venerdì 30 novembre 2012

VARIE 2154

1 FÀ COMME A SANTA CHIARA: DOPP' ARRUBBATA CE METTETTENO 'E PPORTE 'E FIERRO. Letteralmente: far come per santa Chiara; dopo che fu depredata le si apposero porte di ferro. Id est: correre ai ripari quando sia troppo tardi, quando si sia già subíto il danno paventato, alla stessa stregua di ciò che accadde per la basilica di santa Chiara che fu provvista di solide porte di ferro in luogo del preesistente debole uscio di legno, ma solo quando i ladri avevano già perpetrato i loro furti a danno della antica chiesa partenopea. 2 A STRACCE E PPETACCE Ad litteram: A stracci e brandelli; locuzione usata per indicare sarcasticamente tutte le azioni fatte in modo discontinuo, con scarsa applicazione, a morsi e bocconi, azioni che lasciano presagire risultati pessimi. stracce s. m. plurale di straccio= pezzo di tessuto logoro, riutilizzabile industrialmente per la fabbricazione di carta e tessuti o impiegato in usi domestici per pulire e spolverare (in quest'ultimo caso, anche come prodotto commerciale specificamente fabbricato a tale scopo); nella loc. ‘nu straccio ‘e, (fam.) per indicare cosa o persona qualsiasi, di poco conto: nun tène ‘nu straccio ‘e vestito ‘a metterse ‘ncuollo=addosso; ‘nu straccio ‘e marito, ‘e mugliera; nun tene neppure ‘nu straccio ‘e amico pe se cunfidà; spec. pl. indumento logoro e dimesso: jí in giro vestuto ‘e stracce. quanto all’etimo, straccio è un deverbale di stracci-are/à che è dal lat. volg. *extractiare, deriv. di tractus, part. pass. di trahere 'trarre'; petacce s.f. plurale di petaccia = cencio, brandello, straccio ed estensivamente abito di tessuto logoro; piú in generale con tutte le accezioni del precedente straccio, ma con valore accresciuto nel negativo: cchiú ca ‘nu straccio era ‘na petaccia! quanto all’etimo, petaccia appare a taluno un derivato dello spagnolo pedazo= pezzo ma a mio avviso non è errato vedervi un derivato del lat. volg. *pettia(m), di origine celtica = pezza secondo il seguente percorso morfologico: pettia(m)→pet(ti)a(m) + il suff. dispregiativo aceus/a→accio/a; tuttavia è anche ipotizzato un lat. volg. *pitacium accanto al classico pittacium/pittacia= cencio, brandello. C’è da scegliere, quantunque a me piaccia la derivazione dal lat. volg. *pettia(m). 3 'A CAPA 'E LL'OMMO È 'NA SFOGLIA 'E CEPOLLA. Letteralmente: la testa dell'uomo è una falda,una tunica di cipolla. È il filosofico, icastico commento di un napoletano davanti a comportamenti che meriterebbero d'esser censurati e che si evita invece di criticare, partendo dall'umana considerazione che quei comportamenti siano stati generati non da cattiva volontà, ma da un fatto ineluttabile e cioé che il cervello umano è labile e deperibile ed inconsistente alla stessa stregua di una leggera, sottile falda di cipolla. 4 NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO. Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à nè l'autorità, nè la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla, per cui è buona norma che taccia e non esprima giudizi o pareri. 5 TU NUN CUSE, NUN FILE E NUN TIESSE; TANTA GLIUOMMERE 'A DO' 'E CCACCE? Letteralmente: Tu non cuci, non fili e non tessi, tanti gomitoli da dove li tiri fuori? Tale domanda sarcastica la si rivolge a colui che fa mostra di una inesplicabile, improvvisa ricchezza; ed in effetti posto che colui cui viene rivolta la domanda non è impegnato in un lavoro che possa produrre ricchezza, si comprende che la domanda è del tipo retorico sottintendendo che probabilmente la ricchezza mostrata è frutto di mali affari. È da ricordare anche che il termine gliummero =gomitolo dal lat. glomus)indicava, temporibus illis, anche una grossa somma di danaro corrispondente a circa 100 ducati d'argento. 6 MUNTAGNE E MUNTAGNE NUN S'AFFRONTANO. Letteralmente: le montagne non si scontrano con le proprie simili. E' una velata minaccia di vendetta con la quale si vuol lasciare intendere che si è pronti a scendere ad un confronto anche cruento, stante la considerazione che solo i monti sono immobili... 7 FACCIA 'E TRENT'ANNE 'E FAVE. Letteralmente: faccia da trent'anni di fava. Offesa gravissima con la quale si suole bollare qualcuno che abbia un volto poco rassicurante, da galeotto, dal quale non ci si attende niente di buono, anzi si paventano ribalderie. La locuzione fu coniata tenendo presente che la fava secca era il cibo quasi quotidiano che nelle patrie galere veniva somministrato ai detenuti; i trent'anni rammentano il massimo delle detenzione comminabile prima dell'ergastolo; per cui un individuo condannato a trent'anni di reclusione si presume si sia macchiato di colpe gravissime e sia pronto a reiterare i reati, per cui occorre temerlo e prenderne le distanze. 8 SPARÀ A VRENNA. Letteralmente: sparare a crusca. Id est: minacciare per celia senza far seguire alle parole , i fatti minacciati. L'espressione la si usa quando ci si riferisca a negozi, affari che si concludono in un nulla di fatto e si ricollega ad un'abitudine dell'esercito borbonico i cui proiettili, durante le esercitazioni, erano caricati con crusca, affinchè i colpi non procurassero danno alla truppa che si esercitava. 9 'E SCIABBULE STANNO APPESE E 'E FODERE CUMBATTONO. Letteralmente: le sciabole stanno attaccate al chiodo e i foderi duellano. L'espressione è usata per sottolineare tutte le situazioni nelle quali chi sarebbe deputato all'azione, per ignavia o cattiva volontà si è fatto da parte lasciando l'azione alle seconde linee, con risultati chiaramente inferiori alle attese. 10 'A TAVERNA D''O TRENTUNO. Letteralmente: la taverna del trentuno. Cosí, a Napoli sogliono, inalberandosi, paragonare la propria casa tutte quelle donne che vedono i propri uomini e la numerosa prole ritornare in casa alle piú disparate ore, pretendendo che venga loro servito un pasto caldo. A tali pretese, le donne si ribellano affermando che la casa non è la taverna del trentuno, nota bettola partenopea che prendeva il nome dal civico dove era ubicata, bettola dove si servivano i pasti in modo continuato a qualsiasi ora del giorno e della notte. 11 'A VACCA, PE NUN MOVERE 'A CODA SE FACETTE MAGNÀ 'E PPACCHE DA 'E MOSCHE. Letteralmente: la mucca per non voler muovere la coda, si lasciò mangiare le natiche dalle mosche. Lo si dice degli indolenti e dei pigri che son disposti a subire gravi nocumenti e non muovono un dito per evitarli alla stessa stregua di una vacca che assalita dalle mosche per non sottostare alla fatica di agitare la coda, lasci che le mosche le pizzichino il fondo schiena! 12 TRASÍ O PASSÀ CU 'A SCOPPOLA. Letteralmente: entrare o passare con lo scappellotto. Id est: entrare in teatro o altri luoghi pubblici come musei o pinacoteche o mostre artistiche senza pagare e senza le necessarie credenziali: biglietti o inviti. La locuzione fotografa il benevolo comportamento di taluni custodi che son soliti fare entrare i ragazzi senza pagare il dovuto, spingendoli dentro con un compiacente scappellotto. Per traslato la locuzione si attaglia a tutte quelle situazioni dove gratuitamente si ottengono benefíci per la magnanimità di coloro che invece dovrebbero controllare. 13 POZZA MURÍ 'E TRUONO A CCHI NUN LE PIACE 'O BBUONO. Letteralmente: possa morire di violenta bastonatura chi non ama il buono. In una città come Napoli dove vi è un'ottima e succulenta cucina chi non è buongustaio merita di morire bastonato violentemente. in napoletano TRUONO significa sia tuono che percosse violente. 14 'A FORCA È FATTA P''E PUVERIELLE. Letteralmente: la forca è fatta per i poveri. Id est: nei rigori della legge vi incorrono solo i poveri, i ricchi trovano sempre il modo di scamparla. In senso storico, la locuzione rammenta però che la pena dell'impiccaggione era comminata ai poveri, mentre ai ricchi ed ai nobili era riservata la decapitazione o - in tempi piú recenti - la fucilazione. 15 DARSE 'E PIZZECHE 'NCOPP' Â PANZA. Letteralmente: darsi pizzichi sulla pancia. Id est: sopportare, rassegnarsi, far buon viso a cattivo gioco. E' il consiglio che si dà a chi ad una contrarietà sarebbe pronto a render la pariglia ed invece gli si consiglia di sopportare assestandosi dei pizzichi sulla pancia quasi che il dolore fisico che ne deriva servisse a lenire quello morale, in nome del quale ci si sentirebbe pronto a scatenare una guerra! 16 'NCOPP' Ô MUORTO SE CANTA 'O MISERERE. Letteralmente: sul morto si piange il miserere Id est: non bisogna precorrere i tempi, in ispece quelli delle lamentazioni che allora son lecite quando ci si trovi davanti al fatto compiuto del danno patito, mai prima. 17 BBUONO PE SCERIÀ 'A RAMMA. Letteralmente: buono per pulire le stoviglie di rame. Cosí in modo quasi rabbioso viene definito un frutto cosí aspro di sapore da non essere edibile, ma che può solo servire alla pulizia delle pentole di rame. Un tempo, quando non esistevano acciai inossidabili o allumini leggeri, le pentole erano in rame opportunamente ricoperte di stagno; per la loro pulizia e lucidatura ci si serviva di pietra pomice, arena 'e vitrera (sabbia da vetraio ricca di silice), e limoni con i quali si soffregavano le pentole fino a detergerle e addirittura farle luccicare. Per traslato, la locuzione in epigrafe si attaglia anche a chi è di carattere cosí aspro e spigoloso da non consentire ad alcuno di avervi rapporti. 18 PISCIÀ ACQUA SANTA P''O VELLICULO. Letteralmente: orinare acqua santa dall'ombelico. La locuzione, usata sarcasticamente nei confronti di coloro che godano immeritata fama di santità significa, appunto, che coloro cui è diretta sono da ritenersi tutt'altro che santi o miracolosi, come invece lo sarebbero quelli che riuscissero a mingere da un orifizio inesistente, addirittura dell'acqua santa. 19 Ê TIEMPE 'E PAPPAGONE Letteralmente: Ai tempi di PAPPAGONE Id est: in un tempo lontanissimo. Cosí vengono commentate cose di cui si parli che risultano risalenti a tempi lontanissimi, quasi mitici. Il PAPPAGONE della locuzione non è la famosa maschera creata dal compianto attore napoletano Peppino De Filippo; ma è la corruzione del cognome PAPPACODA antichissima e nobile famiglia partenopea che à lasciato meravigliosi retaggi architettonici risalenti al 1400, in varie strade napoletane. 20. ARRETÍRATE, PIRETO! Letteralmente: Ritirati, peto! Imperiosa ed ingiuriosa invettiva rivolta verso chi, per essere andato fuori dei limiti consentiti, si cerchi di ridimensionare esortandolo, anzi imponendogli di rientrare nei ranghi, anche se non si capisce come un peto, partito dalla sua sede vi possa rientrare a comando... 21. A 'NU PARMO D''O CULO MIO, FOTTE CHI VO’. Letteralmente: ad un palmo dal mio sedere, si diverta chi vuole. Id est: fate pure i vostri comodi, purchè li facciate lontano dal mio spazio vitale, non mi coinvolgiate e soprattutto non mi arrechiate danno! 22. DICETTE 'O MIEDECO 'E NOLA: CHESTA È 'A RICETTA E CA DDIO T''A MANNA BBONA... Letteralmente: Disse il medico di Nola: Questa è la ricetta e che Dio te la mandi buona. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare che, dinnanzi ad un problema, si sia fatto tutto quanto sia nelle proprie possibilità personali e che occorra ormai confidare solo in Dio dal quale si attendono gli sperati risultati positivi. 23. FÀ 'NU QUATTO 'E MAGGIO. Letteralmente: fare un quattro di maggio. Id est: sloggiare, cambiar casa, trasferirsi altrove. Da intendersi anche in senso figurato di allontanarsi, o recedere dalle proprie posizioni. Nel lontanissimo 1611 il vicerè Pedro de Castro, conte di Lemos, nell'intento di porre un po' di ordine nel caos dei quasi quotidiani traslochi che si operavano nella città di Napoli, fissò appunto al 4 di maggio la data fissa soltanto nella quale si potevano operare i cambiamenti di casa. Il giorno 4, da allora divenne la data nella quale gli inquilini erano soliti conferire mensilmente gli affitti ai proprietarii di immobili concessi in fitto. 24. S'À DDA ÒGNERE L'ASSO. Letteralmente: occorre ungere l'asse. Id est: se si vuole che la faccenda si metta in moto e prosegua bisogna, anche obtorto collo, sottostare alla ineludibile necessità di ungere l'ingranaggio: inveterata necessità che viene di lontano quando i birocciai solevano spalmare con grasso animale gli assi che sostenevano gli elementi rotanti dei loro calessi, affinché piú facilmente si potesse procedere con meno sforzo delle bestie deputate allo scopo. Il traslato in termini di "mazzette" da distribuire è ovvio e non necessita d'altri chiarimenti. 25 PARÉ 'NU PIRETO ANNASPRATO. Letteralmente: sembrare un peto inzuccherato. Lo si dice salacemente di chi si dia troppe arie, atteggiandosi a superuomo, pur non essendo in possesso di nessuna dote fisica o morale atta all'uopo. Simili individui vengono ipso facto paragonati ad un peto che, non si sa come, sia inzuccherato, ma che per quanto coperto di glassa dolce resta sempre un maleodorante, vacuo flatus ventris. 26. L'ACCÍOMO Ê BBANCHE NUOVE. Letteralmente: l' Ecce homo ai Banchi nuovi. Cosí oggi i napoletani sogliono indicare quei giovani, che - per essere alla moda - non si radono, mantenendo ispidi ed incolti quei pochi peli che dovrebbero costituire l'onor del mento, e per apparire in linea con i dettami della moda si mostrano smagriti e pallidi. La locuzione rammenta una scultura lignea sita in un'edicola posta ai Banchi Nuovi - quartiere napoletano sviluppatosi a ridosso della Posta Vecchia e Santa Chiara - scultura rappresentante il CRISTO reduce dai tribunali di Anna e Caifa, ed appare il Cristo, dopo le percosse e gli sputi subiti dai saldati romani, sofferente, smagrito, con la barba ispida, lo sguardo allucinato, proprio come i giovani cui la locuzione si attaglia. 27. CHI TÈNE CUMMEDITÀ E NUN SE NE SERVE, NUN TROVA 'O PREVETE CA LL'ASSOLVE. Letteralmente: Chi à comodità e non se ne serve, non trova un prete che l'assolva. Id est: chi à avuto, per sorte o meriti, delle comodità deve servirsene, in caso contrario commetterebbe non solo una sciocchezza autolesiva, ma pure un peccato cosí grave per la cui assoluzione non sarebbe bastevole un semplice prete, ma bisognerebbe far ricorso al penitenziere maggiore. 28. QUANNO NUN SITE SCARPARE, PECCHÉ SCASSATE 'O CACCHIO Ê SEMMENZELLE? Letteralmente: poiché non siete ciabattino, perché infastidite le semenze? La locuzione barocca, anzi rococò viene usata quando si voglia distogliere qualcuno dall'interessarsi di faccende che non gli competono non essendo supportate, né dal suo mestiere, né dalle sue capacità intellettive o morali. Le semenze sono i piccolissimi chiodini con cui i ciabattini sogliono sistemare la tomaia sulla forma di legno per procedere alla fattura di una scarpa. 29. 'A RIGGINA AVETTE BISOGNO D''A VICINA. Letteralmente: la regina dovette ricorrere alla vicina. Iperbolica locuzione con la quale si sottolinea che nessuno è bastevole a se stesso: persino la regina ebbe bisogno della propria vicina, figurarsi tutti gli altri esseri umani: siamo una società dove nessun uomo è un'isola. 30. METTERE A UNO 'NCOPP' A 'NU PUORCO. Letteralmente: mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne, additarlo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente quando al popolino era consentito condurre alla gogna il condannato trasportandolo a dorso di maiale – animale di cui la città di Napoli brulicava essendo detta bestia allevata da chiunque e dovunque – affinché il condannato venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie. 31 SENZA D’‘E FESSE NUN CAMPANO 'E DERITTE. Letteralmente: senza gli sciocchi non vivono i furbi; id est: in tanto prosperano i furbi in quanto vi sono gli sciocchi che consentano loro di prosperare. 32 'O PURPO S'À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si deve cuocere con l'acqua propria.Id est: bisogna che si convinca da se medesimo, senza interventi esterni. La locuzione fa riferimento a tutte quelle persone che recedono da certe posizioni solo se si autoconvincono; con costoro è inutile ogni opera di convincimento, bisogna armarsi di pazienza ed attendere che si autoconvincano, come un polpo che per cuocersi non necessita di aggiunta d'acqua, ma sfrutta quella di cui è composto. 33 DÀ 'NCOPP' Ê RECCHIE. Letteralmente: dare sulle orecchie. La locuzione consiglia il modo di comportarsi nei confronti dei boriosi, dei supponenti, dei saccenti adusi ad andare in giro tronfi e pettoruti a testa elevata quasi fossero i signori del mondo. Nei loro confronti bisogna usare una sana violenza colpendoli, sia pure metaforicamente, sulle orecchie per fargliele abbassare. 34 N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA... Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei cosí grosso)che non entri per intero nella ipotetica pentola destinata all'uso della bollitura. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri per pensiero e/o azione, cosí esageratamente pezzo di merda da eccedere i limiti della ipotetica pentola in cui dovrebbe esser bollito. 35 TANTE GALLE A CCANTÀ NUN SCHIARA MAJE JUORNO. Letteralmente: tanti galli a cantare non spunta mai il giorno. Id est: quando si è in tanti ad esprimere un parere intorno ad un argomento, a proporre una soluzione ad un problema, non si addiviene a nulla di concreto... Perché dunque farsi meraviglia se il parlamento italiano composto da un numero esorbitante di deputati e senatori non riesce mai a legiferare rapidamente e saggiamente? Parlano in tanti... come si vuole che giungano ad una conclusione pratica 36 SEH, SEH QUANNO CURRE E 'MPIZZE!.. Letteralmente: sí quando corri ed infili! La locuzione significa che si sta ponendo speranza in qualcosa che molto difficilmente si potrà avverare, per cui è da intendersi in senso ironico, volendo dire: quel che tu ti auguri avvenga, non potrà avvenire, nè avverrà. La locuzione fa riferimento ad un'antica gara che si svolgeva sulle piazze dei paesi meridionali. Si infiggeva nell'acciottolato della piazza del paese un'alta pertica con un anello metallico posto in punta ad essa pertica, libero di dondolare al vento. I gareggianti dovevano, correndo a cavallo, far passare nell'anello la punta di una lancia, cosa difficilissima da farsi. 37 MADONNA MIA, MANTIENE LL'ACQUA! Letteralmente: Madonna mia reggi l'acqua. Id est: fa’ che la situazione non peggiori o non degeneri. L'invocazione viene usata quando ci si trovi davanti ad una situazione di contesa il cui esito si prospetti prossimo a degenerare per evidente cattiva volontà di uno o piú dei contendenti. 38 OMMO 'E CIAPPA. Letteralmente: uomo di bottone e, per traslato, uomo importante, di vaglia. La locuzione à origini antichissime addirittura seicentesche allorché a Napoli esistette una consorteria particolare, la cd repubblica dei togati che riuniva un po' tutta la classe dirigente della città. Le ciappe (dal latino=capula) erano i grossi bottoni d'argento cesellato che formavano l'abbottonatura della toga simbolo, appunto, di detta consorteria. 39 'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,id est la continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche, per cui è piú opportuno tradurre se la nave va, la fava cuoce. 40 ESSERE 'NU CASATIELLO CU LL'UVA PASSA. Letteralmente: essere (simile ad) una caratteristica torta rustica pasquale ripiena d'uva passita. Id est: essere una persona greve, fastidiosa, indigesta, noiosa quasi come la torta menzionata già greve di suo per avere tra i suoi ingredienti numerosissime uova e pinoli, tutte cose che ad alcuni risultano grevi ed indigesti, resa meno digeribile dalla presenza dell'uva passita... 41 NCE VONNO 'E CQUATTE LASTE E 'O LAMPARULO. Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si gloria di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente . 42 JIRSENE CU 'NA MANA ANNANZE E N'ATA ARRETO. Letteralmente: andarsene con una mano davanti ed una di dietro (per coprirsi le vergogne). Era il modo con cui il debitore si allontanava dal luogo dove aveva eseguito la cessio bonorum – in napoletano: zitabona -, aveva cioè poggiato le nude natiche su di una colonnina posta innanzi al tribunale a dimostrazione di non aver piú niente. La locuzione perciò significa e si usa per indicare chi, non avendo concluso nulla di buono, ci abbia rimesso fino all'ultimo quattrino e non gli resti che l'ignominia di cambiar zona andandosene con una mano davanti ed una di dietro. 43 A - MIETTE MANO Â TELA B - ARRICIETTE 'E FIERRE Le due locuzioni indicano l'incipit e il termine di un'opera e vengono usate nelle precise circostanze da esse indicate, ma sempre con un valore di sprone; sub A: metti mano alla tela, ossia, prepara la tela ché è giunto il momento di cominciare il lavoro. sub B: metti a posto i ferri, è giunta l'ora di lasciare il lavoro. 44 ESSERE 'NU/’NA SECATURNESE. Letteralmente: essere un/una sega tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo in cui circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli guadagni: venne poi la carta-moneta e finí il divertimento. 45 ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stante la ridottissima capacità fisica, intellettiva e morale essendo iperbolicamente il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero.Espressione da usarsi per dileggio nei confronti di uomini piccoli o minuti. 46 ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. 47 'E CURALLE – oppure ‘O CURALLARO - LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. Letteralmente: i coralli li deve lavorare il torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. 48 MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute già atte ad essere consumate o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad òc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità di aderire alle richieste. 49 PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo kuffa/quffa= corbello. 50 DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ CCHIOVERE 'GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... Disse lo scarafaggio: (il cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. Brak

VARIE 2153

1-'A VIPERA CA MUZZECAJE A CCHELLA MURETTE 'E TUOSSECO. Ad litteram: la vipera che morsicò quella donna, perí di veleno; per significare che persino la vipera che è solita avvelenare con i suoi morsi le persone, dovette cedere e soccombere davanti alla cattiveria e alla perversione di una donna molto piú pericolosa di essa vipera. 2- E SSEMPE CARULINA, E SSEMPE CARULINA... Ad litteram Sempre Carolina... sempre Carolina Id est: a fare sempre la medesima faccenda o a consumare sempre la stessa pietanza, ci si stufa, come ugualmentepuò accadere a coire sempre con la consorte. La frase in epigrafe veniva pronunciata dal re Ferdinando I Borbone Napoli quando volesse giustificarsi delle frequenti scappatelle fatte a tutto danno di sua moglie Maria Carolina d'Austria, che - però, si dice - lo ripagasse con la medesima moneta; per traslato la locuzione è usata a mo' di giustificazione, in tutte le occasioni in cui qualcuno abbia svicolato dalla consueta strada o condotta di vita, per evidente scocciatura di far sempre le medesime cose. 3- TRE CCOSE STANNO MALE A 'STU MUNNO: N'AUCIELLO 'MMANO A 'NU PICCERILLO, 'NU FIASCO 'MMANO A 'NU TERISCO, 'NA ZITA 'MMANO A 'NU VIECCHIO. Ad litteram: tre cose sono sbagliate nel mondo: un uccello nelle mani di un bambino, un fiasco in mano ad un tedesco e una giovane donna in mano ad un vecchio; in effetti l'esperienza dimostra che i bambini sono, sia pure involontariamente, crudeli e finirebbero per ammazzare l'uccellino che gli fosse stato affidato,il tedesco, notoriamente crapulone, finirebbe per ubriacarsi ed il vecchio, per definizione lussurioso, finirebbe per nuocere ad una giovane donna che egli possedesse. 4- UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GUAGLIONA 'E VINT'ANNE. Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo la sua fragranza à avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce ed il meno alcoolico, ed una ragazza ancora nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancora intatte. 5- A CCHI PIACE LU SPITO, NUN PIACE LA SPATA. Ad litteram: a chi piace lo spiedo, non piace la spada. Id est: chi ama le riunioni conviviali(adombrate - nel proverbio - dal termine "spito" cioè spiedo), tenute intorno ad un desco imbandito, è di spirito ed indole pacifici, per cui rifugge dalla guerra (la spata cioè spada del proverbio). 6- ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA. Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre subito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare cosí grande da lasciar passare il capo, cosí un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato súbito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili. 7- ZITTO CHI SAPE 'O JUOCO! Ad litteram: zitto chi conosce il giuoco! Id est: faccia silenzio chi è a conoscenza del trucco o dell'imbroglio. Con la frase in epigrafe olim si solevano raccomandare ai monelli spettatori dei loro giochi, i prestigitatori di strada, affinché non rivelassero il trucco compromettendo la buona riuscita del giuoco da cui dipendeva una piú o meno congrua raccolta di moneta.La locuzione fu in origine sulla bocca dei saltimbanchi che si esibivano a nelle strade adiacenti la piazza Mercato e/o Ferrovia, nel bel mezzo di una cerchia di monelli e/o adulti perdigiorno che non potendosi permettere il pur esiguo costo di un biglietto per accedere ai teatrini zonali ed assistervi a gli spettacoli, si accontentavano di quelli fatti in istrada da girovaghi saltimbanchi che si esibivano su palcoscenici di fortuna ottenuti poggiando delle assi di legno su quattro o piú botti vuote. Spesso tali spettatori abituali, per il fatto stesso di aver visto e rivisto i giochi fatti da quei saltimbanchi/ prestigitatori di strada avevano capito o carpito il trucco che sottostava ai giochi ed allora i saltimbanchi/ prestigitatori che si esibivano con la locuzione zitto chi sape 'o juoco! invitavano ad una sorta di omertà gli astanti affinché non svelassero ciò che sapevano o avevano carpito facendo perdere l’interesse per il gioco in esecuzione, vanificando la rappresentazione e compromettendo la chétta, la raccolta di monete operata tra gli spettatori, raccolta che costituiva la magra ricompensa per lo spettacolo dato. Per traslato cosí, con la medesima espressione son soliti raccomandarsi tutti coloro che temendo che qualcuno possa svelare imprudentemente taciti accordi, quando non occultati trucchi, chiedono a tutti un generale, complice silenzio.Rammento infine a completamento dell’illustrazione della locuzione un’altra espressione che accompagnava quella in esame: ‘a fora ‘o singo! e cioè: Fuori dal segno! Che era quello che tracciato con un pezzo di gesso rappresentava il limite invalicabile che gli spettatori non dovevano oltrepassare accostandosi troppo al palcoscenico, cosa che se fosse avvenuta poteva consentire ai contravventori di osservare piú da presso le manovre dei saltimbanchi/ prestigitatori, scoprendo trucchi e manovre sottesi ai giochi, con tutte le conseguenze già détte. 8 - VUÓ CAMPÀ LIBBERO E BBIATO? MEGLIO SULO CA MALE ACCUMPAGNATO. Ad litteram: vuoi vivere libero e beato? Meglio solo che male accompagnato Il proverbio in epigrafe, in fondo traduce l'adagio latino: beata solitudo, oh sola beatitudo. 9- QUANNO 'NA FEMMENA S'ACCONCIA 'O QUARTO 'E COPPA, VO' AFFITTÀ CHILLO 'E SOTTO. Ad litteram: quando una donna cura eccessivamente il suo aspetto esteriore, magari esponendo le grazie di cui è portatrice, lo fa nella speranza di trovar partito sotto forma o di marito o di un amante che soddisfi le sue voglie sessuali. 10 - QUANNO QUACCHE AMICO TE VENE A TTRUVÀ, QUACCHE CAZZO LE MANCARRÀ. Ad litteram: quando qualche amico ti viene a visitare, qualcosa gli manca (e la vuole da te)Id est: non bisogna mai attendersi gesti di liberalità o di affetto; anche quelli che reputiamo amici, sono - in fondo - degli sfruttatori, che ti frequentano solo per carpirti qualcosa. Brak

giovedì 29 novembre 2012

PIRCIATIELLE CU TTUNNO, CHIAPPARE E ALICESALATE

PIRCIATIELLE CU TTUNNO, CHIAPPARE E ALICESALATE chello ca serve pe sseje perzone 600 gramme ‘e pirciatielle, 400 gramme ‘e passata ‘e pummarole, 400 gramme ‘e tunno sott’uoglio, ‘nu bicchiere d’uoglio ‘auliva dunciglio, dduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate, 100 gramme d’aulive nere desciussate e ntretate, 100 gramme ‘e chiapparielle sotto sale sciacquate e asciuttate, 100 gramme ‘e sulumiglie d’alice salate sott’uoglio, ‘nu cerasiello percante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo, ‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato asciuttato e ntretato finu fino, sale duppio ‘na vrancata, sale fino e ppepe janco macenato a ffrisco q.n.s., Comme se fa Dinto a ‘na prupurziunata tiella a sponna auta ricà ll’uoglio, agnadirve ‘edduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate, ‘nu puparunciello percante (piccante)lavato, asciuttato e grabbato (inciso) p’ ‘o lluongo, ‘o ttunno sculato e smullecato, ‘e sulumiglie d’alice salate sott’uoglio e lassà suassà tutto cosa a ffuoco allero; appena ‘o ttrigliato d’aglio à pigliato culore agnadí ‘a passata ‘e pummarola,ll’aulive desciussate e ntretate, ‘e chiapparielle e lassà cocere sempe a ffuoco allero pe quinnece minute accuncianno, a ffine cuttura ‘e sale fino e ppepe macenato a ffrisco. Mettere a ffuoco auto ‘na caurara cu otto litre d’acqua salata (vrancata ‘e sale duppio) e appena ll’acqua jesce a vollere, àrvere pronte pronte ‘e pirciatielle; scularle e revacarle dint’â tiella cu ‘o zuco e tuïglià pe tre minute a ffuoco miccio;fora d’ ‘o ffuoco derramma cu ‘o tuppeto ‘e prutusino lavato asciuttato e ntretato finu fino, ammiscà e ‘mpiattà servenno ancòra caude ‘e fuculare chisti ricatune sabruse! Vino: asciutte e profumate janche nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta. Magna Napule, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!! Raffaele Bracale

LARDIATA SAFRUNATA

LARDIATA SAFRUNATA Chello ca ce vo’ pe sseje perzone 600 gramme ‘e mezzanelle murcellate a ppiezze ‘e quatto centimetre , ‘na cepolla ndurata ‘e Muntoro ammunnata e ntretata, 250 gramme ‘e lardiciello a varriglie ‘e cm. 5 pe 2 pe 1, 2 bustine ‘e safrone, ‘Nu bicchiere d’ uoglio ‘auliva dunciglio, 100 gramme ‘e caso pecurino rattato finu fino, ‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino, sale duppio ‘na vrancata, sale fino e pepe janco macenato a ffrisco q.n.s. Comme se fa Ricà ll’uoglio dinto a ‘na prupurziunata tiella e a ffuco allero fà piglià culore ô ttrigliato ‘e cepolla; a ‘stu punto agnadí ‘e vvarriglie ‘e lardiciello e ssempe a ffuoco allero farle accumplià pe cinche minute e accuncià ‘e sale e ppepe; fraditanto arvere teniente teniente ‘e mmezzanelle dinto a ‘na caurara cu otto litre d’acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio). Scularle e revacarle dint’ â tiella agnadenno ‘e ddoje bustine ‘e safrone accumpliate cu ‘nu poco d’acqua ‘e cuttura d’ ‘a pasta e tenercele pe quatto mminute sempe a ffuoco allero, ammiscanno e derrammanno cu ‘o ccaso pecurino,e cu ‘o ppepe janco macenato a ffrisco; fora d’ ‘o ffuoco derrammà cu ‘o tuppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino; ammiscà ancòra e ‘mpiattà. Vino: asciutte e profumate janche nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta. Magna Napule, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!! Raffaele Bracale

VERMICELLUNE PERCANTE CU ZUMPAGLIATA ‘E RUCOLA

VERMICELLUNE PERCANTE CU ZUMPAGLIATA ‘E RUCOLA (vermicelloni piccanti in salsa di rucola) Chello ca ce vo’ pe sseje perzone: 600 gramme ‘e vermicellune, 1/2 bicchiere d’ uoglio ‘auliva dunciglio, ‘nu cucchiaro abbunnante ‘e ‘nzogna, Dduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate finu fino, ‘na vrancata ‘e sale duppio, pepe janco mmacenato a ffrisco q. n. p., 200 gramme ‘e cosce ‘e quaglia (gherigli di noci). P’’a zumpagliata ‘e rucola Dudece mazziette ‘e rucola percante, ‘Nu bicchiere e mmiezo d’ uoglio ‘auliva dunciglio, ‘o zuco passato a culaturo ‘e ‘nu limone ‘e Surriento, 100 gramme ‘e cosce ‘e quaglia (gherigli di noci). 50 gramme ‘e pignuole arruscate ô tiesto, dduje spicule d’aglio ammunnate e ntretate finu fino, sale fino e pepe niro mmacenato a ffrisco q.n.s.. Comme se fa S’accummencia appruntanno ‘a zumpagliata ‘e rucola: ammunnà e lavà ‘a rucola scartanno ‘e streppune troppo lunghe e ttuoste; mettera ‘a rucola dinto a ‘nu mmiscaturo cu ssale fino, pepe niro mmacenato a ffrisco, ‘nu bicchiere e mmiezo d’ uoglio ‘auliva dunciglio, ‘nu cucchiaio di aglio ntretato e ‘o zuco ‘e limone passato a culaturo, ‘e cosce ‘e quaglia (gherigli di noci) e ‘e pignuole arruscate ô tiesto.Siffulà e tené a pparte ‘sta zumpagliata ‘e rucola. Arvere ‘e vermicellune dinto a otto litre d’acqua vullente salata (vrancata ‘e sale duppio); scularle vierde vierde,e mantenerle ‘ncaudo.Quanno songo ancòra a mmeza cuttura ricà dinto a ‘na prupurziunata tiella ‘o miezu bicchiere d’ uoglio ‘auliva dunciglio,‘o cucchiaro abbunnante ‘e ‘nzogna e ‘e duje spicule d’aglio ammunnate e ntretate finu fino,e a ffuoco allero fà piglià culore a ll’aglio; appena so’ ppronte agnadí dinto a ‘sta tiella ‘e vermicellune arvate e dduje cucchiare ‘e zumpagliata ‘e rucola, ammiscà e tené tutto a ffuoco allero pe tre minute; vernicià cu ‘o riesto d’ ‘a zumpagliata seje piatte accuppute, arravuglià a nnivo ‘e vermicellune e pusiziunarne ‘nu paro p’ògne piatto; derrammà ‘ncopp’ a ‘sti nive abbunnante pepe janco mmacenato a ffrisco, e ‘e ccosce ‘e quaglia ntretate. Serví ancòra caude ‘e fucularo chisti vermicellune percante. Vino: asciutte e profumate janche nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta. Magna Napule, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!! Raffaele Bracale

TAGLIATELLE STIFFATE

TAGLIATELLE STIFFATE (tagliatelle stufate) 600 gramme ‘e tagliatelle a ll’uovo fresche o secche, Chello ca ce vo’ pe sseje perzone 200 gramme ‘e fronne ‘e cappuccia janca lavate asciuttate e tagliate a giugliana, ‘nu bicchiere ‘e vino janco asciutto, 4 cucchiare ‘e ‘nzogna, 150 gramme ‘e prusutto cruro tagliato a varriglie, ’na cepolla ndurata e Muntoro ammunnata e ntretata finu fina, 2 ove ‘nu tuppeto ‘e prutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino, sale fino e ppepe janco mmacenato a ffrisco q.n.s., sale duppio ‘na vrancate, 100 gramme ‘e caso pecurino rattato funu fino, pepe janco mmacenato a ffrisco q.n. s. Comme se fa Lavà, asciuttà e taglià a ggiugliana ‘e ffronne ‘e cappuccia. Dinto a ‘na prupurziunata cummedità bbona p’ ‘o tiesto, mettere ‘e cucchiare ‘e ‘nzogna e ffarle accumplià a ffuoco miccio ‘ncopp’ ô fuculare; agnadí ‘a cepolla e farle piglià culore e ppo agnadí ‘a giugliana ‘e cappuccia, accunciarla ‘e sale e ppepe,‘nfonnerla cu ‘o bicchiere ‘e vino ‘a fà svapurà e farla stiffà pe diece minute sempe a ffuoco miccio; levarla dô ffuoco e tenerla ‘e parte ‘ncaudo. Fraditanto àrvere ‘e ttagliatelle dinto a ‘na caurara cu abbunnante acqua vullente salata(vrancata ‘e sale duppio); scularle pronte pronte e revacarle dint’â tiella cu ‘a cunnimma e ttuiglià a ffuoco miccio pe cinche minute; a ‘stu punto sbattere ll’ove accunciate ‘e sale, pepe e dduje cucchiare ‘e pecurino, agnadirve ‘e vvarriglie e porusutto e revacà tutto ‘ncopp’ê tagliatelle, ammiscà a mmestiere, derrammà cu ll’atu pecurino e mannà dint’ô tiesto caudo a 180° per diece minute. e â fine agnadí, a ffucularo stutato ‘o pprutusino lavato, asciuttato e ntretato finu fino. ‘Mpiattà derrammanno ‘ncopp’ a ògne purzione abbunnante pepe janco mmacenato a ffrisco.Serví caudo ‘e tiesto. Vino: asciutte e profumate janche nustrane ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco ‘e Tufo) fridde ‘e jacciaja o ‘e ‘rotta. Magna Napule, bbona salute! Scialàteve e cunzulàteve ‘o vernecale!! raffaele bracale

‘E MMAZZATE

‘E MMAZZATE Con il termine in epigrafe, in napoletano, non si indicano solamente, come a prima vista potrebbe sembrare i colpi inferti con la mazza, quanto piú estensivamente tutti i colpi, le battiture,etc. resi in italiano col generico termine di percosse che è participio passato dal latino per-cotere= scuotere intensamente e continuatamente; queste mazzate partenopee sono però identificate volta a volta con parole ben precise, a seconda del tipo di percosse o dei mezzi usati per conferirle, al segno che esistono in napoletano alla bisogna, numerosissimi vocaboli (taluno si è preso la briga di contarli e pare ne abbia potuto elencare addirittura sessanta!); qui di sèguito e senza alcuna pretesa di essere esauriente , tenterò di illustrarne qualcuno, tenendo da parte i piú desueti, per soffermarmi su quelli ancora in uso; naturalmente mi interesserò di illustrare soprattutto i colpi inferti con le mani, accennando appena a quelli inferti da sole o in concorrenza con altre parti del corpo: gomiti, piedi o testa. E cominciamo: Buffo/ Buffettone= schiaffo assestato sul viso con mano aperta e distesa; etimologicamente dal suono onomatopeico buff prodotto appunto dal colpo assestato sul viso; il buffettone che è il potente schiaffo o ceffone, accrescitivo attraverso i suff.ett ed one del precedente buffo, etimologicamente, pur partendo dalla medesima radice onomatopeica buff, deriva dallo spagnolo bofetòn di medesimo significato; Cagliosa= colpo duro e violento diretto verso qualsivoglia parte del corpo ed assestato indifferentemente con le mani o con i piedi, colpo cosí violento da indurre chi lo riceve a zittire subito; nel gergo calcistico violenta pedeta che imprime alla sfera di cuoio forza e velocità tali da restare senza parole; etimologicamente dallo spagnolo callar = zittire. Carocchia s.vo f.le= nocchino, piccolo colpo secco, ma doloroso assestato al capo e portato con movimento veloce dall’alto verso il basso con le nocche maggiori delle dita della mano serrata a pugno. Etimologicamente non dal lat. crotalum che indica la nacchera, strumento musicale e non tipo di percossa…,ma dal greco karà=testa attraverso un lat. regionale *caròclu(m) ed il plurale reso femm. caròcla (tipica la mutazione di cl in ch come in clausu(m) che diventa chiuso). Cauciata s.vo f.le = non si tratta (come pure il vocabolo potrebbe far pensare) di una lunga e variata serie di calci, ma di una totalizzante bastonatura cui concorrono mani, piedi (prevalentemente) e tutte le altre parti del corpo atte a colpire; il termine però è chiaramente forgiato sulla parola caucio s.vo m.le (calcio) che è dal basso latino calcius forma aggettivale sostantivata di calx - calcis Cepolla = s.vo f.le 1 pianta erbacea coltivata per il bulbo commestibile, composto di varie tuniche carnose (fam. Liliacee) | il bulbo stesso e, per estens., il bulbo di altre piante: cipolla bianca, rossa; frittata con le cipolle; togliere il velo alle cipolle, la prima squama sottilissima che ricopre il bulbo; la cipolla del giglio, del tulipano ' mangiare pane e cipolla, (fig.) pochissimo e male; essere molto povero. DIM. cipolletta, cipollina ACCR. cipollona, cipollone (m.) PEGG. cipollaccia 2 (estens.) qualsiasi oggetto o sua parte a forma di cipolla: la cipolla del lume a petrolio, la parte inferiore, sferica, che contiene il liquido; la cipolla dell'annaffiatoio, la parte terminale del collo, rotondeggiante e a buchi, da cui esce l'acqua; 3 (scherz.) orologio da tasca di foggia antiquata 4 (scherz.come nel caso che ci occupa) colpo radente assestato con la mano aperta e diretto alla testa la testa è etimologicamente richiamata nella caepa d’avvio;infatti in latino caepulla da cui la nostra cepolla ma pure l’italiana cipolla, è il diminutivo di caepa= testa. Con la voce a margine alibi in senso furbesco si intende 5(scherz.) il glande di un membro in istato erettivo. Chianetta = veloce colpo assestato sul centro del cranio a mano aperta; è voce derivante dal latino: plane (in piano,parallelo al terreno) addizionato del suff. diminutivo etta; con il medesimo termine chianetta si indica in napoletano un piccolo cappelluccio appena sufficiente a coprire il cranio nella medesima zona dove viene assestata la chianetta; talvolta il medesimo veloce colpo è détto pure carcacoppola id est: pigia-coppola dove la coppola è il classico berretto basso con visiera dalla forma concava, etimologicamente forgiato sul latino cuppa(m);normale nel napoletano il passagio di pl a chi (cfr. plaga→chiaia,plica→chieja,plus→cchiú,plumbeum→chiummo etc.). Cutogna = generico violento e doloroso colpo inferto con le mani e diretto a qualsivoglia parte del corpo, colpo cosí violento da poter provocare sul corpo enfiagioni paragonabili per la forma e gli effetti ai grossi ed aspri frutti del melo cotogno (dal lat. cotonium). Rammento qui, per sottolineare l’asprezza e la violenza della percossa detta cutogna, un’espressione idiomatica che un tempo si poteva spesso udire a mo’ di consiglio: Quanno siente ‘o fieto d’’e cutogne, a fují nun è vriogna! che si può rendere: Quando avverti avvisaglie di dure percosse, non è vergognoso scappare!; Cunessa= breve, ma intenso colpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo; non univoca l’etimologia che qualcuno vorrebbe agganciare al greco kopto (batto), ma altri forse piú opportunamente al latino cuneus (cuneo) e dico piú opportunamente stante la genericità del battere greco, mentre il cuneo latino mi pare riproduca piú esattamente la precisione della cunessa che a mo’ di cuneo si insinua tra capo e collo. Crisceto = bastonatura totalizzante diretta ovunque ed operata con varie parti del corpo: mani, piedi, gomiti, testa, bastonatura cosí violenta da procurare enfiagioni sul corpo di chi ne è fatto segno, cosí come il panetto di pasta acida detto crisceto,che immesso nell’impasto di acqua e farina ne determina la crescita. Non ò preso in considerazione il termine cazzotto che è il colpo violento dato col pugno chiuso, forgiato probabilmente sul termine cazzo colto nel momento dell’erezione, se non su di una forma latina capitium variante di caput nella pretesa che il cazzotto sia colpo da assestare al capo quasi sinonimo di scapaccione, ma è idea che poco mi convince; dicevo che non ò preso in considerazione il termine cazzotto in quanto parola che sebbene usata non è napoletana,ma (pur se ritenuta parola volgare) della lingua nazionale; passo dunque ad illustrare altri tipi di percosse e termini ancora in uso; Mascone= violento schiaffo diretto con mano concava, al volto e segnatamente alla zona mascellare, tale da procurare l’enfiagione della masca (mascella); la masca da cui mascone riproduce la voce mediterranea maska dai molteplici significati, tra cui: lato della nave, maschera, mascella ed addirittura bozzolo doppio che – a ben pensare – riproduce la forma delle gote enfiate; quando il violento schiaffo non sia solo, ma reiterato e quasi ritmato si ànno i c.d. mascune a ttarantella; analogo al mascone è lo Sciacquamola = violentissimo ceffone assestato con mano concava, al volto e segnatamente alla zona mascellare, tale da iperbolicamente procurare la caduta di qualche molare costringendo il malcapitato che abbia perduto uno o piú molari a far ricorso a degli sciacqui con liquidi freddi per tamponare verosimilmente una contenuta epistassi provocata dalla caduta del/dei dente/i; la voce a margine è formata dall’agglutinazione di sciacqua con mola: sciacqua voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito sciacquà dal lat. tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua') mola s.vo f.le = molare ovvero ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; voce dal lat. mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'; la mola di per sé indica la macina del mulino, ma è voce passata ad indicare nel napoletano il dente che fa analoga funzione di macina del cibo. ‘Ntosa = duro colpo assestato nella parte frontale della testa con la mano chiusa a pugno; etimologicamente dal latino intusus p.pass. del verbo intundere (colpire); Pàccaro o Pàcchero =schiaffo inferto un tempo a mano concava,indirizzato alle natiche, ma oggi dato a mano aperta e tesa indirizzato al volto, colpo che quando sia cosí violento da lasciare il segno è detto paccaro a ‘ntorzafaccia; percossa violenta in tutto simile al mascone esaminato dianzi; da non confondere con la pacca della lingua toscana che è un colpo amichevole assestato solitamente sulle spalle, colpo che – contrariamente al pàccaro – non connota intenzioni proditorie e/o aggressive; va da sé che il pàccaro napoletano non possa etimologicamente derivare dalla suddetta pacca toscana attesa la gran diversità delle funzioni e scopi dei due colpi; infatti mentre la pacca toscana à una derivazione probabilmente onomatopeica, il pàccaro napoletano è da collegarsi al termine pacca (natica) addizionato del suffisso di pertinenza arius→aro: la pacca di riferimento non è ovviamente quella onomatopeica toscana, bensí quella che viene da un basso latino pacca(m) forgiato su di un longobardo pakka che indica appunto la natica, ma pure la quarta parte ricavata in senso longitudinale di una mela o pera; con ogni probabilità, originariamente il pàccaro/pàcchero fu la sberla con cui si colpivano le natiche, una sorta di sculacciata cioè e da ciò ne derivò il nome che fu mantenuto, accanto ad altri, quando il colpo, lo schiaffo mutò destinazione; una gran copia di pàccari assestati in veloce combinazione prende il nome di paccariàta che oltre a sostanziare un’offesa è da intendersi anche quale forma di dileggio; Palïata ed il suo accrescitivo Palïatone sono la bastonatura o la pesante bastonatura generica, che posson comportare l’uso di un po’ tutti i colpi fin qui illustrati; i termini palïata e palïatone derivano il loro nome dal fatto che originariamente designarono la bastonatura inferta con il palo e probabilmente ci si sarebbero attesi i termini palata (colpo di palo/a) e palatone( gran colpo di palo/a), ma poiché in napoletano già esistevano le voci palata e palatone con tutt’altro significato (vedi oltre) ecco che per distinguere le voci, le nuove subirono una sorta di anaptissi della vocale i(che servisse a far chiarezza e distinguere) e probabilmente per evitare di dover ricorrere anche alla epentesi di una consonante eufonica (n, v?) si preferí fornire di dieresi la i evitando cosí il fastidioso dittongo ia e si ottennero palïata e palïatone per indicare le percosse, mantenendo palata e palatone per indicare due diverse pezzature di pane; etimologicamente palïata e palïatone sono deverbali dell’iberico palehar= bastonare ;va da sé che la voce palïata non va confusa, come ò detto (e come purtroppo inopinatamente fanno un po’ tutti i vocabolaristi) con palàta che è un’altra cosa e cioè un filone di pane da un kg. e qui ne parlo facendo una breve digressione; il pane: insostituibile alimento che è una delle figure piú comuni e piú ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile,sacro alimento (trasformato da Cristo nel Suo Corpo!) dell’uomo; tale alimento ricorre nei sogni nelle piú varie forme o pezzature, corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò ‘o paniello o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella ): ampia pagnotta rotondeggiante di ca 1 kg.; avremo altresí ‘o palatone (grosso filone di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupa per intero la lunga pala usata alla bisogna; la palata è invece il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupa la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala occupano le c.d. palatelle (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.); tornando all’àmbito propriamente linguistico rammenterò che ‘o ppane (etimologicamente dal latino pane(m) ) è un alimento e come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane e non ‘o pane. Panesiglio = è l’intenso ceffone, la pesante percossa, il duro manrovescio diretto al volto, che produce, d’un súbito, il rigonfiarsi (a mo’ di pagnottella) della gota su cui si abbatte; etimologicamente, messa da parte la tentazione greca cui potrebbe indurre il pan d’avvio, dirò che il termine è l’esatta riproduzione dello spagnolo panecillo (panino),ma non gli è estraneo un basso latino: panesculus id est: parvus panis(pagnottina); Papagno = pesante schiaffo inferto a mano aperta ed indirizzato al volto, tale da stordire chi lo riceve, cosí come stordisce l’oppio contenuto nel papavero che in napoletano è appunto ‘o papagno (dal lat. papaver si va ad un derivato papaveaneus da cui papa(va)nju con successiva sincope di (va) e passaggio di nj a gn (cfr. il basso lat. companjo = nap. Cumpagno); Perepessa = colpo quasi simile alla precedente cunessa,da cui si differenzia perché la cunessa è un colpo inferto a mo’ di taglio con la mano tesa ed aperta , e diretto con precisione alla nuca, tra testa e collo, mentre questo a margine colpo inferto, muovendo rapidamente l’arto dall’alto in basso con la mano tesa ed aperta , e diretto con precisione alla sommità e centro della testa; dubbia la derivazione: o dal sost. latino: perpessio = sofferenza o dal part. pass.f.le perpressa→perep(r)essa= stretta, calcata dell’infinito perprimere= stringere o calcare con violenza oppure, ma meno probabilmente dal greco peripeteia = accidenti inopinato;ricordo a margine l’esistenza nel napoletano di una sorta di maschile della voce a margine e cioè piripisso (che è dal p.p.m.le latino) perpressus= calcato, con chiusura in i della e intesa lunga, assimilazione regressiva alla ricavata i della seconda e ed anaptissi eufonica della seconda i; la voce piripisso però non indica una percossa, ma un piccolo cappelluccio di panno di colore blu o nero , in uso per solito tra gli uomini, cappelluccio di forma circolare simile ad un baschetto che si porta calcato al centro della sommità della testa; al centro di tale cappelluccio esiste una piccola appendice cilindrica che per metonimia prende pur’essa il nome di piripisso. Perucculata = originariamente colpo inferto al capo o al corpo con la peroccola (bastone) ed estensivamente colpi portati con gli arti superiori induriti e tesi a mo’ di bastone; peroccola etimologicamente o dal basso lat.: parocca e il suo diminutivo paroccola propriamente: stanga o sempre da un basso latino: pedruncola che è ramo; propendo per paroccola; Scerevecchia ed il suo accrescitivo Scerevecchione che son propriamente lo scapaccione o scapezzone (forma antica del precedente), colpo tale da far temere, per eccesso, di far saltare il capo che lo subisce; l’etimo è pacificamente latino forgiato sul verbo ex-cervicare che propriamente è capitozzare; Sciacquamola (di cui ò già détto e reitero qui per aggiungere qulcosa in margine) violentissimo ceffone a mano aperta diretto al volto tra mento e guancia, schiaffo tanto forte da poter (per iperbole) determinare la caduta di alcuni molari cosa che genererebbe la necessità di sciacquare la bocca con acqua o altri liquidi freddi per arrestare un probabile versamento di sangue conseguenza della caduta dei molari saltati via per il ceffone; etimologicamente la voce a margine è il risultato dell’unione della voce verbale sciacqua (3° persona sg. ind. pres. dell’infinito sciacquare/à=sciacquare (la bocca), fare sciacqui con acqua o con una soluzione medicamentosa; per estens., bere una piccola quantità di qualcosa;il verbo sciacquare è dal lat. tardo exaquare, deriv. di aqua 'acqua')+ il s.vo f.le mola s.vo f.le = molare ovvero ciascuno dei denti che, nell'uomo e in altri mammiferi, ànno la funzione di masticare il cibo; nell'uomo, gli ultimi tre denti situati in ognuno dei due lati dell'arcata superiore e inferiore; voce dal lat. mola(m), dalla stessa radice di molere 'macinare'; la mola di per sé indica la macina del mulino, ma è voce passata ad indicare nel napoletano il dente che fa analoga funzione di macina del cibo. A margine della voce sciacquamola rammenterò che nella parlata napoletana l’espressione sciacquarse ‘na mola vale anche : andare incontro ad ingenti ed impreviste spese quali che siano e nella fattispecie potrebbero essere quelle necessarie per servirsi dell’opera d’un medico dentista che ponga riparo ai deleterei effetti causati da qualche violento sciacquamola. Scoppola ed il suo accrescitivo Scuppulone che propriamente sono i colpi piú o meno pesanti inferti in modo da far saltar via il cappello (la coppola vd. sopra); Scusuta = letteralmente scucitura che vale generica e totale bastonatura tanto grave da determinare, in chi ne è fatto segno, ampie ferite (eufemisticamente détte scuciture); etimologicamente scusuta come l’italiano scucita è p.p. del basso latino ex-cosire per il classico ex-consuere; secuzzone s.vo m.le sergozzone, colpo forte dato col pugno chiuso sotto il mento, pugno diretto alla gola dal di sotto in su,montante; etimologicamente appare essere una voce ottenuta per adattamento locale attraverso un suffisso accrescitivo one della voce gozzo che è dall'ant. gorgozzo o gorgozza,a sua volta dal lat. volg. *gurgutiam, per il class. gurges -gitis 'gola’; da gozzo→guzzone/cuzzone donde con protesi di un se(r) per supra si giunge a secuzzone. Sicutennosse s.vo f.le; per il vero questa parola è abbondantemente desueta ed, a stretto rigore, dovrei disinteressarmene, ma è parola cosí interessante e presente sebbene con piccole varianti, ma analogo significato, nelle lingue regionali calabre: zicutnose, zichitinos che mi pare opportuno di parlarne brevemente; il sicutennosse è il colpo assestato con una verga sulla testa o sulle spalle; etimologicamente la parola è una chiara, scherzosa deformazione del latino: sicut nos (come noi) che si incontra nella parte finale della preghiera pater noster ; un tempo nelle cattedrali o nelle basiliche cattoliche esistevano i cosiddetti penitenzieri maggiori, sorta di prelati abilitati,nell’amministrare il sacramento della confessione,ad assolvere anche i piú gravi peccati, tali penitenzieri maggiori inalberavano sul lato destro del loro confessionale, dove sedevano ad ascoltare le confessioni dei penitenti, una lunga canna con la quale solevano colpire sulla testa o le spalle i penitenti a mo’ di suggello dell’avvenuta assoluzione.Poiché il piú delle volte i penitenzieri maggiori nel congedare i penitenti, facevan recitar loro il pater noster assestavano il previsto colpo di canna sul finire della recita della preghiera, proprio in coincidenza delle parole sicut nos e da ciò il colpo ne trasse il nome di sicutennosse. Struncone = altra parola desueta, ma ne parlo in quanto una delle poche che si riferisce ed identifichi un colpo inferto con gli arti inferiori e diretto ad essi, sorta di violento calcio portato in senso circolare antiorario e diretto alle gambe di un malcapitato; il termine (da non confondere con l’omofono ed omografo struncone che indica la grossa sega, azionata da due persone contemporaneamente ed atta a recidere robusti tronchi) è un deverbale di struncare, dal latino: truncare con consueta protesi di una S intensiva, che è quasi mozzare, recidere, mutilare di una parte quasi che il violento calcio, portato come détto, mirasse a mutilare il ricevente dell’arto colpito ; Varrata = pesante colpo portato al corpo, con due mani che stringono la varra (grosso bastone, randello); la varra, da cui varrata etimologicamente è, con tipica alternanza B/V dal basso latino barra che a sua volta è dal celtico bar = ramo; e chiudo con Vertulina = generica e totalizzante bastonatura fatta a mani nude o con l’ausilio di agevole corpo contundente: bastone, pertica o simili, percosse reiterate e rapide; difficile stabilirne l’etimo; forse estensivamente da bertula (macchina usata per configgere in terra i pali nelle vigne), ma non si può escludere una derivazione da vertula (da un basso latino: averta) sorta di bisaccia o zaino in uso tra i pastori che la usavano, ruotandola vorticosamente, quale arma di difesa delle pecore assalite da animali predatori; l’ipotesi che però piú mi convince è che vertulina derivi dallo spagnolo verduco (bastone animato) attraverso una *verducolina che conduce a giungere a vertulina; ma siamo nel campo delle ipotesi! Satis est. Raffaele Bracale