martedì 30 agosto 2016
IL VERBO METTERE E LA SUA FRASEOLOGIA 1
IL VERBO METTERE E LA SUA FRASEOLOGIA
parte prima.
Questa volta, prendendo spunto dall’antica locuzione
METTERE o MENÀ ‘O VELLÍCULO Ô FFUOCO
è stato il caro amico P. G. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a chiedermi via e-mail di chiarirgli significato e portata delle espressioni partenopee costruite con il verbo METTERE .
Mi accingo alla bisogna elencando dapprima le espressioni cosí come mi sovvengono per poi esaminarle analiticamente:
1- Mettere o menà ‘o vellículo ô ffuoco.
2 – Mettere ‘o ppepe ‘nculo â zoccola.
3 – Mettere ‘a capa a ffà bbene.
4 – Mettere’a coppa.
5 – Mettere ‘a lengua ‘int’ô ppulito.
6 – Mettere ‘a supponta.
7 – Mettere ‘a vammacia ‘mmocca.
8 – Mettere campanielle ‘ncann’â gatta.
9 – Mettere carne a ccocere.
10 – Mettere mane.
11 - Mettere mane ê fierre oppure Mettere mane â tela.
12 – Mettere mane â sacca.
13 - Mettere ‘e mmane ‘nnanze.
14 - Mettere recchie p’’e pertose.
15 - Mettere ll’uoglio ‘a copp’ô peretto.
16 - Mettere ‘mpuzature.
17 - Mettere ‘na pezza a cculore.
18 - Mettere ‘na pezza arza.
19 – Mettere puteca.
20 – Mettere spia.
21 – Mettere ‘ncalannario .
22 – Mettere nciuce.
23 – Mettere prete ‘e ponta.
24 – Mettere tenna.
25 – Mettere a uno ‘ncopp’a ‘nu puorco.
26 – Mettere ‘o ssale ‘ncopp’â códa/córa.
27 – Metterse ‘e casa e pputeca.
28 – Metterse ‘e ddete ‘nculo e caccià ‘anielle.
29 – Metterse ‘a lengua ‘nculo.
30 – Metterse ‘mmiezo.
31 – Metterselo dint’ ê chiocche.
32 – Metterse pavura.
33 – Metterse ‘nu cienzo ‘ncuollo.
34 – Metterse scuorno.
35 – Metterse ‘o cappotto ‘e lignammo.
36 – Mettere ‘a si-loca arreto.
37 - Miettele nomme penna!
38 - Metterse cu ‘a panza e ccu ‘o penziero.
Prima di principiare l’esame analitico delle locuzioni diciamo súbito che il verbo mettere à nel napoletano varie accezioni, quali disporre, collocare, porre (anche fig.) indossare, vestire etc. ed è voce dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere'.
E veniamo all’analisi delle locuzioni:
1- Mettere o menà ‘o vellículo ô ffuoco.
Letteralmente: Mettere o buttare l’ombelico ( piú esattamente il cordone ombelicale) al fuoco. Antica espressione partenopea risalente addirittura al ‘600 (attestata nel Cortese, Basile, Trinchera ed altri, con la quale si era e si è soliti riferirsi all’atteggiamento da profittatore di chi, non invitato, faceva o fa in modo di appalesarsi in casa di amici e/o semplici conoscenti in occasione di una qualche ricorrenza o festività per partecipare ad una approntata festa, comportante distribuzione, spesso abbondante , di cibi e bevande; oppure appalesarsi in casa di amici e/o semplici conoscenti all’orario del desinare nell’intento di scroccare un invito alla tavola imbandita, invito in uso tra i napoletani che non lesinano a nessuno un pasto o una libagione.Di chi, non espressamente invitato, si comportasse in modo di trovarsi presente all’ora dei desinari, scroccando l’invito a tavola si diceva e si dice che aveva miso o aveva menato ‘o velliculo ô ffuoco! L’espressione nacque allorché, in tempi andati, le donne partorivano in casa assistite da una o piú levatrici dette mammàne oppure meno opportunamente (e qui di sèguito chiarirò)vammane Costoro una volta che la puerpera aveva partorito erano use tagliare il cordone ombelicale del bambino o bambina nato/a e buttare, con intento augurale, nel fuoco del braciere o del focolare il pezzo di cordone tagliato. A questa funzione seguiva un immediato festeggiamento con ampia distribuzione di cibo e bevande, festeggiamento cui partecipavano oltre i genitori ed i parenti prossimi del neonato o neonata, la/le mammana/e e tutti coloro che, invitati o no, fossero intervenuti al rito della ustione del cordone ombelicale. Dalla imitazione di questa situazione nacque il modo di dire di cui all’epigrafe riferita a tutti coloro che profittassero di una ricorrenza o festività per partecipare senza invito ad una approntata festa, comportante distribuzione, spesso grande, di cibi e bevande; oppure riferita a tutti coloro che avessero l’abitudine di presentarsi, senza preventivamente annunciarsi, in casa di amici e/o semplici conoscenti all’orario del desinare nell’intento di scroccare un invito alla tavola imbandita. Tutto quanto qui detto è da riferirsi espressamente al cittadino privato che approfitti di una situazione festevole per parteciparvi e satollarsi di cibo o bevande. Per indicare il medesimo atteggiamento da profittatore tenuto inizialmente non da comuni cittadini. ma da militari a Napoli fu in uso un tempo l’espressione appujià ‘a libbarda (poggiare l’alabarda) Ad litteram: appoggiare l’alabarda id est: scroccare, profittare a spese altrui. Locuzione antichissima risalente al periodo viceregnale, ma che viene tuttora usata quando si voglia commentare il violento atteggiamento di chi vuole scroccare qualcosa o, piú genericamente, intende profittare di una situazione per conseguire risultati favorevoli, ma non espressamente previsti per lui. Temporibus illis, al tempo del viceregno spagnolo (1503 e ss.) i soldati iberici, di stanza in quelli che poi sarebbero stati chiamati quartieri (spagnoli) a monte della strada di Toledo, erano usi aggirarsi all’ora dei pasti per le strade della città di Napoli e fermandosi presso gli usci là dove annusavano odore di cibarie approntate, lí poggiavano la propria alabarda volendo significare con detto gesto di aver conquistato la posizione; entravano allora nelle case e si accomodavano a tavola per consumare a scrocco i pasti. Da questa abitudine prese vita la locuzione appujià ‘a libbarda (poggiare l’alabarda) Ad litteram: appoggiare l’alabarda che valse dapprima : scroccare, profittare a spese altrui di un pasto e poi estensivamente profittare di una qualsivoglia situazione opportuna per conseguirne risultati favorevoli Si tratta dunque di espressione dal significato un po’ piú esteso di quella in epigrafe che è invece usata piú limitatamente per commentare l’atteggiamento di chi ottenga, contendandosene,beneficî molto circoscritti (quali cibi e bevande elargiti durante un festeggiamento).
menà verbo trans. = buttare, sospingere dentro o fuori ed anche, ma meno comunemente, trascorrere, passare, vivere ed estensivamente assestare, dare con forza, picchiare; l’etimo è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce';
velliculo s.vo m.le = letteralmente ombelico, ma nella fattispecie solo una parte di esso e cioè il cordone ombelicale quello che una volta che sia reciso lascia un mozzicone che opportunamente legato e ripiegato verso l’interno forma il vero e proprio ombelico;l’etimo di velliculo è il medesimo di ombelico e cioè il lat. umbilicu(m), affine al gr. omphalós 'bottone, ombelico' con la differenza che per il napoletano si è avuta l’aferesi della prima sillaba um, il passaggio di b a v (come altrove: bucca(m)→vocca barca→varca etc.), il raddoppiamento espressivo della liquida nella sillaba li→lli e l’aggiunta di un suffisso diminutivo ulo/olo← olus.
vammana/ mammana s.vo f.le= levatrice, donna esperta che assiste le partorienti; per il vero nel parlato comune popolare la voce usata per indicare la levatrice e cioè colei che assiste la puerpera e ne raccoglie il parto è mammàna con derivazione da un lat. volgare *mammàna(m); la voce vammana ( pur derivata dalla medesima voce del lat. volgare *mammàna(m)) ma con forma dissimilata nella cons. d’avvio che da mammàna passa a vammana è usata, nel parlato comune popolare, non per indicare una vera e propria levatrice che assiste la puerpera e ne raccoglie il parto, ma per significare, in senso dispregiativo, quelle praticone, prive di adeguata preparazione, ma non di esperienza, aduse ad esercitare pratiche abortive clandestine (spesso servendosi di mezzi di fortuna, inidonei e pericolosi).Che si tratti di termine dispregiativo è dimostrato dal fatto che già anticamente (cfr. Basile) la voce vammana era usata quale epiteto.
appujià = verbo tr. 1in primis appoggiare, poggiare, avvicinare una cosa a un'altra che la sorregga, 2(fig.) aiutare, favorire; sostenere; l’etimo della voce napoletana, cosí come della corrispondente dell’italiano è dal lat. volg. *appodiare, deriv. del greco pódion 'piedistallo' ma nel verbo napoletano è avvenuta la chiusura della tonica ó →u, ed in luogo della dentale d che è caduta s’è adottato il suono di transizione j
(segue)
Brak
IL VERBO PISCIÀ, I SUOI DERIVATI E LA FRASEOLOGIA
IL VERBO PISCIÀ, I SUOI DERIVATI E LA FRASEOLOGIA
Questa volta prendendo spunto dalla richiesta dell’amico carissimo D.C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)che nel riportarmi il quesito d’ un suo amico, mi à chiesto di illustrare, chiarire ed esaminare il significato l’ uso e l’ origine di un’ antica espressione partenopea (cfr. ultra sub 1); prendendo spunto appunto da tale richiesta mi soffermerò a dire del verbo in epigrafe dei suoi derivati e della relativa fraseologia. Cominciamo dunque con il dire che il verbo piscià vale mingere, orinare
ed è derivato dal tardo lat. pitissare→pi(ti)ssare→pissare→pisciare→piscià);normale nel napoletano risoluzione in sci seguíto da vocale della consonante fricativa dentale sorda o sonora (s) sia scempia che doppia purché seguíta da vocale; e veniamo súbito alle voci derivate dal verbo per agglutinazione (In linguistica l’agglutinazione è la riunione in una sola unità grafica e fonetica di due o piú elementi lessicali originariamente distinti, ma che si trovano spesso insieme in un sintagma (per es., disotto←di sotto , disopra←di sopra , perlopiú←per lo piú, eppure←e pure , ecc.). Il processo, che come fatto grafico è frequentissimo in antiche scritture e che spesso rispecchia fedelmente l’effettiva realtà fonetica (come in ammodo, eppure, ovvero, sebbene, macché, pressappoco, ecc.), à molta importanza nell’evoluzione diacronica in quanto può dare luogo alla formazione di nuove parole, soprattutto per la fusione (détta in questi casi anche concrezione) dell’articolo o di una preposizione, come per es. il region. loppio (da l’oppio, un albero), l’avv. ant. incontanente (dal lat. tardo in continenti [tempore]), l’ant. e pop. ninferno (da [i] n inferno).Rammento ad abundantiam che ad una agglutinazione e falsa deglutinazione dell’articolo si devono le antiche varianti oncenso, onferno per incenso, inferno, sviluppatesi dalle forme lo ’ncenso, lo ’nferno, scritte e pronunciate loncenso→l’oncenso, lonferno→l’onferno)dicevo agglutinazione di una voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià/are) con un avverbio o un sostantivo. Abbiamo dunque
pisciasotto s.vo ed agg.vo m.le e f.le = letteralmente: chi/ che si minge addosso; la voce nasce come s.vo e vale in primis bimbo/a, piccolo/a; neonato/a, poppante, lattante; usato come agg.vo m.le e fem.le vale timido/a,debole, pauroso/a, pavido/a ; schivo/a, chiuso/a,introverso/a insicuro; etimologicamente la voce, come ò già cennato e qui preciso è formata dall’ agglutinazione della voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià) con avverbio sotto (dal lat. subtus→suttus→sotto, deriv. di sub 'sotto'; il collegamento semantico tra i significati del sostantivo e quelli dell’aggettivo si colgono se solo si considera il fatto che chi è piccolo/a; neonato/a, poppante, lattante è di per sé timido/a,debole, pauroso/a, pavido/a etc e mai potrebbe essere coraggioso/a, audace, intrepido/a, ardito/a, impavido/a audace, disinvolto/a, sicuro/a, deciso/a;
piscianzogna s.vo ed agg.vo m.le e solo m.le= letteralmente: chi/che minge strutto; id est pubere, adolescente; non si tratta di un’iperbolicità divertente o ironica (atteso che non è dato a nessuno poter mingere sugna...), ma solo di una rappresentazione icastica di una manifestazione dell’età evolutiva: è allorché un ragazzo abbia raggiunto la pubertà e sia diventato adolescente che può dar luogo, per la prima volta, all’emissione di seme spermatico, quel seme che per il suo colore biancastro e la sua viscidità viene assomigliato allo strutto; etimologicamente la voce, come ò già cennato e qui preciso è formata dall’ agglutinazione della voce verbale piscia (3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. piscià) con il s.vo ‘nzogna= sugna, strutto sostantivo sul quale mette conto io mi soffermi alquanto; preciso súbito che la voce napoletana ‘nzogna che rende l’italiano sugna o strutto è voce che va scritta [come ò fatto!] ‘nzogna con un congruo apice (‘) d’aferesi (e qui di sèguito dirò il perché) e non nzogna privo del segno d’aferesi, come purtroppo càpita di trovare scritto.
Ciò detto passiamo all’etimologia e sgombriamo súbito il campo dall’idea (maldestramente messa in giro da qualcuno che nzogna, ( cosí erroneamente scritto e non ‘nzogna) possa essere un adattamento dell’ antico italiano sogna(sugna) con protesi di una n eufonica e dunque non esigente il segno d’aferesi (‘) e successivo passaggio di ns→nz, dal latino (a)xungia(m), comp. di axis 'asse' e ungere 'ungere'; propr. 'grasso con cui si spalma l'assale del carro'; occorre ricordare che nel tardo latino con la voce axungia si finí per indicare un asse di carro e non certamente il condimento derivato dal grasso di maiale liquefatto ad alta temperatura, filtrato, chiarificato, raffreddato e conservato in consistenza di pomata per uso alimentare, mentre gli assi dei carri venivano unti direttamente con la cotenna di porco ancòra ricca di grasso.
Ugualmente mi appare fantasiosa l’idea (D’Ascoli) che la napoletana ‘nzogna possa derivare da una non precisata voce umbra assogna per la quale non ò trovato occorrenze se si esclude un assogna che è la 3ª p. sg.dell’indicativo presente dell’inf. assognare = sognare che [come ognuno vede] nulla può avere a che spartire con il grasso per condimento! Messe perciò da parte tali fantasiose proposte, penso che all’attualità, l’idea semanticamente e morfologicamente piú perseguibile circa l’etimologia di ‘nzogna sia quella proposta dall’amico prof. Carlo Iandolo che prospetta un in (da cui ‘n) illativo + un *suinia (neutro plurale, poi inteso femminile)= cose di porco alla cui base c’è un sus- suis= maiale con doppio suffisso di pertinenza: inus ed ius; da insuinia→’nsoinia→’nzogna.
Proseguiamo e prima di illustrare la fraseologia costruita con il verbo pisciare rammento che esiste un solo s.vo derivato dal verbo in esame che connota non una persona, ma un oggetto; si tratta del s.vo
pisciaturo s. m. impianto dotato di apparecchiature igieniche per orinare, per uso pubblico maschile, orinatoio;voce derivata dal part. pass. di piscià addizionato del suffisso uro/a suffisso deriv. dal fr. -ure, usato al maschile (uro)per formare sostantivi per oggetti (cfr. pisciaturo,trapenaturo, ballaturo) o termini tecnici, chimici etc.ed al f.le (ura) per formare sostativi astratti (cfr. friscura,bruttura, pensatura).
E veniamo alla fraseologia costruita con il verbo in epigrafe; comincio
1)pisciarse dê rrisa letteralmente mingersi dalle risate cioè orinarsi addosso per il troppo ridere, id est scompisciarsi, sbellicarsi;
2)si pisce chiaro, ffa’ ‘e ffiche ô miedeco oppure 2 bis) si pisce chiaro futtatenneoppure fruculeatenne d’ ‘o miedeco = letteralmente nel primo caso Se mingi chiaro fa’pure gli scongiuri alla vista d’un medico o scherniscilo (perché non ne avrai bisogno); nel caso sub 2 bis Se mingi chiaro (addirittura) impípitane del medico (perché mai ne avrai bisogno);
fa’ ‘e ffiche! =fai le fiche!;fà ‘e ffiche= far le fiche è un gesto internazionale di scongiuro e/o di scherno, dileggio che à una tradizione millenaria ed appartiene ad un po’ tutto il mondo; consiste nell’introdurre il dito pollice della mano destra serrata a pugno,tra l' indice ed il medio e tenerlo ben dritto accompagnando il gesto con l’agitar la mano con un movimento ripetuto dal basso in alto nell’intento di mimare il coito in atto; rammento in proposito che trattasi di gesto che è diffusissimo ed addirittura nei paesi dell’America meridionale (Brasile in testa) si è soliti produrre delle minuscole statuine apotropaiche in legno di bosso riproducenti il gesto che è stato ovunque abbondantemente studiato e commentato;qui mi limito a rammentare che un tempo in origine il gesto non ebbe significato di scherno o scaramantico, ma fu un palese invito all’atto sessuale rivolto da un uomo alla sua donna o ad un’occasionale conoscenza; va da sé che (linguisticamente parlando) ‘e ffiche è il pl. di ‘a fica che in napoletano è sí il s.vo f.le usato per indicare il frutto del fico, ma è altresí il s.vo f.le volg. che è uno dei numerosi sinonimi(cfr. alibi) sia del napoletano che dell’italiano dell’insieme degli organi genitali esterni femminili:1 vulva;semanticamente la fica= frutto del fico frutto rosso e carnoso è preso a riferimento per indicar la vulva , cosí come l’altrove usato pummarola = pomodoro, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché sia la vulva che il pomidoro o il frutto del fico ànno il loro interno rosso vivo; | 2 (estens.) donna bella e desiderabile. Etimologicamente è voce dal lat. tardo fīca per fīcus «fico, frutto del fico»; il sign. fig. era già nel gr. σῦκον «fico».
futtatenne e fruculeatenne
Queste in esame sono due delle piú concise, ma icasticamente significative espressioni del parlar napoletano, espressioni che si sostanziano in due imperativi (2 pers. sg.) addizionati in posizione enclitica da un ne che è una particella pronominale o locativa atona corrispondente al ne dell’italiano; come pron. m. e f. , sing. e pl. è forma atona che in genere si usa in posizione piú spesso enclitica, ma talora anche proclitica (ad es. nun me ne parlà); mentre è sempre posposta ad altro pron. atono che l'accompagni (come nei casi in epigrafe); esso nelle espressioni in epigrafe vale di ciò; altrove (cfr. ad es. vattenne= vattene) à altra valenza (locativa), ma comporta sempre in tutti i casi il raddoppiamento espressivo della nasale per cui ne→nne.
Ma torniamo alle due espressioni in esame e dandone il significato che ovviamente necessiterà d’un giro di parole; il napoletano infatti spessissimo è piú stringato ed gli occorrono meno parole dell’italiano per esprimere incisivamente un concetto. Nella fattispecie sia con l’espressione fruculeatenne (che letteralmente è: stropicciatene!) sia con l’espressione futtatenne (letteralmente impípatene!) si intende quasi imporre oppure pressantemente consigliare (ed ecco perché è usato
l’ imperativo piuttosto che un piú morbido congiuntivo ottativo...) si intende consigliare, dicevo, colui cui venga rivolta una o ambedue le espressioni di impiparsi di un qualcosa, di tenere in non cale un’accadimento, una faccenda, di non curarsi, di infischiarsi di qualcuno o piú spesso di qualcosa.
Piú esattamente l’espressione fruculeatenne(che, mi ripeto letteralmente è: stropicciatene!) è potremmo dire un modo piú dolce e meno duro, quando non addirittura piú frivolo, per significare il medesimo concetto dell’espressione futtatenne che risulta essere piú dura, salutarmente sanguigna pur se addirittura becera; ambedue gli imperativi in epigrafe risultano, comunque incisivamente piú significativi del corrispondente algido impípatene della lingua italiana!
Ora consideriamo piú da presso le due espressioni e cominciamo con
- fruculeatenne come ò già detto si tratta di un imperativo (2ª pers. sg.) del verbo riflessivo fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; e vale morfologicamente esattamentestropícciati di ciò, impípa-tene; l’etimo del verbo fruculeà/fruculià affonda nel lat. fricare= strofinare, stropicciare ed estensivamente frantumare in piccoli pezzi ed è a questa estensione che occorre pensare per percorrere la via semantica seguíta per comprendere il passaggio tra il verbo latino inteso come frantumare in piccoli pezzi ed il napoletano fruculearse-ne/fruculiarse-ne= impiparse-ne; in effetti di qualcosa che venga frantumato in minutissimi pezzi, non vale mettere conto, interessarsene per modo che se ne può impipare tranquillamente, cioè quasi fumarsi nella pipa quei minutissimi pezzi.
E passiamo a
- Futtatenne! Anche per la voce a margine, come ò già détto, ci troviamo a che fare con una voce verbale e cioè con l’imperativo (2ª pers. sg.) del verbo riflessivo fotterse-ne= impiparse-ne, infischiarse- ne nella medesima valenza del pregresso fruculeatenne quantunque la voce a margine abbia rispetto alla prima voce in esame un’espressività piú dura, sanguigna, impetuosa, anzi addirittura becera atteso che col verbo di cui è imperativo non richiama la frantumazione di qualcosa in piccoli pezzi di cui disinteressarsi, ma molto piú sanguignamente – direi – chiama in causa una... pratica sessuale (il coito) quasi che la faccenda di cui disinteressarsi sia di nessun conto o non abbia nerbo per cui se ne possa con ogni tranquillità abusare quasi congiungendovisi in un ... rapporto sessuale. In effetti l’etimo del verbo fottere donde il riflessivo fotterse-ne e l’imperativo a margine affonda nel lat. futúere→fúttere (con tipico raddoppiamento della consonante antecedente la ú seguíta da vocale e ritrazione dell’accento) verbo che sta per coire, avere rapporti sessuali oltre che raggirare, imbrogliare. Semanticamente anche in questo caso, come per la precedente voce fruculeatenne occorre pensare che di qualcosa che venga impunemente posseduto carnalmente ad libitum, non vale mettere conto, interessarsene per modo che uno se ne può impipare tranquillamente come si terrebbe in nessun cale un fortuito rencontre con un’occasionale donna.
Preciso ancóra, ad abundantiam, che letteralmente la voce a margine vale Infischiatene, Non dar peso, Lascia correre, Non porvi attenzione. È il pressante invito a tenere i comportamenti indicati rivolto a chi si stia adontando o si stia preoccupando eccessivamente per quanto malevolmente si stia dicendo sul suo conto o si stia operando a suo danno. Rammento che tale icastico, sanguigno invito fu scritto dai napoletani su parecchi muri cittadini nel 1969 allorché il santo patrono della città, san Gennaro, venne privato dalla Chiesa di Roma della obbligatorietà della "memoria" il 19 settembre con messa propria. I napoletani ritennero la cosa un offensivo declassamento del loro santo e allora scrissero a caratteri cubitali sui muri cittadini: SAN GENNÀ FUTTATENNE! Volevano consigliare al loro santo patrono di non adontarsi per l’offesa ricevuta e rassicuralo, al contempo, che essi, i napoletani, non si sarebbero dimenticati del santo quali che fossero stati i dettami di Roma e Gli avrebbero in ogni caso tributato tutta la dulía che sin dal 305 anno del martirio del santo vescovo, gli era stata devotamente riconosciuta.
3)SUNNARSE E PISCIÀ DINT’Ô LIETTO = Letteralmente; sognare e mingere nel letto; id est: dar credito ai sogni, spaventarsene al segno di mingere tra le coltri, reputar vere le ombre, prender per sostanza le apparenze, scambiar sogni e realtà.
sunnarse = sognarsi trattasi del verbo sunnà =sognare addizionato come frequentente accade della particella pronominale se = si in funzione riflessiva, intensiva e/o espressiva]
1 vedere, immaginare in sogno: sunnà(sognare),sunnarse ‘nu cane a ddoje cape( sognarsi un cane a due teste); sognare, sunnarse ‘e vulà(sognarsi di volare); me songo sunnato ca ire partuto(ò sognato che eri partito);
2 raffigurare nella fantasia come reale; desiderare con viva immaginazione; vagheggiare: sunnarse ‘na bbella casa(sognarsi una bella casa);sunnarse ‘e addivintà ricco (sognarsi di diventare ricco) | con riferimento al carattere irreale dei sogni: nun m’ ‘’o ssonno nemmeno!( non me lo sogno neanche!), non ci penso neanche, non lo farei mai, oppure non posso nemmeno sperarlo; nun mme ll’aggiu sunnato!(non me lo sono mica sognato), è vero, è accaduto realmente; ‘a villa ô mare s’ ‘a sonna, s’ ‘a po’ sunnà!(la villa al mare se la sogna, se la può sognare!), non l'avrà mai; nun sunnarte d’ ‘o ffà(non sognarti di farlo), non farlo assolutamente, non pensarci neanche | con riferimento al carattere divinatorio attribuito ai sogni: nun putevo sunnarmelo(non potevo sognarmelo), non potevo saperlo; chi s’ ‘o ffósse sunnato?(chi se lo sarebbe sognato?) chi poteva prevederlo? ||| v. intr. [ pure in napoletano come accade per l’italiano il sognare(quale intr.) vuole l’aus. avere, mentre se costruito con la particella pron.,vuole l’aus. essere, ] fare sogni: sonna tutte ‘e nnotte(sogna tutte le notti);aggiu sunnato ‘e mamma mia (ò sognato di mia madre); me so’ sunnato d’ ‘e tiempe passate(mi sono sognato dei tempi passati) | me pare ‘e sunna(mi sembra di sognare), si dice di fronte a cosa straordinaria, imprevista o meravigliosa 'sunnà a uocchie apierte ( sognare a occhi aperti), fantasticare. Voce dal lat. somniare→sonniare→sunnà, deriv. di somnium 'sogno'.
dint’ô corrisponde all’italiano nel/nello. Al proposito rammento che con la preposizione in in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – in); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle; dinto è dal lat. dí intro→d(í)int(r)o→dinto 'da dentro'.
4)PISCIÀ ‘NCOPP’Â SCOPA
Prima di illustrare, chiarire ed esaminare il significato, l’ uso e l’ origine dell’espressione in esame mi corre l’obbligo d’una precisazione: l’espressione in esame è molto datata, ma stranamente, di essa non si occupa compiutamente nessuno (con una sola eccezione, di cui dirò…), non si occupa nessuno dei numerosi addetti ai lavori o degli appassionati cultori della napoletanità e suoi usi, costumi ed espressioni linguistiche; nessuno: né il D’Ascoli, né Iandolo, né Zazzera, né altri;quest’ultimo (Zazzera) – per la verità – né dà una timida, e peraltro, erronea interpretazione (pur senza chiarire o argomentare) parlando di un generico rimedio da usarsi quale antidoto del nervosismo; l’unico che ne fa menzione nel suo IL NAPOLETANARIO è l’amico avv.to Renato de Falco, ma anche lui ne dà (e ne dirò in sèguito) una spiegazione erronea o quanto meno riduttiva.
Mi corre perciò l’obbligo di fare da solo, senza il supporto d’altre penne e/o idee. Pazienza, poco male! Non mi spaventerò per questo. Cominciamo con il dire che tradotta ad litteram l’espressione è: Mingere sulla scopa. e piú spesso è usata nella forma imperativa piscia ‘ncopp’â scopa! ossia mingi sulla scopa!
Orbene, lètta cosí semplicemente nella morfologia con l’infinito, l’espressione parrebbe quasi sostanziare, come ipotizza l’amico Renato, un innocuo dispettuccio meschino ed insulso fatto ad altri, come ad esempio, aggiungo io, quello fatto da un ragazzino, un monello che redarguito, sgridato e rimbrottato si vendichi mingendo sulla scopa che forse è stata usata per accompagnare i rimbrotti con qualche sana percossa…
Ma le cose non stanno cosí perché l’espressione non è usata quale fatto di cronaca, ossia non è usata per riportare e riferire il comportamento inurbano, dispettoso e di risentimento di un bambino; tutt’altro! L’espressione è usata (nella morfologia imperativa) a sapido provocatorio commento all’atteggiamento d’ un adulto che si dispiaccia, si adonti di/per qualcosa che gli accada e che non sia di suo gradimento; chiarisco con un esempio. Poniamo che un individuo (maschio o femmina, ma piú spesso càpita con una femmina, adusa piú del maschio a risentirsi, mettere il broncio etc.) abbia ricevuto, da persona a cui non ci si possa opporre o con cui non si possa competere reagendo, abbia ricevuto, dicevo, un rimbrotto o ancóra di piú, un’offesa o abbia subíto un danno ed ovviamente se ne dispiaccia, quando non se ne dolga o lamenti adontandosi e piccandosi, a costui/costei provocatoriamente gli/le si può opporre l’espressione dispettosa dell’epigrafe: E piscia ‘ncopp’â scopa! (Mingi sulla scopa!) che però non è lo stupido consiglio di reagire al rimbrotto, all’offesa, al danno con un dispettuccio infantile, quanto la piú seria esortazione a fare buon viso a cattivo giuoco, a sopportare, ad arrangiarsi, a tollerare adattandosi a ciò che avviene.
L’espressione di origine rurale, nasce prendendo spunto da un’antica pratica dei contadini che allorché dovevavo pulire l’aia provvedevano a bagnarla abbondantemente per evitare di sollevare polvere e quando non avevano sufficiente acqua per inumidire l’aia, si limitavano a bagnare la ramazza, ottenendo un risultato pressoché simile.
Nella fattispecie dell’esempio in esame l’uomo o piú spesso la donna che abbia ricevuto, da persona a cui non ci si possa opporre o con cui non si possa competere reagendo, un rimbrotto o ancóra di piú, un’offesa o abbia subíto addirittura un danno,l’indivuduo che cioè non possa bagnare la sua metaforica aia, deve adattarsi a ciò che avviene tollerando, facendo buon viso a cattivo giuoco magari arrangiandosi ad inumidire con il proprio metaforico piscio una metaforica scopa. Posta cosí la faccenda l’espressione assume un significato ben piú pregnante del semplice dispettuccio infantile ipotizzato dall’amico Renato, dispettuccio che mal s’attaglia al comportamento di un adulto.
piscia = mingi
voce verbale ( qui 2ª p. sg.imperativo, altrove anche 3 ª p. sg. ind. pres. dell’infinito piscià = orinare, mingere derivata dal tardo lat. pi(ti)ssare→pissare→pisciare→piscià);
‘ncopp’â = sopra alla; è il modo napoletano di rendere la preposizione articolata sulla; rammento che con la preposizione su in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto alibi e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da ‘ncoppa a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e.
Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti articoli con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta o crasi della preposizione articolataa+’a= alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a +’a/’o/’e→’ncopp’â/ô/ê...) o sotto (sott’a. +’a/’o/’e→sott’â/ô/ê...)...) in mezzo (‘mmiez’ a. +’a/’o/’e→’mmiez’â/ô/ê...)..) vicino al/allo (vicino a ‘o/’a/’e→ vicinoâ/ô/ê ) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc. e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati calepini (TRECCANI) almeno per dentro non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla accanto alle piú classiche dentro il, dentro la.
scopa s. f. arnese di forma varia per spazzare il pavimento, in genere consistente in una sorta di grossa spazzola fatta di rami di erica o saggina, oppure di setole o di filamenti di materia plastica, su cui si innesta un lungo manico 'avé magnato ‘o maneco d’ ‘a scopa (aver mangiato il manico della scopa), (fig.) si dice di persona che cammina rigida e impettita |sicco comme a ‘na scopa (magro come una scopa), (fig.) molto magro; voce dal lat. scopa(s) di scopae -arum pl., perché fatta con i rami della pianta omonima.
5)PISCIÀ ACQUA SANTA P’ ‘O VELLICULO = espressione ironica se non sarcastica che letteralmente è: mingere acqua santa attraverso l’ombellico; id est: accreditare (per il gusto però di burlarsene, non di lodarlo) qualcuno di esser migliore di quanto sia in realtà ritenendolo addirittura capace di poter mingere in luogo dell’orina, dell’acqua lustrale attraverso un orifizio peraltro inesistente! La locuzione, usata sarcasticamente nei confronti di coloro che godano immeritata fama di bontà se non di santità significa, appunto, che coloro cui è diretta sono da ritenersi tutt'altro che buoni, santi o miracolosi, come invece lo sarebbero quelli che riuscissero a mingere da un orifizio inesistente, addirittura dell'acqua santa.
velliculo = ombelico; l’etimo di velliculo è il medesimo di ombelico e cioè il lat. umbilicu(m), affine al gr. omphalós 'bottone, ombelico' con la differenza che per il napoletano si è avuta l’aferesi della prima sillaba um, il passaggio di b a v (come altrove: bucca(m)→vocca barca→varca etc.), il raddoppiamento espressivo della liquida nella sillaba li→lli e l’aggiunta di un suffisso diminutivo ulo/olo← olus.
6)VULÉ PISCIÀ E GGHÍ ‘NCARROZZA
Letteralmente: voler mingere e al tempo stesso andare in carrozza Id est: pretendere di voler conseguire due risultati utili, ma incompatibili fra di essi.
per il verbo gghí = andare cfr. ultra sub 8).
7)vulé piscià tutte dint'ô rinale oppure vulé piscià tutto dint'ô rinale
Ad litteram: voler minger tutti nell'orinale oppure voler mingere completamente nell’orinale ; in ambedue i casi le espressioni stanno per : pretendere l'impossibile; infatti non a tutti è concesso di fare tutte le medesime cose, come non è possibile che tutti possano mingere nell'orinale, qualcuno dovrà contentarsi di farlo all'aperto e - come i cani - contro il muro. Nella variante si manifesta l’acclarata certezza che orinando non si può depositare tutto l’orina nel pitale; inevitabilmente si finisce per versarne fuori una parte!
rinale s.vo m.le = orinale, pitale, piccolo vaso da notte; voce dal lat. *urinale(m)→rinale per aferesi della u diventata o e deglutinata in quanto inteso articolo: *urinale(m)→ orinale(m)→ ‘o rinale.
8) ‘A SCIORTA 'E CAZZETTA:JETTE A PISCIÀ E SE NE CADETTE.
La (cattiva) fortuna di Cazzetta: si dispose a mingere e perse...il pene. Iperbolica notazione per significare l'estrema malasorte di un ipotetico personaggio cui persino lo svolgimento delle piú ovvie necessità fisiologiche comportano gravissimo nocumento.
jette = andò voce verbale (3ª p.sg. pass. remoto dell’infinito jí= andare); il verbo jí merita una particolare attenzione: Il verbo italiano andare ( che etimologicamente qualcuno pensa derivi dal lat. ambulare o da un lat. volg. *ambitare, ma che molto piú esattamente sembra derivi da *aditare frequentativo di adire è verbo che à alcune forme che ànno per tema vad- derivando dal lat. vadere/vadicare 'andare') è reso,in napoletano, con derivazione dal lat. ire, con l’infinito jí/ghí e son numerose le locuzioni formate con détto infinito. Premesso che alibi ò esaminato qualcuna di tali locuzioni, preciso qui che in napoletano la grafia corretta dell’infinito è – come ò scritto – jí oppure in talune espressioni ghí/gghí (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare con la sola vocale i talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!, seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’); la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è jí oppure in talune esopressioni ghí/gghí cosí come espressamente sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954) che era solito far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di jí oppure, ove del caso ghí, li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí nella coniugazione dell’indicativo presente (1ª,2ª e 3ª pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1ª e 2ª pers. pl.usa il tema di ji –re ed à nuje jammo, vuje jate per tornare a *va(di)c-are per la 3ª ps. pl che è lloro vanno.
9) PARLA SULO QUANNO PISCIA 'A GALLINA! Ad litteram: Parla solo quando orina la gallina! Perentorio icastico monito rivolto a chi (e segnatamente arroganti, saccenti o supponenenti) si voglia indurre al silenzio e a non metter mai lingua nelle faccende altrui; monito che è rivolto, prendendo (però erroneamente) a modello la gallina che pur non possedendo uno specifico organo deputato all’uopo, non è vero che non orini mai, ma compie le sue funzioni fisiologiche in un'unica soluzione attraverso un organo onnicomprensivo détto cloaca.
Analizziamo le singole parole, cominciando da
quanno: avverbio = in quale tempo, in quale momento; dal latino quando con tipica assimilazione progressiva nd→nn;
gallina:tipico animale da cortile, femmina del gallo, piú piccola del maschio, con piumaggio meno vivacemente colorato, coda piú breve, cresta piccola o mancante, speroni e bargigli assenti; viene allevata per le uova e per le carni (ord. Galliformi); nell’immaginario comune è inteso animale stupido e di nessuna intelligenza e ciò forse perché – avendo testa piccola – si pensa che abbia poco cervello; etimologicamente il nome è dal lat. gallina(m), deriv. di gallus 'gallo';
10) JÍ ASCIANNO CHELLO CA PISCIA ‘A QUAGLIA
Ad litteram: Andare in cerca, desiderare, agognare (solo) ciò che minga la quaglia. Ma va da sé che la ricerca o il bisogno, il desiderio, la brama, la cupidigia, la smania, lo struggimento, la bramosia di cui sia accreditato il protagonista dell’espressione non siano quelli che mirano al conseguimento degli escrementi liquidi di una quaglia. L’espressione, nel suo sotteso autentico significato traslato vale infatti: Andare in cerca, desiderare, agognare (solo) quanto di meglio o di piú ricercato e/o raro ci sia e ciò in riferimento al fatto che il il protagonista dell’espressione, quello cioè che va in cerca, desidera, agogna ciò che minge la quaglia è inteso incontentabile, pretenzioso, inappagabile. La faccenda semanticamente si spiega tenendo presente che la quaglia è un uccello migratore diffuso nelle regioni temperate, cacciato e/o allevato per le sue carni prelibate, ma di dimensioni veramente piccole di talché anche le sue deiezioni solide o liquide sono veramente parva res tanto da poterle ritenere scarse, sporadiche quasi rare accostabili per ciò ai desideri dell’ incontentabile che va alla ricerca di beni di consumo o in generale di prodotti pregiatissimi, ricercati,straordinari, rari in quanto esigui e perciò di prezzo anche esorbitante e talora addirittura ingiustificato stante il rapporto prezzo qualità, insomma proprio chello ca piscia ‘a quaglia!
jí voce verbale inf. = andare; questo infinito del napoletano è una derivazione del lat. ire; con tale infinito jí/ghí nel napoletano esistono numerose locuzioni e per esse rimando alibi. Qui preciso solo che in napoletano la grafia corretta dell’infinito è – come ò scritto – jí oppure in talune espressioni ghí/gghí (cfr. a gghí a gghí= di misura) dove la j è sostituita per comodità espressiva dal suono gh; è pertanto assolutamente errato (come purtroppo càpita con la stragrande maggioranza di sedicenti scrittori napoletani noti o meno noti!) rendere in napoletano l’infinito di andare con la sola vocale i talvolta accentata (í) talvolta, peggio ancóra!, seguíta da uno scorretto segno d’apocope (i’); la (i’) in napoletano è l’apocope del pronome io→i’ e non può essere anche l’apocope dell’infinito ire; l’infnito di andare in corretto napoletano è jí oppure in talune esopressioni ghí/gghí cosí come espressamente sostenuto dal poeta Eduardo Nicolardi (Napoli 28/02/1878 -† ivi 26/02/1954) che era solito far coniugare per iscritto in napoletano il verbo andare (jí) a tutti coloro che gli sottoponevano i loro parti… poetici dialettali e quando errassero nello scrivere, vergando (í) oppure (i’) in luogo di jí oppure, ove del caso, ghí li metteva decisamente alla porta consigliando loro di abbandonare il napoletano e la poesia! A margine rammento che il verbo jí/ghí nella coniugazione dell’indicativo presente (1ª,2ª e 3ª pers. sg.) si serve del basso latino *vadere/vadicare (con sincope dell’intera sillaba de/di) ed à: i’ vaco,tu vaje, isso va, mentre per 1ª e 2ª pers. pl.usa il tema di ji –re ed à nuje jammo, vuje jate per tornare a *va(di)c-are per la 3ª pers. pl che è lloro vanno.
ascianno voce verbale gerundio dell’infinito asciare = andare alla ricerca (di qualcosa), ma farlo con intensa applicazione comportandosi quasi come un cane che annusi per trovare la traccia cercata; il verbo asciare donde il gerundio ascianno della locuzione deriva infatti dal latino adflare (annusare) con il tipico mutamento partenopeo FL in SCI come per il latino flos diventato sciore in napoletano o come flumen→sciummo oppure flacces→scioccele.
quaglia letteralmente quaglia voce usata per indicare il volatile di cui ò détto, ma anche, alibi, per indicare icasticamente un’ernia addominale, inguinale, o ombelicale, che abbia la tipica forma ad uovo dell’uccello còlto nella posizione di riposo con le alucce chiuse e raccolte su se stesso; la voce nap. quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è forse dal lat. volg. *coàcula(m), di probabile orig. onomat. se non, piú acconciamente, da un latino parlato *quà(r)uala→quàglia che richiamava il verso dell’uccello;
11) E GGIÀ, MO MORE CHILLO D’ ‘E PPISCIATORE... NUN PISCIAMMO CCHIÚ!
Ad litteram: E già, ora muore colui (che fabbrica)gli orinatoi... non mingiamo piú!
Sarcastica espressione esclamatoria usata irridentemente in riferimento si ritenga o sia ritenuto tanto essenziale ed importante da far pensare che se venisse meno la sua operatività si produrrebbero nei terzi molto danno quasi che con il rifiuto da parte del soggetto messo alla berlina, di volere adempiere al proprio ufficio ai terzi fósse precluso di portare a compimento addirittura delle funzioni fisiologiche imprescindibili. Nella fattispecie dell’espressione si ipotizza sarcasticamente che con il decesso del fabbricante degli orinatoi, addirittura non sia dia piú corso alla minzione! Cosa ovviamente assurda ed impensabile donde l’accezione ironica, il senso caustico dell’espressione.
pisciatóre pl. f.le del s.vo m.le sg. pisciaturo
1 in primis e come nel caso che ci occupa
orinatoio pubblico,
2 per traslato caustico e furbesco uomo dappoco, cattivo soggetto,vile, inetto, incapace, incompetente, inesperto, buono a nulla. Voce dal lat. pisciatoriu(m); faccio notare che si è usato un plurale femminile di un s.vo maschile per indicare che ci si intende riferire non ai vasi da notte,a gli orinali domestici(che pur avendo il medesimo sg.pisciaturo ànno il pl. m.le pisciaturi), ma ci si intende riferire a gli orinatoi pubblici (che pur avendo il medesimo sg.pisciaturo ànno il pl. f.le metafonetico pisciatore e ciò in ottemperanza del fatto che in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie è ovvio che gli orinatoi pubblici siano piú grandi dei contenuti vasi da notte, degli orinali domestici; per cui per indicare al plurale gli orinatoi pubblici si fa ricorso al pl. f.le metafonetico pisciatóre, mantenento per i contenuti vasi da notte, e gli orinali domestici il pl. m.le pisciaturi).
In coda a tutte le esapressioni trattate ne aggiungo una dodicesima che ancorché non marcata sul verbo in epigrafe, alla minzionr fa riferimento:
12.JÍ A MMITTO. Ad litteram: andare a minzione Id est: rovinare qualcosa o l’intrapreso per precipitazione,per disattenzione o per eccessiva foga. Espressione d’antan e desueta che corrisponde all’incirca al moderno andare in tilt cioè andare in confusione con indesiderati risultati dannosi, nocivi, rovinosi.L’espressine della lingua nazionale è mutuata dall’espressione inglese tilt = inclinare con riferimento al gioco del flipper che come è noto è un gioco di abilità a moneta di origini statunitensi, molto diffuso a partire dagli anni cinquanta, soprattutto in bar, sale da giuoco ed altri locali pubblici, détto anche biliardino elettrico o elettroautomatico.
Il nome originale inglese della macchina è pinball; il termine flipper, usato in Italia, Francia ed altri paesi europei, deriva dalle piccole pinne (flippers), oggi più comunemente note come alette, che corredano il piano di gioco e che sono azionate e comandate da pulsanti esterni e con le quali il giocatore può colpire una biglia d'acciaio[che rotola abbastanza velocemente su di un piano inclinato e che – se non sospinta dalle piccole pinne – può finire in buca, mettendo fine al gioco ed al divertimento] mirando a bersagli posti su un piano inclinato coperto da un vetro trasparente. Ogni singolo bersaglio o combinazione di bersagli colpiti apporta un punteggio o agevolazioni (bonus) al gioco, che addizionati da un numeratore concorrono a stabilire una sorta di classifica fra piú giocatori che si succedessero al bigliardino. Allorché il giocatore, nell’intento di indirizzare ai bersagli voluti la biglia d’acciaio scuote o inclina oltre il consentito il biliardino elettrico la macchina si blocca, impedendo al giocatore di continuare a governar la pallina e sullo scherma appare appunto la scritta TILT per avvisare il giocatore che non può proseguire il gioco avendo inclinato oltre il lecito il flipper. Dal gioco il termine Tilt è passata a connotare con l’espressione “andare in tilt” tutte quelle situazioni della vita reale allorché si rovini qualcosa o l’intrapreso per colpevole confusione,precipitazione,per disattenzione o per eccessiva foga.
Quanto piú icastica l’espressione napoletana che pone in rapporto il fallimento dell’azione intrapresa o la rovina di un non meglio idetificato quid, non con una generica confusione, ma con la volontaria precipitazione di chi avverta l’impellente necessità di mingere e si precipiti a farlo incurante di quanto aveva in corso d’opera; il napoletano mitto altro non è infatti che un participio passato sostantivato marcato sul latino minctu-m→mi(n)ttu-m→mitto participio perfetto passivo maschile dell’infinito mingere= orinare.
Qui giunto penso proprio d’aver soddisfatto l’amico D.C. ed interessato qualche altro dei miei ventiquattro lettori e metto un punto fermo. Satis est.
Raffaele Bracale
MOINA e DINTORNI
MOINA e DINTORNI
Anche questa volta mi trovo a raccogliere una garbata provocazione del mio caro amico P.D.F.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,memore ch’io abbia piú volte affermato che il napoletano sia piú preciso e circostanziato dell’italiano, mi à sfidato ad elencare ed a parlare delle eventuali voci del napoletano che rendano piú acconciamente quella italiana dell’epigrafe e di loro eventuali sinonimi . Come ò già détto alibi e qui ripeto il caro amico – come diciamo dalle mie parti - m’ à rattato addó me prore (letteralmente: mi à grattato dove mi prude, id est: mi à sollecitato sul mio terreno preferito) per cui raccolgo pure questo guanto di sfida cominciando, come è mio solito, con l’esaminare dapprima la voce dell’italiano:
moina, s.vo f.le sta ad indicare gesto, atto affettuoso, vezzo infantile; generico comportamento lezioso, sdolcinato, tutte cose lontane dal chiasso e/o confusione che son propri dell’ ammoina/ammuina termini con cui quello a margine non va confuso; etimologicamente è voce dal basso latino movina(m)→mo(v)ina-m→moina.
Passiamo al napoletano dove troviamo:
carizzo s.vo m.le Qualsiasi dimostrazione di affetto o di benevolenza fatta ad altri con atti o con parole; piú concretamente, l’atto di passare leggermente le dita o la palma della mano sul volto o su altra parte del corpo di una persona come gesto di tenerezza; etimologicamente è voce denominale del lat. caru-m addizionato del suff. izzo collaterale di iccio
suffissi derivativi ed alterativi di aggettivi e talora sostantivi, che continuano il lat. -iciu(m) ed esprimomo diminuzione, imperfezione, approssimazione e sim.,talora con valore peggiorativo; nella fattispecie è stato usato un suffisso machilizzante della voce che nella lingua nazionale è f.le (cfr. carezza) poiché nel napoletano un elemento quale che sia se maschile è inteso piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile et versa vice ; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; poiché – come detto – questo tipo di dimostrazione di affetto è molto circoscritta e quasi limitata all’atto di passare leggermente le dita o la palma della mano sul volto o su altra parte del corpo, ecco che il termine in napoletano è, in quanto piú piccolo o contenuto, inteso maschile piuttosto che femminile.
ciancia s.vo f.le vezzeggiamento, vezzo, coccola leziosaggine fatta piú con parole che con atti; etimologicamente è voce deverbale di ciancïà, lemma onomatopeico.
ciancio s.vo m.le vezzeggiamento, vezzo, coccola piú contenuti della precedente ciancia e ciò in dipendenza del fatto che ò illustrato or ora sub carizzo.
cicero‘nnammuollo s.vo m.le sdolcinatura, lezio, smanceria tendente ad intenerire il soggetto cui sia rivolta, tal quale dei ceci posti in ammollo per intenerirli prima di cucinarli; etimologicamente si tratta in effetti dell’agglutinazione funzionale del s.vo cicero (=cece[dal lat.volg. cicere-m]) con l’espressione ‘nnammuollo= in ammollo.
gattefelippo s.vo m.le leziosaggine, moina, romanticheria, sdolcinatezza che si esterna con continuo sbaciucchiamento delle mani; etimologicamente è voce adattamento locale con allungamento espressivo (ippo) del greco katafileo= baciare e ribaciare le mani secondo il ss percorso morfologico: katafileo→katafilippo→cattafelippo→gattefelippo
gnuoccolo s.vo m.le1.in primis piccolo gnocco (cfr. il suff. dim. olo dal lat. olus) ;2.per traslato atteggiamento sdolcinato di persona sciocca, goffa e sempliciotta 3.per estensione semantica come nel caso che ci occupa sdolcinatura, leziosaggine, moina, romanticheria, smanceria. Voce dallo spagnolo ñoque addizionato del suff. olo.
gnuógnolo s.vo m.le voce di significato analogo a gnuoccolo; anzi per la precisione, si tratta della medesima parola di morfologia leggermente diversa,ottenuta nel parlato per assimilazione sillabica progressiva per cui in gnuoccolo le due C sono assimilate all’iniziale digaramma gn sino ad ottenere gnuógnolo.
licchesalemme s.vo m.le 1.in primis atto di ossequio, complimento troppo cerimonioso ed affettato;2.per estensione semantica come nel caso che ci occupa lusinga, allettamento, blandizia, adulazione, incensamento; etimologicamente è l’adattamento scherzoso dialettale della voce salamelecco che è dall’arabo salā’m ῾alaik.
tennerumme s.vo m.le coll.vo 1.in primis Insieme di cose tenere; cosa tenera o troppo tenera; la parte tenera di qualche cosa, spec. di sostanze commestibili: il t. dei cardi, del bambù; in partic., le cartilagini che restano unite alle ossa, buone da mangiarsi, soprattutto in alcuni tagli di bollito e di spezzatino. 2. fig.come nel caso che ci occupa Modi affettatamente ed esageratamente teneri e svenevoli; etimologicamente è voce denominale dell’agg.vo lat. tĕneru(m) con raddoppiamento espressivo della nasale (N) ed addizionato del suff. collettivizzante –ume(n)→umme
squaso s.vo m.le contenuto vezzo, carezza fatta stringendo la guancia della persona amata, col dorso delle dita tra l’indice ed il medio scuotendola leggermente; generalmente la voce è ritenuta d’etimo ignoto; a mio avviso, scartata l’idea di lettura metatetica e successivo adattamento eufonico [favorito dal dittongo ua] del greco psausis (= carezza, moina) secondo il ss. percorso morfologico: psausis→psausi→spausi→spuasi→squase→squaso, scartata altresí l’idea poco felice di chi vi vide una – per me – improbabile filiazione deverbale del lat. spasimare, atteso che trovo inspiegabile,[sarebbe non rintracciata alibi] una mutazione consonantica quale P→Q,scartata ancóra l’idea di una derivazione per adattamento da un semisconosciuto italiano squasimodeo [che già di suo risulta un’ improbabile alterazione popolare dell’espressione “spasimo di Dio”semanticamente inconferente] ed atteso infine che non mi sento neppure convinto dall’idea proposta dall’amico avv.to Renato De Falco di una derivazione dal lat. suavium = bacetto, morfologicamente troppo lontano da squaso, penso si possa ritenere la voce napoletana una derivazione del part. pass. lat. quassu-m→quasu→squasu-m→squaso di quatĕre = «scuotere»,con protesi di una S durativa e passaggio interno dalla doppia ss nella scempia per avvertire che trattasi di uno scotimento leggero ancorché lungo, scotimento che anche semanticamente mi appare piú consono alle manifestazioni tipiche degli squasi.
squasillo s.vo m.le è ovviamente il diminutivo (cfr. il suffisso diminutivo illo) dell’ or ora esaminato squaso.
vruoccole s.vo m.le pl.di vruoccolo(forma allungata e quasi diminutiva [cfr. suff. olo ←lat. olus] di brocco dal basso latino broccu-m che originariamente stette per dente sporgente e poi per rampollo, germoglio ) 1.in primis indica il tallo della rapa e di talune qualità di cavoli quando cominciano a fiorire, varietà di cavolo dall'infiorescenza carnosa, di colore verde, simile a quella del cavolfiore, ma piú tenera e meno compatta; 2. estensivamente usato al sg. indica il bietolone, il sempliciotto, lo sciocco dall’aria melensa derivantegli appunto dalla postura dei denti sporgenti; 3.per estensione semantica come nel caso che ci occupa usato al plurale tutte le moine, le leziosaggini,le effusioni giocose(analoghe ai pregressi cicerennammuolle) che sogliono scambiarsi gli innamorati, soprattutto da fidanzati, ma talvolta anche da sposati, donde l’affermazione: ‘e vruoccole so’ bbuone dint’ô lietto! id est: i broccoli (lèggi moine)son buoni a letto! messa in giro da qualcuno che non apprezzava la verdura, che – invece – è gustosissima sia essa broccolo di rapa che broccolo di foglia.
E qui faccio punto fermo augurandomi d’essere stato chiaro ed esauriente ed aver soddisfatto la curiosità dell’amico P.D.F. quella dei miei ventiquattro lettori e di chi forte si imbattesse in queste paginette.Satis est.
R.Bracale Brak
IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA
IL VERBO ASCÍ E LA SUA FRASEOLOGIA
Intendo questa volta illustrare (a beneficio dei miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette e le trovasse, m’auguro, interessanti) un nutrito numero di espressioni costruite nell’idioma napoletano usando il verbo ascí(uscire) in genere coniugato all’infinito, ed in un caso in forma riflessiva.
Prima di considerare verbo ascí(uscire) elenco le espressioni che ò in animo di illustrare e che poi esaminerò analiticamente. Eccone l’elenco:
1)Ascí a ppariente.
2) Ascí a mmazzate.
3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’.
4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco.
5) Ascí a ‘mpazzí
6) Ascí ‘a ll’uocchie
7)Ascí cu ‘e piere annante
8) Ascí dâ cammisa
9) Ascí dê mmane
10) Ascí ‘e tuono
11) Ascí dô semmenato
12) Ascí dô spitale
13) Ascí p’ ‘a campata.
14) Ascí p’ ‘e rrecchie.
15) Ascí prena.
16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca.
17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara.
Terminata l’elencazione e prima di affrontare analiticamente le locuzioni soffermiamoci sul verbo
ascí v. intr. [dal lat. ab-exire→*a(be)xire→assire→ascire; aus. essere] = uscire e precisamente
1 andare o venire fuori da un luogo chiuso, circoscritto o idealmente delimitato: ascí dâ casa,dâ lucanna(uscire di casa, dall'albergo); ascí ‘ncopp’â strata, ‘ncopp’â chiazza(uscire sulla strada, in piazza);ascí â via ‘e fora (uscire all'aperto)ascí a passià, cu ‘a machina (uscire a passeggio, in automobile); ascí a ffà ‘a spesa(uscire a fare la spesa);ascí ‘a ‘na lezzione (uscire da una lezione); ‘o fummo jesce dâ fenesta (il fumo esce dalla finestra);lle jesce sanco dâ ferita( gli esce sangue dalla ferita); chi trase e cchi jesce(chi entra e chi esce), si dice per indicare un continuo andirivieni | ascí ‘e moda (uscire di moda), non essere piú di moda '
2 andare via da casa per divertirsi, fare una passeggiata, incontrare gli amici e sim.: ô sàpato jesce pe ffà spese(il sabato esce per le compere); ‘a quanno s’è ‘nzurato, â sera nun ghiesce cchiú(da quando si è sposato la sera non esce piú)
3 allontanarsi, distaccarsi da un gruppo di persone: ascirsene dâ ròcchia(uscirsene dalla comitiva);’a prutagunista se nn’ascette dâ cumpagnia (l’attrice protagonista lasciò la compagnia teatrale) distaccarsi da un'organizzazione, da un'associazione; non farne più parte: ascirsene ‘a ‘na suggità, ‘a ‘nu partito( uscire da una società, da un partito);
4 (fig.) cessare di trovarsi in un determinato stato, in una data situazione o condizione: ascí dâ vernata, ‘a ll’anno viecchio(uscire dall'inverno, dall'anno vecchio); ascí sano e salvo dô scontro(uscire sano e salvo da un incidente automobilistico);
5 provenire, avere origine: è asciuto ‘a ‘na bbona scòla(à avuto buoni insegnanti); esce ‘a ‘na famiglia ‘e quatto quarte(proviene da una famiglia nobile,à antenati illustri);
6 detto di una sostanza, venir fuori dal recipiente in cui è contenuta; fuoruscire
7 derivare come conseguenza; nascere |
8(fam.)riuscire, risultare: ‘a ‘nu metro ‘e stoffa nun ne po’ ascí ‘nu vestito(da un metro di stoffa non può uscire un vestito)
9 dire all'improvviso, inaspettatamente; anche, sbottare: | ascirsene cu ‘nu/’na, (fam.) dire o fare qualcosa in modo brusco, imprevisto: se nn’ascette cu na chiejata ‘e spalle(se ne uscì con un'alzata di spalle)
10 essere estratto in un sorteggio; comparire in una classifica, in una graduatoria; nel giuoco del lotto è asciuto ‘o 31 ‘ncopp’â rota è Napule sulla ruota di Napoli è uscito il numero 31; ascette pe primmo ‘o nomme suĵo(il suo nome uscí primo)
11 essere prodotto; essere messo in commercio
12 detto di uno scritto, un'opera da dare alla stampa, essere pubblicato:
13 di fiumi o strade, sfociare, sboccare: ‘o Rettifilo jesce ‘mmiez’â Ferrovia (il c.so Umberto esce in piazza Garibaldi(FF.SS.) |
14(fig.) tendere a un fine, a una conclusione: addó vuó ascí cu ‘stu trascurzo?!(dove vuoi uscire con questo discorso?,A cosa miri, cosa intendi dire?)
15 di parola, avere una specifica terminazione: ‘o nnapulitano tène pochi pparole ca jesceno ‘nconsonante(in napoletano sono poche le parole che escono in consonante)
16 (sport) effettuare una uscita ( nel gioco del calcio, riferito al portiere, ascí’e piede, ‘e punie (uscir di piede, di pugni), effettuare un’uscita dalla porta per parare e respingere il pallone col piede o con il/i pugno/i).
Ed ora passiamo ad analizzare le singole espressioni: 1)Ascí a ppariente. Ad litteram:Uscire a parenti, a congiunti id est: Riscontrare con un proprio interlocutore inattesi od imprevisti vincoli parentali appalesatisi durante un colloquio, una discussione donde emergano comuni frequentazioni tali da far sospettare l’esistenza di legami, nodi, rapporti, relazioni non passeggeri o estemporanei, ma risalenti addirittura ad antenati, avi, ascendenti, progenitori comuni ;
2) Ascí a mmazzate. Ad litteram:Dar corso a legnate id est: Passare alle vie di fatto, far sfociare una discussione in alterco o in acceso litigio pervenendo addirittura alle reciproche percosse;
3) Ascí a cchi sî ttu e cchi songo i’. Ad litteram:Uscire a chi sei tu e chi sono io. id est: Litigare,altercare a parole, con sostenuta virulenza pur senza giungere alle mani con pugni, schiaffi, ceffoni, sberle, calci, pedate,ma mantenendo la discussione nel àmbito civile di chi intenda imporre con le sole parole la propria personalità e tenti di convincere il contendente del proprio buon diritto che dovrebbe scaturire dal solo fatto d’ essere persona piú autorevole, qualificata, accreditata, stimata, importante o influente,dell’ antagonista.
4) Ascí ‘a dint’ô ffuoco. Ad litteram: Uscire di dentro il fuoco. Id est: Cavarsela in ogni circostanza. Lo si dice di persona accreditata d’essere in possesso di tante ottime qualità fisiche e/o morali da poter ricavare, ottenere buoni frutti in qualsiasi occasione restando per iperbole indenne anche nel passar tra le fiamme.
5) Ascí a ‘mpazzí Ad litteram:, Uscire di senno, risolvere (la propria vita) nella pazzia. Id est: ammattire, impazzire, scervellarsi, arrovellarsi, rompersi il capo (per qualcosa), perdere la testa(per qualcuno) ed anche per estensione semantica infatuarsi, appassionarsi, innamorarsi.
6) Ascí ‘a ll’uocchie Ad litteram: Uscire dagli occhi. Id est:Empirsi di cibo, mangiare a sazietà, rimpinzarsi, satollarsi da esserne – per iperbole – cosí tanto pieni al punto che il cibo trovi quale via d’uscita le orbite oculari
7)Ascí cu ‘e piere annante Ad litteram: Uscire con i piedi in avanti. Id est:Decedere, morire, defungere, trapassare ed essere messo nella bara per modo che la testa sia in alto ed i piedi all’estremità ed il feretro, la cassa da morto venga portata fuori dell’abitazione tenendone l’estremità inferiore in avanti e quella superiore indietro per modo che il defunto esca con i piedi davanti.
8) Ascí dâ cammisa Ad litteram: Uscire dalla camicia. Id est:Provare stupore, meravigliarsi, stupirsi,allibire, sbigottire, rimanere di stucco, trasecolare cosí tanto da,per iperbole, saltar fuori dai proprî panni, onnicomprensivamente indicati con il termine camicia.
9) Ascí dê mmane Ad litteram:Sgusciar via di mano. Id est:Perdere di autorità. Détto con riferimento a chi sia stato, per età o meriti in grado di affrancarsi e non si senta piú sottomesso all’autorità del genitore o dei maestri che incapaci di far valere ancóra la propria autorevolezza si vedono sfuggir di mano il figlio o l’allievo stanchi costoro di sottostare ad ordini o pressanti consigli.
10) Ascí ‘e tuono Ad litteram:Andar fuor di tono. Id est:Eccedere, esagerare, strafare, passare il segno, calcare la mano. Détto di chi in una discussione, controversia, battibecco, o disputa che sia non sappia limitarsi, contenersi, moderarsi e superi, passando il segno, un corretto ed accetabile modo di esprimersi
11) Ascí dô semmenato Ad litteram:Uscire dai limiti del seminato,superare i confini del solco. Id est:Superare i confini del lecito, del consentito. Espressione analoga alla precedente, ma usata con riferimento a chi nel suo eloquio si lasci andare scivolando, soprattutto in presenza di donne o minori, in incongrue espressioni becere, quando non addirittura indecenti, impudiche,oscene, scurrili, volgari, e triviali.
12) Ascí dô spitale Ad litteram:Uscire dall’ospedale. Id est:Mostrarsi in ottima forma, d’aspetto florido e curato quasi come chi fósse venuto fuori da una degenza ospedaliera, rimesso in una forma rigogliosa, prosperosa, sana. Espressione usata però spesso furbescamente in senso antifrastico per pigliarsi giuoco di chi sia d’aspetto emaciato.
13) Ascí p’ ‘a campata. Ad litteram: Uscire al fine di provvedere al sostentamento giornaliero. Id est: Darsi da fare,adoperarsi in qualsiasi modo o con qualsivoglia attività produttiva lecita o non lecita pur di assicurare a sé ed ai proprî congiunti il pane quotidiano.
14) Ascí p’ ‘e rrecchie Ad litteram: Uscire attraverso le orecchie. Id est: Averne avuto ad iosa e lo si dice di ciò che sia stato detto o ascoltato fino alla noia al punto che per iperbole non lo si possa piú trattenere in mente e s’avverta la necessità di liberarsene attraverso le orecchie
15) Ascí prena. Ad litteram: Risultare gravida. Id est:Restare incinta; l’agg.vo f.le prena è dal lat. volg. *praegna(m)→*praena(m), deriv. di praegnans –antis con semplificazione locale del digramma gn→n.
16) Ascí cu ‘o sciore ‘mmocca.
Ad litteram: Uscire (per andare a sposare) con un fiore in bocca cioè tra i denti. La locuzione è usata per significare che la sposa è illibata, che va all’altare da inviolata.
Per spiegarci l’espressione e comprenderne la semantica occorre tener presente che una illibata giovane che andasse in isposa dovesse mostrare anche esteriormente e nel proprio abbigliamento la castigatezza dei proprî costumi e poiché temporibus illis (fine ‘800, princípi ‘900) una donna che non fósse particolarmente morigerata soleva indossare abiti non esattamente sobri,modesti e verecondi, abiti con spacchi e scollature ampi e spesso usavano portare a mo’ di ornamento una rosa dal lungo gambo infilata tra i seni, di talché una giovane illibata e morigerata donna che andasse in isposa certamente non avrebbe indossato un abito meno che castigato senza spacchi o vertiginose scollature per modo che non avendo dove sistemare la rosa o fiore ornamentale, lo portava in mano e, per averle libere spesso lo teneva di tra i denti dimostrando cosí d’essere donna di costumi morigerati e di andare sposa da illibata, da inviolata.Va da sé che la cosa non costituiva una prova provata e talora la sposa uscita con il fiore in bocca, aveva invece di che nascondere.Rammento ancóra che l’espressione fu usata talora in maniera ironica con significato antifrastico in riferimento ad alcune ragazze che dovevano far ricorso a nozze riparatrici.
17) Ascirsene comme a ccicere ‘ncopp’â cucchiara.
Ad litteram: Venir fuori come cece su di un cucchiaio. Id est: Chiamarsi fuori,straniarsi, allontanarsi, rendersi estraneo da ciò cui prima si era legati; sfuggire alle proprie responsabilità, quasi come, iperbolicamente, un cece che facente parte in origine, in compagnia con della pasta di una minestra non intendesse piú restarvi e fattosi prelevare da solo ne venisse fuori abbandonando la compagna di minestra. Espressione usata sarcasticamente proprio nei confronti di coloro che usano sottrarsi ai proprî oneri e/o impegni allontanandosene e distogliendosene, per non esser chiamati a rispondere dell’operato.
E cosí reputo di aver ottemperato a quanto m’ero ripromesso e di avere interessato i miei consueti ventiquattro lettori e di chi altro si imbattesse in queste paginette, per cui mi congedo con il mio consueto satis est.
R.Bracale
lunedì 29 agosto 2016
ANTICHE JUOCHE NAPULITANE
ANTICHE JUOCHE NAPULITANE
Comme se jucava a Nnapule quanno ‘e strate
erano strate a mmesura ‘e guagliune
Coloro che ànno i capelli bianchi, forse si commuoveranno nel ritrovare nelle pagine che seguono alcuni giochi che sicuramente fanno parte dei ricordi della loro infanzia. A quei tempi, nella nostra città, c’erano due categorie di ragazzi: gli scugnizzi, o ragazzi di stra¬da e gli altri, o ragazzi di casa. I primi erano perennemente in strada, dove trascorrevano il loro tempo in giuochi fatti con attrezzi poveri, quali i loro mezzi potevano permettere. I secondi, viceversa, trascorrevano la maggior parte del tempo a scuola o in casa a studiare, ma, non appena potevano farlo, ad esempio nel tragitto da casa a scuola o con una scusa o quando erano mandati per commissioni, si univano tra loro o ai ragazzi di strada per partecipare ai loro giuochi, risultando, naturalmente, sempre perdenti, per¬ché piú goffi ed imbranati di quegli altri. Ma quali erano i giochi dei ragazzi di strada? Oggi se ne sta perdendo perfino la memoria, oltre che l’uso. Gli attuali ragazzi di strada impiegano il tempo a scorrazzare su motorini o a giocare a calcetto o, i piú istruiti, ad usare aggeggi elettronici. Ecco che un recupero dei giochi antichi, oltre al gusto di ritrovare le proprie tradizioni e radici, avrebbe anche un significato pedagogico, richiedendo quei giochi oltre che abilità fisica, anche fantasia e destrezza psicologica.
Prenderò il “la” per queste paginette dalla poesia “Guaglione” di Raffaele Viviani, scugnizzo per antonomasia, che ci offre uno spaccato della vita dei ragazzi di strada ed un elenco di alcuni dei giochi che essi praticavano.
Ò accennato a gli scugnizzi e mi sembra giusto, prima di entrare in medias res, soffermarsi sul termine scugnizzo dicendo che scugnizzo/a è un sostantivo ed aggettivo maschile o femminile e ci si trova ad avere a
che fare con un’altra parola che (come guaglione, guappo, camorra ,etc.), partita dal lessico partenopeo, è bellamente approdata in quello nazionale nel suo significato di monello, ragazzo astuto ed intelligente e, per estensione, ragazzo vivace ed irrequieto.
È pur vero – come détto – che la parola è ormai termine italiano e pertanto da riferirsi a qualsiasi monello dello stivale, ma, nel comune intendere, con la parola scugnizzo ci si riferisce ai monelli napoletani; sarebbe impensabile uno scugnizzo milanese, triestino, etc. alla medesima stregua di ciò che avvenne con lo sciuscià (voce che quale adattamento popolar-napoletano dell’inglese shoe-shine (boy) indicò il monello che allo sbarco degli alleati durante l’ultima guerra, si guadagnava da vivere pulendo le scarpe dei militari e/o civili) che – malgrado operasse in tutte le città - fu ritenuto essenzialmente napoletano (forse perché – come détto – la voce fu coniata a Napoli.
Torniamo allo scugnizzo ed all’etimologia della parola; essa è tranquil¬lamente un deverbale di scugnà dal latino excuneare; il verbo scugnà significa battere il grano sull’aia, percuotere, bastonare, smallare (le noci), scheggiare con percosse (i denti); ma,nell’accezione che qui ci interessa, sbreccare, spaccare. Per comprender tale accezione occorre riferirsi ad un tipico giuoco: quello dello strummolo, alla cui trattazione rimandiamo, in particolare al momento in cui uno dei giocatori risultato perdente nella gara di far vorticare la sua trottolina lignea può vederla sbreccare o addirittura spaccare dal vincitore che – con accorto colpo – può far scempio della trot¬tolina dell’avversario perdente scugnandola cioè a dire sbreccandola.
Ecco dunque che i monelli napoletani adusi a manovrare lo strummolo e spesso a sbreccare quello dell’avversario son detti scugnizzi e cioè capaci di scugnare ed abili a farlo. Il percorso morfologico della voce usò il tema scugn di scugnare addizionato del suffisso izzo collaterale nel napoletano del suffisso iccio (suffissi derivativi ed alterativi di aggettivi, che continuano il latino -iciu(m) ed esprimono diminuzione, imperfezione, approssimazione per lo piú con valore peggiorativo e spregiativo. E torniamo all’assunto.
GUAGLIONE di Raffaele Viviani
Quanno jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle,
a cciaccia, a mmazza e pívezo, ô juoco d’’e ffurmelle,
stevo ‘int’ â capa retena d’’e figlie ‘e bbona mamma,
e me scurdavo ô ssolito, ca me murevo ‘e famma.
E ccomme ce sfrenàvamo: sempe chine ‘e sudore!
‘E mmamme ce lavàvano minute e quarte d’ore!
Junchee fatte cu ‘a canapa ‘ntrezzata, pe ffà a pprete;
sagliute ‘ncopp’a ll’asteche, p’annarià cumete;
p’ ‘o mare ce menàvamo spisso cu tutte ‘e panne;
e ‘ncuollo ce ‘asciuttàvamo, senza piglià malanne.
‘E gguardie? sempe a sfotterle, pe’ ffà secutatune;
ma ê vvote ce afferravano cu schiaffe e scuzzettune
e â casa ce purtavano: Tu, pate, ll’hê ‘a ‘mparà!
Ma manco ‘e figlie lloro sapevano educà.
A dudece anne, a tridece, tanta piezz’’e stucchiune:
ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune!
‘A scola ce ‘a sàlavamo p’’arteteca e pp’’a foja:
‘o cchiú ‘struvito, ô mmassimo, faceva ‘a firma soja.
Po gruosse, senza studio, senz’arte e ssenza parte,
fernévamo pe perderce: femmene, vino, carte,
dichiaramiente, appicceche; e sciure ‘e giuventú
scurdate ‘int’a ‘nu carcere, senza puté ascí cchiú.
Pur’io jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle,
a cciaccia, a mmazza e pívezo, ô juoco d’’e ffurmelle:
ma, a ddudece anne, a ttridece, cu ‘a famma e cu ‘o ccapí,
dicette: Nun po’ essere: ‘sta vita à dda ferní.
Pigliaje ‘nu sillabbario: Rafele mio, fa’ tu!
E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.
1.Nome del gioco e traduzione in italiano: STRUMMOLO (trottolina)
Corrispondenza con altre regioni italiane: nessuna che mi sia nota.
Etimologia: greco strómbos trasmigrato nel latino strumbus poi, con consueta assimilazione progressiva, strummus ed infine nel napoletano, con il suffisso diminutivo olu(m)→olo: strummolo con il suo esatto significato di piccola trottola.
Descrizione del gioco: Trattasi di una trottolina di legno a forma di cono con il vertice costituito da una punta metallica infissa nel legno e con numerose scalanature incise su tutta la superficie in modo concentrico e parallelo rispetto al vertice; in dette scanalature viene avvolta strettamente una cordicella che ha lo scopo di imprimere un moto rotatorio allo strummolo, una volta che détta corda sia stata velocemente srotolata e portata via dallo strummolo mediante uno strappo secco, per modo che la trottolina lanciata in terra prenda a girare vorticosamente su sé stessa facendo perno sulla punta metallica: piú abile è il giocatore e di miglior fattura è lo strummolo, tanto maggiore sarà la velocità della roteazione e la sua durata.
Se invece lo strummolo è di scadente fabbricazione, il piú delle volte ri¬sulterà scentrato e non bilanciato rispetto alla punta, per cui il suo prillare risulterà di breve o nulla durata: in tali casi si suole dire che lo strummolo è ballarino o tiriteppe, volendo con tale onomatopea indicare appunto la non idoneità del giocattolino. Allorchè poi alla scentratezza dello strummolo si unisca una cordicella non sufficientemente lunga, tale cioè da non per¬mettere di imprimere forza al moto rotatorio dello strummolo, si usa dire: s’è aunito ‘a funicella corta e ‘o strummolo tiriteppe e tale espressione è usata quando si voglia fotografare una situazione nella quale concorrano due iatture, come nel caso, ad esempio, di una persona incapace ed al contempo sfaticata o di un artigiano poco valente fornito, per giunta, di ferri del mestiere inadeguati, rammentando un famoso modo di dire che afferma che songo ‘e fierre ca fanno ‘o masto (sono gli attrezzi a rendere uno maestro) e cioè che un buono artiere è quello che possiede buoni utensili...o magari – per concludere - quando concorrono un professore eccessivamente severo ed un alunno parimenti svogliato.
2.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘A LISCIA ( voce intraducibile)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta l’Italia me¬ridionale soprattutto nelle regioni ricche di fiumi.
Etimologia: liscio di cui liscia è il femminile, etimologicamente è da un latino volgare lisiu(m), voce di origine espressiva.
Descrizione del gioco: Si fanno scivolare a mo’ di primordiali bocce dei sassi appiattiti e levigatissimi, probabilmente ciottoli di fiume, quegli stessi che in varie misure servirono un tempo per lastricar (prima dell’uso dei pa¬rallelepipedi di basalto/pietra lavica) le strade napoletane dando luogo alle cosiddette ‘mbrecciate, derivato di brecce, plurale di breccia, dal latino volgare briccia.
3.Nome del gioco e traduzione in italiano: FIJURELLE (figurine o immaginette di santi) e piú tardi (1930 e ss.) anche RITRATTIELLE (piccoli ritratti)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta Italia.
Etimologia: fijurella sostantivo femminile diminutivo di figura, dal latino figura da fingere (plasmare, foggiare); ritrattiello sostantivo maschile diminutivo di ritratto (immagine fotografica, pittorica o scultoria del viso, del busto), participio passato di ritrarre, dal latino retrahere, composito di re- (indietro ) e trahere (trarre).
Descrizione del gioco: le figurine riproducono foto o disegni di personaggi storici, attori/attrici o campioni dello sport. In tempi antichi furon merci vendute dai cartolai (calcografate su sottili fogli di carta da incollare su cartoncini flessibili e poi ritagliar alla bisogna e poi impilate e piegate al centro lungo l’asse maggiore, per essere usate nel giuoco, sia come mezzo di divertimento, che come posta del giuoco stesso) ben prima che apparissero sul mercato le figurine Panini. Il gioco, condotto da due giocatori, consiste nel metter a disposizione un mazzetto di egual numero di figurine ciascuno, con il fronte sul piano d’appoggio. Il giocatore avversario deve indovinare quale personaggio si trova sulla prima figurina del mazzetto: se non ci riesce, si prosegue, se indovina si impadronisce di tutto il residuo mazzetto che porrà sotto il suo, toccando all’avversario a sua volta di indovinare. Vince chi riesce ad impadronirsi del maggior numero di figurine.
Variante piú divertente e dinamica (in quanto non basata sulla pura fortuna, ma comportante una destrezza manuale) del giuoco, sempre condotto tra due giocatori: ogni giocatore impila le proprie figurine tenendone il recto (faccia) in alto, piegate al centro lungo l’asse maggiore; l’avversario assesta, con la mano in postura concava, un colpo al lato della pila cercando di procurare un adeguato spostamento d’aria tale che faccia voltare una o piú figurine dalla faccia al verso; la /le figurina/e rivoltate vengono conquistate.
4.Nome del gioco e traduzione in italiano: CIACCIA (schiaffo del soldato)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta Italia
Etimologia: voce chiaramente d’origine onomatopeica dal tipico rumore: cià, cià provocato dal secco, violento colpo della palma della mano contro la palma dell’altrui mano.
Descrizione del gioco: Uno dei giocatori, estratto a sorte, svolge il ruolo della “madre”ed ha il compito di controllare che nessuno bari. Un altro giocatore estratto a sorte “va sotto”, cioè si pone con il volto sulla spalla della madre, una delle due mani a coprire il viso e l’altra con il palmo esposto sotto la sua spalla. Gli altri giocatori, posti alle sue spalle, devono, uno per volta, colpire con uno schiaffo la mano di quello che sta sotto. Questi si volta e deve indovinare quale degli altri giocatori lo ha colpito, cercando di riconoscerlo attraverso le dimensione della mano e la violenza dello schiaffo. Il colpitore, se riconosciuto, va sotto, altrimenti rimane sotto quello che già c’era e così via.
5.Nome del gioco e traduzione in italiano: MAZZA E PIVEZO (mazza e pezzo)
Corrispondenza con altre regioni italiane: in Toscana: lippa, a Roma: nizza, nel Veneto: mazza e pandolo, nel comasco: ciangal, in Si¬cilia: manciugghia, in Lombardia: a la rella, in Friuli: ceba e ve¬gna, nelle province laziali mazza e zipola o mazzapicchia. Il gioco era praticato anche dai Tartari di Tamerlano e presenta singo¬lari attinenze con l’inglese cricket e con l’americano baseball.
Etimologia: mazza sostantivo femminile dal latino volgare matea, mateola (mazza); pivezo sostantivo maschile da un basso latino:pélsu(m)→ pilsu(m) 9
per il classico pulsu(m) (ligneum)= (legnetto lanciato) che è il breve pezzo di bastone appuntito ai lati.
Descrizione del gioco: si traccia sulla terra battuta un cerchio con la stessa mazza del gioco di circa due metri di diametro (oppure con il gesso in caso di asfalto o basoli).Il gioco consiste nel colpire una prima volta (mazzeca e uno) con la mazza la punta del pivezo (con il pezzo a terra) allo scopo di farlo sollevare e colpirlo nuovamente al volo (mazzeca e ddoje) cercando di lanciarlo il piú lontano possibile. L’altro giocatore, raggiunto il pívezo, deve lanciarlo nel cerchio difeso dal battitore che tenta di ribatterlo (mazzeca e ttre) il piú lontano possibile. Se ci riesce si scambiano i ruoli, in caso contrario il battitore con tre colpi (descritti come sopra) allontana il piú possibile il pezzo dal cerchio, per modo da porre in difficoltà l’avversario che dovendo ripetere il lancio del pivezo verso il cerchio, può mancarlo e non raggiungerlo mettendo fine alla contesa con la vittoria del lanciatore/battitore.
6.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘O JUOCO D’’E FURMELLE (il giuoco dei bottoni)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta Italia
Etimologia: juoco sostantivo maschile dal latino iocus (scherzo, giuoco); fur¬mella sostantivo femminile dal latino formella (piccola forma, formaggella).
Descrizione del gioco: il gioco prevede il lancio dei bottoni radente il suolo verso un buco ricavato sul terreno o simulato con il disegno di un cerchio tracciato con il gesso; una volta lanciati i loro bottoni, i singoli giocatori spingono il loro bottone verso il cerchio o buco sospingendoli con un colpo dell’unghia del pollice che prende slancio facendo leva contro il polpastrello dell’indice; vince chi riesce a far cadere, colpendoli con destrezza e misura, nel buco o nel cerchio i bottoni degli avversarî. I bottoni possono essere sostituiti da monete metalliche. Per stabilire la priorità del lancio dei bottoni verso il cerchio/buco occorre dar corso a due fasi prodromiche: la prima (sottamuro) consiste nel lanciare verso un muro o altro ostacolo i bottoni o le monete cercando di farle accostare il piú possibile al muro/ostacolo; seguendo l’ordine di accostamento al muro, valutato, se de visu non sia possibile stabilirlo, servendosi del palmo (distanza tra la punta del pollice e quella del mignolo, misurata con la mano aperta e le dita distese e divaricate al massimo; un tempo costituiva un’unità di misura corrispondente a circa 25 cm) e dello ziracchio (distanza tra la punta del pollice e quella dell’indice, misurata con la mano aperta e le dita distese e divaricate al massimo; un tempo costituiva un’unità di misura corrispondente a circa 18 cm). I giocatori, quindi, danno luogo alla seconda fase prodromica (battimuro), consistente nel far battere, di taglio contro il muro o l’ostacolo uno per volta i proprî bottoni o monete facendoli ricadere il piú lontano possibile; il giocatore che riesce vittorioso in questa seconda fase ha il diritto di lanciare per il primo le sue munizioni verso il cerchio o buco
7.Nome del gioco e traduzione in italiano: JUNCHEA (fionda fatta con sottili giunchi intrecciati o con altre piante flessibili di crescita spontanea)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta Italia
Etimologia: junchea sostantivo femminile dal latino iuncu(m) (giunco).
Descrizione del gioco: La fionda si usa per una gara di lancio di pietre ver¬so un determinato bersaglio; vince chi colpisce con maggior precisione il
bersaglio oppure, in una variante piú semplice, vince chi lancia i proiettili (pietre) piú lontano.
Anticamente (epoca vicereale 1503 e ss.) non si trattava di un giuoco, ma di una vera e propria battaglia fatta tra due squadre di opposti contendenti che davano luogo alla cosiddetta petrïata ed in tal caso il bersaglio dei conten¬denti era la persona degli avversarî; in origine non si parlò di petrïata ma di guainella ed a seguire chiarisco il perché.
Guainella (sostantivo femminile) in origine fu un grido di battaglia (guainella, guainé, brié, ahó!) in uso quale voce d’incitamento tra gli scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra; in prosieguo di tempo il grido, o meglio la sola parola d’avvio: guainella (per metonimia) passò ad indicare la vera e propria tenzone. Successivamente poi, caduta in disuso, in luogo di guainella si adottò la voce petrïata (sassaiuola).
Non di facile soluzione il problema etimologico di questa voce assente nella magna pars dei vocabolarî dell’idioma napoletano o dei calepini etimologici del napoletano e d’altronde quei pochi che la prendono in considerazione (D’Ambra, Altamura, Salzano, D’Ascoli, de Falco) o sorvolano sull’etimo o non hanno identità di vedute, pur convenendo sul fatto che la voce in primis indicasse un grido di incitamento allo scontro e successivamente la vera e propria tenzone. Occorre rammentare che in origine la lotta, la tenzone, lo scontro tra due fazioni di scugnizzi, spesso rappresentanti di rioni limitrofi e rivali, non fu operata con il lancio di pietre, ma a colpi di elastici e flessibili bastoni e/o pertiche ricavati dai rami piú alti di piante quali i salici o piante consimili come il vetrice; orbene tali bastoni e/o pertiche prendevano il nome di ainella/e (dal greco agnos letto come hagnos = casto e puro); si trattava infatti di una pianta il cui succo delle foglie si riteneva conferisse castità e purezza. Ipotizziamo dunque che in origine il grido di incitamento allo scontro, lanciato dai capifazione fosse ainella, ainé, brié, ahó! e valesse: “suvvia, armatevi di bastoni, alle pertiche!”
Successivamente l’originaria (‘a) ainella fu letta (‘a) uainella ed ancór piú sempre per motivi eufonici (‘a) guainella che fu dapprima un grido d’incita¬mento e poi identificò lo scontro una volta a colpi di bastoni e poi, dismessi quelli per mancanza di alberi da cui procurarseli, a colpi di sassi e pietre abbondanti in taluni luoghi della città bassa dove avvenivano gli scontri.
Petrïata/petrata sostantivi femminili diversi l’uno dall’altro: letteralmente la voce petrata è la sassata, il tiro e il colpo di una singola pietra, mentre con la voce petrïata si intende una prolungata gragnuola di colpi di pietra, quasi una lapidazione. Anticamente, a far tempo dalla fine del ‘500, a Napoli, soprattutto in talune zone della città quali Arenaccia, Arena alla Sanità, San Carlo Arena, san Giovanni a Carbonara, ricche di detriti sassosi, residuali di piogge che trasportavano a valle terriccio e sassi provenienti dalle alture di
Capodimonte, Fontanelle etc. o, nelle stagioni secche, residui di fiumiciattoli (es. Sebéto) in secca si svolgevano, tra opposte bande di scugnizzi e/o bassa plebaglia, delle autentiche battaglie con feriti spesso gravi; ai primi del ‘600 tali battaglie divennero così cruente che i viceré dell’epoca furono costretti ad emanar prammatiche, nel (peraltro) vano tentativo di limitare il fenomeno. Si ricorda una divertente espressione in uso tra i contendenti di tali petrïate: Menàte ‘e grosse, pecché ‘e piccerelle vanno dint’ a ll’uocchie! (Tirate le (pietre) grandi, giacché quelle piccole vanno negli occhi!).
Etimologicamente sia petrata che petrïata sono un derivato metatetico di preta metatesi del latino petra, che è dal greco pétra; nella voce petrïata generata dopo petrata si è avuta l’anaptissi (inserzione di una vocale in un gruppo consonantico o tra una consonante ed una vocale; epentesi vocalica) di una i durativa allo scopo di espander nel tempo il senso della parola d’ori¬gine; l’anaptissi di questa i ha determinato altresí la ritrazione dell’accento tonico e si è avuto petrïata→petríata in luogo di petriàta.
8.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘A MAZZA E ‘O CHIRCHIO (la mazza e il cerchio)
Corrispondenza con altre regioni italiane: nessuna che mi sia nota.
Etimologia: mazza sostantivo femminile dal latino volgare matea, mateola (mazza); chirchio sostantivo maschile dal latino circulus (circonferenza, cerchio)
Descrizione del gioco: il cerchio è di metallo e può essere recuperato dalle fasce di cinturazione delle botti o dalle ruote delle biciclette, togliendo i raggi; la mazza può essere metallica, con l’estremità curvata ad U, oppure di legno, con inserita una punta di metallo ad U.
Ogni giocatore deve percorrere con il cerchio-ruota un percorso prestabilito e disseminato di ostacoli. Il cerchio deve essere mosso e guidato esclusi¬vamente con la mazza.
Durante la corsa il cerchio non deve cadere: verificandosi tale accadimento il concorrente viene eliminato o gli viene comminata una penalità.
Si subisce penalità anche in caso di mancato superamento di un ostacolo previsto nel tracciato del percorso. Vince chi, col minor numero di penalità, conclude il percorso realizzando il tempo migliore.
9.Nome del gioco e traduzione in italiano: CARRUOCIOLO/CARRUOCCIOLO (carroccio);
La differenza morfologica del nome (una volta con la scempia affricata pa¬latale sorda (c), una volta con la doppia (cc) è dovuta al fatto che il giuoco fu in uso in tutta la città, ma mentre nella pianeggiante città bassa, praticato su strade non sempre lastricate, ma spesso solo sterrate non produceva eccessivo frastuono di talché s’ebbe un nome carruociolo piú dolce e piú quieto con la consonante scempia (c), in collina, dove il giuoco si praticava su rumorose, lastricate strade in declivio, ecco che il giuoco s’ebbe un nome piú aggressivo riproducente il maggior strepito che l’attrezzo adoperato provocava e fu carruocciolo con la doppia (cc).
Corrispondenza con altre regioni italiane: è un antenato del monopattino o dello skate-board.
Etimologia: carruociolo , sostantivo maschile dal tardo latino, di origine gallica carrŭculum→carrŭclum→carruocchio→carruoccio addizionato del suffisso diminutivo olu(m)→olo dim. di carrus
Descrizione del gioco: il carruociolo è una tavola di legno di forma rettangola¬re all’incirca 70 - 80 cm di lunghezza e 20 - 25 cm di larghezza, poggiante su due assi fisse sporgenti inchiodate nel solo punto centrale, portanti ciascuna due rotelle all’estremità.
Come rotelle si utilizzano generalmente cuscinetti meccanici usati, donati da qualche meccanico di buon cuore.
Dopo una breve rincorsa, salendovi sopra, si affrontano di solito discese abbastanza ripide riuscendo ad effettuare anche delle curve, grazie alla parte anteriore del carruociolo sagomata con due tagli ad angolo retto per permettere alle ruote anteriori di sterzare per mezzo di tiranti, collegati a queste ultime e ad un manubrio fissato su un piccolo ceppo, posto sopra la tavola. Usato in piano nella città bassa come diporto per i piú piccini, il carruociolo veniva trainato di corsa per il tramite di una corda.
10.Nome del gioco e traduzione in italiano: SCÉ-SCÉ, VULIMMO SCENNERE (su,su, vogliamo scendere)
Corrispondenza con altre regioni italiane: nessuna che ci sia nota
Etimologia: la voce scé-scé, che dà nome al giuoco, è la semplice reitera¬zione della prima sillaba del verbo scennere = venir giú, calare (dal latino (de)scendere, composito di de (di) e scandere (salire) e non va confuso con un altro scescé in uso nella parlata napoletana soprattutto nell’espres¬sione jí ascianno scescé (cercar pretesti,scuse). Espressione intraducibile ad litteram, ma che può rendersi con andare in cerca di pretesti; infatti con l’espressione suddetta si connota chi, in ogni occasione cerchi cavilli, prete¬sti, adducendo scuse per non operare come dovrebbe o facendo le viste di non comprendere, per esimersi e, talvolta, allo scopo dichiarato di litigare, pensando di trovare nel litigio il proprio tornaconto. La parola scescé (che è diversa dal nostro scé-scé) è un chiara corruzione del francese chercher (cercare). Durante la dominazione murattiana un milite francese si fermò a chiedere un’informazione ad un popolano dicendogli forse: “Je cherche” (io cerco) oppure usò una frase contenente l’infinito: “chercher”
Il popolano che non conosceva la lingua francese fraintese lo chercher, che gli giunse all’orecchio come scescé e pensando che questo scescé fosse qualcosa o qualcuno di cui il milite andava alla ricerca, comunicò agli astanti che il milite jeva ascianno scescé (andava alla ricerca di un non meglio identificato scescé).
Descrizione del gioco: Si formano due squadre di almeno cinque giocatori. Un giocatore, generalmente il piú robusto, si posiziona chinato di fronte ad un muro, reggendosi allo stesso con le mani; il secondo giocatore, dopo una breve rincorsa, sale a cavalcioni sulla schiena del primo e vi rimane; il terzo fa lo stesso con il secondo e così via, fino a che l’intero gruppo crolli a terra. Vince la squadra che riesce a far salire il maggior numero di giocatori, o, a parità di numero, a crollare dopo piú tempo.
11.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘O MUCCATURO (rubabandiera)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco praticato in tutta Italia.
Etimologia: muccaturo dallo spagnolo mocador (fazzoletto da naso o per detergere il sudore).
Descrizione del gioco: si formano due squadre di quattro componenti, che
si pongono allineate ad una distanza di circa 5 metri ciascuna da un arbitro. I giocatori sono numerati; l’arbitro regge con il braccio teso davanti a sé un pezzo di stoffa (‘o muccaturo) e chiama un numero da 1 a 4. I due corri-spondenti giocatori delle due squadre partono di corsa dalle loro posizioni e raggiungono l’arbitro. Scopo del gioco è quello di rubare la bandiera e rientrare oltre la linea dei propri compagni senza che il giocatore avversario riesca a toccare una qualsiasi parte del corpo del “ladro”.
12.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘O JUOCO D’’A PISTA (il giuoco della pista)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco esistente in tutta l’Italia centro-meridionale.
Etimologia: juoco sostantivo maschile dal latino iocus (scherzo, giuoco); pista sostantivo femminile dal tardo latino pista, participio passato del lat. tardo pistare, iterativo di pinsere (battere, lasciare impronte)
Descrizione del gioco: È un gioco che si svolge tra piú giocatori divisi in due o piú squadre; il gioco in origine consisteva nel fare avanzare, alterna¬tivamente tra tutti i giocatori delle squadre partecipanti, sospingendoli con un colpo dell’unghia del pollice che prende slancio facendo leva contro il polpastrello dell’indice lungo un percorso tortuoso, ricco di pretestuose, ple¬toriche curve, tracciato con il gesso su accidentati muriccioli di confine di chiese o giardini privati o sulla pavimentazione stradale o dei marciapiedi in piperno, alcuni tappi di bibite (birra, cola etc.) reperiti sulla soglia di botteghe di vinattieri o mescite ed opportunamente appiattiti con i colpi dei cosiddetti cazzimbocchi. Ci piace precisare che il sostantivo napoletano cazzibocchio/cazzimbocchio/cazzibò, quanto alla forma, non è un ciottolo semisferico come il katzenkopf tedesco a cui qualcuno improvvidamente l’apparenta, né – d’altra parte – ha forma di cubo (e perciò è erroneo chiamarlo cubetto o quadruccio). Esso è un elemento lapideo di leucitite, a tronco di piramide a base quadrata, del tutto simile a quello usato a Roma ed in molte altre città per la pavimentazione di varie strade urbane e, fra l’altro, della piazza S. Pietro (donde il nome sampietrino). La sua forma consente ai lastricatori di acconciamente infiggere tali manufatti su di uno spesso letto di sabbia e terriccio, seguendo esattamente l’andamento curvato a schiena d’asino o a botte del piano stradale, e facendo poi colare poi della pece liquida negli interstizi. L’originaria voce espressiva partenopea, nata nell’àmbito dei la¬stricatori fu cazzibocchio (nata da cazzi + occhio con epitesi, per evitare lo
iato, di una consonante eufonica (b), poi a mano a mano trasformatasi per evidente aggiustamento fonetico in cazzimbocchio ed infine semplificata in cazzibò, ma in tutte e tre le forme è riconoscibile il richiamo osceno d’at¬tacco (cazzo→cazzi) con riferimento vuoi alla forma (il tronco di piramide richiama – sia pure con molta buona volontà - l’organo maschile in erezione) del manufatto di pietra lavica, vuoi al fatto che allorché d’un oggetto non si conosca o non sovvenga con precisione il nome, nel parlato popolare, si adotta quello generico di cazzo.
Tornando al giuoco in esame diremo che vince chi riesce per il primo a ta¬gliare la linea di traguardo tracciata alla fine del percorso, senza mai lungo il tragitto debordare dal segno del tracciato o cadere dal muricciolo; se ciò avvenisse si dovrebbe ricominciare il percorso dalla linea di partenza. Suc¬cessivamente (1950 e ss.) i tappi furono sostituiti con piccole sfere prima di pomice e poi di vetro colorato, ma il divertimento rimase il medesimo!
13.Nome del gioco e traduzione in italiano: UNO MONTA ‘A LUNA (uno monta la luna) oppure ‘o juoco d’ ‘e cavalle (il gioco dei cavalli).
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco esistente in tutta l’Italia centro-meridionale.
Etimologia : uno dal latino unus (uno); monta dal latino montare (salire, mon¬tare); luna, sostantivo femminile, dal latino luna (luna); cavallo, sostantivo maschile, dal tardo latino caballus (cavallo).
Descrizione del gioco:
Partecipanti: Numero indefinito di giocatori, ma non meno di dieci Campo di gioco: Spazio aperto (spesso un intero marciapiede per tutta la sua lunghezza)Materiale occorrente: Nessuno Svolgimento del gioco: I concorrenti (cavalli) con la schiena curvata si di¬spongono in fila indiana, a distanza di tre o quattro metri l’uno dall’altro.L’ultimo della fila (capo-gioco), dopo breve rincorsa, poggiandosi con le mani sulle spalle del primo cavallo cercherà di scavalcarlo, quindi proseguirà, attenendosi ai successivi comandi, pena una penitenza o l’esclusione dal giuoco, superando il successivo e cosí via fino all’ultimo, dopo di che egli stesso si disporrà nella stessa posizione degli altri, diventando cavallo. Quindi si continuerà ripartendo dall’ultimo.
In questo gioco occorre accompagnare i balzi scandendo volta a volta le frasi della seguente filastrocca ed accompagnando il salto talora con un gesto/comando:
1 - UNO, MONTA ‘A LUNA (salto semplice );
2 - DDOJE, MONTA ‘O VOJO (salto seguito da due veloci colpi a mano aperta sulla schiena del cavallo);
3 - TRE, ‘A FIGLIA D’ ‘O RRE’ (salto seguito da tre colpi di bacino sul fon¬doschiena del cavallo successivo);
4 - QUATTO, ARAPE ‘STA BBUATTA!
(salto preceduto da una pedata nel sedere del cavallo);
5 - CINCHE, ‘A FORA DÔ SINCO”(salto seguito da cinque colpi di piede smontando dal cavallo ed atterrando fuori dalla fuga delle mattonelle del marciapiede o dei quadroni di basalto della strada, pena una piccola penitenza decisa dal capo-gioco);
6 - SEJE, ‘E TTOJE E ‘E MMEJE (saltando si colpisce la schiena a pugni chiusi di chi sta sotto; chi manca il colpo va sotto);
7 - SETTE, MAMMÀ ‘O DDICETTE: TRE PPASSE ‘NCRUCIATE ANNANTE E TTRE ADDERETO (dopo il salto si deve atterrare con i piedi incrociati, si devono fare veloci passi incrociati in avanti ed indietro e non si deve toccare nessun giocatore durante tutta l’operazione, pena l’esclusione dal giuoco);
8 - OTTO, ‘O PACCOTTO: SI ME TUOCCHE VAJE SOTTO(dopo il salto bisogna fermarsi dove si atterra, senza neppure sfiorare l’ostacolo saltato: un piccolo tocco fa sí che si vada sotto);
9 - NOVE, ‘A PACCHIANELLA ‘E LL’OVA (dopo il salto bisogna fermarsi dove si atterra e colpire con una manata (ma senza guardare) la testa dell’ostacolo saltato, chi manca il colpo va sotto);
10 - DDIECE, MULIGNANE A SCAPECE (salto semplice; dopo il salto si battono le mani tante volte quante decise dal capo-gioco);
11 - ÚNNICE, VIENEME ‘O DDICE (durante il salto bisogna posizionare le mani a mo’ di rapace e stringere la schiena di chi sta sotto come se fosse una preda, una volta atterrati si deve fare un passettino indietro ed urlare qualcosa - spesso una vibrante pernacchia - nell’orecchio di chi sta sotto);
12 - DDÚRECE, ZOCCOLE E SURECE (durante il salto bisogna picchiettare, a mo’ di passettini di topo, con una mano la schiena di chi sta sotto, se si travolge chi sta sotto o si manca il picchiettamento si va sotto);
13 - TRÍRECE, PENNIELLO E VVERNICE
(prima del salto, bisogna avvicinarsi a chi sta sotto ed effettuare questa operazione: strusciare con la mano aperta a mo’ di pennello tutta la schiena di chi sta sotto, assestare un colpo al sedere ed infine saltare l’ostacolo con un balzo da fermo);
14 - QUATTUÓRDICE, CURTIELLO E FFRÒBBICE (salto difficilissimo, da farsi da fermo, senza rincorsa, tenendo le mani in tasca o gravate del
peso di un indumento. Chi perde l’indumento o travolge l’ostacolo è escluso definitivamente dal giuoco);
15 - QUÍNNECE, MIETTOLO ‘NCURNICE; MAMMÀ E PAPÀ CE VENONO A PPIGLIÀ! (salto semplice con fuga finale; il capo turno decide per quanti secondi chi sta sotto può cercare di acchiappare uno dei giocatori, se non ci riesce il gioco ricomincia con lui sotto).
14.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘A CAMPANA (la campana)
Corrispondenza con altre regioni italiane: gioco noto in tutto il mondo
Etimologia: campana, sostantivo femminile, dal tardo latino campana (cam¬pana)
Descrizione del gioco: è un gioco che per tradizione è ritenuto pret¬tamente femminile. Spesso però anche ragazzi si uniscono al grup¬po delle ragazze per mettere in risalto la loro abilità cercando anche di rendere piú difficile il gioco con delle regole inventate al momento. Si traccia con un gessetto il disegno come quello della figura. L’altezza delle caselle è di circa 70 centimetri, mentre la larghezza dell’intera campana è di 2 metri. Ogni giocatore deve avere a disposizione qualcosa da poter tirare sulle caselle disegnate. Si può scegliere fra un sassolino, un tappetto, una piastrel¬la, o altro; spesso l’oggetto è un cosiddetto coppatacco (soprattacco di cuoio) usato, reperito tra gli scarti dei ciabattini. A seconda dell’oggetto prescelto può variare la difficoltà per riuscire a farlo fermare proprio nella casella voluta. Con una conta si stabilisce l’ordine di gioco. La linea di tiro viene tracciata ad un paio di metri dalla base della campana. Da qui si tira l’oggetto nella casella numero 1. Se l’oggetto si ferma entro la casella, la gio¬catrice (o giocatore), saltando su di un piede entrerà nella casella, raccoglierà l’oggetto e, senza mai met¬tere il piede a terra, ritornerà sulla linea di partenza. Fatto questo dovrà tirare di volta in volta l’oggetto nella casella numero 2, 3, 4, ..., 12 adottando la stessa tecni¬ca della prima casella. La casella 8 serve per riposarsi potendo qui mettere giú il piede sollevato. Invece le caselle 9 e 10 faranno riposare con un piede in ognuna. Si sbaglia se:
1) si tocca con il piede un segno della campana;
2) si mette giú il piede in una casella;
3) l’oggetto lanciato non cade nel riquadro della casella designata;
4) si dimentica di riposare nelle apposite caselle.
La giocatrice che avrà fatto uno di questi sbagli dovrà uscire dal gioco per lasciare il posto a chi segue nell’ordine stabilito precedentemente con la conta. Quando di nuovo tornerà il suo turno dovrà riprendere il gioco da dove ha commesso l’errore. Una volta tirato l’oggetto sulla casella numero 12 inizia la seconda parte del gioco. Sempre a saltando su di un piede si dovrà spingere l’oggetto in ogni casella (sono ammessi fino a 3 colpi) iniziando dalla 1 e ter¬minando alla 12, mantenendo ancora i riposi già prescritti nelle caselle 8,9e10. Vince chi per prima riuscirà a spingere saltando su di un piede l’oggetto nella casella 12.
15.Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘O CUPPULONE (la grossa coppola)
Corrispondenza con altre regioni italiane: nessuna che ci sia nota.
Etimologia: cuppulone , sostantivo maschile, grossa coppola dal latino coppa (coppa) accrescitivo (cfr. il suffisso one) del tardo latino coppula (coppola).
Regole del gioco: trattasi di gioco praticato esclusivamente durante gli aboliti festeggiamenti, quelli pagani, non quelli religiosi, della Madonna di Piedigrotta. Il gioco consiste nel calare da un balcone un grosso cilindro di cartone, avente le maniche laterali in modo da simulare un càntero (dal latino càntherus e dal greco cànteros, vaso per soddisfare i bisogni), cercando di centrare la testa di un ignaro passante, il quale si troverà cosí, all’improv¬viso, nell’impossibilità di vedere. Il cuppulone viene poi immediatamente ritratto dal calatore per evitare che il malcapitato, se pronto di riflessi, possa impadronirsene, spezzando il filo di spago che lo regge. La scena provoca, naturalmente, le risate e gli scherni degli astanti, spesso compari del calatore mescolati tra la folla. Una variante preferisce la forma tronco-conica in luogo di quella cilindrica. Un’altra variante prevede che il cuppulone non venga calato da un balcone, bensí sospeso ad una lunga pertica, in modo che il calatore agisca da tergo al bersaglio, mimetizzandosi nella folla. Spesso ‘o cuppulone azionato dalla pertica era condotto da una squadretta di piú persone armate ‘e mazzarielle (brevi bastoni di legno laccato); era cilindrico e grandissimo, capace di imprigionare per intero anche piú di una persona in una sola volta. I bersagli preferiti erano ignare coppie di fidanzati che venivano catturati sotto un enorme cilindro di cartone pesante variamente
corredato di simboli non proprio virginei e lì sotto tenuti per alquanto tempo, frastornati dai colpi di mazzarielle vibrati contro il cuppulone e liberati solo dietro la promessa di pagare ai carcerieri tazze di caffè o gelati artigianali, ma spesso ci si accontentava di un cartoccetto di bruscolini (‘o spasso: ceci, noccioline e/o semi di zucca abbrustoliti).
14 .Nome del gioco e traduzione in italiano: ‘A PALLA ‘E PEZZA (la palla di stoffa)
Corrispondenza con altre regioni italiane: nessuna che mi sia nota.
Etimologia: palla, sostantivo femminile, dal longobardo palla (corpo di for¬ma sferica); pezza, sostantivo femminile, dal latino volgare pettia (piccolo pezzo di stoffa).
Descrizione del gioco: trattasi di gioco praticato esclusivamente durante gli aboliti festeggiamenti, quelli pagani non quelli religiosi, della Madonna di Piedigrotta.
Si abbia una palla fatta di ritagli di stoffa strettamente interconnessi e cuciti tra di loro, riempita di segatura, a cui viene connesso un resistente elastico tubolare. Il portatore della palla la lancia verso un ignaro passante, e lo col¬pisce da tergo, preferibilmente nel fondo schiena, ritirando rapidamente la palla con l’ausilio dell’elasticità del legaccio. Naturalmente, se il portatore della palla è di genere maschile (cosa che avviene nella quasi totalità dei casi), il bersaglio è normalmente di genere femminile, meglio se dotato di rotondità ben evidenti. Il bersaglio deve stare al gioco, non può rizelarsi, essendo i festeggiamenti di Piedigrotta zona franca per gli scherzi, come altrove lo è il Carnevale. In genere si volta di scatto cercando di individuare il colpitore, il quale può anche rivelarsi se intende tentare un approccio. Brak
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