giovedì 30 gennaio 2014
SCALOPPE ALLA MUGNAIA
SCALOPPE ALLA MUGNAIA
Ingredienti e dosi per per 4 persone
6 etti di spalla di di vitello in fette spesse 1 cm.,
un gran ciuffo di prezzemolo mondato lavato asciugato e tritato finemente,
2 cucchiai di capperini di Pantelleria dissalati,
1 etto di filetti di acciughe sott’olio,
1 etto di farina,
uno spicchio di aglio mondato e tritato,
mezzo bicchiere di Vino bianco asciutto
Succo filtrato di un limone di Sorrento,
1 limone di Sorrento a fettine sottili,
1 bicchiere di Olio extravergine di oliva,
sale fino e pepe nero macinato a fresco q.s.
Procedimento
Tritare con i capperi i filetti di acciughe.Infarinare accuratamente le fettine di vitello. In una proporzionata padella versare l’olio ed a temperatura sostenuta soffriggere l’aglio, disporre le fettine di vitello, rosolarle su entrambi i lati, bagnare con il vino bianco,farlo evaporare ed aggiungere il succo di limone,insaporite con il trito di capperi ed acciughe, salare, pepare, abbassare i fuochi e lasciar cuocere per dieci minuti, rivoltando le fettine dopo cinque minuti. A cottura ultimata togliere le fettine di vitello dal fuoco, disporle nel piatto da portata, condirle con il fondo di cottura, spruzzarle con il prezzemolo tritato,guarnirle con delle fettine di limone e servire calde di fornello. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, buona salute!
Raffaele Bracale
INVOLTINI UBRIACHI
INVOLTINI UBRIACHI
Ingredienti e dosi per 4 persone:
8 etti di spalla di vitello in otto fettine sottili,
4 etti di mortadella affettata sottilmente,
4 etti di provolone piccante affettato sottilmente a macchina,
2 peperoni quadrilobati, arrostiti, spellati e ridotti ognuno in 4 falde,
2 etti di farina,
1 bicchiere di olio d’oliva evo,
1 bicchiere di vino rosso asciutto,
sale fino e pepe nero macinato a fresco q.s.
procedimento
Arrostire sul fornello o in forno caldissimo i peperoni, fino a che la pelle non sia bruciacchiata,porli in una zuppiera e coprirli con un coperchio in modo che il vapore acqueo faccia staccare la pelle, spellarli sotto un getto d’acqua corrente fredda, facendo attenzione a non romperli, liberarli delicatamente del gambo e dei semi e ricavarne per ohni peperone quattro falde; lavare in acqua fredda le fettine di carne ed adagiarle sul tagliere una accanto all’altra; porre su ogni fettina di carne una fetta di mortadella,una di provolone ed una falda di peperone; arrotolare le fette farcite formandone degli involtini e fermarli con uno stecchino; indi infarinarli. Versare l’olio in una proporzionata padella e mandarlo a temperatura; adagiarvi gli involtini, incoperchiare e lasciarli in cottura a fuoco moderato per venti minuti; al termine bagnarli con il vino rosso, farlo evaporare e continuare la cottura per altri dieci minuti; infine salare e pepare ad libitum, impiattare e servire caldi di fornello questi gustosi involtini ubriachi con un contorno di patate in umido o di verdure al vapore condite all’agro. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi), stappati un’ora prima di usarli, possibilmente scaraffati e serviti a temperatura ambiente
Mangia Napoli, bbona salute e scialàteve!
Raffaele Bracale
(RAGÚ ALLA) GENOVESE
(RAGÚ ALLA) GENOVESE
Vi propongo una bella ricetta tipicamente napoletana per un primo piatto gustosissimo da servirsi in tavola di domenica e nelle altre feste comandate quale alternativa al mitico rraú cu ‘a pummarola, alla pasta al forno o al famoso sartú ‘e riso !!!! Cominciamo col dire che, stranamente!, questo sugo è chiamato “alla genovese”, benché questa preparazione sia sconosciuta nella città ligure. À però questo nome perché détta salsa fu preparata per la prima volta nella seconda metà del 1500 da certi cuochi genovesi ( che (sulla scia dei cuochi francesi che l’avversavano) non amavano il pomodoro con cui si approntava il famoso ragú partenopeo ed anzi lo temevano ritenendolo velenoso!...) cuochi che aprivono taverna a Napoli alla Loggia di Genova, zona a ridosso del porto, dove la colonia genovese (autorizzata dall’autorità locale che le aveva ceduto in fitto l’intera zona) si autoamministrava.Quando dalla taverna genovese la salsa pervenne nelle cucine familiari questo ragú alla genovese, (privo cioé di pomodoro) divenne d’uso costante ed alternativo nelle case dei napletani e tra il 1700 ed il 1800 passò il confine campano pervenendo nelle altre regioni del reame napoletano ed ancóra oggi è una preparazione molto apprezzata, che già anticamente era riportata da famosi autori come Vincenzo Corrado, (Oria, 29 marzo 1738 – †Napoli, 4 novembre 1836), cuoco e letterato italiano che ne parlò nella sua opera “Cucina Napoletana” nella prima edizione del 1832; successivamente ne parlò anche don Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino,nobile napoletano (Napoli(?)2 settembre 1787 –†(ivi?) 5 marzo 1859)letterato italiano esperto di cucina,che ne trattò nella sua opera “Cucina teorico pratica” pubblicata nel 1837.
Qualcuno – come à registrato l’amico Luciano Pignataro – à altre idee; leggiamo: “Perché Genovese? Secondo Jeanne Caròla Francesconi , il Liber de coquina cita i De Tria Ianuensis (ossia la Tria Genovese), il Cavalcanti duca di Bonvicino riporta una ricetta simile. In realtà non ci sono notizie sicure e il cronista può divertirsi a inventarle tutte: quel che è certo è che Genovese (e Genovesi) è un nome, oltre che un toponimo, ben diffuso in tutto il Regno da molti secoli. C'è, appunto chi antropologicamente parla di ristoratori genovesi che al porto cuocevano la carne con la cipolla a cui i napoletani avrebbero poi aggiunto la pasta. Ma di questa preparazione non c'è traccia seria o comunque diffusa in Liguria. Un'altra scuola di pensiero, piú romantica, racconta di un monzú di Ginevra (Geneve, dunque Genovese) che introdusse questa variante della soupe d'oignons a Corte o in qualche cucina aristocratica. Forse la verità è molto piú banale, ma non la sapremo mai: a Napoli ad esempio è molto diffusa una doppia sfoglia di pane con prosciutto cotto, formaggio e pomodoro al centro che si chiama Parigina. Stesso cosa con la Veneziana in pasticceria. O a Madrid trovi la Napolitanas. Chi può dire perché? Forse c'era una musicalità nascosta nella testa di chi l'à chiamata cosí, il formaggio e il prosciutto cotto avranno evocato in qualche modo la raffinatezza francese. Niente di piú strano che sia successo cosí anche con la Genovese. Oppure, ancora, il segreto va cercato nel misterioso e affascinante mondo degli scagnanomi, magari un oste chiamato 'O Genovese perché tirchio!”
Ciò annotato per dovere di completezza,ma precisato ch’io resto della mia idea e non mi lascio suggestionare da altre ipotesi, passiamo alla vera e propria ricetta
dosi e procedimento per 6 persone
2 Kg di cipolle dorate (possibilmente) di Montoro ( e non bianche!)mondate ed affettate a ½ cm. di spessore,
1 Kg di Spezzato di manzo adulto in pezzi di cm. 5 x 4 x 3 (preferibilmente ricavato dalla pancia o dalla corazza o anche dalla spalla ) oppure, a preferenza, 1 kg. di locena (collo, soppelo) di manzo in fette da cui ricavare 6 grosse brasciole(involti) ben legate con spago bianco da cucina ed imbottite con cubetti di pecorino(1 etto) sale fino, pepe nero, uva passita ammollata,uovo sbattuto (2) prezzemolo ed aglio tritati, e pinoli),
una carota grattata e tagliata in quattro o piú pezzi,
una costa di sedano grattata e tagliata a pezzetti,
due bicchieri vino bianco secco,
un bicchiere di olio d’oliva extra vergine prima spremitura a freddo ,
un cucchiaio abbondante di sugna,
Un pomidoro pelato ( molto facoltativo),
un rametto di piperna (timo selvatico),
sale fino e pepe nero macinato a fresco q.s.
600 gr. di rigatoni o penne (maltagliati) rigate o candele spezzate a mano(4 cm.),
1 etto di pecorino grattugiato,
sale doppio un pugno.
Procedimento
Mondate ed affettate allo spessore di ½ cm. le cipolle, (piangerete per un po’, ma pazienza; dopo ne sarete contenti! ), mettetele in una pentola con la carne, l’olio,la sugna, la carota ed il sedano tagliati a cubetti,la piperna eventualmente il pomodoro spezzettato; coprite, e fate cuocere per circa un’ora a fuoco vivace: le cipolle dovranno diventare trasparenti e dovrà evaporare tutto il liquido, solo quando la cipolle saranno abbastanza asciutte versate il primo bicchiere di vino bianco, questa volta a fuoco bassissimo, e fate cuocere per circa altri 40 minuti.
Versate l’altro bicchiere di vino, il sale e il pepe, e ripetete l’operazione precedente facendo ben attenzione a non far attaccare il sugo alla pentola!
Con questo sugo condite i rigatoni o le penne (maltagliati) rigate o le candele spezzate a mano(4 cm.),
lessati al dente e spolverizzateli di pecorino e di pepe nero.
La carne la servirete come pietanza accompagnata da un’insalata verde.
Si tratta di una preparazione che sostanzia un grave peccato di gola, ma pazienza: si avimm’ ‘a fa ‘nu peccato, facimmolo murtale, si no nun c’è zzuco!
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!Scialàteve, cunzulàteve ‘o vernecale, diciteme grazzie e ffaciteve ‘a scarpetta!
raffaele bracale
SPALLA DI VITELLO IN UMIDO CON FANTASIA DI FUNGHI.
SPALLA DI VITELLO IN UMIDO CON FANTASIA DI FUNGHI.
Questa ricetta si può preparare anche con altri tagli di vitello: pur che siano morbidi. Si può usare (quantunque risulti meno gustoso) anche del petto di pollo o di tacchino.
Ingredienti e dosi per 6 persone:
3 grossi funghi porcini freschi o surgelati se di ottima qualità,
Un pacchetto di funghi coltivati tipo champignons o prataioli,
7 etti di polpa di spalla di vitello, in fettine spesse ½ cm.
• Una o due cipolle dorate finemente affettate,
• 1 bicchiere d’Olio d’oliva e.v.,
• Aromi secchi ad libitum,
• sale fino alle erbette q.s.
• pepe bianco q.s.
procedimento.
Tagliare la carne a strisce sottili, di circa cm. 4 x 2 x 1. Pulire dalla terra passandoli con uno straccetto umido e con un affilato coltellino ed affettare i funghi sezionandoli dall'alto in basso, in modo che mantengano la forma del fungo "intero".
Del fungo si usa tutto, cappello e gambo.
Tagliare anche la cipolla ad anelli o striscioline non troppo sottili (all’incirca i pezzi di carne, i funghi e le cipolle dovrebbero avere le stesse dimensioni.
Far soffriggere la cipolla nell’olio.
Aggiungere quasi subito i funghi (la cipolla si deve solo ammorbidire, senza dorare.) Quando anche i funghi si saranno ammorbiditi, cedendo acqua, aggiungere la carne.
Unire ad libitum i sapori:alloro, rosmarino, salvia (si può usare una di quelle miscele già pronte adatte agli arrosti) e lasciar cuocere a fuoco medio fino a che l’intingolo non cominci ad asciugarsi, ma non troppo .Salare e pepare a proprio gusto e servire caldo di fornello, irrorando le porzioni con un paio di cucchiaiate del fondo di cottura.
Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente.
Mangia Napoli, bbona salute!
raffaele bracale
NAPOLI – LAZIO [C.I.] (39/01/14) 1 A 0 ‘A VEDETTE ACCUSSÍ
NAPOLI – LAZIO [C.I.] (39/01/14) 1 A 0
‘A VEDETTE ACCUSSÍ
‘O mellone ascette russo, guagliú! Ajeressera ô san Paolo, pe ggrazzia ‘e dDio, ‘e cuane vatteteno ‘a scuatra ‘e Reja e s’assicurajeno ‘o passaggio ê ssemifinale d’’a coppa itaglia. Ce vuleva, ce vuleva proprio pecché doppo d’’e duje paregge cunzecutive ‘ncampiunato, ggià quacche mala lengua mazzecava malamente dicenno ca ‘o Napule nun sapeva cchiú vencere... e ‘mmece, tié!, ajeressera ‘a malalengua avette ‘a risposta. Certo fósse stato meglio si ‘o Napule avesse vinciuto cchiú llargo ‘mmece ‘e ll’uno a zzero finale arrivato addirittura a ll’82°..., ma mo nun mettimmoce a ccercà ‘o pilo ‘int’a ll’uovo! Era ‘mpurtante véncere e sse vincette. E mmo sperammo ca se turnasse a vvencere ‘ncampiunato ggià da dummeneca jenno a bBergamo. Po doppo penzammo pure ô scontro ‘e semifinale cu ‘a Roma pecché ‘a coppa itaglia po’ essere e à dda essere a ‘stu punto n’ubbiettivo luvardo pe ‘sta tempurata (stagione). Passammo ê ppaggelle:
REINA 6 Nun fove chiammato a ffà cose straurdinarie, ma se dimustraje sempe sicuro sia bluccanno ‘mpresa ferma cchiú ‘e ‘na palla aveta sia cchelli ppochi vvote ca avette ‘a ascí.
MAGGIO 5 Troppi prane (errori) ‘nfase ‘e disancamiento (disimpegno) e dint’ê chiusure. ‘Mpurraje (Accompagnò) poco e malamente ll'azione e nun trovaje maje ‘nu cruzzo (cross) decente.
FERNANDEZ 6 Serata tranquilla pe ll'argentino. Mettette ‘a musarola a pPerea soprattutto dint’ô juoco aveto e spisso fove priciso cu llanze luonghe pe ll’attaccante.
ALBIOL 6,5 Turnato a essere isso,facette durante ô primmo ajone cchiú ‘e ‘na bbona chiusura. A ll’arrancua ’nfase ‘e cuntrasto (interdizione) nun dètte rispiro ê lazziale nun perdennole maje ‘e vista e prupunennose spisso pure annante.
REVEILLERE 5,5 Difendette sí ‘a camma soja (la sua zona) senza troppi difficultà, cu Felipe Anderson ca fove fora dô juoco,ma ‘nfase uffenziva ‘o francese nun tenette ‘o passo p’arrivà ô cruzzo (cross), nè se vedette ‘nsovrappuzizziona.
INLER 5,5 Cu gGiorgigno vicino, dette ll'impressione ‘e sènterse cchiú ssicuro; cumminfatte nun se pigliaje troppi respunzabbilità scarrecannole ‘ncopp’ô cumpagno ‘e linia e ppe cunsecuenzia sbagliaje assaje ‘e meno.Comunque fove sempe troppo cumpassato e bbraduso (lento).
JORGINHO 7 Certamente ‘o meglio d’’e suĵe,currette assaje cummiglianno ‘na granna camma (un'ampia zona) ‘e campo senza perdere maje saffeneja (lucidità) e ghienno sempe a ccercà cu pperzunalità ‘e mezze pe ‘nfelarse dint’â difesa jancoceleste. Sfurtunato cugliette ‘o palo cu ‘nu granne tiro a ggiro. Dimustraje d’essere isso ll’ommo ca ce vo’ p’’o centrocampo cuano! (dô 90° DZEMAILI sv)
INSIGNE 5 Pranaje (sbagliò) tanto, troppo, nun truvanno maje ‘na jucata bbona e, cquanno ascette, ‘o pubblico ‘o siscaje e ‘o guaglione se ne pigliaje dimustranno ca à dda ancòra crescere e mmaturà, pecché à dda capí ca ‘e sische quanno so’ mmeretate (e ajere isso s’’e mmeretaje!) s’ànn’ ‘a accettà! (dô 70° MERTENS 6,5 Trasette súbbeto ‘nfullé (in partita) mannanno ô manicomio ‘a difesa ‘e Reja cu cchiú ‘e ‘nu cruzzo(cross) periculuso.)
HAMSIK 6- Nun fove ancòra isso, ma chianu chiano sta recuperanno; cumminfatte se sacrificaje pe ddà cchiú cunsistenza ô centrocampo e ppe fà ggirà ‘o pallone cu cchiú ttassezza (velocità).(dô 75° PANDEV 6 Trasette súbbeto e bbuono ‘nfullé, difennenno palla ô lemmeto d’’a camma e cupulianno (dialogando) a mmestiere cu ‘e cumpagne).
CALLEJÓN 7 Accumminciaje cu quacche prano ‘e troppo, ma po, passanno ‘e minute criscette assaje assicuranno ll’equilibbrio nicessario; currette sempe senza stancarse e da ‘nu tiro suĵo nascette ‘accasiona sfruttata d’’o Pipita.
HIGUAIN 7 Nun tanto pecché êsse fatto ‘nu granne fullé, ma pecché signaje n’iuperiocia (fantastica) rredda d’’a vittoria, cu ‘nu colpo ‘e tacco e pecché dimustraje d’essere ‘nu luciadore (gladiatore) cumbattenno cu curaggio ‘nfra ‘e centrale jancoceleste ca nun ghiettono p’’o ssuttile, tanto è overo ca a ‘nu certu punto Novaretti ll’arrunzaje dint’â camma ‘e ricore, ma chillu nnacchennella ‘e ll’arbitro nun sanziunaje ‘a falta (il fallo)
BENITEZ 6,5 Vulette ‘a cualificazziona ê ssemifinale ‘e coppa Itaglia e ll’avette mettenno ‘ncampo quase tutte ll’uommene d’’a scuatra base ca tenette ‘o pallone cchiú d’’o ssolito; però cu gGiorgigno nce fove cchiú tassezza e ppe cunsecuenzia s’arapetteno cchiú spazzie dint’ê mmaglie d’’a difesa lazziala.Andivinate tutte ‘e cagne pre si quacche titulare (Higuaínno i ‘e terzini ‘mparticulare) nun tenetteno ‘a saffeneja (lucidità) justa pe bbia d’’e troppe fullé cunzecutive. Ma pe cchesto don Rafele nun po’ ffà ato ca aspettà ‘e risultate d’’o mercato ca se nchiude dimane. Sperammo ca coccosa ‘e bbuono succede!
‘Na preghiera a don Rafele: dint’ô spogliatojo se pigliasse a lLorenzigno p’’e rrecchie e lle facesse capí ca ‘a vita nun è ffatta sulo ‘e caramelle, franfellicche e applavuse, ma è ffatta pure ‘e carocchie, cauce ‘nculo e sische e si nun ‘e vvo’ cercasse ‘e nun mmeretarsele!
arbitro BANTI 5 Vecchia cunuscenza e antica fetenzia, comme ô 99,9 pe cciento ‘e ll’arbitre taliane, ggià ati vvote ‘ncruciata dô Napule; ajere ‘mmece ‘e levarse quacche debbeto, ne aumentaje ‘a ddose nun siscanno ‘na punizziona a ffavore ‘e Marekiaro ô lemmeto d’’a camma ‘e ricore lazziale, nun siscanno ‘o ricore ‘e Novaretti ‘ncuollo ô Pipita, siscanno sempe a ffavore d’’e lazziale,caputianno cchiú ‘e ‘nu falte e addirittura ammunnno ‘ngiustamente ô Pipita e a mMarekiaro!
E‘nchiudimmola cca ringrazzianno ‘sti guagliune p’ avé vinciuto ‘nu fullé ‘mpurtante! Forza Napule, Ciuccio fa’ tu e ghienno a bBergamo ,facce sunnà! Ce sentimmo.
R. Bracale Brak
mercoledì 29 gennaio 2014
IL VERBO MENÀ/MENARSE E LA SUA FRASEOLOGIA
IL VERBO MENÀ/MENARSE E LA SUA FRASEOLOGIA Questa volta sollecitato dalla richiesta fattami dal caro amico N. C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) di chiarirgli significato e portata di una delle espressioni partenopee qui di sèguito elencate, provvedo ad illustrare significato ed uso del verbo menà/menarse,nella sua abbondante fraseologia. Comincio dapprima a soffermarmi sul verbo menà che à la forma riflessiva in menarse ed è verbo transitivo che à un vasto ventaglio di accezioni: buttare, sospingere dentro o fuori ed anche, ma meno comunemente, trascorrere, passare, vivere ed estensivamente assestare, dare con forza, picchiare; In parecchie frasi à senso affine a fare, sollevare, produrre, manifestare e sim., determinato meglio dal complemento: menà rummore =far parlare di sé, essere sulla bocca di tutti; ; menà a uno p’ ‘o naso = raggirarlo, dargli a intendere, fargli fare o credere ciò che si vuole; l’etimo è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'.
Vengo ora alla rapida elencazione delle espressioni costruite con menà/menarse per poi esaminarle nel dettaglio:
1) menà a scurdà.
2) menà ‘a culata ‘ncuollo a ll’ate
3) menà ‘a pretella e accuvà ‘a manella
4) menà cauce
5) menà ‘o rancio
6) menarse a ccapo e nnoce d’ ‘o cuollo
7) menarse ‘e fforme
8) menà ‘e mmane
9) menà fuoco pe ll’uocchie
10) menarse ‘a copp’abbascio
11) nenarse dint’ê vvrache
12) menarse dint’ê ccampane
13) menarse sott’â bbannera.
E passiamo alla spiegazione analitica delle locuzioni:
1.Menà a scurdà Ad litteram: Buttare a dimenticare. Id est Comportarsi con studiata accidia, con voluta pigrizia, con deliberata indolenza, sfacciata poltroneria, spudorato ozio, insolente inerzia al palese scopo di tentare di far dimenticare di avere assunto degli impegni che invece non si intendono assolutamente mantenere; il verbo tr. scurdà = lasciar cadere dalla memoria è dal lat. re-cordari, deriv. di cor cordis 'cuore', perché il cuore era considerato sede della memoria, con sostituzione del prefisso re- con il prefisso distrattivo ex→(e)x→s.
2.Menà ‘a culata ‘ncuollo a ll’ate Ad litteram:Riversare l’acqua bollente del ranno addosso ad altri. Id est Agire truffaldinamente in modo da far ingiustamente ricadere le proprie colpe addosso ad altri, quasi come una malaccorta massaia che invece di versare l’acqua bollente per il ranno nella tinozza con la biancheria da sottoporre a bucato la versasse altrove addirittura sui i piedi di innocenti spettatori. culata s.vo f.le1 lavatura della biancheria fatta con acqua, sapone, liscivia o altri detersivi: fare il bucato | lenzuola di bucato, appena lavate, pulitissime
2 la biancheria già lavata.
Deverbale di colare che è dal lat. colare deriv. di colum (filtro).
ranno s.vo m.le miscuglio di cenere e acqua bollente usato in passato per lavare i panni; voce dal longob. rannja; cfr. il tedesco moderno rinnen 'grondare, gocciolare'.
3.Menà ‘a pretella e accuvà ‘a manella.
Ad litteram:Lanciare la pietra e nasconder la mano Id est:Aizzare,ma defilarsi; provocare, sobillare, fomentare,ma farlo tenendosi in disparte, quasi nascosto;comportarsi come un bimbo che lanciata una pietra nasconda la mano per non farsi scoprire ed esser punito; azione tipica del vigliacco o di chi manchi di personalità.
petrella s.vo f.le diminutivo di preta =pietruzza, sassolino voce metatesi del lat. . petra(m),addizionata del suff. dim. f.le ella; petra(m), è dal gr. pétra;
manella s.vo f.le diminutivo di mana = piccola mano, mano di piccolo/a; mana è voce dal lat. volg. mana(m) per il cl. manu(m) qui addizionata del suff. dim. f.le ella;
accuvà v.bo tr.vo = 1in primis ricoverare; 2 per traslato come nel caso che ci occupa nascondere, celare
3 (fig.) custodire, conservare gelosamente; voce dal lat. ad-cubare→accubare→accuvà;
4.Menà cauce(*) Ad litteram:Tirar calci Id est:Détto di chi si mostri recalcitrante, renitente, riottoso ed impuntandosi quasi scalci a mo’ di asino per sottrarsi a gli ordini ricevuti o a gli impegni presi e che non abbia piú intenzione di assolvere;
cauce s.vo m.le pl. di caucio/cavucio = calcio, colpo dato con il piede o con la zampa; voce deriv. dal lat. calce(m) 'calcagno, calcio'; normale l’esito al + cons. →au (cfr. altu(m)→auto/aveto);
5.Menà ‘o rancio Ad litteram: Lanciare/gettare l’uncino (o l’arpione). Trattasi di unicastico sorridente traslato usato in riferimento a chi agisca in maniera subdola, ambigua quando non palesemente truffaldina al fine di assicurarsi un vantaggio, un’utilità rubacchiando, quasi alla maniera di un cacciatore o pescatore che usi un rampino, un uncino per catturare una preda;
rancio/rangio s.vo m.le granchio, rampino voce dal lat. crancer→(c)rance(r) collaterale di cancer.
Rammento che nel parlato comune, soprattutto della città bassa accanto all’espressione a margine si usano le analoghe jucà ‘e renza oppure jucà ‘e rancio nel significato di rubare con destrezza e rapidità.
jucà = v. intr. giocare, 1 dedicarsi a un'attività piacevole per divertimento, per passatempo, per esercizio fisico o mentale o anche per trarne guadagno; trastullarsi, scherzare; usare parole equivoche per poterle poi interpretare a proprio modo; ingannare o prendere in giro; 2 dedicarsi al gioco d'azzardo; arrischiare il proprio denaro in scommesse e in altre attività dominate dalla sorte;
3 dare prova di abilità, servirsi di qualcosa con abilità;ed è in questa accezione che rientra il significato che ci occupa;
4 praticare un gioco sportivo;
5 essere in gioco: dinto a ‘sti fatte ce joca ‘a furtuna!(in queste cose gioca la fortuna), agire; mettere in gioco, a repentaglio; rischiare;
6 aver gioco, avere la possibilità di muoversi nell'insieme degli organi di un meccanismo; ‘a chiave joca bbuono dint’ â mascatura(la chiave gioca bene nella serratura);
7 detto di luce, aria, acqua ecc., creare particolari effetti;
v. tr. [nei sign. 1, 2, 3 anche rafforzato con la particella pron.]
1 mettere in gioco, usare le proprie risorse;
2 scommettere, puntare al gioco; in espressioni iperb.: jucarse pure ‘a cammisa(giocarsi anche la camicia), (fig.) tutto ciò che si possiede; jucarse ‘a capa ‘ncoppa a quaccuno o quaccosa(giocarsi la testa su qualcuno, su qualcosa), (fig.) per dire che si è assolutamente sicuri di qualcuno o qualcosa;
3 arrischiare, mettere in pericolo; perdere qualcosa per averla messa a repentaglio;
4 ingannare, prendere in giro; vincere con astuzia: t’aggiu jucato (ti ò giocato!)
5 disputare una gara sportiva; come ò détto, qui il verbo è usato per estensione nel senso di rubare; la voce è dal lat. volg. *iocare, per il class. iocari, deriv. di iocus 'gioco';
renza s.vo f.le = uso, abitudine, mania;
viene dal participio presente del verbo latino haerere= aderire; in napoletano infatti è usato nell’espressione jí ‘e renza oppure tirarse ‘na renza cioè prendere un’abitudine, aderire ad un modo di fare.
6.Menarse capa e nnoce d’ ‘o cuollo(*) Ad litteram:Gettarsi di capo e noce del collo Id est Gettarsi a capofitto, con il capo all’ingiú; dedicarsi a qualcosa con il massimo, serissimo impegno quasi con foga incurante addirittura della integrità del proprio collo e segnatamente della nuca;
capa/o s.vo f.le =1in primis (= capo, testa dal lat. parlato *capa(m) per il class. caput); rammento che in napoletano il termine capo/a è usato2 per ampliamento semantico in altri significati e non solo per indicare la parte del corpo umano unita al torace dal collo e in cui ànno sede gli organi che governano le facoltà intellettive e la vita sensitiva ed in senso piú ristretto, la zona del cranio rivestita di capelli, ma anche per indicare chi esercita un comando o dirige imprese, attività sia ancóra (estens.) chi à un ruolo preminente o esercita una funzione direttiva, godendo di particolare prestigio e autorevolezza, ma è pure usato per indicare una gugliata di cotone,di spago, di filo, di refe o anche un rocchio di salsiccia (‘nu capo ‘e cuttone, ‘nu capo ‘e saciccia o ‘na capa ‘e saciccia) e viene usato in tale accezione perché allorché una gugliata di cotone,di spago, di filo venga staccata dal suo gomitolo o rocchetto di pertinenza, ecco che la successiva gugliata si troverà all’inizio, al capo del gomitolo o rocchetto; ugual cosa capita con la salsiccia che è un trito di carne di suina aromatizzato ed insaccato in un budello lungo tra i 40 ed i 50 cm.; tale lunga salsiccia viene poi divisa in porzioni (rocchi) mediante successive legature; poiché quando dalla salsiccia cosí suddivisa ne viene staccato un pezzo (rocchio) il successivo si troverà comunque sempre in testa, in capo alla salsiccia residua, ecco che in napoletano il rocchio italiano si dice capo o capa ‘e saciccia; nella fattispecie in esame il significato che si attaglia, si confà alla locuzione è quello sub 1.
noce d’ ‘o cuollo = nodo del collo, nuca, la parte alta posteriore del collo, corrispondente al punto di passaggio tra base e volta craniche; il s.vo f.le noce qui in esame non à niente a che spartire con il frutto del noce, composto di una parte esterna verde (mallo), di un guscio bivalve e di una parte interna commestibile, ma è appunto la cervice, cioè la parte del collo situata posteriormente alla regione cervicale della colonna vertebrale (delimitata in alto dalla protuberanza occipitale esterna, in basso dall’apofisi spinosa della 7a vertebra cervicale) la voce napoletana è dall’arabo nukhā attraverso un lat. med. nucha, letto alla maniera iberica nucia donde noce; il s.vo m.le cuollo qui in esame è esattamente quella parte del corpo di forma generalmente cilindrica, che nell'uomo e in altri vertebrati unisce la testa al torace ed è voce dal lat. cŏllu(m)→cuollo con tipica dittongazione della vocale breve.
7.Menarse ‘e fforme Ad litteram:Scagliarsi le forme Id estRicambiarsi vicendevolmente gravi offese o pesanti contumelie che metaforicamente vengono appaiate ai massicci attrezzi di legno usati dai calzolai per modellare le scarpe e mantenerne la forma;
forme s.vo f.le pl. di forma = modello di legno; voce dal lat. fōrma;
8.Menà ‘e mmane (*)Ad litteram:Muovere, agitar le mani Id estIcastica locuzione di duplice significato a seconda che sia coniugata con il verbo a margine menà o con quello alternativo vuttà; coniugata con menà vale picchiare, colpire, battere, percuotere, bastonare qualcuno a mani nude; coniugata invece con l’alternativo vuttà la locuzione assume tutt’altro significato e vale sbrigarsi, accelerare l’azione,agire con sollecitudine e rapidità muovedo le mani con sicurezza in modo svelto, pronto, spedito, , finalizzato alla conclusione sollecita dell’intrapreso.
mane s.vo f.le pl. di mana = mano, estremità dell'arto superiore formata dal polso, dalla palma, dal dorso e dalle cinque dita; à funzione di organo prensile e tattile ; etimologicamente la voce mana, deriva da un accusativo latino manu(m) reso femminile *mana(m); anche nel toscano anticamente la mano fu mana.
9.Menà fuoco pe ll’uocchie(*) Ad litteram:Emettere fuoco da gli occhi; détto iperbolicamente di chi sia tanto irato, teso, ansioso, e si trovi perciò in uno stato di animosita, irritabilità, irrequietezza o isteria tale da sprigionare metaforico fuoco attraverso gli occhi.
fuoco s.vo neutro
1 l'insieme degli effetti di calore e di luce che, nella combustione, si manifestano con la fiamma;
2 (fig.) calore intenso (di febbre, di passione, di sentimento), ardore; voce dal lat. fŏcu(m)→fuoco con tipica dittongazione della vocale breve.
uocchie s.vo m.le pl. di uocchio = occhio, organo della vista, di costituzione e fisiologia diverse secondo il tipo di animale;voce dal lat. ŏcŭlu(m)→ ŏclu(m)→uocchio.
10.Menarse ‘a copp’abbascio(*) Ad litteram:Buttarsi giú dall’alto in basso Id est Suicidarsi precipitandosi dall’alto.
‘a coppa locuzione prepositiva ed avv.bio = da sopra/dall’alto formato dalla preposizione da→(d)a→’a e dal s.vo coppa che è da un acc.vo tardo lat. cuppa(m) per il cl. cupa(m) usato come parte invariabile.
abbascio avverbio = abbasso,in giú, di sotto, in basso
dalla loc. a basso, sul modello del fr. à bas; normale nel napoletano il fatto che la sibilante s scempia o doppia seguíta da vocale evolva nel gruppo palatale sci (cfr. súsia→sciúscia, coxa(m)→cossa(m)→coscia etc.)
11.Menarse dint’ê vvrache Ad litteram: buttarsi nelle imbracature. Id est rallentare il proprio ritmo lavorativo, lasciarsi prendere dalla pigrizia, procedendo a rilento, quando non addirittura con neghittosità.L'icastica espressione che suole riferirsi al lento agire soprattutto dei giovani, prende l'avvio dall'osservazione del modo di procedere di cavalli che quando sono stanchi, sogliono appoggiarsi con le natiche sui finimenti posteriori detti vrache s.vo f.le pl. di vraca =1 in primis braca, pantalone; 2per traslato imbracatura che serve ad imbracare le bestie segnatamente quelle da soma; voce dal lat. volg. braca(m)→vraca marcata su di una voce gallica.
12.Menarse dint’ê ccampane(*) Ad litteram:Gettarsi nelle campane Id est Far le viste di essere insordito,stordito, frastornato, chiamarsi fuori, dare ad intendere di non essere nelle condizioni di comprendere di cosa si stia parlando o che cosa occorra fare, evitare di farsi coinvolgere adducendo a scusante improvvisa debilitazione come chi gettatosi a ridosso di campane in funzione ne resti assordato, intontito e perciò fiaccato, stremato al segno di non poter esser chiamato in causa o all’azione.
dint’ê preposizione articolata che riproduce l’italiano nelle, per formarla nel napoletano si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in dal lat. dí intro→dint(r)o→dinto 'da dentro'); come ò già détto alibi e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle.
campane s.vo f.le pl. di campana = campana, strumento a forma di vaso rovesciato, solitamente di bronzo, che viene percosso da un battaglio appeso nell'interno o da un martello esterno; voce dal lat. tardo campana(m), da (vasa) campana, propr. '(vasi di bronzo) della Campania'
13.Menarse sott’â bbannera. (*) Ad litteram:Porsi sotto la bandiera (vittoriosa) Id estSchierarsi con il piú forte, salire sul carro del vincitore; in senso piú esteso cercare il proprio tornaconto scegliendo lo schieramento piú favorevole che non richieda eccessivo impegno e/o coraggio, ma che prospetti, con poco dispendio di energie, ottimi frutti. La locuzione in esame è talora sostituita con l’analoga Abbaccà cu chi vence che à una variante in Abbaccà addó vencelocuzione che ad litteram vale : Andare con chi vince e nella variante andare dove si vince
Tali locuzioni stigmatizzano piú di quella sub 13., il vile comportamento di chi per opportunismo pratico o morale è solito balzare sul carro del vincitore e colludere con lui; tale sport è - da sempre - lo sport tipico dell’italiano medio.
sott’â = sotto la locuzione prepositiva articolata formata dalla preposizione impropria sotto (dal lat. subtus, deriv. di sub 'sotto') addizionata della preposizione articolata â che corrisponde all’italiano alla in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘a cosí come alibi l’ ô corrisponde all’italiano allo/al in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘o ed infine l’ ê corrisponde all’italiano alle/ a gli/ai in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘e. Il fatto è che solo pochissimi poeti e/o scrittori napoletani ànno o ebbero dimestichezza con le crasi o si rifiutano/rifiutarono di usarle ritenendole troppo eleganti, di competenza dei solo addetti ai lavori e/o poco popolari e di difficile fruizione per il pubblico medio. A mio avviso è invece giusto ed opportuno che chi à qualche piccola competenza piú degli altri faccia proseliti, tirando le orecchie (se occorre) anche a Di Giacomo, Eduardo e soci, con buona pace di taluni intellettuali iconoclasti delle regole grammaticali d’antan!
Preciso che la necessità dell’uso della preposizione articolata dipende dal fatto che nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano).
bannera s.vo f.le 1 in primis bandiera, drappo, insegna, vessillo, banda 2 per estensione schiera, schieramento, drappello, fila, truppa, colonna, falange; voce adattamento locale (nd→nn/ié→è) di un provenz. di origine germanica bandiéra→bannèra,
abbaccà verbo intr.= andar con - colludere (con) deriva da un latino medioevale ad + vadicare frequentativo di vadere.secondo il seguente percorso morfologico ad-vadicare→ad-badicare→abba(di)care→abbaccare
In chiusura rammento che tutte le espressioni che qui ò contraddistinte con (*) sono attestate oltre che con il verbo menà/menarse anche con il verbo vuttà/vuttarse e tale
vuttà/vuttarse = buttare/buttarsi è analogo in tutte le accezioni al pregresso menà/menarse anche se il vuttà/vuttarse à un senso, un significato,un tono,un carattere piú marcatamente irruenti.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est.
Raffaele Bracale
martedì 28 gennaio 2014
VARIE 2842
1.TENÉ 'A SÀRACA DINT' Â SACCA
Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna.
2.NUN TENÉ VOCE 'NCAPITULO.
Letteralmente: non aver voce nel capitolo. Il capitolo della locuzione è il consesso capitolare dei canonaci della Cattedrale; solo ad alcuni di essi era riservato il diritto di voto e di intervento in una discussione. La locuzione sta a significare che colui a cui è rivolta l'espressione non à né l'autorità, né la capacità di esprimere pareri o farli valere, non contando nulla.
3.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE
Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che pur mancando degli elementi essenziali per fare alcunchè ci si erga ad ipercritico e spaccone, ottenendo quale risultato del proprio agire solo quello di infastidire e tediare il prossimo.
4.TENÉ 'E RRECCHIE PE FINIMENTO 'E CAPA.
Aver le orecchie quale guarnizione del capo. Détto per dileggio di chi sia tanto sordo da non udire alcunché.
5. TENÉ STAMPATO ‘NCUORPO nell’espressione: Te tengo stampato ‘ncuorpo!
Letteralmente Avere stampato nel corpo, nell’espressione: Ti porto stampato nel corpo! Détto iperbolicamente di cosa o piú spesso persona conosciuta quasi alla perfezione come se la cosa o persona di cui si parla fósse stata ricavata per calco sul/nel corpo di colui sulla cui bocca si coglie l’espressione in esame.Altrove per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto s’usa affermare sempre per iperbole: Te saccio pile pile che ad litteram è: Ti conosco pelo per pelo; id est: Di te non mi è ignoto nulla, mi sei ben noto, conosco perfino il numero dei tuoi peli e non mi potrai sorprendere mai.Ancóra alibi sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma in senso positivo s’usa dire: Te saccio comme a sette denaro appaiando alla piú importante,rilevante ed appetita carta del giuoco della scopa, un individuo che goda, nel bene, di vasta, significativa notorietà. Ed infine sempre per esprimere ad un dipresso il medesimo concetto, ma questa volta in senso negativo s’usa dire: Sî ccarta canusciuta che ad litteram è:Sei una carta ben nota, carta conosciuta; id est: Godi di pessima fama,ma non mi sorprenderai, sei facilmente riconoscibile, ogni tua azione è sempre ravvisabile, come lo è la carta segnata da un baro.
6.TENÉ 'A CÓRA ‘E PAGLIA.
Ad litteram: avere la coda di paglia. Lo si dice di chi, conscio di proprie manchevolezze, non avendo la coscienza pulita, si allarmi alla prima allusione sfavorevole, discolpandosi senza essere stato accusato apertamente, reagendo in maniera eccessiva a critiche o osservazioni anche larvate, nel timore che una sua ipotizzata, celata coda di paglia prenda fuoco. L’espressione nata in àmbito contadino à un’origine fiabesca. Si narra infatti che una giovane volpe era cascata disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda le rimase nella tagliola. La poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ne ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, da quel momento evitò di avvicinarsi alle stie.E come la volpe si dice si comporti chi avendo qualcosa da nascondere,eluda la compagnia del prossimo e se ne tenga fuori mostrandosi di sentirsi sempre chiamato in causa anche per rispondere di fatti o accadimenti di cui non sia accusato apertamente,sempre nel timore che venga palesato il suo celato difetto (coda di paglia).Di analoga portata e significato è l’espressione che segue:
7. TENÉ ‘O MARIUOLO ‘NCUORPO
Ad litteram: Avere il ladro (la magagna) nel corpo; id est: portare celata dentro di sé una propria colpa nel timore che appalesandola si possa essere ingiustamente accusato di manchevolezze analoghe.
8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘A SCIGNA
Ad litteram: Avere le bellezze di una scimmia; id est:comportarsi cosí come una scimma. Espressione ironica usata a dileggio di chi pensi di essere avvenente, ma che in realtà non lo è e tenti, con scarso successo di imitare chi in realtà lo sia, tentando di copiarne l’incedere o il proporsi comportandosi ad un dipresso come fa la scimmia (animale affatto bello) la cui avvenenza e /o simpatia consiste soltanto nel fatto ch’esso tenta di imitare le movenze dell’uomo.
bellizze s.vo m.le pl. e solo pl. = cose belle, le bellezze, le qualità di ciò che è bello (ma non in senso morale); il valore estetico delle cose; voce adattamento al m.le pl. dal lat. volg.neutro pl.inteso prima f.le e poi m.le bellitia
scigna s.vo f.le sg 1scimmia, nome generico di mammiferi superiori, per lo piú arboricoli, con quattro o due estremità prensili, dentatura completa, occhi frontali, arti anteriori piú lunghi dei posteriori; si distinguono in catarrine e platirrine (ord. Primati)
2 (fig.) persona brutta, dispettosa e maligna: è ‘na vera scigna! | fà ‘a scigna a quaccuno, imitarlo in quello che fa, che dice; scimmiottarlo | 3 ubriacatura, sbornia: pigliarse ‘na scigna; voce dal lat. simia→simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum→scemo) e mj→gn (come in ca(m)mjare→cagnà)
8. TENÉ ‘E BBELLIZZE D’ ‘O CIUCCIO Ad litteram: Avere le bellezze di un asino ; id est:non avere altra avvenenza che quella della giovinezza. Altra icastica e spressione ironica usata a dileggio di chi pensi di essere avvenente, ma che in realtà non lo è; a costui/costei si attribuisce un’unica grazia, quella della gioventú, la medesima che s’usa attribuire all’asino che (cfr. alibi) essendo animale da lavoro esprime, in termine di fatica, il meglio di sé soltanto quando è ancóra giovane e prestante e non ancóra stremato o ridotto a mal partito dal peso degli anni e dalla fatica (cfr. alibi: ‘o ciuccio ‘e Fechella).
9. PURE ‘E CUFFIATE VANNO ‘MPARAVISO
Anche i gabbati vanno in Paradiso
Locuzione proverbiale usata a mo’ di conforto dei corbellati per indurli ad esser pazienti e sopportare chi gratuitamente li affanna , atteso che anche per essi derisi ci sarà un gran premio: il Paradiso.
Cuffiate plurale di cuffiato =deriso, corbellato; etimol.: part.pass. di cuffià che è un denominale dell’arabo còffa=corbello.
10.PURE ‘E MMURE TENONO ‘E RRECCHIE
Anche i muri ànno orecchi
Fa d’uopo, quindi, se non si vuole far conoscere in giro le proprie idee o considerazioni usare, anche in casa un eloquio misurato e di basso volume evitando altresí di spettegolare o di dire cose pericolosamente compromettenti per sé o altri.
11. PURE LL’ONORE SO’ CCASTIGHE ‘E DDIO.
Anche gli onori sono castighi di Dio
Atteso che comportano comunque aggravio di lavoro ed aumento delle responsabilità.
12. PURE ‘NU CAUCIO ‘NCULO FA FÀ ‘NU PASSO ANNANTE
Anche un calcio in culo fa compiere un passo in avanti
Id est: per progredire nella vita, come nel lavoro, occorrono forti spinte, magari violente che vanno comunque accettate considerato i vantaggi che ne possono derivare.
13. PUR’IO TENGO ‘A MANO CU CINCHE DÉTE.
Anche io ò la mano con cinque dita.
Proverbio dalla duplice valenza; nella prima si adombra quasi un avvertimento minaccioso che significa: anche io sono dotato delle vostre medesime capacità operative,[comprese quelle di rubare] per cui fate attenzione a non misurarvi con me pensando di prevalere: potreste avere una brutta sorpresa! La seconda valenza sottindende una garbata protesta volendo significare: ò soltanto le vostre stesse capacità e/o possibilità; miracoli non ne posso fare: non chiedetemeli!
14. QUANNO ‘A CAPA PERDE ‘E SENZE SE NE STRAFOTTE PURE ‘E SUA ECCELLENZA!
Quando la testa perde il raziocinio se ne impipa anche di Sua Eccellenza
Id est: Quando, nella vita, si è in preda all’ira o alla follia non si à rispetto per nessuno, nemmeno per l’autorità.
15. QUANNO ‘A CUMETA ‘O VVO’, DALLE CUTTONE
Quando l’aquilone lo chiede, dagli spago
Al di là del suo concreto chiaro ed esatto significato, il proverbio vale:nella vita spesso è opportuno, se non necessario, assecondare le vanterie di chi si vanta ed è vanitoso, per tenerselo amico ed al fine di riceverne possibili futuri vantaggi.
16. QUANNO Â FEMMENA ‘O CULO LL’ABBALLA, SI NUN È PPUTTANA, DIAVULO FALLA!
Quando una donna ancheggia, se non è una meretrice ritienila tentatrice.
Le donne che sculettano o lo fanno di mestiere o provocatoriamente per trovar partito.
Brak
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