domenica 30 novembre 2014

IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA

IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA Intendo questa volta illustrare (a beneficio dei miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette e le trovasse, m’auguro, interessanti) un nutrito numero di espressioni costruite nell’idioma napoletano usando il verbo ascí(uscire) in genere coniugato all’infinito, ed in un caso in forma riflessiva. Prima di considerare verbo ascí(uscire) elenco le espressioni che ò in animo di illustrare e che poi esaminerò analiticamente. Eccone l’elenco: 1)Ascí a ppariente. 2) Ascí a mmazzate. 3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’. 4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco. 5) Ascí a ‘mpazzí 6) Ascí ‘a ll’uocchie 7)Ascí cu ‘e piere annante 8) Ascí dâ cammisa 9) Ascí dê mmane 10) Ascí ‘e tuono 11) Ascí dô semmenato 12) Ascí dô spitale 13) Ascí p’ ‘a campata. 14) Ascí p’ ‘e rrecchie. 15) Ascí prena. 16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca. 17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara. Terminata l’elencazione e prima di affrontare analiticamente le locuzioni soffermiamoci sul verbo ascí v. intr. [dal lat. ab-exire→*a(be)xire→assire→ascire; aus. essere] = uscire e precisamente 1 andare o venire fuori da un luogo chiuso, circoscritto o idealmente delimitato: ascí dâ casa,dâ lucanna(uscire di casa, dall'albergo); ascí ‘ncopp’â strata, ‘ncopp’â chiazza(uscire sulla strada, in piazza);ascí â via ‘e fora (uscire all'aperto)ascí a passià, cu ‘a machina (uscire a passeggio, in automobile); ascí a ffà ‘a spesa(uscire a fare la spesa);ascí ‘a ‘na lezzione (uscire da una lezione); ‘o fummo jesce dâ fenesta (il fumo esce dalla finestra);lle jesce sanco dâ ferita( gli esce sangue dalla ferita); chi trase e cchi jesce(chi entra e chi esce), si dice per indicare un continuo andirivieni | ascí ‘e moda (uscire di moda), non essere piú di moda ' 2 andare via da casa per divertirsi, fare una passeggiata, incontrare gli amici e sim.: ô sàpato jesce pe ffà spese(il sabato esce per le compere); ‘a quanno s’è ‘nzurato, â sera nun ghiesce cchiú(da quando si è sposato la sera non esce piú) 3 allontanarsi, distaccarsi da un gruppo di persone: ascirsene dâ ròcchia(uscirsene dalla comitiva);’a prutagunista se nn’ascette dâ cumpagnia (l’attrice protagonista lasciò la compagnia teatrale) distaccarsi da un'organizzazione, da un'associazione; non farne più parte: ascirsene ‘a ‘na suggità, ‘a ‘nu partito( uscire da una società, da un partito); 4 (fig.) cessare di trovarsi in un determinato stato, in una data situazione o condizione: ascí dâ vernata, ‘a ll’anno viecchio(uscire dall'inverno, dall'anno vecchio); ascí sano e salvo dô scontro(uscire sano e salvo da un incidente automobilistico); 5 provenire, avere origine: è asciuto ‘a ‘na bbona scòla(à avuto buoni insegnanti); esce ‘a ‘na famiglia ‘e quatto quarte(proviene da una famiglia nobile,à antenati illustri); 6 detto di una sostanza, venir fuori dal recipiente in cui è contenuta; fuoruscire 7 derivare come conseguenza; nascere | 8(fam.)riuscire, risultare: ‘a ‘nu metro ‘e stoffa nun ne po’ ascí ‘nu vestito(da un metro di stoffa non può uscire un vestito) 9 dire all'improvviso, inaspettatamente; anche, sbottare: | ascirsene cu ‘nu/’na, (fam.) dire o fare qualcosa in modo brusco, imprevisto: se nn’ascette cu na chiejata ‘e spalle(se ne uscì con un'alzata di spalle) 10 essere estratto in un sorteggio; comparire in una classifica, in una graduatoria; nel giuoco del lotto è asciuto ‘o 31 ‘ncopp’â rota è Napule sulla ruota di Napoli è uscito il numero 31; ascette pe primmo ‘o nomme suĵo(il suo nome uscí primo) 11 essere prodotto; essere messo in commercio 12 detto di uno scritto, un'opera da dare alla stampa, essere pubblicato: 13 di fiumi o strade, sfociare, sboccare: ‘o Rettifilo jesce ‘mmiez’â Ferrovia (il c.so Umberto esce in piazza Garibaldi(FF.SS.) | 14(fig.) tendere a un fine, a una conclusione: addó vuó ascí cu ‘stu trascurzo?!(dove vuoi uscire con questo discorso?,A cosa miri, cosa intendi dire?) 15 di parola, avere una specifica terminazione: ‘o nnapulitano tène pochi pparole ca jesceno ‘nconsonante(in napoletano sono poche le parole che escono in consonante) 16 (sport) effettuare una uscita ( nel gioco del calcio, riferito al portiere, ascí’e piede, ‘e punie (uscir di piede, di pugni), effettuare un’uscita dalla porta per parare e respingere il pallone col piede o con il/i pugno/i). Ed ora passiamo ad analizzare le singole espressioni: 1)Ascí a ppariente. Ad litteram:Uscire a parenti, a congiunti id est: Riscontrare con un proprio interlocutore inattesi od imprevisti vincoli parentali appalesatisi durante un colloquio, una discussione donde emergano comuni frequentazioni tali da far sospettare l’esistenza di legami, nodi, rapporti, relazioni non passeggeri o estemporanei, ma risalenti addirittura ad antenati, avi, ascendenti, progenitori comuni ; 2) Ascí a mmazzate. Ad litteram:Dar corso a legnate id est: Passare alle vie di fatto, far sfociare una discussione in alterco o in acceso litigio pervenendo addirittura alle reciproche percosse; 3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’. Ad litteram:Uscire a chi sei tu e chi sono io. id est: Litigare,altercare a parole, con sostenuta virulenza pur senza giungere alle mani con pugni, schiaffi, ceffoni, sberle, calci, pedate,ma mantenendo la discussione nel àmbito civile di chi intenda imporre con le sole parole la propria personalità e tenti di convincere il contendente del proprio buon diritto che dovrebbe scaturire dal solo fatto d’ essere persona piú autorevole, qualificata, accreditata, stimata, importante o influente,dell’ antagonista. 4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco. Ad litteram: Uscire di dentro il fuoco. Id est: Cavarsela in ogni circostanza. Lo si dice di persona accreditata d’essere in possesso di tante ottime qualità fisiche e/o morali da poter ricavare, ottenere buoni frutti in qualsiasi occasione restando per iperbole indenne anche nel passar tra le fiamme. 5) Ascí a ‘mpazzí Ad litteram:, Uscire di senno, risolvere (la propria vita) nella pazzia. Id est: ammattire, impazzire, scervellarsi, arrovellarsi, rompersi il capo (per qualcosa), perdere la testa(per qualcuno) ed anche per estensione semantica infatuarsi, appassionarsi, innamorarsi. 6) Ascí ‘a ll’uocchie Ad litteram: Uscire dagli occhi. Id est:Empirsi di cibo, mangiare a sazietà, rimpinzarsi, satollarsi da esserne – per iperbole – cosí tanto pieni al punto che il cibo trovi quale via d’uscita le orbite oculari 7)Ascí cu ‘e piere annante Ad litteram: Uscire con i piedi in avanti. Id est:Decedere, morire, defungere, trapassare ed essere messo nella bara per modo che la testa sia in alto ed i piedi all’estremità ed il feretro, la cassa da morto venga portata fuori dell’abitazione tenendone l’estremità inferiore in avanti e quella superiore indietro per modo che il defunto esca con i piedi davanti. 8) Ascí dâ cammisa Ad litteram: Uscire dalla camicia. Id est:Provare stupore, meravigliarsi, stupirsi,allibire, sbigottire, rimanere di stucco, trasecolare cosí tanto da,per iperbole, saltar fuori dai proprî panni, onnicomprensivamente indicati con il termine camicia. 9) Ascí dê mmane Ad litteram:Sgusciar via di mano. Id est:Perdere di autorità. Détto con riferimento a chi sia stato, per età o meriti in grado di affrancarsi e non si senta piú sottomesso all’autorità del genitore o dei maestri che incapaci di far valere ancóra la propria autorevolezza si vedono sfuggir di mano il figlio o l’allievo stanchi costoro di sottostare ad ordini o pressanti consigli. 10) Ascí ‘e tuono Ad litteram:Andar fuor di tono. Id est:Eccedere, esagerare, strafare, passare il segno, calcare la mano. Détto di chi in una discussione, controversia, battibecco, o disputa che sia non sappia limitarsi, contenersi, moderarsi e superi, passando il segno, un corretto ed accetabile modo di esprimersi 11) Ascí dô semmenato Ad litteram:Uscire dai limiti del seminato,superare i confini del solco. Id est:Superare i confini del lecito, del consentito. Espressione analoga alla precedente, ma usata con riferimento a chi nel suo eloquio si lasci andare scivolando, soprattutto in presenza di donne o minori, in incongrue espressioni becere, quando non addirittura indecenti, impudiche,oscene, scurrili, volgari, e triviali. 12) Ascí dô spitale Ad litteram:Uscire dall’ospedale. Id est:Mostrarsi in ottima forma, d’aspetto florido e curato quasi come chi fósse venuto fuori da una degenza ospedaliera, rimesso in una forma rigogliosa, prosperosa, sana. Espressione usata però spesso furbescamente in senso antifrastico per pigliarsi giuoco di chi sia d’aspetto emaciato. 13) Ascí p’ ‘a campata. Ad litteram: Uscire al fine di provvedere al sostentamento giornaliero. Id est: Darsi da fare,adoperarsi in qualsiasi modo o con qualsivoglia attività produttiva lecita o non lecita pur di assicurare a sé ed ai proprî congiunti il pane quotidiano. 14) Ascí p’ ‘e rrecchie Ad litteram: Uscire attraverso le orecchie. Id est: Averne avuto ad iosa e lo si dice di ciò che sia stato detto o ascoltato fino alla noia al punto che per iperbole non lo si possa piú trattenere in mente e s’avverta la necessità di liberarsene attraverso le orecchie 15) Ascí prena. Ad litteram: Risultare gravida. Id est:Restare incinta; l’agg.vo f.le prena è dal lat. volg. *praegna(m)→*praena(m), deriv. di praegnans –antis con semplificazione locale del digramma gn→n. 16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca. Ad litteram: Uscire (per andare a sposare) con un fiore in bocca cioè tra i denti. La locuzione è usata per significare che la sposa è illibata, che va all’altare da inviolata. Per spiegarci l’espressione e comprenderne la semantica occorre tener presente che una illibata giovane che andasse in isposa dovesse mostrare anche esteriormente e nel proprio abbigliamento la castigatezza dei proprî costumi e poiché temporibus illis (fine ‘800, princípi ‘900) una donna che non fósse particolarmente morigerata soleva indossare abiti non esattamente sobri,modesti e verecondi, abiti con spacchi e scollature ampi e spesso usavano portare a mo’ di ornamento una rosa dal lungo gambo infilata tra i seni, di talché una giovane illibata e morigerata donna che andasse in isposa certamente non avrebbe indossato un abito meno che castigato senza spacchi o vertiginose scollature per modo che non avendo dove sistemare la rosa o fiore ornamentale, lo portava in mano e, per averle libere spesso lo teneva di tra i denti dimostrando cosí d’essere donna di costumi morigerati e di andare sposa da illibata, da inviolata.Va da sé che la cosa non costituiva una prova provata e talora la sposa uscita con il fiore in bocca, aveva invece di che nascondere.Rammento ancóra che l’espressione fu usata talora in maniera ironica con significato antifrastico in riferimento ad alcune ragazze che dovevano far ricorso a nozze riparatrici. 17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara. Ad litteram: Venir fuori come cece su di un cucchiaio. Id est: Chiamarsi fuori,straniarsi, allontanarsi, rendersi estraneo da ciò cui prima si era legati; sfuggire alle proprie responsabilità, quasi come, iperbolicamente, un cece che facente parte in origine, in compagnia con della pasta di una minestra non intendesse piú restarvi e fattosi prelevare da solo ne venisse fuori abbandonando la compagna di minestra. Espressione usata sarcasticamente proprio nei confronti di coloro che usano sottrarsi ai proprî oneri e/o impegni allontanandosene e distogliendosene, per non esser chiamati a rispondere dell’operato. E cosí reputo di aver ottemperato a quanto m’ero ripromesso e di avere interessato i miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette, per cui mi congedo con il mio consueto satis est. R.Bracale

FRASEOLOGIA NAPOLETANE CON IL VERBO PARLÀ 4°

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ Parte quarta N - Parlà comme a ‘nu libbro stracciato. Ad litteram:parlare come un libro strappato id est: esprimersi in maniera incomprensibile, frammentaria, approssimativa e perciò inutile, come inutile sarebbe il consultare un libro che strappato e ridotto in pezzi non sarebbe nè consultabile, né comprensibile. comme avv. e cong. = come avv. 1 in quale modo, in quale maniera (in prop. interrogative dirette e indirette): comme staje?(come stai?); comme è gghiuto ‘o viaggio?(come è andato il viaggio?); dimme comme staje(dimmi come stai); comme maje? (come mai?), perché mai, per quale ragione: comme maje nun è cchiú partuto?(come mai non è piú partito?) | comm’ è ca?…,comme va ca?(com'è che...?, come va che...?), qual è il motivo per cui... | ma comme?!(ma come?!), per esprimere sdegno o meraviglia | comme dice?(come dici?), comme hê ditto?(come ài detto?), per chiedere che si ripeta qualcosa | comme sarria a ddicere?(come sarebbe a dire?), per chiedere una spiegazione | comm’è, comme nun è(com'è, come non è), (fam.) per introdurre un fatto che si è verificato all'improvviso | comme no?!(come no?!), certamente | comme ve permettite?!(come vi permette?!), si guardi bene dal permettersi 2 quanto (in prop. esclamative):comme chiove!( come piove!); comme sî bbuono!(come sei buono!); | e ccomme!, è proprio cosí! 3 il modo nel quale, in quale modo (introduce una prop. dichiarativa): le raccuntaje comme ll’amico fosse partuto(gli raccontò come l'amico sarebbe partito); nun te n’adduone ‘e comme sî ffesso?!(non ti accorgi come sei stupido?!) | preceduto da ecco, con lo stesso significato e funzione: ecco comme jettero ‘e ccose; ecco comme ce se po’ arruvinà (ecco come andarono le cose; ecco come ci si può rovinare) 4 nel modo in cui, quanto (introduce una prop. comparativa): è bbello comme credevo; arriva cchiú ttarde ‘e comme aveva avvisiato (è bello come credevo; arriverà più tardi di come aveva annunciato);| in frasi comparative ellittiche del verbo stabilisce una relazione di somiglianza o di identità: janco comm’ ô llatte; ‘a figlia è aveta comm’â mamma; poche so’ sfaticate come a tte; ‘e juorno comme ‘e notte (bianco come il latte; la figlia è alta come la madre; pochi sono pigri come te; di giorno come di notte) | in espressioni rafforzative o enfatiche: mo comme a mmo(ora come ora), oje comme oje(oggi come oggi), al momento attuale | con il sign. di nella condizione, in qualità di, introduce un'apposizione o un compl. predicativo: tu, comme arbitro, nun hê ‘a essere ‘e parte! (tu, come arbitro, devi essere imparziale!); fuje scíveto comme testemmonio(fu scelto come testimone); tutte ‘a vulevano comme mugliera(tutti la richiedevano come moglie) 5 nel modo in cui, in quella maniera che (introduce una prop. modale): aggiu fatto come tu hê voluto (ò fatto come tu ài voluto; tutto è succieso comme speràvamo (tutto è accaduto come speravàmo) | preceduto da accussí: lassa ‘e ccose accussí comme so’ (lascia le cose cosí come sono) | in correlazione con accussí o con tanto (in luogo di quanto): non è accussí tarde comme penzavo;(non è cosí tardi come pensavo); tanto ll’une comme ll’ ate ( tanto gli uni come gli altri) ' comme (si), nello stesso modo che, quasi che: rispettalo comme (si) fósse pàteto (rispettalo come (se) fósse tuo padre) | comme non l’êsse ditto (come non l’avessi detto), per ritirare una precedente affermazione. cong. 1 appena, non appena; quando (introduce una prop. temporale): comme ‘o sapette, telefonaje (come lo seppe, telefonò) | a mano a mano che: ‘e nutizzie erano passate comme arrivavano (le notizie venivano comunicate appena arrivavano) 2 (lett.) giacché, siccome (introduce una prop. causale): e comme n’effetto s’avev’ ‘a avé… ( e siccome un effetto bisognava ottenere…) ‘no oppure’nu = corrisponde ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s.vo o agg.vo che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘no/‘nu davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso) nella parlata napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’apocope della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il malvezzo di scrivere no/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le ‘na = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una; l’etimo di ‘na è ovviamente dal lat. (u)na(m) l’aferesi della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori, anche preparati, seguano il malvezzo di scrivere l’articolo na come pure il corrispondente del maschile e neutro no/nuprivi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, mi ripeto, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile. libbro s.vo m.le = libro, volume, insieme di fogli, stampati o manoscritti, cucitio incollati insieme secondo un dato ordine e racchiusi da una copertina; etimologicamente è voce derivata dal lat. libru(m)→libbro con consueto raddoppiamento espressivo dell’esplosiva labiale, orig. 'sottile membrana fra la corteccia e il legno dell'albero', che prima dell'introduzione del papiro si usava come materiale per scrivere; stracciato = strappato,fatto a pezzi part.pass. agg.vato dell’infinito stracciare/straccià che è dal lat. volg. *extractiare, deriv. di tractus, part. pass. di trahere 'trarre' O - Parlà assestato Ad litteram:parlare con cura e precisione,esponendo in maniera chiara responsabile, affidabile, scrupolosa, coscienziosa. Détto di chi, si esprima in modo serio e costruttivo, dimostrando accuratezza, cura, attenzione, meticolosità, diligenza, scrupolosità, ordine, rigore,nonché il raziocinio d’ una mente concretamente in sesto. assestato part. pass. aggettivato dell’infinito assestà = 1 mettere in sesto, in ordine (anche fig.); sistemare;2 regolare con cura, adattare con precisione; ||| assestarse v. rifl. o intr. pron. 1 sistemarsi; mettersi in ordine, a posto (anche fig.): 2 (ant. lett.) adattarsi, confarsi. Etimologicamente assestare/assestà è un denominale di sesto (che è dal lat. sextu(m)) s. m. 1 ordine, assetto, disposizione normale di qualcosa: 2 (arch.) curvatura di un arco; 3 (ant.) compasso, sesta: P - Parlà chiatto e ttunno Corrisponde all’italiano Parlar chiaro e tondo È l’esatto contrario della precedente I - Parlà mazzecato. Ad litteram questa a margine è:parlare grasso e tondo,ma si può rendere con l’italiano parlar chiaro e tondo, quantunque l’espressione napoletana nella sua icasticità sia piú rappresentativa del concetto di profferir parole copiose (chiatto=grasso, abbondante ) e rotonde (tunno= tondo, rotondo, anche sferico, privo di spigolosità) id est parlare senza reticenze; esprimersi senza incertezze, con chiarezza e dovizia di particolari, senza nulla sottacere, usando un eloquio aperto, ampio e rotondo che in napoletano è détto grasso come che ponderoso e privo di spigolosità che se esistessero impedirebbero la necessarie trasparenza e/o chiarezza che son proprie di un parlare chiaro e tondo che cioè non voglia nasconder nulla. Chiatto e ttunno = copioso, abbondante e rotondo locuzione avverbiale formato dall’unione di due aggettivi: chiatto/a agg.vo m.le o f.le= pingue, grasso/a e dunque copioso/a, abbondante Voce che è dal greco plat(s) con raddoppiamento espressivo della dentale e consueto passaggio (che è anche in lemmi dal latino) del gruppo pl a chi (cfr. ad es. plu(s)→chiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc.) e tunno/a agg.vo m.le o f.le= tondo/a, rotondo/a, sferico/a e dunque senza spigoli o asperità Voce che è dal lat. (ro)tundu(m)→tunno con tipica assimilazione progressiva nd→nn. Q – Parlà a ccocoricò Espressione del parlato e solo del parlato a cui però è quasi impossibile dare una traduzione letterale atteso che la voce cocoricò nell’inteso comune si presta ad una doppia interpretazione; a) pappagalo, b) matto, folle; Intendendo cocoricò come pappagallo (dandole cioè un etimo onomatopeico che si riallaccia al verso del pennuto uccello esotico addomesticabile, con caratteristico becco adunco e colori smaglianti) l’espressione varrebbe parlar pappagallescamente imitando l’altrui eloquio; intendendo invece, come io penso e ritengo, ntendendo cocoricò una voce derivata dal turco curuk→cucuruco→cocoricò (agg.vo che vale in primis marcio e per traslato folle, matto) ecco che l’espressione parlà a cocoricò acquista la medesima valenza della precedente parlà a spaccastrommole cioè in maniera concitata, a ruota libera senza nesso o senso, quasi alla maniera dei matti,valenza che semanticamente s’attaglia benissimo al curuk→cucuruco→cocoricò = folle, matto. Q - Parlà a scampule ‘e mele cotte Ad litteram: parlare alla maniera (dei venditori) di scampoli di mele cotte id est parlare per tropi ed immagini spesso menzognere e/o fasulle in maniera suadente, ma falsa ed ingannevole nell’intento di convincere l’ascoltatore/cliente ad acquistare scampoli residuali di mele cotte probabilmente invendute per cattiva qualità delle medesime.Analogamente ai venditori di scampoli di mele cotte chiunque usasse, soprattutto a fine illusorio,e/o ingannevole, un eloquio suadente, ma menzognero potrebbe essere accreditato di parlà a scampule ‘e mele cotte. scampule s.vo m.le pl. di scampulo s. m. in primis piccolo taglio di tessuto che avanza da una pezza; fig. come nel caso che ci occupa avanzo, rimasuglio etimologicamente la voce scampulo è un deverbale di scampare/scampà = 1uscire salvo da un pericolo(nel caso dello scampolo da quello della vendita); sfuggire a un rischio (idem c.s.) mortale: 2 trovare rifugio in un luogo: scampà all'estero ||| v. tr. 1 proteggere, liberare, salvare da mali e pericoli: scampare qualcuno dalla morte | Dio ci (ce ne) scampi!, escl. che esprime la speranza di non incorrere in un pericolo, di non subire un male 2 evitare, scansare (un male, un danno e sim.); il verbo scampare, a sua volta deriva da campo (di battaglia), col pref. s- che indica allontanamento. E con questa analizzata avrei esaurito l’esame delle piú usate locuzioni modali costruite con il verbo parlare, ma amor di completezza mi spinge ad illustrare altre due caratteristiche espressioni partenopee costruite usando l’infinito parlà: R - Nun farme parlà! Letteralmente: Non farmi parlare! Id est: Fammi tacere, non istigarmi a dire qualcosa di cui potrei pentirmi… Della persona o dell’argomento dei quali vorresti ch’io parlassi conosco cose e circostanze spiacevoli che se le riferissi potrebbero suscitare malumori, dissapori o malintesi di cui sarei responsabile e di cui dovrei pentirmi; per cui Non indurmi a parlare.È preferibile ch’io taccia! S- Jí a pparlà cu ‘o pato Letteralmente: Andare a parlare con il padre (della fidanzata). Id est: Ufficializzare una situazione impegnandosi chiaramente a mantenere l’impegno di fare sfociare un fidanzamento nel matrimonio. L’espressione napoletana, in disuso ormai dalla fine degli anni ’60 del 1900 in coincidenza con la rivoluzione dei costumi giovanili e della società, e con il subentro all’istituto del matrimonio, della disdicevole consuetudine della convivenza disimpegnata, libera e senza regole, l’espressione in esame corrisponde ad un dipresso a quella dell’italiano chiedere la mano della sposa Rispetto a quella dell’italiano, l’espressione napoletana coglie al meglio l’importanza della figura paterna (del tutto assente nell’espressione italiana) figura che sino alla fine degli anni ’60 del 1900 ebbe un posto preminente nell’àmbito della famiglia di cui rappresentò l’indiscussa guida materiale e morale responsabile titolare della cosiddetta patria potestas ed occorreva che con lui e con nessun altro l’aspirante promesso sposo parlasse dando garanzie di serietà morale, supportata da un lavoro retribuito e chiarisse le sue serie intenzioni di voler metter su famiglia impalmando la figliola di colui con cui si andava a parlare. jí corrisponde al verbo italiano andare ( che etimologicamente qualcuno pensa derivi dal lat. ambulare o da un lat. volg. *ambitare, ma che molto piú esattamente sembra derivi da un *aditare frequentativo di adire ed è verbo che à alcune forme che ànno per tema vad- derivando dal lat. vadere/vadicare 'andare'); è reso,in napoletano, con derivazione dal lat. ire, con l’infinito jí/ghí e son numerose le locuzioni formate con détto infinito e per esaminarle rimando alibi. Preciso che in napoletano la grafia corretta dell’infinito è – come ò scritto – jí oppure in talune espressioni ghí/gghí (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh. È pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita di trovare nella stragrande maggioranza di sedicenti scrittori napoletani noti e/o meno noti!), è assolutamente errato rendere in napoletano l’infinito di andare con la sola vocale i talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!, seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’); la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è jí oppure in talune esopressioni ghí/gghí cosí come espressamente sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954) che era solito far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponessero i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di jí oppure, ove del caso, ghí/gghí, li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí nella coniugazione dell’indicativo presente (1°,2° e 3° pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1° e 2° pers. pl.usa il tema di ji –re ed à nuje jammo, vuje jate per tornare a *va(di)c-are per la 3° ps. pl che è lloro vanno. cu cong. Corrisponde all’italiano con in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) esprime relazione di compagnia, se è seguito da un nome che indica essere animato (può essere rafforzato da insieme): è partito cu ‘o pato ; à magnato cu ll’ amice; campa (‘nzieme) cu ‘a sora; 2) in senso piú generico, introduce il termine cui si riferisce una qualsiasi relazione: s’è appiccecato cu ‘o frato; à sfugato cu mme; 3) con valore propriamente modale: restà cu ll’uocchie nchiuse; vulé bbene cu tutto ‘o cuore; trattà cu ‘e guante gialle( cioè con rispetto e dedizione quelli dovuti ai nobili che usavano indossare guanti di camoscio in tinta chiara) | con valore tra modale e di qualità: pasta cu ‘e ssarde; stanza cu ‘o bbagno; casa cu ‘o ciardino; 4) introduce una determinazione di mezzo o di strumento: cu ‘a bbona vulontà s’ave tutto; ‘o vino se fa cu ll'uva; scrivere cu ‘a penna stilografica; partí cu ‘o treno ; 5) indica una circostanza, stabilendo un rapporto di concomitanza: nun ascí cu ll’acqua!; 6) può avere valore concessivo o avversativo, assumendo il significato di 'non ostante,a malgrado': cu tutte ‘e guaje ca tène, riesce ancòra a ridere; cu tutta ‘a bbona vulontà, ma è proprio ‘mpussibbile. L’etimo della preposizione a margine è dal lat. cum. Rammento qui e valga anche a futura memoria che tutte le parole che abbiano un etimo da una voce latina terminante per consonante (che nella parola formata cade) non necessitano di alcun segno diacritico in quanto il segno diacritico dell’apocope (accento o apostrofo) è necessario apporlo graficamente quando a cadere sia una sillaba e non una o due consonanti; nel caso in esame cum dà cu e non l’inesatto cu’ che spesso mi è occorso di trovare negli scritti anche di famosi autori, accreditati da qualcuno (ma evidentemente a torto) d’essere esperti dell’ idioma napoletano, autori che invece ànno spesso marcato o marcano il loro napoletano sulla sintassi e la grammatica dell’italiano, facendo una sciocchezza sesquipedale atteso che – come ò piú volte détto e provato – il napoletano è un linguaggio del tutto originale ed autonomo, con una propria storia letteraria e di derivazione, come tutti gli altri linguaggi regionali, diretta dal latino volgare, con proprie regole grammaticali e di sintassi e non è tributaria di nessun altra lingua, men che meno dell’italiano/toscano! Ciò che ò appena detto vale anche per la preposizione seguente cioè pe che (con etimo dal lat. per) corrisponde all’italiano per in tutte le sue funzioni ed accezioni : 1) determina il luogo attraversato da un corpo in movimento o attraverso il quale passa qualcosa che à un'estensione lineare (anche fig.): il ‘o treno è passato pe Caserta; ‘o curteoà sfilato pe ‘o corzo;’o mariuolo è trasuto p’’a fenesta; | può anche specificare lo spazio circoscritto entro cui un moto si svolge e, per estens., la cosa, l'ambito entro cui un fenomeno, una condizione si verificano: passiggià p’’o ciardino;jí pe mmare e pe tterra; tené delure pe tutt’’a vita | indica anche la direzione del moto: saglí e scennere p’’e scale; arrancà pe tutta ‘a sagliuta 2) indica una destinazione: partí pe Pparigge; ‘ncammenarse p’’a città; piglià ‘a strata p’’o mare; ‘o treno pe Rroma | (estens.) esprime la persona o la cosa verso cui si à una disposizione affettiva, un'inclinazione: tené simpatia pe quaccheduno; avé passione p’’a museca ; 3) introduce una determinazione di stato in luogo, che si riferisce per lo piú a uno spazio di una certa estensione: ‘ncuntrà quaccheduno p’’a strata; ce stanno cierti giurnale pe tterra; 4) esprime il tempo continuato durante il quale si svolge un'azione o un evento si verifica (può anche essere omesso): aspettà (pe) ore e ore; faticà (pe) anne e nun cacciarne niente; sciuccaje (pe) tutta ‘a notte; durarrà (pe) tutta ‘a vita | se introduce una determinazione precisa di tempo, esprime per lo piú una scadenza nel futuro: turnarrà p’’e ddiece; êsse ‘a essere pronto pe Nnatale 5) introduce un mezzo: mannà pe pposta; spedí pe ccurriere; dirlo pe ttelefono; parlà pe bbocca ‘e n’ato; 6) esprime la causa: era stracquo p’’a fatica; alluccava p’’o dulore; non ve preoccupate pe nnuje; supportaje tutto p’ ammore sujo; condannà pe ‘mmicidio; 7) introduce il fine o lo scopo: libbro pe gguagliune; pripararse pe ‘nu viaggio; attrezzarse p’’a montagna; | in dipendenza da verbi che indicano preghiera, giuramento, promessa, esortazione e sim., indica l'ente, la persona, il principio ideale per cui o in nome di cui si prega, si giura, si promette ecc.: facítelo pe Ddio; pe ccarità, facite ca nun se venesse a sapé in giro; giurà pe ll’uocchie suoje; ll’à prummiso pe qquanto tène ‘e cchiú ccaro |, Pe ttutte ‘e diavule!, p’’a miseria! e sim., formule di esclamazione o di imprecazione 8) introduce la persona o la cosa a vantaggio o a svantaggio della quale un'azione si compie o una circostanza si verifica: faciarria qualsiasi cosa pe tte; accussí nun va bbuono pe nnuje; piezzo e ppejo pe cchi nun vo’ capí; n’aria ca nun è bbona p’’a salute; murí p’’ammore d’’e figlie; pregàe p’’e muorte; avutà pe n’amico ; ‘a partita è fernuta tre a ddoje p’’a squadra ‘e casa ; 9) determina il limite, l'ambito entro cui un'azione, un modo di essere, uno stato ànno validità: pe ll’intelliggenza è ‘o meglio d’’a classe; p’’e tiempe ‘e mo, è pure assaje; pe chesta vota sarraje perdunato; pe lloro è comme a ‘nu figlio; pe mme, state sbaglianno; pe quanto te riguarda, ce penzo io personalmente ; 10) introduce il modo, la maniera in cui un'azione si compie: ; parlà pe ttelefono; chiammà pe nnomme ; pavà pe ccuntante; tené pe mmano; assumere pe ccuncorzo; 11) indica un prezzo, una stima: aggio accattato pe ppochissimi sorde ‘nu bbellu mobbile antico; vennere ‘na casa pe cciento meliune; nun ‘o faciarria pe ttutto ll'oro d’’o munno; 12) in funzione distributiva: marcià pe dduje;metterse pe ffile; uno pe vvota; duje pacche pe pperzona; juorno pe gghiuorno | per estensione, indica la percentuale (pe cciento, nell'uso scritto %): ‘nu ‘nteresse d’’o diece pe cciento (o 10%) | nelle operazioni matematiche, dice quante volte un numero si moltiplica o divide (nel secondo caso può essere omesso): multiplicà cinche pe ddoje 5 ; diciotto diviso (pe) ttre dà seje; da qui l'uso assol. di pe a indicare un prodotto (nell'uso scritto rappresentato dal segno X) 13) introduce una misura o un'estensione: ‘a strata è ‘nzagliuta pe pparicchie chilometri; l'esercito avanzaje pe ccinche miglia e cchiú; 14) introduce una funzione predicativa, equivalendo a come: averlo p’ amico; pigliarla pe mmugliera; tené pe ccerto; pavà ‘nu tot pe ccaparra; 15) indica scambio, sostituzione, equivalendo alle locuzioni in vece, in cambio, in luogo di e sim.: l’aggiu pigliato p’’o frato; t’’o ddice isso pe mme; capí ‘na cosa pe n’ata; 16) indica origine, provenienza familiare nella loc. pe pparte ‘e: parente pe pparte ‘e mamma; 17) il pe seguito dal verbo all'infinito introduce una prop. finale: l’hê scritto p’’o ringrazzià?; ce ne vo’ pe tte cunvincere!; | causale: fuje malamente cazziato p’ avé risposto scustumatamente; era assaje stanco pe nun avé durmuto tutt’’a notte| consecutiva: è troppo bbello p’ essere overo; sî abbastanza crisciuto pe ccapirlo 18) nelle loc. perifrastiche , stare/stà pe, essere sul punto, in procinto di: stongo pe ppartí; steva quase pe sse cummuovere; 19) concorre alla formazione di numerose loc. avverbiali: p’’o mumento; pe qquanno è ‘o caso; pe ttiempo; pe lluongo; pe llargo; pe ccerto; pe ll'appunto; pe ccaso; pe ccumbinazzione; pe ppoco | congiuntive: p’’o fatto ca; pe vvia ca | pe ppoco (assaje, bello, brutto, caro e sim.) ca è o ca fosse , con valore concessivo: pe ppoco ca è, meglio ‘e niente. Rammento, come ò già detto, che derivando il napoletano pe dal lat. pe(r) non necessità di alcun segno diacritico (accento o apostrofo) e pertanto va sempre scritta semplicemente pe e non nel modo scorretto pe’ che purtroppo ò spesso trovato anche fra i soliti grandi autori partenopei accreditati, ingiustamente!, di essere esperti della lingua napoletana; ovviamente il pe usato davanti a vocale va eliso in p’,(ed è chiaro che l’apostrofo non indica la caduta del gruppo originario er ma della sola vocale e di pe); usato invece davanti a consonante il pe esige la geminazione della consonante per cui avremo pe pparlà e non pe parlà e cosí via. pate s.vo m.le = padre quanto all’etimo dritto per dritto dal lat. pat(r)e(m)→pate con dissimilazione totale della liquida. Giunto a questo punto penso di non dover aggiungere altro, d’aver contentato l’amico A.B. ed aver interessato qualcun altro dei miei 24 lettori, per cui metto un punto fermo ed annoto: satis est! Raffaele Bracale

FRASEOLOGIA NAPOLETANE CON IL VERBO PARLÀ 3°

FRASEOLOGIA NAPOLETANE CON IL VERBO PARLÀ Parte terza I - Parlà mazzecato Ad litteram:parlare masticato, profferir parole masticate id est parlare con reticenza; esprimersi con riluttanza, con vaghezza ed ambiguità sottacendo fatti o situazioni anche importanti di cui per timore o per colpevole menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza non si voglia far verbo come si comporterebbe chi da scostumato parlasse tenenendo la bocca occupata da un boccone che stesse masticando, per cui sarebbe costretto a non esprimersi con chiarezza e lo facesse quasi triturando le parole che risulterebbe non intellegibili, quasi sbocconcellate. mazzecato = masticato, mordicchiato, triturato con i denti; etimologicamente è il p.p. aggettivato dell’infinito mazzicare/mazzecare/mazzecà = mordere, masticare dal lat. tardo masticare→mazzicare, che è dal gr. mastichân, deriv. di mástax -akos 'bocca'. L- Parlà ‘nfijura Ad litteram:parlare in figura, profferir parole figurate id est parlare non chiaramente, ma con tropi,allusioni, metafore esprimersi con circospezione e con vaghezza e ciò soprattutto in presenza di minori affrontando argomenti delicati. L’espressione a lato è una sorta d’invito rivolto ad adulti che si trovassero a parlare in presenza di minori di argomenti non consoni all’età di costoro; la medesima esortazione la si ritrova nell’espressione Mantenímmoce pulite, ca ce stanno 'e ccarte janche! Letteralmente: manteniamoci netti perché son presenti le carte bianche! Id est: Non affrontiamo argomenti scabrosi; teniamo a mente che ci son presenti dei bambini che ci ascoltano ed in loro presenza è sconveniente toccare argomenti che potrebbero provocare domande a cui sarebbe difficile rispondere. ‘M - Parlà a spaccastrómmole Ad litteram:parlare a spaccatrottole id est: esprimersi in maniera concitata, a ruota libera senza nesso o senso, quasi alla maniera dei matti, con la medesima sconclusionata foga d’eloquio di quei scugnizzi (monelli) che nel giuoco dello strummolo (trottolina lignea) quando avessero l’opportunità di sbreccare o addirittuta di spaccare la trottolina dell’avversario perdente si esaltavano al punto da profferire emozionate parole convulse e prive di senso buttate fuori a casaccio. a spaccastrommole locuzione avverbiale modale formata dalla unione della preposizione semplice a ( dal lat. ab/ad secondo che indichi provenienza oppure destinazione o , come qui, modo) con l’agglutinazione della voce verbale spacca (3° p. sg. ind. pres. dell’infinito spaccare/spaccà (dal longob. *spahhan 'fendere') con strommole pl. f,le metafonetico del sg. m.le strummolo. Rammento che con il termine strúmmolo , nella parlata napoletana, si indica un semplicissimo giocattolino, che ormai è sotterrato sotto la coltre del tempo andato: trattasi di una sorta di trottolina di legno a forma di cono o piccola pigna con il vertice costituito da una punta metallica infissa nel legno e con numerose scalanature incise su tutta la superficie in modo concentrico e parallelo rispetto al vertice, in dette scanalature viene avvolta strettamente una cordicella (talvolta addirittura impeciata per aumentarne resistenza e durata) che à lo scopo di imprimere un moto rotatorio allo strúmmolo , una volta che detta corda sia stata velocemente srotolata e portata via dallo strúmmolo mediante uno strappo secco per modo che la trottolina lanciata in terra prenda a girare vorticosamente su se stessa facendo perno sulla punta metallica: piú abile è il giocatore e di miglior fattura è lo strúmmolo , tanto maggiore sarà la velocità della roteazione e la sua durata . Se invece lo strúmmolo è di scadente fabbricazione , il piú delle volte risulterà scentrato e non bilanciato rispetto alla punta, per cui il suo prillare risulterà di breve o nulla durata: in tali casi si suole dire che lo strúmmolo è ballarino o tiriteppe, volendo con tale ultima onomatopea indicare appunto la non idoneità del giocattolino. Allorchè poi alla scentratezza dello strúmmolo si unisca una cordicella non sufficientemente lunga, tale cioè da non permettere di imprimere forza al moto rotatorio dello strúmmolo si usa dire: s’è aunito ‘a funicella corta e ‘o strúmmolo tiriteppe e tale espressione è usata quando si voglia fotografare una situazione nella quale concorrano due iatture, come nel caso ad esempio di una persona incapace ed al contempo sfaticata o di un artigiano poco valente fornito, per giunta di ferri del mestiere inadeguati, rammentando un famoso modo di dire che afferma che sono i ferri ca fanno ‘o masto e cioè che un buono aretiere è quello che posside buoni ferri...o magari – per concludere - quando concorrono un professore eccessivamente severo ed un alunno parimenti svogliato. Per tornare allo strúmmolo rammentiamo un altro modo di dire: cu chestu lignammo se fanno ‘e strummole id est: con questo legno si fanno le trottoline; questo modo di dire à una doppia significazione: A – È con questo legno, non con altro, che si fanno le trottoline...ovvero : ciò che volevate io facessi,andava fatta nel modo con cui la ò eseguita... B – Con il legno che mi state conferendo si fanno trottoline, non chiedetemi altri manufatti; cioè: se non avrete ciò che vi aspettavate da me , sarà perché mi avrete dato materiali inadatti allo scopo, , non per mia inettitudine o incapacità. Prima di accennare all’etimologia, ricordiamo ancora che uno strúmmolo costruito male per cui gira per poco tempo e crolla in terra risultante perditore era detto per dileggio: strúmmolo scacato. Nel giuoco dello strúmmolo il maggior rischio che correva il perdente tra due contendenti era quello di vedersi scugnare (e per incidens, rammenterò che da tale verbo deriva la parola scugnizzo) il proprio strúmmolo da quello del vincitore che lanciava il proprio strúmmolo violentemente contro quello dell’avversario tentando di sbreccarlo con la punta acuminata del proprio strúmmolo , se non addirittura di spaccare la trottolina del perditore. Pacifica la etimologia dello strúmmolo protagonista di un gioco addirittura greco se non antecedente e greca è l’etimologia della parola che viene dritto per dritto dal greco strómbos che in primis indicò la grossa conchiglia di un mollusco gasteropodo dei mari caldi con conchiglia a spira ripetuta nel disegno delle scanalature della trottolina; lo strómbos greco trasmigrato nel latino fu stròmbus da cui con consueta assimilazione progressiva mb→mm si arrivò a strummus donde con il suffisso diminutivo olus,si ottiene strúmmolo con il suo esatto significato di trottolina.Rammento che il s.vo sg. strummolo è maschile, ma à un doppio plurale: l’uno m.le strummoli (usato ovviamente per indicare piú trottoline) l’altro f.le metafonetico strommole (usato sia per indicare piú trottoline e segnatamente nella locuzione a spaccastrommole sia per indicare per traslato divertito delle sesquipedali fandonie, delle sciocchezze madornali quali sono delle insulse parole o affermazioni appaiabili ad un giuoco come giuoco è lo strummolo. (segue) r.b.

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ 2°

FRASEOLOGIA NAPOLETANE CON IL VERBO PARLÀ Parte seconda D-Parlà a schiovere Ad litteram:parlare a vanvera, quasi a pioggia battente. Détto di chi, non avendo nulla di serio e costruttivo da comunicare, dà libero sfogo alla propria lingua ed a mo' di pioggia inonda il prossimo di vuote parole senza significato e/o costrutto , a ruota libera ed inopportunamente. Preciso qui che il termine schiovere significa per solito: smettere di piovere, ma - in napoletano - spesso la prostesi di una S ad un termine à funzione intensiva e rafforzativa, non sottrattiva ed è il caso dello schiovere della locuzione qui annotata dove con l’anteporre la S alla parola chiovere (piovere) non si è inteso indicare la cessazione del fenomeno atmosferico, ma al contrario si è inteso aumentarne la portata! Il verbo chiovere è dal lat. tardo plovere, per il class. pluere con il tipico passaggio del gruppo lat. pl al napoletano chi (cfr. plu(s)→chiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc.) . E- Parlà sparo Letteralmente: parlar dispari, caffo che sta per parlare offensivamente oltraggiosamente ed addirittura minacciosamente; semanticamente la cosa si spiega con il fatto che nel giuoco del paro e sparo (pari e dispari/caffo)sorta di morra in cui si deve indovinare se il numero totale delle dita che i giocatori apriranno sarà pari o dispari, il giocatore che partecipasse al gioco con il massimo dei numeri dispari da lui giocabili cioè il cinque,apriva completamente distendendolo il palmo della mano (in arabo kaff donde l’italiano caffo=dispari ) per mostrare appunto le cinque dita assumendo cioè una posizione quasi aggressiva come se volesse minacciare l’avversario di percuoterlo a mano aperta;per cui chi parlasse offensivamente, minacciosamente oltraggiosamente si disse che parlasse sparo come colui che distendendo interamente la mano giocasse un numero ( il cinque) dispari/caffo = sparo. sparo agg.vo ed avverbio = dispari, in modo diverso, disuguale e per ampliamento semantico offensivo, oltraggioso, minaccioso etc. per l’etimo si deve risalire al lat. dis+pare(m)→(di)spare(m)→sparo, comp. di dis→s e par paris 'pari' cioè non pari . F -Parlà sulo Ad litteram:parlar da solo, senza relazionarsi Détto di chi,accreditato d’essere folle o tendente alla pazzia venga isolato negandogli la possibilità di relazionarsi con gli altri e lo si costringa al vuoto ed inconferente soliloquio, al parlar da solo con se stesso che è proprio – per l’appunto – l’atteggiamento irrazionale di chi sia o faccia le viste d’esser pazzo, demente, folle, dissennato, squilibrato, forsennato, irragionevole, malato di mente, mentecatto. Sulo agg.vo e talora anche avv. (sulo/sulamente) , ma qui aggettivo: isolato, senza compagnia,abbandonato, trascurato, accantonato, reietto, derelitto quanto all’etimo è dal lat. solu(m). G- Parlà cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso Icastica espressione che ad litteram è: parlare con il(filo a) piombo ed il compasso id est: esprimersi ed agire in ogni occasione con estrema attenzione, cautela e prudenza,non disgiunte da accortezza, circospezione, avvedutezza, ponderazione, avvertenza, precauzione e precisione alla stregua del muratore che, se vuole portare a termine a regola d’arte le proprie opere, non può esimersi dal far ricorso al filo a piombo, compasso, livelle ed altri strumenti consimili. L’atteggiamento fotografato dall’espressione a margine è proprio del prudente, spesso pusillanime e di chi sia cauto, accorto, attento, avveduto, giudizioso, previdente, oculato, riflessivo, ponderato, misurato, controllato, vigile, circospetto, guardingo. chiummo s.vo neutro = piombo, ma qui filo a piombo la voce è dal lat. plumbeu(m) con il tipico passaggio del gruppo lat. pl al napoletano chi (cfr. plu(s)→chiú – plovere→chiovere – plaga→chiaja etc.); cumpasso s.vo m.le = compasso, strumento formato da due aste collegate a cerniera, usato per disegnare circonferenze o misurare distanze; la voce è un deverbale del lat. volg. *cumpassare, comp. di cum 'con' e un deriv. di passus 'passo' = mantenere il medesimo passo. H- Parlà cu ‘o revettiello Ad litteram:parlare con la ribattitura id est: parlare con doppiezza, esprimersi con equivocità, finzione, slealtà. Azione tipica di coloro - in ispecie donne -che malevole e per vigliaccheria non aduse ad esprimere apertamente il proprio pensiero, le proprie opinioni, parlano in maniera ostile, sfavorevole, animosa, astiosa, avversa, esprimendosi mai chiaramente ma per traslati, per sottintesi, per allusioni con la doppiezza richiamante il revetto o revettiello s.vi m.li (il secondo è un diminutivo del primo): doppia cucitura rinforzata posta agli orli di gonne e sottogonne per impedirne il logoramento; l’etimo è dal fr. rivet dal verbo river= ribadire, rafforzare. (segue) r.b.

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ 1°

FRASEOLOGIA NAPOLETANA CON IL VERBO PARLÀ Parte prima Per contentare il caro amico A.B., di cui – per i soliti motivi di privatezza – mi limito ad indicare le sole iniziali di nome e cognome, per contentare, dicevo, l’amico che me ne à fatto richiesta e forse qualcun altro dei miei ventiquattro lettori tratterò qui di sèguito di alcune espressioni modali partenopee costruite con il verbo parlare/à. Cominciamo con il darne un breve elenco per poi analiticamente trattarne: 1) Parlà tosco 2) Parlà cu ‘o scio’-sciommo 3) Parlà giargianese/ggiaggianese 4) Parlà a schiovere 5) Parlà sparo 6) Parlà sulo 7) Parlà cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso 8) Parlà cu ‘o revettiello 9) Parlà mazzecato 10) Parlà ‘nfijura 11) Parlà a spaccastrómmole 12)Parlà comme a ‘nu libbro stracciato. 13) Parlà assestato 14) Parlà chiatto e ttunno 15) Parlà a ccocoricò 16) Parlà a scampule ‘e mele cotte In coda ed in aggiunta all’analisi delle locuzioni modali or ora elencate dirò poi due icastiche espressioni che pur non essendo modali chiamano in causa il verbo parlare: 17)Nun farme parlà! 18) Jí a pparlà cu ‘o pato Prima di soffermarmi sulle singole espressioni mi pare comunque giusto se non necessario dilungarmi alquanto sul verbo parlare/parlà (che etimologicamente deriva dal latino volg. *parabolare→par(abo)lare→parlare, deriv. di parabola 'parabola', poi 'discorso, parola' ); parlare è quel verbo intransitivo con ausiliare avere che, come nell’italiano, sta per: 1 pronunciare parole; esprimere con parole pensieri o sentimenti: parlare a, con qualcuno; parlare con voce chiara, forte; parlare a voce alta, bassa; parlare lentamente, sottovoce; parlare col, nel naso, con voce nasale; parlare a fior di labbra, piano; parlare tra i denti, in modo indistinto; parlare da solo, fare un soliloquio; parlare tra sé (e sé), pronunciare qualche parola a voce bassissima, rivolgendosi a sé stesso, quasi per riassumere i propri pensieri; parlare stentatamente, con fatica, per debolezza fisica, per mancanza di prontezza o per scarsa conoscenza della lingua ' parlare in punta di forchetta, (fig.) con parole affettate, ricercate ' parlare chiaro, dire le cose come stanno ' parlare a vanvera, a caso, senza riflettere ' bada a come parli, modo per invitare qualcuno a non offendere, a misurare le parole ' con rispetto parlando, formula di scusa che si premette o si fa seguire immediatamente a un'espressione o a una parola non troppo conveniente ' parlare bene, male di qualcuno, con benevolenza, con malevolenza ' parlare a cuore aperto, col cuore in mano, (fig.) sinceramente e disinteressatamente ' parlare con qualcuno a quattrocchi, da solo a solo, senza testimoni ' parlare al muro, al vento, (fig.) inutilmente, a chi non vuole ascoltare | chi parla?, con chi parlo?, formule che si usano al telefono quando non si sa chi sia l'interlocutore 2 sostenere una conversazione; ragionare, discutere, dialogare: parlare di letteratura, d'arte, di politica; parlare del più e del meno, conversare di argomenti vari e poco importanti ' far parlare di sé, suscitare l'interesse, la discussione, i commenti della gente ' tutti ne parlano, si dice di fatto o persona che è oggetto di chiacchiere, di pettegolezzi oppure di discussioni, di interesse' la gente parla, mormora, fa pettegolezzi | senti chi parla!, si dice a persona che è la meno adatta a pronunciarsi su qualcosa ' non se ne parla neanche, si dice di cosa che non si vuole assolutamente fare ' non parliamone più, si dice per troncare una discussione, una lite ' non me ne parlare!, si dice a chi tocca argomenti penosi o delicati 3 tenere una lezione, una conferenza, un discorso pubblico: parlare al popolo; parlare in un comizio; parlare alla radio, alla televisione | parlare dal pulpito, (fig.) assumere un tono saccente e professorale ' parlare a braccio, improvvisando 4 (estens.) esprimere un pensiero, trattare di un argomento per iscritto; anche, esprimere pensieri o sentimenti con mezzi diversi dalla parola: tutti i giornali parlano del processo; l'autore parla in questo libro di due personaggi storici; parlare a gesti, con gli occhi; i muti parlano a segni 5 manifestare un'intenzione; far progetti riguardo a qualcosa: parlano di andare in Spagna; di quella legge si parla da dieci anni | non se ne parla più, si dice di un progetto ormai accantonato 6 rivelare segreti; confessare: l'imputato non si decide a parlare 7 (fig.) essere particolarmente espressivo; suscitare, ispirare sentimenti: occhi che parlano; musica che parla al cuore | luoghi che parlano di qualcosa, che la ricordano, che ne portano i segni | i fatti parlano, sono la prova eloquente di qualcosa 8 (fig.) manifestarsi attraverso fatti o parole: in lui è l'invidia che parla, che lo spinge a dire o a fare determinate cose; lasciar, far parlare la coscienza, la ragione, ascoltarne la voce, i suggerimenti ||| v. tr. 1 usare, per esprimersi, una determinata lingua; conoscere una lingua in modo da potersi esprimere correntemente: parlare russo (o il russo); parlare bene, male l'inglese | parlare ostrogoto, turco, arabo, (fig. fam.) esprimersi poco chiaramente, non farsi intendere 2 esprimersi in un certo modo, usare un determinato linguaggio: parlare un linguaggio franco, chiaro, oscuro 3 (lett.usato transitivamente) dire: possa... parlare alquante parole alla donna vostra || parlarsi v. rifl. rec. 1 rivolgersi reciprocamente la parola: si parlavano da un lato all'altro della strada 2 (antiq. pop.) amoreggiare 3 avere rapporti amichevoli, essere in buoni rapporti: dopo quel litigio non si parlano più A- Parlà tosco L’antica, desueta espressione napoletana a margine (peraltro assente in tutti i numerosi lessici napoletani antichi e moderni,in mio possesso ma viva e vegeta fino a tutti gli anni cinquanta del 1900 sulla bocca degli abitanti della città bassa partenopea) fu usata in due diverse accezioni: a) per significare un parlare eccessivamente forbito e ricercato che eccedesse una normale comprensibilità, come accadeva quando in un dialogo uno degli interlocutori invece di usare la comprensibile parlata locale, s’azzardasse ad adoperare la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili; di costui si diceva che parlasse tosco dove con l’agg.vo tosco non si voleva intendere, con derivazione dal lat. tuscu(m), toscano , ma ci si riferiva ad altro agg.vo tosco quello che con derivazione dall'albanese toske, indica l’astruso linguaggio di una popolazione albanese di religione musulmana, stanziata a sud del fiume Shkumbi.Chi cioè parlasse non in napoletano, ma in un italiano forbito e rifinito veniva accreditato nell’immaginario popolare comune d’usare, quasi per certo, a fini truffaldini un linguaggio volutamente incomprensibile, simile appunto all’astruso linguaggio dialettale tosco di una popolazione albanese; b) la seconda accezione del parlar tosco era riferita a chi, sempre a fini truffaldini fosse eccessivamente esoso nelle sue richieste di compenso per un lavoro fatto o da farsi; di costui si diceva che parlasse tosco non perché adoperasse la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili, ma perché, pur parlando magari in istretto napoletano,con parole chiare e comprensibili, fosse cosí esoso nelle sue richieste d’apparire disonesto o truffaldino se non addirittura ladro tale da sconsigliare di tener mercato con lui, quasi che parlasse un incomprensibile, sibillino linguaggio gergale da consorteria e perciò tosco= astruso. Rammento, per completezza, che anche nei linguaggi iberici: spagnolo, portoghese (dai quali talora il napoletano à attinto) esiste il termine tosco ma vale grossolano, approssimativo, poco fine, di esecuzione poco accurata; ordinario, dozzinale ed in tali accezioni non è mai usato nel napoletano per cui il termine partenopeo tosco non è stato marcato nè sullo spagnolo, nè sul portoghese, ma sull’albanese. Quando poi un interlocutore non solo parlasse in italiano piú o meno forbito, ma sconfinasse nella lingua francese veniva accreditato di parlare cu ‘o scio’-sciommo; B- parlare cu ‘o scio’-sciommo è infatti un’espressione intraducibile ad litteram che viene ancóra usata per canzonare il risibile modo affettato e falsamente raffinato dell'incolto che pensando erroneamente di esprimersi in corretto toscano, in realtà si esprime in modo ridicolo e falso con un idioma che scimmiotta solamente la lingua di Dante, risultando spesso piú simile ad una lingua francese malamente appresa però, della quale vengono colti essenzialmente molti fonemi intesi come sci (←ch); da tale suono è stato tratto l’onomatopeico sciommo che reiterato nella prima parte (sciò) à dato lo scio’-sciommo inteso sostantivo neutro. C-parlà giargianese/ggiaggianese L’espressione in esame si avvale di una vecchia parola (fine 19° sec) che quasi sparita nel corso del tempo, ricomparve d’improvviso, negli anni ’40 del 1900, sia pure leggermente modificata quanto alla morfologia , ma non nel significato; la parola in esame è giaggianese (che piú opportunamente in corretto napoletano andrebbe scritta con la geminazione iniziale: ggiaggianese), voce che poi divenne giargianese parola che nel significato estensivo di imbroglione ed in quello primo di straniero dal linguaggio incomprensibile si ritrovò e talvolta si ritrova ancóra nel salentino: giaggianese, nel pugliese: giargianaise e qui e lí in molti altri linguaggi centro-meridionali dove è: gjargianese, gjorgenese. 12) L’originaria voce ggiaggianése fu coniata sul finire del 19° sec., modellata per corruzione sul termine viggianese e fu usata per indicare alternativamente o taluni caratteristici suonatori ambulanti, o déi piccoli commercianti lucani che arrivavano alle latitudini centro-meridionali per acquistare uve e/o mosto semilavorato; di tali piccoli commercianti e/o suonatori solo una piccola parte provenivano effettivamente da Viggiano centro in prov. di Potenza, ma poiché tutti i commercianti che non fossero campani, e soprattutto quelli provenienti dal nord, parlavano un idioma non molto comprensibile si finí per considerarli tutti viggianesi e dunque ggiaggianise/i plur. metafonetico di ggiaggianese; fu cosí che con il termine ggiaggianese si indicarono tutti gli stranieri che non parlassero un linguaggio noto o comprensibile; va da sé che poiché, nell’inteso partenopeo, chi non parla in modo chiaro e comprensibile lo fa per voler imbrogliare, ecco che ggiaggianese estensivamente indicò l’imbroglione pericoloso ed in tali accezioni ( suonatore ambulante, commerciante, straniero incomprensibile, imbroglione) la voce fu usata a lungo nel parlato comune; a mano a mano poi quasi per naturale consunzione essa sparí dall’uso e non se ne ritrova memoria neppure nei calepini piú o meno noti od usati ( che ànno il torto d’essere compilati basandosi esclusivamente sugli scritti dei classici che mai presero in considerazione la voce di cui tratto). Come d’incanto la voce riapparve nell’uso del parlato comune intorno agli anni ’40 del 1900, quando in Campania, Puglia, Abruzzo etc. sciamarono le truppe alleate che parlavano un linguaggio incomprensibile, ad un dipresso un linguaggio tale (per non essere intellegibile facilmente) da potersi appaiare a quello tipico dei ggiaggianesi; fu in questo periodo che la voce ggiaggianese subí una sorta di ammodernamento, allorché (come nel 1961, con felice intuizione chiarí il grandissimo prof. Rohlfs ) accostando a ggiaggianese il nome proprio George usatissimo fra gli alleati si ottenne giargianese, nelle medesime accezioni surriportate. (segue) r.b.

IL VERBO METTERE E LA SUA FRASEOLOGIA

IL VERBO METTERE E LA SUA FRASEOLOGIA Questa volta, prendendo spunto dall’antica locuzione METTERE o MENÀ ‘O VELLÍCULO Ô FFUOCO è stato il caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a chiedermi via e-mail di chiarirgli significato e portata delle espressioni partenopee costruite con il verbo METTERE . Mi accingo alla bisogna elencando dapprima le espressioni cosí come mi sovvengono per poi esaminarle analiticamente: 1- Mettere o menà ‘o vellículo ô ffuoco. 2 – Mettere ‘o ppepe ‘nculo â zoccola. 3 – Mettere ‘a capa a ffà bbene. 4 – Mettere’a coppa. 5 – Mettere ‘a lengua ‘int’ô ppulito. 6 – Mettere ‘a supponta. 7 – Mettere ‘a vammacia ‘mmocca. 8 – Mettere campanielle ‘ncann’â gatta. 9 – Mettere carne a ccocere. 10 – Mettere mane. 11 - Mettere mane ê fierre oppure Mettere mane â tela. 12 – Mettere mane â sacca. 13 - Mettere ‘e mmane ‘nnanze. 14 - Mettere recchie p’’e pertose. 15 - Mettere ll’uoglio ‘a copp’ô peretto. 16 - Mettere ‘mpuzature. 17 - Mettere ‘na pezza a cculore. 18 - Mettere ‘na pezza arza. 19 – Mettere puteca. 20 – Mettere spia. 21 – Mettere ‘ncalannario . 22 – Mettere nciuce. 23 – Mettere prete ‘e ponta. 24 – Mettere tenna. 25 – Mettere a uno ‘ncopp’a ‘nu puorco. 26 – Mettere ‘o ssale ‘ncopp’â códa/córa. 27 – Metterse ‘e casa e pputeca. 28 – Metterse ‘e ddete ‘nculo e caccià ‘anielle. 29 – Metterse ‘a lengua ‘nculo. 30 – Metterse ‘mmiezo. 31 – Metterselo dint’ ê chiocche. 32 – Metterse pavura. 33 – Metterse ‘nu cienzo ‘ncuollo. 34 – Metterse scuorno. 35 – Metterse ‘o cappotto ‘e lignammo. 36 – Mettere ‘a si-loca arreto. 37 - Miettele nomme penna! 38 - Metterse cu ‘a panza e cu ‘o penziero. Prima di principiare l’esame analitico delle locuzioni diciamo súbito che il verbo mettere à nel napoletano varie accezioni, quali disporre, collocare, porre (anche fig.) indossare, vestire etc. ed è voce dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere'. E veniamo all’analisi delle locuzioni: 1- Mettere o menà ‘o vellículo ô ffuoco. Letteralmente: Mettere o buttare l’ombelico ( piú esattamente il cordone ombelicale) al fuoco. Antica espressione partenopea risalente addirittura al ‘600 (attestata nel Cortese, Basile, Trinchera ed altri, con la quale si era e si è soliti riferirsi all’atteggiamento da profittatore di chi, non invitato, faceva o fa in modo di appalesarsi in casa di amici e/o semplici conoscenti in occasione di una qualche ricorrenza o festività per partecipare ad una approntata festa, comportante distribuzione, spesso abbondante , di cibi e bevande; oppure appalesarsi in casa di amici e/o semplici conoscenti all’orario del desinare nell’intento di scroccare un invito alla tavola imbandita, invito in uso tra i napoletani che non lesinano a nessuno un pasto o una libagione.Di chi, non espressamente invitato, si comportasse in modo di trovarsi presente all’ora dei desinari, scroccando l’invito a tavola si diceva e si dice che aveva miso o aveva menato ‘o velliculo ô ffuoco! L’espressione nacque allorché, in tempi andati, le donne partorivano in casa assistite da una o piú levatrici dette mammàne oppure meno opportunamente (e qui di sèguito chiarirò)vammane Costoro una volta che la puerpera aveva partorito erano use tagliare il cordone ombelicale del bambino o bambina nato/a e buttare, con intento augurale, nel fuoco del braciere o del focolare il pezzo di cordone tagliato. A questa funzione seguiva un immediato festeggiamento con ampia distribuzione di cibo e bevande, festeggiamento cui partecipavano oltre i genitori ed i parenti prossimi del neonato o neonata, la/le mammana/e e tutti coloro che, invitati o no, fossero intervenuti al rito della ustione del cordone ombelicale. Dalla imitazione di questa situazione nacque il modo di dire di cui all’epigrafe riferita a tutti coloro che profittassero di una ricorrenza o festività per partecipare senza invito ad una approntata festa, comportante distribuzione, spesso grande, di cibi e bevande; oppure riferita a tutti coloro che avessero l’abitudine di presentarsi, senza preventivamente annunciarsi, in casa di amici e/o semplici conoscenti all’orario del desinare nell’intento di scroccare un invito alla tavola imbandita. Tutto quanto qui detto è da riferirsi espressamente al cittadino privato che approfitti di una situazione festevole per parteciparvi e satollarsi di cibo o bevande. Per indicare il medesimo atteggiamento da profittatore tenuto inizialmente non da comuni cittadini. ma da militari a Napoli fu in uso un tempo l’espressione appujià ‘a libbarda (poggiare l’alabarda) Ad litteram: appoggiare l’alabarda id est: scroccare, profittare a spese altrui. Locuzione antichissima risalente al periodo viceregnale, ma che viene tuttora usata quando si voglia commentare il violento atteggiamento di chi vuole scroccare qualcosa o, piú genericamente, intende profittare di una situazione per conseguire risultati favorevoli, ma non espressamente previsti per lui. Temporibus illis, al tempo del viceregno spagnolo (1503 e ss.) i soldati iberici, di stanza in quelli che poi sarebbero stati chiamati quartieri (spagnoli) a monte della strada di Toledo, erano usi aggirarsi all’ora dei pasti per le strade della città di Napoli e fermandosi presso gli usci là dove annusavano odore di cibarie approntate, lí poggiavano la propria alabarda volendo significare con detto gesto di aver conquistato la posizione; entravano allora nelle case e si accomodavano a tavola per consumare a scrocco i pasti. Da questa abitudine prese vita la locuzione appujià ‘a libbarda (poggiare l’alabarda) Ad litteram: appoggiare l’alabarda che valse dapprima : scroccare, profittare a spese altrui di un pasto e poi estensivamente profittare di una qualsivoglia situazione opportuna per conseguirne risultati favorevoli Si tratta dunque di espressione dal significato un po’ piú esteso di quella in epigrafe che è invece usata piú limitatamente per commentare l’atteggiamento di chi ottenga, contendandosene,beneficî molto circoscritti (quali cibi e bevande elargiti durante un festeggiamento). menà verbo trans. = buttare, sospingere dentro o fuori ed anche, ma meno comunemente, trascorrere, passare, vivere ed estensivamente assestare, dare con forza, picchiare; l’etimo è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'; velliculo s.vo m.le = letteralmente ombelico, ma nella fattispecie solo una parte di esso e cioè il cordone ombelicale quello che una volta che sia reciso lascia un mozzicone che opportunamente legato e ripiegato verso l’interno forma il vero e proprio ombelico;l’etimo di velliculo è il medesimo di ombelico e cioè il lat. umbilicu(m), affine al gr. omphalós 'bottone, ombelico' con la differenza che per il napoletano si è avuta l’aferesi della prima sillaba um, il passaggio di b a v (come altrove: bucca(m)→vocca barca→varca etc.), il raddoppiamento espressivo della liquida nella sillaba li→lli e l’aggiunta di un suffisso diminutivo ulo/olo← olus. vammana/ mammana s.vo f.le= levatrice, donna esperta che assiste le partorienti; per il vero nel parlato comune popolare la voce usata per indicare la levatrice e cioè colei che assiste la puerpera e ne raccoglie il parto è mammàna con derivazione da un lat. volgare *mammàna(m); la voce vammana ( pur derivata dalla medesima voce del lat. volgare *mammàna(m)) ma con forma dissimilata nella cons. d’avvio che da mammàna passa a vammana è usata, nel parlato comune popolare, non per indicare una vera e propria levatrice che assiste la puerpera e ne raccoglie il parto, ma per significare, in senso dispregiativo, quelle praticone, prive di adeguata preparazione, ma non di esperienza, aduse ad esercitare pratiche abortive clandestine (spesso servendosi di mezzi di fortuna, inidonei e pericolosi).Che si tratti di termine dispregiativo è dimostrato dal fatto che già anticamente (cfr. Basile) la voce vammana era usata quale epiteto. appujià = verbo tr. 1in primis appoggiare, poggiare, avvicinare una cosa a un'altra che la sorregga, 2(fig.) aiutare, favorire; sostenere; l’etimo della voce napoletana, cosí come della corrispondente dell’italiano è dal lat. volg. *appodiare, deriv. del greco pódion 'piedistallo' ma nel verbo napoletano è avvenuta la chiusura della tonica ó →u, ed in luogo della dentale d che è caduta s’è adottato il suono di transizione j 2 – Mettere ‘o ppepe ‘nculo â zoccola. Letteralmente:introdurre pepe nell’ano di un ratto. Figuratamente: Istigare,sobillare, metter l'uno contro l'altro. Quando ancora ci si serviva in primis, come mezzo di trasporto, delle navi , capitava che sui bastimenti mercantili, assieme alle merci, attratti dalle granaglie, solcassero i mari grossi topi ( in napoletano zoccole al sg zoccola dal lat. sorcula diminutivo di sorex), che facevano gran danno. I marinai, per liberare la nave da tali ospiti indesiderati, avevano escogitato un sistema strano, ma efficace: catturati un paio di esemplari, introducevano un pugnetto di pepe nero nell'ano delle bestie e poi le liberavano. Esse, quasi impazzite dal bruciore che avvertivano si avventavano in una cruenta lotta con le loro simili. Al termine dello scontro, ai marinai non restava altro da fare che raccogliere le vittime e buttarle a mare, assottigliando cosí il numero degli ospiti indesiderati. L'espressione viene usata con senso di disappunto per sottolineare lo scorretto comportamento di chi, in luogo di metter pace in una disputa,si diverte e gode ad attizzare il fuoco della discussione fra terzi... 3 – Mettere ‘a capa a ffà bbene Letteralmente:porre il capo a fare bene; id est: decidersi ad agire secondo i dettami della correttezza tenendo un comportamento retto giusto, idoneo, ortodosso, regolare che non offra appigli per reprimende, rimbrotti, sgridate, strigliate, rampogne. Locuzione usata con riferimento a chi adulto o che non lo sia ancóra abbia finalmente dismesso il comportarsi da spensierato e non agendo piú con leggerezza, sventatamente e/o superficialmente si sia risoluto a mettersi sulla strada della serietà per operare con responsabilità, affidabilità, impegno, scrupolosità, coscienziosità, coscienza. 4 – Mettere ’a coppa Letteralmente:mettere [a chiacchiere]al di sopra. Détto sarcasticamente di chi millantatore e vuoto parolaio decanti, ma senza alcun riscontro pratico, la sua vanagloriosa superiorità nell’àmbito del sapere, dell’essere o dell’avere sull’universo mondo, sparandola piú grossa nell’intento di farsi apprezzare per quel che non è. ‘a coppa/ ‘ncoppa prep. impr. ed avv. di luogo come avv. sopra,su, in luogo o posizione piú elevata è sagliuto ‘ncoppa(è salito su, sopra)ll’aggiu aspettato ‘ncoppa (l’ò atteso su); mettimmoce ‘na preta ‘a coppa(mettiamoci una pietra sopra, dimenticare ciò che è stato; bevimmoce ‘a coppa (beviamoci sopra), per dimenticare qualcosa; durmirce ‘a coppa(dormirci sopra), lasciar passare tempo per riflettere; anche, trascurare, rallentare qualcosa come prep. 1 in posizione piú elevata rispetto ad altro, su (con riferimento a cose che sono a contatto): ‘o telefono sta ‘ncopp’ â scrivania(il telefono è sopra (al)la scrivania); posa ‘o libbro ‘ncopp’ô tavulo mio(posa il libro sopra il (o al) mio tavolo); purtà ‘a cesta‘ncopp’ â capa(portare la cesta sopra la testa); saglí‘ncopp’ âseggia( salire sopra la(o alla) sedia); | in usi fig.: sperà ‘ncoppa a quaccuno(sperare su qualcuno): far assegnamento sopra qualcuno; jucà ncoppa a ‘nu nummero( giocare sopra un numero); t’ ‘o ggiuro ncoppa a ll’anema ‘e papà (te lo giuro sull’anima di mio padre) giurare sopra qualcuno, qualcosa, in nome di qualcuno, per qualcosa; 2 con riferimento a cose l'una delle quali ricopre o avvolge l'altra: stennere ‘o mesale ‘ncopp’â tavula(stendere la tovaglia sopra la tavola); tené ‘nu maglione ‘ncopp’ê spalle(avere un golf sopra le spalle); metterse ‘o cappotto ‘a copp’ô tajerre(mettere il cappotto sopra il tailleur) 3 con riferimento a cose messe l'una sull'altra: mettere ‘e piatte uno ‘ncoppa a ll’ato(mettere i piatti uno sopra l'altro) | in talune particolari accezioni con riferimento a cose o avvenimenti che si succedono rapidamente nel tempo o in gran numero: fa diebbete ‘ncopp’ a ddiebbete(fare debiti sopra debiti); riportare vittoria sopra vittoria; dire spropositi sopra spropositi; gli accadde una disgrazia sopra l'altra 4 con riferimento a cose che non sono a contatto fra loro: il ritratto era appeso sopra il caminetto; si costruirà un nuovo ponte sopra la ferrovia; il colonnello abita sopra di loro; le nuvole si addensavano sopra di noi | in usi fig.: una minaccia pendeva sopra il suo capo; piangere sopra qualcuno, qualcosa, dolersi per qualcuno, qualcosa; passar sopra a qualcosa, non tenerne conto; tornar sopra a qualcosa, riesaminarla; averne fin sopra i capelli, essere nauseato di qualcosa, aver raggiunto il limite della sopportazione; sopra pensiero, soprappensiero 5 (fig.) con riferimento a situazioni di superiorità, dominio, controllo: allargare il proprio dominio sopra tutto il paese; regnare sopra diversi popoli; non avere nessuno sopra di sé; avere un vantaggio sopra qualcuno; vegliare sopra i figli 6 con riferimento a cosa che scende dall'alto (anche fig.): le bombe caddero sopra la casa; la nebbia calò sopra la valle; la responsabilità ricade sopra di noi; scaricare la colpa sopra qualcuno | (estens.) contro: gettarsi, scagliarsi sopra qualcuno; ordinarono ungrandissimo esercito per andare sopra 'nemici (BOCCACCIO Dec. II, 8) 7 nelle immediate vicinanze ma in posizione più elevata: la casa è sopra la ferrovia; c'è una pineta sopra il mare 8 oltre, più (di un limite): bambini sopra i cinque anni; la temperatura è sopra lo zero; Roma è a pochi metri sopra il livello del mare | nelle determinazioni geografiche, più a nord: Bolzano è un po' sopra Trento; il mar Rosso è sopra il 10° parallelo | più di (per indicare una preferenza): amare la famiglia sopra ogni cosa; questo mi interessa sopra tutto 9 intorno a, riguardo a (per indicare materia, argomento): parlare sopra un tema difficile; mi piacerebbe conoscere il tuo parere sopra quella questione 10 (ant.) oltre a, in aggiunta a: gran parte delle loro possessioni ricomperarono, e molte dell'altre comperar sopra quelle (BOCCACCIO Dec. II, 3) 11 (ant.) prima di, avanti (in senso temporale): la notte sopra la domenica, quella che la precede | sopra parto, soprapparto 12 nella loc. al di sopra di, che ha gli stessi sign. di sopra: numeri al di sopra di cento; essere al di sopra delle parti; un cittadino al di sopra di ogni sospetto - agg.vo invar. superiore (anche preceduto da di):’o rigo ‘e coppa; ‘o piano ‘e coppa( la riga di sopra; il piano di sopra) s. m. invar. la parte superiore, ciò che sta sopra (anche preceduto da di): ‘a coppa è de plastica (il (di) sopra è di plastica.) etimologicamente‘ncoppa = sopra è forgiato da un in→’n illativo e coppa dal latino cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra; ugualmente ‘a coppa = da/di sopra deriva dalla medesima cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra, introdotta dalla ‘a aferesi della preposizione da→’a. 5 – Mettere ‘a lengua ‘int’ô ppulito. Letteralmente: Mettere la lingua nel pulito. Locuzione di doppia valenza; strictu sensu è usata in riferimento a chi pur non essendo di elevata condizione sociale, per adeguarsi all’ambiente che fortuitamente frequenti, tenta, sforzandosi, di non usare l’eloquio dialettale e di usare la lingua nazionale pur non essendovi avvezzo con risultati non sempre adeguati; con intento di dileggio è sarcasticamente usata in riferimento a chi parli con affettata ricercatezza scegliendo un’elocuzione artefatta, artificiosa, studiata esprimendosi con raffinatezza inusuale e perciò goffa risultando tutt’ altro che elegante, ricercato, raffinato.Albi, di costui si dice altresí che “parla cu ‘o sciò-sciommo” espressione intraducibile ad litteram che viene ancóra usata per canzonare il risibile modo affettato e falsamente raffinato dell'incolto che pensando erroneamente di esprimersi in corretto toscano, in realtà si esprime in modo ridicolo e falso con un idioma che scimmiotta solamente la lingua di Dante, risultando spesso piú simile ad una lingua francese malamente appresa però, della quale vengon colti essenzialmente molti fonemi intesi come sci (←ch); da tale suono è stato tratto l’onomatopeico sciommo che reiterato nella prima parte (sciò) à dato lo sciò-sciommo inteso sostantivo neutro. ppulito s.vo astratto, neutro ciò che è oppure è inteso netto, decente, decoroso, dignitoso, conveniente ed anche fine, raffinato, distinto, signorile, chic, ricercato; voce deverbale del lat. pōlire→pulire; trattandosi di voce astratta è voce neutra ed esige [se preceduto dall’art. neutro ‘o (il/lo)oppure dalla crasi ô (al/allo)]il raddoppiamento della consonante d’avvio (p) indipendentemente dal fatto che in napoletano la consonante occlusiva bilabiale sorda (p) e quella sonora (b) vengono costantemente raddoppiate quale sia il posto che occupino nella parola. 6 – Mettere ‘a supponta Letteralmente: Apporre un puntello. Locuzione anch’essa di doppia valenza; se usata nel senso pratico fa riferimento al propizio intervento di chi fornisca il bisognoso di un piccolo asciolvere che faccia da temporaneo rincalzo del vuoto stomaco che reclami un sostegno, rinforzo, appoggio, supporto per lenire i morsi della fame; se usata in senso traslato con la locuzione in esame ci si riferisce al fatto che ad un neonato sia stato imposto il nome di suo nonno che avrà – hoc est in votis – nel nipotino un bastone della propria vecchiaia. supponta s.vo f.le = 1 in primis puntello,supporto ausilio; 2 per estensione appoggio, base, collaborazione, assistenza. voce deverbale del lat. sub-punctare frequentativo di sub-pungere. 7 – Mettere ‘a vammacia ‘mmocca Letteralmente:mettere l’ovatta in bocca. Locuzione richiamante in primis un’antica, ma deprecabile abitudine usata nei confronti dei defunti, abitudine che, a censurabili fini estetici,prevedeva che ad un trapassato emaciato una volta che fósse stato privato di probabili protesi dentarie, venisse riempita la bocca con voluminosa ovatta per modo che il soggetto apparisse piú florido; la locuzione è usata altresí a dileggio di chi – benché vivo e vegeto – sia in cosí tanto cattive condizioni fisiche, da farlo apparire in tutto simile ad un macilento,scavato, scarno defunto e quasi sia d’uopo che gli si riempia la bocca d’ovatta. vammacia s.vo f.le = bambagia, ovatta, cascame della filatura del cotone, nell'uso comune, cotone a fiocchi, non filato; voce dal lat. bambagiu(m), dal gr. pámbax -akos 'cotone' con risoluzione della prima b in v (cfr. bucca-m→vocca, barca-m→varca etc.)ed assimilazione regressiva della seconda b assimilata alla antecedente m ed infine passaggio dell'affricata palatale sonora (g) alla corrispondente affricata palatale sorda (c). ‘mmocca = nella bocca; voce formata dall’asgglutinazione [in posizione protetica] della preposizione in con il s.vo f.le bocca (dal lat. bucca-m) seguendo la norma che vuole che quando la preposizione in diventa proclitica di una parola che inizia con una consonamte labiale esplosiva: p o b, perde la i d’avvio sostituita dal segno (‘) dell’aferesi e muta la enne che diventa emme,spingendo talvolta all’assimilazione progressiva la consonante d’avvio come ad es. nel caso di in+ bocca→ ‘mbocca → ‘mmocca. 8 – Mettere campanielle ‘ncann’â gatta Letteralmente:Porre dei campanelli alla gola del gatto.Locuzione usata per riferire l’atteggiamento riprovevole di chi si diverta a propalare notizie riservate per il solo gusto di nuocere al prossimo, o a diffondere voci infondate seminando zizzania e ciò nell’intento di farsi notare attirando l’altrui attenzione sulla propria persona. Ricordo che altri (e per tutti l’Altamura)leggono la locuzione nel significato di: suscitare in chi non li avrebbe, sospetti , dubbi o diffidenze e giustificano questa lettura riallacciandola ad una favola d’Esopo e/o La Fontaine sul gatto ed i topi che benché anelassero a volerlo fornire di sonagli per essere tenuti sull’avviso del suo accostarsi, non trovarono tra di essi il coraggioso che lo facesse. Ora, a mio avviso,se si eccettua il tenue richiamo a campanelli ed al gatto non esistono altri punti di contatto tra la menzionata favola ed i significati della locuzione sia che venga lètta cosí come ò riportato, sia che si prenda per buona l’altra lettura; in ogni caso la locuzione mi pare che nulla abbia a che spartire con la favola d’Esopo e/o La Fontaine . - ‘ncanna= in gola espressione usata sia in senso reale come nel caso di funa ‘ncanna= corda alla gola – annuzzà ‘ncanna= soffocare per non riuscire a deglutire un boccone di cibo finito per traverso oppure in senso figurato come nel caso dell’rdpressione “'o sanco saglie 'ncanna e tt'affoca” (la parentela può soffocarti)[cfr. alibi] oppure in senso metaforico restà ‘ncanna= restare in gola détto di ciò a cui non sia pervenuti e/o non si sia potuto conseguire; ‘ncanna è: in+canna→(i)ncanna→’ncanna; (canna deriva dal latino/greco kanna e questo dal semitico qaneh) dove ovviamente con canna si intende il canale della gola); l’altra voce usata per indicare propriamente il canale della gola il gorgozzúle (dall'ant. gorgozzo o gorgozza, che è dal lat. volg. *gurgutiam, per il class. gurges -gitis 'gola’) è cannarone palesemente accrescitivo della pregressa canna; cannarone tuttavia non dovrebbe indicare la trachea (dal lat. tardo trachia(m), dal gr. trachêia (artìría), propr. '(arteria) ruvida', f. sost. dell'agg. trachys 'ruvido', perché al tatto risultano sensibili i passaggi fra un anello cartilagineo e l'altro) che è poi l’organo dell'apparato respiratorio a forma di tubo, costituito da una serie di anelli cartilaginei, compreso fra la laringe e i bronchi, organo cui si fa riferimento con il napoletano canna; cannarone è usato infatti soprattutto nelle espressioni in cui occorra sottolineare una pretesa vastità del tratto del tubo digerente che va dalla faringe allo stomaco, cioè dell’esofago (dal gr. oisophágos, comp. di óisein 'portare, trasportare' e phaghêin 'mangiare') di chi ingurgiti molto cibo e lo faccia voracemente; possiamo perciò dire che in napoletano – contrariamente da ciò che ritengono i piú avvezzi a far d’ogni erba un fascio, la voce canna corrisponde alla trachea mentre il cannarone è l’esofago. A margine rammenterò che nell’uso del parlato soprattutto provinciale e/o dell’entroterra accanto al termine cannarone ne esistono altri due da esso derivati e che ne sono una sorta di dispregiativo e sono: cannaruozzo e cannaruozzolo; il suffisso ozzo/uozzo di matrice tardo latino volgare fu usato per indicare (cfr. Rohlfs G.S.D.L.I.E S.D. sub 1040 )qualcosa di rozzo, grossolano, contadinesco e dunque di pertinenza di voci dispregiative; tuttavia nel caso di cannaruozzolo ci troviamo in presenza di una sorta di divertente ossimoro determinato dall’aggiunta d’un suffisso diminutivo olus→olo ad un termine accrescitivo e dispregiativo come cannaruozzo (che in origine è cannar(one)+uozzo). â preposizione art. = alla; â è la crasi (forma contratta) di a+ ‘a (a+ la), come alibi ô è crasi di a + ‘o (a+ il/lo) e vale al/ allo, come alibi ê è crasi di a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) e vale ai/a gli oppure alle. 9 – Mettere ata carne a ccocere Letteralmente: Porre altra carne a cuocere. Détto del deplorevole modo di agire di chi provi piacere a dar motivo, destro, occasione, opportunità di discussioni, dispute e litigi, sobillando ed istigando e fornendo materia di contesa a persone i cui rapporti siano già esacerbati. Nella lingua nazionale è in uso un analogo, ma meno icastico “mettere legna al fuoco”. carne/carna s.vo f.le 1 nel corpo dell'uomo e degli animali vertebrati, la parte costituita dai muscoli tené poca carna ‘ncuollo avere poca carne addosso, essere piuttosto magro; essere ‘ncarne essere (bene) in carne, essere ben nutrito, florido | carna viva carne viva, quella che rimane scoperta, senza la protezione della pelle, in seguito a una ferita o a una bruciatura | carne toste, mosce carnisode, flaccide, con riferimento all'aspetto esteriore del corpo di una persona | ‘ncarne e ossa in carne ed ossa, in persona: sî pproprio tu ‘ncarne e ossa? sei proprio tu, in carne ed ossa?! | ‘a propria carna la propria carne, (fig.) i figli, i congiunti 2 (estens. lett.) corpo umano; persona| carne ‘e maciello, ‘e cannone carne da macello, da cannone, soldati mandati allo sbaraglio | carna vattiata carne battezzata, i cristiani | ‘a resurrezzione d’ ‘a carna la resurrezione della carne, (teol.) la ricostituzione dei corpi dopo il giudizio universale 3 (fig.) l'essere umano considerato nella sua corporalità (si contrappone ad anima, spirito): ‘e piacere, ‘e debbulezze, ‘e tentazzione d’a carna 5i piaceri, le debolezze, le tentazioni della carne | essere fatto ‘e carne e d’ossaessere (fatto) di carne e ossa, avere le esigenze, i limiti e le debolezze proprie della natura umana 4 parte degli animali, spec. dei mammiferi d'allevamento, costituita soprattutto dal tessuto muscolare e adiposo, che viene usata come alimento dell'uomo; voce dal lat. carne-m cocere, v. tr. [ dal lat. *cŏcĕre per il class. cŏquĕre] 1 sottoporre al calore del fuoco gli alimenti per renderli mangiabili e digeribili, o sostanze quali vetro, argilla ecc. per renderle adatte a determinati usi:cocere ‘a carne, ‘a pasta; cocere ô furno/tiesto, dint’â tiellaa ffuoco miccio (cuocere la carne, la pasta; cuocere al forno, in padella; cuocere a fuoco lento) 2 bruciare, ustionare; per estens., seccare, inaridire: teste ‘e vasenicola cotte dô sole (piante di basilico cotte dal sole) 3 (fig. non com.) far innamorare: ll’ à fatto cocere primma ‘e lle dicere ‘e sí (lo à lasciato cuocere prima di dirgli di sí) ||| v. intr. [aus. essere] 1 essere sottoposto a cottura: ‘a menesta sta cucenno (la minestra sta cuocendo) 2 seccare, inaridire, ‘e tteste coceno sott’ô sole (le piante inaridiscono sotto il sole) 3 scottare, esser febbricitante :’stu guaglione coce (questo ragazzo scotta) 4 (fig.) procurare offesa, umiliazione: chell’offesa ll’ è cuciuto assaje quella offesa gli è cociuto molto ||| cuocersi v. intr. pron. 1 pervenire a cottura: ‘a carne nun s’ è cuciuta bbuono (la carne non si è cotta bene) 2 bruciarsi, scottarsi: cocerse ô sole (cuocersi al sole) ' 3 (fig. non com.) innamorarsi, tormentarsi, affliggersi, provare dispetto. 10 – Mettere mane Letteralmente: Porre mano; id est: principiare (alcunché).Espressione generica usata in riferimento a chi, presa una decisione, le dia continuità pratica affrontando una qualsivoglia attività con la dovuta solerzia; va da sé che con la locuzione non si intenda restringere il campo alla mera manualità, ma pur se si accenna alle mani, si intende comprendervi quanto altro necessiti di spirito, di intelligenza, di attenzione etc. per il conseguimento dell’opera intrapresa. 11 - Mettere mane ê fierre oppure Mettere mane â tela. Letteralmente: Porre mani ai ferri oppure Porre mani alla tela Espressione analoga alla precedente, ma piú circostanziata. Nel caso in esame si fa riferimento all’attività di chi dà principio ad una attività di tipo artigianale; la prima riguarda l’attività di un artiere: fabbro, meccanico, falegname e simili, attività per le quali occorre munirsi di adeguati arnesi da lavoro, qui genericamente détti ferri; la seconda riguarda l’attività del sarto o del tessitore attività per le quali occorre lavorare stoffe, fodere o tessuti onnicomprensivamente détti tela. fierre s.vo m.le pl. del sg. fierro = ferro, utensile, arnese per il lavoro voce dal lat. fĕrru-m→fierro; voce da non confondere con il s.vo neutro fierro = ferro, minerale elemento chimico di simbolo Fe; è un metallo grigio-argenteo, tenero, duttile, magnetico, raro in natura allo stato libero, ma presente in un gran numero di minerali, da cui si estrae fin dalla più remota antichità. La voce neutro comporta , se preceduta dall’art. neutro ‘o oppure dalla prep, art. ô, il raddoppiamento della consonante d’avvio (es.: ‘o ffierro – vattere cu ‘o martiello ‘ncopp’ô ffierro caudo[il ferro –picchiare con il martello sul ferro caldo]) mentre la voce maschile, anche se preceduta dall’art. maschile ‘o oppure dalla prep, art.ô, mantiene scempia la consonante d’avvio (es.: ‘o fierro pe stirà – leva chella pezza ‘a copp’ô fierrope sturà ‘a funtana[il ferro per stirare – Togli quello straccio di sopra il ferro per sturare la fontana]). 12 – Mettere mane â sacca Letteralmente:Ficcare le mani in tasca (per cavarne del danaro). Espressione usata con rassegnazione quando si è costretti a spendere danaro per sopperire alle quotidiane necessità. ed usata con rabbia davanti a sopravvenute necessità non previste e pertanto piú dolorose a petto delle usuali. 13 - Mettere ‘e mmane ‘nnanze Letteralmente: Porre le mani davanti (per premunirsi e/o difendersi). Locuzione che fotografa l’atteggiamento di chi chiarisca dall’inizio al proprio contraente illico et immediate di che panni vesta, quali siano le proprie idee, cosa ci si attenda dal negozio che si sta per compiere e quali siano i termini della questione sui quali non si è intenzionati a trattare e men che meno a cedere. annanze/annante/’nnante/’nnanze prep. impr. ed avv. 1 dinanzi, di fronte, nella parte anteriore:stà, passà annante (stare, passar davanti); ‘o vestito è macchiato annanze(l'abito è macchiato davanti) 2 (ant.) prima, in precedenzaannante ca tu venisse(prima che venissi) || Nella loc. prep. annanze/annante/’nnanze a= davanti a, dinanzi, innanzi a; di fronte, dirimpetto a: guardà ‘nnanze a tte (guardare davanti a te) | in presenza di: dicette chesto annante ô pate(disse questo davanti al padre); tremmà annanze ô periculo(tremare davanti al pericolo) etimologicamente l’avv. in esame deriva dal lat. tardo abante 'avanti' con assimilazione regressiva della b in n e raddoppiamento espressivo della nasale: abante→anante→annante/annanze quest’ultimo anche nella forma aferizzata ‘nnanze; 14 - Mettere recchie p’ ‘e pertose Letteralmente: Porre le orecchie per i pertugi; id est: porsi all’attento ascolto, origliare, orecchiare, usciolare con attenzione e continuità al fine di non lasciarsi sfuggire notizie e/o voci che potrebbero riuscire utili, se non necessarie per l’azione che si à in mente di condurre in porto o che già sia in corso d’opera. pertose = buchi; s.vo f.le pl. metafonetico del maschile pertuso (dal t. lat. *pertusu(m)); di pertuso esiste anche il normale pl. masch. pertusi/e ma viene usato per indicare i fori presenti sui capi di abbigliamento ( vestiti e/o scarpe) o segnatamente le narici: ‘e pertuse d’’o naso; invece con il pl. f.le pertose si indica qualsivoglia altro tipo di buco e segnatamente quelli piú grandi secondo il criterio napoletano per il quale un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile et versa vice ; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella. 15 - Mettere ll’uoglio ‘a copp’ô peretto Letteralmente: aggiungere olio al contenitore del vino. Id est:colmare la misura. Un tempo sulle damigiane colme di vino veniva versato un piccolo strato d'olio a mo' di suggello e poi si procedeva alla tappatura, avvolgendo una tela di sacco intorno alla imboccatura del contenitore vitreo. La locuzione in senso traslato viene usata sia per indicare che è impossibile procedere oltre in una situazione, perché la misura è colma, sia per dolersi di chi, richiesto d'aiuto, à invece completato un'azione distruttrice o contraria al richiedente. uoglio:s.vo neutro = olio: da un latino oleu(m) cfr. greco: élaion; il classico oleu(m) diede il volgare òliu(m) con li→gli donde oglio → uoglio. peretto s.vo m.le al pl. periette: caraffe vitree senza manico di varia capacità (dai 2 litri al quarto di litro) in cui si versava e talvolta ancóra si versa il vino per servirlo in tavola : etimologicamente per alcuni da ricollegarsi a pera di cui ricalcherebbe vagamente la forma; la cosa poco mi convince, e non prendo per buono quella che piú che una etimologia, mi appare una frettolosa paretimologia, ed atteso che a mia memoria ‘e periette ch’io conobbi non somigliavano ad una pera, né dritta, né capovolta, risultando invece essere dei cilindrici vasi vitrei (e solamente vitrei) che per tutta la loro altezza mantenevano il medesimo passo e solo verso l’alto presentavano una contenuta strozzatura che costringeva il vaso dapprina ad un modesto restringimento del passo e poi a slargarsi in una imboccatura svasata,ecco che quanto all’etimologia, penso che piú che alla forma ci si debba riferire al materiale ed al modo d’apparire d’essi periette che essendo (come ò detto) di terso e scintillante vetro (non esistono, né esistettero periette in coccio o porcellana…) penso ch’essi trassero il loro nome dall’antico alto tedesco peràt= chiaro, splendente, trasparente cosí come i periette furono e sono;quanto alla morfologia è normale nel napoletano fornire d’una paragoge (sillaba finale) le parole straniere terminanti per consonante che viene espressivamente raddoppiata e corredata d’ una semimuta finale (e/o); nel ns. caso peràt→peràtto→peretto, alibi ggasse←gas, tramme←tram etc. 16 - Mettere ‘mpuzature Letteralmente:aizzare, suscitare liti, alterchi, contrasti; fomentare dissidi. Locuzione usata per fotografare il deplorevole comportamento di chi [soprattutto donne] per mera cattiveria si diverta provocare, produrre, generare, originare, accendere, stimolare litigi, alterchi, diverbi, battibecchi, dissidi, dispute quando non zuffe, baruffe ed addirittura risse; tutti questi contrasti sono rappresentati con il termine onnicomprensivo ‘mpuzature il cui sg. ‘mpuzatura s.vo f.le è un deverbale di ‘mpuzà (che è dal lat. impulsare frequ. di impellere = aizzare). 17 - Mettere ‘na pezza a cculore Letteralmente:Apporre una toppa in tinta; id est: rabberciare,riparare un danno prodotto o verificatosi attraverso l’uso di un rattoppo, un rappezzo,una pezza che almeno nascondano lo strappo. Va da sé che la locuzione e usata sia nel senso reale (quando si tratta di rattoppare adeguatamente un abito strappato), che figuratamente in riferimento a chi con adeguate parole tenti di porre ripare ad una situazione interpersonale che si sia logorata. pezza s.vo f.le = straccio, cencio, pezzo, ritaglio di tessuto, ma alibi anche lunga striscia di tessuto avvolta intorno a un cilindro di cartone o a uno scheletro di legno che i commercianti tengono per la vendita; è voce con etimo dal dal lat. med. pettia(m); rammento che la voce or ora esaminata non è il f.le del s.vo piezzo che à tutt’altro significato e con esso non va confuso; infatti piezzo è un s.vo m.le = pezzo, quantità, parte non determinata, ma generalmente piccola, di un materiale solido, qui usato nel significato di coccio, ciascuno dei pezzi in cui si rompe un oggetto fragile; l’etimo di piezzo è anch’esso dal lat. med. pettia(m) con metaplasmo e cambio di genere; 18 - Mettere ‘na pezza arza Letteralmente:Applicare un panno bollente o addirittura ardente.Locuzione che rappresenta l’esatto contrario della precedente; con questa ci si riferisce all’errata, se non malevola azione di chi invece di por riparo si adoperi per peggiorare una situazione come chi per lenire gli effetti di un’ustione adoperasse un panno bollente o addirittura ardente. arza agg.vo f.le bruciata, ardente, bollente, inaridita, secca, riarsa; etimologicamente è un part. pass. agg.ato dal lat. arsa-m con passaggio di rs a rz come in borza←bursa-m - perzo←perso etc. 19 – Mettere puteca Letteralmente: Mettere bottega; id est: principiare un’attività commerciale o di servizio impiantandone una bottega. puteca s.vo f.le = bottega, negozio, esercizio, rivendita, emporio, laboratorio, officina; voce dal greco apothéki→(a)pot(h)éki→puteca. 20 – Mettere spia Letteralmente: Mandare in giro uno o piú informatori che uscioli/ino con attenzione e continuità e riporti/ino notizie e/o voci che potrebbero riuscire utili, se non necessarie per l’azione che si à in mente di condurre in porto o che già si abbia in corso d’opera.Come si vede la locuzione fotografa ad un dipresso la medesima situazione rammentata antea sub 14 con la differenza che lí l’indagine è svolta di persona impegnando le orecchie proprie, mente in questa ci si serve di terze persone cui si affida l’incauto lavoro di origliare, informarsi e riferire. spia s.vo f.le 1 (in primis) chi di nascosto, per compenso[come nel caso che ci occupa] o [alibi] mosso da malevolenza, riferisce notizie segrete e/o fatti compromettenti e non a chi possa valersene; chi esercita lo spionaggio 2(fig.) indizio, sintomo, segno rivelatore; 3 (tecn.) termine generico con cui si indicano i dispositivi di controllo e di segnalazione, luminosa o acustica, delle condizioni di funzionamento di una macchina, di un impianto, di un apparato e sim. voce dal got. *spaiha. 21 – Mettere ‘ncalannario. Letteralmente: Appuntare sul calendario. Espressione usata in riferimente all’agire di chi sempre anche eccessivamente prudente, cauto, accorto,timoroso che gli possano accadere danni o inconvenienti pensa per tempo a quel che potrebbe accadergli e prende in anticipo provvedimenti utili a evitare perdite, svantaggi, scapiti e discapiti ed addirittura programmi minuziosamente la propria vita scadenzandone per iperbole gli avvenimenti con cura e precisione maniacali annotandoli, analiticamente su di un calendario. ‘ncalannario = in/sul calendario agglutinazione funzionale in posizione protetica della preposizione illativa in aferizzata→‘n con il s.vo m.le calannario = calendario [sistema di suddivisione del tempo in periodi costanti (anno, mese, giorno), stabiliti in base alla durata di determinati cicli astronomici]; calannario è voce dal lat. calendariu(m)→calennariu-m→calannario, deriv. di calendae 'primo giorno del mese'. 22 – Mettere nciuce Letteralmente: Seminare pettegolezzi, maldicenze, calunnie diffamazioni con acrimonia e/o malevolenza nell’intento di nuocere al prossimo o addirittura per fomentare discordie. Espressione usata in riferimento al deprecabile atteggiamento soprattutto delle donne, ma pure di taluni uomini (appartenenti solo all’anagrafe al sesso maschile) che si divertono e godono nel far del male al prossimo pettegolando ,parlandone male, diffamandolo e spesso propalando fatti altrui, fatti appresi talvolta nell’esercio di funzioni pubbliche, funzioni che imporrebbero la segretezza delle notizie conosciute, segretezza che invece da pettegole e pettegoli viene bellamente disattesa!...); il svo nciuco di cui nciuce è il pl. è etimologicamente deverbale di nciucià = pettegolare, verbo ricavato da una base onomatopeica ciu-ciú riproducente il parlottìo tipico di chi confabuli. Qui giunto rammento che partendo dalla premessa che trattasi di voce onomatopeica ne risulta che la n d’avvio di nciucio e nciucià ed alibi nciucessa = pettegola, non deriva da un in→’n illativo, ma è una semplice consonante protetica eufonica (come ad. es. è nel caso di nc’è per c’è) ; erra perciò(e parlo dei soliti incolti, illetterati poeti e/o scrittori sedicenti esperti del napoletano) chi scrive ‘nciucessa, ‘nciucio o ’nciucià con un pletorico, ipertrofico ed inutile segno d’aferesi (‘); a margine rammento poi che è l’italiano ad aver derivato [seppure in modo cialtronescamente raffazzonato, avendo ritenuto la n d’avvio, un residuo di in( erroneamente ricostruito e mantenuto nella lingua nazionale )] è l’italiano, dicevo che à derivato inciucio dal napoletano nciucià, non il napoletano nciucio ad esser derivato dallo inciucio italiano (nel qual caso sí che sarebbero state opportune e l’aferesi e la scrittura ‘nciucio). 23 – Mettere prete ‘e ponta Letteralmente: Frapporre pietre appuntite; id est: creare artificiosi ostacoli. Locuzione da intendersi sia nel senso reale che in quello traslato con riferimento all’azione ostile di chi[per solito donne invidiose],al solo fine di impedire a qualcuno/a il raggiungimento di uno scopo si adoperi astiosamente e con cattiveria contro quel/quella qualcuno/a per frammettere, inframmezzare, inserire reali o figurati intoppi, impedimenti, impacci, impicci, ingombri, intralci, paragonabili a pietre pericolosamente aguzze e nelle quali si possa inciampare, ferendosi. prete s.vo f.le pl. di preta = pietra, nome generico per indicare blocchi o frammenti di minerale o di roccia veri o figurati. voce etimologicamente lettura metatetica del lat. petra(m)→preta-m , che è dal gr. pétra. ponta s.vo f.le =punta, estremità acuminata di qualcosa; voce dal lat. tardo puncta(m) 'colpo inferto con una punta', deriv. di pungere 'pungere'. 24 – Mettere tenna Letteralmente: Inalzare una tenda; id est: prender posto in una tenda al fine di accamparsi. Locuzione usata sarcasticamente con riferimento a chi si attardi in un posto oltre il consentito o il preventivato quasi che, a mo’ di milite invasore, conquistata una posizione, avesse intenzione di stabilirvisi anche in barba o con malgrado di altri. tenna s.vo f.le = tenda, piccolo padiglione facilmente smontabile, formato da teli di grosso tessuto impermeabile, sostenuto da pali e fermato da picchetti, usato come abitazione da popoli nomadi e come ricovero provvisorio da soldati e campeggiatori; voce dal lat. tardo tenda(m)→tenna-m, deriv. di (tílam) tentam; propr. '(tela) tesa', part. pass. di tendere 'tendere' 25 – Mettere a uno ‘ncopp’a ‘nu puorco Letteralmente:mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne,ingiuriarlo ed insultarlo additandolo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente ( dai primi del 1600 sino a tutta la seconda metà del 1700) allorché il condannato alla gogna vi era trasportato a dorso di maiale (animale di cui la città di Napoli brulicava [essendo détta bestia allevata da chiunque e dovunque]) affinché il condannato venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie.A Roma e stati pontifici, nel medesimo periodo, il medesimo trasporto ignominioso era fatto a dorso d’asino. ‘ncoppa/ ‘a coppa prep. impr. ed avv. di luogo come avv. sopra,su, in luogo o posizione piú elevata è sagliuto ‘ncoppa(è salito su, sopra)ll’aggiu aspettato ‘ncoppa (l’ò atteso su); mettimmoce ‘na preta ‘a coppa(mettiamoci una pietra sopra, dimenticare ciò che è stato; bevimmoce ‘a coppa (beviamoci sopra), per dimenticare qualcosa; durmirce ‘a coppa(dormirci sopra), lasciar passare tempo per riflettere; anche, trascurare, rallentare qualcosa come prep. 1 in posizione piú elevata rispetto ad altro, su (con riferimento a cose che sono a contatto): ‘o telefono sta ‘ncopp’ â scrivania(il telefono è sopra (al)la scrivania); posa ‘o libbro ‘ncopp’ô tavulo mio(posa il libro sopra il (o al) mio tavolo); purtà ‘a cesta‘ncopp’ â capa(portare la cesta sopra la testa); saglí‘ncopp’ âseggia( salire sopra la(o alla) sedia); | in usi fig.: sperà ‘ncoppa a quaccuno(sperare su qualcuno): far assegnamento sopra qualcuno; jucà ncoppa a ‘nu nummero( giocare sopra un numero); t’ ‘o ggiuro ncoppa a ll’anema ‘e papà (te lo giuro sull’anima di mio padre) giurare sopra qualcuno, qualcosa, in nome di qualcuno, per qualcosa; 2 con riferimento a cose l'una delle quali ricopre o avvolge l'altra: stennere ‘o mesale ‘ncopp’â tavula(stendere la tovaglia sopra la tavola); tené ‘nu maglione ‘ncopp’ê spalle(avere un golf sopra le spalle); metterse ‘o cappotto ‘a copp’ô tajerre(mettere il cappotto sopra il tailleur) 3 con riferimento a cose messe l'una sull'altra: mettere ‘e piatte uno ‘ncoppa a ll’ato(mettere i piatti uno sopra l'altro) | in talune particolari accezioni con riferimento a cose o avvenimenti che si succedono rapidamente nel tempo o in gran numero: fa diebbete ‘ncopp’ a ddiebbete(fare debiti sopra debiti); riportare vittoria sopra vittoria; dire spropositi sopra spropositi; gli accadde una disgrazia sopra l'altra 4 con riferimento a cose che non sono a contatto fra loro: il ritratto era appeso sopra il caminetto; si costruirà un nuovo ponte sopra la ferrovia; il colonnello abita sopra di loro; le nuvole si addensavano sopra di noi | in usi fig.: una minaccia pendeva sopra il suo capo; piangere sopra qualcuno, qualcosa, dolersi per qualcuno, qualcosa; passar sopra a qualcosa, non tenerne conto; tornar sopra a qualcosa, riesaminarla; averne fin sopra i capelli, essere nauseato di qualcosa, aver raggiunto il limite della sopportazione; sopra pensiero, soprappensiero 5 (fig.) con riferimento a situazioni di superiorità, dominio, controllo: allargare il proprio dominio sopra tutto il paese; regnare sopra diversi popoli; non avere nessuno sopra di sé; avere un vantaggio sopra qualcuno; vegliare sopra i figli 6 con riferimento a cosa che scende dall'alto (anche fig.): le bombe caddero sopra la casa; la nebbia calò sopra la valle; la responsabilità ricade sopra di noi; scaricare la colpa sopra qualcuno | (estens.) contro: gettarsi, scagliarsi sopra qualcuno; ordinarono ungrandissimo esercito per andare sopra 'nemici (BOCCACCIO Dec. II, 8) 7 nelle immediate vicinanze ma in posizione più elevata: la casa è sopra la ferrovia; c'è una pineta sopra il mare 8 oltre, piú (di un limite): bambini sopra i cinque anni; la temperatura è sopra lo zero; Roma è a pochi metri sopra il livello del mare | nelle determinazioni geografiche, più a nord: Bolzano è un po' sopra Trento; il mar Rosso è sopra il 10° parallelo | più di (per indicare una preferenza): amare la famiglia sopra ogni cosa; questo mi interessa sopra tutto 9 intorno a, riguardo a (per indicare materia, argomento): parlare sopra un tema difficile; mi piacerebbe conoscere il tuo parere sopra quella questione 10 (ant.) oltre a, in aggiunta a: gran parte delle loro possessioni ricomperarono, e molte dell'altre comperar sopra quelle (BOCCACCIO Dec. II, 3) 11 (ant.) prima di, avanti (in senso temporale): la notte sopra la domenica, quella che la precede | sopra parto, soprapparto 12 nella loc. al di sopra di, che ha gli stessi sign. di sopra: numeri al di sopra di cento; essere al di sopra delle parti; un cittadino al di sopra di ogni sospetto ¶ agg. invar. superiore (anche preceduto da di): la riga di sopra; il piano di sopra ¶ s. m. invar. la parte superiore, ciò che sta sopra (anche preceduto da di): il (di) sopra è di plastica. etimologicamente‘ncoppa = sopra è forgiato da un in→’n illativo e coppa dal latino cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra; ugualmente ‘a coppa = da/di sopra deriva dalla medesima cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra, introdotta dalla ‘a aferesi della preposizione da→’a. Mette conto parlare anche di ‘ncopp’â = sulla, sopra la - ncopp’ô sul sullo, sopra il/lo e di ‘ncopp’ê su gli/sulle, sopra i,gli/le; queste tre locuzioni prepositive napoletane sono forgiate da un in→’n illativo e da coppa dal latino cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra, addizionate volta a volta da â (crasi di a ‘a=alla), da ô(crasi di a ‘o=al/allo),da ê(crasi di a ‘e= ai,a gli, alle). puorco s.vo m.le =1 (in primis e come nel caso che ci occupa) maiale, porco, porcello 2 (per estensione .) carne di maiale: sacicce ‘e puorco (salsicce di porco) 3 (fig.) persona che fa o dice cose oscene. voce dal lat. pŏrcu-m→puorcu-m→puorco 26 – Mettere ‘o ssale ‘ncopp’â códa/córa. Letteralmente: Cospargere il sale sulla coda; id est: fallire il conseguimento di un risultato. Locuzione sarcastica usata a dileggio di chi tenti di pervenire ad un risultato positivo, ma inevitabilmente non riesca a conseguirlo per pochezza o inadeguatezza dei mezzi usati o piú spesso per mancanza di attitudine. Anticamente a gli uccellatori ed a gli addetti alla doma dei puledri tutti operai di modesta levatura mentale e dunque creduloni veniva suggerito, ma a mo’ di sfottò che per ottenere i risultati sperati di catturare gli uccelli o di ammansire i puledri fósse necessario cospargere di sale la loro coda; naturalmente la pratica [se anche fósse stata segúita] mai poteva sortire l’effetto voluto e l’espressione fu conservata per commentare il fallimento e/o la inutilità, l’inefficacia del tentativo intrapreso. ssale s.vo neutro = sale, nel linguaggio corrente, il cloruro di sodio, presente in natura come salgemma o disciolto nelle acque del mare, e usato spec. per dar sapore ai cibi o conservarli; voce dal lat. sale-m; trattandosi di un alimento e voce neutra e quando è preceduta dall’art. neutro ‘o (il/lo) esige il raddoppiamento della consonante d’avvio per cui: ‘o ssale (cfr. alibi ‘o ppane, ‘o ppepe, ‘o ccafè etc.). ‘ncopp’â = sulla cfr. antea sub 25 códa/córa s.vo f.le [lat. volg. cōda, per il class. cauda] doppia morfologia d’un’unica voce; la seconda córa [con rotacizzazione osco-nediterranea della d→r] è del parlato, mentre códa è d’uso piú letterario. Parte assottigliata del corpo dei vertebrati opposta al capo, costituita da un asse scheletrico (regione caudale della colonna vertebrale), da muscoli e da tegumento; lo sviluppo e la funzione variano notevolmente, non solo da classe a classe, ma anche da ordine a ordine, da genere a genere di animali (la c. dei pesci e delle larve degli anfibî serve alla locomozione nell’acqua; la c. degli uccelli serve di sostegno alle penne timoniere; 27 – Metterse ‘e casa e pputeca. Letteralmente: porsi di casa e bottega. Id est:accingersi ad un lavoro con massima attenzione ed attaccamento puntiglioso come chi dura la propria vita in quella che sia contemporaneamente casa e sede del proprio operare cui potersi dedicare senza soluzione di continuità e senza perdite di tempo che invece ci sarebbero qualora ci si dovesse spostare dalla bottega alla casa e viceversa. casa s.vo f.le 1 (in primis)abitazione, dimora, alloggio, 2(per estensione) domicilio, residenza; voce dal lat. casa-m , propr. 'casa rustica' laddove la domus era propr. ' la casa padronale/signorile'. 28 – Metterse ‘e ddete ‘nculo e caccià ‘anielle Ad litteram:ficcarsi le dita nel sedere e tirarne fuori anelli.Détto sarcasticamente di chi abbia una fortuna cosí grande da procurarsi beni e ricchezze anche nei modi meno ortodossi o possibili, agendo addirittura a mo’ di un prestidigitatore,capace di trucchi impensabili. ddete s.vo pl. f.le del m.le dito [ dal lat. dĭgĭtus] (il plur. f. le ‘e ddete è usato per indicare ‘e dite non considerati separatamente, ma nel loro complesso). – 1. Complesso dei segmenti terminali della mano e del piede, segmenti che nell’uomo sono in numero di cinque per ciascun arto e si designano in italiano col numero ordinale (I, II, ecc.) o piú comunem., nella mano, con i nomi di pollice, indice, medio, anulare e mignolo; nel napoletano portano sia per la mano che per il piede i nomi di: dito gruosso (pollice),énnece (indice), dito ‘e miezo (medio), anulare e dito piccerillo (mignolo). ‘nculo = nel sedere; agglutinazione funzionale in posizione protetica della preposizione illativa in aferizzata→‘n con il s.vo m.le culo = in origine l’orifizio anale delle bestie poi per sineddoche il culo, il posteriore, il didietro, il sedere, il complesso delle natiche degli esseri umani ; etimologicamente è voce dal lat. culum che è dal greco koîlos ; questa voce napoletana a margine fu accolta temporibus illis anche nella lingua nazionale e viene tuttora usata ancorché catalogata, ma non se ne comprende il motivo, come voce volgare o popolare. Un tempo da qualcuno si ipotizzò che etimologicamente la voce potesse essere un adattamento del lat. caelu(m)(cielo) pigliando a riferimento semantico la concavità e dell’uno e dell’altro. Idea balzana stante la presenza diretta come ò détto della voce lat. culum marcata sul greco koîlos (vuoto, concavo) donde anche kolon= intestino; tuttavia rammento che la voce caelu(m)(Cielo) fu usata, quale nome proprio, al posto di Ciullo ( che della voce culo era stato un adattamento di comodo attraverso l’epentesi eufonica della vocale (I) ed il raddoppiamento espressivo della consonante laterale alveolare (L) ed infatti quel poeta di Alcamo nato nella prima metà del XIII secolo, e che fu uno dei piú significativi rappresentanti della poesia popolare giullaresca della scuola siciliana s’ ebbe in origine il nome di Ciullo d’Alcamo ( e cioè Culo di Alcamo)per essere il piú famoso pederasta passivo della sua città e successivamente al tempo del bigotto perbenismo didattico vide il suo nome mutato in Cielo d'Alcamo per non turbar la mente dei/delle giovani discenti. caccià = cacciare il verbo napoletano rispetto all’omonimo italiano, quantunque abbia il medesimo etimo da un lat. volg. *captiare, deriv. del class. capere 'prendere'non è usato nel senso di dare la caccia a un animale selvatico per ucciderlo o catturarlo o nel senso di introdurre, ficcare; spinger dentro con violenza, ma esclusivamente nel senso di tirar fuori, , cavare, estrarre, emettere; ò trovato perseguibile ed ò adottata l’ipotesi propostami da un amico cacciatore irpino che il verbo caccià nella sua accezione venatoria, si possa rendere graficamente con un utile caccïà nel quale la dieresi posta sulla i, aumentandone le sillabe e modificando la lettura dell’originario caccià, può indurre ad intendere il verbo in altro significato: nel senso cioè non di trar fuori, ma in quello di dar la caccia.Del resto già il buon D’Ambra nel suo insostituibile vocabolario, quantunque non adottasse la grafia caccïà avvertiva che in napoletano esistevano due verbi cacciare: l’uno trisillabo = metter fuori, cavare, estrarre etc. ed uno quadrisillabo = andare a caccia Va da sé che qualora fosse accettata palam l’ipotesi proposta di usare l’infinito caccïà, per indicare l’andare a caccia, lasciando il caccià solo per indicare il mettere fuori, occorrerebbe modificare l’intera coniugazione del verbo che ad es. all’indicativo presente non potrebbe piú coniugarsi io caccio tu cacce isso caccia nuje cacciàmmo vuje cacciàte lloro càcciano ma dovrebbe diventare per il verbo venatorio: io caccéjo tu caccíje isso caccéja nuje caccíjammo vuje caccíjate lloro caccéjano ricalcando ad un dipresso la coniugazione del verbo ‘mmezzïà ( che è il sobillare, lo spingere ad azioni malevole, l’istigare con etimo da un lat. volgare in +*vitiare che all’indicativo presente à: io ‘mmezzéjo tu ‘mmezzíje isso ‘mmezzéja etc. Quanto ò espresso à trovato riscontro in ciò che il vecchio cacciatore mi à riferito; e cioè che un tempo la battuta di caccia fu detta caccïata/caccíata (che risulta essere il part. pass. femminile sostantivato dell’infinito caccïà, laddove il part. pass. femminile sostantivato/aggettivato di caccià è cacciàta e vale messa fuori. anielle s.vo m.le pl. del sg aniello = cerchietto di metallo che si porta al dito per ornamento o come simbolo di una condizione, di una dignità; il metafonetico pl. f.le anelle è voce poetica usata per indicare i riccioli di capelli. voce dal lat. anĕllu(m), dim. di anulus, e questo dim. di anus 'cerchio'. 29 – Metterse ‘a lengua ‘nculo Letteralmente: Porsi la lingua nel sedere; id est: zittirsi,ammutolirsi, tacere evitando di continuare a profferire vacue sciocchezze. Icastico, ma perentorio invito da intendersi chiaramente in senso metaforico [atteso che si è materialmente impossibilitati ad addivenire a quanto si è sollecitati] rivolto ai vuoti parolai, ai vacui ciarloni, ai futili millantatori,a gli insulsi fanfaroni affinché evitino di continuare a far vibrare a sproposito la lingua nel cavo orale, ponendosela lí dove non possa in alcun modo articolarsi riecheggiando! 30 – Metterse ‘mmiezo Letteralmente: Porsi nel mezzo. Locuzione da intendersi con un significato positivo oppure con uno negativo; in senso positivo è espressione riferito a chi dotato di altruismo e di buona volontà si interponga tra due questionanti per rabbonirli facendo da paciere anche a rischio della propria incolumità; in senso negativo l’ espressione è riferita a chi [saccente e supponente] senza alcun titolo usa intromettersi tra disputanti, specialmente quando non sia interpellato, tentando di imporre la propria presenza e dispensando ad iosa consigli non richiesti che – il piú delle volte- non risolvono la disputa, ma anzi comportano in coloro che li ricevono un aggravio delle incombenze, del lavoro e dell’impegno, aggravio che va da sé finisce per essere motivo di risentimento e rabbia per i poveri individui fatti segno delle stupide e vacue chiacchiere di colui che si mette in mezzo definito icasticamente:spallettone; al proposito penso che essendo il sostrato dello spallettone, la vuota chiacchiera, è al parlare che bisogna riferirsi nel tentare di indicare una etimologia del termine che, a mio avviso si è formato sul verbo parlettià (ciarlare)con la classica prostesi della S intensiva partenopea, l’assimilazione della R alla L successiva e l’aggiunta del suffisso accrescitivo ONE. 31 – Metterselo dint’ ê chiocche Letteralmente:Ficcarselo nelle tempie; id est: porsi bene in mente un’idea,un principio, una norma comportamentale, quasi fissate/o nelle meningi, immagazzinarle/o a puntino nel cervello al fine di non dimenticarle/o mai e metterle in pratica senza avere a scusante il non averle/o apprese/o bene. Espressione usata dai genitori e rivolta a mo’ di monito ai figlioli quasi sempre in forma imperativa/esclamativa : Miettatillo dint’ ê chiocche! chiocche s.vof.le pl. del sg chiocca = 1 (in primis) tempia 2(per estensione) meningi 3(per sineddoche ) testa, cervello; voce dal tardo lat. clocca-m→chiocca; di per sé clocca-m indicava la campama e semanticamente le tempie sono intese il punto della testa dove le idee risuonano. 32 – Metterse pavura Letteralmente: Impaurirsi; id est:prendere addoso la paura, spaventarsi quasi avvertendo sulla propria pelle, a mo’ d’abito messo, indossato, lo spavento, la fifa, la strizza o addirittura lo sgomento, il terrore, il panico. pavura, s.vo f.le voce che ripete tutti i significati della corrispondente voce dell’italiano paura 1 sensazione inquietante che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato: tené pavura; pigliarse ‘na bbella pavura; deventà janco p’ ‘a pavura; tremmà ‘e pavura; 2 (estens.) timore serio, preoccupazione allarmante; presentimento scoraggiante: aggio pavura ca perdimmo ‘o treno! Quanto all’etimo è voce derivata come quella dell’italiano dal lat. pavore(m) 'timore', con cambiamento di suffisso; la voce napoletana però conserva al contrario dell’italiano l’etimologica consonante fricativa labiodentale sonora v; 33 – Metterse ‘nu cienzo ‘ncuollo Letteralmente: Mettersi una tassa addosso; id est: gravarsi per mera liberalità o per stupidità remissiva di un balzello e/o peso non dovuto quasi assoggettandosi a quella medioevale imposta, a quel tributo che i contadini dovevano ai proprietari in virtú del jus domini. cienzo s.vo m.le 1(in primis) entità del patrimonio sottoponibile a tributi; 2 (estens.) ricchezza, patrimonio; 3 (nella Roma antica), censimento dei cittadini e dei loro beni; 4(nel medioevo,come nel caso che ci occupa) tributo, imposta; voce dal tardo lat.*cĕnsu-m→cienzo per il class. cinsu-m. ‘ncuollo avv. di luogo vale 1 addosso, sulla persona, sulle spalle: che puorte ‘ncuollo?(che cosa porti addosso?); tené ‘ncuollo(avere addosso), avere con sé, su di sé; indossare | tené ‘a jella ‘ncuollo(avere la sfortuna addosso), (fig.) essere sempre sfortunato | chiammarse ‘e guaje ‘ncuollo(chiamarsi addosso i guai), (fig.) procurarseli | se ll’è ffatta ‘ncuollo p’ ‘a paura(per la paura se l’è fatta addosso, fare i bisogni corporali nei vestiti; (fig.) farsi prendere dalla paura, dal panico |parlarse ‘ncuollo (parlarsi addosso), (fig.) in continuazione e con autocompiacimento 2 dentro la persona; nell'animo, nel corpo: tené ‘ncuollo’na paura futtuta, ‘na freva ‘e cavallo(avere addosso una paura terribile, una febbre da cavallo) | tené ‘o diavulo ‘ncuollo(avere il diavolo addosso), (fig.) essere indemoniato o, nell'uso com., di pessimo umore | tené ll’argiento vivo ‘ncuollo(avere l'argento vivo addosso), (fig.) essere vivace, non stare mai fermo || In unione con a forma la loc. prep. ‘ncuollo a= addosso a nelle forme ‘ncuollo â = addosso alla – ‘ncuoll’ô= addosso allo – ‘ncuoll’ê=addosso a gli, addosso alle 1 assai vicino, molto accosto: ‘e ccase songo una ‘ncuollo a n’ ata(le case sono una addosso all'altra) 2 su, sopra: cadé ‘ncuollo a quaccheduno(piombare addosso a qualcuno) | mettere ‘e mmano ‘ncuollo a quaccheduno(mettere le mani addosso a qualcuno), colpirlo, picchiarlo; toccarlo con desiderio sessuale | mettere ll’uocchie ‘ncuollo a quaccheduno, quaccosa(mettere gli occhi addosso a qualcuno, a qualcosa), (fig.) farne oggetto di desiderio | sta sempe ‘ncuollo ô figlio(sta sempre addosso al figlio, (fig.) sollecitarlo, controllarlo, opprimerlo 3 contro: dà, menarse ‘ncuollo a quaccheduno(dare addosso,gettarsi addosso a qualcuno, assalirlo; (fig.) perseguitarlo come inter.anche ellittica indica incitamento ad assalire qualcuno:’o ví lloco ‘o mariulo, dalle‘ncuollo!( ecco il ladro,dagli addosso!) ‘Ncuollo!(Addosso!). etimologicamente‘ncuollo = addosso è formato da un in→’n illativo e cuollo dal latino cŏllu(m) nell'uomo ed in altri vertebrati, la parte del corpo di forma generalmente cilindrica, che unisce la testa al torace la parte che si può ritenere quella posta addosso al busto; 34 – Metterse scuorno Letteralmente: Vergognarsi; id est: Quasi analogamente a quanto détto circa il metterse pavura, avvertire su di sé, quasi a pelle,a mo’ d’abito un sentimento che qui è quello di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un'azione, un comportamento, un discorso, un atteggiamento ecc., propri o anche di altri, sono disonorevoli, sconvenienti, ingiusti o indecenti e provarne apertamente anche con la manifestazione del rossore del viso, disonore, imbarazzo, disagio, scorno. scuorno s.vo astratto neutro = scorno, vergogna, umiliazione, beffa, ignominia, infamia, disonore, macchia, onta; voce deverbale di scurnà = mettere in ridicolo, deridere, svergognare che a sua volta è ricavato dal lat. cŏrnu-m. 35 – Metterse ‘o cappotto ‘e lignammo Letteralmente: Indossare il cappotto di legno.Icastica ed eufemistica locuzione usata per significare il decesso di una persona che, defunto che sia viene posto in una bara lignea [raffigurata come l’indumento che si porta su tutti gli altri cioè come un pastrano,come un soprabito questa volta di legno] per essere sepolto. cappotto s.vo m.le pesante soprabito invernale da uomo e da donna; voce denominale di cappa che è dal lat. tardo cappa(m) 'cappuccio', da caput 'capo, testa' lignammo s.vo m.le legname derivato del lat. ligname(n) 'armatura di legno' ( che è da ligna + il suff. coll. amen); la voce napoletana à il raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale (M). 36 – Mettere ‘a si-loca arreto Letteralmente: Apporre di dietro un (cartello dittante) LOCASI ; id est:deridere qualcuno in maniera continuata e palese. L’espressione rammenta una delle burle piú brucianti che gli scugnizzi della città bassa negli anni ’50 dello scorso secolo che per beffare, canzonare, irridere, dileggiare ignari, attempati e pazienti passanti destramente appiccicavano sulle code delle giacche di costoro un piccolo cartello con l’offerta d’affitto che a fine di dileggio, burla, canzonatura salacemente si riferiva alla parte anatomica dei malcapitati su cui il cartello andava ad insistere. Tecnicamente infatti il cartello dittante LOCASI , avviso che in napoletano era semplicemente ed acconciamente ‘a si-loca , era un annuncio che i proprietari di appartamenti solevano esporre sugli stipiti dei portoni di un fabbricato per portare a conoscenza di probabili affittuatari che nell’edificio v’era un’abitazione sfitta in attesa di inquilino. si-loca s.vo f.le = 1 (in primis)cartello, avviso di cessione in fitto; 2 (per traslato) giubba eccessivamente lunga; voce ricavata per agglutinazione funzionale del pron. pers. rifl. m.le e f.le di terza pers. sing. e pl. si(forma complementare atona del pron. pers. sé[dal lat. si])posto in posizione proclitica e della voce verbale loca [3ª p.sg. ind. pr. dell’infinito lat. locare = 'collocare' ed 'affittare', deriv. di locus 'luogo'. arreto o areto = (avv.di luogo) dietro,parte posteriore opposta al davanti; esattamente arreto è dietro con derivazione dal latino ad+retro con tipica assimilazione regressiva dr→rr e dissimilazione totale della r nella sillaba finale; invece areto (seppure spesso usato in napoletano in luogo di arreto) esattamente è di dietro derivazione dal latino a+retro; anche qui si verifica la dissimilazione che riduce retro a reto e spesso l’avverbio (giusta l’etimo) è scritto oltre che areto anche ‘a reto (da dietro). 37 - Miettele nomme penna Letteralmente: Letteralmente vale : Chiamala penna!; Cosí suole, a mo’ di sfottò, consigliare chi vede qualcuno prestare un oggetto a persona che si ritiene non restituirà mai il prestito, volendo significare: “Ài prestato l’oggetto a quella tale persona? Ebbene, rasségnati a perderlo; non rivedrai mai piú il tuo oggetto che, come una piuma d’uccello è volato via!” La piuma essendo una cosa leggera fa presto a volar via, procurando un cattivo affare a chi à incautamente operato un prestito atteso che spesso sparisce un oggetto prestato a taluni che per solito non restituiscono ciò che ànno ottenuto in prestito. miéttele nomme letteralmente mettigli nome e cioè chiamalo id est: ritienilo; miéttele= metti a lui, poni+gli voce verbale (2° pers. sing. imperativo) dell’infinito mettere=disporre, collocare, porre con etimo dal lat. mittere 'mandare' e successivamente 'porre, mettere'; nomme = nome; elemento linguistico che indica esseri viventi, oggetti, idee, fatti o sentimenti; denominazione, con etimo dal lat. nomen e tipico raddoppiamento espressivo della labiale m come avviene ad es. in ommo←hominem, ammore←amore(m), cammisa←camisia(m) etc. Rammento che un tempo con la voce penna (dal lat. penna(m) 'ala' e pinna(m) 'penna, piuma', confluite in un'unica voce) a Napoli si indicò, oltre che la piuma d’un uccello, anche una vilissima moneta (dal valore irrisorio di mezzo e poi un ventesimo di grano. corrispondente a circa 2,1825→02,18 lire italiane) , moneta che veniva spesa facilmente, senza alcuna remora o pentimento; tale moneta che valeva appena un sol carlino (nap. carrino) prese il nome di penna dal fatto che su di una faccia di tale moneta (davanti ) v’era raffigurata l’intiera scena dell’annunciazione a Maria Ss. mentre sul rovescio v’era raffigurato il particolare dell’arcangelo con un’ala (penna) dispiegata; ora sia che la penna in epigrafe indichi la piuma d’uccello, sia indichi la vilissima moneta, la sostanza dell’espressione non cambia, trattandosi di due cose: piuma o monetina che con facilità posson volar via e/o perdersi. 38 - Metterse cu ‘a panza e cu ‘o penziero. Letteralmente: Porsi con la pancia e con la mente; id est: perseguire il raggiungimento di una meta agognata, inseguire il conseguimento di uno scopo, d’ un obiettivo,un intento,un piano, un progetto,un proposito rincorso con tutte le proprie forze sia fisiche [quelle rappresentate dalla pancia ] che mentali [rappresentate dal pensiero] Espressione che rende icasticamente l’ algido italiano agire con il braccio e con la mente. Mi corre l’obbligo di rammentare che l’amico avv.to Renato de Falco dà tutt’altra lettura della locuzione,ritenendola – ma, a mio avviso, troppo riduttivamente, di pertinenza femminile con riferimento al desiderio intenso di maternità della donna che porrebbe a servizio del concepimento la mente e... la pancia. Ò riportato la cosa per scrupolo di coscienza, ma [e me ne duole] questa volta non mi sento di aderire all’idea, troppo limitativa, dell’amico de Falco! panza s.vo f.le = pancia, epa; voce dal basso latino panticem con metaplasmo e sincope della sillaba ti donde pantice(m)→ *pan(ti)cja→*pancja→panza). penziero s.vo m.le = pensiero, l’attività psichica mediante la quale l'uomo elabora dei contenuti mentali, acquisendo coscienza di sé e della realtà esterna che i sensi gli propongono, e formulando schemi concettuali che gli valgono come modelli interpretativi della realtà; la facoltà del pensare; ciò che si pensa; il contenuto, l'oggetto del pensiero. voce dal provenz. pensier, deriv. del lat. pensare; E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatto l’amico P.G. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est. Raffaele Bracale