sabato 30 maggio 2015
VARIE 15/437
1.SI 'O VALLO CACAVA, COCÒ NUN MUREVA.
Letteralmente: Se il gallo avesse defecato, Cocò non sarebbe morto. La locuzione la si oppone sarcasticamente, a chi si ostina a mettere in relazione di causa ed effetto due situazioni chiaramente incongruenti, a chi insomma continui a fare ragionamenti privi di conseguenzialità logica.
2.À PERZO 'E VUOJE E VA ASCIANNO 'E CCORNA.
Letteralmente: À perduto i buoi e va in cerca delle loro corna. Lo si dice ironicamente di chi cerchi pretesti per litigare comportandosi come chi avendo [per propria insipienza] perduto cose di valore, ne reclami almeno piccole vestigia, adducendo sciocche rimostranze e pretestuose argomentazioni.
3.PURE LL'ONORE SO' CASTIGHE 'E DDIO.
Letteralmente: Anche gli onori son castighi di Dio. Id est: anche agli onori si accompagnano gli òneri; nessun posto di preminenza è scevro di fastidiose incombenze. La locuzione ricorda l'antico brocardo latino: Ubi commoda, ibi et incommoda.
4.MADONNA MIA FA' STÀ BBUONO A NNIRONE
Letteralmente: Madonna mia, mantieni in salute Nerone. È l'invocazione scherzosa rivolta dal popolo alla Madre di Dio affinché protegga la salute dell'uomo forte, di colui che all'occorrenza possa intervenire per aggiustare le faccende quotidiane. Nella locuzione c'è la chiara indicazione che il popolo preferisce l'uomo forte e deciso (anche se cattivo), piuttosto che l'imbelle democratico; con altra interpretazione, piú caustica, si ritiene che il popolo preferisca tenere in salute l'uomo forte e deciso (anche se cattivo),nel timore che, nel caso di decesso, lo sostitusca uno peggiore.
5.PE TTRECCALLE 'E SALE, SE PERDE 'A MENESTA.
Letteralmente: per pochi soldi di sale si perde la minestra. La locuzione la si usa quando si voglia commentare la sventatezza di qualcuno che per non aver voluto usare una piccola diligenza nel condurre a termine un'operazione, à prodotto danni incalcolabili, tali da nuocere alla stessa conclusione dell'operazione. 'O treccalle era una delle piú piccole monete divisionali napoletane pari a stento al mezzo tornese ed aveva un limitatissimo potere d'acquisto, per cui era da stupidi rischiare di rovinare un'intera minestra per lesinare sull'impiego di trecalli per acquistare il necessario sale.Il cavallo oppure callo fu una moneta di pochissima importanza coniata in rame in piú valori (uno, due, tre, quattro, cinque, nove) dal 1472 al 1815 (quando fu sostituito dal tornese), era la dodicesima parte di un grano napoletano. Dal 1814 passò, invece, a rappresentare la decima parte di un grano napoletano con un controvalore in lire italiane di 436 centesimi per cui il treccalle valeva appena 1 lira e 38 centesimi, una cifra veramente irrisoria!
6.S'È AUNITO 'O STRUMMOLO TIRITEPPE E 'A FUNICELLA CORTA.
Letteralmente: si è unita la trottolina scentrata e ballonzolante e lo spago corto. Id est: ànno concorso due fattori altamente negativi per il raggiungimento di uno scopo prefisso, come nel caso in epigrafe la trottolina di legno non esattamente bilanciata e lo spago troppo corto e perciò inadatto a poterle imprimere il classico movimento rotatorio.La voce tiriteppe (talora riportata come tiriteppola) è la riproduzione onomatopeica del rumore prodotto, nel suo vorticare da una trottolina scentrata e ballonzolante che non prilli secondo norma.
7.LL'AUCIELLE S'APPARONO 'NCIELO I 'E CHIAVECHE 'NTERRA.
Letteralmente: gli uccelli si accoppiano in cielo e gli uomini spregevoli in terra. È la trasposizione in chiave rappresentativa del latino: similis cum similibus, con l'aggravante della spregevolezza degli individui che fanno comunella sulla terra. Il termine: chiaveche è un aggettivo sostantivato, formato volgendo al maschile plurale il termine originario fem.le: chiaveca [s.vo f.le [ dal lat. pop. *clavĭca, rifacimento di clavaca (in glosse), , per il lat. class. cloāca]. che è la cloaca, la fogna; tenendo ciò presente si può capire quale valenza morale abbiano per i napoletani, gli uomini detti chiaveche.Rammento che nell’espressione I [derivato dall’iberico Y] è una congiunzione usata, per evitare l’allitterazione, al posto della congiunzione E davanti all’art. m.le o f.le ‘E (gli/le) e solo davanti all’art. ‘E.
8.'E CIUCCE S'APPICCECANO I 'E VARRILE SE SCASSANO.
Letteralmente: Gli asini litigano e i barili si rompono. Id est: i comandanti litigano e le conseguenze le sopportano i soldati. Cosí va il mondo: la peggio l'ànno sempre i piú deboli, anche quando non sono direttamente responsabili d'alcunché. La cultura popolare napoletana à tradotto icasticamente il verso oraziano: quidquid delirant reges, plectuntur Achivi (Qualsiasi delirio dei re, lo pagano gli Achei...).
9. Â VVESSENTERÍA, NUN S' À DDA STREGNERE 'O FETICCHIO.
Letteralmente: Alla diarrea non si deve (opporre) il restringimento dell'ano. Id est: Non ci si deve opporre al naturale fluire delle cose, anzi, al contrario, occorre sapersi adattare alle circostanze, anche le piú spiacevoli.
10.'O TRUMMETTA D’’A VICARIA
Letteralmente: il trombetto della Vicaria. Id est: il propalatore di notizie, il divulgatore non desiderato di faccende altrui. In senso ironico: chi non sappia mantenere un segreto. La locuzione prende l'avvio da un personaggio veramente esistito in Napoli durante il periodo viceregnale, allorché - in mancanza di altri mezzi mediatici - per diffondere i pubblici bandi ci si serviva appunto di un banditore che girava la città e, fermandosi ad ogni cantonata, dava lettura dell'atto da comunicare dopo lo squillo di una tromba che serviva per richiamare l'attenzione degli astanti. Il trombetto è detto della Vicaria perché dalla Vicaria (sede dei tribunali della città) cominciava il suo lavoro il banditore.
11.A CCAROCCHIE, A CCAROCCHIE PULICENELLA ACCEDETTE Â MUGLIERA.
Letteralmente: con ripetuti colpi in testa, Pulcinella uccise la moglie. Id est: i risultati si ottengono perseguendoli giorno dopo giorno anche con reiterate piccole azioni. La carocchia è un colpo assestato sul capo con la mano chiusa a pugno mossa dall'alto verso il basso e con la nocca del medio protesa in avanti a formare un cuneo. Un singolo colpo non produce gran danno, ma ripetuti colpi possono anche ferire una persona e lasciare il segno.
12. GUAGLÚ, LEVÀTE 'O BBRITO!
Letteralmente: ragazzi, togliete il vetro... Id est: Ragazzi togliete di mezzo i bicchieri. È il comando che proprietari delle bettole o cantine dove si mesceva vino a pagamento, rivolgevano ai garzoni, allorchè si avvicinava l'ora di chiusura dell'esercizio, affinché ritirassero i bicchieri e le bottiglie usati dagli avventori. Per traslato, la frase viene usata quando si voglia far capire che si è giunti alla fine di qualsivoglia operazione e non si è intenzionati a cominciarne altra.
13. 'A CORA È 'A CCHIÚ BRUTTA 'A SCURTECÀ.
Letteralmente: la coda è la cosa peggiore da scarnificare. Id est: il finale di un'azione è il piú duro da conseguire, perché un po' per stanchezza, un po' per sopraggiunte difficoltà non preventivate, i maggiori ostacoli si incontrano alla fine delle operazioni intraprese. In fondo, anche i latini asserivano la medesima cosa quando dicevano: in cauda venenum (il veleno è nella coda).
14. 'O VALLO NCOPP' Â ‘MMUNNEZZA.
Letteralmente: il gallo sull'immondizia. Cosí, a buona ragione, viene definito dalla cultura popolare partenopea, il presuntuoso, il millantatore, colui che - senza particolari meriti, ma per mera fortuna o per naturale fluire del tempo - abbia raggiunto una piccola posizione di preminenza, e di lassú intenda fare il buono e cattivo tempo, magari pretendendo di far valere il proprio punto di vista, proprio come un galletto che, asceso un cumulo di rifiuti, ci si sia posto come su di un trono e, pettoruto, faccia udire i suoi chicchirichí.
15.ASPETTA, ASENO MIO, CA VÈNE 'A PAGLIA NOVA.
Letteralmente: Attendi (a sdraiarti), asino mio, ché è in arrivo la paglia nuova. È una locuzione usata quando si voglia indicare la inutilità di un'attesa o ironicamente quando si voglia minacciare qualcuno di un'imminente vendetta.Nella fattispecie il padrone dell’asino sa che non gli procurerà strame fresco e si prende gioco della bestia minacciandolo di percosse se non continuerà il lavoro e si abbandonerà al riposo.
16.'A GATTA QUANNO SENTE 'ADDORE D''O PESCE, MACCARUNE NUN NE VO’ CCHIÚ.
Letteralmente: la gatta quando avverte l'odore del pesce, di maccheroni non ne vuole piú. Id est: Quando l'uomo à la possibilità di metter le mani su quanto c'è di meglio, non si contenta piú dell'eventuale succedaneo, ma ambisce al meglio, in senso sia teorico che pratico.
17. A -CHI CHIAGNE FOTTE A CCHI RIDE.
B - 'O PICCIO RENNE
Letterealmente: A - Chi piange frega chi ride. B - Il pianto rende. Le due locuzioni appalesano gli ottimi risultati che si possono ottenere con la politica del pianto e del lamento che a lungo andare producono frutti per coloro che la perseguono e mettono in atto
18.CU LL'EVERA MOLLA OGNEDUNO S'ANNETTA 'O CULO!
Letteralmente: con l'erba morbida, ognuno si pulisce il sedere. Id est: chi dimostra di non aver nerbo e/o carattere diventa succube di chiunque ed è destinato, nella vita, ad essere soccombente in qualsiasi occasione e ad essere usato a piacimento degli altri.
19. SANTU MANGIONE È 'NU GRANNE SANTO.
Letteralmente: San Mangione è un gran santo. La locuzione fa riferimento ad un ipotetico, ma non per questo inesistente, San Mangione, ritenuto dal popolo napoletano il santo protettore dei corrotti e dei concussori, santo potentissimo capace di fare 14 grazie al giorno, addirittura una in piú di quel sant'Antonio da Padova, gran taumaturgo accreditato di 13 grazie al giorno.Con l'affermazione in epigrafe si appalesa la disincantata maniera di guardare alla realtà che è propria del napoletano, che - per averlo provato sulla propria pelle - è convinto che la corruzione e non altro, governi l'universo.
20.PE VULIO 'E LARDO, VASA 'NCULO Ô PUORCO.
Letteralmente: per desiderio di lardo, bacia il sedere del maiale. Lo si dice sarcasticamente a dileggio di chi, pur di ottenere anche un'inezia, è disposto alle piú disonorevoli azioni.
Brak
VARIE 15/436
1 ESSERE A LL'ABBLATIVO.
Letteralmente: essere all'ablativo. Id est: essere ormai alla fine, ineluttabilmente alla conclusione dell’opera intrapresa; si è fatto tutto ciò che che si poteva fare; per traslato, trovarsi nella condizione di non poter porre riparo a nulla. Come facilmente si intuisce l'ablativo della locuzione è appunto l'ultimo caso delle declinazioni latine.
2 ESSERE MURO E MMURO CU 'A VICARIA.
Letteralmente: essere adiacente alle mura della Vicaria. Id est: essere prossimo a finire sotto i rigori della legge per pregressi reati che stanno per esser scoperti. La Vicaria della locuzione era la suprema corte di giustizia operante in Napoli dal 1550 in poi ed era insediata in CastelCapuano assieme alle carceri viceregnali. Chi finiva davanti alla corte della Vicaria e veniva condannato, era subito allocato nelle carceri ivi esistenti o in quelle vicinissime di San Francesco, nell’edificio che fu Monastero dei monaci di Sant’Anna e successivamente, sino a pochi giorni fa, ospitò le aule della Pretura di Napoli.
3 CU 'O TIEMPO E CU 'A PAGLIA...
Letteralmente: col tempo e la paglia (maturano le nespole). La frase, pronunciata anche non interamente, ma solo con le parole in epigrafe vuole ammonire colui cui viene rivolta a portare pazienza, a non precorrere i tempi, perché i risultati sperati si otterranno solo attendendo un congruo lasso di tempo, come avviene per le nespole d'inverno o coronate che vengono raccolte dagli alberi quando la maturazione non è completa e viene portata a compimento stendendo le nespole raccolte su di un letto di paglia in locali aerati e attendendo con pazienza: l'attesa porta però frutti dolcissimi e saporiti.
4 SÎ ARRIVATO Â MONACA ‘E LIGNAMMO.
Letteralmente: sei giunto presso la monaca di legno. Id est: sei prossimo alla pazzia. Anticamente la frase in epigrafe veniva rivolta a coloro che davano segni di pazzia o davano ripetutamente in escandescenze. La monaca di legno dell’epigrafe altro non era che una statua lignea raffigurante una suora nell’atto di elemosinare . Detta statua era situata sulla soglia del monastero delle Pentite presso l’Ospedale Incurabili di Napoli, ospedale dove fin dal 1600 si curavano le malattie mentali e dove prestava servizio il famoso Giorgio Cattaneo, da cui il s.vo mastuggiorgio (cfr. alibi) .
5 STAMMO A LL'ERVA.
Letteralmente: stiamo all'erba. Id est: siamo in miseria, siamo alla fine, non c'è piú niente da fare. L'erba della locuzione con l'erba propriamente détta c'entra solo per il colore; in effetti la locuzione, anche se in maniera piú icastica, richiama quasi il toscano: siamo al verde dove il verde era il colore con cui erano tinte alla base le candele usate nei pubblici incanti: quando, consumandosi, la candela giungeva al verde, significava che s'era giunti alla fine dell'asta e occorreva tentare di far qualcosa se si voleva raggiunger lo scopo dell'acquisto del bene messo all'incanto; dopo sarebbe stato troppo tardi.
6 HÊ SCIUPATO ‘NU SANGRADALE.
Letteralmente: Ài sciupato un sangradale. Lo si dice di chi, a furia di folli spese o cattiva gestione dei propri mezzi di fortuna, dilapidi un ingente patrimonio al punto di ridursi alla miseria piú cupa ed esser costretti, magari, ad elemosinare per sopravvivere; il sangradale dell'epigrafe è il santo graal la mitica coppa in cui il Signore istituí la santa Eucarestia durante l'ultima cena e nella quale coppa Giuseppe d'Arimatea raccolse il divino sangue sgorgato dal costato di Cristo a seguito del colpo infertogli con la lancia dal centurione sul Golgota. Si tratta probabilmente di una leggenda scaturita dalla fantasia di Chrétien de Troyes che la descrisse nel poema Parsifal di ben 9000 versi e che fu ripresa da Wagner nel suo Parsifal dove il cavaliere Galaad, l'unico casto e puro, riesce nell'impresa di impossessarsi del Graal laddove avevan fallito tutti gli altri cavalieri non abbastanza puri.
7 FATTE CAPITANO E MMAGNE GALLINE.
Letteralmente: diventa capitano e mangerai galline. Id est: la condizione socio-economica di ciascuno, determina il conseguente tenore di vita (olim il mangiar gallina era ritenuto segno di lusso e perciò se lo potevano permettere i facoltosi capitani non certo i semplici, poveri soldati). La locuzione à pure un'altra valenza dove l'imperativo fatte non corrisponde a diventa, ma a mostrati ossia: fa’ le viste di essere un capitano e godine i benefici.
8 CHI NASCE TUNNO NUN PO’ MURÍ QUATRO.
Letteralmente: chi nasce tondo non può morire quadrato. Id est: è impossibile mutare l'indole di una persona che, nata con un'inclinazione, se la porterà dietro per tutta la vita. La locuzione, usata con rincrescimento osservando l'inutilità degli sforzi compiuti per cercar di correggere le cattive inclinazioni dei ragazzi, in fondo traduce il principio dell'impossibilità della quadratura del cerchio.
9 A CHI PARLA ARRETO, 'O CULO LLE RISPONNE.
Letteralmente: a chi parla alle spalle gli risponde il sedere. La locuzione vuole significare che coloro che parlano alle spalle di un individuo, cioè gli sparlatori, gli spettegolatori meritano come risposta del loro vaniloquio una salve di peti.
10 A CCRAJE A CCRAJE COMME Â CURNACCHIA.
Letteralmente: a cra, a cra come una cornacchia. La locuzione, che si usa per commentare amaramente il comportamento dell'infingardo che tende a procrastinare sine die la propria opera, gioca sulla omofonia tra il verso della cornacchia [cra-cra] e la parola latina cras che in napoletano è resa con craje e che significa: domani, giorno a cui suole rimandare il proprio operato chi non abbia seria intenzione di lavorare .
craje = domani avv. di tempo derivato dal latino cras; Trovandomi a dire di cras, continuo a parlare di tempo ricordando che una volta in napoletano oggi si disse con derivazione dal lat. hodie, oje; epperò taluni sprovveduti scrittori partenopei usarono impropriamente questo termine oje al posto del vocativo oj (ehi!); per la verità il termine oje è un termine ormai in disuso e viene usato il piú italianizzato ogge, ma un tempo era usatissimo come usati erano i termini che seguono tutti oggi desueti, abbandonati e non sostituiti o sostituiti usando i termini dell’italiano pronunciati sciattamente per conferir loro una qualche veste di napoletanità, ma falsa come e piú di Giuda
craje = domani dal lat. cras; oggi indegnamente si usa un raffazzonato dimane che scimmiotta l’italiano domani;
piscraje= dopodomani dal latino biscras; oggi invece si usa un raffazzonato doppodimane che scimmiotta l’italiano dopodomani
pescrille/ pescrigno = tra tre giorni;oggi si usa : ‘nfra tre gghiuorne; pescrillo è dal latino post tres ille=dopo tre di quei(giorni);pescrigno = tra tre giorni o meglio: dopo quel domani piú lontano da un acc. lat. volg. post crineu(m)←cras+ineu(m) questo ineu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo piú lontano;
pescruozzo=tra quattro giorni da un acc. lat. volg. post croceu(m)←cras+oceu(m) questo oceu(m) fu un suffisso di valore diminutivo con riferimento a tempo molto lontano; oggi: ‘nfra quatte juorne
jesterza = l’altro ieri per l’etimo occorre partire dalla base dell’aggettivo latino “hesternus” (= giorno di ieri, della vigilia) , che mostra un suffisso “-nus” frequente nella formazione dei temi nominali, per modo che facilmente si è potuto forgiare un composto aggettivale femminile hester-tertia dies che –soggetto poi ad aplologia(caduta sillabica per similitudine totale o parziale rispetto alla sillaba vicina: cfr. ad es.qualche cosa→qualcosa; mineralo-logia → mineralogia,cavalli leggeri→ cavalleggeri
ecc. Nel lemma in esame, caduto un “-ter-” per la stretta contiguità di “-ster- si è sfociati in hestertia→jesterza = “il terzo giorno a ritroso” rispetto a quello di partenza, fondamentale per il conteggio della distanza temporale da ricavare arretrando: “ieri l’altro”, cioè “il terzo giorno (non “da ieri”), ma di ieri…; oggi si usa in luogo di jesterza il raffazzonato ll’autrjere che scimmiotta l’italiano l’altro ieri.
Oggi purtroppo,come ò anticipato si usano nell’imbastardito, imbarbarito napoletano corrente termini italianizzati come ogge invece di oje, dimane invece di craje, doppodimane,e cosí via e non facendo piú progetti a lunga scadenza, non parliamo proprio del terzo giorno antecedente né del terzo giorno dopo, né ovviamente del quarto giorno dopo! Che tristezza! Povero napoletano!
11 CHELLO CA NUN SE FA NUN SE SAPE.
Letteralmente:(solo) ciò che non si fa non si viene a sapere. Id est: La fama diffonde le notizie e le propaga, per cui se si vuole che le cose proprie non si sappiano in giro, occorre non farle, giacché ciò che è fatto prima o poi viene risaputo.
12 'O PESCE GRUOSSO, MAGNA Ô PICCERILLO.
Letteralmente: il pesce grande mangia il piccolo. Id est piú generalmente: il potente divora il debole per cui se ne deduce che è lotta impari destinata sempre all'insuccesso quella combattuta da un piccolo contro un grande.
13 'O PUORCO SE 'NGRASSA PE NNE FÀ SACICCE.
Letteralmente: il maiale è ingrassato per farne salsicce. La locuzione vuole amaramente significare che dalla disincantata osservazione della realtà si deduce che nessuno fa del bene disinterassatamente; anzi chiunque fa del bene ad un altro mira certamente al proprio tornaconto che gliene deriverà, come - nel caso in epigrafe - il maiale non deve pensare che lo si lasci ingrassare per fargli del bene, perchè il fine perseguito da colui che l'alleva è quello di procurarsi il proprio tornaconto sotto specie di salsicce.
14 JÍ METTENNO 'A FUNA 'E NOTTE.
Letteralmente: Andar tendendo la fune di notte. Lo si dice sarcasticamente nei confronti specialmente dei bottegai che lievitano proditoriamente i prezzi delle loro mercanzie, ma anche nei confronti di tutti coloro che vendono a caro prezzo la loro opera. La locuzione usata nei confronti di costoro - bottegai e salariati - li equipara quasi a quei masnadieri che nottetempo erano soliti tendere lungo le strade avvolte nel buio, una fune nella quale incespicavano passanti e carrozze, che stramazzando a terra diventavano facilmente cosí oggetto di rapina da parte dei masnadieri.
15 SE SO' RUTTE 'E TIEMPE, BAGNAJUÓ.
Letteralmente: Bagnino, si sono guastati i tempi(per cui non avrai piú clienti bagnanti ed i tuoi guadagni precipiteranno di colpo). La locuzione è usata a mo’ d’avvertimento quando si intenda sottolineare che una situazione sta mutando in peggio e si appropinquano relative conseguenze negative.
16 PARLA QUANNO PISCIA ‘A GALLINA!
Letteralmente: parla quando orina la gallina.Id est: Zittisci! Cosí, icasticamente ed in maniera perentoria, si suole imporre di zittire a chi parli inopportunamente o fuori luogo o insista a profferire insulsaggini e/o magari gratuite cattiverie. Si sa che la gallina espleta le sue funzioni fisiologiche, non in maniera autonoma e separata, ma in un unicum, per modo che si potrebbe quasi pensare che, non avendo un organo deputato esclusivamente alla bisogna, la gallina non orini mai, di talché colui cui viene rivolto l'invito in epigrafe pare che debba tacere sempre.
17 PUOZZE PASSÀ P''A LOGGIA.
Letteralmente: Possa passare per la Loggia (di Genova). E' come a dire: Possa tu morire. Per la zona della Loggia di Genova, infatti, temporibus illis, transitavano tutti i cortei funebri provenienti dal centro storico e diretti al Camposanto.
18 CORE CUNTENTO Â LOGGIA.
Letteralmente: Cuor contento alla Loggia. Cosí il popolo suole apostrofare ogni persona propensa, anche ingiustificatamente, ad atteggiamenti giocosi ed allegri, rammentando con la locuzione il soprannome dato, per la sua perenne allegria, alla fine dell'Ottocento, ad un celebre facchino della Loggia di Genova che era una sorta di territorio franco concesso dalla città di Napoli alla Repubblica marinara di Genova, dove i genovesi svolgevano i loro commerci, autoamministrandosi.
19 CESSO A VVIENTO!
Letteralmente: gabinetto aperto. Offesa totalizzante e che non ammette replica rivolta a persona spregevole sia fisicamente, ma soprattutto moralmente che viene equiparata a quei vespasiani pubblici di un tempo costruiti in ghisa ed aperti, per consentire un agevole ricambio d'aria, sia in alto che in basso.
20 'A MALORA 'E CHIAJA.
Letteralmente: la cattiva ora di Chiaja. Cosí a Napoli viene apostrofato chiunque sia ripugnante d'aspetto e di modi. Occorre sapere, per comprendere la locuzione che Chiaja è oggi uno dei quartieri piú eleganti e chic della città, ma un tempo era solo un borgo molto prossimo al mare ed era abitato da popolani e pescatori d'infimo ceto. Orbene, temporibus illis, era invalso l'uso che le popolane abitanti a Chiaja, sul tardo pomeriggio del giorno solevano recarsi nei pressi del mare a rovesciare nel medesimo i contenuti maleodoranti dei grossi pitali nei quali la famiglia lasciava i propri esiti fisiologici: quel lasso di tempo in cui si svolgevano queste operazioni era detto 'a malora.
21 FARNE UNA CCHIÚ 'E CATUCCIO.
Letteralmente: compierne una piú di Catuccio. Id est: farne di tutti i colori, compiere infamie e scelleratezze tali da sorpassare quelle compiute in Francia dal settecentesco Louis Philippe Bourguignon (La Courtille, Belleville, 1693 -† Parigi 1721).Costui, figlio d'un bottaio, lasciò gli studi intrapresi presso i gesuiti, per darsi alla malavita e divenne protagonista, durante una dozzina d'anni, di furti e avventure d'ogni sorta, che resero la sua biografia popolare in tutta Europa . Questo celebre brigante venne soprannominato Cartouche, nome corrotto in napoletano con il termine Catuccio. Arrestato, fu giustiziato nella piazza di Grève. La locuzione viene usata per bollare il comportamento non raccomandabile di chi agisce procurando danno a terzi, ma iperbolicamente anche per sottolineare il comportamento un po' troppo vivace dei ragazzi.
22 ESSERE PASSATA 'E CÒVETA O 'E CUTTURA.
Letteralmente: essere passata di raccolta cioè già sfiorita sull'albero perché abbondandemente maturata oppure essere oramai passata di cottura cioè bruciacchiata perchè troppo cotta. Ambedue le espressioni fanno furbescamente riferimento ad una donna piuttosto in avanti con gli anni perciò sfiorita e non piú degna di attenzioni galanti alla medesima stregua o di un frutto lasciato sul ramo troppo tempo dopo la maturazione o come un cibo lasciato sul fuoco oltre il tempo necessario, facendolo quasi bruciare.
23 QUANNO 'O DIAVULO T'ACCAREZZA È SSIGNO CA VO’ LL'ANEMA.
Letteralmente : quando il diavolo ti carezza, significa che vuole l'anima. Lo si afferma a commento delle azioni degli adulatori o di coloro che godono di cattiva fame; se uno di costoro ti blandisce, offrendoti servigi o opere gratuite, bisogna non fidarsi, giacché nel loro operare c'è nascosta la richiesta di qualcosa molto piú importante della prestazione offerta.
24 È GGHIUTO 'O CCASO 'A SOTTO I 'E MACCARUNE 'A COPPA.
Letteralmente: È finito il cacio sotto ed i maccheroni sopra. La locuzione la si usa per commentare con disappunto una situazione che non si sia evoluta secondo i principi logici ed esatti e codificati. In effetti, secondo logica si vorrebbe che il formaggio guarnisse dal di sopra un piatto di maccheroni, non che facesse loro da strame. Id est: maledizione! Il mondo va alla rovescia!
25 DOPPO MUORTO, BUZZARATO.
Letteralmente: dopo morto, buggerato; dopo aver subito la morte, sopportare anche il vilipendio. La locuzione corrisponde, anche se in maniera un po' piú dura al toscano: il danno e la beffa. Essa fu usata nel corposo linguaggio partenopeo da un anonimo prelato napoletano che assistette al consueto percuotimento del capo del defunto papa PIO XII, con il previsto martelletto d'argento operato dal cardinale camerlengo, per accertarsi che il pontefice non reagisse dimostrando cosí d'essere effettivamente morto.
26 TROPPI GALLE A CCANTÀ NUN SCHIARA MAJE JUORNO.
Letteralmente: troppi galli a cantare, non spunta mai il giorno. Id est: quando ci sono troppe persone ad esprimere un'opinione, un parere, non si arriva mai ad una conclusione; ed in effetti tenendo presente l'antico adagio latino: tot capita, tot sententiae: tante teste, tanti pareri, sarà ben difficile, anzi sarà impossibile trovarne di collimanti per modo che si possa finalmente giungere ad una conclusione.
27 NUN C'È PRERECA SENZA SANT' AUSTINO.
Letteralmente: Non v'è predica senza sant'Agostino. Come si sa, sant'Agostino, vescovo d' Ippona, è uno dei piú famosi padri della Chiesa cattolica e non v'è predicatore che nei sermoni non usi citare gli scritti del santo vescovo. L'espressione in epigrafe viene usata a mo' di risentimento da chi si senta chiamato in causa - soprattutto ingiustamente - e fatto segno di attenzioni non richieste e perciò non desiderate.
28 TENÉ DDOJE FACCE, COMME A SAN MATTEO
Con questa espressione s’usa riferirsi ad una persona ipocrita o dalla doppia vita.Per il vero nessun testo biblico attesta che il santo evangelista fósse un ipocrita o dalla doppia vita, se si esclude il fatto che Levi [questo era il nome di Matteo allorché svolgeva la professione di pubblicano] chiamato dal Signore abbandonò la propria attività per seguire il Cristo cambiando vita e nome; questa evenienza altamente positiva non può aver ispirato l’espressione chiaramente negativa. Il bandolo della matassa sta nel fatto che il san Matteo, a cui si fa riferimento nell’espressione, è quello realizzato da Michelangelo Naccherino(Firenze 1550 - †Napoli 1622).[ Allievo a Firenze del Giambologna, ne trascrisse i moduli in un'ampia produzione per la quale si avvalse anche di una operosa bottega. Nel 1573, dopo una permanenza in Sicilia, si stabilì a Napoli, dove, nominato scultore di corte, scolpí con grazia decorativa monumenti funebri (tomba Pignatelli in S. Maria dei Pellegrini; tomba Caniglia in S. Giacomo degli Spagnoli) e statue (Madonna delle Grazie in S. Giovanni a Carbonara etc.]. La statua del san Matteo, tuttora conservato sull’altare della cripta del Duomo di Salerno, è stranamente bifronte e la si può vedere da entrambi i lati dell’altare e non è peregrina l’idea che lo scultore nel realizzarla abbia utilizzato una precedente opera di bottega raffigurante un Giano bifronte.
Brak
VARIE 15/435
1. MANNÀ A ACCATTÀ ‘O TTOZZABANCONE OPPURE MANNÀ A ACCATTÀ ‘O PPEPE
Ad litteram: mandare a comprare l'urtabancone. oppure mandare a comprare il pepe.
Anticamente, quando le famiglie erano numerose, in ogni casa si aggirava un gran numero di bambini, la cui presenza impediva spesso alle donne di casa di avere un incontro ravvicinato col proprio uomo. Allora, previo accordo, il bottegaio (sallumiere, droghiere) della zona si assumeva il compito di intrattenere, con favolette o distribuzione di piccole leccorníe, i bambini che le mamme gli inviavano con la frase stabilita di “accattà 'o tozzabancone” oppure”accattà ‘o ppepe” . Altri tempi ed altre disponibilità!
Nota:
1)Per l’etimo del verbo accattà cfr. oltre sub 3.
2)Il sost.vo pepe = pepe, in napoletano è di genere neutro come altri alimenti: ‘o ppane, ‘o zzuccaro, ‘o ccafé etc. e come neutro preceduto dall’ art. ‘o oppure llu esige la geminazione della consonante iniziale; perciò ‘o/lllu ppepe e non ‘o/lllu pepe come ‘o/lllu ppane e non ‘o/lllu pane, ‘o/lllu zzuccaro e non ‘o/llu zuccaro, ‘o/llu ccafé e non ‘o/llu cafè. Rammento che c’è un solo caso in cui ‘o zzuccaro non esige la doppia zeta ed è nel caso del diminutivo ‘o zuccariello usato però non in riferimento all’alimento, ma come aggettivazione vezzeggiativa nei confronti di un bambino piccolo accreditato d’essere quasi dolce come lo zucchero e rammento altresí che il s.vo café quando non indichi la bevanda, ma il negozio dove si serve o vende quella bevanda, diventa di genere maschile e non esige la geminazione iniziale propria del neutro; per cui avremo ‘o/llu ccafé = la bevanda di caffé, ma ‘o/llu café = il bar; ugualmente il s.vo neutro ‘o/llu ppane che indica l’alimento, nelle parole derivate perde la geminazione della consonante ed usa la scempia: ‘o/llu ppane ma ‘o/llu panettiere.
2.ACCATTARSE ‘O CCASO.
Ad litteram: portarsi via il formaggio. Per la verità nel napoletano il verbo accattà significa innanzitutto: comprare, ma nella locuzione in epigrafe bisogna intenderlo nel suo primo significato etimologico di portar via dal latino: ad + captare iterativo di capere (prendere); questo il percorso morfologico: ad + captare→ adcaptare→accaptare→accattare con doppia assimilazione regressiva: adc→acc, apta→atta
La locuzione non à legame alcuno con il fatto di acquistare in salumeria o altrove del formaggio; essa si riferisce piuttosto al fatto che i topi che vengono attirati nelle trappole da un minuscolo pezzo di formaggio, messo come esca, talvolta riescono a portar via l’esca senza restar catturati; in tal caso si usa dire ca ‘o sorice s’è accattato ‘o ccaso ossia che il topo à subodorato il pericolo ed è riuscito a portar via il pezzetto di formaggio, evitando però di esser catturato. Per traslato, ogni volta che uno fiuti un pericolo incombente o una metaforica esca approntatagli, ma se ne riesce a liberare, si dice che s’è accattato ‘o ccaso.
3. FÀ ACQUA 'A PIPPA.
Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze. Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro súbito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non à nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cosí povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Nessuna delle due spiegazioni mi convince ed a mio avviso reputo invece che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto piú prosaicamente il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o ad altri malanni, non fosse piú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cosí la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale, figurazione di ristrettezza e/o miseria piú generale e vasta.Tanto è avvolarato anche dalla considerazione che nel linguaggio popolare della città bassa per riferirsi all’atto masturbatorio maschile s’usa l’espressione: farse ‘na pippa.
4. TENÉ ‘E PECUNE
Letteralmente si può rendere con: avere, mostrar di avere pronunciati pichi (quella sorta di punte presenti sulla pelle dei volatili, prodromiche dello spuntar delle piume); non esiste un termine corrispondente nell’italiano; l’espressione
vale: essere ormai o finalmente cresciuto/maturato mentalmente e/o caratterialmente; lo si dice di solito degli adolescenti che si mostrino piú maturi di quel che la loro età farebbe sospettare; di per sé ‘o pecone(che per etimo è un derivato in forma di accrescitivo (cfr. il suff. one) del francese pique/piqué= punta/tessuto a rilievo) è una sorta di punta che appare sulla pelle del corpo dei volatili, punta, come ò détto, prodromica dello spuntar delle piume/penne; l’apparire di tali punte dimostra che il volatile non è piú un giovanissimo impllume, ma è cresciuto e fisicamente evoluto, pronto ad affrontar la vita; per similitudine degli adolescenti che siano già o ormai maturi e si dimostrino scafati e cioè attenti, svegli e smaliziati, si dice che abbiano ‘e pecune (pl. di pecone), quantunque realmente sulla pelle degli adolescenti non si riscontrino punte simili a quelle dei volatili.
5. (FARSE Fà) ‘NA SPAGNOLA
Letteralmente : Farsi fare una (sega) spagnola. La voce spagnola (che di per sé è un agg.vo qui però sostantivato
indica una sorta masturbazione intermammaria): piú esattamente occorrerebbe perciò dire sega spagnola in quanto che spagnola è soltanto un aggettivo; la sega di per sé (con derivazione deverbale dal lat. seca(re) indica quale s. f.
1 utensile usato per tagliare materiali diversi, costituito da una lama di acciaio munita di denti, inserita in un telaio o in un manico: sega a mano; sega da falegname, da macellaio; sega chirurgica; sega da meccanico, seghetto per metalli | coltello a sega, con la lama dentata; serve per tagliare pane, dolci e sim.
2 macchina che à impieghi simili alla sega a mano: sega elettrica, meccanica; sega a nastro, con la lama costituita da un nastro d'acciaio dentato, chiuso ad anello e teso fra due pulegge; sega circolare, in cui la lama è un disco d'acciaio dentato; sega alternativa, simile a un grosso seghetto per metalli azionato da un motore elettrico
3 (mus.) strumento idiofono (s. m. (mus.) ogni strumento musicale in cui il corpo vibrante è costituito dal corpo stesso dello strumento p. e. la campana, il triangolo) del primo Novecento; consiste in una normale sega a mano che, stretta fra le ginocchia, viene posta in vibrazione sfregando il lato non dentato con un archetto di violino, violoncello o contrabbasso
4 (region.) segatura; mietitura: la sega del grano
5 (volg.ed è il caso che ci occupa) masturbazione maschile | non valere, non capire una sega, (fig.) niente, nulla; essere una sega, una mezza sega, (fig.) una persona che vale poco o anche persona piccola, minuta quasi frutto di un gesto onanistico però non portato a compimento per intero ; ovviamente la masturbazione maschile è semanticamente definita sega tenendo presente l’analogo movimento che si fa usando l’attrezzo per tagliare o compiendo l’atto onanistico.
6 fare sega, (centr.) nel gergo degli studenti, marinare la scuola
7 pesce sega, grosso pesce marino con un llungo prollungamento della mascella simile alla lama di una sega (fam. Pristidi).
Ad ogni buon conto preciso qui che la masturbazione maschile (sega) intermammaria prende il nome di (sega) spagnola in quanto metodo di soddisfazione sessuale maschile ideato ed attuato dalle prostitute partenopee che prestavano la loro opera nei bassi e fondaci attigui a quelli che sarebbero stati gli acquartieramenti dei soldati spagnoli (XVI sec.), ma che già nel XV sec. ospitavano (1495)i soldati francesi di Carlo VIII (Amboise, 30 giugno 1470 – † Amboise, 7 aprile 1498) che fu Re di Francia della dinastia dei Valois dal 1483 al 1498. Salí alla ribalta cominciando la llunga serie di guerre Franco-Italiane; Carlo VIII, campione di disordine, disorganizzazione, dissesto, eccesso, intemperanza, sfrenatezza,sperpero etc. entrò in Italia nel 1494 con lo scopo preciso di metter le mani sul regno napoletano e la sua avanzata caotica e disordinata scatenò un vero terremoto politico in tutta la penisola. Incontrò, nel viaggio di andata, timorosi regnanti, che gli spalancarono le porte delle città pur di non aver a che fare con l'esercito francese e marciò attraverso la penisola, raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Durante questo viaggio assediò ed espugnò il castello di Monte San Giovanni, trucidando 700 abitanti, ed assediò, distruggendone i due terzi e uccidendone 800 abitanti, la città di Tuscania (Viterbo).Incoronato re di Napoli, fu oggetto di una coalizione avversa che comprendeva la Lega di Venezia, l'Austria, il Papato e il Ducato di Milano. Sconfitto nella Battaglia di Fornovo nel lluglio 1495, fuggí in Francia al costo della perdita di gran parte delle sue truppe. Tentò nei pochi anni seguenti di ricostruire il suo esercito, ma venne ostacolato dai grossi debiti contratti per organizzare la spedizione precedente, senza riuscire a ottenere un sostanziale recupero. Morí due anni e mezzo dopo la sua ritirata, per un banale incidente, sbattendo la testa contro l’architrave d’ un portone; trasmise una ben misera eredità e lasciò la Francia nei debiti e nel disordine come risultato di una sconsiderata ambizione che venne definita, nella forma piú benevola, come utopica o irrealistica; la sola nota positiva, la sua sconsiderata, dispendiosa ed improduttiva spedizione fu di promuvere contatti tra gli umanisti italiani e francesi, dando cosí vigore alle arti e alle lettere francesi nel tardo Rinascimento.) ; i quartieri spagnoli, o più semplicemente i quartieri, presero questo nome (che però non indicò come s. m. ciascuno dei quattro rioni in cui per lo piú si suddividevano le città ed oggi, zona circoscritta di una città, avente particolari caratteristiche storiche, topografiche o urbanistiche: quartiere residenziale; un vecchio quartiere popolare | quartieri alti, la zona più elegante della città; quartieri bassi, la zona più popolare | quartiere satellite, agglomerato urbano contiguo a una grande città, autonomo quanto a servizi ma non amministrativamente, ma indicò il (mil.) complesso di edifici o di attendamenti dove alloggia un reparto dell'esercito: quartiere d'inverno, d'estate | quartier generale, il complesso degli ufficiali, dei soldati e dei mezzi necessari al funzionamento del comando di una grande unità mobilitata; il lluogo dove esso à sede | lotta senza quartiere, (fig.) senza escllusione di colpi, spietata | chiedere, dare quartiere, (fig.) chiedere, concedere una tregua, la resa) presero, dicevo, questo nome intorno alla metà del XVI secolo (1532 e ss.) per la vasta presenza delle guarnigioni militari spagnole, vollute dal viceré don Pedro di Toledo, destinate alla repressione di eventuali rivolte della popolazione napoletana. All'epoca, come già precedentemente al tempo di Carlo VIII, comunque tali quartieri siti a Napoli a monte della strada di Toledo erano un lluogo malfamato come tutti i lluoghi dove siano di stanza i militari, un lluogo malfamato dove prostituzione e criminalità la facevano da padrone, con malgrado del viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo (Pedro Álvarez de Toledo y Zuñiga (Salamanca, 1484 –† Firenze, 22 febbraio 1553) fu marchese consorte di Villafranca e dal 1532 al 1553 fu viceré di Napoli per conto di Carlo V d'Asburgo , da cui il nome della strada, emanasse alcune apposite leggi tese a debellare il fenomeno; torniamo dunque alla cosiddetta sega spagnola che fu un ingenuo accorgimento adottato dalle meretrici allorché si diffuse nella città un pericoloso morbo: la llue o sifilide (détto comunemente: mal francese o morbo gallico) e si ritenne che tale morbo fosse stato portato e propagato ( nel 1495 circa) nella città, attraverso il contatto con le prostitute locali, dai soldati francesi al sèguito di Carlo VIII ; da notare che – per converso – i francesi dissero la lue: mal napolitain nella pretesa che fossero state le prostitute partenopee a diffonderlo fra i soldati carlisti; fósse francese o napoletano il morbo, le prostitute invece di soddisfare i clienti soldati con un normale coito, si limitarono ad un contatto superficiale con quell’esercizio che fu detto (sega) spagnola in quanto le prostitute esercitavano in tuguri (bassi e fondaci) di quei quartieri poi détti spagnoli.
6. NUN SAPé NIENTE ‘E SAN BIASE
Ad litteram: Non saper nulla di san Biagio. Détto ironicamente di chi furbescamente e con una buona dose di improtitudine si finga all’oscuro di tutto e segnatamente faccia le viste di non aver contezza di avvenimenti che invece notoriamente non esulino dal suo campo di azione.
L’espressione fu in origine usata nella morfologia: Tu manco ne saje niente ‘e san Biase, eh!? nel corso degli interrogatori a cui la polizia partenopea sottopose dei pregiudicati lestofanti che continuarono a negare, sospettando (e forse a ragione) che fossero loro gli autori del furto sacrilego perpretato nel 1808, d’una famosa statua di san Biagio ospitata nell’omonima chiesa di via san Biagio dei Librari.
7. PE VINTINOVE E TTRENTA
Ad litteram: Per ventinove e trenta. Espressione usata ormai soltanto[ma impropriamente al posto di a gghí a gghí(cfr. ultra)] con valenza temporale in riferimento a risultati conseguiti quasi per un nonnulla, per un pelo, all’ultimo minuto se non all’ultimo secondo ed in tale accezione non si conprende per quale motivo si siano presi in considerazione i numerali ventinove e trenta e non [che so?...] tredici e quattordici o venti e ventuno etc.L’amico Renato de Falco ipotizza che si tratti degli ultimi due giorni del mese, nella pretesa che i risultati siano stati conseguiti quasi negli ultimi giorni utili,cioè in prossimità della scadenza. Trovo la spiegazione un po’ impraticabile ed azzardata soprattutto perché non si capisce per quale ragione la cultura popolare che si inventò la locuzione avrebbe preso a riferimento i giorni finali (29 e 30) dei mesi di novembre, aprile, giugno e settembre e non i due giorni finali (27 e 28) del mese di febbraio, o i ben piú numerosi giorni finali (30 e 31) di tutti gli altri mesi; no non sono convinto e non accetto l’idea, anche perché ritengo che l’espressione a margine ebbe in origine una valenza modale e non temporale e fósse usata in riferimento a risultati conseguiti non per caso, per un pelo,oppure all’ultimo minuto, ma a quei risultati conseguiti solo con l’ausilio di tutto il proprio impegno mettendo in campo gli attributi maschili rappresentati esattamente nella smorfia napoletana dai numeri ventinove (il membro, l’organo riproduttivo maschile) e dal numero trenta ( in primis le munizioni dell’obice di competenza del tenente, ma per traslato furbesco, come nel caso che ci occupa, i testicoli che intesi, impropriamente, sferici vengono assomigliati a delle sferiche palle da cannone).Del resto,cfr. alibi, sempre in riferimento a risultati conseguiti positivamente,con abbondanza di esito, a faccende condotte in porto con solerzia e diligenza, s’usa dire che trattasi di cose fatte cu sette parme ‘e ca**o (con sette palmi di pene)! E chiedo scusa all’amico Renato che peraltro, contattato per le vie brevi, à apprezzato la mia idea, accogliendola. A margine e completamento di tutto quanto detto rammento l’espressione A gghí a gghí da collegarsi a questa locuzione esaminata e che rappresenta quella da usarsi esattamente in senso temporale in luogo di pe vintinove e ttrenta:
A gghí a gghí
letteralmente: ad andare ad andare;détto a commento di tutte quelle azioni condotte a termine per un pelo ed i cui risultati siano stati raggiunti risicatamente.Locuzione di carattere temporale, ma intesa talora anche in senso modale.
Raffaele Bracale
venerdì 29 maggio 2015
PIGNULATE
PIGNULATE
Ovvero Dolcetti ai pinoli
Ottimi per prima colazione o spezzadigiuno.
Ingredienti:
gr. 250 farina bianca,
gr. 150 di strutto o (in mancanza,ma non deve accadere!) di burro ammorbidito a temperatura ambiente,
1 uovo,
150 grammi di zucchero
1 cucchiaio di semi di finocchio;
3 cucchiai di pinoli tostati al forno (240°);
sale q.b.
Procedimento: Impastare su di una spianatoia la farina, lo zucchero, lo strutto o il burro ammorbidito ed un pizzico di sale.
Con l’ausilio di un matterello cosparso di farina,tirare una soglia di 1/5 cm. di spessore ;battete l’uovo a spuma spennellando tutta la superficie della sfoglia e cospargetela di semi di finocchio e súbito dopo di pinoli; con un affilato coppapasta o un bicchiere di vetro con la bocca di un diametro di ca 5 cm, ottenete dei dischetti; posateli su una piastra da forno verniciata di strutto o burro ad infarinata e cuoceteli in forno a calore medio (170°) per 20- 25 minuti fino a che non risultino dorati in superfice.
Brak
DOLCETTI AI SEMI DI FINOCCHIO
DOLCETTI AI SEMI DI FINOCCHIO
Ingredienti:
gr. 250 farina bianca,
gr. 150 strutto,
gr. 120 di zucchero,
semi di finocchio q.s.,
sale fino q.s..
Procedimento: Impastare la farina con 120 grammi di strutto, lo zucchero ed un pizzico di sale. Stendere la pasta allo spessore di ½ cm. e dividerla con una rotellina dentata in bastoncini da 4 cm., cospargerli con i semi di finocchio,pressando delicatamente; posarli su una piastra da forno verniciata di strutto ad infarinata e cuocerli in forno a 170° per 20- 25 minuti.
Brak
IL DOLCE TIPICO DI CARNEVALE
IL DOLCE TIPICO DI CARNEVALE
Questo dolce tipico del periodo di Carnevale, comunissimo in tutta l’Italia, quale che sia il nome regionale che prenda à una sola antichissima tradizione che risale agli antichi romani ed alle loro FRICTILIA: dolci di farina di frumento o mais, fritti nel grasso di maiale e conditi con il miele, che nell'antica Roma venivano preparati intorno al 500 a.C. quando dall'1 al 15 febbraio si celebravano a Roma i Lupercali feste purificatorie in onore di Pan/Luperco;questi dolci venivano prodotti in gran quantità poiché dovevano durare per un lungo periodo, almeno fino alle Liberalia, le feste delle divinità dispensatrici del 'vino e del grano nel giorno del 17 marzo. In onore di Sileno, compagno di bagordi e precettore di Bacco, si bevevano fiumi di vino addizionato di miele e spezie e si friggevano profumate frittelle di frumento; Si tratta di dolci, poco lievitati, molto friabili, ma croccanti che, tradizionalmente vengono fritti, oggi però anche (dieteticamente…, ma scioccamente) cotti al forno ed infine cosparsi di zucchero al velo. Attualmente sono preparazioni tipiche del periodo di Carnevale e vengon chiamate con nomi diversi a seconda delle regioni di provenienza: chiacchiere e lattughe in Lombardia, cenci e donzelle in Toscana, frappe nel Lazio, sfrappole o lasagne in Emilia, cròstoli in Trentino, galani o gale in Veneto, bugíe o rosoni in Piemonte, pampuglie(nelle Puglie e talora Campania), lengue d’ ‘a socra (a Napoli e in Campania). Ne do súbito la ricetta ed in coda tratterò ove sia possibile l’etimo e la semantica dei varî nomi.
Eccone per ora la ricetta(riporto quella napoletana, comunque affine a quelle delle altre regioni :
Ingredienti
600 gr farina,
100 gr. zucchero,
50 gr. di strutto,
4 uova,
1 bicchiere vino bianco secco,
1 tazzina di anice,
abbondante zucchero al velo,
½ bustina di lievito per dolci,
sale fino q.s.,
abbondante olio x friggere.
Preparazione
Mischiare su una spianatoia dandole una forma a fontana la farina, lo zucchero, il lievito ed un pizzico di sale; rompervi le uova, unire lo strutto, il vino ed il liquore. Impastare bene finché non si ottienga una pasta soda e compatta. Farla riposare, coperta da un canevaccio, per 30 minuti, indi stenderla col matterello allo spessore di circa 3 mm, poi tagliare la sfoglia con una rotella ondulata in strisce di cm. 7 x 2. Mandare a temperatura abbondante olio per frittura in una tegame alto e profondo e friggervi velocemente le strisce di pasta . Appena dorate scolarle ed adagiarle su dei fogli di carta assorbente; servirle tiepide o fredde su di un piatto di portata cosparse abbondantemente di zucchero al velo.
Giunti a questo punto esamino etimo e semantica dei varî nomi con i quali il doce viene chiamato nelle differenti regioni; premesso che quasi tutti (se non tutti) i nomi fanno riferimento alla forma a nastrino del dolce, dirò che il dolce à il nome di
1)chiacchiere e lattughe in Lombardia; semanticamente il primo nome chiacchiere si spiega con un percorso da sineddoche; il dolce à una forma di striscia che richiama una lingua quella con la quale si articolano le chiacchiere (voce onomatopeica deverbale di chiacchierare) che di per sé indicano le conversazioni su argomenti di poca importanza; discorsi inutili, futili; dalla lingua richiamata dalla forma del nastro di pasta, si perviene per metinomia o sineddoche alla chiacchiera nome con cui è noto in Lombardia ed anche altrove il dolce di cui parliamo; ugualmente sempre riferendosi alla forma lunga e dentellata del nastro di pasta si giunge al nome di lattuga/ghe pianta erbacea coltivata negli orti, le cui foglie tenere si mangiano in insalata; détte foglie sono spesso appunto strette, lunghe e dentellate; di per sé il termine lattuga è dal lat. lactuca(m), deriv. di lac lactis 'latte', per il liquido lattiginoso che secerne; ricordo che con il nome di lattuga si indica altresí la gala di merletto o di tela inamidata e increspata, che gli uomini portavano per ornamento sul davanti delle camicie, la gorgiera; la forma del dolce in esame può richiamare oltre che le foglie della lattuga le medesime gale di merletto o di tela inamidata e increspata; non per niente infatti, tenendo presente détta forma richiamante le gale di merletto o di tela inamidata e increspata, nel Veneto il dolce prende per l’appunto il nome di
2)gale o galani (gala s. f. striscia increspata di trina o di stoffa; nastro o fiocco che si mette per ornamento dallo sp. gala 'guarnizione di vestiti'; mentre galano/i è dal fr. galan di significato analogo allo spagnolo gala;
3)cenci e donzelle in Toscana; sempe in riferimento alla forma del dolce in esame che può richiamare oltre che le foglie della lattuga, anche le gale di merletto o di tela inamidata e increspata; va da sé che quando le originarie trine di merletto o tela inamidata non fossero perfettamente stirate o inamidate potevano apparire piú degli stracci che degli ornamenti, da ciò ne derivò che nel salace linguaggio popolare dei toscani la gala divenisse cencio(dal lat. centiu(m)= centone, brandello, pezzo di stoffa vecchio e logoro; in partic., quello usatoperlepuliziedomestiche;mentre è da ricercarsi in una metinomia la semantica del termine donzella/e (dal provenz. donsela, che è dal lat. dom(i)nicella(m), dim. di domina 'padrona') essendo queste ultime solite ornarsi di gale e merletti.
4)frappe nel Lazio; il termine frappa fa sempre riferimento alla forma a nastro del dolce; infatti frappa è un s.vo f.le che indica (quale deverbale del fr. frapper)
1 striscia di stoffa increspata e smerlata, posta per guarnizione ad abiti, tende ecc.
2 la smerlatura delle foglie scolpite o dipinte; la raffigurazione del fogliame in arte
3 spec. pl. nell'Italia centrale, dolce a forma di nastro, fritto e spolverato di zucchero, tipico del periodo di carnevale; altrove chiamato chiacchiere, cenci ecc.
5)sfrappole o lasagne in Emilia; anche in questa regione il nome con cui è indicato il dolce fa riferimento alla sua forma a nastro di talché si ottengono i due nomi a margine: sfrappole ( marcato etimologicamente sul precedente frappe con l’aggiunta d’un prefisso intensivo (s) ed un suffisso ipocoristico (ole); e lasagne (s. f. che di per sé, con derivazione dal lat. volg. *lasania(m), deriv. del class. lasanum 'pentola', che è dal gr. lásana, pl., 'tripode da cucina', indica in primis
1 spec. pl. sfoglia all'uovo tagliata in larghe strisce: (pasticcio di) lasagne al forno, piatto tipico emiliano fatto con lasagne a strati, ragù e besciamella; lasagne verdi, contenenti spinaci.
2 (ant.) strato di cera che rivestiva all'interno le forme di gesso entro cui si facevano i getti in bronzo.
3 spec. pl. nelle Romagne, dolce a forma di nastro, fritto e spolverato di zucchero, tipico del periodo di carnevale; altrove chiamato chiacchiere, cenci ecc.
6)cròstoli in Trentino; qui il nome oltre a far riferimento alla forma a nastro del dolce richiama la sua consistenza, la sua friabilità e croccantezza rappresentate dal lat. crustulu(m)donde crostolo/i;
7)bugíe o rosoni in Piemonte, anche qui il nome usato fa riferimento alla forma a nastro del dolce, ma sottolinea il fatto che il nastro deve risultare alla fine avvolto concentricamente a mo’ di rosone o di piattello della bugia;
rosone/i s. m. (arch.) ( accrescitivo di rosa)
1 nelle chiese romaniche e gotiche, grande finestra circolare posta al centro della facciata sopra la porta principale
2 elemento decorativo a forma di rosa.
3 spec. pl. nel Piemonte, dolce a forma di nastro avvolto a spirale concentrica, fritto e spolverato di zucchero, tipico del periodo di carnevale; altrove chiamato chiacchiere, cenci ecc.
Bugía/e bugía (di cui bugíe è il plurale) =1) altrove bugia, menzogna, nel significato di menzogna è parola derivante dal provenzale bauzía che è dal francone bausi = menzogna, malignità; ma qui nel caso che ci occupa
2) piattello ansato per ragger le candele;nel senso di piattello ansato per regger candele deriva dal nome della città algerina Bugiaya dove si producevano tali piattelli e da dove, pare, s’importasse la cera per produrre le candele;
3) spec. pl. nel Piemonte, dolce a forma di nastro avvolto a spirale concentrica, fritto e spolverato di zucchero, tipico del periodo di carnevale; altrove chiamato chiacchiere, cenci ecc.
8)pampuglie(Puglie e talvolta Campania); anche nel caso della voce a margine, d’àmbito pugliese si fa sempre in riferimento alla forma a nastro del dolce, ma questa volta il nastro preso a modello non è una gala, una trina o una frappa, è invece molto piú prosasticamente la pampuglia che nel significato primo sta per piallatura,truciolo del legname ed estensivamente: inezia, cosa da nulla, bagatella, frivolezza e persino, come estrema valenza, come nel caso che ci occupa, quel tipo di dolce nastriforme carnascialesco altrove detto chiacchiera, bugia, frappa etc.
Prima di passare a dire dell’etimologia di pampuglia, voglio rammentare come esso termine nel precipuo significato di truciolo, piallatura à nell’idioma napoletano, sempre abbastanza attento, preciso e circostanziato, degli specificativi diversi secondo la forma o provenienza dei trucioli; abbiamo dunque: -pampuglia riccia quella a spirale da legno dolce, -pampuglia ‘e chianuzzella quella strettamente arrotolata, prodotta non dalla pialla grande, ma da una pialla piú stretta e piccola detta in napoletano chianuzzella che è il diminutivo di chianozza che è dal latino: planula attrezzo per render piano, privandolo delle asperità, un asse di legno, - pampuglia ‘e ‘ntraverzatura(deverbale del verbo ‘ntraverzà= attraversare, andando contro il primitivo senso di marcia) che è il truciolo, per solito di legni piú duri, ottenuti per piallatura operata controfilo che produce perciò trucioli irregolari e frammentati.
E soffermiamoci sull’etimologia di pampuglia, etimologia non tranquillissima; un tempo si congetturò un neutro plurale tardo latino fabulía = favuli, gambi delle fave, che dopo la raccolta venivano estirpati, adeguatamente seccati ed usati per alimentare, tal quali le pampuglie lignee, i forni domestici; la seconda ipotesi, che a mio avviso mi pare un po’ piú percorribile si rifà ad un latino regionale: pampulia forgiata su un pampus forma sincopata di pampinus che è propriamente il pampino: tralcio di vite vestito di foglie, tralcio che se improduttivo viene resecato e destinato al fuoco. Da quanto ò détto è semplice dedurre che il nome usato nelle Puglie e talora in Campania per significare il dolce nastriforme carnascialesco, faccia riferimento alle piallature, ai trucioli, per solito di legni piú duri, ottenuti per piallatura operata controfilo che produce perciò trucioli irregolari e frammentati; richiami cioé la pampuglia ‘e ‘ntraverzatura.
9)lengue d’ ‘a socra ( Napoli e/o Campania): letteralmente lingue della suocera. Ò lasciato volutamente in coda il nome che in Campania, temporibus illis con il sarcasmo tipico dei partenopei significativamente alternandolo al nome pampuglie si indicò il dolce détto, ormai anche a Napoli…, chiacchiere, bugie, frappe; il nome a margine un tempo usato a Napoli e nel napoletano, ripeto in alternativa a pampuglie fa riferimento al fatto che il dolce à una forma di striscia che può richiamare la forma una lunga lingua dai bordi frastagliati, lingua che potrebbe essere quella maldicente(per la lunghezza) e pungente (per la frastagliatura) d’una suocera;
lengue s.vo f.le pl. di lengua = lingua, organo mobile della bocca, che compie i movimenti necessari alla masticazione, alla deglutizione ed all'articolazione della voce; con etimo sia per l’italiano che per il napoletano dal latino lingua(m)
socra s.vo f.le = suocera,in italiano la madre del marito o della moglie, rispetto all'altro coniuge; per il napoletano il fatto è un po’ diverso e lo chiarisco qui di séguito la voce napoletana socra è dal lat. class. *socra(m)←socru(m) ed è usata per indicare segnatamente la madre dello sposo per cui una donna per parlare della mamma del suo sposo dirà sòcrema (id est: la mia socra), mentre uno sposo per indicare la mamma della sposa dirà gnórema ( id est la mia gnora) dove ‘gnora sta per (si)gnora;
Nel parlato comune infatti si è cercato di dare il nome di mamma anche alla suocera, ma come dicevo, il napoletano è molto piú attento dell'italiano a talune sottigliezze emozionali per cui posto che – specialmente per il maschio napoletano - l'unica donna cui compete o possa competere il titolo di mamma è la propria genitrice diretta, ecco che il napoletano per significare la mamma della sua sposa ricorre al meno impegnativo e piú asettico si-gnora. Da tutto ciò se ne ricava che l’espressione ‘e llengue d’ ‘a socra fu coniato da una donna con riferimento alla lingua maldicente e pungente della mamma di suo marito; l’avesse coniata un uomo l’espressione con ogni probabilità sarebbe stata ‘e llengue d’ ‘a ‘gnora con riferimento alla lingua maldicente e pungente della mamma di sua moglie!
Satis est.
Raffaele Bracale
DIVINO AMORE SUSAMIELLI,SAPIENZE & ROCCOCÒ
DIVINO AMORE SUSAMIELLI,SAPIENZE & ROCCOCÒ
DIVINO AMORE
Gustosi dolcetti natalizi preparati dalle suore dell’omonimo convento del Divino Amore in via Spaccanapoli a Napoli.
Ingredienti
500 g di mandorle dolci sgusciate
500 g di zucchero
3 uova
scorza grattugiata di 1 limone
1 bustina di vainiglia
100 gr. di canditi misti (cedro, cocozzata, e scorzette d'arancia)
ostie q.b.
marmellata di albicocche 3 cucchiai
zucchero 2 cucchiai
acqua 2 cucchiai
Per la glassatura:
Ghiaccia bianca
colorante rosa
procedimento
Macinate le mandorle, non pelate, con il macinacaffe' o il mixer, unite lo zucchero e con un po' di acqua fredda fate un impasto di giusta consistenza.
Incorporatevi 2 uova intere ed un rosso, la scorza grattugiata del limone, la vainiglia ed i canditi tagliati minutamente. Lavorate l'impasto, formate degli ovetti,schiacciateli un po’, collocateli sulla placca del forno foderati di ostie e fateli cuocere a 180° per una ventina di minuti.
Una volta che siano raffreddati, eliminate i bordi d'ostia superflui, spennellate leggermente i dolci con marmellata di albicocche diluita con poca acqua e zucchero e glassateli con ghiaccia bianca (ottenuta con zucchero a velo vainigliato, albume sbattuto alla fiocca neve ferma) e coloratela di rosa con colorante per alimenti.
SUSAMIELLI
Farina 250 Gr.
Miele 250 Gr.
Zuchero 100 Gr.
mandorle 100 Gr.
cubetti di cocozzata, cedro e scorzette di arance candite;
"pisto" cioè un trito di cannella, chiodi di garofano, noce moscata, vaniglia,
un pizzico di ammoniaca(quella per dolci, ovviamente)
procedimento:
Tritare finemente nel mixer tutte le mandorle;
mischiare le mandorle, lo zucchero, il pisto, il cedro, le scorzette, la cocozzata (il tutto tritato in piccoli pezzi) con la farina; scaldare a fuoco moderato il miele e, appena
sciolto, unirlo alla farina, disposta a fontana, insieme con un pizzico di ammoniaca. Lavorare l'impasto fino a quando non diventa
omogeneo, a questo punto fare dei salamini e sistemarli su una teglia unta piegati a forma di S, schiacciandoli leggermente. Infornare a 180° per 15-20 minuti circa. Va ricordato che i susamielli in origine si chiamavano sesamelli, in quanto venivano ricoperti da semi di sesamo.
SAPIENZA
Esiste una variante dei susamielli, ed è detta sapienza, il cui nome deriva dal monastero della Sapienza (via santa Maria di Costantinopoli – NA),monastero le cui suore furono produttrici di ottimi classici susamielli cui aggiunsero a mo’ di decorazione alcune (tre) mandorle intere poste sulla superficie dei singoli dolcetti.
A Napoli,sia pure per un equivoco, come chiarirò, rammentando la grevezza degli ingredienti usati per questo dolce, si suole dare del susamiello ad ogni persona dal carattere greve e scostante che difficilmente riesce a familiarizzare con gli altri, risultando fastidioso e noioso; ma il dolcetto è buonissimo, pure se a prova di denti! Tuttavia devo precisare che ad un piú attento esame la voce susamiello nel significato di persona dal carattere greve e scostante che difficilmente riesce a familiarizzare con gli altri, risultando fastidioso e noioso, non deriva la sua origine dal summenzionato gustosissimo dolcetto che à la forma di una esse maiuscola, bensí dal riferimento ai pesanti ceppi (pur essi forma di una esse maiuscola), usati per costringere le caviglie dei condannati ai bagni penali.
ROCCOCÒ
Tipico dolce meridionale, ma soprattutto campano, d’impasto durissimo; deriva il suo nome roccocò dal francese rococo (roccia artificiale) probabilmente con riferimento alla durezza dell’impasto.
Ingredienti
500 g farina
400 g zucchero
270 g mandorle (70 da tritare e 200 da tostare e utilizzare intere),
6 grammi pisto (35 chiodi di garofano + un cucchiaino di pepe bianco + 1/2 cucchiaino di cannella + 1/2 cucchiaino di noce moscata),
1/2 cucchiaino di bicarbonato di ammonio (circa 4 grammi),
scorze di agrumi grattugiate (1 limone + 1 arancio + 1 mandarino)
150 ml acqua
1 tuorlo d'uovo sbattuto con un cucchiaio di latte per spennellare.
(Con queste dosi vengono circa 18 roccocò)
Procedimento
Disporre la farina a fontana e aggiungere al centro tutti gli ingredienti tranne le mandorle intere. Impastare ed amalgamare bene.
Aggiungere le mandorle intere e impastare un po' a mano, cercando di distribuire bene le mandorle nell'impasto.
Formare bastoncini dello spessore di un dito e metterli a 9 a 9 in teglia sulla carta forno, creando delle ciambelline. Poi schiacciarle leggermente e spennellarle con il tuorlo sbattuto con il latte.
Infornare in forno caldo a 200 °C per 10 min ed a 180° per altri 10 minuti.
R.Bracale Brak
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