martedì 25 giugno 2013

VARIE 2430

1. MANNÀ A ACCATTÀ ‘O TTOZZABANCONE oppure MANNÀ A ACCATTÀ ‘O PPEPE Ad litteram: mandare a comprare l'urtabancone. oppure mandare a comprare il pepe. Anticamente, quando le famiglie erano numerose, in ogni casa si aggiravano un gran numero di bambini, la cui presenza impediva spesso alle donne di casa di avere un incontro ravvicinato col proprio uomo. Allora, previo accordo, il bottegaio (salumiere, droghiere) della zona si assumeva il compito di intrattenere, con favolette o distribuzione di piccole leccòrnie, i bambini che le mamme gli inviavano con la frase stabilita di “accattà 'o tozzabancone” oppure”accattà ‘o ppepe” . Altri tempi ed altre disponibilità! Nota: 1)Per l’etimo del verbo accattà cfr. oltre sub 3. 2)Il sost.vo pepe = pepe, in napoletano è di genere neutro come altri alimenti: ‘o ppane, ‘o zzuccaro, ‘o ccafé etc. e come neutro preceduto dalle vocali o oppure u esige la geminazione della consonante iniziale; perciò ‘o ppepe e non ‘o pepe come ‘o ppane e non ‘o pane, ‘o zzuccaro e non ‘o zuccaro, ‘o ccafé e non ‘o cafè. Rammento che c’è un solo caso in cui ‘o zzuccaro non esige la doppia zeta ed è nel caso del diminutivo ‘o zuccariello usato però non in riferimento all’alimento, ma come aggettivazione vezzeggiativa nei confronti di un bambino piccolo accreditato d’essere quasi dolce come lo zucchero. Rammento altresí che per la voce caffè ci si può imbattere nella morfologia ‘o cafè (con la l'occlusiva velare sorda (c) scempia), ma in tal caso non ci si riferisce all’ alimento, alla polvere o alla bevanda con essa approntata, ma ci si riferisce al cafè s.vo m.le che è il locale pubblico, l’esercizio, la rivendita,lo spaccio in cui quella bevanda viene approntata e servita all’avventore 2.ACCATTARSE ‘O CCASO. Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo primo significato etimologico di portar via dal latino: adcaptare iterativo di capere (prendere). La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso. 3. FÀ ACQUA 'A PIPPA. Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze. Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro súbito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non à nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cosí povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è invece che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto piú prosaicamente, il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o ad altri malanni, non fosse piú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cosí la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale.Del resto nell’icastico parlar napoletano il gesto onanistico maschile corrisponde alla moderna espressione: farse ‘na pippa! che negli anni ’50 del 1900 sostituí le piú antiche: farse ‘na sega! o anche farse ‘na pugnetta! 4. TENÉ ‘E PECUNE Letteralmente si può rendere con: avere, mostrar di avere i piconi (sorta di punte presenti sulla pelle dei volatili; non esiste un termine corrispondente nell’italiano); ma vale: essere ormai o finalmente cresciuto/maturato mentalmente e/o caratterialmente; lo si dice di solito degli adolescenti che si mostrino piú maturi di quel che la loro età farebbe sospettare; di per sé ‘o pecone(che per etimo è un derivato in forma di accrescitivo (cfr. il suff. one) del francese pique/piqué= punta/tessuto a rilievo) è una sorta di punta che appare sulla pelle del corpo dei volatili, punta prodromica dello spuntar delle piume/penne; l’apparire di tali punte dimostra che il volatile non è piú un giovanissimo implume, ma è cresciuto e fisicamente evoluto, pronto ad affrontar la vita; per similitudine degli adolescenti che siano già o ormai maturi e si dimostrino scafati e cioè attenti, svegli e smaliziati, si dice che abbiano ‘e pecune (pl. di pecone), quantunque realmente sulla pella degli adolescenti non si riscontrino punte simili a quelle dei volatili. A margine rammento che il termine pecune è usato anche nell’espressione tené ‘e ccarne pecune pecune che rende l’italiano rabbrividire. 5. (FARSE Fà) ‘NA SPAGNOLA Letteralmente : Farsi fare una (sega) spagnola. La voce spagnola (che di per sé è un agg.vo qui però sostantivato indica una sorta masturbazione intermammaria): piú esattamente occorrerebbe perciò dire sega spagnola in quanto che spagnola è soltanto un aggettivo; la sega di per sé (con derivazione deverbale dal lat. seca(re) indica quale s.vo f.le 1 utensile usato per tagliare materiali diversi, costituito da una lama di acciaio munita di denti, inserita in un telaio o in un manico: sega a mano; sega da falegname, da macellaio; sega chirurgica; sega da meccanico, seghetto per metalli | coltello a sega, con la lama dentata; serve per tagliare pane, dolci e sim. 2 macchina che à impieghi simili alla sega a mano: sega elettrica, meccanica; sega a nastro, con la lama costituita da un nastro d'acciaio dentato, chiuso ad anello e teso fra due pulegge; sega circolare, in cui la lama è un disco d'acciaio dentato; sega alternativa, simile a un grosso seghetto per metalli azionato da un motore elettrico 3 (mus.) strumento idiofono (s. m. (mus.) ogni strumento musicale in cui il corpo vibrante è costituito dal corpo stesso dello strumento p. e. la campana, il triangolo) del primo Novecento; consiste in una normale sega a mano che, stretta fra le ginocchia, viene posta in vibrazione sfregando il lato non dentato con un archetto di violino, violoncello o contrabbasso 4 (region.) segatura; mietitura: la sega del grano 5 (volg.ed è il caso che ci occupa) masturbazione maschile | non valere, non capire una sega, (fig.) niente, nulla; essere una sega, una mezza sega, (fig.) una persona che vale poco o anche persona piccola, minuta quasi frutto di un gesto onanistico però non portato a compimento per intero ; ovviamente la masturbazione maschile è semanticamente definita sega in considerazione dell’analogo movimento che si fa usando l’attrezzo per tagliare o compiendo l’atto onanistico. 6 fare sega, (centr.) nel gergo degli studenti, marinare la scuola 7 pesce sega, grosso pesce marino con un lungo prolungamento della mascella simile alla lama di una sega (fam. Pristidi). Ad ogni buon conto preciso qui che la masturbazione maschile (sega) intermammaria prende il nome di (sega) spagnola in quanto metodo di soddisfazione sessuale maschile ideato ed attuato dalle prostitute partenopee che prestavano la loro opera nei bassi e fondaci attigui a quelli che sarebbero stati gli acquartieramenti dei soldati spagnoli (XVI sec.), ma che già nel XV sec. ospitavano (1495)i soldati francesi di Carlo VIII (Amboise, 30 giugno 1470 – † Amboise, 7 aprile 1498) che fu Re di Francia della dinastia dei Valois dal 1483 al 1498. Salí alla ribalta cominciando la lunga serie di guerre Franco-Italiane; Carlo VIII, campione di disordine, disorganizzazione, dissesto, eccesso, intemperanza, sfrenatezza,sperpero etc. entrò in Italia nel 1494 con lo scopo preciso di metter le mani sul regno napoletano e la sua avanzata caotica e disordinata scatenò un vero terremoto politico in tutta la penisola. Incontrò, nel viaggio di andata, timorosi regnanti, che gli spalancarono le porte delle città pur di non aver a che fare con l'esercito francese e marciò attraverso la penisola, raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Durante questo viaggio assediò ed espugnò il castello di Monte San Giovanni, trucidando 700 abitanti, e assediò, distruggendone i due terzi e uccidendone 800 abitanti, la città di Tuscania (Viterbo).Incoronato re di Napoli, fu oggetto di una coalizione avversa che comprendeva la Lega di Venezia, l'Austria, il Papato e il Ducato di Milano. Sconfitto nella Battaglia di Fornovo nel luglio 1495, fuggí in Francia al costo della perdita di gran parte delle sue truppe. Tentò nei pochi anni seguenti di ricostruire il suo esercito, ma venne ostacolato dai grossi debiti contratti per organizzare la spedizione precedente, senza riuscire a ottenere un sostanziale recupero. Morí due anni e mezzo dopo la sua ritirata, per un banale incidente, sbattendo la testa contro l’architrave d’ un portone; trasmise una ben misera eredità e lasciò la Francia nei debiti e nel disordine come risultato di una sconsiderata ambizione che venne definita, nella forma piú benevola, come utopica o irrealistica; la sola nota positiva, la sua sconsiderata, dispendiosa ed improduttiva spedizione fu di promuvere contatti tra gli umanisti italiani e francesi, dando cosí vigore alle arti e alle lettere francesi nel tardo Rinascimento.) ; i quartieri spagnoli, o più semplicemente i quartieri, presero questo nome (che però non indicò come s.vo m.le ciascuno dei quattro rioni in cui per lo piú si suddividevano le città ed oggi, zona circoscritta di una città, avente particolari caratteristiche storiche, topografiche o urbanistiche: quartiere residenziale; un vecchio quartiere popolare | quartieri alti, la zona più elegante della città; quartieri bassi, la zona più popolare | quartiere satellite, agglomerato urbano contiguo a una grande città, autonomo quanto a servizi ma non amministrativamente, ma indicò il (mil.) complesso di edifici o di attendamenti dove alloggia un reparto dell'esercito: quartiere d'inverno, d'estate | quartier generale, il complesso degli ufficiali, dei soldati e dei mezzi necessari al funzionamento del comando di una grande unità mobilitata; il luogo dove esso à sede | lotta senza quartiere, (fig.) senza esclusione di colpi, spietata | chiedere, dare quartiere, (fig.) chiedere, concedere una tregua, la resa) presero, dicevo, questo nome intorno alla metà del XVI secolo (1532 e ss.) per la vasta presenza delle guarnigioni militari spagnole, volute dal viceré don Pedro di Toledo, destinate alla repressione di eventuali rivolte della popolazione napoletana. All'epoca, come già precedentemente al tempo di Carlo VIII, comunque tali quartieri siti a Napoli a monte della strada di Toledo erano un luogo malfamato come tutti i luoghi dove siano di stanza i militari, un luogo malfamato dove prostituzione e criminalità la facevano da padrone, con malgrado del viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo da cui il nome della strada (Pedro Álvarez de Toledo y Zuñiga (Salamanca, 1484 –† Firenze, 22 febbraio 1553) che marchese consorte di Villafranca e dal 1532 al 1553 viceré di Napoli per conto di Carlo V d'Asburgo , , emanò alcune apposite leggi tese a debellare il fenomeno; torniamo dunque alla cosiddetta sega spagnola che fu un ingenuo accorgimento adottato dalle meretrici allorché si diffuse nella città un pericoloso morbo: la lue o sifilide (détto comunemente: mal francese o morbo gallico) e si ritenne che tale morbo fosse stato portato e propagato ( nel 1495 circa) nella città, attraverso il contatto con le prostitute locali, dai soldati francesi al sèguito di Carlo VIII ; da notare che – per converso – i francesi dissero la lue: mal napolitain nella pretesa che fossero state le prostitute partenopee a diffonderlo fra i soldati carlisti; fósse francese o napoletano le prostitute invece di soddisfare i clienti soldati con un normale coito, si limitarono ad un contatto superficiale con quell’esercizio che fu detto (sega) spagnola in quanto le prostitute esercitavano in tuguri (bassi e fondaci) di quei quartieri poi détti spagnoli. 6 ‘A FESSA ‘E MÀMMETA, DINT’Ê FASULE! Ad litteram: La vulva di tua madre nei fagioli! Colorita, icastica seppur becera invettiva esclamatoria rivolta da uno spazientito individuo che si senta disturbato, seccato, annoiato o piú semplicemente importunato dall’inopportuno comportamento di qualcuno che lo stia infastidendo oltremodo con parole e/o azioni, le une e le altre mai costruttive e frutto di proterva arroganza miranti solo a porre il bastone tra le ruote dell’altrui operato o dell’altrui pensiero, nell’intento di cercar di affermare in modo aggressivo le proprie vuote idee. A tale arrogante individuo che agisca con protervia,spocchiosa presunzione ed irruenza prevaricante si tenta di mettere un freno e magari zittirlo offendendolo e chiamando in causa sua mamma accreditata con malizia d’essere una donnaccia assimilata ad una scrofa o piú esattamente ad una troia quella i cui genitali salati, seccati e variamente aromatizzati (verrinia/ventricina) veniva un tempo usata in luogo o assieme alle cotiche di maiale nell’approntare una gustosa zuppa di fagioli o minestra di pasta e fagioli. Va da sé che per traslato ed accostamento semantico la verrinia/ventricina della scrofa nell’icastica, colorita ma becera espressione partenopea à preso il piú comune nome di fessa con cui si indica l’organo genitale della donna.Per ulteriori nomi rimando alibi. Il s.vo f.le verrinia = genitale o mammella della scrofa e genericamente carne di scrofa, etimologicamente è da un lat. *uberigine(m)→(u)berigine(m)→veri(gi)ne(m)→verrinia con tipica alternanza partenopea b→v (cfr. barca→varca, bocca→vocca etc.) e raddoppiamento espressivo della consonante liquida vibrante (r) 7. PORTA CU TTICO E MMAGNA CU MMICO Ad litteram: Porta (qualcosa) con te e mangia con me L’espressione cela il perentorio invito a presentarsi, se invitati, per una qualsiasi ragione, a desinare, a presentarsi non a mani vuote, ma muniti di un dono da offrire a mo’ di ringraziamento per l’invito ricevuto. Piú ampiamente la locuzione può essere usata in qualsiasi occasione per significare che nulla può essere ottenuto gratuitamente e che invece ogni cosa va meritata a fronte di un corrispettivo.Preciso infine che la locuzione non à il significato, come impropriamente pensa qualche sprovveduto, e come ad una frettolosa lettura potrebbe intendersi, non à il significato di un invito a portar seco delle cibarie da condividere, ma – come ò détto - à il significato di un invito a portar seco uno o piú doni da offrire all’anfitrione. Linguisticamente faccio notare che nell’espressione in esame è presente un doppio uso pleonastico, ma rafforzativo del cu (= con che è dal lat. cu(m)) già presente in posizione enclitica nei successivi ttico (= con te che ripete dritto per dritto il lat. tícu(m), comp. di tí (abl. di tu) e cum 'con') e mmico (= con me che ripete dritto per dritto il lat. mícu(m), comp. di me e cum 'con'). Rammento in chiusura che il cu = con va correttamente scritto senza alcun segno diacritico e ciò rispondendo alla regoletta del napoletano per la quale i termini apocopati di consonante/i e non di sillaba vocalica, non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu= con da cum – pe=per da per – mo=ora da mox – po= poi da post ). 8. MARONNA MIA AVÓTTALO E SAN FRANCISCO AVÓNNALO! Ad litteram: Madonna mia sospingilo (via), San Francesco lascialo travolgere dalle onde! Malevola, ma icastica implorazione/richiesta rivolta verso due importanti componenti la famiglia celeste e cioè la santa Vergine e san Francesco di Paola, perché ci liberino, con il loro fattivo intervento, di un fastidioso importuno individuo, la cui presenza sia tanto seccante, noiosa, irritante, sgradevole da suggerire addirittura pensieri omicidi. Ci si rivolge alla Madonna (che alibi per solito è invocata (‘a Maronna t’accumpagna! = la Madonna ti accompagni!) perché sia di buona compagnia al viandante evitandogli i pericoli del percorso,) perché questa volta in luogo di semplicemente accompagnare, sospinga, lungo l’ipotetico percorso, il fastidioso importuno individuo e ne acceleri l’allontanamento; ci si rivolge ugualmente invocandolo a san Francesco di Paola affinché lui notoriamente protettore dei naviganti questa volta in luogo di semplicemente traghettare il fastidioso importuno individuo,trasportandolo sul suo mantello, (come secondo una leggenda occorse al santo di Paola che dovendo attraversare il braccio di mare tra le Calabrie e la Sicilia, avendo ricevuto il rifiuto di un trasbordo su di un naviglio, distese sullo specchio d’acqua il suo mantello, vi montò e raggiunse la Sicilia), in luogo di semplicemente traghettare il fastidioso importuno individuo, lungo un ipotetico percorso, questa volta lo faccia travolgere dalle onde affogandolo ed accelerandone in tal modo l’allontanamento, addirittura definitivo. Linguisticamente nella locuzione in esame c’è da soffermarsi sulla voce verbale avónna-lo che vale:travolgilo con le onde e non è da confondere con aónna-lo che à un significato positivo e sta per rendi-lo abbondante; infatti avónna-lo è la 2ª pers. sg. dell’imperativo di avunnà (dal lat. volg. *ab-undare rafforzativo di *undare =inondare, mentre aónna-lo è la 2ª pers. sg. dell’imperativo di aunnà (dal lat. abundare→a(b)undare→aunnare = traboccare): nel verbo avunnà si è avuta la tipica alternanza b→v del napoletano (cfr.bocca/voccavarca/barca,vitru(m)→vritu(m)→britu(m)→brito etc.) e l’assimilazione progressiva nd→nn, mentre per aunnà si è avuta la sincope della b e la consueta assimilazione progressiva nd→nn ottenendo dal medesimo verbo latino di partenza due verbi affatto diversi. 9. QUANNO 'A GALLINA SCACATEA, È SSIGNO CA À FATTO LL'UOVO. Letteralmente: quando la gallina starnazza vuol dire che à fatto l'uovo. Id est: quando ci si scusa reiteratamente, significa che si è colpevoli.È il modo napoletano di render quasi (in maniera piú icastica) il brocardo latino excusatio non petita etc. 10. QUANNO SÎ 'NCUNIA STATTE E QUANNO SÎ MARTIELLO VATTE Letteralmente: quando sei incudine sta fermo, quando sei martello, percuoti. Id est: ogni cosa va fatta nel momento giusto, sopportando quando c'è da sopportare e passando al contrattacco nel momento che la sorte lo consente perché ti è favorevole. 11. MIETTELE NOMME PENNA! détto che letteralmente vale : Chiamala penna!; La locuzione viene usata, quasi volendo consigliare e suggerire rassegnazione, allorchè si voglia far intendere a qualcuno che à irrimediabilmente perduto una cosa, un oggetto, divenuto quasi (penna) piuma d'uccello; La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, procurando un cattivo affare a chi à incautamente operato un prestito atteso che spesso sparisce un oggetto prestato a taluni che per solito non restituiscono ciò che ànno ottenuto in prestito. miéttele nomme letteralmente mettigli nome e cioè chiamalo id est: ritienilo; miéttele= metti a lui, poni+gli voce verbale (2° pers. sing. imperativo) dell’infinito mettere=disporre, collocare, porre con etimo dal lat. mittere 'mandare' e successivamente 'porre, mettere'; nomme = nome; elemento linguistico che indica esseri viventi, oggetti, idee, fatti o sentimenti; denominazione, con etimo dal lat. nomen e tipico raddoppiamento espressivo della labiale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m), cammisa←camisia(m) etc. Rammento che un tempo con la voce penna (dal lat. penna(m) 'ala' e pinna(m) 'penna, piuma', confluite in un'unica voce) a Napoli si indicò, oltre che la piuma d’un uccello, anche una vilissima moneta dal valore irrisorio, moneta che veniva spesa facilmente, senza alcuna remora o pentimento; tale moneta che valeva appena un sol carlino (nap. carrino) prese il nome di penna dal fatto che su di una faccia di tale moneta (davanti ) v’era raffigurata l’intiera scena dell’annunciazione a Maria Ss. mentre sul rovescio v’era raffigurato il particolare dell’arcangelo con un’ala (penna) dispiegata; ora sia che la penna in epigrafe indichi la piuma d’uccello, sia indichi la vilissima moneta, la sostanza dell’espressione non cambia, trattandosi di due cose: piuma o monetina che con facilità posson volar via e/o perdersi. 12. ACQUA CA NUN CAMMINA, FA PANTANO E FFÈTE. Letteralmente: acqua che non corre, ristagna e puzza. Id est: chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà con la sua puzza per il tuo danno! 13.'NFILA 'NU SPRUOCCOLO DINTO A 'NU PURTUSO! Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia. 14.ASTIPATE 'O MILO PE QUANNO TE VÈNE SETE. Letteralmente:Conserva la mela, per quando avrai sete. Id est: Non bisogna essere impazienti; non si deve reagire subito sia pure a cattive azioni ricevute;insomma la vendetta è un piatto da servire freddo, allorché se ne avvertirà maggiormente la necessità. 15.PUOZZ'AVÉ MEZ'ORA 'E PETRIATA DINTO A 'NU VICOLO ASTRITTO E CA NUN SPONTA, FARMACIE NCHIUSE E MIEDECE GUALLARUSE! Imprecazione malevola rivolta contro un inveterato nemico cui si augura di sottostare ad una mezz'ora di lapidazione subíta in un vicolo stretto e cieco, che non offra cioè possibilità di fuga e a maggior cordoglio gli si augura di non trovare farmacie aperte ed imbattersi in medici erniosi e pertanto lenti al soccorso. 16. NU'CAGNÀ MAJ À VIA VECCHIA P'À NOVA, CA SAJE CHELLO CA LASSE E NUN SAJE CHELLO CA TRUOVE. Non cambiare mai la strada vecchia per la nuova perché conosci ciò che lasci, mna non quello che troverai.. Id est: Continua ad utilizzare i vecchi metodi già validi e sperimentati invece che quelli nuovi dubbi ed incerti. 17.SI 'A MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE. Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altrove si dice: ‘a morte nun tène crianza... (la morte non à educazione), per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi. 18. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Anche i corbellati vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando loro o auto prefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato è chiaramente il corbellato cioè il portatore di corbello (in arabo: quffa/kuffa) 19. 'O PURPO SE COCE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime. 20. FÀ 'E CCOSE A CCAPA 'E 'MBRELLO. Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona. 21. FÀ 'O FARENELLA. Letteralmente:fare il farinello. Id est: comportarsi da vagheggino, da manierato cicisbeo. L'icastica espressione non si riferisce - come invece erroneamente pensa qualcuno - all'evirato cantore settecentescoCarlo Broschi detto Farinelli, (Andria, 24 gennaio 1705 – † Bologna, 16 settembre 1782), considerato il piú famoso cantante lirico castrato della storia, ma prende le mosse dall'àmbito teatrale dove le parti delle commedie erano assegnate secondo rigide divisioni. All'attor giovane erano riservate le parti dell'innamorato o del cicisbeo. E ciò avveniva sempre anche quando l'attore designato , per il trascorrere del tempo, non era piú tanto giovane ed allora per lenire i danni del tempo era costretto a ricorre piú che alla costosa cipria, alla piú economica farina, diventando per i colleghi ‘o farenella. Raffaele Bracale

VARIE 2429

1.'O PURPO S'À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si deve cuocere con l'acqua propria.Id est: bisogna che si convinca da se medesimo, senza interventi esterni. La locuzione fa riferimento a tutte quelle persone che recedono da certe posizioni solo se si autoconvincono; con costoro è inutile ogni opera di convincimento, bisogna armarsi di pazienza ed attendere che si autoconvincano, come un polpo che per cuocersi non necessita di aggiunta d'acqua, ma sfrutta quella di cui è composto. 2. DÀ 'NCOPP' Ê RECCHIE. Letteralmente: dare sulle orecchie. La locuzione consiglia il modo di comportarsi nei confronti dei boriosi, dei supponenti, dei saccenti adusi ad andare in giro tronfi e pettoruti a testa elevata quasi fossero i signori del mondo, convinti di conoscere e sapere tutto o quasi lo scibile umano e d’essere attrezzati a risolvere ogni problema della vita quotidiana (sia propria che degli altri!) Nei loro confronti bisogna usare una sana metaforica violenza colpendoli sulle orecchie per fargliele abbassare. 3. N' AGGIO SCAURATO STRUNZE, MA TU ME JESCE CU 'E PIEDE 'A FORA... Letteralmente: ne ò bolliti di stronzi, ma tu (sei cosí grosso)che non entri per intero nella eventuale pentola destinata all'uso. Iperbolica e barocca locuzione-offesa usata nei confronti di chi si dimostri cosí esageratamente pezzo di merda da meritarsi di esser paragonato ad uno stronzo che ecceda i limiti della pentola. 4.TANTE VALLE A CANTÀ NUN SCHIARA MAJE JUORNO. Letteralmente: tanti galli a cantare non spunta mai il giorno. Id est: quando si è in tanti ad esprimere un parere intorno ad un argomento, a proporre una soluzione ad un problema, non si addiviene a nulla di concreto... Perché dunque farsi meraviglia se il parlamento italiano composto da un numero esorbitante di deputati e senatori non riesce mai a legiferare rapidamente e saggiamente: parlano in tanti... 5.SÍ, SÍ QUANNO CURRE E 'MPIZZE... Letteralmente: sí quando corri ed infili! La sarcastica locuzione sottolinea icasticamente lo sciocco comportamento di chi sta ponendo speranza in qualcosa che molto difficilmente si potrà avverare e vale quasi: “quel che tu ti auguri avvenga,in realtà non avverrà mai!”. La locuzione fa riferimento ad un'antica gara che si svolgeva sulle piazze dei paesi meridionali. Si infiggeva nell'acciottolato della piazza del paese un'alta pertica con un anello metallico posto in punta ad essa pertica, libero di dondolare al vento. I gareggianti dovevano, correndo a cavallo, far passare nell'anello la punta di una lancia, cosa difficilissima da farsi. 6.MADONNA MIA, MANTIENE LL'ACQUA! Letteralmente: Madanna mia reggi l'acqua. Id est: fa che la situazione non peggiori o non degeneri. L'invocazione viene usata quando ci si trovi davanti ad una situazione di contesa il cui esito si prospetti prossimo a degenerare per evidente cattiva volontà di uno o più dei contendenti. 7. OMMO 'E CIAPPA. Letteralmente: uomo di bottone e, per traslato, uomo importante, di vaglia. La locuzione ebbe origini antichissime addirittura seicentesche allorché a Napoli esistette una consorteria particolare, la cosiddetta repubblica dei togati che riuniva un po' tutta la classe dirigente della città. Le ciappe (dal latino capula→cap(u)la→capla→clapa→ciappa) erano i grossi bottoni d'argento cesellato che formavano l'abbottonatura della toga simbolo, appunto, di détta consorteria. 8.'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,rappresentando la continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche, per cui è piú opportuno tradurre quando la nave va, la fava cuoce. 9. ESSERE 'NU CASATIELLO CU LL'UVA PASSA. Letteralmente: essere una caratteristica torta rustica pasquale ripiena d'uva passita. Id est: essere una persona greve, fastidiosa, indigesta, noiosa quasi come la torta menzionata già greve di suo per esser preparata con una pasta lievitata intrisa abbondantemente di strutto e ripiena di molto formaggio, uova, salame, resa meno digeribile dalla presenza dell'uva passita... 10. NCE VONNO 'E CQUATTE LASTE E 'O LAMPARULO. Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si glori di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente. 11. ESSERE 'NU/’NA SECATURNESE. Letteralmente: essere un sega tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo che circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli truffaldini guadagni: venne poi la carta-moneta, le monete d’oro e d’argento vennero ritirate dalla circolazione e finí il divertimento. 12. ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stante la ridottissima capacità fisica, intellettiva e morale essendo il risultato non di una normale copula, ma di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero. 13. ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. 14. 'E CURALLE LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. Letteralmente: i coralli li deve lavorare il torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. 15. MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute (già sbiancate e lessate atte cioè ad essere consumate) o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono dapprima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad hoc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita per il tramite d’un lungo spago e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità o che manchi la volontà di aderire alle richieste. 16. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio eterno del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo quffa= corbello. 17. DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ CHIOVERE 'GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... Disse lo scarafaggio: (il cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. 18. ABBACCA ADDÓ VENCE. Letteralmente: collude con chi vince. Di per sé il verbo abbaccare (dal lat. volg.*ad-vadicare→avvad’care→avvaccare→abbaccare= andare verso qlcn) presupporrebbe una segretezza d'azione che però ormai nella realtà non si riscontra, in quanto l'opportunista - soggetto sottinteso della locuzione in epigrafe non si fa scrupolo di accordarsi apertis verbis con il suo stesso pregresso nemico, se costui, vincitore, gli può offrire vantaggi concreti e repentini. Lo sport di salire sul carro del vincitore e di correre in suo aiuto è stato da sempre praticato dagli italiani. Brak

VARIE 2428

1. 'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,data dalla continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche, per cui è piú opportuno tradurre Se la nave va, la fava cuoce,se gli affari progrediscono, il sostentamento è assicurato! 2. NCE VONNO 'E CQUATTE LASTE E 'O LAMPARULO. Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si gloria di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente . 3. JIRSENE CU 'NA MANA ANNANZE E N'ATA ARRETO. Letteralmente: andarsene con una mano davanti ed una di dietro (per coprirsi le vergogne). Era il modo con cui il debitore si allontanava dal luogo dove aveva eseguito la cessio bonorum – in napoletano: zitabona -, aveva cioè poggiato le nude natiche su di una colonnina posta innanzi al tribunale a dimostrazione di non aver piú niente. La locuzione perciò significa e si usa per indicare chi, non avendo concluso nulla di buono, ci abbia rimesso fino all'ultimo quattrino e non gli resti che l'ignominia di cambiar zona andandosene con una mano davanti ed una di dietro. 4. A - MIETTE MANO Â TELA B - ARRICIETTE 'E FIERRE Le due locuzioni indicano l'incipit e il termine di un'opera e vengono usate nelle precise circostanze da esse indicate, ma sempre con un valore di sprone; sub A: metti mano alla tela, ossia, prepara la tela ché è giunto il momento di cominciare il lavoro. sub B: metti a posto i ferri, è giunta l'ora di lasciare il lavoro. 5. ESSERE 'NU/’NASECATURNESE. Letteralmente: essere un/una sega tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo in cui circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli guadagni: venne poi la carta-moneta e finí il divertimento. 6. ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stanti le ridottissime capacità fisiche, intellettive e morali di cui si è provvisti, essendo (per furbesca iperbole) solo il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero. Il s.vo f.le pugnetta che indica appunto la masturbazione maschile, è una voce gergale costruita sul s.vo lat. pugnu-m addizionato di un suff. dim. f.le –etta. 7. ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. 8. 'E CURALLE – O ‘O CURALLARO - LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. Letteralmente: i coralli li deve lavorare il torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. 9. MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute già atte ad essere consumate o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad òc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità di aderire alle richieste. 10. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo quffa= corbello. 11. DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ FFÀ CCHIOVERE 'GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... Disse lo scarafaggio: (il cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. 12. ABBACCA ADDÒ VENCE. Letteralmente: collude con chi vince. Di per sé il verbo abbaccare presupporrebbe una segretezza d'azione che però ormai nella realtà non si riscontra, in quanto l'opportunista - soggetto sottinteso della locuzione in epigrafe non si fa scrupolo di accordarsi apertis verbis con il suo stesso pregresso nemico, se costui, vincitore, gli può offrire vantaggi concreti e repentini. Lo sport di salire sul carro del vincitore e di correre in suo aiuto è stato da sempre praticato dagli italiani. 13. DIO PERDONA SANGIUANNE NO! Letteralmente: Dio perdona, il compare/padrino no! Ammonimento/avvertimento usato nei confronti soprattutto di minori, ma talora anche di adulti per tenerli avvisati a non comportarsi mai male con alcumo, ma in primis il proprio compare/padrino di battesimo o cresima perché – nell’inteso popolare – il compare/padrino (sangiunne) per solito è molto piú severo del Padreterno che, grandemente misericordioso è aduso al perdono cosa estranea invece al compare/padrino (sangiunne) con il quale bisogna sempre comportarsi bene. Come si evince da quanto détto con il termine sangiunne non si fa riferimento al san Giovanni apostolo, ma al san Giovanni Battista precursore del Cristo sia pure solo per mutuarne il nome proprio che agglutinato con l’apposizione “san” vien degradato semanticamente sino a farne un s.vo comune per indicare il compare/padrino di battesimo e/o cresima in memoria del fatto che san Giovanni Battista precursore del Cristo Lo battezzò sulle rive del Giordano.Il fatto poi che il compare/padrino (sangiunne) venga inteso severissimo trova il suo fondamento nel reale comportamento di san Giovanni Battista precursore del Cristo che fu rigido, inclemente, duro, aspro, inflessibile, intransigente già con se stesso predicando la penitenza e vivendo in un deserto dove si cibava di locuste e miele selvatico. Brak

lunedì 24 giugno 2013

OSTINATO & dintorni

OSTINATO & dintorni Questa volta per contentar l’amico Umberto Z. ( peraltro dettosi molto soddisfatto di quanto, su suo invito, ò spesso scritto) per contentar, dicevo, l’amico Umberto che me ne à richiesto,autorizzandomi a fare il suo nome,ma non il cognome!, cercherò di illustrare la voce in epigrafe, i suoi sinonimi e quelle corrispondenti dell’ idioma napoletano; cominciamo dunque con ostinato per proseguire con i suoi sinonimi prima di considerare le voci corrispondenti del napoletano: ostinato/a agg.vo m.le o f.le– 1. a. Di persona, che persiste con caparbia tenacia in un atteggiamento, in un proposito, nelle sue idee o opinioni, spesso nonostante l’evidenza contraria, sia come caratteristica abituale sia come atteggiamento legato a casi e situazioni particolari: un uomo o., una ragazza o.; chi nell’acqua sta fin alla gola, Ben è o. se mercé non grida (Ariosto); è o. come un mulo; essere o. nelle proprie idee, nel non voler riconoscere le ragioni degli altri; è o. avversario di ogni novità. Anche, tenace, costante, sia in senso positivo: un ricercatore, un lavoratore, uno studioso o.; Te o. amator de la tua Musa (Parini); sia in senso limitativo, con sign. analogo ad accanito, impenitente e sim.: peccatore, bevitore, giocatore ostinato. b. estens. di cosa in cui si persiste in modo inflessibile, irremovibile: chiudersi in un o. silenzio, in un mutismo o.; uno studio o.; un’o. difesa; opporre un’o. resistenza. 2. fig. a. Di cosa molesta che dura piú dell’ordinario, che sembra non voler cessare, o di male che resiste a ogni rimedio: una pioggia, una nebbia o.; febbriciattole o.; tosse o.; ò un o. dolore alla spalla destra. b. In musica (anche come s. m.), di figura melodica che si ripete incessantemente, invariata e alla stessa altezza, per tutta una composizione o una parte di essa; appare di solito nel basso, che prende in tal caso il nome di basso o. (v. basso2). Piú genericamente, per indicare la persistenza di un ritmo o di un effetto strumentale (per es., il pizzicato o. nella Sinfonia n. 4 di Čajkovskij); etimologicamente dal lat. o(b)stinatu(m) part. pass. del verbo obstinare= ostinarsi. Passiamo ai sinonimi: Accanito/a agg.vo m.le o f.le1 furioso, violento: odio accanito 2 (fig.) ostinato, tenace: lavoratore, fumatore, giocatore accanito etimo: p.p. di accanire = Far irritare come un cane: i consigli supplichevoli accaniscono i caparbi (Botta). 2. intr. pron. Imbestialirsi furiosamente, com’è proprio del cane verbo che è denominale di canis. Caparbio/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc.; ostinato, testardo; quanto all’etimo poco convince una proposta derivazione(Treccani & altri) dal s.vo capo che lascerebbe inevaso mezzo lemma nella parte di arbio; né appare credibile il D.E.I. che ipotizza fantasiosamente uno sconosciuto né attestato *capardo forse accostato a testardo incrociato con superbio (per superbo?) per cui pare piú accettabile l’idea di chi (Pianigiani) vi vide un incrocio tra capra (animale cocciuto) e barbio (dal lat. barbulus= barbuto) : nome dato a piú specie di pesci d’acqua dolce del genere Barbus, famiglia ciprinidi, che presentano generalmente un paio di barbigli simili ad una barbetta di capra, dalle abitudini tenaci se non aggressive che ne rendono complicata la pesca; in Italia vivono due specie, il b. comune (Barbus barbus, con la sottospecie plebejus) e il b. meridionale (Barbus meridionalis), che costituiscono un cibo apprezzato. Il barbo/barbio è figura frequente negli scudi araldici, posto in palo, curvato e di profilo. Cocciuto/a agg.vo e s.vo m.le o f.le testardo, ostinato, pervicace, tignoso; quanto all’etimo è un denominale di coccia= guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías) pervicace agg.vo m.le ef.le ostinato, caparbio, accanito (per lo piú nel male); protervo: carattere pervicace; opposizione pervicace etimologicamente è dal lat. pervicace(m), deriv. di pervincere 'vincere completamente, spuntarla', comp. di per, con valore perfettivo (si dice dell'aspetto del verbo che esprime la compiutezza o il compimento di un'azione o di uno stato (p. e. fumò una sigaretta rispetto a fumava una sigaretta, che considera l'azione nel suo svolgimento); , e vincere 'vincere'; protervo/a agg.vo m.le o f.le 1 superbo e arrogante: un individuo, un atteggiamento protervo 2 (ant.) ardito, altero: regalmente ne l'atto ancor proterva (DANTE Purg. XXX, 70, descrivendo Beatrice); quanto all’etimo è dal lat. protervu(m) composto da pro (avanti) e tero (trito, batto,calpesto); puntiglioso/agg.vo e s.vo m.le o f.le =che agisce per ostinazione caparbia; che è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione: una persona puntigliosa; avere un carattere puntiglioso; un ragazzo puntiglioso nello studio; come s. m. [f. -a] persona puntigliosa: fare il puntiglioso quanto all’etimo è aggettivo/sostantivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a al sostantivo puntiglio che è dallo sp. puntillo, dim. di punto (de honor) 'punto (d'onore)'; tenace agg.vo m.le e f.le1 che tiene bene, che fa presa: là dove bolle la tenace pece (DANTE Inf. XXXIII, 143) 2 detto di materiale metallico, che resiste alla deformazione | (estens.) detto di altro materiale, che non si rompe facilmente: filo tenace 3 (fig.) forte, resistente; saldo nei propositi; costante, puntiglioso,: memoria, volontà tenace; un ragazzo tenace; un affetto tenace, che dura molto a lungo 4 (lett.) parco, avaro (ma è poco usato in tale accezione) L’etimo è dal lat. tenace(m), deriv. di teníre 'tenere' tignoso/a agg.vo m.le o f.le 1 affetto da tigna 2 (fig. region.) avaro 3 (fig. region.) testardo, ostinato. L’etimo è dal lat. tine-osu(m), deriv. di tinea 'tigna'. E veniamo finalmente al napoletano dove abbiamo numerosi aggettivi che rendono quello dell’epigrafe ed i suoi sinonimi; li considero qui di sèguito: Capaglione/a agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano tignoso/a; L’etimo è da un lat.regionale *capalione(m) da capale (Du Cange pg. 861); Capa tosta /capetuosto agg.vo o s.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano testardo; ambedue i termini sono etimologicamente formati o dall’accostamento o addirittura dell’agglutinazione di capa/cape =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) con l’aggettivo tosta/tuosto = duro, sodo (dal lat. tosta→tosta/tostu(m)→tuosto, part. pass. di torríre 'disseccare, tostare, render duro'; Capoteco/a agg.vo m.le o f.le che pensa e agisce seguendo le proprie idee, senza tener conto dei consigli altrui, delle difficoltà ecc e cioè corrisponde ad un dipresso all’italiano caparbio; quanto all’etimo è voce formata partendo da capa→capo =testa, capo (dal lat. volg. capa(m) per il classico caput) piú il suffisso durativo òteco/a←òticu(m)/òtica(m) (cfr. (id)òticus; cervecone/a agg.vo m.le o f.le = vale tal quale il precedente capaglione di cui è una sorta di accrescitivo (cfr. il suff. one/a); in origine però non fu aggettivo, ma un sostantivo indicante la nuca,la cervice, la collottola del capo e fu poi usato quale aggettivo indicante chi è ostinato o testardo; tale passaggio è semanticamente spiegato con il fatto che nell’inteso comune la cervice (da cui etimologicamente la voce trae) è spesso détta dura, quantunque morfologicamente la collottola o nuca, posta alla base del cranio sia piuttosto molle e non dura; la voce come détto è da un tardo lat. *cervicone(m) modellato su cervix= cervice e risolve comodamente in un unico termine il giro di parole (di dura cervice) dell’italiano; Criccuso/a agg.vo m.le o f.le corrispondente all’incirca ai significati dell’italiano puntiglioso e cioè: che/chi è incline a sostenere un'idea o a compiere un'azione piú per orgoglio che per vera convinzione con l’aggiunta peggiorativa d’essere dispettoso e/o capriccioso; quanto all’etimo è aggettivo formato aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a o al sostantivo cricchio (voce onomatopeica che vale ticchio, ghiribizzo) o piú probabilmente al sostantivo cricco (dal fr. cric martinetto, quello con cui si solleva un autoveicolo quando si deve sostituire una ruota); semanticamente, oltre che morfologicamente trovo piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio= ghiribizzo; infatti criccuso mi pare che ripeta, semanticamente, la forza puntigliosa(quasi dispettosa) esercitata con il cricco per raggiungere lo scopo del sollevamento d’un autoveicolo, laddove non mi par di poter trovare attinenze semantiche tra un’idea improvvisa e stravagante quale quella del ghiribizzo e l’applicazione costante e finalizzata del criccuso/puntiglioso; ugualmente morfologicamente trovo molto piú vicino a criccuso la voce cricco piuttosto che la voce cricchio(= ghiribizzo) voce che probabilmente avrebbe potuto evolversi in cricchiuso (mai però attestato) e non in criccuso; ‘mbizzuso/a agg.vo m.le o f.le di per sé in primis capriccioso/a, lunatico/a; scontroso/a e quindi per estensione testardo, ostinato, forte, resistente, costante, puntiglioso, saldo nei proprî propositi stravaganti e/o bizzarri; quanto all’etimo è aggettivo formato premettendo un in→’m rafforzativo ed aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa al sostantivo bizza ( 1.breve stizza, capriccio stizzoso, ma di breve durata, senza serio motivo, anche fig.: il bimbo fa le bizze; il motore fa le bizze. 2.(per ampliamento semantico)impuntatura, ira, collera; etimologicamente molti dizionari registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. e precisamente Carlo Battisti o Giovanni Alessio che si presero la responsabilità delle voci sotto la lettera B ipotizzarono (ma a mio avviso poco convincentemente) una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’impuntatura che son proprî della bizza; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio all’impuntatura,alla ira o anche solo ad una breve stizza!); ncucciuso – ncucciosa agg.vo m.le o f.le ripete all’incirca le valenze del precedente cervecone/a nei significati di persona dalla testa dura ,persistentemente caparbia, testarda, puntigliosa, testona, cocciuta; quanto a l’etimo è termine formato da una n eufonica (per la quale non necessita alcun segno diacritico di aferesi che non c’è stata, (segno che necessiterebbe nel caso che la n fosse aferesi di un (i)n→’n illativo), n eufonica premessa alle voci cucciuso cucciosa nate addizionando la voce cuccia per coccia ← coccia (guscio di crostaceo, conchiglia e per estensione scorza, buccia e regionalmente testa (dal lat. cochlea(m) 'lumaca, chiocciola', dal gr. kochlías) con il suffisso lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa (suffisso di aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, che indica presenza, caratteristica, qualità ecc. (, curaggiuso/curaggiosa,perecchiuso/perucchiosa= pidocchioso/a, schifuso/schifosa). ; ncucciuto/a agg.vo m.le o f.le è il medesimo aggettivo precedente con una morfologia un po’ diversa; in questo a margine il suffisso non è quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, ma quello verbale uto/a del part. passato, usato spesso per la formazione di aggettivi; la cosa da notare è che se l’agg.vo a margine fosse etimologicamente un reale p.p. dell’infinito ncuccià =ostinarsi, colpire, prendere etc., avrebbe dovuto essere ncucciato e non ncucciuto che potrebbe essere p.p. d’un inesistente ncuccí ; ncanuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: stizzoso, sdegnoso e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie idee, da non lasciar spazio alle altrui idee o azioni, quasi come un cane da guardia. Etimologicamente è voce costruita con una n eufonica ( che non è residuo di un in→’n illativo e dunque non necessita(come ò già détto antea) del segno diacritico d’aferesi la cui apposizione, (come pure m’è occorso di trovare in taluni importanti (sic!) scrittori, sedicenti esperti dell’esatta grafia dell’idioma partenopeo) sarebbe inutile e pleonastica, n eufonica anteposta al sostantivo cane (lat. cane(m)) seguito dal suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa; ‘ncanato/a agg.vo m.le o f.le voce analoga alla precedente nel significato di ostinato, cocciuto, testardo, caparbio, pertinace, puntiglioso, che agisce alla maniera d’un cane da guardia; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, come la precedente sul s.vo cane (lat. cane(m), à una morfologia affatto diversa: in questa a margine infatti la ‘n d’avvio non è una consonante eufonica, ma è un residuo di un in→’n illativo e dunque necessita del segno diacritico d’aferesi; il suffisso adottato poi è quello (ato/a) delle desinenze verbali (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncanarse (comportarsi come un cane); ‘ncapunito/a agg.vo m.le o f.le intestardito, testardo, caparbio, come chi abbia una testa tanto grossa da farlo definire testone,testardo, pervicace, tignoso, persona ostinata ma poco intelligente; etimologicamente la voce a margine pure essendo costruita, sul s.vo capone = grosso capo cui è anteposta un in→’n illativo che dunque necessita del segno diacritico, adotta come suffisso quello (ito/a) delle desinenze verbali di terza coniugazione (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncapunirse (intestardirsi, incaparbirsi, fissarsi, impuntarsi); ncrapicciuso/osa agg.vo m.le o f.le vale in primis: estroso, bizzarro, originale, stravagante, insolito, strambo; civettuolo, e per ampiamento semantico testardo, fermo nelle proprie pretese balzane, bizzose,eccentriche, strampalate, assurde; ; etimologicamente la voce a margine è costruita sul s.vo crapiccio = voglia improvvisa e stravagante, desiderio bizzarro, ghiribizzo, sostantivo per il cui etimo si sospetta (D.E.I.- GARZANTI) una derivazione con lettura metatetica di cap(o)riccio = capo con i capelli rizzati per la paura, quindi manifestazione stravagante; trovo però migliore un’adattamento del fr. caprice sempre con lettura metatetica; al s.vo crapiccio è anteposta una n eufonica che dunquenon necessita del segno diacritico, e gli fa seguito il suffisso di pertinenza osus/osa→uso/osa; ‘ncurnato/a agg.vo m.le o f.le ad litteram varrebbe incornato/a cioè colpito/a da una cornata, ma è inteso nei significati traslati di testardo, sfrontato, insolente, cocciuto, che fa di testa propria incurante di moniti o suggerimenti,accezioni tutte semanticamente spiegate con il fatto che esistono delle bestie (ovini – bovini) dal comportamento cocciuto ed il cui capo è spesso provvisto di corna s.vo su cui è modellato l’aggettivo a margine secondo il seguente iter: al s.vo cu(o)rn(a)←corna è anteposta un in→’n illativo che in quanto tale necessita del segno diacritico, ed al s.vo fa seguito il suffisso ato/a) delle desinenze verbali di 1° cng. (part. passato) tanto da far sospettare una diretta derivazione dall’infinito riflessivo ‘ncurnarse (comportarsi cocciutamente come una bestia provvista di corna); di pertinenza osus/osa→uso/osa; ‘nzallannòmmene agg.vo e s.vo m.le e solo m.le: non è attestato come f.le= in primis zuccone, sciocco, stolto, scimunito; (fam.) tonto; poi per estensione semantica protervo, spocchioso, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciato, sfrontato, insolente e da ultimo testardo, ostinato, disorientatore,chi frastorna, turba, confonde, frastorna, sconcerta, scombussola con atti o discorsi ostinati, tenaci, perseveranti, caparbi, testardi, puntigliosi; è voce deseutissima che rappresenta quasi la voce attiva rispetto alla voce passiva ‘nzallanuto/a che connota colui o colei che subiscono l’azione del disorientamento, frastornamento, turbamento, confusione, , sconcertamento, scombussolamento con atti o parole ad opera di un ‘nzallannòmmene (ad litteram: frastorna-uomini). Etimologicamente sia ‘nzallannòmmene che ‘nzallanuto/a sono deverbali di ‘nzallaní di cui ‘nzallanuto/a è il participio passato, mentre ‘nzallannòmmene è formato agglutinando la radice ‘nzallan di ‘nzallaní (con raddoppiamento espressivo della nasale dentale n: ‘nzallaní →‘nzallanní) con il so.vo òmmene per uòmmene(dal lat. (h)omine(s) con radd. espressivo della nasale bilabiale m) pl. di ommo = uomo (dal lat. (h)omo con radd. espressivo della nasale bilabiale m); occorre solo chiarire ora significato ed etimo del verbo ‘nzallaní; dirò perciò che accanto alla voce ‘nzallaní, nel napoletano è in uso anche ‘nzallanirsi e questa seconda voce rappresenta la forma riflessiva della prima, e son verbi che entrarono ed ancóra entrano nel comune parlato partenopeo soprattutto nella forma di participio passato aggettivato ‘nzallanuto/a e spessissimo in unione con i sostantivi viecchio e vecchia: viecchio ‘nzallanuto, vecchia ‘nzallanuta nei significati di confondere/ confondersi, stordire/stordirsi, intontire/intontirsi e dunque confuso/a, stordito/a, intontito/a, che spesso icasticamente riproducono l’atteggiamento ed il comportamento di persone avanti negli anni, persone che si mostrano, in quasi tutte le occasioni distratti ed addirittura talora rimbambiti. I verbi in esame in senso transitivo, come si evince, si riferiscono alle malevole azioni di coloro che con il loro fastidioso agire intralciano l’altrui vivere inducendo gli altri in confusione, in istordimento, in intontimento e/o distrazione tali da indurre in errore (cfr. Statte zitto ca me staje ‘nzallanenno!= Taci ché mi stai frastornando!), mentre usati in senso riflessivo raccontano la confusione, lo stordimento l’intontimento in cui incorrono spontaneamente soprattutto le persone anziane che usano mostrarsi anche coscientemente e per cattiva volontà, distratti, disattenti, frastornati quasi gloriandosi di questo loro status che ritengono ineludibile e di pertinenza della loro età avanzata. Ma spesso si tratta di un atteggiamento di comodo! Ciò detto veniamo a trattare della questione etimologica dei verbi in esame. La faccenda non è delle piú tranquille; una prima scuola di pensiero (cui peraltro aderisce accanto ad Antonio Altamura, anche l’amico prof. Carlo Iandolo) mette in relazione i verbi ‘nzallaní – ‘nzallanirse con il verbo latino insanire (impazzire – perdere i lumi) che avrebbe generato (attraverso l’inserimento di una non spiegata o chiarita sillaba lu) *insalunire donde per metatesi sillabica, aferesi iniziale, cambio ‘ns→’nz e raddoppiamento espressivo della l→ll ‘nzallanire. Ipotesi interessante ma, tutto sommato, morfologicamente molto articolata e tortuosa. Trovo forse piú perseguibile l’etimo proposto dall’altro amico l’ avv.to Renato de Falco che alla medesima stregua del fu (parce sepulto!) prof. Francesco D’ Ascoli pensano di collegare i verbi in epigrafe con il greco selenizomai= esser lunatico e dunque stordito, confuso ed inebetito , oppure al verbo zalaino di significato simile al precedente;l’amico de Falco fa anche di piú e collega al greco zalaino anche l’aggettivo sostantivato partenopeo zallo che è lo sciocco,l’inesperto, il credulone in ispecie se anche innamorato di una donna di piccola virtú. Per ciò che riguarda i verbi esaminati mi pare di potere accettare l’ipotesi di de Falco e di D’Ascoli; ma per quanto riguarda la voce zallo sono di diverso parere e cioè che il vocabolo zallo, sia o possa essere un adattamento corruttivo di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs); di per sé il tallo è il germoglio, la talea, la giovane foglia tenera , il virgulto che semanticamente ben potrebbe, per traslato, indicare con la sua tenera inconsistenza, la accondiscendenza credula dell’inesperto zallo; normale infatti il passaggio del gruppo th a z (cfr. thiu(m)→zio); tuttavia per la voce zallo mi sento di poter formulare anche un’altra ipotesi, ipotesi che espongo qui di sèguito. Atteso che con il termine zallo (aggettivo sostantivato) nella parlata napoletana si intese ed ancóra si intende il babbeo, l’allocco, lo stupido credulone, occorre rammentare che le medesime accezioni le à la voce zanno che ripete in napoletano il termine italiano zanni equivalente di Giovanni famoso personaggio della commedia cinquecentesca bergamasca dove lo zanni/Giovanni era il servo sciocco e credulone; di talché non è azzardato ipotizzare una rilettura popolare di zanno diventato zallo con sostituzione (magari a dispetto di qualche norma che presiede la linguistica!) delle nasali dentali nn con le piú comode consonanti laterali alveolari ll. Ultimissima ipotesi è poi che zallo (=babbeo, allocco, stupido credulone) usato spessissimo in riferimento (cfr. R. Viviani) ad un graduato tutore della legge, ad uno sbirro intesi sempre sciocchi, stupidi e creduloni (ibidem: ‘o zallo s’ammocca= lo sciocco sbirro prende per buona… una fandonia ), possa essere corruzione di comodo di un originario zaffio o zaffo che con derivazione dall’iberico zafio vale uomo violento, sbirro, ma non è da escludere un collegamento ad un lat. med. zaffo= servitore all’ordine d’un magistrato (sbirro). Da zaffo a zallo il passo non è lungo, come ugualmente non lungo potrebbe esserlo (con buona pace dei linguisti) quello da zanno a zallo!; epperò penso che la prima ipotesi quella cioè che ritiene zallo adattamento corruttivo di tallo (che è dal lat. thallus, forgiato sul greco tallòs) sia la migliore e quella piú perseguibile; proffediosa agg.vo e s.vo f.le e solo f.le: non è attestato come m.le= in primis zuccona, sciocca, stolta, scimunita; tonta; poi per estensione semantica proterva, perfida,malvagia, spocchiosa, sprezzante, tracotante; arrogante, sfacciata, sfrontata, insolente e da ultimo testarda, ostinata,subdola, tenace, perseverante in atteggiamenti (tipici delle donne) malvagi e spesso crudeli; è voce purtroppo deseutissima etimologicamente formata sul s.vo perfidia (dal lat. perfidia(m), deriv. di perfidus) letto metateticamente prefidia→preffidia→proffidia con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda e cambio della e (intesa lunga) in o e aggiunta del suffisso di pertinenza osa←osus/osa scurzone/a - scurzato/a – scurzuso/osa tre agg.vi m.li o f.li morfologicamente poco diversi (cambiano i suffissi)che valgono tutti in primis spilorcio/a, avaro/a e poi per ampiamento semantico tutti ostinato/a, fermo/a nei proprî propositi come chi sia di dura scorza (corteccia) e non si lasci intaccare da nulla; etimologicamente tutti sono costruiti sul s.vo scorza (dal lat. scortea(m) 'veste di pelle', f. sost. dell'agg. scorteus, deriv. di scortum 'pelle') 1-rivestimento del fusto e delle radici degli alberi; 2 – ( estens.) pelle di alcuni animali, spec. di pesci e serpenti 3 ed è il caso che ci occupa: pelle dell'uomo (spec. in alcune loc. dell'uso fam.): avere la scorza dura, (fig.) aspetto esteriore, apparenza; dicevo che tutti I tre aggettivi sono costruiti sul s.vo scorza; al primo è aggiunto il suffisso accrescitivo one/ona ,al terzo quello lat. di pertinenza osus/osa→uso/osa, mentre al secondoquello verbale ato/a del part. Passato dei verbi di 1° cngz, usato spesso per la formazione di aggettivi, tanto da poter far sospettare che scurzato/a sia il p.p. dell’infinito scurzà =privare della buccia o scorza da intendersi però in senso antifrastico come chi non si lascia intaccare la propria buccia; e veniamo all’ultimo termine che rende in napoletano quello italiano dell’epigrafe: vinciuto/a agg.vo m.le o f.le in primis prepotente, viziato,petulante, fastidioso,, arrogante, ostinato nelle pretese,diseducato,abituato ad averle tutte vinte: è ‘nu criaturo/’na criatura vinciuto/a (è un bambino/una bambina viziato/a); etimologicamente ci troviamo in presenza di una forma verbale (part. pass. aggettivato ) dell’infinito véncere (dal lat. vincere) vincere,sconfiggere, superare, sbaragliare, schiacciare, annientare; conquistare, espugnare etc., ma ci troviamo ad aver che fare, a mio avviso, con un uso improprio di un participio passato che solitamente viene usato per indicare un’azione non solo passata, ma pure subíta: in italiano vinto (part. passato di vincere) indica il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, mentre è il part. presente vincente ad indicare colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno; alla medesima stregua in napoletano vinciuto (part. passato di vencere) dovrebbe indicare il sopraffatto, lo sconfitto, il perdente, colui che à perso, e non (come invece avviene)colui che stia vincendo, sopraffacendo, sconfiggendo qualcuno, anzi colui che le à sempre vinte tutte!, ma è d’uso ormai sia nel parlato che nello scritto napoletano considerare vinciuto sinonimo di vittorioso, vincente, forse sottintendendo un che à→ c’à in posizione protetica a vinciuto: ad es.: è ‘nu criaturo vinciuto cioè è ‘nu criaturo(c’ à) vinciuto; ma non saranno le mie parole a rimettere ordine in codesto groviglio semantico. Satis est. Raffaele Bracale

RABBIA ETC .

RABBIA ETC . Anche questa volta faccio sèguito ad una richiesta fattami dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi della voce italiana in epigrafe, di eventuali sinonimi suoi, per dire poi delle corrispondenti voci del napoletano che ad un dipresso li rendono. Cominciamo perciò con rabbia s.vo f.le 1 (in primis) grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; si manifesta con spasmi laringo-faringei a contatto con l'acqua (idrofobia), stato di agitazione, paralisi dei muscoli della respirazione e della deglutizione 2 (per traslato, come nel caso che ci occupa) violenta irritazione, provocata da gravi contrarietà e spesso esacerbata da un senso d'impotenza; ira, collera: essere divorato dalla rabbia; parole piene di rabbia; essere in preda alla rabbia; rispondere, reagire con rabbia | prov. : chi tutto vuole, di rabbia muore. 3 dispetto, disappunto, stizza: sono atteggiamenti che fanno rabbia; mi fa una rabbia! etimologicamente voce dal lat. tardo rabia(m), per il class. rabie(m). Limitati i sinonimi; quelle del punto 1 sono: idrofobia s.vo f.le 1. (di per sé) il sintomo della rabbia, consistente nella ripugnanza per l'acqua ed i liquidi in genere; 2. (per estensione come nel caso che ci occupa), la rabbia stessa; 3. In chimica, proprietà di sostanze o sistemi che presentano una spiccata repellenza per l’acqua, sinon. di idrorepellenza; etimologicamente voce dal lat. hydrophobĭa, gr. ὑδροϕοβία, comp. di ὑδρο- «idro-» e -ϕοβία «-fobia»= paura dell’acqua; lissa s.vo f.le 1. In medicina, termine raro per rabbia (cfr. antea sub 1 di rabbia); 2. In patologia veterinaria, formazione bollosa semitrasparente, che poi si trasforma in una grossa pustola, situata sulla faccia inferiore della lingua del cane, dovuta a erosioni accidentali o a formazioni cistiche ghiandolari. Non è usato nel significato traslato di cui sub 2 di rabbia; etimologicamente voce dal greco λύσσα, con tutti e due i significati; gli altri sinonimi della voce italiana rabbia son tutti riconducibili ai punti 2 e 3 e sono: collera s.vo f.le 1 sentimento di sdegno, spesso improvviso, che si manifesta con parole o atti violenti; ira, furore: andare, montare in collera; essere in collera con qualcuno 2 (figurato) manifestazione violenta di elementi naturali: la collera del vento, del mare; etimologicamente voce dal lat. cholera(m); furore s.vo m.le 1 agitazione violenta provocata per lo più dall'ira, dalla rabbia: essere in preda al furore; furore cieco | a furor di popolo, per unanime, entusiastica volontà del popolo 2 violenza, impeto: il furore della mischia, dell'uragano; furore giovanile, ardore giovanile 3 stato di eccitazione delle facoltà spirituali: furore profetico, mistico, bacchico | esaltazione dell'artista nel momento dell'ispirazione; estro: furore creativo, poetico 4 desiderio intenso e smodato; brama: cfr. “Ma ove dorme il furor d'inclite gesta” (FOSCOLO Sepolcri 137) 5 nella loc. far furore, riscuotere enorme successo: un libro, un film che à fatto furore; voce dal lat. furore(m), deriv. di furere 'infuriare'; indignazione s.vo f.le stato dell'animo indignato, di chi è preso da sdegno, da vivo risentimento; voce dal lat. indignatione(m), deriv. di indignari 'sdegnarsi' sdegno s.vo m.le 1(in primis) vivo risentimento e irritazione verso qualcosa che offende il senso morale: sentire, provare, nutrire sdegno; un atto, un gesto di sdegno; muovere a sdegno, sdegnare 2 (per ampliamento semantico) disprezzo,disistima, disdegno, biasimo, dispregio | avere a sdegno, disprezzare: avere a sdegno gli onori. voce deverbale del lat. volg. *disdignare,inteso (di)sdignare dal lat. class. dedignari, comp. di dí 'de-' e dignari 'stimare degno. E fino a qui le voci dell’italiano; passiamo al napoletano dove abbiamo in primis un generico arraggia s.vo f.le che ripete, quale deverbale di arraggiarse (che è da un lat. ad + rabia-m→arrabja-m con esito bj→ggja→ggia come habeo→habjo→aggio) che ripete ad un dipresso il s.vo rabbia dell’italiano nelle accezioni sub 2 e 3; accanto a queso lemma troviamo numerosi sinonimi ognuno di ben preciso, acconcio e circoscritto significato; abbiamo: arraggimma s.vo f.le che è precisamente ed acconciamente la rabbia quale grave malattia infettiva di origine virale, che colpisce vari animali (cani, gatti, lupi, volpi ecc.) e dal morso di questi può essere trasmessa all'uomo; etimologicamente la voce è ricavata dalla precedente addizionata del suffisso imma; tale suffisso per sostantivi (immo/a) è di valore collettivizzante, ma spesso di chiaro sapore dispregiativo, ed è suffisso coniato su di un latino: ime(n) con successivo raddopiamento espressivo e rafforzativo della emme fino a giungere ad immo/imma. cardacía s.vo f.le – voce desueta 1(in primis) astio, rancore ed irritazione verso qualcuno o (meno spesso) verso qualcosa che abbia procurato tristezza, afflizione, dispiacere, dolore, mestizia nel soggetto che nutra il sentimento in esame; 2 (per ampliamento semantico) ansia, affanno, noia, ambascia; voce etimologicamente da un greco kardialgía→ kard(i)a(l)gía→ kardagía→cardacía; currívo s.vo m.le voce antica, ma viva e vegeta che à fatto scorrere torrenti di inchiostro a gli addetti ai lavori accapigliatisi dapprima per stabilire l’esatto significato del termine ed ancóra di piú nel tentativo vano di raggiungere un accordo sull’etimo della voce.Ne do prima l’esatto significato precisando súbito che la voce in esame (che è un s.vo) nulla à a che spartire – se non un’assonanza con l’agg.vo italiano corrivo che (quale deverbale di correre) vale 1che è portato ad agire, a parlare, a giudicare senza riflettere, con troppa faciloneria 2 eccessivamente condiscendente, tollerante 3 che corre o scorre; corrente. Tutt’altro il significato del s.vo currivo che è 1 dispetto, il corruccio, il puntiglio 2 quel sentimento di fastidio di chi prova rodimento d’animo,rabbia dovuta a travaglio, tormento, inquietudine, logorio mentale e/o di spirito; 3 irritazione, risentimento, disappunto per non aver ottenuto quanto giustamente e ragionevolmente ci si attendeva come proprio diritto; sull’etimologia di questa voce c’è grande disparità di vedute: l’amico prof. Carlo Iandolo, pensando al rodimento – di cui antea sub 2 ipotizza un lat. conrosivu-m→cunr(us)ivu-m→currivo con normale assimilazione regressiva nr→rr; il prof. F.scoD’Ascoli ed i suoi collaboratori si inventarono, senza chiarirne la semantica,un fantasioso lat. reg. *cum-rivus dove rivus valeva reus; l’amico avv.to Renato de Falco non opera scelte pur se indica qualche possibile soluzione optando tra i lat. corrivalis= emulo, concorrente oppure cum+rabies. Mi spiace per gli amici Iandolo e de Falco, ma non trovo convincente neppure le loro proposte, come non mi va di assecondare le fantasie del prof. F.scoD’Ascoli e dei suoi collaboratori. Trovo invece che ci si possa lasciar convincere dall’idea di chi (S. Giarrizzo ed altri) legge in currivo un lat. corrivium = confluire delle acque nello stesso luogo; sulla medesima linea dello sviluppo semantico di rivales = abitanti delle rive e spesso rivali come fruitori delle medesime acque, la parola corrivium→currivo à finito per indicare liti e dispetti che intercorrono tra quei rivales. In mancanza di meglio, mi contento. mbizza/mpizza s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l’occlusiva bilabiale sonora (B) ed alibi con l’occlusiva bilabiale sorda (P) nei significati di 1breve, fugace stizza, irritazione, arrabbiatura, disappunto, nervosismo passeggeri 2 capriccio puntiglioso. Etimologicamente molti lessici registrano la voce come d’etimo incerto, il D.E.I. ipotizza (ma a mio avviso poco convincentemente)una derivazione dal lat. vitiosus per il tramite dell’aggettivo bizz(i)oso; semanticamente non trovo molta corrispondenza tra il vizio(che in latino vale errore, mancanza) ed il capriccio o l’ira che son propri della voce in esame; migliore m’appare la proposta di Ottorino Pianigiani che legge bizza (voce di partenza della napoletana mbizza/mpizza come forma varia ed intensiva di izza battezzando ambedue come provenienti dall’antico sassone hittja→hizza = ardore): trovo l’ardore semanticamente molto piú vicino del vizio alla collera, ira o anche solo ad una breve stizza! Da notare nella voce mbizza/mpizza la nasale bilabiale (M) messa in posizione protetica quale supporto eufonico e come tale non necessita di alcun segno diacritico in quanto non è un residuo di in→(i)n→’n (che anteposto alle consonanti occlusivi bilabiali diventa ‘m), ma, come ò détto è una consonante eufonica cioè una protesi o prostesi eufonica per la quale non occorre alcun segno diacritico, per cui sbaglia qualche impreparato addetto ai lavori che usa scrivere le voce a margine ‘mbizza/’mpizza e non mbizza/mpizza come è corretto scrivere! scigna s.vo f.le voce antica, ma ancóra in uso di vario significato: 1 (in primis) scimmia, 2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna 3 (per traslato, come nel caso che ci occupa) arrabbiatura, irritazione,ma anche caparbietà,cocciutaggine, pervicacia; 4 (region.) ubriacatura, sbornia; semanticamente il significato sub 3 si ricollega a quello sub 1 per il tramite di quello sub 4 atteso che chi si arrabbia, si adonta, si incollera ma anche si intestardirsce comportandosi caparbiamente ed irrazionalmente lo fa forse come chi è in preda all' ubbriacatura e si dimena a mo’ di scimmia; etimologicamente la voce in esame è dal latino simia deriv. di simus 'che à il naso camuso, schiacciato', dal gr. simós; simia nel linguaggio popolare, oltre ad indicare l’animale indicava sia l'ubbriachezza che la collera. stizza s.vo f.le ira improvvisa, ma passeggera, provocata per lo piú da impazienza o contrarietà; rabbia fugace; etimologicamente voce derivata al f.le di stizzo, forma ant. di tizzo (dal nom. lat. titio = tizzone, facile a prender fuoco). zíria/zzírria s.vo f.le di doppia morfologia attestata una volta con l'affricata alveolare sorda (Z) e con la liquida vibrante (R)scempie ed alibi con ambedue geminate.la voce di partenza è esattamente la prima che di suo è una semplificazione di una pregressa ‘nzíria. Questi i significati della voce a margine: 1(in primis)capriccio, bizza, testarda impuntatura; 2 anche reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, il tutto quasi esclusivamente da parte di bambini/e e talora di donne fatte, ma mai veramente cresciute; 3 estensivamente prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘‘nzíria ‘e suonno… (lascialo stare,non curartene, non preoccuparti: è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!). Ripeto che successivamente la forma ‘‘nzíria fu semplificata anche, con medesimo significato in zíria, zírria . Per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nzíria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira da quelle di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato de Falco nel suo, peraltro informato Alfabeto napolitano vol. 1° e cioè che la parola ‘nzíria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio, stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘‘nzíria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘‘nzíria , non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidia(s); a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che ben mi pare possa rappresentare semanticamente l’impuntatura fanciullesca che è tipica della ‘‘nzíria/zíria/zírria. Prima di mettere il punto fermo a queste paginette rammento che esistettero un tempo ed ora sono abbondantemente desuete altre voci che significarono rabbia dispettosa, puntiglio, e poi grandissimo odio esse sono encía, encíaría ed ingiaría nonché una corrotta angiaría ma di esse trattai alibi e lí rimando. Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

GLI AVVERBI DI TEMPO NEL NAPOLETANO

GLI AVVERBI DI TEMPO NEL NAPOLETANO Questa volta il compitino me lo à assegnato l’amico carissimo N.C. (del quali i consueti problemi di riservatezza mi impongono di indicare le sole iniziali delle generalità) che mi à inviato un piccolo elenco di avverbi di tempo dell’italiano esortandomi ad indicarne i corrispettivi nel napoletano illustrandoli e fornendone, ove possibile,l’eventuale etimo. L’accontento súbito sperando di contentar lui ed interessare anche qualchun altro dei miei consueti ventiquattro lettori. Comincerò a trattare le voci dell’italiano aggiungendo in coda ad ognuna di esse la corrispondente nel napoletano; preciso che molte di queste voci sono usate in italiano non solo come avverbio, ma pure come agg.vo e talora come sostantivo, ma io qui mi limiterò a parlare dell’uso avverbiale; presto,avv. di tempo 1 entro breve tempo, tra poco; súbito: ritornerò presto; ti scriverò assai presto; piú presto che puoi; ben presto lo saprai; presto o tardi se ne accorgerà; arrivederci presto, a presto, formule di commiato | al piú presto, quanto prima, nel piú breve tempo possibile: te lo farò avere al piú presto; fra un anno al piú presto, non prima 2 in fretta, rapidamente (anche come comando, esortazione): cercate di far presto; vieni presto al dunque; à fatto presto a cambiar idea; presto, aiutatemi!; presto, presto, venite!; si fa presto a dire, a fare, ci vuol poco, è facile | piú presto, (ant.) piú volentieri, piuttosto | proverbio : presto e bene raro avviene, fare le cose richiede tempo 3 di buon'ora: al mattino presto; alzarsi presto; dormi, è ancora presto | in anticipo, prima del tempo stabilito, di un termine fissato: arrivai presto e i negozi erano ancora chiusi; te ne vai cosí presto?; è ancora troppo presto per decidere. Etimologicamente è voce dal lat. praesto, avv., 'alla mano, a disposizione; al cospetto'. In napoletano la voce in esame si rende con ambressa/ampressa = presto, rapidamente; doppia morfologia (una volta con la consonante occlusiva bilabiale sonora (b), una volta con la consonante occlusiva bilabiale sorda (p) usata piú spesso; qualche volta anche reiterata per farne al solito una sorta di superlativo: ampressa ampressa (prestissimo) es.: facimmo ambressa/ampressa (facciamo presto!) arrivaje ampressa ampressa (giunse prestissimo). Talvolta questo avverbio in esame è reso icasticamente con la locuzione ‘na cosa ‘e juorno es.: facimmo ‘na cosa ‘e juorno (facciamo presto!; id est che la cosa si esaurisca nel lasso del giorno, senza protrarne l’azione fino a notte.) Etimologicamente la voce napoletana è dal lat. in + presse= a stretto giro con doppia preposizione nel tempo: in + presse→’mpresse, ad + ‘mpresse→am-mpressa →ampressa per assimilazione regressiva. talora, avv. di tempo qualche volta, alle volte, non sempre, talvolta (davanti a consonante, si tronca spesso, spec. nel verso, in talór): è un’erba usata talora come farmaco;come talora è accaduto. Etimologicamente questa voce è l’agglutinazione di tale→tal (lat. tale(m))+ ora (s.vo f.le dal lat. hŏra, dal gr. ὥρα). Nel napoletano tale avverbio non è usato e gli si preferisce le locuzioni quacche vvota (qualche volta),ê vvote (alle volte). finora/fin ora/sinora avv. di tempo 1. Fino a questo momento, fino ad ora: le notizie giunte finora; i progressi compiuti fin ora dalla scienza. Si preferisce scrivere staccato, ed à la variante fino a(d) ora, quando indica esattamente l’ora o il momento presente: ò aspettato fin ora; dove sei stato fino ad ora? 2. ant. e raro: Sin da ora Finor t’assolvo (Dante); Di questo mal, che teco Mi fia comune, assai finor mi rido (Leopardi). Etimologicamente questa voce è l’agglutinazione di fino→fin (preposizione dal lat. fine, abl. di finis 'limite', col significato preposizionale di 'fino a')+ ora ( s.vo f.le dal lat. hŏra, dal gr. ὥρα). Nel napoletano tale avverbio è reso sempre con morfologia staccata nfi’ a mmo = sino ad adesso; nfi’ è l’apocope del lat. fine→fi’ con protesi di una n eufonica che pertanto non necessita di segni diacritici (cfr. nc’è= c’è); per il mo vedi ultra. allora avv. di tempo in quel momento, in quel tempo (riferito al passato o al futuro): allora non me ne resi conto; devi vederlo, solo allora capirai | con valore enfatico: allora sí che si viveva felici! | allora allora, proprio in quel momento, da pochissimo tempo: era arrivato allora allora | allora come allora, in quella contingenza, sul momento: allora come allora non seppi dargli una risposta | d'allora, di allora, di quel tempo: dove sono andati gli amici d'allora? | da allora, da allora in poi, da quel momento | fino ad allora, fino allora, sin allora, fino a quel momento, fino a quel tempo | fin da allora, fin da quel momento, fin da quel tempo | per allora, per quel giorno; per quei tempi. Etimologicamente questa voce è dal lat. ad illa(m) (h)ora(m)→ a(d) (i)lla(m) (h)ora(m)→allora 'a quell'ora'; nel napoletano tale avverbio è reso con la voce tanno =allora, in quel tempo,a quel punto; tale voce è usata anche per indicare una celerità d’azione o d’avvenimento nella locuzione tanno pe ttanno che rappresenta un sinonimo di súbbeto = súbito e cfr. ultra.Tuttavia anche nel napoletano si usa allora quando s’usa come congiunzione; ess: si ‘e ccose stanno accussí, allora è inutile ‘nzistere(se le cose stanno così, allora è inutile insistere) allora?; allora addó jammo?; e allora dillo! (allora?; allora dove andiamo?; e allora dillo!).Etimologicamente la voce napoletana tanno è dal lat. tande(m)→tande→tanne→tanno = finalmente con normale esito nd→ nn per assimilazione progressiva. prima avv. di tempo 1 antecedentemente a quel/questo momento, nel tempo anteriore, in precedenza: questo palazzo prima non c'era; avresti dovuto pensarci prima; prima finisci il tuo lavoro, poi andiamo al cinema; due giorni prima; l'anno, un'ora prima; un po', immediatamente prima; ne so quanto prima; ci capisco meno di prima; sono stanco come prima; non è piú quello di prima | le usanze di prima, di un tempo, di una volta ' prima o poi, una volta o l'altra ' quanto prima, il piú presto possibile: ci vedremo quanto prima; quanto prima potrò | far prima, far piú presto degli altri ' arrivare prima, per primo | da prima, dapprima 2 in un luogo, in uno spazio precedente; avanti, davanti: prima c'è un giardino, poi la casa; un paragrafo prima 3 in primo luogo: non vengo, prima perché sono stanco e poi perché non ò tempo; prima lo studio, poi il divertimento 4 (ant.) per la prima volta: ricorro al tempo ch'io vi vidi prima / tal che null'altra fia mai che mi piaccia (PETRARCA Canz. XX, 3-4). Etimologicamente questa voce è dal tardo lat. prima dall’agg.vo (lat. class.) prīmus «primo».Nel napoletano tale avverbio è reso con primma che à il medesimo etimo del prima dell’italiano, ma con il raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (m) cosí come in comme per come, nomme per nome, tremmo per tremo, fremmo per fermo etc.Accanto alla forma primma il napoletano ne contempla anche una allungata e raffafforzata: apprimma←ad+prima = molto prima, per prima cosa. poi, ant. o poet. po', avv. di tempo 1 in seguito, dopo, appresso: poi verrò a casa vostra; poi sarà troppo tardi; poi poi, adesso ò da fare! | unito pleonasticamente a un altro avv. di tempo: poi dopo si vedrà | usato per indicare successione: prima entrò il padre poi la madre; per ora facciamo cosí, poi studieremo meglio la cosa | prima o poi, un giorno o l'altro | a poi, a piú tardi: arrivederci a poi | in poi, in avanti: d'ora in poi; da domani in poi | per poi, per dopo: lo lascio per poi 2 inoltre, in secondo luogo: non sarebbe onesto, e poi non ne vedo la necessità 3 usato in posposizione, serve a riprendere il discorso o a introdurre un altro argomento: quando poi videro che non c'era nulla da fare... ; quanto poi all'argomento di cui si trattava... ' con valore conclusivo: che à detto poi di male?; partirai domani, poi? | con valore avversativo (anche unito a ma): lui poi che colpa ne à?; questo è il mio consiglio, tu poi fa’ come credi; ma poi non so se sia vero | in espressioni enfatiche: questa poi!; questo poi no!; e poi ài il coraggio di fare la predica a me!; no e poi no! Etimologicamente è voce dal lat. postea→po(st)ea→poi, e non da post come spesso ritenuto: infatti morfologicamente se poi derivasse da post non ci si spiegherebbe donde sortirebbe fuori la i finale di poi. Nel napoletano la voce a margine è resa con l’avverbio po = poi voce, questa sí dal lat. post→po(st)→po, avverbio che in napoletano non esige nessun segno diacritico finale (come invece succede quando a cadere è una sillaba vocalica e non un gruppo consonantico (cfr. qua(le)→qua’ ed invece mo (ora)←mo(x), re(monarca)←re(x)). Accanto alla forma po il napoletano ne contempla anche una allungata e raffafforzata: aroppa←ad+de post→ad+depo→adepo→arepo→aroppa = molto in seguito, con rotacizzazione osco-mediterranea dell’ occlusiva dentale sonora (d) e raddoppiamento espressivo della consonante occlusiva bilabiale sorda(p). domani, pop. o lett. dimani, avv. di tempo 1 nel giorno immediatamente seguente all'oggi: domani mattina, pomeriggio; partiremo domani | dopo domani, domani l'altro, il giorno dopo di domani, fra due giorni | domani (a otto), fra otto giorni a partire da domani | a domani, formula di commiato con cui ci si ripromette di incontrarsi di nuovo il giorno seguente 2 con senso piú generico indica un tempo futuro, spec. in contrapposizione con oggi: oggi qui, domani là | oggi o domani, una volta o l'altra, un giorno o l'altro, fra non molto | dàgli oggi e dàgli domani, a lungo andare | da oggi a domani, súbito, su due piedi | rimandare qualcosa dall'oggi al domani, continuare a differirla 3 (iron. , scherz.) mai, in nessun tempo: «Mi regali questo anello?» «Sí, domani!» Etimologicamente è voce derivata dal lat. tardo dí mane, propr. 'di mattina'. Dal medesimo lat. tardo dí mane→dimane deriva la voce napoletana dimane che rende il domani dell’italiano; rammento che soprattutto nel parlato dimane è attestato nella morfologia rimane con la frequente rotacizzazione osco-mediterranea dell’ occlusiva dentale sonora (d); preciso altresí che nel napoletano accanto a dimane /rimane il domani dell’italiano è reso (o meglio si rendeva) con l’avverbio craje dal lat. cras. dopodomani avv. di tempo fra due giorni, la giornata immediatamente successiva al domani, cioè due giornate dopo l’oggi: ritornerò dopodomani; ci rivediamo dopodomani Etimologicamente è voce derivata dall’agglutinazione di dopo (dal lat. de+po(st))+ domani. Nel napoletano l’avverbio a margine è reso (o meglio si rendeva) con l’avverbio piscraje dal lat. bis +cras. A questo punto ricordo che nel napoletano d’antan oltre i termini già esaminati (craje e piscraje) esistevano avverbi ad hoc per indicare una particolare successione di giorni, avverbi che non trovavano e non trovano corrispondenti nell’italiano (al solito meno preciso e circostanziato del napoletano); gli avverbi che voglio ricordare erano pescrille/ pescrigno = tra tre giorni; pescrillo è dal latino post tres ille=dopo tre di quei(giorni);pescrigno = tra tre giorni o meglio: dopo quel domani piú lontano è da un acc.vo lat. volg. post crineu(m)←cras+ineu(m) questo ineu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo piú lontano; pescruozzo=tra quattro giorni da un acc. lat. volg. post croceu(m)←cras+oceu(m) questo oceu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo molto lontano; oggi avv. di tempo 1 nel giorno in corso: arriverà oggi; oggi non sto bene; oggi ne abbiamo 3; oggi è il 3 del mese | in espressioni rafforzate: oggi stesso; quest'oggi | oggi a otto, a quindici, a un mese ecc. , esattamente fra una settimana, quindici giorni, un mese ecc. | oggi è un mese, un anno ecc. , esattamente un mese, un anno fa | da oggi, d'oggi in poi, a partire da questo momento | oggi come oggi, al presente, per il momento 2 contrapposto a ieri o domani, con valore piú generico: oggi vuole una cosa domani un'altra, un giorno vuole una cosa un altro un'altra; ieri non voleva, oggi sí, in un primo tempo non voleva, adesso vuole; ieri era ricco, oggi è povero, in passato era ricco, attualmente è povero | proverbio : oggi a me domani a te, ciò che è capitato a uno può capitare anche a un altro 3 nel tempo presente, nell'epoca attuale: oggi i giovani sono piú indipendenti; un taglio d'abito che oggi non usa piú 4 (region.) nel pomeriggio: stamani non ò tempo, ne parleremo oggi. Etimologicamente è voce derivata dal lat. hodie, da hoc die 'in questo giorno'. Dal medesimo lat. hodie il napoletano d’antan trasse oje usato per rendere l’oggi dell’italiano. Rammento qui ciò che dissi alibi e cioè che oggi, purtroppo, nell’imbastardito napoletano corrente si usano termini italianizzati come ogge invece di oje, dimane invece di cras, doppodimane in luogo di piscraje,e cosí via e non facendo piú progetti a lunga scadenza, non si parla proprio del terzo giorno dopo, né ovviamente del quarto giorno dopo! Mi corre l’obbligo di rammentare altresí che taluni sprovveduti scrittori partenopei che non ànno frequentazione con i classici, né con antichi lessici ed ignorano l’esistenza del s.vo oje (oggi) lo usano impropriamente al posto del vocativo oj (ehi!)generando la stortura ad es. di un errato Oje Marí, in luogo del corretto Oj Marí! Proseguiamo ieri avv. di tempo il giorno che precede immediatamente l'oggi: ieri mattina (o iermattina); ieri sera (o iersera); ieri notte (o iernotte); non lo vedo da ieri ' ieri l'altro (o ier l'altro), l'altro ieri (o rar. l'altrieri), il giorno prima di ieri, due giorni fa | ieri a otto, una settimana fa a partire da ieri ' da ieri a oggi, nel giro di ventiquattr'ore; (fig.) in pochissimo tempo ' nato ieri, (fig.) si dice di persona ingenua e priva di esperienza; voce dal lat. heri. Nel napoletano l’avverbio a margine è reso con la voce ajere che è dal lat. ad+heri→a(dh)eri→ajere con caduta della dentale sonora (d) e aggiunta di unsuono di transizione (j) come in ajutare ←a(d)iutare. avantieri o avant'ieri, avv. di tempo il giorno prima di ieri; ieri l'altro. Etimologicamente è voce che piú che agglutinazione di avanti ed ieri, è stata marcata spudoratamente comp. di avanti e ieri, sul modello del fr. avant’hier. Nel napoletano l’avverbio a margine è reso con la voce agglutinata autrjere = l’altro ieri, ieri l’altro; ò parlato di voce agglutinata e ne preciso i termini che ànno concorso a formarla: autro (altro) e ajere (ieri); questo il percorso morfologico autro + ajere→autr(o)(a)jere→ autrjere; di ajere ò détto antea, autro (altro) è dal lat.alteru(m)→alt(e)rum→autro con consueto passaggio di al ad au con dissimilazione totale della consonante laterale alveolare (l). adesso avv. di tempo 1 in questo momento, al presente, ora: adesso vengo; l'ò visto adesso; e adesso che facciamo? | per adesso, per il momento | da adesso in poi, d'ora in poi, per il futuro | fino adesso, finora | adesso adesso, proprio in questo momento 2 poco fa, or ora: ò mangiato proprio adesso; sono stato adesso da loro 3 fra poco: parto adesso 4 adesso che, ora che (introduce prop. temporali-causali, con verbo all'indic.): adesso che lo sai, règolati!. Etimologicamente è voce dalla prima parte della locuzione latina ad ipsu(m) (tempus) 'al (momento) stesso'; questo il percorso morfologico: ad ipsu(m) (tempus) → ad epsu(m)→adessu→adesso con assimilazione regressiva ps→ss. ora avv. di tempo [la forma tronca or è propria dell'uso letterario; nell'uso parlato ricorre solo in talune loc.] 1 in questo momento, adesso; attualmente, al presente: ora non posso uscire; ora le cose vanno meglio; cose che ora non si usano piú, al giorno d'oggi, nel tempo presente ' alcuni mesi, giorni, anni or sono, alcuni mesi, giorni, anni fa (con soggetto al sing. è di uso lett.: or è un anno) ' per ora, ora come ora, per il momento, in queste circostanze (con allusione alla possibilità che in futuro si presentino condizioni diverse): grazie, per ora; per ora non mi serve; ora come ora non saprei rispondere | d'ora in poi, d'ora in avanti, da questo momento in poi, per tutto il tempo futuro ' fin (o sin) d'ora, a partire da súbito e cosí nel futuro | prima d'ora, nel passato, prima di questo momento ' fin ora, finora 2 nell'immediato passato; poco fa: se ne è andato ora (o or ora) 3 nell'immediato futuro; tra poco, súbito: arriverà ora; ora lo chiamo etimologicamente è voce dal lat. hora, abl. di hora. Per ciò che riguarda il napoletano sia l’avverbio ora che l’avverbio adesso che di ora è sinonimo vengon resi con l’avverbio mo interessantissima voce sulla quale occorre ch’io mi dilunghi. Nel napoletano vuoi nei testi scritti, che nel comune parlare si trova o si sente spessissimo il vocabolo in esame usato per significare: ora, adesso e, talvolta esso vocabolo trasmigra addirittura nell’italiano con il medesimo significato.Ciò che voglio trattare è innanzitutto il suono da assegnare alla vocale (o) che nel parlato cittadino è pronunciata e va pronunciata con timbro aperto (mò) mentre nella provincia scivola verso una pronuncia chiusa (mó), dando modo a chi ascolta di poter tranquillamente definire cittadino o provinciale colui che pronunci l’avverbio mo che se è pronunciato con la o aperta connota il cittadino e se è pronunciato con la o chiusa connota il provinciale. mo (è possibile trovarlo, ma erroneamente anche come mo' o ancóra mò) avv. - Ora, adesso; poco fa Concorrente di ora e adesso, mo à una lunga tradizione storica, ma non si è quasi mai affermato nell'uso scritto dell’italiano ; resta quindi limitato all'uso parlato di gran parte d'Italia, in partic. di quella centro-merid. nel napoletano anche nella forma iterata mmo mmo con tipico raddoppiamento espressivo della consonante d’avvio nel significato di súbito,immantinente, immediatamente, senza por tempo in mezzo Detto ciò passiamo ad un altro problema; come si scrive la parola inesame? Il problema non è di facilissima soluzione posto che non v’è identità di vedute circa l’etimologia della parola, unica strada forse da percorrere per poter addivenire – con buona approssimazione – ad una corretta soluzione; vi sono infatti parecchi scrittori e/o studiosi partenopei e non che fanno discendere il termine dall’ avv. latino modo che accanto a molti altri significati à pure quello di ora, adesso; ebbene, qualora si scegliesse questa strada sarebbe opportuno scrivere mo’ tenendo presente il fatto che allorché una parola viene apocopata di un’intera sillaba, tale fatto deve essere opportunamente indicato dall’apposizione di un segno diacritico (‘). Se invece si fa derivare la parola mo dall’avverbio latino mox = ora, súbito, come io reputo che sia, ecco che la faccenda diviene piú semplice e basterà scrivere mo senza alcun segno diacritico. È, infatti, quasi generalmente accettato il fatto che quando un termine, per motivi etimologici, perde una sola o piú consonanti in fin di parola e non per elisione (allorché – come noto – a cadere è una vocale), non è previsto che ciò si debba indicare graficamente come avverrebbe invece se a cadere fosse una intera sillaba; ecco dunque che ciò che accade per il mo derivante da mox ugualmente accade, in napoletano, per la parola cu (con) derivante dal latino cum per pe (per), per po (poi)che è dal lat. po(st) dove cadendo una sola o una doppia consonante ( m – r - st ) e non una sillaba non è necessario usare il segno dell’apocope (‘) ed il farlo è inutile, pleonastico, in una parola errato! La stessa cosa accade per l’avverbio napoletano di luogo lla (in quel luogo, ivi) avverbio che in italiano è là; sia l’avv. napoletano che quello italiano sono ambedue derivati dal lat. (i)lla(c): in napoletano mancando un omofono ed omografo lla non è necessario accentare distintivamente l’avverbio, come è invece necesario nell’italiano là dove è presente l’omofono ed omografo la art. determ. f.mle. C’è invece un napoletano po’ che necessita dell’apostrofo finale: è il po’= può (3° pr. sg. ind. pres. di potere) che derivando dal lat. po(te)(st) comporta la caduta d’una vera sillaba, caduta da indicarsi con l’apostrofo che serve altresí a distinguere gli omofoni po = poi e po’ = può. Rammento infine che nel napoletano non esiste un po’ apocope di poco ( apocope che invece esiste nell’italiano) poi che nel napoletano poco è sempre usato in forma intera poco (cfr. ‘nu poco ‘e…(un po’ di…) - a ppoco â vota (un po’ alla volta); nel napoletano scritto c’è una sola parola nella quale cadendo una consonante finale è necessario fornire la parola residua di un segno d’apocope (‘): sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi nu’ per evitarne la confusione con l’omofono ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso l’uso di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta e non fosse invece, quale a mio avviso è, segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiamassero pure Di Giacomo,F.Russo, E. Nicolardi etc.e giú giú fino ad E.De Filippo.) Qualcuno mi à fatto notare che il termine mo non potrebbe derivare da mox in quanto, pare, che una doppia consonante come cs cioè x non possa cadere senza lasciar tracce, laddove ciò è invece possibile che accada specie per una dentale intervocalica come la d di modo. Ora,a parte il fatto che anche le piú ferree regole linguistiche posson comportare qualche eccezione (come avviene ad es. per la voce della lingua nazionale re che pur derivata dritto per dritto dal latino re(x),si scrive senza alcun segno diacritico traccia della caduta x , anche ammettendo che il napoletano mo discenda da modo e non da mox non si capisce perché esso mo andrebbe apocopato (mo’) o addirittura accentato (mò) atteso che vige comunque la regola che i monosillabi vanno accentati solo quando,nell’àmbito di un medesimo idioma, esistano omologhi omofoni che potrebbero creare confusione. Penso perciò che forse sarebbe opportuno nel toscano/italiano accentare il mò (ora, adesso) per distinguerlo dall’apocope di modo (mo’ dell’espressione a mo’ d’esempio), ma nel napoletano non esistendo il termine modo né la sua apocope è inutile e pleonastico aggiunger qualsiasi segno diacritico (accento o apostrofo) al termine mo (ora/adesso). Prosegiamo con altri avverbi di tempo. già avv. di tempo 1a. Riferito a un verbo o ad una locuz. in funzione di predicato, indica che nel momento in cui si parla, o di cui si parla, un fatto è ormai compiuto o sta compiendosi o è accaduto da poco: è già tutto fatto: quando arrivai alla stazione, il treno era già partito; Già era accaduto tutto, quando giunsi sul posto; io a quell’ora sarò già lontano. Altre volte sottolinea una situazione in atto o rafforza l’idea del tempo trascorso: andiamo, è già tardi; sono già stufo di stare qui; sono già due ore che aspetto; erano passati già tanti anni. Spesso, in frasi esclamative o interrogative, esprime la meraviglia, la contentezza o il rammarico che un fatto avvenga, sia avvenuto o stia per avvenire prima di quanto ci si aspettasse: è già l’ora?; sei già qui?; vuoi già lasciarci?; pensare che siamo già a Natale!; non mi pareva vero di avere già un impiego; peccato che lo spettacolo sia già terminato. E con piú forza, di già: sei di già tornato?; spec. in risposte: «È l’ora d’andar via» «Di già?»; anche in grafia unita: un uomo ancora giovane, ma digià tutto calvo. b. Prima d’ora (volendo dire che non è la prima volta che si fa, si vede o si dice qualche cosa): t’ò già avvertito piú volte; eppure quella faccia l’ò già vista in qualche luogo. c. Per l’addietro, in tempi passati: in Firenze fu già un giovane chiamato Federigo (Boccaccio). Davanti a un sostantivo, e sottintendendo i verbi essere o chiamarsi, indica che la persona o la cosa nominata non esercita piú quell’ufficio, non à piú quella funzione o quel nome: il ministro della Difesa, già sottosegretario agli Interni; il castello, già residenza della famiglia reale; l’albergo delle Chiavi d’oro, già «Locanda della Posta». d. Sin da ora: prevedo già come andrà a finire; già me lo sento, già me l’immagino; comincio già ad averne abbastanza. 2. Isolato, esprime assenso o conferma: «Ci sarai anche tu?» «Già»; anche ripetuto: già, già, è proprio vero. Con la stessa funzione s’intercala spesso a quanto altri sta dicendo, anche per semplice cerimonia o per invitare a continuare il discorso. Talora l’assenso è solo formale e, secondo il tono con cui la parola si pronuncia, può esprimere concessione forzata («Come vedi, ti ò vinto» «Già»), dubbio (già, potrebbe anche darsi), ironia («Mi porti a cinema?» «Già, ci andiamo di corsa»), equivalendo in quest’ultimo caso anche a negazione («Devi fare ciò che voglio io» «Già!»). 3. Con valore puramente rafforzativo: Io non ci devo pensare piú a quel poverino. Già si vede che non era destinato (Manzoni); eh, già, dovevo immaginarmelo!; spec. se preceduto da non: ò detto cosí per dire, non già per offenderti; e in correlazione con ma: ti consiglio non già come tuo direttore, ma come amico. Voce derivata dal lat. iam. Con medesimo etimo la voce è presente ugualmente nel napoletano, tuttavia preciso che spesso nel napoletano già è attestato con la geminazione dell'affricata palatale sonora (g) e si à ggià in ogni caso con i medesimi significati ed usi dell’italiano già. dopo avv. di tempo 1 poi, in seguito, piú tardi: prima o dopo è lo stesso; te lo dirò dopo; me ne accorsi súbito dopo; se ne andò poco (tempo) dopo; talvolta con valore pleonastico: poi dopo si vedrà | a dopo, a piú tardi, ci rivedremo poi 2 oltre, appresso, piú avanti (riferito a luogo): la casa che viene dopo; prendi la strada súbito dopo 3 (ant.) dietro: Taciti, soli, senza compagnia / n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo (DANTE Inf. XXIII, 1-2) Etimologicamente è voce dal lat. de post→depo(st)→dopo. nel napoletano l’avverbio è attestato nella morfologia di doppo con medesimo etimo dal lat. de post→depo(st)→dopo→doppo con raddoppiamento espressivo della consonante occlusiva bilabiale sorda (p); accanto a doppo nel napoletano soprattutto parlato della città bassa è presente altresí la voce rafforzata aroppo con etimo dal lat. ad +de post→adepo(st)→adopo→aropo→aroppo con rotacizzazione osco-mediterranea dell’occlusiva dentale sonora (d) e raddoppiamento espressivo della consonante occlusiva bilabiale sorda (p); tardi avv. di tempo 1 oltre il tempo debito, stabilito o conveniente: arrivare tardi; se non mi sbrigo faccio tardi; me ne accorsi troppo tardi; è tardi per iscriversi; potevi pensarci prima, ora è troppo tardi | proverbio : chi tardi arriva male alloggia 2 ad ora avanzata: mi alzo tardi; stasera andrò a letto piú tardi | al superl.: ieri sera sono rientrato tardissimo | sul tardi, nelle ore avanzate del pomeriggio o della mattina: vediamoci sul tardi | a piú tardi!, come formula di saluto, in vista di un nuovo incontro molto prossimo | al piú tardi, al massimo, non dopo un certo limite di tempo: al piú tardi, sarò di ritorno per le otto | presto o tardi, prima o poi: presto o tardi se ne pentirà. Etimologicamente è voce dal lat. tarde, avv. di tardus 'lento'. La voce è presente anche nel napoletano nei medesimi significati e con il medesimo etimo, ma nella morfologia di tarde in modo piú aderente al lat.tarde. súbito avv. di tempo 1 immediatamente, senza indugio: lo avverto súbito; se ne andò súbito; vieni qui súbito, fallo súbito, (con maggior forza: vieni qui, e súbito!, fallo, e súbito!) | usato assol. come risposta a una chiamata o a un ordine: "Vieni qui un momento" "Súbito" ' raddoppiato con valore enfatico: fallo súbito súbito | súbito prima, immediatamente prima: è arrivato súbito prima che tu uscissi | súbito dopo, immediatamente dopo: à telefonato súbito dopo che eri uscito | súbito che, súbito come, súbito sí come, (ant. o pop.) appena che, tosto che: mandatelo da me súbito come torna; Súbito sí com'io di loro m'accorsi, /... /... li occhi torsi (DANTE Par. III, 19-21) 2 in brevissimo tempo: asciugare, cuocere súbito 3 (lett.) all'improvviso (spesso preceduto da di): Di súbito drizzato gridò: / "Come? dicesti "elli ebbe"...?" (DANTE Inf. X, 67-68 Etimologicamente è voce dal lat. sŭbĭtō, avv. dall'agg. subitus 'subíto'. Nel napoletano nei medesimi significati e con medesimo etimo la voce è attestata come súbbeto con tipico raddoppiamento espressivo dell’occlusiva bilabiale sonora (b); immantinente avv.di tempo e di modo (lett.) súbito, senza indugio, nel momento stesso: obbedire immantinente. Etimologicamente questa voce che come ò accennato è quasi esclusivamente d’uso letterario è marcata sul francese ant. maintenant 'súbito', deriv. di maintenir. Nel napoletano nei medesimi significati la voce in esame è resa con mmo mmo iterativo di mo (cfr. antea) oppure con la locuzione sott’ô colpo ( sotto il colpo id est: di colpo, prontamente, tempestivamente). mai avv. di tempo 1 nessuna volta, in nessun tempo, in nessun caso; normalmente rafforza una negazione, posponendosi al verbo: non l'ò mai letto; non à mai telefonato né à mai scritto; nessuno l'à mai visto; non verrà mai | rafforzato da piú: non accadrà mai piú, nessun'altra volta in futuro | senza un'altra negazione, in frasi ellittiche: tu l'ài fatto qualche volta, io mai; tutto, ma questo mai; mai un po' di pace | proverbio : meglio tardi che mai 2 usato assolutamente nelle risposte, à valore di negazione molto forte: «Ti scrive qualche volta?» «Mai»; «Lo faresti?» «Mai» | rafforzato: mai piú!, mai e poi mai! | premesso al verbo, e perciò non accompagnato da altra negazione, à valore enfatico: mai gli ò parlato; mai mi è stato possibile; anche in proposizioni esclamative dell'uso fam.: mai dicesse la verità!; mai che arrivi puntuale! 3 in espressioni comparative, in nessun altro tempo, nessun'altra volta: oggi, piúú che mai, mi accorgo di aver sbagliato; nonostante le cure, deperiva piú che mai; è stato piú gentile che mai; meno che mai si è pentito di ciò che à fatto; ci fu caro quanto altro (o quanto altri, quant'altri) mai; si è dimostrato quanto mai ostinato | nell'uso fam. assume spesso valore intensivo: quante mai volte te l'ò detto!; le vuole un bene che mai; ò una fame che mai 4 in proposizioni interrogative dirette e indirette, condizionali e dubitative, una volta, qualche volta, in qualsiasi tempo: l'ài mai incontrato?; non so se sia mai stato a Roma; chi mai l'à visto?; quando mai ò detto questo?; come mai non era in casa?; che cosa mai ti sei messo in mente?; se avessi mai pensato una cosa simile, non sarei partito; se mai lo vedi, diglielo; se mai un giorno, se mai una volta... ' caso mai, nel caso, eventualmente 5 (ant. , lett.) rafforzativo di sempre: per far sempre mai verdi i miei desiri (PETRARCA Canz. CLVIII, 4) | rafforzativo di sí o no: mai sí che lo conosco (BOCCACCIO Dec. III, 3) Etimologicamente è voce dal lat. magis→ma(g)i(s)→mai. La voce è presente anche nel napoletano nei medesimi significati e con medesimo etimo ancorché con morfologia diversa che nel napoletano è maje con paragoge della semimuta finale (e) e sostituzione della(i) con il suono di transizione (j) atteso che il napoletano non tollera la presenza di tre vocali consecutive (che nel caso in esame sarebbero state a i e; cfr. ad es. l’italiano aiuto/aiutare resi in napoletano con ajuto/ajutà etc.). sempre avv. di tempo 1 senza interruzione, senza fine (indica una continuità ininterrotta nel tempo): è sempre stato cosí e sarà sempre cosí; l'amerò ora e sempre; non pensarci sempre; ne avrò sempre un buon ricordo | per sempre, senza limiti di tempo, per l'eternità | da sempre, fin dalle lontane origini, dall'inizio: è cosí da sempre | di sempre, di ogni tempo, di ogni occasione: non è cambiato, è quello di sempre | sempre tuo, vostro ecc. , come formula di chiusa nelle lettere 2 seguito da comparativo, lo rafforza, dando all'espressione un valore di continuità: spero che le cose andranno sempre meglio; ci capisco sempre meno; devi applicarti con sempre maggiore impegno | talvolta anche con il piú sottinteso, quando il verbo esprima già diminuzione o aumento: La bestia ad ogne passo va piú ratto, / crescendo sempre, fin ch'ella il percuote (DANTE Purg. XXIV, 85-86) 3 può indicare semplicemente il perdurare o il ripetersi di un fatto o di una situazione: le sue condizioni sono sempre gravi | in frasi enfatiche: sei sempre il solito sfacciato!; sempre complicazioni! 4 con valore simile ad ancóra: sei sempre in collera con me?; abita sempre in via Roma 5 con funzione restrittiva: questo si può fare, sempre però con l'aiuto di qualcuno; può cominciare a uscire un po', ma sempre nelle ore piú calde 6 con valore di tuttavia, nondimeno (in unione con una cong. avversativa): è vecchio, sempre però in ottime condizioni; è un po' bizzarro, ma è pur sempre una persona di valore || Nella loc. cong. sempre che (rar. sempreché), purché, ammesso che (con valore condizionale e con il verbo al congiuntivo): è possibile, sempre che tu lo voglia; la situazione è rimediabile, sempre che tu non insista nello stesso comportamento | (ant. , lett.) anche col valore di ogni qual volta che (con il verbo all'indic.): sempre che presso gli veniva, quanto potea con mano,... la lontanava (BOCCACCIO Dec. II, 4) Etimologicamente è una voce lettura metatetica del lat. semper→sempre. La voce è presente anche nel napoletano nei medesimi significati e con medesimo etimo ancorché con morfologia diversa che nel napoletano è sempe con semplificazione del lemma attraverso la caduta della fastidiosa consonante liquida vibrante (r). spesso avv. di tempo di frequente, molte volte: incontrarsi spesso; fare qualcosa molto spesso, piú spesso, meno spesso di prima; Ripetutamente, molte volte: Quanto in femmina foco d’amor dura, Se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende (Dante); E spesso tremo e spesso impallidisco (Petrarca); lo incontro spesso; ci vediamo molto spesso; sono cose che accadono s., molto s., troppo s.; è un controllo che va ripetuto s.; al cinema, a causa della mia vista, ci vado ormai sempre meno spesso. Rafforzato con l’iterazione: si trova spesso spesso nei guai; o con l’aggiunta di volentieri, per lo piú ironicamente: fissa gli appuntamenti, ma spesso e volentieri dimentica di andarci. talvolta raddoppiato: spesso spesso se ne dimentica | spesso e volentieri, assai frequentemente. Etimologicamente si tratta d’ un uso avverbiale dell’agg. spesso(lat. spissus), uso sviluppatosi già alle origini dell’italiano. La voce è presente anche nel napoletano nei medesimi significati e con medesimo etimo ancorché con morfologia diversa che nel napoletano è spisso con maggior fedeltà al modello latino. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est. Raffaele Bracale