martedì 27 maggio 2014

VARIE 3910

1.A PPAVÀ E A MMURÍ, QUANNO CCHIÚ TTARDE SE PO’. A pagare e morire, quando piú tardi sia possibile! È la comoda filosofia e/o strategia del rimandare sine die due operazioni molto dolorose, nella speranza che un qualche accadimento intervenuto ce le faccia eludere. 2.'NA VOTA È PPRENA, 'NA VOTA ALLATTA, NUN 'A POZZO MAJE VÀTTE' Letteralmente:una volta è incinta, una volta dà latte, non la posso mai picchiare...Come si intuisce la locuzione era in origine usata nei confronti della donna. Oggi la si usa per significare la situazione di chi in generale non riesce mai a sfogare il proprio rancore e o rabbia a causa di continui e forse ingiustificati scrupoli di coscienza. Nota linguistica Vàtte’ è l’infinito apocopato di vatte(re), ma pur essendo apocopato mantiene il primitivo accento tonico e va dunque letto vàtte’ e non vattè come pure erroneamente fa qualcuno confondendosi con ciò accade per tutti gli altri infiniti del napoletano che pur apocopati si trascinano dietro l’accento tonico, risultando, anche graficamente, accentati sull’ultima sillaba.Nella fattispecie vàtte’ pur apocopato, à mantenuto necessariamente il primitivo accento tonico per consentire l’esatta rima tra allatta e vàtte’. 3.LÈVATE 'A MIEZO, FAMME FÀ 'O SPEZZIALE. Letteralmente: togliti di torno, lasciami fare lo speziale...Id est:lasciami lavorare in pace - Lo speziale era il farmacista, l'erborista, non il venditore di spezie. Sia l'erborista che il farmacista erano soliti approntare specialità galeniche nella cui preparazione era richiesta la massima attenzione poiché la minima disattenzione o distrazione generata da chi si intrattenesse a perder tempo nel negozio o laboratorio dello speziale avrebbe potuto procurar seri danni: con le dosi in farmacopea non si scherza! Oggi la locuzione è usata estensivamente nei confronti di chiunque intralci l'altrui lavoro in ispecie la si usa nei confronti di quelli (soprattutto incompetenti) che si affannano a dare consigli non richiesti sulla miglior maniera di portare avanti un'operazione qualsivoglia! 4. ARTICOLO QUINTO:CHI TÈNE 'MMANO À VINTO! La locuzione traduce quasi in forma di brocardo scherzoso il principio civilistico per cui il possesso vale titolo. Infatti chi tène 'mmano, possiede e non è tenuto a dimostrare il fondamento del titolo di proprietà.In nessuna pandetta giuridica esiste un siffatto articolo quinto, ma il popolo à trovato nel termine quinto una perfetta rima al participio vinto, prestito dell’italiano, perché – per il vero - in napoletano il part. pass. m.le di véncere è vinciuto e non vinto. 5.CU MMUONECE, PRIEVETE E CCANE, HÊ 'A STÀ SEMPE CU 'A MAZZA 'MMANO. Con monaci, preti e cani devi tener sempre un bastone fra le mani. Id est: ti devi sempre difendere.Sarcastico consiglio (appartenente alla antica cultura popolare)che accomuna tra i soggetti fastidiosi o pericolosi monaci, preti e cani: i primi due adusi ad elemosinare e/o chiedere offerte son fastidiosi o pericolosi per le poco fornite tasche e/o sostanze personali, i cani (soprattutto i randagi) attentano continuamente all’incolumità fisica, per cui occorre difendersi da tutti, magari ricorrendo alle maniere forti; rammento che un tempo (relativamente ai cani, soprattutto nelle chiesuole dei paesini rurali) vi fu un soggetto che addetto alle pulizie ed alla sorveglianza della chiesa,aveva anche il còmpito di scacciare i cani che entrassero in chiesa e tale mansione fece assegnare a tale individuo il nome di scaccino parola che poi successivamente divenne sinonimo di sagrestano/sacrista. 6. CHI FRAVECA E SFRAVECA, NUN PERDE MAJE TIEMPO. Chi fa e disfa, non perde mai tempo. L’ ironica locuzione da intendersi, chiaramente, in senso antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla. 7.'A SCIORTA D' 'O PIECORO: NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO... Letteralmente: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e morí squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna. 8. È FERNUTA 'A ZEZZENELLA! Letteralmente: È terminata - cioè s'è svuotata - la mammella. Id est: è finito il tempo delle vacche grasse, si appressano tempi grami! La voce zezzenella è un collaterale di zezzella ambedue diminutivi di zizza (=mammella) che viene per adattamento dall’ accusativo tardo latino *titta(m)= capezzolo forse attraverso una forma aggettivale tittja(m) dove il ttj intervocalico diede zz che influenzò anche la sillaba d’avvio ti→zi. . 9. È MMUORTO 'ALIFANTE! Letteralmente: È morto l'elefante! Id est: Scendi dal tuo cavallo bianco, è venuto meno il motivo del tuo sussiego, della tua importanza, non conti piú nulla. La locuzione, usata nei confronti di chi continua a darsi arie ed importanza pur essendo venute meno le ragioni di un suo inutile atteggiamento di comando e/o sussiego , si ricollega ad un fatto accaduto sotto il Re Carlo di Borbone al quale, nel 1742, il Sultano della Turchia regalò un elefante che venne esposto nei giardini reali e gli venne dato come guardiano un vecchio caporale che annetté al compito una grandissima importanza mantenendo un atteggiamento spocchioso per questo suo semplice compito. Morto l'elefante, il caporale continuò nel suo spocchioso atteggiamento e venne beffato dal popolo che, con il grido in epigrafe, gli voleva rammentare che non era piú tempo di darsi arie... 10. CHI SE FA PUNTONE, 'O CANE 'O PISCIA 'NCUOLLO... Letteralmente: chi si fa spigolo di muro, il cane gli minge addosso. È l'icastica e piú viva trasposizione dell'italiano: "Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia" e la locuzione è usata per sottolineare i troppo arrendevoli comportamenti di coloro che o per codardia o per ingenuità, non riescono a far valere la propria personalità, mostrandosi eccessivamente succubi e/o remissivi. 11.TRÒVATE CHIUSO E PIÉRDETE CHIST' ACCUNTO... Letteralmente: Tròvati [cioè mettiti nell’(errata)condizione di stare] chiuso perdendoti questo cliente... Locuzione ironica che si usa quando si voglia sottolineare e sconsigliare il cattivo mercato che si stia per compiere, avendo a che fare con un contrattante che dal negozio pretenderebbe solo vantaggi a danno dell' altro contraente. Accunto s. m. = cliente dal lat. adcognitus= molto conosciuto, la voce semanticamente si spiega con il fatto che chi è cliente frequentando continuamente una bottega finisce per essere molto noto e/o conosciuto. 12.È MMEGLIO A ESSERE PARENTE Ô FAZZULETTO CA Â COPPOLA. Conviene esser parente della donna piuttosto che dell' uomo. In effetti, formandosi una nuova famiglia, è tenuta maggiormente in considerazione la famiglia d'origine della sposa piuttosto che quella dello sposo. 13.OGNE STRUNZO TENE 'O FUMMO SUJO. Letteralmente: Ogni stronzo sprigiona un fumo. Id est:ogni sciocco à sempre modo di farsi notare 14.CUNSIGLIO 'E VORPE, RAMMAGGIO 'E GALLINE. Lett.:consiglio di volpi, danno di galline. Id est: Quando confabulano furbi o malintenzionati, ne deriva certamente un danno per i piú sciocchi o piú buoni. Per traslato: se parlottano tra di loro i superiori, gli inferiori ne subiranno le conseguenze. Il termine rammaggio, rotacizzazione del piú classico dammaggio, indica nell’idioma partenopeo il danno patito ed arrecato sia in senso materiale che morale. Per ciò che attiene la sua etimologia, una superficiale ipotesi fa risalire il termine al francese dommage di identico significato E sarebbe ipotesi accettabile se il vocabolo appartenesse alla schiera di vocaboli mutuati dal francese durante la dominazione murattiana..., ma poiché la parola dammaggio esiste già nel Cortese, nello Sgruttendio e nel Basile - scrittori operanti alcuni secoli prima della dominazione indicata, ecco che l’ipotesi è da scartare e bisogna accettare quella che piú verosimilmente fa risalire il vocabolo ad un termine del latino parlato e cioè a damnajjum a sua volta derivante da damnum con il suffisso ajjo→aggio di carattere rustico di contro al classico aeus→eo come avvenuto anche per scarafaggio - scarabeo. Nel termine damnajjum si è poi verificata la consueta assimilazione regressiva della enne con la antecedente emme e si è avuto dammaggio.Ed è questa l’ipotesi che storicamente è da ritenersi piú vicina alla realtà, salvo prova contraria... 15.CHIACCHIERE E TABBACCHERE 'E LIGNAMMO, Ô BBANCO NUN NE 'MPIGNAMMO. Letteralmente: chiacchiere e tabacchiere di legno non ne prendiamo in pegno al Banco. Il banco in questione era il Monte dei Pegni sorto a Napoli nel 1539 per combattere la piaga dell'usura. Da esso prese vita il Banco di Napoli, fiore all'occhiello di tutta l'economia meridionale, Banco che è durato sino all'anno 2000 quando, a completamento dell'opera iniziata nel 1860 da Cavour e Garibaldi e da casa Savoia, non è stato fagocitato dal piemontese Istituto bancario San Paolo di Torino e poi da Banca Intesa. La locuzione proclama la necessaria concretezza dei beni offerti in pegno, beni che non possono essere evanescenti come le parole o oggetti non preziosi. Per traslato l'espressione si usa nei confronti di chi vorrebbe offrirci in luogo di serie e conclamate azioni, improbabili e vacue promesse. 16.FEMMENE E GRAVUNE: STUTATE TÉGNONO E APPICCIATE CÒCENO. Letteralmente: donne e carboni (son sempre pericolosi): spenti tingono e accesi bruciano. Id est: quale che sia il loro stato, donne e carboni sono ugulmente perniciosi. 17.VENÍ ARMATO 'E PIETRA POMMECE, CUGLIE CUGLIE E FFIERRE 'E CAZETTE. Letteralmente: giungere munito di pietra pomice, aghi sottili e ferri(piú doppi)da calze ossia di tutto il necessario ed occorrente per portare a termine qualsivoglia operazione cui si sia stati chiamati. Id est: esser pronti alla bisogna, essere in condizione di attendere al richiesto in quanto armati degli strumenti adatti. 18.SIGNURE ‘E CARACÒ Letteralmente: signori di (scala a) chiocciola Icastica espressione usata un tempo a dileggio di quelle persone che facessero le viste d’essere di nobile prosapia laddove in realtà non lo erano risultando al contrario di bassa condizione civile, quando non addirittura dei meschini servitori. Per comprendere la portata dell’espressione bisogna por mente al fatto che con il termine caracò (adattamento dello spagnolo caracol= chiocciola) si intendeva la scala a chiocciola quella che negli antichi palazzi nobiliari metteva in comunicazione l’ultimo piano con il sottotetto, la soffitta (in napoletano suppigno [da un lat. volg. subpingiu-m con assimilazione bp→pp e metatesi ng→gn]); il sottotetto, la soffitta erano destinate ad accogliere suppellettili vecchie ed inutili nonché tutto ciò che dovesse essere sgomberato, funzioni cui era adibita la servitú per cui la scala a chiocciola, il caracò finí per essere di esclusiva competenza della servitú che, negli antichi palazzi nobiliari,occupava il primo o il secondo piano atteso che era dal terzo che principiava il piano nobile destinato alla nobiltà.Da tutto ciò si ricava chiaramente che con l’espressione Signure ‘e caracò si intendeva , canzonare, prendere in giro, motteggiare chi – essendo di bassa estrazione sociale – usasse darsi delle arie, un tono, un contegno da aristocratico, patrizio, blasonato. Brak

VARIE 3909

1. PARÉ 'O CARRO 'E BATTAGLINO. Letteralmente: sembra il carro di Battaglino. Id est: ogni mezzo di locomozione che sia stipato di vocianti viaggiatori si dice che sembra il carro di Battaglino; ugualmente ogni altra riunione di persone caotica, disordinata e confusa oltre che rumorosa si dice che sia simile ad un famoso carro che veniva usato a Napoli per una processione votiva della sera del sabato santo, processione promossa dalla Cappella della SS. Concezione a Montecalvario. Detta Cappella era stata fondata nel 1616 dal nobile Pompeo Battaglino; sul carro che dal nobile prese il nome, era portata in processione l'immagine della Madonna accompagnata da un gran numero di musici e cantori che però spesso producevano più rumori che suoni al segno che la loro musica fu detta: musica giappunese. In effetti i napoletani - abituati a ben altre armoniche melodie - così sogliono definire quelle accozzaglie di suoni e rumori in cui vengon coivolti strumenti musicali, ma che con la musica ànno ben poco da spartire. Quando ancora esisteva la magnifica festa di Piedigrotta, spesso a Napoli per la strada si potevano incontrare gruppetti di ragazzi che producevano una dissonante musica servendosi di particolari strumenti musicali quali: scetavajasse, triccabballacche, zerrizzerre e putipù.In ricordo di détto accadimento, oggi carro, ogni mezzo di locomozione che sia stipato di vocianti viaggiatori, o ogni riunione disordinata e chiassosa si dice che sembri il carro di Battaglino. 2.FATTÉLLA CU CHI È MMEGLIO 'E TE E FANCE 'E SPESE. Letteralmente: Frequenta chi è miglior di te e sopportane le spese. Il proverbio compendia la massima comportamentale secondo la quale le amicizie vanno scelte nell'ambito di persone che siano migliori di se stessi, soprattutto dal punto di vista morale... e bisogna coltivare questo tipo di amicizia anche se esso tipo comporta il doverci rimettere economicamente parlando. 3.I' FACCIO PERTOSE E TU GAVEGLIE. Letteralmente: io faccio buchi e tu cavicchi; id est: io faccio buchi e tu sistematicamente li turi, ossia mi remi contro. La locuzione è usata anche profferendone la sola prima parte e sottointendendo la seconda quando si voglia redarguire qualcuno che si adoperi a distruggere o vanificare l'operato di un altro e lo faccia non per ottenerne vantaggio, ma per il solo gusto di porre il bastone tra le ruote altrui. 4.'A MUSICA GIAPPUNESE. La musica giapponese. Cosí i napoletani - abituati a ben altre armoniche melodie - sogliono definire quelle accozzaglie di suoni e rumori in cui vengon coivolti strumenti musicali, ma che con la musica ànno ben poco da spartire. Quando ancora esisteva la magnifica festa di Piedigrotta, spesso a Napoli per la strada si potevano incontrare gruppetti di ragazzi che producevano una dissonante musica -detta: musica giapponese -servendosi di particolari strumenti musicali quali: scetavajasse, triccabballacche, zerrizzerre e putipú. 5.TE FACCIO SENTÍ MUNTEVERGINE CU TUTT''E CASTAGNE SPEZZATE. Letteralmente: Ti faccio sentire Montevergine con accompagnamento delle castagne frante. Espressione minacciosa con la quale si promette una violenta reazione ad azioni ritenute lesive; è costruita sul ricordo della gita fuori porta fatta il lunedí dell' angelo allorché interi quartieri solevano recarsi al santuario di Montevergine su carrozze trainate da cavalli bardati a festa. Il ritorno verso la città avveniva in una sarabanda di suoni e di canti corali portati allo strepito anche per i fumi dei vini consumati in gran copia; il vino era consumato per accompagnare il consumo di castagne secche ed infornate che erano vendute confezionate come grani di collane di spago che ogni cavallo si portava al collo come abbellimento. 6.FÀ SCENNERE 'NA COSA DA 'E CCOGLIE 'ABRAMO. Letteralmente: far discendere una cosa dai testicoli d'Abramo. Ruvida locuzione partenopea che a Napoli si usa a sapido commento delle azioni di chi si fa eccessivamente pregare prima di concedere al petente un quid sia esso un'opera o una cosa lasciando intendere che il quid richiesto sia di difficile ottenimento stante la augusta provenienza. Coglie = testicoli s,vo f.le pl. di coglia che è dal lat. volg. *colea(m) di identico significato. 7.CANTA CA TE FAJE CANONICO! Letteralmente: Canta ché diventerai canonico Id est: Urla piú forte ché avrai ragione Il proverbio intende sottolineare l'abitudine di tanti che in una discussione, non avendo serie argomentazioni da apportare alle proprie tesi, alzano il tono della voce ritenendo cosí di prevalere o convincere l'antagonista.Il proverbio rammenta i canonici della Cattedrale che son soliti cantare l'Ufficio divino con tonalità spesso elevate, per farsi udire da tutti i fedeli. 8.ARMAMMOCE E GGHIATE. Letteralmente: armiamoci, ma andate! Id est: Tirarsi indietro davanti al pericolo; come son soliti fari troppi comandanti, solerti nel dare ordini, ma mai disposti a muovere i passi verso il luogo della lotta; cosí soleva comportarsi il generale francese Manhès che inviato dal re Gioacchino Murat in Abruzzo a combattere i briganti inviò colà la truppa e restò a Napoli a bivaccare e non è dato sapere se raggiunse mai i suoi soldati. 9.A - CANE E CCANE NUN SE MOZZECANO B- CUOVERE E CUOVERE NUN SE CECANO LL'UOCCHIE. Letteralmente: A- cani e cani non si azzannano B- corvi e corvi non si accecano Ambedue i proverbi sottolineano lo spirito di corpo che esiste tra le bestie, per traslato i proverbi li si usa riferire anche agli uomini intendndo sottolineare che soprattutto persone di cattivo stampo non son solite farsi guerra, ma - al contrario - usano far causa comune in danno dei terzi. 10.CCA 'E PPEZZE E CCA 'O SAPONE. Letteralmente: Qui gli stracci e qui il sapone. Espressione che compendia l'avviso che non si fa credito e che al contrario a prestazione segue immediata controprestazione. Era usata temporibus illis a Napoli dai rigattieri che davano in cambio di abiti smessi o altre cianfrusaglie, del sapone per bucato e che perciò erano detti sapunare. 11.TENÉ 'A SÀRACA DINT' Â SACCA Letteralmente: tenere la salacca in tasca. Id est: mostrarsi impaziente e frettoloso alla stregua di chi abbia in tasca una maleodorante salacca (aringa)e sia impaziente di raggiungere un luogo dove possa liberarsi della scomoda compagna. 12.T'AGGI''A FÀ N'ASTECO ARETO A 'E RINE... Letteralmente Ti devo fare un solaio nella schiena.Id est: Devo percuoterti violentemente dietro le spalle. Per comprendere appieno la portata di questa grave minaccia contenuta nella locuzione in epigrafe, occorre sapere che per asteco a Napoli si intende il solaio di copertura delle case, solaio che anticamente era formato con abbondante lapillo vulcanico ammassato all'uopo e poi violentemente percosso con appositi martelli al fine di grandemente compattarlo e renderlo impermeabile alle infiltrazioni di acqua piovana. 13.OGNE ANNO DDIO 'O CUMANNA Letteralmente: una volta all'anno lo comanda Iddio. La locuzione partenopea traduce quasi quella latina: semel in anno licet insanire, anche se i napoletani con il loro proverbio chiamano in causa Dio ritenuto corresponsabile delle pazzie umane quale ordinante delle medesime. 14.PE GULÍO 'E LARDO, METTERE 'E DDETE 'NCULO A 'O PUORCO. Letteralmente: per desiderio di lardo, porre le mani nell'ano del porco. Id est: per appagare un desiderio esser pronto a qualsiasi cosa, anche ad azioni riprovevoli e che comunque non assicurano il raggiungimento dello scopo prefisso. La parola gulío= voglia, desiderio pressante non deriva dall'italiano gola essendo il gulío non espressamente lo smodato desiderio di cibo o bevande; piú esattamente la parola gulío è da riallacciarsi al greco boulomai=volere intensamente con consueta trasformazione della B greca nella napoletana G come avviene per es. anche con il latino dove àbeo è divenuto in napoletano aggio o come rabies divenuta raggia. 15.SCIORTA E MMOLE SPONTANO 'NA VOTA SOLA. Letteralmente:la fortuna ed i molari compaiono una sola volta. Id est: bisogna saper cogliere l'attimo fuggente e non lasciarsi sfuggire l'occasione propizia che - come i molari - spunta una sola volta e non si ripropone 16.LL'ARTE 'E TATA È MMEZA 'MPARATA. Letteralmente: l'arte del padre è appresa per metà. Con questa locuzione a Napoli si suole rammentare che spesso i figli che seguano il mestiere del genitore son favoriti rispetto a coloro che dovessero apprenderlo ex novo. Partendo da quanto affermato in epigrafe spesso però capita che taluni si vedano la strada spianata laddove invece al redde rationem mostrano di non aver appreso un bel nulla dal loro genitore e finisce che la locuzione nei riguardi di tali pessimi allievi debba essere intesa in senso ironico ed antifrastico. 17.OGNE GGHIUORNO È TALUORNO. Letteralmente: ogni giorno è una fastidiosa ripetizione; id est: insistere reiteramente su di uno stesso argomento, non può che procurar fastidio; con la frase in epigrafe a Napoli si cerca di dissuadere dal continuare chi perseveri nel parlare sempre dello stesso argomento, finendo per tediare oltremodo l'interlocutore. 18. ATTACCARSE Ê FELÍNIE. Letteralmente: appigliarsi alle ragnatele. Icastica locuzione usata a Napoli per identificare l'azione di chi in una discussione - non avendo solidi argomenti su cui poggiare il proprio ragionamento e perciò e le proprie pretese - si attacchi a pretesti o ragionamenti poco solidi, se non inconsistenti, simili -appunto - a delle evanescenti ragnatele. 19.JÍ FACENNO 'O GGIORGIO CUTUGNO. Letteralmente: andar facendo il Giorgio Cotugno. Id est: andare in giro bighellonando, facendo il bellimbusto, assumendo un'aria tracotante e guappesca alla stessa stregua di tal mitico Cotugno scolpito in tali atteggiamenti su di una tomba della chiesa di san Giorgio maggiore a Napoli. Con la locuzione in epigrafe il re Ferdinando II Borbone Napoli soleva apostrofare il duca Giovanni Del Balzo che era solito incedere con aria spavalda e tracotante anche davanti al proprio re. 20.'NCASÀ 'O CAPPIELLO DINT' Ê RRECCHIE. Letteralmente: calcare il cappello fin dentro alle orecchie ossia calcarlo in testa con tanta forza che il cappello con la sua tesa faccia quasi accartocciare i padiglioni auricolari. A Napoli, l'icastica espressione fotografa una situazione nella quale ci sia qualcuno che vessatoriamente, approfittando della ingenuità e disponibilità di un altro richieda a costui e talvolta ottenga prestazioni o pagamenti superiori al dovuto, costringendo - sia pure metaforicamente - il soccombente a portare un supposto cappello calcato in testa fin sulle orecchie. brak

VARIE 3908

1 -TENÉ 'A PAROLA SUPERCHIA Ad litteram: tenere la parola superflua. Detto di chi parli piú del dovuto o sia eccessivamente logorroico, ma anche di chi, saccente e suppunente, aggiunga sempre un' ultima inutile parola e nell'àmbito di un colloquio cerchi sempre di esprimere l'ultimo concetto, perdendo -come si dice - l'occasione di tacere - atteso che le sue parole non sono né conferenti, né utili o importanti, ma solo superflue. 2 -TENÉ 'A PÓVERA 'NCOPP' Ê RECCHIE Ad litteram: tenere la polvere sulle orecchie Icastica locuzione usata a Napoli per indicare chi sia o - solo - sembri, per la voce e/o le movenze, un diverso accreditato di avere le orecchie cosparse di una presunta polvere , richiamante quella piú preziosa, in quanto aurea ,che usavano gli antichi effeminati dignitarii messicani e/o peruviani cosí apparsi ai conquistatori ispanici. La locuzione in epigrafe, a Napoli viene riferita ad ogni tipo di diverso, sia al ricchione (sodomita attivo), che al femmeniello (sodomita passivo). 3 - TENÉ 'A PUZZA SOTT' Ô NASO Ad litteram: tenere il puzzo sotto il naso Detto di chi, borioso, tronfio e schizzinoso assuma un atteggiamento di ripulsa, quello di chi avendo un puzzo sotto il naso, non lo tollerasse. 4 TENÉ A UNO APPISO 'NCANNA o anche PURTÀ A UNO APPISO 'NCANNA Ad litteram: tenere uno appeso alla gola o anche portare uno appeso alla gola Locuzione dalla doppia valenza: positiva e negativa; in quella positiva si usa per significare di avere una spiccata preferenza per una persona, quasi portandola al collo a mo' di preziosa medaglia benedetta; nella valenza negativa la locuzione è usata per indicare una situazione completamente opposta a quella testé segnalata, quella cioé in cui una persona generi moti di repulsione e di fastidio a mo' di taluni pesanti, tronfi monili che messi al collo, finiscono per infastidire chi li porti.Chiarisco qui che per meglio determinare la valenza della locuzione, quella positiva è segnalata dall'uso del verbo purtà (portare), quella negativa dall'uso del verbo tené (tenere). 5 -TENÉ A CQUACCUNO APPISO ALL'URDEMO BUTTONE D''A VRACHETTA Ad litteram:tenere qualcuno appeso all'ultimo bottone della apertura anteriore dei calzoni. Id est: Avere e mostrare aperta repulsione nei confronti di qualcuno al segno di considerarlo fastidioso elemento da poter - figuratamente - sospendere, per vilipendio, all'estremo bottone della brachetta anteriore dei calzoni. 6 -TENÉ A CQUACCUNO 'NCOPP' Ê PPALLE Ad litteram:tenere qualcuno sui testicoli Id est: Cosí si esprime chi voglia fare intendere di nutrire profonda antipatia ed insofferenza nei confronti di qualcuno al segno di ritenerlo, sia pure figuratamente, assiso fastidiosamente sui propri testicoli. 7 -TENÉ 'A SARÀCA DINT' Â SACCA o anche TENÉ 'A QUAGLIA SOTTO Ad litteram:tenere la salacca in tasca o anche avere la quaglia sotto Icastiche locuzioni, usate alternativamente per indicare la medesima cosa e cioè: tentare inutilmente di nasconder qualcosa ; nel primo caso infatti è impossibile celare di avere in tasca una maleodorante salacca ; il suo puzzo l'appaleserebbe subito; nella variante è ugualmente improbo, se non impossibile nascondere di essere affetto da una corposa, voluminosa ernia (quaglia) inguinale . 8 -TENÉ 'A SCIORTA 'E CAZZETTA: JETTE A PISCIÀ E SE NE CADETTE Ad litteram:tenere il destino di Cazzetta: si dispose a mingere ed il pene cadde in terra. Divertente locuzione usata però a bocca amara da chi voglia significare di essere estremamente sfortunato e perseguitato da una sorte malevola al segno di non potersi iperbolicamente permettere neppure le piú normali funzioni fisiologiche, senza incorrere in gravi, irreparabili disavventure quali ad es. la perdita del pene. 9 -TENÉ 'A SCIORTA D''O PIECORO CA NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO Ad litteram:tenere il destino del montone che nacque becco e morí squartato. Locuzione che, come la precedente viene usata da chi si dolga del proprio infame destino, qui rapportato a quello del montone che nato cornuto (per traslato: tradito) finisce i suoi giorni ucciso. 10 -TENÉ 'A SALUTE D''A CARRAFA D''A ZECCA Ad litteram:tenere la salute (consistenza) della caraffa della Zecca. Id est: essere molto cagionevoli di salute al segno di poter essere figuratamente rapportati alla estrema fragilità della ampolla di sottilissimo vetro, (la cui capacità era di litri 0,727) ampolla che marcata, tarata e conservata presso la Regia Zecca Napoletana era la unica atta ad indicare la precisa quantità dei liquidi contenuti ed alla sua capacità dovevano uniformarsi le ampolle poste in commercio. . 11 -TENÉ 'A VOCCA SPORCA Ad litteram:tenere la bocca sporca Détto di chi, per abitudine parli facendo uso continuato ed immotivato di volgarità e/o parole sconce ed oscene al segno da restarne figuratamente con la bocca sporcata. 12 - TENÉ 'E CHIRCHIE ALLASCATE Ad litteram:tenere i cerchi allentati Detto di chi, vacillandogli la mente, sragioni o abbia vuoti di memoria, alla stregua di una botte che per essersi allentati i cerchi contentivi delle doghe, vacilla e perde il liquido contenuto. 13 -TENÉ 'E GGHIORDE Ad litteram:tenere la giarda Cosí ironicamente si usa dire di chi, pigro, infingardo e scansafatiche mostri di muoversi con studiata lentezza, tardo e dolente all'opera, quasi come i cavalli che affetti dalla giarda ne abbiano le giunture e il collo delle estremità ingrossati al punto da esserne impediti nei movimenti. 14 -TENÉ 'E LAPPESE A QUADRIGLIÈ P''A CAPA Letteralmente: Avere le matite a quadretti per la testa. Presa alla lettera la locuzione non significherebbe niente. In realtà lappese a quadrigliè è la corruzione dell'espressione latina lapis quadratum seu opus reticulatum diventata lapis quadrellatum (donde lappese a quadriglié) antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre piccole piramidi di tufo o altra pietra, facendone combaciare le facce laterali e tenendone la base rivolta verso l'esterno,ed il vertice verso l'interno, , per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente.Questa costruzione richiedeva notevole precisione, applicazione ed attenzione con conseguente sforzo mentale tale da procurare fastidio e ... mal di testa per la tensione ed il nervosismo, quelli che figuratamente sono indicati con la locuzione a margine.Ricorderò che erroneamente qualche scrittore di cose napoletane chiama in causa le matite o lapis propriamente detti, ed in particolare una pubblicità d'inizio del 20° secolo che mostrava una testa su cui erano conficcate a mo' di raggiera delle matite laccate a quadrettini neri e bianchi; ma atteso che la locuzione in epigrafe è molto antecedente all'epoca di quando furono commercializzate le matite( ca. 1790), ne discende che l'ipotesi è da scartare. 15 - TENÉ 'E PPALLE QUADRATE Ad litteram:tenere i testicoli quadrati. Icastico ed iperbolico modo di dire usato ad encomio di chi appaia nel proprio agire solerte, pronto ed attento, dotato di efficaci capacità mentali e/o operative attribuite all'inusuale quadratura dei suoi testicoli che risultano sia pure figuratamente non banalmente sferici, addirittura cubici richiamanti quella quadratura indice di facolttà mentali e/o operative superiori alla media. 16 -TENÉ 'E PECUNE Ad litteram:tenere i pichi Espressione che con valenza positiva viene riferita a coloro che sebbene giovani di età, si mostrino moralmente cresciuti, intelligenti e capaci di operare al di là del presagibile, quasi che non siano gli imberbi adolescenti che l'anagrafe dice, ma a mo' degli uccelli prossimi a metter le piume, mostrino di avere, figuratamente, sparsi per il corpo quei pichi propedeutici negli uccelli allo spuntar delle piume 17 -TENÉ 'E PAPPICE 'NCAPA Ad litteram:tenere i tonchi in testa Id est: sragionare, non connettere. Locuzione usata nei confronti di coloro che con parole o atti adducano nei rapporti interpersonali, ragionamenti non consoni, assurdi, sciocchi e pretestuosi, quasi fossero generati da teste i cui cervelli fossero assaliti e lesi nelle capacità raziocinanti dai tonchi quei minuscoli insetti che talora infestano i cereali in genere e la pasta in particolare. 18 - TENÉ 'E PPIGNE 'NCAPO Ad litteram:avere le pigne in testa. Locuzione di identica valenza della precedente, usata però quando si voglia intendere che la mancanza di raziocinio è ritenuta esser dovuta ad una ipotetica violenza subíta, come potrebbe esser quella di sentirsi cadere in testa i duri stròbili del pino. 19 -TENÉ 'E RRECCHIE 'E PULICANO Ad litteram:tenere le orecchie di pubblicano Locuzione dalla duplice valenza usata sia per indicare sia dotato di udito finissimo , sia - piú spesso - per indicare coloro che stiano sempre, con l'orecchio teso attenti ad ascoltare ciò che accade a loro intorno, vuoi per informarsi, vuoi per non lasciarsi cogliere impreparati, comportandosi alla medesima stregua degli antichi esattori pubblici: pubblicani di cui pulicano è corruzione, pronti ad ascoltar qualunque cosa venisse detta in giro sul conto di chiunque, per non lasciarsi sfuggire un eventuale contribuente. 20- TENÉ 'E RRECCHIE PE FINIMENTE 'E CAPA Ad litteram:tenere le orecchie per guarnimento della testa. Divertente locuzione di portata esattamente contraria alla precedente, che viene usata nei confronti di chi sia cosí duro d'orecchio da fare ritenere i loro padiglioni auricolari buoni solo per agghindare la testa. 21 -TENÉ FATTO A QUACCUNO Locuzione impossibile da tradurre ad litteram, usata da chi voglia fare intendere di avere completamente in pugno qualcuno, di tenerlo nella propria disponibilità, avendolo quasi plagiato. 22-TENÉ ARTETECA Ad litteram:stare in agitazione continua Detto soprattutto di ragazzi irrequieti, instabili e vivaci in perenne movimento, incapaci di star fermi in un luogo e adusi a stender le mani su tutto ciò che capiti nei loro pressi.La parola arteteca, etimologicamente viene da un tardo latino: arthritica con il significato nell'Italia meridionale di irrequietezza mentre nella restante parte dello stivale sta per artrite. 23 - TENÉ 'MMANO Ad litteram: tenere in mano id est: attendere, rimandare, procrastinare, quasi trattenendo nelle mani ciò che vorrebbe esser fatto súbito. 24 -TENÉ 'MPONT' Ê DDETE Ad litteram: tenere(qualcosa) sulla punta delle dita; id est: essere pienamente padrone d'un'arte o mestiere, conoscendone a menadito la strada ed i tempi da seguire per ottenere degni risultati. 25 -TENÉ 'NA PIONECA 'NCUOLLO Ad litteram: tenere una miseria addosso; id est: essere o ritenersi di essere perseguitati dalla malasorte , quasi vessati dalla sfortuna che si è quasi attaccata addosso a mo' di seconda pelle. 26 -TENÉ N' APPIETTO 'E CORE Ad litteram: avvertire una compressione toracica id est: trovarsi in uno stato di angoscia, essere ansiosi al punto di avvertire il cuore pulsare tachicardicamente nel petto, quasi comprimendosi contro la gabbia toracica. 27 -TENÉ 'NU CHIUVO 'NCAPA Ad litteram: tenere un chiodo in testa id est:avere un'idea fissa che preoccupa ed affanna tenuta per iperbole a mo' di chiodo confitto in testa. 28 -TENÉ 'NFRISCO A CQUACCUNO Ad litteram: tenere in fresco qualcuno id est: fare attendere qualcuno prima di provvedere ai suoi bisogni o desideri , oppure anche solo prima di prestargli ascolto, lasciarlo in sospeso, senza curarsene, come di un cibo che d'estate, prima d'esser consumato venga messo a refrigerare. 29 -TENÉ 'NU PÍSEMO 'NCOPP'Ô STOMMECO Ad litteram: tenere un peso sullo stomaco id est: avere la sgradevole sensazione di portare un peso sullo stomaco, peso rappresentato - per solito - da una grave contrarietà ricevuta e risultata metaforicamente indigesta, sí da avvertirne il relativo peso sullo stomaco. 30 -TENÉ 'O BBALLO 'E SAN VITO Ad litteram: essere affetto da còrea ed estensivamente essere o mostrarsi irrequieto ed instabile . 31 - TENÉ 'O CULO A BBUTTIGLIONE, A MMAPPATA, A PPURTERA, A MMANDULINO Ad litteram: avere il culo a forma di bottiglione, di pacco, di portiera, di mandolino. Cosí, in vario modo si suole alludere alle diverse configurazioni del fondoschiena femminile; la forma piú - diciamo - pregiata è ritenuta l'ultima: quella che arieggia la struttura del mandolino; le altre tre forme si riferiscono alla medesima sgraziata forma d’un fondoschiena eccessivamente vasto tale da potersi volta a volta raffigurare come un bottiglione (grossa bottiglia di grande capacità), o come una mappata ( ampio inviluppo di panni) o infine come una purtera (vasto sportello). 32 -TENÉ 'O CULO A TTRE PPACCHE Ad litteram: avere il culo a tre natiche Atteso che la cosa è anatomicamente impossibile, la locuzione è usata ironicamente, a mo' di dileggio di ognispocchioso, borioso saccente e supponente che si ritenga titolare di eccezionali doti e talenti fisici o morali che in realtà non esistono, come è inesistente un culo con tre natiche. 33 -TENÉ 'O CUORIO A PPESONE Ad litteram: avere le cuoia a pigione id est: essere costretti a vivere a rischio continuo, in modo precario, nelle mani della malasorte, in un clima di continua incertezza, come chi - non essendo proprietario di alloggio, sia costretto a prenderne uno in pigione al rischio di vedersi improvvisamente messo fuori dal proprietario. 34 -TENÉ 'O FFRÀCETO 'NCUORPO Ad litteram: avere il fradicio in corpo id est: portarsi dentro, tentando di non appalesarle, ingenti carenze intellettive o morali, o - piú spesso - pessime inclinazioni; va da sè che ci sia poco da fidarsi di chi abbia tali carenze o inclinazioni. 35 -TENÉ 'O PIZZO SANO E 'A SCELLA ROTTA Ad litteram: avere il becco integro e l'ala rotta Détto ironicamente di chi sia sempre pronto a prendere, ma accampi scuse per esimersi dal dare . Al di là del significato traslato, la locuzione si riferisce di per sé a chi sia sempre pronto a mangiare e restio a lavorare. 36 - TENÉ 'E PPEZZE Ad litteram: avere le pezze id est: essere ricco, disporre di molto danaro, atteso che qui il termine pezza non sta a significare: straccio,brandello di stoffa, ma - appunto - moneta; rammenterò che al tempo dei Borbone, nel Reame di Napoli la pezza era una ben identificata, grossa moneta d'argento detta anche piastra oppure piezzo janco del valore di ben 15 carlini pari a 654,75 lire italiane; l’essere in possesso di tante piastre o pezze era indice di grande ricchezza. 37 -TENÉ 'E FRUVOLE PAZZE 'INT' Ô MAZZO Ad litteram: avere le folgori pazze nel sedere Riferito soprattutto a ragazzi irrequieti e chiassosi, recalcitranti ai freni ritenuti titolari di folgori pazze (tipo di fuochi artificiali)allocate nel sedere, che con il loro scoppiettío, costringono i ragazzi a non stare fermi e ad agitarsi continuamente. 38 -TENÉ 'E SETTE VIZZIE D''A ROSAMARINA Ad litteram: avere i setti vizi del rosmarino Detto iperbolicamente di chi non sia ritenuto titolare di alcuna virtú, anzi - al contrario - di troppi vizi ; tra i quali sono considerati anche le eccessive voglie, i desideri, le richieste pressanti in ispecie quelle di taluni incontentabili ragazzi, ma anche di qualche adulto di sesso femminile. La pianta del rosmarino, arbusto aromatico che viene molto usato in cucina , ma anche sfruttato in erboristeria per la produzione di profumi, ed in farmacopea - per le sue capacità terapeutiche, è ritenuto però ricca di vizi, che se non sono sette come affermato nella locuzione in epigrafe, son comunque tanti: è pianta che brucia con difficoltà , fa molto fumo e poca fiamma e dunque non riscalda, quando brucia, contrariamente a ciò che avviene normalmente, putisce ed irrita fastidiosamente gli occhi con il suo fumo. 39 -TENÉ 'O SFUNNOLO Ad litteram: avere lo stomaco sfondato Detto iperbolicamente di chi sia cosí tanto vorace ed insaziabile da mangiare continuatamente ad immettendo tantissimo cibo nello stomaco, senza mai satollarsi, quasi che lo stomaco fosse sfondato e non fosse possibile riempirlo mai. 40 -TENÉ 'O STOMMACO 'MPIETTO E 'O VELLICULO Ô PIZZO SUJO. Ad litteram: avere lo stomaco nel petto e l'ombellico al suo (giusto) posto. Detto ironicamente di chi lamenti continui,gravi ma - in realtà -inesistenti malanni. brak

CHE SCIORTA! E CHE MAZZO!

CHE SCIORTA! E CHE MAZZO! Questa volta faccio sèguito ad una stimolante richiesta rivoltami dall’amica B.G. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi delle due icastiche espressioni esclamative partenopee in epigrafe usate ambedue alternativamente per sottolineare, con un malcelato senso d’invidia, la buona fortuna che accompagna talora l’esistenza altrui. Tale fortuna si sostanzia talvolta nella buona riuscita di uno o piú accadimenti che veda coinvolti gli invidiati. Le locuzioni vengono usate soprattutto quando gli invidiosi mettano a confronto analoghe situazioni che li abbiano visti protagonisti, ma che non abbiano avuto soluzioni positive,utili, feconde, favorevoli, vantaggiose o valide, quelle che al contrario son occorse a gli invidiati. Analizziamo singolarmente le espressioni: Che sciorta! Ad litteram: Che sorte! Id est: Che (gran, buona) fortuna (à avuto oppure ànno avuto colui/coloro)! Come si vede nella locuzione è sempre sottinteso l’aggettivo grande (granna) oppure buona (bbona) che accompagna il sostantivo f.le sciorta, s.vo che [con derivazione dal lat. sorte-m] vale destino, sorte, fortuna la cui valenza positiva (bbona sciorta) o negativa (mala sciorta) è indicata appunto dall’aggettivo che l’accompagna. Rammento che talvolta l’espressione a margine è usata sarcasticamente per autocommiserarsi ed in tal frangente va intesa in senso antifrastico: accidenti, che sventura mi è occorsa! E passiamo alla piú icastica ancorché becera: Che mazzo! che ad litteram vale: Che sedere, che fondoschiena! Anche questa locuzione, per essere intesa al meglio nel suo significato di invidioso commento alla buona fortuna altrui, dovrebbe vedere il sostantivo mazzo addizionato dell’ aggettivo rutto oppure scassato . Indico qui di sèguito la semantica dell’espressione e la ragione dell’opportunità di addizionarla dell’aggettivo rutto oppure scassato il tutto dopo d’aver ricordato che il s.vo.m.le mazzo di per sé in primis è l’ano e poi per sineddoche il culo, il sedere,il deretano, il complesso delle natiche e dell’ ano complesso che è tipico degli esseri umani e degli animali quadrupedi di grossa taglia; gli uccelli come il gallo (cfr. alibi) non son forniti di natiche, ma del solo ano; cionnonpertanto nella locuzione ‘a gallina fa ll’uovo e ô vallo ll’abbruscia ‘o mazzo esaminata altrove si preferisce mantenere la voce mazzo riferito al gallo, voce piú rapida e forse meno volgare di ‘o bbuco d’’o culo con cui in napoletano, accanto ad altre voci come fetillo,feticchio, taficchio, màfaro etc. si indica l’ano;etimologicamente la voce mazzo è dall’acc. lat. matia(m)=intestino e la voce femminile matiam è stata poi maschilizzata ed in luogo di dare mazza à dato mazzo;la maschilizzazione si rese necessaria per scongiurare la confusione tra un’eventuale mazza (ano) e la mazza (bastone) e si addivenne al maschile mazzo anche tenendo presente che nel napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie l’ano, per vasto che possa essere, è certamente piú piccolo d’ un bastone e dunque mazzo l’ano/il sedere e mazza il bastone. A margine di questa voce rammento che nel napoletano esiste un omofono ed omografo mazzo che vale però fascio (di fiori, ortaggi o carte da giuoco) ed à un diverso etimo derivando non dall’acc. lat. matia(m)=intestino , ma da un nom. lat. med. macĭus. Quanto alla semantica dell’espressione, essa è risalente addirittura alle teorie di Ippocrate di Cos o Kos (Coo, 460 a.C. circa – †Larissa, 377 a.C.) medico, geografo e aforista greco antico, considerato il padre della medicina il quale riportando un’elencazione di alcuni organi del corpo umano ritenuti sede di sentimenti e/o sensazioni rammentò che la memoria risiedesse nel cervello, l’amore nel cuore, il coraggio nel fegato e buon ultima la sorte, il destino nel fondoschiena e nell’inteso greco si ritenne che un sedere sodomizzato fósse titolare di piú ampia fortuna in quanto per i greci antichi la sodomia non fu onta subíta, ma veicolo per ottenere il favore dei facoltosi e dei potenti e pertanto fósse una comoda via per aggrandire la propria buona fortuna rappresentata da guadagni o favori ricevuti! Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amica B.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

VARIE 3907

1.SI 'A FATICA FÓSSE BBONA, 'A FACESSENO 'E PRIEVETE. Se il lavoro fosse una cosa buona lo farebbero i preti(che per solito non fanno niente). Nella considerazione popolare il ministero sacerdotale è ritenuto cosa che non implica lavoro. 2.AVIMMO CASSATO N' ATU RIGO 'A SOTT' Ô SUNETTO. Letteralmente: Abbiamo cancellato un altro verso dal sonetto, che - nella sua forma classica - conta appena 14 versi. Cioè: abbiamo ulteriormernte diminuito le nostre già esigue pretese. La frase è usata con senso di disappunto tutte le volte che mutano in peggio situazioni già di per sè non abbondanti... 3.HÊ VIPPETO VINO A UNA RECCHIA. Ài bevuto vino ad una orecchia - Ossia vino scadente che fa reclinare la testa da un lato. Pare, nell’inteso comune che il vino buono sia quello che faccia reclinare la testa in avanti. L’espressione è usata per sottolineare i pessimi risultati di chi à agito dopo di aver bevuto vino scadente. 4.PURTÀ 'E FIERRE A SANT' ALOJA. Recare i ferri a Sant'Eligio. Alla chiesa di sant'Eligio i vetturini da nolo solevano portare, per ringraziamento, i ferri dismessi dei cavalli ormai fuori servizio.Per traslato l'espressione si usa con riferimento furbesco agli uomini che per raggiunti limiti di età, non possono piú permettersi divagazioni sessuali... 5.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE ‘NU PURTONE O 'NA FENESTA. Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portone o una finestra - Cioè: ti dà sempre una via di scampo 6.NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E SFOTTERE Ô BARBIERE Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si erge ad ipercritico e spaccone. 7.È GGHIUTO 'O CASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA. E' finito il cacio sotto e i maccheroni al di sopra. Cioè: si è rivoltato il mondo. 8.À FATTO MARENNA A SSARACHIELLE. À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa. 9...SO' GGHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:temporibus illis i preti erano costretti a giocare indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco determinando un procedere caotico. L’icastica espressione è usata a commento di situazioni in cui regnino disordine, baraonda, scompiglio, soqquadro. 10.NUN VULÈ NÈ TTIRÀ, NÈ SCURTECÀ... Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità,rifuggere da ogni impegno come accadeva con taluni operai conciatori di pelle quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla loro scuoiatura. 11.ACCUNCIARSE QUATT' OVE DINTO A 'NU PIATTO. Sistemarsi quattro uova in un piatto - cioè:assicurarsi una comoda rendita di posizione, magari a danno di altra persona (per solito la porzione canonica di uova è in numero di due...). 12.FARSE 'NU PURPETIELLO. Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua. 13.JÍ A PPÈRE 'E CHIUMMO. Andare con i piedi di piombo - Cioè: con attenzione e cautela. Quasi si calzassero scarpe da palombaro appesantite da suole di piombo che costringessero a procedere lentamente. 14.TENÉ'A SCIORTA 'E MARIA VRENNA. Avere la sorte di Maria di Brienne - Cioè:perder tutti propri beni ed autorità come accadde a Maria di Brienne sfortunata consorte di Ladislao di Durazzo, ridotta alla miseria alla morte del coniuge (1414) dalla di lui sorella Giovanna II che,succedutagli sul trono, si impossessò di tutti i beni, anche di quelli personali della vedova di Ladislao la quale fu esautorata in tutto, privandola del prestigio, della stima, del credito,della considerazione prestigio,nonché delle competenze precedentemente esercitate. Brak

OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI

OSTERIA, BETTOLA, TRATTORIA & DINTORNI Questa volta su suggerimento/richiesta dell’amico E. V. amico di cui, al solito, (per questione di riservatezza) mi limito ad indicare le iniziali di nome e cognome, prendo in esame le voci italiane in epigrafe altre omologhe, e le corrispondenti del napoletano con una parte di quelle collegate. Cominciamo con Osteria s.vo f.le 1 locale pubblico dove si servono vino e altre bevande e, spesso, anche pasti alla buona; 2 (ant.) locanda, albergo; è un locale gestito da un oste o una ostessa ed etimologicamente la voce a margine deriva appunto dal fr. ant. oste (mod. hôte), che continua il lat. (h)os(pi)te(m) 'chi dà o riceve ospitalità'; a margine della voce osteria mi piace ricordare l’espressione Fare i cónti senza l’oste espressione di cui ò già detto ad abundatiam alibi. Al suo proposito mi son sempre chiesto perché mai nell'immaginario comune si mettano in relazione ipotetici cónti con un ancóra piú ipotetico oste (titolare cioè di una mescita di vini o di un’osteria/trattoria); la mia idea è che in realtà l'oste richiamato non sia esattamente un padrone di taverna, ma con ogni probabilità la parola oste richiamata nell’espressione altro non sia che la corruzione e volgarizzazione non di hospitem, ma del latino hoste-m (nemico) per cui l'espressione risulterebbe piú acconciamente recitare: fare i conti senza il nemico! e significherebbe che [quale che siano i cónti o quale che sia un ipotetico nemico] da esso non si possa o debba prescindere e bisognerebbe tenerlo in piú alta considerazione nella valutazione delle possibilità di riuscita di un accadimento cui ci si dedicasse, risultando sciocco ed erroneo prescindere dall'attiva presenza d'un probabile nemico. Reputo che lètta cosí l'espressione sia o possa essere un po' piú valida di quella che fa riferimento ad un ipotetico taverniere. Proseguiamo e passiamo ad altre voci: trattoria s.vo f. locale pubblico, di scarsa eleganza, dove si consumano pasti a pagamento: mangiare in trattoria; una trattoria rustica: è un locale gestito da un trattore (dal fr. traiteur, deriv. di traiter 'trattare') donde etimologicamente la voce a margine; béttola, s.vo f. osteria di infimo ordine; taverna: linguaggio, discorsi da béttola, volgari. etimologicamente la voce a margine vien collegata (D.E.I.) al participio passato bibitus del verbo bibere oppure ad una forma piú elaborata del s.vo bàita=capanna, piccola costruzione di sassi o di legno, usata come ricovero in alta montagna.(quanto all’etimo questa bàita è forse voce connessa con l'ant. alto ted. Wahta 'guardia'); ora per quanto si possa arzigogolare,e metterci buona volontà non mi riesce in alcun modo di cogliere il nesso semantico tra una capanna, piccola costruzione di sassi o di legno, usata come ricovero in alta montagna ed un locale, sia pure di infimo ordine, destinato alla mescita di vini o alla consumazione di pasti alla buona; no, no; etimologicamente mi appare decisamente migliore la strada che parte da bibitus→bibtus→bittus + ola (suff. diminutivo)e perviene a bittola→ bettola; locanda. s.vo f. ; taverna ed albergo economico, di modesto livello; trattoria con alloggio. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dalla locuzione latina(sunt) locanda (ci)(sono) (stanze) da affittare' (gerundivo f. di locare 'affittare'), scritta un tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale locanda fu poi inteso femminile sg. Esaminate le voci dell’italiano, passiamo a quelle del napoletano, cominciando con una voce passata anche nel lessico della lingua ufficiale: Taverna s.vo f.le 1 (ant.) bottega, 2 osteria, béttola di infimo ordine, 3 trattoria popolare. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dal lat. taberna(m) 'osteria, magazzino'; A proposito della voce a margine rammento i seguenti versi di un’ iscrizione posta sulla porta della taverna del Cerriglio(sec.XVII-XVIII): : Magnammo, amice mieje, e ppo vevimmo nfino ca nce sta ll'uoglio a la lucerna: Chi sa’ si all'auto munno nce vedimmo! Chi sa’ si all'auto munno nc'è taverna! (Mangiamo, amici miei e beviamo finchè c’è olio nella lampada (id est: finchè siamo in vita) chissà se all’altro mondo ci vedremo, chissà se all’altro mondo esisterà una bettola (dove sbevazzare…). La taverna del Cerriglio fu la piú famosa osteria, béttola di infimo ordine napoletana ubicata in zona porto nei secc. XVII – XVIII e s’ebbe il nome di Cerriglio perché nella zona dove si trovava la suddetta taverna esisteva un folto gruppo di querce (in napoletano la quercia è détta: cerriglio dal lat. cerrum→cerrillu(m)→cerriglio ) e con tale spiegazione (cfr. I.Doria) ci si libera per sempre anche delle fantasiose postulazioni del Basile (cerriglio= apportatrice di gioia (???n.d.r.)), del Celano (cerriglio= soprannome(???n.d.r.) dell’oste gestore della taverna , del D’Ambra (cerriglio= ciuffo dei bravi(???n.d.r.) idea derivata dalla pretesa che détta taverna fosse frequentata da gente di malaffare e non da onesti lavoratori portuali ), e del Croce che si inventò gratuitamente un corrillerus→cerriglio = furfanti che frequentavano la taverna. Cantina s. f. 1 stanza o insieme di stanze, di solito interrate o seminterrate, dove si produce o si conserva il vino; per estens., locale nello scantinato di un edificio | cantina sociale, cooperativa che cura la vinificazione delle uve di diversi produttori (soci) | scennere dint’ â cantina, nel gergo teatrale, calare di tono nel recitare o nel cantare. 2 (fig.) luogo umido e buio, 3 bottega o locale in cui si vende o si consuma vino al minuto e talvolta frugali pasti da cucina familiare. Quanto all’etimo si tratta di voce derivata dal lat. canthus=angolo appartato + il suff. ina da inus; Lucanna s.vo f. locanda, albergo economico, di modesto livello; trattoria con alloggio, alloggio di fortuna; etimologicamente come per l’italiano dalla locuzione lat. (sunt) locanda '(ci)(sono) (stanze) da affittare' (gerundivo f. di lŏcare 'affittare'), scritta presente un tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale locanda fu poi inteso femminile sg. ; normale, nel napoletano l’assimilazione progressiva nd→nn; è invece un’eccezione il passaggio della ŏ ad u.Una delle piú note espressioni usate a Napoli per indicare una trattoria con alloggio di modestissimo livello fu ‘a lucanna ‘e capo e ccora (la locanda di testa e coda) che non indicò una determinata ben precisa locanda, ma fu espressione usata per indicare ogni albergo economico, di modestissimo livello; una trattoria di scarsissimo tenore con alloggio di fortuna tanto rabberciato che i clienti erano o fossero costretti iperbolicamente a dormire in due per ogni lettuccio (non matrimoniale) sistemandosi l’uno accanto all’altro, ma in posizione inversa con la testa dell’uno quasi a contatto con i piedi dell’altro; strazzúllo/strazzulíllo s.vo m. 1 in primis lo strazzúllo è una cella carceraria per l’isolamento dei carcerati pericolosi e poi, per ampliamento semantico, anche un’abitazione piccola, malmessa,sporca e disordinata. 2 il diminutivo strazzulíllo è usato per indicare un generico piccolo e malmesso locale, generalmente periferico,posto su strade di campagna o fuori mano usato come bettola , o talvolta come albergo economico, di modestissimo livello; o come trattoria dove si servono frugali, ma spesso gustosi pasti da cucina economica/familiare; etimologicamente sia strazzúllo, che ovviamente il diminutivo strazzulíllo sono, per adattamento, continuazione del lat. statio nom., 'sosta, fermata', deriv. di stare 'stare'; nel caso di strazzúllo si è partiti da statio ampliato poi attraverso l’epentesi della r + il suff. diminutivo tonico úllo: statio→strazzo→strazzúllo; per giungere a strazzulillo alla voce strazzúllo si è aggiunto un secondo suff. diminutivo tonico íllo rendendo scempia la geminata ll di ullo. Rammento ora alcune voci napoletane relative a quelle fin qui trattate; abbiamo: - bancone accrescitivo di banco mobile spesso a forma di sedile, generalmente in legno, di varia foggia e con vari complementi a seconda degli usi a cui è destinato; ( etimologicamente dal tedesco bank) tali mobili, spessissimo alti e con ripiani marmorei sono usati nei negozî (osterie, cantine, taverne etc.) ,e/o altri negozî in ispecie di generi alimentari per servir le merci agli avventori, ed un tempo furono usati al medesimo scopo anche nei mercati rionali ed ivi erano collocati non in un negozio, ma sulla pubblica strada, offrendo di notte un comodo riparo a chi non avesse dove piú acconciamente alloggiare; - taffiatorio di per sé lauta e sontuosa mangiata e bevuta, ma anche restrittivamente lunga ed eccessiva bevuta; la voce etimologicamente risulta essere un deverbale di taffià/are verbo che fu anche nell’antico italiano con probabile origine o da una non meglio chiarita o attestata voce espressiva *taf (cosí il D.E.I.) ma a mio avviso, sulle orme del Pianigiani, reputo che si possa pensare con molta probabilità al latino tabula attraverso un verbo*tabulare→tablare→taflare→taffiare =mangiare o bere ingordamente ed abbondantemente; oltre la voce a margine il verbo taffià generò anche il sostantivo taffio= pasto; - lampa di per sé fiamma, ma anche estensivamente lampada, lume ed altrove pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; spesso è usata figuratamente per significare la vita ed il suo durare; etimologicamente dal nom. sing. del latino lamp(s)-lampa(dis); - lucerna di per sé lucerna, lampada, ma anche estensivamente generico lume ed altrove (usato impropriamente al posto di lampa) pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; spesso, come nel caso dell’iscrizione menzionata sta figuratamente per significare la vita ed il suo durare; etimologicamente dal lat. tardo lucerna(m), derivata di lux- lucis 'luce'; - cisto/scisto letteralmente petrolio, ma usato nell’ambito del béttole etc. per traslato furbesco vale vino; etimologicamente la voce cisto che alcuni, ma non so se piú acconciamente, usano scrivere scisto ipotizzando buona una derivazione etimologica dal latino schistu(m) che è dal greco skhistós del verbo skìzein = dividere, ma (se si eccettua un tenue legame con la voce toscana scisto di uguale etimo e che identifica una roccia metamorfica che contiene minerali lamellari o fibrosi disposti in piani paralleli e che perciò si sfalda, si divide facilmente e dalla quale, forse scaturisce il petrolio),francamente non riesco a cogliere il nesso semantico tra il petrolio ed il verbo dividere! per cui penso che sia piú percorribile, quanto all’etimo, la strada che unisce cisto, ( scritto perciò senza alcuna s d’avvio) , all’aggettivo croato cist = netto, pulito atteso che un tempo il petrolio fu usato ed ancora talvolta lo è, oltre che quale fonte d’illuminazione, anche come liquido smacchiante e/o detergente. - carsèlla o talvolta, con assimilazione espressiva popolare cassella letteralmente lume a petrolio, ma usato nell’ambito del béttole, taverne etc. per traslato furbesco, messo in relazione a cisto vale stomaco ed estensivamente testa, persona; voce derivata dal nome di Bertrand-Guillaume Carcel - orologiaio francese (ca. 1750-1812), inventore di un tipico lume ad olio di colza poi a petrolio usata normalmente per illuminazione domestica tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800. Ordunque nelle béttole, taverne e/o cantine accanto a votte, varrile, carratielle e damigiane sistemati in terra lungo le pareti limitrofe dei locali, sui tavoli ad uso degli avventori si incontravano butteglie, bicchiere, fiasche, carrafe,chiacchiaresse e perette. Esaminiamo le singoli voci: - vótta s.vo f. (pl. /e)= botte s. f. recipiente di legno (di gran capacità: ca 200 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due fondi (tumpagne dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella di un cilindro ma... panciuta; serve per la conservazione e il trasporto di liquidi (specialmente vino), o anche di pesci salati, olive e prodotti simili; l’etimo è dal tardo lat. butte(m); - varrile s.vo m. = barile recipiente di legno (di media capacità: ca 45,5 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due piccoli fondi (tumpagnelle diminutivo di tumpagno che è dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella di un cilindro leggermente panciuto; serve per la conservazione e il trasporto di liquidi (specialmente vino), o anche di pesci salati, olive e prodotti simili; l’etimo è un adattamento metaplasmatico dello spagnolo barral se non del fr. barrique; carratiello s.vo m. = piccola botte piú lunga che larga, recipiente di legno (di media- bassa capacità: ca 35 litri) fatto di doghe arcuate e piú strette alle estremità, tenute unite da cerchi di ferro, chiuso con due piccoli fondi (tumpagnielle pl di tumpagniello diminutivo di tumpagno che è dal lat.tympanium marcato sul greco tympànion) per cui à forma simile a quella del barile, ma meno lunga e leggermente piú panciuta; serve per la conservazione e il trasporto di vino (e spesso vino squisito o liquori) etimologicamente carratiello è voce diminutiva del b. lat carrata 'botte che si trasporta col carro'; damiggiana s. f. recipiente di vetro di contenuta capacità: (ca 25 litri) per contenere liquidi (spec. olio e vino), a forma di grosso fiasco, con collo corto e stretto e corpo molto largo rivestito di vimini, plastica o altro materiale. Etimologicamente si sospetta una derivazione dal fr. dame-jeanne, probabilmente da una voce provenzale interpretata come composta di dame 'signora' e Jeanne 'Giovanna'; ma a mio avviso questa riportata appare piú una paretimologia a carattere popolare che un’etimologia scientificamente attestata; è certamente migliore l’idea che fa risalire la voce all’arabo damagan = recipiente (quantunque ddi creta) in uso nella città persiana Damagan nel Tabaristan. Esauriti i recipienti posti in terra passiamo a quelli posti sui tavoli ad uso degli avventori; abbiamo: - butteglia = bottiglia : dal latino bu(t)ticula diminutivo di buttis= vaso, botte ma attraverso un francese bouteille, piú che da uno spagnolo botilla bbicchiere : s. m. 1 piccolo recipiente di svariate forme e dimensioni usato per bere: bicchiere da acqua, da vino, a calice; bicchiere di vetro, di cristallo, di plastica, di carta, d'alluminio, di terracotta; levare il bicchiere, brindare; il bicchiere della staffa, quello che si prende prima di congedarsi (si beveva, una volta, nel salire a cavallo) | bere un bicchiere di troppo, ubriacarsi | come bere un bicchiere d'acqua, facilissimo | affogare in un bicchiere d'acqua, (fig.) arrestarsi al primo ostacolo, perdersi per un nonnulla | tempesta in un bicchiere d'acqua, (fig.) evento che è risultato molto meno grave del previsto | fondo di bicchiere, (fig.) diamante falso 2 (estens.) la quantità di liquido contenuta in un bicchiere: bere un bicchiere (di vino). etimologicamente da un latino: bicarium che è da un greco bíkos= piccolo vaso per bere; fiasche plurale di fiasco s. m. [pl. -schi] 1 recipiente di vetro rivestito di paglia o di plastica, panciuto in basso e sottile al collo: ll’aglianeco se venneva dint’ô fiasco (l’aglianico si vendeva nel fiasco) | (estens.) il liquido che esso contiene: bere un fiasco di vino. 2 (fig.) esito negativo, insuccesso: lo spettacolo, il romanzo è stato un fiasco; fare fiasco, non riuscire, fallire in qualcosa. che etimologicamente è da un basso latino: vasculum diminutivo di vas passando per vasc’lo→ vlasco→ flasco→ fiasco; l’accezione sub 2 della voce fiasco si fa risalire ad una disavventura occorsa verso la fine del 1600 ad un celebre attore bolognese, tale Domenico Biancolelli detto Dominique (Bologna, 1636 †Parigi, 1688) attore italiano che recitava come Arlecchino; Biancolelli esibendosi in quel di Firenze, una sera si cimentò in un monologo con versi improvvisati rivolgendosi ad un fiasco che teneva in mano.I versi però non piacquero ed il pubblico sommerse di fischi il povero Arlecchino. Partendo da tale grosso insuccesso, da quella volta si adottò nel linguaggio comune l'espressione " fare fiasco" che dapprima fu limitata ai soli spettacoli teatrali e poi allargata anche ad ogni altro tipo d'insuccesso. chiacchiaressa s.vo f. recipiente di vetro di modesta capacità: (ca 10 litri) per contenere liquidi (specialmente vino),di forma sferica, ma a fondo piatto, provvisto di piccola impugnatura ad anello insistente sul corto collo, provvisto di larga bocca dalla quale il vino viene fuori quasi gorgogliando, producendo,cioè , quel tipico rumore (chià-chià) simile ad un borbottío donde se ne è ricavato il nome, quantunque aggiungendo allo chiacchiar onomatopeico uno strano, non chiarito né spiegabile suffisso dispregiativo femminile essa che continua al femminile il maschile asso corrispondente allo accio dell’italiano (cfr. Michelasso del napoletano ed il corrispondente Michelaccio dell’italiano); peretto ed il plurale’e perette: caraffe vitree senza manico di varia capacità (dai 2 litri al quarto di litro) in cui si versava e talvolta ancóra si versa il vino per servirlo in tavola : etimologicamente per alcuni da ricollegarsi a pera di cui ricalcherebbe vagamente la forma; la cosa poco mi convince, e non prendo per buono quella che piú che una etimologia, mi appare una frettolosa paretimologia, ed atteso che a mia memoria ‘e perette ch’io conobbi non somigliarono, né ancóra somigliano ad una pera, né dritta, né capovolta, risultando invece essere dei cilindrici vasi vitrei (e solamente vitrei) che per tutta la loro altezza mantenevano e mantengono il medesimo passo e solo verso l’alto presentavano e presentano una contenuta strozzatura che costringeva e costringe il vaso a slargarsi in una imboccatura svasata,ecco che quanto all’etimologia, penso che piú che alla forma ci si debba riferire al materiale ed al modo d’apparire d’essi perette che essendo (come ò detto) di terso e scintillante vetro (non esistono, né esistettero perette in coccio o porcellana…) penso ch’essi trassero il loro nome dall’antico alto tedesco perhat= chiaro, splendente, trasparente cosí come i perette furono e sono; carrafe : piú ampie – rispetto ai perette – caraffe usate solitamente per servire in tavola l’acqua da bere e talora il vino : etimologicamente dall’arabo garafa=vaso per attingere; giarre : vasi vitrei bassi e panciuti, provvisti di manico, vasi usati per bere birra o altre bevande fermentate, etimologicamente dall’arabo djarrah attraverso lo spagnolo jarra. Tutti i recipienti usati nelle bettole e/o osteri, cantine etc, per servire a gli avventori il vino o altre bevande furono détti onnicomprensivamente ‘o bbrito letteralmente il vetro ma per metonimia bicchieri, caraffe,ed ogni altro contenitore usato per la mescita; la voce brito etimologicamente è una lettura metatetica con tipica alternanza partenopea v/b (cfr. bocca/vocca- varca/barca etc.) del lat.vitru(m)→vritu(m)→britu(m)→brito. In coda a quanto détto rammento due tipiche locuzioni partenopee che chiamano in causa gli argomenti trattati: 1) Levàte ‘o bbrito. Ad litteram: Togliete il vetro id est: Raccogliete e mettete via i bicchieri, le caraffe, i peretti, le giarre etc. usati dai clienti in quanto la giornata è finita e la mescita chiude.Secco comando che gli osti solevano dare ai garzoni nell’approssimarsi dell’ora di chiusura dell’osteria, affinché raccogliessero e lavassero i contenitori usati dagli avventori, che - a quel comando dato dall’oste ai garzoni - capivano che dovevano abbandonare il locale; per traslato oggi la locuzione è usata ogni qualvolta si voglia fare intendere che il tempo corre e ci si approssima alla fine della giornata lavorativa oppure alla fine del lasso di tempo concesso per dar corso ad una qualunque operazione intrapresa e quindi occorre affrettarsi se la si vuole completare adeguatamente. Raffaele Petra, marchese di Caccavone (Napoli 1798 - † ivi 1873) usò nell’espressione in esame in un breve, ma denso epigramma/ sorta di testamento spirituale per indicare che ormai era presso alla fine dei suoi giorni: I lumi omai son spenti, lo sciacquitto è finito. Salute ai rimanenti! Guagliú, levate 'o bbrito! 2) Fà dint’ â capa ‘e morte. Ad litteram: Fare nel teschio. Id est: bere vino copiosamente, attingendone ad un vitreo sferico recipiente, detto popolarmente capa ‘e morte ( teschio ) o anche chiacchiaressa (colei che parlotta); la prima accezione risale probabilmente alla leggenda di Rosmunda costretta da suo marito Alboino ( Verona 526, † ivi 572) a bere nel teschio del padre Cunimondo ucciso dallo stesso Alboino; la seconda accezione si riferisce, come ò già chiarito, al fatto che il recipiente di vetro è provvisto di larga bocca dalla quale il vino viene fuori gorgogliando, producendo,cioè , quel tipico rumore simile ad un borbottio. Giunti a questo punto evito di porre altra carne al fuoco con il dire ad es. di altre voci concernenenti cantine, locande trattorie etc. e mi fermo sperando di aver contentato l’amico E.V. qualcuno dei miei ventiquattro lettori o chi, per caso, dovesse leggere queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

VARIE 3906

1.CHI TÈNE MALI CCEREVELLE, TÈNE BBONI CCOSCE... Chi à cattivo cervello, deve avere buone gambe, per sopperire con il moto alle dimenticanze o agli sbagli derivanti dal proprio cattivo intendere. 2.METTERE 'O PPEPE 'NCULO Â ZÒCCOLA. Letteralmente:introdurre pepe nell’ano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora ci si serviva in primis, come mezzo di trasporto, delle navi , capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci, attratti dalle granaglie, solcassero i mari grossi topi ( in napoletano zoccole al sg zoccola dal lat. sorcula diminutivo di sorex), che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie e poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa,si diverte e gode ad attizzare il fuoco della discussione fra terzi... 3.PURE 'E PULICE TENONO 'A TOSSE... Anche le pulci tossiscono - Id est: anche le persone insignificanti tossiscono, ossia vogliono esprimere il proprio parere.Espressione usata a sarcastico commento delle risibili azioni di chi mancando di forza e/o argomenti voglia ugualmente farsi notare esprimendo (ovviamente a sproposito) pareri o giudizi in ordine ad accadimenti cui assistano o passivamente partecipino. 4.DICE BBUONO 'O DITTO 'E VASCIO/ QUANNO PARLA DELLA DONNA: “UNA BBONA CE NE STEVA/ E 'A FACETTENO MADONNA...” Ben dice il detto terrestre allorché parla della donna: “Ce n'era una sola che era buona ma la fecero Madonna...” Id est: La donna, in quanto tale, è un essere inaffidabile - La quartina, violentemente misogina è tratta dal poemetto 'MPARAVISO del grande poeta Ferdinando Russo 5.DICERE 'A MESSA CU 'O TEZZONE. Celebrare la messa con un tizzone ardente(in mancanza di ceri...)Id est: quando c'è un dovere da compiere, bisogna farlo quale che siano le condizioni in cui ci si trovi, adattandosi alle circostanze. La locuzione è usata altresí a sapido e divertito commento di situazioni in cui regni l’inopia piú grande tale da costringere, ad esempio, un povero curato a celebrar messa illuminando l’altare con un economico tizzone ardente e non con i previsti costosi ceri … 6.JAMMO, CA MO S'AIZA! Muoviamoci ché ora si leva(il sipario)! - Era l'avviso che il servo di scena dava agli attori per avvertirli di tenersi pronti , perché lo spettacolo stava per iniziare. Oggi lo si usa per esortare all’azione in modo generico nell'imminenza di una qualsiasi attività per la quale occorre prepararsi. 7.CHELLO È BBELLO 'O PRUTUSINO, VA 'A GATTA E NCE PISCIA ‘A COPPA... Il prezzemolo non è rigoglioso, poi la gatta vi minge sopra - Amaro commento di chi si trova in una situazione già di per sé precaria e non solo non riceve aiuto per migliorarla, ma si imbatte in chi la peggiora maggiormente... 8.QUANNO VIDE 'O FFUOCO Â CASA 'E LL'ATE, CURRE CU LL'ACQUA Â CASA TOJA... Quando noti un incendio a casa d'altri, corri a spegnere quello in casa tua - Cioè: tieni per ammonimento ed avvertimento ciò che capita agli altri per non trovarti impreparato davanti alla sventura. 9.GIORGIO SE NNE VO’ JÍ E 'O VESCOVO N' 'O VO’ MANNÀ. Giorgio intende andar via e il vescovo vuole cacciarlo. L'icastica espressione fotografa un rapporto nel quale due persone intendono perseguire il medesimo fine, ma nessuno per rispetto o per timore dell’altro à il coraggio di prendere l'iniziativa, come nel caso del prelato e del suo domestico... 10.FA MMIRIA Ô TRE 'E BASTONE. Fa invidia al tre di bastoni- Ironico riferimento ad una donna che abbia il labbro superiore provvisto di eccessiva peluria, tale da destare addirittura l'invidia del 3 di bastoni, che nel mazzo di carte napoletano è rappresentato da un mascherone di uomo provvisto di esorbitanti baffi a manubrio, mascherone sovrastante l'incrocio di tre nodosi randelli. 11.SI 'A FATICA FOSSE BBONA, 'A FACESSERO 'E PRIEVETE. Se il lavoro fosse una cosa buona lo farebbero i preti(che per solito non fanno niente. Nella considerazione popolare il ministero sacerdotale è ritenuto cosa che non implica lavoro. 12. AVIMMO CASSATO N' ATU RIGO 'A SOTT' Ô SUNETTO. Letteralmente: Abbiamo cancellato un altro verso dal sonetto, che - nella sua forma classica - conta appena 14 versi. Cioè: abbiamo ulteriormernte diminuito le nostre già esigue pretese. La frase è usata con senso di disappunto tutte le volte che mutano in peggio situazioni di per sé non abbondanti... 13.È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO E 'E MACCARUNE 'A COPPA. È finito il cacio di sotto ed i maccheroni al di sopra. Cioè:La situazione si è voluta in maniera contraria alle attese e/o alla loicità; si è rivoltato il mondo.Normalmente infatti il cacio grattugiato dovrebbe guarnire dal di sopra una portata di maccheroni, non farle da strame. 14. À FATTO MARENNA A SSARACHIELLE. À fatto merenda con piccole aringhe affumicate - Cioè: si è dovuto accontentare di ben poca cosa.In senso esteso: non à ottenuto dalla propria azione i risultati sperati… 15. FÀ LL'ARTE 'E MICHELASSO: MAGNÀ, VEVERE E GGHÍ A SPASSO. Fare il mestiere di Michelaccio:mangiare, bere e andar bighellonando - cioè la quintessenza del dolce far niente... 16.SO' GHIUTE 'E PRIEVETE 'NCOPP'Ô CAMPO Sono scesi a giocare a calcio i preti - Cioè: è successa una confusione indescrivibile:un tempo, quando era loro concesso i preti erano comunque costretti a giocare indossando la lunga talare che contribuiva a render difficili le operazioni del giuoco... 17.NUN VULÈ NÈ TIRÀ, NÈ SCURTECÀ... Non voler né tendere, né scorticare - Cioè: non voler assumere alcuna responsabilità; locuzione mutuata dall’atteggiamento di taluni operai conciatori di pelli quando non volevano né mantener tese le pelli, né procedere alla scuoiatura. 18. PURTA'E FIERRE A SSANT' ALOJA. Recare i ferri a Sant'Eligio. Alla chiesa napoletana di sant'Eligio ( nei pressi di piazza Mercato) i vetturini da nolo solevano portare, per ringraziamento, i ferri dismessi dei cavalli ormai fuori servizio.Per traslato l'espressione si usa con riferimento furbesco agli uomini che per raggiunti limiti di età, non possono piú permettersi divagazioni sessuali... 19.'O PATATERNO 'NZERRA 'NA PORTA E ARAPE 'NU PURTONE. Il Signore Iddio se chiude una porta, apre un portoncino - Cioè: ti dà sempre una via di scampo 20. NUN TENÉ PILE 'NFACCIA E GGHÍ A SFOTTERE Ô BARBIERE Non aver peli in volto e infastidire il barbiere - Cioè: esser presuntuosi al punto che pur mancando degli elementi essenziali per far alcunchè ci si voglia ergere e ci si erge ad ipercritico e spaccone. 21.ACQUA O FUOCO,FUJE PE CQUANTO AJE LUOCO! Ad litteram:Acqua o fuoco,scappa per quanto spazio ài. Id est: Due sono le minacce che bisogna temere in assoluto: l’alluvione o l’incendio allontanandosene il piú possibile. 22.LASSA CA VA A FFUNNO ‘O BBASTIMENTO, BBASTA CA MORENO ‘E ZZOCOLE ! Ad litteram : Lascia pure che la nave affondi, purché si sterminino i ratti. Espressione usata in riferimento a chi non si faccia scrupoli di sorta pur di raggiungere lo scopo che si è prefisso. Brak