., sudare s., richiedere, sopportare un’enorme fatica; piangere lacrime di s., piangere amaramente, sconsolatamente; succhiare il s., esigere da una persona tutto ciò, o anche piú di ciò, ch’essa possa dare, per quanto riguarda il lavoro, un’attività e, soprattutto, il denaro: governo, fisco che succhia il s. dei cittadini; usurai arricchitisi succhiando il s. della povera gente. 2. a. Sangue umano uscito dal corpo in seguito a ferite, spec. mortali, inferte volontariamente: battere, percuotere, mordere a s., con tanta violenza da far sanguinare; duello all’ultimo s., combattere fino all’ultimo s., fino a che uno dei contendenti resti ucciso (propriam., fino a che rimanga nel corpo ancora una goccia di sangue); duello al primo s., battersi al primo s., con l’accordo di sospendere il duello alla prima ferita; iperb., la vittima giaceva in una pozza, in un lago, in un mare di sangue. b. Con valore simbolico, ferimento, uccisione, strage: spargere s., commettere delitti, stragi: Io che sparsi di s. ampio torrente (T. Tasso), che feci grandi stragi; sacrificio con, senza, spargimento di s., cruento, incruento; delitto, reato, crimine di s.; nella cronaca giornalistica, un grave fatto di s., un delitto; uomo di s., sanguinario, portato alla violenza: io ’l vidi omo di s. e di crucci (Dante); avere le mani lorde di s., imbrattate di s., che grondano s., che ànno ucciso; lavare un’offesa nel s., onta vendicata col s., con la vita dell’offensore; il s. innocente grida vendetta; che il suo s. ricada su di voi!; prezzo del s., presso popoli antichi o primitivi, somma di denaro che dev’esser pagata dall’omicida ai congiunti dell’ucciso come riscatto del proprio delitto (con altro senso, ottenere, raggiungere qualche cosa a prezzo del s., a costo della vita); avere sete, essere assetato di s., essere spinto al delitto da follia omicida o da grande desiderio di vendetta: Sangue sitisti, e io di sangue t’empio (Dante); al contrario, aborrire il s., aver orrore del s., di persona d’animo mite, aliena per natura dalla violenza. Il fiume di s. bollente, nell’Inferno dantesco, il Flegetonte (Inf. XII, 47-48: La riviera del s. in la qual bolle Qual che per vïolenza in altrui noccia), che attraversa il cerchio 7° e nel quale sono puniti i violenti contro il prossimo. c. In partic., sangue versato nelle lotte o discordie civili, nelle guerre, o comunque per motivi politici o sociali: temprando lo scettro a’ regnatori, Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela Di che lagrime grondi e di che sangue (Foscolo); spargere, versare s. fraterno, nelle lotte intestine; soffocare una rivolta nel s., uccidendo i ribelli; l’insurrezione è finita in un bagno di s., si è conclusa con un massacro; scorreva per le vie il s. dei cittadini; notte di s., giornate di s., in cui siano state compiute gravi stragi di cittadini, di avversarî politici, ecc.; Natale di s. (v. natale, n. 2 b); in tono enfatico, essere scritto a lettere o a caratteri di s., di eventi storici grandi e solenni che siano maturati attraverso lotte dolorose e con molte perdite di vite umane. Con sign. piú prossimo a «vita umana»: dare, versare il s. per la patria, morendo sul campo di battaglia; Ove fia santo e lagrimato il sangue Per la patria versato (Foscolo); essere pronto a donare il s. per un’idea, per un ideale, a sacrificare la vita; l’indipendenza fu conquistata con il s. degli eroi; una vittoria che costò molto s.; quanto s. è costata la riconquista della libertà!; pagare un tributo di s., subire gravi perdite di vite umane. Nel linguaggio religioso e nella storia della Chiesa: fede rinvigorita dal s. dei martiri; battesimo di s., il martirio (v. battesimo, n. 1 a); l’umanità è stata redenta dal s. di Gesú; Nel tempo che ’l buon Tito ... vendicò le fóra Ond’uscí ’l sangue per Giuda venduto (Dante); il preziosissimo S., o il S. preziosissimo, anche senz’altra determinazione, quello sparso da Gesú Cristo sulla croce, e nel quale si trasforma quotidianamente il vino nel sacrificio della Messa. 3. In senso fig.: a. Essenza vitale, sede della vita e dei sentimenti: non avere piú una goccia di s. nelle vene, sentire che la vita, le forze vengono meno; avere (una qualità) nel s., avere una disposizione, buona o cattiva, profondamente radicata in sé (à la musica nel s.; à la disonestà nel sangue); sentirsi qualcosa nel s., avere un presentimento particolarmente vivo e insistente; con riferimento a persona, avere qualcuno nel s., amarlo profondamente, essergli intimamente assai legato. b. Lo stato d’animo, l’insieme degli atteggiamenti spirituali e delle passioni, spec. violente, di una persona, in quanto tutto ciò sembra essere in stretta relazione con diversi stati della circolazione del sangue, esercitando influenza su questi o, al contrario, essendone influenzato: guastarsi il s., irritarsi fortemente, arrabbiarsi; farsi cattivo s. (o il s. cattivo; anche, il s. amaro), tormentarsi, rodersi l’animo, prendersela molto a cuore; avere, non avere buon s. per qualcuno, averlo o no in simpatia; ant., andare a s., andare a genio; tra loro non corre buon s., non ci sono buoni rapporti, esiste animosità, acredine; il s. gli salí alla faccia, come manifestazione esteriore d’ira, di sdegno, di vergogna; il s. gli andò o gli montò alla testa, di chi è improvvisamente invaso dalla collera, dal furore; sentirsi rimescolare, rivoltare il s., provare grande turbamento, avvertire un sentimento di ribellione, di ripugnanza, di sdegno; sentirsi ribollire il s., esser vicino a scattare per lo sdegno, per l’ira; il s. gli fece un tuffo, a causa di una violenta e improvvisa emozione; sentirsi gelare o agghiacciare il s., allibire per il terrore; avere il s. caldo, il s. bollente, avere un temperamento focoso, facilmente infiammabile d’ira, d’amore, di passione, o anche d’entusiasmo; con senso affine, sentirsi bollire o ribollire il s. nelle vene; al contrario, non avere s. nelle vene, essere di temperamento freddo, insensibile, incapace di entusiasmo, di calore, di reazione e sim. (con sign. analogo, bisognerebbe non avere s. nelle vene, per non sdegnarsi, per non reagire, per non sentirsi invasi dalla passione o dall’entusiasmo). Come locuz. avv., a s. caldo, nel pieno dell’entusiasmo, dell’ira, della passione; piú com. il contrario, a s. freddo, a mente fredda, con piena consapevolezza delle proprie azioni, oppure freddamente, senza scomporsi: lo uccise a s. freddo. In altri casi, s. freddo, impassibilità, piena padronanza di sé e dei proprî nervi, che permette la visione realistica delle cose e una fredda obiettività di giudizio: tra tanti appassionati, c’eran pure alcuni piú di s. freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua s’andava intorbidando (Manzoni); conservare, mantenere il s. freddo; non gridavano, non perdevano il s. freddo (Ottieri); mostrare s. freddo; e come raccomandazione a mantenere il controllo di sé: s. freddo, mi raccomando!; calma e s. freddo!, spesso in tono iron. con riferimento a chi si agita troppo o mostra impazienza. 4. Sempre in senso fig.: a. Veicolo dei caratteri ereditarî, espressione della costituzione genetica (secondo un concetto scientificamente superato, ma tuttora vivo nel linguaggio com.): essere di s. nobile (pop. o scherz., di s. blu), di s. patrizio, appartenere a una famiglia di origine nobile, patrizia; al contr., essere di s. popolano, plebeo; príncipi di s. reale, discendenti di una famiglia reale; con sign. piú ristretto, príncipi del s., quelli che appartengono alla famiglia stessa del sovrano; uomo ... per costumi o per virtú, molto piú che per nobiltà di s., chiarissimo (Boccaccio); buon s. non mente, frase prov. che si usa pronunciare nel vedere risvegliarsi o manifestarsi in una persona, spec. un giovane o un bambino, certe inclinazioni, buone o cattive, che si ritengono ereditarie. b. Sempre in senso fig.come nel caso che ci occupa: Relazione di parentela, continuità della famiglia, della stirpe, in quanto si ritiene che il sangue si trasmetta dai genitori nei figli: ci sono tra loro stretti vincoli di s.; legami di s. tra due famiglie, tra due tribú, tra due popoli; avere lo stesso s., essere dello stesso s., appartenere allo stesso s.; tutti quelli del suo s., tutti i suoi parenti; la voce del s., l’istinto che fa riconoscere o amare i proprî parenti (sentire, ascoltare la voce del s.); il s. non è acqua, frase prov. che esprime, come ò anticipato la forza con cui si fanno spesso sentire i legami di parentela (con altro senso, la frase serve a giustificare la facile eccitabilità dell’animo, gli impulsi all’amore, all’ira, allo sdegno, e sim.). c. Con sign. concr., famiglia, stirpe; piú spesso, unito ad un agg. possessivo, indica i membri di una stessa famiglia, i discendenti, i figli, o anche un singolo parente, un singolo figlio; ll’aggi’ ‘a ajutà è pur’isso sanco mio(devo aiutarlo, è anche lui s. mio); piú enfaticamente,è ssanco d’ ‘o sanco mio (è s. del mio s.), con riferimento a un figlio);lle vuleva bbene comme fósse sanco suĵo (l’amava come se fosse s. suo). d. Con riferimento a unità etniche: essere di s. italiano, di s. tedesco, di s. arabo; à s. gitano nelle vene; s. misto, v. sanguemisto; anche, il complesso dei caratteri piú genuini e distintivi di un popolo: si vede che à s. siciliano; è il vero s. latino. Con sign. concr. e collettivo, l’insieme dei componenti di una stirpe o progenie, di una nazione, di un’unità etnica; non com., un bel s., una bella stirpe, una bella razza. e. Analogam., nel linguaggio degli allevatori di cavalli e di altri animali domestici, puro s. (animale, cavallo di puro s., piú spesso in funzione di sost., un puro s., anche in grafia unita: v. purosangue), animale di razza pura; mezzo s. (anche in grafia unita: v. mezzosangue), l’ibrido o meticcio fra due razze diverse; quarto di s., l’individuo che discende da un mezzosangue, incrociato a sua volta con un’altra razza. 5. Sangue di un animale macellato: il sanguinaccio si fa con il s. di maiale; bistecca al s., poco cotta. Sangue di bue, nome con cui viene comunem. indicato in commercio un concime organico azotato ottenuto dal sangue di bovini macellati, seccato e ridotto in polvere, che viene poi usato di solito diluito in acqua. 6. Come elemento di espressioni esclamative o imprecative, in tono talvolta scherz. talvolta volg.: sanco ‘e Giuda!; sanco. ‘e Bacco! sanco ‘e chi t’è vvivo/’e chi t’è mmuorto ecc.; (s. di Giuda!; s. di Bacco!; sangue di chi ti è vivo/ di chi ti è morto!) sperzo variante di sperduto voce verbale p.p. di sperdere(intensivo del lat. perdere, comp. di per 'al di là, oltre' e dare 'dare') che vale disperdere e dunque disperso,smarrito, perduto cioè senza continuità in quanto incapace di generare. parzunaro s.vo m.le 1in primis colono, fittavolo 2estensivamente contadino, ortolano, coltivatore,mezzadro, fattore. voce dal lat. partion-ariu(m) dove si avverte il s.vo pars/partis addizionato del suffisso aro/a suff. di competenza per sostantivi o aggettivi derivati dal latino o formati in italiano, che indicano oggetti,ma soprattutto mestieri (putecaro/bottegaio,rilurgiaro/orologiaio) oppure luoghi(lutammaro/letamaio), ambiente pieno di qualcosa o destinato a contenere o accogliere qualcosa suffisso che continua il lat. arius→aro chiantaje = piantò,seminò voce verbale (3ª p.sg.pass. rem. dell’inf. chiantà = piantare, mettere a dimora, impiantare, seminare etc. dal lat. plantare con normale esito in chi del digramma pl (cfr. plumbeum→chiummo, plus→cchiú, plaga→chiaja etc.). ‘a do’ = donde loc. avv.le formata dalla preposizione da→’a ( dal Lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc. come nel caso che ci occupa; dal lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.)e dall’apocope dell’avv. dove→do’ (dal lat. dí ubi) fuje cuoveto = fu colto voce verbale passiva (3ª p.sg.pass. rem. dell’inf. cògliere (dal lat. colligere, comp. di cum 'con' e legere 'raccogliere'; tipica la forma cuoto/cuoveto del part. pass. dove si può notare l’esito in u/uov di ol + cons. come alibi al + cons. →u (cfr. altu(m)→auto/aveto); servette = occorse, serví voce verbale qui intransitivo (3ª p.sg. pass. rem. dell’inf. serví =occorrere, essere necessario (dal Lat. servire, deriv. di servus 'schiavo'); scerià voce verb. infinito: soffregare, nettare, lucidare verbo che viene da un tardo latino: flicare = soffregare da cui felericare e poi flericare, donde scericare e infine scerià (per il consueto esito del digramma fl in sci (cfr. flos→sciore – flumen→sciummo – flamma→sciamma). meglie = migliori, piú importanti,piú buone uso aggettivale al f.le pl. dell’avv. meglio (dal lat. meliu(s)); in napoletano si riscontra anche di questo avverbio un uso sostantivato al neutro ( ‘o mmeglio) per indicare il meglio,le cose migliori o la parte migliore di qualcosa; in tal caso trattandosi di voce neutra si esige dopo l’art. neutro ‘o il raddoppiamento iniziale della consonante per cui avremo ‘o mmeglio = il meglio,le cose migliori da non confondere con il maschile ‘o meglio= il migliore maniglie s.vo f.le pl. di maniglia = manico, pomello, elemento facilmente impugnabile, di vario materiale e di varia foggia, che si applica a cassetti, porte, valigie, bauli e sim. per poterli aprire, sollevare o trasportare, oppure che si fissa a una parete o altro perché serva da appiglio; voce dallo spagnolo manilla che è dal lat. manicula(m), deriv. di manus 'mano'; ‘attone = d’ottone; l’ottone (in nap. attone) è una lega inossidabile di rame e zinco, di colore giallastro, largamente impiegata per la costruzione e la copertura di oggetti vari: maniglie, candelabri etc. voce da un'ant. voce sicil. lottone/lattone, che è dall'ar. latun 'rame', con deglutinazione (separazione) della l- iniziale intesa come articolo; rammento che in napoletano spesso l’articolo o la preposizione che accompagna un s.vo viene fusa in posizione protetica con il s.vo e la sua presenza che non è apparente viene indicata con un apice posto innanzi la parola; nella fattispecie ‘attone sta per di ottone come alibi talora ‘ammore vale l’ amore/ di amore; tauto/tavuto sost. masch. =bara che è dall’arabo tabut (arca), attraverso lo spagnolo ataúd/ataút; addó/aró = cong. ed avverbio di luogo che usato genericamente vale dove oppure mentre, invece (con valore avversativo) usato nelle interrogative vale dove, in quale luogo? usato nelle esclamative vale proprio là dove! ; etimologicamente da un latino de ubi con successivo rafforzamento popolare attraverso un ad del de d’avvio; la forma aró con rotacizzazione osco-mediterranea della l'occlusiva dentale sonora (d) e passaggio a scempia dell’originaria doppia ( derivante dall’ ad+de), è forma popolare del parlato, mentre la forma addó è d’uso letterario stanno astipate =son conservate voce verbale passiva (3ª p.pl. dell’ind. pr. dell’infinito astipà conservare, riporre, custodire; astipà = ammassare cose in uno spazio ristretto; ammucchiare è da un lat.volg.ad+stipare→a(d)stipare→astipare rafforzativo di stipare; faccio notare che nella coniugazione è usato espressivamente a mo’ di ausiliare il verbo stare in luogo dell’ausiliare essere che avrebbe comportato il dire songo astipate; si ricorre al verbo stare al posto dl verbo essere per sottolineare espressivamente la stasi nell’azione di riferimento: infatti dicendo stanno astipate si intende quasi assicurare che le cose che son conservate in un determinato posto, non verranno per il futuro mosse di lí, mentre dicendo songo astipate si sarebbe potuto intendere che non fósse possibile dare assicurazioni sulla amovibilità delle cose conservate! osse = ossa dei defunti, resti delle parti dure di varia forma che formano lo scheletro dell'uomo; s.vo pl. f.le del maschile uosso (dal lat. tardo ŏssu(m), per il class.netro ŏs ŏssis; cariulate = cariate, consumate, corrose, intaccate, erose, bacate voce verb. part. pass. agg.to f.le dell’inf. cariulà tarlare, rodere, consumare (denominale del lat. parlato cariŏlus dimutivo del lat. tardo carius per il cl. caries); muorte d’ ‘e muorte ‘e chi t’è mmuorto letteralmente morti dei morti di chi ti è morto id est: trisavoli dei tuoi antenati! muorto = morto, defunto agg.vo e s.vo m.le part. pass. dell’infinito murí ( dallat. volg. *mōrire, per il class. mŏri) Infine rammento che la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia. Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat. Qui giunto non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

SCAGNOZZO, & DINTORNI

SCAGNOZZO, & DINTORNI Sollecitato dalla richiesta d’una mia nipote,che non restò soddisfatta d’una spiegazione data nel corso d’una trasmissione televisiva con domande a premio, e mi chiese del termine in iscrizione, tratto questa vòlta la voce scagnozzo ed i suoi sinonimi dell’italiano e del napoletano sicuro di far cosa gradita non solo alla mia congiunta, ma pure a qualche altro dei miei ventiquattro lettori. Premetto che i sinonimi in italiano della voce in esame lo sono in maniera molto imprecisa e/o generica, mente quelli del napoletano, al solito, sono piú precisi e circostanziati. Cominciamo dunque: Scagnozzo s.vo m.le e solo maschile; 1 (in origine ed in primis antiq.) prete con pochi mezzi che si arrangia, senza dignità, a procurarsi del denaro facendo questue girovaghe o celebrando, per clienti non facoltosi, messe piane, funerali non solenni e sim. 2 (spreg.) chi esegue ciecamente gli ordini di un potente 3 (fig.) persona mediocre, priva di dignità o di capacità Voce denominale di cagna addizionato in posizione protetica d’ una esse distrattiva, nonché d’un suffisso dispregiativo di sostantivi ozzo derivato di occio suffisso alterativo di aggettivi, dal lat. volg. -oceu(m), suffisso che di suo à valore diminutivo-vezzeggiativo (belloccio, grassoccio); la spiegazione semantica del collegamento di scagnozzo al s.vo cagna è da ricercarsi nel fatto che quei preti con pochi mezzi che si arrangiavano, senza dignità, a procurarsi del denaro facendo questue bussando alle porte di masserie e casolari spesso dovevano subire l’onta dell’inseguimento o dei latrati dissuasorî dei cani da guardia, o piú spesso delle feroci cagne; passiamo ai sinonimi della voce or ora esaminata; il piú ovvio e, come ò anticipato non troppo significante, in quanto generico è servo, s.vo m.le [f. -a] 1 chi è privo di libertà, soggetto ad altri; schiavo (anche fig.) 2 termine, oggi in disuso, che indicava chi svolge servizi generici, spec. domestici, alle dipendenze di privati: gli mandò il suo servo | in formule di cortesia e di saluto ormai disusate: il vostro umilissimo servo; servo vostro!, a vostra disposizione 3 (estens.) chi si dedica con dedizione o devozione a qualcuno o qualcosa | servo di Dio, persona vissuta santamente e morta in fama di santità, per la quale sia stato introdotto il processo di beatificazione | servo dei servi di Dio, formula con cui si denomina il papa 4 nomi di appartenenti a ordini religiosi: Servi di Maria 5 servo muto, piccolo mobile, spostabile e maneggevole, sul quale si possono disporre ordinatamente gli indumenti quando ci si spoglia; mobiletto o tavolino a ripiani, collocabile presso la tavola da pranzo per prendervi o riporvi le stoviglie ¶ agg.vo (lett.) 1 schiavo (anche fig.): un popolo servo dello straniero 2 servile: vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio (MANZONI Il cinque maggio). Voce dal lat. servu(m)=schiavo; altro sinonimo sebbene impreciso(da considerare comunque solo nell’accezione sub 1) è galoppino, s. m. 1 chi corre di qua e di là a sbrigare servizi per conto di altri (anche spreg.) | galoppino elettorale, chi va in giro a procacciare voti a un candidato o ad un partito; 2 cavallo che, durante l'allenamento dei cavalli trottatori, li affianca correndo al galoppo, al fine di stimolarli; 3 (mecc.) puleggia di piccolo diametro, a forma di rullo, che gira in folle e mantiene tesa una cinghia di trasmissione; Voce dal fr. galopin, deriv. di galoper 'galoppare' (in origine, nome di un personaggio che nelle chansons de gestes aveva i compiti di messo); il sinonimo che segue solo estensivamente vale quelli fin qui esaminati, in quanto di suo varrebbe esclusivamente nell’accezione sub 1 : tirapiedi; s. m. invar. 1 (in primis ant.) aiutante del boia; aveva il compito di aggrapparsi alle gambe degli impiccati, tirandoli per i piedi per affrettarne la morte, mentre nel caso di condannati alla decapitazione aveva il compito di accovacciarsi sulle gambe e piedi del condannato frenandone i movimenti per evitare che il reo scalciando si muovesse e rendesse piú difficile il lavoro del boia. 2 [anche f.] (per estensione spreg.) chi è addetto a mansioni di infimo ordine | chi serve una persona secondandone senza dignità tutti i desideri. Voce composta da tira (voce verb. 3°pers. sg. ind. pres. dell’infinito tirare (dal lat. volg. *tirare, alterazione del class. trahere 'trarre') ed il pl. di piede guardia del corpo, s.vo m.le e/o f.le formato dal s.vo guardia addizionato necessariamente dello specificativo del corpo: chi serve una persona secondandone senza ogni desiderio o ordine con il compito precipuo di assicurargli protezione fisica; (fig.) persona molto devota e fidata; guardia s.vo f.le 1 il custodire, il vigilare: fare la guardia a qualcosa; fare buona, cattiva guardia; tenere sotto buona guardia; cane da guardia 2 turno obbligatorio di servizio di militari, sorveglianti, medici, infermieri: medico di guardia; essere, stare, montare di guardia; montare, smontare la guardia | corpo di guardia, l'insieme di soldati che partecipano allo stesso turno di vigilanza; anche il locale in cui essi si raccolgono | guardia medica, servizio medico permanente; anche, il luogo nel quale esso viene prestato 3 (ed è il caso che ci occupa) persona o gruppo di persone, spesso militari, cui è affidato un particolare servizio di custodia o di protezione; scorta: guardia armata, a cavallo; guardia d'onore, quella che scorta un personaggio d'alto grado in cerimonie ufficiali | cambio della guardia, cambio dei soldati alla fine di un turno di vigilanza; (fig.) sostituzione contemporanea di più persone che occupano posti importanti in un governo, una direzione, un'amministrazione di un'azienda ecc. | guardia del corpo, nucleo di forze di polizia o militari addetto alla protezione di personalità pubbliche o politiche; anche, chi è addetto alla protezione di un personaggio importante, gorilla | essere della vecchia guardia, (fig.) essere tra i più anziani e fedeli seguaci di un partito, di un movimento, di un'associazione ecc. 4 denominazione di corpi militari o civili che svolgono servizio di vigilanza, di protezione, di custodia; ciascuno degli appartenenti a tali corpi: guardia forestale, campestre, daziaria | guardia di finanza, corpo militare dello stato addetto a impedire e reprimere i reati finanziari e tributari e a sorvegliare le frontiere; finanziere | guardia svizzera, corpo militare mercenario addetto alla difesa della persona del papa e dei palazzi pontifici | guardia di pubblica sicurezza, nel vecchio ordinamento della polizia di stato, grado corrispondente a quello attuale di agente | guardia carceraria, agente di custodia | guardia giurata, privato che svolge attività di vigilanza nei confronti di beni e persone | guardia notturna, guardia giurata che svolge compiti di sorveglianza notturna 5 (fam.) agente di polizia, vigile urbano: chiamare le guardie; giocare a guardie e ladri 6 soprattutto nella scherma e nel pugilato, posizione di difesa: guardia alta, bassa; avere una guardia stretta, chiusa ' guardia destra, pugile mancino | mettersi, stare in guardia, assumere una posizione di difesa di fronte all'avversario; (fig.) prepararsi ad affrontare qualcosa che si teme | mettere qualcuno in guardia contro qualcosa, (fig.) avvertirlo dei pericoli cui va incontro | non abbassare la guardia, (fig.) non allentare la vigilanza | in guardia!, comando dato ai duellanti o ai pugili perché si mettano in posizione di difesa; usato anche come avvertimento 7 nella pallacanestro, ciascuno dei giocatori, spesso di statura relativamente bassa, che hanno il compito di portare in avanti il pallone 8 parte dell'elsa in cui si mette la mano impugnando la spada 9 l'altezza, segnata sull'argine di un fiume, che indica il limite cui l'acqua può giungere senza pericolo di alluvione: il Po è un metro sotto la guardia, il livello di guardia ' superare il livello di guardia, (fig.) raggiungere un livello pericoloso: la tensione ha superato il livello di guardia 10 (tip.) foglio di carta bianco che il legatore pone all'inizio di un libro, fra la copertina e il frontespizio, e alla fine di esso, fra l'ultima pagina e la copertina inferiore; risguardo; detto anche foglio, carta di guardia 11 (tecn.) dispositivo del telaio automatico che mantiene diritta la spola 12 la parte del morso che sta fuori della bocca del cavallo ed è fornita di anelli per l'attacco delle redini. Voce dal gotico vardia derivata dall’antico alto tedesco wart. corpo s. m. 1 (fis. , chim.) ogni sostanza che abbia caratteristiche peculiari e distintive: corpo solido, liquido, gassoso; corpi organici, inorganici | corpo semplice, quello la cui molecola è costituita da atomi dello stesso elemento | corpo composto, quello che può essere separato nei vari elementi che lo costituiscono 2 qualsiasi oggetto o cosa che occupi uno spazio: corpo rigido, elastico; la gravità, l'impenetrabilità dei corpi | dare corpo a qualcosa, realizzarla, concretarla | prendere corpo, prendere consistenza | i corpi celesti, gli astri | corpo del reato, (dir.) oggetto che è servito a compiere un reato o sul quale un reato è stato commesso | corpo estraneo, (med.) qualunque formazione solida penetrata nell'organismo | corpo morto, (mar.) grossa ancora o altro peso affondato collegato a un gavitello, usato come ormeggio. DIM. corpicciolo 3 l'organismo che costituisce la struttura fisica dell'uomo e degli animali: un corpo asciutto, atletico, slanciato; il corpo agile dei felini; avere cura del proprio corpo; i piaceri del corpo, quelli materiali, contrapposti a quelli spirituali | a corpo morto, pesantemente; (fig.) con accanimento, con ardore: buttarsi a corpo morto nel lavoro | avere in corpo, (fig.) avere dentro di sé: ha molta rabbia in corpo | darsi a qualcosa anima e corpo, (fig.) applicarvisi col massimo impegno | combattere, lottare (a) corpo a corpo, a diretto contatto fisico, a mani nude o all'arma bianca | corpo a corpo, nel pugilato e nella scherma, combattimento a distanza ravvicinata | guardia del corpo, persona addetta alla protezione fisica di un personaggio; | corpo di Bacco!, corpo di mille bombe!, (antiq.) esclamazioni che esprimono stupore o indignazione. 4 in partic., la parte di mezzo del corpo umano o degli animali, con esclusione della testa e degli arti: gli antichi guerrieri proteggevano il corpo con la corazza, la testa con l'elmo; un corpo troppo grosso si muoveva su delle gambe sottilissime | (estens. , fig.) la parte più compatta e consistente di qualcosa; l'elemento, il nucleo principale: il corpo di una bottiglia, di un edificio; il corpo di un discorso, la sua parte centrale | corpo idrico, in ecologia, massa d'acqua superficiale (lago, fiume, acqua costiera) o sotterranea (falda acquifera) con caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche sue proprie, costituente un ecosistema 5 (fam.) ventre: avere dolori di corpo; mettersi in corpo, ingerire; andare di corpo, defecare 6 cadavere, salma: seppellire un corpo 7 (anat.) denominazione di alcune strutture anatomiche: corpo pineale, luteo 8 gruppo di persone che costituisce un insieme organico: corpo insegnante, accademico, elettorale, diplomatico; corpo di ballo, l'insieme dei ballerini e delle ballerine di un teatro | Corpo mistico di Cristo, (teol.) la chiesa 9 unità militare: corpo d'armata, grande unità costituita da due o più divisioni; corpo di guardia, gruppo di militari incaricati della sorveglianza di un luogo; anche, il loro alloggio | specialità delle forze armate: il corpo degli Alpini; spirito di corpo, sentimento di attaccamento dei soldati al corpo di appartenenza; per estens., solidarietà tra i componenti di una categoria professionale, un'associazione, un gruppo e sim. 10 insieme di cose simili che formano un tutto omogeneo: corpo di case, di beni | vendita a corpo, (dir.) in cui il prezzo è stabilito con riferimento non alle misure del bene venduto, ma al suo complesso 11 raccolta completa e organica di più opere; corpus: il corpo degli scrittori latini 12 (mat.) in algebra, qualunque insieme per i cui elementi è definita una struttura di gruppo abeliano additivo e (escluso lo zero) di gruppo moltiplicativo 13 (tip.) misura della grandezza di un carattere che si esprime in punti tipografici: stampare in corpo 9. Voce derivata dal lat. corpus 'corpo, organismo'; i tre sostantivi che seguono sono gli autentici sinonimi di quello in epigrafe nel significato spregiativo di chi esegue ciecamente gli ordini di un potente, oltre quello addirittura di sicario (s. m. chi uccide su mandato di altri; voce dal lat. sicariu(m), deriv. di sica, pugnale considerato a Roma tipico strumento degli omicidi a tradimento); vediamoli gorilla, s. m. invar. 1 grande scimmia antropomorfa africana, con braccia lunghe e robustissime, folto pelo bruno-nerastro sul corpo e nero sul muso, piedi prensili (ord. Primati) 2 (fig.) uomo dall'aspetto scimmiesco o dalle maniere volgari e grossolane 3 (fig. spreg.ed è l’accezione che ci occupa) guardia del corpo, spec. di importanti personaggi del mondo politico e dello spettacolo: l'auto presidenziale era circondata dai gorilla; l’attrice era guardata a vista dai suoi gorilla. Voce dal lat. scient. Gorilla, che è dal gr. Górillai pl.: adattamento greco di una voce africana con cui Annone, un viaggiatore cartaginese del sec. 5° a. C., dice nel suo Periplo di aver sentito chiamare certe donne selvagge e pelose dell’Africa, ripresa poi nel 1847 dall’esploratore e missionario americano T. S. Savage per designare alcune scimmie antropomorfe da lui scoperte nell’Africa centrale. scherano, agg. e s. m. (lett.) sgherro, sicario, birro, sbirro, bravo, bravaccio, cagnotto, giannizzero voce dal got. *skaran «capitano» e, per scadimento semantico,anche «bandito»,«bravo»;«masnadiero»;; sgherro s. m. 1 un tempo, uomo d'armi al servizio di un privato, generalmente prepotente e violento | faccia da sgherro, brutto ceffo 2 (spreg.) poliziotto, guardia armata: il dittatore era seguito da un codazzo di sgherri come agg.vo (lett.) di sgherro: un giovinastro... riconoscibile... ad una sua camminata sgherra | alla sgherra, alla maniera degli sgherri. Dal longob. skarrjo «capitano». Giunti a questo punto passiamo ad illustrare le voci del napoletano che rendono spesso piú significativamente ed in maniera piú esatta quelle dell’italiano; per comodità d’esposizione ò preferito dividere le voci elencandole numericamente (*nr) sotto la voce di riferimento dell’italiano: *1 alla voce scagnozzo dell’italiano corrispondono le voci napoletane accoléto s. m. 1 (in primis voce eccl.) chi è insignito dell'accolitato, e in genere chi serve all'altare 2 (estens.spreg. ed è il nostro caso ) chi fa parte del sèguito di un personaggio o frequenta abitualmente un gruppo spesso con mansioni di prepotenza e di soperchierie; la voce è dal lat. eccl. acoluthu(m),marcato sul gr. akólouthos 'compagno di vita','chi tiene la medesima via', deriv. di kéleuthos 'sentiero' ammartenato a.vo m.le bravaccio, guappo | spec. nel Seicento, sgherro al servizio di un signore, da cui riceveva protezione e garanzia d'impunità: precisamente colui che incede con aria di gradasso, di spavaldo, di prepotente , come chi sia – in linea con la etimologia – provvisto di martina/o voce furbesca – gergale con cui si indica, con riferimento al soldato san Martino, alternativamente la spada, lo stocco, il coltello, l’arma bianca insomma qualsiasi arma che offra sicurezza, quando non sicumera a chi ne sia provvisto; cacciuttiello s.vo m.le al f.le cacciuttella (ma solo nella accezione che segue sub 1) 1 in primis cagnolino e per estensione, come nel caso che ci occupa, 2 seguace, sostenitore, accolito con compiti di aiuto e/o protezione alla medesima stregua d’un cane fidato. La voce etimologicamente è un diminutivo (cfr. il suffisso iello) del s.vo cacciuotto dal lat. catulus incrociato con caccia + il suff. dim. uotto. féroce agg.vo e s.vo m.le e solo m.le come agg.vo: 1 crudele, disumano; atroce, spietato: ‘nu tiranno feroce ;; animo, sguardo feroce ' bestie feroci, grossi animali, spec. felini, che vivono allo stato selvaggio e aggrediscono l'uomo 2 terribile, violento: dolore, freddo feroce | (iperb.) insopportabile, grandissimo: noia, fame feroce | scherzo feroce, molto pesante 3 (ant.) di animo acceso, violento | (estens.) impavido, valoroso | (fig.) altero, sprezzante; come s.vo m.le 1 sbirro, agente di polizia, guardia armata 2 uomo d'armi generalmente prepotente e violento, spesso inquadrato militarmente, al servizio di un privato. La voce etimologicamente è dal lat. feroce(m), deriv. di ferus 'selvaggio, crudele' Straviso s.vo m.le e solo m.le 1 in primis uomo di misere condizioni poi per ampliamento semantico il suo accolito cioè 2 uomo d'armi generalmente prepotente e violento, spesso inquadrato militarmente, al servizio gratuito di un privato di meschine condizioni; voce deverbale di stravisà = deformare, travisare, sfregiare oppure denominale diretto da extra-visu(m) *2 alla voce servo dell’italiano corrispondono le voci napoletane Criato,s.vo m.le al f.le criata con questi termini, per altro abbondantemente desueti ci si riferisce al/alla prestatore/trice d’opere domestiche in famiglie della piccola borghesia o genericamente ad uomo o donna di servizio, addetto/a ai lavori in casa in ispecie nella cucina o al servizio ai tavoli delle locande o bettole: insomma questi soggetti sono i medesimi nel tardo XVII sec. presero rispettivamente il nome di fante e fantesca; quanto all’etimo la voce a margine, per il maschile è voce derivata dall’iberico criado= servitore, famiglio, valletto; e criata ne è ovviamente la femminilizzazione; annoterò al proposito che anche nell’italiano antico con il medesimo etimo dallo spagnolo vi fu la voce creato=servo,valletto, famiglio ma non esistette la corrispondente creata: misteri della lingua italiana! giacchetto agg.vo e s,vo m.le e solo maschile Servo in uniforme, famiglio di un personaggio militare; voce derivata quale diminutivo, per degradazione semantica del nome proprio francese Jacques→jacquette= servitorello,garzone; laccheo agg.vo e s,vo m.le e solo maschile 1 famiglio di un nobile; 2servo in livrea che seguiva o precedeva a piedi il padrone in carrozza 2 (spreg.) persona servile; servo; voce dal fr. laquais, con paragoge di una semimuta finale; schiavuttiello agg.vo e s,vo m.le e solo maschile giovane inserviente, domestico, garzone spesso di origini straniere e di colorito olivastro;voce derivata quale diminutivo (cfr. il doppio dim. utto+iello→uttiello) del s.vo schiavo (in genere di carnagione scura) che è dal lat. mediev. sclavu(m), slavu(m), propr. '(prigioniero di guerra) ‘slavo'; settepanelle/settepanielle agg.vi e s.vi m.le e solo maschili; voce desueta: servitorello di padrone povero o avaro, domestico che si contentava di ricevere oltre il pasto giornaliero, quale salario settimanale sette pezzi di pane: la panella o paniello(etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella ) sono ambedue un’ ampia pagnotta di forma rotondeggiante e del peso di ca 1 kg.da non confondere con la panella siciliana che è una focaccina condita di farina di ceci settescorze, agg.vo e s,vo m.le e solo maschile pure questa voce ampiamente desueta: servitorello di padrone povero o avaro, domestico che iperbolicamente si contentava di ricevere in aggiunta ad un unico pasto giornaliero, quale salario settimanale sette scorze di formaggio avanzate ai pasti del proprio avaro padrone; scorze s.vo f.le pl. di scorza s. f. 1 rivestimento del fusto e delle radici degli alberi: staccare una scorza di quercia | buccia grossa di alcuni frutti: ‘a scorza d’ ‘e castane; ‘na scorza ‘e limone(la scorza delle castagne; una scorza di limone). 2 (estens.) buccia grossa di formaggi duri 3 (estens.) pelle di alcuni animali, spec. di pesci e serpenti 4 (fig.) pelle dell'uomo (spec. in alcune loc. dell'uso fam.): tené ‘a scorza tosta (avere la scorza dura), sopportare bene le fatiche, gli strapazzi, i malanni 5 (fig.) aspetto esteriore, apparenza: nun guardate â scorza pecché tène ‘o core bbuono!(non badate alla scorza perché à il cuore buono). Voce dal lat. scortea(m) 'veste di pelle', f. sost. dell'agg. scorteus, deriv. di scortum 'pelle'. votacantere/jettacantere agg.vo e s,vo m.le e/o f.le letteralmente: vuota/buttapitali; servo/a di infimo ordine addetto/a alle incombenze piú umili quale quella di svuotare i vasi di comodo (càntare/càntere) usati dalla famiglia per le proprie deiezioni quotidiane; in sèguito quando fu dismesso l’uso dei càntare/càntere e subentrato quello dei cessi mutò anche il nome della serva addetta alle incombenze piú umili (ed ò parlato di serva e non di servo/a in quanto la mansione non fu piú maschile e/o femminile, ma solo femminile) ed alla voce a margine subentrò quella di zambracca= serva di infimo conio, fantesca addetta alla pulizia dei cessi. La voce originò dall’addizione del suffisso dispregiativo acca (= accia) con la parola zambra (che è dal francese chambre) in francese la voce chambre indicò dapprima una generica camera, poi uno stanzino ed infine il gabinetto di decenza. Come anticipato letteralmente le voci votacantere/jettacantere sono l’agglutinazione rispettivamente del s.vo càntere/càntare o con la voce verbale vota = vuota (3° pers. sg. ind. pres. dell’infinito vutà = vuotare e cfr. ultra ; oppure del s.vo càntere/càntare con la voce verbale jetta = butta (3° pers. sg. ind. pres. dell’infinito jettà = buttare, gettare dal lat. *iectare intensivo di iàcere=scagliar via; càntere/càntare s.vo m.le pl. di càntero/càntaro alto e vasto vaso cilindrico dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, vaso di comodo atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntero o càntaro è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con l’altra voce partenopea 2) - cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= circa un quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia (ca 27 grammi) nel culo (e non occorre spiegare cosa rappresenti l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)! A margine di tutto esamino due icastiche frasi e due duri insulti che chiamano in causa il càntaro/càntero. Cominciamo con le frasi: 1) Rompere ‘nu càntero = infrangere un vaso di comodo; frase usata per significare guastare un affare, deteriorare una faccenda; il collegamento semantico si coglie facilmente considerando che il guastare un affare, o il deteriorare una faccenda posson produrre degli effetti negativi quali quelli derivanti dalla rottura d’un vaso di comodo, di cui non ci si potrà piú servire per i proprî bisogni; rompere v. tr.o intr.; come v. transitivo: 1 fare a pezzi, mandare in frantumi; spezzare, spaccare: 2 interrompere 3 non rispettare, non osservare; violare 4 (lett.) sconfiggere; come v. intr. 1 interrompere i rapporti con qualcuno 2 naufragare, frangersi 3 (lett.) prorompere, erompere 4 (fam.) annoiare, seccare 5 detto di un fiume, allagare rompendo gli argini; straripare: 2) Vutà ‘o càntero = vuotare il vaso di comodo vale a dire: rinfacciare torti subíti o spiacevolezze patite; anche in questo caso è relativamente semplice cogliere il collegamento semantico tra il vuotare un vaso di comodo ed il rinfacciare torti subíti trattandosi in ambedue i casi di due operazioni fastidiose e/o spiacevoli, ma necessarie ed in fondo chi rinfaccia torti subíti o spiacevolezze patite si affranca di qualcosa di sgradevole che fino al momento di liberarsene era stata tenuta come un peso increscioso sul proprio io, il tutto alla medesima stregua di chi in tempi andati (cfr. alibi ‘a malora ‘e Chiaia ) era costretto all’incresciosa, ma necessaria operazione di svuotare in mare i vasi di comodo colmi degli esiti fisiologici della famiglia. Vutà/are v. tr. = vuotare, rendere vuoto, privare qualcosa del contenuto; svuotare; etimologicamente denominale del lat. volg. *vocitu(m), variante di *vacitu(m), part. pass. di *vacíre 'essere vuoto', corradicale del lat. vacuus 'vuoto'. Faccio notare che nel napoletano non va confuso il verbo a margine vutà = vuotare con il verbo avutà/are = voltare, girare, volgere, indirizzare in un altro senso; orientare altrove (derivato dal lat. volg. * a(d)+volutare, intensivo di volvere 'volgere'; da * a(d)+volutare→av(ol)utare→avutare). E veniamo ai duri brucianti insulti che sono: a) Piezzo ‘e càntero scardato! e b) Pezza ‘e càntero! Sgombero súbito il campo da un facile equivoco: è vero che l’insulto sub a) per solito è rivolto ad un uomo dandogli del coccio infranto di un vaso da notte sbreccato, nell’intento di classificarlo e considerarlo moralmente sporco, lercio, immondo, individuo sordido, abietto, corrotto, ripugnante come potrebbe essere un pezzaccio di un vaso da notte che per il lungo uso risulti sporco e sbreccato; dicevo è pur vero che l’insulto sub a) per solito è rivolto ad un uomo, mentre l’insulto sub b) è rivolto ad una donna,bollando anche costei come persona moralmente sporca, sozza, lorda e quindi da evitare, ma le voci usate piezzo e pezza non sono il maschile ed il femminile di un unico termine, come qualche sprovveduto potrebbe ipotizzare, ma sono due sostantivi affatto diversi di significato affatto diversi: piezzo s.vo m.le = pezzo, quantità, parte non determinata, ma generalmente piccola, di un materiale solido, qui usato nel significato di coccio, ciascuno dei pezzi in cui si rompe un oggetto fragile; l’etimo della voce a margine è dal lat. med. pettia(m) con metaplasmo e cambio di genere; ben diverso il sostantivo pezza s.vo f.le = straccio, cencio, pezzo, ritaglio di tessuto (con etimo dal dal lat. med. pettia(m)); nella fattispecie la pezza dell’insulto in esame fu quello straccio, quel cencio usato in tempi andati per ricoprire, in attesa di vuotarli, i cànteri usati quando cioè risultassero colmi di escrementi; la medesima pezza era talora usata per nettarsi dopo l’operazione scatologica ed in tal caso però prendeva furbescamente il nome di ‘o liupardo (il leopardo) risultando détta pezza al termine delle operazioni maculata a macchie come il mantello d’un leopardo. Rammento infine che in luogo dell’insulto piezzo ‘e càntero un tempo fu usato un corrispondente scarda ‘e ruagno che ad litteram è: coccio di un piccolo vaso da notte. Cosí con gran disprezzo si usò e talvolta ancóra s’usa definire chi sia sozzo, spregevole ed abietto al punto da poter essere paragonato ad un lercio coccio di un contenuto vaso da notte infranto, vaso che è piú piccolo e basso di quello detto càntaro o càntero. Per ciò che attiene alla etimologia della parola scarda s.vo f.le che è pari pari anche nel siciliano, nel pugliese ed in altri linguaggi meridionali, considerata da sola e senza aggiunte specificative, vale: pezzo, scheggia frammento, scaglia (di legno, di vetro o di altro); per ciò che attiene l’etimo,dicevo noto che il D.E.I. si trincera dietro un pilatesco etimo incerto una scuola di pensiero (C. Iandolo) propone una culla tedesca sarda= spaccatura, qualche altro (Marcato) opta per una non spiegabile, a mio avviso, derivazione da cardo che dal lat. cardu(m) indica quale s. m. 1 pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili (fam. Composite) | cardo mariano, pianta erbacea con foglie grandi e infiorescenze globose a capolino (fam. Composite) | cardo dei lanaioli, pianta erbacea con foglie fortemente incise e infiorescenze a capolino, di colore azzurro, con brattee uncinate, usate per cardare la lana e pettinare le stoffe (fam. Dipsacacee) 2 il riccio della castagna ed ognuno vede che non v’à alcun collegamento semantico possibile tra questa pianta ed un pezzo, scheggia frammento, scaglia (di un qualcosa). A mio modo di vedere è molto piú opportuno chiedere soccorso etimologico al francese écharde: scheggia. Sistemata cosí la questione etimologica, affrontiamo quella semantica ricordando che in napoletano con l’accrescitivo femminile scardona la voce in esame assume un significato del tutto positivo valendo gran bel pezzo di ragazza,di donna; con la voce scardona viene infatti indicata una donna giovane, bella, alta, formosa fino ad esser procace; al contrario una valenza affatto negativa la voce scarda (che attraverso il verbo scardare= sbreccare è anche alla base dell’agg.vo scardato/a) l’assume nell’espressione Sî‘na scarda ‘e ruagno! = Sei un coccio d’un piccolo vaso da notte! Ruagno s.vo m.le = pitale, piccolo vaso da notte.Per ciò che riguarda etimo e semantica di questa voce dirò súbito che essendo solitamente questo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellenti necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare il ruagno da altro termine greco, quel ruas che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era ed in alcune vecchie case dell’entroterra campano ancóra è destinato ad accogliere improvvisi contenuti scorrimenti o viscerali o derivanti da cattiva ritenzione idrica. *3 ed infine alle voci scherano/ sgherro dell’italiano corrispondono le voci napoletane Acciaffatore s.vo m.le e solo maschile in primis 1 birro,guardia poi 2 (spreg.) poliziotto, agente ed infine 3 chi svolge privatamente indagini poliziesche, detective ed estens. Chi al soldo d’un privato governa in maniera repressiva; la voce è un deverbale di acciaffà = catturare, arrestare (adattamento locale di ciuffare(denominale di ciuffo dal longob.*zupfa (ted. Zopf 'treccia, coda') )= afferrare, prendere rapidamente e con forza: ammartenato di questa voce e della successiva ne ò già détto antea sub *1 accoléto cientarme s.vo ed agg.vo m.le e solo maschile in primis 1 gendarme e per ampiamento semantico 2 guardia, agente, poliziotto, carabiniere ed infine 3 guardia armata al servizio di un privato; vocedal fr. gendarme incrociato con ciento (cento), dalla loc. gens d'arme 'gente féroce. Anche di questo agg.vo, s.vo ò già détto antea sub *1 E qui penso proprio di poter far punto convinto d’aver contentato mia nipote e qualche altro dei miei abituali ventiquattro lettori. Satis est. Raffaele Bracale

VARIE 2106

1 - QUANNO ‘A GATTA NUN CE STA ‘E SURECE ABBALLANO Quando il gatto non c’è i sorci ballano Id est:quando è assente il capo o il superiore tutti i sottoposti, siano figli o studenti o impiegati o operai ne profittano, facendo il proprio comodo e contravvenendo alle previste regole comportamentali. 2 - QUANNO ‘A MUGLIERA È BBONA E ‘O MARITO È CHIACHIELLO, SPONTANO SEMPE ‘E CCORNE Quando una moglie è procace e piacente ed il marito è sciocco o bonaccione, spuntano sempre le corne Id est:la moglie procace e sfrontata d’un marito fesso e credulone, prima o poi lo tradirà. chiachiello agg.vo e sost. m voce quasi desueta che indicò in primis un uomo di bassa statura e poi per estensione semantica lo sciocco credulone, il babbeo di nessuna personalità,l’inetto, l’incapace, il mancator di parola, il bonaccione, il banderuola aduso a mutar continuamente parere ed intenti e pertanto un essere inetto,spregevole, persona di scarsa serietà; quanto all’etimo si può supporre una base lat. cloac(u)la + il suff.masch. iello oppure, ma meno probabilmente,da collegarsi al greco kophòs=babbeo voce che però già diede il seguente chiafèo morfologicamente piú rispondente alla derivazione dalla voce greca; 3 - QUANNO ‘A PALLA FA TTA-TTÀ, O SÎ STRUNZO O NUN SAJE JUCÀ Quando la palla rimpalla (fa tta-ttà) o sei uno sciocco o non sai giocare. Locuzione proverbiale in uso tra i giocatori di biliardo con la quale si assicura che il giocatore che con il suo colpo induca la propria palla a rimpallare ripetutamente con un’ altra o è uno stupido o – piú probabilmente – è incapace di giocare; per estensione la locuzione è usata tutte le volte che si voglia accusare di inettitudine chi non riesce a portare a buon fine un’operazione, confondendosi anche in mancanza di conclamati intralci. strunzo = stronzo, escremento solido di forma cilindrica e figuratamente persona stupida, odiosa etimologicamente dal longobardo strunz 'sterco'; 4.'A CARNE SE JETTA E 'E CANE S'ARRAGGIANO. Letteralmente: la carne si butta ed i cani s'arrabbiano. Id est: c'è abbondanza di carne, ma mancanza di danaro per acquistarla e ciò determina profonda rabbia in chi, non avendo pecunia, non può approfittare dell'abbondanza delle merci. Per traslato, il proverbio è usato in tutte le situazioni in cui una qualsiasi forma di indigenza è ostativa al raggiungimento di un fine che parrebbe invece a portata di mano; ciò vale anche nei rapporti tra i due sessi: per es. allorchè la donna si offra apertamente e l'uomo non abbia il coraggio di cogliere l'occasione; un terzo - spettatore, magari concupiscente, commenta la situazione con le parole in epigrafe. 5.'A VECCHIA Ê TRENTA 'AUSTO, METTETTE 'O TRAPANATURO Ô FFUOCO. Letteralmente: la vecchia ai trenta d'agosto (per riscaldarsi) mise nel fuoco l'aspo. Il proverbio viene usato a mo' di avvertenza, soprattutto nei confronti dei giovani o di chi si atteggi a giovane, che si lasciano cogliere impreparati alle prime avvisaglie dei freddi autunnali che già si avvertano sul finire del mese di agosto, freddi che - come dice l'esperienza - possono essere perniciosi al punto da indurre i piú esperti (la vecchia) ad usare come combustibile persino un utile oggetto come un aspo,in napoletano trapanaturo (deverbale del greco trypân) l'arnese usato per ammatassare la lana filata. Per estensione, il proverbio si usa con lo stesso fine di ammonimento, nei confronti di chiunque si lasci cogliere impreparato non temendo un possibile inatteso rivolgimento di fortuna - quale è il freddo in un mese ritenuto caldo. Trapanaturo s.m. = aspo, strumento girevole che serve per avvolgere in matassa un filato; la voce napoletana trapanaturo deriva dal gr. trypanon, deriv. di trypân 'forare/girare', mentre la voce italiana aspo deriva dal gotico *àspa. 6. JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LAVATORE. Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi dal greco astrakon= coccio: l’impiantito dei solai era formato con cocci di anfore e/o lapillo vesuviano;) ed in basso (i lavatoi (da un lat. tardo lavatoriu(m), deriv. di lavare 'lavare')erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare. 7. PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO. Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso (giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle.). La frase viene usata a sarcastico commento delle azioni iniziate da qualcuno ritenutotanto inetto al punto da non poter portare mai al termine ciò che intraprende.Sovente l’espressione è pronunciata preceduta da un esclamatorio Ahé! 8. 'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO. Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie (dantoti dell’)'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia. 9. JÍ CASCIA E TURNÀ BAUGLIO OPPURE JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. Letteralmente: andar cassa e tornare baúle oppure andare stoccafisso e tornare baccalà. Id est: non trarre profitto alcuno o dallo studio intrapreso o dall'apprendimento di un mestiere, come chi inizi l'apprendimento essendo una cassa e lo termini da baúle ossia non muti la sua intima essenza di vacuo contenitore, o - per fare altro esempio - come chi inizi uno studio essendo dello stoccafisso e lo termini diventando baccalà, diverso in forma, ma sostanzialmente restando un immutato merluzzo. Con il proverbio in epigrafe, a Napoli, si è soliti commentare le maldestre applicazioni di chi non trae profitto da ciò che tenta di fare, perchè vi si applica maldestramente o con cattiva volontà. 10. TU MUSCIO-MUSCIO SIENTE E FRUSTA LLA, NO! Letteralmente: Tu senti il richiamo(l'invito)e l'allontanamento no. Il proverbio si riferisce a quelle persone che dalla vita si attendono solo fatti o gesti favorevoli e fanno le viste di rifiutare quelli sfavorevoli comportandosi come gatti che accorrono al richiamo per ricevere il cibo, ma scacciati, non vogliono allontanarsi; comportamento tipico dei fanciulli, ma pure degli adulti afflitti dalla sindrome di Peter Pan, soggetti tutti che rifiutano l’idea che la vita è una continua alternanza di dolce ed amaro e non si rassegnano ad ammettere il fatto che tutto debba essere accettato; il termine frusta lla discende dal greco froutà-froutà col medesimo significato di :allontanati, sparisci. 11.HÊ 'A MURÍ RUSECATO DA 'E ZZOCCOLE E 'O PRIMMO MUORZO TE LL'À DA DÀ MAMMÈTA Che possa morire rosicchiato dai grossi topi di fogna ed il primo morso lo devi avere da tua madre. Icastica maledizione partenopea giocata sulla doppia valenza del termine zoccola (dal lat. sorcula) che, a Napoli, identifica sia il topo di fogna che la donna di malaffare 12.MA TE FOSSE JIUTO 'O LLICCESE 'NCAPO? Letteralmente: ma ti fosse andato il leccese in testa? Id est: fossi impazzito? Avessi perso l'uso della ragione? Icastica espressione che, a Napoli, viene usata nei confronti di chi, senza motivo, si comporti irrazionalmente. Il leccese dell'espressione non è - chiaramente - un abitante di Lecce, ma un tipo di famoso tabacco da fiuto, prodotto, temporibus illis, nei pressi del capoluogo pugliese; l'espressione paventa il fatto che il tabacco fiutato possa- non si sa bene come - aver raggiunto, attraverso le coani nasali il cervello e leso cosí le facoltà raziocinanti del... fiutatore. 13. 'A FATICA D''E FRACETE SE VENNE A CARO PREZZO. Letteralmente: il lavoro degli svogliati, si vende caro. Id est: chi à scarsa voglia di lavorare richiede compensi altissimi per modo da spaventare e distogliere il committente dalla sua richiesta d'opera. 14.DALLE E DDALLE 'O CUCUZZIELLO ADDEVENTA TALLO. Letteralmente: dagli e dagli la zucchina diventa tallo.Id est: ad insistere sempre sulla medesima questione si finisce male, come a cogliere zucchini continuamente non ne restano che le foglie. Il tallo (dal lat. tàllu(m), dal gr. tàllós 'germoglio', deriv. di thállein 'fiorire')è la foglia commestibile delle cucurbitacee, ma pure essendo edibile è sempre meno pregiata o gustosa della zucchina che già di suo non è molto saporita. 15. QUANN'È PE VIZZIO, NUN È PECCATO! Letteralmente: Quando dipende da un vizio, non è peccato. A prima vista parrebbe che la locuzione si ponga agli antipodi della morale cristiana che considera peccato anche i vizi, soprattutto i capitali; ma tenendo presente che il vizzio(correttamente scritto con due zete in napoletano) della locuzione è il vitium latino, ovvero il mero difetto,errore si comprenderà la reale portata della frase che scusa la cattiva azione generata non per dolo, ma per mero difetto o errore. 16. PASSASSE LL'NGELO E DICESSE: AMMENNE! Letteralmente: Possa passare un angelo e dire "Cosí sia!" La locuzione usata come in epigrafe con il congiuntivo ottativo la si adopera per augurarsi che accada qualcosa, sia nel bene che nel male; usata con l'indicativo à finalità imprecativa, mentre usata con il passato remoto serve quasi a spiegare che un determinato accadimento, soprattutto negativo è avvenuto perchè, l'angelo invocato è realmente passato ed à con il suo assenso prodotto il fatto paventato da taluno e augurato invece da un di lui nemico. 17. VA TRUVANNO: 'MBRUOGLIO, AIUTAME. Letteralmente: va alla ricerca di un imbroglio che lo soccorra. Cosí a Napoli si dice di chi in situazioni difficili e senza apparenti vie di scampo, si rifugi nell'astuzia, nell'inganno, in situazioni ingarbugliate rimestando nelle quali spera di trovare l'aiuto alla soluzione dei problemi 18. PARE PASCALE PASSAGUAJE. Letteralmente: sembra Pasquale passaguai. Cosí sarcasticamente viene appellato chi si va reiteratamente lamentando di innumerevoli guai che gli occorrono, di sciagure che - a suo dire, ma non si sa quanto veridicamente - si abbattono su di lui rendendogli la vita un calvario di cui lamentarsi, compiangendosi, con tutti.Il nome Pasquale usato nell’espressione è mutuato da un tal Pasquale Barilotto personaggio del teatro pulcinellesco di A. Petito, personaggio comicamente perseguitato continuamente da malasorte ed affanni, spesso solo paventati ma in realtà inesistenti. 19. PARÉ 'O PASTORE D''A MERAVIGLIA. Letteralmente: sembrare un pastore della meraviglia Id est: avere l'aria imbambolata, incerta, statica ed irresoluta quale quella di certuni pastori del presepe napoletano settecentesco raffiguratiin pose stupite ed incantate per il prodigio cui stavano assistendo; tali figurine in terracotta il popolo napoletano suole chiamarle appunto pasture d''a meraviglia, traducendo quasi alla lettera l'evangelista LUCA che scrisse: pastores mirati sunt. 20.MEGLIO A SAN FRANCISCO CA 'NCOPP' Ô MUOLO. Letteralmente: meglio (stare) in san Francesco che sul molo. Id est: di due situazioni ugualmente sfavorevoli conviene scegliere quella che comporrti minor danno. Temporibus illis in piazza san Francesco,nei pressi di porta Capuana a Napoli, in quello che era stato il convento francescano dei cosiddetti monaci di sant’Anna e sino a non molto tempo fa ospitavano gli uffici della pretura, erano ubicate le carceri, mentre sul Molo grande era innalzato il patibolo che poi fu spostato in piazza Mercato; per cui la locuzione significa: meglio carcerato e vivo, che morto impiccato. 21. FÀ ‘E UNO TABBACCO P''A PIPPA. Letteralmente: far di uno tabacco per pipa. Id est ridurre a furia di percosse qualcuno talmente a mal partito al punto da trasformarlo, sia pure metaforicamente, in minutissimi pezzi quasi come il trinciato per pipa. 22. FÀ TRENTA E UNA TRENTUNO. Quando manchi poco per raggiungere lo scopo prefisso, conviene fare quell'ultimo piccolo sforzo ed agguantare la meta: in fondo da trenta a trentuno v'è un piccolissimo lasso. La locuzione rammenta l'operato di papa Leone X che fatti 30 cardinali, in extremis ne creò, senza che ce ne fosse necessità o urgenza, un trentunesimo. 23.ESSERE CARTA CANUSCIUTA. Letteralmente: essere carta nota. Id est: godere di cattiva fama, mostrarsi inaffidabile e facilmente riconoscibile alla medesima stregua di una carta da giuoco opportunamente "segnata" dal baro che se ne serve. 24. ESSERE CCHIÚ FETENTE 'E 'NA RECCHIA 'E CUNFESSORE. Letteralmente: essere piú sporco di un orecchio di confessore. L'icastica espressione viene riferita ad ogni persona assolutamente priva di senso morale, capace di ogni nefandezza; tale individuo è parificato ad un orecchio di confessore, non perché i preti vivano con le orecchie sporche, ma perché i confessori devono, per il loro ufficio, prestare l'orecchio ad ogni nefandezza e alla summa dei peccati che vengono quasi depositati nell'orecchio del confessore, orecchio che ne rimane metaforicamente insozzato. 25. 'O RIALO CA FACETTE BERTA Â NEPOTA: ARAPETTE 'A CASCIA E LLE DETTE 'NA NOCE. Letteralmente : il regalo che fece Beerta alla nipote: aprí la cassa e le regalò una noce. La locuzione è usata per sottolineare l'inconsistenza di un dono, specialmente quando il donatore lascerebbe intendere di essere intenzionato a fare grosse elargizioni che, all'atto pratico, risultano invece essere parva res. 26. 'E PPAZZIE D''E CANE FERNESCENO A CCAZZE 'NCULO. Letteralmente: i giochi dei cani finiscono con pratiche sodomitiche. Id est: i giuochi di cattivo gusto finiscono inevitabilmente per degenerare, per cui sarebbe opportuno non porvi mano per nulla. La icastica locuzione prende l'avvio dalla osservazione della realtà allorché in una torma di cani randagi si comincia per gioco a rincorrersi e a latrarsi contro l'un l'altro e si finisce per montarsi vicendevolmente; la postura delle bestie fa pensare sia pure erroneamente a pratiche sodomitiche. 27. AMICIZIA STRETTA, SE SPEZZA CU 'NA MAZZA. Letteralmente: un'amicizia stretta si spezza (solo) con un bastone; id est: bisogna ricorrere alla violenza per sciogliere un'amicizia di vecchia data, ben rinsaldata; occorrono gravi ed importanti ragioni per troncare un’autentica amicizia, che non viene meno per futili motivi. 28. TANNO SE CHIAMMA GRANO, QUANNO STA 'INT' Â VOTTA. Letteralmente: allora si chiama grano, quando sarà nella botte. Id est: per potersi vantare di taluni risultati, occorre prima conseguirli; non ci si deve vestire della pelle dell'orso prima d'aver ammazzato il suddetto animale. La locuzione in epigrafe ripete le parole che un tal contadino disse al figliuolo che si vantava di un gran raccolto prima della mietitura. 29.TRE CCALLE E MMESCAMMÉCE. Letteralmente: tre cavalli(cioè mezzo tornese) e mescoliamoci. Cosí, sarcasticamente, è definito a Napoli colui che, con pochissima spesa, ama intromettersi nelle faccende altrui, per dire la sua. Il tre ccalle era una moneta di infimo valore; su una delle due facce v'era raffigurato un cavallo rampante, poi simbolo della città di Napoli, da cui per contrazione ca(va)llo prese il nome di callo, ed al plurale calle La locuzione significa: con poca spesa ci si interessa delle faccende altrui. 30. CHI SE FA MASTO, CADE DINT' Ô MASTRILLO. Letteralmente: chi si fa maestro, finisce per essere intrappolato. L'ammonimento della locuzione a non ergersi maestri e domini delle situazioni, viene rivolto soprattutto ai presuntuosi e supponenti che son soliti dare ammaestramenti o consigli non richiesti, ma poi finiscono per farte la fine dei sorci presi in trappola proprio da coloro che pretendono di ammaestrare. masto = maestro, mastro (dal lat. magistru(m)→ma(gi)st(r)u(m)→masto, deriv. di magis 'di piú, molto' mastrillo = trappola per topi ( dal lat. mustriculu(m). 31. TUTTO A GGIESÚ E NIENTE A MMARIA. Letteralmente: tutto a Gesú e niente a Maria; ma non è un incitamento a conferire tutta la propria devozione a Gesú e a negarla alla Vergine; è invece l'amara constatazione che fa il napoletano davanti ad una iniqua distribuzione di beni di cui ci si dolga, nella speranza che chi di dovere si ravveda e provveda ad una piú equa redistribuzione. Il piú delle volte però non v'è ravvedimento e la faccenda non migliora per il petente. 32. CHI GUVERNA 'A RROBBA 'E LL'ATE NUN SE COCCA SENZA ‘O MMAGNATO. Letteralmente: chi amministra i beni altrui, non va a letto digiuno. Disincantata osservazione della realtà che piú che legittimare comportamenti che viceversa integrano ipotesi di reato, denuncia l'impossibilità di porvi riparo: gli amministratori di beni altrui sono incorreggibili ladri! 33. PARÉ LL'OMMO 'NCOPP'Â SALERA Letteralmente: sembrare l'uomo sulla saliera. Id est: sembrare, meglio essere un uomo piccolo e goffo, un omuncolo simile a quel Tom Pouce, pagliaccio inglese d’un circo venuto a Napoli sul finire del 1860, molto piccolo e ridicolo preso a modello dagli artigiani napoletani che lo raffigurarono a tutto tondo sulle stoviglie in terracotta di uso quotidiano. Per traslato, l'espressione viene riferita con tono di scherno verso tutti quegli omettini che si danno le arie di esseri prestanti fisicamente e/o moralmente, laddove sono invece l'esatto opposto. 34. FÀ COMME A SANTA CHIARA CA DOPP' ARRUBBATA CE METTETERO 'E PPORTE 'E FIERRO. Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti in danno della antica chiesa partenopea. 35. 'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA. Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda di cipolla. E' il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla. 36. NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à nè l'autorità, nè la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla. 37. MENARSE DINT' Ê VRACHE... Letteralmente: buttarsi nelle imbracature. Id est: rallentare il proprio ritmo lavorativo, lasciarsi prendere dalla pigrizia, procedere a rilento. L'icastica espressione che suole riferirsi al lento agire soprattutto dei giovani, prende l'avvio dall'osservazione del modo di procedere di cavalli che quando sono stanchi, sogliono appoggiarsi con le natiche sui finimenti posteriori detti vrache (imbracature) proprio perché imbracano la bestia. 38. CHI POCO TÈNE, CARO TÈNE. Letteralmente: Chi à poco, lo tiene da conto. Id est: il povero non può essere generoso 39. LASSA CA VA A FFUNNO 'O BASTIMENTO, ABBASTA CA MÒRONO 'E ZZOCCOLE. Letteralmente: lascia che affondi la nave, purchè muoiano i ratti. Con questa locuzione si suole commentare l'azione spericolata di chi è disposto anche al peggio pur di raggiungere un suo precipuo, improcrastinabile scopo; proverbio nato nell'ambito marinaresco tenendo presente le lotte che combattevano i marinai con i ratti che infestavano le navi. 40. NCE VONNO CAZZE 'E VATECARE PE FÀ FIGLIE CARRETTIERE Letteralmente: occorrono membri da vetturali per generare figli carrettieri Id est: per ottenere i risultati sperati occorre partire da adeguate premesse; addirittura nella locuzione si adombra quasi la certezza che taluni risultati non possano essere raggiunti che per via genetica, quasi che ad esempio il mestiere di carrettiere non si possa imparare se non si abbia un genitore vetturale di bestie da soma... Vatecare s.m. pl. di vatecaro= vetturale, carrettiere che trasporta merci, che guida bestie da soma; quanto all’etimo è un denominale dell’agg.vo lat. viaticus=relativo al viaggio 41. SI MINE 'NA SPORTA 'E TARALLE 'NCAPO A CHILLO, NUN NE VA MANCO UNO 'NTERRA Letteralmente: se butti il contenuto di una cesta di taralli sulla testa di quello non ne cade a terra neppure uno (stanti le frondose ed irte corna di cui è provvista la testa e nelle quali, i taralli rimarrebbero infilati). Icastica ed iperbolica descrizione di un uomo molto tradito dalla propria donna. 42. MUNTAGNE E MUNTAGNE NUN S'AFFRONTANO. Letteralmente: (Solo) le montagne non si scontrano con le proprie simili. È una velata minaccia di vendetta con la quale si vuol lasciare intendere che si è pronti a scendere ad un confronto anche cruento, stante la considerazione che solo i monti sono immobili... 340. FACCIA 'E TRENT'ANNE 'E FAVE. Letteralmente: faccia da trent'anni di fava. Offesa gravissima con la quale si suole bollare qualcuno che abbia un volto poco rassicurante, da galeotto, dal quale non ci si attende niente di buono, anzi si paventano ribalderie. La locuzione fu coniata tenendo presente che la fava secca era il cibo quasi quotidiano che nelle patrie galere veniva somministrato ai detenuti; i trent'anni rammentano il massimo delle detenzione comminabile prima dell'ergastolo; per cui un individuo condannato a trent'anni di reclusione si presume si sia macchiato di colpe gravissime e sia pronto a reiterare i reati, per cui occorre temerlo e prenderne le distanze. 44.SPARÀ A VRENNA. Letteralmente: sparare a crusca. Id est: minacciare per celia senza far seguire alle parole , i fatti minacciati. L'espressione la si usa quando ci si riferisca a negozi, affari che si concludono in un nulla di fatto e si ricollega ad un'abitudine dell'esercito borbonico i cui proiettili, durante le esercitazioni, erano caricati con crusca, affinchè i colpi non procurassero danno alla truppa che si esercitava. Vrenna s.f. = crusca, residuo della macinazione dei cereali costituito dagli involucri dei semi; è usato soprattutto come alimento per il bestiame | (pop.) lentiggini. La voce napoletana vrenna è da un lat. med. brinna, mentre la voce italiana crusca è dal germanico *kruska. 45. 'E SCIABBULE STANNO APPESE E 'E FODERE CUMBATTONO. Letteralmente: le sciabole stanno attaccate al chiodo e i foderi duellano. L'espressione è usata per sottolineare tutte le situazioni nelle quali chi sarebbe deputato all'azione, per ignavia o cattiva volontà si è fatto da parte lasciando l'azione alle seconde linee, con risultati chiaramente inferiori alle attese. 46. 'A TAVERNA D''O TRENTUNO. Letteralmente: la taverna (bettola, osteria dal lat. taberna(m)) del trentuno. Cosí, a Napoli sogliono, inalberandosi, paragonare la propria casa tutte quelle donne che vedono i propri uomini e la numerosa prole ritornare in casa alle piú disparate ore, pretendendo che venga servito loro un veloce pasto caldo. A tali pretese, le donne si ribellano affermando che la casa non è la taverna del trentuno, nota bettola del contado napoletano, situata in quel della zona vecchia di Pozzuoli in via san Rocco (oggi 16), all’insegna : Taverna del trenta e trentuno che prendeva il nome dal civico dove era ubicata e che aveva due ingressi contigui: ai civici 30 e 31, bettola dove si servivano i pasti in modo continuato a qualsiasi ora del giorno e della notte 47. 'A VACCA, PE NUN MOVERE 'A CODA SE FACETTE MAGNÀ 'E PPACCHE DÊ MOSCHE. Letteralmente: la mucca per non voler muovere la coda, si lasciò mangiare le natiche dalle mosche. Lo si dice degli indolenti e dei pigri che son disposti a subire gravi nocumenti e non muovono un dito per evitarli alla stessa stregua di una vacca, bestia notoriamente inadatta al lavoro, escluso quello di lasciarsi mungere, bestia accidiosa che assalita dalle mosche per non sottostare alla fatica di agitare la coda, lascia che le mosche le pizzichino il fondo schiena! E che la vacca sia bestia inadatta al lavoro è confermato nel detto che segue. 48. ZAPPA 'E FEMMENA E SURCO 'E VACCA, MALA CHELLA TERRA CA L'ANCAPPA. Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra. 49. TRASÍ O PASSÀ CU 'A SCOPPOLA. Letteralmente: entrare o passare con lo scappellotto. Id est: entrare in teatro o altri luoghi pubblici come musei o pinacoteche o mostre artistiche senza pagare e senza le necessarie credenziali: biglietti o inviti. La locuzione fotografa il benevolo comportamento di taluni custodi che son soliti fare entrare i ragazzi senza pagare il dovuto, spingendoli dentro con un compiacente scappellotto. Per traslato la locuzione si attaglia a tutte quelle situazioni dove gratuitamente si ottengono benefíci per la magnanimità di coloro che invece dovrebbero controllare. brak

VARIE 2105

1 FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP' ARRUBBATA CE METTETTERO 'E PPORTE 'E FIERRO. Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti a danno della antica chiesa partenopea. 2 A STRACCE E PPETACCE Ad litteram: A stracci e brandelli; locuzione usata per indicare sarcasticamente tutte le azioni fatte in modo discontinuo, con scarsa applicazione, a morsi e bocconi, azioni che lasciano presagire risultati pessimi. stracce s. m. plurale di straccio= pezzo di tessuto logoro, riutilizzabile industrialmente per la fabbricazione di carta e tessuti o impiegato in usi domestici per pulire e spolverare (in quest'ultimo caso, anche come prodotto commerciale specificamente fabbricato a tale scopo); nella loc. ‘nu straccio ‘e, (fam.) per indicare cosa o persona qualsiasi, di poco conto: nun tène ‘nu straccio ‘e vestito ‘a metterse ‘ncuollo=addosso; ‘nu straccio ‘e marito, ‘e mugliera; nun tene neppure ‘nu straccio ‘e amico pe se cunfidà; spec. pl. indumento logoro e dimesso: jí in giro vestuto ‘e stracce. quanto all’etimo, straccio è un deverbale di stracci-are/à che è dal lat. volg. *extractiare, deriv. di tractus, part. pass. di trahere 'trarre'; petacce s.f. plurale di petaccia = cencio, brandello, straccio ed estensivamente abito di tessuto logoro; piú in generale con tutte le accezioni del precedente straccio, ma con valore accresciuto nel negativo: cchiú ca ‘nu straccio era ‘na petaccia! quanto all’etimo, petaccia appare a taluno un derivato dello spagnolo pedazo= pezzo ma a mio avviso non è errato vedervi un derivato del lat. volg. *pettia(m), di origine celtica = pezza secondo il seguente percorso morfologico: pettia(m)→pet(ti)a(m) + il suff. dispregiativo aceus/a→accio/a; tuttavia è anche ipotizzato un lat. volg. *pitacium accanto al classico pittacium/pittacia= cencio, brandello. C’è da scegliere, quantunque a me piaccia la derivazione dal lat. volg. *pettia(m). 3 'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA. Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda,una tunica di cipolla. È il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla. 4 NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à nè l'autorità, nè la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla, per cui è buona norma che taccia e non esprima giudizi o pareri. 5 TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE; TANTA GLIUOMMERE 'A DO' 'E CCACCE? Letteralmente: Tu non cuci, non fili e non tessi, tanti gomitoli da dove li tiri fuori? Tale domanda sarcastica la si rivolge a colui che fa mostra di una inesplicabile, improvvisa ricchezza; ed in effetti posto che colui cui viene rivolta la domanda non è impegnato in un lavoro che possa produrre ricchezza, si comprende che la domanda è del tipo retorico sottintendendo che probabilmente la ricchezza mostrata è frutto di mali affari. È da ricordare anche che il termine gliummero =gomitolo dal lat. glomus)indicava, temporibus illis, anche una grossa somma di danaro corrispondente a circa 100 ducati d'argento. 6 MUNTAGNE E MUNTAGNE NUN S'AFFRONTANO. Letteralmente: le montagne non si scontrano con le proprie simili. E' una velata minaccia di vendetta con la quale si vuol lasciare intendere che si è pronti a scendere ad un confronto anche cruento, stante la considerazione che solo i monti sono immobili... 7 FACCIA 'E TRENT'ANNE 'E FAVE. Letteralmente: faccia da trent'anni di fava. Offesa gravissima con la quale si suole bollare qualcuno che abbia un volto poco rassicurante, da galeotto, dal quale non ci si attende niente di buono, anzi si paventano ribalderie. La locuzione fu coniata tenendo presente che la fava secca era il cibo quasi quotidiano che nelle patrie galere veniva somministrato ai detenuti; i trent'anni rammentano il massimo delle detenzione comminabile prima dell'ergastolo; per cui un individuo condannato a trent'anni di reclusione si presume si sia macchiato di colpe gravissime e sia pronto a reiterare i reati, per cui occorre temerlo e prenderne le distanze. 8 SPARÀ A VRENNA. Letteralmente: sparare a crusca. Id est: minacciare per celia senza far seguire alle parole , i fatti minacciati. L'espressione la si usa quando ci si riferisca a negozi, affari che si concludono in un nulla di fatto e si ricollega ad un'abitudine dell'esercito borbonico i cui proiettili, durante le esercitazioni, erano caricati con crusca, affinchè i colpi non procurassero danno alla truppa che si esercitava. 9 'E SCIABBULE STANNO APPESE E 'E FODERE CUMBATTONO. Letteralmente: le sciabole stanno attaccate al chiodo e i foderi duellano. L'espressione è usata per sottolineare tutte le situazioni nelle quali chi sarebbe deputato all'azione, per ignavia o cattiva volontà si è fatto da parte lasciando l'azione alle seconde linee, con risultati chiaramente inferiori alle attese. 10 'A TAVERNA D''O TRENTUNO. Letteralmente: la taverna del trentuno. Cosí, a Napoli sogliono, inalberandosi, paragonare la propria casa tutte quelle donne che vedono i propri uomini e la numerosa prole ritornare in casa alle piú disparate ore, pretendendo che venga loro servito un pasto caldo. A tali pretese, le donne si ribellano affermando che la casa non è la taverna del trentuno, nota bettola partenopea che prendeva il nome dal civico dove era ubicata, bettola dove si servivano i pasti in modo continuato a qualsiasi ora del giorno e della notte. 11 'A VACCA, PE NUN MOVERE 'A CODA SE FACETTE MAGNÀ 'E PPACCHE DA 'E MOSCHE. Letteralmente: la mucca per non voler muovere la coda, si lasciò mangiare le natiche dalle mosche. Lo si dice degli indolenti e dei pigri che son disposti a subire gravi nocumenti e non muovono un dito per evitarli alla stessa stregua di una vacca che assalita dalle mosche per non sottostare alla fatica di agitare la coda, lasci che le mosche le pizzichino il fondo schiena! 12 TRASÍ O PASSÀ CU 'A SCOPPOLA. Letteralmente: entrare o passare con lo scappellotto. Id est: entrare in teatro o altri luoghi pubblici come musei o pinacoteche o mostre artistiche senza pagare e senza le necessarie credenziali: biglietti o inviti. La locuzione fotografa il benevolo comportamento di taluni custodi che son soliti fare entrare i ragazzi senza pagare il dovuto, spingendoli dentro con un compiacente scappellotto. Per traslato la locuzione si attaglia a tutte quelle situazioni dove gratuitamente si ottengono benefíci per la magnanimità di coloro che invece dovrebbero controllare. 13 POZZA MURÍ 'E TRUONO A CCHI NUN LE PIACE 'O BBUONO. Letteralmente: possa morire di violenta bastonatura chi non ama il buono. In una città come Napoli dove vi è un'ottima e succulenta cucina chi non è buongustaio merita di morire bastonato violentemente. in napoletano TRUONO significa sia tuono che percosse violente. 14 'A FORCA È FATTA P''E PUVERIELLE. Letteralmente: la forca è fatta per i poveri. Id est: nei rigori della legge vi incorrono solo i poveri, i ricchi trovano sempre il modo di scamparla. In senso storico, la locuzione rammenta però che la pena dell'impiccaggione era comminata ai poveri, mentre ai ricchi ed ai nobili era riservata la decapitazione o - in tempi piú recenti - la fucilazione. 15 DARSE 'E PIZZECHE 'NCOPP' Â PANZA. Letteralmente: darsi pizzichi sulla pancia. Id est: sopportare, rassegnarsi, far buon viso a cattivo gioco. E' il consiglio che si dà a chi ad una contrarietà sarebbe pronto a render la pariglia ed invece gli si consiglia di sopportare assestandosi dei pizzichi sulla pancia quasi che il dolore fisico che ne deriva servisse a lenire quello morale, in nome del quale ci si sentirebbe pronto a scatenare una guerra! 16 'NCOPP' Ô MUORTO SE CANTA 'O MISERERE. Letteralmente: sul morto si piange il miserere Id est: non bisogna precorrere i tempi, in ispece quelli delle lamentazioni che allora son lecite quando ci si trovi davanti al fatto compiuto del danno patito, mai prima. 17 BBUONO PE SCERIÀ 'A RAMMA. Letteralmente: buono per pulire le stoviglie di rame. Cosí in modo quasi rabbioso viene definito un frutto cosí aspro di sapore da non essere edibile, ma che può solo servire alla pulizia delle pentole di rame. Un tempo, quando non esistevano acciai inossidabili o allumini leggeri, le pentole erano in rame opportunamente ricoperte di stagno; per la loro pulizia e lucidatura ci si serviva di pietra pomice, arena 'e vitrera (sabbia da vetraio ricca di silice), e limoni con i quali si soffregavano le pentole fino a detergerle e addirittura farle luccicare. Per traslato, la locuzione in epigrafe si attaglia anche a chi è di carattere cosí aspro e spigoloso da non consentire ad alcuno di avervi rapporti. 18 PISCIÀ ACQUA SANTA P''O VELLICULO. Letteralmente: orinare acqua santa dall'ombelico. La locuzione, usata sarcasticamente nei confronti di coloro che godano immeritata fama di santità significa, appunto, che coloro cui è diretta sono da ritenersi tutt'altro che santi o miracolosi, come invece lo sarebbero quelli che riuscissero a mingere da un orifizio inesistente, addirittura dell'acqua santa. 19 Ê TIEMPE 'E PAPPAGONE Letteralmente: Ai tempi di PAPPAGONE Id est: in un tempo lontanissimo. Cosí vengono commentate cose di cui si parli che risultano risalenti a tempi lontanissimi, quasi mitici. Il PAPPAGONE della locuzione non è la famosa maschera creata dal compianto attore napoletano Peppino De Filippo; ma è la corruzione del cognome PAPPACODA antichissima e nobile famiglia partenopea che à lasciato meravigliosi retaggi architettonici risalenti al 1400, in varie strade napoletane. 20. ARRETÍRATE, PIRETO! Letteralmente: Ritirati, peto! Imperiosa ed ingiuriosa invettiva rivolta verso chi, per essere andato fuori dei limiti consentiti, si cerchi di ridimensionare esortandolo, anzi imponendogli di rientrare nei ranghi, anche se non si capisce come un peto, partito dalla sua sede vi possa rientrare a comando... 21. A 'NU PARMO D''O CULO MIO, FOTTE CHI VO’. Letteralmente: ad un palmo dal mio sedere, si diverta chi vuole. Id est: fate pure i vostri comodi, purchè li facciate lontano dal mio spazio vitale, non mi coinvolgiate e soprattutto non mi arrechiate danno! 22. DICETTE 'O MIEDECO 'E NOLA: CHESTA È 'A RICETTA E CA DDIO T''A MANNA BBONA... Letteralmente: Disse il medico di Nola: Questa è la ricetta e che Dio te la mandi buona. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare che, dinnanzi ad un problema, si sia fatto tutto quanto sia nelle proprie possibilità personali e che occorra ormai confidare solo in Dio dal quale si attendono gli sperati risultati positivi. 23. FÀ 'NU QUATTO 'E MAGGIO. Letteralmente: fare un quattro di maggio. Id est: sloggiare, cambiar casa, trasferirsi altrove. Da intendersi anche in senso figurato di allontanarsi, o recedere dalle proprie posizioni. Nel lontanissimo 1611 il vicerè Pedro de Castro, conte di Lemos, nell'intento di porre un po' di ordine nel caos dei quasi quotidiani traslochi che si operavano nella città di Napoli, fissò appunto al 4 di maggio la data fissa soltanto nella quale si potevano operare i cambiamenti di casa. Il giorno 4, da allora divenne la data nella quale gli inquilini erano soliti conferire mensilmente gli affitti ai proprietarii di immobili concessi in fitto. 24. S'À DDA ÒGNERE L'ASSO. Letteralmente: occorre ungere l'asse. Id est: se si vuole che la faccenda si metta in moto e prosegua bisogna, anche obtorto collo, sottostare alla ineludibile necessità di ungere l'ingranaggio: inveterata necessità che viene di lontano quando i birocciai solevano spalmare con grasso animale gli assi che sostenevano gli elementi rotanti dei loro calessi, affinché piú facilmente si potesse procedere con meno sforzo delle bestie deputate allo scopo. Il traslato in termini di "mazzette" da distribuire è ovvio e non necessita d'altri chiarimenti. 25 PARÉ 'NU PIRETO ANNASPRATO. Letteralmente: sembrare un peto inzuccherato. Lo si dice salacemente di chi si dia troppe arie, atteggiandosi a superuomo, pur non essendo in possesso di nessuna dote fisica o morale atta all'uopo. Simili individui vengono ipso facto paragonati ad un peto che, non si sa come, sia inzuccherato, ma che per quanto coperto di glassa dolce resta sempre un maleodorante, vacuo flatus ventris. 26. L'ACCÍOMO Ê BBANCHE NUOVE. Letteralmente: l' Ecce homo ai Banchi nuovi. Cosí oggi i napoletani sogliono indicare quei giovani, che - per essere alla moda - non si radono, mantenendo ispidi ed incolti quei pochi peli che dovrebbero costituire l'onor del mento, e per apparire in linea con i dettami della moda si mostrano smagriti e pallidi. La locuzione rammenta una scultura lignea sita in un'edicola posta ai Banchi Nuovi - quartiere napoletano sviluppatosi a ridosso della Posta Vecchia e Santa Chiara - scultura rappresentante il CRISTO reduce dai tribunali di Anna e Caifa, ed appare il Cristo, dopo le percosse e gli sputi subiti dai saldati romani, sofferente, smagrito, con la barba ispida, lo sguardo allucinato, proprio come i giovani cui la locuzione si attaglia. 27. CHI TÈNE CUMMEDITÀ E NUN SE NE SERVE, NUN TROVA 'O PREVETE CA LL'ASSOLVE. Letteralmente: Chi à comodità e non se ne serve, non trova un prete che l'assolva. Id est: chi à avuto, per sorte o meriti, delle comodità deve servirsene, in caso contrario commetterebbe non solo una sciocchezza autolesiva, ma pure un peccato cosí grave per la cui assoluzione non sarebbe bastevole un semplice prete, ma bisognerebbe far ricorso al penitenziere maggiore. 28. QUANNO NUN SITE SCARPARE, PECCHÉ SCASSATE 'O CACCHIO Ê SEMMENZELLE? Letteralmente: poiché non siete ciabattino, perché infastidite le semenze? La locuzione barocca, anzi rococò viene usata quando si voglia distogliere qualcuno dall'interessarsi di faccende che non gli competono non essendo supportate, né dal suo mestiere, né dalle sue capacità intellettive o morali. Le semenze sono i piccolissimi chiodini con cui i ciabattini sogliono sistemare la tomaia sulla forma di legno per procedere alla fattura di una scarpa. 29. 'A RIGGINA AVETTE BISOGNO D''A VICINA. Letteralmente: la regina dovette ricorrere alla vicina. Iperbolica locuzione con la quale si sottolinea che nessuno è bastevole a se stesso: persino la regina ebbe bisogno della propria vicina, figurarsi tutti gli altri esseri umani: siamo una società dove nessun uomo è un'isola. 30. METTERE A UNO 'NCOPP' A 'NU PUORCO. Letteralmente: mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne, additarlo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente quando al popolino era consentito condurre alla gogna il condannato trasportandolo a dorso di maiale – animale di cui la città di Napoli brulicava essendo detta bestia allevata da chiunque e dovunque – affinché il condannato venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie. 31 SENZA D’‘E FESSE NUN CAMPANO 'E DERITTE. Letteralmente: senza gli sciocchi non vivono i furbi; id est: in tanto prosperano i furbi in quanto vi sono gli sciocchi che consentano loro di prosperare. 32 'O PURPO S'À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si deve cuocere con l'acqua propria.Id est: bisogna che si convinca da se medesimo, senza interventi esterni. La locuzione fa riferimento a tutte quelle persone che recedono da certe posizioni solo se si autoconvincono; con costoro è inutile ogni opera di convincimento, bisogna armarsi di pazienza ed attendere che si autoconvincano, come un polpo che per cuocersi non necessita di aggiunta d'acqua, ma sfrutta quella di cui è composto. 33 DÀ 'NCOPP' Ê RECCHIE. Letteralmente: dare sulle orecchie. La locuzione consiglia il modo di comportarsi nei confronti dei boriosi, dei supponenti, dei saccenti adusi ad andare in giro tronfi e pettoruti a testa elevata quasi fossero i signori del mondo. Nei loro confronti bisogna usare una sana violenza colpendoli, sia pure metaforicamente, sulle orecchie per fargliele abbassare. 34 N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA... Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei cosí grosso)che non entri per intero nella ipotetica pentola destinata all'uso della bollitura. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri per pensiero e/o azione, cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere i limiti della ipotetica pentola in cui dovrebbe esser bollito. 35 TANTE GALLE A CCANTÀ NUN SCHIARA MAJE JUORNO. Letteralmente: tanti galli a cantare non spunta mai il giorno. Id est: quando si è in tanti ad esprimere un parere intorno ad un argomento, a proporre una soluzione ad un problema, non si addiviene a nulla di concreto... Perché dunque farsi meraviglia se il parlamento italiano composto da un numero esorbitante di deputati e senatori non riesce mai a legiferare rapidamente e saggiamente? Parlano in tanti... come si vuole che giungano ad una conclusione pratica 36 SEH, SEH QUANNO CURRE E 'MPIZZE!.. Letteralmente: sí quando corri ed infili! La locuzione significa che si sta ponendo speranza in qualcosa che molto difficilmente si potrà avverare, per cui è da intendersi in senso ironico, volendo dire: quel che tu ti auguri avvenga, non potrà avvenire, nè avverrà. La locuzione fa riferimento ad un'antica gara che si svolgeva sulle piazze dei paesi meridionali. Si infiggeva nell'acciottolato della piazza del paese un'alta pertica con un anello metallico posto in punta ad essa pertica, libero di dondolare al vento. I gareggianti dovevano, correndo a cavallo, far passare nell'anello la punta di una lancia, cosa difficilissima da farsi. 37 MADONNA MIA, MANTIENE LL'ACQUA! Letteralmente: Madonna mia reggi l'acqua. Id est: fa’ che la situazione non peggiori o non degeneri. L'invocazione viene usata quando ci si trovi davanti ad una situazione di contesa il cui esito si prospetti prossimo a degenerare per evidente cattiva volontà di uno o piú dei contendenti. 38 OMMO 'E CIAPPA. Letteralmente: uomo di bottone e, per traslato, uomo importante, di vaglia. La locuzione à origini antichissime addirittura seicentesche allorché a Napoli esistette una consorteria particolare, la cd repubblica dei togati che riuniva un po' tutta la classe dirigente della città. Le ciappe (dal latino=capula) erano i grossi bottoni d'argento cesellato che formavano l'abbottonatura della toga simbolo, appunto, di detta consorteria. 39 'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,id est la continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche, per cui è piú opportuno tradurre se la nave va, la fava cuoce. 40 ESSERE 'NU CASATIELLO CU LL'UVA PASSA. Letteralmente: essere (simile ad) una caratteristica torta rustica pasquale ripiena d'uva passita. Id est: essere una persona greve, fastidiosa, indigesta, noiosa quasi come la torta menzionata già greve di suo per avere tra i suoi ingredienti numerosissime uova e pinoli, tutte cose che ad alcuni risultano grevi ed indigesti, resa meno digeribile dalla presenza dell'uva passita... 41 NCE VONNO 'E CQUATTE LASTE E 'O LAMPARULO. Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si gloria di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente . 42 JIRSENE CU 'NA MANA ANNANZE E N'ATA ARRETO. Letteralmente: andarsene con una mano davanti ed una di dietro (per coprirsi le vergogne). Era il modo con cui il debitore si allontanava dal luogo dove aveva eseguito la cessio bonorum – in napoletano: zitabona -, aveva cioè poggiato le nude natiche su di una colonnina posta innanzi al tribunale a dimostrazione di non aver piú niente. La locuzione perciò significa e si usa per indicare chi, non avendo concluso nulla di buono, ci abbia rimesso fino all'ultimo quattrino e non gli resti che l'ignominia di cambiar zona andandosene con una mano davanti ed una di dietro. 43 A - MIETTE MANO Â TELA B - ARRICIETTE 'E FIERRE Le due locuzioni indicano l'incipit e il termine di un'opera e vengono usate nelle precise circostanze da esse indicate, ma sempre con un valore di sprone; sub A: metti mano alla tela, ossia, prepara la tela ché è giunto il momento di cominciare il lavoro. sub B: metti a posto i ferri, è giunta l'ora di lasciare il lavoro. 44 ESSERE 'NU/’NA SECATURNESE. Letteralmente: essere un/una sega tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo in cui circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli guadagni: venne poi la carta-moneta e finí il divertimento. 45 ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stante la ridottissima capacità fisica, intellettiva e morale essendo iperbolicamente il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero.Espressione da usarsi per dileggio nei confronti di uomini piccoli o minuti. 46 ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. 47 'E CURALLE – oppure ‘O CURALLARO - LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. Letteralmente: i coralli li deve lavorare il torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. 48 MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute già atte ad essere consumate o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad òc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità di aderire alle richieste. 49 PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo kuffa/quffa= corbello. 50 DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ CCHIOVERE 'GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... Disse lo scarafaggio: (il cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. Brak